TESSALONICA E LA PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI (MEDITAZIONE NELLA CHIESA CATTOLICA)

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TESSALONICA E LA PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI (MEDITAZIONE NELLA CHIESA CATTOLICA)

La prima lettera ai Tessalonicesi è scritta da Paolo da Atene (“Abbiamo deciso di restare soli ad Atene ed abbiamo inviato Timoteo per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede”, 1 Tess 3, 1, come anche “così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia”, 1 Tess 1, 7). Paolo vi è giunto, come poi vedremo, poiché si è dovuto allontanare, scacciato, da Tessalonica e da Berea. Siamo prima, quindi, del suo arrivo a Corinto, dove sarà condotto davanti al proconsole Gallione che fu proconsole dell’Acaia negli anni 51/52 o 52/53. Gallione era fratello del filosofo Seneca. Sappiamo con certezza gli anni del suo proconsolato a Corinto da una iscrizione ritrovata a Delfi, nella quale è l’imperatore Claudio che, volendo dichiarare la sua benevolenza verso l’oracolo di Apollo Pizio, ci lascia anche testimonianza di Gallione, definito “suo proconsole ed amico”, e della datazione del suo incarico (“Claudio acclamato imperatore per la ventiseiesima volta”, il che corrisponde agli anni che abbiamo già indicato). Questo elemento è importantissimo, perché ci fornisce una delle date certe della cronologia neotestamentaria. Paolo giunge quindi da Atene a Corinto in un lasso di tempo che può andare dal 51 al 52 d.C. e la prima lettera ai Tessalonicesi, che è scritta poco prima di questo evento, viene così ad essere datata fra il 50 ed il 51 d.C. e risulta così essere, probabilmente, il primo scritto neotestamentario in ordine cronologico.
Leggiamo i primi due capitoli della lettera:
Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace! Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete che siamo stati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia. Infatti la parola del Signore riecheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la fama della vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne. Sono loro infatti a parlare di noi, dicendo come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti a Dio, allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura.
Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo avere prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e Dio stesso è testimone, come è stato santo, giusto, irreprensibile il nostro comportamento verso di voi credenti; e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria. Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete. Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono nella Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei Giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo. Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di rivedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo. Perciò abbiamo desiderato una volta, anzi due volte, proprio io Paolo, di venire da voi, ma satana ce lo ha impedito. Chi infatti, se non proprio voi, potrebbe essere la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui ci possiamo vantare, davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia.
Vorrei sottolineare innanzitutto la consapevolezza di S.Paolo di annunciare il “Vangelo”. Al v.1, 5 troviamo “il nostro vangelo”, al v. 2,2 “il vangelo di Dio”, al v. 2, 8 ancora “il vangelo di Dio”, al v. 2, 9 ancora la stessa espressione, al v. 3, 6 che non abbiamo letto troviamo “il lieto annunzio della vostra fede”, riferito alla notizia che la fede dei tessalonicesi continua salda e viva. Nelle lettere paoline troviamo il sostantivo “vangelo” più che non il verbo “evangelizzare”. Di tutte le presenze del termine “vangelo” nel Nuovo Testamento ben il 79% è nel corpus paolinum. E’ tipico di Paolo l’uso del sostantivo, anche per molte altre espressioni (vedi, ad esempio, la prevalenza della parola “fede” sul verbo “credere”). E’ anche la fatica del concetto che Paolo insegna ala Chiesa di tutti i tempi. In 2 Tim 4, 13 troviamo l’invito: “Portami i libri e le pergamene”, rivolto a Timoteo, perché Paolo possa ancora servirsene nelle nuove tappe del suo ministero. Nelle lettere non troviamo il racconto della vita di Cristo. Per Paolo certo al vita di Cristo è un fatto assolutamente reale, ma essa è data già per conosciuta. La parola “vangelo” non ha ancora il senso che avrà poi di “scritto che narra la vita di Gesù”. Esprime invece, semplicemente il “lieto annunzio che Cristo è morto e risorto per te”. Questo è il vangelo e Paolo a più riprese lo annuncia e lo ripete. L’accento è tutto sulla morte e sulla resurrezione (non ci si sofferma sui particolari, sulle parole di Gesù o sui suoi miracoli). Ma non solo! E’ la morte e la resurrezione “per”. Cristo è morto e risorto “per i nostri peccati”. Ecco tutto il vangelo, espresso in pochissime parole Ricordo un ragazzo molto disturbato mentalmente che pure mi diceva con verità e semplicità: “Lo sai, io credo questo: se tu credi che Gesù è morto per te, sei salvo”. Ecco tutto il vangelo.
Non possiamo non notare anche le espressioni paoline che sottolineano due aspetti complementari ed ugualmente essenziali dell’amore dell’apostolo e di ogni amore: quelli materni e quelli paterni, quelli femminili e quelli maschili. Rileggiamo i versetti 2, 7-8 e 2, 11:
Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari… E sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria. Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio
In queste espressioni vediamo tutta la dolcezza e la disponibilità con cui una madre è disposta a perdere la propria vita perché una creatura possa vivere, come tutta la forza e la chiarezza con cui un padre deve indicare quale è il cammino da percorrere, divenendo punto di riferimento per il figlio.
La comunità cristiana di Tessalonica è nata da pochissimo (la lettera ce la mostra solo alcuni mesi dopo la sua nascita), ma già la sua vita fa parlare di sé:
E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia. Infatti la parola del Signore riecheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la fama della vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne. Sono loro infatti a parlare di noi, dicendo come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti a Dio, allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura.
Ancora una volta ci misuriamo con il dono della fede che non si arresta, ma continuamente genera altri credenti. E’ il bene che, se vero, non può non diffondersi. “Bonum diffusivum sui”.

 

BENEDETTO XVI – San Paolo (2) La vita di San Paolo prima e dopo Damasco

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080827.html

BENEDETTO XVI – San Paolo (2) La vita di San Paolo prima e dopo Damasco

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 27 agosto 2008

Cari fratelli e sorelle,

nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all’evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara “vecchio” (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano “giovane” (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, “giovane” era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre “vecchio” era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l’anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant’anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell’anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell’anno 8. In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall’originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di “fabbricatore di tende” (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l’età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (“figlio del precetto”), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).
Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l’identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente “perseguitato la Chiesa di Dio”, come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l’evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell’andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.
Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull’Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l’isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell’Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l’osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l’Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall’altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, “Vieni e aiutaci!”. Era l’Europa futura che chiedeva l’aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene. In questa capitale dell’antica cultura greca predicò, prima nell’Agorà e poi nell’Areòpago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell’Areòpago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un’antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.
Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d’Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l’Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.
Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.
Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per “la speranza d’Israele” che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell’accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell’Apostolo con il racconto lucano degli Atti.
Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: “Tutto faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama “preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un’anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.

SAN LUCA (F) «SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI»

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SAN LUCA (F) «SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI»

Colui che ha raccontato lo stupore e la commozione di Gesù. Così Dante definisce l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli

di Stefania Falasca

«Luca solo è con me». Così Paolo, nella seconda lettera a Timoteo (2 Tm 4, 11), scritta a Roma durante l’ultima prigionia che lo porterà al martirio, ricorda l’amico rimastogli accanto. Già nelle lettere ai Colossesi e a Filemone, scritte nel corso della prima prigionia romana, lo aveva menzionato tra i suoi più stretti collaboratori: «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema» (Col 4, 14). «Il caro medico», lo chiama Paolo, informandoci della sua professione e anche, indirettamente, della sua provenienza pagana poiché Paolo non lo mette tra coloro che vengono dalla circoncisione (Col 4, 10-11). È il discepolo prediletto di Paolo, il compagno fedele di tanti suoi viaggi, il testimone oculare dei fatti accaduti tra quei primi cristiani, come dimostrano i racconti della seconda parte degli Atti degli apostoli scritti esprimendosi in prima persona plurale, colui che la tradizione indica anche come l’autore del terzo Vangelo.
Luca non aveva conosciuto né aveva mai visto Gesù. «Non vide il Signore nella carne», riferisce il Canone muratoriano (un elenco ragionato dei libri del Nuovo Testamento scritto a Roma verso il 160-180). Eppure, dei quattro evangelisti è forse quello che ci ha lasciato le pagine più belle, più vivide e commoventi della Sua vita terrena. Il suo Vangelo è scritto nel greco più classico di tutto il Nuovo Testamento e denota le conoscenze letterarie e storiche dell’autore. Ma al rigore della narrazione, nel rispetto delle fonti e della cronologia dei fatti accaduti – rigore che gli deriva probabilmente proprio dalla sua attitudine professionale –, Luca unisce una sensibilità d’animo e una delicatezza che caratterizzano tutto il terzo Vangelo.
Tanta scrupolosa ricerca su fatti e detti di Gesù presso coloro che si erano trovati presenti ha fatto sì che solo Luca ci tramandasse delle notizie che non hanno riscontro negli altri Vangeli: un terzo dei miracoli e tre quarti delle parabole riportati si ritrovano solamente in lui. Tra queste fonti, nei primi passi specialmente, si può sentire la voce soave della madre stessa di Gesù. Luca è l’unico degli evangelisti a parlarci lungamente di lei, a far parlare Maria, il primo a profilarne l’immagine. E lui più degli altri è riuscito a riportarci con delicata finezza quei particolari lievi, quegli spunti appena accennati che rivelano la misericordia di Gesù, i gesti di profonda compassione, il Suo stupore, la Sua tenerezza, quella tenerezza che lo fece chiamare da Dante «scriba mansuetudinis Christi» (Monarchia I).
«Morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo»
Luca mai si nomina nell’opera in due volumi a lui attribuita. Sono i copisti dei codici greci, nel II secolo, ad intitolare uno dei quattro Vangeli “secondo Luca”, ponendolo al terzo posto dopo quelli di Marco e di Matteo. Essi ci hanno tramandato anche il libro che riferisce le origini della Chiesa primitiva, legata soprattutto alle vicende di Pietro e Paolo, separandolo dal terzo Vangelo (del quale probabilmente costituiva originariamente una continuazione), col titolo “Atti degli apostoli”. Una tradizione antica ed universale, che proviene dalle Chiese di Siria, Roma, Gallia, Africa, Alessandria, riportata dagli scrittori cristiani dei primi secoli tra cui Ireneo (Adversus haereses III), fa di Luca l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli.
La testimonianza più antica si trova nel Canone muratoriano. Il Canone muratoriano ci dà anche delle informazioni riguardo Luca, descrivendolo come medico e collaboratore di Paolo. A questa prima testimonianza segue quella di un copista della fine del II secolo, che prepose al suo codice un prologo contro l’eretico Marcione, perciò chiamato Prologo antimarcionita. Su Luca riferisce: «Luca è un antiocheno di Siria, medico per professione, discepolo degli apostoli; poi passò al seguito di Paolo fino al suo martirio, servendo Dio senza crimini; non ebbe mai moglie, non procreò mai figli, morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo». San Girolamo, nel IV secolo, riassumendo tutta la tradizione precedente, indica anche il luogo della sua sepoltura: «Luca, un medico di Antiochia, non inesperto in lingua greca, come lo indicano i suoi scritti, discepolo dell’apostolo Paolo e compagno di tutti i suoi viaggi, scrisse il Vangelo. Pubblicò pure un altro egregio volume che è intitolato Atti degli apostoli […]. È sepolto a Costantinopoli, alla cui città, nell’anno secondo dell’imperatore Costanzo [338], furono traslate le sue ossa» (De viris illustribus III).
Che Luca sia di origine antiochena lo sappiamo dagli Atti stessi dove lo troviamo membro di questa comunità cristiana intorno all’anno 40 e dove probabilmente ebbe modo di conoscere Pietro (At 11, 1-26) . È accanto a Paolo per la prima volta nel secondo viaggio missionario da Troade a Filippi (At 16, 10-17). È da questo punto infatti che Luca continua la narrazione degli Atti in prima persona plurale: «Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».
Nella primavera del 58 è di nuovo nella stessa città a fianco di Paolo e lo accompagna nel suo viaggio di ritorno a Gerusalemme (At 21, 1-18), dove si mise in relazione con l’apostolo Giacomo. A Gerusalemme probabilmente ebbe occasione anche di incontrare qualcuna di quelle donne («Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni», Lc 8, 3) che lui solo menziona nel Vangelo.
Accompagna poi Paolo nel suo primo viaggio verso Roma, del quale l’ultima parte degli Atti costituisce il diario (At 27,1-28,26). E a Roma, dove rimase accanto all’Apostolo delle genti, si sarà probabilmente incontrato con Pietro e Marco.
Nulla invece sappiamo di certo della vita di Luca dopo la morte di Paolo. C’è chi lo descrive come evangelizzatore della Dalmazia e della Macedonia e chi, come Gregorio Nazianzeno, dell’Acaia e della Tebaide. Incerti rimangono anche il luogo e la causa della sua morte. Gli scritti più antichi parlano di martirio.
Anche sul luogo e sulla data della composizione del Vangelo (per ciò che riguarda il luogo comunemente è indicata Roma), le testimonianze fornite dalla tradizione e le opinioni degli studiosi divergono. È però certo che la redazione del terzo Vangelo è anteriore a quella degli Atti degli apostoli.
«Gli avvenimenti accaduti tra noi»
Luca apre il suo Vangelo con un prologo nel quale chiarisce subito il metodo e lo scopo del suo scritto. È indirizzato ad un certo Teofilo, personaggio importante a noi sconosciuto, probabilmente di origine greca, che Luca desidera confermare nella fede e al quale indirizza anche il libro degli Atti. Ma al di là di questo personaggio, il suo Vangelo sembra essere rivolto (proprio per la lingua usata, per le spiegazioni circa la geografia della Palestina e le usanze ebraiche, per lo scarso interesse per le discussioni sulla legge e per il riferimento invece continuo ai pagani) a coloro che non provengono dall’ebraismo. Luca per esporre con ordine «gli avvenimenti che sono accaduti» (Lc 1, 1) ha consultato documenti scritti e soprattutto testimoni diretti. Ha attinto indicazioni preziose da Paolo, del quale in tutto il Vangelo si sente l’influsso, da Pietro (Lc 22, 8), forse da Giovanni stesso (Lc 9. 28-36), dal diacono Filippo (At 21, 8), particolarmente al corrente di quanto riguardava la Samaria (Lc 9, 52-56), da Cleopa (Lc 24, 18). Le pie donne insieme a Marta e Maria (Lc 10, 38) hanno potuto informarlo di episodi che le riguardavano personalmente. Manaèn, l’amico d’infanzia di Erode (At 13, 1), gli ha forse riferito la comparsa di Gesù davanti al tetrarca (Lc 23, 7-12). Ma Luca ha attinto soprattutto dal tesoro dei ricordi della madre stessa di Gesù (Lc 2, 19. 51), che egli ha conosciuto e ascoltato di persona. Da lei ha appreso lo stupore dell’annuncio, della visita a Elisabetta, del parto a Betlemme; l’angoscia sua e di Giuseppe per lo smarrimento di Gesù dodicenne. È la voce stessa della Madonna che nel Magnificat direttamente si rivela: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore; perché ha rivolto gli occhi all’umiltà della sua serva…» (Lc 1, 46-48). Tutta la parte del Vangelo sull’infanzia, così come è narrata, ponendo in parallelo l’annunciazione e la nascita di Gesù con l’annunciazione e la nascita di Giovanni Battista, è peculiare di Luca.
È Luca a lasciarci i tratti delicati di Maria, a dipingerne nel racconto le immagini più belle. E forse è proprio da qui che è nata la tradizione di origine orientale che presenta Luca come pittore del volto di Maria. Molte infatti sono le immagini della Madonna attribuite all’evangelista. La testimonianza più antica al riguardo è di Teodoro il Lettore (520 circa) il quale afferma che la regina Eudocia mandò da Gerusalemme a Pulcheria il quadro della Madre di Dio dipinto dall’evangelista. «Neque novimus faciem Virginis Mariae», non conosciamo il volto della vergine Maria, scrive sant’Agostino (De Trinitate VIII). Ma anche se mancano testimonianze storiche più antiche non è affatto escluso che Luca abbia realmente dipinto il volto della Madre del Signore.
Il Vangelo di Matteo e di Marco, quest’ultimo seguito da Luca in tre lunghi tratti della vita pubblica del Signore, sono le fonti scritte utilizzate dall’evangelista. Tuttavia, seppure il terzo Vangelo presenta lo stesso schema generale dei Vangeli di Matteo e di Marco (un’introduzione, la predicazione di Gesù in Galilea, la sua salita verso Gerusalemme, il compimento della sua missione attraverso la passione e la risurrezione), la sua costruzione è elaborata con cura e mira a far risaltare in questa storia i tempi e i luoghi della storia della salvezza, insistendo fin dall’inizio sul Figlio di Dio come il salvatore di tutti gli uomini e sull’attualità della salvezza (Lc 2, 11; 4, 21).
L’assassino buono ruba il paradiso
L’originalità di Luca si manifesta soprattutto nella parte centrale del Vangelo, nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove risalta l’insegnamento di Gesù attraverso una serie abbondantissima di parabole come quella del buon samaritano (Lc 10, 29-37), del figliol prodigo (15, 11-32), del ricco epulone (16, 19-31), del fariseo e del pubblicano (18, 9-14). Parabole che solo Luca riporta (18 delle sue 24 parabole non esistono negli altri Sinottici) e che evidenziano gli aspetti a lui più cari: la misericordiosa mansuetudine di Gesù, la sua benevolenza verso i pagani, la sua bontà accogliente verso i peccatori, la sua predilezione per i poveri e i piccoli che della buona novella sono i destinatari privilegiati. La predicazione di Gesù si apre, nel Vangelo di Luca, proprio rivolgendosi a loro: «Mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (Lc 4, 18).
Più volte sottolinea che il Vangelo è per i piccoli, più volte si dilunga a raccontare i gesti di perdono e di accoglienza di Gesù. Luca è l’unico, ad esempio, a riportare l’episodio del buon ladrone, mostrando la misericordia di Gesù fino alla fine. È l’ultimo Suo gesto di perdono prima di spirare sulla croce. E quell’attimo, il solo attimo che è bastato al malfattore per “rubare” il cielo, Luca lo descrive con un’intensità che commuove: «“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. “In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in paradiso”» (Lc 23, 42-43). È la stessa commovente intensità con la quale descrive l’episodio della peccatrice in casa del fariseo (Lc 7, 36-50). Gesù era a pranzo in casa di un fariseo e mentre erano lì a mangiare irrompe una nota prostituta che circonda di attenzioni Gesù: «Portava un vaso di alabastro pieno di unguento e, fermatasi alle spalle presso i suoi piedi, piangendo, cominciò con lacrime a bagnargli i piedi e li asciugava con i capelli, e gli copriva di baci i piedi e li ungeva con l’unguento». Attenzioni che provocano l’indignato rancore del fariseo.
È soprattutto nel narrare le parabole, i gesti di compassione e di misericordia di Gesù, che Luca mostra la sua qualità di scrittore di grande talento. Con brevi notazioni, con sfumature sottili, a volte con una sola parola riesce ad indicare la tensione drammatica di un’intera situazione e non mancano neppure tracce di linguaggio medico. Usa ad esempio termini tecnici per indicare la febbre alta (Lc 4, 38), la paralisi (Lc 5, 18), e come medico, trattando dell’emorroissa, omette quanto in Marco (Mc 5, 26) può tornare sgradito ai suoi colleghi. Marco infatti, narrando l’episodio, aveva tuonato rudemente contro i medici che avevano costretto la donna «a dilapidare tutti i suoi averi senza avere alcun giovamento, anzi era andata peggiorando». Luca laconicamente scrive: «Nessuno era riuscito a guarirla» (Lc 8, 43). Ma la sua delicatezza si esprime soprattutto quando avvicina la persona di Gesù. Di lui ci suggerisce gli sguardi, le emozioni, i gesti umanissimi, le sofferenze nascoste. Luca è l’unico che riferisce del sudore di sangue di Gesù in quella notte di agonia nel Getsemani (Lc 22, 43-44) e di quel pianto, di quei «singhiozzi», quella sera sull’altura degli ulivi a Gerusalemme (Lc 19, 41-44), di fronte allo splendore del tempio al tramonto, presagendo la distruzione della Sua città.
Giovanni ci ha mostrato Gesù commuoversi fino alle lacrime per la morte dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35-38), Luca è il pittore della sua tenerezza, come nell’episodio della donna curva da tanti anni al punto che non poteva più raddrizzarsi (Lc 13, 10-17). È Gesù a prendere l’iniziativa. Nessuno, neppure la donna, gli aveva richiesto niente. Stava insegnando nella sinagoga: la vede e chiamatala vicino a sé la guarisce. E quel giorno quando, entrando nella città di Nain, si imbatte in un corteo funebre e viene a sapere che il morto è il figlio unico di una madre vedova (Lc 7, 11-17). Gesù vede tra la folla quella madre portare al sepolcro l’unico suo figlio. «Vedendola» scrive Luca «ne prova compassione». Allora le si avvicina, piano le dice: «Donna, non piangere». Un atto di tenerezza è il suo primo gesto, poi le restituirà il figlio  vivo.

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (20) – IL MARTIRIO E L’EREDITÀ DI SAN PAOLO

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BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (20) – IL MARTIRIO E L’EREDITÀ DI SAN PAOLO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 4 febbraio 2009

Cari fratelli e sorelle,

la serie delle nostre catechesi sulla figura di san Paolo è arrivata alla sua conclusione: vogliamo parlare oggi del termine della sua vita terrena. L’antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma. Gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto. Gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla condizione di prigionia dell’Apostolo, che poteva tuttavia accogliere tutti quelli che andavano da lui (cfr At 28,30-31). Solo nella seconda Lettera a Timoteo troviamo queste sue parole premonitrici: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele” (2 Tm 4,6; cfr Fil 2,17). Si usano qui due immagini, quella cultuale del sacrificio, che Paolo aveva usato già nella Lettera ai Filippesi interpretando il martirio come parte del sacrificio di Cristo, e quella marinaresca del mollare gli ormeggi: due immagini che insieme alludono discretamente all’evento della morte e di una morte cruenta.
La prima testimonianza esplicita sulla fine di san Paolo ci viene dalla metà degli anni 90 del secolo I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto. In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l’esempio degli Apostoli, e, subito dopo aver menzionato il martirio di Pietro, si legge così: “Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza. Arrestato sette volte, esiliato, lapidato, fu l’araldo di Cristo nell’Oriente e nell’Occidente, e per la sua fede si acquistò una gloria pura. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino all’estremità dell’occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di pazienza” (1 Clem 5,2). La pazienza di cui il testo parla è espressione della comunione di Paolo alla passione di Cristo, della generosità e costanza con la quale ha accettato un lungo cammino di sofferenza, così da poter dire: «Io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Gal 6,17). Abbiamo sentito nel testo di san Clemente che Paolo sarebbe arrivato fino all’«estremità dell’occidente». Si discute se questo sia un accenno a un viaggio in Spagna che san Paolo avrebbe fatto. Non esiste certezza su questo, ma è vero che san Paolo nella sua Lettera ai Romani esprime la sua intenzione di andare in Spagna (cfr Rm 15,24).
Molto interessante invece è nella lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo, anche se essi verranno invertiti nella testimonianza di Eusebio di Cesarea del secolo IV, che parlando dell’imperatore Nerone scriverà: “Durante il suo regno Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città” (Hist. eccl. 2,25,5). Eusebio poi continua riportando l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, risalente agli inizi del secolo II: “Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa” (ibid. 2,25,6-7). I “trofei” sono i monumenti sepolcrali, e si tratta delle stesse sepolture di Pietro e di Paolo, che ancora oggi noi veneriamo dopo due millenni negli stessi luoghi: sia qui in Vaticano per quanto riguarda san Pietro, sia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura sulla Via Ostiense per quanto riguarda l’Apostolo delle genti.
È interessante rilevare che i due grandi Apostoli sono menzionati insieme. Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell’impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma. Così infatti si legge in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo, a proposito della successione apostolica nelle varie Chiese: “Poiché sarebbe troppo lungo enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo” (Adv. haer. 3,3,2).
Lasciamo però da parte adesso la figura di Pietro e concentriamoci su quella di Paolo. Il suo martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr 9,5). La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr Gerolamo, De viris ill. 5,8). Il calcolo dipende molto dalla cronologia dell’arrivo di Paolo a Roma, una discussione nella quale non possiamo qui entrare. Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle Aquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l’uscita di un fiotto d’acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi “Tre Fontane” (Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del secolo V). L’altro, in consonanza con l’antica testimonianza, già menzionata, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo “fuori della città… al secondo miglio sulla Via Ostiense”, ma più precisamente “nel podere di Lucina”, che era una matrona cristiana (Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del secolo VI). Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra il secolo IV e V dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del luglio 1823, fu qui eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura.
In ogni caso, la figura di san Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. Mentre tra i cosiddetti “ebioniti” – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. Vorrei prescindere ora dalla letteratura apocrifa, come gli Atti di Paolo e Tecla e un epistolario apocrifo tra l’Apostolo Paolo e il filosofo Seneca. Importante è constatare soprattutto che ben presto le Lettere di san Paolo entrano nella liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della liturgia della Parola. Così, grazie a questa “presenza” nelle celebrazioni liturgiche della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi.
E’ ovvio che i Padri della Chiesa e poi tutti i teologi si siano nutriti delle Lettere di san Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti. Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. Tale commento purtroppo è conservato solo in parte. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili. Sant’Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia della grazia, che è rimasta fondamentale per la teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi. San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell’esegesi medioevale. Una vera svolta si verificò nel secolo XVI con la Riforma protestante. Il momento decisivo nella vita di Lutero, fu il cosiddetto «Turmerlebnis» (forse 1517), nel quale in un attimo egli trovò una nuova interpretazione della dottrina paolina della giustificazione. Una interpretazione che lo liberò dagli scrupoli e dalle ansie della sua vita precedente e gli diede una nuova, radicale fiducia nella bontà di Dio che perdona tutto senza condizione. Da quel momento Lutero identificò il legalismo giudeo-cristiano, condannato dall’Apostolo, con l’ordine di vita della Chiesa cattolica. E la Chiesa gli apparve quindi come espressione della schiavitù della legge alla quale oppose la libertà del Vangelo. Il Concilio di Trento (1545 – 1563) interpretò in modo profondo la questione della giustificazione e trovò nella linea di tutta la tradizione cattolica la vera sintesi tra Legge e Vangelo, in conformità col messaggio della Sacra Scrittura letta nella sua totalità e unità.
Il secolo XIX, raccogliendo l’eredità migliore dell’Illuminismo, conobbe una nuova reviviscenza del paolinismo soprattutto sul piano del lavoro scientifico sviluppato dall’interpretazione storico-critica della Sacra Scrittura. Prescindiamo qui dal fatto che anche in quel secolo, come poi nel secolo ventesimo, emerse una vera e propria denigrazione di san Paolo. Penso soprattutto a Nietzsche che derideva la teologia dell’umiltà di san Paolo, opponendo ad essa la sua filosofia dell’uomo forte e potente: il superuomo. Prescindiamo da questo e vediamo la corrente essenziale della nuova interpretazione scientifica della Sacra Scrittura e del nuovo paolinismo del secolo XX. Qui è stato sottolineato soprattutto come centrale nel pensiero paolino il concetto di libertà: in esso è stato visto il cuore del pensiero paolino, come del resto aveva già intuito Lutero. Ora però il concetto di libertà veniva reinterpretato nel contesto del liberalismo moderno. E poi è sottolineata fortemente la differenziazione tra l’annuncio di san Paolo e l’annuncio di Gesù. E san Paolo appare quasi come un nuovo fondatore del cristianesimo. Vero è che in san Paolo la centralità del Regno di Dio, determinante per l’annuncio di Gesù, viene trasformata nella centralità della cristologia, il cui punto determinante è il mistero pasquale. E dal mistero pasquale risultano i Sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, come presenza permanente di questo mistero, dal quale cresce il Corpo di Cristo, si costruisce la Chiesa. Ma direi, senza entrare adesso in dettagli, che proprio nella nuova centralità della cristologia e del mistero pasquale si realizza il Regno di Dio, diventa concreto, presente, operante l’annuncio autentico di Gesù. Abbiamo visto nelle catechesi precedenti che proprio questa novità paolina è la fedeltà più profonda all’annuncio di Gesù. Nel progresso dell’esegesi, soprattutto negli ultimi duecento anni, crescono anche le convergenze tra esegesi cattolica ed esegesi protestante realizzando così un notevole consenso proprio nel punto che fu all’origine del massimo dissenso storico: la giustificazione. Emerge così una grande speranza per la causa dell’ecumenismo, così centrale per il Concilio Vaticano II.
Brevemente vorrei alla fine ancora accennare ai vari movimenti religiosi, sorti in età moderna all’interno della Chiesa cattolica, che si rifanno al nome di san Paolo. Così è avvenuto nel secolo XVI con la “Congregazione di san Paolo” detta dei Barnabiti, nel secolo XIX con i “Missionari di san Paolo” o Paulisti, e nel secolo XX con la poliedrica “Famiglia Paolina” fondata dal Beato Giacomo Alberione, per non dire dell’Istituto Secolare della “Compagnia di san Paolo”. In buona sostanza, resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento. In uno dei suoi panegirici, San Giovanni Crisostomo instaura un originale paragone tra Paolo e Noè, esprimendosi così: Paolo “non mise insieme delle assi per fabbricare un’arca; piuttosto, invece di unire delle tavole di legno, compose delle lettere e così strappò di mezzo ai flutti, non due, tre o cinque membri della propria famiglia, ma l’intera ecumene che era sul punto di perire” (Paneg. 1,5). Proprio questo può ancora e sempre fare l’apostolo Paolo. Attingere a lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.

8 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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8 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« SE NON VI CONVERTIRETE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO »

Quasi immediatamente prima del brano evangelico, che la Chiesa ci invita oggi a meditare, Gesù aveva rimproverato la folla che lo seguiva di non saper leggere i « segni dei tempi »: « Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? » (Lc 12,56-57). Mi sembra che la Liturgia odierna voglia proprio aiutarci a leggere i « segni » della presenza di Dio nei piccoli o grandi eventi della nostra vita, così come negli accadimenti della storia, sia quella passata, sia quella che contribuiamo noi stessi a realizzare. Ma scorgere i « segni » della presenza di Dio significa abituarsi a vedere le cose in maniera diversa, significa appunto cambiare, cioè « convertirsi ». È questo il messaggio più caratteristico della Quaresima, e su questa linea si muove precisamente il Vangelo odierno. « Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei…? » Esso consta di due pericopi, facilmente avvertibili anche di primo acchito: la prima (Lc 13,1-5) contiene un doppio invito alla « conversione », prendendo spunto da due episodi di cronaca; la seconda ci riporta la parabola del fico sterile (vv. 6-9), essa pure situata in un contesto di cambiamento di rapporti, cioè di « conversione ». I due episodi di cronaca si riferiscono all’eccidio di alcuni Galilei, compiuto da Pilato proprio mentre costoro stavano facendo il loro sacrificio, forse in occasione della festa di Pasqua, e al crollo improvviso della torre di Siloe, nella parte meridionale della città, che fece ben 18 vittime fra gli abitanti di Gerusalemme. Di questi due fatti non abbiamo notizie dai documenti profani, ma rientrano ampiamente nelle possibilità concrete della situazione palestinese di quel tempo. Così, ad esempio, Giuseppe Flavio ci conferma che nel 35 d.C. il governatore Ponzio Pilato fece massacrare non pochi Samaritani in occasione di un pellegrinaggio sul monte Garizim, dove sorgeva il loro tempio. Orbene, vediamo come reagisce Gesù davanti al primo episodio, che alcuni gli riferiscono forse per avere da lui un giudizio di tipo politico sia sulla feroce repressione del governatore romano, sia sul movimento irredentistico degli Zeloti, a cui probabilmente gli assassinati appartenevano: « Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo » (vv. 2-3). Prima di tutto, Gesù respinge una credenza popolare, molto diffusa a quel tempo, secondo la quale una qualsiasi disgrazia veniva considerata come castigo di determinati peccati. Oggi che non crediamo più a tale interpretazione semplicistica, possiamo cadere in un equivoco analogo accettando fatalisticamente le cose, o spiegandole solo in forza di inesorabili meccanismi naturali o di determinate strutture sociali. In ultima analisi, è sempre un tentativo di giustapporsi ai fatti, senza lasciarsi mettere sotto accusa o in crisi dai fatti stessi. Invece Gesù invita i suoi ascoltatori a lasciarsi coinvolgere in prima persona da ciò che è accaduto sotto i loro occhi. Per ben due volte infatti, dopo aver respinto la credenza popolare, afferma solennemente: « Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo ». È evidente che qui il « perire » non si riferisce tanto alla morte fisica, quanto alla « perdizione » spirituale, al fallimento radicale dell’uomo in quanto tale, se egli non ha volontà di « cambiare », di essere diverso, compiendo azioni di vita invece che azioni di morte. È interessante notare come Gesù pone in rapporto dialettico « conversione » e « salvezza », « non conversione » e « rovina ». Il che significa che la « conversione », in ultima analisi, tende alla vita: pur con tutti i tagli dolorosi che porta con sé, essa è per la vita e per la crescita dell’uomo. Nei due casi concreti a cui egli si riferisce, la « conversione » significa non solo l’abbandono della credenza superficiale a cui abbiamo fatto sopra riferimento, ma soprattutto l’invito a leggervi un appello di Dio per trasformare il proprio cuore. La morte che ha ghermito altri e ha quasi sfiorato te stesso perché non dovrebbe indurti a rivedere la tua posizione di fronte a Dio e di fronte ai fratelli? Se Dio ha preso altri e non ha preso te, non può significare che egli ti dà ancora tempo perché ti decida per lui in maniera definitiva? Se certe cose ingiuste talora avvengono, non dipende anche dal fatto che noi non ci impegnamo fino in fondo per la giustizia? E le domande potrebbero continuare. L’importante è non passare indifferenti davanti ai fatti di ogni giorno, piccoli o grandi che siano, e lasciarsi « convertire » costantemente da essi nello sforzo di leggervi il messaggio di Dio per ognuno di noi e per tutti gli uomini. È in questo modo che l’invito alla conversione è continuo, perché emerge dalle cose stesse in cui siamo quotidianamente coinvolti. Questo mi sembra il primo e più attuale insegnamento del Vangelo odierno. « Un tale aveva un fico piantato nella vigna » E poi ce n’è un secondo, espresso dalla parabola del fico sterile: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna, e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai » (vv. 6-9). Matteo (21,18-19) e Marco (10,12-14) parlano di un fico vero che Gesù, rientrando in Gerusalemme, avrebbe disseccato perché quell’anno non aveva portato frutti: con quel gesto voleva alludere simbolicamente alla sorte riservata a Israele, che aveva respinto l’appello del Messia alla « conversione ». Luca ha preferito trasformare l’episodio in parabola, dandogli anche un altro significato, che è più di benevolenza e di attesa che di giudizio e di condanna: un esempio, questo, fra i tanti, che ci dice la grande libertà degli Evangelisti davanti al loro materiale letterario. Il richiamo ai « tre anni » di attesa del padrone molto probabilmente allude alla durata del ministero pubblico di Gesù, secondo la cronologia del quarto Vangelo. L’interessante, comunque, della parabola è l’invito ad aspettare ancora un anno, « finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai » (vv. 8-9). In questa capacità di attendere, il padrone della vigna manifesta la sua grande « benevolenza ». Pur invitando alla conversione costante e immediata, il Vangelo tiene conto dei ritmi di crescita dell’uomo: solo una fatica lenta realizza la trasformazione del nostro cuore. E perciò Gesù ha pazienza e ci aspetta. Ma ci aspetta perché portiamo i « frutti » per la stagione giusta, e non perché ci isteriliamo in un pigro disimpegno spirituale. Mentre perciò l’attendere di Dio è segno della sua benevolenza, per un altro verso è anche segno del suo « giudizio », che sarà certamente più grave per tutti coloro che avranno deluso la sua attesa paziente. L’invito a convertirci, come si vede, è sempre sotto il segno dell’éschaton: per ognuno di noi ogni momento che passa è sempre l’ultimo ed è carico del nostro destino eterno! « Tutte queste cose accaddero a loro come esempio » È quanto ci ricorda anche il brano della 1ª Lettera ai Corinzi (10,1-6.10-12), in cui Paolo rilegge in chiave « tipologica » alcuni fatti dell’Esodo (passaggio del Mar Rosso, la manna, l’acqua scaturita dalla roccia, ecc.), applicandoli ai cristiani del suo tempo: « Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere » (vv. 11-12). Che cosa è accaduto a Israele? Troppo rassicurato per gli innumerevoli interventi salvifici di Dio, si è illuso che bastasse questo per dargli garanzia di poter arrivare alla conquista definitiva della Terra promessa, e così non è rimasto fedele al suo Signore, abbandonandosi all’idolatria e alla fornicazione (vv. 7-8). Invece di convertirsi si è « pervertito »; perciò « della maggior parte di loro Dio non si compiacque e furono abbattuti nel deserto » (v. 5). La stessa cosa accadrà ai cristiani di Corinto, e anche a noi, se, fidandoci troppo dei doni di salvezza offertici da Cristo nei suoi stessi Sacramenti (Battesimo, raffigurato dal passaggio del Mar Rosso; Eucaristia, raffigurata dalla manna; ecc.), rifiuteremo o tarderemo a convertirci nei nostri atteggiamenti « interiori », significati ed espressi dagli stessi riti sacramentali. Anzi, per noi la situazione è aggravata proprio perché in Cristo « è arrivata la fine dei tempi » (v. 11), cioè la fase ultima della salvezza, carica di tutta la forza dirompente delle decisioni irrevocabili. Se è vero che Cristo ha portato « un di più » di salvezza, anzi la « pienezza » della salvezza, è anche vero che con lui è venuto per noi « un di più » di responsabilità e di rischio. Perciò non possiamo differire il nostro « convertirci » a lui e alle esigenze del suo Vangelo. Niente ci dà sicurezza davanti a lui, neppure la nostra fedeltà passata, se non si rinnova sempre da capo. Perciò S. Paolo ammonisce accoratamente: « Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere » (v. 12). « Ho osservato la miseria del mio popolo… » È bensì vero che Dio si è impegnato per la nostra salvezza e ne è l’artefice principale; però non è facile rimanere in questo clima salvifico attuandone le esigenze fino in fondo, come ci attesta anche la prima lettura, che ci presenta uno dei passi salienti dell’Antico Testamento: la vocazione di Mosè e la rivelazione del Nome di Jahvèh. « Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarli dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele… Dio disse a Mosè: « Io sono colui che sono! »… Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione » (Es 3,7-8.14-15). Il nome di Jahvèh (« Io sono »), con cui Dio si rivela al suo popolo, non ne esprime tanto l’essenza quanto la potenza salvifica: egli è colui « che fa esistere » Israele come popolo libero, quasi « creandolo » dal nulla. Ciò nonostante, abbiamo sentito Paolo ricordarci che « della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto » (1 Cor 10,5). Il libro dell’Esodo ci racconta delle infinite ribellioni e « mormorazioni » d’Israele che, spaventato dai rischi del deserto, rimpiange la terra di schiavitù: « Mancavano forse delle sepolture in Egitto, che tu ci hai portato a morire nel deserto?… Meglio sarebbe stato per noi servire agli Egiziani, che morire nel deserto » (Es 14,11-12). Non è né facile né comodo essere « liberi »: perciò tutti siamo tentati di renderci « schiavi » (Dostoevskij)! Il messaggio della Quaresima è un pressante invito alla « libertà » attraverso la « conversione » del cuore, verificata sulle cose e sui fatti di ogni giorno.

Settimio CIPRIANI  +

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI – (2008)

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IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI  -  (2008)

Viaggiare è da sempre un costitutivo antropologico, caratteristica dell’uomo e suo bisogno. Oggi ancora di più. I celeri mezzi di trasporto, i fitti rapporti tra persone e Stati, lo scambio commerciale e culturale, la voglia di conoscere altri popoli e Paesi, tutto questo costituisce una ricca miscela che ha incrementato lo spostamento. La facilità di raggiungere le mete e i costi relativamente contenuti sono fattori vincenti per soddisfare la voglia di viaggiare. Il benefico vantaggio si è riverberato anche sul turismo religioso, spesso identificato con il termine “pellegrinaggio”. Non è una novità, se pensiamo a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, le tre grandi mete dell’antichità. Ai nostri giorni si registra l’eccezionalità di due fattori: l’accresciuto numero dei pellegrini e la ricca rosa degli itinerari come Fatima, Lourdes, Guadalupe, luoghi di Padre Pio e di altri santi, solo per citarne alcuni. Tra i pellegrinaggi biblici, il primo posto spetta ovviamente alla Terra Santa, subito seguito da quello sulle orme di San Paolo, con attenzione soprattutto alla Turchia e Grecia1. Seguendo gli Atti degli Apostoli, compiremo un ideale viaggio con l’Apostolo2, facendoci pellegrini che camminano con lui per portare a tutti il gioioso annuncio del Vangelo. Partendo da Gerusalemme, arriveremo a Roma, dopo aver toccato Antiochia, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea3. In viaggio con san Paolo Dopo l’esperienza di Damasco e il profondo ripensamento che ne è seguito, Paolo inizia la sua attività missionaria al seguito di Barnaba e in compagnia di Marco. Sperimenta di persona che cosa significhi essere apostolo dei pagani, vocazione a cui lo ha chiamato Dio stesso (cf Gal 1,15-16). Sotto i suoi occhi si aprono i prodigi della grazia, capace di far fiorire nel cuore dei pagani l’accoglienza per il Vangelo: Cipro, Perge, Pisidia, Antiochia, Iconio, Derbe, sono tappe che costellano la corsa del Vangelo e segnano l’ingresso dei pagani nel mondo, finora sigillato, delle Scritture. Per il secondo e il terzo viaggio lo Spirito riserva a Paolo nuove avventure. Egli diviene il primo responsabile della missione e trova altri collaboratori nelle persone di Silvano (o Sila) e di Timoteo. Partendo da Antiochia di Siria, centro di irradiazione del movimento missionario della Chiesa primitiva, il cammino conduce a rivisitare alcune comunità fondate nel primo viaggio e poi continua in Asia Minore fino al Mar Egeo. Da qui, sempre sotto la guida dello Spirito, i missionari compiono un balzo, relativamente breve quanto a chilometri, decisamente ardito quanto a importanza teologica: si lascia l’Asia Minore e il mondo orientale per addentrarsi in Europa e nel mondo occidentale. Utilizzando la via Egnazia, grande arteria imperiale che collegava Bisanzio4 con il Mar Adriatico, arrivano prima a Filippi e quindi a Tessalonica5, Il cammino continuerà per Berea, Atene, Corinto, Efeso, Mileto, solo per citare alcuni nomi. Paolo concluderà il terzo viaggio a Gerusalemme, dove sarà arrestato e quindi portato a Cesarea; da qui, dopo una detenzione di circa due anni, sarà trasferito a Roma. Nella capitale dell’impero romano si conclude la vicenda narrativa degli Atti degli Apostoli. Se numerosi sono i fotogrammi geografici, non va dimenticato che la geografia, al pari della storia, è al servizio dell’interesse teologico dell’autore. Più che degli spostamenti degli Apostoli e i viaggi di Paolo, si deve parlare dell’irresistibile corsa della Parola, che giunge ovunque a portare la salvezza. Accesasi a Gerusalemme con Cristo morto e risorto, questa salvezza percorre il mondo grazie alla luminosa testimonianza degli apostoli animati dallo Spirito; con Paolo la Parola giunge a Roma, capitale dell’impero e ideale punto di convergenza del mondo. Paolo sceglie sempre grandi centri per irradiare il Vangelo. Leggiamo in questo una precisa strategia missionaria che sfrutta la posizione geografica e commerciale delle città. Da Gerusalemme a Roma, passando per altre città, seguiremo un itinerario che è nel contempo geografico e teologico.

1. GERUSALEMME 1.1. I testi6 7,58 – 8,3: Saulo (= Paolo) è presente al martirio di Stefano. 9,1-2: Saulo ottiene dal sommo sacerdote l’autorizzazione ad arrestare i cristiani e a tradurli a Gerusalemme. 9,26-30: Saulo ritorna a Gerusalemme dopo l’esperienza di Damasco. 11,30: Paolo e Barnaba portano aiuti a Gerusalemme. 15,2: Paolo e Barnaba si recano a Gerusalemme per risolvere la questione dei pagani che vogliono convertirsi al cristianesimo. 18,22: Paolo ritorna a Gerusalemme alla fine del secondo viaggio. 21,15 – 23,30: ultima attività a Gerusalemme prima dell’arresto e quindi trasferimento a Cesarea.

1.2. La città La città che Paolo vede gode ancora di un relativo splendore, l’ultimo prima della sua distruzione nel 70 d.C. per opera dei Romani. Si conclude tragicamente una storia che ha tutto il sapore di un’epopea. Conquistata verso il 1000 a.C. da Davide, fu scelta come capitale e quindi subito privilegiata tra tutte le altre città. La sua bellezza e la sua funzione di città eletta saranno celebrate continuamente da profeti e salmisti. Il tempio, segno sensibile della presenza divina, conferiva un’autorità e una dignità che la facevano primeggiare. Costruito con profusione di ricchezza e di splendore nel IX secolo a.C. da Salomone, segnò le grandi tappe della storia: distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor, riedificato modestamente al ritorno dall’esilio babilonese, venne praticamente rifatto da Erode il Grande con sontuosità e con dimensioni che strappavano l’ammirazione di tutti7. Oltre al tempio, la grandezza di Gerusalemme era legata alla presenza del Sinedrio, supremo tribunale religioso e civile, e al movimento teologico e spirituale che contribuivano a farne la città santa, come la chiamano ancora oggi gli Arabi. Paolo verrà a Gerusalemme per approfondire la sua formazione teologica e spirituale alla scuola di Gamaliele, una specie di Socrate ebreo, per la sua dottrina e per la sua rettitudine. Da Gerusalemme partirà alla volta di Damasco come persecutore dei cristiani, ma vi tornerà come testimone del Risorto e annunciatore del Vangelo. Alla fine, la città gli diventerà ostile, perché proprio in essa Paolo sarà arrestato e tradotto come prigioniero a Cesarea.

2. ANTIOCHIA 2.1. I testi 6,1: Nicola, uno dei Sette, proviene da Antiochia. 11,19-21: predicazione ai giudei e ai pagani con numerose conversioni. 11,26: ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù sono chiamati ‘cristiani’. 13,1-4: scelta dei primi missionari e partenza per il primo viaggio (Barnaba, Paolo e Marco). 14,26: ritorno dal primo viaggio. 15,1-2: Paolo e Barnaba difendono la loro opinione a proposito dei pagani convertiti. 15,30-35: i delegati portano ad Antiochia la lettera con le decisioni del concilio di Gerusalemme. 15,36-40: partenza per il secondo viaggio missionario (Paolo e Sila). 18,22: ritorno dal secondo viaggio. 18,23: partenza per il terzo viaggio (Paolo, Sila e Timoteo).

2.2. La città Antiochia di Siria8 è una città posta sulle sponde dell’Oronte, nella fertile Cilicia, a una ventina di chilometri dal mare con il quale era collegata dal fiume navigabile. Per terra era il punto di confluenza delle molteplici vie commerciali e strategiche della Mesopotamia, Asia Minore, Egitto e Palestina. La sua fondazione risale al 300 a.C. ad opera di Seleuco I; passata prima sotto gli armeni, diventerà nel 66 a.C., sotto i Romani, civitas libera e capitale della provincia romana di Siria. Prosperò molto, diventando la terza città dell’impero dopo Roma ed Alessandria, meritandosi il titolo di ‘regina dell’Oriente’. Una piccola colonia di giudei si era stabilita fin dai tempi della sua fondazione e godeva degli stessi diritti dei Greci. Al tempo del Nuovo Testamento, il gruppo giudaico si era arricchito e si trovava a convivere con Greci, Siri e Romani: secondo una stima la popolazione ammontava a 300.000 abitanti, di cui 45.000 ebrei. In città si parlava il greco, anche se in qualche sobborgo era usuale l’aramaico. Giuseppe Flavio riporta che le cerimonie giudaiche attiravano una gran quantità di Greci e che alcuni di loro erano diventati proseliti. Le prime reclute cristiane sono da ricercare in questo gruppo, oltre ai cristiani fuggiti da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano. La città che accolse i fuggitivi era notoriamente liberale e aperta. Alcuni predicarono il Vangelo, sia agli Ebrei sia ai Greci, e si formò nella città una fiorente e attiva comunità cristiana. Basti ricordare che in questa città i seguaci di Cristo ricevono per la prima volta il titolo di cristiani e che tutti i tre viaggi missionari di Paolo partono da questa base. Un vero punto di appoggio per le spedizioni apostoliche. Gli Antiocheni avevano visuali più ampie circa l’ammissione dei pagani al cristianesimo: Paolo difese lo stesso punto di vista davanti a Pietro proprio in questa città9. Il problema si rivelava scottante e di urgente soluzione, e per questo venne convocato il concilio di Gerusalemme.

3. FILIPPI 3.1. I testi 16,11-40: Paolo fonda la comunità, vi è arrestato e da Filippi parte repentinamente. 20,1-2: passaggio nel viaggio di andata da Efeso a Corinto nell’autunno del 57. 20,3-6: passaggio nel viaggio di ritorno da Efeso nella Pasqua del 58.

3.2. La città La futura Filippi è all’inizio il modesto villaggio di Crenides, collocato in posizione strategica nella pianura bonificata del fiume Angites in Macedonia e ai confini con la Tracia. Lo sviluppo fu favorito dalla vicinanza ai famosi giacimenti auriferi del monte Pangeo e soprattutto dall’intervento di Filippo II, padre di Alessandro Magno, che verso il 360 a.C. trasformò Crenides in città, denominandola Filippi. Con la conquista della Macedonia nel 148 a.C. da parte di Roma, la città venne resa provincia romana e questo favorì ulteriormente la sua importanza. Un sostanzioso accrescimento di popolazione si verificò allorché nel 42 a.C., dopo la vittoria militare di Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio, molti soldati, conclusa la guerra, si stanziarono nella città. Fu proprio Ottaviano a concederle l’ambito titolo di Colonia Julia Augusta Philippensis con il godimento dello jus italicum che esonerava i cittadini dal pagamento delle tasse. Tale privilegio favorì la proprietà e incrementò gli scambi, tanto più che la città era attraversata dalla via Egnazia, la grande arteria imperiale che collegava l’Oriente con l’Occidente. Filippi si trasformò in una piccola Roma: i magistrati si chiamavano pretori, l’amministrazione era modellata su quella romana (cf At 16,21) e il latino fu assunto come lingua ufficiale. La popolazione indigena dei primi tempi andò sempre più assimilandosi ai nuovi venuti, che finirono per diventare la maggioranza; tra locali, orientali e occidentali, si distinguevano per numero quelli di origine latina. Alla diversità etnica faceva riscontro la molteplicità delle religioni, da quella imperiale con il culto alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva, a quella locale che venerava Dionisio, a quella importata dal lontano Egitto con Iside o dalla vicina Anatolia con Cibele. Anche la comunità ebraica era presente, però in quantità modesta, perché sprovvista di sinagoga e costretta a riunirsi presso il fiume, fuori dalla città; proprio là Paolo incontrerà i suoi correligionari di un tempo (cf At 16,13). La comunità sarà destinataria di un’affettuosa lettera di Paolo, quella appunto ai Filippesi.

4. TESSALONICA 4.1. I testi 17,1-10: Paolo fonda la comunità; subbuglio e partenza.

4.2. La città Quando Paolo arriva a Tessalonica trova una importante città portuale, che sfruttava la sua favorevole posizione sul golfo Termaico. Posta inoltre a un ideale incrocio tra l’asse nord-sud con l’asse est-ovest, la città era diventata presto un movimentato centro commerciale e, necessariamente, un cosmopolita punto di incontro. La sua vicenda storica la classificava città di antica e gloriosa tradizione, perché fondata sul finire del IV secolo a.C. da Cassandro che le diede il nome di sua moglie Tessalonica. Nel corso della sua storia ricevette continui riconoscimenti: passata nel 168 a.C. sotto il dominio romano, fu promossa alcuni anni più tardi al rango di capitale della Macedonia e residenza del governatore. Infine ottenne addirittura lo statuto di città libera, con propria amministrazione. Tutto ciò accrebbe sensibilmente il valore della città, già favorita dalla posizione geografica. Paolo giunse a Tessalonica per la prima volta durante il suo secondo viaggio apostolico, verso l’anno 50. Con i suoi collaboratori e compagni di viaggio, Sila e Timoteo, aveva iniziato a predicare ai Giudei, secondo il costume abituale, riconoscendo loro la priorità nel progetto della salvezza: a loro per primi Dio aveva indirizzato le promesse quando aveva chiamato il padre e capostipite Abramo. Da parte di Paolo non si tratta di una semplice precedenza né di una elementare norma di cortesia, ma del rispetto del piano divino che deve essere accolto e attuato. Ben presto Paolo apre il tesoro della sua predicazione anche ai pagani, perché ha ben capito che con Gesù Cristo sono state abolite le antiche restrizioni: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Paolo sceglie quindi una gloriosa e vivace città per annunciare il Vangelo. Seconda città d’Europa ad essere visitata dall’Apostolo, è la prima a ricevere una sua lettera, inviata da Corinto verso il 51. Il testo ha il privilegio di essere il primo scritto di Paolo e di tutta la letteratura neotestamentaria. Dopo pochi mesi, giunge a Tessalonica una seconda lettera.

5. ATENE 5.1. I testi 17,22-34: Discorso di Paolo all’Areopago.

5.2. La città Partito dalla Macedonia, via mare, Paolo arriva ad Atene accompagnato da un gruppo di cristiani di Berea. Congedatosi da loro, rimane solo in città, in attesa di Timoteo e Sila. Qui, a detta di Luca, oltre che con i Giudei, entra in contatto con i filosofi delle due principali scuole, l’epicureismo e lo stoicismo. Con loro e con tutti quelli che incontrava era solito intavolare discorsi e scambiare opinioni ogni giorno sulla piazza principale (cf At 17,17). Gli ateniesi erano spinti dalla potente molla della loro proverbiale curiosità, mentre Paolo tentava di soffocare la fiamma di indignazione, accesasi alla vista dei numerosi idoli che pullulavano ovunque. L’opportunità di annuncio del vangelo era propizia, tanto più che gli stessi cittadini, benché perplessi, richiedevano esplicitamente: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta» (At 17,19-20). Conquistare alla causa del vangelo un uditorio come quello di Atene era per Paolo un compito assai delicato10. Egli doveva evangelizzare, senza urtare la suscettibilità di gente soddisfatta di se stessa, orgogliosa di vantare un triplice primato: nelle grandi imprese militari con personaggi ormai entrati nella leggenda, nelle idee grazie ad una folta schiera di filosofi e poeti, nell’arte con capolavori che ancora oggi il turista ammira estasiato. Anche se la città non era più la Atene di Pericle e di Fidia, di Aristotele e di Platone, è pur vero che il suo glorioso passato le assicurava lustro e prestigio che il tempo non aveva potuto scalfire. A questo popolo di eroi, Paolo viene a dire che hanno bisogno di un salvatore, di origine giudaica; a questo popolo di geniali pensatori annuncia non una filosofia da assommare alle altre, ma l’incontro con l’unica verità e la vera sapienza; a un popolo di artisti e di cultori del bello annuncia un uomo morto con infamia sulla croce. Atene era nell’antichità una città esemplare e un sicuro punto di riferimento; ad essa Luca riserva un trattamento di favore, presentandovi un annuncio che raggiunge il massimo grado di pubblicità. Il discorso di Paolo all’Areopago vale come prezioso esempio di tentativo di dialogo tra cristianesimo e cultura-ambiente. Paolo ha tentato una felice simbiosi tra cultura antica e annuncio del vangelo. Anche se il discorso sembra un tentativo sprecato, considerando che i più lo rifiutano e che Paolo stesso a Corinto sembra rinnegare tale metodologia (cf 1Cor 2,1-4), tuttavia Luca non lo considera un fallimento e ce lo presenta elaborato e ricco di particolari.

6. CORINTO 6.1. I testi 18,1-18: Paolo fonda la comunità e dimora nella città negli anni 51-52. 20,1-3: possibile visita alla comunità durante i tre mesi di permanenza nell’Acaia.

6.2. La città Corinto, ricca di traffico e di commercio, contrastava con Atene, città della cultura e dell’educazione. Questa testimoniava ancora la ricchezza dello Spirito, quella era tutta dominata dalla potenza del denaro. Atene rimaneva greca, Corinto non lo era più. Nel 146 a.C. il console romano Mummio la distrusse senza pietà e così eliminava una rivale commerciale del porto di Delo, creato da poco, e rassicurava i banchieri romani che temevano la potenza finanziaria della favolosa Corinto. Nel 44 a.C. Giulio Cesare diede ordine di ricostruirla: vi affluirono veterani, povera gente dei dintorni e tanti altri, fino forse a raggiungere i 500.000 abitanti11. Una rinascita così rapida si spiega con la vantaggiosa posizione geografica; si affaccia su due mari: ad ovest, nel porto Lacheo arrivavano le navi dalla Spagna e dall’Italia, ad est, nel porto di Cencre sul mare Egeo, confluivano i mercantili di Asia Minore, Siria, ed Egitto. Corinto, ‘regina dei due mari’, li utilizzava entrambi. I due porti assicuravano anche una presenza cosmopolita: Greci, Fenici, Asiatici, Ebrei, Egiziani e Romani si alternavano nell’intenso traffico della città. Tutti i culti erano praticati, ma quello di Afrodite (Venere) ottenne un successo particolare. Sull’acropoli dominava il santuario rimasto celebre nell’antichità per le sue prostituzioni sacre. Afrodite Pàndemos, cioè la ‘Venere popolare’, era la patrona di riti diversi e protettrice della città. Mille prostitute servivano la dea e le loro esigenze erano tali che un detto diceva: «Non è da tutti poter sbarcare a Corinto». Del resto, il verbo greco corinthiázestai, che significa ‘vivere alla corinzia’, non era certo un elogio e il nomignolo corinthistés indicava un ‘protettore’. Questo mondo pagano aiuta a comprendere il sottofondo delle lettere ai Corinzi e rende ragione di alcune prese di posizione di Paolo. Ogni due anni si celebravano a Corinto, in onore di Poseidone (Nettuno), dio del mare, i giochi istmici che, dopo i giochi olimpici, erano i più famosi della Grecia. La città di popolava di spettatori12. I concorrenti dovevano iscriversi con un anno di anticipo ed erano sottoposti ad un severo allenamento di 10 mesi prima della gara. Se interrompevano le esercitazioni, venivano squalificati. Coloro che vincevano, ricevevano in premio una corona di rami di pino, albero sacro a Poseidone. Tenendo presente questo, si comprende bene la frase di Paolo in 1Cor 9,24-27. Nella primavera dell’anno 51 ebbero luogo questi giochi e Paolo era a Corinto. Vi avrà partecipato? Non sappiamo; in genere gli ebrei osservanti non vi prendevano parte, perché i giocatori si presentavano alla gara nudi. Di sicuro sappiamo che in quell’anno Paolo si incontrò con Gallione. Tale incontro permette di fissare l’unica data certa della cronologia paolina. La comunità cristiana di Corinto è destinataria di due lettere apostoliche. Paolo era arrivato in città durante il secondo viaggio apostolico e là aveva soggiornato per circa 18 mesi, venendo a conoscenza di persone e di situazioni. Durante il soggiorno a Efeso, all’epoca del terzo viaggio, si presentò l’occasione di comporre la prima lettera ai Corinzi, perché notizie preoccupanti lo avevano informato che a Corinto si erano manifestati dei dissensi e la Chiesa si era frazionata in vari gruppi. Paolo veniva a conoscenza di numerosi abusi: il vizio della lussuria, infuriante nella città, continuava ad esercitare la sua attrattiva sui neo-convertiti e si era arrivati al punto di tollerare nella comunità un penoso caso di incesto; sorgevano frequentemente tra i cristiani dei litigi per motivi di interesse e ci si rivolgeva ai tribunali per ottenere giustizia; nella stessa celebrazione eucaristica si commettevano irregolarità, talora perfino profanazioni. Su alcuni punti si esigeva da Paolo una parola chiarificatrice: era più perfetto lo stato di matrimonio o di verginità? Come regolarsi in merito alle carni immolate agli idoli? Quali erano i carismi più perfetti? Come rispondere a coloro che non ammettevano la resurrezione dei corpi? Nella primavera del 57 Paolo invia da Efeso la prima lettera, seguita, qualche mese più tardi, dalla seconda. Poiché qualcuno aveva sollevato dubbi circa l’autorità apostolica di Paolo, questi si vede costretto a difendersi, perché ne va di mezzo il valore del Vangelo da lui predicato. Lo stile diventa allora più appassionato e spesso anche polemico.

7. EFESO 7.1. I testi 18,19-21: breve soggiorno di Paolo ad Efeso. 18,24-26: predicazione di Apollo ad Efeso. 19,1-41: lungo soggiorno di Paolo ad Efeso; sommossa degli argentieri. 20,17-38: con un commovente discorso a Mileto, Paolo si congeda dai responsabili della comunità cristiana di Efeso.

7.2. La città Efeso, la più grande città dell’Asia Minore, condivideva con Antiochia e con Alessandria il primato nel Mediterraneo. Era favorita da una posizione geografica strategica, perché a soli 5 Km dal mare e perché collocata all’imbocco di una vallata da cui passava il percorso più rapido verso la Siria e tutto l’interno. Se si aggiungono l’attività e l’industriosità dei suoi abitanti, si comprende la qualifica di «maggior emporio dell’Asia a ovest del Tauro», data da Strabone, famoso geografo greco del I secolo a.C. Abitata dagli Ioni fin dal 1044 a.C., passò successivamente sotto la dominazione dei Lidi, dei Persiani, di Alessandro Magno e quindi di Roma nel 133 a.C.. Divenne il centro amministrativo e religioso della provincia romana d’Asia. La divinità principale era la dea orientale della fertilità, identificata dai greci con Artemide e dai romani con Diana. Il culto era largamente praticato ad Efeso che si definiva la città «custode del tempio della grande Artemide» (At 19,35); per lei era stato edificato uno stupendo tempio, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico13. Quello che Paolo vide era il quinto edificato sullo stesso posto e costruito probabilmente verso il 334 a.C., dopo la visita di Alessandro alla città. Gli scavi condotti nel secolo scorso hanno messo in luce un edificio di 75 m. di lunghezza, 50 di larghezza, provvisto di 100 colonne con un diametro alla base di m. 1,8. Ad Artemide era dedicato un mese particolare, l’Artemisio, che cadeva in marzo-aprile. Il gran concorso di folla rendeva sempre più celebre e più ricco il santuario, che assicurava la fortuna degli argentieri. Costoro preparavano degli ex voto che i pellegrini acquistavano e offrivano alla dea. Paolo visiterà brevemente Efeso per la prima volta nel corso del terzo viaggio, quando, proveniente da Corinto, stava facendo ritorno ad Antiochia. Sarà più tardi nuovamente a Efeso per predicare il Vangelo, questa volta per un periodo di circa due anni, ottenendo buoni risultati (cf At 19,1.8-10). Il suo successo ebbe come contraccolpo il calo dei devoti di Artemide, causando una crisi agli argentieri che vedevano minacciati i loro interessi economici. Saranno proprio loro a provocare una sommossa popolare contro i predicatori della nuova religione (cf 19,23-41). Tra le lettere di Paolo figura quella indirizzata alla comunità di Efeso14. Il contenuto esalta la supremazia universale di Cristo, centro e sintesi dell’universo e il suo legame con la Chiesa, chiamata sua sposa, suo corpo, gigantesco e mistico tempio divino, la cui pietra angolare è Cristo stesso e le cui fondamenta sono gli apostoli e i profeti, strumento universale che porta a tutti la salvezza di Cristo.

8. CESAREA 8.1. I testi 8,40: presenza del missionario Filippo, uno dei Sette. 10,1: residenza di Cornelio, centurione della coorte Italica. 10,24: Pietro arriva nella casa di Cornelio. 23,33 – 26,32: Paolo è prigioniero per circa due anni.

8.2. La città Fondata forse verso la fine del periodo persiano, circa nel IV secolo a.C., la città venne abitata dai Giudei a partire dal 100 a.C. Inizialmente modesta e costruita sull’antico sito fenicio della Torre di Stratone, conobbe una radicale trasformazione sotto Erode il Grande che dall’anno 22 a.C. la dotò di porto, di un tempio dedicato all’imperatore, di reggia, di teatro, di ippodromo, di installazioni e luoghi pubblici e di servizi idrici. Ancora oggi sono visibili, perché ben conservati, il teatro e l’acquedotto che trasportava l’acqua attinta al monte Carmelo. Erode la chiamò Cesarea in onore dell’imperatore15. La qualifica ‘Marittima’, in quanto si affacciava sul mare, si rese necessaria per distinguerla da almeno sette città che portavano lo stesso nome16. Divenne dal 6 d.C. la sede del governatore romano di Giudea, che la preferiva alla fredda e bigotta Gerusalemme. Nella città di Cesarea Paolo fu trasferito dopo il suo arresto a Gerusalemme e vi rimase per circa due anni. Qui Paolo si incontrò più volte con il procuratore Felice che rivestirà tale carica dal 52 al 60; costui sperava di ottenere denaro da Paolo e per questo lo trattenne a lungo. Gli succedette Porcio Festo (60-62) al quale Paolo rivendicò il suo diritto di essere giudicato dal tribunale dell’imperatore. Il procuratore rimase perplesso e approfittò del passaggio a Cesarea di Erode Agrippa II per presentargli Paolo in pubblica udienza e per vedere se lui, buon conoscitore di cose giudaiche, avesse potuto trovare qualche motivo che giustificasse il ricorso al tribunale di Roma. Ma anche Agrippa dovette riconoscere che, se non si fosse appellato all’imperatore17, il prigioniero si sarebbe potuto benissimo liberare.

9. ROMA 9.1. I testi 25,11-12: Paolo vuole essere giudicato dal tribunale dell’imperatore che si trova a Roma. 27,1 – 28,16: fortunoso viaggio di trasferimento a Roma. 28,17-31: Paolo prigioniero e annunciatore del Vangelo a Roma.

9.2. La città Alcune comunità cristiane furono fondate storicamente dagli apostoli o dai discepoli: sappiamo dell’attività di Filippo in Samaria (cf At 8,5) o dell’iniziativa di alcuni credenti ad Antiochia (cf At 11,20); della fondazione di altre si sono impossessate la tradizione e la leggenda e si parla allora di Marco ad Alessandria, di Tommaso in India, di Lazzaro a Marsiglia. Niente di tutto questo per la comunità di Roma, la cui origine rimane avvolta nel buio18. Non avendo dati storici e nemmeno indicazioni leggendarie, dobbiamo affidarci ad alcune congetture. Nel primo secolo Roma era una città cosmopolita che contava circa un milione di abitanti, per lo più dello strato inferiore: plebei, schiavi, affrancati, immigrati. Tra i molti orientali che si erano stanziati in città occupando interi quartieri, si distingueva, perché omogenea e potente, la colonia giudaica, che noi conosciamo, sia per gli storici Svetonio e Giuseppe Flavio, sia per le numerose iscrizioni rinvenute nei 6 cimiteri ebraici di Roma. Da tali iscrizioni veniamo a sapere che esistevano almeno 13 sinagoghe e non solo a Trastevere, come si ritenne per molto tempo. Secondo una stima attendibile, la popolazione giudaica si aggirava intorno alle 50.000 unità. È forse all’interno di questa popolazione che bisogna individuare l’origine della co­munità cristiana, che ipotizziamo nel modo seguente. I primi cristiani sono tutti ebrei: alcuni di loro dall’Oriente arrivano a Roma e si uniscono alla comunità giudaica, non avendo ancora una identità distinta. La separazione netta tra ebrei e cristiani si avrà solo con il sinodo di Jamnia dell’anno 90. Nell’anno 49-50 l’editto dell’imperatore Claudio allontana tutti i giudei da Roma; così riferisce lo scrittore romano Svetonio: «(Claudio) espulse i giudei da Roma, poiché aizzati da Chrestus provocavano continuamente disordini». Con tutta probabilità Chrestus è Cristo a cui il gruppo di cristiani si ispira. Nerone riprenderà questa infame accusa in occasione dell’incendio di Roma. Tra gli allontanati da Roma figura anche la coppia Aquila-Priscilla, che Paolo incontra a Corinto (cf At 18,2) e forse da loro riceve notizie di prima mano sulla comunità cristiana di Roma. Impoverita della sua parte giudaica, nella comunità cristiana di Roma rimangono coloro che proven­gono dal paganesimo. È vero che con la morte di Claudio decade il suo editto e con Nerone i giudei possono ritornare, ma è pur vero che l’elemento un tempo pagano finisce per prevalere. La fondazione della comunità cristiana da parte di Pietro o una sua lunga permanenza a Roma non sono storicamente documentabili, anzi, improbabili. Pietro fu certamente a Roma, ma non sembra prima di Paolo e, con tutta probabilità, non vi si trovava al tempo dell’invio della lettera ai Romani: nella lista dei saluti sarebbe stato d’obbligo ricordare Pietro, considerato una delle colonne (cf Gal 2,9). Quando Paolo scrive da Corinto la sua lettera, verso il 57-58, i suoi riferimenti sono soprattutto ai pagani convertiti al cristianesimo (cf Rm 1,13-15; 15,15-16). Di questa monumentale opera teologica e letteraria ci limitiamo a osservare l’importanza. Qualcuno l’ha definita con un po’ di enfasi il testamento di Paolo, ma tutti concordano nel ritenerla il testo più importante del NT, dopo i Vangeli. Importante per i protestanti che la considerano il documento teologico più rilevante del cristianesimo, non lo è meno per i cattolici19. Nell’elenco delle lettere paoline occupa, a partire dal III secolo, il primo posto, forse per la dignità che spettava alla comunità cristiana di Roma e, più probabilmente, per l’importanza dottrinale dello scritto.

CONCLUSIONE: Parola e pellegrinaggio L’elenco delle città visitate da Paolo dà un’idea sufficiente della corsa del Vangelo nel mondo e dei fermenti della Chiesa primitiva. La Parola, che “non è incatenata”, deve continuare la sua corsa nel mondo, per impiantare pace e amore nel cuore di ogni uomo. Vedere dove e come questa Parola si è incarnata diventa lo stimolo del pellegrinaggio; apprendere e vivere tale Parola, ne diventa il suo fine. Dopo la venuta di Cristo, il mondo intero è divenuto templum Domini e spazio in cui si adora il Signore. Di fatto sono i “luoghi santi” ad essere abilitati dalla fede a divenire fonte di una singolare corrente dello Spirito di Dio che stimola alla conversione. Sappiamo bene che il pellegrinaggio come forma specifica del viaggio ha una sua cittadinanza lunghissima nel vissuto ecclesiale. Basti citare l’esempio di Eteria o Egeria, pellegrina spagnola della fine del IV secolo che ci ha lasciato un interessante Diario di viaggio20. Si può dire tranquillamente che il pellegrinaggio sia un’espressione organica del vissuto ecclesiale così come anche della devozione personale. Non lo si può considerare un elemento necessario della fede, ma una normale, piacevole e raccomandabile forma con cui manifestare e vivere la propria fede. Per raggiungere lo scopo, deve essere un vero pellegrinaggio e non solo turismo religioso; occorre perciò privilegiare l’annuncio di Cristo e lo sviluppo della vita cristiana, in tutte le sue manifestazioni. Il pellegrinaggio diventa un’opportunità: per molti che disertano le nostre chiese una specie di “areopago di evangelizzazione”, per tutti un modo abituale di leggere una fede incarnata e tradotta con il linguaggio della geografia e della storia.

Mauro Orsatti Facoltà di Teologia di Lugano

SAN PAOLO – L’APOSTOLO DELLE GENTI, FEDELE A GESÙ CRISTO

http://www.innomedimaria.it/san_paolo/san_paolo.htm

SAN PAOLO -  L’APOSTOLO DELLE GENTI, FEDELE A GESÙ CRISTO

(è un po’ lungo, ma interessante, alcuni riferimenti storici messi in rilievo)

S’intende qui affiancare agli avvenimenti accaduti tra il 34 e il 70, secondo la cronologia tradizionale, quali risultano dalla “Storia dei Vangeli”, quelli desumibili dalla biografia di san Paolo storicamente accertata, in particolare da Marta Sordi, che è stata docente di Storia romana e greca presso l’Università Cattolica di Milano ed è scomparsa il 5 aprile del 2009. Contemporaneamente si mostreranno le correzioni cronologiche necessarie a ristabilire la continuità dei fatti storici, risolvendo pure quei problemi di storia della Chiesa e di storia romana che sembrano un vero enigma. Gli eventi della vita di san Paolo lumeggiano in modo particolare la simpatia del mondo romano per il Cristianesimo nascente prima della svolta Neroniana, si pongono in continuità con l’opera di Teofilo presso Tiberio, spiegano la diffusione del Cristianesimo a Roma e poi in tutto l’Impero a partire dalle case romane (le chiese domestiche) tramite la conversione del paterfamilias o della domina con neutralità benevola del paterfamilias. Ancora oggi, come nell’antica Roma imperiale, la fede del paterfamilias e/o della domina (la moglie/madre) distinguono le famiglie cristiane da quelle non cristiane, con ripercussioni incalcolabili sui figli.   1 – La vita e la missione di San Paolo Nacque a Tarso, in Cilicia. Gli fu posto nome Saulo, che si dice Saulos in greco, Saul in ebraico, come il primo re di Israele. Ma il suo nome «era anche Paolo», dal latino, come è ricordato in At 13,9, ed egli cominciò a usarlo quando incontrò il proconsole Sergio Paolo a Cipro. La sua famiglia era della più rigorosa setta dei farisei. Ma possedeva anche la cittadinanza romana, ciò che appare insolito per i farisei, fortemente insofferenti alla dominazione romana sulla Palestina. Si suppone che sia nato nell’8 d.C., perché era detto “giovane” nel 34, quando era presente alla lapidazione di Stefano. Saulo crebbe a Gerusalemme e frequentò la scuola del sacerdote Gamaliele (At 22,3; 5,34), probabilmente fino alla scuola superiore, come era normale per i farisei. Quindi lo incontriamo al momento in cui avviene il martirio del diacono Stefano, facilmente riconducibile all’anno 34. Luca riferisce tutti i particolari di questo fatto, perché era presente a Gerusalemme già durante la vita pubblica di Gesù. Nella città lavorava come medico del Tempio e contribuì attivamente alla missione del Signore. Si deve qui introdurre una nota cronologica. Dall’1 al 34 d.C. il conto degli anni, che ci è stato tramandato dagli storici romani, fila liscio, ma dal 34 al 40 occorre inserire 3 anni in più andati « persi » durante il regno di Tiberio, come ci conferma proprio San Paolo nella lettera ai Galati (1,18; 2,1). I fatti riguardanti gli inizi della Chiesa si svolgono giusto a cavallo di questa lacuna cronologica. Ad esempio, grazie alla correzione della cronologia tradizionale, reintegrando i 3 anni « persi » da Tiberio, è possibile la conciliazione di alcuni dati cronologici riguardanti la vita di san Pietro. La tradizione vanta un settennato di Pietro in Antiochia e pone l’inizio di questo al quarto anno dai fatti della Passione. Ciò significa che il settennio ha inizio dal 37, ritenendo correttamente i fatti della Passione avvenuti nel 33; senza la correzione ciò appariva problematico perché, sempre secondo la tradizione, nel 42 Pietro era già a Roma. Se però collochiamo l’andata di Pietro a Roma nel 45 (42), i dati della tradizione potrebbero bene inserirsi in questo quadro cronologico. In seguito Pietro tornò a Gerusalemme e subì nel 47 (44) la persecuzione di Erode Agrippa, venendo arrestato, poi miracolosamente liberato, sicché poté tornare a Roma nel medesimo anno. È dunque necessario spostare avanti di 3 anni tutti gli avvenimenti, non astronomici, compresi tra il 37 e il 238. Le date sono di una certa qual importanza per stabilire su base logica la probabile verità di un avvenimento, o la improbabilità dello stesso, nel suo riferimento temporale. D’ora in poi useremo questa datazione e metteremo tra parentesi quella tradizionale. La cronologia riguardante san Paolo si ricava a partire dall’anno in cui Gallione era proconsole in Grecia (Acaia). Durante gli scavi archeologici al Tempio di Apollo a Delfi, nel 1892-1903, furono trovati alcuni frammenti di un’iscrizione su pietra. Vi si può leggere che l’imperatore Claudio, nella sua 26ª proclamazione imperiale, prende provvedimenti in favore di Delfi, dopo essere stato informato dall’amico proconsole Gallione del degrado in cui versa la città. La 26ª proclamazione imperiale di Claudio avvenne nella prima metà dell’anno 55 (52) (lo si ricava dal confronto tra un’iscrizione rinvenuta nella Caria, esaminata in Bull. Corr. Hell. 11,1887, pp. 306-308, un’iscrizione latina sull’acquedotto dell’Acqua Claudia alla Porta Maggiore di Roma e una notizia di Frontino nel De acquaeductu urbis Romae, 13 ss.). Si può ben ritenere che Gallione fosse all’inizio del suo mandato proconsolare e intendesse provvedere personalmente a ridare gloria al tempio di Apollo di Delfi. La carica proconsolare durava un anno, da primavera a primavera, per cui è ragionevole dedurre che Gallione l’abbia rivestita nel 55-56 (52-53). Quindi ebbe a difendere Paolo dalla gente di Corinto nell’anno 55 (52). Paolo era a Corinto da un anno e mezzo e prima aveva percorso varie città fino in Macedonia, per cui il Concilio di Gerusalemme risale al 52 (49). Infatti Paolo si era incontrato con gli apostoli a Gerusalemme, per il primo Concilio. Al momento di quell’incontro erano passati, come leggiamo nella lettera ai Galati, 3 + 14 anni dalla sua conversione. È arduo includere i 3 anni nei 14, mentre i conti tornano se aggiungiamo proprio quei 3 anni che Tiberio ha « perduto ». Se torniamo indietro di 17 anni a partire dal 52 (49), troviamo che l’anno della conversione di Saulo è stato realmente il 35 d.C., appena due anni dopo l’ascensione di Gesù Cristo al cielo. La conversione avvenne mentre il giovane si recava a Damasco per individuare i cristiani della città, denunciarli e farli imprigionare. Gesù parlò a Saulo in una luce che lo rese cieco per tre giorni, finché a Damasco incontrò un discepolo di nome Anania, dal quale ricevette il battesimo. Rimase là alcuni giorni insieme ai discepoli della città (At 9,19). Poi si dedicò a predicare nelle sinagoghe dei dintorni. Nella lettera ai Galati dice «in Arabia» (= territorio a sud di Damasco, regno dei Nabatei, con capitale Petra), senza precisare il motivo, i luoghi, il tempo trascorso e i risultati. In seguito tornò a Damasco, dove i Giudei fecero in complotto per sopprimerlo. Anche le guardie del governatore di Areta, re di Petra, vigilavano in favore dei Giudei. Ma i discepoli lo calarono dalle mura della città in una cesta ed egli andò a Gerusalemme, «dopo tre anni» dalla conversione, cioè nel 38 (35), «per consultare Cefa (Pietro)» (Gal 1,18). Che la fuga da Damasco sia avvenuta intorno a questa data è reso plausibile dal riferimento al re Areta di 2 Cor 11,32-34. Questo personaggio sarebbe il nabateo Areta IV, che poté esercitare un controllo, almeno parziale, della città damascena, peraltro inglobata nella provincia romana di Siria, solo per il periodo precedente la morte di Tiberio, cioè prima del 40 (37). Areta aveva vinto una battaglia contro Erode Antipa e aveva occupato la regione. La battaglia si era svolta dopo la morte di Giovanni Battista (32 d.C.), dopo la morte di Filippo, nel 33 d.C., ma anche, sicuramente, dopo il primo intervento di Vitellio nel 36 e prima che Vitellio insediasse Teofilo come sommo sacerdote a Gerusalemme, nel 40 (37), quando morì Tiberio (G. Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII,106-124). Areta IV regnò dall’8 a.C al 43 (40) d.C. A Gerusalemme i cristiani lo accolsero inizialmente con sospetto, sapendo che era stato un loro persecutore (At 9,26-30). Il cugino Barnaba, che era ebreo e cristiano, si fece garante per lui e, da quel momento, divenne suo collaboratore. Così Saulo poté predicare nelle sinagoghe della città santa. Ma a un certo punto i Giudei volevano ucciderlo e i discepoli lo fecero partire per Tarso. Nella sua patria rimase dal 38 (35) al 46 (43) dedicandosi però, presumubilmente, alla predicazione nei dintorni, in Siria e Cilicia (Gal 1,21). Intanto i discepoli fuggiti da Gerusalemme, per la persecuzione iniziata con il martirio di Stefano, diedero origine a una vivace comunità ad Antiochia di Siria. Qui per la prima volta furono detti «cristiani». La tradizione cristiana ha conservato memoria di una grotta, detta di San Pietro, nella quale si sarebbe riunita questa Chiesa. Anche Barnaba era stato inviato dalla Chiesa di Gerusalemme ad Antiochia di Siria. In Atti 11,25-26 va a cercare Saulo nella vicina Tarso per farne un suo collaboratore e lo conduce ad Antiochia, che è la principale metropoli del medio-oriente. Qui Paolo rimane per alcuni anni. Dopo « un anno intero », Paolo e Barnaba si recarono a Gerusalemme (At 11,27-30; 12,21-25). Occasione del viaggio fu una colletta della chiesa di Antiochia per la chiesa di Gerusalemme in vista di una carestia che era stata predetta da un cristiano di nome Agabo. Dopo aver portato le offerte della colletta tornarono ad Antiochia conducendo con loro Marco e Luca, che in questa parte del suo libro non nomina se stesso. Ritornarono ad Antiochia dopo la morte di Erode Agrippa I, avvenuta nel 47 (44). Autori extra-cristiani ricordano la prolungata carestia in Palestina in quel periodo.   Prima missione – anni 48-52 (45-49) Era l’anno 48 (45); Saulo e Barnaba, con Marco e Luca, partirono da Antiochia per la prima missione. Notiamo subito che, se leggiamo le Lettere di san Paolo tenendo presente il quadro storico, comprendiamo meglio anche alcuni aspetti dei Vangeli, perché l’Apostolo delle Genti si riferiva costantemente «a ciò che è scritto» (1 Cor 4,6). Predicava il Vangelo che aveva ricevuto per rivelazione da Gesù stesso, ma lo rendeva più preciso consultando ciò che avevano scritto Luca e gli altri evangelisti. Applicava i Vangeli, già scritti, alle situazioni concrete. Si fermarono a Cipro, dove era proconsole Sergio Paolo, che si convertì a Gesù Cristo. Da questo momento Saulo, il cui nome «era anche Paolo» iniziò a usare il secondo nome, di origine latina. Poi i missionari passarono attraverso Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe in Licaonia. Quindi tornarono ad Antiochia di Siria. Paolo, 17 anni dopo la sua conversione, Barnaba e gli apostoli si ritrovarono a Gerusalemme per il primo Concilio Ecumenico, nell’anno 52 (49). Qui fu deciso di non imporre ai Gentili convertiti l’intera Legge di Mosè.   Seconda missione – anni 52-55 (49-52) Da questo momento iniziò il secondo viaggio missionario di Paolo, nelle comunità già presenti a Derbe e Listra. Lo Spirito Santo impedì  ai missionari di andare nella provincia dell’Asia minore e in Bitinia, per cui scesero a Troade, poi passarono in Macedonia, a Tessalonica e Berea, ad Atene e infine a Corinto. Qui Paolo rimase un anno e mezzo e trovò il proconsole Giunio Gallione che lo difese da un tumulto causato dai Giudei. Era l’anno 55 (52). È questo il periodo in cui Paolo detta le due Lettere ai Tessalonicesi, dopo essere stato impedito da satana di tornare a Tessalonica e dallo Spirito Santo di predicare nelle località in cui si trovavano le sette Chiese dell’Apocalisse. Nella prima lettera raccomanda che la si legga a tutti i fratelli, ossia a tutte le Chiese; nella seconda dice che autenticherà ogni lettera con i saluti e la sua calligrafia nello scriverli. Dobbiamo ricordare che quasi mai egli scriveva le lettere «di suo pugno» e ciò ha dato ingiustamente adito al sospetto che alcune di esse non siano autentiche. Queste due lettere preludono all’Apocalisse, profezia fondata sulla rivelazione di Gesù Cristo che si conclude con l’attesa del suo ritorno, all’improvviso come un ladro per chi non veglia e non lo attende. Ecco che cosa significa «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). Con i Tessalonicesi i missionari ne avevano ragionato, concludendo che non sarebbe stato un ritorno imminente, e l’Apocalisse elenca tutto ciò che il Figlio di Dio aveva profetizzato. Nell’Apocalisse, cap. 8, versetti 10-11, leggiamo: « E il terzo angelo suonò: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia e cadde su un terzo dei fiumi e sulle sorgenti delle acque; il nome della stella si pronuncia: l’Assenzio; un terzo delle acque è diventato come assenzio; molti degli uomini sono morti a causa delle acque, perché sono divenute amare ». Le diverse immagini si possono interpretare in questo modo: « Uscì dalla Gerusalemme santa un grande predicatore, Paolo, ardente di Spirito Santo come una torcia, e percorse un terzo delle regioni interne e lontane dal Mare; il nome del predicatore si pronuncia: l’Apsinto, che ha il doppio significato di Assenzio e di Trace, perché Paolo si è spinto a evangelizzare fino alla Tracia; un terzo delle popolazioni delle regioni interne è diventato come assenzio; molti degli uomini ebrei di quei luoghi hanno creduto nel Cristo a causa di quelli che hanno ascoltato Paolo, conquistati dalla sua dottrina ». In 2 Ts 2,7 conosciamo l’opera svolta da Teofilo. Potrebbe risalire alla permanenza di Paolo a Corinto anche la Lettera agli Ebrei, non scritta direttamente da lui, ma forse da Apollo, giudeo di Alessandria collaboratore dell’Apostolo. In essa è celebrato Gesù, l’unico sommo ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza. Il sacerdote che ben ci comprende, per aver patito sulla croce. Se leggiamo anche questa lettera in relazione alle due Lettere ai Tessalonicesi e all’Apocalisse, la scopriamo molto concreta, anzi gli insegnamenti, che ci appaiono a prima vista sublimi, si rivelano molto utili anche nell’apostolato di oggi. Poteva essere indirizzata a più comunità di Ebrei, come quella di Gerusalemme, quelle dell’Asia minore (Ap 2,10: alcuni Ebrei cristiani messi in prigione a Smirne), di Antiochia. In Eb 13,7.17 sono nominati «i vostri capi», più di uno come le comunità. Ecco perché mancherebbe un indirizzo preciso. Appena arrivato nella città di Corinto, Paolo aveva incontrato alcuni Ebrei (Aquila e Priscilla) venuti dall’Italia in seguito all’ordine di espulsione di Claudio (At 18,2; Eb 13,24). Quando successivamente partì da Corinto, passò a salutare diverse comunità, compresa quella di Gerusalemme, prima di tornare ad Antiochia (At 18,5.22; Eb 13,23). Dopo ciò si imbarcò verso Antiochia ma fece sosta a Efeso. In tutti questi viaggi c’era anche Luca. Nel viaggio per mare tra Efeso e Cesarea si incontra l’isola di Patmos e qui Luca si è probabilmente incontrato con Giovanni e gli ha suggerito l’idea dell’Apocalisse.  A questo proposito, dobbiamo far notare che l’espressione « per rivelazione » (= δι’ αποκαλυψεως), usata da san Paolo per la prima volta nella lettera ai Galati, è successiva a quest’incontro di Luca con Giovanni a Patmos. La troviamo in Rm 2,5; 8,19; 16,25; 1 Cor 14,6.26.30; Gal 1,12; 2,2; Ef 1,17; 3,3. L’Apocalisse di Giovanni fu realizzata, poco dopo l’incontro a Patmos, da uno scriba di Gamla, città-fortezza che si stendeva sul fianco meridionale di una collina rocciosa sul Golan, 8 chilometri a nord est del Lago di Galilea. Notiamo che Matteo conclude il suo Vangelo con la visita, che non è precisamente un’apparizione sul luogo, di Gesù risorto ad alcuni che erano su un monte insieme agli Undici (Mt 28,16-20). San Paolo ricorda che Gesù apparve «a più di cinquecento fratelli insieme» (1 Cor 15,6), che perciò dovevano già essere uniti da qualche motivo, prima di conoscere Gesù. Infatti, nei quaranta giorni delle apparizioni, il gruppo stesso più vicino a Gesù faceva fatica a trovarsi insieme. Il motivo che teneva uniti quei fratelli poteva essere il fatto di appartenere a una città particolarmente unita e isolata, quale appunto Gamla. Da qui erano partiti gli «uomini» che avrebbero voluto «rapire» Gesù «per farlo re», dopo che aveva moltiplicato i pani e i pesci (Gv 6,14-15). Poi, nei viaggi di Paolo, si nota che in una delle Chiese dell’Apocalisse collegate a Gamla, quella di Efeso, non era presente una comunità cristiana in città. Ma la comunità « giovannea » di Efeso viveva probabilmente, come a Gamla, su una collina fuori città. Ci sono notizie e dati archeologici che lo confermano.   Terza missione – da aprile del 55 fino alla Pentecoste del 58 (52-55)  Per il terzo viaggio missionario, Paolo andò a Efeso e poi attraversò le regioni dell’altopiano, compresa la Galazia. Si inserisce in questo contesto la Prima lettera ai Corinzi. 1 Cor 4,6: «…impariate a stare a ciò che è scritto (riguardo a Gesù Cristo)…». a) Paolo attribuisce importanza fondamentale allo scritto, rispetto alla sua predicazione a voce. b) C’erano già testimonianze scritte, i quattro Vangeli, giuridicamente più valide della trasmissione a voce, sulla vita e l’opera di Gesù Cristo. Paolo trasmetteva ciò che aveva ricevuto: era scritto e giuridicamente valido (1Cor 15,3). 1 Cor 12,4-31: «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito». I carismi sono distribuiti dallo Spirito Santo nei battezzati (e cresimati) e basta fare attenzione a quello che lo Spirito opera in ciascun fedele, perché anche oggi tutti, nella Chiesa, possano riceverne beneficio. Quindi tornò a Efeso. Qui rimase per almeno 2 anni e 3 mesi. Forse proprio a Efeso gli giunse notizia che i « superapostoli » (che nell’Apocalisse sono chiamati Nicolaiti, « che si dicono apostoli e non lo sono », « che appartengono alla sinagoga di satana », il « drago », il « serpente antico ») stavano predicando anche nella Galazia un falso Vangelo, come avevano già fatto nelle Chiese nominate nell’Apocalisse. Da qui la Lettera ai Galati. La giustificazione, ossia l’adesione al Dio di Israele e Dio unico, avviene per tutti, Ebrei e Gentili, attraverso la fede e non per le opere della Legge. Questo non significa che non occorrano le opere della fede, ma che non sono necessarie la circoncisione e altre osservanze, richieste da Mosè ma non contenute nella promessa fatta in precedenza da Dio ad Abramo. In conrrispondenza di ciò, notiamo che anche nell’Apocalisse, dopo i centoquarantaquattro mila segnati delle tribù di Israele, viene una folla immensa «di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9-10), che accolgono con palme il Regno di Dio e dell’Agnello (Gv 12,13). Poi passò in Macedonia. Durante questo soggiorno in Macedonia, pieno di tribolazioni, inviò la Seconda Lettera ai Corinzi, preoccupato com’era che i « superapostoli » non li facessero deviare dal Vangelo. In questa lettera (13,1) e in altre (1 Tm 5,19; Eb 10,28) troviamo l’espressione «sulla parola di due o tre testimoni», che incontriamo per la prima volta nel Vangelo secondo Matteo (18,16). Era probabilmente una formula usata dagli Ebrei nelle questioni legali, ma stabilisce anche un legame tra il Vangelo di Matteo e l’opera di San Paolo. Infatti questo Vangelo è la Nuova Legge, sancita da Gesù Cristo per gli Ebrei e per i Gentili, mentre Paolo, nelle sue lettere, mostra più volte che è necessario superare la Legge antica È un segno che il Vangelo di Matteo era già diffuso nell’impero romano. Tornò in Grecia, dove trascorse più di 3 mesi. In una sosta durante il viaggio di ritorno dalla Grecia venne scritta, per mano di Terzo, la Lettera ai Romani. Il fondamento di quanto è scritto nella lettera è ciò che leggiamo in Rm 1,3-4: «riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, certificato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore». Il tutto è di una concretezza rigidamente argomentata. Con questa attenzione si dovrebbe rivedere la traduzione di alcuni passi, per poterne riscoprire il valore pratico. – Predestinazione (Rm 8,29-30; Ef 1,11): non c’è niente di fatalistico in questa dottrina. Semplicemente Paolo vuole ricordare che dall’eternità anche i Gentili sono stati predestinati dal Dio di Israele alla salvezza, perciò chi è fedele a Dio non deve ostacolare il suo disegno eterno. Quindi andò a Mileto, tornò a Efeso e da qui, per nave, arrivò insieme a Luca a Cesarea e infine a Gerusalemme, all’incirca nei giorni della Pentecoste giudaica dell’anno 58 (55). Qui i Giudei, sapendo che Paolo aveva convertito molti Gentili, a Gesù Cristo e al Dio di Israele, ma che non aveva loro imposto la Legge di Mosè, lo accusarono di predicare contro il popolo ebreo, contro la Legge e contro il Tempio, anzi di aver introdotto nel Tempio il pagano Trofimo di Efeso.   L’arresto e l’appello a Cesare- anno 58 (55) La gente lo prese e voleva ucciderlo, cosicché il tribuno della città, avvertito, lo fece arrestare. Da Gerusalemme fu inviato a Cesarea, a causa dei tumulti che si continuavano a riaccendere contro di lui. Sembrerebbero state scritte durante questa prigionia la Lettera ai Colossesi e la Lettera agli Efesini (o ai Laodicesi). Ef 4,15: «Vivendo la verità nella carità». Paolo fu quindi giudicato da Felice, procuratore di Giudea. Questi, terminati i due anni del suo mandato, se ne andò e fu sostituito da Festo. Ma andandosene lasciò Paolo in prigione. Felice era stato inviato come procuratore della Giudea da Claudio, mentre stava compiendosi il dodicesimo anno del suo regno (Giuseppe F., A.G., XX,137-138), ossia nell’anno 56 (53) e ora correva l’anno 58 (55). Festo dunque giudicò di nuovo Paolo e lo fece anche il re Agrippa II, ma l’Apostolo delle Genti si dichiarò cittadino romano e si appellò a Cesare, che era in quel momento Nerone.   A Roma- anni 59-61 o 62 (56-58 o 59)  Fu allora trasferito via mare a Roma. La nave partì nel tardo autunno del 58 (55) e, a causa di una tempesta nelle acque di Creta, fece naufragio presso Malta. Si salvarono tutti e il viaggio riprese tre mesi dopo, all’inizio della primavera del 59 (56). Approdarono a Siracusa, poi a Reggio Calabria, a Pozzuoli e giunsero a Roma accolti dai fratelli cristiani. A Roma fu concesso a Paolo di abitare per conto proprio con un soldato di guardia. Trascorse così due anni interi e poté accogliere tutti quelli che venivano a lui. Nella Lettera ai Filippesi dice: «Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo» e il comandante dei pretoriani era Afranio Burro. Dobbiamo annoverare tra i visitatori anche Lucio Anneo Seneca, che ha in seguito intrattenuto con Paolo un carteggio in 12 lettere. L’epistolario ne comprende 14, ma due sono sicuramente false. Alcune di queste lettere sono datate con i consoli suffecti e con i consoli ordinari del 61 (58) e del 62 (59).   In Spagna? Infine il martirio- anni 62-70 (59-67) Negli anni seguenti, fino al 70 (67) a cui si fa risalire il martirio per decapitazione, Paolo può essere stato in Spagna (Rm 15,24.28) e forse anche in Dalmazia (Tt 3,12). Durante i viaggi successivi alla prima prigionia a Roma Paolo scrisse la Prima Lettera a Timoteo. 1 Tm 2,5: Gesù Cristo unico mediatore tra Dio e gli uomini. L’uomo Gesù è l’unico che ha storicamente e concretamente messo in comunicazione il mondo degli uomini con Dio Creatore e con il Cielo. Ciò non riguarda precisamente la preghiera, perché Dio accetta l’intercessione di tutti i suoi amici, compresi i nostri defunti. Successivamente scrisse la Lettera a Tito. Tt 3,12: «Quando ti avrò mandato Àrtema o Tìchico, cerca di venire subito da me a Nicòpoli, perché ho deciso di passare l’inverno colà». San Paolo fissa l’appuntamento per l’inverno a Nicopoli, che sembra identificarsi con una città dell’Epiro, l’odierna Albania. La città potrebbe essere stata chiamata così per celebrare la vittoria di Azio; in realtà molte città antiche portavano quel nome, celebrativo di una vittoria, ma in zone così differenti, che quella dell’Epiro sembra la più logica. Questo attesterebbe l’apostolato di san Paolo in Dalmazia, insieme aTito. Intanto Nerone aveva fatto uccidere la madre Agrippina nel 62 (59) e Afranio Burro nel 65 (62). Quindi aveva  iniziato a perseguitare i cristiani nell’anno 67 (64), dopo un incendio di Roma che gli storici latini attribuiscono alla volontà dell’imperatore stesso. Anche Seneca, nel 68 (65), fu costretto a togliersi la vita. Paolo, prigioniero a Roma per la seconda volta, scrisse la Lettera a Filemone. Appena precedente il martirio di san Paolo, nel 70 (67), sarebbe la Seconda Lettera a Timoteo, in cui egli dice: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Solo Luca è con me» (2 Tm 4,6-7.11). In quest’ultima lettera, (2 Tm 4,13) Paolo chiede a Timoteo di portargli «i rotoli e soprattutto le « membrànai »». Di che testi si trattava? Non certo dell’Antico Testamento, che Paolo poteva trovare in ogni sinagoga, ma dei Vangeli, già scritti ma non tutti pubblicati, e di sue annotazioni personali. Secondo la tradizione cristiana Paolo morì durante la persecuzione di Nerone, decapitato presso le Aquæ Salviæ. San Girolamo, verso fine IV secolo, precisa che fu decapitato a Roma e fu sepolto lungo la via Ostiense nel 37° anno dopo la passione, nel 14º anno di Nerone, due anni dopo la morte di Seneca. Il 37° anno dopo la passione di Gesù Cristo è da situare nel 70 d.C., mentre il 14° anno di Nerone (considerandolo non intero) dovrebbe essere, secondo il calcolo tradizionale, il 67 d.C. Questo è un ulteriore indizio che conferma la cronologia sopra esposta. Alle Aquæ Salviæ, in seguito fu edificata l’Abbazia delle Tre Fontane, mentre sul luogo del sepolcro è stata costruita la Basilica di San Paolo fuori le mura. Per secoli il sepolcro era stato rimasto nascosto sotto al pavimento della basilica. Lavori archeologici svolti tra il 2002 e il 2006 sotto la guida di Giorgio Filippi lo hanno riportato alla luce. Il 29 giugno 2009, nella cerimonia ecumenica conclusiva dell’anno paolino, papa Benedetto XVI ha annunciato i risultati della prima ricognizione canonica effettuata all’interno del sarcofago di San Paolo. In particolare, il sommo pontefice ha riferito che «Nel sarcofago, che non è mai stato aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. …Piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione».   2 – L’impedimento di Nerone Dio diede a Nerone la facoltà di mettere in subbuglio la nazione ebraica, sconvolgendo l’ordine sociale e l’aspetto stesso della Palestina, e di mettere in contrasto insanabile Ebrei e Cristiani. Gli permise infatti di perseguitare i cristiani e di mettere in disparte Teofilo. Gli permise, con questo, di far perdere quasi del tutto le tracce dell’origine dei Vangeli e dell’Apocalisse, con la conseguenza che il loro stesso significato risultasse sconvolto. Dobbiamo anche notare che l’Islam nacque, cinque secoli e mezzo dopo, in seguito a questo contrasto tra Ebrei e Cristiani e per la presenza di eresie che laceravano la cristianità. In pratica questa religione ha occupato le lacune lasciate da Ebrei e Cristiani nel panorama del Regno di Dio. Nei nostri tempi Maria, con le apparizioni il giorno 13 di sei mesi nel 1917, in particolare l’ultima del 13 ottobre, anniversario dell’inizio dell’impero di Nerone, ci  indica la soluzione per i contrasti. È ora di superare l’impedimento, causato da Nerone e permesso dalla Provvidenza, al Regno di Dio nel mondo. Il Regno di Dio e la Chiesa, che lo rappresenta nel mondo, si distinguono decisamente dai regni del mondo. Ma l’odio o l’indifferenza verso la Chiesa non è un aspetto necessario. All’inizio i discepoli di Gesù «godevano la simpatia di tutto il popolo» (Ap 2,47) e i contrasti sono nati soprattutto sotto Nerone e durano tutt’ora allo stesso modo.   3 – Paolo, Luca, Matteo  È però opportuno notare la criticità di una concezione che vede san Paolo erede del Vangelo di Luca, come qui sosteniamo, mentre tradizionalmente si sostiene la derivazione del vangelo di Luca da san Paolo. La posta in gioco è grande. Noi sosteniamo che il Vangelo di Luca riporta le parole autentiche di Gesù, e da queste san Paolo deduce il superamento della Legge mosaica, mentre l’attuale Vangelo di Matteo è un rifacimento delle parole di Gesù, una variatio, a scopo editoriale, anche se tendenzialmente favorevole a un cristianesimo giudaizzante. Da parte di alcuni si sostiene invece che l’attuale vangelo di Matteo è quello originario, mentre quello di Luca sarebbe una versione filo-romana, priva cioè degli elementi filo-giudaici, dovuta all’influenza di san Paolo. Questi, di iniziativa sua, anche se appoggiata a rivelazioni, avrebbe predicato un cristianesimo filo-romano avulso dalla sua origine giudaica, in opposizione agli apostoli, che, fedeli alle origini giudaiche, sarebbero stati antiromani. Non ci sfugge dunque che una corretta ricostruzione della vicenda di san Paolo non può non avere ripercussioni sulla validità della tesi sulla derivazione del Vangelo di Luca da quello originario di Matteo, in aramaico, e che, se noi riusciamo a dimostrare che gli oppositori di san Paolo (il quale, per noi, si basa sul vangelo di Luca) non sono i giudeo-cristiani (i quali, secondo alcuni, si basano sul vangelo di Matteo) ma gli ebrei che non hanno accettato Gesù Cristo, la potenziale antitesi Luca – Matteo, che viene spesso usata per scardinare il Vangelo, non avrebbe più senso. Ragioniamo un momento sui dati a nostra disposizione. Il Prologo antimarcionita, (sec. II-III) dice: «Luca, un siro di Antiochia, di professione medico, discepolo degli apostoli, più tardi segui Paolo fino alla morte. Servì senza biasimo il Signore, non prese moglie né ebbe figli. Mori all’età di 84 anni in Beozia pieno di Spirito Santo. Essendo già stati scritti i Vangeli di Matteo in Giudea e di Marco in Italia, mosso allo Spirito Santo scrisse questo Vangelo nelle regioni dell’Acaia… ». In realtà si tratta della pubblicazione dei Vangeli, in particolare del Vangelo di Luca, rimasto fino a quel tempo in mano a lui e a Teofilo (nominato in una lettera dell’epistolario Seneca – Paolo), in attesa di un’eventuale possibilità di ripresentare in Senato una legge che riconoscesse Gesù Cristo come un dio, così che fosse lecito venerarlo nell’impero romano. Sosteniamo che il Vangelo di Luca riporta le parole che Gesù ha detto e le azioni che Gesù ha fatto, quali risultavano dalla cronaca aramaica di Matteo e da informazioni acquisite da lui stesso. Sono i « rifacitori » di Matteo, che semmai hanno introdotto nell’attuale Vangelo di Matteo gli elementi tipicamente filo-giudaici che non erano nella parole di Gesù. Che bisogno c’è di immaginare un intervento miracoloso per rendere possibile che Paolo suggerisse a Luca i particolari della vita del Signore, quando possiamo stabilire che Luca era presente a Gerusalemme durante i fatti ed è stato testimone di gran parte di essi? E in seguito, negli Atti degli Apostoli scrive solo avvenimenti che ha potuto seguire direttamente o da vicino. San Paolo, rifacendosi al vangelo di Luca e alle sue visioni, conferma che la missione autentica di Gesù comprende l’offerta della salvezza anche ai pagani (non più mediante la circoncisione, ma mediante il battesimo), e quindi il superamento della Legge mosaica. Non è quindi san Paolo che altera l’insegnamento di Gesù, ma possono essere stati i « rifacitori » di Matteo a non essere stati compresi, in quanto possono aver suggerito agli ebrei, destinatari del Vangelo di Matteo, o meglio, alla parte di essi di tendenza antiromana, l’idea che il superamento della legge mosaica fosse un’invenzione di san Paolo per conciliarsi le simpatie dei Romani, e non un elemento essenziale del messaggio di Gesù. Concretamente san Paolo deve all’evangelista Luca la grandezza della sua missione, per il fatto di essere sempre stato fedele a Gesù Cristo storico. Nei Vangeli ci sono sempre le autentiche parole di Gesù, ma non necessariamente tutte. Lo ammette anche Giovanni nelle due conclusioni del Vangelo che porta il suo nome: « Molti altri segni fece Gesù di fronte ai suoi discepoli, ma non sono scritti in questo libro » e: « Vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha compiuto ». E non si esclude che esistano altri insegnamenti di Gesù risorto dati « per apocalisse (= δι’ αποκαλυψεως) » come e avvenuto per san Paolo. Del resto proprio gli apostoli che avevano conosciuto Gesù « secondo la carne » hanno autenticato l’insegnamento di Paolo, che non aveva conosciuto Gesù nel loro stesso modo, ma ciononostante lo hanno considerato equivalente. Che taluni discepoli degli apostoli, senza loro mandato, possano aver contestato a Paolo il titolo di apostolo, in nome di una arbitraria restrizione di questa qualifica a quelli che avevano seguito Gesù nella vita terrena, si evince da alcuni passi delle Lettere. Ma non prova nulla circa una possibile antitesi tra gli apostoli e Paolo. Anzi, autentici apostoli sono anche i cinquecento e più fratelli ai quali è apparso il Risorto, senza che da questa « investitura » siano nati problemi, a quanto sembra, con il gruppo dei Dodici. Se Gesù è Dio, non è illogico pensare che possa aver continuato il suo insegnamento, per mezzo dello Spirito Santo, anche dopo morto. Il che appare francamente inconcepibile, se Gesù fosse stato un rivoluzionario zelota, giustiziato per attività sovversiva antiromana.   4 – Pietro e Paolo   Abbiamo segnalato la possibile collocazione del settennato di Pietro ad Antiochia tra il 37 (35) e il 44 (41), con la conseguenza che l’andata a Roma nel 45 (42) sia stata una breve parentesi dopo questo settennato, sebbene sia importante perché vi fondò la comunità romana, e non abbia relazione con la persecuzione di Erode Agrippa del 47 (44), seguita dalla seconda andata a Roma, probabilmente definitiva anche se intercalata da viaggi come quello a Gerusalemme per il Concilio. 1) la data indicata da Eusebio (42 d.C., 45 secondo il computo corretto) potrebbe corrispondere alla data indicata dagli Atti degli Apostoli (12,17) in cui Pietro, liberato dalla prigionia di Erode Agrippa I, « se ne andò in un altro luogo », in quanto gli Atti non forniscono riferimenti per i pochi avvenimenti raccontati relativamente a questo periodo. 2) Agrippa fu re della Giudea dal 44 (41) al 47 (44). 3) All’anno 45/46 (42/43) risale anche la conversione a una « superstitio externa », che è sicuramente il Cristianesimo, di una donna di famiglia senatoria, Pomponia Grecina (Tacito, Ann. XIII, 32). 4) In seguito a questo primo viaggio a Roma, ricordiamo però che Pietro chiese a Marco di scrivere quello che aveva cominciato a raccontare senza una traccia scritta. Così dovettero tornare a Gerusalemme ambedue, Marco per poter rileggere gli altri tre Vangeli, Pietro per fornire all’evangelista le proprie testimonianze sui fatti. 5) È inoltre improbabile che Pietro, se fosse stato  imprigionato da Agrippa nel 45 (42), sia tornato a Gerusalemme di nuovo mentre Agrippa era vivo. 6) Si deve perciò ritenere che Pietro si sia recato a Roma una prima volta, non testimoniata dagli Atti, nel 45 (42) e una seconda volta nel 47 (44) (At 12,17). 7) Il martirio di Pietro avvenne il 13 ottobre del 67 (64), secondo la ricostruzione dell’archeologa Margherita Guarducci. Riteniamo fondamentale l’esatta cronologia dei soggiorni di Pietro a Gerusalemme (4 anni), ad Antiochia (7 anni) e a Roma (20 anni) per le implicazione sull’esercizio del Primato e sulla collocazione della Sede apostolica contro i sostenitori di un cristianesimo primitivo senza Primato e senza Sede, ma irrimediabilmente diviso tra giacobiti, giovannei, petrini e paolini. Sorprende che nel Nuovo Testamento non venga mai fatto accenno alla presenza di Pietro a Roma e che questa notizia ci pervenga solo da scritti successivi. Nella Prima lettera di Pietro (5,13) troviamo un enigmatico accenno: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio». Non sembra, però, che Pietro avesse bisogno di nascondere Roma sotto il simbolo « Babilonia », perché per 35 anni i Romani si mantennero favorevoli al Cristianesimo. È più probabile che questi saluti da Babilonia, la città orientale dove risiedeva da secoli una comunità ebraica, e da Marco, che era vicino a Pietro, siano stati raccomandati a Pietro separatamente l’uno dall’altro, mentre si trovava, ad esempio, a Gerusalemme per il primo Concilio Ecumenico, e che egli li abbia trasmessi simultaneamente «ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadòcia, nell’Asia e nella Bitinia» (1Pt 1,1) «per mezzo di Silvano» (5,12) collaboratore di Paolo. Babilonia non era un simbolo, altrimenti lo doveva essere di Gerusalemme, come risulta dall’Apocalisse. Si può invece notare che Pietro e Paolo si scambiavano liberamente i collaboratori, perciò erano costantemente in contatto tra loro, anche se non lo dicono. È bene inoltre ricordare che San Paolo era continuamente attento all’opera di tutti gli Apostoli. Si informava pure di quello che andavano compiendo i «più di cinquecento fratelli» (1 Cor 15,3) di Gamla. Se non lo teniamo sempre presente, comprendiamo poco l’opera di Paolo stesso. Può essere utile far notare che nella prima comunità romana fondata da Pietro non sembra ci siano stati conflitti sulla circoncisione e sulla reciproca frequentazione tra convertiti dal giudaismo e convertiti dal paganesimo, i quali si riunivano in case di privati (Rm, 16) e rimanevano estranei alla vita della comunità giudaica. Un documento del IV secolo precisa che i Romani «susceperunt fidem Christi, ritu licet iudaico». Ciò ricorda che anche a Roma, all’inizio, la fedeltà a Cristo e alla legge ebraica non erano in conflitto e che non fu certo Paolo, al suo arrivo, a provocare il conflitto, in quanto egli si attenne fedelmente alle parole del Signore risorto: «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”» (At 23, 11).   5 – Ragionamenti sul ritorno di Gesù   Gesù Cristo, nei giorni precedenti la sua passione e morte, pronunciò la profezia sulla distruzione del Tempio, sulla fine di Gerusalemme e sul Regno di Dio, con frasi apocalittiche (Lc 21,5-36). Nelle apparizioni dopo la risurrezione parlò ancora «delle cose del Regno di Dio» (At 1,3) e si può ritenere che abbia continuato a usare espressioni apocalittiche. I discepoli cercarono di interpretarle. Per noi è inevitabile confrontare i diversi testi del Nuovo Testamento per capire a quali conclusioni si era pervenuti nella Chiesa. Erano conclusioni piuttosto concrete, fondate su simboli che Gesù aveva usato. Che cosa si doveva attendere, presto? Sotto l’imperatore successore di Claudio, storicamente Nerone, messo in disparte Teofilo, ci sarebbe stata una grande sofferenza per gli Ebrei, per mettere alla prova tutto il mondo. Sarebbe stata distrutta Gerusalemme, per cui Roma non avrebbe più potuto servirsene per pervertire la vita sociale degli Ebrei. Le Genti avrebbero visto Gesù Cristo tornare sulle nubi del cielo, dopo lo sconvolgimento del « sole », della « luna » e delle « stelle », per regnare mille anni nel mondo. Gli eletti di Cristo, già morti con lui (prima morte), avrebbero partecipato a una prima risurrezione (reale, ma soltanto per gli eletti fedeli a Cristo) per regnare con lui mille anni. In tale periodo il « diavolo », che corrisponde a un gruppo di persone credenti nel Dio di Israele ma non fedeli a Gesù Cristo, sarebbe stato incatenato per mille anni. Dopo mille anni il « diavolo » sarebbe stato lasciato libero di agire per un po’ di tempo. In seguito, mentre Gesù Cristo avrebbe continuato a regnare nel mondo in modo meno evidente, un fuoco dal cielo avrebbe vinto « il diavolo » e l’avrebbe chiuso per sempre nell’abisso e ci sarebbe stato un giudizio universale. La prospettiva successiva era « la nuova città santa Gerusalemme », che sarebbe durata « secoli di secoli ». Non è chiaro se dopo « secoli di secoli » ci sarebbe stata la seconda risurrezione, per tutti, o se questa avrebbe dovuto essere dopo i mille anni. I Vangeli però dicono che Gesù Cristo tornerà alla conclusione dei secoli e allora ci sarà il giudizio finale. Dal nostro punto di vista, venti secoli dopo, possiamo constatare come si sono avverate storicamente alcune profezie del Cristo Re: – distruzione di Gerusalemme nel 73 (70); – persecuzione dei Cristiani fino al 313 (non era prevista in modo distinto); – circa mille anni (313-1303) di prestigio, anche politico, della Chiesa, corrispondente a un autentico regno di Cristo, che ha edificato una civiltà mai vista prima; – nel 1303, il Papa viene umiliato dal re di Francia, Filippo il Bello (Oltraggio o « Schiaffo » di Anagni); il 13 ottobre 1307 (1250° anniversario di Nerone imperatore) arresto dei Templari per ordine dello stesso re di Francia, per impossessarsi dei mezzi che essi impiegavano per le opere della Chiesa contro il male; di conseguenza forte limitazione della presenza attiva e caritativa della Chiesa nella società civile; – da allora, anche oggi, assistiamo all’offensiva del « diavolo » contro i Cristiani; – ora dobbiamo attendere forse, simbolicamente, la « seconda risurrezione », ma certamente la « seconda morte », in Cristo, di coloro che non avevano creduto in lui e, infine, la « nuova città santa Gerusalemme ».   Raffaele Licordari, con la collaborazione di Giovanni Conforti Aggiornato il 15 giugno 2015  

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