LUIGI PADOVESE. UN AMORE SCRITTO COL SANGUE – ASSASSINATO IL 3 GIUGNO 2010

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LUIGI PADOVESE. UN AMORE SCRITTO COL SANGUE – ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO (3 GIUGNO 2010)

del card. Angelo Scola, arciv. di Milano luglio-agosto 2012

Ho avuto più volte occasione negli ultimi anni di approfondire il legame con S.E. monsignor Luigi Padovese. In particolare, attraverso la Fondazione Internazionale Oasis, nata per incrementare la reciproca conoscenza e l’incontro tra il mondo occidentale e quello a maggioranza musulmana, avevo avuto modo di incontrarlo, di ascoltarlo raccontare la situazione dei cristiani in Turchia e di apprezzarne le grandi qualità intellettuali e spirituali. L’ho conosciuto come una persona di straordinaria sensibilità e dedizione. Dopo essere stato impegnato attivamente nel mondo accademico e della ricerca scientifica per circa un trentennio, ha accolto la nomina a vicario apostolico dell’Anatolia con grande entusiasmo e fervore, spendendosi generosamente per la sua nuova missione con un impegno unanimemente riconosciuto. Del resto mons. Padovese aveva già un’ampia conoscenza e frequentazione di quei territori, sia per gli studi patristici che per l’organizzazione di un gran numero di convegni su san Giovanni ad Efeso e su san Paolo a Tarso.
Le omelie e gli scritti pastorali contenuti in questa raccolta ci permettono di cogliere in sintesi questa singolare figura di teologo sapiente, esperto dei Padri della Chiesa e delle origini cristiane, e di pastore appassionato e sollecito nella cura pastorale del suo gregge, chiamato a svolgere il suo ministero nella terra che ha dato i natali a san Paolo e dove per la prima volta, come ci ricordano gli Atti degli apostoli, i credenti furono chiamati «cristiani».
Scorrendo queste pagine si trovano numerose testimonianze di figure che il teologo Hans Urs von Balthasar soleva chiamare «personalità totali», riferendosi alla caratteristica, così diffusa nel primo millennio cristiano, dei grandi dottori della Chiesa di essere al contempo studiosi rigorosi e pastori attenti e sensibili alla vita del popolo di Dio. Le omelie e le lettere pastorali di mons. Padovese sono, da una parte, semplici, immediate e vanno dirette al cuore dell’interlocutore; d’altra parte sono continuamente nutrite da numerose citazioni dei Padri della Chiesa e anche di autori contemporanei. Mostrano il suo profondo radicamento nella grande tradizione della fede cristiana e un’intelligente apertura alle questioni che toccano la vita della Chiesa e della società di oggi. La sua predicazione e la sua azione pastorale possono essere descritte come i due fuochi di un’ellisse: da una parte il richiamo costante e deciso a una consapevolezza chiara della identità cristiana, alla necessità di essere cristiani per convinzione e non per convenzione, nella coscienza di essere eredi dei Padri che hanno vissuto e dato la vita proprio nella terra dell’Anatolia; dall’altra la tensione all’incontro e al dialogo con chiunque, in particolare con i fedeli musulmani, con i quali monsignor Padovese intratteneva in genere ottimi rapporti e che era solito salutare con profondo rispetto.
Non a caso, ai suoi funerali nella cattedrale di Iskenderun, si è registrata una grande partecipazione di popolo e di autorità. Non solo di fedeli cristiani e di autorità della Chiesa ortodossa, con le quali aveva sempre intrattenuto relazioni di collaborazione e di stima fraterna, ma anche delle autorità e del popolo musulmano della zona. Nella sua azione e nelle sue parole non c’era alcuna forma di proselitismo, ma sempre sostegno e incoraggiamento ai cristiani perché crescessero nella fede e testimoniassero la vita buona del Vangelo, nel profondo rispetto di tutte le identità religiose e culturali.
Monsignor Luigi Padovese è stato certamente un figlio di san Francesco d’Assisi e nello stesso tempo un figlio della Chiesa ambrosiana. Il santo di Assisi ricorre spesso nelle sue omelie. Proprio il carisma del figlio di Pietro Bernardone, del resto, lo aveva persuaso ancora in giovane età a seguire Cristo sulla via dei consigli evangelici nella famiglia dei cappuccini.
Colpisce a questo proposito il fatto che anche nel suo ministero episcopale, come emerge in queste pagine, egli si sia sempre definito un «cappuccino vescovo», ossia abbia sempre sentito di dover e poter attingere al proprio carisma anche l’alimento per vivere con impegno e dedizione la responsabilità di Pastore. Lo sguardo di Francesco a Cristo, che incarna l’umiltà di Dio, e l’impegno a vivere «minores et subditi omnibus» hanno certamente segnato anche lo stile dell’episcopato di mons. Padovese. Egli ha così vissuto in se stesso quella reciprocità tra doni gerarchici e doni carismatici che permette di vivere in pienezza il ministero e di servire efficacemente la Chiesa nella sua missione anche nel nostro tempo. Inoltre, monsignor Padovese non ha mai smesso di sentirsi figlio della nostra Chiesa ambrosiana e della tradizione dei santi Ambrogio e Carlo.
Il vicario apostolico dell’Anatolia sottolineava volentieri anche il profondo rapporto tra la Chiesa ambrosiana e la Chiesa in Turchia, soprattutto attraverso la fiorente storia di santità che le accomuna in molti punti. Una testimonianza emblematica di questo è l’omelia che egli fece proprio nel Duomo di Milano nell’ottobre del 2008 in occasione della Giornata missionaria mondiale: «Io, figlio della Chiesa di Milano, mi trovo ad essere padre di quella Chiesa di Anatolia che nella storia è sempre stata legata alla comunità cristiana della nostra città. È la memoria dei santi che ha fatto da ponte, già al tempo di Ambrogio, tra Oriente ed Occidente. Vorrei ricordare santa Tecla, patrona dell’antica cattedrale, vissuta e morta nel territorio che è affidato alla mia cura; san Babila vescovo di Antiochia, il vescovo di Milano, Dionigi, morto in esilio nell’attuale Turchia e sepolto in questa Chiesa» (Omelia del 19 ottobre 2008).
Mi sembra che qui emerga un altro tratto fondamentale della personalità di monsignor Padovese: proprio perché non si cessa mai di essere «figli», si può essere «padri» e «pastori». Egli non ha mai smesso di sentirsi figlio della Chiesa ambrosiana e figlio della provincia dei frati cappuccini di Lombardia, vivendo concretamente e fedelmente questi legami. In forza di questo è diventato padre ed amico, generando tanti alla fede in Cristo.
È questo, in fondo, il senso di una citazione di Ambrogio che molto spesso Padovese richiamava al suo clero: «Non può essere riscaldato chi non è vicino al “fuoco ardente” e non può riscaldarsi per un altro chi non ha Cristo per sé». Si può dare la vita solo se non si smette di riceverla; si può comunicare l’amore di Cristo solo se ci si lascia continuamente riscaldare da questo fuoco. Certamente per monsignor Padovese sarebbe stato più comodo continuare lo studio della patristica, piuttosto che andare a fare il vescovo in un territorio difficilissimo, con pochi fedeli e ancor meno sacerdoti. In uno dei nostri incontri mi raccontò che una comunità del suo vicariato era costituita da due sole persone, oltre il sacerdote: «Ma – mi diceva – occorre assolutamente non mollare, per non perdere l’ultima chiesa rimasta su tutta la costa meridionale del Mar Nero». (…)
Monsignor Padovese sapeva benissimo a quali pericoli andava incontro lo svolgimento della sua missione. E nelle pagine di queste omelie ne troviamo una drammatica testimonianza, che risuona per tutti noi, cristiani di Occidente un po’ impagliati, come un richiamo acuto a vivere la testimonianza con rinnovata decisione.
Il vescovo Luigi, peraltro, era ben consapevole di essere pastore in una terra profondamente segnata da martiri: «Tra tutti i paesi di antica tradizione cristiana, nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo», così affermava nella lettera ai suoi fedeli nell’ottobre del 2005.
Particolarmente emblematici di questa coscienza sono poi i testi delle omelie relative all’uccisione di un suo sacerdote, don Andrea Santoro nel febbraio del 2006. In esse non mancano chiare parole di denuncia e al contempo espressioni di dialogo, che non deve mai interrompersi, e di perdono. Nel primo anniversario della uccisione del sacerdote romano, così affermava: «Chi ha pensato che, uccidendo un sacerdote cancellava la presenza cristiana da questa terra, non sa che la forza del cristianesimo sono proprio i suoi martiri… preghiamo per il suo giovane assassino. La forza del nostro perdono e della nostra preghiera lo aiuti a capire che l’amore è più forte della morte» (Omelia del 5 febbraio 2007).
Risultano infine particolarmente commoventi le omelie tenute a Stegaurach, un paese della diocesi di Bamberg, in Germania, cui monsignor Padovese era legato da lunga data. Alcune omelie risultano qui essere come una sorta di confidenza fatta ad amici intimi, come quando il 6 maggio del 2007 disse: «L’assassinio di un mio sacerdote, il ferimento di un altro, le intimidazioni ricevute, l’abbandono del sacerdozio di un giovane e poi le difficoltà di gestire una realtà molto piccola, ma complessa, mi hanno pesato e a volte mi tolgono la tranquillità ed il sonno. C’è poi il timore che all’improvviso uno o più pazzi, come è avvenuto ultimamente a Malatya, compia qualche gesto folle. Questa situazione vincola ancora i miei movimenti perché mi rendo conto che ormai tutto è possibile» (Omelia del 6 maggio 2007 in Germania).
Queste evidenti difficoltà non hanno tuttavia impedito a questo figlio di san Francesco d’Assisi di avere sempre un cuore lieto, facendo eco alla espressione di san Paolo: «nel dolore lieti», e nemmeno gli hanno impedito di continuare ad amare la Turchia, il popolo turco e soprattutto la Chiesa che gli è stata affidata, come afferma nell’ultima omelia riportata in questa raccolta, tenuta pochi giorni prima del suo assassinio: «Se oggi mi si chiedesse: sei contento di essere dove sei? Risponderei certamente di sì. Le difficoltà non hanno ridotto, ma anzi aumentato l’amore per questa Chiesa piccola ma importante. È facile amare quando tutto va bene e funziona, eppure tutti sappiamo che l’amore si misura nella prova» (30 maggio 2010).
Nella vita donata di questo pastore troviamo così sintetizzata l’urgenza dei cristiani nel nostro tempo, ossia l’impegno alla testimonianza: ad essere quel tramite misterioso tra Dio che si comunica a noi e l’uomo nostro fratello.
Cristo – il testimone fedele e verace, come leggiamo nel libro dell’Apocalisse, rimane contemporaneo attraverso la testimonianza dei fedeli, che corroborati ogni giorno dalla Parola di Dio, nutriti dal sacramento dell’Eucaristia e sostenuti dalla comunione ecclesiale, si espongono inermi nella relazione con l’altro, non in forza di una propria idea, ma di quella verità amorosa di Dio che ci è stata donata in Cristo, come ci insegna mons. Padovese già nel suo motto episcopale, ispirato a san Giovanni Crisostomo: In Caritate Veritas.
Infatti, come ci ricorda Sua Santità Benedetto XVI, «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo» (Sacramentum Caritatis, 85).
Infine, la pubblicazione di questo volume di omelie e di scritti pastorali di monsignor Luigi Padovese, torna a sollevare una richiesta urgente dalla quale dobbiamo tutti lasciarci interrogare: non dobbiamo lasciare sola la Chiesa di Turchia ed in generale i cristiani in Medio Oriente.
La preoccupazione che fu di mons. Luigi Padovese risuona come un monito a ciascuno di noi: ci sono cattolici, sacerdoti, laici, consacrati, disposti a giocarsi in prima persona per sostenere la presenza cristiana in quelle terre? Possa il suo esempio e quello di tutti coloro che hanno dato testimonianza fino al dono della vita stimolare i cristiani all’impegno per la nuova evangelizzazione, di cui abbiamo veramente bisogno.

(Questo testo è tratto dal volume La verità nell’amore. Omelie e scritti pastorali di mons. Luigi Padovese, di cui rappresenta l’Introduzione)

IL RAPPORTO LEGGE-LIBERTÀ NEL PENSIERO DI PAOLO – † LUIGI PADOVESE

http://www.cccsanbenedetto.it/Pagina_CCC/I_nostri_incontri/conferenza_legge-liberta.doc.

SAN BENEDETTO CENTRO CULTURALE CATTOLICO

La fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta,  non intensamente pensata, non fedelmente vissuta, Giovanni Paolo II

(non mi sembra di averlo messo)

In occasione dell’Anno Paolino, il Centro Culturale « Alle Grazie » della comunità domenicana della Basilica di Santa Maria delle Grazie di Milano, il Centro Culturale Cattolico San Benedetto, la Fondazione Vittorino Colombo e il Coordinamento regionale dei Centri Culturali Cattolici della Lombardia hanno organizzato la mostra su San Paolo « Sulla via di Damasco. L’inizio di una vita nuova » e tre serate di approfondimento una era stato sul tema « La legge e la libertà » Mons Padovese era stato ospite del Centro Culturale San Benedetto Venerdì 3 aprile 2009 insieme a padre Paolo Garuti (domenicano, biblista, docente di Scienze bibliche presso la Pontificia Università S. Tommaso di Roma e l’École Biblique di Gerusalemme) La serata era stata presentata da Luca Tanduo e Paolo Tanduo fondatori del Centro Culturale Cattolico San Bendetto

IL RAPPORTO LEGGE-LIBERTÀ NEL PENSIERO DI PAOLO

 † L U I G I   P A D O V E S E   

VICARIO APOSTOLICO DELL’ANATOLIA E PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TURCA

 E’ stato il documento conciliare Gaudium et spes a rilevare che « mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto di libertà » . Concetti analoghi ritroviamo nell’istruzione Libertà cristiana e liberazione della Congregazione per la dottrina della fede. Nel testo in questione si legge che « la coscienza della libertà e della dignità dell’uomo, congiunta con l’affermazione dei diritti inalienabili della persona e dei popoli, è una delle caratteristiche del nostro tempo » .  Queste considerazioni poggiano sul fatto storico che l’accresciuta consapevolezza della libertà è stata una delle forze principali nel plasmare la nostra civiltà. A modo di premessa va precisato che la libertà non costituisce un bene per sé stesso, un valore finale. Ciò che è appetibile per sé stesso è possedere il proprio fine sino al punto in cui ogni appetizione viene meno. Da questo punto di vista la libertà non è nient’altro che lo stile umano, il modo umano di autodeterminarsi nella scelta e nell’esecuzione della scelta.  Il cammino storico che porta a questo concetto generale di libertà si sviluppò originariamente nella Grecia e nelle sue colonie. Qui il concetto di libertà s’è via via precisato ‘per contrasto’ : nell’opposizione tra schiavo e padrone; all’interno della città, tra cittadino con diritti e chi non li aveva; all’interno del mondo antico, tra le libere città greche e i persiani. La riflessione filosofica greca ha concorso a meglio definire la libertà della persona come « libertà spirituale » caratterizzata dalla piena padronanza di sé e dall’emancipazione da condizionamenti esterni .  Il sentimento di libertà, espresso nel pensiero greco, si è successivamente fuso, arricchendosi, con il messaggio cristiano contribuendo alla nascita del sentire odierno. Lo stesso fenomeno di arricchimento si può constatare anche in altri ambiti. Basterebbe rilevare l’incidenza che la riflessione trinitaria e cristologica della Chiesa antica ha avuto nel definire il senso dell’esistenza umana, già precedentemente intravisto dalla filosofia greca. Espressioni come « persona », « dignità personale », « dialogo », rimarrebbero suoni vuoti se non avessero trovato una prima applicazione in teologia, divenendo in un secondo momento oggetto dell’antropologia. E’ stato, infatti, dimostrato che « nella storia dello spirito occidentale la concezione del Dio personale, in particolare quella trinitaria, appare come uno dei presupposti essenziali, se non come il più essenziale, della possibilità di una soggettività libera, dello sviluppo dei diritti umani come diritti soggettivi di libertà » .  Uno sviluppo analogo non si constata nell’ambito culturale di altre religioni . Veramente il discorso su Dio e su Cristo ha stimolato e allargato le conoscenze sull’uomo ed ha sensibilmente contribuito ad affermarne il valore profondo. Tanto per esemplificare, osserviamo come la lotta per il riconoscimento della dignità e libertà umana trovi, in ambito originariamente cristiano, motivazioni e impulsi a partire dalla ‘parentela’ intrecciata da Dio con l’uomo e rafforzata in Cristo. Le teologie che leggono la storia della salvezza come evento di libertà e per questa strada vogliono liberare l’uomo dalle diverse schiavitù odierne, scoprono il loro fondamento ultimo nel testo di Gn 1,26 (« Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ») e nella constatazione che « il Verbo si è fatto carne ».  Queste considerazioni sul rapporto tra teologia e antropologia in ordine al tema della dignità e libertà umana, non impediscono di riconoscere che l’idea di libertà, maturata con l’apporto determinante anche se non esclusivo del cristianesimo, non è più un concetto omogeneo; anzi è talmente esposta a fraintendimenti da indurre a credere che la crisi dell’Occidente sia una crisi dell’idea di libertà . Come non osservare che la parola libertà, inflazionata sino alla svalutazione, serve a giustificare un atteggiamento di  indifferenza verso gli altri, di apparente tolleranza che – tutto sommato – nasconde una mentalità relativista sia in ambito sociale che privato? Non è forse vero che l’uomo è libero ma non sa più perché (libero da, libero di, ma non libero per?)  E’ vera libertà la mancanza di vincoli? E’ vera libertà il semplice fatto di disporre di beni di consumo come vorrebbe farci credere una società di mercato che riduce questo concetto all’autogestione dell’uomo su se stesso e alla funzione dell’avere?  Non è forse vero che libertà e scelta nella cultura odierna sono divenuti sinonimi? Una tale idea di libertà è certamente riduttiva, perché non rispetta la struttura comunicativa, relazionale dell’uomo.  E’ la libertà dell’individuo, non della persona.  In riferimento al mondo occidentale il sociologo Ulrich Beck ha recentemente osservato che « la nostra vera ‘malattia’ non è una crisi, ma la libertà, o, più precisamente, sono le conseguenze involontarie e le forme in cui trova espressione  quel sovrappiù di libertà che…domina ormai la nostra vita quotidiana » .  Dinanzi a questo stato di cose un rimando al concetto cristiano di libertà risulta utile per comprenderne la specificità. La libertà cristiana possiede infatti un carattere identitario.  E’ noto come sulla bocca di Gesù la parola ‘libertà’ sia del tutto assente. E nondimeno è fuori dubbio che tale concetto impronta tutti i suoi ‘facta et dicta’.  Basti riandare a Marco che « come nessun altro ha scritto il vangelo della libertà » .  Certo, se la libertà costituisce il ‘tratto caratteristico’ di Cristo e la sua storia come ci è presentata, ha una rilevanza teologica, allora la sua libertà diviene l’elemento di verità e di autenticità del discepolo . Detto altrimenti, la realtà di Gesù, uomo libero che libera, non può non riflettersi nel movimento che a lui si richiama. Insomma, non si può essere ed agire da schiavi alla sequela di un libero. Pur lontani dalla tendenza di proiettare in Gesù i nostri desideri, facendone un simbolo che non è più sé stesso, non si può tuttavia dimenticare che proprio nella libertà i discepoli e la comunità primitiva hanno ‘riletto’ la vicenda umana di Cristo. Il filtro di lettura del solo ‘amore’ con il quale è stata poi intesa la personalità di Gesù non deve lasciare in penombra questo aspetto essenziale. Questa libertà/liberazione che traspare da tutto il comportamento e dalle parole di Gesù ha trovato particolare sviluppo nella riflessione di Paolo che  ne ha fatto una parola chiave dell’annuncio cristiano. Nelle sue lettere l’apostolo s’è trovato a dare soluzioni concrete  per delle comunità non ben strutturate all’interno di un mondo multietnico e multireligioso, ma anche singolarmente per dei neofiti con un’identità in formazione e con quesiti precisi che richiedevano una netta  presa di posizione (culto degli idoli, lavoro, sesso, rapporto con il potere politico, rapporto con i pagani, ecc). L’impegno di Paolo è stato quello di  tradurre in vita concreta le conseguenze della fede in Cristo. Ciò spiega perché la tematica della libertà che l’apostolo ha reso un termine fondamentale del suo annuncio è stata affrontata con sfumature diverse sulla base di differenti sollecitazioni. Né va dimenticato che questo annuncio andava poi indirizzato a persone viventi in un ambiente diverso da quello originario della Palestina.   Pur senza tradire l’ispirazione di fondo del messaggio teocratico radicale di Gesù, afamiliare e apolide – impraticabile nelle comunità cittadine ellenistiche – l’apostolo l’ha reso accessibile a uomini e donne viventi in sedentarietà. Evidentemente il passaggio dell’annuncio cristiano dall’ambito aramaico a quello greco ha significato anche un mutamento a livello di contenuti e di rappresentazioni assunti dal bagaglio culturale ellenistico. Lo stesso richiamo paolino alla libertà presentata come il vero segno caratteristico dei cristiani e della comunità, rientra in questo processo di adattamento o d’inculturazione. Nessuno tra gli autori del NT vi ha dedicato tanto interesse quanto Paolo per il quale « la libertà precede l’obbligazione, ogni tipo di obbligazione. Proprio in ciò il messaggio cristiano, secondo l’Apostolo, si dimostra letteralmente eu-anghellion, cioè annuncio buono e lieto, tale che è un sollievo ascoltarlo: perché in prima battuta esso non impone prescrizioni da osservare, ma propone una libertà da accogliere gratuitamente e da fare propria » .  Se è pur vero che il rimando alla libertà, addotta quale criterio identitario del cristiano, risente dell’adattamento all’ambiente ellenistico al cui interno l’apostolo opera, non è meno vero che la centralità data alla libertà  risente della sua esperienza personale sulla via di Damasco. E’ qui che egli fa l’esperienza della grazia,  termine che nel suo linguaggio ha il senso fondamentale  di « benevolenza » .   A Damasco Paolo comprende che l’uomo autocratico, vive una ‘religiosità di scambio’, per la quale ritiene che Dio gli debba qualcosa se adempie i suoi comandamenti. E’, insomma,  l’uomo che si giustifica, non il « giustificato », e – per conseguenza – colui che vanifica l’azione salvifica di Cristo. Che senso ha la sua incarnazione, morte e resurrezione se si può fare a meno di Lui?  Il fatto di sentirsi un ‘graziato’, senza alcun merito, apre gli occhi dell’apostolo ad una nuova immagine di Dio che segnerà tutto il suo cammino. D’ora innanzi Cristo diviene  il riferimento fondamentale ed imprescindibile della sua esperienza religiosa. E’ per questa ragione che ai Galati, in termini appassionati, scrive: « Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (2,20).  Nello spostare il baricentro da una religiosità che  pone al centro l »io dell’uomo anziche il ‘tu’ di Dio, Paolo – attraverso la sua esperienza personale – ci mette in guardia dall’abbaglio di fissarsi su un’immagine di Dio che ne altera i tratti e che presume di misurare l’incommensurabile. Non era lui, Saulo, che, nel nome di Dio, perseguitava i cristiani? Non apparteneva a quanti anche in seguito li avrebbero messi a morte, pensando così di dar gloria a Dio? Ancora ai nostri giorni vediamo terroristi che fanno stragi nel nome di Dio. Tutto questo mostra quali implicazioni pratiche contradditorie si diano nel riferirsi a Dio e come non di rado lo si misuri con un metro umano.  Nell’incontro con Cristo a Damasco l’apostolo ha inteso che l’amore costituisce il primo e più importante principio ermeneutico della fede cristiana che non potrà mai limitarsi ad un semplice assenso della mente se il cuore non è coinvolto. La cosiddetta « conversione » di questo orgoglioso fondamentalista ebraico che aveva identificato l’amore per la Legge con l’aggressione ai dissidenti cristiani ,  indica ora adesione « a una persona viva e liberante come Gesù Cristo, capace di orientare in una nuova direzione non solo le energie umane di cui si dispone, ma anche i propri valori religiosi di origine » . Questo spiega perché l’apostolo, riferendosi alla sua vicenda personale, non abbia mai parlato di un « convertirsi, ravvedersi », « ricredersi », « cambiare ». L’esperienza di Damasco è piuttosto « chiamata », « elezione, « rivelazione » nella quale anche la fase precristiana  ha trovato un senso. C’è così un rapporto di continuità/discontinuità rispetto al passato. D’ora innanzi la Legge per il Paolo ‘convertito’, non sarà più la stessa del Paolo ‘osservante fariseo’. La parola rimane, ma il contenuto cambia. E’ la Legge in Cristo che non conosce obbligazione né paura. E’ la legge della libertà, dal momento che l’amore esclude ogni imposizione ed è ben diversa dalla Legge precedente posta sotto l’imperativo del « dovere ». Ora, secondo Paolo, « il ‘devi’ è diventato un ‘voglio’. La Legge cristiana ha quindi nella libertà il suo fondamento e ciò contrariamente alla concezione greca dove è la legge a fondare la libertà E’ la legge dei figli, ammesso che si possa ancora parlare di legge quando non si è più schiavi, ma figli (Gal 4,3-7). Questi concetti, espressi nella Lettera ai Galati scritta da Paolo presumibilmente da Efeso attorno al 57, sono sviluppati in contesto polemico all’interno della primitiva comunità cristiana . La questione riguardava il ‘peso’ da attribuire alla Legge e, per conseguenza, all’opera redentiva di Cristo  Dopo aver sperimentato la sua cosiddetta ‘conversione’ come una liberazione, l’apostolo comprende che  l’idea di pervenire alla libertà mediante la legge ai suoi occhi è un fallimento . Pertanto collegherà la libertà soltanto con Cristo e non con la legge, come avveniva nello stoicismo e nel giudaismo nel quale si riteneva che fosse l’osservanza della Torà a rendere libero l’uomo Questa concentrazione sulla Legge, però, poteva alla lunga lasciare in penombra Dio stesso Per questa strada si giunse ad attribuire alla Legge dei tratti quasi divini e l’uomo che si riteneva libero, di fatto si trovò schiavo di un dovere che non poteva mai compiere perfettamente. E’ il dramma (di Sisifo) che contrassegna certo giudaismo e che Paolo, da buon fariseo, metterà in luce affermando che l’uomo non è così libero e la legge non cosi liberante come si pensa. La liberazione e la libertà vanno cercate altrove e in altro modo. Contrariamente a questo convincimento, tra i cristiani della Galazia da lui evangelizzati, alcuni missionari giudeo cristiani predicano il ritorno alle osservanze giudaiche in vista della salvezza. Per costoro la legge costituirebbe ancora una condizione o requisito necessario per entrare nella comunità . Il fatto di sentirsi ancora parte d’Israele li induce a richiedere ai convertiti la pratica della circoncisione e l’osservanza delle legge, così come si richiedeva ad un ‘proselito’. Per contro Paolo insiste che i gentili non abbisognano delle legge di Mosé per essere membri del popolo di Dio. L’osservanza della legge, come pure la circoncisione (cf Gal 6,15) non possono valere come requisiti fondamentali per l’ammissione alla comunità. Si tratta ormai di realtà indifferenti (« Essere circoncisi o non esserlo non conta nulla », 1Co 7,19), poiché la giustificazione proviene esclusivamente da Cristo.  Affermare – come predicavano gli ignoti missionari contrari a Paolo – una giustificazione attraverso la legge significava vanificare l’azione di Gesù . Ma ciò era evidentemente in linea con il pensiero giudaico per il quale « accettare la legge e vivere in conformità con essa era il segno e la condizione di una situazione di privilegio » . Togliendo invece valore alla legge Paolo veniva automaticamente a negare il concetto di elezione.  Intorno a questi concetti si svilupperà la riflessione paolina su Cristo che, giustificando l’uomo, lo rende libero. La libertà, dunque, esprime lo ‘status’ del credente in Cristo.  In quanto cittadino della città celeste, Gerusalemme, che è nostra madre e che è libera (cf Gal 4,24-31), anch’egli è libero .  Con altra immagine, Paolo presenta questa libertà anche come effetto ed espressione della nuova condizione di figli (cf Gal 4,3-7). E’ una libertà che inerisce all’essere del cristiano e non va vista tanto come libertà  di scelta ma come uno stato salvifico duraturo. Libertà in Cristo prima che libertà da… o per…. Non si tratta, poi, di una libertà ‘qualità’  che viene ‘conquistata’ : essa è piuttosto frutto dell’evento escatologico di Cristo  che « ci ha liberati per la libertà »(Gal 5,1). Dicendo così, Paolo mette in luce un doppio aspetto : a.l’uomo non può liberarsi da solo, ma abbisogna di un redentore. b.la libertà è un dono e il fine della sua azione salvifica .  Nell’insegnamento dell’apostolo è mediante il battesimo che l’uomo acquisisce questa libertà. Da quel momento – direbbe Paolo -  « sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me »(Gal 2, 19b-20a).  In altre parole la libertà per Paolo è dono ed è espressione di un nuovo stato ontologico. Essa poi « permane nella dipendenza, perché il vivere  nella grazia non costituisce uno stato chiuso, ma un dono continuamente accolto in libertà » .  Quali gli effetti di questo essere « stati uniti a Cristo mediante il battesimo »(Gal 3,27)? Nel possesso dello stesso dono e della stessa dignità, cadono le separazioni precedenti e si crea un nuovo spazio di libertà: uno spazio di uguaglianza, fraternità, amore vicendevole . Ora « non ha più importanza alcuna l’essere ebreo o pagano, schiavo o libero, uomo o donna, perché uniti a Gesù Cristo, siete diventati un sol uomo »(Gal 3,28). Liberato dal proprio passato, il cristiano è libero per il futuro. Crolla il « dominio degli spiriti che governavano il mondo »(Gal 4,3), vengono meno le prescrizioni riguardanti osservanze di tempi speciali, cibi(cf Gal 4,10). Il ‘mangiare insieme’ con cristiani dalla gentilità è divenuto un ‘adiaphoron’ (cf Gal 2,11). Ma è soprattutto ridimensionato il senso della legge. La nuova via della fede libera da essa, eppure non si tratta d’una libertà assoluta dal momento che è « la libertà che abbiamo in Cristo »(Gal 2,4). Questa ha piuttosto una sua norma (Legge di Cristo) nella parola della croce di Gesù « attraverso la quale il mondo è per me crocifisso ed io per il mondo »(Gal 6,14). E’ in questa esperienza della croce e dell’essere crocifisso con Cristo che la libertà cristiana trova la sua vera essenza. Se perciò Paolo proclama « Dio vi ha chiamati a libertà »(Gal 5,13), subito dopo aggiunge : »Ma non servitevi della libertà per i vostri comodi »(Gal 5,13). Libertà e amore del prossimo sono perciò due facce della stessa medaglia.  Il legame inscindibile di libertà ed amore è ulteriormente sviluppato nella 1Co che Paolo scrisse pure  da Efeso (cf 1Co 16,8) verso il 57.  In essa l’apostolo presenta la libertà interiore come indipendenza dell’uomo dalla sua condizione sociale divenuta ormai indifferente. Ora essere libero o schiavo importa relativamente dal momento che la chiamata alla fede prescinde da tutto ciò. « Chi era  schiavo quando il Signore lo ha chiamato alla fede, è già diventato un uomo libero che è al servizio del Signore. E, viceversa, chi era un uomo libero quando il Signore lo ha chiamato alla fede, è diventato ora uno schiavo di Cristo »(1Co 7,22).  Questa libertà interiore, stando alle parole di Paolo, è altresì indipendenza dal destino che sembrerebbe ‘possedere’ l’uomo. Ormai « tutto è vostro: il mondo, la morte, il presente e il futuro. Voi invece appartenete a Cristo e Cristo appartiene a Dio »(1Co 22-23). Chiaro il senso di queste espressioni: la libertà è un bene che scaturisce dalla constatazione che « voi – commenta l’apostolo – non appartenete più a voi stessi perché Dio vi ha fatti suoi riscattandovi a caro prezzo »(1Co 6,19-20).  Queste affermazioni si comprendono in relazione a quel gruppo di cristiani ‘pneumatici’  di Corinto che avevano inteso malamente il suo annuncio di ‘libertà’ per vivere a loro modo, facendo i propri comodi. Costoro partivano da una falsa teologia della resurrezione che ignorava la croce, fraintendevano il senso dell »escatologia in atto’ come se fossero già perfetti e proclamavano la libertà di coscienza come bene addirittura superiore alla carità verso i più ‘deboli’. Sentendosi ormai risuscitati con Cristo (cf Ef 2,6; Col 2,12-13) attraverso il battesimo, essi nutrivano l’idea di essere cittadini del cielo, non più vincolati alle ‘leggi’ della terra. E’ chiaro che questo  sentire aveva riverberi concreti.  L’apostolo non contesta l’affermazione di principio che costoro usavano e che egli riporta tre volte: « Posso fare tutto quel che voglio »(1Co 6,12; 10,23). « E’ vero » – soggiunge Paolo -  eppure egli sottopone il concetto gnostico di libertà ad una griglia di interrogativi che ne mettono a nudo i fondamenti :   1. l’uso della libertà è sempre finalizzato al bene ? (cf 1Co 6,12a)   2. è libertà lasciarsi vincere dall’impulso del momento ? (cf 1Co 6,12b)   3. è sempre utile l’esercizio della libertà ? (cf 1Co 10,23a)   4. serve al bene della comunità ? (cf 1Co 10,23b).  Con questa serie di impliciti interrogativi Paolo stabilisce una norma tipicamente cristiana: « quando la libertà e l’amore entrano in conflitto, è la libertà che deve cedere il passo all’affermazione dell’amore. La libertà ad ogni costo può essere segno di immaturità e di infantilismo, mentre l’amore è sempre segno di vita adulta e responsabile » . Occorre sottolineare che Paolo, nel trattare questi temi concernenti la morale dei suoi lettori,  non ha fatto uso del suo potere di apostolo (??o????) . Piuttosto « rimprovera, consiglia, ordina, ma sempre portando ragioni per persuadere, come si fa con gli uomini adulti, mai imponendo semplicemente il suo parere. Bisogna raggiungere la maturità con l’uso stesso della libertà, correndo il rischio di commettere errori » . E dunque « dinanzi alla libertà pericolosa dei Corinti, egli non la limita dando norme, ma la educa facendo emergere con la sua argomentazione il senso di responsabilità per gli altri » . A questo proposito – ma anche per giustificare il suo operato da accuse che proprio a Corinto gli si muovevano – Paolo propone il suo esempio. « Non sono libero io ? Non sono forse apostolo ?…Io sono libero. Non sono schiavo di nessuno. Tuttavia mi sono fatto schiavo di tutti, per portare a Cristo il più gran numero possibile di persone »(1Co 9,1.19). La libertà della quale egli aveva usato era quella di farsi « schiavo di tutti »(1Co 9,19) : una libertà dell’amore .  E’ ancora questo tipo di libertà che l’apostolo proclama a quei Corinti i quali mangiavano carne immolata agli idoli scandalizzando i deboli (« Qualcuno mi obietterà: ‘Ma perché la coscienza di un altro deve limitare la mia libertà ?’ » 1Co 10,29). Secondo l’apostolo, la libertà deve piegarsi al rispetto della coscienza altrui, anche se ‘debole’. E anche qui l’apostolo può richiamarsi al principio che regola i suoi atti e che traluce dalla sua vita: la ricerca del bene altrui (« Comportatevi come me, che in ogni cosa cerco di piacere a tutti. Non cerco il mio bene personale, ma quello di tutti, perché tutti siano salvati » 1Co 10,33).   E’ certo significativo che negli scritti neotestamentari successivi a Paolo gli accenni alla libertà cristiana siano pressoché scomparsi. Soltanto in Gc 1,25.2,12 ed in 1Pt 2,16 vi si fa riferimento. Sembra ridotto l’entusiasmo che animava le prime comunità le quali devono ora confrontarsi con problemi che non potevano che ridimensionare il concetto di libertà. Come scrive E. Käsemann « la libertà non è più la corrente impetuosa che trascina l’intera vita sia del singolo credente che della chiesa, ma è uno dei molti ruscelli cui la comunità si abbevera per il suo ammaestramento » .  Ad un siffatto mutamento hanno concorso diverse cause: il bisogno di stabilità e l’emergere di un sistema patriarcale, lo sfumarsi del sentire escatologico, l’affermarsi dell’episcopato e la conseguente istituzionalizzazione dei carismi, e – non da ultimo – le eresie, gli scismi, ovvero tutti  gli sbagli umani che portavano ad essere guardinghi.  In questa temperie di circostanze la libertà cristiana non è stata soppressa ma comprensibilmente « posta sotto controllo ed in un certo senso anche incanalata » .  Eppure l’esperienza di Gesù e del suo apostolo è sempre lì ad indicarci qual è il cammino da percorrere e il mondo sta ancora e sempre attendendo la rivelazione « della gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rom 8,21), ossia la nostra testimonianza identitaria di cristiani che si oppongono alla pressione sociale ed alle regole occulte imposte dall’individualismo e dalla mercificazione globale che stanno minando la libertà.  Paolo ci ricorda che possiamo essere liberi da e liberi di, se anzitutto siamo liberi in Cristo.  Come ha scritto anni fa l’esegeta tedesco Ernst Käsemann: » Nulla di più noi dobbiamo dargli (al mondo) e gli rifiutiamo l’evangelo se non schiudiamo ai suoi occhi questa libertà, non come un’utopia, ma come chiamata e dono di Gesù » .

 

in memoria di mons. Luigi Padovese: Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010

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IN MEMORIA DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010

il libro pubblicato che lo ricorda

in memoria di mons. Luigi Padovese: Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010 dans ARCIVESCOVI E VESCOVI - CLERO La-verità-nellamore-Luigi-Padovese-315x450-150x150

ROMA, martedì, 29 aprile 2012 (ZENIT.org) – Il 3 giugno 2010 fu ucciso in Turchia – secondo modalità che possono essere defintie in odium fidei – il frate cappuccino, professore e vescovo monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia. A due anni dalla scomparsa la ricorrenza sarà ricordata in diversi luoghi con celebrazioni e incontri.
Venerdì 1 giugno, presso il Monastero S. Chiara di Camerino, nel programma in preparazione alla solennità di santa Camilla Battista Varano, sarà ricordato mediante una santa messa alle ore 18.00, ricordando la lettera che inviò alla stessa comunità di clarisse – quasi un Testamento – poco prima della morte.
Domenica 3 giugno, anniversario della morte – che « casualmente » coincide con lo stesso giorno del decesso del beato Giovanni XXIII anche lui vescovo in Turchia per un decennio – presso il Santuario Antoniano dei Protomartiri Francescani di Terni sarà celebrata una santa messa da p. Paolo Martinelli, ofmCap confratello e collaboratore e successore di monsignor Luigi Padovese e autore del libro Mons. Luigi Padovese. Uomo di comunione (Editrice Velar, Gorle 2011).
In occasione del 2° anniversario della morte di mons. Luigi Padovese, l’Istituto Francescano di Spiritualità (IFS) propone per giorno martedì 5 giugno 2012 due momenti significativi:
- Presso la Pontificia Università Antonianum, nell’Aula A, alle ore 16.30, si svolgerà la presentazione del volume di Mons. Luigi Padovese, La Verità nell’amore. Omelie e scritti pastorali (2004-2010), con la prefazione del cardinale Angelo Scola (Edizioni Terra Santa, Milano 2012).
Interverranno: Prof. Priamo Etzi, OFM, Rettore magnifico della PUA; Fr. Raffaele della Torre, OFMCap, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Lombardia; Prof. Paolo Martinelli, OFMCap, Preside IFS; S.Ecc.Prof. Kenan Gürsoy, Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede; Prof. Romano Penna, Pontificia Università Lateranense e Francesca Cocchini, docente presso l’Università « La Sapienza ». Modera: la prof.ssa Maria Grazia Mara, dell’Università « La Sapienza ».
- Presso la Chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, alle 19.30, si terrà la Santa Messa presieduta da fr. Mauro Jöhri, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
In questa occasione verrà offerto alla chiesa, dedicata al martiri del nostro tempo, un oggetto-simbolo, appartenuto a mons. Luigi Padovese, in ricordo del suo impegno per la diffusione del Vangelo e per il dialogo tra popoli e religioni.

LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE (Un testo inedito di mons. Luigi Padovese 2010, in memoria)

http://www.zenit.org/article-25052?l=italian

LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE

Un testo inedito di mons. Luigi Padovese

ROMA, venerdì, 24 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un testo inedito dal titolo « Caro capax salutis: la spiritualità dell’Incarnazione d’Ireneo di Lione » scritto dal Vescovo Luigi Padovese, frate cappuccino, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun, in Turchia, il 3 giugno scorso.

* * *
Con Ireneo ci troviamo nella seconda metà del secolo II, in un periodo nel quale la Chiesa reagisce contro le riduzioni e le false letture del cristianesimo operate dallo gnosticismo. L’opera del vescovo di Lione va situata e letta, perciò, entro un preciso contesto polemico. Gli interessi d’Ireneo sono di ordine prevalentemente dogmatico, eppure su questa base è possibile risalire per via analitica alla sua spiritualità che “risponde alla tradizione pubblica apostolica ereditata da Policarpo e da altri insigni presbiteri, discepoli dell’evangelista Giovanni”. Il pensiero d’Ireneo è tutto volto a recuperare o a ravvivare la convinzione che l’unico Dio fin dal principio s’è preso cura di tutto l’uomo (anche della carne), e di tutti gli uomini (non soltanto gli ‘spirituali’). […]
La storia di Dio, attraverso il Verbo e lo Spirito Santo, si rende presente all’uomo per predisporlo alla incorruttibilità. Senza questa presenza divina l’uomo cesserebbe di esistere, infatti come “la gloria di Dio è l’uomo vivente, [così] la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio. Di questa manifestazione il punto centrale diviene l’incarnazione. Su di essa si erge tutta la speranza d’Ireneo. Infatti “nei tempi passati si diceva che l’uomo era fatto a immagine di Dio, ma ciò non appariva perché il Verbo era ancora invisibile: per questa ragione la rassomiglianza s’era facilmente perduta. Ma quando venne il Verbo egli mostrò la vera immagine e ristabilì la somiglianza in modo stabile, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile per mezzo del Verbo visibile”. È questo rapporto di similarità tra il nostro essere e quello di Cristo – rapporto preordinato da Dio – che dà significato all’incarnazione. Col farsi ‘carne’, Cristo è divenuto il modello per ogni carne che in Lui e per Lui è aperta alla salvezza e ‘si scopre’ ad immagine di Dio. Guardando Cristo l’uomo prende coscienza della propria dignità e del destino cui Dio lo chiama. In questa luce, la speranza cristiana è una ‘speranza incarnata’. Non proviene dall’alto, come una specie di ‘deus ex machina’ che vince la disperazione dell’uomo impotente. Essa, piuttosto, viene dalla terra, come la Verità: “Veritas de terra orta est” (Sal 84,12). Come è stato un uomo a privarci della speranza, così dev’essere un uomo a restituircela. La speranza dell’uomo, insomma, nasce dall’uomo. È in questa prospettiva che vanno collocati i frequenti rimandi d’Ireneo al carattere realissimo dell’umanità di Gesù.
Che salvezza avrebbe potuto sperare l’uomo se il Salvatore non avesse assunto la sua realtà? E che tipo di speranza avrebbe dovuto nutrire questo uomo se Gesù non gli avesse insegnato come sperare? Il Cristo, allora, per Ireneo diviene l’oggetto ed il maestro della speranza. Ne è l’oggetto proprio attraverso la sua carne terrena. Difatti “sulla carne del nostro Signore irrompe la luce del padre, e brillando a partire dalla sua carne, viene su di noi, e così l’uomo giunge all’incorruttibilità”. E altrove: “Se non è nato [Cristo], neanche è morto; e se non è morto, neanche è risorto dai morti. E se non è risorto dai morti, neanche ha vinto la morte, e non è stato distrutto il regno di questa; e se non è stata vinta la morte, come ci innalzeremo alla vita noi, sin dall’inizio soggetti alla morte?” Di questa speranza si mostra, poi, il maestro per tutti gli uomini avendo passato le età dell’uomo e quindi fattosi partecipe dell’esperienza d’ognuno. Questa piena condivisione, trova naturalmente delle applicazioni concrete. Nel momento delle tentazioni, ad esempio, non è il Figlio di Dio che vince il demonio, ma il Figlio dell’uomo. “Le sue armi furono, da un lato, la preghiera e la santità di vita, e dall’altro la ‘parola di Dio’ evocata nella sua vera luce per dissipare la frode e docilmente accettata. Non dovette far ricorso al miracolo: gli bastò essere docile alla parola del Creatore. Il potere del Verbo gli si lasciò sentire, più che per comunione ipostatica con lui, mediante la fede nella Parola di Dio, norma della propria vita in corpo ed anima. Per la stessa ragione, anche nella passione è l’uomo Cristo che, proprio in forza della sua umanità ci insegna a lottare e a vincere il demonio. Il carattere ‘esemplare’ dell’agire di Cristo è messo in evidenza da ireneo nel testo che segue: “Se non ha patito davvero, non gli si deve alcuna gratitudine, non essendoci stata la passione. E quando noi dovremo soffrire veramente, apparirà come un impostore esortandoci a porgere anche l’altra guancia, quando si è percossi, se non ha patito veramente egli inganna anche noi esortandoci a sopportare ciò che lui stesso non ha sopportato; e noi saremo al di sopra del maestro, patendo e sopportando ciò che il maestro non ha patito e non ha sopportato”. Resta comunque vero che se Cristo diviene causa esemplare della nostra speranza, non è soltanto in forza della sua umanità. Pertanto “quanti dicono che egli è stato generato da Giuseppe, scrive Ireneo, ed hanno speranza in lui, si escludono dal regno”. Il motivo di queste parole è evidente: il Verbo doveva essere uomo per mostrar la bontà della carne da Lui creata e perché il demonio che aveva vinto l’uomo fosse ora sconfitto da un uomo. Al tempo stesso, però, occorreva che fosse Dio a venirci incontro perché “se non fosse stato Lui a donarci la salvezza, non l’avremmo ricevuta stabilmente. E se l’uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto divenire partecipe della incorruttibilità. Queste considerazioni d’Ireneo approfondiscono quanto s’è affermato prima: la speranza dell’uomo nasce dall’uomo, ma non da uno qualsiasi bensì da chi “per il suo sovrabbondante amore s’è fatto ciò che siamo noi, per fare di noi ciò che è lui stesso”.
Alla luce di queste parole va colto il senso profondo dell’Eucaristia che è una delle ‘economie parziali’ nell’unico piano di salvezza. Per capirne i significato, Ireneo rileva il suo legame con l’incarnazione, poiché tanto in quella che in questa è lo stesso evento che si realizza: una unione salvifica con Dio operata tramite la carne di Cristo. “Poiché pieno di Spirito Santo, il Cristo è, nel senso più rigoroso del termine un uomo spirituale, e il sacramento che ci fa partecipare alla sua carne ci dà in potere, sotto apparenze terrestri, una realtà celeste: la sua umanità tutta penetrata dallo Spirito di Dio, divenuta Spirito Vivificante. Essa ci vivifica. L’uomo non può fare a meno di questo contatto con la carne di Cristo; dev’essere innestato in Lui come l’ulivo selvatico sull’ulivo domestico. Rifiutare questa unione significa condannarsi ad essere ulivo secco, infruttuoso. Ciò comporta, infatti, un discostarsi dal modello di uomo perfetto che è Cristo. Da queste considerazioni scaturisce una conseguenza che Ireneo tiene a sottolineare nei testi propriamente eucaristici del Contro le eresie. Se, cioè, l’incontro col Verbo Incarnato dà salvezza, questa abbraccerà tutto l’uomo, non esclusa la carne. Anzi, la salvezza sarà più evidente in quell’elemento dell’uomo che solo è passibile di morte e corruzione: la carne. “Il Verbo, infatti, non è venuto a santificare le menti, ma gli uomini. La sua missione non fu quella d’innalzare le sole anime alla visione del Padre, bensì gli uomini, facendo la loro carne atta ala visione di Dio”. Contro l’obiezione gnostica fondata sull’espressione di Paolo “la carne ed il sangue non possono ereditare il regno di Dio (1Cor 15,50), Ireneo risponde osservando che da soli effettivamente non lo possono, ma per il fatto che ricevono il corpo di Cristo ed il pegno dello Spirito Santo, essi vengono assimilati a Lui. In quanto membra del copro di Cristo comunicano alle qualità del medesimo, quindi anche alla sua incorruttibilità. Eppure questa comunicazione o assimilazione, ha luogo progressivamente. Non si tratta già di disprezzare la realtà creata, corpo e anima, ma di conformarsi al modello che Cristo ci offre nella sua carne ‘pneumatica’. E questo processo richiede tempo. In fondo l’Eucaristia rientra nel disegno educativo di Dio che, progressivamente, dispone l’uomo a scegliere Dio, ad obbedirgli, a conformarsi a Lui. In questo processo di graduale osmosi tra sostanza divina e umana, va accantonato l’equivoco di ritenere l’incorruttibilità come il risultato d’un processo quasi biologico più meno dipendente dall’incarnazione, una specie di divinizzazione ‘per contatto’, quasi che questo bastasse. Ireneo rimuove questa falsa interpretazione facendo presente che se “i nostri corpi ricevono l’Eucaristia e non sono più corruttibili perché hanno speranza della resurrezione, occorre che siano anche in grado di produrre frutti spirituali.
A questo punto il nostro discorso si volge allo Spirito Santo. Il senso della sua azione nell’uomo è compendiato da Ireneo in queste parole: “Dov’è lo Spirito del Padre, li è l’uomo vivente: il sangue razionale custodito da Dio per la vendetta e la carne ereditata dallo Spirito, dimentica di sé per aver acquistato la qualità dello Spirito ed essere divenuta conforme al Verbo di Dio”. È significativa l’espressione finale ‘carne conforme al Verbo di Dio’. Lo Spirito sarebbe allora presente in noi per conformarci al Verbo di Dio. Questi infatti, quale secondo Adamo, ha realizzato in sé la perfetta somiglianza con Dio che il primo Adamo aveva smarrita. Ma come l’ha realizzata? Se si tiene conto che è lo Spirito l’operatore della ‘somiglianza’, anzi, che Egli stesso è questa ‘somiglianza’ smarrita da Adamo per il peccato, si può dedurre che Cristo lo possedette in pienezza. Dal canto suo l’uomo, conformandosi a Cristo, ripristina il piano originale divenendo pienamente ‘ad immagine e somiglianza di Dio’. Soltanto così torna ad essere l’uomo perfetto, perché come Cristo, è costituito di anima, di carne e di Spirito. “Ireneo – afferma G. Joppich – non vede nella nostra unione con lo Spirito Santo il termine dello sviluppo, ma piuttosto l’opera dello Spirito Santo è da intendersi come l’ultima fase del nostro essere trasformati a somiglianza del Logos”.
È per la sua somiglianza che dobbiamo attenderci l’incorruttibilità. Lo Spirito Santo ci dispone ad essa; ne è altresì il pegno, il suggello e, in quanto tale, il principio della speranza seminato nel nostro corpo. Argomentando ‘a fortiori’, Ireneo dichiara: “Se fin d’ora, avendo ricevuto il pegno dello Spirito, gridiamo: ‘Abba, Padre’, che cosa accadrà quando, risuscitati, l vedremo faccia a faccia, quando tutte le membra faranno zampillare abbondantemente un inno di esultanza, glorificando colui che li avrà risuscitati dai morti e avrà donato loro la vitae terna? Infatti, se già il pegno abbracciando l’uomo da ogni parte in sé stesso, gli fa dire: ‘Abba, Padre’, che cosa farà la grazia intera dello Spirito, quando sarà data agli uomini da Dio? Ci renderà simili a lui e porterà a compimento la volontà del Padre, perché farà l’uomo a immagine e somiglianza di Dio”. Quest’opera di progressiva assimilazione al Figlio, ovvero questa ricomposizione della somiglianza con Dio che si compie per tappe successive, non termina neppure con la morte, ma anzi continua in quel regno messianico che, secondo Ireneo, si pone tra la resurrezione e il giudizio finale. […] Lo scopo di questo regno è quello di preparare gli uomini, gradualmente, a ricevere l’incorruttibilità che proviene dalla visione di Dio. In esso, dunque, Cristo porterà a compimento il senso dell’incarnazione, quello cioè di adattare gli uomini al Padre perché Egli comunichi ad essi la sua incorruttibilità. Essere ‘incorruttibili’ significa allora partecipare alla natura di Dio. Ma tutto ciò è opera di Dio. L’uomo deve soltanto lasciar fare, non sottrarsi. In tal caso egli sarà sempre discepolo e Dio sempre maestro. Per questa ragione, secondo Ireneo, il trinomio fede/speranza/carità, inteso come espressione di dipendenza, non cesserà mai, nemmeno nell’altra vita. Conseguentemente l’incorruttibilità che Ireneo addita come il fine del cammino umano, non va intesa come una partecipazione ‘statica’ alla vita di Dio, quasi che egli ce la conferisca ‘una tantum’. Essa, piuttosto, proprio perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Essa, piuttosto perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Per questa ragione la speranza in Dio non verrà mai meno perché sempre aspetteremo che Egli, attingendo alla pienezza del suo essere, cu stupisca con doni sempre più grandi. “Speriamo – scrive Ireneo – di ricevere e di imparare qualcosa di più da Dio, poiché è buono ed ha infinite ricchezze e un regno senza limiti e una sapienza immensa”. Stando dunque a quanto s’è venuto dicendo, la speranza, per Ireneo, non sfocia in un ‘compimento’ che la rende inutile. Essa è invece una virtù ‘dinamica’ perché da un lato poggia sul continuo divenire dell’uomo e dall’altro sulla realtà effusiva di Dio che mai cesserà “di distribuire al genere umano in misura sempre maggiore la sua grazia e onorare continuamente con doni sempre più grandi coloro che gli piacciono”. La spiritualità d’Ireneo si configura, dunque, come spiritualità attenta all’uomo concreto, alla sua carne. Proprio per questa ragione è una spiritualità ricca di speranza.

Turchia, cattolici arricchiti dalla testimonianza del martire mons. Padovese

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06/06/2012

TURCHIA

Turchia, cattolici arricchiti dalla testimonianza del martire mons. Padovese

Centinaia di fedeli presenti alla messa in memoria del prelato ucciso a Iskende
run (Anatolia) il 3 giugno 2010. Il racconto di P. Domenico Bertogli, parroco di Antakya (Antiochia) e vicario generale di mons. Padovese. Dura solo sette minuti la quinta udienza del processo contro Murat Altun, autore dell’omicidio.

Antakya (AsiaNews) – « Il sacrificio di mons. Padovese interpella tutti i cattolici di Turchia a riflettere sul presente della nostra piccola Chiesa, che guarda avanti arricchita dalla testimonianza di fede dei suoi martiri ». È quanto afferma ad AsiaNews, p. Domenico Bertogli, parroco della comunità cattolica di Antakya (Antiochia) e Vicario generale di monsignor Padovese in Anatolia. Lo scorso 3 giugno a Iskenderun, egli ha partecipato alla messa per il secondo anniversario della morte del prelato cappuccino ucciso nel 2010 nella sua casa a Sultanköy (Iskenderun) dal suo autista, Murat Altum. Oggi, a Iskenderun si è tenuta la quinta udienza del processo contro l’omicida. Secondo fonti di AsiaNews essa è durata solo sette minuti. La prossima seduta si terrà il 4 luglio.
La cerimonia del 3 giugno è stata presieduta da Mons. Ruggero Franceschini, presidente della Conferenza episcopale turca ed Arcivescovo e metropolita di Izmir. Dopo la messa, nella Cappellina della Cattedrale è stato inaugurata una bacheca in memoria di mons. Padovese. Essa custodisce il suo breviario, il suo calice, il pastorale e la mitra, alcuni dei suoi libri scritti e i pantaloni macchiati di sangue trovati nella sua camera da letto il giorno della sua uccisione.
P. Domenico racconta che « alla messa in cattedrale hanno partecipato centinaia di fedeli provenienti da Antakya, Adana, Tarsus, Mersin e altre città dell’ Anatolia ». « Fra i cattolici – continua – la testimonianza di mons. Padovese è ancora viva. Essi ricordano la sua bontà, l’apertura al dialogo con i musulmani e il rispetto per le altre fedi mostrato durante il suo episcopato ».
A due anni dalla morte del prelato, la diocesi di Iskenderun non ha un vescovo. « Purtroppo – aggiunge p. Domenico – la sede è ancora vacante e a tutt’oggi non vi sono disposizioni in merito. Due anni di attesa sono una cosa abbastanza anomala ». Secondo il sacerdote tale situazione pesa soprattutto sui sacerdoti, che hanno bisogno di una guida per compiere il loro lavoro pastorale.
Mons. Luigi Padovese, cappuccino, è stato sgozzato il 3 giugno 2010 dal suo autista, Murat Altum, allora 26enne. Arrestato dalla polizia l’assassino aveva espresso diversi motivi per il suo gesto: inimicizia « islamica »; rapporto morboso e omosessuale; follia.
Secondo uno schema applicato anche nel caso di p. Andrea Santoro (ucciso nel 2006 a Trabzon), dopo l’uccisione, alcuni dottori hanno provveduto un certificato di insanità mentale per Altun che rischiava di non essere nemmeno processato e liberato. Ma nel giugno 2011 una commissione di medici di Istanbul, a cui era giunta tutta la documentazione su Altun, ha stabilito che egli è sano di mente e perciò può essere processato. Tuttavia, la difesa fa di tutto per prendere tempo e continua a rimandare le udienze.
Oggi, alla quinta seduta del processo era presente solo l’avvocato di Altun, che ha chiesto al giudice di poter ascoltare come teste lo zio dell’assassino. Egli avrebbe ospitato il nipote per dieci giorni, quando questi era malato, nel periodo precedente all’omicidio. Il giudice ha acconsentito la comparizione del testimone, rimandando il processo al 4 luglio.
Negli anni scorsi, vi sono stati altri attentati contro sacerdoti cattolici e cristiani: don Andrea Santoro, ucciso nel 2006 a Trabzon; tre cristiani protestanti sgozzati a Malatya nel 2007; il giornalista Hrant Dink, di origine armena, ucciso nel 2007 a Istanbul.

IN MEMORIA DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

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IN MEMORIA DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

Due eventi, a Roma, ricordano il frate cappuccino ucciso in Turchia nel 2010

ROMA, martedì, 29 aprile 2012 (ZENIT.org) – Il 3 giugno 2010 fu ucciso in Turchia – secondo modalità che possono essere defintie in odium fidei – il frate cappuccino, professore e vescovo monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia. A due anni dalla scomparsa la ricorrenza sarà ricordata in diversi luoghi con celebrazioni e incontri.
Venerdì 1 giugno, presso il Monastero S. Chiara di Camerino, nel programma in preparazione alla solennità di santa Camilla Battista Varano, sarà ricordato mediante una santa messa alle ore 18.00, ricordando la lettera che inviò alla stessa comunità di clarisse – quasi un Testamento – poco prima della morte.
Domenica 3 giugno, anniversario della morte – che « casualmente » coincide con lo stesso giorno del decesso del beato Giovanni XXIII anche lui vescovo in Turchia per un decennio – presso il Santuario Antoniano dei Protomartiri Francescani di Terni sarà celebrata una santa messa da p. Paolo Martinelli, ofmCap confratello e collaboratore e successore di monsignor Luigi Padovese e autore del libro Mons. Luigi Padovese. Uomo di comunione (Editrice Velar, Gorle 2011).
In occasione del 2° anniversario della morte di mons. Luigi Padovese, l’Istituto Francescano di Spiritualità (IFS) propone per giorno martedì 5 giugno 2012 due momenti significativi:
- Presso la Pontificia Università Antonianum, nell’Aula A, alle ore 16.30, si svolgerà la presentazione del volume di Mons. Luigi Padovese, La Verità nell’amore. Omelie e scritti pastorali (2004-2010), con la prefazione del cardinale Angelo Scola (Edizioni Terra Santa, Milano 2012).
Interverranno: Prof. Priamo Etzi, OFM, Rettore magnifico della PUA; Fr. Raffaele della Torre, OFMCap, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Lombardia; Prof. Paolo Martinelli, OFMCap, Preside IFS; S.Ecc.Prof. Kenan Gürsoy, Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede; Prof. Romano Penna, Pontificia Università Lateranense e Francesca Cocchini, docente presso l’Università « La Sapienza ». Modera: la prof.ssa Maria Grazia Mara, dell’Università « La Sapienza ».
- Presso la Chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, alle 19.30, si terrà la Santa Messa  presieduta da fr. Mauro Jöhri, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
In questa occasione verrà offerto alla chiesa, dedicata al martiri del nostro tempo, un oggetto-simbolo, appartenuto a mons. Luigi Padovese, in ricordo del suo impegno per la diffusione del Vangelo e per il dialogo tra popoli e religioni.

OMELIA DI NATALE, DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE (2008)

http://www.zenit.org/article-29116?l=italian

OMELIA DI NATALE, DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

Predica del Natale 2008 di mons. Luigi Padovese, ucciso il 3 giugno del 2010 ad Iskenderun, in Turchia

ROMA, domenica, 25 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Dall’archivio della Curia Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di Lombardia, riprendiamo l’omelia inedita di monsignor Luigi Padovese (1947-2010), pronunciata in occasione del Natale del Signore 2008.
***
Cari fratelli,
vi accolgo con un augurio di bene. Il Signore che è venuto per annunciare la pace, per unire quanti sono divisi, per guarire i nostri cuori dalla tristezza e dalla disperazione, sia con voi.
Cari fratelli,
sono felice di salutarvi questa notte. Avete fatto il sacrificio di rinunciare a qualche ora di sonno per festeggiare la nascita di Gesù che ha dato alla nostra vita un senso ed una speranza.
Saluto anche i fratelli musulmani che partecipano alla nostra gioia. Quello che ci unisce a loro è la constatazione che Dio, attraverso i suoi profeti, ci indica la strada da percorrere e quindi ha interesse per l’umanità che ha creato. Per essi Gesù è il grande profeta inviato per parlarci di Dio ed in nome di Dio. Per noi Cristo è l’espressione umana dell’amore di Dio, anzi il Dio-con-noi., Emmanuele.
Quanto accomuna noi e loro è pertanto la certezza che Dio ci ama e non ci abbandona.
Nella persona umana di Gesù noi possiamo capire che cosa significa che Dio è “onnipotente e misericordioso”. In lui possiamo anche intendere chi è Dio e che cosa Egli si aspetta da noi.
E’ onnipotente perché non c’è limite alla sua potenza, ma non c’è limite neanche alla sua misericordia. Anzi Dio non è misericordioso, ma è misericordia; Dio non ama, ma è amore. E’ questo il mistero del Natale che celebriamo. Quello che umanamente pare impossibile, diventa possibile, ma ciò lo si intende se non ragioniamo soltanto con la mente, ma anche con il cuore perché il cuore spesso capisce meglio e prima dell’intelligenza.
Per intendere il mistero di Dio la ragione non basta, ci vuole cuore. E’ questa l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, dell’apostolo Paolo, ma anche l’esperienza dei mistici musulmani della nostra terra come Rumi Yalal al-Din e Yunus Emre.
Se non si comprende anche con il cuore, non potremo mai penetrare il mistero di Dio. La prova per noi cristiani è data dall’incarnazione di Cristo.
Che senso ha che Dio divenga uomo? E’ proprio necessario? Non ci sono altri modi per aiutare gli uomini senza abbassarsi fino a loro? Perché è venuto così tardi e non agli inizi dell’umanità? Perché è nato come un povero ed è morto sulla croce come un delinquente?
Queste domande hanno trovato la loro risposta nella riflessione dei pensatori cristiani. Eppure la risposta ultima è nella nuova immagine di Dio che Cristo ci presenta attraverso la sua nascita, vita, morte e resurrezione. Noi cristiani non potremo mai arrivare a Dio se non attraverso Gesù. . Comprendere chi Egli è e quanto Egli ha fatto è un modo per avvicinarci al mistero di Dio.
Ad esempio, il suo divenire povero tra i poveri serve a mostrare che davanti a Dio, gli ultimi non sono meno importanti dei primi. Anzi, gli ultimi sono i primi. I criteri umani di ricco e povero, uomo e donna, nobile e plebeo, istruito e semplice per Lui non contano nulla. La società divide gli uomini in classi e così li separa. Cristo ci ricorda che siamo tutti uguali e tutti importanti. Anzi per Lui conta di più chi ama di più.
Il suo condividere l’esperienza umana in tutti i suoi aspetti, eccetto il male ed il peccato, indica l’importanza della solidarietà, della compartecipazione, della compassione. Nell’entrare dentro la nostra storia Dio ha scelto di non essere semplice spettatore, ma anche attore. Non si limita ad indicarci la strada, ma la percorre con noi e prima di noi. E’ guida perché modello. E’ amico, compagno, colui che umanamente conosce l’esperienza della solitudine, del dolore, perché nessuno possa più sentirsi solo e perché il suo dolore abbia un senso.
Cari fratelli questa solidarietà di Cristo, espressa attraverso la sua nascita, è un messaggio per ciascuno di noi. Viviamo in un momento di particolare crisi che probabilmente crescerà nei prossimi mesi, come sta già crescendo in altre parti del mondo. I prezzi aumentano, l’inflazione cresce, i giovani non trovano lavoro, aumentano i disoccupati ed aumenta il numero dei poveri che fanno fatica ad andare avanti. E’ un’illusione pensare che la risposta a questa crisi si avrà soltanto attraverso le riforme economiche (…).
Queste misure possono aiutare, ma non possono risolvere i problemi del nostro paese. Per risolverli occorre anche una maggiore consapevolezza di solidarietà, di condivisione, di attenzione ai più poveri. Purtroppo la società dei consumi crea una mentalità individualistica che concentra le persone su se stesse e impedisce di pensare agli altri.
A noi cristiani oggi è presentato Cristo che nasce povero da poveri. Non dimentichiamo il messaggio che c’è in questa sua scelta. Avrebbe potuto nascere in un palazzo reale, all’interno di una famiglia ricca, invece sceglie di nascere in una grotta.
Cari fratelli, il Natale sta qui: nel renderci coscienti di quanto Dio in Cristo ci ama, ma anche nel renderci più solidali tra di noi e più attenti ai poveri nei quali Gesù vuole essere incontrato: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bene, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36).
Queste parole di Cristo non hanno bisogno di commento, ma ci dicono che cosa Dio si aspetta da noi. La festa del Natale ci aiuti a comprenderle sempre meglio ed a realizzarle nella nostra vita.

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