LUNEDÌ 29 GIUGNO 2009 – SANTI PIETRO E PAOLO, APOSTOLI, Solennità

LUNEDÌ 29 GIUGNO 2009 - SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI, Solennità dans FESTE DI SAN PIETRO E PAOLO

http://www.santiebeati.it/

LUNEDÌ 29 GIUGNO 2009 – SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI, Solennità

MESSA VESPERTINA E MESSA DEL GIORNO, PRESENTAZIONE DEGLI APOSTOLI, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA:

Seconda Lettura   Gal 1,11-20
Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.

Dalla lettera di san Paolo ai Gàlati
Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
 
PREFAZIO LATINO E ITALIANO

Prefazio

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus.
Quia nos beáti apóstoli Petrus et Paulus
tua dispositióne lætíficant: hic princeps
fídei confiténdæ, ille intellegéndæ clarus assértor;
hic relíquiis Isræl instítuens Ecclésiam primitívam,
ille magíster et doctor géntium vocandárum.
Sic divérso consílio unam Christi famíliam congregántes,
par mundo venerábile, una coróna sociávit.
 Et ídeo cum Sanctis et Angelis univérsis te collaudámus,
sine fine dicéntes:

(testo italiano ufficiale della liturgia)

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli:
Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo,
Paolo, che illuminò le profondità del mistero;
il pescatore di Galilea,
che costituì la prima comunità con i giusti di Israele,
il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti.
Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa,
e associati nella venerazione del popolo cristiano
condividono la stessa corona di gloria.
E noi, insieme agli angeli e ai santi,
cantiamo senza fine l’inno della sua lode:

Santo, Santo, Santo …

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   1 Rm 1, 1-3a. 7
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo; a quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
 
Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. 

Responsorio   Cfr. Mt 16, 18-19
R. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’inferno non la vinceranno. * A te darò le chiavi del regno dei cieli.
V. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
R. A te darò le chiavi del regno dei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Responsorio
R. Paolo, apostolo del vangelo e maestro dei popoli, * sei degno di tutta la nostra lode.
V. Tu hai fatto conoscere ai popoli il mistero di Dio:
R. sei degno di tutta la nostra lode.

SECONDI VESPRI

Lettura breve  1 Cor 15, 3-5. 8
Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

LUNEDÌ 26 GENNAIO 2009 – III SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 26 GENNAIO 2009 – III SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SS. TIMOTEO E TITO (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  2 Tm 1,1-8

Mi ricordo della tua fede schietta.
 
Dalla seconda Lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te.
Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.
Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. 

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo; PG 50, 480-484)

Ho combattuto la buona battaglia
Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria.
L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda.
Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29).
Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi.
Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria.
Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi.
Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Responsorio   Cfr. 1 Tm 6, 11-12; Tt 2, 1
R. Tu, uomo di Dio, tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza; * combatti la buona battaglia della fede, per raggiungere la vita eterna.
V. Insegna tutto ciò che è conforme alla sana dottrina;
R. combatti la buona battaglia della fede, per raggiungere la vita eterna.

LODI

Lettura Breve   Eb 13, 7-9a
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine.

Card. Vithayathil: San Paolo, modello della missione in India e in Asia

dal sito:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12636&geo=4&size=A

30/06/2008 11:15
INDIA – VATICANO

Card. Vithayathil: San Paolo, modello della missione in India e in Asia

di Card. Varkey Vithayathil

Il presidente della Conferenza episcopale indiana spiega ad AsiaNews che l’Anno Paolino appena iniziato deve spingere i cristiani dell’India e dell’Asia ad annunciare in modo esplicito la fede in Cristo, essere forti nelle persecuzioni, valorizzando e purificando la cultura circostante.New Delhi (AsiaNews) Da ieri molte diocesi indiane hanno dato inizio alle celebrazioni per l’Anno Paolino, inaugurato da Benedetto XVI per celebrare i 2000 anni dalla nascita dell’apostolo di Tarso. Parlando con AsiaNews, il card. Varkey Vithayathil, presidente della Conferenza episcopale indiana, ha messo in luce il valore dell’Anno Paolino per l’evangelizzazione dell’India e dell’Asia. Il card. Vithayathil, che è arcivescovo di Ernakulam-Angamaly dei Siro-malabari, ha sottolineato soprattutto l’urgenza dell’annuncio esplicito della fede nel mondo multireligioso asiatico e la pazienza nelle persecuzioni. Ecco quanto ha detto ad AsiaNews:

Nelle celebrazioni per il secondo millennio della nascita di san Paolo, la Chiesa deve anzitutto rivitalizzare il suo zelo missionario e lo spirito nellannuncio della buona novella a tutti i popoli. San Paolo è stato il più grande missionario della storia; la sua vita e predicazione sono lelemento più importante per lIndia e lAsia, soprattutto in questo nostro tempo.Nell

ultimo incontro della Conferenza episcopale ho detto ai vescovi dellIndia che il lavoro sociale non è sufficiente. Il lavoro sociale è evangelizzazione indiretta, ma la Chiesa in India, con franchezza, deve predicare Gesù Cristo. Predicare il Vangelo e annunciare la Buona Novella della salvezza è la carità più grande che la Chiesa in India e in Asia può offrire. Questa carità ha il potere di trasformare la vita della gente, fino ad avvolgere la loro vita quotidiana di una nuova dignità. Questa è la missione della Chiesa e di ogni cristiano battezzato.

In secondo luogo, dobbiamo leggere le epistole di san Paolo. Queste lettere sono essenziali per i vescovi, i sacerdoti, i laici e ci istruiscono sul modo in cui la nostra vita cristiana può diventare testimonianza di Gesù nella nostra esistenza. Le lettere di Paolo contengono anche profondi sguardi sulla vita spirituale.La comunit

à internazionale si sta preparando alle Olimpiadi di Pechino, alla corona della vittoria e della gloria olimpica. Per questa corona che perisce, si affrontano allenamento e disciplina rigorosi Mi viene in mente le parole dellapostolo: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia…”(2 Timoteo 4, 7-8). Non vi è nulla di più prezioso di questa corona di giustizia. Dovrebbe essere questo lo spirito che anima noi in India, nel clima di intolleranza contro i cristiani che si respira in molti Stati, e con le leggi anti-conversione che vorrebbero piegare lo spirito evangelico. Questo zelo indomito dellapostolo dovrebbe accrescere lo spirito evangelico nel cuore di tutti noi in India: evangelizzare nella speranza, comunicando Gesù alla gente. Oggigiorno è importante vivere il Vangelo con radicalità e il nostro modello è san Paolo

San Paolo mostra ciò a cui un cristiano va incontro predicando il vangelo. Egli è modello per levangelizzazione in India e in Asia e soprattutto per la Chiesa perseguitata dellIndia.San Paolo

è stato lapostolo dei pagani ed è stato perseguitato a causa di Gesù Cristo Eppure questo non ha annacquato il suo zelo. Egli ha viaggiato in lungo e in largo nel mondo di allora, con tutte le difficoltà che esistevano in quei tempi; ha dovuto subire animosità e pericoli cercando di convertire i popoli alla nuova fede. Egli ha sopportato con tenacia tutto questo, giungendo al compimento della sua opera. Infine egli è stato decapitato. Questo è importante per ciascuno di noi in India: Paolo era così consumato dallamore per Gesù, che ha sofferto con coraggio anche le persecuzioni. Egli non ha mai usato la forza o la seduzione unaccusa che spesso si fa contro i cristiani in India ma predicava e la gente gli credeva. Questo si dovrebbe fare in India e in Asia. Purtroppo, la persecuzione ci impaurisce e il nostro zelo si raffredda, così spegniamo la nostra predicazione. Paoo era cosciente delle conseguenze cui si giunge dimenticando di proclamare il vangelo: Guai a me se non predicassi il vangelo! (1 Cor 9,16). Se non predichiamo, come farà la gente a credere e convertirsi alla Verità, alla vita eterna, come potranno milioni e milioni di persone almeno ascoltare il nome di Gesù e abbracciare il Cristo?

San Paolo era anche prudente: in Atene (cfr Atti 17) egli, vedendo un altare pagano, ha detto che essi adoravano il dio ignoto. Paolo credeva che le influenze della cultura circostante, potevano essere negative per la salute spirituale delle comunità. Ma in altre occasioni, Paolo sa come usare immagini culturali diffuse per un buon scopo, che è trasmettere il suo messaggio agli uditori. In tal modo Paolo ci sfida a incontrare la nostra stessa cultura, con coraggio, avendo Cristo come nostra guida.

È urgente che la luce luminosa della risurrezione brilli sulle generazioni presenti. Ma ciò richiede che voi ed io annunciamo a tutti i popoli il Signore risorto.

XIII settimana del Tempo Ordinario

XIII settimana del Tempo Ordinario dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

interno della Basilica di Santa Prassede, Roma; la foto l’ho scattata io, non è venuta molto bene perché l’interno è abbastanza buio e la mia macchineta fotografica meglio di così non me la poteva fare;

http://flickr.com/

29 GIUGNO
SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI
Solennità

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

PRIMI VESPRI

per leggere i primi vespri:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629pvesPage.htm

Lettura Breve 1 Rm 1, 1-3a. 7
1. Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio, 2. che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3a. riguardo al Figlio suo;7. a quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

MESSA

per leggere tutte le letture della messa vespertina e della messa del giorno:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA DELLA VIGILIA

Seconda Lettura Gal 1,11-20
11. Fratelli, vi dichiaro che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; 12. infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14. superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16. di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, 17. senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
6. Carissimo, quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. 8. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. 17. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. 18. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE

per leggere tutto l’Ufficio delle Letture:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629letPage.htm

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
1,15. Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16. di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17. senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23. soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24. E glorificavano Dio a causa mia. 2,1.Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2. vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. 4. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi. 6. Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — 8. poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — 9. e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.  

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo 
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa. Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo. Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore. E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Responsorio
 
R. Paolo, apostolo del vangelo e maestro dei popoli, * sei degno di tutta la nostra lode.
V. Tu hai fatto conoscere ai popoli il mistero di Dio:
R. sei degno di tutta la nostra lode.

SECONDI VESPRI

per leggere i secondi vespri:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629vesPage.htm

Lettura breve 1 Cor 15, 3-5. 8
3. Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5. e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 8. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

LUNEDÌ 30 GIUGNO 2008

MEMORIA FACOLTATIVA:

SANTI PRIMI MARTIRI DELLA CHIESA DI ROMA

nell’Ufficio delle letture, dato che è solo memoria facoltativa, la seconda lettura è di Sant’Agostino; ma facendo la memoria facoltativa, la seconda lettura è tratta da San Clemente I Papa, Lettera ai Corinzi, 5-7;

UFFICIO DELLE LETTURE

la lettura è di San Clemente I Papa (88-97 circa), nella sua lettera ricorda San Paolo; Papa Benedetto XVI nell’Udienza dedicata a San Clemente (7 marzo 2007) afferma che: « La lettera di Clemente riprende temi cari a san Paolo, che aveva scritto due grandi lettere ai Corinti, e in particolare la dialettica teologica, perennemente attuale, tra indicativo della salvezza e imperativo dell’impegno morale », posto separatamente questa udienza e metto il link perché, credo, è una lettura importante anche per quanto riguarda i primi secoli, dato che si tratta di uno dei Padri Apostolici;

udienza del Papa su San Clemente:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/07/01/papa-benedetto-udienza-san-clemente-i-papa-riprende-temi-cari-a-san-paolo/

V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. VI, 1. A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono di bellissimo esempio a noi. 2. Per gelosia furono perseguitate le donne, giovanette e fanciulle che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede. Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse deboli nel fisico. 3. La gelosia allontanò le mogli dai mariti ed alterò la parola del nostro padre Adamo: « Ecco ella è osso delle mie ossa e carne della mia carne ». 4. La gelosia e la discordia rovinarono molte città e distrussero grandi nazioni. VII, 1. Carissimi, scriviamo tutte queste cose non solo per avvertire voi, ma anche per ricordarle a noi. Siamo sulla stessa arena e uno stesso combattimento ci attende. 2. Lasciamo i vani ed inutili pensieri e seguiamo la norma gloriosa e veneranda della nostra tradizione. 3. Vediamo ciò che è bello, ciò che è piacevole e gradito davanti a chi ci ha creato. 4. Guardiamo il sangue di Gesù Cristo e consideriamo quanto sia prezioso al Padre suo. Effuso per la nostra salvezza portò al mondo la grazia del pentimento. 5. Scorriamo tutte le generazioni e notiamo che di generazione in generazione il maestro « diede luogo al pentimento » per tutti quelli che volevano a lui rivolgersi. 6. Noè predico il pentimento e tutti quelli che l’ascoltarono furono salvi. 7. Giona predisse lo sterminio ai Niniviti, ma essi, pentiti dei loro peccati, si resero propizio Dio pregando ed ebbero la salvezza, benché estranei a Dio.

LODI

Lettura Breve 2 Ts 3, 10b-13
10B. Chi non vuol lavorare neppure mangi. 11. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene.

VESPRI

Lettura breve Col 1, 9b-11
9B. Abbiate una piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10. perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11. rafforzandovi con ogni energia secondo la sua gloriosa potenza, per poter essere forti e pazienti in tutto.

MARTEDÌ 1 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

seconda lettura, come sempre in Sant’Agostino moltissimi riferimenti a San Paolo;

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo   (Disc. 47, 12-14; CCL 41, 582-584)

Questo è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza (cfr. 2 Cor 1, 12). Vi sono uomini avventati, detrattori, delatori, mormoratori, che cercano di congetturare quello che non vedono e si adoperano perfino a diffondere quello che neppure sono in grado di sospettare. Contro costoro che cosa resta, se non la testimonianza della nostra coscienza? Infatti, fratelli, neppure in quelli ai quali vogliamo piacere, noi pastori di anime, cerchiamo o dobbiamo cercare la nostra gloria, bensì mirare alla loro salvezza, in modo che, se ci comportiamo rettamente, essi non abbiano ad andare fuori strada nel tentativo di seguirci. Siano nostri imitatori, solo se almeno noi siamo imitatori di Cristo. Se invece non siamo imitatori di Cristo, lo siano almeno essi. Egli infatti pasce il suo gregge e, con tutti quelli che pascolano come si deve il loro gregge, vi è egli solo, perché tutti sono in lui. Non cerchiamo dunque il nostro interesse quando vogliamo piacere agli uomini, ma vogliamo rallegrarci con gli uomini, e siamo lieti che a loro piaccia il bene, per la loro utilità non per la nostra gloria. Contro chi l’Apostolo abbia detto: Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! è evidente (cfr. Gal 1, 10). E per chi abbia detto: «Cercate di piacere a tutti in tutto, come anch’io cerco di piacere a tutti attraverso tutte le cose» ( 1 Cor 10, 33), è altrettanto evidente. Tutte e due le cose sono lampanti, tutte e due pacifiche, tutte e due semplici, tutte e due chiare. Tu però mangia e bevi solamente, non calpestare e non intorbidire quello che mangi e quello che bevi. Certamente hai ascoltato anche il Signore stesso Gesù Cristo, maestro degli apostoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16), cioè colui che vi ha resi tali. Noi siamo infatti il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce (cfr. Sal 94, 7). Sia lodato perciò chi ti ha reso buono se sei buono. Non sei tu, perché, per te stesso, non avresti potuto essere se non cattivo. Perché poi vorresti stravolgere la verità pretendendo lodi quando fai bene, e rigettando sul Signore la vergogna quando operi male? Certamente chi disse: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5, 16), ha ugualmente affermato nello stesso discorso: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini» (Mt 6, 1). Ma come questi insegnamenti ti sembravano contraddittori nell’Apostolo, così avviene nel vangelo. Se però non intorbidisci l’acqua del tuo cuore, anche qui riconoscerai l’armonia delle Scritture e anche tu sarai in piena armonia con loro. Cerchiamo dunque, fratelli, non soltanto di vivere bene, ma anche di comportarci bene davanti agli uomini. Non tendiamo solo ad avere una retta coscienza, ma per quanto lo comporta la nostra debolezza e lo consente la fragilità umana, sia anche nostro fermo impegno a non compiere nulla che possa destare un cattivo sospetto nel fratello debole. Mentre mangiamo buone erbe e beviamo acque limpide, non calpestiamo i pascoli di Dio, perché le pecore inferme non abbiano a mangiare ciò che è calpestato, e bere ciò che è stato intorbidato.

Responsorio   Fil 2, 2. 3-4; 1 Ts 5, 14. 15
R. Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con gli stessi sentimenti. Ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso, * senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.
V. Sostenete i deboli, siate pazienti con tutti, cercate sempre il bene tra voi e con tutti,
R. senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.

LODI

Lettura Breve Rm 13, 11b.12-13a
11b. E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. 12. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.13a. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

GIOVEDÌ 3 LUGLIO 2008

SAN TOMMASO, APOSTOLO

(sec. I)   Festa

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 2, 19-22
19. Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito. 

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16

1. Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, 4. perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5. Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. 6. Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. 7. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? 8. Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, 12. ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13. calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 14. Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. 16. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

Seconda Lettura

più di un riferimento

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità. Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto? No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione. Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere. Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

LODI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
19. Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 11-13
11. Cristo ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, 12. per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, 13. finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

VENERDÌ 4 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Sant’Agostino, come sempre,

Seconda Lettura
Dal libro «Sulla predestinazione dei santi» di sant’Agostino, vescovo
(Cap. 15, 30-31; PL 44, 981-983)

Gesù Cristo nato dalla stirpe di Davide secondo la carne
Fulgidissima luce di predestinazione e di grazia è lo stesso Salvatore, «il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5). Con quali suoi meriti antecedenti di opere e di fede la natura umana presente in lui ha fatto sì che raggiungesse tale grado? Mi venga data una risposta, per favore. Quell’uomo assunto dal Verbo coeterno al Padre nell’unità della persona, come ha meritato di essere il Figlio unigenito di Dio? Quale sua opera buona qualsiasi precedette? Che cosa ha compiuto prima, che cosa ha creduto, che cosa ha chiesto, per arrivare a questa ineffabile grandezza? Forse che il Verbo, creando e assumendo l’uomo, dal momento in cui cominciò ad esistere, quell’uomo stesso non cominciò ad essere l’unico Figlio di Dio? Sia per noi ben chiaro che è nel nostro capo, Cristo, che si trova la sorgente della grazia, da cui essa si diffonde per tutte le sue membra, secondo la capacità di ciascuno. Per mezzo di quella grazia ogni uomo diviene cristiano all’inizio della fede, e fu pure per quella grazia, che quell’uomo, fin dall’inizio, è diventato Cristo. Questo è rinato dallo stesso Spirito, dal quale è nato quell’altro. Colui che opera in noi la remissione dei peccati è quel medesimo Spirito che preservò quell’altro da ogni peccato. Certamente Dio seppe in precedenza ciò che avrebbe compiuto.  Quindi la predestinazione dei santi è quella che ebbe il suo massimo splendore nel Santo dei santi. Chi interpreta giustamente le parole della verità, come può negare questa dottrina? Infatti noi sappiamo che lo stesso Signore della gloria, in quanto il Figlio di Dio si è fatto uomo, fu predestinato. Gesù dunque è stato predestinato. Egli che doveva diventare figlio di Davide secondo la carne, è stato predestinato ad essere, nella potenza, Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità. Ecco perché è nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. E questa è stata appunto l’impresa singolare dell’uomo, impresa compiuta ineffabilmente dal Dio Verbo, in modo che fosse davvero e propriamente chiamato al tempo stesso Figlio di Dio e Figlio dell’uomo: figlio dell’uomo per la natura umana assunta, Figlio di Dio perché chi l’assumeva era il Dio Unigenito; perché non si credesse ad una quaternità invece che alla Trinità. Questa sublimazione così grande, eccelsa e somma della natura umana fu predestinata in modo che non potesse essere più alta. Così, d’altra parte, la divinità non poté abbassarsi di più per noi, che con l’assumere la natura umana insieme alla debolezza della carne fino alla morte di croce. Quindi come egli solo fu predestinato ad essere nostro capo, così siamo stati predestinati in molti ad essere sue membra. Perciò tacciano qui i meriti che sono andati perduti per colpa di Adamo, e regni la grazia di Dio che domina per opera di Gesù Cristo nostro Signore, unico Figlio di Dio, unico Signore. Chiunque avrà scoperto che la generazione singolare del nostro capo è dovuta ai suoi meriti precedenti, cerchi pure di scoprire in noi sue membra i precedenti meriti dello stesso capo, ai quali è dovuta la rigenerazione moltiplicata.

Responsorio   
Cfr. Gal 4, 4-5; Ef 2, 4; Rm 8, 3
R. Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, * per riscattare coloro che erano sotto la legge.
V. Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato,
R. per riscattare coloro che erano sotto la legge.

LODI

Lettura Breve Ef 4, 29-32
29. Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. 30. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.  31. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. 32. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

VESPRI

Lettura breve Rm 15, 1-3
1. Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. 3. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me (Sal 68, 10).

SABATO 5 LUGLIO 2008

Sant’Antonio Maria Zaccaria (memoria facoltativa -fondatori dei Barnabiti)

2 lettura della memoria facoltativa

DAGLI SCRITTI…
Dal «Discorso ai confratelli» di sant’Antonio Maria Zaccaria, sacerdote
Il discepolo di Paolo apostolo

«Noi stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10): così diceva di sé, degli apostoli e di coloro che professano la fede apostolica la nostra beata guida e santissimo protettore. Ma non dobbiamo meravigliarci o temere, carissimi fratelli, perché «un discepolo, non é da più del maestro, né un servo da più del suo padrone» (Mt 10, 24). Coloro che ci avversano, mentre fanno male a se stessi, perché provocano contro di sé lo sdegno di Dio, fanno però del bene a noi, perché ci accrescono la corona della gloria eterna. Dobbiamo quindi compiangerli e amarli, piuttosto che disprezzarli e odiarli. Anzi, dobbiamo pregare per loro e non lasciarvi vincere dal male, ma vincere il male con il bene e ammassare sopra il loro capo atti di pietà, come carboni ardenti (Rm 12, 20) di carità – come ci ammonisce il nostro Apostolo – in modo che essi vedano la nostra pazienza e mitezza, ritornino ad una via migliore e si accendano di amore per Dio.
Quanto a noi, Dio nella sua misericordia ci ha tolti dal mondo, sebbene indegni, perché lo serviamo salendo di virtù in virtù e portiamo un grande frutto di carità mediante la pazienza, gloriandoci non solo nella speranza della gloria dei figli di Dio, ma anche nelle tribolazioni. Considerate la vostra chiamata (cfr. 1 Cor 1, 26), carissimi fratelli. Se volessimo esaminarla bene, vedremmo facilmente ciò che esige da noi, e come abbiamo incominciato a seguire, benché da lontano, i passi dei santi apostoli e degli altri discepoli di Cristo, così non rifiuteremo di partecipare ai loro patimenti. «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 1). Quindi noi che abbiamo scelto per padre e giuda un apostolo così grande, e ci siamo impegnati a seguirlo, sforziamoci di mettere in pratica la sua dottrina e i suoi esempi. Non sarebbe conveniente infatti che sotto un tale capo vi siano soldati vili o disertori, né che siano indegni i figli di un così grande padre.

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA (2Tm 4,6.8)

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA

(il titolo è tratto dalla seconda Lettera a Timoteo cap.4, 6-8)

« Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione « 

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.html

Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo; PG 50,480-484)
Ho combattuto la buona battaglia

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva. Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancora più necessaria.
L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda.
Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli ed i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: « Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? » (2Cor 11,29).
Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi.
Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso
Apostolo che dice: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione » (2Tm 4,7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria.
Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi.
Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli d secoli. Amen.
 

J. Ratzinger/Papa Benedetto: La Conversione dell’Apostolo Paolo

LA CONVERSIONE DELL’APOSTOLO PAOLO

da Ratzinger J./ Papa Benedetto XVI, Immagini di Speranza, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pagg. 20-25;

« Il combattente ed il sofferente

All’ingresso della Basilica di San Pietro, nel secolo scorso papa Pio IX ha voluto che fossero poste due possenti figure degli apostoli Pietro e Paolo, ambedue facilmente riconoscibili dai loro attributi: le chiavi nella mano di Pietro, la spada nelle mani di Paolo. Chi guardasse la possente figura dell’apostolo delle genti senza conoscere la storia del cristianesimo, potrebbe arrivare a ritenere che si tratti di un grande condottiero, di un guerriero, che ha fatto la storia con la spada e in tal modo ha assoggettato i popoli. Sarebbe allora uno dei tanti che si sono procurati gloria e ricchezza a prezzo del sangue degli altri. Il cristiano sa che la spada nelle mani di quest’uomo significa esattamente il contrario: essa fu lo strumento con cui egli venne messo a morte. In quanto cittadino romano egli non poteva essere crocifisso come Pietro; morì dunque di spada. Ma anche se questa era considerata una forma nobile di esecuzione, nella storia dell’umanità egli rientra tra le vittime, non tra gli oppressori.

Chi si addentra nelle lettere di Paolo per cercare in esse qualcosa che assomigli ad un autobiografia nascosta dell’Apostolo, riconoscerà subito che l’attributo della spada non si riferisce solo allo strumento del suo martirio, che dice qualcosa degli ultimi istanti della sua vita; la spada può essere intesa, a ragione, come attributo della sua vita: , dice al suo amato discepolo Timoteo volgendo lo sguardo al cammino della sua vita, quando sente che la sua morte è oramai prossima (2Tm 4,7). Proprio in forza di parole come queste, Paolo è stato volentieri descritto come un combattente, come un uomo di azione, anzi come un uomo dalla natura forte e violenta. Uno sguardo superficiale alla sua vita sembra dar ragione a questa lettura: in quattro lunghi viaggi ha percorso una parte considerevole del mondo allora conosciuto ed è divenuto davvero l’apostolo delle genti, che porta il vangelo di Gesù Cristo >fino agli estremi confini della terra>. on le sue lettere ha tenuto unite le comunità, ha stimolato la loro crescita e rafforzato la loro costanza. Con tutta la forza del suo vivo temperamento egli si confronta con i suoi avversari, che non scarseggiano mai. usa tutti i mezzi a sua disposizione per corrispondere il più efficacemente possibile al di annunciare, che egli sente gravare su di sé (1Cor 9,16). È così che egli continua a essere presentato come il grande attivista, il patrono di coloro che vanno alla ricerca di nuove strategie pastorali e missionarie.

Tutto questo non è falso, ma non è tutto Paolo; anzi, chi lo vede solo così, non coglie ciò che più specificatamente caratterizza la sua figura. Anzitutto si deve osservare che la battaglia di San Paolo non fu quella di un carrierista, di un uomo di potere, men che meno quella di un conquistatore e di e di un dominatore, La sua fu una battaglia nel senso che a questa parola attribuisce Teresa d’Avila. L’affermazione che >Dio ama le anime intrepide>, ella la spiega così: . A questo proposito mi viene in mente un osservazione di Theodor Haecker, certo piuttosto unilaterale e anche un po’ ingiusta, da lui annotata nei suoi diari durante la guerra; essa può comunque aiutarci a capire di che cosa stiamo parlando. La frase a cui mi riferisco suona così: . La battaglia di San Paolo fu la battaglia di un martire, fin dall’inizio. Detto con più precisione: all’inizio del suo cammino era stato un persecutore e aveva usato violenza contro i cristiani. Dal momento della sua conversione era passato dalla parte del Cristo crocifisso e aveva scelto lui stesso la via di Gesù cristo. Non era un diplomatico; do faceva dei tentativi diplomatici gli era riservato poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Cristo e l’impegno della sua stessa vita per questo messaggio. Già nella lettera ai filippesi egli dice che la sua vita sarà versata in libagione come sacrificio (2,7); alla sera della sua vita, nelle ultime parole indirizzate a Timoteo (2Tm 4, 6) questa stessa espressione torna ancora una volta. Paolo era un uomo disposto a lasciarsi ferire e proprio questa era la sua vera forza. Non ha protetto se stesso, non ha tentato di tenersi fuori dalle contrarietà e dalle circostanze spiecevoli, men che meno ha cercato di assicurarsi una vita tranquilla.

Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ma precisamente il fatto che egli si sia esposto in prima persona, che non si sia tutelato, che abbia posto se stesso in balia delle contrarietà e si sia lasciato consumare per il vangelo, lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa: >Desidero più di tutto consumermi e mi consumerò per le vostre anime>. Queste parole tratte dalla seconda lettera ai Corinti (12,15), mettono in evidenza l’anima più profonda di quest’uomo. Paolo non pensava affatto che il compito prioritario della pastorale fosse evitare le difficoltà e non riteneva che un apostolo dovesse anzitutto preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere, rompere il sonno delle coscienze, anche a costo della vita. Dalle sue lettere sappiamo che egli fu tutt’altro che un abile parlatore. Condivideva la mancanza di talento oratorio con Mosè e con Geremia, i quali affermavano davanti a Dio di essere del tutto inadatti alla missione a cui egli li chiamava e adducevano ambedue come scusa il fatto di non essere abili parlatori. (2Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Sull’inizio della sua missione in Galazia lui stesso racconta: (Gal 4,13). Paolo non ha operato grazie ad una brillante retorica e per mezzo di raffinate strategie, ma impegnando se stesso in prima persona ed esponendosi per l’annuncio che portava. Anche oggi la Chiesa potrà convincere delle persone solo nella misura in cui coloro che annunciano il suo nome sono disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disponibilità a soffrire in prima persona, manca l’argomento decisivo della verità, da cui la Chiesa stessa dipende. La sua battaglia sarà sempre e solamente la battaglia di coloro che accettano di sacrificare se stessi: la battaglia dei martiri.

Alla spada nelle mani di San Paolo possiamo attribuire anche un altro significato, oltre a quello di strumento del suo martirio: nella Scrittura la spada è anche simbolo della parola di Dio, che (Eb 4,12). Questa spada ha condotto Paolo: con essa egli ha conquistato le persone. , in fondo, qui è semplicemente un’immagine della potenza della verità, che è di natura tutta propria. La verità può far male, può ferire – per questo è stata fatta la spada. È proprio perché la vita nella menzogna o anche solo nella scelta di ignorare la verità appare spesso più comoda rispetto all’esigenza del vero, che gli uomini si scandalizzano della verità, vogliono liquidarla, rimuoverla, spazzarla via dal loro cammino. Chi di noi potrebbe negare che talvolta la verità gli ha recato disturbo: la verità su se stessi, la verità su ciò che dobbiamo fare o non fare? Chi di noi può affermare di non aver mai tentato di metter se stesso prima della verità o, quanto meno, di accomodare quest’ultima, almeno per renderla meno dolorosa? Paolo era inquieto perché era un uomo della verità; chi si dedica alla verità, fino in fondo, e non vuole utilizzare nessun’altra arma, né prefiggersi alcun altro compito, non necessariamente sarà ucciso, ma giungerà comunque vicino al martirio; diventerà un sofferente. Annunciare la verità, senza diventare un fanatico o un calcolatore: questo è un grande compito: Può darsi che la polemica abbia talvolta inasprito Paolo, fino al punto da farlo sembrare vicino al fanatismo, ma egli non è mai stato un fanatico, in nessun modo. Testi colmi di benevolenza, come li leggiamo nelle sue lettere, sono il vero tratto distintivo del suo carattere. Poté conservarsi libero dal fanatismo perché non parlava a se stesso, ma portava agli uomini il dono di un altro: la verità di Cristo, che è morto per questo e che è rimasto un uomo che ama fin dentro la morte. Anche su questo punto dobbiamo correggere un poco la nostra immagine di Paolo. Abbiamo anche troppo in mente i testi più battaglieri di Paolo. Ma qui vale qualcosa di simile a quello che si dice di Mosè: vediamo Mosè come colui che facilmente si adira, come una personalità dura e inflessibile. M il libro dei Numeri dice di lui: Mosè era il più mite di tutti gli uomini (12,3; LXX). Chi legge Paolo, scoprirà la mitezza di Paolo. Lo abbiamo già detto: il suo successo dipende dalla sua disponibilità a soffrire in prima persona. Ora dobbiamo aggiungere: la sofferenza e la verità vanno sempre insieme. Paolo fu combattuto perché era un uomo della verità. Ma il fatto che ciò che resta delle sue parole e della sua vita sia cresciuto, dipende dal fatto che egli ha servito la verità e ha sofferto per essa. La sofferenza è necessaria per accreditare la verità, ma solo la verità dà alla sofferenza un significato.

All’ingresso della basilica di San Pietro stanno le figure dei due apostoli Pietro e Paolo. Anche sul portale maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura essi sono raffigurati insieme, scene della vita e del martirio di ambedue. Fin dall’inizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro: insieme, essi rappresentano tutto il vangelo. A Roma il legame tra di loro come fratelli nella fede ha assunto anche un altro significato, molto specifico. Dai cristiani di Roma essi furono visti come il contraltare della mitica coppia di fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Si può inoltre stabilire uno strano parallelismo tra questi due uomini e la prima coppia di fratelli nella storia biblica: Caino ed Abele; il primo diventa l’assassino del secondo. La parola , considerata solo nel suo versante umano, acquista così un sapore amaro.

Come essa venga intesa tra gli uomini, lo si vede proprio nel fatto che in tutte le religioni viene rappresentata da simili coppie fraterne. Pietro e Paolo, per quanto umanamente così diversi l’uno dall’altro e benché il rapporto tra di loro non sia stato esente da conflitti, appaiono come i fondatori di una nuova città, come la concretizzazione di un nuovo modo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal vangelo di Gesù Cristo. Non è la spada del conquistatore a salvare il mondo, ma solo la spada del sofferente. Solo la sequela di Cristo porta alla nuova fraternità, alla nuova città: ce lo dice la coppia di fratelli, che ci parla dalla grandi basiliche di Roma. »

SCHEDA: MONS. LUIGI PADOVESE – NUNZIO APOSTOLICO IN ANATOLIA – OGGI IN PARADISO

SCHEDA: MONS. LUIGI PADOVESE - NUNZIO APOSTOLICO IN ANATOLIA - OGGI IN PARADISO dans ANNO PAOLINO padovese_2_web--400x300
LUIGI PADOVESE  


Nunzio Apostolico in Anatolia 
è stato mio professore, un carissimo ricordo, scheda da completare;
QUESTO AVEVO SCRITTO QUANDO HO APERTO QUESTO BLOG 
Luigi Padovese: nato a Milano il 31 marzo del 1947. Il 4 ottobre del 1965 fa la prima professione nei frati cappuccini ed esattamente 3 anni dopo quella solenne. Il 16 giugno del 1973 viene ordinato sacerdote. Professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell'Antonianum. Fino ad essere ordinato vescovo è stato per 16 anni direttore dell'Istituto di Spiritualità nella medesima università. Professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana. Per 10 anni è stato visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Consulente della Congregazione per le Cause dei Santi. L'11 ottobre 2004 viene nominato Vicario Apostolico dell'Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Viene consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno. 
OGGI AGGIUNGO IL PICCOLO POST CHE HO DEDICATO A LUI QUANDO HO SAPUTO DEL SUO ASSASSINIO:
rileggo ancora con sgomento la notizia dell'assassinio di Padre Luigi Padovese, nunzio apostolico in Anatolia, qui sulla mia scrivania ho l'unico libro che ho ancora dei miei studi con lui, non ricordo, forse le altre erano dispense, si intitola “Lo scandalo della croce, la polemica anticristiana nei primi secoli”, lo stavo rileggendo per poter proporre ancora qualcosa dei suoi studi; certo ce ne sono molti altri, ma io ho qui i miei ricordi; sono passati diversi anni dai corsi che feci con lui di Patrologia e piritualità, non ricordo molto anche se i suoi insegnamenti si sono saldati dentro di me; tuttavia un giorno, forse c'era stato un Convegno e, forse, eravamo usciti, professori e studenti …magari per andare in Chiesa, ritornavamo e io ero davanti a lui, scherzava e sorrideva, ricordo così il suo viso e il suo sorriso; poi ho seguito, ma solo in parte, il suo lavoro in Anatolia, e, certo, ho perduto qualcosa dei suoi insegnamenti e del suo ministero come nunzio apostolico; riguardando, tuttavia, la storia di questi ultimi anni il mio pensiero va alla Chiesa: la chiesa di oggi mi appare sempre di più come quella dei martiri, chiesa degli umili, di chi è capace di fare in silenzio il proprio dovere, e, quasi in silenzio, morire; mi sembra cambiata la storia, lo vedo per le strade di Roma, nelle Chiese, non sempre piene, ma dove i fedeli partecipano attivamente soprattutto ascoltando, cercando di comprendere e di vivere qualcosa che sembra antico ed oggi stranamente nuovo; dove i confessionali sembrano di nuovo riempirsi, di persone che desiderano che la vita propria e dei propri cari prenda una nuova forma e senso; sta cambiando il modello che abbiamo spesso conosciuto, di fedele, di sacerdote e di Papa; io che mi sento “afferrata” da Paolo ed in lui da Cristo - ma tanto lontana dalla sua fede - vedo che il modello è sempre di più Colui che è morto fuori delle mura di Gerusalemme, sulla Croce; che il modello è colui che “afferrato” da Cristo lo ha seguito nelle malattie, nelle persecuzioni, nei tradimenti, nella morte, viaggiando per ogni terra, e, naufagando, fino a Roma; il modello di un annuncio del Vangelo di chi ha combattuto la buona battaglia: “…ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede, ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi consegnerà in quel giorno, e non soltanto a me, ma a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,7-8); di essere, appunto, “testimoni”, di quell'essere cristiani dove l'eccezionale, lo straordinario, l'assurdo modo di vivere dei cristiani non fa notizia, non crea scandali, non provoca lotte né guerre: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti…Vivono nella carne, ma non secondo la carne…Anche se non sono conosciuti, vengono condannati; sono condannati a morte, e da essa vengono vivificati..” (Dall'Epistola a Diogneto) dove il senso ultimo di ogni insegnamento, di ogni catechesi, di ogni studio, di ogni scienza teologica, è quello ultimo dell'amore, non perché la legge è stata abolita, ma perché è stata compiuta in Cristo; allora tutto convoglia e si raccoglie nell'atto dell'amore, quello supremo di Cristo, di Paolo e dei tanti martiri anche in questo “secolo”, oggi di Padovese: morire perhé ha amato; 
ARRIVEDERCI IN PARADISO PADOVESE, QUANDO, E SE, DIO VORRÀ ANCHE ME;
BIOGRAFIA
i dati principali sono quelli che avevo già scritto, per una bibliografia completa anche degli scritti sul sito della Università Pontificia Antonianum:
http://www.antonianum.eu/professoriView.php?id_utente=289
da AsiaNews, nel 2004 :
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=1851
Mons. Luigi Padovese, nuovo vicario apostolico dell'Anatolia
 La cura pastorale dei cattolici e la memoria dei primi cristiani i compiti del nuovo vescovo.
 Iskenderun (AsiaNews) - Domenica 7 novembre nella cattedrale di Iskenderun - l'antica Alessandretta, nel sud della Turchia - si è tenuta l'ordinazione episcopale di mons. Luigi Padovese, nominato vicario Apostolico dell'Anatolia, in sostituzione di mons. Ruggero Franceschini, designato arcivescovo di Smirne.  A conferire l'ordinazione mons. Edmondo Farhat, Nunzio Apostolico in Turchia; presenti anche mons. Ruggero Franceschini, mons. Giuseppe Bernardini, arcivescovo dimissionario di Smirne, mons. Luis Pelatre, vescovo di Istanbul, oltre alla comunità cristiana locale e una rappresentanza civile della città.  Di origine milanese, mons. Padovese ha scelto di essere ordinato vescovo in Turchia per esprimere meglio la sua appartenenza a questa terra, a cui si sente legato da tempi lontani: "Avverto come un gran onore essere cristiano con voi e per voi in questa terra di Turchia che conserva le memorie del primo cristianesimo" ha confidato ai presenti. "Il mio amore per l'Anatolia mi ha portato ad organizzare ad Efeso e a Tarso - Antiochia convegni su Pietro, Paolo e Giovanni e sui primi grandi Padri della Chiesa".  Dal 1989 il neo vescovo organizza ogni anno simposi in questi luoghi cari ai cristiani; l'ultimo si è svolto ad Antiochia nel giugno 2003, coinvolgendo docenti turchi dell'università della città "Mustafa Kemal" sul tema della fede, della storia e della archeologia antiochena.  Come pastore della chiesa in Anatolia mons. Padovese sente l'impegno di "dover conservare e far meglio conoscere questa eredità di memorie e di santità, ma - ha detto ai fedeli - il mio primo impegno siete tutti voi".  Ispirandosi a Giovanni Crisostomo, vescovo antiocheno di Costantinopoli, il neo-pastore ha scelto come motto episcopale In Caritate Veritas (la Verità nell'Amore). "Sono parole che esprimono il mio programma di ricercare la verità nella stima e nel reciproco volersi bene. Se è vero che chi più ama, più si avvicina a Dio, è anche vero che per questa strada ci avviciniamo al senso vero della nostra esistenza che è un vivere per gli altri. Su questa convinzione si fonda anche la mia volontà di dialogo con i fratelli ortodossi, quelli di altre confessioni".  Il Nunzio Apostolico mons. Farhat ha esortato il neovescovo a "guidare con coraggio la barca di Pietro", mostrandosi a tutti e in ogni circostanza "maestro di speranza". Infine gli ha ricordato che "i grandi santi che hanno abitato questa terra benedetta da Dio - dall'Anatolia alla Cappadocia - sono con te e fanno festa con te e per te".  Anche l'accoglienza calorosa e festante del piccolo gregge a lui affidato ha voluto da subito sottolineare, in ripetuti e lunghi applausi, l'affetto e la stima nei confronti del nuovo pastore dell'Anatolia. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, al 99% musulmani. I cristiani sono lo 0,6% della popolazione; i cattolici sono circa 30mila. Il vicariato dell'Anatolia ha 4550 cattolici, 7 parrocchie, 3 sacerdoti diocesani, 14 religiosi e 12 religiose.
sempre da Asia News, oggi:
http://www.asianews.it/notizie-it/Mons.-Luigi-Padovese-assassinato-nel-sud-della-Turchia-18583.html
Mons. Luigi Padovese assassinato nel sud della Turchia
 di Geries Othman
(3 giugno 2010)
Ankara (AsiaNews) - Mons. Luigi Padovese, vescovo di Iskanderun, nell’Anatolia, è stato ucciso oggi verso le 13. Un suo amico sacerdote l’aveva incontrato poco dopo le 12 e aveva parlato con lui.
 I primi sospetti sull’autore dell’assassinio cadono sul suo autista e collaboratore, un musulmano che collaborava da tempo con il prelato, che lo avrebbe accoltellato. Secondo testimoni in questi giorni l’autista sembrava “depresso, violento pieno di minacce”. Mons. Padovese, 63 anni, era dal 2004 vicario apostolico dell’Anatolia e attuale presidente della Conferenza episcopale turca.
 Il vescovo era molto impegnato nell’ecumenismo e nel dialogo con l’Islam, come anche nel far rivivere le diverse comunità cristiane turche. Ieri aveva incontrato le autorità turche per affrontare i problemi legati alle minoranze cristiane. Domani sarebbe andato a Cipro, per incontrare Benedetto XVI, in viaggio sull’isola per pubblicare l’Instrumentum Laboris del Sinodo per le Chiese del Medio oriente.  La Chiesa turca non è nuova a violenze, uccisioni e minacce. Nel 2006 era stato ucciso a Trabzon il sacerdote Fidei Donum don Andrea Santoro. Nello stesso 2006, alla messa di suffragio per il sacerdote ucciso, mons. Padovese aveva detto: “Noi perdoniamo chi ha compiuto questo gesto. Non è annientando chi la pensa in modo diverso che si risolvono i conflitti. L’unica strada che si deve percorrere è quella del dialogo, della conoscenza reciproca, della vicinanza e della simpatia. Ma fintanto che sui canali televisivi e sui giornali assistiamo a programmi che mettono in cattiva luce il cristianesimo e lo mostrano nemico dell’islam (e viceversa), come possiamo pensare a un clima di pace?”. E ancora, riferendosi a don Santoro, ha aggiunto: “Chi ha voluto cancellare la sua presenza fisica, non sa che ora la sua testimonianza è più forte”.  Il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, all’apprendere la notizia, ha dichiarato: “Ciò che è accaduto è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue n Turchia, come l’omicidio alcuni anni fa di don Santoro”. “Preghiamo perché il Signore lo ricompensi per il suo grande servizio per la Chiesa e perché i cristiani non si scoraggino e seguendo la sua testimonianza così forte continuino a professare la loro fede nella regione”. Ispirandosi a Giovanni Crisostomo, vescovo antiocheno di Costantinopoli, aveva scelto come motto episcopale In Caritate Veritas (la Verità nell'Amore). “Sono parole che esprimono il mio programma di ricercare la verità nella stima e nel reciproco volersi bene. Se è vero che chi più ama, più si avvicina a Dio, è anche vero che per questa strada ci avviciniamo al senso vero della nostra esistenza che è un vivere per gli altri. Su questa convinzione si fonda anche la mia volontà di dialogo con i fratelli ortodossi e con i fratelli di altre confessioni.
IL RICORDO DI UNA PERSONA CHE LO HA CONOSCIUTO DALL'ANATOLIA, DA VICINO PADOVESE, SU ASIA NEWS DI OGGI 7 GIUGNO 2010, BELLISSIMO:
 http://www.asianews.it/notizie-it/In-ricordo-di-mons.-Padovese,-martire-che-ha-amato-la-Turchia-18607.html
In ricordo di mons. Padovese, martire che ha amato la Turchia
di Maria Grazia Zambon
(su AsiaNews di oggi 7 giugno 2010, bellissimo)
Un ritratto del vescovo ucciso il 3 giugno scorso, la sua bontà fraterna con cristiani e musulmani; la sua tenacia a far rivivere le Chiese fondate da S. Paolo. Una meditazione da parte di una collaboratrice di mons. Padovese.
METTO IL LINK ALLA CATEGORIA DOVE CI SONO SCRITTI DI PADRE LUIGI PADOVESE, RICORDI, ARTICOLI, ECC , SI TROVA SOTTO ARCIVESCOVI E VESCOVI, MONS. LUIGI PADOVESE: 
http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/tag/arcivescovi-e-vescovi/mons-luigi-padovese/
Dalla preghiera del Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano per mons. Luigi Padovese:
"Porta e non muro" è stata la vita di Mons. Padovese, spesso sotto scorta eppure così libera di annunciare il Vangelo in terra arida; "porta e non muro" la chiesa che egli ha voluto, piccolo gregge aperto all'amicizia delle genti; "porta e non muro" per accogliere fino alla fine, come te Signore Gesù, le lacerazioni che abitano il cuore dei popoli e degli uomini, anche di colui che ha follemente levato la sua mano e per il quale egli continua ad essere "fratello" e Padre".
 O Figlio dell'Eterno e Figlio dell'Uomo, tu sei la porta della vita che non ha fine; oggi tu accogli padre Luigi al tuo banchetto eterno, risveglia anche in noi l'onore di stare alla tua presenza come servo e rendici degni della tua amicizia non per i nostri meriti ma per la tua potenza d'amore.
 Perché tu sei Santo, Benedetto, Giudice dell'Universo, e pietoso Amico degli uomini. Amen

1...34567

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01