Lottatori e podisti nello stadio di Dio (citazione mia presa dal testo: Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti…)

non c’è la data, forse 2004, dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus06/0408je/0408je10.htm

Olimpiadi e spirito

Lottatori e podisti nello stadio di Dio

(citazione mia presa dal testo: Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti…)

di Piero Viotto 

Dal 13 al 29 agosto Atene ospita i Giochi a cinque cerchi.
È l’occasione per rileggere le lettere che san Paolo scrisse di ritorno dalla Grecia. In queste epistole, lo sforzo dell’atleta per conquistare la vittoria è paragonato al cammino del cristiano verso l’eternità. 

A guardare da spettatori il ritorno ad Atene dei campioni olimpici sembra di ritrovarsi davanti a una inutile festa profana, che esalta la forza e la bellezza del corpo in una serie di competizioni, che non hanno altro scopo che la vittoria sugli avversari per compiacersi del proprio successo. Siamo ben lontani dalle competizioni medioevali, dal palio di Siena o dalle regate venete, vissute in un clima di festa religiosa in onore dell’Assunta o di san Marco.
Ma guardando con più attenzione a questo avvenimento, con la gelida liturgia della fiaccola olimpica, che arde per tutto il tempo delle competizioni, senza alcun riferimento a valori religiosi, si può ancora scoprire un’implicita istanza religiosa nello sforzo ascetico, che ogni atleta deve fare su se stesso e nella gratuità del suo gesto sportivo, che una commercializzazione selvaggia dello spettacolo non ha ancora del tutto guastato. Anche san Paolo, come raccontano gli Atti degli apostoli, quando nei suoi viaggi giunge ad Atene nel discorso all’Areopago loda la religiosità degli ateniesi, che pur perdendosi dietro agli idoli di marmo e di bronzo, hanno riservato un altare al Dio ignoto, e annuncia loro questo Dio «che ha fatto il mondo e tutto ciò che esso contiene, che è signore del cielo e della terra… In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto» (Atti 17,22-28).
Se l’artista, come scrive Maritain a Jean Cocteau, con le sue opere completa e arricchisce la creazione di Dio, lo sportivo la prolunga, perché è lui stesso la sua opera d’arte, perché porta al massimo della perfezione possibile, in agilità e forza, in scioltezza e vigore, il corpo umano, che è il capolavoro della creazione.
Lo sport è nato a Olimpia, dove si tenne la prima olimpiade nel 776 avanti Cristo per celebrare la gloria degli dei dell’Olimpo, ma questi dei della mitologia greca non erano che una proiezione inconscia dell’uomo, che in essi esaltava se stesso con la conseguenza di considerare il corpo un valore per se stesso, un valore assoluto, che l’arte di Fidia esaltava nella bellezza delle forme. È questa l’illusione del paganesimo, dalla quale san Paolo vuole liberare gli ateniesi, parlando della incarnazione del Figlio di Dio e della resurrezione della carne, rilevando del corpo umano, che è il tempio dello Spirito Santo, la precarietà, da cui sarà liberato solo dopo la morte, conseguenza del peccato. Ma a questo punto del discorso gli ateniesi – leggiamo negli Atti – non stettero più a sentirlo: a loro questo discorso era incomprensibile e insensato.
Per il paganesimo è impossibile accettare la precarietà della vita e l’attesa di una riuscita definitiva solo dopo la morte. San Paolo nelle sue Lettere si dimostra esperto di gare, di lotte, di corse, riconosce il valore dell’attività sportiva, come capacità di superare l’ostacolo e di vincere rispettando le regole: «Anche nelle gare atletiche non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole» (2Timoteo 2,5), ma sottolinea la precarietà dei risultati, perché anche dopo la vittoria la corsa continua («Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti», Ebrei 12,1), perché il traguardo si sposta sempre più in là, il premio ricevuto è provvisorio, ed è in gioco una salvezza che va oltre la gara. Lo evoca nella lettera ai Filippesi: «Non è che abbia già ricevuto il premio, o che sia già perfetto, ma continuo a correre per conquistare quello per il quale anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Però fratelli, non credo d’averlo ancora conseguito, ma non faccio altro che dimenticare quello che ho dietro alle spalle e slanciarmi sempre in avanti, per avvicinarmi alla mèta, al premio della suprema vocazione di Dio in Gesù Cristo» (3,12-14).
La mèta per l’apostolo non è il segno, che era posto ad Atene a metà del percorso nello stadio per la corsa dei cavalli, con una colonna al termine della spina, che divideva in due il terreno della gara; ma è il fine oltre il fine. Non è la vittoria su stessi in uno sforzo in cui compiacersi, ma la perfezione cristiana, che va oltre il successo temporaneo ed è un dono di Dio.
La teologia di san Paolo utilizza il vocabolario della lotta dei gladiatori per raccomandare al cristiano di impegnarsi nella corsa della vita, per combattere l’avversario, che è il diavolo, con strumenti adeguati, soprattutto contando sulla forza di Dio, che ha vinto il mondo.
Agli Efesini (6,13-17) scrive: «Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo avere superato tutte le prove. State dunque fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagandare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio».
Nella sua ultima lettera a Timoteo (4,6-8), accomiatandosi da questo mondo, Paolo usa ancora un linguaggio sportivo, parla di lotta e di corsa, della corona che deve ricevere in premio, del giudice di gara: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno».
Le considerazioni paoline riconoscono alla gara un valore autenticamente umano, perché nello sport non si tratta tanto di confrontarsi con un altro, quanto con se stessi, e in questo confronto bisogna rispettare le regole con lealtà, perché chi vince eludendo la regola sa di non avere vinto, anche se ha ricevuto il premio tra gli applausi della folla.
Gli avversari nella competizione non sono i nemici da abbattere, quanto i compagni di una lotta comune, l’aggressività nei loro riguardi fa parte del gioco, e la stretta di mano dopo la gara, o al termine della partita, non è solo un segno di ripacificazione ma soprattutto il riconoscimento di una vittoria, che ha permesso un traguardo su se stessi, superando l’ostacolo e coinvolgendo l’avversario.
Lo sport si presenta così come una forma di ascetismo, nella quale ciascuno è solo nella lotta contro il tempo e contro lo spazio, al termine della quale ha raggiunto un traguardo intermedio, un successo precario, perché ci si troverà di nuovo alle prossime gare per superare i risultati raggiunti. Anche la più sfolgorante vittoria passa e si resta soli con se stessi, se la speranza cristiana in un traguardo definitivo non ci viene in soccorso.
Mi sono venuti in mente questi pensieri sfogliando i cataloghi dei viaggi in Grecia di un artista, Michel Ciry, che ha fatto della solitudine non solo uno stile di vita personale, ma l’oggetto della sua rappresentazione artistica per cogliere la precarietà delle vicende di questo mondo, in una luce che illumina e inonda le rovine delle cose, che finiscono nel tempo, e consola lo spettatore, che sa guardare oltre il tempo. Michel Ciry è un artista cristiano, che in Grecia è stato più volte, ha descritto le sue emozioni in un Diario, in cui quotidianamente si confessa, che ha tratto dagli appunti disegnati sul posto ispirazione per grandi acquerelli, che sono ora in collezioni private o nei musei di tutto il mondo.
Quanto Michel Ciry scrive sulla solitudine dell’artista davanti alla sua opera, del suo impegno per migliorarsi con il suo lavoro, vale a maggior ragione per lo sportivo, perché nello sport l’atleta è direttamente impegnato a fare del suo corpo un’opera d’arte: «Bisogna dunque unire ad una certa tempra d’animo una ricerca della solitudine, che è soltanto una delle sfaccettature della pietra meravigliosa di cui Dio ci ha affidato il taglio. Eccoci orafi a levigare senza mai stancarsi questo unico gioiello, nostro unico bene, avendo la missione di rimetterlo nelle più insigni delle mani nell’ultimo giorno del nostro lavoro. Cesellato nel migliore modo possibile, per tutta la nostra vita, questo dono dev’essere ineguagliabile, perché non possiamo farne un altro. Dev’essere il nostro capolavoro, anche se non sempre è un capolavoro. È il conto che dovremo pagare al termine di un fugace momento, di cui noi dovevamo fare il migliore uso e che passa come un lampo nell’infinito dell’eternità» (Riflessioni sul mio mestiere, 1981).
Sembra di leggere un commento alle lettere paoline, perché Ciry mi ricorda che se non mi metto in dirittura d’arrivo, verso il traguardo finale, che è la vita eterna, lotto inutilmente, corro per correre in un fugace momento, batto l’aria, non raggiungo la vittoria, che sta al di là del successo immediato. Infatti la pietra preziosa che debbo coltivare e cesellare, non sono le mie opere, ma me stesso. L’atleta nello sforzo ascetico per raggiungere una buona performance, cura se stesso, si perfeziona, e non deve riposare sui risultati, perché questi sono provvisori, destinati inesorabilmente a perire come i monumenti della Grecia classica, che Ciry visita nei suoi viaggi, cogliendo tutta la precarietà della loro bellezza.
Non sono paesaggi di desolazione, non vogliono significare l’inutilità della fatica dell’uomo, dell’artista, dello sportivo, che costruisce nel tempo opere destinate alla rovina, successi provvisori, ma sono segni della precarietà dell’esistere a cui una luce, che viene da lontano, può dare un significato, che va oltre la caducità delle cose. Ciry è appassionato a questo tema della solitudine che vede in ogni albero, sempre scheletrito, spoglio di fiori e di foglie, nelle barche che si sfasciano sulla spiaggia corrotte dalla salsedine, nei ruderi dei monumenti antichi rovinati a terra.
Negli acquerelli e negli olii che l’artista dipinge, durante i suoi viaggi ad Atene, ad Eleusis, a Delos, a Patmos e in altre città e isole della Grecia, nella dolce malinconia dei paesaggi con le rovine archeologiche, si possono ritrovare questi sentimenti che l’uomo può provare nelle profondità della sua vita interiore, quando prende coscienza della precarietà dei suoi successi e ha bisogno di trovare nella contemplazione della bellezza una consolazione alla sua tristezza.
Nel grande acquerello del 1977, che rappresenta l’Acropoli di Atene, l’artista mette in primo piano le pietre rovinate a terra, frantumate, fessurate, incrinate dal tempo, ma la luce che inonda l’intera composizione significa che il passato non è tramontato, che persiste al di là delle apparenze di ciò che per natura nella vita è provvisorio, e comunica una sensazione di serenità, tanto che Michel Ciry scrive nel suo Diario: «La roccia non si fessura che al fine di lasciare scorrere l’acqua dolce di un sollievo completo» (26 agosto 1950).
L’acquerello del 1968, che illustra le rovine di Delos con il suo leone ruggente in primo piano e i resti archeologici sparpagliati del « Ginnasio » (da cui deriva il vocabolo ginnastica), dove i giovani praticavano lo sport e facevano gli allenamenti per le olimpiadi, sottolinea la fierezza dell’atleta pur nella solitudine della sua impresa, che ha avuto un successo e un applauso, che sono passeggeri.
Anche l’acquerello dedicato alle regate nella baia di Eleusis veicola questa sensazione della precarietà delle vicende umane, questo sentimento della solitudine di un uomo che lotta contro il mare scuro, utilizzando il soffio del vento, ma in un cielo pieno di luce.
Michel Ciry nei suoi viaggi in Grecia non poteva mancare di visitare le Meteore, i rilievi rocciosi a strapiombo della Tessaglia, dove i monaci per sfuggire alle invasioni dei turchi si sono rifugiati e hanno costruito monasteri inaccessibili, decorandoli con affreschi in stile bizantino.
L’acquerello del 1973 rappresenta queste ripide montagne in un gelido inverno, icona che sottolinea l’ascetismo di questi atleti dello spirito appollaiati sulle sommità dei rilievi, non solo per sfuggire alla furia degli eventi umani, ma anche per essere più vicino al loro Dio, termine ultimo della corsa.
Vertice conclusivo di questa ricerca pittorica di Michel Ciry non poteva essere che la rappresentazione di San Giovanni a Patmos, là dove l’evangelista ha ricevuto la visione della Gerusalemme celeste, della vittoria definitiva della Donna sul dragone, del premio per tutti quelli che hanno lottato contro il maligno. L’artista è tornato più volte su questo tema che l’affascina, la tavola ad olio del 1973 è tra le più belle. L’evangelista seduto tra le rovine, solo di fronte alla sua missione, lo sguardo sull’infinito, la penna in mano, il foglio è ancora bianco, è in tensione per ascoltare la parola di Dio. La luce lo illumina, i colori della sabbia e dei marmi lo circondano, all’orizzonte, dietro le spalle, una sottile striscia azzurra ricorda il mare, un tempo tempestoso, delle vicende umane.
I paesaggi che Michel Ciry ha disegnato durante i suoi viaggi in Grecia ci aiutano a comprendere le lettere che san Paolo scriveva alle prime comunità cristiane nei suoi viaggi ad Atene, a Corinto a Tessalonica, a Filippi; immagini e parole che sono un invito a guardare, con partecipazione e con distacco, alle competizioni olimpiche che quest’anno si svolgono in Grecia; gare che sono un segno e un simbolo della lotta che ciascuno deve intraprendere da solo per superare i traguardi della vita in vista del risultato finale, che è oltre le vicende della storia, ma che dipende dalle vicende della storia.
San Paolo ce lo ricorda nella prima lettera ai Corinzi (12,24-27): «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Per questo ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi, invece, una incorruttibile. Io, dunque, corro, ma non come colui che è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come uno che batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga squalificato».

Piero Viotto

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – SANTI PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – 13 SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MESSA DEL VESPERTINA LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA

Seconda Lettura   Gal 1,11-20
Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.

Dalla lettera di san Paolo ai Gàlati
Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
 
Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. 

Responsorio   Cfr. Mt 16, 18-19
R. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’inferno non la vinceranno. * A te darò le chiavi del regno dei cieli.
V. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
R. A te darò le chiavi del regno dei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

SANT’AGOSTINO: DISCORSO 299/B – SUL NATALE DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_420_testo.htm

SANT’AGOSTINO

DISCORSO 299/B – SUL NATALE DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Pietro il primo, Paolo l’ultimo degli Apostoli. Pietro rinnegò, poi seguì il Signore accettando la passione. Si legge Io 21, 15 ss.

1. La passione dei beati Apostoli ha reso sacro per noi questo giorno: disprezzando il mondo, hanno meritato una tale gloria in tutto il mondo. Pietro il primo degli Apostoli, Paolo l’ultimo degli Apostoli. Cristo, il Primo e l’ultimo, condusse ad un unico giorno di passione il primo e l’ultimo. Per poter ricordare quel che ho detto, tenete presente l’alfa e l’omega. Il Signore stesso dice apertamente nell’Apocalisse: Io sono l’Alfa e l’Omega 1; il Primo: nessuno prima di lui; l’Ultimo: nessuno dopo di lui. È colui che precede tutte le cose, colui che è il termine di tutte. Vuoi avere una visione contemplativa del Primo? Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui 2. Ti volgi a considerare l’Ultimo? Il termine della legge è Cristo per la giustizia di chiunque crede 3. Per vivere nel tempo, hai avuto lui come creatore; per vivere sempre hai lui come redentore. Consideriamo, carissimi, lo stesso beatissimo Pietro, primo degli Apostoli che dice nella sua epistola: Cristo patì per noi, lasciandoci l’esempio, affinché seguiamo le sue orme 4. Infine, durante la lettura del Vangelo, avete ascoltato: Seguimi 5. Gli rivolse l’invito, naturalmente Cristo a Pietro, il Maestro al discepolo, il Signore al servo, il Medico al risanato, per dirgli: Pietro, mi ami? E, come sapete, non gli disse soltanto « mi ami? » ma aggiunse: più di questi 6. Mi ami più di questi, più di quanto mi amano questi? Pietro non rispose « Ti amo più di quanto ti amano questi », giacché non spettava all’uomo giudicare dei sentimenti altrui, ma dette questa risposta: Signore, tu sai che io ti amo 7. A che cerchi da me quel che hai infuso in me? Tu sai che cosa hai dato: perché vuoi sapere da me se ti amo, dal momento che solo da te ho di amarti? Tu sai che ti amo. E il Signore ripeté la medesima domanda e Pietro dette di nuovo la medesima risposta. La terza volta il Signore interrogò: Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: mi ami? 8 Il Signore voleva conoscere l’amore di Pietro, noi vogliamo capire l’afflizione di Pietro. Che ne pensiamo del dispiacere di Pietro, sentendosi chiedere per tre volte: Mi ami? Quante volte volesse domandare il Signore, perché il servo se ne dovrebbe rattristare? Ma è che, alla terza domanda del Signore, Pietro tornò con la mente alla sua terza negazione. Tu comprendi, beato Pietro, comprendi la tua defezione, a ripensarvi ti affliggi, ma rallegrati dopo il turbamento. L’amore confessi colui che aveva rinnegato il timore. Infine, fate attenzione a lui – che prima aveva rinnegato – diventato amante; anzi, fin da prima amante, ma debole fino allora. Diciamo che Pietro ha negato Cristo e non diciamo perché seguì Cristo nel rischio della passione. Il Medico si riservò la gradualità della cura: prima mostrò Pietro a Pietro, ma in seguito si rivelò in Pietro. Quasi a dirgli: Hai avuto la presunzione di morire per me e non per la fiducia in me, ma in quanto contavi sulle tue forze. Interpellato da una serva, scopristi te stesso: piangesti e ritornasti a me.

Pietro annunziatore di Cristo.

2. Di conseguenza, solo affidandogli le sue pecore, il Signore gli preannunciò la passione che oggi celebriamo. Disse: Quando eri più giovane, ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio 9. Così avvenne, Pietro negò, Pietro pianse, Pietro lavò nelle lacrime la sua negazione. Cristo risuscitò, Pietro fu esaminato sull’amore: ricevette le pecore affidategli, non sue, ma di Cristo. Non gli disse infatti: Pasci le tue pecore, ma: pasci le mie pecore: pasci quelle che ho acquistato, perché ho riscattato anche te. Quindi, Cristo Signore si trattenne quaranta giorni con i suoi discepoli; una nube lo sollevò sotto i loro occhi ed egli ascese al cielo. Lo accompagnarono con i loro sguardi mentre ascendeva: si fermarono poi in città, al compiersi di cinquanta giorni ricevettero lo Spirito Santo, ne furono ripieni. In quell’istante appresero le lingue di tutti i popoli, cominciarono ad esprimersi in esse tra lo stupore e l’ammirazione di coloro che avevano ucciso Cristo. Il negatore di un tempo, l’amante qual è ora, solo fra tutti, perché il primo di tutti, si precipitò dai Giudei e intraprese ad annunziare Cristo agli uccisori di Cristo. Sparse in mezzo a loro il seme della fede di Cristo, e dispose a morire per Cristo molti di quelli dai quali aveva temuto di essere ucciso per lui.

Viene cantato il Ps 18.

3. Quando si disse, quando venne predetto che gli Apostoli di Cristo avrebbero parlato nelle lingue di tutte le Genti? I cieli narrano la gloria di Dio: intendi per cieli coloro che recano Dio; e l’opera delle sue mani, cioè la gloria di Dio, annunzia il firmamento 10. Questo sono i cieli. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia 11. Giorno e notte non si smetta di annunziare Cristo. Rifletti tuttavia che il giorno al giorno ne affidò il messaggio: Cristo ai discepoli, la Luce alle luci. E la notte alla notte ne trasmise notizia: Giuda trasmise ai Giudei dove si trovava Cristo. Cristo venne catturato, Cristo fu ucciso, la morte fu uccisa in Cristo, perché Cristo risuscitò, e ascese al cielo, e inviò lo Spirito Santo promesso e ne furono ripieni, come otri nuovi, di vino nuovo. Aveva detto infatti il Signore: Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi 12. E sappiate che questo è stato adempiuto. I Giudei pieni di stupore, e alcuni quasi a scherno, senza sapere quel che affermarono, dissero: Costoro sono ubriachi di mosto 13. Se parlarono lingue che non avevano apprese fu dunque perché lo Spirito Santo ne dette e il dono e l’ispirazione e l’illuminazione. Nel loro ambiente ne avevano appresa una, forse due, invece parlarono che diciamo… tre lingue, quattro, cinque, sei… Perché vai cercando il numero? Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono 14; avete ascoltato ora il Salmo, mentre veniva cantato. Anch’essi furono uccisi ma il loro messaggio è stato scritto. Che fecero quelli che li uccisero? Per tutta la terra si è diffuso il loro annunzio 15. Noi residenti in Africa eravamo lontani di là dove non era linguaggio e non erano parole di cui non si udisse il suono. Lontani da lì eravamo, lontano eravamo a giacere, lontano eravamo in preda al sonno; ma, perché fossimo riscossi dal sopore, per tutta la terra si è diffuso il loro annunzio e ai confini del mondo la loro parola. Svegliati, tu che dormi, destati dai morti e ti illuminerà 16 colui che disse a Pietro: Mi ami? 17 Chi è capace di parlare degnamente di Pietro? È da tanto chi sta parlando di Pietro? Senza offesa, beato Pietro, mi si permetta di tacere appena un poco di te, il cui annuncio mi ha riscaldato. Il mio discorso non può esser solo per te; oggi non fosti solo tu a subire il martirio: senza dubbio sei tu il primo degli Apostoli, ma l’ultimo degli Apostoli ebbe il merito di esserti socio.

Lo zelo di Saulo e lo zelo di Paolo.

4. Si porti avanti a noi anche il beato Paolo, dobbiamo dire qualcosa di lui per un poco; avendo infatti questo senso il nome, volle essere chiamato Paolo, poiché in precedenza si chiamava Saulo. Prima Saulo, poi Paolo; perché prima superbo, poi umile. Ripensate al primo nome ed in esso riconoscete la colpevolezza del persecutore. Venne chiamato Saulo da Saul. Saul, dal quale la denominazione di Saulo, perseguitò il santo David, e nel santo David era prefigurato il Cristo venturo dalla stirpe di David, per mezzo della Vergine Maria. Saulo svolse il ruolo quando perseguitò i cristiani. Era stato un persecutore accanitissimo; quando venne lapidato il beato Stefano, egli stesso conservò le vesti dei lapidatori per trovarsi a lapidare nelle mani di tutti. Dopo il martirio del beatissimo Stefano, i fratelli che si trovavano a Gerusalemme vennero dispersi; e poiché erano delle luci, ardevano dello Spirito di Dio; dovunque si erano recati, comunicavano luce. Allora Saulo, notando che il Vangelo di Cristo si divulgava, fu ripieno di asprissimo zelo: ebbe lettere di presentazione dai sommi sacerdoti e partì, nell’intento di condurre in catene, perché fossero puniti, quanti avesse scoperti testimoni del nome di Cristo; e andava furioso di strage, assetato di sangue. Così, mentre andava, mentre era assetato di sangue cercando quanti poteva catturare e uccidere, proprio così, da persecutore qual era, udì una voce dal cielo. Fratelli miei, che aveva meritato di buono, che non aveva meritato di male? E tuttavia, da una sola voce dal cielo venne atterrato il persecutore e si rialzò il predicatore.

Paolo non viene offeso quando si loda la grazia di Cristo. Si legge 2 Tim 4, 9 ss. I meriti di Paolo: i doni di Dio.

5. Dopo Saulo, eccoti Paolo: ecco, ormai predica, ormai ci fa sapere chi sia stato e chi sia. Io – dice – sono il più piccolo degli Apostoli 18. Se il più piccolo, giustamente Paolo. Rammentate il vocabolo latino: ‘poco’ vuol dire ‘modico’. Certo usiamo dire così: ‘Ti vedrò fra poco’. Di conseguenza, quel Paolo si riconosce il più piccolo, quasi la frangia nella veste del Signore, che toccò la donna inferma. Quella che soffriva perdita di sangue era certamente figura della Chiesa delle Genti, alle quali venne inviato Paolo, e il più piccolo e l’ultimo: infatti la frangia è la minima parte della veste e l’ultima. Paolo riconobbe di essere l’uno e l’altro: si disse il più piccolo e l’ultimo. Egli disse: Io sono il più piccolo degli Apostoli, e disse: Io sono l’ultimo degli Apostoli 19. Non è un’offesa la nostra, egli l’ha detto. E che altro ha detto? Lasciamo che sia lui a parlare perché non sembri che intendiamo recare ingiuria; sebbene non vi sia in alcun modo offesa di Paolo dove si fa valere la grazia di Cristo, tuttavia, fratelli, ascoltiamo lui. Io sono – egli dice – il più piccolo degli Apostoli, io sono chi non è degno di essere chiamato apostolo. Ecco chi era: Io sono chi non è degno di essere chiamato apostolo. Perché? Perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. E com’è che sei apostolo? Ma per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non fu vana, ma ho faticato più di tutti loro 20. Ti prego, san Paolo, uomini non intelligenti ritengono che sia ancora Saulo a parlare: Ho faticato più di tutti loro, dà l’impressione che sia detto con superbia. Eppure è stato proprio detto; ma che viene dopo? Ma quando si accorse di aver detto qualcosa che lo potesse elevare in superiorità – disse infatti: Ho faticato più di tutti loro – ecco subito: Non io, però, ma la grazia di Dio con me 21. L’umiltà si riconobbe, la debolezza trepidò, la perfetta carità confessò il dono di Dio. Quindi adesso parla, come pieno di grazia, come vaso di elezione, come diventato quel che non eri degno; parla, scrivi a Timoteo e annunzia questo giorno. Quanto a me – dice – presto sarò immolato 22. Ora è stato letto dalla Lettera di Paolo, in questo luogo è stato letto quanto sto dicendo adesso: Quanto a me – dice -presto sarò immolato. È prossima la mia immolazione. In effetti, il martirio dei santi è un sacrificio a Dio. Quanto a me presto sarò immolato. È imminente l’ora della mia liberazione. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; ora mi resta la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi renderà in quel giorno 23. Retribuirà i meriti colui che dona i meriti. È stato eletto apostolo chi non era degno e non sarà coronato chi è degno? Allora infatti non era degno, quando ricevette la grazia non dovuta, ma gratuita: Non sono degno, disse, di essere chiamato apostolo, ma per grazia di Dio sono quello che sono. Ora, invece, esige il dovuto: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; ora mi resta la corona di giustizia, mi è dovuta la corona di giustizia. Che mi renderà, perché tu comprenda che è dovuta. Non disse ‘mi dà’, oppure, ‘mi dona’, ma: Mi renderà il Signore, il giusto giudice, in quel giorno. Perché misericordioso mi ha donato, perché giusto mi renderà. Ho davanti agli occhi, beato Paolo, a quali tuoi meriti è dovuta la corona; ma, guardando indietro, riconosco quel che sei stato; proprio i tuoi meriti sono doni di Dio. Hai detto: ho combattuto la buona battaglia, ma tu pure hai detto: Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo 24. Di conseguenza, hai combattuto la buona battaglia, ma hai riportato vittoria per dono di Cristo. Hai detto: Ho terminato la corsa, ma hai pure detto: Non dipende dalla volontà né dagli sforzi di chi corre, ma da Dio che usa misericordia 25. Hai detto: Ho conservato la fede, ma tu pure hai detto: Ho ottenuto misericordia per meritare fiducia 26. Notiamo allora che sono doni di Dio i tuoi meriti e perciò ci rallegriamo della tua corona. E se sono stato da meno nel fare l’elogio dei beati Apostoli, dei quali celebriamo la solennità, non sono venuto meno, tuttavia, all’attesa della vostra Carità secondo quanto si è degnato concedermi colui che li ha coronati.

Omelia per domenica 24 ottobre 2010, seconda lettura su 2Tm: La corona di giustizia

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi2.asp?ID_festa=251

2 Timoteo 4,6-8.16-18

La corona di giustizia

La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di  Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.

Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e  dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12;  2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.

 Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.

Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.

Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.

L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative

In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.

Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

DOMENICA 24 OTTOBRE 2010 – XXX DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 24 OTTOBRE 2010  - XXX DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera a Timoteo - seconda 30102007

Il fariseo ed il pubblicano

http://www.dipingilapace.it/lettere/anno%202007/pagine/Lettera%20Dal%20Borgo%20della%20Pace%20Dipingi%20La%20Pace%2030.10.07.htm

DOMENICA 24 OTTOBRE 2010  – XXX DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C30page.htm

Seconda Lettura  2 Tm 4,6-8.16-18
Mi resta solo la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 19, 2 – 20, 12; Funk, 1, 87-89)

Dio ordina il mondo con armonia e concordia e fa del bene a tutti
Fissiamo lo sguardo sul padre e creatore di tutto il mondo e immedesimiamoci intimamente con i suoi magnifici e incomparabili doni di pace e con i suoi benefici. Contempliamolo nella nostra mente e scrutiamo con gli occhi dell’anima il suo amore così longanime. Consideriamo quanto si dimostri benigno verso ogni sua creatura.
I cieli, che si muovono sotto il suo governo, gli sono sottomessi in pace; il giorno e la notte compiono il corso fissato da lui senza reciproco impedimento. Il sole, la luce e il coro degli astri percorrono le orbite prestabilite secondo la sua disposizione senza deviare dal loro corso, e in bell’armonia. La terra, feconda secondo il suo volere, produce a suo tempo cibo abbondante per gli uomini, le bestie e tutti gli esseri animati che vivono su di essa, senza discordanza e mutamento alcuno per rapporto a quanto egli ha stabilito. Gli stessi ordinamenti regolano gli abissi impenetrabili e le profondità della terra. Per suo ordine il mare immenso e sconfinato si raccolse nei suoi bacini e non oltrepassa i confini che gli furono imposti, ma si comporta così come Dio ha ordinato. Ha detto: «Fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38, 11). L’oceano invalicabile per gli uomini e i mondi che si trovano al di là di esso sono retti dalle medesime disposizioni del Signore.
Le stagioni di primavera, d’estate, d’autunno e d’inverno si succedono regolarmente le une alle altre. Le masse dei venti adempiono il loro compito senza ritardi e nel tempo assegnato. Anche le sorgenti perenni, create per il nostro godimento e la nostra salute, offrono le loro acque ininterrottamente per sostentare la vita degli uomini. Persino gli animali più piccoli si stringono insieme nella pace e nella concordia. Tutto questo il grande creatore e Signore di ogni cosa ha comandato che si facesse in pace e concordia, sempre largo di benefici verso tutti, ma con maggiore abbondanza verso di noi che ricorriamo alla sua misericordia per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. A lui la gloria e l’onore nei secoli dei secoli. Amen.

Omelia per il 18 ottobre 2010: 2Tm 4,10-11

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13824.html

Omelia (18-10-2008) 
Eremo San Biagio

Commento su 2Tm 4,10-11

Dalla Parola del giorno
Carissimo, Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me.

Come vivere questa Parola?
Nell’epilogo della seconda lettera a Timoteo, l’Apostolo Paolo, ormai anziano, vicino alla morte e in catene per Cristo, scrive una sorta di post-scriptum, consegnando al cuore del discepolo amato un grappolo di notizie personali, soprattutto di nomi, vicende, rivelatrici della sua acuta sensibilità ferita ma, al contempo, pacificata nel perdono e nella fiducia.
Dema, Crescente, Tito, Marco, Tichico, Carpo, Alessandro: tutti in qualche modo si sono allontanati da lui, o per adempiere al ministero o per vigliaccheria o addirittura per interesse personale. Ora a Paolo, nel tetro carcere di Roma, non resterebbe che la solitudine l’ingratitudine e l’indifferenza se non ci fosse Luca. “Solo Luca è con me” – scrive. Solidale, aggiungiamo noi. Solidale discreto e vicino alle sofferenze dell’Apostolo che ha combattuto la buona battaglia della fede ed ora si appresta a ricevere la corona della gloria che Dio ha promesso a quanti hanno dato tutto per Lui.
Oggi, nella festa dell’evangelista Luca, è bello fare memoria di questa sua presenza premurosa accanto all’anziano “testimone di Cristo”. Un’esortazione per ognuno di noi affinché sappiamo cogliere e apprezzare il dono fiorito e sempre verdeggiante di coloro che hanno intessuto di fedeltà a Dio la loro vita, facendo esperienza del Suo indefettibile amore nel correre degli anni. Degli anni e della gioia di stare con Lui. Come Luca, contempliamo nella canizie luminosa di questi uomini e donne di Dio la bellezza della nuzialità consumata nella dedizione alla causa del Regno.

Nel mio rientro al cuore, oggi benedico Dio per loro e chiedo il dono della fedeltà, per sempre, in perenne giovinezza, perché alla fine della vita possa dire anch’io:

“Signore, ricordati che ho passato la vita dinanzi a te con fedeltà e con cuore sincero e ho compiuto ciò che era gradito ai tuoi occhi” (Is 38,3).

La voce del patrono d’Europa
Se gli occhi del Signore scrutano i malvagi e i buoni, se dall’alto del cielo il Signore guarda continuamente ai figli degli uomini, per vedere se “esista un saggio, se c’è uno che cerchi Dio”, bisogna concludere, fratelli, che in ogni ora dobbiamo essere vigilanti.
San Benedetto 

MARTEDÌ 29 GIUGNO 2010 – SS. PIETRO E PAOLO APOSTOLI (s)

MARTEDÌ 29 GIUGNO 2010 – SS. PIETRO E PAOLO APOSTOLI (s)

MESSA VESPERTINA NELLA VIGILIA
LETTURE: At 3,1-10; Sal 18; Gal 1,11-20; Gv 21,15-19
MESSA DEL GIORNO
LETTURE: At 12,1-11; Sal 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA DELLA VIGILIA:

Seconda Lettura   Gal 1,11-20
Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.

Dalla lettera di san Paolo ai Gàlati
Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
 
Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. 

Responsorio   Cfr. Mt 16, 18-19
R. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’inferno non la vinceranno. * A te darò le chiavi del regno dei cieli.
V. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
R. A te darò le chiavi del regno dei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Responsorio
R. Paolo, apostolo del vangelo e maestro dei popoli, * sei degno di tutta la nostra lode.
V. Tu hai fatto conoscere ai popoli il mistero di Dio:
R. sei degno di tutta la nostra lode.

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