NEL PANE EUCARISTICO L’INCONTRO CON IL VOLTO DI CRISTO

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01062000_p-40_it.html

Il Congresso Eucaristico Internazionale

NEL PANE EUCARISTICO L’INCONTRO CON IL VOLTO DI CRISTO

Card. Fiorenzo Angelini

L’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo fu fondato il 25 marzo 1997, l’anno che, per volontà del Santo Padre Giovanni Paolo II, tutta la Chiesa – all’inizio della fase preparatoria alla celebrazione del grande Giubileo dell’anno 2000 -, dedicava alla “riflessione su Cristo, Verbo del Padre, fattosi uomo per opera dello Spirito Santo” (Tertio Millennio Adveniente – TMA, 40). Contestualmente il Santo Padre annunciava che “essendo Cristo l’unica via di accesso al Padre, per sottolineare la presenza viva e salvifica nella Chiesa e nel mondo”, sarebbe stato celebrato, a Roma, nel corso del Giubileo, il Congresso Eucaristico internazionale”. E aggiungeva: “Il Duemila sarà un anno intensamente eucaristico: nel Sacramento dell’Eucaristia il Salvatore, incarnatosi nel grembo di Maria venti secoli fa, continua ad offrirsi all’umanità come sorgente di vita divina” (TMA 55). Nella Bolla di Indizione del Giubileo Incarnationis mysterium, dopo aver precisato che “Gesù rivela il Volto del Padre” (n. 3), il Santo Padre ritornava sul tema dell’Eucaristia affermando che nelle specie del Pane e del Vino consacrati “Cristo, vivo e vero, continua la sua presenza tra noi” (n. 11). Non una presenza simbolica, ma una presenza reale, poiché nel sacramento dell’Eucaristia è “contenuto veramente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, quindi, il Cristo tutto intero” (Concilio di Trento). Maturò così, da parte dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo, l’idea di organizzare, nel contesto e nel clima del Congresso Eucaristico internazionale, il nostro IV Congresso sul Volto dei Volti Cristo, dedicandolo al tema: l’Eucaristia e il Volto di Cristo. Il rapporto, infatti, tra l’Eucaristia – come sacrificio e come sacramento – con il Volto di Cristo rinvia innanzitutto, nelle testimonianze della letteratura e dell’arte, ai testi biblici che richiamano la sua istituzione e, particolarmente, al discorso di Gesù sul Pane della vita (Gv VI), all’Ultima Cena (Gv 13, 12-30 e parall.), all’episodio di Emmaus (Lc 24,13-35) e ai numerosi testi, soprattutto 1 Cor XI, che offrono le basi della riflessione teologica sull’Eucaristia. Perciò il programma di questo IV Congresso internazionale promosso dal nostro Istituto è stato articolato secondo questa quadruplice prospettiva: Il Pane della vita, l’Ultima Cena, Emmaus, Cibarsi di Cristo. Le ventisei lezioni dedicate ai suddetti temi mirano ad approfondire i connotati dell’umanità di Gesù nel mistero della sua presenza reale eucaristica, poiché la Chiesa – come leggiamo nella Bolla di Indizione del Grande Giubileo del Duemila Incarnationis mysterium – “annunciando Gesù di Nazareth, vero Dio e uomo perfetto, apre davanti a ogni essere umano la prospettiva di essere ‘divinizzato’ e così diventare più uomo” (n.2; cfr Gaudium et spes, 41). Peraltro, le finalità spirituali del Grande Giubileo potranno essere perseguite e raggiunte soltanto se la vita cristiana troverà nell’Eucaristia il farmaco per risanare le umane debolezze e il cibo che assicura la comunione con Dio, in Cristo, Pane della vita. L’Eucaristia costituisce lo spazio e il luogo in cui, più che in ogni altro della vita e della pietà cristiana, ci avviciniamo al Cristo che camminava, predicava e guariva per le strade della Palestina. Ogni volta, infatti, che viene celebrato il mistero eucaristico “si effettua l’opera della redenzione” (Lumen gentíum, 3) e noi spezziamo “l’unico pane che è farmaco di immortalità, antidoto contro la morte, alimento dell’eterna vita in Gesù Cristo”(Ignazio di Antiochia, Agli Efesini 20,2). Solo nell’Eucaristia, il Cristo incarnato è veramente accanto a noi, poiché entra in noi, secondo la sua promessa: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… dimora in me ed io in lui” (Gv 6,54.56). San Paolo sembra richiamarsi direttamente al Volto di Cristo, quando ammonisce: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno pertanto esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,27-29). Non si riconosce alcuno, se non si riconosce il suo volto. Il Concilio, nella sua costituzione sulla Chiesa, ci ricorda: “Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo nostra Pasqua… Come l’insieme della vita cristiana, la vita morale trova la propria fonte e il proprio culmine nel sacrificio eucaristico” (Lumen gentium, 11.14). Perciò il Papa, tra i compiti del Giubileo in corso, ha posto anche quello di un serio esame dì coscienza sulla “ricezione del Concilio” che dovrà esprimersi “nel rinnovato impegno di applicazione, per quanto possibile fedele, dell’insegnamento del Vaticano II alla vita di ciascuno e di tutta la Chiesa” (Tertio Millennio Adveníente, 20). In realtà, nella fede e nell’amore all’Eucaristia è la verifica più solida della nostra testimonianza cristiana. Una sola volta gli stessi discepoli più fedeli a Gesù sembrarono esitare nel seguirlo; fu quando il Signore parlò del “Pane della vita”. Il linguaggio del Maestro sembrava troppo arduo, ma Pietro vinse ogni resistenza, rispondendo a Gesù che aveva chiesto se anche loro volessero abbandonarlo: “E dove andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e conosciuto che sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69). Celebrando l’Eucaristia noi viviamo nell’attesa “che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (cf Tt 2,13); e nella preghiera eucaristica chiediamo Mi ritrovarci insieme a godere della tua gloria quando, asciugata ogni lacrima, i nostri occhi vedranmno il Tuo Volto e noi saremo simili a te, e canteremo per sempre la tua lode in Cristo, nostro Signore” (Messale Romano, preghiera eucaristica). Le lezioni che studiosi ed esperti di grande rilevanza dedicano, in questo Congresso, al rapporto tra Eucaristia e Volto dì Cristo spaziano dalla Sacra Scrittura alla patristica, dalla teologia alla mistica, dalle esperienze dei santi all’arte. L’elaborazione dei temi delle lezioni da tenersi e la ricerca iconografica – l’una e le altre faranno parte del IV volume di dottrina e di arte dedicato a Il Volto dei Volti si sono rivelate ricche di conferme persino inattese. Assai più di quanto si pensi, la riflessione teologica, le testimonianze mistiche, l’arte cristiana si sono soffermate sul rapporto tra Eucaristia e Volto di Cristo. Nell’Eucaristia l’incontro con il Volto del Signore è quanto il nostro cuore maggiormente desidera, secondo l’antica preghiera: “Cercherò, Signore, il Tuo Volto”.

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (11). – L’IMPORTANZA DELLA CRISTOLOGIA: LA DECISIVITÀ DELLA RISURREZIONE

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081105.html

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (11). – L’IMPORTANZA DELLA CRISTOLOGIA: LA DECISIVITÀ DELLA RISURREZIONE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 novembre 2008

Cari fratelli e sorelle,

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento infatti sta la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell’assurdità dell’essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,4) – così attesta la tradizione protocristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L’intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma previo (cfr 1 Cor 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.
E’ importante cogliere il legame tra l’annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline. Qui davvero si può vedere l’importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra “ricevere” e “trasmettere”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: “Sia io che loro così predichiamo” (1 Cor 15,11), mettendo con ciò in luce l’unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s’esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del “Dio con noi”, quindi la realtà della vera vita.
E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica – non vuol scrivere quasi un manuale di teologia – ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati “giustificati”, cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell’annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: “Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti” (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).
Ma possiamo domandarci: qual è, per san Paolo, il senso profondo dell’evento della risurrezione di Gesù? Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni? L’affermazione “Cristo è risorto” è attuale anche per noi? Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante? Paolo dà solennemente risposta a questa domanda all’inizio della Lettera ai Romani, ove esordisce riferendosi al “Vangelo di Dio … che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti” (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio “con potenza”. Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). E’ realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra”. Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli – comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell’incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione. Mentre il titolo di Cristo, cioè di ‘Messia’, ‘Unto’, in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l’intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell’evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).
Tutto questo è gravido di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell’intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l’Apostolo: siamo “morti con Cristo” e crediamo che “vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: “Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12). La teologia della Croce non è una teoria – è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui. Sant’Agostino dice: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po’ di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall’altro, l’urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un’ardita immagine: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell’attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione (cfr Rm 8,18-23).
In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede “tocca” il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione e alla morte, va trasformandosi nell’ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli. Sorretti da questa speranza proseguiamo con coraggio e con gioia.

Saluti:

BENEDETTO XVI, UDIENZA GENERALE: L’IDENTITÀ DEI CRISTIANI CONTRASSEGNATA DALLO SPIRITO SANTO

http://www.toscanaoggi.it/Vita-Chiesa/BENEDETTO-XVI-UDIENZA-GENERALE-L-IDENTITA-DEI-CRISTIANI-CONTRASSEGNATA-DALLO-SPIRITO-SANTO

BENEDETTO XVI, UDIENZA GENERALE: L’IDENTITÀ DEI CRISTIANI CONTRASSEGNATA DALLO SPIRITO SANTO

15/11/2006 di Archivio Notizie

La meditazione di oggi sarà sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi?, seguendo l’insegnamento di San Paolo apostolo, un ?gigante non solo nell’apostolato, ma anche nella dottrina teologica, profondamente stimolante?: lo ha detto, stamattina, il Papa, nella sua catechesi all’udienza generale in piazza San Pietro. Ricordando quanto scrive san Luca negli Atti degli apostoli, Benedetto XVI ha evidenziato come ?lo Spirito pentecostale porti una spinta all’impegno missionario e a testimoniare il Vangelo nel mondo?. Gli Atti degli apostoli, infatti, ?raccontano delle missioni compiute dagli apostoli nel mondo e soprattutto i tre viaggi missionari compiuti da san Paolo?. L’apostolo delle genti nella Lettera ai Romani, ha sottolineato il Papa, ?ci parla dello Spirito Santo sotto un’altra angolatura: non si ferma alla dimensione dinamica e operativa della Terza persona della Santissima Trinità, ma parla della sua presenza nella vita dei cristiani?, la cui ?identità? ne risulta, perciò, ?contrassegnata?.
In altre parole, ha aggiunto Benedetto XVI, ?Paolo riflette sullo Spirito Santo esponendo il suo influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sul nostro essere. Infatti, Paolo dice che lo Spirito di Dio abita in noi e Dio ha inviato lo Spirito del Suo Figlio nei nostri cuori. Dunque, lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali?. Il cristiano, ?ancor prima di agire?, ha proseguito il Santo Padre, ?possiede già un’interiorità ricca e feconda donataci dai sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiorità che ci stabilisce in oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio?. Questa, per il Papa, ?è la nostra grande dignità di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio? e ?essere sempre più consapevoli di essere figli adottivi nella grande famiglia di Dio?. Di qui viene l’invito ?a trasformare questo dono oggettivo anche in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, agire, essere?. San Paolo ci insegna anche che ?non esiste una preghiera senza la presenza dello Spirito in noi?. ?Com’è vero ? ha commentato il Papa ? che non sappiamo parlare con Dio?, ma ?lo Spirito Santo intercede per noi, prega per noi?, secondo i disegni di Dio.
Lo Spirito Santo è, ha spiegato il Papa nell’Udienza generale, ?come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere; è ?sempre desto? in noi e ?supplisce alle nostre carenze. Naturalmente ciò richiede ?una grande comunione vitale con lo Spirito? e un invito a essere sempre più attenti alla sua ?presenza silenziosa?. Un altro insegnamento di san Paolo è ?la connessione dello Spirito Santo con l’amore?. Lo Spirito è, dunque, ?una potenza interiore che armonizza il nostro cuore con il cuore di Cristo e ci muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui?. Tra i frutti dello Spirito Santo, al primo posto, ha ricordato Benedetto XVI, ?Paolo pone l’amore, gioia, pace? e poiché ?per definizione l’amore unisce, lo Spirito innanzitutto è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana?. È anche vero, ha aggiunto, ?che lo Spirito ci stimola ad intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini, sicché quando noi andiamo, diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza?. Da Paolo, ha concluso il Papa, ?sappiamo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, la gioia, la comunione e la speranza. Spetta a noi far ogni giorno questa esperienza, assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito?.
Sir

L’AVVENTO DI CRISTO NEL COMPIMENTO DEL TEMPO (Gal 4, 4)

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/avvencristotempo.htm

L’AVVENTO DI CRISTO NEL COMPIMENTO DEL TEMPO (Gal 4, 4)

Mario Rossi

Fratelli e sorelle in Cristo,
sono felice di trovarmi tra voi per esporvi come la Santa Chiesa Ortodossa vive e intende il passo di San Paolo ai Galati sul compimento del tempo e dell’attesa del popolo ebraico con la nascita di Cristo. Il mio intervento si articolerà nei seguenti punti:
a) una breve presentazione esegetica del passo paolino Gal 4,4;
b) l’importanza dei Padri della Chiesa quali testimoni e interpreti qualificati delle verità evangeliche;
c) l’interpretazione patristica del passo in oggetto;
d) il rapporto con Cristo: esperienza del divino;
e) il rapporto Cristo-legge nella vita della Chiesa;
f) l’esperienza di qualche santo ortodosso come attuale incarnazione del passo in esame.

a) Presentazione esegetica di Gal 4,4
Permettetemi innanzitutto di presentare, seppur brevemente, il contesto della lettera paolina dal quale è tratto il brano da me commentato.
San Paolo scrive questa lettera ai cristiani della Galazia, una regione dell’Asia Minore al centro dell’odierna Turchia, i quali dopo aver accolto con entusiasmo l’Apostolo ed aver abbracciato il Vangelo, hanno la tentazione di riprendere la Legge mosaica a causa delle prediche di alcuni cristiani giudaizzanti. Se essi avessero ceduto a questa tentazione avrebbero dovuto reintrodurre la circoncisione e con essa l’elaborato apparato di leggi al quale ancor oggi aderisce fermamente il pio giudeo.
L’apostolo Paolo, al quale non era estranea la tenerezza e l’affetto, davanti a questa prospettiva risponde con una forza e una fermezza che ci potrebbe meravigliare: “Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla [... poiché] in Cristo Gesù non ha valore l’essere circonciso o incirconciso, ma vale la fede operante per mezzo dell’amore” (Gal 5,2; 5,6).
Cristo si pone, quindi, in alternativa alla Legge poiché essa non era altro che una preparazione alla sua persona, un pedagogo (Gal 3,24), una semplice pregustazione e un annuncio della pienezza futura similmente alla luce dell’alba che annuncia il sorgere del sole.
Tornare a confrontarsi con la legge significa non aver conosciuto la libertà di essere figli di Dio, significa essere lontani da Lui esattamente come chi, nel buio, necessita della luce d’una candela. Perciò l’Apostolo rivolto ai Galati conclude categoricamente: “Siete stati abbandonati da Cristo” (Gal 5,4).
L’avvento di Cristo nella pienezza del tempo ci pone immediatamente davanti ad un confronto di capitale importanza: la legge e il Figlio di Dio. È per questo che esaminerò le sfaccettature di quest’argomento cercando di mostrare, seppure non esaurientemente, le profonde implicazioni che esso ha per ognuno di noi e per la nostra epoca.

b) I Padri della Chiesa: riferimento imprescindibile
La Santa Chiesa Ortodossa fonda la sua identità principalmente su due elementi:
§ la Tradizione patristica intesa come la katholikì cioè universale e globale comprensione del messaggio dei Padri;
§ i sette Concili Ecumenici, luogo di ricezione e di approfondimento di alcuni temi della riflessione patristica stessa.
Ciò significa che se vogliamo sapere cosa dice la Santa Ortodossia sul passo scritturistico in oggetto, dobbiamo rivolgerci in primo luogo agli scritti patristici. Con questo atteggiamento siamo ben lungi da far archeologia. La Chiesa ortodossa non si è fermata o, come talora si sente dire, fossilizzata all’epoca patristica. Si riferisce fermamente agli scritti dei Padri che compongono la Tradizione ecclesiastica perché sà che sono importanti e imprescindibili. L’importanza dei Padri non deriva dal fatto che essi siano stati uomini di ingegno e di cultura ma dal fatto che essi, prima di tutto, erano uomini di fede e di preghiera, uomini così partecipi della Redenzione di Cristo da viverla come una profonda e quotidiana esperienza personale. Ciò che li ha resi importanti è stato proprio questo. Se l’elemento indispensabile è la santità di vita, ossia l’esperienza del divino, non meraviglia constatare che quasi tutti i Padri hanno trascorso un periodo o tutta la loro esistenza in monastero divenendo, a loro volta, fondatori di monasteri. Il monastero nella Tradizione ortodossa è il luogo “per eccellenza” dove si impara a pregare, dove si è avvantaggiati a concentrare la propria vita sul divino e si è quotidianamente immersi nella vita liturgica della Chiesa. Infatti già San Gregorio Magno ricordava che:
Quando mi trovavo in monastero, riuscivo a trattenere la lingua anche dalle parole oziose, e mantenere quasi ininterrottamente la mente fissa nell’orazione.
Quest’ambiente, indipendentemente dalla santità dei suoi membri, mette a disposizione di ognuno degli strumenti con i quali l’uomo, a poco a poco, si può liberare dalla schiavitù del proprio orgoglio e può sperimentare la presenza di Dio e la forza della Sua Grazia.
I Padri della Chiesa, dopo aver purificato il loro cuore dalle passioni, essersi liberati dalla dispersione dei vani pensieri (Lc 1, 51) e aver raggiunto un buon livello di pratica nella preghiera, hanno iniziato a scrivere perché le necessità della Chiesa lo richiedevano. San Gregorio Palamas riassume l’atteggiamento di tutti i santi Padri che lo precedettero quando dice che:
Noi scriviamo per un dovere inderogabile. È da molto che ho abbandonato la ricerca e l’ambizione letteraria. [...] Il fatto che non utilizzi [la perfezione stilistica], pur avendo disposizioni naturali per parlare piacevolmente, è da considerarsi una prova evidente che le mie parole sono dovute alla necessità e non al desiderio dell’ostentazione.
Così la santità della vita, non l’acutezza dell’ingegno e la sublimità dello stile, permette di considerare i Padri come i “pilastri” della Santa Chiesa. Tale titolo non è esagerato. Vivendo la mentalità evangelica ed essendo essi stessi divenuti un vangelo incarnato sono per tutti una roccia stabile, roccia a sua volta ancorata solidamente sull’unica roccia di fondamento: Cristo (Mc 12,10). I Padri sono, in tal modo, i testimoni della forza dello Spirito Santo che agisce nella storia e che permette anche a noi di avvicinarci, se lo vogliamo, alla sublimità del loro livello spirituale. Essi sono paragonabili ad una guida alpina. Come la guida può condurre altri perché si è resa affidabile grazie alla sua lunga esperienza e alla conoscenza personale di molti percorsi montani, così i santi Padri, dopo aver conosciuto le impervie vie dello spirito possono condurci lontano da inganni e abbagli verso la faticosa e agognata meta.

c) Il cristianesimo per i Padri: un evento personale
Proprio perché i Padri hanno vissuto la Parola e sono divenuti loro stessi un’incarnazione del Vangelo, nei loro scritti si riscontra una visione del cristianesimo opposta a quella di un’astratta filosofia o di un elenco di buone maniere. I Padri descrivono il cristianesimo come un modo di vita che offre la possibilità di un rapporto immediato con Dio. Essi si pongono sulla linea dell’Apostolo Paolo per aver sperimentato che la loro vita “è Cristo e morire è un guadagno” (Fil 1, 21). Non esiste e non potrebbe mai sussistere un rapporto formale ed esteriore con Dio perché ciò significherebbe concepire il divino come una realtà priva di vita, come un oggetto manipolabile. Ancor meno si può ammettere l’atteggiamento del pio fariseo il quale prende gloria dalla sua coerenza ed adesione legalistica. San Gregorio Palamas, a tal proposito, commenta:
Il fariseo si vanta di aver digiunato per due giorni della settimana, e non sa che queste virtù sono umane, ma che la superbia è demoniaca; perciò questa le rende vane e, mescolandosi ad esse, le manda in mille pezzi, anche se sono autentiche. Quanto più, se sono false!
Il cristianesimo non è dunque un codice di leggi e un galateo ma l’incontro con il Dio vivente. San Simeone il nuovo Teologo sottolinea in modo particolare che nessuno può vivere in Cristo senza avere al tempo stesso anche esperienza della presenza di Cristo in sè. Il credente, dunque, non è colui che coltiva la sapienza umana ma colui che si intrattiene con Dio nella preghiera per elevarsi nella misura in cui si rende umile e semplice.
Tutto ciò ci viene indicato dalla vita e dagli scritti dei Padri della Chiesa che ci donano il criterio con il quale ci dobbiamo accostare alla lettura delle Sacre Scritture: non per il gusto dell’erudizione ma per cambiare la nostra vita vestendoci di Cristo (Voi che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo). Infatti Sant’Atanasio insegna che “il Verbo si è fatto carne per rendere l’uomo capace di ricevere la divinità”. I Padri dei Concili di Nicea e Costantinopoli hanno codificato nel simbolo di fede che Gesù Cristo “discese dal cielo per noi e per la nostra salvezza”. A quale altro frutto allude questa salvezza se non la ricezione della divinità nell’umanità del credente? E tutto ciò non implica un rapporto del credente con Dio? La stessa salvezza in Cristo alla quale il credente è chiamato è un fatto strettamente personale poiché nessuno può procurare la salvezza ad un altro. Solo il singolo può provvedere per se stesso rapportandosi liberamente e costantemente con Dio. È per consacrare questo nuovo modo di vivere la fede che Cristo non ha voluto chiamare i suoi discepoli servi ma amici (Gv 15,15) e ha sacrificato se stesso per riempire i credenti della stessa vita divina della quale si era svuotato sul legno della croce. Ne consegue che, come dice Clemente Alessandrino, il cristiano è “santo, portatore di Dio e portato da Dio”. La santità non costituisce dunque una questione etica, legata alla morale come se dipendesse da semplici sforzi ascetici, ma ontologica cioè legata all’essere. Il fedele diventa santo perché è membro di Cristo. La questione etica perciò non riguarda la conquista della santità, come si crede erroneamente, ma la sua conservazione.

d) Il rapporto con Cristo: esperienza del divino
Il rapporto con Cristo implica la conoscenza di Dio. Essa non si realizza solo nell’ambito delle possibilità conoscitive dell’uomo ma anche al di là di esse. Dionigi Areopagita dice che:
Dio si conosce attraverso la conoscenza e attraverso la non conoscenza; c’è di lui e pensiero e parola e scienza e contatto e sensazione e opinione e fantasia e nome e tutte le altre cose ma non è pensato né detto né nominato.
L’uomo che non ha la forza di conoscere Dio, è conosciuto da Dio stesso che si rivela a lui come persona operante la sua salvezza e il suo rinnovamento. Così l’impotenza dell’uomo a conoscere Dio si converte, attraverso la rivelazione e la discesa di Dio all’uomo, in possibilità di comunione personale e di conoscenza. Questo nuovo genere di comunione e di conoscenza va oltre “ogni intelletto” e si compie all’interno del mistero della grazia di Dio. Tuttavia come si rivela ed è conosciuto Dio nel mondo e in che modo rimane ignoto e incomprensibile?
La dottrina ortodossa su questo tema è chiara. Iddio si rivela nel mondo attraverso le sue operazioni o energie (energeiai), mentre la sua essenza rimane inconoscibile ed incomprensibile. Questa distinzione dell’essenza di Dio dalle sue operazioni ha un’importanza capitale per la fede e per la vita cristiana. Infatti dall’accettazione o no di questa distinzione dipende la conservazione o l’abbandono del carattere esperienziale della fede cristiana come vita di comunione tra l’umano e il divino oppure il suo ingabbiamento in ambiti secolaristici. A una teologia che non sa fondarsi sulla profonda distinzione essenza-operazioni in Dio non può che rimanere una base filosofica. Al contrario la teologia dei Padri non si è basata sulla filosofia ma sulla Scrittura e sull’esperienza della Chiesa. E la scrittura interpretata con autorità e competenza dalla Chiesa insegna chiaramente che il trascendente ed inaccessibile Dio opera nel mondo la salvezza dell’uomo. Dal momento, poi, che l’operazione salvifica di Dio manifestata all’uomo è data gratuitamente prende il nome di Grazia. Attraverso la Grazia Dio dona se stesso all’uomo e lo rende quindi dio. Quest’affermazione non deve parere ardita. Con la nascita di Cristo sono stati compiuti il rinnovamento e la divinizzazione della natura umana. È da ciò che deve sorgere lo stupore per il Natale, uno stupore che proibisce di pensare tale evento come una festa per l’infanzia quasi che il mistero dell’Incarnazione non debba riguardare tutti e possa essere deformato ad una sdolcinata sagra di buoni sentimenti! Tale rinnovamento e divinizzazione sono stati compiuti perché potessero essere personalmente partecipabili da tutti i fedeli. Senza questa personale appropriazione dell’opera salvifica di rinnovamento del Cristo la sua venuta storica non sarebbe di alcuna utilità per l’uomo: “Quale utilità per me – dice Origene – se il Verbo è venuto nel mondo ma io non lo possiedo?”.
San Giovanni Crisostomo commentando il passo paolino sulla pienezza del tempo (Gal 4, 4) dice:
[L’Apostolo] indica qui due motivi e benefici dell’Incarnazione, vale a dire la liberazione dai mali e l’elargizione dei beni, il che non poteva riuscire a nessuno se non a Lui solo. Quali erano questi benefici? La liberazione dalla maledizione della legge e l’adozione a figli.
La porta attraverso la quale possiamo conoscere Dio è stabilita, dunque, dall’evento dell’Incarnazione con il quale Dio sposa la carne umana. È in questa prospettiva che si devono collocare le categoriche ed esclusive asserzioni di Cristo: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5), “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12, 30), “Io sono la porta” (Gv 10, 9), “Chi vede me, vede Colui che mi ha mandato” (Gv 12, 45) …
Attraverso la porta rappresentata da Cristo il credente entra in comunione con la divinità la quale si manifesterà a lui “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21).
A questo punto è bene puntualizzare rapidamente che la vera esperienza di Dio non ha e non può avere nulla a che fare con tutti quei fenomeni religiosi nei quali prevale l’affettività, la fantasia, il pietismo o la spettacolarità. I Padri vietano tassativamente ogni cosa del genere perché tutto ciò finisce per porre l’uomo davanti all’immagine di sè come se egli fosse davanti ad uno specchio. In questo caso non esiste relazione ma chiusura su se stessi, non apertura al mistero di Dio ma ricerca e amore di sé (filautia). Chiunque distribuisce consolazioni e sicurezze umane non fa crescere l’uomo né lo aiuta a comprendere che ci si può disporre in comunione con Colui che sostiene intimamente il cosmo. Chiunque chiude l’uomo narcisisticamente su stesso non può che attirarsi il monito di Cristo: “Guai a voi guide cieche!” (Mt 23,16). Solo spogliandosi dalle consolazioni e dalle sicurezze umane, nella preghiera e nella purificazione del cuore, l’uomo fa spazio alla Grazia divina che finisce per abitare in lui e per trasfigurarlo.
Le icone che vedete ogni volta che entrate in una chiesa ortodossa non sono fatte per essere belle, anche se lo fossero. Sono fatte per confessare una verità: la carne umana abitata dalla Grazia divina diviene splendente perché è illuminata da una luce che non è creata e che, di tanto in tanto, appare chiaramente sul viso dei santi. È per questo che i primi cristiani erano chiamati fotismoi, termine greco che significa “illuminati”.

e) Cristo e la Legge
Da quanto abbiamo appena detto risulta evidente che non è possibile concepire ideologicamente il cristianesimo perché ciò che si sacrifica è proprio il rapporto del credente con Cristo. Una simile concezione riduce la teologia a filosofia e fa decadere la Chiesa ad una realtà alienante. Per San Giovanni Crisostomo la Chiesa è un ospedale spirituale. Se i presupposti ecclesiali vengono alterati, la Chiesa diviene un luogo dove ci si illude e ci si ammala. L’eccessiva attenzione alla norma trasforma il cristianesimo in una macchina perfettamente organizzata ma finisce per penalizzare la vita mistica intesa come il rapporto personale tra Dio e il credente. Quando prevale l’ideologia, tutto ciò che è secondario e che esiste solo in funzione di uno scopo essenziale, diviene centrale e le istituzioni ecclesiastiche divengono fine a loro stesse. Procedendo in questa direzione il cristianesimo si secolarizza. La secolarizzazione del cristianesimo è riscontrabile quando all’interno della Chiesa appaiono e si impongono dei modi di vita che non hanno a che fare con la Chiesa stessa ma sono esclusivi di club se non proprio di aziende o di società per azioni. La testimonianza ne patisce, i costumi si rilassano e la presenza di Dio nel nostro mondo viene solo affermata, non cercata o contemplata.
L’adesione legalistica pone l’uomo di fronte alla sua giustizia, davanti al suo criterio individuale con il quale si giustifica condannando chi non è come lui. In questa situazione l’uomo decade come persona, cioè come essere di relazione, divenendo individuo poiché distoglie il suo sguardo da Dio e se ne allontana. Un cristianesimo individualista a sua volta non è più cristianesimo perché non riflette nella vita il mistero trinitario dell’unità divina nella trinità delle Persone. Non è dunque eccessivo che l’Apostolo Paolo dica “Siete stati abbandonati da Cristo” (Gal 5,4). Lontano da Cristo l’uomo miete una ricompensa che è esclusivo frutto delle sue mani: “Io non sono come gli altri uomini!” (Lc 18, 11) afferma il fariseo con un atteggiamento che possiamo benissimo avere anche noi. Eppure alla fine della vita tutta la pietà di uomini come costui si rivelerà empia dal momento che Dio dirà: “Che volete da me? Avete già avuto la vostra ricompensa!” (cfr. Mt 6, 16).
Tutto ciò spiega perché la legge venga considerata come un’introduzione, come un pedagogo a Cristo e spiega, altresì, la fatale pericolosità di farla coesistere e prevalere su Cristo stesso. Infatti, con l’avvento di Cristo, la Grazia dello Spirito è stata diffusa nel cuore dei credenti. La vecchia legge è stata abolita proprio perché è lo Spirito stesso che ci “insegnerà ogni cosa” (Gv 14, 26).

f) L’attualizzazione del Vangelo nell’esperienza dei santi
Il fatto che lo Spirito Santo insegni ogni cosa non vuole consacrare il soggettivismo o l’anarchia. Con ciò ricadremo in un cristianesimo individualista. La retta comprensione del passo evangelico la otteniamo se osserviamo la testimonianza dei santi nella Chiesa. I Santi vengono anche detti theofori cioè “portatori di Dio”, non perché sono stati più bravi di noi ma perché sono stati più generosi. Essi hanno offerto loro stessi e, in cambio, hanno ricevuto Dio stesso. “Dai il sangue e ricevi lo Spirito” commenta a tal proposito un eloquente detto ecclesiastico. Solo attraverso questa spoliazione, questa kenosis, è stato possibile realizzare lo straordinario miracolo di ignoranti trasformati in dotti e di semplici divenuti consiglieri di uomini molto importanti. In tempi recenti abbiamo rivisto questo miracolo nella persona di padre Paisios del Monte Athos un uomo che per molti versi ricorda San Seraphim di Sarov.
Come San Seraphim, Paisios era un uomo semplice e ignorante. Come San Seraphim, egli era un uomo che per Cristo non conosceva mezze misure. Dando se stesso nella preghiera e nell’esigente obbedienza monastica è pian piano entrato in intimità con Dio e Dio stesso si compiaceva di manifestarsi attraverso l’umile carne d’un semplice povero monaco. Verso gli ultimi anni della sua vita riusciva a stento a trovare un po’ di tranquillità perché molte persone desideravano parlargli e vederlo. Diverse testimonianze ci riportano che la sua presenza infondeva una profonda e indescrivibile sensazione di pace e la sua parola illuminava. Non di rado egli indovinava la storia di chi aveva di fronte o prevedeva fatti futuri. Talora egli diceva: “… per poter accogliere in noi la conoscenza divina bisogna abolire la conoscenza secondo il mondo. Bisogna diventare semplici come bambini, non vantarsi della propria conoscenza perché la conoscenza gonfia”. In padre Paisios come in San Seraphim di Sarov lo Spirito “insegnava ogni cosa” perché le radici dell’esistenza di questo monaco si affondavano in una sorgente di vita perenne, non in un arido schema di leggi.

Epilogo
Quanto è stato fin ora esposto mi pare commenti sufficientemente il passo paolino in oggetto. Dicendo che Cristo nella pienezza del tempo nasce sotto la legge per riscattare quelli che stanno sotto la legge significa che ogni uomo viene portato dalla promessa ad una concreta possibilità di salvezza: il peccato e la morte sono superabili nella persona di Cristo e grazie a Lui. L’esortazione di San Paolo ai Galati non è quindi un problema di quasi duemila anni fa ma ci riguarda intimamente. Quello che è in questione non è più l’alternativa tra la legge mosaica o Cristo ma i nostri ricorrenti tentativi di trasformare il cristianesimo in un elenco di norme e comportamenti esteriori per sottrarci dal nostro quotidiano impegno di conversione al Dio vivente. Nella misura in cui, lungo la storia, abbiamo posto eccessiva confidenza nelle nostre forze e nelle nostre organizzazioni abbiamo fatto prevalere la legge e i nostri criteri umani al riconoscimento dell’attiva presenza di Dio. I santi e i Padri della Chiesa ci scuotono dal nostro torpore e ci aprono alla speranza invitandoci ad accogliere quella vita divina che è pegno e promessa della futura gloria di cui possiamo pregustare la dolcezza già su questa terra, dolcezza della quale i santi sono i fedeli arladi e custodi.

Grazie.

I. LA PARABOLA ANTICOTESTAMENTARIA DELL’INSEGNARE – Gianfranco Ravasi

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/ravasi/itarav02.htm

ATTI DEL SEMINARIO INTERNAZIONALE SU « GESÙ, IL MAESTRO » – DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

I. LA PARABOLA ANTICOTESTAMENTARIA DELL’INSEGNARE

Parliamo di « parabola » perché si tratta di descrivere una specie di percorso, che comprende due tappe:
1ª Primato della teofania, cioè il Signore che è Maestro;
2ª L’uomo che a sua volta diventa maestro, dopo avere ascoltato Dio Maestro. (torna al sommario)
1. Primato della teofania
In assoluto, il punto di partenza è sempre la grazia. In principio c’è l’epifania di Dio. In principio c’è la Parola divina che infrange il silenzio del nulla e dell’ignoranza dell’uomo. «Dio disse: « Sia la luce ». E la luce fu». All’inizio c’è questa Parola, radicale e fondamentale, senza la quale ci sarebbe il vuoto, il nulla. Nessuna altra parola risuonerebbe. All’inizio c’è questa presenza assoluta dell’unico Signore e Maestro che è Dio.
San Paolo (in Rm 10,20) si sorprende per una bellissima frase di Isaia: «Il profeta osa dire: Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano». L’uomo se ne va per le sue strade, se ne andrebbe all’infinito lontano, se a un crocevia non si presentasse l’epifania di Dio, la sua Parola. In principio quindi c’è la Sapienza di Dio. Nella Genesi (1,3) c’è proprio questa frase: «Dio disse». O nel Nuovo Testamento: «En archè èn ho logos, in principio c’era la Parola (per eccellenza)», la grande teofania iniziale, senza la quale non c’è nessun insegnamento. Senza la grazia non esiste la parola nostra; senza la Parola di Dio non esistono le nostre parole. (torna al sommario)
I (tre) luoghi della teofania.
Dove e come si manifesta Dio? Ricordiamo tre luoghi nei quali si offre la « lezione » di Dio, la prima « lezione » assoluta.
1º. La Parola o lezione di Dio si manifesta innanzitutto nella Torah (nome derivato da una radice ebraica, jrh, che significa « insegnare »). È l’insegnamento per eccellenza, la « dottrina » per eccellenza di Dio. Perciò noi dobbiamo ascoltare la prima lezione divina attraverso l’ascolto della Legge. Tutto il Salmo 119 (118 della Volgata) è un inno grandioso, monumentale alla Parola di Dio più che alla Legge (Torah). Pascal lo recitava tutte le mattine; una volta, almeno nel breviario del rito ambrosiano, lo si recitava tutti i giorni, tutto intero, durante le ore della giornata. È una lode continua, una specie di moto perpetuo: non soltanto la costruzione è in 22 strofe, con un gioco alfabetico, ma ogni versetto deve avere almeno una delle otto parole con cui si definisce la Parola di Dio. Ebbene, questo canto continuo della Parola di Dio è la celebrazione della prima, fondamentale lezione che dobbiamo ascoltare, una lezione di vita, (è anche legge), non solo una lezione di conoscenza del mistero di Dio.
Nel Salmo 25 (versetti 4, 5, 8, 9, 10 e 12) continuamente si chiede a Dio che, rivelandoci la sua Parola, ci indichi la via. «Io sono la via, la verità e la vita», dirà Cristo. Con un piccolo particolare: in ebraico, il termine via, derek, ha alla base probabilmente una radice di origine cananea che significa la vigoria sessuale, l’energia vitale. Allora, dire: «Io sono la via e la vita» si può quasi esprimere con una parola sola: «Io sono la via». Indicare la via vuol dire anche indicare la via della vita. D’altronde, la via in tutte le culture è un grande simbolo della esistenza stessa. In questo senso la celebrazione della via che la Torah ci offre è la celebrazione, come dice il Salmo 119, della lampada che illumina i passi della nostra esistenza (v. 105).
Ancora, nel Salmo 143,10 chiediamo: «Insegnami (è il verbo del maestro, rivolto a Dio!), insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana». Troviamo qui le due immagini, le due componenti: «Insegnami il tuo volere», la tua volontà, non solo il tuo mistero, ma un mistero efficace, che agisce in me. E poi mi guiderai «sulla terra piana», nel sentiero dell’esistenza.
2º. L’epifania del Signore-Maestro si presenta nelle sue opere salvifiche, nelle sue azioni di salvezza, come leggiamo nel Salmo 103 (versetto 7): «Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere». Per la legge del parallelismo, qui vengono descritte non più « la mia via », ma « le vie di Dio ». E qual è la via di Dio? Sono le sue opere, le sue opere di salvezza, inserite nell’interno della storia. La Bibbia è la storia di Dio ed è la celebrazione del Dio della storia, la Bibbia è una storia della salvezza.
Di qui alcune conseguenze di questa tesi fondamentale. Gli Ebrei hanno chiamato lungamente Mosè con un appellativo: morenu, che vuol dire « il nostro maestro ». E come viene rappresentato questo « nostro maestro »? «Io sarò con la tua bocca», dice il Signore a Mosè, «ti istruirò in quello che dovrai dire» (Es 4,12; cf 24,12). E che cosa farà poi Mosè? Parlerà e salverà. Dio usa perciò anche dei maestri concreti. Per la sua storia della salvezza passa attraverso di noi, che pur siamo fragili. Mosè sarebbe stato l’ultimo da scegliere, come maestro: era balbuziente, era incapace di parlare, aveva in sé una debolezza costituzionale: «Manda un altro» (si scusa in Es 4,13; come succede in altri racconti di « vocazione con obiezione »).
Una seconda considerazione. Che cosa dobbiamo dunque trasmettere, che cosa narrare nella nostra catechesi? Che cosa insegnare? La risposta si trova nel Salmo 78 (il secondo più lungo della Bibbia, dopo il 119), che possiamo intitolare come fa la Bible de Jérusalem: «Le lezioni della storia della salvezza». Ciò che noi dobbiamo trasmettere ed annunciare è non il Dio remoto e astratto, non «il Dio dei filosofi» (per usare ancora la famosa espressione del Memoriale di Pascal), non il Dio dei sapienti, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio salvatore.
3º. Dopo l’epifania di Dio nella Torah e nella storia, l’epifania di Dio si manifesta anche nell’oscurità della prova, nella tenebra, nel suo silenzio. A questo riguardo, due libri dell’Antico Testamento sono particolarmente interessanti e significativi: Qoèlet e Giobbe. In essi si riesce a vedere la rivelazione di Dio nell’interno del silenzio.
Essi, però, non ci danno la manifestazione del Dio-Maestro, che invece troviamo esplicitamente in un versetto del Deuteronomio (8,5): «Come un padre corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, ti corregge». È bellissima questa immagine del maestro-padre (questi due aspetti anche nei Proverbi coincidono: il maestro è pure il padre, il discepolo è anche il figlio). Questo maestro conosce, tra l’altro, la strada della durezza, una via che il discepolo non riesce a comprendere. «Le mie vie non sono le vostre vie» (Is 55,8).
C’è, quindi, una paidèia, se vogliamo usare l’espressione greca, una pedagogia divina purificatrice. C’è una parola divina che sconcerta, nel bene e nel male. In Geremia (23,29) la Parola di Dio viene rappresentata come un martello che spacca la roccia, come una fiamma ardente che brucia, e consuma. Spessissimo, nell’Antico Testamento, la Parola di Dio si autorappresenta con immagini « offensive ». Questo avviene anche nel Nuovo: la lettera agli Ebrei (4,12) evoca la Parola di Dio come spada che taglia la superficie, la pelle, e penetra fino alle giunture, fino alle ossa, al midollo. C’è dunque una paidèia che si sviluppa nell’oscurità (un tema molto bello e suggestivo). C’è da ringraziare Dio, invece di sentirsi imbarazzati, che nell’Antico Testamento esista un libro come Qoèlet, un libro della crisi, della crisi della Sapienza: un maestro che non crede più in quello che insegna, e che non attende forse più nulla, ma che comunque riflette – e anch’esso è parola di Dio! – su questo misterioso parlare-insegnare di Dio attraverso il suo silenzio, attraverso il vuoto. Oppure, è significativo che nell’Antico Testamento ci siano delle pagine come quelle del libro di Giobbe, dove il protagonista bestemmia. In quel momento, Dio passa attraverso quasi la negazione di se stesso. Come diceva Bonhoeffer: Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza – come Signore e Maestro, come Padrone –; Dio ci salva in virtù della sua debolezza, diventando fratello dell’uomo in Cristo, attraverso la sua impotenza, la sua sofferenza. Parlando tuttavia dell’insegnamento del Maestro divino attraverso il suo silenzio e la prova, occorre ricordare che, pure in quel momento, Dio non cessa di essere il Maestro che serve, anzi forse in quel momento è vicino all’uomo molto di più di prima.
Osea (11,3-4) esprime la tenerezza paterna anche nella severità: «Io ho insegnato i primi passi a Efraim. Me li prendevo sulle braccia, con legami pieni di umanità, li attiravo a me, con vincoli d’amore». Efraim rimane ribelle; però questo padre, pure se il figlio non capisce, ha sempre vincoli d’amore, perfino quando punisce, come un padre corregge il figlio. A questo riguardo c’è una bellissima immagine del grande pensatore danese Soeren Kierkegaard, nel suo libro Timore e tremore, dedicato nella sua maggior parte a Gen 22 (il sacrificio di Isacco). Soeren Kierkegaard usa questa immagine, che tra l’altro è vera in Oriente: la madre, quando deve svezzare suo figlio, si tinge di nero il seno, perché il figlio non abbia più a desiderarlo, e cominci a nutrirsi da solo. In quel momento il bambino odia sua madre, perché gli toglie la fonte del suo sostentamento e anche del suo piacere (pensiamo a quel che ha detto la psicanalisi a questo riguardo); eppure egli non sa che in quel momento la madre, mentre lo distacca da sé e sembra crudele, mai l’ha amato così tanto, perché lo fa diventare uomo capace di vivere da solo nel mondo, lo fa creatura libera (e quante madri non hanno staccato il figlio dal seno, anche se non materialmente, e lo fanno ancora succube!). Ecco: anche nel momento della prova, non dobbiamo mai dimenticare il mistero del Dio Padre e Madre. (torna al sommario)
2. L’uomo maestro
L’uomo istruito da Dio diventa a sua volta maestro, viene inviato come maestro. Tre brevi considerazioni al riguardo. (torna al sommario)
a) Il padre al figlio
Il magistero fondamentale è quello che passa attraverso la comunicazione interpersonale, la catechesi familiare, una relazione d’amore. Abbiamo esempi molto illuminanti a questo riguardo. Nei Proverbi, il padre continuamente dice: «Figlio mio…», e al figlio dona la sua sapienza. In questo caso il maestro, che è padre, non può che desiderare che il discepolo cresca; cosa che invece il maestro-padrone non vuole, perché è geloso della sua supremazia intellettuale. Il padre pensa: « Bisogna che lui cresca e che io diminuisca », come il Battista (cf Gv 3,30). E il capitolo 31 (sempre dei Proverbi), con quella strana finale, la celebrazione della donna sapiente, è probabilmente anche la conclusione di un itinerario didattico. Dopo aver svolto la sua lezione, il maestro-padre saluta il figlio che ha trovato la sua sposa. Questa sposa è una donna ideale, perfetta, ma è anche la Sapienza: il giovane è diventato a sua volta maestro, sapiente. Tale dovrebbe essere il nostro scopo. Dobbiamo sparire, insegnando agli altri. Dobbiamo far sì che l’altro sia capace di crescere nella fede e nella conoscenza, e poi ritirarci.
In Esodo 12, con la descrizione del rito pasquale, troviamo ciò che viene fatto dagli Ebrei attraverso l’haggadah. Quest’ultima è una narrazione che comprende un dialogo tra il padre e il figlio sul significato dei riti, per giungere alla scoperta dell’azione di liberazione di Dio. Qui vediamo quale sia la funzione del maestro nella famiglia, nella relazione d’amore: è quella d’insegnare la libertà, di far conoscere un Dio che è liberatore, non colui che t’impone la cappa di piombo delle sue norme, ma che ti indica la strada gioiosa della sua volontà, che è libertà e salvezza.
Da ultimo, il Salmo 78 nella sua prima diecina di versetti ci offre una suggestiva rappresentazione della catechesi. Che cos’è la vera catechesi ecclesiale? È un continuo comunicare, di padre in figlio, di generazione in generazione, le grandi opere di Dio, la grande linea dinamica di salvezza entro cui noi siamo immersi.
b) I sacerdoti-profeti-sapienti
Tra i maestri ci sono anche i sacerdoti, i sapienti, i profeti. Potremmo offrire molti dati su questo tipo di insegnamento. Basti citare come esempio 1Sm 3. Il sacerdote di nome Eli, il maestro di Samuele, è il direttore spirituale per eccellenza, che non si sostituisce al discepolo, ma gli insegna come deve scoprire la sua vocazione, di chi sia quella voce che nella notte lo chiama.
Un altro modello, molto interessante per il problema dell’inculturazione, sarebbe quel maestro che ha scritto attorno all’anno 30 a.C. il libro della Sapienza. Egli si presenta come Salomone, il supremo sapiente. Il libro della Sapienza è il tentativo di riscrivere la grande lezione di Israele con le categorie filosofiche del mondo greco, in un altro orizzonte culturale. Paolo è l’esempio più alto di questa operazione di mediazione culturale, di inculturazione, di ritrascrizione del messaggio semitico di Cristo in nuove coordinate, in modalità nuove.
In Neemia 8, il personaggio che domina è Esdra, il sacerdote, che fa la sua lezione sulla Parola di Dio. È un maestro significativo perché ci rivela come possiamo diventare noi stessi maestri della Parola di Dio. Nell’episodio potremmo individuare sette « stelle », cioè una costellazione di sette componenti che sono la rappresentazione di questo magistero della parola:
Leggere la Parola di Dio, «per brani distinti», si dice. Sul leggere ci sarebbe già tutta una lezione da fare, ai nostri giorni, quando la lettura diventa sempre più difficile, sempre meno praticata. I nostri ragazzi vedono, ma non leggono, ascoltano caso mai. Gli Ebrei non chiamano la Bibbia « scrittura » come noi; la chiamano migra’, che vuol dire « la lettura »; è la stessa radice della parola quran, il Corano è la « lettura » generosa.
Spiegare. Comporta l’esegesi. «Senza la penetrazione nelle parole, nel senso delle parole, come posso capire la Parola?». Questa è una frase di Massimo il Confessore, un mistico palestinese, nato sulle alture del Golàn, da un padre samaritano e da una madre che era una schiava persiana; nato nella terra di Gesù, poi farà una fine che è emblematica anche per il maestro: gli taglieranno la lingua e la mano destra, i due elementi della parola e dell’azione, per punire lui annunciatore della verità del vangelo. Massimo il Confessore, che è forse l’ultimo dei Padri greci, diceva dunque: «Se tu non conosci le parole, come puoi conoscere la Parola?». Spiegare! Spezziamo una lancia a favore dello studio serio della Parola, contro le tentazioni pentecostal-misticheggianti, contro certe forme carismatiche (quel dire: « Prendi la Parola e come risuona leggi e pratica », può portare al fondamentalismo).
Comprendere. Il « comprendere » biblico, come diceva giustamente Maritain, è una «connaissance savoureuse», una conoscenza saporosa. Il conoscere biblico, come anche l’ »amare », è appunto una conoscenza circolare, simbolica. Dunque, tre parole-stelle nella prima linea: leggere, spiegare, comprendere; le altre quattro sono invece nella linea esistenziale.
Ascoltare. «Essi ascoltavano, porgevano l’orecchio». Nella Bibbia lo stesso verbo shama’ indica sia « ascoltare » che « obbedire ». Quindi shema’ Israel non è soltanto « ascolta, Israele! », ma anche « aderisci! ». «Adonài elohénu adonài ehàd» (il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo) è non soltanto una conoscenza di tipo intellettivo, ma è la scoperta di una relazione (cf Dt 6,4ss). È per questo che «lo amerai con tutto il cuore…». Amerai viene subito dopo ascoltare. Per questo nel Salmo 40 si dice letteralmente (versetto 7): «Tu mi hai forato l’orecchio», come si fa allo schiavo; io sono il tuo schiavo, ho l’orecchio forato, nel senso che aderisco completamente a te.
Gli occhi si colmano di lacrime: gli ascoltatori si mettono a piangere, cioè si convertono. La parola di Dio ti fa piangere i tuoi peccati. Ecco un altro elemento prodotto da una vera lezione: essa inquieta le coscienze; la Parola di Dio artiglia l’anima, altrimenti è una semplice informazione. Lo scrittore ultra-novantenne Julien Green affermava: «Se io dovessi riassumere tutto quello che ho scritto, lo esprimerei con questa frase: « Finché si è inquieti, si può stare tranquilli »». Finché c’è questa inquietudine, che è quella agostiniana (« inquietum est cor nostrum »), allora si può stare in pace.
Le mani portano delle porzioni di cibo ai poveri. La lezione che ricevo dalla Parola di Dio mi costringe ad andare verso i miseri, ad offrire il pane della Parola e anche il pane reale.
La festa, la liturgia delle Capanne, la terza festa ebraica. Cioè il grande, ultimo insegnamento lo si ha nella liturgia.
Dunque, sette parole: leggere, spiegare, comprendere; ascoltare, piangere, donare, celebrare. Tale è la traiettoria all’insegnamento compiuto nell’interno della comunità ecclesiale attraverso i vari ministeri dell’annunzio.
c) Pedagogia globale
La pedagogia biblica è una pedagogia globale. Non è un processo solo intellettuale. Facciamo una breve annotazione filologica. Lamàd, insegnare, è il verbo fondamentale del maestro. O meglio, lamàd non vuol dire insegnare, ma « imparare ». Però, curiosamente, nella forma intensiva, limmed, diventa « insegnare ». La stessa radice non distingue tra imparare e insegnare. E questo stabilisce un circuito. Il vero maestro è uno che impara anche, e il vero discepolo alla fine è capace di insegnare. Se il circuito non si chiude, non si ha un vero magistero. Il maestro, che non è attento al discepolo, è di sua natura condannato alla solitudine, alla torre d’avorio della sua elaborazione, ma non lascerà traccia. Per chi è abituato a parlare spesso in pubblico, una delle componenti fondamentali, anche tecniche, è di vedere e capire se l’ambiente è colmo di risonanza, se è in ascolto. Altrimenti si va avanti nel parlare, ma l’altro non dialoga. Insegnare è dialogare. Anche se l’altro tace. Ci si deve accorgere di entrare nell’interno della comunicazione, grazie anche alle domande presentate dall’altro. Oscar Wilde diceva: «A dare le risposte sono capaci tutti; per fare le vere domande ci vuole un genio». Ed è verissimo. Le grandi domande, che fanno andare avanti nella conoscenza, le pongono soltanto i geni. E di fatto la domanda, anche graficamente, noi la esprimiamo non con l’esclamazione, che è una linea retta, ma con qualcosa che si aggroviglia in sé, che quindi lacera, che artiglia, che fa sanguinare.
Un altro verbo ricorrente nella pedagogia biblica è jaràh; jaràh-torah, il quale indica un insegnamento che è « via e vita », come abbiamo già visto.
Ancora: jasàr, donde deriva il sostantivo musàr, significa la « disciplina », cioè l’impegno severo, ascetico del conoscere. Per essere veramente maestri bisogna avere la pazienza di stare ore e ore nello studio, nella fatica.
E da ultimo il verbo jada’ che vuol dire « conoscere » e implica tutte le dimensioni, la globalità simbolica dell’insegnamento biblico. Comprende l’aspetto intellettivo, l’aspetto affettivo (sentimento), l’aspetto volitivo (volere), l’aspetto effettivo. « Conoscere » indica persino l’atto sessuale. Perché si conosce anche con la passione e l’azione, con la comunione dei corpi, si conosce con la convivenza, si conosce con l’azione, costruendo insieme un progetto.
Concludendo la parabola anticotestamentaria dell’insegnare, occorre dire una cosa un po’ paradossale: scopo del maestro è rendersi inutile. L’abbiamo già visto, ma ora va detto in maniera più forte, ricorrendo alla dimensione escatologica. Negli ultimi tempi il maestro non ci sarà più, perché ci sarà un Maestro interiore. Vi è una intensa frase nel vangelo di Giovanni (6,45), che cita Isaia 54,13: «Sta scritto nei profeti: « E tutti saranno theodidàktoi, ammaestrati da Dio ». Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me». Non ci sono più i mediatori. « È il Padre che ti parla e tu vieni a me », dice il Signore. Il testo di Isaia in ebraico (Giovanni cita il greco nella traduzione dei LXX) dice esattamente: «Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore». Bella definizione della comunità escatologica: tutti saranno « discepoli » del Signore.
Più rilevante ancora è l’oracolo di Geremia (31,31-34) sulla « nuova alleanza », il più celebre di tutti gli oracoli profetici, che costituisce anche la citazione più lunga dell’Antico Testamento nel Nuovo, in Ebrei 8,8-12. Come sarà la grande, perfetta alleanza del nuovo Sinai? Come sarà il momento in cui noi avremo una comunità che sarà completamente in comunione con Dio? Ecco la risposta di Geremia: «Porrò io la mia torah nel loro animo; la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri»: non ci sarà più il maestro, il sacerdote, il profeta, il sapiente che dovrà dire all’altro: « Riconoscete il Signore ». «Perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande».

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO (2018)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2018/documents/papa-francesco_20180101_omelia-giornata-mondiale-pace.html

la mia e paolo

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO (2018)

LI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Lunedì, 1° gennaio 2018

L’anno si apre nel nome della Madre di Dio. Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna. Ma una domanda potrebbe sorgere: perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? Alcuni, in passato, chiesero di limitarsi a questo, ma la Chiesa ha affermato: Maria è Madre di Dio. Dobbiamo essere grati perché in queste parole è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso. Non c’è più Dio senza uomo: la carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre. Dire Madre di Dio ci ricorda questo: Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo.

La parola madre (mater), rimanda anche alla parola materia. Nella sua Madre, il Dio del cielo, il Dio infinito si è fatto piccolo, si è fatto materia, per essere non solo con noi, ma anche come noi. Ecco il miracolo, ecco la novità: l’uomo non è più solo; mai più orfano, è per sempre figlio. L’anno si apre con questa novità. E noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.

Lasciamoci ora guidare dal Vangelo di oggi. Della Madre di Dio si dice una sola frase: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Custodiva. Semplicemente custodiva. Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale. Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè “senza parola”. Lui, il Verbo, la Parola di Dio che «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato» (Eb 1,1), ora, nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio.

E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio. Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile. Ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore.

Maria custodiva, prosegue il Vangelo, tutte queste cose, meditandole. Quali erano queste cose? Erano gioie e dolori: da una parte la nascita di Gesù, l’amore di Giuseppe, la visita dei pastori, quella notte di luce. Ma dall’altra: un futuro incerto, la mancanza di una casa, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7); la desolazione del rifiuto; la delusione di aver dovuto far nascere Gesù in una stalla. Speranze e angosce, luce e tenebra: tutte queste cose popolavano il cuore di Maria. E lei, che cosa ha fatto? Le ha meditate, cioè le ha passate in rassegna con Dio nel suo cuore. Niente ha tenuto per sé, niente ha rinchiuso nella solitudine o affogato nell’amarezza, tutto ha portato a Dio. Così ha custodito. Affidando si custodisce: non lasciando la vita in preda alla paura, allo sconforto o alla superstizione, non chiudendosi o cercando di dimenticare, ma facendo di tutto un dialogo con Dio. E Dio che ci ha a cuore, viene ad abitare le nostre vite.

Ecco i segreti della Madre di Dio: custodire nel silenzio e portare a Dio. Ciò avveniva, conclude il Vangelo, nel suo cuore. Il cuore invita a guardare al centro della persona, degli affetti, della vita. Anche noi, cristiani in cammino, all’inizio dell’anno sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa. Per andare avanti, ci dice la festa di oggi, occorre tornare indietro: ricominciare dal presepe, dalla Madre che tiene in braccio Dio.
La devozione a Maria non è galateo spirituale, è un’esigenza della vita cristiana. Guardando alla Madre siamo incoraggiati a lasciare tante zavorre inutili e a ritrovare ciò che conta. Il dono della Madre, il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l’uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare. Perché la fede non si riduca solo a idea o a dottrina, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell’uomo. La Madre, firma d’autore di Dio sull’umanità, custodisca quest’anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori, nei nostri cuori, e nel mondo. E come figli, semplicemente, vi invito a salutarla oggi con il saluto dei cristiani di Efeso, davanti ai loro vescovi: “Santa Madre di Dio!”. Diciamo, tre volte, dal cuore, tutti insieme, guardandola [rivolto alla statua esposta accanto all’altare]: “Santa Madre di Dio!”.

 

“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

http://www.natidallospirito.com/2012/05/30/se-uno-e-in-cristo-egli-e-una-creatura-nuova-pavel-evdokimov/

“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

SPIRITUALITA ORTODOSSA

“Al principio”, nel tempo della prova decisiva per l’uomo, il fallimento clamoroso della sua opzione l’ha fatto cadere al di sotto del suo essere e l’ha immerso nella vita dei sensi e della materia; l’uomo è divenuto carnalmente e sensualmente ottenebrato. L’economia della salvezza lo innalza al di sopra del suo essere, fino al piano della nuova creatura. La dialettica di san Paolo ha qui il suo punto di partenza: “Quantunque l’uomo esterno si disfaccia, pure l’uomo interno si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16). “Avete svestito l’uomo vecchio coi suoi atti e rivestito il nuovo” (Col 3,9).
La vita spirituale si orienta da allora precisamente verso questa metamorfosi: “rivestire l’uomo nuovo”. Il “nuovo” di quest’uomo è nel fatto che egli non è più solo; più profondamente e al centro della sua trasformazione è l’ “uomo rivestito di Cristo”, “l’essere cristificato”.
I Padri prendono in un certo senso alla lettera il fatto di rivestire il Cristo e vedono in questo la proiezione, o più esattamente il prolungamento nell’uomo dell’incarnazione del Verbo, perpetuata anzitutto nel mistero eucaristico. Essi insegnano perciò non a “imitare” ma a “interiorizzare” il Cristo. Questa interiorizzazione non è una pura metafora, che forzerebbe i termini, ma ha radici profonde in Dio stesso. Se l’incarnazione riflette una certa antropomorfia di Dio (una misteriosa conformità originale la condiziona), essa rivela soprattutto e sicuramente la teomorfia dell’uomo. Da un punto di vista biblico l’incarnazione perfeziona la nostra natura fatta a immagine di Dio e rivela la struttura manifestamente cristologica della vita spirituale.
L’uomo percorre così una distanza vertiginosa all’interno del suo essere. San Paolo cita un inno della Chiesa primitiva che ha una carica dinamica esplosiva: “Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo t’inonderà di luce”. Una variante ne rafforza ancora il senso: “e toccherai il Cristo” (Ef 5,14). Questo passaggio dallo stato di morte allo stato di vita, dall’inferno al Regno, è esattamente l’itinerario della vita spirituale.
Lo spiritualismo moralizzante riduce la salvezza al perdono della disubbidienza. L’ontologia biblica, vigorosa ed esigente, conduce la catarsi (purificazione) morale verso la catarsi ontologica, e questo significa il mutamento dell’intero essere umano, anima, corpo e spirito. E’ anche l’affermazione più forte dell’esegesi patristica che sottolinea l’appello dell’evangelo alla metanoia: “Ravvedetevi perché il Regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2).; sarebbe più esatto dire “trasformatevi”, perché si tratta di un pentirsi nel senso più forte, di un mutamento completo della mentalità e di tutto l’essere umano.
L’incontro con Dio non potrebbe aver luogo nello stato della natura decaduta; esso presuppone la restaurazione preliminare della natura nel sacramento del battesimo. Il battesimo è difatti, secondo i Padri, una vera e propria nuova creazione dell’essere redento. Il pentimento – la metanoia – nel suo senso più forte dev’essere portato fino alle radici di tutte le facoltà mentali, volitive ed affettive, fino al centro dell’essere intero: corpo e spirito. Nella sua famosa dottrina sulla ricapitolazione di tutta la natura in Cristo, sant’Ireneo segue da vicino san Paolo. Il quarto evangelo lo sottolinea quando parla della “seconda nascita”; i due termini, metanoia e nascita, esprimono in modo molto chiaro questa profonda modificazione dell’essere umano e indicano la sua entrata nel mondo dello Spirito, i cui principi sono opposti ai principi di questo mondo. Tra l’essere battezzato e il non battezzato si apre un abisso, la distanza infinita delle due nature. Per sottolineare il carattere dell’assolutamente nuovo, i Padri si servono di preferenza del miracolo delle nozze di Cana, del mutamento dell’acqua in vino. Il simbolismo di questa immagine fa convergere il battesimo nell’eucarestia; in realtà l’acqua battesimale ha il valore del sangue di Cristo, insegna Nicola Cabasilas, “essa distrugge una vita e ne riproduce un’altra: … noi lasciamo la tunica di pelle per rivestire un mantello regale”.
Si comprende ora fino a qual punto la vita spirituale operi una rottura completa. Non è la stessa vita alla quale si aggiungano uffici, letture e atteggiamenti pii, ma è essenzialmente una rottura, un combattimento, una violenza che prende d’assalto i cieli e s’impadronisce del Regno. Sulla soglia di questa vita risuona la parola di san Paolo: “Ecco, ogni cosa è nuova” (2Cor 5,17).
L’evangelo ricorda il potere tremendo del principe di questo mondo; san Paolo, chiamandolo “dio di questo mondo” (2Cor 4,4), sottolinea la condizione di alienazione dell’uomo a causa delle potenze demoniache, ed è questo potere di Satana che esige la rottura radicale. Ce lo mostra il simbolismo del sacramento del battesimo: l’immersione totale significa la morte vera e totale al passato colpevole, l’emersione, la vittoria definitiva, la risurrezione alla nuova vita. Tuttavia, la “promessa” del battesimo, la “grande professione battesimale”, di fede nella Trinità, presuppone un’operazione di purificazione e un atto personale dello spirito umano. La Chiesa prende molto sul serio il potere del male e la sua ira omicida; per questo i riti antichi pongono prima del battesimo – lavacrum – il rito dell’esorcismo e della solenne rinuncia al maligno.
Il sacerdote ripete l’atto divino, soffia sul volto del “morto” il soffio di vita, analogo al soffio di vita al momento della creazione dell’uomo. Di fronte all’Occidente, regno del principe di questo mondo, dove la luce del giorno scompare, il neofita rinunzia al passato, posto sotto la potenza del nemico. Egli mima simbolicamente la lotta che dovrà sostenere per tutto il corso della sua vita spirituale; volgendosi verso Oriente, dove il giorno appare, confessa la sua fede e riceve la grazia.
Questo rituale contiene in germe l’essenziale della nuova esistenza. Negativamente, è la lotta incessante; positivamente, è la metamorfosi chiesa nella preghiera finale del battesimo, dagli accenti così paolini: “O Dio, spoglialo del vecchio uomo, rinnovalo e colmano con la potenza del Tuo Spirito Santo, nell’unione con Cristo”.
E’ l’intenso sommario della vita spirituale, il so progresso non ha mai fine: “Chi mette la mano all’altro e poi riguarda indietro non è adatto al regno di Dio” (Lc 9,62). Ogni arresto è un regresso. Il carattere totalitario della consacrazione del battezzato è confermato e sottolineato dal rito della tonsura e lo pone nell’estrema tensione di ogni istante, nell’aspirazione a ciò che è ultimo, impossibile. Il rito della tonsura, parte organica del sacramento della confermazione nella Chiesa orientale è identico a quello dell’ingresso nell’ordine monastico. La preghiera del rito dice: “Benedici il tuo servitore che è venuto a offrirti come primizia la tonsura dei capelli del suo capo!”. Il senso simbolico è chiaro, è l’offerta totale della sua vita. Passando per la tonsura, il laico si ritrova monaco del “monachesimo interiore”, sottomesso alle esigenze assolute dell’evangelo. La fedeltà del neofita resisterà alla prova del tempo e all’assalto delle tentazioni, perché il Cristo combatterà in lui, con lui.

Pavel Evdokimov

1...34567...129

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01