DOMENICA 28 GIUGNO – XIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 28 GIUGNO - XIII DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Corinti - seconda giotto_giairo

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DOMENICA 28 GIUGNO – XIII DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B13page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Cor 8,7.9.13-15
La vostra abbondanza supplisca all’indigenza dei fratelli poveri.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa.
Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa    (Manila, 29 novembre 1970)

Noi predichiamo Cristo a tutta la terra
«Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16). Io sono mandato da lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone. Quanto più è lontana la meta, quanto più difficile è la mia missione, tanto più urgente è l’amore che a ciò mi spinge. Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (cfr. Mt 16, 16). Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura (cfr. Col 1, 15). E’ il fondamento d’ogni cosa (cfr. Col 1, 12). Egli è il Maestro dell’umanità, e il Redentore. Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza. E’ colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, come noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è «la via, la verità, la vita» (Gv 14, 6). Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore e paziente nella sofferenza. Per noi egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore e i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli.
Gesù Cristo: voi ne avete sentito parlare, anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene, a voi cristiani io ripeto il suo nome, a tutti io lo annunzio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l’alfa e l’omega. Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; egli è per antonomasia il Figlio dell’uomo, perché egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico.
Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annunzio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli.

Taizé, Febbraio 2009: 1 Corinzi 9, 16-27: L’esempio di Paolo: tutto a tutti

dal sito:

http://www.taizetreviso.org/index.php?option=com_content&view=article&id=68:meditazione-biblica-mensile-febbraio-2009&catid=33:notizie-dalla-comunita-di-taize&Itemid=56

 Notizie da Taizé  Meditazione Biblica Mensile. Febbraio 2009

1 Corinzi 9, 16-27: L’esempio di Paolo: tutto a tutti

San Paolo scrive: Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo.
 
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.
 
Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato. (1 Corinzi 9,16-27)
Le parole di San Paolo sono come fuoco. Tutto il suo essere è pieno e mosso dallo zelo di annunciare il Vangelo. Per lui è una necessità, un felice obbligo. Senza provare vergogna, dice: «Guai a me se non predicassi il Vangelo» (v.16). Parla così perché il Vangelo è la forza di Dio per la salvezza di chi crede (Romani 1,16). Dapprima, lui stesso è stato preso da questa forza, corpo e anima. Incontrando il Cristo risorto, la sua vita si è trasformata ed è iniziata una nuova vita in comunione con lui. Ora, vuole trasmettere l’amore di Dio manifestato nella persona di Gesù a coloro che non lo conoscono ancora.

Con forza ed eloquenza l’apostolo svela il segreto del suo ministero d’evangelizzazione. Senza contraddizione né polemica, egli s’identifica con ciascuno e con tutti, anche appartenenti a categorie opposte. Vuole andare oltre le separazioni culturali e religiose per avere l’accesso a tutti, per «guadagnare» ascoltatori. L’apostolo è veramente libero e non si lascia paralizzare dalle opinioni correnti. Infatti si tratta d’annunciare la Parola di Vita a tutti senza eccezione, poiché Cristo è morto e risorto per tutti.

Le immagini dell’atleta e della corona fanno vedere quanta disciplina, sacrificio e padronanza di sé sono richiesti a coloro che s’impegnano nel lavoro dell’evangelizzazione. Come gli atleti, i discepoli hanno bisogno di allenarsi.

Paolo è un realista. Sa che il suo messaggio non sarà accolto da tutti. Ma questo non lo scoraggia né gli impedisce di osar superare le barriere apparentemente insormontabili. Se ha tanto operato e in un certo senso anche riuscito nel suo ministero, evita ogni orgoglio. È consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze. Ma nonostante tutto, Dio è all’opera. Paolo dirà più tardi che il tesoro del Vangelo noi lo portiamo in vasi di creta (2 Corinzi 4,7). Sa molto bene che la forza viene da Dio, non da noi.

Paolo mostra il suo zelo per l’annuncio del Vangelo, non per vantarsi, ma per esortare con il suo esempio i cristiani dispersi tra i popoli a maggioranza non credenti. Egli segue l’esempio di Gesù, suo maestro. Durante la sua vita sulla terra Gesù stesso non ha escluso nessuno e ha mostrato il volto di Dio, Padre di tutti gli uomini.

Oggi, come ai tempi di San Paolo, vivere del Vangelo e annunciarlo vanno di pari passo. In questo mondo sempre segnato dalle divisioni e opposizioni, si tratta di annunciare Cristo che ha distrutto la barriera di separazione che è l’odio, l’ostilità (vedi Efesini 2,14). Senza mettersi in un campo contro l’altro, si avrà l’audacia di annunciare il Cristo di comunione? Ciò incomincia in noi stessi. L’atteggiamento di San Paolo c’ispira e c’interpella.

 Con chi posso condividere la mia fede? Dove posso testimoniarla? Se il mio interlocutore non conosce Cristo, quale sarà il mio atteggiamento?

 Che cosa significa per San Paolo «predicare gratuitamente il Vangelo»? E questo che cosa significa per noi oggi?

 Nel mio ambiente sociale e culturale, quali sono le barriere da sormontare per annunciare il Vangelo?

PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE, LA BOTTEGA COME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

dal sito:

http://www.saverianibrescia.com/missione_oggi.php?centro_missionario=archivio_rivista&rivista=&id_r=44&sezione=alla_luce_della_parola_&articolo=paolo_apostolo_e_tessitore_di_tende&id_a=1301

PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE

LA BOTTEGA COME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

A CURA DELLA REDAZIONE 

L’articolo è tratto liberamente da una riflessione di Ronald F. Hock in The Social Context of Paul’s Ministry: Tentmaking and Apostleship, Philadelphia, Fortress 1980.

In uno dei suoi trattati politici, Plutarco critica alcuni filosofi perché rifiutavano di conversare con le autorità nel timore di essere considerati ambiziosi o troppo ossequienti. Per evitare il diffondersi di una tale situazione, Plutarco suggerisce che l’unica alternativa per l’uomo dalla mente aperta e desideroso di praticare la filosofia è fare l’artigiano, per esempio, il calzolaio, in modo da avere l’opportunità di conversare nella bottega, come Simone il calzolaio aveva fatto con Socrate. Questo suggerimento di Plutarco, che la bottega fosse un luogo che potesse ospitare discorsi intellettuali, è interessante e fa sorgere l’interrogativo se altre botteghe, specialmente quelle usate ai suoi tempi da Paolo, il tessitore di tende, nei suoi viaggi missionari, siano state utilizzate allo stesso modo nelle città della Grecia orientale. Questa tesi, pur avanzata dagli studiosi, non è mai stata studiata a fondo. Questo articolo è un tentativo di approfondire l’esame dei contesti sociali in cui si sono svolti la predicazione e l’insegnamento dei primi cristiani.

È noto che Paolo era un tessitore di tende. Questo suo lavoro è sempre stato considerato come un’eredità della sua tradizione ebraica. L’attività lavorativa di Paolo è considerata come un residuo della sua vita di fariseo ed è spiegata nei termini di un ideale rabbinico che cerca di associare lo studio della Torah con la pratica di un mestiere. Vorremmo ora portare il dibattito al di là dell’aspetto strettamente ebraico. 

LA BOTTEGA DI PAOLO 

Per una discussione sull’uso missionario della bottega da parte di Paolo, si deve sottolineare l’evidenza che lo colloca nelle botteghe delle città da lui visitate. Luca indica che  Paolo aveva lavorato come tessitore di tende solo in Corinto e Efeso (At 18,3; 20,34); ma le Lettere di Paolo aggiungono Tessalonica (1 Ts 2,9) e – più importante – afferma che in generale la pratica missionaria era di lavorare per potersi mantenere (1 Cor 9,15 – 18). E allora, il riferimento di Paolo al lavoro di Barnaba per sostenere se stesso (1 Cor 9,6) dovrebbe coprire i cosiddetti primi viaggi missionari e la sua permanenza in Antiochia (At 13,1 – 14,25; 14,26-28; 15,30-35), il tempo in cui Luca pone Barnaba come suo compagno di viaggio. Il riferimento di Paolo al suo lavoro a Tessalonica (1 Ts 2,9) e la sua conferma dell’affermazione di Luca riguardante Corinto (1 Cor 4,12) si applicherebbe anche al secondo viaggio missionario (At 16,1 – 18,22). Il riferimento al suo lavoro in Efeso (cfr. 1 Cor 4,11: « fino ad ora »), di nuovo conferma il ritratto di Luca e la sua insistenza nel mantenersi economicamente, durante un futuro viaggio a Corinto (2 Co 12,14), confermerebbe questa pratica anche nel terzo viaggio missionario (At 18,23 – 21,16). In At 28,30 vediamo Paolo presumibilmente lavorare in seguito anche a Roma. In breve, le Lettere e gli Atti mettono in evidenza l’Apostolo nelle botteghe dove predicava e insegnava. Ma che cosa faceva Paolo nella bottega, oltre al suo lavoro di tessitura? Di cosa parlava? Sfruttava l’occasione per una predicazione missionaria?

Una risposta affermativa sembra verosimile, dato il suo impegno nella predicazione del Vangelo. Però né le Lettere, né gli Atti dicono esplicitamente che Paolo utilizzava la bottega per la predicazione. Il silenzio delle Lettere in proposito non è un problema, perché Paolo è di solito silenzioso o vago sulle circostanze della sua predicazione missionaria (cfr. per esempio 1 Cor 2,1-5). Con gli Atti tuttavia la situazione è diversa. 

Il silenzio di Luca negli Atti può essere parzialmente spiegato perché l’evangelista era interessato a raccontare le esperienze di Paolo nella sinagoga. Solo in Atene, il centro della cultura greca e della filosofia, questo interesse è lasciato da parte in deferenza alle esperienze di Paolo al mercato (At 17,17) e specificatamente alle sue conversazioni con i filosofi stoici ed epicurei (ver.18) che portarono al discorso dell’Apostolo  all’Aeropago (22-31). Qui Luca si avvicina molto nel menzionare le conversazioni della bottega, ma non lo fa, poiché le discussioni con i filosofi sono probabilmente da collocarsi sotto i portici della città, forse la Stoà di Attalos ad Atene.

La possibilità di fare conversazioni in bottega è intuibile da un brano delle Lettere di Paolo: il sommario dettagliato dell’attività missionaria dell’Apostolo nella città di Tessalonica (1 Ts 2,1-12). Al versetto 9, il lavoro e la predicazione sono accennati insieme: « Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio ».

L’ATTIVITÀ MISSIONARIA

Se questi sei passi scelti dagli Atti e dalle Lettere parlano di Paolo che utilizzava le botteghe come contesti sociali per la sua predicazione missionaria, bisogna interpretare questi contesti come entità a sé, oppure confrontarli con la vita intellettuale delle città che egli ha visitato. Se la bottega è stata un contesto sociale dell’attività missionaria, per Luca questa era solo uno dei tanti luoghi in cui l’Apostolo predicava. Più frequentemente egli indica la sinagoga. Paolo predica nelle sinagoghe di Damasco (At 9,20), Gerusalemme (At 9,29), Salamide (At 13,5), Antiochia di Pisidia (At 13, 14, 44), Iconio (At 14,1), Tessalonica (At 17,1), Berea (At 17,10), Atene (At 17,17), Corinto (At 18,4) e Efeso (At 18,19; 19,8). Un altro contesto missionario importante è la casa, specialmente quelle di Lidia a Filippi (At 16,15, 40), di Tizio Giusto a Corinto (18,7) e di un cristiano non identificato a Triade (20,7-11) e di parecchie persone a Efeso (20, 20). Altre case devono essere incluse, anche se Luca non vi fa menzione di attività missionaria: la casa di Giasone a Tessalonica (17, 5-6), di Aquila e Priscilla a Corinto (18, 3), di Filippo a Cesarea (21, 8), di Mnasone di Cipro, presumibilmente a Gerusalemme (21, 16-17) e forse quelle di parecchi altri (cfr. 16,34; 21, 3-5, 7).

Ulteriori segni che indicano la varietà dei contesti sociali nella missione di Paolo sono la residenza del proconsole di Cipro, Sergio Paolo  (13, 6-12), la porta della città in Listra (14, 7, 15-18), la scuola di Tiranno a Efeso (19, 9-10) e il pretorio a Cesarea (24, 24-26; 25, 23-27). Insomma, se la bottega era un contesto sociale per l’attività missionaria di Paolo, era solo uno dei tanti. 

IL PULPITO, LA PIAZZA E LA BOTTEGA  

La pratica dei filosofi sopra descritta può aiutarci a capire anche ciò che avveniva nella bottega di Paolo. Lo possiamo immaginare nelle lunghe ore al tavolo di lavoro mentre taglia e cuce le pelli per fare tende. Egli si rende autonomo economicamente, ma ha anche possibilità di portare avanti il suo impegno missionario (cfr. 1 Ts 2, 9). Seduti nella sua bottega troviamo i suoi compagni di lavoro o qualche visitatore, clienti e forse qualche curioso che aveva sentito parlare di questo « filosofo » tessitore di tende appena arrivato in città. In ogni caso sono tutti là ad ascoltare e a discutere con lui, che porta il discorso sugli dei ed esorta i presenti ad abbandonare gli idoli e a servire il Dio dei viventi (1, 9-10). In questo modo, certamente qualcuno degli ascoltatori, un compagno di lavoro, un cliente, un giovane aristocratico o forse anche un filosofo cinico, sarebbe stato curioso di sapere di più di Paolo, delle sue chiese, del suo Signore e sarebbe tornato per  un colloquio privato (2, 11-12). Da queste conversazioni di bottega alcuni avrebbero accolto le sue parole come Parola di Dio (2, 13).

Per Paolo, il missionario, quindi, il pulpito della sinagoga non bastava, ma usciva anche in piazza ed entrava nella sua bottega. « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).       

A CURA DELLA REDAZIONE

Il contesto storico 

Esaminiamo la pratica paolina nel contesto della vita intellettuale della Grecia orientale dei suoi tempi. Ad Atene, nel quinto e quarto secolo a. C., alcuni contesti specifici, inclusa la bottega, erano diventati normali per l’attività intellettuale ed ancora esistevano ai tempi di Paolo. Senofonte descrive Socrate mentre discute di filosofia in varie botteghe, tra cui quelle di un pittore, di uno scultore, di un fabbricante di armature. Platone menziona le bancarelle del mercato come abituale ritrovo di Socrate. Naturalmente la bottega non era il suo solo ritrovo: lo si poteva trovare in altre parti del mercato, come la stoà o altri edifici pubblici, nel ginnasio o nelle case di amici. In un certo senso la pratica di Socrate era tipica dei suoi giorni, data l’abitudine della gente di frequentare i negozi e i banchi del mercato. Ma, in un altro senso, l’abitudine di Socrate era molto atipica, non solo a causa dell’alto contenuto intellettuale delle sue conversazioni, ma anche per l’effetto limitato che questa sua pratica ebbe sui filosofi che lo seguirono. A giudicare da quanto riferisce Diogene Laerzio, i discepoli di Socrate non discutevano di filosofia nella bottega, anche se alcuni di essi da studenti lo avevano accompagnato, per esempio, alla bottega del sellaio. 

I seguaci di Socrate, scegliendo il ginnasio o altri edifici, praticavano una filosofia meno pubblica rispetto al loro maestro. Il numero delle persone che partecipava a queste discussioni nelle botteghe non poteva essere grande. Spesso erano solo in due, Socrate con Simone e Crate con Filisco. Gli argomenti trattati erano molti: dalle discussioni che riguardavano i commerci degli artigiani a temi più interessanti: gli dei, la giustizia, la virtù, il coraggio, la legge, l’amore, la musica, ecc.

BUSCEMI MARCELLO : « GUAI A ME SE NON PREDICASSI IL VANGELO » (1COR 9,16)

CONFERENZA TENUTA DA PADRE BUSCEMI AI FRATI DELLA CUSTODIA DI TERRA SANTA -

questo studio me lo ha mandato Padre Prof. Alfio Marcello Buscemi ieri 25 gennaio 2009, via mail dallo SBF di Gerusalemme, la numerazione delle parti l’ho aggiunta io per una lettura più agevole, molti ringraziamenti a Padre Buscemi

“Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16)

1. Paolo, missionario di Dio e di Cristo

La forte espressione di 1Cor 9,16: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” ha ricevuto molteplici interpretazioni, ma tutte rivolte a spiegare l’affermazione che per Paolo predicare il Vangelo “non è un vanto, ma un destino”; la CEI ha tradotto un “dovere”. In ogni caso, il termine greco anánkç indica qualcosa di ineluttabile, contro il quale è inutile opporsi. At 26,14 l’ha tradotto con un’immagine: “Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo”. È inutile voler dare spiegazioni deterministiche o psicologiche o anche teologico-profetiche. A me sembra che la letteratura paolina fornisca elementi più probanti per comprendere questo “dovere ineluttabile” che spinge Paolo ad essere “missionario del Vangelo”. Tutto parte da una convinzione di fede: Dio mi ha costituito “ministro della nuova alleanza” (2Cor 3,6) e da un grande amore: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, … perché tutti quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,14-15). Non è solo questione psicologica, ma questione teologico-esistenziale. Tutto parte da un’esperienza di amore, di elezione, di chiamata per nome: “Saulo, Saulo!”; “Chi sei, Signore?”. Da allora, Paolo ha considerato “tutto una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo …. Così, mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Ecco il “dovere ineluttabile” di Paolo: un’amore senza limiti per colui che per amore l’ha scelto e lo ha reso “apostolo, missionario del Vangelo”. Egli vuol conoscerlo, condividerne i sentimenti, avere il cuore occupato da lui e dal suo progetto di salvezza, in una parola dal Vangelo. Tutto nasce da un’irruzione subitanea, da un’evento che in Damasco ha trasformato la vita di Paolo: da persecutore è divenuto un apostolo innamorato di Cristo.

1.1. Paolo, apostolo di Dio

Non è il caso, in questa sede, di risolvere il problema se “l’evento di Damasco” sia una “conversione” o una “chiamata”. Di sicuro, la terminologia della conversione: “metanoia” o “ritorno al Signore” non appare né in Gal 1,16 né nei tre racconti degli Atti degli Apostoli. D’altra parte, non mi sembra che nel caso di Paolo, “zelante di Dio”, si tratti di un passaggio dal male al bene; inoltre, essendo “un ebreo”, non si tratta di passare dagli idoli al Dio vero ed unico; anzi, essendo “zelante delle tradizioni dei Padri”, nell’evento di Damasco egli ha riconosciuto nel Cristo Gesù quel Messia atteso dai suoi Padri e quella Torà vivente, inscritta nel cuore, di cui parlano Geremia, Ezechiele e i libri sapienziali. In ogni caso, l’accento non cade sulla “conversione”, ma sulla “vocazione di Paolo”. La “missione di Paolo alle genti” è il punto decisivo verso cui tendono tutti i racconti di questa esperienza esaltante.
Paolo è “l’apostolo di Dio e di Cristo”. Quest’affermazione può sembrare strana, specialmente perché contiene una duplice specificazione: “di Dio e di Cristo”. Ma mettetevi nei panni dell’«ebreo Paolo» che deve annunciare il Vangelo agli ebrei e ai pagani, per i quali un profeta o un predicatore religioso è veramente tale se è “inviato da Dio”, e che nello stesso tempo deve farsi accreditare dai membri della Chiesa, per i quali “apostolo” è uno “chiamato da Cristo” e che ha avuto comunione con lui (cfr la regola petrina di At 1,21-22 riguardante la successione apostolica di S. Mattia). Paolo, in Gal 1,1, in un testo fortemente polemico, ha risolto brillantemente il problema scrivendo: “Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti”. Paolo accomuna sotto un’unica preposizione la menzione di Gesù Cristo e di Dio Padre. Ciò significa che per Paolo, Gesù Cristo e Dio Padre stanno, almeno riguardo al suo apostolato, sullo stesso piano. Inoltre, dato che insiste sul fatto che il suo apostolato non è umano, sembra che nel riferirsi a Gesù Cristo Paolo pensi a lui nella sua qualità di Figlio di Dio. Ciò non significa, però, che Paolo faccia confusione tra “sorgente originaria” e “mediazione designante”, ma dal punto di vista da cui egli considera il fatto è indifferente precisare: Dio e Gesù Cristo sono autori e designanti del suo apostolato, anche se sul piano dell’attuazione ci può essere differenza. Egli è apostolo per mandato diretto di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (cfr anche Rom 15,15-16). Egli è per volontà di Dio testimone del risorto.

1.1.1. Apostolo per vocazione

Paolo lo afferma tra le righe in Rom 1,1: “Paolo, servo di Cristo, chiamato apostolo”, ma in maniera aperta sia in 1Cor 1,1 e 2Cor 1,1: “Paolo, chiamato apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” sia in Gal 1,16: “Poi, quando colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunzi tra le genti”. In base a questi testi, il complemento di specificazione «di Dio» è un genitivo soggettivo: Colui che ha chiamato Paolo come apostolo è Dio. Notate una differenza significativa tra i due prescritti delle due lettere ai Corinti e quello ai Romani: in quest’ultima Paolo, come già in Fil 1,1, si proclama “servo di Cristo”, un titolo di onore che esprime un rapporto particolare tra Paolo e il suo Signore, tanto che Agamben, un filosofo ebreo italiano di stampo messianico, propone di tradurre: “Paolo, chiamato come schiavo di Gesù messia, separato come apostolo per l’annuncio di Dio”. Ma non c’è bisogno di fare tali spostamenti. In Rom 1,1a il titolo “servo di Cristo” è certamente messo in rapporto con la chiamata di Paolo ad apostolo e il suo essere separato per il vangelo, esprimendo così la completa appartenenza di Paolo a Cristo in vista di una missione. Si comprende così anche come in At 26,2-23 la vocazione di Paolo ad “apostolo delle genti” possa essere descritta sulla falsa riga di quella del “Servo sofferente di Jahwé”. Paolo appartiene totalmente a Cristo, è consacrato a Cristo, e tale consacrazione lo obbliga ad annunciare il messaggio affidatogli dal suo Signore, particolarmente ai credenti provenienti dalla gentilità.
Egli è “chiamato apostolo”. L’espressione greca klçtós apóstolos è stata alquanto tormentata dagli esegeti, ma dal punto di vista sintattico è semplice: è composta da un aggettivo verbale, equivalente al participio perfetto passivo, avente il senso di un passivo teologico: “chiamato da Dio”; a cui è aggiunto il predicativo del soggetto: “chiamato (da Dio) come apostolo”. In altre parole, colui che ha chiamato Paolo è Dio. La sua vocazione ad “apostolo” deriva da Dio, che lo ha designato quale apostolo dei gentili (cfr Gal 2,7-9). E tale vocazione diviene un’esigenza per Paolo che lo priva di ogni altra prospettiva che non sia quella di realizzare il progetto di Dio, lo spinge a proclamare al mondo l’amore profondo e misericordioso di Dio verso l’uomo (Rom 1,16-17). L’apostolo, infatti, non proclama se stesso, ma colui che lo ha inviato (cfr anche 2Cor 5,14-15) a proclamare il vangelo della misericordia di Dio.
“Apostolo”: è il titolo con cui Paolo nelle sue lettere qualifica se stesso (Gal 1,1; 1Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; cfr anche 1Tim 1,1; 2Tim 1,1). Ora, il termine “apostolo” è un aggettivo derivato dal verbo composto apostéllo, che rispetto al verbo semplice accentua la consapevolezza dello scopo e del proposito: sottolinea che l’invio è fatto con uno scopo ben determinato e che esiste un rapporto particolare tra colui che invia e colui che è inviato. Ciò è in consonanza con la possibile origine del termine “apostolo” dall’istituto giuridico rabbinico degli Shelûhîn, la cui radice shalah dà rilievo all’aspetto volontario e consapevole dell’azione di colui che invia e del suo scopo e la cui regola principale era: “L’inviato (shalûah) di un uomo è simile a questo medesimo” (Berachot 5,5). Paolo si trova in profonda sintonia con questo detto, quando in 2Cor 5,20 scrive: “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro”. Così, l’apostolo è l’ambasciatore di Dio. In lui è Dio che parla, esorta ed agisce: “Come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori” (1Tes 2,4). L’apostolo annuncia “il Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16), continua l’opera di Cristo chiamando tutti gli uomini all’obbedienza della fede, mediante la quale si ottiene la giustificazione, cioè la giustizia santificatrice di Dio (Rom 1,17).

1.1.2. Separato per il vangelo

In altre parole, Paolo è stato designato o, come scrive lui in Rom 1,1, “separato per il Vangelo”. L’esegeta tedesco Schmidt pensa che Paolo si sia espresso così, in relazione al fatto di essere stato un fariseo, vedendo anche in ciò un atto provvidenziale. Questa intuizione, anche se debole, non è del tutto da rigettare: tutta la vita di un uomo è guidata dalla vigile provvidenza divina e nel caso di Paolo è sottolineato dal fatto di essere stato “messo da parte fin dal seno di sua madre”(cfr Gal 1,15 dove si rifà a Is 49,1 e Ger 1,5). Di più: nonostante il suo “fanatismo farisaico”, Dio ha scritto diritto anche su righe storte; inoltre, Paolo è stato “separato” per il Vangelo (Rom 1,1), cioè designato, scelto per un servizio totale ed esclusivo al vangelo. È una sottolineatura che accentua il dato dell’elezione e pone Paolo in rapporto con alcune “elezioni speciali” da parte di Dio: quella di Sansone a giudice (Gdc 16,17), del Servo di Jahwé (Is 49,1) e di Geremia (Ger 1,5). Ed è proprio a queste due ultime “chiamate” che Paolo, in Gal 1,15, in Rom 1,1c e in At 26,15-18, si richiama per descrivere la sua “vocazione” ad apostolo delle genti. Per essi è stato scelto “per annunciare il vangelo di Dio”, cioè “il vangelo che Dio ha affidato a Paolo e agli apostoli” (cfr Gal 2,7-9). Questo “Vangelo” è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”, in quanto in esso sperimentiamo l’amore misericordioso di Dio (Rom 11,32) e la sua giustizia che ci dona salvezza e santificazione (1,16-17). D’altra parte, questo stesso “Vangelo” coincide con “il Vangelo di Cristo” (Rom 1,19), in quanto annuncia il Cristo (16,25), il Figlio di Dio (1,3.9), nel quale la salvezza diviene una realtà per noi. Di questo Vangelo Paolo è divenuto ministro per fortificare chiunque crede in esso; di esso non solo non si vergogna, ma afferma con il coraggio del testimone questo è “il mio vangelo” (Rom 2,16; 16,25), preannunciato dai profeti nelle Scritture sante (Rom1,2; 10,16) e che richiede obbedienza e ascolto di fede (Rom 10,16). In tal senso, Paolo non isola il “suo vangelo”, ma lo vede in continuità con quello di tutta la Scrittura santa. I profeti hanno predetto la salvezza, Paolo annuncia l’adempimento di tale salvezza nel Cristo Gesù, “potenza di Dio” (1Cor 1,24), “propiziatorio per la nostra giustificazione” (Rom 3,25), nostra “sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).

1.1.3 Apostolo per i gentili

Sia in Gal 2,7-9 che in Rom 1,5 Paolo afferma di aver “ricevuto mediante Cristo la grazia dell’apostolato in favore dei gentili”. L’azione è sempre di Dio: “Colui che ha agito in Pietro per l’apostolato tra i circoncisi ha agito anche in me per l’apostolato tra gli incirconcisi” (Gal 2,7), ma tale “grazia dell’apostolato” (Rom 1,5) gli è stata concessa (Gal 2,8) “mediante Cristo” (Rom 1,5). Così, la causa agente originante dell’apostolato di Paolo rimane sempre Dio, la causa agente ministeriale dello stesso apostolato è Cristo. Entrambi lo hanno inviato “per ottenere l’obbedienza della fede tra tutti gentili”. Il termine hupakoç, un termine astratto di azione, indica “l’ascoltare sottomettendosi”. Pertanto, “obbedire” non è tanto una sottomissione passiva e parziale, ma una sottomissione riflessa e totale della mente e della vita, che ci mette in relazione all’obbedienza di Cristo. I credenti, infatti, sono stati giustificati “mediante l’obbedienza di uno solo” (Rom 5,19), per questo Paolo esige dai gentili (Rom 15,18; 2Cor 7,15; Fm 21) «l’obbedienza», cioè l’ascolto che si sottomette “alla fede” (Rom 1,5; 16,26), “alla giustizia” (Rom 6,16), “a Cristo” (2Cor 10,5). Egli annuncia Cristo “tra tutti i gentili e in favore di tutti i gentili”, meglio, data la posizione predicativa dell’articolo, “di tutti e singoli i gentili di qualsiasi luogo e tempo”. Così, la missione di Paolo è universale come è universale il Vangelo di Cristo.

1.2. Paolo, apostolo di Cristo

Di più: il Vangelo è Cristo. Paolo lo afferma chiaramente in 1Cor 2,1-2: “Fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”. Allo stesso modo in Gal 3,1: “O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?”. Il contenuto essenziale ed esistenziale del Vangelo di Paolo è la “rivelazione di Cristo”. Infatti, egli stato “scelto per annunziare il Vangelo di Dio … riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, il Figlio di Dio costituito con potenza secondo lo Spirito” (Rom 1,4). Paolo, quindi, è apostolo di Cristo per “la rivelazione di Gesù Cristo”.

1.2.1.Per rivelazione di Gesù Cristo

In Gal 1,11-12, Paolo afferma che la sua predicazione non è “secondo l’uomo”, cioè non ha origine da un uomo né è “secondo la mentalità umana”, perché egli non l’ha ricevuta da un uomo né è stato istruito in esso da un uomo. L’origine del suo apostolato e del Vangelo che predica è totalmente divina: a lui il Vangelo è stato manifestato “mediante una rivelazione di Gesù Cristo”. In base a Gal 1,1, il genitivo è un genitivo soggettivo: Paolo è divenuto apostolo perché Cristo gli ha rivelato il Vangelo, egli è l’autore della rivelazione, che ha manifestato a Paolo il Vangelo e lo ha reso suo apostolo. Se, però, il genitivo “di Cristo” si interpreta in base a Gal 1,16, il genitivo è oggettivo e il senso diviene: Dio ha costituito Paolo apostolo rivelandogli il suo Figlio, per annunciarlo ai pagani. In questo senso, Gesù Cristo è il contenuto stesso del Vangelo e Paolo è l’apostolo che per volontà di Dio annuncia a tutti i gentili Gesù Cristo, crocifisso, morto e risorto per noi. Non bisogna distinguere troppo tra le due interpretazioni, dato che entrambi sono sostenute dal contesto. D’altra parte, si può affermare benissimo che Cristo è autore e contenuto del Vangelo, quindi rivelatore e contenuto della rivelazione; anzi, il Vangelo è Cristo, che sulla via di Damasco ha conquistato Paolo (Fil 3,4) e l’ha costituito apostolo del Vangelo tra i Gentili. Così, tale “rivelazione” è anticipazione dell’evento escatologico-salvifico di Cristo in favore dell’ufficio apostolico di Paolo. Egli, mediante questa rivelazione, è divenuto l’apostolo innamorato di Cristo, centro e senso della sua vita di apostolo. In quella “rivelazione”, Paolo conobbe Gesù, fu afferrato dal suo amore, nacque un legame che non era basato “sulla carne e sul sangue” (Gal 1,16), ma sulla potenza dello Spirito che gli permise di conoscere in profondità il mistero di Gesù.

1.2.2. Nel Cristo Gesù

E l’amore ha fatto “correre” Paolo (Fil 3,14) per il mondo intero ad annunziare che “nel Cristo, morto e risorto per noi” si è manifestato l’amore misericordioso e gratuito di Dio per tutti gli uomini (Rom 11,32); lo “spingeva” (2Cor 5,14) verso orizzonti nuovi di incontro con Cristo senza i condizionamenti della legge o dei privilegi giudaici, ma totalmente aperto all’amore salvifico e giustificante di Dio; per amore “si è lasciato crocifiggere con Cristo”, “portava in sé le stimmate di Gesù”, così da poter dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Così, non fa meraviglia che la formula “nel Cristo” o “nel Cristo Gesù” ricorra continuamente e che in ogni rigo delle lettere paoline ci sia un riferimento a Cristo.
Ma, più che l’aspetto statistico, è il valore teologico della formula che può far comprendere la ricchezza contenutistica di essa e la sua centralità nel pensiero di Paolo. Per lui tutto è nel Cristo: il mondo visibile ed invisibile (Col 1,15-18), la Chiesa universale (1Tess 1,1), le chiese locali (1Tess 2,14; Gal 1,22), i singoli fedeli (1Cor 1,2; Gal 3,28; Ef 1,1; Col 1,1), la vita (Fil 1,21; Gal 2,20) e il ritmo della nostra vita: nascita, lavoro, impegno esistenziale e di fede, morte. Tutto è “nel Cristo”, perché Dio ha voluto ricapitolare in lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (Ef 1,10). Ma ciò è vero soprattutto di noi, che, avendo creduto, sperato in lui (Ef 1,12-13) e avendo instaurato una comunicazione misteriosa e reale di influssi vitali tra noi e Cristo, formiamo in lui un solo corpo (1Cor 12,12-31), un solo uomo nuovo (Ef 2,15; 4,24; cfr 2Cor 5,17; Gal 6,15): in una parola, siamo “uno nel Cristo Gesù” (Gal 3,28). “Vivere in Cristo” è il centro del pensiero teologico di Paolo, è il dinamismo della vita cristiana, che si sviluppa in un rapporto sempre più intimo con Cristo.

1.2.3.Ricapitolare tutto in Cristo

Ma non si tratta solo di un sentimento intimistico di comunione con Cristo, ma di un progetto da dover realizzare, meglio di un “mistero”, il “mistero di Cristo” (Ef 3,5), da annunciare come “vita per Dio”. Per Cristo Paolo, il missionario itinerante di Dio e di Cristo, corre per il mondo intero, si affatica e soffre innumerevoli sofferenze “purché Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) e la grazia misericordiosa e giustificante di Dio si diffonda ovunque, “secondo quel Vangelo che egli annunzia … per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede” (Rom 16,25-26). Così, Paolo è il missionario che annuncia “la sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, ma che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1Cor 2,7). A lui è stata affidata la missione “di realizzare la sua parola, di far conoscere la gloriosa ricchezza del mistero, cioè Cristo in noi, speranza della gloria. È lui, infatti, che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo” (Col 1,25-28). Così, Paolo si affatica e lotta con la forza che gli viene dalla sua convinzione di fede, da Cristo e da quella potenza dello Spirito che agisce in lui (1Cor 2,4-5; Col 1,29). Egli predica Cristo, la Parola eterna e vivente di Dio, che ha tolto il velo della nostra ignoranza, ha svelato “nell’amministrazione della pienezza dei tempi” il mistero del thélçma di Dio, il suo progetto eterno e misterioso: quello di “ricapitolare tutto in Cristo” (Ef 1,9-10).
L’iniziativa è del Padre, che nel suo amore ha concepito tale mistero, l’ha stabilito e ha orientato tutto verso la sua manifestazione e rivelazione (cfr Rom 16,25; 1Cor 2,1.7; Col 1,26.27; 2,2; 4,3). Tutto è avvenuto “nell’amministrazione della pienezza dei tempi”. Il termine greco oikonomía indica l’attività divina che guida i “tempi della grazia” fino al raggiungimento della pienezza del tempo (Gal 4,4), quando Dio manifesta all’uomo, per mezzo dei suoi apostoli, la pienezza del suo disegno d’amore nel Cristo. Anzi, nel disegno di Dio, Cristo è la pienezza dei tempi, perché porta a compimento ciò che essi hanno annunciato nel mistero, ed è anche il contenuto stesso del mistero, che quei tempi annunciavano. “Ricapitolare” non significa “riassumere”, ma orientare tutte le cose verso un centro, in modo che esse abbiano sussistenza, coesione e senso. Cristo è questo centro in cui tutte le coordinate dell’universo si incontrano e trovano unità. Dio fa convergere tutti i “tempi della salvezza” verso Cristo, il quale porta a compimento la benedizione ad Abramo in cui si manifesta la salvezza divina per tutte le genti (Gen 12,3; 18,18; 22,18), la benedizione annunciata per mezzo dei profeti in cui è stabilita la nuova alleanza di Dio con il suo popolo (Ez 34; 36; Ger 31,31-33), la liberazione dell’Esodo in cui il popolo di Dio è liberato dalla schiavitù e fatto partecipe dell’intimità con il suo Signore. Tutta la storia della salvezza converge verso Cristo, tutto il cosmo tende verso di lui per trovare in lui la sua unità essenziale, tutti gli esseri del cielo e della terra dipendono da lui che è il capo voluto da Dio per dare al suo popolo unità e salvezza. In lui giudei e gentili sono divenuti figli, partecipi della figliolanza divina e dell’eredità, sono segnati con lo Spirito promesso, che realizza in noi la promessa divina e la redenzione che ci rende proprietà di Dio a lode gloriosa della sua grazia.

2. Paolo: linee teologiche dell’apostolato cristiano

In 1Tes 1,5-7, Paolo ha scritto: “Il nostro vangelo non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione … E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti”. Lo stesso elogio viene fatto ai Filippesi: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che io mi ricordo di voi, … a motivo della vostra coooperazione alla diffusione del Vangelo dal primo giorno fino al presente” (Fil 1,3.5). È possibile che il concetto di “apostolo” e di “apostolato” in Paolo indichi una funzione particolare all’interno della Chiesa, ma è indubitabile che l’apostolo tendeva a coinvolgere le persone a cui egli annunziava il Vangelo. In altre parole, tendeva a renderli “apostoli”. Così, come abbiamo parlato dell’apostolato di Paolo, in breve dobbiamo vedere alcune linee dell’apostolato in Paolo. Non si tratta di una teoria o di un insegnamento sistematico, ma di un modello trinitario dell’apostolato in funzione antropologica. Ogni cristiano deve annunciare il Vangelo: il “guai a me se non predico il Vangelo” non è valido solo per Paolo, ma per ogni cristiano che nella fede ha accettato il progetto di Dio a favore degli uomini, si è unito a Cristo salvezza dell’uomo e si lascia condurre dallo Spirito nella costruzione dell’uomo nuovo. “Tuttavia, a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Non siamo “apostoli” tutti allo stesso modo, ma ciascuno secondo “il proprio carisma” (1Cor 7,7), “secondo la vocazione ricevuta da Dio” (1Cor 7,17).

2.1. L’apostolo, inviato da Dio a favore degli uomini

E ogni carisma viene da Dio: “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito, vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,4-5). Tutti siamo “apostoli”, perché tutti abbiamo ricevuto una “chiamata” che ci abilita ad annunziare il Vangelo, a testimoniare l’amore di Dio e di Cristo, ad edificare la Chiesa di Dio. “E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13). Ogni forma di apostolato procede da Dio, ma tutte sono orientate alla salvezza dell’uomo. E il Vangelo è annunzio dell’amore di Dio che nel Cristo chiama tutti ad edificarci nell’amore. “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,11-16).

2.2. L’apostolo, inviato per offrire Cristo salvezza dell’uomo

L’apostolo cristiano “non si vergogna del Vangelo” (Rom 1,16a), ma annuncia “Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; … ma per chi crede potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). In questa dichiarazione non c’è solo l’eloquenza del retore che vuol fare proselitismo a qualunque costo, ma l’amore di chi nella via di Damasco ha incontrato Cristo, vive per Cristo suo Signore e nell’amore può affermare “non è per me un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere ineluttabile; guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). L’apostolo cristiano deve «vivere in Cristo e per Cristo» e offrire Cristo, “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16). Bisogna che conosca profondamente “Cristo e la potenza della sua resurrezione e la comunione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte” con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti”. La sua testimonianza, in un mondo che rifiuta in ogni modo la Croce di Gesù e ha fatto dell’edonismo la propria ragione di vivere, deve poter dire insieme a Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”. L’apostolo di Cristo non desidera il dolore, non è un masochista, ma un uomo che vive la carità di Cristo: “se un membro soffre, tutto il corpo soffre” (1Cor 12,26); “si rallegra con quelli che sono nella gioia e piange con quelli che sono nel pianto”. In ogni caso, non rifiuta il dolore che lo purifica e lo redime, perché sa con certezza, quella certezza che viene dalla fede, “che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rom 8,18). In tutto ciò, il suo atteggiamento non è quello di piacere agli uomini, ma quello di essere “servo di Cristo”. Infatti, se volesse piacere agli uomini, non sarebbe più apostolo di Cristo crocifisso, potenza di Dio e salvezza di Dio per ogni uomo che crede.
Nessuno creda che Paolo parli in maniera astratta delle difficoltà della vita apostolica. In un testo, alquanto autobiografico come quello di 2Cor 4,7-12, parlando del suo apostolato, ha parlato con grande realismo della sua partecipazione alle “sofferenze apostoliche di Cristo”. “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. … Per questo non ci scoraggiamo, … perché il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria”. Paolo è cosciente di portare questa grande grazia dell’apostolato in un “vaso di creta” (2Cor 4,7). Ed è talmente cosciente da poter dare, nella sua grande fede, la risposta al nostro poco coraggio apostolico: “Egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie difficoltà … sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10).
L’apostolo, inviato per rinnovare l’uomo mediante lo Spirito
Forse qualcuno pensa alla maniera di “don Abbondio” dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: “Se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare”. Per questi apostoli poco coraggiosi Paolo scrive: “Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2,3-4). Il “coraggio” dell’apostolo cristiano è lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio e di Cristo. Pertanto, nella vita cristiana in genere, ma in particolare nell’esercizio dell’apostolato, la cosa più importante non è possedere questo o quell’altro carisma. Essi sono manifestazioni dell’unico Spirito e forme concrete di apostolato e pertanto ciò che conta è “avere lo Spirito di Cristo”, essere sempre in sintonia con lui, in modo da produrre sotto la sua guida l’amore. Ogni manifestazione dello Spirito è azione pastorale per il bene comune: ciascuno, pur nella diversità dei carismi e della propria storia personale, deve contribuire ad edificare l’uomo nuovo “nel Cristo Gesù” (Gal 3,28; Ef 2,14-16): “in lui l’intero edificio, ben compaginato, cresce in tempio santo nel Signore, … abitazione di Dio in virtù dello Spirito” (Ef 2,21-22). Paolo enumera una lunga serie di manifestazioni dello Spirito: a) i carismi della scienza, per penetrare e annunciare la sapienza del “mistero di Dio”, che si manifesta nella Croce di Cristo (1Cor 1,18-24), per illustrare alla comunità il contenuto essenziale della fede nella paradosis e nella catechesi, “per la preparazione dei santi all’opera del ministero” (Ef 4,12; Rom 12,7-8); b) i carismi della potenza, che manifestano nella comunità e fuori di essa l’agire potente di Dio a favore del suo popolo: essi sono i carismi della fede potente che smuove le montagne, delle guarigioni, dei miracoli; c) i carismi del servizio comunitario: i doni dell’assistenza, del governo che rendono idonei i fratelli a servire Cristo con amore (1Cor 12,28; Rom 12,6-8); d) i carismi profetici: la profezia e il discernimento degli spiriti (1Cor 12,10.28; 14,1; Rom 12,6). Non è importante la lista precisa dei carismi. Paolo stesso ne enumera tanti, ma non sempre allo stesso modo. Importante, invece, per lui è che la fede di ogni apostolo sia fondata sulla manifestazione dello Spirito di Dio e non sulla sapienza umana. Non che Paolo suggerisca di rigettare la sapienza umana, ma di avere come guida lo Spirito Santo in ogni occasione della nostra esistenza. Paolo l’ha capito benissimo, tanto che ha potuto scrivere in Col 4,5-6: “Comportatevi saggiamente con quelli di fuori; approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno” e in Fil 4,8: “Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri”. Il dialogo è possibile: i Padri della Chiesa l’hanno fatto coniugando la sapienza dell’ellenismo greco con la sapienza della Croce. Importante, in ogni caso, è sempre rimanere fedeli a Cristo Crocifisso, sapienza e potenza di Dio, conoscere lui e la potenza del suo amore e mediante l’azione dello Spirito rivestirsi di Cristo, l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Rom 13,14; Ef 4,20-24).

Romano Penna : Alle origini della nostra contemporaneità (1Cor 12, intervista)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2007/289q08b1.html

A colloquio con Romano Penna

L’Osservatore Romano

(Interviste)

19 dicembre 2007


Alle origini della nostra contemporaneità
(riferimento alla 1Cor 12)

Nicola Gori

Non « un semplice anniversario » ma un’occasione per riscoprire « una straordinaria figura delle origini cristiane, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa e che ha sempre qualcosa di nuovo da dire agli uomini e alle donne di ogni tempo ». È questo il significato dell’anno paolino secondo Romano Penna, docente di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense e docente invitato alla Pontificia Università Gregoriana. Tra i massimi studiosi della figura dell’apostolo delle genti, Penna evidenzia in questa intervista a « L’Osservatore Romano » alcuni tra gli aspetti più attuali del messaggio paolino.

Che cosa può offrire il pensiero di san Paolo all’umanità e alla Chiesa del nostro tempo?

Attraverso Paolo il cristiano può ritrovare la dimensione della contemporaneità con le sue origini. Io vedo l’attualità dell’apostolo anzitutto nella sua adesione totale a Gesù Cristo. Che non è un fatto scontato, perché secondo Paolo aderire a Cristo significa rinunciare ad altre cose:  nel caso specifico, rinunciare all’affermazione di sé di fronte a Dio. Questo è il dato fondamentale, che anche Lutero a suo tempo ha riscoperto e riaffermato in termini molto forti e polemici. Rinunciare all’affermazione di sé significa fare spazio alla grazia, significa rinunciare ad ogni presunzione, ad ogni pretesa, e affermare la propria umiltà di fronte a Dio.
Un secondo dato è quello della comunione ecclesiale. Il cristiano non vive da solo, ma in una comunione che è fatta di Gesù Cristo. La definizione paolina della Chiesa come Corpo di Cristo è sua ed è solo sua. All’inizio del cristianesimo nessuno ha definito così la Chiesa. Questo può avere un impatto oggi, nel senso che il cristiano è chiamato a vedersi assolutamente in relazione con Gesù Cristo – Colui che dà il senso dell’essere Chiesa – ma anche in relazione con tutti gli altri. Noi siamo membra di un corpo, come scrive l’apostolo nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 12. La nostra identità è costruita sulla base di Gesù Cristo, ma anche sulla base di una comunione vicendevole. Questo è anche uno degli aspetti che più ha contribuito all’originaria affermazione del cristianesimo in una società dove l’aspetto comunionale era carente.
Un terzo elemento è forse quello che comunemente è indicato come l’aspetto più tipico di Paolo:  la sua dedizione ad extra, all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo, a rendere presente il messaggio cristiano nella società. Egli ha speso la vita per questo. Pensiamo ai suoi viaggi. C’è un celebre brano nella seconda lettera ai Corinzi che fa riferimento alle fatiche, alle incomprensioni, alle ostilità. Su tutto ciò c’è un impegno fondamentale, straordinario, ribadito nella prima lettera:  « Guai a me se non predicassi il Vangelo! ». Questa è la sua vita, in una società in cui non risulta che da parte giudaica vi fosse una missione specifica. Paolo, pur essendo giudeo, si dedica totalmente ad annunciare il Vangelo.

In questo senso, l’insegnamento paolino è un ostacolo o un incoraggiamento al cammino ecumenico?

Nella storia della Chiesa l’apostolo è stato un motivo di discussione più con le comunità ecclesiali nate dalla Riforma che con le Chiese ortodosse. Nell’occidente Paolo è stato un fattore diacritico, cioè di contestazione. La sua figura è molto più presente nel dialogo ecumenico con le comunità riformate, perché Lutero ha condotto la sua battaglia in nome di Paolo. Sia pure alla lunga, ciò ha favorito la sua riscoperta all’interno della Chiesa cattolica. Ritengo che il Concilio Vaticano II in realtà sia stato ampiamente caratterizzato, se non proprio dominato, dalla riscoperta del paolinismo, vale a dire dalla riscoperta della fede pura, nuda di fronte a Dio, dell’impegno apostolico, della dimensione comunionale della Chiesa.

Il tema della risurrezione di Cristo è centrale nel pensiero paolino. Può spiegarcene il significato?

Per Paolo è fondamentale la risurrezione di Cristo, perché essa porta lui e i cristiani a riscoprire di più il valore della morte di Cristo. Se l’apostolo parla due volte della risurrezione di Cristo, parla tre volte della morte di Cristo. Questo è straordinario ed è importante, perché significa che la morte di Cristo non va intesa solo come un punto di passaggio. Essa è invece il tesaurus Ecclesiae. Il tesoro della Chiesa è nel sangue di Cristo, nella morte di Cristo, che la sua risurrezione ha portato a riscoprire nella sua fecondità, nella sua valenza straordinaria. Se Cristo non fosse risorto, la morte di Cristo sarebbe stato un episodio banale. Il paolinismo non vede nella sofferenza di Cristo un esempio per noi. Vede nella sofferenza e nella morte di Cristo una dimensione di fecondità intrinseca, di salvezza, per cui addirittura Paolo arriva a dire che noi siamo morti con Cristo:  non che noi dobbiamo morire come Cristo, ma che noi già siamo morti con Cristo e questa morte è feconda di vita.

Che posto occupa la carità negli scritti paolini?

La carità vuol dire amore gratuito. Ci sono due testi fondamentali in Paolo:  uno è forse quello meno noto, Romani 8, 31-39, che parla dell’amore di Dio, della carità e quindi dell’agape. L’amore gratuito di Dio che scende verso di noi è fondamentale. Ciò che fa l’essenza del Vangelo è che noi siamo destinatari di un amore gratuito:  non perché siamo bravi, ma perché siamo peccatori. Dio ci ama per questo. E poi c’è l’altra pagina, che forse è la più celebre, quella della prima lettera ai Corinzi, al capitolo 13, il cosiddetto inno alla carità. Si dovrebbe considerare piuttosto un encomio:  non è un inno propriamente detto, come forma letteraria, ma è un encomio, un elogio, una celebrazione dell’agape. Essa nel testo è in forma assoluta, non è neanche specificata. Qui non si dice se si tratti dell’amore di Dio per noi o del nostro amore per Dio o dell’amore tra di noi. È proprio l’agape, che è il valore assoluto del cristiano. Nel contesto epistolare, si deve intendere soprattutto come amore vicendevole, però qui è usato in forma assoluta. Se io non ho l’agape, non sono niente.

Omelia del Papa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi sulla Parola (ha commentato anche le letture della messa di oggi)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15916?l=italian

Omelia del Papa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi sulla Parola

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 26 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questa domenica nella Basilica vaticana la concelebrazione dell’Eucaristia con i Padri sinodali, in occasione della conclusione della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è svolta nell’Aula del Sinodo in Vaticano, dal 5 al 26 ottobre 2008, sul tema: Verbum Domini in vita et missione Ecclesiæ (« La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa »).

* * *

Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle!

La Parola del Signore, risuonata poc’anzi nel Vangelo, ci ha ricordato che nell’amore si riassume tutta la Legge divina. L’Evangelista Matteo racconta che i farisei, dopo che Gesù ebbe risposto ai sadducei chiudendo loro la bocca, si riunirono per metterlo alla prova (cfr 22,34-35). Uno di questi, un dottore della legge, gli chiese: « Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento? » (v. 36). La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio. Era domanda non facile, considerato che nella Legge di Mosè sono contemplati ben 613 precetti e divieti. Come discernere, tra tutti questi, il più grande? Ma Gesù non ha nessuna esitazione, e risponde prontamente: « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento » (vv. 37-38). Nella sua risposta, Gesù cita lo Shemà, la preghiera che il pio israelita recita più volte al giorno, soprattutto al mattino e alla sera (cfr Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41): la proclamazione dell’amore integro e totale dovuto a Dio, come unico Signore. L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale. Dio non è soltanto oggetto dell’amore, dell’impegno, della volontà e del sentimento, ma anche dell’intelletto, che pertanto non va escluso da questo ambito. E’ anzi proprio il nostro pensiero a doversi conformare al pensiero di Dio. Poi, però, Gesù aggiunge qualcosa che, in verità, non era stato richiesto dal dottore della legge: « Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso » (v. 39). L’aspetto sorprendente della risposta di Gesù consiste nel fatto che egli stabilisce una relazione di somiglianza tra il primo e il secondo comandamento, definito anche questa volta con una formula biblica desunta dal codice levitico di santità (cfr Lv 19,18). Ed ecco quindi che nella conclusione del brano i due comandamenti vengono associati nel ruolo di principio cardine sul quale poggia l’intera Rivelazione biblica: « Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti » (v. 40).

La pagina evangelica sulla quale stiamo meditando pone in luce che essere discepoli di Cristo è mettere in pratica i suoi insegnamenti, che si riassumono nel primo e più grande comandamento della Legge divina, il comandamento dell’amore. Anche la prima Lettura, tratta dal libro dell’Esodo, insiste sul dovere dell’amore; un amore testimoniato concretamente nei rapporti tra le persone: devono essere rapporti di rispetto, di collaborazione, di aiuto generoso. Il prossimo da amare è anche il forestiero, l’orfano, la vedova e l’indigente, quei cittadini cioè che non hanno alcun « difensore ». L’autore sacro scende a dettagli particolareggiati, come nel caso dell’oggetto dato in pegno da uno di questi poveri (cfr Es 20,25-26). In tal caso è Dio stesso a farsi garante della situazione di questo prossimo.

Nella seconda Lettura possiamo vedere una concreta applicazione del sommo comandamento dell’amore in una delle prime comunità cristiane. San Paolo scrive ai Tessalonicesi, lasciando loro capire che, pur avendoli conosciuti da poco, li apprezza e li porta con affetto nel cuore. Per questo egli li addita come un « modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia » (1 Ts 1,6-7). Non mancano certo debolezze e difficoltà in quella comunità fondata di recente, ma è l’amore che tutto supera, tutto rinnova, tutto vince: l’amore di chi, consapevole dei propri limiti, segue docilmente le parole di Cristo, divino Maestro, trasmesse attraverso un suo fedele discepolo. « Voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore – scrive san Paolo – avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove ». « Per mezzo vostro – prosegue l’Apostolo – la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede si è diffusa dappertutto » (1 Ts 1,6.8). L’insegnamento che traiamo dall’esperienza dei Tessalonicesi, esperienza che in verità accomuna ogni autentica comunità cristiana, è che l’amore per il prossimo nasce dall’ascolto docile della Parola divina. E’ un amore che accetta anche dure prove per la verità della parola divina e proprio così il vero amore cresce e la verità risplende in tutto il suo fulgore. Quanto è importante allora ascoltare la Parola e incarnarla nell’esistenza personale e comunitaria!

In questa celebrazione eucaristica, che chiude i lavori sinodali, avvertiamo in maniera singolare il legame che esiste tra l’ascolto amorevole della Parola di Dio e il servizio disinteressato verso i fratelli. Quante volte, nei giorni scorsi, abbiamo sentito esperienze e riflessioni che evidenziano il bisogno oggi emergente di un ascolto più intimo di Dio, di una conoscenza più vera della sua parola di salvezza; di una condivisione più sincera della fede che alla mensa della parola divina si alimenta costantemente! Cari e venerati Fratelli, grazie per il contributo che ciascuno di voi ha offerto all’approfondimento del tema del Sinodo: « La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa ». Tutti vi saluto con affetto. Un saluto speciale rivolgo ai Signori Cardinali Presidenti delegati del Sinodo e al Segretario Generale, che ringrazio per la loro costante dedizione. Saluto voi, cari fratelli e sorelle, che siete venuti da ogni continente recando la vostra arricchente esperienza. Tornando a casa, trasmettete a tutti il saluto affettuoso del Vescovo di Roma. Saluto i Delegati Fraterni, gli Esperti, gli Uditori e gli Invitati speciali: i membri della Segreteria Generale del Sinodo, quanti si sono occupati dei rapporti con la stampa. Un pensiero speciale va ai Vescovi della Cina Continentale, che non hanno potuto essere rappresentati in questa assemblea sinodale. Desidero farmi qui interprete, e renderne grazie a Dio, del loro amore per Cristo, della loro comunione con la Chiesa universale e della loro fedeltà al Successore dell’Apostolo Pietro. Essi sono presenti nella nostra preghiera, insieme con tutti i fedeli che sono affidati alle loro cure pastorali. Chiediamo al «Pastore supremo del gregge» (1 Pt 5, 4) di dare ad essi gioia, forza e zelo apostolico per guidare con sapienza e con lungimiranza la comunità cattolica in Cina, a tutti noi così cara.

Noi tutti, che abbiamo preso parte ai lavori sinodali, portiamo con noi la rinnovata consapevolezza che compito prioritario della Chiesa, all’inizio di questo nuovo millennio, è innanzitutto nutrirsi della Parola di Dio, per rendere efficace l’impegno della nuova evangelizzazione, dell’annuncio nei nostri tempi. Occorre ora che questa esperienza ecclesiale sia recata in ogni comunità; è necessario che si comprenda la necessità di tradurre in gesti di amore la parola ascoltata, perché solo così diviene credibile l’annuncio del Vangelo, nonostante le umane fragilità che segnano le persone. Ciò richiede in primo luogo una conoscenza più intima di Cristo ed un ascolto sempre docile della sua parola.

In quest’Anno Paolino, facendo nostre le parole dell’Apostolo: « guai a me se non predicassi il Vangelo » (1 Cor 9,16), auspico di cuore che in ogni comunità si avverta con più salda convinzione quest’anelito di Paolo come vocazione al servizio del Vangelo per il mondo. Ricordavo all’inizio dei lavori sinodali l’appello di Gesù: « la messe è molta » (Mt 9,37), appello a cui non dobbiamo mai stancarci di rispondere malgrado le difficoltà che possiamo incontrare. Tanta gente è alla ricerca, talora persino senza rendersene conto, dell’incontro con Cristo e col suo Vangelo; tanti hanno bisogno di ritrovare in Lui il senso della loro vita. Dare chiara e condivisa testimonianza di una vita secondo la Parola di Dio, attestata da Gesù, diventa pertanto indispensabile criterio di verifica della missione della Chiesa. La letture che la liturgia offre oggi alla nostra meditazione ci ricordano che la pienezza della Legge, come di tutte le Scritture divine, è l’amore. Chi dunque crede di aver compreso le Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse, senza impegnarsi a costruire, mediante la loro intelligenza, il duplice amore di Dio e del prossimo, dimostra in realtà di essere ancora lontano dall’averne colto il senso profondo. Ma come mettere in pratica questo comandamento, come vivere l’amore di Dio e dei fratelli senza un contatto vivo e intenso con le Sacre Scritture? Il Concilio Vaticano II afferma essere « necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura » (Cost. Dei Verbum, 22), perché le persone, incontrando la verità, possano crescere nell’amore autentico. Si tratta di un requisito oggi indispensabile per l’evangelizzazione. E poiché non di rado l’incontro con la Scrittura rischia di non essere « un fatto » di Chiesa, ma esposto al soggettivismo e all’arbitrarietà, diventa indispensabile una promozione pastorale robusta e credibile della conoscenza della Sacra Scrittura, per annunciare, celebrare e vivere la Parola nella comunità cristiana, dialogando con le culture del nostro tempo, mettendosi al servizio della verità e non delle ideologie correnti e incrementando il dialogo che Dio vuole avere con tutti gli uomini (cfr ibid., 21). A questo scopo va curata in modo speciale la preparazione dei pastori, preposti poi alla necessaria azione di diffondere la pratica biblica con opportuni sussidi. Vanno incoraggiati gli sforzi in atto per suscitare il movimento biblico tra i laici, la formazione degli animatori dei gruppi, con particolare attenzione ai giovani. È da sostenere lo sforzo di far conoscere la fede attraverso la Parola di Dio anche a chi è « lontano » e specialmente a quanti sono in sincera ricerca del senso della vita. Molte altre riflessioni sarebbero da aggiungere, ma mi limito infine a sottolineare che il luogo privilegiato in cui risuona la Parola di Dio, che edifica la Chiesa, come è stato detto tante volte nel Sinodo, è senza dubbio la liturgia. In essa appare che la Bibbia è il libro di un popolo e per un popolo; un’eredità, un testamento consegnato a lettori, perché attualizzino nella loro vita la storia di salvezza testimoniata nello scritto. Vi è pertanto un rapporto di reciproca vitale appartenenza tra popolo e Libro: la Bibbia rimane un Libro vivo con il popolo, suo soggetto, che lo legge; il popolo non sussiste senza il Libro, perché in esso trova la sua ragion d’essere, la sua vocazione, la sua identità. Questa mutua appartenenza fra popolo e Sacra Scrittura è celebrata in ogni assemblea liturgica, la quale, grazie allo Spirito Santo, ascolta Cristo, poiché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Scrittura e si accoglie l’alleanza che Dio rinnova con il suo popolo. Scrittura e liturgia convergono, dunque, nell’unico fine di portare il popolo al dialogo con il Signore e all’obbedienza alla volontà del Signore. La Parola uscita dalla bocca di Dio e testimoniata nelle Scritture torna a Lui in forma di risposta orante, di risposta vissuta, di risposta sgorgante dall’amore (cfr Is 55,10-11). Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché dal rinnovato ascolto della Parola di Dio, sotto l’azione dello Spirito Santo, possa sgorgare un autentico rinnovamento nella Chiesa universale, ed in ogni comunità cristiana. Affidiamo i frutti di questa Assemblea sinodale alla materna intercessione della Vergine Maria. A Lei affido anche la II Assemblea Speciale del Sinodo per l’Africa, che si svolgerà a Roma nell’ottobre del prossimo anno. E’ mia intenzione recarmi nel marzo pro esimo in Camerun per consegnare ai rappresentanti delle Conferenze Episcopali dell’Africa l’Instrumentum laboris di tale Assemblea sinodale. Di lì proseguirò, a Dio piacendo, per l’Angola, per celebrare solennemente il 500° anniversario di evangelizzazione del Paese. Maria Santissima, che ha offerto la sua vita come « serva del Signore », perché tutto si compisse in conformità ai divini voleri (cfr Lc 1,38) e che ha esortato a fare tutto ciò che Gesù avrebbe detto (cfr Gv 2,5), ci insegni a riconoscere nella nostra vita il primato della Parola che sola ci può dare salvezza. E così sia!

XXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

XXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

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7  SETTEMBRE DOMENICA

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Rm 13, 8-10
8. Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. 9. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». 10. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità

PRIMI VESPRI

Lettura breve Eb 13, 20-21
20. Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna (cfr. Zc 9, 11 gr.; Is 55, 3), il Signore nostro Gesù, 21. vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

8 SETTEMBRE LUNEDÌ

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA (festa)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo (Disc. 1; PG 97, 806-810)

Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove
«Il termine della legge è Cristo» (Rm 10, 4). Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge. In lui si trova tutta la perfezione della legge perché lo stesso legislatore, dopo aver portato a termine ogni cosa, trasformò la lettera in spirito, ricapitolando tutto in se stesso. La legge fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò, per opera di Dio, peso leggero e fonte di libertà. In questo modo non siamo più «schiavi degli elementi del mondo» (Gal 4, 3), come dice l’Apostolo, né siamo più oppressi dal giogo della legge, né prigionieri della sua lettera morta. Il mistero del Dio che diventa uomo, la divinizzazione dell’uomo assunto dal Verbo, rappresentano la somma dei beni che Cristo ci ha donati, la rivelazione del piano divino e la sconfitta di ogni presuntuosa autosufficienza umana. La venuta di Dio fra gli uomini, come luce splendente e realtà divina chiara e visibile, è il dono grande e meraviglioso della salvezza che ci venne elargito. La celebrazione odierna onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è l’incarnazione del Verbo. Infatti la Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio. La beata Vergine Maria ci fa godere di un duplice beneficio: ci innalza alla conoscenza della verità, e ci libera dal dominio della lettera, esonerandoci dal suo servizio. In che modo e a quale condizione? L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno, e la grazia ci reca la libertà in luogo della schiavitù della legge. La presente festa è come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento. Mostra come ai simboli e alle figure succeda la verità e come alla prima alleanza succeda la nuova. Tutta la creazione dunque canti di gioia, esulti e partecipi alla letizia di questo giorno. Angeli e uomini si uniscano insieme per prender parte all’odierna liturgia. Insieme la festeggino coloro che vivono sulla terra e quelli che si trovano nei cieli. Questo infatti è il giorno in cui il Creatore dell’universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore.

VESPRI

Lettura breve Rm 9, 4-5
4. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, 5. i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

9 SETTEMBRE MARTEDÌ

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 1 Cor 6, 1-11
1. Fratelli, c’è tra voi chi, avendo una questione con un altro, osa farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi? 2. O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se è da voi che verrà giudicato il mondo, siete dunque indegni di giudizi di minima importanza? 3. Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita! 4. Se dunque avete liti per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente senza autorità nella Chiesa? 5. Lo dico per vostra vergogna! Cosicché non vi sarebbe proprio nessuna persona saggia tra di voi che possa far da arbitro tra fratello e fratello? 6. No, anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello e per di più davanti a infedeli! 7. E dire che è già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli! Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? 8. Siete voi invece che commettete ingiustizia e rubate, e ciò ai fratelli! 9. O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, 10. né effeminàti, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. 11. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! 

VESPRI

Lettura Breve Rm 12, 9-12
9. La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; 10. amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. 12. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.

10 SETTEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

1Cor 7,25-31
Fratelli, quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma dò un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia del Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei libero da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele. Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

11 SETTEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

1Cor 8,2-7.11-13
Fratelli, la scienza gonfia, mentre la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto. Quanto dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c’è che un Dio solo. E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dei sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dei e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui. Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com’è, resta contaminata. Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello.

12 SETTEMBRE 2008

SS. NOME DI MARIA (MF)

MESSA DEL GIORNO

1Cor 9,16-19.22-27

Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro. Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato.

LODI

LETTURA BREVE

2 Cor 12, 9b-10
Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

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