L’ANNO PAOLINO CONTINUA (stpauls 2009)

http://www.stpauls.it/coopera/0907cp/0907cp04.htm

L’ANNO PAOLINO CONTINUA  

(luglio agosto 2009)

L’insegnamento del Papa è una completa antologia esegetico-teologica sulla figura del « Maestro delle genti » di ogni tempo. L’Apostolo Paolo sia riconosciuto sempre più come modello di comunicazione.   Conclusa solennemente la celebrazione dell’Anno Paolino in tutta la Chiesa, ci pare di poter tuttavia scegliere come slogan, a significare la nostra accresciuta devozione verso il grande Apostolo: l’Anno Paolino continua. Forse è presto per tracciare bilanci su quanto si è fatto e vissuto quest’anno; ma è certo che le tante iniziative che si sono avute – a cominciare dalle « Catechesi » di Papa Benedetto XVI su San Paolo – sono servite ad accrescere la conoscenza e la venerazione dell’Apostolo delle genti, non mai abbastanza « fatto conoscere » al di fuori degli ambiti accademici di Scuole Bibliche e di Teologia. E c’è da credere che una nuova coscienza sia stata suscitata in tutti i cristiani, e che questa produrrà frutti abbondanti di approfondimenti e di confronti con gli insegnamenti di Paolo. Noi paolini diamo, forse, troppo per scontato, che Paolo sia conosciuto a sufficienza, fino ad averne la santa aspirazione o « pretesa » di essere Paolo vivo oggi. Scontato non lo è affatto nell’ordinaria predicazione o nel pur encomiabile esercizio di « lectio divina » sui testi paolini. Di Paolo si ha da sempre un certo timore reverenziale, quasi diffidando di poterlo capire e interiorizzare come merita. E può comunque succedere, come mi confidava di sé un noto studioso di storia medievale il prof. Franco Cardini, di « ammirare Paolo ma di non riuscire ad amarlo; e non certo per irriverenza: semmai, per timore dinanzi alla sua grandezza ».

L’Anno Paolino nel magistero del Papa Circa l’insegnamento di Papa Benedetto sull’Apostolo Paolo abbiamo più volte ricordato quest’anno su « Il Cooperatore Paolino » il ciclo di Catechesi tenute nelle Udienze generali del Mercoledì, dove il Papa si è soffermato su vari aspetti della figura e della dottrina di San Paolo. Ricordiamo ad esempio: la sua relazione con il Gesù storico, la conformità del « Vangelo di Paolo » con l’insegnamento dei Dodici, l’importanza della Cristologia paolina: preesistenza e incarnazione, la teologia della Croce, l’attesa della parusia di Gesù e l’impegno in questo mondo nelle Lettere paoline, la dimensione ecclesiologica del pensiero di Paolo, il culto spirituale in San Paolo, la vera libertà cristiana secondo Paolo, l’Apostolo Paolo modello di evangelizzazione, Paolo e le caratteristiche dell’apostolato, Paolo esempio per i consacrati di tutto il mondo, la straordinaria eredità spirituale dell’Apostolo Paolo, ecc. Una vera e completa antologia esegetico-teologica che ha educato i fedeli per tutto l’Anno Paolino ad avvicinarsi a Paolo, approfondendo l’eccezionale figura e l’insegnamento del « Maestro delle genti » di ogni tempo. Ricapitolando il senso dell’Anno Paolino celebrato, ci dobbiamo comunque rifare al magistero di Papa Benedetto XVI che, fin dall’apertura dello straordinario evento dell’Anno da lui dedicato all’Apostolo Paolo, disse nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura: « (San Paolo) non è una storia passata, irrevocabilmente superata, ma vuole parlare con noi oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale ‘Anno Paolino’: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, ‘la fede e la verità, in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo ». Riflettere sul « maestro delle genti » – ha affermato allora il Sommo Pontefice – apre lo sguardo « al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi ».

Tre aspetti da considerare Benedetto XVI invitava quindi a considerare tre aspetti della vita dell’Apostolo: a) il suo amore per Cristo e il suo coraggio al momento di predicare il Vangelo; b) la sua esperienza dell’unità della Chiesa con Gesù Cristo; c) la consapevolezza che la sofferenza è indissolubilmente unita all’evangelizzazione. Quanto al primo aspetto, il Papa ha riflettuto sulla confessione di fede contenuta nella lettera ai Galati, in cui Paolo mostra che « la sua fede è l’esperienza di essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui di Paolo e che, come Risorto, lo ama tuttora ». Per questo, « la fede dell’Apostolo non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore ». E questa esperienza lo spingeva attraverso le difficoltà, perché ciò che « lo motivava nel più profondo » era « l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro ». Papa Benedetto ha commentato, nella circostanza, anche la manifestazione di Cristo sulla via di Damasco, e l’espressione rivolta a Saulo dal Signore che gli è apparso: « Io sono Gesù che tu perseguiti ». « Perseguitando la Chiesa – osservava Benedetto XVI – Paolo perseguita lo stesso Gesù: ‘Tu perseguiti me!’. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo ». Perciò, « la Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa » – ha aggiunto il Papa –; ed è questa la dottrina che Paolo trasmette nelle sue Lettere (…) ». Benedetto XVI ha quindi riflettuto sul senso della sofferenza per l’Apostolo attraverso la Lettera a Timoteo. « L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il « maestro delle genti » è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione (…) ». Sono pensieri tanto semplici quanto profondi che ci danno tutto intero il senso della grandezza dell’Apostolo delle genti e dell’importanza unica del suo insegnamento nella storia della Chiesa.

Paolo modello di comunicazione Come Paolini, non possiamo fare a meno di auspicare che la figura dell’Apostolo Paolo sia davvero riconosciuta, da ora in avanti, sempre più come quella del modello di comunicazione, lui che – come è stato detto – se fosse vissuto ai nostri giorni avrebbe sicuramente fatto il giornalista. Riportiamo in merito alcuni pensieri del giornalista e conduttore televisivo, Francesco Giorgino, apparsi sul numero del Maggio scorso della rivista « Paulus », ultima e più significativa espressione dell’impegno dei figli di Don Alberione per far conoscere al grande pubblico la figura del nostro Padre e Protettore. Giorgino, riflettendo sui modelli di trasmissione della fede utilizzati da Paolo, scrive fra l’altro: « L’attualità del messaggio di Paolo sta, anzitutto, nella natura stessa della sua esperienza di fede, nella volontà e nel coraggio che questo grande uomo di comunicazione dimostra fin dall’inizio del suo cammino di fede, scegliendo un Cristianesimo non relegato nel buio del privato né cupamente ripiegato su se stesso, ma capace di guadagnarsi la luminosità del pubblico. Un Cristianesimo in grado di osservare il contesto circostante per misurarsi realmente con esso, fino al punto di correggerne i tratti più a rischio di distorsione o più insidiosi per la dignità della persona umana (…) ». Sviluppa poi un ragionamento molto pertinente: « L’attualità del messaggio di Paolo nell’ambito più specifico della comunicazione sta nel voler essere portatori non di « una » parola, ma della Parola. Tutta la sua esistenza, del resto, è piegata a un solo imperativo: « Guai a me se non predicassi il Vangelo (…). Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare a ogni costo qualcuno » (1Cor 9,16.22). In San Paolo tutto è posto al servizio del Vangelo. La sua comunicazione è soprattutto una partecipazione che nasce dall’ardore della testimonianza. Evangelizza con tutti gli strumenti messi dall’uomo a disposizione di se stesso per produrre una significazione della realtà coerente. Perché si sviluppi al meglio questo processo che è l’evangelizzazione (specie se praticato con la sequenzialità propria dell’agire comunicativo) c’è bisogno non solo che si stabilisca bene l’estensione della portata del messaggio, ma che si conosca di più e meglio il ricevente. Com’è possibile, altrimenti, fare del bene a chi non si conosce? Ecco, dunque, un altro importante elemento di attualità del messaggio paolino. Viviamo in un’era in cui il mass comunication viene messo a dura prova dalla tendenza sempre più marcata a privilegiare la cosiddetta personal comunication. L’unidirezionalità del modello lineare di comunicazione (nato contestualmente alla fase dei cosiddetti media power nella comunicazione di massa) lascia il passo alla bidirezionalità (…). Paolo è emittente perché apostolo di Cristo. Il messaggio è il Vangelo. Il destinatario è già compreso nell’incarico dell’enunciatore e nella definizione del contenuto da trasmettere. Insomma, il ricevente di questo processo non è solo la fase terminale (se si considera l’unidirezionalità del modello) o la ripartenza (se si considera la bidirezionalità della dinamica comunicativa), ma è la sua ragion d’essere ».

Evangelizzare la cultura E legando il tema della comunicazione a quello della cultura, Giorgino deduce quanto segue: « Torna in mente una vecchia domanda di T.S. Eliot, rilanciata da Kapuscinsky: « Abbiamo l’informazione, abbiamo la comunicazione, ma dov’è la conoscenza? ». Ecco che cosa si garantisce quando si asseconda l’approccio della comunicazione così come indicatoci dalla predicazione paolina e di chi ne ha seguito nei secoli le orme: si garantisce la conoscenza della verità. La nuova evangelizzazione, che trae fondamento dall’attualità del messaggio paolino, si colloca con forza in questo rinnovato e urgente bisogno di acquisizione della verità. La nostra identità, frutto della nostra tradizione e capacità di « protenderci in avanti », non può compiersi senza un governo a pieno dei linguaggi della comunicazione ». E conclude con una riflessione che potrebbe segnare davvero – almeno per noi Paolini – un rinnovato e più forte impegno nell’ambito del nostro carisma di apostoli dell’evangelizzazione attraverso i mass media: « Mi sono sempre chiesto se i media –i news media, soprattutto – siano o no dei luoghi teologici, come direbbe Von Balthasar. Non è facile rispondere a questa domanda. Dire se i mezzi di comunicazione parlino di Dio, significa riflettere sulla loro disponibilità a non essere soltanto un mix di tecnologie, ma anche e soprattutto un insieme di processi culturali capaci di modellare profondamente i comportamenti individuali e collettivi (…). Innanzi a noi vi sono sfide enormi, tutte connesse all’esigenza di contrastare quella deriva nichilista, specie di matrice occidentale, che Benedetto XVI – il Papa della circolarità ermeneutica tra fede e ragione – chiama « apostasia silenziosa » e che il card. Angelo Bagnasco definisce « anestesia degli spiriti ». Nell’arco di pochi decenni siamo passati dalla necessità di evangelizzare la cultura, secondo la formula di Paolo VI, all’urgenza di riportare la cultura all’interno dell’esperienza di fede. Ciò con l’intento di rendere i credenti più consapevoli della tradizione alla quale appartengono, del depositum fidei – per dirla con San Paolo – che la millenaria tradizione cristiana consegna all’uomo di oggi. Occorrono umiltà, chiarezza, precisione, semplicità e coraggio. Ecco, soprattutto coraggio, come l’Apostolo dice senza mezzi termini nella Lettera ai Tessalonicesi. Anche da questo punto di vista rappresenta un esempio imprescindibile. Un paradigma di evangelizzazione della modernità al quale non si può e non si deve rinunciare. Dio solo sa di quanto coraggio abbiamo bisogno oggi ».

Bruno Simonetto

PAOLO IL TEOLOGO – BY FRÉDÉRIC MANNS

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope2/intros/GPint07.html

(mi sembra proprio di non aver messo questo studio di Padre Manns…eppure ho cercato tutto del docente)

PAOLO IL TEOLOGO

BY FRÉDÉRIC MANNS

(STUDIUM BIBLICUM FRANCISCANUM – JERUSALEM)

Un re di Francia incontra un giorno dei tagliatori di pietra in pieno lavoro. Alla domanda : Che cosa fate? il primo dice : Sire, io taglio delle pietre; il secondo dice : Sire, io riunisco delle pietre tagliate, ed il terzo : Sire, io costruisco una cattedrale.
All’inizio del terzo millennio la Chiesa sta scoprendo l’urgenza di una rinnovata evangelizzazione. Il santo Padre sollecita i cristiani a ritrovare lo slancio delle origini nei confronti del mondo contemporaneo. Chi ha incontrato il Signore Risorto non può tacere. « Guai a me se non predicassi il vangelo », esclamava in tal senso l’apostolo Paolo (1Cor 9,16). Il viaggio del santo Padre sulle orme di San Paolo in Grecia, Siria e Malta propone come modello di evangelizzatore Paolo di Tarso, uomo di una doppia cultura, che ha fatto l’esperienza del Risorto e che ha dedicato la vita a proclamare la sua certezza che Cristo è vivo. Vale la pena di riflettere sulle intuizioni e il pensiero teologico dell’apostolo delle genti.

Il corpo mistico
In mezzo ai messaggeri della Buona Novella, Paolo è colui che ha costruito la prima cattedrale del pensiero cristiano. Il rosone che rischiara e trasfigura tutto il suo edificio, è l’apparizione di Cristo resuscitato sulla via di Damasco. Questa esperienza, dura e beneficente alla fede, illumina Paolo malgrado la sua momentanea cecità. Strumento di prima scelta, illuminato dallo Spirito Santo, istruito dagli altri Apostoli, l’Apostolo trarrà le conseguenze da questo incontro insperato. Perseguitare i cristiani, era perseguitare Gesù stesso. In un lampo Paolo, l’intuitivo, ha compreso tutta la dottrina della Chiesa come corpo mistico di Cristo. Il Cristo è la testa del corpo ed i cristiani sono le membra del corpo.
Tra le verità che appaiono in rilievo nelle epistole che rischiarano la cattedrale di Paolo come delle vetrate, occorre indicare il primato di Cristo, la posizione essenziale della resurrezione, l’abolizione della legge mosaica, e la giustificazione per mezzo della fede in Gesù Cristo e l’intima unione di tutti i credenti nel Cristo e tra loro.
La dottrina del primato di Cristo era già stata celebrata nell’inno pre-paulino ai Colossesi. E’ nell’ordine della creazione e della ri-creazione che Cristo ha ottenuto il primato. Tutto è stato creato per lui ed in vista di lui. Per la sua resurrezione dai morti, egli è divenuto il primo-nato tra i morti.
Paolo prega assiduamente la Passione, al punto da poter dire che egli ostenta l’immagine di Gesù crocifisso davanti ai suoi ascoltatori (Gal 3,1). Ma egli non separa mai la resurrezione di Cristo dal suo sacrificio redentore. Egli amava ripetere le formule cherigmatiche che annunciavano la morte e la resurrezione di Gesù. Egli probabilmente non ha conosciuto Gesù durante la sua vita mortale (2 Cor 5,16), ma egli ha visto il Cristo resuscitato; l’apparizione sulla via di Damasco l’ha costituito autenticamente apostolo (1 Cor 9,1; 15,8) ed egli conserva sempre nel suo cuore l’ineffabile ricordo della manifestazione del Signore della Gloria (1 Cor 2,8). Egli si riferisce incessantemente alla resurrezione come all’avvenimento decisivo senza il quale la fede cristiana sarebbe vana e senza scopo (1 Cor 15,14-17). Egli vi vede la copia e la causa della resurrezione spirituale del cristiano ed il pegno della resurrezione corporale che coronerà all’ultimo giorno l’opera redentrice (Rm 6,4-11 ; Fil 3,10-11 ; 1 Cor 15,20-22).

La Parusia
Le lettere di Paolo sono degli scritti di circostanza. E’ per rispondere a concrete questioni pastorali che egli detta le sue lettere che firma tuttavia di sua mano. Nelle lettere ai Tessalonicesi Paolo affronta il problema del ritorno di Cristo o della parusia. Parusia significa presenza. Il termine era riservato alla visita dei grandi personaggi. Nel Nuovo Testamento, e particolarmente presso Paolo, egli designa cosi l’avvento glorioso di Cristo alla fine dei tempi (1 Ts 3,13 etc.; 2 Ts 2,1-8; 1 Cor 15,23). La cristianità primitiva viveva in un ardente desiderio di questo avvenimento. Nella liturgia eucaristica si acclamava il Cristo : Marana tha ! Vieni, Signore Gesù! Paolo condivideva questa preghiera e questo desiderio. La parusia segnerà il compimento della redenzione e l’instaurazione totale e definitiva del regno di Dio. La vittoria di Cristo sarà allora definitiva. Una presentazione mal compresa di questa speranza provocò a Tessalonica la convinzione di un ritorno prossimo del Salvatore, al punto che alcuni fedeli incrociavano le braccia e vivevano nell’ozio. L’attesa di Cristo era diventata un’attesa passiva. L’Apostolo rimprovera con forza i Tessalonicesi (1 Ts 4,11-12 e sopratutto 2 Ts 3,6-15). Parecchi in mezzo a loro erano morti dopo il loro ingresso al cristianesimo. Da cui l’inquietudine della comunità : questi morti potevano mancare la venuta del Signore ? Paolo si sente solidale con questa angoscia. La risposta che egli dà si può cosi riassumere : prima della venuta del Signore i morti risusciteranno. In seguito, noi i viventi che saremo ancora là, saremo portati sulle nubi per incontrare il Signore nei cieli. Cosi noi saremo per sempre con il Signore (1 Ts 4,15-17). Questa consolazione sembra insinuare che Paolo ha atteso l’avvento definitivo mentre era vivo. Ma non è per lui un motivo per non vivere che nell’attesa. Paolo predica la vigilanza. Si tratta di rivestire la corazza della fede e della carità, il casco della speranza. Nessuno sa il giorno nè l’ora : ragione di più per essere pronto.
Paolo insegna inoltre che la conversione dei pagani, poi quella degli Ebrei precederà la parusia (Rm 9-11), ciò che sembra suggerire un prolungato ritardo. Il Cristo deve presentare a suo Padre i frutti della sua vittoria. Fino a che tutti non sono entrati nell’unico battello, il ritorno di Cristo nella gloria è ritardato. Paolo insiste anche sulle lotte, le divisioni e le apostasie che precederanno il ritorno di Cristo (2 Ts 2,1-12), ma lo fa in termini oscuri, come in tutti i passaggi apocalittici del Nuovo Testamento. La Bibbia aveva intravisto prima della fine del mondo un ultimo sussulto del male (Ez 38-39) ; Dn 11,21-45). Paolo sottolinea due punti che a lui sembrano importanti. Il primo è che la morte introduce nella società di Cristo coloro la cui vita è stata conforme al Vangelo. Il secondo è che l’ultima generazione la quale sarà testimone della parusia avrà il privilegio di non passare attraverso la morte (1 Ts 4,15-18 ; 1 Cor 15,51-54); i corpi saranno trasformati in un batter d’occhio e resi simili ai corpi dei defunti ormai resuscitati. In breve, Paolo ricorda che il definitivo deve ancora venire. La prova ne è che il male e sempre misteriosamente presente ed attivo nel mondo. Ne deriva l’urgenza dell’annuncio della Parola e della conversione.

La giustificazione per mezzo della fede
Figlio di Farisei, Paolo credeva prima della sua conversione che l’osservanza della legge gli sarebbe valsa per essere considerato come giusto. Ed ecco che il Cristo resuscitato lo chiama gratuitamente. Il suo universo religioso crolla. Nelle lettere ai Galati ed ai Romani Paolo ha sviluppato la dottrina della giustificazione per mezzo della fede in Gesù, ad esclusione delle opere della legge mosaica. La fede non è una pratica intellettuale. Essa è la confessione della divinità di Cristo, un dono totale ed irrevocabile della sua persona a Colui nel quale egli riconosceva il Figlio di Dio. Che devo fare, Signore ? (At 22,10) : Paolo è tutto intero in questa risposta al Resuscitato. Una fede astratta, senza influenza sulla vita, è per lui inconcepibile. La fede che giustifica, è la fede operante per mezzo della carità (Gal 5,6) la fede accompagnata dalle buone opere che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo (Ef 2,8-10). Fiducia nella parola di Cristo, la fede comporta il pentirsi degli errori ed il proposito di cambiare la propria vita. Paolo non cessa d’insistere sulla fuga dal peccato, la morte dell’uomo vecchio che deve fare posto all’uomo nuovo (Rm 6,6; Ef 4,22-24), la pratica assidua di tutte le virtù unite dalla carità (1 Cor 13; Col 3,14). Il gesto decisivo della fede con tutto ciò che essa comporta germoglia alla domanda del battesimo ed a una radicale conversione che fa del cristiano una nuova creatura (Gal 6,15).

La fede e la Legge
La giustificazione per la fede in Cristo presuppone che le opere della Legge (Gal 2, 16) sono impotenti ad ottenere la giustificazione. Se l’osservanza della Legge mosaica poteva giustificare, si potrebbe concludere che Cristo è morto per niente (Gal 2,21) e che il sacrificio della croce è stato inutile, ciò che sarebbe una manifesta assurdità. La Legge è stata inchiodata alla croce da Cristo (Col 2,14) ; essa è ormai abolita e non poteva essere imposta ai convertiti. Nell’epistola ai Romani Paolo rintraccia la storia dell’umanità dopo Adamo (5,12) fino alla venuta di Cristo. Ebrei e pagani hanno dato scacco al piano di Dio. Tutti sono l’oggetto della collera di Dio e votati alla punizione. Nondimeno gli Ebrei avevano la Legge che doveva loro servire da guida. Quanto ai pagani, è la coscienza che era la legge iscritta nei loro cuori. Gli Ebrei si sono glorificati della loro relazione privilegiata con Dio grazie alla Legge. Essi hanno interpretato l’alleanza come un privilegio, in luogo di vederla come una missione. Di fatto la Legge fu per essi un’occasione di disobbedire (4,15). Neppure il pagano è stato fedele alla sua coscienza. Egli si è abbandonato al peccato (7,14). Ma, la giustizia di Dio si è manifestata senza la Legge. Al tempo della collera segue quello della giustizia. Dio fa misericordia a riguardo di tutti per pura grazia. Su questo fondamento è costruito l’uomo nuovo. Egli è fedele grazie allo Spirito (8,12). Non vi è pió differenza tra Ebrei e pagani che erano sottomessi senza distinzione al peccato e che sono discolpati in virtù della redenzione (3,24). Paolo dimostra con molta abilità che Abramo è stato giustificato per la sua fede alla promessa divina di una posterità innumerevole e non per la Legge mosaica, posteriore di numerosi secoli (Gal 3,6-9 ; 16-18), nè ugualmente per la circoncisione, ma per la fede (Rm 4,1-12). Il cristiano a sua volta è giustificato attraverso la sua fede in Gesù che ha il medesimo oggetto di quella di Abramo, a conoscere le promesse divine realizzate per mezzo di Cristo (Rm 4,16-25). E’ dunque per mezzo della fede che Dio giustifica, tanto prima della promulgazione della Legge mosaica quanto dopo la sua abolizione : da Mosè a Gesù Cristo, quando la Legge era in vigore, essa non concorreva alla discolpa presso i santi dell’Antico Testamento che per il motivo che la fede si univa alle promesse, come per Abramo. Le opere della Legge non si sono mai potute giustificare per se stesse. Se fosse stato diversamente, il carattere gratuito e trascendente dell’ordine soprannaturale sarebbe compromesso. L’uomo non è discolpato dalle sue opere; la fede stessa è un dono di Dio. In nessun modo l’uomo puo glorificarsi come se egli fosse l’autore della sua salvezza (Gal 5,5-6; 1 Cor 1,28-31; Rm 3,27-28 ; Ef 2,8-10). E’ umilmente che egli deve accogliere il dono della salvezza.
Il ragionamento di Paolo prendeva di mira insieme alcuni convertiti i quali pensavano che la Legge rimaneva tuttora in vigore e gli Ebrei che pretendevano di osservare con le loro sole forze la Legge e le tradizioni che i maestri vi avevano aggiunto e poneva fine ad un vicolo cieco. La legge non giustificava senza la fede.

Il corpo mistico di Cristo
Sulla via di Damasco Paolo ha compreso che il Cristo ed i cristiani sono un tutt’uno. Nella prima lettera ai Corinti egli sviluppa questo pensiero. Egli aveva dovuto intervenire a proposito di divisioni in seno alla comunità. Delle divisioni si erano manifestate anche nelle assemblee liturgiche. Per di più, nelle comunità, dei gruppi di credenti si proclamavano di Paolo, altri d’Apollo, altri ancora di Cefa. Paolo combatte questa sapienza umana. Nelle scuole filosofiche, i maestri arruolavano i discepoli. Se la stessa divisione si produceva nella Chiesa, essa sarebbe votata a sbriciolarsi in differenti gruppuscoli. Il cristianesimo non è una filosofia, un prodotto del genio umano. Il messaggio del Vangelo è stato accolto non dai filosofi, ma dai poveri e dai piccoli. Il Regno è promesso ai poveri, ai dolci ed ai misericordiosi. La sapienza di Dio è follia agli occhi degli uomini.
La doppia formazione di Paolo gli tornava utile. Paolo ha dovuto affrontare la mentalità ellenistica in ciò che concerne i corpi. Per i Greci il corpo è trascurabile, esso è un ostacolo alla realizzazione totale del destino umano. Esso è la tomba dell’anima. Sôma, Sêma (corpo, tomba), ripetevano i Greci. Per la Bibbia il corpo è una creatura di Dio. L’uomo è un corpo vivente. Perfino il corpo è chiamato ad essere glorificato. Paolo deve difendere la dignità del corpo. Egli non tollera il ricorso alle prostitute (6,12-20) e scomunica l’incestuoso che vive con la donna di suo padre (5,1-13). E’ la dignità del corpo che lo esige : il corpo, è il tempio dello Spirito e il dovere del cristiano e di servirsene per offrire a Dio il culto della sua fedeltà. Il corpo e chiamato a resuscitare, perché la resurrezione di Cristo primo nato di tra i morti, significa che egli trae tutta l’umanità dalla morte alla vita. Definendo il corpo come tempio dello Spirito, Paolo riprendeva una antica tradizione ebraica la quale sottolineava che tutti gli elementi presenti nel Tempio di Gerusalemme trovavano il loro corrispondente nel corpo umano e nel cosmo. Vi sono dunque tre templi dove l’uomo può incontrare Dio.

L’agape
La mentalità greca favoriva la conoscenza. Apollo è il dio delle belle arti e del chiarore. Paolo ricorda ai Corinti che la scienza deve essere al servizio della carità. La comunità si costruisce grazie ai doni spirituali di cui Dio la gratifica. Questi carismi sono diversi, ma essi devono servire all’edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa. Questi doni provengono dallo Spirito. Vi è un solo e medesimo Spirito che opera nella Chiesa e che distribuisce i suoi doni come egli crede. Paolo riprende allora dai retori romani il confronto del corpo – il midrash ebraico lo conosce ugualmente : allo stesso modo come il corpo è un tutto unico avente più membra, e che tutte le membra non formano che un solo corpo, cosi è di Cristo. E’ in un solo Spirito che noi siamo stati battezzati per non formare che un corpo : Ebrei o Greci, schiavi o uomini liberi. Paolo ripeterà spesso che non vi è più né Ebreo né Greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna. Nel Cristo tutti noi non formano che un solo corpo. Per comprendere questa insistenza occorre ricordarsi che nella preghiera del mattino l’Ebreo recitava una tripla benedizione : « Io ti benedico per non avermi creato pagano, ma Ebreo, per avermi creato libero e non schiavo ; uomo e non donna ». Dopo la resurrezione di Cristo questa formula e desueta agli occhi di Paolo.
In mezzo ai più nobili doni, tutti devono cedere il passo all’amore (1 Cor 13,13). E’ ancora il l’amore-dono che permette ai cristiani di partecipare degnamente al culto eucaristico. Creando delle differenze tra loro nella mancanza di compartecipazione i cristiani offendono la carità fraterna indissociabile dal Banchetto nuziale di Cristo.

Continuità dei due testamenti
San Paolo è il teologo della continuità del piano divino della redenzione che appare da una parte nell’unità dei due Testamenti, dall’altra nell’identità fondamentale tra lo stato del cristiano discolpato quaggiù e lo stato glorioso che gli è promesso.
L’Antico Testamento, che si è compiuto nel Nuovo (Rm 1,2; 3,21), ha un carattere tipologico e profetico : è uno dei punti sui quali Paolo è stato profondamente illuminato dallo Spirito. Il Cristo è il si per eccellenza : tutte le promesse fatte da Dio ad Israele hanno trovato in lui la loro realizzazione (2 Cor 1,19-20). Paolo cita nominatamente l’Antico Testamento più di duecento volte, ed un rapido colpo d’occhio su una traduzione delle epistole permette di rendersi conto come al di fuori delle citazioni esplicite le reminiscenze sono continue, conformemente all’uso dei rabbini di ricorrere ai testi biblici per sostenere i loro ragionamenti. Le citazioni sono fatte più spesso secondo la versione greca dei Settanta, comune agli Ebrei ed ai cristiani della Diaspora, la maggior parte dei convertiti non conosceva l’ebraico. Accade che le citazioni siano approssimative e fatte a memoria e che esse siano delle semplici illustrazioni del pensiero per un riferimento alla Scrittura. Qualche volta lo stesso Paolo si avvicina alle tradizioni targumiche lette alla sinagoga. Qualche volta il ragionamento di Paolo non corrisponde alla nostra logica. Cosi la diffusione rapida del Vangelo e sottolineata nell’epistola ai Romani, 10, 18 con un versetto del salmo dove si tratta del linguaggio silenzioso degli astri percepito dovunque. Questo accomodamento non è un argomento scritturistico, si tratta di una semplice forma letteraria corrente presso gli Ebrei. Ma Paolo cita anche delle vere profezie, per esempio quando dichiara che il Cristo è morto per i nostri peccati e che egli è stato resuscitato conformemente alle Scritture (1 Cor 15,3-4) e cita sovente la Bibbia in senso letterale, come Osea 2,25, in Rm 9,25-26. 
D’altra parte Paolo dà al testo una completezza di significato che l’autore sacro non aveva senza dubbio intravisto, ma che era voluta da Dio e che egli riconosce alla luce della rivelazione evangelica. E’ alla luce della Resurrezione che la Scrittura trova il suo vero significato. La giustificazione per mezzo della fede in Ab 2,4 significa direttamente che la fede alle promesse divine sarà ricompensata con la fine della prigionia in Babilonia. Paolo vede in questa liberazione storica l’annuncio della vera liberazione, la salvezza messianica che sarà liberazione dal peccato e sorgente della vera vita del profeta : Il giusto vivrà per la fede è approfondita in una linea che non la deforma, perché si tratta di fiducia nella parola di Dio (Gal 3,11; Rm 1,17), rivelazione ancora frammentaria ai tempi del profeta e completata da Cristo (Eb 1,2). Paolo rinforza questo argomento con il salmo 142,2 ove si dice che nessuno è giusto davanti a Dio (Gal 2,16). Egli applica al caso degli Ebrei che attendono dalla Legge la loro discolpa l’affermazione senza restrizione del salmo ed egli si ritiene incaricato a dichiarare che nessuno è giustificato per mezzo delle opere della Legge, ciò che è inoltre stabilito per delle altre ragioni nei versetti che seguono (2,17). Alcuni ragionamenti scritturistici di Paolo non cessano di meravigliare il lettore moderno. Quando si ricordi la formazione rabbinica di Paolo, si comprendono meglio i suoi metodi di lettura ed il suo approccio al testo ispirato che deve parlare ancora al giorno d’oggi.

Tipologia
Ai piedi di Gamaliele, Paolo aveva appreso a leggere le Scritture. Ma il Cristo Resuscitato si era manifestato a lui come colui che ha compiuto le Scritture. La lettura midrashica doveva cedere il passo alla lettura cristologica. Negli avvenimenti dell’Antico Testamento Paolo vede il carattere, la preparazione di quelli del Nuovo. La tradizione giovannea applica a Cristo gli episodi del serpente di bronzo (Gv 3,14), della manna (Gv 6, 32-33.58), dell’acqua viva (Gv 7,37-38), del buon pastore (Gv 10,11). I Sinottici usano lo stesso procedimento : il salmo 22 è applicato a Cristo durante la sua Passione (Mt 27,46); Gesù è il vero sposo e la vera vigna (Mc 2,19-20 ; Mt 22,1-14 ; Mc 12,1-9 ; Gv 15,1-8), la pietra angolare (Mc 12,10-11). La prima lettera di Pietro (2, 22-25) e l’autore dell’Apocalisse sottintendono la medesima dottrina. Paolo pone in principio che la Legge è l’ombra delle cose a venire (Col 2,17) e ne fa numerose applicazioni : Adamo è il tipo o figura di Cristo (Rm 5,12), la giustificazione di Abramo per mezzo della fede prefigura quella dei cristiani (Rm 4, 17.23) ; il Cristo è il vero agnello pasquale (1 Cor 5,7) ; l’antica alleanza annuncia la nuova conclusa nel sangue di Cristo (1 Cor 11,25), la manna del deserto e l’acqua sgorgata dalla roccia simbolizzano i sacramenti cristiani (1 Cor 10,1-6) e la punizione degli Israeliti privati dall’entrare nella terra promessa a causa della loro indocilità deve far temere ai cristiani la collera divina se essi seguono questo esempio (1 Cor 10,6-11) ; l’unione dell’uomo e della donna deve prendere esempio da quella di Cristo e della Chiesa (Ef 5,22-33) ; l’antico Israele, discendenza carnale di Abramo, prefigura l’Israele nuovo, secondo lo spirito (Gal 3,7-9.26), l’Israele di Dio (Gal 6,16) che non è più limitato ad un solo popolo, ma abbraccia tutta l’umanità (Gal 3,26-28).

Conversione
Paolo esamina cosi il significato profondo dell’Antico Testamento. A Qumran gli Esseni avevano già paragonato le Scritture al pozzo d’acque vive dato al popolo nel deserto. I rabbini compararono incessantemente la Legge all’acqua. Tuttavia le Scritture sono orientate verso il Cristo. Dimenticare questo orientamento messianico, è far prova di cecità. Il velo che era sul volto d’Israele nella lettura dell’Antico Testamento cade definitivamente quando ci si converte al Signore (2 Cor 3,13-16). Questo ragionamento, senza dubbio valevole solamente per chi riconosce il carattere ispirato e profetico della Scrittura, porta una conferma alle altre prove della fede. Eccezionalmente Paolo lo usa nell’allegoria di Sara e di Agar (Gal 4,21-31) con una sottigliezza degna dei metodi rabbinici. Vi è dunque tutta una gamma nell’utilizzazione della Scrittura da parte di Paolo; ogni citazione deve essere pesata con cura onde evitare di maggiorare o minimizzare l’insegnamento dell’Apostolo.

Continuità della vita di grazia e della vita eterna
L’unità e la continuità dei due Testamenti hanno per complemento e coronamento la continuità tra la vita della grazia quaggiù e la vita eterna.
Il dono dello Spirito Santo fa del cristiano il figlio del Padre celeste ed il fratello e coerede del Figlio (Gal 4,6-7; Rm 8,16-17.29). Il cristiano diviene figlio nel Figlio. Egli è trasformato fino al profondo del suo essere e posto in un nuovo stato che egli può perdere per il peccato, ma che non differisce dalla vita eterna che nel grado e non in natura. Le lettere di Paolo ritornano in diversi modi su questo aspetto del mistero redentore. Il cristiano vive nel tempo e nell’eternità; gli ultimi tempi sono iniziati per lui. La parusia, presenza velata di Cristo nei cuori (Ef 3,17), è l’inizio della sua parusia finale nella gloria; nostra vita, nascosta ora in Dio con il Cristo, si schiuderà con lui nella gloria al momento del suo ritorno nella Gloria (Col 3, 3-4). La celebrazione eucaristica, nel corso della quale i cristiani annunciano il ritorno di Cristo, è il legame per eccellenza tra questi due avvenimenti (1 Cor 11-26). I pegni e le primizie dello Spirito che noi possediamo ora (2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14; Rm 8,23) garantiscono il dono totale. Noi viviamo della vita di Cristo (Gal 2,20). Il regno di Dio è incominciato, attendendo di divenire completo e definitivo (1 Cor 15,24-28). Dio ci chiama al suo Regno ed alla sua gloria (1 Ts 2,12) e noi vi siamo ora introdotti strappandoci alla potenza delle tenebre (Col 1,13). Paolo riprende la definizione della Pasqua ebraica per parlare della Pasqua definitiva. E’ nella speranza che noi saremo stati salvati (Rm 8,24). Tuttavia la nostra salvezza e parzialmente acquisita, noi siamo nei giorni della salvezza (2 Cor 6,2).
La liberazione dal peccato e dalla morte è iniziata; si tratta di rimanere fedeli. Il cristiano non è destinato alla collera, ma all’ottenimento della salvezza per mezzo di Gesù (1 Ts 5,9). Egli è salvato dalla bontà di Dio mediante la fede (Ef 2,8). Tempi ed eternità si compenetrano. Benché vivente sulla terra il cristiano è già cittadino dei cieli (Fil 3,20). Paolo rivolta in tutti i significati questo pensiero che caratterizza la speranza cristiana : esso non può sbagliare (Rm 5,5). Un’inadempienza ed un insuccesso non sono possibili. La connessione costante delle due prospettive temporale ed eterna che si frammischiano può a prima vista sembrare oscura. La giustapposizione dei due orizzonti era già conosciuta nel pensiero apocalittico.

Vista d’insieme sul piano redentore
La dottrina della redenzione della salvezza traspare dappertutto nelle lettere di Paolo. Le sue grandi articolazioni sono facili da cogliere, sopratutto nell’epistola ai Romani. Altrove esse sono più diffuse. Nulla di strano che Pietro abbia avuto difficoltà a seguire il pensiero di Paolo. Quest’ultimo è molto meno occupato a dare un insegnamento sistematico che a rispondere alle questioni concrete delle comunità cristiane. Dei casi delicati di coscienza si presentano in alcune comunità. Inoltre dei dottori di menzogne cercano di dividere il gregge di Cristo. Le eresie nascenti, in particolare quelle dei giudaizzanti che preconizzavano un ritorno all’osservanza della Legge ebraica, hanno avuto tuttavia una fortunata influenza : esse hanno portato Paolo ad approfondire la sua dottrina, a formularla in maniera più precisa, più completa.
Paolo parla del suo Vangelo (Gal 1,11; Rm 2,16). Attraverso quello, egli intende meditare il mistero della redenzione universale, mistero di Cristo che associa coloro che credono in lui alla sua morte ed alla sua resurrezione.
L’umanità ha fatto l’esperienza del peccato. Nessuno penserà di negarla. Lo spettacolo di Atene riempita di idoli aveva indignato Paolo (At 17,16). Nell’epistola ai Romani (1,18-3,20)) è redatta una tavola della corruzione del mondo pagano e dell’infedeltà d’Israele, che pone gli Ebrei in situazione cosi spiacevole come i pagani. Il regno del peccato e della morte risale alla disobbedienza di Adamo che ha fatto perdere all’umanità l’amicizia divina ed ha scatenato le passioni malvagi. Gli uomini sono sprofondati nella rivolta contro Dio. Il mondo pagano non ha saputo riconoscere il Creatore nelle sue opere. Israele, benché favorita dalle rivelazioni divine, si è dimostrata indocile ed ha violato i precetti della Legge. La Legge non le ha dato la forza di vivere il messaggio rivelato.
Dio aveva, nella sua misericordia, promesso per mezzo dei profeti un Messia discendente da Davide che ridarà i sei oggetti perduti a causa del peccato di Adamo e che concluderà la nuova alleanza con tutta l’umanità. Quando i tempi furono compiuti, Dio a inviato il suo unico Figlio, preesistente, creatore ed eterno come lui. Nato dalla discendenza di Davide, secondo la carne, il Figlio di Dio ha rivestito una natura umana soggetta alla sofferenza ed alla morte. Nel suo amore per gli uomini, egli si è fatto obbediente fino alla morte in croce, divenendo secondo una volontà eterna del Padre mezzo d’espiazione per gli uomini. La sua obbedienza ha riparato le disobbedienze di Adamo. Il nuovo Adamo crea cosi una nuova umanità. Per la fede in lui i peccatori sono giustificati ; la solidarietà in Gesù Cristo è più forte che la solidarietà in Adamo. Per manifestare l’efficacia del sacrificio di Cristo, Dio l’ha sovranamente esaltato con la resurrezione e l’ascensione. Glorificato alla destra del Padre, Gesù ha ricevuto il titolo di Signore. Come redentore egli riconcilia gli uomini con Dio. Tale è il messaggio della redenzione.

La redenzione
E’ il sangue di Cristo che redime l’uomo peccatore (1 Cor 6,20 ; 7,23). Ma Dio che ci ha redenti senza di noi, non ci salva senza chiederci il nostro libero consenso; questa soluzione è degna di Dio e dell’uomo. La risposta alla chiamata di Dio è data dalla fede che è accettazione per mezzo dell’intelligenza del messaggio cristiano e consacrazione vitale del credente al Salvatore nel suo essere e nella sua vita. La fede è essa stessa un dono di Dio. Dio non la rifiuta agli uomini di buona volontà. L’adesione a Cristo porta il convertito a chiedere il battesimo, che significa una nuova nascita, il perdono del peccato ed il dono della vita soprannaturale (Rm 6,3-11) che lo fa morire, lo seppellisce e lo risuscita spiritualmente con il Cristo. Egli muore al peccato e vive d’ora innanzi per Dio nel Cristo. Per non decadere dal suo stato di giustificato, il cristiano deve lottare contro le tendenze malvagi che sussistono in lui. Paolo conosce l’antropologia delle due tendenze che sono presenti nel cuore dell’uomo. La vita diventa cosi una battaglia spirituale. Per riportare la vittoria il cristiano e armato con il dono dello Spirito che lo fortifica per crocifiggere la carne, per vivere nella pratica della carità e di tutte le virtù, per riprodurre in se l’immagine del Cristo, al fine d’essere trasformato in questa stessa immagine (2 Cor 3,8). Lo Spirito lo illumina, l’ispira, gli dà gli aiuti indispensabili per vivere veramente da figlio del Padre celeste, da fratello di Cristo, da membro del suo corpo e da tempio dello Spirito. L’Eucaristia che fa memoria del sacrificio redentore è il mezzo privilegiato di trasmettere ed accogliere la vita divina.

La Chiesa
Depositaria dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli, essa è guardiana della fedeltà alle esigenze della vita cristiana. Membro di questo grande corpo (Col 1, 24 : Ef 1,22-23), il cristiano non è isolato. Egli è sostenuto dalla preghiera, gli esempi ed i sacrifici dei suoi fratelli; egli sa che tutte le sue azioni contribuiscono all’edificazione del corpo di Cristo. Nella posizione in cui Dio l’ha chiamato, verginità o matrimonio, si ricorda che egli ha carico dei suoi fratelli, unito a loro dal legame dell’Eucaristia. Lavorando alla salvezza di tutti nello stesso tempo che sua, egli cammina con amore verso la vita gloriosa promessa. Nella speranza del ritorno di Cristo, egli collabora alla venuta del Regno. 

Né Ebreo né pagano 
Tutti gli uomini sono invitati a superare il nazionalismo ed a realizzare che non vi sia più né Ebreo né pagano, né schiavo né uomo libero. Se Israele nella sua grande maggiorità ha tenuto una benda sugli occhi, un giorno verrà in cui riconoscerà in Gesù di Nazaret il Messia annunciato dalle Scritture. La sua incredulità ha portato la benedizione sui pagani; ma le promesse divine non saranno messe in scacco. Il popolo eletto rimane amato da Dio per merito dei Padri e sarà salvato a sua volta. 
Un terribile dramma si giocò in effetti dopo la caduta del primo uomo. Il Cristo ha vinto Satana sulla croce. Ma i nemici di Cristo e del Vangelo non hanno perduto tutta la loro virulenza e la battaglia continua. Il mistero d’iniquità, l’uomo del peccato che si sostituisce a Dio, sono sempre in azione. Delle apostasie affliggono la Chiesa. Tutti i cristiani sono attori in questo dramma e sono invitati a perseverare fino alla fine. Coloro che rimarranno fedeli saranno per sempre con il Cristo quando la morte verrà a porre un termine al loro soggiorno sulla terra. La battaglia proseguirà fino al giorno conosciuto soltanto da Dio quando il Salvatore discenderà dal cielo, annienterà l’Empio con il soffio della sua bocca ed il fulgore del suo avvento (2 Ts 2,1-12). Distruggendo la morte stessa, Gesù resusciterà per l’azione dello Spirito Santo, coloro che si sono addormentati; allora egli rimetterà il Regno nelle mani di suo Padre, i corpi mistici avranno raggiunto la loro statura perfetta e Dio sarà ormai tutto in tutti (1 Cor 1,24-28). 
Paolo insiste molto sulla libertà del cristiano. Da sottile dialettico egli afferma che tutto appartiene al cristiano, ma il cristiano appartiene a Cristo ed il Cristo appartiene a Dio. Tutto ciò che tiene conto di questo orientamento finale è lecito. « Ama e fai ciò che vuoi », dirà sant’Agostino.
Paolo ed i suoi discepoli non furono dei teorici né degli speculativi. Prima di tutto essi furono dei pastori, sacerdoti ad illuminare il popolo di Dio. La loro teologia inizia da una vita spirituale profonda che fa di loro degli innati ottimisti. Sicuri dell’amore divino e della vittoria di Cristo sulla morte, essi avanzano in mezzo alle difficoltà. La croce e le prove non furono loro risparmiate. Ma unendo le loro sofferenze a quelle di Cristo essi completano nei loro corpi ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1,24). In effetti, il Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi.

LA FEDE DI FRONTE AL TRIBUNALE DELLA RAGIONE (Paolo ad Atene)

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LA FEDE DI FRONTE AL TRIBUNALE DELLA RAGIONE    (Paolo ad Atene)

PUBBLICATO 2011/06/13

AUTORE: THIAGO DE OLIVEIRA GERALDO

Pur facendo parte della pianura dell’Attica, con il suo terreno roccioso e poco fertile, Atene vide nascere nel suo seno insigni pensatori i cui nomi cotinuano a risuonare nella cultura da più di duemila e cinquecento anni
Per compiere l’incarico di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo in tutto il mondo, i primi cristiani avevano bisogno di adattarsi alla cultura deiloro ascoltatori. L’Apostolo delle Genti lo realizzò in forma mirabilein un suo discorso nell’Areopago di Atene.
Thiago de Oliveira Geraldo

Pur facendo parte della pianura dell’Attica, con il suo terreno roccioso e poco fertile, Atene vide nascere nel suo seno insigni pensatori i cui nomi cotinuano a risuonare nella cultura da più di duemila e cinquecento anni. Vi fiorirono, nel V e IV secolo a.C., tre figure di spicco della Filosofia: Socrate, Platone e Aristotele, l’ultimo dei quali ha ricevuto da parte di studiosi insigni elogi come questo: « Più che ‘il maestro di coloro che sanno’, come lo reputava Dante, Aristotele meritava di essere chiamato l’ispiratore di coloro che disputano, in tutti i campi del sapere, dell’azione, della produzione ».1 O anche come quest’altro, di cui potrebbe vantarsi il più prestigioso degli intellettuali di oggi: « Pochi uomini hanno fondato una scienza; a parte Aristotele, nessuno ne fondò altre ».2
« PIÙ FACILE TROVARE UN DIO CHE UN ESSERE UMANO »
Per secoli, si affrontavano in Atene esponenti di diverse scuole di pensiero nei campi del sapere, della morale, della politica. In questa città, affacciata sul Mar Egeo, c’era anche, come in tutta la Grecia antica, un confronto tra le credenze politeistiche e il rigore del pensiero puramente umano, che portava ad interminabili discussioni circa le divinità e l’origine del mondo. « Ad Atene è più facile trovare un dio che un essere umano »3, ironizzava Petronio, scrittore romano del primo secolo. Nel secolo seguente lo scrittore greco Pausania così qualificava gli ateniesi: « essi sono anche più pietosi degli altri popoli ».4
In questo contesto di agguerrite dispute culturali e religiose, si immagini quale dovesse essere lo spirito di fede e la capacità intellettuale di un cristiano per annunciare in modo convincente la Buona Novella nella metropoli delle scienze, a pensatori di diverse scuole filosofiche, dotati di acuto senso critico e abili nelle schermaglie della dialettica.
Wikipedia, Victor Toniolo, Gustavo Kralj

Nei secoli V e IV a.C. fiorirono, ad Atene, tre figure di spicco della Filosofia: Socrate,
Platone e Aristotele
  »Socrate » – Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo, « Platone » – Musei Capitolini, Roma,
« Aristotele »- Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps
Questa missione la Provvidenza Divina la affidò all’Apostolo delle Genti, « l’uomo che Dio chiamò e inviò ad intraprendere la diffusione universale del Cristianesimo ».5

Dispute quotidiane con giudei e greci
Uomo di forte tempra, abituato ai sacrifici e alle difficoltà, San Paolo predicava con coraggio il Vangelo di Gesù Cristo in tutti i luoghi in cui lo portava il suo zelo apostolico. La sua audacia missionaria non si attenuò, quando si vide costretto a rimanere alcuni giorni ad Atene in attesa di Sila e Timoteo, per proseguire insieme il viaggio fino a Corinto.
Anche se si trovava lì di passaggio, come rimanere in quella città senza evangelizzare? Impossibile per uno che disse di se stesso: « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (I Cor 9,16).
Quanto all’ambiente che San Paolo incontrò nella capitale della cultura, scrive un autorevole esegeta: « La città in quel tempo non era politicamente importante, anche commercialmente era molto decaduta, ma continuava ad essere ‘la pupilla della Grecia’ (Filon), ‘la fiaccola di tutta la Grecia’ (Cicerone). Come sede delle grandi scuole filosofiche e culla della più raffinata cultura greca, si distingueva sulle altre città dell’Impero Romano ed esercitava un’irresistibile forza di attrazione su quanti aspiravano ad acquisire scienza e cultura, specialmente sulla gioventù della nobiltà romana ».6
Tuttavia, la prima reazione dell’Apostolo quando venne a contatto con la realtà ateniese fu di avversione: « Mentre aspettava Sila e Timoteo, ad Atene, Paolo restò disgustato nel vedere quella città consegnata all’ idolatria » (At 17, 16). La sua indignazione, frutto della fede, accresceva in lui il desiderio di cogliere l’occasione per annunciare Gesù Cristo crocifisso a quegli adoratori di idoli. E San Paolo sapeva adattarsi al pubblico che lo ascoltava.
Ricardo Castelo Branco
Nelle missioni realizzate poco prima in varie città, predicò nelle sinagoghe ai giudei, rivelandosi un esimio conoscitore delle Scritture e dimostrando, sulla base di queste, che era stato necessario che Cristo soffrisse e risorgesse dai morti (cfr. At 17, 3). Ad Atene abitavano anche alcuni giudei, ma l’ardente evangelizzatore capiva perfettamente che lì l’immensa maggioranza dei suoi ascoltatori era costituita da greci, la cui mentalità era molto diversa da quella degli israeliti. Si lanciò subito alla conquista di anime anche in questo campo, poiché come narrano gli Atti degli Apostoli, San Paolo discusse « nella sinagoga con i giudei e proseliti, e tutti i giorni, nella piazza, con quelli che incontrava » (At 17, 17).

Uomini insaziabili di novità
Tra quelli che ascoltarono San Paolo nell’agorà – nome con cui i greci denominavano la piazza principale della città, dove avvenivano le discussioni politiche – c’erano filosofi epicurei e stoici. I primi avevano la fruizione dei piaceri come principale finalità dell’esistenza e, di conseguenza, fuggivano dal dolore quanto potevano; erano materialisti, ma non negavano l’esistenza degli dei, i quali, però, raramente interferivano nella vita degli uomini. Per i secondi, al contrario, l’autosufficienza e l’impassibilità di fronte al dolore erano considerate come grandi virtù.
Ascoltando la predicazione di quello straniero, alcuni filosofi lo canzonavano, chiamandolo spermologòs, ossia, ciarlatano o chiacchierone. Altri gli facevano una delle accuse che cinque secoli prima portarono Socrate a morte in questa stessa città: quella di propagare il culto a dèi stranieri. Infatti San Paolo predicava Gesù e l’Anástasis (Resurrezione), nomi che suonavano per loro come una coppia di divinità. Lo condussero allora all’Areopago, antico tribunale di Atene, nel quale si giudicavano anche questioni religiose e morali. Era questo, oltre che un organo giuridico, un punto di riunione degli ateniesi e forestieri che, in quest’epoca, « non si occupavano di altro se non dire o ascoltare le ultime novità » (At 17, 21).
Questa sete insaziabile di novità facilitava l’operato dell’Apostolo: tutti si mostravano avidi di conoscere quanto quello straniero avrebbe dovuto dire loro. Come avrebbe cominciato il suo discorso davanti a quell’esigente uditorio, costituito dai rappresentanti della più elevata cultura?
Trattandosi di gentili, a nulla sarebbe giovato presentare argomenti tratti dalle Sacre Scritture. « I primi cristiani, per farsi comprendere dai pagani, non potevano citare soltanto ‘Mosè e i profeti’ nei loro discorsi, ma dovevano servirsi anche della conoscenza naturale di Dio e della voce della coscienza morale di ogni uomo »7 – osserva il Beato Giovanni Paolo II.
Gustavo Kralj

Come sede delle grandi scuole filosofiche e culla della più raffinata cultura greca,
Atene esercitava un’irresistibile forza di attrazione su quanti aspiravano
ad acquisire scienza e cultura
« Scuola di Atene », di Raffaello Sanzio – Stanza della Segnatura, Vaticano
Nella città di Tarso, luogo di passaggio per il commercio in Asia, il giovane Saulo certamente non ricevette soltanto la formazione giudaica tradizionale, ma deve aver studiato anche discipline elleniche, come la retorica. Nelle loro scuole, oltre all’alfabetizzazione, gli alunni apprendevano ginnastica e musica.

Proclamazione della Fede con saggezza e sagacia
Era giunto per l’Apostolo dei Gentili il momento di mettere a servizio della Fede quello che aveva appreso dalla stessa cultura greca. « Il vivere in una città ellenica e l’educazione ellenistico-giudaica del giovane Paolo gli conferirono la competenza per poter utilizzare, più tardi, come cristiano, con autonomia e come patrimonio personale, lo spirito e la tradizione dell’ellenismo ».8
Adattò le sue parole al pubblico che aveva davanti a sé e, contenendo l’indignazione che gli aveva causato l’idolatria degli ateniesi, cominciò a tessere loro le lodi della religiosità. Agendo così, commenta il Beato Giovanni Paolo II, rivelò saggezza e sagacia: « L’Apostolo mette in evidenza una verità che la Chiesa ha sempre conservato nel suo tesoro: nel più profondo del cuore dell’uomo è stato seminato il desiderio e la nostalgia di Dio ».9
Intanto, il suo sguardo indagatore aveva catturato un dettaglio che gli servì per introdurre il tema della sua predicazione. « Percorrendo la città e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio! » (At 17, 23). Su questo, lo studioso Schökel commenta: « L’esordio, come entrata nell’argomento, è magistrale. Come un saluto cortese e ambiguo, che si trasforma in critica e sa individuare un valore profondo ».10
La religiosità dei greci era, in quel tempo, orientata sotto una prospettiva fortemente politeista e pagana, essendo la profusione di divinità, da loro venerate, vincolata alle diverse vicissitudini che la vita presenta. Gli ateniesi immaginavano che dietro ad ogni avvenimento ci fosse sempre l’azione di un dio, e temevano che gli capitassero disgrazie a causa di qualche culto omesso o mal realizzato. Di qui il loro impegno nell’erigere altari anche al « dio sconosciuto », come spiega Fillion: « Abituati a vedere in tutto, specialmente nelle circostanze pericolose (guerre, terremoti, malattie, ecc.), la manifestazione della divinità, e sempre temendo di offendere qualche dio sconosciuto, essi ricorrevano a questo mezzo per rendersi propizi tutti gli dèi, grandi e piccoli, dai quali potevano temere un atto di vendetta o sperare un beneficio ».11

Anche noi siamo della stirpe di Dio
Nel seguito del suo discorso, l’Apostolo si scaglia contro l’idolatria: Dio, creatore di quanto esiste, Signore del Cielo e della Terra, « non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo « , e di niente ha bisogno, poiché è lui « che dà a tutti la vita » (cfr. At 17, 24-25). Subito dopo, introduce un argomento incoraggiante: il Dio vivo e vero non è un essere inaccessibile agli uomini; al contrario, Egli ci incita a cercarLo, anche se « a tentoni », perché in realtà Egli « non è lontano da ciascuno di noi » (cfr. At 17, 27).
Alcuni ateniesi lanciavano a San Paolo una delle accuse che cinque secoli prima portarono Socrate a morte in questa stessa città: quella di propagare il culto a dèi stranieri
Con l’obiettivo di aumentare l’effetto delle sue parole di fronte a quegli ascoltatori colti ed eruditi, San Paolo cita un verso del poeta greco Arato (sec. III a.C.) per affermare che « anche noi siamo della stirpe di Dio » (At 17, 29).12 Avvalendosi di quanto detto, l’Apostolo delle Genti mostra agli ateniesi come è poco saggio, per chi è « della stirpe di Dio », adorare immagini scolpite da mani umane.
Entrando nel merito del suo discorso, San Paolo presenta un argomento particolarmente sensibile per chi faceva parte del tribunale dell’Areopago: Dio li invita a pentirsi dell’idolatria, « poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia » (At 17, 31). Ma, al contrario di quanto avviene nei tribunali umani, l’ammonimento relativo a questo giudizio divino veniva unito alla speranza di un grande perdono, come osserva un illustre esegeta del XX secolo: « Si tratta di un dono che Dio fa della sua grazia e del suo perdono della vita precedente, trascorsa nel peccato, affinché gli uomini possano superare il giudizio ».13

Il fulcro della predicazione: Cristo è risuscitato
Fino a qui, San Paolo faceva il suo annuncio della Fede in termini principalmente filosofici, ma era giunto il momento di entrare nel fulcro della questione: Cristo risuscitò dai morti. Questa Resurrezione tante volte predicata da lui, come si legge negli ultimi capitoli degli Atti degli Apostoli, forse è ciò che più gli causò accuse e persecuzioni. Così afferma il domenicano Michel Gourgues: « La fede nella Resurrezione di Gesù e la speranza nella resurrezione dei morti si presentano con insistenza come l’oggetto centrale della Fede e della predicazione cristiana e come il principale motivo delle opposizioni e delle accuse contro Paolo ».14
San Paolo diede dappertutto testimonianza della Resurrezione di Cristo in una forma tale che egli ben meritava di esser soprannominato Apostolo della Resurrezione. « L’apparizione di Cristo risuscitato a Paolo vicino a Damasco è un’esperienza di vita chiave per la fede e per l’insegnamento dell’Apostolo ».15 Come avrebbe potuto lui, allora, stare zitto riguardo a questo favoloso avvenimento?
Invece, quando lo udirono parlare di resurrezione dei morti, alcuni dei suoi ascoltatori si beffarono di lui ed altri interruppero il discorso, dicendo ironicamente: « Ti sentiremo su questo un’altra volta » (At 17, 32).
Gustavo Kralj

Così, dunque, i greci che credevano nell’immortalità dell’anima non furono capaci di accettare la resurrezione dei morti, cosa che oltrepassava i limiti della loro ragione, e per questo si presero gioco dell’Apostolo e della sua dottrina. Ma, questi stessi apologisti della sapienza e della logica non riuscivano a capire l’irrazionalità che presupponeva l’adorare dèi fatti di oro, argento, pietra o legno, prodotti dell’arte e dell’immaginazione dell’uomo.

Apparente insuccesso, risultati evidenti

Fu un insuccesso la predicazione di Paolo nell’Areopago?

Apparentemente, sì. Alcuni commentatori, anzi, furono indotti a pensare che la lettera scritta anni dopo alla comunità di Corinto avesse riconosciuto l’insuccesso di questo discorso: « Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. [...] La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza » (I Cor 2, 1-2.4a).
In realtà, San Paolo non fece invano questa sua fiera proclamazione di fede nella Resurrezione di Cristo. In primo luogo, il suo esempio serve da prezioso stimolo per quanti sono chiamati ad annunciare il Vangelo negli areopaghi paganizzanti di tutti i tempi e città. Oltre a questo, « alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areopago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro » (At 17, 34).
Degli altri convertiti, poco o nulla si sa. Ma prestiamo attenzione al soprannome di Areopagita, che indica trattarsi di un membro dell’elite intellettuale e giudiziaria della Grecia. Infatti, « questo titolo presuppone che Dionigi fosse un personaggio molto influente, poiché secondo le leggi di Atene, si arrivava a questa elevata posizione solamente dopo aver occupato un altro posto ufficiale importante e raggiunta l’età di sessant’anni ».16
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Così San Dionigi Areopagita entrò nella Storia come modello di pensatore convertito, che non ebbe bisogno di rinnegare la sua cultura e scienza per diventare cristiano. Al contrario, le sue notevoli qualità intellettuali e la vastità delle sue conoscenze giuridiche e filosofiche furono messe al servizio della Chiesa e caratterizzarono, senza dubbio, il suo ministero episcopale come primo Vescovo di Atene.

La Fede cristiana autentica non limita la ragione
Lo stesso avviene con qualsiasi popolo o nazione che decida di aprire le sue porte alle benefiche influenze della Chiesa. Insegna, a questo proposito, il Beato Giovanni Paolo II: « L’annuncio del Vangelo nelle diverse culture, esigendo da ognuno dei destinatari l’adesione alla Fede, non gli impedisce di conservre la propria identità culturale ».17
San Paolo si mostrò fedele all’annuncio della Buona Novella, adattandosi alle circostanze concrete che dovette affrontare ad Atene; fedele fu anche Dionigi, ricevendo umilmente la Rivelazione. Infatti, come ci insegna Papa Benedetto XVI, la tendenza moderna di considerare vero solamente lo sperimentale, limita la ragione umana. L’autentica Fede cristiana non impone limiti alla ragione, al contrario, incontrandosi e dialogando, entrambe possono esprimersi meglio. « La fede presuppone la ragione e la perfeziona; la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Dio e delle realtà spirituali. La ragione umana non perde nulla aprendosi ai contenuti della fede, d’altronde, essi esigono la sua adesione libera e cosciente ».18

SUL SITO BIBLIOGRAFIA

PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE

http://www.saverianibrescia.com/missione_oggi.php?centro_missionario=archivio_rivista&rivista=&id_r=44&sezione=alla_luce_della_parola_&articolo=paolo_apostolo_e_tessitore_di_tende&id_a=1301

PAOLO APOSTOLO E TESSITORE DI TENDE 

DI: A CURA DELLA REDAZIONE

PAOLO APOSTOLO E TESITORE DI TENDE
LA BOTTEGA SOME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA
A CURA DELLA REDAZIONE

L’articolo è tratto liberamente da una riflessione di Ronald F. Hock in The Social Context of Paul’s Ministry: Tentmaking and Apostleship, Philadelphia, Fortress 1980.

In uno dei suoi trattati politici, Plutarco critica alcuni filosofi perché rifiutavano di conversare con le autorità nel timore di essere considerati ambiziosi o troppo ossequienti. Per evitare il diffondersi di una tale situazione, Plutarco suggerisce che l’unica alternativa per l’uomo dalla mente aperta e desideroso di praticare la filosofia è fare l’artigiano, per esempio, il calzolaio, in modo da avere l’opportunità di conversare nella bottega, come Simone il calzolaio aveva fatto con Socrate. Questo suggerimento di Plutarco, che la bottega fosse un luogo che potesse ospitare discorsi intellettuali, è interessante e fa sorgere l’interrogativo se altre botteghe, specialmente quelle usate ai suoi tempi da Paolo, il tessitore di tende, nei suoi viaggi missionari, siano state utilizzate allo stesso modo nelle città della Grecia orientale. Questa tesi, pur avanzata dagli studiosi, non è mai stata studiata a fondo. Questo articolo è un tentativo di approfondire l’esame dei contesti sociali in cui si sono svolti la predicazione e l’insegnamento dei primi cristiani.
È noto che Paolo era un tessitore di tende. Questo suo lavoro è sempre stato considerato come un’eredità della sua tradizione ebraica. L’attività lavorativa di Paolo è considerata come un residuo della sua vita di fariseo ed è spiegata nei termini di un ideale rabbinico che cerca di associare lo studio della Torah con la pratica di un mestiere. Vorremmo ora portare il dibattito al di là dell’aspetto strettamente ebraico.

LA BOTTEGA DI PAOLO
 Per una discussione sull’uso missionario della bottega da parte di Paolo, si deve sottolineare l’evidenza che lo colloca nelle botteghe delle città da lui visitate. Luca indica che  Paolo aveva lavorato come tessitore di tende solo in Corinto e Efeso (At 18,3; 20,34); ma le Lettere di Paolo aggiungono Tessalonica (1 Ts 2,9) e – più importante – afferma che in generale la pratica missionaria era di lavorare per potersi mantenere (1 Cor 9,15 – 18). E allora, il riferimento di Paolo al lavoro di Barnaba per sostenere se stesso (1 Cor 9,6) dovrebbe coprire i cosiddetti primi viaggi missionari e la sua permanenza in Antiochia (At 13,1 – 14,25; 14,26-28; 15,30-35), il tempo in cui Luca pone Barnaba come suo compagno di viaggio. Il riferimento di Paolo al suo lavoro a Tessalonica (1 Ts 2,9) e la sua conferma dell’affermazione di Luca riguardante Corinto (1 Cor 4,12) si applicherebbe anche al secondo viaggio missionario (At 16,1 – 18,22). Il riferimento al suo lavoro in Efeso (cfr. 1 Cor 4,11: « fino ad ora »), di nuovo conferma il ritratto di Luca e la sua insistenza nel mantenersi economicamente, durante un futuro viaggio a Corinto (2 Co 12,14), confermerebbe questa pratica anche nel terzo viaggio missionario (At 18,23 – 21,16). In At 28,30 vediamo Paolo presumibilmente lavorare in seguito anche a Roma. In breve, le Lettere e gli Atti mettono in evidenza l’Apostolo nelle botteghe dove predicava e insegnava. Ma che cosa faceva Paolo nella bottega, oltre al suo lavoro di tessitura? Di cosa parlava? Sfruttava l’occasione per una predicazione missionaria?
Una risposta affermativa sembra verosimile, dato il suo impegno nella predicazione del Vangelo. Però né le Lettere, né gli Atti dicono esplicitamente che Paolo utilizzava la bottega per la predicazione. Il silenzio delle Lettere in proposito non è un problema, perché Paolo è di solito silenzioso o vago sulle circostanze della sua predicazione missionaria (cfr. per esempio 1 Cor 2,1-5). Con gli Atti tuttavia la situazione è diversa.
Il silenzio di Luca negli Atti può essere parzialmente spiegato perché l’evangelista era interessato a raccontare le esperienze di Paolo nella sinagoga. Solo in Atene, il centro della cultura greca e della filosofia, questo interesse è lasciato da parte in deferenza alle esperienze di Paolo al mercato (At 17,17) e specificatamente alle sue conversazioni con i filosofi stoici ed epicurei (ver.18) che portarono al discorso dell’Apostolo  all’Aeropago (22-31). Qui Luca si avvicina molto nel menzionare le conversazioni della bottega, ma non lo fa, poiché le discussioni con i filosofi sono probabilmente da collocarsi sotto i portici della città, forse la Stoà di Attalos ad Atene.
La possibilità di fare conversazioni in bottega è intuibile da un brano delle Lettere di Paolo: il sommario dettagliato dell’attività missionaria dell’Apostolo nella città di Tessalonica (1 Ts 2,1-12). Al versetto 9, il lavoro e la predicazione sono accennati insieme: « Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio ».

L’ATTIVITÀ MISSIONARIA
 Se questi sei passi scelti dagli Atti e dalle Lettere parlano di Paolo che utilizzava le botteghe come contesti sociali per la sua predicazione missionaria, bisogna interpretare questi contesti come entità a sé, oppure confrontarli con la vita intellettuale delle città che egli ha visitato. Se la bottega è stata un contesto sociale dell’attività missionaria, per Luca questa era solo uno dei tanti luoghi in cui l’Apostolo predicava. Più frequentemente egli indica la sinagoga. Paolo predica nelle sinagoghe di Damasco (At 9,20), Gerusalemme (At 9,29), Salamide (At 13,5), Antiochia di Pisidia (At 13, 14, 44), Iconio (At 14,1), Tessalonica (At 17,1), Berea (At 17,10), Atene (At 17,17), Corinto (At 18,4) e Efeso (At 18,19; 19,8). Un altro contesto missionario importante è la casa, specialmente quelle di Lidia a Filippi (At 16,15, 40), di Tizio Giusto a Corinto (18,7) e di un cristiano non identificato a Triade (20,7-11) e di parecchie persone a Efeso (20, 20). Altre case devono essere incluse, anche se Luca non vi fa menzione di attività missionaria: la casa di Giasone a Tessalonica (17, 5-6), di Aquila e Priscilla a Corinto (18, 3), di Filippo a Cesarea (21, 8), di Mnasone di Cipro, presumibilmente a Gerusalemme (21, 16-17) e forse quelle di parecchi altri (cfr. 16,34; 21, 3-5, 7).
Ulteriori segni che indicano la varietà dei contesti sociali nella missione di Paolo sono la residenza del proconsole di Cipro, Sergio Paolo  (13, 6-12), la porta della città in Listra (14, 7, 15-18), la scuola di Tiranno a Efeso (19, 9-10) e il pretorio a Cesarea (24, 24-26; 25, 23-27). Insomma, se la bottega era un contesto sociale per l’attività missionaria di Paolo, era solo uno dei tanti.

IL PULPITO, LA PIAZZA E LA BOTTEGA
 La pratica dei filosofi sopra descritta può aiutarci a capire anche ciò che avveniva nella bottega di Paolo. Lo possiamo immaginare nelle lunghe ore al tavolo di lavoro mentre taglia e cuce le pelli per fare tende. Egli si rende autonomo economicamente, ma ha anche possibilità di portare avanti il suo impegno missionario (cfr. 1 Ts 2, 9). Seduti nella sua bottega troviamo i suoi compagni di lavoro o qualche visitatore, clienti e forse qualche curioso che aveva sentito parlare di questo « filosofo » tessitore di tende appena arrivato in città. In ogni caso sono tutti là ad ascoltare e a discutere con lui, che porta il discorso sugli dei ed esorta i presenti ad abbandonare gli idoli e a servire il Dio dei viventi (1, 9-10). In questo modo, certamente qualcuno degli ascoltatori, un compagno di lavoro, un cliente, un giovane aristocratico o forse anche un filosofo cinico, sarebbe stato curioso di sapere di più di Paolo, delle sue chiese, del suo Signore e sarebbe tornato per  un colloquio privato (2, 11-12). Da queste conversazioni di bottega alcuni avrebbero accolto le sue parole come Parola di Dio (2, 13).
Per Paolo, il missionario, quindi, il pulpito della sinagoga non bastava, ma usciva anche in piazza ed entrava nella sua bottega. « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).  

A CURA DELLA REDAZIONE

Il contesto storico
 Esaminiamo la pratica paolina nel contesto della vita intellettuale della Grecia orientale dei suoi tempi. Ad Atene, nel quinto e quarto secolo a. C., alcuni contesti specifici, inclusa la bottega, erano diventati normali per l’attività intellettuale ed ancora esistevano ai tempi di Paolo. Senofonte descrive Socrate mentre discute di filosofia in varie botteghe, tra cui quelle di un pittore, di uno scultore, di un fabbricante di armature. Platone menziona le bancarelle del mercato come abituale ritrovo di Socrate. Naturalmente la bottega non era il suo solo ritrovo: lo si poteva trovare in altre parti del mercato, come la stoà o altri edifici pubblici, nel ginnasio o nelle case di amici. In un certo senso la pratica di Socrate era tipica dei suoi giorni, data l’abitudine della gente di frequentare i negozi e i banchi del mercato. Ma, in un altro senso, l’abitudine di Socrate era molto atipica, non solo a causa dell’alto contenuto intellettuale delle sue conversazioni, ma anche per l’effetto limitato che questa sua pratica ebbe sui filosofi che lo seguirono. A giudicare da quanto riferisce Diogene Laerzio, i discepoli di Socrate non discutevano di filosofia nella bottega, anche se alcuni di essi da studenti lo avevano accompagnato, per esempio, alla bottega del sellaio.
 I seguaci di Socrate, scegliendo il ginnasio o altri edifici, praticavano una filosofia meno pubblica rispetto al loro maestro. Il numero delle persone che partecipava a queste discussioni nelle botteghe non poteva essere grande. Spesso erano solo in due, Socrate con Simone e Crate con Filisco. Gli argomenti trattati erano molti: dalle discussioni che riguardavano i commerci degli artigiani a temi più interessanti: gli dei, la giustizia, la virtù, il coraggio, la legge, l’amore, la musica, ecc.

PER ME IL VIVERE È CRISTO! – I. IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi1.htm

PER ME IL VIVERE È CRISTO! 

(QUATTRO CAPITOLI SEGUE…)

Giuseppe De Virgilio

Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18

I. IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI

INTRODUZIONE

 Il presente volume della collana «Bibbia e vocazione» promossa dall’Editrice Rogate propone la lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18, nel contesto della celebrazione dell’anno dedicato all’Apostolo Paolo. Nel ripercorrere il messaggio teologico e l’opera missionaria dell’Apostolo è rilevante sottolineare la «dimensione vocazionale» della sua evangelizzazione, radicata in una personale esperienza di Cristo. Tra i vari testi che tratteggiano in una forma autobiografica la statura spirituale di Paolo, vi è la Lettera ai Filippesi, testimonianza viva dell’intensità umana e teologica dell’Apostolo.  
Paolo scrive ai cristiani di Filippi spingendoli a non scoraggiarsi nella testimonianza del Vangelo, ma a perseverare nell’impegno di trasmettere la Parola di Dio a tutti. Una tale testimonianza, sul piano personale e comunitario, fa risaltare la grandezza della vocazione cristiana, che Paolo trasmette ai suoi destinatari con tutta la forza e la ricchezza della sua umanità. 
L’Apostolo si presenta in catene (Fil 1,13) e parla della vita cristiana come una «corsa verso una meta» (Fil 3,14-15). È proprio la tensione tra la fragilità umana e la potenza di Dio che segna in modo netto la dialettica della missione cristiana, testimoniata nel dialogo epistolare. Leggendo la lettera in tutte le sue articolazioni, scopriamo come i sentimenti, le riflessioni, le parole, le immagini di questa missiva paolina risultano sorprendentemente attuali per la nostra riflessione vocazionale. 
In modo particolare nelle parole di Fil 3,13- 15 l’Apostolo ci consegna una sintesi autobiografica toccante, che illumina il senso della sua vocazione missionaria. Egli scrive: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,8-9). L’esperienza della vocazione diventa testimonianza di un cambiamento di vita: di fronte alla Legge e alle sue prerogative, l’Apostolo si lascia conquistare dal Vangelo di Cristo e dalla sua «giustizia». 
Nella dinamica della conversione, Paolo non si sente un credente «arrivato» e non vive il proprio stato come un uomo senza vocazione. Al contrario: la metafora atletica della corsa diventa una delle immagini più espressive della sua esistenza cristiana. Il suo itinerario iniziato sulla via di Damasco gli ha permesso di incontrare Gesù Cristo e di essere da Lui conquistato. Da quel momento Paolo ha iniziato la sua corsa verso la meta, vivendo la propria vocazione come il compito più importante affidatogli da Dio. Vivere la missione del Vangelo comporta un itinerario dinamico e progressivo verso una meta (cf. Sal 118,32). La metafora agonica della corsa pone in evidenza altri simbolismi come quello della vita come lotta, della necessità di un impegno in vista di un premio, della capacità di misurarsi con altre figure ed istanze, del «tempo limitato»che si ha a disposizione per portare a compimento la propria missione.  
La Lectio divina cerca di cogliere la gamma di aspetti spirituali che connotano la vita cristiana come «vocazione», letti nel quadro della teologia paolina, con il permanente sforzo di attualizzare la Parola scritta nel nostro contesto ecclesiale. Vivere la Parola significa «camminare» lungo la strada del dialogo e dell’impegno con Dio e per Dio.  
Il volume si articola in quattro brevi capitoli. Nel primo si introduce il lettore nel contesto letterario e teologico della missione di Paolo a Filippi, evidenziando i motivi teologici e vocazionali che emergono dalla lettera. Nei tre capitoli seguenti viene proposta l’analisi letteraria e teologica di Fil 1,12-2,28, distinta in tre atti:
- vv. 12- 26 in cui Paolo afferma la centralità di Cristo nella sua vita; 
- vv. 1,27- 2,12 in cui viene presentato il mistero di Cristo, obbediente al Padre; 
- vv. 2,13-18 che rappresentano l’esortazione a vivere pienamente la vocazione cristiana.  
Seguendo il metodo della «lettura spirituale», si propone per ogni unità letteraria l’analisi accurata dei testi biblici (lectio), la riflessione sui messaggi teologici, riletti ed attualizzati alla luce del nostro tempo (meditatio), una preghiera ispirata alla spiritualità paolina a partire dal testo (oratio), l’ invito a ripercorrere il «mistero trinitario» nell’ atto di contemplare Dio attraverso la sua Parola (contemplatio) ed infine l’impegno concreto a vivere in prima persona il messaggio che l’Apostolo affida a ciascun credente (actio). 

IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI
 Introduzione 
«Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). Con questa affermazione Paolo sottolinea l’importanza della missione apostolica della Chiesa. Mentre viviamo un importante tempo di riflessione sui cambiamenti epocali delle nostre società, riflettiamo sulla centralità della trasmissione della fede, che chiede a tutti i credenti la responsabilità dell’ annuncio del Vangelo. La pastorale vocazionale non può che alimentarsi anzitutto dall’ascolto della Parola di Dio. Nessuna vocazione può prescindere dall’ascolto e dall’appello della Parola di salvezza. Ecco perché l’Apostolo, in consonanza con l’esempio evangelico di Cristo, vive la passione dell’annuncio del Vangelo e la spinta della missione aperta a tutti i popoli (1).
Una tale esperienza missionaria è contenuta nell’intero epistolario paolino. In una forma intima e personale, anche la lettera indirizzata alla Chiesa di Filippi pone in evidenza la figura di Paolo e il messaggio vocazionale che egli propone ai cristiani della capitale macedone. Rileva Barbaglio: «I toni affettuosi caratterizzano questo scritto dell’apostolo. Di tutte le sue comunità quella di Filippi gli stava particolarmente a cuore: era la primizia della sua missione in territorio europeo: soprattutto contraccambiava il suo amore con sincera e concreta dedizione» (2). L’affettuoso dialogo a distanza con i cristiani di Filippi contiene una straordinaria ricchezza spirituale e una carica missionaria, pur presentando l’Apostolo in una situazione di prigionia.
La Chiesa riceve dalle parole dell’ Apostolo una grave responsabilità: il dovere di proclamare il Vangelo a tutte le genti, nella consapevolezza che in que­sta dinamica missionaria si compie la vocazione personale e comunitaria dei credenti. Ma tutto questo ha un prezzo: la quotidiana lotta della fede e la costante fedeltà a Dio e al suo progetto. Ecco perché Paolo incoraggia i suoi destinatari invitando li a vivere nella gioia e a saper attendere la venuta prossima di Cristo. La missione non è fuga, ma collaborazione alla realizzazione del progetto di Dio nella storia. Tale azione missionaria implica il discernimento e la lotta: chi sceglie di seguire Cristo non può che divenire «compartecipe» delle sue sofferenze e dei suoi sentimenti (cf. Fil 2,5).La vocazione cristiana si radica in questa precisa dimensione spirituale dei credenti: vivere l’esempio di Cristo-servo e compiere fino in fondo la volontà del Padre. La comunità di Filippi, con tutte le sue difficoltà e i suoi problemi, diventa per noi oggi un concreto esempio di solidarietà fra­terna e di testimonianza evangelica. Guardando al cammino della Chiesa del nostro tempo, entriamo nella Lettera ai Filippesi con il desiderio di condividere le attese e le speranze dell’intera umanità che cerca Dio e il suo Regno. 

1.1 La città di Filippi 
Costruita da Filippo di Macedonia nel 358 a . C. ad otto miglia dal mare vicino Neapoli, in una regione molto fertile, la città di Filippi divenne parte dell’Impero romano ed importante nodo di collegamento della via Egnazia, famosa arteria stradale che da Roma portava in Oriente (3). Un secolo prima dell’ arrivo di Paolo la città fu teatro della disfatta degli assassini di Cesare per mano di Marco Antonio e di Ottaviano ( 42 a .C.). Distrutta per via delle guerre, Ottavi ano volle ricostruirla e fortificarla, fondandovi una colonia per i veterani romani ed accordandole lo ius italicum, privilegio che consentiva diritti particolari agli abitanti, come ai cittadini di Roma. Filippi non era un centro esteso come Efeso o Corinto, ma una città «europea», abitata prevalentemente da romani fieri delle loro origini, a cui si aggiungevano popolazioni macedoni, greci ed ebrei. Per tale ragione l’Apostolo sceglie di proclamare il Vangelo a Filippi, ritenendo la sua popolazione una «porta» di ingresso nel continente europeo. È significativo come l’Apostolo impiega nella lettera proprio l’idea della «cittadinanza» (politeuesthe: Fil 1,27; peliteuma; Fil 3,20) per esortare i cristiani a comportarsi «come cittadini degni del Vangelo». Scegliendo questa espressione Paolo sembra fare appello al sentimento di appartenenza dei romani, applicando la stessa idea ai cristiani. Troviamo nella lettera l’accenno al «palazzo del pretorio» e il saluto congiunto con «quelli della casa di Cesare» (Fil 4,27), elementi che ben si comprendono nel contesto della città per la sua particolare configurazione giuridica (4). 

1.2 Una Chiesa chiamata alla missione 
Scrivendo ai cristiani di Tessalonica, Paolo ricorda le prove che egli ha dovuto affrontare nella città di Filippi e come insieme a Sila egli ha sofferto per il Vangelo: «Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo avere prima sofferto e subito oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1Ts 2,1-2). Le fonti per ricostruire la presenza di Paolo a Filippi e la realtà della Chiesa filippese sono le lettere paoline e il libro degli Atti degli Apostoli (5).
In Atti si narra del viaggio di Paolo che fa vela a Neapoli e prosegue verso Filippi (cf. At 16,11), all’indomani dell’assemblea degli apostoli a Gerusalemme (cf. At 15,22-35). In compagnia di Sila, un cristiano originario di Gerusalemme e con l’aiuto del fedele Timoteo, proveniente da Listra, Paolo a Filippi ha l’opportunità di annunciare il Vangelo ad un gruppo di donne che di sabato si riuniscono a pregare fuori dalla porta della città, presso il fiume (At 16,11-13). Tra queste donne è nota Lidia, commerciante di porpora ed originaria della città di Tiatira. Assieme alla sua famiglia, Lidia accoglie la predicazione dell’Apostolo e si fa battezzare. La sua casa diventa la prima chiesa domestica (cf. 16,14-15.40), in cui Paolo trova ospitalità.
    Il racconto degli Atti mostra le difficoltà della missione paolina a Filippi e la persecuzione ingiustamente subita a causa della denuncia mossa a Paolo e Sila da parte dei padroni di una ragazza, che l’Apostolo aveva liberato dallo spirito demoniaco (cf. At 16,16-24). Denunciati al magistrato di propagandare usanze contrarie alle leggi romane, Paolo e Sila vengono fustigati nella pubblica piazza e tradotti in carcere. Filippi rappresenta per Paolo una prova di come «si lotta per il Vangelo» (Fil 1 ,30) ma allo stesso tempo la consapevolezza dell’assistenza di Dio nella missione. Durante la notte Paolo e Sila vengono miracolosamente liberati (cf. At 16,26) e lo stesso carceriere insieme alla sua famiglia si converte al Vangelo (cf. At 16,30-34). Nel giorno successivo l’Apostolo chiede di essere riabilitato in quanto cittadino romano e lascia incolume la città (cf. At 16,37-40)(6)
Il contesto in cui si trova ad operare l’Apostolo è molto delicato e richiede una testimonianza convincente e coraggiosa. I due missionari incidono notevolmente nell’opinione pubblica e la loro sofferenza diventa seme per la nascita di una Chiesa che sarà un grande conforto per l’Apostolo. La missione di Paolo a Filippi è contrassegnata dall’adesione al Vangelo di alcuni credenti e dalla «tribolazione» (tlipsis: cf. Fil1,17; 4,13). 

1.3 Una Chiesa rinnovata nella missione 
Le informazioni che possiamo raccogliere dal toccante contenuto della lettera ci forniscono alcuni messaggi con interessanti prospettive teologiche e pastorali. La prima e fondamentale tematica è costituita dalla «predicazione del Vangelo», che per l’Apostolo costituisce il «vanto» della sua missione (Fil 1,26). Fin dall’esordio Paolo ringrazia Dio perché i Filippesi hanno accolto il Vangelo «dal primo giorno fino ad oggi» (Fil 1,5). Nel contesto dell’esortazione a vivere da «cittadini degni del Vangelo» Paolo dice che essi sono stati chiamati da Dio non solo a credere in Gesù Cristo, ma anche a soffrire per Lui, nella lotta (Fil 1,30). Leggendo lo scritto si delinea il profilo della comunità filippese: una Chiesa chiamata alla missione, ad imitazione di Paolo, che soffre le catene e le persecuzioni per il Vangelo (Fil 1,13). Non tutti nella comunità e nella città sono disinteressati: l’Apostolo ammette con amarezza che alcuni vivono nell’equivoco di predicare il Cristo «per invidia e spirito di contesa» (Fil1,15). Siamo nel contesto di una comunità che deve fare un percorso di autenticità e di liberazione, di «conformazione a Cristo» e di comunione nel «sentire comune» (cf. Fil 2,2: to en phronountes) (7) Questo motivo dell’unità nella missione ritorna nella lettera in modo costante: Paolo ripresenta davanti agli occhi dei suoi destinatari la centralità di Cristo «obbediente» che vive la kenosi e compie la sua missione nella perfetta unità con il Padre.
Egli ricorda ai Filippesi che essi hanno sempre obbedito, non solo quando egli era fisicamente presente nella comunità, ma anche in sua assenza (Fil 2,12). Per tale atteggiamento cristiano, la comunità dovrà sempre ricordare che la propria identità cristiana si innova attraverso l’apertura generosa all’annuncio del Vangelo di Cristo. Essa non può fermarsi di fronte agli ostacoli, ma deve lottare e supe­rare le divisioni «correndo verso la meta». L’esem­pio è dato da Paolo stesso: afferrato da Cristo è diventato annunciatore del Vangelo tra molte lotte e tribolazioni senza la presunzione di essere già vincitore. Egli si paragona ad un atleta nel bel mezzo di una gara e descrive con realismo la propria condizione: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). 
1.4 Una Chiesa testimone attraverso la missione
La testimonianza di Paolo è fondamentale per tratteggiare il ruolo della Chiesa nel contesto della città macedone. Avendo come modello Cristo, i Filippesi devono testimoniare la salvezza cristiana all’interno della Chiesa e al di fuori. All’interno della Chiesa, confermando la comunione di sentimenti e di vita: le indicazioni parenetiche dell’Apostolo risultano preziose. Egli raccomanda: «Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irrepren­sibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Fil 2,14-16). L’offerta della vita di Paolo come «oblazione» costituisce l’esempio di come si vive e si lotta per il Vangelo (Fil 2,17­18). Un ulteriore esempio è dato dai collaboratori dell’ Apostolo, tra i quali spicca la testimonianza di Epafrodito, che ha rischiato la vita per venire incontro alle necessità di Paolo (Fil 2,25.30; 4,14).
Al di fuori della Chiesa, i cristiani dovranno saper testimoniare la solidarietà verso gli uomini e le loro esigenze. In primo luogo la comunità dovrà vivere nella piena giustizia, evitando di chiudersi nei propri interessi egoistici e lasciarsi ingannare dal comportamento dei «cattivi operai» (Fil 3,2). Senza confidare nella carne e nell’ osservanza sterile delle leggi e delle consuetudini, la Chiesa di Filippi è chiamata a vivere la missione universale nella «gioia», testimoniando a tutti la sua affabilità (Fil 4,5), con spirito di gratuità e di sincero affidamento a Dio. L’Apostolo esorta: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).

Tre parole possono sintetizzare il cammino della Chiesa di Filippi:
a) lotta; b) kenosi; c) gioia.
In primo luogo la lettera paolina evidenzia la dimen­sione cristiana della «lotta»: la Chiesa è in una situazione di permanente prova e di confronto. Essa non può rinunciare a vivere la propria testimonianza con la forza della grazia di Dio, che proviene dall’adesione al Vangelo di Cristo. Il Vangelo è potenza di Dio anche se viene proclamato «nella debolezza»; il Vangelo è una spinta che dona ai credenti il dinamismo della missione. La lotta è da intendersi come processo di configurazione a Cristo, il Figlio obbediente al progetto del Padre. Da qui si comprende la seconda parola: la kenosi. Essa indica lo svuotamento del proprio essere per poter essere ri­colmi della grazia divina. Abbassarsi, diventare capace di aprire il cuore, entrare nella sapienza della piccolezza guardando a Cristo-servo per configurare tutto se stesso a Lui. In terzo luogo vi è la «gioia cristiana», frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22). La testimonianza più convincente è costituita dall’annuncio di un Vangelo gaudioso, ricco di speranza, aperto dal futuro. Mentre Paolo è in catene, la Chiesa filippese riceve la testimonianza dell’ Apostolo e il suo sostegno per vivere anch’essa nella logica del Vangelo e nella passione missionaria aperta a tutti. Tutta la lettera diventa un appello vocazionale affinché i Filippesi «diventino» uomini e donne della missione in attesa della venuta del Cristo glorioso. Non bastano i ricchi doni che Paolo ha accettato dai credenti di Filippi (cf. Fil 4,10-20), è necessaria l’adesione piena e convinta della Chiesa alla missione del Vangelo. In questo senso la missione diventa la risposta all’appello di Cristo e la testimo­nianza più viva ed autentica della salvezza di Dio (8). 
1.5 Dalla «lettera» alla «vita» 
Trattando delle problematiche letterarie della missiva, Fabris rileva come la Lettera ai Filippesi possa essere considerata la «più epistolare» delle lettere paoline (9), nel senso che il testo attuale sarebbe il frutto di una composizione redazionale di più lettere (10). Questo accenno ci permette di indicare una possibile traccia (struttura) tematica, per favorire la comprensione della missiva in tutta la sua ricchezza. Ad una prima lettura il testo paolino presenta alcuni passaggi repentini che sembrano vere fratture nel corso della lettera (cf. Fil 3,1-2). Tuttavia molti commentatori fanno notare la presenza di alcune caratteristiche letterarie e tematiche che danno allo scritto una struttura unitaria.
Tra i temi più importanti vi è il lessico della «gioia/gioire» (charalchairein), presente nei primi due capitoli e nel quarto. Un secondo filone lessicale che attraversa l’intero scritto è quello del «sentire» (peronei) (11) come espressione di appartenenza ecclesiale ed invito all’unità. Questa unità viene espressa con maggiore forza mediante il linguaggio della «partecipazione». I termini più significativi sono: la «comunione» (Fil 1,5; 2,1; 3,10: koinonia), il «partecipare» (Fil 4,15: koinonein), l’essere «compartecipe» (Fil 1,7: sygkoinonos; Fil 4,13: sygkoinonein). Un terzo tema è quello della predicazione (keryssein; kataggellein) del Vangelo (euaggelion) o della «parola» (logos) o della «difesa» (apologia) del Vangelo. Si registrano diversi altri temi che si intersecano nel dialogo epistolare, quali il motivo della «cittadinanza» (politeuma), le ricorrenti espressioni metaforiche tratte dal linguaggio commerciale (guadagno, perdita, dare/ricevere; conto, saldare ecc.).
Nell’introdurci alla lettura della pericope di Fil 1,12-2,18 raccomandiamo una lettura integrale della lettera, come condizione preliminare per cogliere il messaggio vocazionale che Paolo affida ai suoi destinatari. Per tale ragione è opportuno riproporre un essenziale quadro tematico, in grado di orientare il lettore. Preferiamo riportare la seguente proposta di R. Fabris, articolata in sei unità (12):

–       I.  Fil 1,11: Prologo
§        Fil 1,1-2: prescritto
§        Fil 1,3-11: esordio

–       II. Fil 1,12-26: «Per me il vivere è Cristo» Proposizione tematica: Fil 2,12
§        Fil 1,13-20: La proclamazione di Cristo
§        Fil 1,21-24: «Vita e morte di Cristo»
§        Fil 1,25-26: «Il progresso e la gioia della fede»

–       III. Fil 1,27-2,18: «Questo sentite in voi»
§        Fil 1,27-30: «Vivere da cittadini degni del vangelo»
§        Fil 2,1-5.6-11: «Rendete piena la mia gioia con un mo­do di sentire unanime»
§        Fil 2,12-16: «Attuate la salvezza e fate tutto senza mor­morazioni»
§        Fil 2,17-18: «Gioite e condividete la mia gioia»

–       IV. Fil 2,19-30: «Abbiate in grande stima tali persone»
§        Fil 2,19-24: Elogio ed annuncio dell’invio di Timoteo
§        Fil 2,25-30: Elogio ed annuncio dell’invio di Epafrodito

–       V. Fil 3,1-4,1: «Diventate miei imitatori»
§        Fil 3,1: Invito a gioire nel Signore e formula di transi­zIOne
§        Fil 3,2-16: La scelta e il percorso di Paolo
§        Fil 3,17-21: Modello positivo da imitare e quello nega­tivo da evitare
§        Fil 4,1: Formula conclusiva: invito a restare saldi nel Si­gnore

–       VI. Fil 4,2-23: «Gioite sempre nel Signore»
§        Fil 4,2-9: serie di esortazioni
§        Fil 4,10-20: Espressioni di gioia e riconoscenza per il dono ricevuto
§        Fil 4,21-23: Poscritto – epilogo

  Per la nostra analisi, abbiamo inteso proporre la lettura analitica di Fil 1,12-2, 18 che corrisponde alla II e alla III unità indicata nella struttura. Tuttavia la lettura del testo implica la conoscenza dell’ intero movimento della Lettera e dei suoi messaggi. 
1.6 Le prospettive teologiche 
Un ultimo aspetto da puntualizzare riguarda le prospettive teologiche della Lettera. Considerando il contesto e i temi che vengono elaborati da Paolo, sembrano emergere tre principali prospettive teologiche: a) la prospettiva cristo logica; b) la prospettiva ecclesiologica; c) la prospettiva spirituale. 
a) la prospettiva cristologica
L’analisi dei contenuti epistolari fa emergere in modo evidente la centralità della riflessione teolo­gica sul mistero di Cristo, che riveste un ruolo determinante nell’argomentazione epistolare. Fin da Fil 1 Paolo colloca la sua situazione sub iudice in relazione alla volontà di Dio e all’immedesimazione con le sofferenze del suo Signore. Lasciato in carcere per il giudizio, consapevole delle difficoltà della Chiesa di Filippi e delle provocazioni che gli vengono da predicatori «con intenzioni non pure» (Fil 1,17), egli esorta i credenti a trovare nelle «catene per il Vangelo» la forza della testimonianza cristiana. Tutto ormai è affidato a Dio, in Cristo Ge­sù: sia che accada una condanna a morte, sia che egli possa continuare a vivere, Paolo è unito profondamente a Cristo (Fil 1,21). L’insegnamento è chiaro: l’esistenza di un credente si comprende solo nella scelta cristologica. La morte è ritenuta una «glorificazione», così anche il continuare a restare nella vita per il bene della Chiesa (cf. Fil 1,20.24).
In questo sviluppo esortativo si colloca il noto inno cristologico, con cui l’Apostolo invita i Filip­pesi ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5). La mirabile composizione innica di Fil 2,6-11 descrive l’abbassamento del Figlio di Dio (vv. 6-9) fino alla morte di croce e la sua «superesaltazione» nella gloria di Dio Padre (vv. 10-11). Tutto il mistero della salvezza è racchiuso nella preziosità dei termini e dei movimenti di questo testo-chiave della teologia neotestamentaria. I Filippesi devono cercare di interpretare il difficile tempo presente, vivendo come «cittadini degni del Vangelo» in attesa del «giorno di Cristo» (Fil 2,16). La sottolineatura escatologica ritorna nella testimonianza biografica dell’ Apostolo, che si definisce un uomo in corsa per «conquistare il premio»(cf. Fil 3,12-15) e nella conferma dell’attesa del «salvatore» che «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21). Rimanere saldi nella fede cristologica è l’invito rivolto ai cristiani di Filippi, perché la loro testimonianza sia nota «in tutta la terra» (Fil 4,5). 
b) la prospettiva ecclesiologica
Un secondo aspetto associato al motivo cristologico è costituito dall’identità della Chiesa e dalla sua situazione di sofferenza. L’Apostolo aveva avuto notizie dei problemi di divisioni che laceravano il tessuto comunitario (cf. Fil 2,2-4; 4,2-3) per via di alcuni oppositori, da cui lo stesso Paolo mette in guardia. Si tratta di gruppi diversificati: in Fil 3,2.18 allude a elementi giudaici, mentre in Fil 1,14- 15 a singoli predicatori che tendevano a mettere in cattiva luce la figura dell’ Apostolo prigioniero. Il pathos della lettera fa emergere uno straordinario amore nei riguardi della comunità macedone, che diventa una vera lezione di stile ecclesiale. La prospettiva cristologica non verte tanto sulla riflessione teorica intorno alla natura ecclesiale, quanto sulla ricchezza e sulla forza dell’esortazione al «sentire unanime» (to auto phronein). La Chiesa è esperienza di comunione e di fraternità: occorre superare le divisioni e le rivalità. Per questo Paolo vuole «rimanere in vita», per continuare ad essere di aiuto a tutti (cf. Fil 1,25). La responsabilità di costruire la comunità è affidata a ciascun credente, il quale è chiamato a condividere gli stessi sentimenti e a cercare il bene comune nell’unità del pensare (cf. Fil 2,4-5). In un contesto difficile come quello di Filippi, i cristiani sanno di comportarsi in modo irreprensibile e semplice, «senza mormorazioni e senza critiche, tenendo alta la Parola di vita» (Fil 2,14-16). Le figure che interagiscono nella dinamica ecclesiale si distinguono per l’amore solidale e la capacità di spendersi a favore degli altri: tali risultano essere i collaboratori quali Epafrodito, Timoteo, Evodia, Sintiche, Clemente. In Fil 4 l ‘Apostolo sottolinea il motivo della «partecipazione comunitaria» come vincolo ecclesiale. Egli sprona i credenti alla preghiera e alla partecipazione attiva per favorire il progresso di tutta la comunità. 
c) la prospettiva spirituale
Un ultimo aspetto da evidenziare è dato dalla profondità umana e spirituale con la quale l’Apostolo comunica i propri sentimenti ai Filippesi. Pur essendo in una situazione di prigionia, lontano dalla comunità e consapevole delle difficoltà che la Chiesa sta attraversando, Paolo rivela un animo sereno ed equilibrato. Egli vive un’unione così profonda con Cristo, fino ad affermare: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). Nel dialogo a distanza (Fil 2,12) l’Apostolo rincuora i cristiani e si fa sentire vicino alle loro difficoltà. Nella città di Filippi i credenti devono vivere come «cittadini del Vangelo» e non lasciarsi intimidire dagli avversari: Paolo è di esempio per tutti (Fil 1,30). Spicca nella Lettera la delicatezza spirituale con la quale l’Apostolo incoraggia i suoi collaboratori, ne esalta l’impegno, condividendo la fatica del servizio alla Chiesa. In modo particolare una lezione spirituale si registra nel discorso autobiografico di Fil 3, in cui egli presenta la sua vita e il cammino fatto in vista di Cristo (13). Paolo non si sente un uomo arrivato: la sublimità della conoscenza di Cristo lo ha spinto a lasciare ogni cosa e a correre verso la meta per arrivare al premio (Fil 3,14). Egli sperimenta la provvisorietà del momento presente e vive nella speranza del compimento del progetto di Dio sul proprio destino. L’azione della grazia ha reso Paolo un uomo pienamente rinnovato interiormente, in attesa dell’incontro finale con Cristo. Agli occhi dei Filippesi Paolo si presenta con una straordinaria statura spirituale che gli consente di esercitare la sua paternità anche stando «in catene» e vivendo lontano dai cristiani di Filippi. 

Conclusione 

Il percorso proposto ci aiuta a cogliere l’indole di questa singolare lettera di Paolo e il suo messaggio «vocazionale». Le suggestive immagini antitetiche e la forza dei sentimenti espressi nel dialogo epistolare fanno trasparire la grandezza teologica dell’Apostolo e la sua ricchezza spirituale. L’esistenza cristiana è considerata come un grande viaggio vocazionale, una chiamata al cammino verso la mèta: Gesù Cristo. Tutto ruota intorno al centro cristologico dell’annuncio e della testimonianza paolina, vissuta con parresia (cf. Fil 1,20). La persona dell’ Apostolo in catene diventa un «magistero» vivente per i cristiani di Filippi e per la Chiesa intera. Paolo insegna con la vita la speranza che si compie mediante il «grande viaggio» della Parola, di cui egli è stato costituito messaggero. La forza delle esortazioni rivolte ai cristiani di Filippi e la «gioia» che traspare nel dialogo epistolare non possono lasciare indifferente il lettore, ma lo coinvolgono in un processo di configurazione al mistero di Cristo. È questo il modo più efficace per entrare nel vivo della lettera ed accogliere con la mente e il cuore la sua radicale proposta.  

 NOTE
[1] Per un approfondimento della figura di Paolo nella prospettiva vocazionale, cf. R. PENNA, «Paolo», in, Dizionario Biblico della Vocazione, a cura di G. DE VIRGILIO, Editrice Rogate, Roma 2007,657-661.
[2] G. BARBAGLIO, «Alla comunità di Filippi», in Le lettere di Paolo, II, Boria, Roma 1980,533.
[3] Cf. G.F. HAWTHORNE, «Lettera ai Filippesi» in Diziona­rio di Paolo e delle sue lettere, a cura di G.F. HAWTHORNE, R.P. MARTIN, D.G. REm, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999,633.
[4] Cf. P. T. O’BRIEN, «Casa imperiale, casa di Cesare», in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 194-196; R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone (SOC II), Dehoniane, Bologna 2000, 12-17.
[5] Per una ricostruzione della situazione ecclesiale a Filip­pi, cf. G. BARBAGLIO, La Teologia di Paolo. Abbozzi informa epistolare, Dehoniane, Bologna 1999, 314-318.
[6] Per la descrizione degli avvenimenti e la loro contestualizzazione storica, cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 18-19.
[7] Cf. J. HERIBAN, Retto Phronein e Kenosis. Studio esege­tico su Fil 2,5.6-11 (Biblioteca di Scienze Religiose 51), Roma 1983; IDEM, «Per me vivere è Cristo», Parola Spirito Vita 5 (1982),203-223.
[8] Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 35-40.
[9] Idem,27.
[10] Cf. Idem, 24-25.
[11] Delle 23 ricorrenze del verbo phronein in Paolo, quasi la metà è attestata nella nostra lettera.
[12] Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 30-31.
[13] Cf. G. BARBAGLIO, La teologia di Paolo. Abbozzi in forma epistolare, 366-379.

GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO (la base paolina dello studio è notevole)

dal sito:

http://www.biblia.org/index.php/archivio/approfondimenti-culturali.html

APPROFONDIMENTI CULTURALI -XXXVII (ANNO XIX, N. 3)

GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO

‘FRAMMENTI’ PER UNA RICERCA’

Riproduciamo il testo dell’intervento svolto da Marco Tommasino nel corso del seminario estivo dedicato a Geremia. Per ragioni di spazio abbiamo dovuto tagliare la suggestiva cornice narrativa del testo,salvandone però integralmente il messaggio. Ce ne scusiamo con l’autore e lo ringraziamo per le sue riflessioni. Tommasino si presenta come un fisico e un informatico e non come teologo e biblista: gli amanti della Bibbia auspicano il moltiplicarsi di questi fisici e informatici.

Ringraziamenti
Ho dedicato questa ricerca ad alcune persone che con la loro vicinanza e amicizia continuano ad aiutarmi a rinnovare l’uomo interiore di giorno in giorno, mentre quello esteriore si va disfacendo [cfr.2Cor 4,16]. Questa è donata ai nuovi amici di Biblia, alla mia maestra di Bibbia, Eugenia Verna che ha il dono di annunciare la Parola, alla comunità di Bose per la lunga amicizia, e a Paolo De Benedetti da parte di mia nipote Alice.

DB ha capito il libro di Geremia
Il libro di Geremia è croce e delizia di esegeti e semplici lettori per la sua ‘non linearità’. Ma ormai è canonico: e quindi deve avere un suo senso compiuto. Il testo di Geremia trova una definizione della sua unità in questo pensiero di Bonhoeffer. Nella lettera ad Eberhard Bethge del 23 febbraio 1944 scrive:

… la nostra esistenza spirituale resta incompiuta. Tutto dipende ormai dal fatto se sia possibile ancora scorgere, sulla base della frammentarietà della nostra vita, in che modo era progettato e pensato il tutto, e di quale materiale sia fatto. Ci sono poi frammenti che ormai fanno parte solo della spazzatura (per i quali sarebbe troppo anche un « inferno » decoroso) ed altri che restano significativi attraverso i secoli, perché il loro completamento può essere solo affare di Dio, cioè frammenti che devono essere frammenti -penso ad esempio all’Arte della fuga [di J.S. Bach]. Se la nostra vita rispecchia anche solo da lontano un frammento di questo tipo, nel quale i diversi temi che si aggiungono sempre più numerosi si armonizzano almeno per un breve istante, e nel quale il grande contrappunto viene mantenuto stabilmente dall’inizio alla fine, sicché poi, dopo l’interruzione, al massimo si può intonare ancora il corale « Così mi avanzo davanti al tuo trono » -allora non dobbiamo lamentarci neppure della nostra vita frammentaria, ma dovremo anzi esserne contenti. Non mi esce più dalla testa il capitolo 45 di Geremia. Forse ti ricordi ancora di quel sabato sera a Finkenwalde, quando l’ho commentato? Anche qui, un frammento di vita -necessariamente tale - »ma la tua anima te la darò come bottino ».

Geremia & DB gemelli
Con quali prove?
Due anni fa ho capito che Geremia aveva influenzato profondamente il pensiero di Bonhoeffer. Dal vicariato a Barcellona nel 1928 fino a Tegel, alle soglie della fine, egli riprende più e più volte il pensiero di Geremia con una passione fortissima. Allora ho pensato: forse si può dire che c’è tra i due un legame più forte di un semplice interesse? Si può arrivare a dire che Geremia ha gettato il suo mantello nella storia ed è finito addosso a Bonhoeffer? O che Geremia è risuscitato dai morti?

Santi e profeti
Geremia è santo canonizzato, e Bonhoeffer? Nel 1998 a seguito di un rifacimento del transetto
ovest dell’Abbazia di Westminster, sono state poste dieci statue di martiri cristiani di ogni confessione che, nel passato recente, hanno dato la loro vita per il Vangelo. Tra di loro ci sono Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Massimiliano Kolbe e Oscar Romero. Anche lui ora gode di un certo riconoscimento ufficiale. Geremia è profeta, riconosciuto da tutti, anche da chi lo aveva rifiutato. E Bonhoeffer? Ma chi è il profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona: profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona:
Un profeta è un uomo che si sa preso da Dio e chiamato in un momento determinato, sconvolgente della sua vita, ed ora non può più fare altro che andare in mezzo agli uomini e annunziare la volontà di Dio. La vocazione è diventata il punto di svolta della sua vita, e per lui c’è ancora soltanto una cosa, il seguire questa vocazione, ammesso pure che questa lo porti all’infelicità e alla morte. Così dice Amos (3,8): « Il Signore Iddio parla, chi può non profetare? ».

Profeti in un tempo di crisi
Qual è il tempo in cui hanno vissuto Geremia e DB? Un tempo di crisi. Un’epoca in cui Dio vaga
senza meta per il suo regno gridando: « Consolatemi, consolatemi, o mio popolo » perché il suo popolo va verso la Shoà. Egli è come Rachele, che « piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata perché non sono più » (Ger 31,15). È un tempo in cui il Signore dice ai suoi profeti: « Ecco, vi metto le mie parole sulla bocca./Ecco, oggi vi costituisco/sopra i popoli e sopra i regni/per sradicare e demolire,/per distruggere e abbattere,/per edificare e piantare » (Ger 1,10). Geremia e DB vivono nello stesso tempo storico, un tempo di Shoà: la prima e l’ultima.

Frammenti di storia
Uno sguardo alle biografie fa intravedere rassomiglianze e parallelismi.
Prima di tutto l’amico/discepolo/segretario. Tutti i due hanno un compagno di vita e di lotta e che si occupa di trasmettere pensieri e racconti di vita: Baruch e Eberhard Bethge. A entrambi viene lasciato un viatico: a te darò la vita come bottino (Ger 45,4). Geremia deve rinunciare a esercitare il sacerdozio, come avrebbe richiesto il suo stato di famiglia. Bonhoeffer non sarà mai pastore in una parrocchia tedesca. I contrasti con le autorità civili e religiose sono continui, i due tendono a isolarsi. Non in una torre d’avorio, ma perché devono annunciare una parola che non ammette sconti, nemmeno per loro stessi. Geremia è insidiato dalla sua stessa famiglia: gli uomini di Anatòt attentano alla sua vita dicendo: « Non profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra » (Ger 11,21). Il sacerdote e sovrintendente-capo del tempio Pascùr lo fa fustigare e lo imprigiona, dopo l’episodio della brocca spezzata (Ger 20,2). I sacerdoti e i profeti chiedono per lui una sentenza di morte, perché aveva osato predicare nel
tempio, ricordando la fine del santuario di Silo (Ger 26,1-11). È accusato di disfattismo e tradimento: « Tu passi ai Caldei! » (Ger 37,13). È imprigionato più volte (Ger 20,2; 32,2;37). A Bonhoeffer nel 1936 viene ritirata l’autorizzazione all’insegnamento universitario. Nel settembre del 1940 gli viene vietato di parlare in pubblico ed è obbligato a segnalare i propri movimenti alla polizia « a motivo della sua azione disgregatrice in mezzo al popolo ». Nel marzo
del 1941 riceve il divieto di stampare e pubblicare. Il 5 aprile 1943 è arrestato.

La vocazione
Dice Geremia:
Mi fu rivolta la parola del Signore:
« Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,/prima che tu uscissi alla luce,/ ti avevo consacrato;/ti ho stabilito profeta delle nazioni » (Ger 1,4-5). Bonhoeffer nutrì il desiderio di divenire pastore e teologo fin da bambino, e lo mantenne finché non l’ebbe realizzato. Ma quando capì che la sua vita al servizio diretto di Dio non sarebbe stata « un’esistenza silenziosa e quieta da pastore » come quella pensata da suo padre?
A 22 anni, mentre era vicario a Barcellona, così egli si dichiara:
Ogni parola deve esser detta dal presente per il presente, e se non sempre nella forma più esplicita, tuttavia in modo sufficientemente chiaro per l’osservatore dei nostri giorni. Siamo uomini del XX secolo e dobbiamo, ci piaccia o no, adattarci a questo fatto, o piuttosto dobbiamo avere tanto amore per questo nostro tempo, per questa nostra generazione, da esserle solidali nella miseria e nella speranza. È sufficiente questo per capire quale sarebbe stata la sua via. Ancora nella stessa conferenza dedica ampie parti al dramma di Geremia: Colui che era legato al suo popolo con amore bruciante, doveva sperimentare il carcere come un vigliacco o un disertore, poi la completa emarginazione con l’esser gettato in una profonda cisterna, finché accadde quello che egli aveva profetizzato: Gerusalemme cadde, in un attimo fu conquistata, il tempio distrutto, la famiglia del re giustiziata, e il popolo portato in prigionia, lontano dalla terra tanto celebrata, dal tempio, dalla patria che il Signore gli aveva dato. L’ultima parola che il vegliardo Geremia riceve da Dio, è sconsolata: « Ecco: ciò che ho costruito, Io lo demolisco, ciò che ho piantato, Io lo sbarbo… e tu pretendi grandi cose per te? » (Ger 45,4 s.). Dio stesso soffre: come può allora un uomo lamentarsi del dolore! … Si era alla fine, i profeti erano stati sconfitti, la tragedia della loro vita era compiuta, il sipario calava, il quinto atto era finito; eppure nella notte che aveva fatto irruzione, si annunciava già da lontano l’albeggiare di un giorno… Ancora torna la vita di Geremia nell’omelia Dolore della vocazione, a Londra nel ’34, in cui medita una confessione di Geremia (Ger 20,7: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza, ed hai vinto »). E Geremia era fatto della nostra carne e sangue, era un uomo come noi. Soffre delle continue umiliazioni, dello scherno, della violenza, della brutalità degli altri, e così infatti, dopo una tortura straziante, durata tutta una notte, si sfoga in questa preghiera: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza, ed hai vinto ». Dio, tu hai voluto utilizzarmi per le tue azioni. Mi hai teso insidie, non mi hai più lasciato libero, all’improvviso, nei punti più impensabili, mi hai tagliato la strada, mi hai attirato e affascinato, ti sei reso docile e disponibile il mio cuore, mi hai parlato del tuo desiderio e del tuo amore eterno, della tua fedeltà e della tua forza; quando cercavo la forza, tu mi rafforzavi, quando cercavo un appiglio, tu mi sostenevi, quando cercavo il perdono, tu mi perdonavi la colpa. … Mi hai catturato come uno sprovveduto, ed ora non posso più liberarmi, ora mi trascini via, come tua preda, mi leghi insieme ad altri al tuo carro di trionfo e ci trascini al tuo seguito, perché partecipiamo al tuo trionfo, strapazzati e torturati. Potevamo saperlo che il tuo amore è così doloroso, la tua grazia così dura? … Migliaia di membri della chiesa e di pastori oggi nella chiesa del nostro paese corrono il pericolo della repressione e della persecuzione a causa della loro testimonianza per la verità. Non sono andati a cercarsi questa strada per ostinazione e arbitrio, ma vi sono stati portati, sono stati costretti a percorrerla. Spesso contro la loro volontà, contro la loro carne e sangue, perché Dio aveva loro fatto violenza, perché non riuscivano più a resistere a Dio, perché dietro di loro si era chiusa una porta, ed essi non potevano più tornare indietro rispetto alla parola di Dio, al suo appello, al suo comando. Frequentemente desideravano godere interiormente di pace, quiete e silenzio, di non esser più costretti ad ammonire, minacciare, protestare, o testimoniare la verità. Ma erano costretti: guai a noi se non predicassimo il Vangelo! « O Dio, perché ci sei così vicino? ». Il non potersi più liberare da Dio: ecco l’inquietudine angosciosa di ogni vita cristiana.

La grande rinuncia
Dio chiede ai suoi una rinuncia senza sconti.
Geremia Mi fu rivolta questa parola del Signore: Non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo … (Ger 16,1-2). A Geremia è richiesto il celibato. È la prima volta nell’AT. Ma non è una scelta semplice. Tre volte piange perché cesseranno nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa (Ger 7,34; 16,9; 25,10). Sì, il profeta ha obbedito al comando del Signore, ma gli è rimasta una grande nostalgia. …/ Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo! …/A questo punto mi sono destato e ho guardato; il mio sonno mi parve soave (Ger 31,22.26). È forse uno dei semi del Cantico di Cantici? Ed ecco prorompere tra le profezie di salvezza il canto di gioia per quello che gli è negato. Dice il Signore: In questo luogo, di cui voi dite: Esso è desolato, senza uomini e senza bestiame; nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, che sono desolate, senza uomini, senza abitanti e senza bestiame, si udranno ancora voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa … (Ger 33,10-11). La storia di DB è molto più triste. Nel 1941 scrive a Erwin Sutz un inno all’amore sponsale: Negli anni passati ho scritto parecchie lettere per le nozze di qualcuno dei fratelli … In tutti casi la caratteristica principale di questo avvenimento che era sempre dato dal fatto che uno si arrischi, in questi tempi ‘ultimi’ a fare un passo di questo genere, in cui si dice di sì alla terra e al suo futuro. In tutti questi casi mi era chiarissimo che si può fare questo passo da cristiani solo se realmente ci si fonda su una fede forte e sulla grazia. Poiché proprio in mezzo alla rovina si può costruire; proprio quando si vive ora per ora, giorno per giorno, si vuol costruire un futuro; proprio quando si è scacciati dalla terra, si vuol costruire uno spazio, che in mezzo alla generale miseria sia uno spazio di felicità. E ciò che è sbalorditivo è che Dio consente questa singolare aspirazione, che Dio consente al nostro volere, mentre dovrebbe essere piuttosto il contrario. Per cui il matrimonio diventa qualcosa di interamente nuovo, di forte, di splendido per noi che vogliamo essere cristiani in Germania. …
Ma soprattutto ha scoperto e vissuto l’amore per Maria, un amore forte, pieno di speranza. Non ben visto dalla famiglia di lei, riesce a superare anche questo ostacolo. Ecco quello che viene dal profondo del suo cuore, nell’agosto del ’43: Tu non puoi immaginare che cosa nella mia attuale situazione significhi l’avere te. Sono sicuro che qui c’è la guida speciale di Dio…Ogni giorno resto sorpreso per quanto immeritatamente io abbia ricevuto questa felicità, e ogni giorno sono profondamente commosso pensando a quale dura scuola Dio ti abbia condotto in questo ultimo anno. E ora il suo volere sembra sia che io debba arrecarti dolore e sofferenza… in modo tale che il nostro reciproco amore possa acquisire le giuste basi e la giusta capacità di resistenza (endurance). Quando dunque penso alla situazione del mondo, alla totale oscurità che circonda il nostro destino personale e alla mia attuale detenzione, allora credo che la nostra unione può essere solo un segno della grazia e della bontà di Dio, che ci chiama alla fede. Saremmo ciechi se non lo vedessimo. Nel momento del grande bisogno del suo popolo, Geremia dice: « In questo paese si debbono ancora comprare case e campi » (Ger 32,15), un segno della fiducia nel futuro. È qui che è in gioco la fede. Possa Dio donarcela ogni giorno … Ma, all’inizio di giugno, la verità si fa strada nella poesia Passato inviata a Maria, una delle sue confessioni: « Te ne sei andata, amata felicità e dolore duramente amato,/che nome ti darò?… ». Io credo che a questo punto Bonhoeffer abbia pensato anche lui: Mi hai ingannato, Signore, e io mi sono lasciato ingannare; mi hai fatto forza e hai prevalso (Ger 20,7). Però insiste e protesta: « Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/di ritorno,/il mio passato,/te! ». La risposta che posso immaginare è dura: « Se, correndo con i pedoni, ti stanchi,/come potrai gareggiare con i cavalli?/Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica,/che farai nella boscaglia del Giordano? (Ger 12,5) « Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò/e starai alla mia presenza; …/io sarò con te/per salvarti e per liberarti./Oracolo del Signore. Ti libererò dalle mani dei malvagi/e ti riscatterò dalle mani dei violenti » (Ger 15,19-21).
Ma l’esito finale è purtroppo un altro.

Il ‘riv’
Geremia: una protesta contro la sofferenza si intitola un bel commento di Henry Mottu. Sì, Geremia discute continuamente con Dio e lo chiama a testimone del male che lo circonda e del
dolore che gli provoca l’essergli fedele. Tu sei troppo giusto, Signore, / perché io possa discutere con te; / ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. / Perché le cose degli empi prosperano? (Ger 12,1) Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio? (Ger 15,11)
Non essere per me causa di spavento, / tu, mio solo rifugio nel giorno della sventura (Ger 17,17). Prestami ascolto, Signore, / e odi la voce dei miei avversari. / Si rende forse male per bene? / Poiché essi hanno scavato una fossa alla mia vita. / Ricordati quando mi presentavo a te, / per parlare in loro favore, / per stornare da loro la tua ira (Ger 18,19-20). Mi dicevo: « Non penserò più a lui, / non parlerò più in suo nome! ». / Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa (Ger 20,9). In DB la protesta, mi sembra che abbia un altro taglio. È il carattere della persona che è diverso? O anche perché tra i due su cui il « verbum Domini factum est » (così più di 40 volte la Vulgata traduce ‘la parola del Signore fu rivolta a Geremia’) c’è stata, storicamente, la Parola di Dio fatta carne?

Ancora dalla poesia Passato:
…/È come se con tenaglie roventi mi si strappassero/ brani di carne,/ quando tu, mia vita passata, veloce ti allontani./ Dispetto ed ira mi assale, pongo domande furiose e vane./ Perché? perché? perché? ripeto./ Se i miei sensi non ti possono trattenere,/ vita che passi, che sei passata,/ io voglio pensare e ancora pensare,/ finché troverò ciò che ho perduto./ … Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/ di ritorno,/il mio passato,/ te!/… Dalla poesia ‘Chi sono io? sempre del 8 luglio 1944: « Chi sono? Questo porre domande da soli è derisione./ Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio! »

Per edificare e piantare
Ecco, oggi vi costituisco sopra i popoli e sopra i regni … per edificare e piantare (cfr. Ger 1,10). Geremia ha lasciato profonde parole di speranza al suo popolo: per un futuro storico abbastanza vicino. Voglio soffermarmi in particolare sulla cosiddetta lettera agli esiliati (Ger 29): Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da
Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie; costoro abbiano figlie e figli. Moltiplicatevi lì e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere (Ger 29,4-7). Anche Bonhoeffer ha lasciato molte tracce per il cammino della chiesa e dei singoli credenti. Mi soffermo su una delle sue ultime riflessioni dal carcere. Il giorno seguente al fallito attentato a Hitler, il 21 luglio 1944, egli scrive ad Eberhard Bethge queste sconvolgenti righe:

Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà [essere in questo mondo] della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi -un santo, un peccatore pentito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano -, e questo io chiamo essere-aldiquà [essere in questo mondo], cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità -allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani (cfr. Geremia 45). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita [nella vita di questo mondo] partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.

Padre, è giunta l’ora
Resistenza e sottomissione.
Ecco il ‘sia fatta la tua volontà’ di Geremia. … Geremia rispose a tutti i capi e a tutto il popolo: « Il Signore mi ha mandato a profetizzare contro questo tempio e contro questa città le cose che avete ascoltate. Or dunque migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e ascoltate la voce del Signore vostro Dio e il Signore ritratterà il male che ha annunziato contro di voi. Quanto a me, eccomi in mano vostra, fate di me come vi sembra bene e giusto … (Ger 26,12-14). Nella poesia La morte di Mosè del settembre 1944 DB aveva già ricapitolato tutta la sua vita. Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri,/ Dio, questo popolo io l’ho amato./ Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi/e aver scorto la sua salvezza: questo mi basta./ Reggimi, prendimi! Il mio bastone s’incurva,/ preparami la tomba, o fedele Iddio. Con la poesia Delle potenze benigne del 19 dicembre 1944, scritta alla fidanzata e ai famigliari, egli annuncia la sua sottomissione completa al Signore: …/oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite/la salvezza per la quale ci hai creato./E tu ci porgi il pesante calice, amaro,/della sofferenza, ripieno fino all’orlo,/e così lo prendiamo grati, senza tremare/dalla tua buona e amata mano./E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,/per questo mondo e lo splendore del suo sole,/e allora vogliamo ricordare ciò che è passato/ e così appartiene a te la nostra intera vita./…
Ora DB aspetta solo di essere innalzato. La sua ultima parola è: « È la fine, per me l’inizio della vita ». Il richiamo immediato è a quello che Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Io sono frumento di Dio e sono macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo ».

La morte
La morte di Geremia e Bonhoeffer non è come quella di Mosè, che « morì sulla bocca del Signore » che poi lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor (cfr. Dt 34,6). Ma di tutti e due è chiara la scelta:/Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato … (Es 32,32). Geremia
Leggiamo nella Bibbia:
Così egli [Geremia liberato dai babilonesi] rimase in mezzo al popolo (Ger 39,14b). Allora Geremia andò in Mizpà da Godolia figlio di Achikàm, e si stabilì con lui in mezzo al popolo che era rimasto nel paese. (Ger 40,6). Giovanni figlio di Kàreca e tutti i capi delle bande armate e tutto il popolo non obbedirono all’invito del Signore di rimanere nel paese di Giuda… e andarono nel paese d’Egitto, non avendo dato ascolto alla voce del Signore, e giunsero fino a Tafni [portando con sé a forza Geremia] (Ger 43,4.7).
Come muore Geremia? La Bibbia non lo dice.
L’apocrifo Vite dei profeti racconta: Geremia era di Anatot e morì a Dafne in Egitto, lapidato dai suoi concittadini.
Dove è sepolto? Ancora leggiamo nelle Vite dei profeti:
[Geremia] Riposa nel perimetro del palazzo di Faraone, poiché gli Egiziani lo onorarono per aver ricevuto del bene da lui.
Bonhoeffer è portato a Flossenbürg. Il 5 aprile del 1945 Hitler aveva definito la lista dei congiurati che dovevano assolutamente essere eliminati: tra di essi il suo nome. L’esecuzione ha luogo lunedì 9 aprile, dopo la domenica in Albis, e se ne hanno solo testimonianze indirette. I condannati vengono appesi, nudi, a un gancio e strangolati. Anche lui muore sospeso tra cielo e terra, come il suo Signore. dove sono? Forse Geremia è nelle sabbie del deserto. E Bonhoeffer, insieme a tanti in quell’ora, forse « passati per un camino, ora sono nel vento ». Solidali fino in fondo con il loro popolo tanto amato, anche nella polvere.

Tu, Geremia, il profeta più solo
Prima di lasciare la conclusione a Geremia, tento di riassumere questi miei « frammenti » con
queste variazioni su una poesia di David Maria Turoldo: Tu, Geremia, il profeta più solo,/ sei dell’autentica chiesa la voce;/ annuncio di Cristo come nessuno,/ di quanti oggi puoi esser figura?/Certo, del nostro fratello più vero/ Dietrich Bonhoeffer il pastore,/ solidale con il suo popolo e con la/ chiesa per cambiarne il cuore./Chiesa, voi chiese, popoli tutti/godete e tremate:/è stato Dio, è tutto da Dio! …/O vocazioni assolute e terribili,/questi destini assurdi e terribili!/Tu -voce antica -già scelto dall’utero/ sedotto da quando eri un fanciullo/ e lui a te gemello in Cristo:/ più che dall’uomo uccisi da Dio.

l’ultimo « riv »
Parole di Geremia al suo Signore:
Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te;/ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla tua giustizia,/ vorrei fare un ultimo « riv »:/ci hai preso nelle tue mani,/ci hai plasmato nel ventre di nostra madre/ ci hai consacrato, benedetto,/ ci hai spezzato con prove
e dolori,/ ci hai dati agli uomini come profeti./Perché? perché? Lammah?/Dio, Dio nostro, perché ci hai abbandonati?/

Parole del Signore a Geremia e DB:
Mi chiedete questo proprio voi che/ invece di patire per le vostre sofferenze,/ avete preso parte alla mia sofferenza/nella vita del mondo?/A me che ho abbandonato la mia casa,/ho ripudiato la mia eredità;/ho consegnato ciò che ho di più caro/nelle mani dei suoi nemici?/A me, che ho consegnato il mio Figlio tanto amato,/ l’unigenito, che era tutta la mia gioia,/ nelle mani degli empi, voi domandate perché?/ Nel giorno dell’angoscia il Signore vi risponde,/ infatti così è stato detto:/ Mi invocherà e gli risponderò: con lui sono nell’angoscia./Mi sono caricato delle vostre sofferenze,/mi sono addossato i vostri dolori./Nella vostra angoscia sono anche io angosciato./Ma ora tutto il vostro passato io vi rendo/-oracolo del Signore -,/ bruciato nella fiamma del mio amore,/e vi farò dono della vita come bottino,/ la mia vita per i secoli dei secoli. Amen.

Marco Tommasino

S. Giuseppe, S. Paolo, Paolo VI e il Vescovo dell’Eucaristia

dal sito:

http://www.madredelleucaristia.it/ita/art39it.htm

S. Giuseppe, S. Paolo, Paolo VI e il Vescovo dell’Eucaristia

Veglia per la festa del sacerdozio del 13 marzo 2004

Nessuno può amare pienamente Dio e i fratelli se non è attaccato a Gesù Eucaristia. Chiunque rinnega se stesso e prende la sua croce assomiglia sempre di più a Cristo e vola ad altezze spirituali inimmaginabili. Il Vescovo ordinato da Dio ama profondamente l’Eucaristia e ne ha fatto la ragione principale del suo ministero sacerdotale. Chi vive in grazia e si nutre alla Fonte della vita ha le stesse qualità del Cristo e percorre lo stesso cammino, ostacolato alcune volte dalle cattiverie degli uomini che non comprendono i disegni di Dio. L’intensa vita spirituale e le virtù del nostro Vescovo sono presenti in tre grandi santi che hanno posto al centro della loro vita l’Eucaristia, difendendola e proteggendola dai nemici di Dio. È sorprendente vedere la somiglianza, i punti di contatto e lo stesso amore per Dio e il prossimo che accomunano il nostro Vescovo a S. Giuseppe, a san Paolo e a Papa Paolo VI.
Mons. Claudio Gatti ama profondamente questi tre grandi uomini perché, prima di lui, hanno protetto e amato il tesoro più prezioso: l’Eucaristia.

IL RAPPORTO CON L’EUCARISTIA

S. Giuseppe – S. Giuseppe è il santo più grande dopo la Madre dell’Eucaristia: Dio lo ha collocato così in alto e gli ha dato il titolo di « Santo Custode dell’Eucaristia », poiché è stato particolarmente premuroso e attento nel custodire e adorare Gesù durante la sua vita terrena. Nella lettera di Dio del 2 marzo 2002 la Madre dell’Eucaristia ci ha rivelato un fatto mai conosciuto in duemila anni di storia della Chiesa: « Quando Gesù è morto, il mio amato sposo era accanto a me, spiritualmente parlando, e mi aiutava con le sue dolci parole come aveva sempre fatto durante la vita ». E il 3 marzo ha continuato: « Ieri, ho iniziato a parlarvi del mio amato sposo Giuseppe e vi ho detto che lui era presente durante la passione, la morte e la risurrezione di Gesù; era accanto a me e mi aiutava e mi sorreggeva ». S. Giuseppe è rimasto sempre vicino a Gesù.

S. Paolo – Lo stesso amore per l’Eucaristia è stato al centro della vita di S. Paolo. Egli affermava che ci deve essere unione tra i servi di Dio, essi devono costruire l’edificio del Signore senza antagonismi. L’edificio si fonda sull’Eucaristia, unico vero fondamento, e Paolo ammoniva i costruttori ad edificarlo correttamente, cioè rimanendo perfettamente fedeli agli insegnamenti di Cristo. Paolo viveva intensamente la celebrazione della S. Messa ed era cosciente di non poter far nulla senza l’aiuto dell’Eucaristia: « Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi » (II Cor 4,7).

Paolo VI – Nella vita di Paolo VI domina l’Eucaristia. Per Papa Montini in Essa « è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa ». Nell’Enciclica « Mysterium Fidei » definisce l’Eucaristia la « Medicina dell’immortalità ».
Paolo VI, durante il suo pontificato, aveva avuto il sentore che qualcosa si stava insinuando nella Chiesa e andava ad intaccare il bene più prezioso di un cristiano: l’Eucaristia. « Il fumo di satana è entrato nel tempio di Dio », disse in un discorso. L’obiettivo dell’Enciclica Mysterum Fidei, infatti, era di smentire in modo fermo e deciso le opinioni di alcuni che mettevano in dubbio la centralità dell’Eucaristia nella Chiesa. Paolo VI sottolinea che nell’Eucaristia, per la transustanziazione, Gesù è realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie del pane e del vino e che la presenza reale perdura anche al di fuori della S. Messa, per cui l’Eucaristia deve essere conservata in modo dignitoso e deve esserle reso il culto dovuto con l’adorazione.
Monsignor Pasquale Macchi, suo segretario particolare, scrive: « Desidero rivelare che mai si privò della celebrazione della S. Messa, neanche nei giorni di malattia, eccetto in occasione dell’intervento chirurgico del 1967. Il Papa seguì anche l’ultima S. Messa della sua vita con intensa devozione e al momento della Comunione egli si protese verso l’Eucaristia « come la cerva anela alle sorgenti delle acque ». Paolo VI abolì il latino dalla liturgia della S. Messa proprio per farla seguire ed amare di più dai fedeli e li esortò a partecipare quotidianamente al sacrificio eucaristico.

Vescovo dell’Eucaristia – Il Vescovo Mons. Gatti ha fatto dell’Eucaristia il centro della propria vita pastorale, riuscendo a raggiungere alte vette spirituali e a dare tutto se stesso alle anime. Egli parla dell’Eucaristia con un tale trasporto che le sue parole arrivano al cuore di chi le ascolta. Il Vescovo, come dovrebbe fare ogni sacerdote della Chiesa, ha basato la sua vita sulla S. Messa che è la forma più grande di preghiera che ci avvicina al Signore, ed ha cercato di portare un rinnovamento, un maggiore amore e una fede più ardente nei riguardi dell’Eucaristia.
Il Vescovo ha fatto dell’Eucaristia la sua ragione di vita ed ha pagato in prima persona per difenderla dagli attacchi dei nemici di Dio.

L’ANSIA APOSTOLICA E LA PREDICAZIONE

S. Paolo – Per S. Paolo la centralità della predicazione è Cristo. Leggiamo nella seconda lettera ai Corinzi: « Noi, infatti, non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù » (II Cor. 4; 5). L’amore grande che ha avuto S. Paolo verso Gesù, lo ha spinto a predicare il S. Vangelo affrontando persecuzioni, sofferenze e fatiche. L’ansia della predicazione della Parola di Dio traspare dall’incisività delle sue parole. Suo unico desiderio è annunciare Cristo con coerenza e chiarezza e non vuole abbagliare con parole forbite i suoi fedeli per trovarne il plauso o per far emergere la propria persona: « Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai se non predicassi il vangelo! » (I Cor 9,16).
L’efficacia e la forza della predicazione di Paolo, che ha portato alla Chiesa grandi frutti spirituali, derivano dalla sua profonda unione con Cristo, dalla presenza della grazia di Dio che ha sostenuto la sua missione d’evangelizzazione: « Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza » (II Cor 3,5).

Paolo VI – La stessa ansia apostolica è stata sempre presente in Paolo VI. Papa Montini ha avuto il difficile compito di portare avanti tre delle quattro sessioni del Concilio Vaticano II ed è stato costretto a prendere decisioni importanti che ha cercato di imporre, mosso dal suo grande amore per la Chiesa e dalla consapevolezza che qualcosa andava cambiato. Tutto ciò lo ha portato ad essere amato e odiato allo stesso tempo. A tale proposito nell’enciclica Ecclesiam suam si denota la preoccupazione di Paolo VI di far sì che la Chiesa si adatti alle circostanze storiche e sociali in cui svolge la propria missione. Essa deve cercare una forma di dialogo e d’apertura verso la civiltà contemporanea per raggiungere più facilmente il cuore di chi è lontano da Cristo, ma questo non deve tradursi in un’attenuazione o in una diminuzione della Verità; l’apostolato non può arrivare ad un compromesso rispetto ai principi di pensiero propri della professione cristiana. Solo rimanendo sempre fedeli alla dottrina di Cristo si può esercitare l’apostolato con forza e vigore.

Vescovo dell’Eucaristia – Il gran desiderio che ebbero S. Paolo e Paolo VI di annunciare Cristo agli uomini è lo stesso che tutti noi abbiamo riscontrato nel nostro Vescovo. La diffusione della conoscenza e dell’amore verso l’Eucaristia, la predicazione della Parola di Dio sono impegni che Mons. Claudio ha sempre cercato di portare avanti, con la forza e l’autorità che gli competono. È stata sempre sua ferma convinzione che avvicinare i fratelli lontani da Cristo non vuol dire scendere a compromessi, ma spiegare alle anime l’importanza della vita di grazia, una vita che comporta sacrifici ed un notevole impegno.
Troviamo nelle parole del Vescovo la sua grande ansia apostolica: « Quando la Madonna ci comunica che anche in altre parti si fanno gli incontri biblici, io provo una grande gioia perché l’ansia del vero sacerdote è che Cristo sia conosciuto, perché quando è conosciuto, è talmente forte, simpatico e vivo che non si può non amare. Si ama il Cristo che si conosce, non si ama il Cristo che non si conosce. Il sacerdote deve cercare di portare avanti quest’ansia e trasfonderla negli incontri biblici che devono essere desiderati, preparati, alimentati dalla meditazione e dalla preghiera e devono essere accompagnati dalla presenza dell’Eucaristia, che, sola, può renderli vivi e vitali, per questo non si può scindere la Parola di Dio dall’Eucaristia ».
Spesso la Madonna ci ha ripetuto: « Avete conosciuto fino in fondo Gesù Eucaristia, questa conoscenza è frutto dell’amore del vostro Vescovo, il Vescovo dell’Eucaristia, il Vescovo del Vangelo; di ogni rigo del S. Vangelo ne fa un poema » (Lettera di Dio, 1 gennaio 2000).

L’UMILTÀ

S. Giuseppe – S. Giuseppe è un autentico esempio di umiltà. Quando la Sacra Famiglia appare alla nostra sorella Marisa, lei ci racconta che S. Giuseppe si colloca sempre un passo indietro rispetto a Gesù e alla sua sposa, ed è sempre la Madre dell’Eucaristia che lo invita a fare un passo in avanti per mettersi al suo fianco. Giuseppe è stato chiamato da Dio a custodire Gesù durante la vita terrena e a questo compito ha risposto con un amore immenso. Ha vissuto il ruolo di sposo e di padre putativo con maturità e responsabilità, perché si è preparato con profonda umiltà a vivere i compiti che Dio gli ha affidato.
L’amore di S. Giuseppe è stato alimentato dall’umiltà, egli ha raggiunto le più alte vette spirituali perché ha vinto il proprio io, ha dominato l’orgoglio ed è vissuto sereno e fiducioso nel nascondimento. Ha riservato il primo posto a Dio, collocando il prossimo immediatamente dopo e tenendo per sé l’ultimo posto.

S. Paolo – S. Giovanni Battista diceva: « Cristo deve crescere e io diminuire ». S. Paolo ha applicato alla lettera questo insegnamento in tutta la sua vita. L’umiltà è anche sincerità e verità, l’apostolo dichiarava apertamente di essere stato chiamato da Dio e di avere dei doni, ma ammetteva prontamente che questi gli venivano da Dio e non da lui. Infatti, nella prima lettera ai Corinzi S. Paolo scrive: « Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio » (I Cor 2,3-5).

Paolo VI – Fra le molte qualità di Paolo VI c’erano sicuramente l’umiltà e la semplicità. Nel Natale del 1957 donò per la costruzione di nuove chiese ciò che di più caro conservava della sua consacrazione episcopale: una stupenda croce pettorale d’oro massiccio con gemme e un anello pastorale con un grosso brillante, dono della nobiltà romana. All’arcivescovo di Milano, futuro Pontefice, piacevano le cose semplici, abolì tutto ciò che non serviva a dare gloria a Dio, ma solo agli uomini, compresa la sedia gestatoria. Sotto il suo pontificato i paramenti liturgici, infatti, persero i ricchi pizzi e tutto ciò che era ridondante e superfluo, affinché si raggiungesse una religiosa sobrietà. Ai vescovi del Concilio Vaticano II donò un anello episcopale molto semplice e privo di pietre preziose: questo gesto inaugurò un nuovo stile. Nel suo testamento scrisse: « I miei funerali siano pii e semplici. La tomba amerei che fosse nella vera terra, con umile segno che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me ».

Vescovo dell’Eucaristia – Essere umili, come ci ha insegnato il nostro Vescovo, non vuol dire rinnegare le proprie qualità. L’umile è colui che riconosce la grandezza dei doni che riceve dal Signore e li mette al servizio del prossimo. Il Vescovo ha sempre affermato che senza l’aiuto di Dio non sarebbe mai riuscito ad andare avanti nella grande missione, non ha mai confidato in se stesso, ma nella forza che scaturisce dall’Eucaristia. Egli ci ha invitato a ringraziare Dio per gli insegnamenti profondi che ci trasmette, perché è il Signore che lo ispira. Il Vescovo ci ha sempre insegnato che Dio deve trionfare, non gli uomini, per questo ha scelto delle insegne episcopali dignitose, ma semplici, evitando tutto ciò che può servire solo ad alimentare la vanità umana.

LA PUREZZA

S. Giuseppe – Il giglio è un fiore che descrive il candore e la bellezza dell’anima di S. Giuseppe che ha offerto la sua purezza a Dio.
I puri ricordano la condizione definitiva e finale dell’uomo, ad un mondo che si immerge sempre più nei piaceri disordinati della carne: « Sarete come angeli di Dio nel cielo » (Mt 22,30).
La purezza permette all’uomo di vivere con Dio una relazione più intima e di dedicarsi in modo generoso al servizio dei fratelli, distaccandosi dalle inclinazioni negative. S. Giuseppe è stato pronto e felice di offrire a Dio il giglio della sua purezza, lo stesso giglio che poi con Maria ha offerto di nuovo durante gli anni della vita coniugale.

S. Paolo – « Tutto è puro per i puri, ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro » (Tt 1,15). S. Paolo ha sempre esortato i suoi figli spirituali e le comunità a vivere in maniera casta rispettando e amando il proprio corpo. « Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto non come oggetto di passioni e libidine » (I Ts 4,3). « Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio e che non appartiene a voi stessi? » (I Cor 6,18-20).

Paolo VI – L’importanza della purezza per Paolo VI emerge chiaramente dall’enciclica, « Sacerdotalis Caelibatus », nella quale parlando del celibato dei sacerdoti, afferma che tale è la condizione che noi tutti avremo in Paradiso: « Il prezioso dono divino della perfetta continenza per il Regno dei Cieli costituisce un segno particolare dei beni celesti, annunzia la presenza sulla Terra degli ultimi tempi della salvezza con l’avvento di un mondo nuovo e anticipa in qualche modo la consumazione del regno, affermandone i valori supremi che un giorno rifulgeranno in tutti i figli di Dio. È perciò una testimonianza della necessaria tensione del popolo di Dio verso l’ultima meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare lo sguardo alle cose superne ».

Vescovo dell’Eucaristia – Per il Vescovo la purezza ha sempre rappresentato uno dei cardini della sua vita di uomo e sacerdote. Spesso ha evidenziato l’importanza di vivere la purezza dell’anima e del corpo per brillare immacolati come astri nel cielo, presentandoci con una veste candida di fronte agli occhi di Dio.

LA CARITÀ E L’AMORE

S. Giuseppe – L’amore di S. Giuseppe nei confronti della sua casta sposa Maria e verso suo Figlio Gesù emerge in ogni sua azione. Ci racconta la Madonna: « Giuseppe era felice di offrire i suoi sacrifici a Dio. Lo amava in modo straordinario. Il mio sposo era pieno di tenerezza e di amore ». La carità di Giuseppe ha raggiunto altezze vertiginose; quando ha lasciato Maria, che era ospite nella casa di Zaccaria ed Elisabetta, per fare ritorno a Nazaret, era lacerato perché sentiva la sofferenza del distacco dalla sua sposa, ma era felice, perché sapeva che la permanenza di Maria era un gesto di carità nei confronti della cugina Elisabetta, anche se nessuno comprese quel gesto. Il grande amore per Dio e la carità provocano invidie, gelosie, incomprensioni e calunnie da parte di chi non è unito al Signore.

S. Paolo – L’inno alla carità riassume il fervente amore che ha caratterizzato tutta la vita di S. Paolo: « Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ». (I Cor 13,1-7).

Paolo VI – Leggiamo nella biografia di Paolo VI: « Il desiderio primo era di servire e accontentare ogni persona che si rivolgesse a lui. Ricevendo sacerdoti e laici, la sua attenzione era tutta per loro, come se ciascuno fosse l’unico; così il tempo delle udienze si protraeva ben al di là del mezzogiorno, e spesso la preparazione di discorsi e omelie lo teneva impegnato per ore dopo la mezzanotte ». Tutta la vita di Paolo VI è stata caratterizzata dalla carità. Paolo VI faceva del bene ma non lo faceva sapere agli altri. Il suo segretario particolare ricorda: « L’arcivescovo di Milano ogni venerdì pomeriggio si recava in forma del tutto privata a far visita a infermi o poveri o handicappati: era l’incontro con Gesù nella persona umiliata e sofferente. Nessuno ne era al corrente: con l’autista io lo accompagnavo in poverissime case, talora in veri tuguri o in piccole baracche ».

Vescovo dell’Eucaristia – Il nostro Vescovo non si è mai risparmiato con nessuno e come il grande S. Paolo « si è fatto tutto a tutti per salvare a tutti i costi qualcuno », nonostante alcune volte la stanchezza e la sofferenza pesassero gravemente sul suo fisico molto provato. Egli non ha mai chiuso la porta a chi ha chiesto con sincerità il suo aiuto e si è fatto mangiare dalle anime come un buon pastore. La carità del Vescovo verso i sofferenti e gli ammalati è una perla incastonata nella sua vita di uomo e sacerdote: ha assistito sempre con amore la nostra sorella Marisa e la nonna Iolanda e ama in maniera particolare gli anziani perché sono « le perle di Dio », come li chiama la Madre dell’Eucaristia. I suoi anni di sacerdozio sono stati quarantuno anni di carità e amore verso tutti.

LA FIGURA DEL PADRE

S. Paolo – S. Paolo è stato un autentico padre spirituale per tutti i suoi figli che ha amato ed istruito per condurli alla santità e alla vita eterna: « Ben lo sapete, come fa un padre per i suoi figli, abbiamo esortato, incoraggiato e scongiurato ciascuno di voi a condurre una vita degna di Dio che vi ha chiamati al suo regno e alla sua gloria » (I Ts 2,11-12). Un compito importante di ogni pastore che vuole aiutare le anime a lui affidate è la correzione fraterna, che se fatta con amore e accettata con umiltà porta ad una vera crescita spirituale. « Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza ». (II Cor 7,10). S. Paolo corregge le sue comunità quando si allontanano dai suoi insegnamenti, con l’autorità e l’amore di un padre. Egli soffre a causa delle mancanze dei suoi figli e teme che non accolgano la correzione e si allontanino dalla sua guida e quindi da Cristo; quando, però, si rende conto che il dolore dei suoi figli è fertile, perché li porta alla conversione, allora il suo cuore esplode di gioia per i frutti spirituali ottenuti e dimentica le sue sofferenze.

Paolo VI – Paolo VI, nell’enciclica « Sacerdotalis Caelibatus », ha evidenziato la figura del pastore come padre per i suoi figli spirituali: « Prima di essere superiori e giudici siate per i vostri sacerdoti maestri, padri, amici e fratelli buoni e misericordiosi, pronti a comprendere, a compatire, ad aiutare. Incoraggiate in tutti i modi i vostri sacerdoti a un’amicizia personale e a un’apertura confidente con voi, che non sopprima ma superi nella carità pastorale il rapporto di obbedienza giuridica, affinché la stessa obbedienza sia più volenterosa, leale e sicura.
Andate in cerca con ansia ed amore della pecorella smarrita per riportarla al caldo dell’ovile e tentate come Cristo, fino all’ultimo di richiamare l’amico infedele ».

Vescovo dell’Eucaristia – Queste parole ci richiamano alla mente quelle che il nostro Vescovo ha usato in uno degli incontri biblici: »Il sacerdote autentico che in se stesso si sforza di riproporre i sentimenti del Cristo è colui che si lascia completamente mangiare dalle anime che gli sono affidate. La responsabilità paterna non deve mai cessare, il vero educatore, colui che è il pastore, il padre della comunità che il Signore gli ha affidato deve, nella sua catechesi, negli incontri biblici, negli incontri privati, far sentire la forza dell’esortazione, dell’incoraggiamento, della spinta e dell’accompagnamento. Il padre accompagna i figli; il vero sacerdote, il vero vescovo accompagna le anime che gli sono affidate, le mette in guardia, fa l’impossibile perché queste non compiano determinati errori o ricadano in errori già commessi, ha l’ansia di impedire alle anime che segue di fare del male ».
Il Vescovo dell’Eucaristia è sempre stato un buon padre verso tutte le anime che gli sono state affidate; non ha esitato mai un attimo a cercare di riportare all’ovile le pecorelle smarrite e a fare la correzione fraterna quando è stato necessario. La sua paternità rifulge e brilla nel suo animo di uomo e sacerdote perché non si dà pace, finché anche uno solo dei suoi figli non è tornato alla casa del Padre.

L’ABBANDONO E LA SOFFERENZA

S. Giuseppe – S. Giuseppe si è abbandonato sempre a Dio anche quando si è sentito lacerato nell’anima e negli affetti e ha vissuto situazioni umanamente incomprensibili o drammatiche: la maternità di Maria, la fuga in Egitto e lo smarrimento di Gesù Bambino.
L’abbandono di S. Giuseppe a Dio è stato perfetto e convincente ed ha sempre tenuto presente le parole di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri » (Is 55,8-9). Abbandonarsi a Dio provoca una profonda lacerazione interiore alleviata però dalla consapevolezza di fare la Sua volontà. Abbandonarsi a Dio significa dirgli « Sì » con il cuore e la volontà, anche se è forte la tentazione di dire « No ».

S. Paolo – Cristo, dopo essere asceso al Cielo, ha ordinato vescovo Paolo. L’apostolo ha accettato la missione alla quale il Signore l’ha chiamato e per fare la volontà di Dio si è trovato in situazioni difficili. Egli, infatti, ha dovuto affrontare l’ostilità di coloro che non si aprivano all’annuncio evangelico e cercavano di osteggiarlo nella sua predicazione. S. Paolo ha rivendicato con forza la propria qualifica di apostolo e a volte ha sentito prepotenti la depressione e lo scoraggiamento, ma si è sempre abbandonato a Dio, fino a donare la propria vita, purché i disegni divini si realizzassero. Consapevole della sua debolezza umana, ha ricevuto forza e vigore dalla grazia del Signore: « Mi vanterò quindi delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte ». (II Cor 12,10)

Vescovo dell’Eucaristia – Il nostro Vescovo, come S. Paolo, ha ricevuto l’ordinazione episcopale direttamente dal Signore: Dio ha detto: « Ti ordino vescovo » (Lettera di Dio, 27 giugno 1999) e ha posto il suo sigillo su questa ordinazione con il miracolo eucaristico dell’11 giugno 2000. Il Vescovo non è stato libero di accettare o rifiutare la pienezza del sacerdozio, ma si è abbandonato completamente ai disegni di Dio. Egli ha gioito per l’immenso dono ricevuto, ma ha anche tremato, prevedendo ulteriori calunnie ed ostilità che avrebbe dovuto affrontare. Ha scelto di seguire Dio con decisione e coraggio, ha abbracciato la croce e ha accettato il difficile compito di portare avanti la sua dura missione insieme con Marisa.
« Tutto posso in Colui che mi dà forza » questo hanno ripetuto insieme il Vescovo dell’Eucaristia e la vittima d’amore, senza perdere mai fiducia nella potenza di Dio.

LE LETTERE DI DIO: GLI INCORAGGIAMENTI AL VESCOVO DELL’EUCARISTIA

S. Giuseppe: « Mio caro vescovo, sono il tuo Giuseppe. Sono stato incaricato di dirti che dai tanta gioia a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo con l’amore e con la tua sofferenza. A volte è difficile far comprendere alle persone ciò che dici, ma loro sanno che Gesù parla attraverso te. Mi dà gioia sapere che mi ami; io ti aiuto dall’alto del Cielo così come posso. Anch’io, come te, mi sono sentito l’ultimo, ma Dio mi ha collocato in alto, dopo Gesù e Maria ». (Lettera di Dio, 10 marzo 2002)

Madonna: « Ogni incontro biblico è grande; quello di giovedì scorso è stato grandissimo, bellissimo. Ciò che avete ascoltato non proveniva solo da Paolo, ma anche da Claudio, dal vostro vescovo. Paolo e Claudio. Di ogni parola della Sacra Scrittura ne ha fatto un poema. Il vescovo cerca di fare penetrare nel vostro cuore ciò che dice. Paolo è grande, ma anche il vostro Vescovo è grande ». (Lettera di Dio, 24 febbraio 2002)

Paolo VI: « Io sono il grande Paolo VI e amo S.E. Mons. Claudio Gatti per le parole che ha detto nei miei riguardi. Molti mi hanno calunniato, ma da quando il mio e vostro vescovo ha parlato di me: come sono, quanto ho sofferto e quanto bene ho fatto, oggi parlano bene di me e mi chiamano il Papa gigante. No, sono piccolo, ma sono vicino alla Madre dell’Eucaristia. Grazie, Eccellenza, per la parole dette, non lasciarti andare: tu non sai quante persone vicine mi hanno calunniato e diffamato ed ero Papa. Non abbandonare, sii forte e porta avanti questa missione. Nessun santo e nessun uomo della Terra ha sofferto come te, non lasciarti andare, non abbandonare, fa’ come dicono Gesù e la Madre dell’Eucaristia. Se ti lasci andare, tua sorella crolla e chi ti vuole bene crolla. Sono il Papa che ami tanto e ti aiuto e prego per te. Non c’è bisogno di essere dichiarati santi dalla Chiesa, per Dio e per la Madre dell’Eucaristia sono santo. (Lettera di Dio, 6 agosto 2003)

CONCLUSIONE

Gli insegnamenti del nostro Vescovo ordinato da Dio sono in perfetta sintonia con quelli di S. Paolo e di Paolo VI, egli si è sempre ispirato a loro e allo stile di vita del grande S. Giuseppe.
La figura di S. Giuseppe e quella del grande Papa Paolo VI sono state riscoperte oggi nella Chiesa grazie alle lettere di Dio e alle catechesi del nostro Vescovo.
Il Vescovo Claudio Gatti, nei suoi quarantuno anni di sacerdozio, ha sempre obbedito a Dio ed ha continuato a portare avanti il compito affidatogli dal Signore. La missione del Vescovo e della veggente ha dato molti buoni frutti, ma l’ultimo tratto di strada che deve essere ancora percorso è il più duro e difficile.
A noi, come comunità, viene chiesto molto, perché molto ci è stato dato. Impariamo innanzitutto ad amare dopodiché viene la preghiera, ma soprattutto, come ha detto il nostro Vescovo in un incontro biblico, dobbiamo diventare una santa comunità se vogliamo partecipare attivamente alla missione.
Coraggio, Eccellenza, per noi sei il Vescovo Ordinato da Dio, Vescovo dell’Eucaristia, il Vescovo dell’Amore.

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