GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

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GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /01 /2013 -

Riprendiamo dalla rivista Parola Spirito Vita dal titolo In principio, n. 66, pp. 145-155, un articolo di Romano Penna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi di Romano Penna, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura
Il Centro culturale Gli scritti (20/1/2013)

Gli inni presenti nei due scritti trattano di due inizi diversi, anche se complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. In Paolo troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità del suo pensiero consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia.
Una puntualizzazione metodologica previa, comunque secondaria ai fini dell’esposizione, consiste nel precisare che tra le due lettere, nonostante la loro successione canonica invertita, ritengo Col anteriore a Ef.[1] I diversi inni presenti nei due scritti trattano ciascuno di due inizi diversi, anche se in realtà le due tematiche vanno considerate complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. A ciascuno dei due temi dedico perciò rispettivamente le pagine seguenti.[2]
A. IL RUOLO DI CRISTO NELLA CREAZIONE DEL MONDO
Al tempo di Paolo il discorso sulla creazione era fatto da punti di vista diversi, che in lui appunto si trovano accostati in una mutua integrazione.[3]
Partiamo dal concetto di origine dell’universo nella grecità classica e nel giudaismo ellenistico. Nella grecità pagana, già prima di Platone, abbiamo un frammento di Eraclito, in cui si afferma l’eternità del cosmo, che «non fece né qualcuno degli dèi né degli uomini, ma sempre fu, è, e sarà».[4]
Ma è Platone che nel Timeo definisce il Demiurgo «artefice/facitore e padre di questo universo» (28C: poietes kaì pater toûde toû pantós). Tuttavia, in questa doppia qualifica personale di facitore e di generatore è la seconda che di fatto prevale. Lo dimostra il frequentissimo impiego del sostantivo génesis (27A; 27D; 28B; 29C.D-E ecc.), sicché il dio è «colui che ha generato questo universo» (41A) il quale è anzi il suo «unigenito» (31B: monogenes).[5]
Se ne può dunque dedurre che la materia è eterna (la sua modellazione perciò non è altro che una forma di arte e il Demiurgo è solo un sapiente technítes, un artista/artefice/artigiano) e che tra il dio-demiurgo e il cosmo non c’è distinzione di natura, tanto che il Tutto si trova a essere vincolato da una vicendevole parentela o affinità.[6]
Il tema specifico della creazione entra nell’ambito della grecità soltanto attraverso il giudaismo ellenistico.[7] Esso è presente già nella versione dei LXX, dove sono assenti gli appellativi divini di tipo platonico, mentre invece appare al loro posto il sostantivo ktístes, «fondatore, creatore» (attestato almeno sette volte: 2Sam 22,32; Gdt 9,12; Sir 24,8; 2Mac 1,24; 7,23; 13,14?; 4Mac 5,25; 11,5).
In specie, Dio è qualificato variamente come «creatore di tutte le cose» (Sir 24,8; 2Mac 1,24; 3Mac 2,3; 4Mac 11,5) e «creatore del mondo» (2Mac 1,23; 4Mac 5,25); di lui inoltre si legge che «ha fatto il cielo e la terra da cose non esistenti» (2Mac 7,28). E particolarmente il libro alessandrino della Sapienza che contiene affermazioni di carattere «creazionista», come leggiamo sia in 1,14 (Dio «ha creato l’universo per l’esistenza») sia in 11,17 (della mano del Signore si dice che «ha creato il mondo da una materia informe»).
Il concetto di creazione però è più ampiamente tematizzato in Filone di Alessandria, che impiega ampiamente il termine kosmopoía, «fabbricazione del cosmo»,[8] attribuendogli una semantica creazionista che certo non aveva nei suoi precedenti utilizzi greci. Infatti, quasi correggendo Platone, Filone giunge ad affermare esplicitamente che Dio «non è soltanto demiurgo ma anche creatore» (Somn. 1,76); infatti, egli «quando generò tutte le cose non le ha semplicemente rese visibili, ma produsse ciò che prima non era» (ib.; cf. Mos. 2,267: «Dio ha prodotto il mondo [ ... ] dal non essere all’essere»); anzi, coloro che hanno dichiarato il mondo «ingenito ed eterno» hanno empiamente e falsamente accusato Dio di inattività» (Opif. 7; cf. anche 170).
Sicché il binomio platonico «facitore e padre» (che pur si ritrova in Opif. 7)[9] diventa ora preferibilmente «creatore e padre del tutto» (Ebr. 42; Virt. 179), «creatore e reggente/capo» (ib. 93), «creatore e facitore di tutte le cose» (Spec.leg 1,30.294). Di qui deriva per Filone l’idea che,
«cercando la natura delle cose, si trova che tutto è grazia e dono di Dio [ ... ] A coloro che ricercano quale sia il principio/arche della creazione, si potrebbe giustamente rispondere che è la bontà e la grazia di Dio [ ... ]; infatti, tutto ciò che vi è nel cosmo e il cosmo stesso è un dono, una beneficenza, una grazia di Dio». (Leg. allego 3,78)
È però interessante vedere l’idea di creazione del mondo nelle lettere paoline, unitamente alla mediazione cristologica dell’evento. San Paolo, primo scrittore cristiano, si colloca storicamente e culturalmente su questo sfondo variegato, presupponendo però non tanto la filosofia grecoplatonica quanto la tradizione biblico-israelitica.
Ma una prima annotazione si impone. Ed è che né lui né la tradizione canonica che a lui fa capo (le lettere deuteropaoline) impiegano mai l’appellativo divino di creatore/ktístes, pur così frequente nel giudaismo ellenistico.[10] Non che l’azione divina del creare sia taciuta, dato che nel suo epistolario il verbo ktízein è attestato dieci volte (cf. Rm 1,25; 1Cor 11,9; Ef 2,10.15; 3,9; 4,24; Col 1,16 bis; 3,10; 1 Tm 4,3), ma bisognerà distinguere il suo impiego protologico da quello soteriologico (cioè rapportato all’uomo nuovo: Ef 2,10.15; 4,24; Col 3,10), visto che esso non è impiegato a livello escatologico. In ogni caso, sul piano lessicale, è piuttosto il sostantivo ktísis a essere preferito, essendo utilizzato undici volte (cf. Rm 1,20.25; 8,19.20.21.22.39; 2Cor 5,17; Gal 6,15; Col 1,15.23; a esso si aggiunge ktísma in 1Tm 4,4); ma anche qui bisogna distinguere il suo riferimento protologico da quello soteriologico-antropologico (presente in 2Cor 5,17; Gal 6,15).
Comunque, l’impressione generale è che Paolo non intenda condurre una vera e propria polemica dottrinale, né sulla definizione di Dio in rapporto al mondo né sulla comprensione del mondo stesso nella sua origine e nella sua natura. Egli dà per sottinteso e assodato che il mondo non sia un’emanazione divina e tantomeno un figlio di Dio!
Quanto alla mediazione cristologica, va detto che almeno una volta nelle lettere autentiche di Paolo si afferma a proposito del Signore Gesù Cristo che «mediante lui sono tutte le cose e anche noi siamo mediante lui» (1Cor 8,6b). Ma in termini ancora più fortila Lettera ai Colossesi dichiara che «in lui sono state create tutte le cose [ ... ] e tutte le cose sussistono in lui» (Col 1,16a.17b).
Questo testo in realtà non parla solo di una primordiale mediazione cosmologica di Cristo («in Cristo» = «mediante Cristo»), che si ritrova poi anche altrove nella tradizione proto-cristiana (cf. Eb 1,2; Gv 1,3; Ap 3,14). L’affermazione più icastica del testo, e anche unica nel suo genere, sta piuttosto nel dire che tutte le cose in lui sussistono (tà pánta en autôi synésteken), impiegando un verbo fortissimo che comporta inevitabili allusioni filosofiche e religiose.
Infatti, esso richiama l’idea greca di un’ammirabile unità del cosmo, già cara a Platone[11] e diffusa anche a livello popolare.[12] Un’affermazione del genere, che fa di Cristo l’elemento coesivo dell’intero universo, non vale propriamente di lui in quanto risorto (cf. invece Ef 1,10), ma si riferisce a una sua dignità originaria e nativa di tipo divino. Con essa infatti si afferma che Cristo non sta solo all’inizio di una successione temporale, ma sta al centro delle cose come principio e ragione perenne della loro esistenza e compattezza. A mio parere, probabilmente abbiamo qui il livello più alto della cristologia neotestamentaria.[13]
B. L’ELEZIONE PRE-TEMPORALE DEI CRISTIANI
Un altro inizio evidenziato dal paolinismo è affermato in Ef 1,4-5, secondo cui i battezzati sono da sempre oggetto di un pensiero esclusivo da parte di Dio in Cristo:
«Ci prescelse in lui (exeléxato hemâs en autôi) prima della fondazione del mondo (prò katabolês kósmou) per essere santi e ineccepibili davanti a lui nell’amore, avendoci predestinati all’adozione filiale mediante Cristo per lui, secondo il beneplacito della sua volontà».
Il verbo principale di questo periodo sintattico esprime un puro atto di grazia, che si configura come sovrano gesto di accoglienza e di introduzione alla comunione con Dio.
Ciò è avvenuto «in lui», cioè in Cristo. Di lui si è appena detto che Dio «ci ha benedetti con ogni sorta di benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (v. 3b), con riferimento al presente «pasquale» dei cristiani. Sicché la comunità cristiana ha in Cristo non solo un archetipo ma il reale fondamento e persino la definizione della propria identità: tanto che, senza di lui, essa non è mai esistita, a partire dalla fondazione del mondo! Anche secondo l’apocrifo Libro dei Giubilei 2,19-21 Dio nel settimo giorno della creazione manifesta già il desiderio di separare per sé un popolo fra tutti i popoli. E il Midrash sul Salmo 74,2 («Ricordati della tua comunità, che ti sei acquistato dall’antichità») spiega il testo biblico in questi termini:
«Che cosa significa « dall’antichità »? Vuoi dire che il Santo, benedetto egli sia, si è acquistato gli Israeliti prima che il mondo fosse (qwdm šnbr hcwlm), come è detto: « Signore, tu sei stato il nostro rifugio di generazione in generazione, prima che sorgessero i monti » (= Sal 90,1s)».
A parte l’evidente parallelismo, il testo paolino è però incomparabile per l’affermazione di un’elezione avvenuta in Cristo. E questa componente cristologica ha due importanti implicazioni: anzitutto è supposta la pre-esistenza di Cristo stesso (cf. Gv 17,5; 1Pt 1,20), poi viene suggerito che il cristiano fin dalle sue radici più remote non è mai esistito a prescindere da Cristo (anche prima del battesimo!). Sicché la biografia del cristiano, proprio in quanto cristiano, non inizia né con la nascita né con il battesimo, ma con il pensiero eterno di Dio.[14]
Lo scopo dell’elezione è detta essere una santità ineccepibile, contrassegnata dall’amore (en agápei). Ed è come dire che per il cristiano non c’è santità se non c’è amore e che anzi è l’amore a connotare la vera santità cristiana. La sorgente immediata di questa agàpe è la filiazione adottiva, ottenuta dal cristiano con la fede e il battesimo (cf. Rm 6,11; 8,15).
Se poi a questo proposito l’inno parla di «predestinazione», non è per affermare un esito obbligato e non libero, ma è solo per dire che una tale filiazione può avere come origine unicamente un’iniziativa divina pre-temporale, sicché essa si spiega sulla base non di una pretesa personale ma di una pura grazia (cf. Ef 2,5.8: «Per grazia infatti siete salvati»), come del resto viene subito specificato: «secondo il beneplacito della sua volontà».
Ma è pure interessante cogliere nel prosieguo della lettera un altro tema analogo: quello di Cristo stesso come soggetto di una creazione ecumenico-ecclesiale, come leggiamo in Ef 2,14-15: «Egli ha annullato nella sua carne l’inimicizia [ ... ] per creare (hína ktísei) dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo». La singolarità di questo passo non viene perlopiù evidenziata; eppure di vera e propria sorpresa si tratta, per il motivo che questo è l’unico passo del Nuovo Testamento in cui si attribuisca in proprio a Cristo una creazione tutta e solo sua. Infatti, il verbo creare/ktízein ha proprio lui come soggetto, e ciò è tanto più singolare in quanto appena prima l’agiografo ha scritto a proposito di Dio che noi «siamo sua fattura, creati in Cristo Gesù per le opere buone» (2,10), dove non c’è dubbio che si intende la creazione come opera di Dio stesso, a prescindere dalla questione se si tratti della creazione primordiale dell’uomo o, molto più probabilmente, di quella avvenuta nel battesimo, che dà inizio all’identità storica del cristiano.[15]
Ora però il registro cambia. Prima abbiamo visto il tema di una mediazione esercitata da Cristo nella creazione del mondo; ma questa nuova affermazione non si inscrive in quella prospettiva, anzi ne è palesemente diversa, e lo è a più di un titolo.
Qui infatti, anzitutto, non si menziona alcuna sorta di mediazione, poiché è il Cristo stesso a operare da solo, in prima persona; in secondo luogo, l’operazione a lui attribuita si è compiuta non nei primordi del mondo, ma nel momento storico della sua morte in croce; inoltre, la costruzione della frase nella forma di una proposizione finale dice che questo risultato va considerato non come conseguenza involontaria, bensì come lo scopo effettivo, l’esito esplicitamente voluto di un’intenzione originaria; infine, il risultato di questa operazione non è di tipo cosmologico bensì interpersonale e addirittura ecclesiologico, una creazione consistente né più né meno che in una riconciliazione.
Alla base e come premessa c’è un’ineliminabile dissomiglianza storico-salvifica tra i cristiani di diversa provenienza, giudei e gentili, che vede negli uni dei veri e propri familiari di Dio fin da principio, e negli altri dei sopraggiunti aggregati alla cittadinanza d’Israele (cf. 2,11-12.19-22). Nella società antica questa dissomiglianza era anche motivo di contrapposizione mutua e polemica.[16] Probabilmente, anche all’interno delle Chiese destinatarie della lettera paolina esistevano tensioni analoghe, con la tendenza da parte degli etnico-cristiani a dimenticate il loro radicamento su Israele.
Ebbene, il nostro agiografo in Ef 2,13-18 riconosce apertamente la dualità, su cui anzi insiste, ma per dire che ormai Cristo «ha fatto di entrambi una cosa sola» (2,14b), «ha riconciliato entrambi in un solo corpo con Dio mediante la croce» (2,16), ha aperto a «entrambi l’accesso al Padre in un solo spirito» (2,18). Cristo, cioè, ha «creato dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo».
Curiosamente, l’autore non parla né di popolo nuovo né di famiglia nuova. La menzione dell’«uomo nuovo» implica probabilmente un riferimento cristologico,[17] ma certo non è possibile pensare che Cristo sia morto per creare se stesso! E dunque primaria la dimensione comunitaria ed ecclesiale di questo «uomo nuovo».[18] E la creazione in oggetto riguarda né più né meno il fatto di avere insperatamente messo insieme, letteralmente «assemblato», persone di diversa connotazione religiosa e culturale. In Cristo, infatti, né il giudeo diventa gentile, né il gentile diventa giudeo, poiché la Chiesa è piuttosto la confluenza di diversità riconciliate.[19]
E questo il vero novum sul piano delle mutue relazioni, e a esso non si poteva attribuire altro che la qualifica di creazione! Dire poi che ciò sia avvenuto «per mezzo della croce» (2,16), significa riconoscere un vero paradosso, se non addirittura un ossimoro, se proprio la croce, cioè una morte ignominiosa e cruenta, è dichiarata feconda di vita e di comunione.

CONCLUSIONE
Se è vero che il tema della creazione del mondo e dell’uomo accomuna tutti gli autori neotestamentari, i quali ovviamente si dimostrano così in consonanza con la tradizione israelitica (più che con quella greca), è però in Paolo che troviamo per la prima volta l’affermazione cristiana di una funzione creatrice di Cristo, sia pure intesa come mediazione.

Ed è in Paolo e nel paolinismo che troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità e anzi l’incomparabilità del pensiero paolino consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia. In questa prospettiva l’orizzonte escatologico[20] non aggiunge nulla di essenzialmente decisivo, se non il compimento definitivo e la piena fioritura di ciò che in lui già oggi è possibile essere e sperimentare.

Note al testo
[1] Si veda in merito S. Romanello, Lettera agli Efesini, Paoline, Milano 2003, 21-28.
[2] Cf. anche R. Penna, «Da Israele al cosmo: ampliamenti dell’orizzonte cristologico nello sviluppo dell’innografia neotestamentaria», in P. Coda (ed.), L’unico e i molti. La salvezza in Gesù Cristo e la sfida del pluralismo, PUL-Mursia, Roma 1997, 49-66.
[3] Più ampi sviluppi in R. Penna, «Creazione e cosmo nel pensiero paolino», in S. Lanza (ed.), «In principio … ». Origine e inizio dell’Universo. Atti del Convegno. Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 5-6 aprile 2011, Vita e Pensiero, Milano 2012, 57-75.
[4] Il testo è riportato da Clemente Alessandrino, Strom. 5,104 (= Heracl., 22 B 30 D.-K.). Altrove, lo stesso Eraclito afferma paradossalmente che «il tutto è [ ... ] insieme padre-figlio» (in Ippolito, Refut. 9,9 = fr. 50 D.-K.).
[5] Persino del krónos/tempo è detto che «fu generato» (38C).
[6] Valga per tutti un testo di Seneca: «Tutto l’insieme delle cose divine e umane forma una unità: siamo membra di un grande corpo e la natura ci ha generati consanguinei/parenti [natura nos cognatos edidit]» (Epist. 95,52).
[7] Cf. in generale G.H. Van Kooten (ed.), The creation of heaven and earth. Re-interpretations of Genesis1 in the context of Judaism, ancient philosophy, Christianity, and modern physics (Themes in biblical narrative. Jewish and Christian traditions 8), Leiden, Brill 2005.
[8] Cf. Opif. 3.4.6.129.170; Post. C. 64; Gig. 22; Plant. 86; Fug. 68.178; Abr. 2,258; Vit.Mos. 37; Decal. 97; Spec.leg. 4,123; Praem, 1 bis.
[9] Anzi, Filone definisce pure platonicamente il cosmo come «unico e diletto figlio, quello sensibile» (Ebr. 30: aisthetós), distinto da quello «intelligibile» (noetós).
[10] Nel NT si trova solo in 1Pt 4,19, connotato come «creatore fedele/degno di fede» (p?st??, ?t?st??), in un contesto non di creazione ma di fede cristiana.
[11] Cf. Platone: «Un vero astronomo [ ... ] riterrà che, nel modo migliore in cui delle opere (= gli astri) si possono combinare insieme (systesasthai), così il demiurgo/artefice ha compattato (synestánai) il cielo e tutto ciò che esso racchiude» (Republ. 530a); l’idea si trova anche in Senofonte, secondo cui Zeus è «colui che coordina e tiene insieme l’universo intero» (tòn hólon syntátton kaì synéchon: Memor. 4,3,13); più esplicito è lo PS. – Aristotele: «Tutto viene da Dio ed è stato costituito da Dio (ek theoû pánta kaì dià theòn synésteken) e non c’è natura che esista per se stessa e basti a se stessa» (De mundo 6 [397b]); da parte sua, Filone afferma che tutte le cose «consistono» (synésteken) cioè sono composte dai quattro elementi terra-aria-acqua-fuoco (Rer.div.her. 281 e 311), benché sia Dio a fungere da «vincolo dell’universo che tiene insieme (synéchon) ciò che altrimenti si dissolverebbe» (Ib. 23).
[12] Cf. P. Oxy. XI 1380, 183-185, dove si parla di Iside così interpellata e celebrata. «Tu (sei signora) di tutte le cose umide e asciutte e fredde, dalle quali tutto è costituito (ex on ápanta synésteken» (citato da E. Lohse, «Le lettere ai Colossesi e a Filemone», in CTNT XI/l, Brescia 1979, 117 nota 141).
[13] Oltre ai commentari, cf. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Gli sviluppi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 229-237; G.H. van Kooten, Cosmic Christology in Paul and the Pauline School. Colossians and Ephesians in the Context of Graeco-Roman Cosmology, with a New Synopsis of the Greek Texts, WUNT 2.171, Mohr, Tübingen 2003, 110-129.
[14] È ciò che Paolo stesso afferma della sua identità apostolica in Gal 1,15s («fin dal seno di mia madre»).
[15] In questo senso, cf. anche Ef 4,24: «rivestire l’uomo nuovo, creato (ktisthénta) secondo Dio nella giustizia e santità della verità» (cf. anche 2Cor 5,17).
[16] Cf. M. Hengel, Ebrei, Greci e Barbari. Aspetti dell’ellenizzazione del giudaismo in epoca precristiana (SB 56), Brescia 1981; E. Faust, Pax Christi et Pax Caesaris. Religionsgeschichtliche, traditionsgeschichtliche und sozialgeschichtliche Studien zum Epheserbrief NTOA 24), Freiburg/Schw.-Göttingen 1993. Persino l’imperatore Claudio era esplicitamente intervenuto nell’anno 41 per comporre i dissidi fra le due comunità presenti ad Alessandria. Ed è interessante notare che egli riconosce la loro rispettiva diversità, sia pur deprecando che si comportassero «come se vivessero in due città diverse [ ... ] Se ambedue desisterete da queste cose e con mitezza e umanità vorrete vivere gli uni con gli altri, anch’io eserciterò la mia sollecitudine» (righe 90 e 101-102; cf. tutto il testo in R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata, EDB, Bologna 42000, 225-228).
[17] Ignazio d’Antiochia parlerà esplicitamente di Gesù Cristo come «uomo nuovo» (Ad Eph. 20,1).
[18] Agostino commenterà: «Con la morte di Cristo, è stata fatta la chiesa» (Enarr. In Ps. 127,11: Moriente Christo ecclesia facta est).
[19] Cf. Severiano di Gabala: «I Greci allontanandosi dall’idolatria come empietà, e i Giudei dalla Legge come non più utile, vengono riedificati nella novità di un diverso rapporto con Dio» (in K. Staab, Pauluskommentare aus der griechischen Kirche, Aschendorff, Münster 1933, 309).
[20] In effetti il tema prosegue nel concetto di una già attuale «nuova creazione», dalle premesse escatologiche; cf. U. Mell, Neue Schöpfung. Eine traditionsgeschichtliche und exegetische Studie zu einem soteriologischen Grundsatz paulinischer Theologie (ATANT 47), De Gruyter, Berlin-New York 1989.

LA LETTERA AGLI EFESINI DI SAN PAOLO – IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO – RAVASI

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LA LETTERA AGLI EFESINI DI SAN PAOLO – IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO – RAVASI

In alcuni importanti codici antichi, che ci hanno trasmesso le sacre Scritture, nell’indirizzo iniziale di questa lettera manca l’indicazione « a Efeso », per cui si è pensato che essa sia stata originariamente una missiva destinata alle varie Chiese dell’Asia Minore costiera, che avevano il loro centro più significativo nella splendida città di Efeso. Certo è che la lettera si rivela profondamente originale nel linguaggio e nei temi, tanto da far ipotizzare a molti studiosi che essa sia opera di una mano diversa rispetto a quella di Paolo, forse un discepolo che conduce oltre il discorso del maestro. Questo naturalmente non intaccherebbe l’ispirazione e quindi l’appartenenza al Canone biblico della lettera che, tra l’altro, è molto vicina a quella ai Colossesi (probabilmente conosciuta e citata).
Comunque sia, la lettera, che consigliamo vivamente a tutti di leggere, è particolarmente densa e ricca di temi e si rivela nettamente divisa in due parti: i primi tre capitoli affrontano i grandi argomenti teologici, mentre i capitoli 4-6 sono dedicati a illustrare l’impegno morale del cristiano nella sua vita di fede. L’accento è posto su due motivi teologici capitali. Da un lato, si apre una profonda riflessione sulla figura di Cristo, presentato come Signore di tutto l’essere creato e non solo della Chiesa, e cantato in un solenne inno-benedizione posto proprio in apertura alla lettera (1,3-14).
Gesù Cristo è, d’altro lato, alla radice del secondo motivo teologico, quello della Chiesa, che è costituita da Giudei e pagani ornai uniti in un solo corpo che è quello di Cristo, nel quale, però, diversamente da quanto già detto nella prima lettera ai Corinzi (capitolo 12), egli ha la funzione di essere il « capo » (1,22). L’unità di questo corpo, nel quale si manifesta la pienezza della divinità, è operata da Cristo stesso « nostra pace », che ha riconciliato i due popoli separati, Ebrei e pagani, in un solo popolo attraverso il suo sangue (2,14-22). E questa la Chiesa, che dall’apostolo viene presentata come « tempio santo nel Signore » (2,21).
Vivace è anche la parte pastorale della lettera ove, tra l’altro, viene disegnato un « codice » dei doveri familiari (5,21-6,9), che ha al suo interno una suggestiva presentazione del matrimonio cristiano, come grande segno dell’unione vitale tra Cristo e la Chiesa. Uno scritto, quindi, ricco sul piano del « mistero » divino, che è rivelato da Gesù Cristo e che comprende la salvezza di tutti, inclusi i pagani, e sul piano della vita cristiana da condurre in pienezza, come creature che hanno « deposto l’uomo vecchio » per « rivestire l’uomo nuovo » (4,22-24).

IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO
(di Mons. G. Ravasi)
1
Brevi sono il saluto e l’augurio di apertura di questa lettera. Ben più solenne è, invece, la benedizione iniziale, che ha l’andatura di un inno e si presenta come uno splendido abbozzo del disegno di salvezza rivelato e attuato in Cristo. Dall’orizzonte celeste, cioè dal mistero trascendente di Dio, scendono le benedizioni “spirituali”, cioè i doni di santità che trasformano i credenti. Si delinea, così, l’itinerario a cui essi sono chiamati all’interno del progetto di Dio: prima ancora della loro esistenza, Dio li aveva scelti e destinati a divenire figli adottivi attraverso Cristo; tutto questo avrebbe realizzato la piena gloria di Dio che si compie nel suo donarsi all’umanità, nel suo amore rivelato in Gesù, il Figlio «Prediletto». La salvezza dell’uomo è, quindi, la gioia, la lode, la gloria più alta di Dio.
E questa salvezza si attua attraverso la morte di Gesù, sorgente della redenzione, del perdono e della grazia effusa nell’umanità. Noi conosciamo, dunque, «il mistero della volontà» divina perché non solo ci è stato rivelato, ma anche perché lo viviamo all’interno della storia. Infatti, la «pienezza dei tempi» è l’ingresso di Cristo nel mondo per trasformare la realtà umana secondo il disegno prestabilito fin dall’eternità da Dio. Tutti noi siamo “ricondotti” in Cristo insieme con l’intero universo creato: l’immagine usata rimanda al «capo» che tiene coeso il corpo. Ogni realtà è destinata a trovare senso e unità in Cristo, costituito da Dio come capo unico e universale.
È interessante notare come Paolo in questa visione grandiosa della salvezza sottolinei un aspetto che gli sta a cuore. In 1,11-13 distingue, infatti, due pronomi: da un lato, c’è il «noi», i primi eredi della promessa divina, cioè gli Ebrei, coloro che hanno alimentato la speranza messianica prima della venuta di Cristo; d’altro lato, c’è il «voi», cioè l’orizzonte dei pagani, che hanno ascoltato e accolto nella fede «la parola della verità», il vangelo, e così sono stati consacrati dallo Spirito Santo. L’apostolo passa poi a un ringraziamento per la fede e l’amore testimoniato dai cristiani di Efeso, ai quali augura di ottenere una pienezza nella conoscenza del mistero di salvezza, che ha al centro la risurrezione di Cristo. Essa è cantata in 1,20-23 in una specie di professione di fede di tono innico, dalla quale emerge la figura del Risorto che è il Signore di tutto l’universo e di tutte le sue energie, ma che è anche il capo di quel corpo che è la Chiesa.

DALLA MORTE ALLA VITA PER ESSERE UNA COSA SOLA IN CRISTO
2
Nel capitolo 2, continuando l’intreccio dei due pronomi «noi» e «voi», si esalta la redenzione operata da Cristo per l’umanità peccatrice, sia ebraica sia pagana. L’amore misericordioso di Dio ci ha strappato a Satana, «il principe delle potenze dell’aria», e ci ha fatto partecipare alla stessa vita di Cristo attraverso l’esperienza battesimale che ci ha condotto alla gloria della risurrezione. La salvezza è, quindi, non solo liberazione dal male, ma anche intimità, comunione, partecipazione alla vita divina.
In un linguaggio tipicamente paolino si ribadisce la vicenda della salvezza, che è dono della grazia divina a chi risponde con la fede, e che non è frutto delle opere umane. La centralità di Cristo è ribadita in una pagina di grande intensità, che ha in qualche sua parte un’andatura innica e lirica. Il tema fondamentale della salvezza è considerato secondo un’angolatura che è già stata adottata precedentemente: con la sua morte in croce, Cristo ha costituito un’unica comunità, cancellando le divisioni tra i circoncisi e coloro che erano «stranieri ai patti della promessa», cioè tra Ebrei e pagani. Cristo è, allora, definito come la «pace» per eccellenza, che, nella tradizione biblica, era il tipico dono messianico (Isaia 9,5; Michea 5,4).
Egli ha abbattuto le barriere che dividevano questi due popoli: «il muro di separazione» a cui Paolo fa riferimento potrebbe alludere sia alla legge mosaica sia al setto divisorio posto tra il cortile degli Ebrei e quello dei pagani nel tempio erodiano di Gerusalemme, parete invalicabile, pena la condanna a morte. Cristo ha anche eliminato le osservanze legali che caratterizzavano la religiosità giudaica, e ha fatto sì che tutti si ritrovassero uniti, i vicini e i lontani (vedi Isaia 57,19 e Zaccaria 9,10), destinati a costituire un solo corpo, a essere concittadini e familiari di Dio, appartenenti alla stessa comunità che è la Chiesa, la famiglia di Dio. Tutti costituiscono un tempio vivo, che ha la sua pietra angolare in Cristo e il basamento negli apostoli e nei profeti, cioè negli annunciatori del vangelo (vedi 1Corinzi 3,10-11.16). La rappresentazione di questa unità generata dalla croce di Cristo è preziosa per definire la missione di Paolo aperta ai pagani.

PAOLO, APOSTOLO DEL MISTERO DI CRISTO3
Egli, infatti, è stato chiamato da Dio proprio a svelare il «mistero di Cristo» che ha nel suo cuore la salvezza universale: «I pagani sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e a essere partecipi della promessa» (3,6), cioè a fruire della dignità donata al popolo ebraico e, così, a costituire l’unico popolo di Dio che è la Chiesa, corpo di Cristo. A questo annunzio l’apostolo ha dedicato se stesso perché il disegno divino, che era celato nel mistero, venisse reso noto a tutti, anche alle potenze cosmiche e celesti, e attuato nella storia.
A questo punto Paolo rivolge un’appassionata preghiera a Dio Padre, creatore di tutti gli esseri, perché trasformi la coscienza dei cristiani così da giungere alla piena maturità della fede e dell’amore. Potranno allora scoprire il cuore profondo del mistero divino, che è l’infinito amore di Dio offerto a noi in Cristo, un amore che ci avvolge conducendoci alla pienezza, un amore totale che abbraccia tutto l’essere, rappresentato secondo le quattro dimensioni sotto le quali la tradizione popolare concepiva la realtà: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Con un’acclamazione di lode finale a Dio Padre (3,20-21) si chiude la prima parte della lettera.

LE ESIGENZE DELLA VITA CRISTIANA4
Con il capitolo 4 si apre una seconda parte della lettera, di taglio più esistenziale: si intende delineare un profilo della vita cristiana, fondata sull’unità di tutti i credenti nell’unico corpo di Cristo. Si ha innanzitutto un appello a riscoprire questa «unità dello spirito», rafforzata dal «legame della pace», ricordando la sua sorgente, cioè l’unico Dio che agisce in tutti, l’unico Cristo Signore e Salvatore, l’unica fede e l’unico battesimo. Se tutti hanno ricevuto la grazia, ciascuno la manifesta secondo forme diverse che sono espressioni dei doni divini effusi dal Cristo risorto (si cita nel versetto 8 il Salmo 68,19 in modo libero, applicandolo all’ascensione e alla glorificazione celeste di Cristo).
Paolo elenca cinque doni spirituali che costituiscono altrettanti ministeri destinati a condurre alla maturità cristiana tutta la comunità dei credenti: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ma il modello che tutti dobbiamo tenere davanti agli occhi per raggiungere la maturità della fede è Cristo stesso, che è la pienezza per eccellenza. Solo con questa meta passiamo dall’infanzia, che è ancora debolezza e immaturità, alla maturità. E la via per raggiungere questa completezza spirituale è la «verità nell’amore». Solo così si configura il corpo di Cristo nella sua armonia e nella sua perfetta compagine. Si presenta in questa pagina il tema del corpo di Cristo che è la Chiesa in un modo lievemente differente rispetto a 1Corinzi 12. Là, infatti, la Chiesa era il corpo di Cristo in modo globale; qui si dice che Cristo è il capo e i cristiani sono il corpo. Comune è, però, il rilievo dato all’amore come anima dell’intero organismo.
Si passa poi a una riflessione sull’esperienza battesimale vissuta dai fedeli. Essa è stata una svolta radicale che ha totalmente mutato la realtà dell’uomo. Il battezzato, infatti, deve lasciare alle spalle «l’uomo vecchio», con la sua miseria e il suo peccato, e deve rivestire la qualità di «uomo nuovo», che è il profilo voluto da Dio creatore e che è la condizione umana inaugurata e attuata dalla morte e risurrezione di Cristo. Il tema delle due creature, la vecchia e la nuova, la peccatrice e la redenta, era già apparso in Romani 6,4-6, in 2Corinzi 5,17 e riapparirà in Colossesi 3,10.
Questo mutamento radicale che si è compiuto nel cristiano deve generare un differente comportamento morale, che la lettera esemplifica in alcuni impegni che rimandano al Decalogo e a moniti presenti già nell’Antico Testamento. Si citano, infatti, Zaccaria 8,16 sull’impegno di servire la verità e il Salmo 4,5 per quanto riguarda l’ira; ma si evoca anche il «non rubare», il «non pronunziare falsa testimonianza» del Decalogo e l’esortazione, frequente nella Bibbia, a combattere il peccato di parola. In particolare, in questa che è una nuova lista di vizi da evitare, si sottolinea l’importanza dell’amore e della concordia fraterna, la cui assenza rattrista lo Spirito Santo che è effuso in noi.

IL COMPORTAMENTO DEL CRISTIANO5
L’amore è, infatti, il cuore della morale cristiana. Il modello ideale è Cristo, che si è donato a noi attraverso la morte in croce, definita come «sacrificio di soave odore», cioè come una vittima sacrificale gradita a Dio e capace di cancellare ogni peccato (per l’espressione usata, tipica dell’Antico Testamento, vedi Genesi 8,21; Esodo 29,18; Salmo 40,7). Il cristiano, purificato da questo atto d’amore divino, deve abbandonare lo stile di vita precedente, che l’apostolo illustra attraverso alcuni vizi emblematici del paganesimo come volgarità, impurità, idolatria. Queste realtà impediscono il legame con Cristo e quindi con la vera vita e la luce. Si ricorre, infatti, alla tradizionale opposizione ­ cara anche al giudaismo ­ tra tenebra e luce, come simboli di due stati di vita antitetici.
I cristiani nel battesimo sono stati illuminati da Cristo e, perciò, dalla tenebra sono divenuti «luce nel Signore» (vedi 1Tessalonicesi 5,4; Romani 13,12; Colossesi 1,12-13). Come conferma si cita un frammento di inno battesimale presentato quasi come fosse una parola biblica («sta scritto» è la formula introduttoria alle citazioni bibliche): immersi nelle tenebre del sonno e della morte, noi siamo risorti e abbagliati dalla luce di Cristo. Si precisa, allora, come dev’essere la vita dei figli della luce. Paolo segnala due atteggiamenti fondamentali.

Da un lato, bisogna fare buon uso del tempo, cioè di questa èra di salvezza in cui ci ha introdotto la Pasqua di Cristo. In essa bisogna scorgere e seguire la volontà di Dio, che ci conduce alla pienezza della vita. D’altro lato, è necessario lasciare spazio allo Spirito che trasforma l’esistenza del credente in un canto di lode e ringraziamento a Dio. Il discorso si fa ora ancor più concreto e si delinea una specie di tavola dei doveri della vita familiare (vedi anche Colossesi 3,18-4,1). Si devono, però, notare due differenze rispetto ai paralleli del mondo giudaico e greco-romano: si sottolinea la reciprocità dei doveri degli sposi, nonostante il contesto maschilista in cui l’apostolo viveva (che pure lascia qualche traccia); inoltre, Gesù Cristo diventa il riferimento fondamentale su cui vivere l’esperienza d’amore, essendo egli la fonte della carità.
È per questo che la considerazione sui doveri dei mariti verso le mogli si trasforma in una catechesi sul rapporto tra Cristo e la Chiesa, sua sposa, purificata attraverso il lavacro battesimale. Il matrimonio diventa, perciò, simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa, il “grande mistero”, come lo chiama Paolo, cioè il mirabile disegno salvifico di Dio. L’uso dell’immagine nuziale per rappresentare la relazione tra Dio e Israele era già stato praticato dall’Antico Testamento (vedi, ad esempio, Osea 1-3). Ora il matrimonio cristiano ­ illustrato sulla base di Genesi 2,24 ­ diventa segno della nuova alleanza ed è in questa luce che il passo è stato letto come la base della visione sacramentale dell’unione matrimoniale cristiana.

ALTRE ESORTAZIONI E SALUTO
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Dal rapporto tra i coniugi la “tavola” dei doveri familiari delineata dall’apostolo passa a quello tra i figli e i genitori, con un rimando esplicito al comandamento, presente nel Decalogo (Esodo 20,12), di onorare il padre e la madre. Tuttavia anche in questo caso si esalta la reciprocità: i genitori devono educare i loro figli senza esasperarli. Si riserva poi spazio al settore delle relazioni tra schiavi e padroni. È un’esortazione che risente del contesto storico in cui vive la Chiesa delle origini. Ma c’è una sottolineatura nuova e significativa. Da un lato, lo schiavo deve compiere il suo lavoro con onestà, consapevole che ogni azione del cristiano ha un valore agli occhi di Dio. Dall’altro lato, i padroni devono comportarsi senza violenze o minacce, perché c’è sopra di loro un Signore di tutti che non guarda allo stato sociale o di privilegio, ma giudica ognuno con giustizia.
Conclusa la “tavola” degli impegni del cristiano nella famiglia e nella società, la lettera si avvia alla fine con un’ampia esortazione ad affrontare con decisione la lotta spirituale contro il male, che insidia la vita del credente. Paolo fa esplicito riferimento al diavolo e alle forze oscure che dominano la storia. Egli le denomina secondo il linguaggio apocalittico come principati, potenze, dominatori del mondo tenebroso in cui siamo immersi, e spiriti del male che, invece, trascendono il nostro orizzonte terreno. Si ricorre, così, alla simbologia marziale dell’armatura da indossare. Anche Dio nell’Antico Testamento era raffigurato come un guerriero che si schierava, con il suo re-Messia, a difesa del bene e dei giusti contro l’assalto del male (Isaia 11,4-5; 59,16-18; Sapienza 5,17-23).
Le armi del cristiano sono la verità come cintura, la giustizia come corazza, le calzature per annunziare il vangelo, la fede come scudo, la salvezza come elmo, lo Spirito e la parola di Dio come spada (vedi anche 1Tessalonicesi 5,8). La lotta spirituale dev’essere sostenuta dalla preghiera allo Spirito Santo, perché sia vicino a tutti coloro che annunziano il vangelo. Paolo si colloca tra costoro ed è presentato dalla lettera «ambasciatore in catene» del messaggio di Gesù: anche se non si è certi su questa carcerazione (quella romana o un’antecedente prigionia, forse efesina), è sulla base di questa nota che si colloca lo scritto agli Efesini tra le cosiddette “lettere dalla cattività” (o prigionia).
La lettera è chiusa da un intenso saluto. Al suo interno c’è una particolare esaltazione dell’amore «incorruttibile» che deve unire il cristiano al suo Signore. Prima, però, si fa riferimento a un collaboratore dell’apostolo di nome Tichico, inviato come delegato di Paolo. Egli espleterà la stessa missione anche nei confronti dei cristiani di Colosse (Colossesi 4,7): era, perciò, un rappresentante dell’apostolo nell’area dell’Asia Minore o almeno in alcuni ambiti di essa, nei quali egli comunicava ufficialmente notizie e messaggi paolini.

Paolo
Apostolo di Gesù Cristo e delle Genti, ieri e oggi
Quando appare sul quadrante della nostra storia, Saulo, o con il nome latino Paolo, ha circa 30 anni.
Cartina geograficaA mezzogiorno. Sulla via che va da Gerusalemme in Giudea a Damasco in Siria (240 km circa). Giovane dottore in Legge, zelante difensore delle tradizioni dei padri nella fede, su quella via di Damasco insegue successo e gloria.
Si, quel giorno sognato e atteso doveva segnare sull’agenda personale una specie di solenne collaudo del suo primo nome, Sha-ù-l o Saulos (At 7,58). Nome semitico che significa ‘invocato con preghiere, desiderato ‘ e che lo faceva sentire importante nella storia del suo popolo: Sha-ù-l era il nome del primo grande re d’Israele!
« Io sono un giudeo, nato a Tarso, in Cilicia, educato nella città di Gerusalemme, istruito ai piedi di Gamaliele nelle rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo per Dio… »(Atti degli Apostoli, capitolo 22).
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, quando ero nel Giudaismo: come perseguitavo la Chiesa di Dio, accanito com’ero nel difendere le tradizioni dei padri… Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò a sé con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo, perché io lo annunziassi ai pagani, io subito andai in Arabía… poi tornai a Damasco… Dopo tre anni salii a Gerusalemme a consultare Cefa… Personalmente ero sconosciuto alle chiese della Giudea che sono in Cristo: avevano solo sentito dire: « colui che un tempo ci perseguitava adesso annuncia quella fede che allora cercava di distruggere », e glorificavano Dio a causa mia. (lettera ai cristiani della Galazia, capitolo 1,13-24)Paolo prigioniero per Cristo, dipinto di Rembrant
Messo a ko sul ring della via di Damasco da Gesù di Nazaret, Colui che egli considerava il suo più grande rivale, tutta l’esistenza di Saulo si qualifica ormai in prima e dopo Damasco. E per amore di Gesù ‘il mio Signore’ diventa volontariamente il più piccolo colui che, per amore di se stesso, mirava con tutto l’essere a diventare il più grande
A me, il più piccolo di tutti (= paulissimus!) è stata concessa questa grazia: di annunziare a tutte le genti la straordinaria ricchezza che è Cristo Gesù. (Lettera ai cristiani di Efeso 3,8; vedi Lettera ai cristiani di Filippi 3).

conoscenza umana. la sua grazia sia su tutti coloro che lo cercano con amore.

PAOLO E LA LITURGIA

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2009/articolo1_17.asp

PAOLO E LA LITURGIA

Antonio Pitta

Durante l’anno liturgico, in genere l’attenzione si concentra sul “vangelo dell’anno” e, per ogni domenica, sulle relazioni tra i passi scelti per la prima e la terza lettura domenicale: poca o scarsa attenzione è conferita alla seconda lettura tratta, in prevalenza, dalle lettere di san Paolo. Non si hanno tutti i torti poiché si precisa che queste sono difficili e poco comprensibili per le nostre comunità contemporanee. Tuttavia, l’occasione dell’anno dedicato all’Apostolo delle genti offre un’opportunità unica: quella di approfondire le relazioni tra le sue lettere e l’eucaristia, il giorno del Signore, le dossologie liturgiche, sino a coinvolgere gesti che sono diventati abitudinari, e per questo poco coinvolgenti, come il canto, lo scambio della pace e la raccolta economica per i poveri.
Nel presentare, per grandi linee, il variegato rapporto tra Paolo, la liturgia e il culto, cercheremo di cogliere i tratti di continuità e di novità che ha apportato alla liturgia cristiana e che si possono, pur se con sviluppi secolari, cogliere nelle sue lettere. Qual è il tessuto comunitario nel quale nasce e si sviluppa la liturgia cristiana? Che cosa Paolo ha trasmesso del culto giudaico alle comunità cristiane della diaspora? E quale il suo contributo sul culto cristiano? L’attenzione a questo versante della teologia paolina permetterà di riconoscere come, dopo duemila anni di storia del cristianesimo, siamo debitori al suo modo di vedere la liturgia che cadenza il cammino annuale della Chiesa contemporanea.

1. Assemblee familiari
Quando tra il 50 e il 60 d.C., Paolo dettava e inviava le sue lettere, il tempio, il monoteismo, le Scritture d’Israele e la legge mosaica, rappresentavano ancora i pilastri portanti della pietà giudaica: in pratica non si assisteva ancora a quella definitiva separazione delle vie tra il giudaismo e il cristianesimo primitivo che di fatto si verificherà, in modo traumatico, con la distruzione del tempio di Gerusalemme. Il contesto storico che abbiamo appena evocato permette di riconoscere che il movimento cristiano delle origini non era ancora espressione di una religione adulta, separata e nata come un fungo bensì, insieme agli altri movimenti interni al giudaismo – si pensi al fariseismo, al sadduceismo, all’essenismo o alle correnti apocalittiche – costituiva una delle correnti giudaiche del tempo.
In verità quanti appartenevano ai “credenti” in Cristo, consideravano il loro movimento giudaico come la massima espressione dello stesso giudaismo, poiché attestavano la loro fede in Gesù Cristo, il Signore, nonostante la sua morte ignominiosa sulla croce. Proprio l’esplosione improvvisa del “culto di Cristo”, il Signore, induceva i primi credenti a non limitarsi a frequentare il tempio e le sinagoghe, sparse nella Palestina e nelle comunità giudaiche della diaspora, ma a «spezzare il pane» nelle loro case. Da questo versante, l’attestazione di Luca negli Atti degli apostoli presenta un alto grado di storicità:
«Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa, prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46).
Dunque, senza ignorare l’importanza del tempio e delle sinagoghe, in modo progressivo il culto cristiano andava concentrandosi nelle case private, dove ci si riuniva per ascoltare gli insegnamenti degli apostoli e per spezzare il pane.
Dal punto di vista sociale, quanti frequentavano le domus ecclesiae non dovevano superare le 50-60 unità, si radunavano nella casa più spaziosa, occupando, nello stesso tempo, l’atrium e il triclinium, e provenivano, in gran parte, dalle classi più indigenti della società greco-romana. Molti dei credenti erano poveri, schiavi o liberti che, provenendo dalle loro tabernae, venivano ospitati nelle domus di quanti godevano di un migliore welfare. Tuttavia nonostante la rigida separazione sociale tra ricchi e poveri, religiosa tra giudei e greci, e sessuale tra maschi e femmine, la frazione del pane nel giorno del Signore si andava sviluppando con la convinzione che «in Cristo Gesù non c’è maschio né femmina, giudeo né greco, schiavo né libero» (Gal 3,28). Quanti condividevano il pane eucaristico, si consideravano «fratelli», accomunati dalla stessa fede nel Messia crocifisso e Signore, dall’unico battesimo e dall’azione dell’unico Spirito che li andava consolidando, come le membra di un unico corpo: quello della Chiesa.
Non è fortuito allora che nelle uniche volte in cui Paolo utilizza le formule della trasmissione delle prime tradizioni cristiane («Vi trasmetto quanto ho ricevuto», in 1Cor 11,23 e in 1Cor 15,3), riporti le «parole di Gesù» durante la cena e la scansione degli eventi che cadenzano il cuore del kerygma più antico:
«Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese il pane e dopo aver reo grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo per voi; fate questo in mia memoria”. Allo stesso modo, dopo aver cenato,prese anche il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo quando bevete, in mia memoria”» (1Cor 11,23b-25);
«Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, fu sepolto, è risorto nel terzo giorno, secondo le Scritture, apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5).
Ogni assemblea delle prime comunità cristiane era caratterizzata dal memoriale della frazione del pane, compiuta da Gesù durante l’ultima cena, e dalla rilettura delle Scritture per dare senso al “per i nostri peccati” della sua morte e risurrezione al terzo giorno, il «giorno del Signore»: quello che diventerà per antonomasia la domenica o il giorno “Signoriale” per eccellenza. Le due tradizioni sulla celebrazione eucaristica e sul contenuto fondamentale della passione del Signore non vanno intese in modo separato, bensì con profonde connessioni, giacché le parole della cena illuminano l’oscurità del venerdì santo, sino alla luce abbagliante della domenica di Pasqua, al punto che per Paolo «Cristo nostra pasqua è stato immolato» (1Cor 5,7). La «pasqua» o l’agnello pasquale che i credenti celebrano e consumano, non è più quella degli agnelli che fa memoria della liberazione dall’Egitto, bensì Cristo stesso. Un ulteriore frammento pre-paolino della prima tradizione cristiana sostiene che lui è lo «strumento di espiazione» con cui Dio ha realizzato un nuovo percorso della riconciliazione e della giustificazione universale (Rm 3,25).

2. Fractio verbi, panis, vitae
La ripresentazione degli eventi centrali della passione e della cena del Signore permette di delineare tre fasi assembleari del primo culto cristiano, che si enucleano nelle lettere paoline. Anzitutto la “frazione della Parola”, dove con la Parola s’intende la rilettura comunitaria delle Scritture d’Israele. Già in ambito sinagogale sembra che il canovaccio fondamentale fosse rappresentato dalla lettura di un passo scelto dalla Torah (o dal Pentateuco), denominato seder, e di uno tratto dai profeti (compresi i Salmi), proposto come commento o haftarah. Noti sono i collegamenti liturgico-sinagogali tra le vicende di Abramo (Gn 15-22) e le attualizzazioni profetiche mutuate da Isaia (cf. Is 54), da Abacuc (cf. Ab 2,4) e dai Salmi (cf. Sal 31,1-2). Non a caso la stessa scansione si riscontra in alcuni paragrafi delle lettere paoline, come Gal 4,21-27 e Rm 4,1-25. Gli sviluppi della liturgia cristiana proseguono nella stessa traiettoria, con la novità che il testo centrale diventa quello dei vangeli e quello a commento anticipatorio è rappresentato da tutto l’Antico Testamento.
Il metodo con cui i due livelli dell’Antico e del Nuovo Testamento sono posti in relazione è quello complesso dell’allegoria e della tipologia: nel primo caso lo stesso evento della storia d’Israele acquista nuove prospettive, nel secondo si crea una relazione tra promessa antico-testamentaria e adempimento in Cristo. Ancora una volta, si deve a Paolo l’uso dei termini «allegoria» (cf. Gal 4,24) e «tipo» (cf. Rm 5,14). Ai due figli di Abramo si aggiungono i figli della schiava e della libera e Adamo è posto in relazione con Cristo.
Quanto risalta dalla ripresa delle Scritture d’Israele nelle comunità cristiane è l’enorme impegno ermeneutico svolto sull’Antico Testamento: questo non è né «vecchio Testamento», né «primo Testamento», come se siano ipotizzabili due o più Testamenti, bensì l’antica alleanza, che diventa nuova alleanza ogni qualvolta si legge Mosè nelle comunità cristiane; dirà Paolo:
«Infatti, sino al giorno d’oggi, lo stesso velo rimane nella lettura dell’antica alleanza; non è svelato, perché in Cristo è tolto di mezzo.Ma sino a oggi quando si legge Mosè, un velo ricopre il loro cuore.Quando però torna al Signore, il velo viene tolto» (2Cor 3,14-16).
Gesù Cristo si rivela così l’ermeneuta della Scrittura, colui che con la sua risurrezione e con il dono dello Spirito, si fa compagno di viaggio di ogni persona, per aprire gli occhi del cuore alla comprensione delle Scritture. I primi credenti in Cristo sono persuasi che senza la sua morte e risurrezione, tutta la Scrittura resta un libro sigillato, in modo ermetico: soltanto l’agnello che sta diritto in mezzo al trono ma sgozzato può togliere i sigilli e trasformare la Scrittura in Parola viva (Ap 5), utile per l’insegnamento e l’ammonimento della fede (cf. 1Cor 10,11; Rm 15,4).
La prima e più pericolosa tentazione delle comunità cristiane è stata quella di abbandonare l’Antico Testamento, frequentando soltanto le prime tradizioni cristiane che confluiranno nei vangeli e negli insegnamenti degli apostoli; il marcionismo darà consistenza a questo canone nel canone che giungerà sino al protestantesimo. La prospettiva di Paolo, il fariseo, costituisce il fondamento ineludibile per cui non una parte, bensì tutta la Scrittura parla di Cristo e della sua sposa; ed è lo Spirito che orienta nella comprensione cristologica ed ecclesiale della Scrittura.
La frazione della Parola prosegue in quella del pane, come l’antica alleanza si rinnova nella cena del Signore, in quel memoriale per cui ogni “oggi” diventa ripresentazione dell’antico e anticipazione del futuro. Ancora a Paolo si deve questa ripresentazione dello zikkaron unico che si ripresenta ogniqualvolta si celebra la cena del Signore: «Ogni volta che mangiate a questo pane e bevete il calice, annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (cf. 1Cor 11,26) è il suo primo commento alle parole di Gesù durante la cena. Il maranatha che chiude la prima lettera ai Corinzi e l’Apocalisse (cf. 1Cor 16,22; Ap 22,20) torna quando si pronunciano le parole di Gesù: egli è il veniente, ci raggiunge nell’oggi, ed è convinzione della fede, ed è invocato come colui che deve venire, sino alla fine della storia. Sulla certezza della fede s’innesta il desidero dell’incontro tra la sposa e il suo sposo, come una vergine casta, data in sposa all’unico sposo che è Cristo (2Cor 11,2).
Se, infine, durante la stessa celebrazione eucaristica, anche se spesso in modo distratto e superficiale, si compie il gesto della colletta di denaro, è perché questo gesto, di carità come qualsiasi dono di sé per gli altri, rientra nella stessa liturgia cristiana: è la frazione della Parola che, trasformandosi in frazione del pane, diventa frazione della vita o dell’agape. Per questo Paolo non esita a definire “liturgia” la colletta economica che raccomanda, con vivo afflato, alle sue comunità per i poveri della Chiesa di Gerusalemme (cf. 2Cor 9,12).
Troppo spesso si assiste alla distinzione, se non alla separazione, tra l’ambito catechetico, quello liturgico e quello caritativo delle nostre comunità, come se ognuno potesse procedere in modo autonomo e a prescindere dall’altro. I paragrafi paolini che abbiamo evocato dimostrano come la frazione della Parola, senza quella del pane e della carità, si riduce a un semplice insegnamento dottrinale che non coinvolge l’esistenza, che la frazione del pane senza quella della vita crea lo stesso scandalo verificatosi a Corinto, tra ricchi e sazi e poveri o indigenti, e che senza le ragioni ultime del «per voi» detto da Gesù, la Scrittura resta occulta e la carità non è destinata a durare a lungo. Abbiamo bisogno di riscoprire le continuità tra le tre mense, che alla fine si rivelano come una sola mensa: quella della condivisione della vita di Cristo in noi.

3. Il culto razionale
La raccolta di denaro per i poveri, proposta da Paolo alle sue comunità, si realizza nelle nostre celebrazioni poiché esprime non il dono del superfluo o, ancor peggio, come denuncia in 2Cor 9, una forma di spilorceria, bensì l’offerta della propria stessa esistenza. Così inizia la sezione esortativa della lettera ai Romani:
«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto razionale» (Rm 12,1).
Si deve ancora alla sua formazione farisaica se Paolo può esortare con queste parole le comunità cristiane di Roma, giacché è della corrente farisaica pensare che il sacrificio del tempio è inconcepibile senza il sacrificio della propria esistenza. Le stesse condizioni richieste perché il sacrificio di un agnello nel tempio risulti efficace sono proposte per la propria esistenza: una santità che è integrità e interezza della propria esistenza.
Di difficile traduzione è l’aggettivo logikê, che definisce il culto cristiano: certo la traduzione con «spirituale» è quella meno adeguata, poiché non c’è un culto spirituale che si distingua da uno materiale o globale, appunto integrale. Forse la traduzione più idonea è “mentale” o “razionale”, in quanto l’attenzione si concentra sul centro del proprio modo di pensare per coinvolgere l’esistenza in tutte le sue espressioni. Ed è in questa direzione che il “culto razionale” o “mentale” si sviluppa nella sezione successiva di Rm 12,2-15,13: l’offerta del proprio corpo si realizza nella valorizzazione dei carismi e dei ministeri, nella comunità cristiana, ossia in quell’operare come membra di un unico corpo. Offerta “razionale” è attaccarsi al bene, senza lasciarsi vincere dal male, rispondere al fratello non seguendo la legge del taglione, bensì quella del perdono senza ipocrisia, assolvere ai propri doveri nei confronti delle autorità civili, non aver alcun debito se non quello di un amore vicendevole, abbandonare le opere delle tenebre e indossare le armi della luce (cf. Rm 13,12), sino a farsi carico delle infermità dei deboli nella propria comunità.
Non c’è aspetto dell’esistenza umana che venga tralasciato perché il proprio corpo, ossia la persona nella sua totalità si trasformi, con la potenza dello Spirito, in “culto razionale”, vivente, santo e gradito a Dio. La stessa separazione tra sacro e profano si assottiglia, sino a scomparire del tutto, quando si tratta di cercare la santità della vita. Una fede che si trasforma in carità e speranza è quella che propone Paolo alle sue comunità senza cadere, ancora una volta, nella separazione delle tre virtù fondamentali, poiché ogni credente è esortato a compiere il sacrificio e la liturgia della propria fede (cf. Fil 2,17).
Allora diventa “liturgia” ossia, nello stesso tempo, azione di culto per il Signore e a favore del prossimo, la colletta in denaro (cf. Rm 15,27), l’aiuto che Epafrodito reca a Paolo stesso, durante la sua ultima prigionia (cf. Fil 2,25.30), e il proprio ministero e servizio per il vangelo o per Cristo (cf. Rm 1,9). Con il linguaggio tipico del culto, così Paolo ringrazia i Filippesi per il sostegno economico inviatogli: «Soave odore, sacrificio accolto, gradito a Dio» (Fil 4,18). Qualsiasi sostegno economico possiamo elargire per le necessità dei fratelli è, in quanto tale, come l’odore della vittima sacrificale offerta a Dio, ed è gradita al lui più di tutti gli animali portati nel tempio. Il dare la vita come e perché Cristo l’ha donata per noi, in quella imitazione irraggiungibile che diventa ragione ultima del nostro sacrificio, rappresenta uno degli aspetti più centrali del modo con cui Paolo intende la liturgia e il culto cristiano.
E quando si è costretti a riconoscere che nessuno al mondo può, come Cristo «non considerare un tesoro geloso la sua uguaglianza divina, ma umiliarsi sino alla morte di croce» (cf. Fil 2,5-7), allora bisogna cercare dei modelli più a misura umana. Modelli per i credenti sono coloro che come Timoteo non cercano «i propri interessi, bensì quelli di Gesù Cristo» (cf. Fil 2,21-22) e come Epafrodito, che «a causa dell’opera di Cristo è stato vicino alla morte, mettendo a rischio l’anima, affinché potesse sostituire la vostra assenza per la mia liturgia» (Fil 2,30).
Si comprende allora perché Paolo contrapponga un culto fondato sulla semplice circoncisione fisica, a uno dettato o che scaturisce dall’azione dello Spirito di Dio (Fil 3,3): il culto cristiano è azione dello Spirito; di quello Spirito che trasforma la Scrittura in Parola di Dio, il pane e il vino in corpo e sangue del Signore, e la comunità cristiana in corpo di Cristo, con la stessa importanza del corpo eucaristico che si celebra.

4. La libagione
Un tipo particolare di sacrificio è la libagione che accompagnava, nel culto pagano, il sacrificio degli animali: consisteva nel versamento del sangue, dell’acqua o del latte. Per questo era rifiutato dalla religiosità giudaica, ma era diffuso nei culti pagani, presso i quali era considerato un vero e proprio sacrificio. Paolo non esita a considerare l’effusione della propria vita, sia per le quotidiane fatiche per il vangelo, sia per l’esito più o meno imminente della propria morte, come libagione:
«Ma se anche sono sparso sul sacrificio e sulla liturgia della vostra fede, gioisco e congioisco insieme a tutti voi» (Fil 2,17).
Il sacrificio e la liturgia principali sono quelli della fede dei Filippesi; a questi si aggiunge lo spargimento di sé e della propria vita.
La metafora è molto loquace poiché, alla fine della propria vita, Paolo pone l’attenzione non sul proprio sacrificio o sulla propria liturgia esistenziale bensì su quella dei credenti: il suo è soltanto un accompagnare con la partecipazione attiva alla propria sentenza di morte il loro sacrificio. Il commento più bello a questa proposizione si trova nella seconda lettera a Timoteo, con cui la tradizione ecclesiale reinterpreta la partecipazione attiva di Paolo alla sua morte:
«Io infatti sono pronto per essere versato in libagione, ed è giunto il momento della mia partenza: ho sostenuto la buona battaglia, ho concluso la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,6-7).
Libagione è non soltanto l’ultimo momento della propria vita, attraversato non in modo passivo bensì attivo, poiché si segue la stessa via compiuta da Cristo sino alla morte di croce, ma tutta la propria esistenza: quella che comprende la lotta quotidiana per il vangelo, la corsa nell’annunciare Cristo a tutti e ad ognuno, e il custodire la fede in Cristo, unico Signore.
Mentre Seneca avrebbe sostenuto che quotidie morimur, Paolo non avrebbe esitato a sostenere che ogni giorno offriamo noi stessi con l’effusione della vita per Cristo e per i fratelli. Non c’è momento dell’esistenza che non sia liturgia sacrificale quando è vista in questa cornice: e il tutto è accompagnato, in modo paradossale, dalla gioia diffusiva che contagia e rende solidali i fratelli. Prima di andare incontro al martirio Ignazio di Antiochia scriverà nella sua Lettera ai Romani, utilizzando lo stesso verbo scelto da Paolo in Fil 2,17: «Non procuratemi di più che essere versato in libagione per Dio…» (2,2).

5. Conclusione
La liturgia cristiana è canto di gioia, nelle e nonostante le tribolazioni che non mancano. E Paolo non dimentica di esortare in questo modo i credenti di Colossi:
«La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, istruendovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali» (Col 3,16; cf. anche Ef 5,19).
Sembra che sin dagli albori il movimento cristiano si sia caratterizzato per il canto: i diffusi «inni» riportati nelle lettere paoline (Fil 2,5-11; Ef 1,3-14) erano forme di canto rivolte al Signore, per mezzo di Cristo, nello Spirito, per la sua azione di grazia. Ai Corinzi, Paolo raccomanda:
«Quando vi riunite, avendo ciascuno di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o un’interpretazione, si faccia ogni cosa per l’edificazione» (1Cor 14,26).
Non sorprenderà quindi se una delle più antiche testimonianze sui cristiani, la lettera di Plinio il Giovane a Traiano (primi decenni del II sec. d.C.), il mittente ricorderà:
«D’altra parte, essi affermano che tutta la loro colpa o il loro errore erano consistiti nell’abitudine di riunirsi in un determinato giorno, prima dell’alba, di cantare fra loro alternativamente un inno a Cristo, come a un dio» (Lettera 10,96,7).
Non è questione soltanto di cura del particolare o dell’accessorio, ma è in questione il tipo di partecipazione che si realizza quando partecipiamo alle celebrazioni ecclesiali, che dovrebbero trasudare di gioia per la condivisione dell’unico corpo, dell’unico Spirito, dell’unica fede, dell’unico battesimo e dell’unica speranza: l’unicità delle relazioni che apre alla sinfonia del cuore e della parola, del pensiero e del canto. Se non sappiamo cantare insieme è perché partecipiamo da spettatori a quanto dovrebbe vedere tutti i credenti uniti nella diversità dei carismi e dei ministeri.
Le nostre comunità, con tutte le loro manchevolezze, sono ancora comunità paoline: dai saluti iniziali (2Cor 13,13: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio padre e la comunione dello Spirito»), ai ringraziamenti che introducono le sue lettere e le nostre celebrazioni (Rm 1,7: «Prima di tutto ringrazio il mio Dio, per mezzo di Gesù Cristo»), alle dossologie e all’Amen che cadenzano la liturgia (2Cor 1,20: «Per questo per mezzo di lui [Cristo] sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria»), sino al maranatha che pronunciamo dopo la consacrazione delle specie.
I gesti che compiamo sono quelli delle comunità paoline: la colletta per i poveri, il bacio santo fra i credenti e la genuflessione davanti a Gesù Cristo, il Signore nostro (cf. Fil 2,8-11). Tuttavia, se non riscopriamo il tessuto familiare e comunitario delle celebrazioni liturgiche, rischiamo di dimenticare del tutto il significato dei gesti e delle parole che compiamo.
L’anno paolino ci offre la preziosa opportunità di riappropriarci di quanto spesso compiamo, in ogni celebrazione liturgica, senza renderci conto, poiché ogni liturgia è ripresentazione della vita che si trasforma.

LA SPIRITUALITÀ PAOLINA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

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LA SPIRITUALITÀ PAOLINA NELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

di Sr. Maria Cecilia La Mela OSBap

Vivere quest’anno all’insegna del messaggio paolina è, per noi monaci e monache, occasione preziosa per riaccostarci al testo della nostra Regola, interrogando san Benedetto circa la sua sintonia con il grande san Paolo che è, per lui, l’Apostolo per antonomasia. Se è vero che tutta la Regola è impregnata di Sacra Scrittura, non può non balzare subito agli occhi la massiccia presenza di citazioni, implicite ed esplicite, tratte dalle lettere di Paolo di Tarso. San Benedetto chiama spesso in causa l’Apostolo delle genti lasciando spazio alla sua autorevolezza per avvalorare quei concetti che vorrebbe imprimere con forza nei suoi monaci; non è un caso che i riferimenti paolini sono più abbondanti proprio nel Prologo e in quei capitoli che più sembrano stare a cuore al nostro Legislatore. Molte delle citazioni tratte dalle lettere di san Paolo rimandano, a loro volta, ad altre citazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento, specie dei salmi e del Vangelo, ma circoscriviamo la nostra lectio divina limitandoci ai rapporti strettamente paolino-benedettini.
Diverse tematiche ricorrenti negli scritti paolini fanno da sottofondo a tutta la Regola, quasi attraversandola e strutturandola in un tutto organico e ben definito. Uno dei temi più sviluppati è quello della corsa e sul quale sono stati fatti autorevoli studi. Un altro è quello del combattimento, della milizia, dell’esercizio ginnico, della gara per cui il monaco, come il cristiano, si configura come lottatore, come soldato, come atleta, come agonista. Entrambi questi aspetti interpretativi dell’impegno del cristiano nel mondo e nella Chiesa sono pervasi da quella tensione escatologica che è tipica di san Paolo e di san Benedetto e che pone il cristiano, il monaco, il consacrato, quale segno vivente del destino ultimo per cui siamo stati creati. C’è poi tutta la cura pastorale che san Benedetto mutua dalle due lettere a Timoteo e da quella a Tito, attribuendo all’abate le prerogative e le responsabilità che san Paolo richiede al vescovo. E l’elenco potrebbe continuare ancora.
Tra i tanti sviluppi che si potrebbero approfondire in questo anno paolino, ad esempio quello dell’umiltà come « annientamento » (Fil 2,8), dell’obbedienza pronta e generosa « perché Dio ama chi dona con gioia » (2 Cor 9,7), del lavoro come processo di umanizzazione (1 Cor 4,12) e tanti altri; mi soffermo sul tema della carità lasciandomi orientare dall’invito di san Paolo rivolto a tutti noi: « Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole » (Rm 13,8). Per questo parto da quel meraviglioso capitoletto che è la sintesi e il cuore della Regola benedettina, il 72°, dello zelo buono che devono avere i monaci. Leggiamolo insieme: «Come vi è un maligno zelo di amarezza che allontana da Dio e conduce all’inferno, così vi è uno zelo buono, che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna». E, di seguito, san Benedetto, con chiari riferimenti all’insegnamento del Vangelo e alla teologia di San Paolo, esplicita i sentimenti e le azioni che devono animare il monaco in questa ascesa della carità. È necessario prima di tutto esercitarsi con « ardentissimo amore ». Attenzione ai superlativi: san Benedetto non è cristiano di mezze misure! Un amore, dunque, non fiacco, non tiepido, non part time, ma un amore ardente, che brucia, che non dà tregua, che ci sollecita, ci vuole tutti coinvolti in questa difficile, ma meravigliosa avventura della nostra vita cristiana e della nostra vocazione benedettina. E chi più « focoso » del belligerante Paolo di Tarso? Dalla sua magnifica penna è uscito quell’inno alla carità che ha sottolineato con forza la grandezza del cristianesimo! Tra l’altro, va detto che le lettere paoline più gettonate sono le due ai Corinzi e nella prima (1 Cor 13,1-13) vi è propriamente l’inno alla carità. Ed un inno alla carità può essere considerato, appunto, il capitoletto dello zelo buono.
Alcuni verbi vorrei trarre da questo crescendo « benedettino » dell’amore e consegnarli a me stessa, e a chi legge, come particolare impegno per questo anno di comunione e condivisione che il Signore ci dona di vivere all’insegna del fare memoria dell’Apostolo Paolo e della sua eredità spirituale: prevenire, sopportare, prestare, cercare, volere bene, temere, non anteporre.
« Si prevengano cioè l’un l’altro nel rendersi onore », ovvero la stima sia alla base dei nostri rapporti fraterni che si concretizzano anche in quelle basilari norme di buona educazione che sottolineano la preziosità dell’altro, il rispetto per la dignità umana: un onore, un rispetto, un’attenzione che sia reciproca, condivisa, che unisca sempre più i cuori e le menti. Così scrive san Paolo ai Romani (12,10): «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda». La carità è ardentissima, non ammette cioè tiepidezze… spinge a correre, a gareggiare pur di arrivare primi, ma mai da soli … i primi, non il primo, cioè non io ma noi…
Con l’invito «sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali», che fa eco a quello paolino «sopportandovi a vicenda con amore» (Ef 4,2), il nostro Santo Padre Benedetto ci esorta a non scandalizzarci della fragilità degli altri, a non giudicarla, a non condannarla, ma a farci carico della debolezza altrui, ricordando che è una eredità comune, che nessuno è esente dal poter sbagliare, … coprire amorevolmente, scusare la fragilità degli altri, valorizzare le loro qualità, le potenzialità umane, così come vorremmo sia fatto a noi. Anzi, secondo l’esortazione del capitolo 7° Dell’umiltà, bisogna salire il settimo gradino che «è quello del monaco che non solo con la lingua si professa più indegno e spregevole di tutti, ma ne è convinto anche nell’intimo del cuore»; infatti così ci esorta Paolo: «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). E ancora san Benedetto nel cap. 63 Dell’ordine della comunità: «Dovunque i fratelli s’incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; quando passa un anziano, il più giovane si alzi e gli offra da sedere; né ardisca sedersi con lui se l’anziano non glielo permetta perchè si avveri ciò che è scritto: « Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore » (Rm 12,10». Non cerchiamo di imporre sempre il nostro parere ma ascoltiamo tutti, sempre pronti a far felici i fratelli accontentandoli se, quello che ci chiedono, è un bene per loro e per noi. Sempre, comunque, non lasciamo mai nessuno nell’amarezza per causa nostra. E quest’urgenza inderogabile di non rattristare nessuno non è proprio una delicatezza meravigliosa di carità? (Cfr RB capp. 27 e 31). Infatti, l’indicazione di san Paolo, fatta propria da san Benedetto, pone come orientamento pedagogico (la sollecitudine dell’abate verso gli scomunicati) e relazionale (il lavoro del cellerario e, in un certo senso, la cura dei propri uffici da parte di tutti i monaci) quello di «far prevalere la carità» (2 Cor 2,8).
Ma torniamo al nostro zelo buono: «Si prestino a gara obbedienza reciproca»: dialoghiamo con serenità confrontandoci per crescere, gareggiamo per fare del monastero veramente la casa di Dio e «nessuno cerchi l’utilità propria, ma piuttosto l’altrui»; ecco le citazioni paoline implicite nel testo della Regola: «Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui» (1 Cor 10,24) «Senza cercare il proprio interesse ma anche quello degli altri» (Fil 2,4).
«Si voglia bene a tutti i fratelli con casta dilezione», ossia il nostro voler bene agli altri sia limpido, rifletta la carità evangelica, sia capace di cedere pur di costruire sempre il dialogo, la condivisione, la pace. E cerchiamo di volere bene a tutti, senza distinzioni. Così San Paolo ai Tessalonicesi (4,9): «Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri». E di rimando San Benedetto: «Temano Dio nell’amore}», un timore che non è paura, ma riverente confidenza, un timore che ci aiuta a vivere costantemente alla presenza di Dio mediata dall’abate: «Amino il loro abate con sincera ed umile carità». E, infine, «nulla assolutamente antepongano a Cristo, il quale ci conduca tutti alla vita eterna». Tutti insieme: è il « pallino » di San Benedetto, il suo chiodo fisso … è l’ansia, l’urgenza di Cristo che, come nella sua ultima cena terrena, continua a raccomandare l’amore vicendevole, l’inderogabile e suprema priorità dell’amore. Non per nulla la vita e l’opera di San Paolo, così come di San Benedetto, sono eminentemente cristologici.
Velocemente mi soffermo su alcuni inviti alla carità con i quali San Benedetto costella diversi capitoli della Regola in sinossi con le relative citazioni paoline. Per prima cosa l’elenco degli strumenti delle buone opere (cap. 4°) che esordisce proprio con i due precetti evangelici della carità: «Anzitutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; quindi il prossimo come se stesso». I 74 strumenti delle buone opere sono quasi tutti avvalorati da citazioni bibliche, tuttavia, quelli inerenti all’amore verso il prossimo sono per lo più presi da San Paolo che così scrive ai Romani (13,9): «Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso». E con voce unanime, Paolo e Benedetto, ci invitano a consolare gli afflitti così come siamo consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1,3-4), a non lasciarci trascinare dall’ira e ritornare in pace prima del tramonto (Ef 4,26), a non rendere male per male ma cercare sempre il bene con tutti (l Tess 5,15), a subire l’ingiustizia piuttosto che infliggerla agli altri (l Cor 6,7-8) … perché, come è detto nel 4° gradino dell’umiltà, «per dimostrare che il servo fedele deve per il Signore tollerare anche qualche contrarietà, dice ancora la Scrittura nella persona di quelli che soffrono: « Per te siamo ridotti ogni giorno alla morte, siamo considerati come pecore da macello »(Rm 8,36) e sicuri per la speranza della ricompensa di Dio, proseguono con gioia e dicono: « Ma in tutto ciò noi vinciamo per Colui che ci ha amati »» (8,37) « [ ... ] e con l’Apostolo Paolo tollerano i falsi fratelli (2 Cor 11,26) e benedicono chi li maledice (1 Cor 4,12».
Questo amore lo troviamo « incarnato » nell’Eucaristia: alimentati dal « pane dei forti », avremo energie e coraggio per esercitarci in questo zelo buono, ossia la carità; questo amore lo dobbiamo incarnare nei fratelli «poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6, 10), cioè «a tutti si renda il conveniente onore» (RB 53) certi che tutto passa, tutto delude, solo Dio e il bene che ci vogliamo rimangono in eterno. E dopo due mila anni dalla sua opera di evangelizzazione ce lo continua a dire « ardentissimamente » San Paolo e, perché non lo dimentichiamo, c’è San Benedetto a ricordarcelo continuamente nella nostra Regola.

(da Il Sacro Speco di San Benedetto, n. 2, 2009)

Le condizioni che san Benedetto esige perché un monaco possa essere suo discepolo, il fine al quale il monaco deve aspirare, le linee maestre del metodo pedagogico che caratterizza la scuola benedettina, sono fatti non soggetti ai mutamenti dei tempi e, per ciò stesso, validi attuali anche a distanza di quattordici secoli. Per riuscire nel suo proposito, san Benedetto organizzò il monastero nella maniera che credette più adatta per gli uomini del suo tempo. Se ancora oggi i monasteri sparsi nei cinque continenti devono essere scuola di formazione, perché i monaci possano raggiungere quel fine, è del tutto comprensibile che si vedano obbligati ad adattare il metodo pedagogico della Regola e l’organizzazione del monastero alle esigenze di tempi, luoghi e culture tanto diverse da quelli nei quali visse san Benedetto; a condizione, naturalmente, che le nuove forme non distruggano, ma anzi favoriscano la coerenza interna della Regola (Gabiele M. Brasò, Lettere ai monaci, Praglia 1980).

IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO (di Mons. G. Ravasi)

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/Anno%20Pastrorale.htm#vita

IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO

(di Mons. G. Ravasi)

Brevi sono il saluto e l’augurio di apertura di questa lettera. Ben più solenne è, invece, la benedizione iniziale, che ha l’andatura di un inno e si presenta come uno splendido abbozzo del disegno di salvezza rivelato e attuato in Cristo. Dall’orizzonte celeste, cioè dal mistero trascendente di Dio, scendono le benedizioni “spirituali”, cioè i doni di santità che trasformano i credenti. Si delinea, così, l’itinerario a cui essi sono chiamati all’interno del progetto di Dio: prima ancora della loro esistenza, Dio li aveva scelti e destinati a divenire figli adottivi attraverso Cristo; tutto questo avrebbe realizzato la piena gloria di Dio che si compie nel suo donarsi all’umanità, nel suo amore rivelato in Gesù, il Figlio «Prediletto». La salvezza dell’uomo è, quindi, la gioia, la lode, la gloria più alta di Dio.
E questa salvezza si attua attraverso la morte di Gesù, sorgente della redenzione, del perdono e della grazia effusa nell’umanità. Noi conosciamo, dunque, «il mistero della volontà» divina perché non solo ci è stato rivelato, ma anche perché lo viviamo all’interno della storia. Infatti, la «pienezza dei tempi» è l’ingresso di Cristo nel mondo per trasformare la realtà umana secondo il disegno prestabilito fin dall’eternità da Dio. Tutti noi siamo “ricondotti” in Cristo insieme con l’intero universo creato: l’immagine usata rimanda al «capo» che tiene coeso il corpo. Ogni realtà è destinata a trovare senso e unità in Cristo, costituito da Dio come capo unico e universale.
È interessante notare come Paolo in questa visione grandiosa della salvezza sottolinei un aspetto che gli sta a cuore. In 1,11-13 distingue, infatti, due pronomi: da un lato, c’è il «noi», i primi eredi della promessa divina, cioè gli Ebrei, coloro che hanno alimentato la speranza messianica prima della venuta di Cristo; d’altro lato, c’è il «voi», cioè l’orizzonte dei pagani, che hanno ascoltato e accolto nella fede «la parola della verità», il vangelo, e così sono stati consacrati dallo Spirito Santo. L’apostolo passa poi a un ringraziamento per la fede e l’amore testimoniato dai cristiani di Efeso, ai quali augura di ottenere una pienezza nella conoscenza del mistero di salvezza, che ha al centro la risurrezione di Cristo. Essa è cantata in 1,20-23 in una specie di professione di fede di tono innico, dalla quale emerge la figura del Risorto che è il Signore di tutto l’universo e di tutte le sue energie, ma che è anche il capo di quel corpo che è la Chiesa.

DALLA MORTE ALLA VITA PER ESSERE UNA COSA SOLA IN CRISTO
Nel capitolo 2, continuando l’intreccio dei due pronomi «noi» e «voi», si esalta la redenzione operata da Cristo per l’umanità peccatrice, sia ebraica sia pagana. L’amore misericordioso di Dio ci ha strappato a Satana, «il principe delle potenze dell’aria», e ci ha fatto partecipare alla stessa vita di Cristo attraverso l’esperienza battesimale che ci ha condotto alla gloria della risurrezione. La salvezza è, quindi, non solo liberazione dal male, ma anche intimità, comunione, partecipazione alla vita divina.
In un linguaggio tipicamente paolino si ribadisce la vicenda della salvezza, che è dono della grazia divina a chi risponde con la fede, e che non è frutto delle opere umane. La centralità di Cristo è ribadita in una pagina di grande intensità, che ha in qualche sua parte un’andatura innica e lirica. Il tema fondamentale della salvezza è considerato secondo un’angolatura che è già stata adottata precedentemente: con la sua morte in croce, Cristo ha costituito un’unica comunità, cancellando le divisioni tra i circoncisi e coloro che erano «stranieri ai patti della promessa», cioè tra Ebrei e pagani. Cristo è, allora, definito come la «pace» per eccellenza, che, nella tradizione biblica, era il tipico dono messianico (Isaia 9,5; Michea 5,4).
Egli ha abbattuto le barriere che dividevano questi due popoli: «il muro di separazione» a cui Paolo fa riferimento potrebbe alludere sia alla legge mosaica sia al setto divisorio posto tra il cortile degli Ebrei e quello dei pagani nel tempio erodiano di Gerusalemme, parete invalicabile, pena la condanna a morte. Cristo ha anche eliminato le osservanze legali che caratterizzavano la religiosità giudaica, e ha fatto sì che tutti si ritrovassero uniti, i vicini e i lontani (vedi Isaia 57,19 e Zaccaria 9,10), destinati a costituire un solo corpo, a essere concittadini e familiari di Dio, appartenenti alla stessa comunità che è la Chiesa, la famiglia di Dio. Tutti costituiscono un tempio vivo, che ha la sua pietra angolare in Cristo e il basamento negli apostoli e nei profeti, cioè negli annunciatori del vangelo (vedi 1Corinzi 3,10-11.16). La rappresentazione di questa unità generata dalla croce di Cristo è preziosa per definire la missione di Paolo aperta ai pagani.

PAOLO, APOSTOLO DEL MISTERO DI CRISTO
Egli, infatti, è stato chiamato da Dio proprio a svelare il «mistero di Cristo» che ha nel suo cuore la salvezza universale: «I pagani sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e a essere partecipi della promessa» (3,6), cioè a fruire della dignità donata al popolo ebraico e, così, a costituire l’unico popolo di Dio che è la Chiesa, corpo di Cristo. A questo annunzio l’apostolo ha dedicato se stesso perché il disegno divino, che era celato nel mistero, venisse reso noto a tutti, anche alle potenze cosmiche e celesti, e attuato nella storia.
A questo punto Paolo rivolge un’appassionata preghiera a Dio Padre, creatore di tutti gli esseri, perché trasformi la coscienza dei cristiani così da giungere alla piena maturità della fede e dell’amore. Potranno allora scoprire il cuore profondo del mistero divino, che è l’infinito amore di Dio offerto a noi in Cristo, un amore che ci avvolge conducendoci alla pienezza, un amore totale che abbraccia tutto l’essere, rappresentato secondo le quattro dimensioni sotto le quali la tradizione popolare concepiva la realtà: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Con un’acclamazione di lode finale a Dio Padre (3,20-21) si chiude la prima parte della lettera.

LE ESIGENZE DELLA VITA CRISTIANA
Con il capitolo 4 si apre una seconda parte della lettera, di taglio più esistenziale: si intende delineare un profilo della vita cristiana, fondata sull’unità di tutti i credenti nell’unico corpo di Cristo. Si ha innanzitutto un appello a riscoprire questa «unità dello spirito», rafforzata dal «legame della pace», ricordando la sua sorgente, cioè l’unico Dio che agisce in tutti, l’unico Cristo Signore e Salvatore, l’unica fede e l’unico battesimo. Se tutti hanno ricevuto la grazia, ciascuno la manifesta secondo forme diverse che sono espressioni dei doni divini effusi dal Cristo risorto (si cita nel versetto 8 il Salmo 68,19 in modo libero, applicandolo all’ascensione e alla glorificazione celeste di Cristo).
Paolo elenca cinque doni spirituali che costituiscono altrettanti ministeri destinati a condurre alla maturità cristiana tutta la comunità dei credenti: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ma il modello che tutti dobbiamo tenere davanti agli occhi per raggiungere la maturità della fede è Cristo stesso, che è la pienezza per eccellenza. Solo con questa meta passiamo dall’infanzia, che è ancora debolezza e immaturità, alla maturità. E la via per raggiungere questa completezza spirituale è la «verità nell’amore». Solo così si configura il corpo di Cristo nella sua armonia e nella sua perfetta compagine. Si presenta in questa pagina il tema del corpo di Cristo che è la Chiesa in un modo lievemente differente rispetto a 1Corinzi 12. Là, infatti, la Chiesa era il corpo di Cristo in modo globale; qui si dice che Cristo è il capo e i cristiani sono il corpo. Comune è, però, il rilievo dato all’amore come anima dell’intero organismo.
Si passa poi a una riflessione sull’esperienza battesimale vissuta dai fedeli. Essa è stata una svolta radicale che ha totalmente mutato la realtà dell’uomo. Il battezzato, infatti, deve lasciare alle spalle «l’uomo vecchio», con la sua miseria e il suo peccato, e deve rivestire la qualità di «uomo nuovo», che è il profilo voluto da Dio creatore e che è la condizione umana inaugurata e attuata dalla morte e risurrezione di Cristo. Il tema delle due creature, la vecchia e la nuova, la peccatrice e la redenta, era già apparso in Romani 6,4-6, in 2Corinzi 5,17 e riapparirà in Colossesi 3,10.
Questo mutamento radicale che si è compiuto nel cristiano deve generare un differente comportamento morale, che la lettera esemplifica in alcuni impegni che rimandano al Decalogo e a moniti presenti già nell’Antico Testamento. Si citano, infatti, Zaccaria 8,16 sull’impegno di servire la verità e il Salmo 4,5 per quanto riguarda l’ira; ma si evoca anche il «non rubare», il «non pronunziare falsa testimonianza» del Decalogo e l’esortazione, frequente nella Bibbia, a combattere il peccato di parola. In particolare, in questa che è una nuova lista di vizi da evitare, si sottolinea l’importanza dell’amore e della concordia fraterna, la cui assenza rattrista lo Spirito Santo che è effuso in noi.

IL COMPORTAMENTO DEL CRISTIANO
L’amore è, infatti, il cuore della morale cristiana. Il modello ideale è Cristo, che si è donato a noi attraverso la morte in croce, definita come «sacrificio di soave odore», cioè come una vittima sacrificale gradita a Dio e capace di cancellare ogni peccato (per l’espressione usata, tipica dell’Antico Testamento, vedi Genesi 8,21; Esodo 29,18; Salmo 40,7). Il cristiano, purificato da questo atto d’amore divino, deve abbandonare lo stile di vita precedente, che l’apostolo illustra attraverso alcuni vizi emblematici del paganesimo come volgarità, impurità, idolatria. Queste realtà impediscono il legame con Cristo e quindi con la vera vita e la luce. Si ricorre, infatti, alla tradizionale opposizione ­ cara anche al giudaismo ­ tra tenebra e luce, come simboli di due stati di vita antitetici.
I cristiani nel battesimo sono stati illuminati da Cristo e, perciò, dalla tenebra sono divenuti «luce nel Signore» (vedi 1Tessalonicesi 5,4; Romani 13,12; Colossesi 1,12-13). Come conferma si cita un frammento di inno battesimale presentato quasi come fosse una parola biblica («sta scritto» è la formula introduttoria alle citazioni bibliche): immersi nelle tenebre del sonno e della morte, noi siamo risorti e abbagliati dalla luce di Cristo. Si precisa, allora, come dev’essere la vita dei figli della luce. Paolo segnala due atteggiamenti fondamentali.
Da un lato, bisogna fare buon uso del tempo, cioè di questa èra di salvezza in cui ci ha introdotto la Pasqua di Cristo. In essa bisogna scorgere e seguire la volontà di Dio, che ci conduce alla pienezza della vita. D’altro lato, è necessario lasciare spazio allo Spirito che trasforma l’esistenza del credente in un canto di lode e ringraziamento a Dio. Il discorso si fa ora ancor più concreto e si delinea una specie di tavola dei doveri della vita familiare (vedi anche Colossesi 3,18-4,1). Si devono, però, notare due differenze rispetto ai paralleli del mondo giudaico e greco-romano: si sottolinea la reciprocità dei doveri degli sposi, nonostante il contesto maschilista in cui l’apostolo viveva (che pure lascia qualche traccia); inoltre, Gesù Cristo diventa il riferimento fondamentale su cui vivere l’esperienza d’amore, essendo egli la fonte della carità.
È per questo che la considerazione sui doveri dei mariti verso le mogli si trasforma in una catechesi sul rapporto tra Cristo e la Chiesa, sua sposa, purificata attraverso il lavacro battesimale. Il matrimonio diventa, perciò, simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa, il “grande mistero”, come lo chiama Paolo, cioè il mirabile disegno salvifico di Dio. L’uso dell’immagine nuziale per rappresentare la relazione tra Dio e Israele era già stato praticato dall’Antico Testamento (vedi, ad esempio, Osea 1-3). Ora il matrimonio cristiano ­ illustrato sulla base di Genesi 2,24 ­ diventa segno della nuova alleanza ed è in questa luce che il passo è stato letto come la base della visione sacramentale dell’unione matrimoniale cristiana.

ALTRE ESORTAZIONI E SALUTO
Dal rapporto tra i coniugi la “tavola” dei doveri familiari delineata dall’apostolo passa a quello tra i figli e i genitori, con un rimando esplicito al comandamento, presente nel Decalogo (Esodo 20,12), di onorare il padre e la madre. Tuttavia anche in questo caso si esalta la reciprocità: i genitori devono educare i loro figli senza esasperarli. Si riserva poi spazio al settore delle relazioni tra schiavi e padroni. È un’esortazione che risente del contesto storico in cui vive la Chiesa delle origini. Ma c’è una sottolineatura nuova e significativa. Da un lato, lo schiavo deve compiere il suo lavoro con onestà, consapevole che ogni azione del cristiano ha un valore agli occhi di Dio. Dall’altro lato, i padroni devono comportarsi senza violenze o minacce, perché c’è sopra di loro un Signore di tutti che non guarda allo stato sociale o di privilegio, ma giudica ognuno con giustizia.
Conclusa la “tavola” degli impegni del cristiano nella famiglia e nella società, la lettera si avvia alla fine con un’ampia esortazione ad affrontare con decisione la lotta spirituale contro il male, che insidia la vita del credente. Paolo fa esplicito riferimento al diavolo e alle forze oscure che dominano la storia. Egli le denomina secondo il linguaggio apocalittico come principati, potenze, dominatori del mondo tenebroso in cui siamo immersi, e spiriti del male che, invece, trascendono il nostro orizzonte terreno. Si ricorre, così, alla simbologia marziale dell’armatura da indossare. Anche Dio nell’Antico Testamento era raffigurato come un guerriero che si schierava, con il suo re-Messia, a difesa del bene e dei giusti contro l’assalto del male (Isaia 11,4-5; 59,16-18; Sapienza 5,17-23).
Le armi del cristiano sono la verità come cintura, la giustizia come corazza, le calzature per annunziare il vangelo, la fede come scudo, la salvezza come elmo, lo Spirito e la parola di Dio come spada (vedi anche 1Tessalonicesi 5,8). La lotta spirituale dev’essere sostenuta dalla preghiera allo Spirito Santo, perché sia vicino a tutti coloro che annunziano il vangelo. Paolo si colloca tra costoro ed è presentato dalla lettera «ambasciatore in catene» del messaggio di Gesù: anche se non si è certi su questa carcerazione (quella romana o un’antecedente prigionia, forse efesina), è sulla base di questa nota che si colloca lo scritto agli Efesini tra le cosiddette “lettere dalla cattività” (o prigionia).
La lettera è chiusa da un intenso saluto. Al suo interno c’è una particolare esaltazione dell’amore «incorruttibile» che deve unire il cristiano al suo Signore. Prima, però, si fa riferimento a un collaboratore dell’apostolo di nome Tichico, inviato come delegato di Paolo. Egli espleterà la stessa missione anche nei confronti dei cristiani di Colosse (Colossesi 4,7): era, perciò, un rappresentante dell’apostolo nell’area dell’Asia Minore o almeno in alcuni ambiti di essa, nei quali egli comunicava ufficialmente notizie e messaggi paolini.

ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE – (tre testi di San Paolo)

http://www.storico.org/nascita_cristianesimo/professioni_fede.html

ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE -

(in esame: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16)

Formule di fede, acclamazioni, inni contenuti in particolare nell’epistolario paolino ci informano su quale fosse la fede delle prime comunità cristiane

di Simone Valtorta

In che cosa credevano i primi Cristiani? Per saperlo, è inutile riferirsi – come fanno purtroppo molte persone, anche di buona cultura – a quanto è scritto in romanzi di basso o nullo valore culturale, o in pseudo-saggi composti non da storici ma da «professionisti della penna», giornalisti, uomini politici, attori che spacciano per rivelazioni clamorose notizie inventate di sana pianta; chiunque sia interessato all’argomento (ma questo vale per qualsiasi ricerca storica) deve «in primis» riferirsi ai testi dell’epoca, inserendoli nel contesto culturale e religioso della società che li ha prodotti. È quello che faremo in questo breve articolo.
Numerosi passi del Nuovo Testamento, principalmente nelle Lettere di Paolo, contengono frammenti antichissimi (pre-paolini) di confessioni di fede vere e proprie, acclamazioni, inni e tramandano «la fede apostolica comune, precedente la riflessione paolina. Non sono la teologia paolina, ma la base da cui Paolo parte per costruirla. Numerosi indizi lo provano» (Bruno Maggioni in Introduzione alla storia della salvezza, Torino 1973, pagina 223). Questi frammenti non vogliono semplicemente fare una «cronaca» di certi avvenimenti, bensì destare una fede che è accettazione personale e vissuta dell’azione salvifica di Dio a favore degli uomini, nella storia.
Tra i vari passi che si possono citare, ne esamineremo tre: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un «inno», il cui contesto originario è quello delle celebrazioni liturgiche.

Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come all’aborto. Io infatti sono l’infimo degli Apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la Sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto».
Il brano è stato scritto nell’anno 56 dopo Cristo, e rappresenta una delle pagine più antiche (forse addirittura la più antica in assoluto) che abbiamo sulla risurrezione di Gesù; Paolo inoltre richiama la sua precedente predicazione a Corinto (anni 51-52), ma anche allora egli aveva semplicemente trasmesso «alla lettera» ciò che lui stesso aveva ricevuto, quindi bisogna risalire o al tempo della sua permanenza ad Antiochia (verso il 40), o addirittura al tempo della sua conversione (35 circa). Questa data è la più probabile, per ragioni sia linguistiche che stilistiche, e si colloca ad un tempo vicinissimo all’«evento fondatore» della Chiesa (Gesù viene ucciso nell’anno 30).
Ciò che fa problema agli abitanti di Corinto non è tanto la risurrezione di Gesù, quanto la risurrezione dei morti: probabilmente i Corinzi, di cultura greca, sono debitori della mentalità dualistica del tempo, in base alla quale la morte è considerata come il momento della separazione dell’anima dal corpo, quest’ultimo visto come prigione perché tutto ciò che ha a che fare con la materia è caduco, è destinato alla dissoluzione, è fonte di male e di infelicità; ciò che alcuni di essi rifiutano è la risurrezione dei corpi.
Paolo fa notare, citando Menandro, proprio un noto esponente della cultura greca, che «se i morti non risorgono, allora “mangiamo e beviamo, ché domani morremo”» (Prima Lettera ai Corinzi 15, 32): se non v’è risurrezione dei morti, viene meno un elemento fondamentale della speranza cristiana, non c’è più vera salvezza, per cui tanto vale dedicarsi allo stile di vita pagano, alla cura di sé e del proprio piacere, prima che tutto si dissolva. L’annuncio di Paolo è invece incentrato sull’affermazione che Gesù, quel medesimo Gesù che è morto sulla croce, è vivo, è risorto (in tutta la Sua realtà personale, quindi anche con il Suo corpo, benché trasformato), aprendo così per chi crede in Lui un futuro di vita e di speranza.
Il brano inizia con una dichiarazione solenne: Paolo precisa qual è il fulcro della fede cristiana, che lui non ha inventato, ma ricevuto: che Gesù è morto (un fatto storico, che accomuna la Sua sorte a quella di tutti gli uomini) per i nostri peccati – è finito sulla croce perché, pur essendosi fatto uomo per portare la salvezza agli uomini immersi nel peccato, è stato respinto e ha scelto di condividere fino alle estreme conseguenze la sorte degli uomini, legata al peccato e alla morte, mostrando così fino a che punto giunge la volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità peccatrice continuamente proclamata dalle Scritture, già nel Primo (o Antico) Testamento (Dio è Colui che è alleato del Suo popolo, che non lo abbandona nonostante le sue infedeltà, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva). Paolo inoltre precisa che Gesù fu sepolto: per gli Ebrei, chi è sepolto è definitivamente morto, diviene polvere e non appartiene più alla comunità dei viventi.
Ma Gesù «è stato risuscitato»: l’immagine è quella del «risveglio» di un dormiente o del «rizzarsi» di uno che giace a terra, ma la risurrezione di Cristo non è la semplice rianimazione di un cadavere, il ritorno allo stato di vita precedente (come Lazzaro, o il giovane di Nain) – il Risorto dopo la Sua morte è in uno stato di vita del quale noi non abbiamo esperienza, per cui non ne possiamo parlare se non per immagini, che vogliono far intuire una realtà, non certo descriverla. E la menzione che è avvenuto il terzo giorno (nel Primo Testamento il terzo giorno era spesso considerato come il giorno della liberazione, della salvezza, della vittoria sulla morte e su ogni forma di schiavitù, dopo un intervallo di smarrimento, di crisi, di «prova»: il terzo giorno Giuseppe libera i suoi fratelli dal carcere, il terzo giorno Dio appare sul Sinai e stringe un’alleanza con il Suo popolo, il terzo giorno Giona viene liberato dal ventre della balena…), questa menzione, dicevamo, non intende precisare una data, ma suggerisce che la risurrezione di Gesù è l’evento decisivo di salvezza, di liberazione: Dio interviene a salvare chi si è affidato alla Sua volontà fino a dare la vita, non lascia il giusto nella morte, ma lo fa risorgere, inaugurando così il tempo della salvezza definitiva. Anche la risurrezione di Gesù è quindi secondo le Scritture: la Bibbia parla della potenza di Dio come di una potenza di vita e di salvezza che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, che anche dalla morte e dal nulla sa far scaturire la vita.
Poi Gesù «si è fatto vedere», «si mostrò», «apparve»: non si tratta di un semplice farsi vedere, ma di un andare incontro all’uomo, di un entrare in dialogo con lui. Il Risorto si mostra nelle apparizioni come una persona che prende l’iniziativa di un contatto personale, in vista di un compito da svolgere da parte dei discepoli ai quali si richiede il coinvolgimento personale, la testimonianza vitale. Il linguaggio è quello narrativo, quello che si riferisce a fatti reali, ad avvenimenti fuori discussione quanto a veridicità ed a controllabilità storica: in questo senso si muove anche la lista dei personaggi che vengono citati, tutti testimoni oculari, la cui attendibilità è fuori discussione, alcuni conosciuti personalmente da Paolo.
Abbiamo innanzitutto Cefa (Simon Pietro) e i Dodici, il gruppo di discepoli che Gesù aveva costituito attorno a Sé durante la Sua vita terrena, e la cui testimonianza godeva di particolare autorità all’interno della prima comunità cristiana; poi sono menzionati cinquecento «fratelli» (qui «fratelli» sta per «Cristiani», «credenti»), molti dei quali sono ancora viventi, quindi possono essere direttamente interpellati (con tutta evidenza, erano persone di cui si sapeva il nome). Questa apparizione non è ricordata altrove nel Nuovo Testamento; viceversa, Paolo non menziona le donne (citate nei Vangeli) come destinatarie delle apparizioni: per i dubbiosi di Corinto erano necessarie testimonianze sicure, indiscutibili, e la testimonianza femminile, allora, non godeva di questi requisiti. Si menzionano quindi Giacomo (evidentemente «Giacomo, il fratello [cugino] del Signore»), che occupava una posizione influente in particolare nella Chiesa di Gerusalemme, di cui con Pietro e Giovanni era una delle «colonne», e «tutti gli Apostoli», non solo i Dodici già precedentemente ricordati ma anche altre persone, soprattutto, sembra, alcune figure di missionari, note nella Chiesa primitiva, che hanno particolarmente contribuito alla diffusione del vangelo di Cristo nel mondo di allora. Paolo cita se stesso come ultimo, riferendosi verosimilmente al suo incontro con il Cristo sulla via di Damasco: un incontro «fisico», a «tu per tu», non un’«illuminazione»; dal momento che Paolo era stato, fino a quel momento, un persecutore dei Cristiani, la sua chiamata e l’efficacia della sua predicazione mostrano con particolare evidenza la forza e la gratuità della potente azione di Dio.
«Nella Prima Lettera ai Corinzi, scritta molto prima dei nostri Vangeli, ci è dunque tramandata un’antica testimonianza sulla risurrezione, che Paolo già a Corinto predicò come “vangelo” (annuncio di gioia), che egli stesso precedentemente aveva “ricevuto” e che “trasmise” fedelmente, in accordo con la predicazione degli altri Apostoli (versetto 11). Contenuto di questo vangelo è un evento unico, straordinario e non esprimibile adeguatamente nel nostro linguaggio: Cristo morì e fu sepolto; Egli è stato risuscitato poco dopo la Sua morte secondo le promesse di salvezza dell’Antico Testamento ed è apparso a persone di cui si fa il nome e la cui attendibilità per i Corinzi era fuori discussione. Solo la fedeltà a questa “parola”, predicata fin dall’inizio nella Chiesa, porta, secondo Paolo, la salvezza» (J. Kremer, La testimonianza di 1 Cor 15, 3-8 sulla risurrezione di Cristo, in Autori Vari, Dibattito sulla risurrezione di Gesù, Brescia 1969).
La risurrezione di Cristo apre un futuro di vita per tutto l’uomo, in tutta la sua realtà personale (compreso il corpo); è inoltre una salvezza che riguarda tutti gli uomini: il destino di Gesù è il nostro stesso destino. L’ultima parola di Dio è una parola di vita, non di morte: la vicenda dell’umanità intera non è nelle mani del caso o del destino, ma ha un senso, e un senso di vita, di salvezza; chi non ha capito questo, non ha capito l’elemento centrale della fede cristiana, anzi, non conosce Dio, quel Dio di cui parlano le Scritture e che non lascia nella morte coloro che fino alla morte si sono impegnati ad eseguire la Sua volontà: alla morte segue la risurrezione. Questo è il vangelo che Paolo annuncia!

Lettera ai Romani 1, 3-4
«…riguardo al Figlio Suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità dalla risurrezione dei morti, Gesù Cristo, nostro Signore».
Si tratta di una formula di fede antichissima, che Paolo ha inserito nella solenne apertura di questa sua lettera di presentazione ai Cristiani di Roma: la sua fede ha al centro «Gesù Cristo, nostro Signore», che manifesta pienamente Se stesso e tutta l’azione salvifica di Dio nei confronti degli uomini con la Sua risurrezione. Chi risorge non è però semplicemente un Dio in forma umana, ma un uomo preciso, vissuto in un certo modo, dotato di una inconfondibile individualità storica. Il Figlio si è fatto veramente uomo, è diventato uno di noi, partecipe della nostra vicenda terrena; è nato alla vita come nascono tutti i figli dell’uomo e in un popolo preciso, destinatario delle promesse di Dio: è della stirpe di Davide, e «Davide è tutta la storia di Israele e la speranza che un giorno possa trovare il proprio coronamento glorioso» (F. J. Leenhardt, L’épître de Saint Paul aux Romains, Neuchâtel-Paris 1957, pagina 22). L’esistenza umana e terrestre di Gesù sbocca sulla risurrezione che dà inizio alla vita che più non muore, quella alla destra del Padre.
L’idea è quella dell’esaltazione: secondo le promesse del Primo Testamento, il Messia viene riconosciuto come tale ed esaltato, intronizzato come dominatore sui popoli e sulla storia; la risurrezione di Gesù apre per tutti i popoli del mondo, per tutti gli uomini, un futuro di vita e di salvezza. Gesù, il Figlio, nascendo tra noi come uno di noi, rivela la potenza di Dio, la forza con la quale Dio sconfigge la morte, ed anche dal nulla sa far sorgere la vita.

Prima Lettera a Timoteo 3, 16
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà:
Colui che si è manifestato nella carne,
è stato giustificato nello Spirito,
è stato presentato agli angeli,
è stato annunziato alle nazioni,
è stato creduto dal mondo,
è stato elevato nella gloria».
Nella vita della primitiva comunità cristiana, uno dei luoghi caratteristici dell’annuncio è la liturgia: nell’assemblea di culto la comunità dei discepoli sperimenta e vive quello che predica, celebra quello che crede; le formule usate traducono la fede comune dei partecipanti alla celebrazione liturgica, e costituiscono quindi un’espressione significativa del modo con il quale i primi Cristiani leggevano il mistero da essi creduto ed annunciato. Ha scritto C. H. Dodd, in La predicazione apostolica e il suo sviluppo (Brescia 1973, pagina 83), che «quando la Chiesa diede un assetto stabile alla propria vita, il contenuto del kerygma [annuncio] entrò a far parte della “regola di fede” riconosciuta dai teologi del II e III secolo come presupposto della teologia cristiana. Dalla “regola di fede” a sua volta venne fuori il “credo”… Nello stesso tempo il kerygma esercitò un influsso moderatore sulla formazione della liturgia. Mentre la teologia progrediva oltre le posizioni stabilite da Paolo e Giovanni, la forma e il linguaggio della Chiesa orante restarono più aderenti al modello del kerygma. Forse proprio in alcuni punti delle grandi liturgie della Chiesa ci troviamo maggiormente vicini alla predicazione apostolica originaria».
È interessante allora accostare anche testi originariamente liturgici, rintracciabili nella produzione neotestamentaria; questo è il caso della Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un inno (o frammento di inno) celebrativo-liturgico inserito solo in un secondo tempo nella lettera al discepolo e collaboratore di Paolo, Timoteo.
L’inno è tutto giocato sul parallelismo antitetico terra-cielo: il mistero della glorificazione di Cristo si realizza tra due sfere contrapposte («carne», «nazioni», «mondo» da un lato; «Spirito», «angeli», «gloria» dall’altro: mondo terrestre e mondo celeste), che accostate alludono al creato preso nella sua interezza. Si parla della manifestazione di Gesù nell’umiliazione della carne e nella gloria dello Spirito.
Questi pregnanti versetti, che coinvolgono il cielo e la terra, sono espressione dell’universalità della rivelazione salvifica di Dio in Gesù Cristo: in Lui si riconciliano il cielo e la terra.
Questo è il kerygma che viene annunziato: la sua diffusione trascende i confini angusti di una cultura e di una razza, per essere universale («nazioni» non abbraccia solo i pagani in quanto differenziati da Israele, unico «popolo di Dio», ma l’intera umanità, includendo perciò anche Israele, attraverso cui è giunta la promessa e la benedizione).
Al centro del «mistero della pietà» c’è il Cristo glorificato: dimorante nella gloria di Dio, ma la cui azione di salvezza penetra nel profondo tutto il mondo e tutta la storia.

Conclusione
Dai testi esaminati emerge chiaramente la centralità della Pasqua di Cristo nella vita di fede della prima comunità cristiana; questa centralità è evidente nella testimonianza della predicazione, nelle professioni di fede, nelle celebrazioni liturgiche… ciò cui si rivolge la fede degli Apostoli e dei primi discepoli non è la vicenda storica di Gesù, ma è la conclusione, la morte e risurrezione: quel Gesù che è stato crocifisso è risuscitato ed è vivo, per la nostra salvezza. Il Signore Gesù non ha abbandonato i Suoi discepoli dopo la Sua morte: Egli è ancora in mezzo a loro, e si è mostrato vivo in diversi modi. Ciò che i primi Cristiani credono nella fede, annunciano nella predicazione, celebrano nella liturgia e testimoniano nella vita, non è un coacervo inestricabile di verità astratte o una serie di avvenimenti slegati tra loro, ma ha un suo punto di riferimento originario, preciso e inconfondibile: la Pasqua di Cristo.
La «buona notizia» che ci è testimoniata è che Gesù, morendo, non è scomparso nel nulla, ma è giunto a Dio: Egli è vivo, assunto con tutta la Sua realtà personale in quella pienezza di vita che supera ogni nostra aspettativa, che sfugge ad ogni nostro tentativo di comprensione esaustiva. È con il Padre.
Ed ha aperto per noi la strada: là dove è Lui, saremo anche noi.

CATECHESI SU S. PAOLO DI PADRE ROBERTO ZAMBOLIN – la personalità dell’Apostolo

http://www.sacrafamiglia.diocesipa.it/testo%20catechesi%20paolina%20padre%20roberto%20zambolin.htm

CATECHESI SU S. PAOLO DI PADRE ROBERTO ZAMBOLIN

La personalità dell’Apostolo Paolo è una personalità poliedrica e complessa che tuttavia noi possiamo leggere per un dato importante perché Paolo ha posto come obiettivo nella sua vita, quello che la propria vita avesse un senso cioè tutta la sua vita è stata centrata , tutta la sua vita le sue passioni le sue esperienze sono state centrate attorno ad un obiettivo che per lui è diventato il senso della sua vita e questo obiettivo è Gesu’ Cristo; questo già secondo me è un dato molto importante, a volte noi, ecco, nella nostra vita siamo molto divisi, la mente và per conto suo, il cuore và per conto suo, gli istinti vanno per conto loro; facciamo fatica ad essere delle personalità unificate, a ritrovare un senso di ciò che facciamo, facciamo fatica a dare un orientamento preciso alla nostra vita, per questo a volte siamo un po’ smarriti, scissi, anche noi stessi divisi, noi possiamo comprendere qualcosa della personalità di Paolo perché Paolo ha trovato un centro unificatore nella sua vita che è Gesu’ Cristo; questo è un dato importante anche nella psicologia cioè ché se noi vogliamo essere persone autentiche, ognuno di noi deve avere un centro attorno al quale unifica e da senso a tutto ciò che fa ed è bellissimo pensare che Cristo sia stato il senso del suo essere uomo e del suo essere credente ed evangelizzatore.
Credo che il primo dato che appare sia proprio questo : Paolo che era un uomo passionale è diventato Paolo e non ha cambiato temperamento o carattere ma con l’aiuto della grazia di Dio Paolo ha saputo orientare le sue passioni , le sue energie fisiche e spirituali verso una nuova meta quella di conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Lui ( Fil. 3,8 ) ed io credo che qui sta tutto il segreto della felicità per ogni essere umano, quello di cercare e trovare un centro unificato attorno al quale fare girare tutta la propria vita; allora tutto diventa più chiaro, tutto finisce col piacere e anche riusciamo a superare le prove più terribili che immancabilmente la vita ci riserva se abbiamo davanti a noi un obiettivo ben preciso.
Quali sono i tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così, di individuarne sostanzialmente quattro: innanzitutto è una persona estremamente volitiva, solo una persona come lui poteva reggere per esempio all’urto subìto a Damasco dove la sua umanità è stata messa a dura prova, c’è stato uno sconvolgimento pieno della sua umanità, un cambiamento totale della sua vita, lì ha fatto un’esperienza che ha trasformato completamente lui come uomo; pensate per esempio questa sua aggressività, il suo andare contro i cristiani, questo suo mettersi d’impegno per dire:io devo andare a cercare i seguaci di Cristo.Dunque Paolo era uno, in un certo senso,che metteva come centro anche se stesso;l’esperienza di Damasco l’ha reso umile,docile e gli ha fatto capire che anche lui ha bisogno di essere condotto dagli altri;gli ha fatto capire che il suo passato forse aveva bisogno di essere illuminato da un’ altra luce, allora si è fatto condurre da Anania, si è fatto condurre anche lui per mano per strada; Paolo che mentre prima aveva fatto di se stesso il centro della sua vita, ora lui non era più il centro di se stesso, lui si è messo alla periferia di se stesso e ha messo Cristo come centro di se stesso; dunque per un cambiamento del genere è possibile se davvero una persona cerca, trova e rimane fedele a ciò che ha trovato. Quì però dobbiamo dire che Paolo è estremamente onesto, Paolo è sì un passionale però attenzione, a volte capita che quando noi siamo passionali ed emotivi noi stravolgiamo la verità. A Paolo premeva mettersi a servizio della verità e una volta scoperta si sente anche in dovere di cambiare strada nella propria vita; l’onestà di Paolo la potremmo chiamare un onestà a prova di bomba, per esempio questa forza di volontà, questa onestà di Paolo la esprime quando entra in polemica con i suoi avversari, non certo per odio contro di loro ma piuttosto per un amore incondizionato alla verità.Di questo amore alla verità Paolo è un testimone credibile, per esempio nella lettera agli Efesini 4,14-15, quando Paolo vuole esortare i cristiani di Efeso a costruire la chiesa dell’unità, scrive così:questo affinchè non siamo più come fanciulli, sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini, con quell’astuzia che tende a trarre nell’errore, al contrario vivendo e servendo la verità nella carità.Cerchiamo di crescere in ogni caso verso di Lui che è il capo ,Cristo. Ecco, fare la verità nella carità ,una passione quella di Paolo,al servizio della verità; il testo greco dovrebbe essere tradotto “più che fare la carità nella verità” potremmo tradurlo in “verare la verità”, cioè non può esistere una carità se non c’è una verità, la prima forma di carità è il servizio alla verità.Quella di Paolo era una passione al servizio della verità e quindi viveva nell’amore autentico nel senso che Paolo non ha mai disgiunto la verità dalla carità. Attenzione alla falsa forma di carità io li distinguo anche nell’evangelizzazione, cioè un conto è l’attenzione, la conoscenza della persona umana nei suoi tempi, nei suoi ritmi, ma per questo noi non possiamo stravolgere la verità; va offerta secondo la comprensione, secondo la possibilità di ognuno ma non possiamo passare una fede facile.Così per essere accettati, per essere accolti, per sentirsi moderni, a volte questo purtroppo succede e noi pensiamo di vivere la carità e non curando la verità e così non facciamo un servizio né alla carità ne alla verità. Quindi Paolo estremamente volitivo, ma anche estremamente angusto, estremamente sincero, un ricercatore della verità, sincero al punto tale che di fronte alla verità cambia completamente centro della sua vita, non è più se stesso ma è di Cristo. Ancora un altro elemento della personalità di Paolo l’abbiamo già accennato, un temperamento passionale nel bene e nel male, sentite cosa dice Paolo nella 1° lettera a Timoteo 1,13:io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento, bene questo, la violenza di un tempo Paolo l’ha messa a servizio del Vangelo, sapendo sopportare anche le prove più tremende.E’ molto bello quello che dice Paolo quando parla anche delle sue esperienze, delle prove che lui ha sopportato e che ha sopportato per amore di Cristo ed è proprio per questo suo temperamento passionale che l’ apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie interminabile di viaggi missionari che caratterizzano il suo servizio apostolico,perché poi la verità unita alla volontà,unita alla passione per ciò che si fa ti spinge ad uscire fuori,ti spinge a donare,ti spinge a camminare;una persona che ha la passione alla verità, altamente sentirà il desiderio di poterla dire, di poterla evangelizzare,di poterla comunicare. Il guaio a volte di molti credenti è che credono senza passione,,è che credono in modo scontato, è che credono senza contemplazione, senza godere in ciò in cui credono.Attenzione che, un conto è la passione, un conto è l’emozione;avete presente quando si va ai pranzi di nozze.si beve un po’ di vino e ci si sente un pochino tutti allegri;il mondo sembra tutto allegro ,poi passa l’effetto del vino e si torna come prima.L’emozione è questa, è quella fascia delle sensazioni che dura finchè dura l’emozione e poi tutto finisce.La passione è invece un motore che spinge la macchina, è una specie di forza che ti porta avanti nella vita e tu vivi proprio con gioia, con bellezza, gustando quella verità che tu hai e cerchi di coinvolgere il più possibile nella conoscenza, nella testimonianza di questa verità.Questo è temperamento passionale, un altro elemento che noi troviamo in Paolo, che emerge dai suoi scritti è una persona di un’intelligenza eccezionale, non solo da un punto di vista logico, ma anche da un punto di vista relazionale, cioè Paolo sa entrare in contatto con tutti, all’occorrenza sa anche entrare in polemica con gli avversari che negano la verità, come sa discorrere serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità, Paolo sa interpretare correttamente la profezia dell’Antico Testamento, mostrando che Cristo ha attualizzato quella profezia; come sa dimostrare la ragionevolezza nell’ andare in Cristo e la libertà nell’ atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre sta seminando menzogna e zizzania, come per esempio, Paolo, sa esortare con la parola, ma soprattutto con l’esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo. Paolo sa scrivere pagine di arte di ispirazione poetica,pensate agli Inni Paolini, sublimi e profondi, come l’addentrarsi in discussioni teologiche più specialistiche, quindi è un’intelligenza molto acuta quella di Paolo. Possiamo dire che Dio lo ha dotato di doni di natura e di doni di grazia,uomo difficilmente uguagliabile, ma tutto viene messo al servizio della carità e della verità . Mi pare che Paolo possa dirsi anche un amico fedele,ci sono delle cose molto belle anche di questa affettività di Paolo,intanto fedele nei confronti della verità che non è una verità teorica, quella di San Paolo, la verità ha un nome che si chiama Gesù Cristo che è una persona; non avrebbe senso rimanere fedeli ad una verità per la verità, ma quando quella verità è divenuta una persona, allora solo un rapporto culturale (dobbiamo stare attenti perché alle volte un rapporto relazionale con Cristo rischia di trasformare il Vangelo in cultura) non è sempre detto che un teologo sia per forza un credente, per essere credente si deve stabilire una relazione con Gesù Cristo, non solamente una deduzione intellettuale razionale, ecco perché l’importante è che accanto alla profondità teologica ci sia questa dimensione relazionale, affettuosa con Cristo.Una volta che Paolo ha conosciuto Cristo Signore attraverso una relazione che Cristo ha avuto con lui perché sapete che nella fede il primo passo lo fa sempre il Signore.é stato proprio Dio che ha incontrato Paolo, una volta che Paolo si è lasciato incontrare da Dio, Paolo non ha mai cessato di coltivare questa amicizia straordinaria e di onorarla anche a costo di pagare di persona.Paolo lo ha dimostrato in diverse circostanze ,anche con il martirio e a questo proposito è bene che ascoltiamo proprio lui nella 2° lettera di Timoteo 4,6-8 “Quanto a me, dice Paolo,il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele, ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede; mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto Giudice, mi consegnerà in quel giorno.” Vedete che sono parole estremamente chiare che indicano il percorso di vita di Paolo, e soprattutto sarà una profezia di quello che capiterà, non molti anni dopo, a Roma quando sarà decapitato intorno all’anno 64 d.C.; ebbene, con queste pennellate essenziali io penso un pochino di avere colto qualche cosa della psicologia di Paolo.
Paolo uomo estremamente volitivo, passionale, di un’intelligenza eccezionale, uomo di relazione, uomo fedele. Mi vorrei fermare un pochino di più sull’incontro di Paolo a Damasco perché lì c’è proprio di mezzo la sua vita, il coinvolgimento della sua vita, potremmo dire lo sconvolgimento della sua vita. Che cosa rivela quell’incontro di Paolo a Damasco? Rivela delle qualità eccezionali per un’uomo che non è facile riscontrare; rivela innanzitutto una capacità di rimettersi in discussione, di non vivere una vita scontata, di aprirsi alla novità, di tendere sempre al futuro, di cercare una qualità migliore della sua vita; cioè direi veramente che Paolo voleva vivere una vita in pienezza per un uomo che amava la vita,voleva gustare la vita in pienezza e tutto questo lo ha portato a rendersi disponibile a qualche cosa di nuovo, a qualche cosa di profondo, di misterioso, a qualche cosa che lo superava che era la rivelazione di DIO; un confronto che lo ha cambiato spiritualmente; è diventato un uomo nuovo difatti Paolo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale; ma se Paolo fosse stato una persona introversa, una persona chiusa nelle sue certezze, chiusa nella sua sicurezza, una persona non disposta all’ascolto, al dialogo, all’accoglienza della novità, soprattutto chiusa nel mistero, Paolo probabilmente non si sarebbe lasciato inondare dalla luce di Cristo. Uno studioso morale contemporaneo ha scritto che per comprendere la teologia di Paolo non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale Paolo è nato ed ha ricevuto la sua prima formazione, non basta nemmeno partire da Gerusalemme, città nella quale Paolo è stato educato ed ha potuto confrontarsi con gli apostoli, in modo particolare con Pietro; non è sufficiente neanche partire da Antiochia che è stato il punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari; certo queste città hanno avuto importanza nella formazione di Paolo, hanno contribuito alla sua crescita morale e spirituale, ma per entrare nel pensiero di Paolo dobbiamo capire l’approccio che lui ha avuto con Cristo perché il rapporto con Cristo ha sconvolto la sua vita ed è stato al centro della sua evangelizzazione; che cosa è capitato in quell’avvenimento? – qui ci sono delle cose formidabili: Innanzitutto a Damasco Paolo ha capito che tra Gesù e i cristiani vi è una identità spirituale nella quale stà il segreto, il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro essere comunità, del nostro essere fraternità, del nostro amore alla Chiesa; Che cosa ha sperimentato in quell’avvenimento, che cosa dice l’esperienza che ha vissuto, ha sentito quelle parole “ Io sono quel Gesù che tu perseguiti “ , oggi molti dicono “ Cristo sì la Chiesa no”; Io sono quel Gesù che perseguiti ,dunque, nella persona dei suoi discepoli è il Signore ad essere perseguitato e allora voi capite che un elemento importante nella personalità di Paolo era quello che noi potremmo chiamare l’empatìa non la simpatia; cioè Paolo era uno che sapeva farsi carico della comunità, della fraternità, sapeva farsi carico degli altri; probabilmente se non avesse avuto questa empatia non avrebbe colto nei cristiani che lui perseguitava la presenza stessa di Gesù Cristo; dunque tra Gesù e i Cristiani c’è un’identità spirituale ; nella persona dei credenti Gesù stesso è perseguitato, quindi la Chiesa è il prolungamento della sua Umanità, la Chiesa è la sposa amata da Cristo e non si può separare la Chiesa da Cristo come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo; sarebbe questa una violenza assurda; come si può separare la persona dalla unicità di se stessa? Paolo era una persona che aveva molto forte il senso dell’unità dell’uomo, io quando parlo di persona umana faccio un riferimento molto banale, ma se volete molto efficace: – a casa nostra abbiamo tutti delle credenze, dei comò e sono quasi tutti a cassetti; io tiro un cassetto, mi apro solo quel cassetto gli altri rimangono chiusi; la persona umana non è fatta a cassetti; la persona umana è fatta di un’unità, di una totalità! Se io sono stressato, se io ho un problema , se ho mal di testa, l’aspetto fisico, l’aspetto psichico, l’aspetto spirituale della persona umana funzionano insieme, non si può scindere e oggi il concetto di salute che non è più la salute fisica ma è la salute psicofisica; se io ho mal di dente, il dente è un elemento piccolissimo della persona, eppure se uno ha mal di dente, non ha voglia di fare niente, non ha voglia di pregare, non ha voglia di abbandonarsi a Dio, per dire come anche la nostra esperienza di fede deve essere così: si prega con tutto noi stessi anche la propria corporeità; voi pensate quanto danno abbiamo fatto anche nella nostra vita spirituale escludendo il corpo a volte dalla preghiera, escludendo la bellezza del corpo anche dalla nostra vita spirituale
perché il corpo veniva visto come fonte di passioni e mai invece come possibilità di espressione, come linguaggio, come ricchezza di linguaggio.
Paolo ad un certo punto era una persona che ha colto l’unità della persona umana; la testa senza il corpo non ha senso, il corpo senza la testa non è una cosa unita, perciò lui ha colto questa identità spirituale tra Gesù e i cristiani; non si può separare la Chiesa da Cristo, non si può separare la persona dal corpo, non si può separare la sposa dallo sposo, sarebbe una violenza assurda ed è per questo che lui ha compreso, che Gesù di Nazaret è il vero Messia, destinato a diventare il Salvatore di tutti gli uomini, di tutta l’umanità, di tutti i peccatori. Ecco, care sorelle, cari fratelli, io penso che forse Paolo qui ci insegna un grande principio fondamentale della psiche umana, cioè quello di imparare una unificazione nella nostra vita, oggi noi invece notiamo proprio questa continua separazione tra le persone; si pensa una cosa se ne dice un’altra e se ne fa un’altra ancora; a volte scherzando dico che se ci guardassimo allo specchio veramente, la nostra vita diventa un carnevale perché utilizziamo una maschera quando siamo soli, ne utilizziamo un’altra quando siamo in famiglia, ne utilizziamo un’altra quando siamo in parrocchia, ne utilizziamo un’altra quando siamo con altre persone, cioè noi procediamo nella vita per diversità, per distinzioni, invece Paolo era se stesso ovunque, sia quando era persecutore, sia quando ha fatto la scelta di Cristo; essere nella totalità del proprio essere, vivere nella totalità del proprio essere, e Paolo una volta fatta la scelta di Cristo a questa scelta è rimasto fedele ; soprattutto Paolo ha fatto una scelta importante, la scelta del dono della vita per i fratelli, dell’uscire da sé per andare verso gli altri, a Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che della vita quello che vale di più non è l’affermazione di sé stessi a scapito degli altri ma il dono di sé stessi a colui per il quale possiamo ritrovare la nostra vita e amare il nostro prossimo. L’amore per il prossimo per Paolo è diventato inseparabile dall’amore di Gesù perché l’amore unifica, la centralità di sé divide; quante volte ci siamo trovati di fronte a persone che hanno voluto affermare la centralità di sé stessi e hanno diviso le comunità, hanno diviso le famiglie; l’amore invece unifica; invece vi capita che l’amore non è il piacere delle sensazioni, ad amare si impara, si impara accogliendo anche la diversità, accogliendo anche ciò che magari noi non abbiamo, noi non possediamo; ecco, su questo tema Paolo ha composto un bell’inno, pensate questo Paolo passionale, questo Paolo che ad un certo punto diventa anche molto polemico, molto forte, questo Paolo razionale. Andatevi a leggere questo inno alla carità: ritrovate questo Paolo calmo, sereno, semplice, profondo nello stesso tempo, la carità è paziente; secondo me l’inno alla carità è frutto di un percorso umano; andate a vedere tutti quegli elementi che Paolo ci
trasmette: ci sono elementi estremamente umani; se noi volessimo proporre alle persone un cammino di formazione anche umano, di equilibrio umano, basterebbe solo che gli proponessimo di vivere l’inno alla carità. La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto sposa, tutto sopporta; A volte io questo testo lo propongo come esame di coscienza; se non dobbiamo esaminarci sulla carità, su cosa ci dobbiamo esaminare? Ecco, sull’amore e conclude poi Paolo “ la carità non avrà mai fine”; Paolo ha capito che c’è qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Solo se noi impariamo a decentrarci possiamo fare la scoperta di qualcuno da amare profondamente; in fondo la persona autocentrata è una persona che ama solo sé stessa; la persona capace di decentrarsi è la persona che sa scoprire la bellezza di un amore che la può rendere più felice.
Paolo doveva poi far conoscere a tutti questa scoperta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, in terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore e gloria di Dio Padre.
Dunque a Damasco Paolo si è visto costretto a cambiare l’orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato la Grazia di Dio; ma Paolo si è aperto alla Grazia di Dio, Paolo ha lasciato che la Grazia di Dio lo lavorasse, lo plasmasse; Paolo si è posto come creta di fronte alla grazia di Dio tanto è vero che lui dice, pensate anche l’autocoscienza che poi ha avuto di se stesso, tanto è vero che dice: “voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la devastassi”,ma quando Colui che mi scelse sin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua Grazia si compiaque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani, non fù più così.Paolo ha saputo fare una attenta riflessione del suo passato alla luce della novità di Cristo. Ognuno di noi può fare i progetti che vuole, può anche illudersi di potere fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita tutto cambia e cambia in meglio; a volte, diceva un grande filosofo spagnolo “ la mia fede è lottare con Dio”; a volte la fede è anche lotta, però dobbiamo lasciare che sia Dio a vincere perché se Dio vince, veramente la nostra vita può cambiare; dopo una lotta invece, di fronte a dei cristiani a delle persone che dopo una lotta buttano le armi, pensate oggi quanto sia difficile per esempio parlo anche per noi sacerdoti; costruire una relazione, una relazione se gratifica si porta avanti, ma appena quella relazione diventa un po’ conflittuale e difficile subito si molla, subito si chiude, subito si lascia perdere, e così che cosa troviamo noi, noi troviamo delle persone che da un punto di vista affettivo io li chiamo i vagabondi dell’affetto, vagabondaggio affettivo, si gira per trovare un affetto che gratifica ma non si costruiscono relazioni, semplicemente si consumano emozioni; non si può costruire un rapporto su delle emozioni che consumano, ma il rapporto si costruisce sulla roccia e dunque la lotta, il confronto, le difficoltà, i problemi sono molto importanti da questo punto di vista; dunque Paolo lo ha imparato questo, che ad un certo punto anche gli sconvolgimenti della vita possono portare ad una vita migliore. Dovremmo di Paolo capire un’altra cosa: quando qualcosa nella nostra vita si chiude vuol dire che Dio vuole aprire qualche altra cosa, perché qualche cosa di nuovo nasca, questa è la legge della vita , qualche cosa deve morire, quindi se non accettiamo di morire non accettiamo di crescere, di guardare avanti ; Paolo ha accettato di morire a se stesso per potere ritrovare se stesso nell’amore di Dio, questo è anche un’indicazione umana molto importante, io vi consiglio se volete un bel libro sull’Apostolo Paolo, un testo di Albert Wanhoye “ Pietro e Paolo” ; ci sono due capitoli , uno sul carattere di Paolo e uno sulla vita affettiva di Paolo; sono due capitoli della personalità di Paolo, vi leggo semplicemente un passaggio che riguarda la sua vita affettiva : è molto importante questo, dice l’autore, nei suoi rapporti con gli altri Paolo sfruttò veramente tutte le doti della sua affettività a cominciare dai suoi collaboratori. Come Timoteo che egli chiama figlio e a cui scrive: “sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia e anche tante altre persone, uomini e donne suoi collaboratori e collaboratrici a cui mostra molto affetto, alle sue comunità Paolo manifesta un’affetto paterno, un’affetto materno, un’affetto anche sponsale e ai cristiani della Galazia dice persino i miei bambini che partorisco di nuovo nel dolore , egli parla di un amore geloso per le sue comunità, quindi San Paolo ci insegna ad investire pienamente tutte le nostre capacità di azione, di affetto nel nostro amore per Cristo e nell’amore per le persone che Cristo ci affida, Paolo dice infatti : Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza ma di coraggio, di amore e di saggezza ; quindi in Paolo noi troviamo quelli che sono gli elementi che fanno l’umanità vera, l’azione, la passione, l’affetto, la razionalità che sono poi le sfere che costituiscono la struttura della persona umana, le troviamo veramente unificate; se noi le scindiamo noi avremo l’uomo tutta ragione, tutto testa o avremo l’uomo tutto cuore o avremo l’uomo tutto azione, proprio sempre un uomo bilaterale per potere avere una personalità piena questi elementi devono essere unificati insieme e io credo che Cristo possa essere davvero il collante di tutto questo per cui davvero quello che dice anche Giovanni Paolo II nella sua 1° enciclica REDENTIO HOMINI “ chi si avvicina a Cristo diventa anch’egli più uomo; e Paolo è anch’egli una testimonianza di questa bella affermazione.

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