SAN PAOLO – L’APOSTOLO DELLE GENTI, FEDELE A GESÙ CRISTO

http://www.innomedimaria.it/san_paolo/san_paolo.htm

SAN PAOLO -  L’APOSTOLO DELLE GENTI, FEDELE A GESÙ CRISTO

(è un po’ lungo, ma interessante, alcuni riferimenti storici messi in rilievo)

S’intende qui affiancare agli avvenimenti accaduti tra il 34 e il 70, secondo la cronologia tradizionale, quali risultano dalla “Storia dei Vangeli”, quelli desumibili dalla biografia di san Paolo storicamente accertata, in particolare da Marta Sordi, che è stata docente di Storia romana e greca presso l’Università Cattolica di Milano ed è scomparsa il 5 aprile del 2009. Contemporaneamente si mostreranno le correzioni cronologiche necessarie a ristabilire la continuità dei fatti storici, risolvendo pure quei problemi di storia della Chiesa e di storia romana che sembrano un vero enigma. Gli eventi della vita di san Paolo lumeggiano in modo particolare la simpatia del mondo romano per il Cristianesimo nascente prima della svolta Neroniana, si pongono in continuità con l’opera di Teofilo presso Tiberio, spiegano la diffusione del Cristianesimo a Roma e poi in tutto l’Impero a partire dalle case romane (le chiese domestiche) tramite la conversione del paterfamilias o della domina con neutralità benevola del paterfamilias. Ancora oggi, come nell’antica Roma imperiale, la fede del paterfamilias e/o della domina (la moglie/madre) distinguono le famiglie cristiane da quelle non cristiane, con ripercussioni incalcolabili sui figli.   1 – La vita e la missione di San Paolo Nacque a Tarso, in Cilicia. Gli fu posto nome Saulo, che si dice Saulos in greco, Saul in ebraico, come il primo re di Israele. Ma il suo nome «era anche Paolo», dal latino, come è ricordato in At 13,9, ed egli cominciò a usarlo quando incontrò il proconsole Sergio Paolo a Cipro. La sua famiglia era della più rigorosa setta dei farisei. Ma possedeva anche la cittadinanza romana, ciò che appare insolito per i farisei, fortemente insofferenti alla dominazione romana sulla Palestina. Si suppone che sia nato nell’8 d.C., perché era detto “giovane” nel 34, quando era presente alla lapidazione di Stefano. Saulo crebbe a Gerusalemme e frequentò la scuola del sacerdote Gamaliele (At 22,3; 5,34), probabilmente fino alla scuola superiore, come era normale per i farisei. Quindi lo incontriamo al momento in cui avviene il martirio del diacono Stefano, facilmente riconducibile all’anno 34. Luca riferisce tutti i particolari di questo fatto, perché era presente a Gerusalemme già durante la vita pubblica di Gesù. Nella città lavorava come medico del Tempio e contribuì attivamente alla missione del Signore. Si deve qui introdurre una nota cronologica. Dall’1 al 34 d.C. il conto degli anni, che ci è stato tramandato dagli storici romani, fila liscio, ma dal 34 al 40 occorre inserire 3 anni in più andati « persi » durante il regno di Tiberio, come ci conferma proprio San Paolo nella lettera ai Galati (1,18; 2,1). I fatti riguardanti gli inizi della Chiesa si svolgono giusto a cavallo di questa lacuna cronologica. Ad esempio, grazie alla correzione della cronologia tradizionale, reintegrando i 3 anni « persi » da Tiberio, è possibile la conciliazione di alcuni dati cronologici riguardanti la vita di san Pietro. La tradizione vanta un settennato di Pietro in Antiochia e pone l’inizio di questo al quarto anno dai fatti della Passione. Ciò significa che il settennio ha inizio dal 37, ritenendo correttamente i fatti della Passione avvenuti nel 33; senza la correzione ciò appariva problematico perché, sempre secondo la tradizione, nel 42 Pietro era già a Roma. Se però collochiamo l’andata di Pietro a Roma nel 45 (42), i dati della tradizione potrebbero bene inserirsi in questo quadro cronologico. In seguito Pietro tornò a Gerusalemme e subì nel 47 (44) la persecuzione di Erode Agrippa, venendo arrestato, poi miracolosamente liberato, sicché poté tornare a Roma nel medesimo anno. È dunque necessario spostare avanti di 3 anni tutti gli avvenimenti, non astronomici, compresi tra il 37 e il 238. Le date sono di una certa qual importanza per stabilire su base logica la probabile verità di un avvenimento, o la improbabilità dello stesso, nel suo riferimento temporale. D’ora in poi useremo questa datazione e metteremo tra parentesi quella tradizionale. La cronologia riguardante san Paolo si ricava a partire dall’anno in cui Gallione era proconsole in Grecia (Acaia). Durante gli scavi archeologici al Tempio di Apollo a Delfi, nel 1892-1903, furono trovati alcuni frammenti di un’iscrizione su pietra. Vi si può leggere che l’imperatore Claudio, nella sua 26ª proclamazione imperiale, prende provvedimenti in favore di Delfi, dopo essere stato informato dall’amico proconsole Gallione del degrado in cui versa la città. La 26ª proclamazione imperiale di Claudio avvenne nella prima metà dell’anno 55 (52) (lo si ricava dal confronto tra un’iscrizione rinvenuta nella Caria, esaminata in Bull. Corr. Hell. 11,1887, pp. 306-308, un’iscrizione latina sull’acquedotto dell’Acqua Claudia alla Porta Maggiore di Roma e una notizia di Frontino nel De acquaeductu urbis Romae, 13 ss.). Si può ben ritenere che Gallione fosse all’inizio del suo mandato proconsolare e intendesse provvedere personalmente a ridare gloria al tempio di Apollo di Delfi. La carica proconsolare durava un anno, da primavera a primavera, per cui è ragionevole dedurre che Gallione l’abbia rivestita nel 55-56 (52-53). Quindi ebbe a difendere Paolo dalla gente di Corinto nell’anno 55 (52). Paolo era a Corinto da un anno e mezzo e prima aveva percorso varie città fino in Macedonia, per cui il Concilio di Gerusalemme risale al 52 (49). Infatti Paolo si era incontrato con gli apostoli a Gerusalemme, per il primo Concilio. Al momento di quell’incontro erano passati, come leggiamo nella lettera ai Galati, 3 + 14 anni dalla sua conversione. È arduo includere i 3 anni nei 14, mentre i conti tornano se aggiungiamo proprio quei 3 anni che Tiberio ha « perduto ». Se torniamo indietro di 17 anni a partire dal 52 (49), troviamo che l’anno della conversione di Saulo è stato realmente il 35 d.C., appena due anni dopo l’ascensione di Gesù Cristo al cielo. La conversione avvenne mentre il giovane si recava a Damasco per individuare i cristiani della città, denunciarli e farli imprigionare. Gesù parlò a Saulo in una luce che lo rese cieco per tre giorni, finché a Damasco incontrò un discepolo di nome Anania, dal quale ricevette il battesimo. Rimase là alcuni giorni insieme ai discepoli della città (At 9,19). Poi si dedicò a predicare nelle sinagoghe dei dintorni. Nella lettera ai Galati dice «in Arabia» (= territorio a sud di Damasco, regno dei Nabatei, con capitale Petra), senza precisare il motivo, i luoghi, il tempo trascorso e i risultati. In seguito tornò a Damasco, dove i Giudei fecero in complotto per sopprimerlo. Anche le guardie del governatore di Areta, re di Petra, vigilavano in favore dei Giudei. Ma i discepoli lo calarono dalle mura della città in una cesta ed egli andò a Gerusalemme, «dopo tre anni» dalla conversione, cioè nel 38 (35), «per consultare Cefa (Pietro)» (Gal 1,18). Che la fuga da Damasco sia avvenuta intorno a questa data è reso plausibile dal riferimento al re Areta di 2 Cor 11,32-34. Questo personaggio sarebbe il nabateo Areta IV, che poté esercitare un controllo, almeno parziale, della città damascena, peraltro inglobata nella provincia romana di Siria, solo per il periodo precedente la morte di Tiberio, cioè prima del 40 (37). Areta aveva vinto una battaglia contro Erode Antipa e aveva occupato la regione. La battaglia si era svolta dopo la morte di Giovanni Battista (32 d.C.), dopo la morte di Filippo, nel 33 d.C., ma anche, sicuramente, dopo il primo intervento di Vitellio nel 36 e prima che Vitellio insediasse Teofilo come sommo sacerdote a Gerusalemme, nel 40 (37), quando morì Tiberio (G. Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII,106-124). Areta IV regnò dall’8 a.C al 43 (40) d.C. A Gerusalemme i cristiani lo accolsero inizialmente con sospetto, sapendo che era stato un loro persecutore (At 9,26-30). Il cugino Barnaba, che era ebreo e cristiano, si fece garante per lui e, da quel momento, divenne suo collaboratore. Così Saulo poté predicare nelle sinagoghe della città santa. Ma a un certo punto i Giudei volevano ucciderlo e i discepoli lo fecero partire per Tarso. Nella sua patria rimase dal 38 (35) al 46 (43) dedicandosi però, presumubilmente, alla predicazione nei dintorni, in Siria e Cilicia (Gal 1,21). Intanto i discepoli fuggiti da Gerusalemme, per la persecuzione iniziata con il martirio di Stefano, diedero origine a una vivace comunità ad Antiochia di Siria. Qui per la prima volta furono detti «cristiani». La tradizione cristiana ha conservato memoria di una grotta, detta di San Pietro, nella quale si sarebbe riunita questa Chiesa. Anche Barnaba era stato inviato dalla Chiesa di Gerusalemme ad Antiochia di Siria. In Atti 11,25-26 va a cercare Saulo nella vicina Tarso per farne un suo collaboratore e lo conduce ad Antiochia, che è la principale metropoli del medio-oriente. Qui Paolo rimane per alcuni anni. Dopo « un anno intero », Paolo e Barnaba si recarono a Gerusalemme (At 11,27-30; 12,21-25). Occasione del viaggio fu una colletta della chiesa di Antiochia per la chiesa di Gerusalemme in vista di una carestia che era stata predetta da un cristiano di nome Agabo. Dopo aver portato le offerte della colletta tornarono ad Antiochia conducendo con loro Marco e Luca, che in questa parte del suo libro non nomina se stesso. Ritornarono ad Antiochia dopo la morte di Erode Agrippa I, avvenuta nel 47 (44). Autori extra-cristiani ricordano la prolungata carestia in Palestina in quel periodo.   Prima missione – anni 48-52 (45-49) Era l’anno 48 (45); Saulo e Barnaba, con Marco e Luca, partirono da Antiochia per la prima missione. Notiamo subito che, se leggiamo le Lettere di san Paolo tenendo presente il quadro storico, comprendiamo meglio anche alcuni aspetti dei Vangeli, perché l’Apostolo delle Genti si riferiva costantemente «a ciò che è scritto» (1 Cor 4,6). Predicava il Vangelo che aveva ricevuto per rivelazione da Gesù stesso, ma lo rendeva più preciso consultando ciò che avevano scritto Luca e gli altri evangelisti. Applicava i Vangeli, già scritti, alle situazioni concrete. Si fermarono a Cipro, dove era proconsole Sergio Paolo, che si convertì a Gesù Cristo. Da questo momento Saulo, il cui nome «era anche Paolo» iniziò a usare il secondo nome, di origine latina. Poi i missionari passarono attraverso Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe in Licaonia. Quindi tornarono ad Antiochia di Siria. Paolo, 17 anni dopo la sua conversione, Barnaba e gli apostoli si ritrovarono a Gerusalemme per il primo Concilio Ecumenico, nell’anno 52 (49). Qui fu deciso di non imporre ai Gentili convertiti l’intera Legge di Mosè.   Seconda missione – anni 52-55 (49-52) Da questo momento iniziò il secondo viaggio missionario di Paolo, nelle comunità già presenti a Derbe e Listra. Lo Spirito Santo impedì  ai missionari di andare nella provincia dell’Asia minore e in Bitinia, per cui scesero a Troade, poi passarono in Macedonia, a Tessalonica e Berea, ad Atene e infine a Corinto. Qui Paolo rimase un anno e mezzo e trovò il proconsole Giunio Gallione che lo difese da un tumulto causato dai Giudei. Era l’anno 55 (52). È questo il periodo in cui Paolo detta le due Lettere ai Tessalonicesi, dopo essere stato impedito da satana di tornare a Tessalonica e dallo Spirito Santo di predicare nelle località in cui si trovavano le sette Chiese dell’Apocalisse. Nella prima lettera raccomanda che la si legga a tutti i fratelli, ossia a tutte le Chiese; nella seconda dice che autenticherà ogni lettera con i saluti e la sua calligrafia nello scriverli. Dobbiamo ricordare che quasi mai egli scriveva le lettere «di suo pugno» e ciò ha dato ingiustamente adito al sospetto che alcune di esse non siano autentiche. Queste due lettere preludono all’Apocalisse, profezia fondata sulla rivelazione di Gesù Cristo che si conclude con l’attesa del suo ritorno, all’improvviso come un ladro per chi non veglia e non lo attende. Ecco che cosa significa «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). Con i Tessalonicesi i missionari ne avevano ragionato, concludendo che non sarebbe stato un ritorno imminente, e l’Apocalisse elenca tutto ciò che il Figlio di Dio aveva profetizzato. Nell’Apocalisse, cap. 8, versetti 10-11, leggiamo: « E il terzo angelo suonò: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia e cadde su un terzo dei fiumi e sulle sorgenti delle acque; il nome della stella si pronuncia: l’Assenzio; un terzo delle acque è diventato come assenzio; molti degli uomini sono morti a causa delle acque, perché sono divenute amare ». Le diverse immagini si possono interpretare in questo modo: « Uscì dalla Gerusalemme santa un grande predicatore, Paolo, ardente di Spirito Santo come una torcia, e percorse un terzo delle regioni interne e lontane dal Mare; il nome del predicatore si pronuncia: l’Apsinto, che ha il doppio significato di Assenzio e di Trace, perché Paolo si è spinto a evangelizzare fino alla Tracia; un terzo delle popolazioni delle regioni interne è diventato come assenzio; molti degli uomini ebrei di quei luoghi hanno creduto nel Cristo a causa di quelli che hanno ascoltato Paolo, conquistati dalla sua dottrina ». In 2 Ts 2,7 conosciamo l’opera svolta da Teofilo. Potrebbe risalire alla permanenza di Paolo a Corinto anche la Lettera agli Ebrei, non scritta direttamente da lui, ma forse da Apollo, giudeo di Alessandria collaboratore dell’Apostolo. In essa è celebrato Gesù, l’unico sommo ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza. Il sacerdote che ben ci comprende, per aver patito sulla croce. Se leggiamo anche questa lettera in relazione alle due Lettere ai Tessalonicesi e all’Apocalisse, la scopriamo molto concreta, anzi gli insegnamenti, che ci appaiono a prima vista sublimi, si rivelano molto utili anche nell’apostolato di oggi. Poteva essere indirizzata a più comunità di Ebrei, come quella di Gerusalemme, quelle dell’Asia minore (Ap 2,10: alcuni Ebrei cristiani messi in prigione a Smirne), di Antiochia. In Eb 13,7.17 sono nominati «i vostri capi», più di uno come le comunità. Ecco perché mancherebbe un indirizzo preciso. Appena arrivato nella città di Corinto, Paolo aveva incontrato alcuni Ebrei (Aquila e Priscilla) venuti dall’Italia in seguito all’ordine di espulsione di Claudio (At 18,2; Eb 13,24). Quando successivamente partì da Corinto, passò a salutare diverse comunità, compresa quella di Gerusalemme, prima di tornare ad Antiochia (At 18,5.22; Eb 13,23). Dopo ciò si imbarcò verso Antiochia ma fece sosta a Efeso. In tutti questi viaggi c’era anche Luca. Nel viaggio per mare tra Efeso e Cesarea si incontra l’isola di Patmos e qui Luca si è probabilmente incontrato con Giovanni e gli ha suggerito l’idea dell’Apocalisse.  A questo proposito, dobbiamo far notare che l’espressione « per rivelazione » (= δι’ αποκαλυψεως), usata da san Paolo per la prima volta nella lettera ai Galati, è successiva a quest’incontro di Luca con Giovanni a Patmos. La troviamo in Rm 2,5; 8,19; 16,25; 1 Cor 14,6.26.30; Gal 1,12; 2,2; Ef 1,17; 3,3. L’Apocalisse di Giovanni fu realizzata, poco dopo l’incontro a Patmos, da uno scriba di Gamla, città-fortezza che si stendeva sul fianco meridionale di una collina rocciosa sul Golan, 8 chilometri a nord est del Lago di Galilea. Notiamo che Matteo conclude il suo Vangelo con la visita, che non è precisamente un’apparizione sul luogo, di Gesù risorto ad alcuni che erano su un monte insieme agli Undici (Mt 28,16-20). San Paolo ricorda che Gesù apparve «a più di cinquecento fratelli insieme» (1 Cor 15,6), che perciò dovevano già essere uniti da qualche motivo, prima di conoscere Gesù. Infatti, nei quaranta giorni delle apparizioni, il gruppo stesso più vicino a Gesù faceva fatica a trovarsi insieme. Il motivo che teneva uniti quei fratelli poteva essere il fatto di appartenere a una città particolarmente unita e isolata, quale appunto Gamla. Da qui erano partiti gli «uomini» che avrebbero voluto «rapire» Gesù «per farlo re», dopo che aveva moltiplicato i pani e i pesci (Gv 6,14-15). Poi, nei viaggi di Paolo, si nota che in una delle Chiese dell’Apocalisse collegate a Gamla, quella di Efeso, non era presente una comunità cristiana in città. Ma la comunità « giovannea » di Efeso viveva probabilmente, come a Gamla, su una collina fuori città. Ci sono notizie e dati archeologici che lo confermano.   Terza missione – da aprile del 55 fino alla Pentecoste del 58 (52-55)  Per il terzo viaggio missionario, Paolo andò a Efeso e poi attraversò le regioni dell’altopiano, compresa la Galazia. Si inserisce in questo contesto la Prima lettera ai Corinzi. 1 Cor 4,6: «…impariate a stare a ciò che è scritto (riguardo a Gesù Cristo)…». a) Paolo attribuisce importanza fondamentale allo scritto, rispetto alla sua predicazione a voce. b) C’erano già testimonianze scritte, i quattro Vangeli, giuridicamente più valide della trasmissione a voce, sulla vita e l’opera di Gesù Cristo. Paolo trasmetteva ciò che aveva ricevuto: era scritto e giuridicamente valido (1Cor 15,3). 1 Cor 12,4-31: «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito». I carismi sono distribuiti dallo Spirito Santo nei battezzati (e cresimati) e basta fare attenzione a quello che lo Spirito opera in ciascun fedele, perché anche oggi tutti, nella Chiesa, possano riceverne beneficio. Quindi tornò a Efeso. Qui rimase per almeno 2 anni e 3 mesi. Forse proprio a Efeso gli giunse notizia che i « superapostoli » (che nell’Apocalisse sono chiamati Nicolaiti, « che si dicono apostoli e non lo sono », « che appartengono alla sinagoga di satana », il « drago », il « serpente antico ») stavano predicando anche nella Galazia un falso Vangelo, come avevano già fatto nelle Chiese nominate nell’Apocalisse. Da qui la Lettera ai Galati. La giustificazione, ossia l’adesione al Dio di Israele e Dio unico, avviene per tutti, Ebrei e Gentili, attraverso la fede e non per le opere della Legge. Questo non significa che non occorrano le opere della fede, ma che non sono necessarie la circoncisione e altre osservanze, richieste da Mosè ma non contenute nella promessa fatta in precedenza da Dio ad Abramo. In conrrispondenza di ciò, notiamo che anche nell’Apocalisse, dopo i centoquarantaquattro mila segnati delle tribù di Israele, viene una folla immensa «di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9-10), che accolgono con palme il Regno di Dio e dell’Agnello (Gv 12,13). Poi passò in Macedonia. Durante questo soggiorno in Macedonia, pieno di tribolazioni, inviò la Seconda Lettera ai Corinzi, preoccupato com’era che i « superapostoli » non li facessero deviare dal Vangelo. In questa lettera (13,1) e in altre (1 Tm 5,19; Eb 10,28) troviamo l’espressione «sulla parola di due o tre testimoni», che incontriamo per la prima volta nel Vangelo secondo Matteo (18,16). Era probabilmente una formula usata dagli Ebrei nelle questioni legali, ma stabilisce anche un legame tra il Vangelo di Matteo e l’opera di San Paolo. Infatti questo Vangelo è la Nuova Legge, sancita da Gesù Cristo per gli Ebrei e per i Gentili, mentre Paolo, nelle sue lettere, mostra più volte che è necessario superare la Legge antica È un segno che il Vangelo di Matteo era già diffuso nell’impero romano. Tornò in Grecia, dove trascorse più di 3 mesi. In una sosta durante il viaggio di ritorno dalla Grecia venne scritta, per mano di Terzo, la Lettera ai Romani. Il fondamento di quanto è scritto nella lettera è ciò che leggiamo in Rm 1,3-4: «riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, certificato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore». Il tutto è di una concretezza rigidamente argomentata. Con questa attenzione si dovrebbe rivedere la traduzione di alcuni passi, per poterne riscoprire il valore pratico. – Predestinazione (Rm 8,29-30; Ef 1,11): non c’è niente di fatalistico in questa dottrina. Semplicemente Paolo vuole ricordare che dall’eternità anche i Gentili sono stati predestinati dal Dio di Israele alla salvezza, perciò chi è fedele a Dio non deve ostacolare il suo disegno eterno. Quindi andò a Mileto, tornò a Efeso e da qui, per nave, arrivò insieme a Luca a Cesarea e infine a Gerusalemme, all’incirca nei giorni della Pentecoste giudaica dell’anno 58 (55). Qui i Giudei, sapendo che Paolo aveva convertito molti Gentili, a Gesù Cristo e al Dio di Israele, ma che non aveva loro imposto la Legge di Mosè, lo accusarono di predicare contro il popolo ebreo, contro la Legge e contro il Tempio, anzi di aver introdotto nel Tempio il pagano Trofimo di Efeso.   L’arresto e l’appello a Cesare- anno 58 (55) La gente lo prese e voleva ucciderlo, cosicché il tribuno della città, avvertito, lo fece arrestare. Da Gerusalemme fu inviato a Cesarea, a causa dei tumulti che si continuavano a riaccendere contro di lui. Sembrerebbero state scritte durante questa prigionia la Lettera ai Colossesi e la Lettera agli Efesini (o ai Laodicesi). Ef 4,15: «Vivendo la verità nella carità». Paolo fu quindi giudicato da Felice, procuratore di Giudea. Questi, terminati i due anni del suo mandato, se ne andò e fu sostituito da Festo. Ma andandosene lasciò Paolo in prigione. Felice era stato inviato come procuratore della Giudea da Claudio, mentre stava compiendosi il dodicesimo anno del suo regno (Giuseppe F., A.G., XX,137-138), ossia nell’anno 56 (53) e ora correva l’anno 58 (55). Festo dunque giudicò di nuovo Paolo e lo fece anche il re Agrippa II, ma l’Apostolo delle Genti si dichiarò cittadino romano e si appellò a Cesare, che era in quel momento Nerone.   A Roma- anni 59-61 o 62 (56-58 o 59)  Fu allora trasferito via mare a Roma. La nave partì nel tardo autunno del 58 (55) e, a causa di una tempesta nelle acque di Creta, fece naufragio presso Malta. Si salvarono tutti e il viaggio riprese tre mesi dopo, all’inizio della primavera del 59 (56). Approdarono a Siracusa, poi a Reggio Calabria, a Pozzuoli e giunsero a Roma accolti dai fratelli cristiani. A Roma fu concesso a Paolo di abitare per conto proprio con un soldato di guardia. Trascorse così due anni interi e poté accogliere tutti quelli che venivano a lui. Nella Lettera ai Filippesi dice: «Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo» e il comandante dei pretoriani era Afranio Burro. Dobbiamo annoverare tra i visitatori anche Lucio Anneo Seneca, che ha in seguito intrattenuto con Paolo un carteggio in 12 lettere. L’epistolario ne comprende 14, ma due sono sicuramente false. Alcune di queste lettere sono datate con i consoli suffecti e con i consoli ordinari del 61 (58) e del 62 (59).   In Spagna? Infine il martirio- anni 62-70 (59-67) Negli anni seguenti, fino al 70 (67) a cui si fa risalire il martirio per decapitazione, Paolo può essere stato in Spagna (Rm 15,24.28) e forse anche in Dalmazia (Tt 3,12). Durante i viaggi successivi alla prima prigionia a Roma Paolo scrisse la Prima Lettera a Timoteo. 1 Tm 2,5: Gesù Cristo unico mediatore tra Dio e gli uomini. L’uomo Gesù è l’unico che ha storicamente e concretamente messo in comunicazione il mondo degli uomini con Dio Creatore e con il Cielo. Ciò non riguarda precisamente la preghiera, perché Dio accetta l’intercessione di tutti i suoi amici, compresi i nostri defunti. Successivamente scrisse la Lettera a Tito. Tt 3,12: «Quando ti avrò mandato Àrtema o Tìchico, cerca di venire subito da me a Nicòpoli, perché ho deciso di passare l’inverno colà». San Paolo fissa l’appuntamento per l’inverno a Nicopoli, che sembra identificarsi con una città dell’Epiro, l’odierna Albania. La città potrebbe essere stata chiamata così per celebrare la vittoria di Azio; in realtà molte città antiche portavano quel nome, celebrativo di una vittoria, ma in zone così differenti, che quella dell’Epiro sembra la più logica. Questo attesterebbe l’apostolato di san Paolo in Dalmazia, insieme aTito. Intanto Nerone aveva fatto uccidere la madre Agrippina nel 62 (59) e Afranio Burro nel 65 (62). Quindi aveva  iniziato a perseguitare i cristiani nell’anno 67 (64), dopo un incendio di Roma che gli storici latini attribuiscono alla volontà dell’imperatore stesso. Anche Seneca, nel 68 (65), fu costretto a togliersi la vita. Paolo, prigioniero a Roma per la seconda volta, scrisse la Lettera a Filemone. Appena precedente il martirio di san Paolo, nel 70 (67), sarebbe la Seconda Lettera a Timoteo, in cui egli dice: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Solo Luca è con me» (2 Tm 4,6-7.11). In quest’ultima lettera, (2 Tm 4,13) Paolo chiede a Timoteo di portargli «i rotoli e soprattutto le « membrànai »». Di che testi si trattava? Non certo dell’Antico Testamento, che Paolo poteva trovare in ogni sinagoga, ma dei Vangeli, già scritti ma non tutti pubblicati, e di sue annotazioni personali. Secondo la tradizione cristiana Paolo morì durante la persecuzione di Nerone, decapitato presso le Aquæ Salviæ. San Girolamo, verso fine IV secolo, precisa che fu decapitato a Roma e fu sepolto lungo la via Ostiense nel 37° anno dopo la passione, nel 14º anno di Nerone, due anni dopo la morte di Seneca. Il 37° anno dopo la passione di Gesù Cristo è da situare nel 70 d.C., mentre il 14° anno di Nerone (considerandolo non intero) dovrebbe essere, secondo il calcolo tradizionale, il 67 d.C. Questo è un ulteriore indizio che conferma la cronologia sopra esposta. Alle Aquæ Salviæ, in seguito fu edificata l’Abbazia delle Tre Fontane, mentre sul luogo del sepolcro è stata costruita la Basilica di San Paolo fuori le mura. Per secoli il sepolcro era stato rimasto nascosto sotto al pavimento della basilica. Lavori archeologici svolti tra il 2002 e il 2006 sotto la guida di Giorgio Filippi lo hanno riportato alla luce. Il 29 giugno 2009, nella cerimonia ecumenica conclusiva dell’anno paolino, papa Benedetto XVI ha annunciato i risultati della prima ricognizione canonica effettuata all’interno del sarcofago di San Paolo. In particolare, il sommo pontefice ha riferito che «Nel sarcofago, che non è mai stato aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. …Piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione».   2 – L’impedimento di Nerone Dio diede a Nerone la facoltà di mettere in subbuglio la nazione ebraica, sconvolgendo l’ordine sociale e l’aspetto stesso della Palestina, e di mettere in contrasto insanabile Ebrei e Cristiani. Gli permise infatti di perseguitare i cristiani e di mettere in disparte Teofilo. Gli permise, con questo, di far perdere quasi del tutto le tracce dell’origine dei Vangeli e dell’Apocalisse, con la conseguenza che il loro stesso significato risultasse sconvolto. Dobbiamo anche notare che l’Islam nacque, cinque secoli e mezzo dopo, in seguito a questo contrasto tra Ebrei e Cristiani e per la presenza di eresie che laceravano la cristianità. In pratica questa religione ha occupato le lacune lasciate da Ebrei e Cristiani nel panorama del Regno di Dio. Nei nostri tempi Maria, con le apparizioni il giorno 13 di sei mesi nel 1917, in particolare l’ultima del 13 ottobre, anniversario dell’inizio dell’impero di Nerone, ci  indica la soluzione per i contrasti. È ora di superare l’impedimento, causato da Nerone e permesso dalla Provvidenza, al Regno di Dio nel mondo. Il Regno di Dio e la Chiesa, che lo rappresenta nel mondo, si distinguono decisamente dai regni del mondo. Ma l’odio o l’indifferenza verso la Chiesa non è un aspetto necessario. All’inizio i discepoli di Gesù «godevano la simpatia di tutto il popolo» (Ap 2,47) e i contrasti sono nati soprattutto sotto Nerone e durano tutt’ora allo stesso modo.   3 – Paolo, Luca, Matteo  È però opportuno notare la criticità di una concezione che vede san Paolo erede del Vangelo di Luca, come qui sosteniamo, mentre tradizionalmente si sostiene la derivazione del vangelo di Luca da san Paolo. La posta in gioco è grande. Noi sosteniamo che il Vangelo di Luca riporta le parole autentiche di Gesù, e da queste san Paolo deduce il superamento della Legge mosaica, mentre l’attuale Vangelo di Matteo è un rifacimento delle parole di Gesù, una variatio, a scopo editoriale, anche se tendenzialmente favorevole a un cristianesimo giudaizzante. Da parte di alcuni si sostiene invece che l’attuale vangelo di Matteo è quello originario, mentre quello di Luca sarebbe una versione filo-romana, priva cioè degli elementi filo-giudaici, dovuta all’influenza di san Paolo. Questi, di iniziativa sua, anche se appoggiata a rivelazioni, avrebbe predicato un cristianesimo filo-romano avulso dalla sua origine giudaica, in opposizione agli apostoli, che, fedeli alle origini giudaiche, sarebbero stati antiromani. Non ci sfugge dunque che una corretta ricostruzione della vicenda di san Paolo non può non avere ripercussioni sulla validità della tesi sulla derivazione del Vangelo di Luca da quello originario di Matteo, in aramaico, e che, se noi riusciamo a dimostrare che gli oppositori di san Paolo (il quale, per noi, si basa sul vangelo di Luca) non sono i giudeo-cristiani (i quali, secondo alcuni, si basano sul vangelo di Matteo) ma gli ebrei che non hanno accettato Gesù Cristo, la potenziale antitesi Luca – Matteo, che viene spesso usata per scardinare il Vangelo, non avrebbe più senso. Ragioniamo un momento sui dati a nostra disposizione. Il Prologo antimarcionita, (sec. II-III) dice: «Luca, un siro di Antiochia, di professione medico, discepolo degli apostoli, più tardi segui Paolo fino alla morte. Servì senza biasimo il Signore, non prese moglie né ebbe figli. Mori all’età di 84 anni in Beozia pieno di Spirito Santo. Essendo già stati scritti i Vangeli di Matteo in Giudea e di Marco in Italia, mosso allo Spirito Santo scrisse questo Vangelo nelle regioni dell’Acaia… ». In realtà si tratta della pubblicazione dei Vangeli, in particolare del Vangelo di Luca, rimasto fino a quel tempo in mano a lui e a Teofilo (nominato in una lettera dell’epistolario Seneca – Paolo), in attesa di un’eventuale possibilità di ripresentare in Senato una legge che riconoscesse Gesù Cristo come un dio, così che fosse lecito venerarlo nell’impero romano. Sosteniamo che il Vangelo di Luca riporta le parole che Gesù ha detto e le azioni che Gesù ha fatto, quali risultavano dalla cronaca aramaica di Matteo e da informazioni acquisite da lui stesso. Sono i « rifacitori » di Matteo, che semmai hanno introdotto nell’attuale Vangelo di Matteo gli elementi tipicamente filo-giudaici che non erano nella parole di Gesù. Che bisogno c’è di immaginare un intervento miracoloso per rendere possibile che Paolo suggerisse a Luca i particolari della vita del Signore, quando possiamo stabilire che Luca era presente a Gerusalemme durante i fatti ed è stato testimone di gran parte di essi? E in seguito, negli Atti degli Apostoli scrive solo avvenimenti che ha potuto seguire direttamente o da vicino. San Paolo, rifacendosi al vangelo di Luca e alle sue visioni, conferma che la missione autentica di Gesù comprende l’offerta della salvezza anche ai pagani (non più mediante la circoncisione, ma mediante il battesimo), e quindi il superamento della Legge mosaica. Non è quindi san Paolo che altera l’insegnamento di Gesù, ma possono essere stati i « rifacitori » di Matteo a non essere stati compresi, in quanto possono aver suggerito agli ebrei, destinatari del Vangelo di Matteo, o meglio, alla parte di essi di tendenza antiromana, l’idea che il superamento della legge mosaica fosse un’invenzione di san Paolo per conciliarsi le simpatie dei Romani, e non un elemento essenziale del messaggio di Gesù. Concretamente san Paolo deve all’evangelista Luca la grandezza della sua missione, per il fatto di essere sempre stato fedele a Gesù Cristo storico. Nei Vangeli ci sono sempre le autentiche parole di Gesù, ma non necessariamente tutte. Lo ammette anche Giovanni nelle due conclusioni del Vangelo che porta il suo nome: « Molti altri segni fece Gesù di fronte ai suoi discepoli, ma non sono scritti in questo libro » e: « Vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha compiuto ». E non si esclude che esistano altri insegnamenti di Gesù risorto dati « per apocalisse (= δι’ αποκαλυψεως) » come e avvenuto per san Paolo. Del resto proprio gli apostoli che avevano conosciuto Gesù « secondo la carne » hanno autenticato l’insegnamento di Paolo, che non aveva conosciuto Gesù nel loro stesso modo, ma ciononostante lo hanno considerato equivalente. Che taluni discepoli degli apostoli, senza loro mandato, possano aver contestato a Paolo il titolo di apostolo, in nome di una arbitraria restrizione di questa qualifica a quelli che avevano seguito Gesù nella vita terrena, si evince da alcuni passi delle Lettere. Ma non prova nulla circa una possibile antitesi tra gli apostoli e Paolo. Anzi, autentici apostoli sono anche i cinquecento e più fratelli ai quali è apparso il Risorto, senza che da questa « investitura » siano nati problemi, a quanto sembra, con il gruppo dei Dodici. Se Gesù è Dio, non è illogico pensare che possa aver continuato il suo insegnamento, per mezzo dello Spirito Santo, anche dopo morto. Il che appare francamente inconcepibile, se Gesù fosse stato un rivoluzionario zelota, giustiziato per attività sovversiva antiromana.   4 – Pietro e Paolo   Abbiamo segnalato la possibile collocazione del settennato di Pietro ad Antiochia tra il 37 (35) e il 44 (41), con la conseguenza che l’andata a Roma nel 45 (42) sia stata una breve parentesi dopo questo settennato, sebbene sia importante perché vi fondò la comunità romana, e non abbia relazione con la persecuzione di Erode Agrippa del 47 (44), seguita dalla seconda andata a Roma, probabilmente definitiva anche se intercalata da viaggi come quello a Gerusalemme per il Concilio. 1) la data indicata da Eusebio (42 d.C., 45 secondo il computo corretto) potrebbe corrispondere alla data indicata dagli Atti degli Apostoli (12,17) in cui Pietro, liberato dalla prigionia di Erode Agrippa I, « se ne andò in un altro luogo », in quanto gli Atti non forniscono riferimenti per i pochi avvenimenti raccontati relativamente a questo periodo. 2) Agrippa fu re della Giudea dal 44 (41) al 47 (44). 3) All’anno 45/46 (42/43) risale anche la conversione a una « superstitio externa », che è sicuramente il Cristianesimo, di una donna di famiglia senatoria, Pomponia Grecina (Tacito, Ann. XIII, 32). 4) In seguito a questo primo viaggio a Roma, ricordiamo però che Pietro chiese a Marco di scrivere quello che aveva cominciato a raccontare senza una traccia scritta. Così dovettero tornare a Gerusalemme ambedue, Marco per poter rileggere gli altri tre Vangeli, Pietro per fornire all’evangelista le proprie testimonianze sui fatti. 5) È inoltre improbabile che Pietro, se fosse stato  imprigionato da Agrippa nel 45 (42), sia tornato a Gerusalemme di nuovo mentre Agrippa era vivo. 6) Si deve perciò ritenere che Pietro si sia recato a Roma una prima volta, non testimoniata dagli Atti, nel 45 (42) e una seconda volta nel 47 (44) (At 12,17). 7) Il martirio di Pietro avvenne il 13 ottobre del 67 (64), secondo la ricostruzione dell’archeologa Margherita Guarducci. Riteniamo fondamentale l’esatta cronologia dei soggiorni di Pietro a Gerusalemme (4 anni), ad Antiochia (7 anni) e a Roma (20 anni) per le implicazione sull’esercizio del Primato e sulla collocazione della Sede apostolica contro i sostenitori di un cristianesimo primitivo senza Primato e senza Sede, ma irrimediabilmente diviso tra giacobiti, giovannei, petrini e paolini. Sorprende che nel Nuovo Testamento non venga mai fatto accenno alla presenza di Pietro a Roma e che questa notizia ci pervenga solo da scritti successivi. Nella Prima lettera di Pietro (5,13) troviamo un enigmatico accenno: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio». Non sembra, però, che Pietro avesse bisogno di nascondere Roma sotto il simbolo « Babilonia », perché per 35 anni i Romani si mantennero favorevoli al Cristianesimo. È più probabile che questi saluti da Babilonia, la città orientale dove risiedeva da secoli una comunità ebraica, e da Marco, che era vicino a Pietro, siano stati raccomandati a Pietro separatamente l’uno dall’altro, mentre si trovava, ad esempio, a Gerusalemme per il primo Concilio Ecumenico, e che egli li abbia trasmessi simultaneamente «ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadòcia, nell’Asia e nella Bitinia» (1Pt 1,1) «per mezzo di Silvano» (5,12) collaboratore di Paolo. Babilonia non era un simbolo, altrimenti lo doveva essere di Gerusalemme, come risulta dall’Apocalisse. Si può invece notare che Pietro e Paolo si scambiavano liberamente i collaboratori, perciò erano costantemente in contatto tra loro, anche se non lo dicono. È bene inoltre ricordare che San Paolo era continuamente attento all’opera di tutti gli Apostoli. Si informava pure di quello che andavano compiendo i «più di cinquecento fratelli» (1 Cor 15,3) di Gamla. Se non lo teniamo sempre presente, comprendiamo poco l’opera di Paolo stesso. Può essere utile far notare che nella prima comunità romana fondata da Pietro non sembra ci siano stati conflitti sulla circoncisione e sulla reciproca frequentazione tra convertiti dal giudaismo e convertiti dal paganesimo, i quali si riunivano in case di privati (Rm, 16) e rimanevano estranei alla vita della comunità giudaica. Un documento del IV secolo precisa che i Romani «susceperunt fidem Christi, ritu licet iudaico». Ciò ricorda che anche a Roma, all’inizio, la fedeltà a Cristo e alla legge ebraica non erano in conflitto e che non fu certo Paolo, al suo arrivo, a provocare il conflitto, in quanto egli si attenne fedelmente alle parole del Signore risorto: «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”» (At 23, 11).   5 – Ragionamenti sul ritorno di Gesù   Gesù Cristo, nei giorni precedenti la sua passione e morte, pronunciò la profezia sulla distruzione del Tempio, sulla fine di Gerusalemme e sul Regno di Dio, con frasi apocalittiche (Lc 21,5-36). Nelle apparizioni dopo la risurrezione parlò ancora «delle cose del Regno di Dio» (At 1,3) e si può ritenere che abbia continuato a usare espressioni apocalittiche. I discepoli cercarono di interpretarle. Per noi è inevitabile confrontare i diversi testi del Nuovo Testamento per capire a quali conclusioni si era pervenuti nella Chiesa. Erano conclusioni piuttosto concrete, fondate su simboli che Gesù aveva usato. Che cosa si doveva attendere, presto? Sotto l’imperatore successore di Claudio, storicamente Nerone, messo in disparte Teofilo, ci sarebbe stata una grande sofferenza per gli Ebrei, per mettere alla prova tutto il mondo. Sarebbe stata distrutta Gerusalemme, per cui Roma non avrebbe più potuto servirsene per pervertire la vita sociale degli Ebrei. Le Genti avrebbero visto Gesù Cristo tornare sulle nubi del cielo, dopo lo sconvolgimento del « sole », della « luna » e delle « stelle », per regnare mille anni nel mondo. Gli eletti di Cristo, già morti con lui (prima morte), avrebbero partecipato a una prima risurrezione (reale, ma soltanto per gli eletti fedeli a Cristo) per regnare con lui mille anni. In tale periodo il « diavolo », che corrisponde a un gruppo di persone credenti nel Dio di Israele ma non fedeli a Gesù Cristo, sarebbe stato incatenato per mille anni. Dopo mille anni il « diavolo » sarebbe stato lasciato libero di agire per un po’ di tempo. In seguito, mentre Gesù Cristo avrebbe continuato a regnare nel mondo in modo meno evidente, un fuoco dal cielo avrebbe vinto « il diavolo » e l’avrebbe chiuso per sempre nell’abisso e ci sarebbe stato un giudizio universale. La prospettiva successiva era « la nuova città santa Gerusalemme », che sarebbe durata « secoli di secoli ». Non è chiaro se dopo « secoli di secoli » ci sarebbe stata la seconda risurrezione, per tutti, o se questa avrebbe dovuto essere dopo i mille anni. I Vangeli però dicono che Gesù Cristo tornerà alla conclusione dei secoli e allora ci sarà il giudizio finale. Dal nostro punto di vista, venti secoli dopo, possiamo constatare come si sono avverate storicamente alcune profezie del Cristo Re: – distruzione di Gerusalemme nel 73 (70); – persecuzione dei Cristiani fino al 313 (non era prevista in modo distinto); – circa mille anni (313-1303) di prestigio, anche politico, della Chiesa, corrispondente a un autentico regno di Cristo, che ha edificato una civiltà mai vista prima; – nel 1303, il Papa viene umiliato dal re di Francia, Filippo il Bello (Oltraggio o « Schiaffo » di Anagni); il 13 ottobre 1307 (1250° anniversario di Nerone imperatore) arresto dei Templari per ordine dello stesso re di Francia, per impossessarsi dei mezzi che essi impiegavano per le opere della Chiesa contro il male; di conseguenza forte limitazione della presenza attiva e caritativa della Chiesa nella società civile; – da allora, anche oggi, assistiamo all’offensiva del « diavolo » contro i Cristiani; – ora dobbiamo attendere forse, simbolicamente, la « seconda risurrezione », ma certamente la « seconda morte », in Cristo, di coloro che non avevano creduto in lui e, infine, la « nuova città santa Gerusalemme ».   Raffaele Licordari, con la collaborazione di Giovanni Conforti Aggiornato il 15 giugno 2015  

LA GIOIA NELLE SACRE SCRITTURE – LETTERE DI SAN PAOLO – CITAZIONI

http://vivetenellagioia.altervista.org/sacrescritture/lettere_san_paolo.html

LA GIOIA NELLE SACRE SCRITTURE

LETTERE DI SAN PAOLO

Lettera ai Romani, 1 Lettera ai Corinti, 2 Lettera ai Corinti, Lettera ai Galati, Lettera ai Efesini, Lettera ai Filippesi, Lettera ai Colossesi, 1 Lettera ai Tessalonicesi, 2 Lettera ai Tessalonicesi, 1 Lettera a Timoteo, 2 Lettera a Timoteo, Lettera a Tito, Lettera a Filemone, Lettera agli Ebrei

Lettera ai Romani

12,8 Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.

12,12 Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera…

12,15 Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto.

14,17 Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.

15,13 Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

15,32 ché io possa venire da voi nella gioia, se così vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi. Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.

Seconda Lettera ai Corinzi

1,24 Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perchè nella fede voi siete già saldi.

2,3 Perciò vi ho scritto in quei termini che voi sapete, per non dovere poi essere rattristato alla mia venuta da quelli che dovrebbero rendermi lieto, persuaso come sono riguardo a voi tutti che la mia gioia è quella di tutti voi.
6,10 afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!

7,4 Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.

7,7 e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.

7,13 Ecco quello che ci ha consolati.A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi.

8,2 nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità.

9,7 Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.

13,11 Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.

Lettera ai Galati

5,22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.

Lettera ai Filippesi

1,4 pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera

1,25 Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede,

2,2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.

2,29 Accoglietelo dunque nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui.
3,1 Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.

4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

4,4 Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi.

4,10 Ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi: in realtà li avevate anche prima, ma non ne avete avuta l’occasione.

Lettera ai Colossesi

1,12 ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

Prima Lettera ai Tessalonicesi

1,6 E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione.

2,19 Chi infatti, se non proprio voi, potrebbe essere la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui ci possiamo vantare, davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta?

2,20 Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia.
3,9 Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio…

5,16 State sempre lieti!

Seconda Lettera a Timoteo

1,4 mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia.

Lettera a Filemone

1,7 La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua.

Lettera agli Ebrei

10,34 Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi.

12,2 tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

12,11 Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

13,17 Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi.

L’ARCHITETTO DELLA SALVEZZA (LA VISIONE PAOLINA HA ISPIRATO TUTTI I GRANDI DELLA LETTERATURA)

http://www.stpauls.it/jesus/0812je/0812je86.htm

L’ARCHITETTO DELLA SALVEZZA (LA VISIONE PAOLINA HA ISPIRATO TUTTI I GRANDI DELLA LETTERATURA)

di Francesca D’Alessandro

Da Dante e Petrarca fino a Leopardi e Luzi, passando per Manzoni, la visione paolina ha ispirato tutti i grandi della letteratura. Ce ne parla una studiosa, che insegna all’Università Cattolica di Milano.

Questo Anno paolino ci offre l’occasione per tornare a riflettere su uno dei pilastri della civiltà, sul quale si sono fondati edifici di pensiero poderosi per vastità e durata, dove si ricompongono in equilibrio armonico le spinte e controspinte più disparate, concernenti discipline e ambiti di interesse assai diversi. Quanto di accomunante ci è parso di rilevare va colto alle radici dell’uomo e assume la forma della tensione verso una ipotesi di redenzione che non prescinda dall’agire nella storia, ma piuttosto ne riconosca il senso profondo, sostanziale, entro l’orizzonte della speranza, al quale anche Benedetto XVI ci ha invitato a guardare, con la sua enciclica («Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento», ICor 3,9-10). Tali sono i tratti di un umanesimo del quale l’Apostolo dei Gentili potrebbe dirsi uno dei tralicci portanti, nella misura in cui la sua voce di uomo nuovo sul cammino della salvezza non viene a determinare fratture, ma a compiere, alla luce della rivelazione, le conquiste che già furono della cultura classica, nel territorio metafisico e morale.
Sul versante letterario, crediamo sia imprescindibile rilevare la portata delle disseminazioni e degli affioramenti, impliciti ed espliciti, del magistero di san Paolo, almeno attraverso alcune voci della tradizione (un campionario senza pretesa di esaustività), tra le più alte di ogni tempo. Esse invitano a riconoscere nel superiore appello rivolto dal testo al lettore quelli che sono stati chiamati «i semi della nuova creazione», le tracce – più o meno consapevoli e dichiarate dall’autore – di temi, immagini e archetipi paolini di particolare intensità e significato. Non si tratta tanto e solo di inseguire nelle opere letterarie una vaga e non definita nostalgia del divino, né un’oscura tensione orfica e neppure una infondata astrazione metafisica. Ci si propone piuttosto di esplorare quei varchi verso le regioni ulteriori, aperti da una scrittura aderente al vero, fatta di cose e di eventi, nella convinzione che la sfida più appassionante in questo senso (alla luce del mistero dell’incarnazione) si giochi proprio sul terreno della storia, della società e persino della politica.
Di qui la preferenza – al di là di una più o meno esplicita confessione religiosa – per autori che hanno accolto o ripercorso la lezione di Paolo di Tarso, a partire da una tenace fedeltà alle proprie origini terrestri, che hanno nutrito e coltivato una pur avara speranza, con la ponderata e talvolta dolorosa presa di coscienza del proprio agire nel mondo, per sé e per gli altri, del proprio significativo essere parte della vicenda umana nel tempo. In loro, l’agire si configura come completamento del disegno divino, entro una solida e rinnovata dimensione progettuale, continuamente sorretta dall’architrave della ragionevolezza di ogni convinzione acquisita.
L’edificio della salvezza – ricostruito attraverso gli scrittori di ogni tempo – risulta così poggiare sulle fondamenta delle virtù teologali e di una professione di fede testimoniata nelle opere (Dante e Manzoni) e ardente di carità (Caterina da Siena e Vittoria Colonna). Tale edificio si rivela via via cadenzato dagli elementi architettonici dell’attesa e della gioia, con la sua forza inclusiva e trasfigurante (Petrarca e Sereni), su cui pure si proiettano le ombre dell’assenza e del dubbio, non prive di energia propositiva (Leopardi e Montale), destinate tuttavia a dissolversi nella potenza innovatrice del divino che salva (Péguy, Luzi e Betocchi).
L’intera tradizione volgare sorge dall’orizzonte profetico della Commedia dantesca, una storia della salvezza in forma di poema che nasce sotto il segno paolino, al crocevia tra la civiltà classica e quella cristiana (Inferno II 31-35). Quale nuovo Enea e nuovo Paolo, Dante si vede assegnata la missione di riformatore del mondo, di edificatore della speranza e continuatore dell’opera divina, in un’età avvertita come tempo finale e tempo della grazia. Non a caso la raffigurazione del passaggio dalle tenebre alla luce viene declinata, sin da Purgatorio VII, in termini paolini (Rom 12,12), sin anche nel risoluto vigore del combattente, chiamato ad abbandonare le opere delle tenebre e a rivestirsi delle armi della luce, a indossare la corazza della fede e della carità, con l’elmo della speranza (come recita ITess 5,8). Di nuovo l’itinerario dantesco fa leva sulla dignità dell’agire delle creature, chiamate, nella speranza, a tendere al compimento di sé e alla piena edificazione del progetto divino. Una speranza che Dante si preoccupa di riallacciare (rendendo omaggio al «verace stilo» di san Paolo) alla gerarchia delle virtù teologali, nella professione di fede da lui pronunciata alla presenza di Pietro, quando è prossimo ormai il gaudio della visione beatifica, alla fine del viaggio (Paradiso XXIV, 51-52).
Una tinta paolina si imprime anche sulla parola del padre dell’Umanesimo e della nuova età, Francesco Petrarca, che dal proprio orizzonte terreno si accosta alle perfezioni invisibili del divino artefice, attraverso la bellezza della creazione, e si incammina a una contemplazione intellettuale, non priva di sussulti e di dubbi. Il problema della salvezza si pone per lui nei termini di una profonda lacerazione interiore, di una quotidiana battaglia fra volere e disvolere, fra uomo di terra e uomo celeste, nella piena consapevolezza che la felicità coincide con la libertà dell’animo e la speranza con la misericordia divina.
Nel medesimo terreno dantesco, in materia di fede, si radica il pensiero manzoniano, che inaugura le sue Osservazioni sulla morale cattolica con la cifra paolina della unità e razionalità del credo cristiano. Principia qui a dipanarsi il filo delle reminiscenze paoline, destinato a riaffiorare, quando la meditazione sulla fragilità della natura umana accosta la confessione di Socrate e di Ovidio a quella del Saulo («Il core e la mente mi danno opposti consigli: vedo il meglio, l’approvo; e vo dietro al peggio», Rom 7,19). Al punto di innesto della civiltà cristiana sulla classica, il lamento dell’uomo debole e sconfitto trova tuttavia il riscatto nella radice paolina della speranza, nata dalla «cognizione di mali umanamente irrimediabili», eppure solido legame alla «colonna e fondamento della verità» (ITimoteo 3,15). Sono ancora due elementi architettonici a ribadire il valore delle opere, della libertà e coerenza dell’agire dell’uomo, collaboratore di Dio, chiamato a porre le basi su cui posare l’edificio della salvezza.
Viene così a definirsi, con nitidezza folgorante, il disegno della speranza capace di incidere sulle vicende della storia, tesa fra l’evento iniziale e l’esito finale, all’incontro fra il protendersi progettuale dell’uomo e il volgersi premuroso dello Spirito. Il culmine lirico e meditativo di tale disegno viene raggiunto nella ipotesi estrema di salvezza, nel miracolo della misericordia divina verso Napoleone morente, che Manzoni rappresenta nel finale del Cinque maggio. Qui paiono intersecarsi i piani argomentativi e il vigore metaforico di alcuni snodi della prima lettera ai Corinzi, di quella ai Filippesi e delle due ai Tessalonicesi. Se dalle prime discende l’immagine del premio sperato (ICor 9,24 e Filippesi 3,13), alle seconde può essere ascritta la raffigurazione del Dio glorioso che «discende dal cielo» e rapisce «tra le nubi», «nell’aria», di un Dio che affligge e dà sollievo, a un tempo, in un contesto epico di vittoria della fede e della speranza, ottenuta per tutti, una volta per sempre, con l’obbrobrio della Croce. Come lascia intendere Manzoni, nel solco del dettato paolino, esse giungono a fondare una giustizia nuova e, in quanto primizie dello Spirito, riescono a riscattare l’uomo dalla legge, a liberarlo dall’ossequio alla gloria umana, ad assecondare i suoi desideri profondi, oltrepassandoli nel diluvio della grazia.
Più problematica, ma altrettanto feconda risulta l’indagine entro percorsi compositivi di autori che non hanno trovato la riposata quiete dell’approdo a una fede dichiarata (benché continuamente riconquistata). Per lo più essi appartengono alla contemporaneità e parrebbero germogliare dal ceppo penitenziale della visione leopardiana, prevalentemente incentrata sulle piaghe della creazione, ferita e segnata da un dolore apparentemente irredimibile. Per Leopardi, l’incontro con san Paolo avviene sul terreno della coscienza della contraddizione che dilacera l’uomo, tra desiderio insaziabile di felicità e impossibilità di raggiungerla. Entro il quadro della desolata condizione dei viventi, ricostruito con spietata lucidità, egli delinea la sua riflessione sulla capacità significativa della parola, attraverso la quale giunge a giudicare ragionevole l’ipotesi dell’oltre.
Tra gli eredi novecenteschi di Leopardi, Eugenio Montale colloca l’origine del proprio poetare entro le polarità contrapposte della necessità naturale e della libertà dell’uomo, sul confine tra il fenomeno e il mistero, che sta oltre. Sin dai primi Ossi di seppia (1925), egli accosta allo sgretolamento apocalittico di Clivo l’«avara speranza» d’oltrevita di Casa sul mare, offerta in dono per la salvezza dell’altro. L’infinitarsi, dapprima negato al poeta, diviene in qualche modo possibile già nei secondi Ossi (1928), dove il miracolo dell’Incontro con l’alterità opera una rinascita a rinnovata pienezza vitale: «E farsi mia / un’altra vita sento, ingombro d’una / forma che mi fu tolta». Inizia qui un cammino destinato a sfociare, sullo sfondo del tragico irrompere nella storia della violenza dissennata e del male, in prossimità della Seconda guerra mondiale, in una pur ardua ipotesi di redenzione. A renderla possibile è la donna amata, paolinamente continuatrice dell’opera del creatore, ritratta con colori danteschi, nelle Occasioni e nella Bufera. La sua apparizione viene raffigurata con un linguaggio cristologico, che fa di lei (ebrea e perseguitata dalle leggi razziali) una vera immagine di Cristo, di inarrivabile altezza morale: «Perché l’opera tua (che della Sua / è una forma) fiorisse in altre luci / Iri del Canaan ti dileguasti».
Affine sensibilità si riscontra in Vittorio Sereni, che accoglie nei suoi versi le folate di una speranza intesa come viaggio verso l’alba (la cui luce ferisce e salva a un tempo), come sete di verità dolorosa e insaziata, eppure pronta a sfociare nella gioia. La sua speranza si genera paolinamente da una sorta di fede (pur insicura e vacillante) e si sporge, recidiva – dalla fedeltà tenace alle proprie origini terrestri – a una ipotesi di persistenza di vita oltre la morte, da intendersi come trasformazione dalla deperibilità della materia all’incorruttibilità del movimento e della luce.
È la stessa luce albare invocata e intravista da Mario Luzi, nella quale sfocia – dopo un viaggio periglioso nel magma della storia, contrassegnato dapprima dal dono della carità, poi da quello della profezia – la speranza pasquale, immersa nell’onda viva della creazione, finalmente redenta e ricapitolata nell’unzione cristica finale.

Francesca D’Alessandro

I PAPI E GLI ANGELI (PARTE II) – 06 MAGGIO 2011

http://www.zenit.org/it/articles/i-papi-e-gli-angeli-parte-ii

I PAPI E GLI ANGELI (PARTE II) – 06 MAGGIO 2011

Intervista a don Marcello Stanzione, autore di un libro sull’argomento

di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 6 maggio 2011 (ZENIT.org).- Giovanni Paolo II è il Pontefice che in tutta la storia della Chiesa è intervenuto più volte per parlare degli Angeli. E ‘ quanto sostiene don Marcello Stanzione, Presidente dell’Associazione Milizia di San Michele Arcangelo.

La prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 5 maggio.
Quali sono stati i Pontefici che hanno nutrito una devozione più profonda per gli Angeli, e qual è il significato teologico della presenza degli Angeli nella storia e nella dottrina cattolica?
Don Marcello: Tutti i Papi ovviamente sono stati devoti degli spiriti celesti. In questa mia intervista voglio però limitarmi solamente a quelli più recenti. Papa Pio XI (Achille Ratti, 1922-I939) rivelò a un gruppo di pellegrini che, all’inizio e al termine di ogni giornata, invocava il proprio Angelo custode, sottolineando che di frequente ripeteva tale invocazione Angelica durante le attività quotidiane specialmente quando c’erano grossi problemi. Ma da dove nasceva questa profonda devozione di Pio XI all’Angelo custode? Il Papa rivelò che, fin da bambino, aveva compreso, grazie ai suoi illuminati genitori ed educatori, i meravigliosi pensieri di San Bernardo da Chiaravalle riguardo al rispetto fiducioso e all’amore da nutrire verso l’Angelo custode. Pio XI raccomandava la devozione Angelica particolarmente ad alcune categorie come i missionari, i nunzi apostolici, gli insegnanti e gli scout. In un bel discorso del 1923 agli esploratori cattolici il Pontefice dichiarò: “…sempre agli esploratori noi raccomandiamo la devozione agli Angeli. L’esploratore è spesso abbandonato alle sue sole forze, ai soli suoi mezzi. Non dimentichi allora che egli ha una guida celeste, che l’Angelo di Dio veglia su di lui. Tale pensiero gli darà il coraggio e la fiducia di un aiuto prezioso ». Anche i collaboratori più stretti di Pio XI furono sempre edificati dal profondo amore del Papa verso gli Angeli. Il cardinale Carlo Confalonieri, nella sua biografia “Pio XI visto da vicino”, così scrive: “Era devotissimo degli Angeli custodi, del suo personale in primo luogo, e di quelli che riteneva preposti agli uffici ecclesiastici e alle varie circoscrizioni territoriali. Quando doveva compiere qualche delicata missione, pregava il suo Angelo di preparare e facilitare la strada, predisponendo gli animi. Anzi, in circostanze di particolare difficoltà, pregava pure l’Angelo dell’altro interlocutore, perché illuminasse e rabbonisse il sua protetto. Entrando nel territorio della Diocesi di Milano, si era inginocchiato a baciare la terra che il Signore gli affidava e aveva invocato la protezione dell’Angelo della Diocesi ».

Anche Papa Pio XII (Eugenio Pacelli ,1939-1959) parlò spesso della missione degli Angeli nella vita della Chiesa. Il Pastor Angelicus, come era chiamato, era parti­colarmente devoto dell’ArcAngelo Michele che, nel 1949, costituì Patrono e Protettore dei radiologi e radioterapeuti e anche celeste Patrono di tutta l’amministrazione italiana della Pubblica sicurezza, in quanto l’ArcAngelo guerriero è dotato di divina fortezza contro le potestà delle tenebre. Nell’anno santo del 1950 Papa Pacelli, con l’enciclica Humani generis ribadì la dottrina tradizionale sugli Angeli, deplo­rando che alcuni arrivino a mettere in discussione il loro essere creaturale personale, riducendoli a figure mitiche e vaporose. I1 3 ottobre 1959, il Papa rivolse una meravigliosa allocuzione a un folto gruppo di cattolici americani, nella quale, dopo aver ricordato le bellezze della realtà visibile, passò a quelle invisi­bili, popolate dagli Angeli. « Essi erano nelle città che avete visitato… erano i vostri compagni di viag­gio ».
Poiché talvolta si limita il compito degli Spiriti celesti a un ministero di difesa sul piano fisico, il Papa ricorda che gli Angeli hanno cura anche della nostra santificazione, essi sono maestri di ascesi e di mistica. Pio XII in conclusione invitava quei pellegrini a mantenere una certa familiarità con gli Angeli, che si adoperano con costante sollecitudine per la salvezza umana perché: “A Dio piacendo passerete un’eternità di gioia con gli Angeli: imparate fin da ora a conoscerli”.
Ancora di più Papa Giovanni XXIII (Angelo Roncalli 1959-1963), il cui nome di battesimo era dedicato agli Spiriti beati, era assai devoto all’Angelo custode. Mons. Loris Capovilla, suo segretario particolare, ha riferito un episodio assai significativo a riguardo. Giovanni XXIII aveva iniziato alla domenica a recitare dal balcone del palazzo apo­stolico la preghiera dell’Angelus, seguita dall’invocazione all’Angelo custode e dall’Eterno riposo ai defunti. Il segretario ricorda che un prelato fece rilevare a1 Papa che forse si poteva non fare l’invocazione all’Angelo, in quanto l’affidamento di ogni essere umano a uno spirito celeste non era un dogma definito dalla dottrina cattolica. A questa osservazione, Papa Giovanni, con una punta di umorismo, commentò: “Bravo questo teologo. Per fare un piacere a lui io dovrei fare un dispetto al mio Angelo custode”.
A diciotto anni, il futuro Papa, nel suo diario di seminarista, aveva scritto: “Un Angelo del cielo nientemeno, mi sta sempre accanto ed insieme è rapito in una continua estasi amorosa con il suo Dio. Che delizia al solo pensarci! Io dunque sono sempre sotto gli occhi di un Angelo che mi guarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre dormo… ».
Mons. Roncalli, quando era nunzio in Francia, in una lettera alla nipote suora confidò il suo amore agli Spiriti celesti: “Che consolazione sentircelo ben vicino questo celeste guardiano, questa guida dei nostri passi, questo testimone anche delle più intime azioni. Io recito ‘l’Angele Dei’ almeno cinque volte al giorno e sovente converso spiritualmente con lui, sempre però con calma e in pace. Quando debbo visitare qualche personaggio importante per trattare gli affari della Santa Sede, lo impegno a mettersi d’accordo con l’Angelo custode di questa persona altolocata, perché influisca sulle sue disposizioni. È una piccola devozione che mi insegnò più di una volta il Santo Padre Pio XI ». In cinque anni di pontificato il « Papa buono” commentò, non meno di 40 volte, i compiti degli Angeli custodi, raccomandandone sempre la devozione. Papa Giovanni è passato alla storia perché ha indetto il Concilio Ecumenico Vaticano II; ebbene, in una confidenza fatta ad un vescovo canadese, il Papa attribuì l’idea del Concilio a un’ispirazione che Dio gli aveva dato nella preghiera, tramite il suo Angelo custode.

Paolo VI (G.B. Montini, 1963-1978) è stato il Papa che ha portato avanti e concluso le fasi del Concilio. Quanto al fatto che il Vaticano II abbia parlato poco degli Angeli e dei demoni, ciò è avvenuto perché il suo scopo era soprattutto ecclesiologico pastorale e non dogmatico; comunque il Concilio non manca di menzionare gli Angeli in quanto venerati dai cristiani (Lumen Gentium, 50); ricordando che gli Spiriti celesti saranno con Cristo quando egli tornerà nella gloria (Lumen Gentium, 49) e lascia intravedere come la Madonna sia stata esaltata al di sopra di essi (Lumen Gentium, 61).
È necessario fare un’osservazione di contestualizzazione storica in quanto, durante gli anni del Concilio, in ambiente teologico cattolico la problematica sugli Angeli e i demoni non era così attuale come poi lo sarà dopo il 1966-67. Nella dichiarazione sul « Nuovo Catechismo Olandese » la commissione cardinalizia, nominata, nel 1967, da Paolo VI, affermava che l’esistenza degli Angeli è una verità di fede: « Bisogna che il Catechismo dichiari che Dio ha creato, oltre al mondo sensibile nel quale viviamo, anche il regno dei puri Spiriti che chiamiamo Angeli ». I membri della commissione vaticana rinviavano al I° capitolo della costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I e ai numeri 49 e 50 della costituzione Lumen Gentium del Vaticano II. Paolo VI, in una famosa lettera al cardinale Alfring, primate d’Olanda, segnalò fra le indispensabili aggiunte da introdurre nel Catechismo olandese, la dottrina dell’esistenza degli Angeli fondata sui Vangelo e la Tradizione della Chiesa. Nella « Professione dà fede », del 30 giugno 1968, per la chiusura dell’anno della fede, il Papa nominò a due riprese gli Angeli, all’inizio: “Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo, Creatore delle cose visibili e delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì Angeli ».
Al termine della professione, il sommo pontefice evoca le anime che contemplano Dio in cielo dove, in gradi diversi, sono: « Associate agli Angeli Santi nel governo divino ».
Il pontificato di Papa Montini, fu molto sofferto per le contestazioni da parte di alcuni teologi alla dottrina tradizionale della Chiesa, ma il Papa nella famosa allocuzione del 15 novembre 1972, riguardo agli Angeli affermò decisamente: « Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerli significativi per la comprensione della storia della salvezza umana e quindi esistenti nel senso inteso dalla tradizione della Chiesa ».
Giovanni Paolo I (Albino Luciani 1912-1978) guidò la Chiesa per solamente 33 giorni (morì nella notte fra il 28 e il 29 settembre, festa dei tre ArcAngeli) ma, quando era patriarca di Venezia affermò che gli Angeli sono: « I grandi sconosciuti del nostro tempo » e aggiunse: « Sarebbe invece opportuno ricordarli più spesso come ministri della provvidenza nel governo degli uomini ».
Papa Giovanni Paolo II, è il pontefice che, nella bimillenaria storia della Chiesa, ha parlato più di tutti gli altri Papi degli Angeli, ai quali ha dedicato un ciclo delle catechesi del mercoledì dell’estate del 1986. Per questo motivo Giovanni Paolo II verrà più volte citato.
Il Papa polacco affermò: “Oggi, come nei tempi passati, si discute con maggiore o minore sapienza su questi esseri spirituali. Bisogna riconoscere che la confusione a volte è grande, con il conseguente rischio di far passare come fede della Chiesa sugli Angeli ciò che alla fede non appartiene, o viceversa, di tralasciare qualche aspetto importante della verità rivelata ».
Giovanni Paolo II intervenne quindi per dire la verità autentica sugli Angeli perché, in tal modo, la Chiesa: “Crede di recare un grande servizio all’uomo. L’uomo nutre la convinzione che in Cristo, Uomo-Dio è Lui (e non gli Angeli) a trovarsi al centro della divina rivelazione. Ebbene, l’incontro religioso con il mondo degli esseri puramente spirituali, diventa preziosa rivelazione del suo essere non solo corpo ma anche spirito, e della sua appartenenza ad un progetto di salvezza veramente grande ed efficace entro una comunità di esseri personali che per l’uomo e con l’uomo servono il disegno provvidenziale di Dio« .

SAN PAOLO – UNA PREDICA A DEI BAMBINI

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124501

SAN PAOLO – UNA PREDICA A DEI BAMBINI

autore: don Giuseppe Pulcinelli

Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù.

Sabato scorso ero nella grande basilica di S. Paolo, dove mi avevano chiesto di celebrare una messa per i bambini delle elementari. Non è facile predicare ai bambini, e per raccontare loro qualcosa su S.Paolo ho detto: “Voi capite che senza i vostri genitori, senza papà e mamma non sareste qui. Allo stesso modo, senza S. Paolo, noi non saremmo cristiani!”. Sembra una frase esagerata e sicuramente in parte lo è, ma almeno non saremmo cristiani come lo siamo ora, non sappiamo come lo saremmo stati senza di lui. Questo ci può già introdurre alla figura di Paolo, alla sua grandezza straordinaria nell’ambito del cristianesimo delle origini. Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù. In lui incontriamo una persona che è stata a contatto con tre diverse culture: nato a Tarso, in Turchia, un territorio che faceva parte dell’impero romano e nel quale si parlava greco, però da famiglia ebraica della diaspora, e in possesso dela cittadinanza romana che era un grande privilegio. Sicuramente viene istruito già da bambino alla religione dei Padri. Scrive Luca- ma anche Paolo stesso- che era stato educato secondo la dottrina dei farisei, una delle correnti religiose interne all’ebraismo che avevano un grande rispetto verso la Legge e le tradizioni dei Padri. Sempre Luca negli Atti ci racconta che S.Paolo è stato formato alla scuola di Gamaliele (At 22,3), uno dei più grandi rabbini del tempo. Ma c’è un incontro che gli sconvolge la vita, per cui oltre a essere erede delle culture ebraica, greca e romana, soprattutto quello che feconda il suo pensiero e il suo agire è l’incontro con la persona di Gesù Cristo.
Ma quali sono le fonti su Paolo? Sono essenzialmente due: i suoi scritti, sette lettere da tutti comunemente ritenute paoline (protopaoline), 1Ts, 1Cor, 2Cor, Fil, Gal, Rom, Fm. Le altre, dette deutero-paoline, Ef, Col, 2Ts, sono paoline per pensiero, tono, contenuti teologici, ma molto probabilmente sono di suoi discepoli, che portano avanti il suo pensiero. Anche queste ci permettono di conoscere Paolo e l’influsso del suo pensiero su queste prime comunità da lui fondate. L’altra fonte per conoscere Paolo è opera di un biografo d’eccezione, l’evangelista Luca, che ha scritto anche gli Atti degli Apostoli. Dal titolo potremmo pensare che gli Atti raccontino le vicende dei dodici Apostoli, invece se lo sfogliamo, ed è raccomandabile farlo almeno una volta dall’inizio alla fine, perché è un bellissimo libro, avvincente, avventuroso, ci rendiamo conto che non vi è descritta la storia dei Dodici, ma di fatto soltanto di due, cioè almeno fino al cap. 15 si parla prevalentemente di Pietro, e poi di Paolo, prima con un primo accenno nel capitolo 6, per continuare con il cap. 9 nel quale viene raccontata la cosiddetta conversione di Paolo, fino a quando diviene lui il protagonista principale. È interessante notare che Luca non usa mai l’appellativo di Apostolo per designare Paolo, ma solo per Pietro, perché nella Chiesa degli inizi gran parte dei credenti in Cristo ritenevano Apostoli soltanto coloro che avevano vissuto accanto a Gesù la sua attività pubblica e avevano assistito alla sua morte e resurrezione. Paolo non aveva queste caratteristiche, non aveva conosciuto il Gesù terreno, non era stato suo discepolo durante l’attività pubblica di Gesù.
Le due grandi fonti sono dunque gli Atti degli Apostoli e l’epistolario paolino, poi ci sono gli apocrifi che possono raccontarci qualche particolare, come gli Atti di Paolo e gli Atti di Tecla, una sua discepola. Per esempio le fonti che ci raccontano del martirio di Paolo alle Tre Fontane risalgono alla fine del V, inizio del VI secolo, mentre abbiamo fonti del III secolo sulla sepoltura di Paolo sulla via Ostiense.
Luca racconta per ben tre volte l’incontro di Paolo con Gesù sulla via di Damasco. La prima volta in At 9, poi in At 22 e infine in At 26, quando Paolo ne parla di fronte al governatore, dopo essere stato arrestato. Se questo evento viene raccontato tre volte, vuol dire che Luca gli riconosce un’importanza decisiva per il cristianesimo degli inizi.
Vorrei leggervi la fine degli Atti degli Apostoli, il cap. 28. Dopo aver raccontato tutte le vicende di Paolo, dopo aver raccontato nel capitolo 27 il viaggio da Cesarea, dove era prigioniero, fino all’Italia, passando per il Mediterraneo, facendo naufragio, poi l’approdo a Malta, poi Pozzuoli, l’arrivo alle Tre Taverne e infine a Roma, l’ultimo capitolo così continua:
At 28, 16-31
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia. 17Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. 20Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 21Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione».
La setta di cui si parla sono i cristiani. All’interno del giudaismo del tempo i giudei che avevano riconosciuto in Gesù il Messia venivano chiamati Nazorei, cioè i seguaci del Nazareno, era considerata una setta all’interno del giudaismo, e non era l’unica,
23E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio;
Paolo era agli arresti domiciliari
egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. 24Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere 25e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri:
26Và da questo popolo e dì loro:
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete;
guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete.
27Perché il cuore di questo popolo si è indurito:
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi;
hanno chiuso i loro occhi
per non vedere con gli occhi
non ascoltare con gli orecchi,
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi,
perché io li risani.
28Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno!». 29.
Questo rispecchia tutta la prassi paolina, l’annuncio nell’Asia Minore era rivolto in prima istanza ai giudei, dove Paolo andava a predicare di sabato nella sinagoga, essendo lui stesso giudeo, e predicando loro la venuta del Messia, Gesù Cristo. Solo dopo che, quasi dappertutto, veniva opposto un rifiuto a questa predicazione, Paolo si rivolgeva ai pagani, così farà anche a Roma.
30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, 31annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Franchezza è qui la traduzione del termine greco parresia che esprime anche coraggio, verità, trasparenza.
Così finisce la storia di Paolo, non finisce con la sua morte, non finisce con il racconto del suo martirio. Sicuramente gli Atti degli Apostoli sono stati scritti intorno agli anni 80, molto probabilmente il martirio di Paolo è avvenuto a Roma intorno al 60, quindi quando Luca scrive sono passati almeno venti anni dall’evento. Tutti sapevano che Paolo era morto martire a Roma. Perché Luca finisce così gli Atti? Perché questo finale tronco, senza una vera conclusione? Queste domande hanno incuriosito gli studiosi e molte ipotesi sono state fatte per tentare di dare una risposta. Il libro finisce così probabilmente per un intento letterario, è un’opera che finisce, ma in modo aperto, senza realmente finire. Luca che ha raccontato continuamente la corsa di questa parola in tutti i luoghi nei quali veniva annunciata, dopo aver detto all’inizio degli Atti:

At 1,8
8ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra
alla fine del libro è come se ci mostrasse che Roma rappresenta i confini della terra, quindi l’intento iniziale del racconto è raggiunto, la parola ha compiuto la sua corsa fino al centro dell’impero, ma non viene arrestata, impedita. In qualche modo, e questa è l’interpretazione che danno diversi autori, e che mi sento di condividere, Luca vuol mostrare che questa parola non ha terminato la sua corsa, che in qualche modo Paolo è ancora vivo, che continua a predicare.
Luca negli Atti non nomina mai gli scritti di Paolo e se avessimo solo gli Atti non sapremmo nemmeno che Paolo ha scritto delle lettere. Questa è un’altra domanda alla quale non si è ancora data risposta: perché Luca non accenna mai agli scritti di Paolo? Questo messaggio molto bello, molto forte, è però che questa parola portata da Paolo continua a correre per annunciare il Regno di Dio, e questo Regno di Dio ha il suo centro in Gesù Cristo. Luca è il grande, entusiasta biografo, che racconta le vicende di Paolo, i suoi tre viaggi missionari, il primo negli anni 36-48, il secondo negli anni 50-52 e il terzo nel 52-55. Soltanto in base al racconto di Luca conosciamo questi viaggi, che attraverso le lettere di Paolo non potremmo mai ricostruire. L’ultimo viaggio verso Roma avviene negli anni 58-60. Le lettere di Paolo sono tutte state scritte negli anni 50. Tra la prima lettera scritta alla comunità di Tessalonica (Salonicco) e quella scritta ai Romani sono intercorsi meno di dieci anni. Sicuramente Paolo ha scritto altre lettere oltre a quelle che conosciamo, per esempio due lettere alla comunità di Corinto che sono andate perdute, a cui lui fa riferimento sia nella prima lettera ai Corinzi (che sarebbe in realtà la seconda) che nella seconda lettera ai Corinzi (che in realtà è la quarta).
È vero che il grande biografo di Paolo è Luca, ma se vogliamo conoscere ciò che Paolo dice di se stesso dobbiamo ricorrere ai suoi scritti. L’evento principale della sua storia è raccontato da Luca in tre brani come vi ho già detto, ma è raccontato da Paolo in Gal 1,11-2,14 e in Fil 3,1-11. Si parla spesso di conversione di Paolo, tra l’altro questo è l’evento simbolico per esprimere ogni conversione, quasi diventa il simbolo di ogni uomo che nel suo cammino cambia idea, si ricrede e abbraccia una nuova via che lo trasforma. Ebbene, Paolo non usa mai questo termine per descrivere quello che gli è successo sulla strada di Damasco, non usa la parola conversione in nessuna delle accezioni che abbiamo nel NT, per esempio quando Gesù dice: convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15), nel vangelo troviamo una parola greca, metànoia, che significa cambiate mentalità, ricredetevi. Questa parola o altre che vogliono dire volgersi da una vita di peccato ad una vita virtuosa, non c’è in Paolo. Quando lui racconta quello che gli è successo usa la parola rivelazione o illuminazione o, soprattutto, chiamata. In Gal 1,15-16 troviamo:
15Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo
questo è il linguaggio che usa Paolo per descrivere questo evento. Lo stesso vocabolario che incontriamo nella chiamata di Geremia (Ger 1) oppure nel canto del servo di Yahveh in Is 42,6
6Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
Quando Paolo scrive la lettera ai Galati (54 d.C.), sono passati venti anni dall’evento di Damasco (32-33), ma lui mantiene tutta la freschezza nel raccontare l’episodio che gli ha cambiato la vita, come se fosse appena successo, usa il tono che ci potremmo aspettare da un neoconvertito e nei termini con cui i profeti dell’AT avevano ricevuto la loro chiamata. Paolo rilegge la sua chiamata alla luce della storia della rivelazione, della salvezza nell’AT. Come questi profeti erano stati chiamati e avevano fatto obiezione alla chiamata di Dio, come vediamo per esempio in Is 6, 4-7

4Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
6Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7Egli mi toccò la bocca e mi disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato».
o in Ger 1,6:
6Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare,
perché sono giovane».
anche Paolo si sente in questa condizione, di colui al quale Dio affida una grande missione malgrado sia uno strumento debole ed incapace. Tutto il pensiero paolino si sviluppa a partire da questo evento fondamentale. Anche se lui lo racconta pochissime volte, non racconta i dettagli ma solo in cosa è consistito questo evento. Il brano forse più forte è nella lettera ai Filippesi

1Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
Questa comunità di Filippi era quella alla quale lo legava anche un affetto molto forte. Paolo nelle comunità che ha fondato non ha mai accettato dei compensi, non ha mai chiesto di essere mantenuto, per togliere ogni sospetto che la sua attività avesse come scopo l’interesse personale, l’unica comunità dalla quale ha avuto degli aiuti è questa di Filippi.
A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose:
Segue uno dei versetti più duri di tutte le lettere:
2guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!
Qui entriamo nel tema cruciale per cui ho detto all’inizio che senza Paolo noi non saremmo cristiani così come lo siamo adesso, perché la grande questione che agitava la Chiesa degli inizi era questa, la questione della Legge, della circoncisione, delle pratiche alimentari. In una parola per diventare cristiani, per entrare a far parte della comunità dei seguaci di Gesù bisognava o no passare attraverso l’ebraismo? Il primo concilio della storia, anche se non viene usata questa parola, si è svolto proprio su questa questione cruciale. Viene raccontato in At 15 ed è interessante mettere a confronto il punto di vista di Luca, che scrive a trenta anni da quell’evento e ciò che Paolo racconta di quello stesso evento, di questo confronto con gli Apostoli:
Gal 2,1-10
1Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano.
Qui vediamo il legame che Paolo ha con coloro che erano apostoli prima di lui ed il rispetto che ha nei loro confronti. A Gerusalemme c’erano Pietro, Giacomo e Giovanni, e Paolo si rivolge a loro per essere confermato nel Vangelo che lui va predicando.
3Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere.
Questo vuol dire che una nuova comprensione si era già impiantata nella Chiesa
4E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6Da parte dunque delle persone più ragguardevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna – a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani – 9e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
Questa è la questione cruciale: bisognava chiedere ai pagani che si convertissero e passassero attraverso la Legge di Mosè sulla circoncisione, l’osservanza dei precetti alimentari, l’osservanza del sabato, oppure c’era un’altra via? Luca racconta la soluzione di questo grande problema ponendo in At 10 Pietro come primo tra gli apostoli che assiste alla conversione di un pagano, Cornelio, e lo battezza. Cornelio viene battezzato non da Paolo, ma da Pietro. Pietro deve infatti difendersi dall’accusa dei suoi confratelli giudeo-cristiani che lo accusavano di aver ammesso nella comunità dei seguaci di Gesù, dei salvati, dei pagani non circoncisi. Pietro racconta che neanche per lui è stato facile accettare questa idea, che ha avuto la visione di una tovaglia che scendeva dal cielo,
At 10,11-15
11Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. 12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. 13Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». 14Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». 15E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano».
Luca strategicamente racconta che è Pietro il primo a battezzare i pagani, a mostrare come lo Spirito Santo era sceso anche sui pagani.
Questo era il problema principale, ma c’erano altri problemi di questa Chiesa nascente che Gesù non aveva affrontato nel suo apostolato, Gesù non aveva predicato tante cose che si potevano applicare ai pagani, anzi di per sé lui non è mai uscito dalla terra di Israele, non ha parlato quasi mai con i pagani, tanto è vero che il mandato ai Dodici era di andare prima alle pecore perdute della casa di Israele. La Chiesa nascente si trova di fronte a cose nuove, delle quali Gesù non aveva parlato, a cui non aveva offerto soluzione, e che però la Chiesa nascente affronta ispirata dallo Spirito di Gesù. La questione principale è proprio questa, che i credenti in Gesù non devono passare per l’ebraismo in questo senso, e Paolo è il primo che fa questa esperienza su di sé. Se Paolo è così duro da chiamare cani quelli che spingono questi pagani di Filippi a osservare la legge mosaica e a farsi circoncidere, è proprio perché ne va del messaggio centrale del vangelo, è questione di vita e di morte per Paolo. Proseguiamo la lettura di Fil 2,3
3Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne,
Carne non è il corpo fisico, ma aver fiducia nelle prerogative umane, in quello che siamo, nella nostra discendenza, nei titoli di studio, nell’intelligenza umana. Tutto questo significa “fiducia nella carne”.
4sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Quello che Paolo descrive qui era tutta la gloria di un ebreo, fiero, consapevole di se stesso, con un grande attaccamento alla Legge e alla tradizione dei padri, tutte queste cose erano preziosissime agli occhi degli ebrei, e tutte queste cose facevano la gloria di Paolo, e aggiunge che lui non solo era un fariseo zelante, ma era talmente zelante che questo zelo lo aveva spinto ad opporsi e a fronteggiare qualsiasi minaccia. Una delle minacce era rappresentata per lui da questa nuova setta che metteva in dubbio il valore della Legge e il luogo più sacro per l’ebraismo, cioè il Tempio. Stefano, il primo martire, viene accusato proprio di questo:
12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. (At 6,12-13)
Per lo stesso motivo Paolo si trova ad avversare questa setta. Tra l’altro si racconta che coloro che lapidano Stefano depongono i loro mantelli ai piedi di un giovane che si chiama Saulo. Quindi lui ha assistito alla lapidazione e l’ha approvata interiormente. Paolo dice quindi di aver perseguitato la Chiesa, e se voi leggete il primo racconto che Luca fa al capitolo 9 degli Atti degli Apostoli, la voce che sente Paolo, caduto a terra, gli dice: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. È una frase strana perché Paolo avrebbe potuto rispondere che non stava perseguitando Gesù, ma i suoi seguaci, ma l’identificazione forte tra Gesù e i suoi seguaci è già un valore ecclesiologico, che poi troveremo molto forte nelle lettere di Paolo, la Chiesa è il corpo di Cristo. Lui ricorda che ha perseguitato Cristo e la sua Chiesa e per questo, ancor più, fa esperienza della Grazia, del dono immeritato di Dio, un dono che non è condizionato da nessun merito, da nessuna opera buona, anzi, visto che lui è stato persecutore della Chiesa e di Cristo stesso, Paolo aveva solo dei demeriti, delle colpe. Non era uno neutro, che per la prima volta conosceva Cristo, ma lo aveva perseguitato. In Gal 2,7 abbiamo la svolta:
7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura,
Il termine spazzatura è abbastanza nobile nella traduzione italiana, ma in greco la parola peripsema significa quello che rimane attaccato nelle pentole dopo aver cucinato.
al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui,
Questa è un’espressione tipica paolina. Essere cristiani per Paolo è essere in Cristo, oppure essere trovati in Lui. Dove sei? Dove ti trovi? Vi ricordate la domanda di Dio ad Adamo nel Paradiso terrestre?
non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Tutto il mondo valoriale che Paolo aveva prima, il suo essere totalmente orientato, zelante, religioso, il suo obbedire alla Legge, tutte queste prerogative che erano preziose e in qualche modo restano tali, perché non è che queste cose in sé siano spazzatura, che non abbiano valore, ma tutte queste cose, con tutta la loro preziosità, se vengono messe a paragone con Cristo, diventano spazzatura. Non sono spazzatura in sé, ma lo divengono in questo caso, se messe a confronto con Cristo. Allora si capisce perché quando Paolo scrive le sue lettere, per affrontare i problemi concreti delle sue comunità, con i drammi, le disgrazie, ma anche gli errori e le eresie, Paolo non parte mai dal problema per arrivare alla soluzione, ma, come felicemente ha detto un suo studioso, Paolo parte sempre dalla soluzione per poi arrivare al problema. La soluzione che si staglia nettamente davanti ai suoi occhi è Cristo. Prima di tutto c’è Cristo, la sua morte e resurrezione, è il centro, per questo si dice che il pensiero di Paolo è cristocentrico.
Qui si accenna al grande tema della giustificazione in base solo alla fede, senza le opere della legge. Paolo è il grande teologo della Grazia, questo dono immeritato da parte di Dio si esplica soprattutto nella giustificazione del peccatore. C’è una frase in Rom 4,5
5a chi invece non lavora, ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia,
che non si era mai sentita, nemmeno nell’Antico Testamento. Non si era mai detto che Dio giustifica l’empio, semmai che Dio giudica l’empio, fino a condannarlo, qui si dice che l’amore di Dio precede ogni merito umano. Questo per Paolo è il vangelo più puro, e non è una sua invenzione, qualcosa che Gesù non ha detto, corrisponde al nucleo della bella notizia tramandataci da Gesù. Sarebbe una buona notizia se noi avessimo una religione per la quale, come in altre religioni, l’uomo viene amato e salvato da Dio solo se inizia a comportarsi bene, a rispettare i comandamenti? Non solo non sarebbe una buona notizia, non sarebbe nemmeno una notizia, nel senso di novità. La buona notizia è che Dio prende l’iniziativa, come vediamo in Rom 5,6
6Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito,
non quando siamo stati bravi, quando abbiamo iniziato una vita virtuosa, ma quando siamo peccatori. E qui capite quanto l’esperienza di Paolo sia stata decisiva per elaborare questo pensiero. Dio ha iniziato a volerci bene prima, anzi proprio il suo volerci bene, il suo venirci incontro ha reso possibile che noi potessimo fare esperienza della Grazia. Quindi giustificazione in base alla fede, che non è un’opera, ma un grande dono per accogliere il quale si possono soltanto aprire le braccia e, in base a questa esperienza, sentirsi in debito con tutti come fa Paolo, il suo debito è quello di proclamare questa bella notizia a tutti.
Domande:
Mi colpisce il rapporto di Paolo con la povertà. Il Cristo povero che posto ha?
In 2Cor 8 e 9, si tratta il tema della colletta e Paolo dà tutte le motivazioni, tocca tutti i registri rivolgendosi a questi destinatari di Corinto, perché capiscano il senso spirituale e teologico del fare elemosina. Non è semplicemente privarsi di qualcosa per aiutare gli altri, ma è motivato dall’agire di Cristo. Cristo nella sua incarnazione assume la condizione di servo (Fil 2,5-9 “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”) . Oppure in Gal 4,4 quando si dice che si è fatto uomo (4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge), dove si nomina l’origine umana di Gesù, come quella di tutti gli altri. In Fil si dice che il figlio di Dio si è fatto schiavo, un grande paradosso. Paolo non dice che questo avviene per amore, ma lo fa capire. Ancora in Gal 3,13 si dice che:
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno o in 2Cor 5,21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.
Un’espressione quasi scandalosa: Dio ha reso suo Figlio peccato perché noi ricevessimo la giustizia di Dio. I termini diventano paradossali proprio per esprimere quasi l’indicibile, per far capire che dietro questa azione di Dio in Gesù Cristo c’è un grandissimo amore. Tutto questo a favore dei meno meritevoli, tra cui i poveri, nel senso che sono coloro che hanno più bisogno. C’è poi un passo che potremmo paragonare alle Beatitudini, 1Cor 1,26-29
26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
Dio non è rimasto al di sopra delle parti, senza scegliere. Dio ha scelto da quale parte stare, è quello che è stato chiamato “opzione preferenziale” per i poveri, per i deboli, per gli emarginati. Preferenziale che non significa esclusiva, ma appunto che c’è un amore speciale di Dio per chi ha più bisogno e questo corrisponde esattamente alle Beatitudini: Beati i poveri. Dio ha scelto da quale parte stare, questo è un suggerimento per noi come Chiesa nel mondo di oggi, quale parte scegliere? Chi sono oggi i più svantaggiati, emarginati, messi da parte?
Un chiarimento sul titolo di Apostolo
Luca non chiama mai Paolo apostolo, ma Paolo quando si presenta nelle sue lettere si presenta come tale. Le lettere nell’antichità non erano come quelle di oggi, dove si inizia rivolgendosi al destinatario, si continua con il contenuto, i saluti e infine si scrive il mittente. Nell’antichità le lettere iniziano sempre con il mittente: Paolo, al quale segue la qualifica: apostolo di Cristo Gesù (appartenente a Lui, al suo servizio), per Grazia, per volontà di Dio, e poi troviamo i destinatari. Paolo non è un battitore libero, non è uno che ha avuto una rivelazione privata di Gesù ed è andato per conto suo. Lui riteneva indispensabile avere l’approvazione delle colonne della Chiesa, ma soprattutto Paolo trasmette e predica ciò che ha ricevuto, non solo da Cristo, ma dalle comunità nelle quali lui è stato anche educato, formato. La prima comunità che incontra è quella di Damasco, tramite Anania, e lì viene battezzato. O la comunità di Antiochia dove Paolo apprende il catechismo, cioè quello che ha ricevuto come intuizione iniziale lo ha poi appreso:

1Cor 15,1-9
1Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati
Questo è il nucleo dell’annuncio cristiano, il kerygma, il riassunto principale delle cose da credere
secondo le Scritture, 4fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
Lui si mette per ultimo, ma si colloca in questa lista di apostoli. Tra l’altro questo titolo di apostolo Paolo non lo riserva soltanto a sé, ma anche ai suoi collaboratori, addirittura lo applica ad una donna, in Rom 16,7 7Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo gia prima di me. Capite che questo è scandaloso, perché Paolo stesso quando fa l’elenco dei carismi, mette l’apostolato al primo posto.
Perché Paolo lo conosciamo poco?
Uno studioso di S.Paolo, Daniel Marguerat, lo definisce l’enfant terrible, in italiano potremmo tradurre con pestifero, perché in qualche modo Paolo è stato sempre uno che ha scombussolato, ha detto cose scomode. Già nel Concilio di Gerusalemme non è che sia stato applaudito, in Gal 2,11 racconta di aver criticato Pietro
11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto.
Albert Schweitzer ha affermato che “Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare ». L’altro argomento è che le lettere di Paolo non sono facili da leggere, ma vale la pena faticarci un po’ perché ci permettono di andare alla freschezza del Vangelo. L’anno paolino avrà raggiunto il suo scopo se ciascuno di noi leggerà, mediterà e pregherà sulle lettere di Paolo.
La giustificazione per fede. Ci sono passi nei quali Paolo mostra il suo impegno come cristiano nella carità? Quale il rapporto tra Paolo e Giacomo che dice che la fede senza le opere è morta?
Giacomo probabilmente è già a conoscenza della dottrina paolina sulla giustificazione per fede e quindi esprime una visione del cristianesimo diversa su questo punto, difficilmente conciliabile. Innanzitutto emergono delle sfumature diverse sulla concezione di cristianesimo. Già il fatto che i vangeli siano quattro e non siano identici, ci fa capire che come il cristianesimo nasca già plurale, non monolitico, né uniforme, non tutti dicono la stessa cosa. Tutti riconoscono in Gesù l’essenziale, come Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza, ma il modo di vivere e concepire questo ha delle sfumature diverse, per esempio il vangelo di Giovanni, così come esprime la presenza di Gesù, è diverso dagli altri vangeli, ma non possiamo dire che uno è giusto e l’altro sbagliato, esprime una fede della comunità nascente in cui sono nati questi scritti, che aveva delle sfumature diverse, non che fossero in contrasto o in tensione fra loro, l’immagine che meglio descrive questa diversità è quella di un concerto di una grande orchestra, dove ognuno suona il suo strumento e l’insieme di queste diverse partiture alla fine compone un’armonia.
Per quanto riguarda la fede e le opere, Paolo non esclude le opere, soprattutto non esclude l’amore fraterno, fattivo. In Gal 5,6 Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità si sintetizza tutto questo. Paolo non dice mai che le opere non sono importanti, dice che non vengono mai prima, ma dopo. Qui possono conciliarsi la sua posizione e quella di Giacomo, come già aveva notato Sant’Agostino Paolo dice che la giustificazione, il perdono, la riconciliazione avvengono per fede, senza le opere della Legge, però dopo ci sarà anche il giudizio sulle opere, ed è a questo che si riferisce Giacomo. Sono due momenti distinti, uno è costituito dalla fede che ci giustifica, che ci inserisce in Gesù Cristo, che ci fa persone nuove, e comunque è rispondere ad una chiamata, ma non è che poi non ci sia nulla da fare, c’è da fare, c’è da vivere l’unità, l’amore fraterno, il perdono, la colletta, tutte opere concrete sulle quali saremo giudicati. La giustificazione è dono gratuito, ma poi il cristiano è chiamato a compiere le opere dell’amore.
Karl Barth, grandissimo teologo protestante, scrive: “Ci secca sentire che siamo salvati dalla grazia, e solo dalla grazia. Non apprezziamo il fatto che Dio non ci debba nulla, che la nostra vita dipenda solo dalla sua bontà, che non ci resta che una grande umiltà e gratitudine di un bambino a cui hanno fatto un mucchio di regali. In realtà non ci piace affatto distogliere lo sguardo da noi stessi, preferiremmo molto ritirarci nel nostro circolo chiuso e stare con noi stessi. Per dirla schiettamente: non ci piace credere”. Se voi prendete il messaggio di Gesù vi rendete conto di quanto questo sia vero. Pensate alla parabola degli operai dell’ultima ora, io non so che effetto vi faccia sentirla, se vi lascia tranquilli o vi suscita la sensazione che quello che vi si racconta sia ingiusto. È esattamente questo. All’ultimo arrivato che non ha faticato, viene dato lo stesso compenso ricevuto da quelli che hanno faticato dal mattino. Gesù risponde: “Forse il tuo occhio è cattivo? Mi rimproveri perché io sono buono?” Queste domande rimangono senza risposta. E se una cosa nel testo rimane senza risposta, vuol dire che dobbiamo rispondere noi, ognuno di noi deve dare la sua risposta.

LA LETTERA AI GALATI

http://www.comunita-abba.it/archivio/v1/meditazioni/paolo-8.htm

LA LETTERA AI GALATI

È possibile individuare alcuni insegnamenti che riguardano l’atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti di Gesù e che possono cambiare significativamente la nostra vita di fede aiutandoci a realizzare la nostra salvezza in modo pieno.
Infatti la fede non è solo un’adesione intellettuale ad una teoria, ma è anche e soprattutto una particolare disposizione del cuore, esistenziale, psicologica.
Le due lettere ai Galati e ai Romani, le più difficili tra quelle scritte da san Paolo, ci aiuteranno, spero, a trovare questa giusta disposizione.
Poiché seguiamo il criterio cronologico della stesura delle lettere cominciamo dalla lettera ai Galati. Vorrei però ricordare che questo criterio scelto all’inizio delle nostre meditazioni, non è un espediente metodologico, ma contiene in sé un importantissimo risvolto che riguarda l’itinerario evolutivo dello stesso Paolo e della Chiesa nascente.
Questa lettera è stata scritta con molta probabilità nell’anno 54 mentre Paolo si trovava a Efeso, durante il suo terzo viaggio missionario.
I Galati erano una popolazione celtica del Nordeuropa, emigrata in Turchia nel 3° secolo a.C. e stanziatasi nella parte nord dell’altipiano anatolico.
San Paolo, probabilmente durante il suo secondo viaggio missionario, ha fondato presso di loro una o più comunità, di cui si conosce molto poco.
Poiché i Galati abitavano la provincia romana della Galazia che includeva altre regioni limitrofe abitate da popolazioni non celtiche evangelizzate da San Paolo durante il suo primo viaggio missionario, non è dato di sapere con certezza se la lettera è indirizzata alle comunità della provincia romana della Galazia o solo alle comunità di origine celtica.
La lettera è scritta per riaffermare la verità del Vangelo predicato da Paolo contro il tentativo di alcuni predicatori itineranti, probabilmente di origine giudaica, i quali sostenevano la necessità della prassi della circoncisone e dell’osservanza delle leggi giudaiche come condizione indispensabile per accedere alla salvezza portata di Cristo.
Per giustificare e sostenere maggiormente il loro insegnamento, questi predicatori cercavano di screditare la predicazione di Paolo mettendone in discussione l’autorevolezza, perché egli non apparteneva alla ristretta cerchia degli apostoli chiamati e istruiti direttamente da Gesù.
Paolo riafferma con vigore e in modo radicale la necessità di superare le osservanze giudaiche, cioè la tradizione religiosa degli Ebrei che imponeva la circoncisione, l’osservanza del calendario liturgico, i digiuni, e altre prescrizioni.
Era in gioco l’essenza stessa del Vangelo perché si trattava di definire una volta per tutte se per essere salvati da Gesù, per ricevere la sua grazia, era prima necessario farsi circoncidere.
Vorrei richiamare la nostra attenzione sul fatto che questa domanda non è questione obsoleta e circoscritta alla sola religione ebraica, essa riguarda tutti noi, e la comunità ecclesiale di tutti i tempi perché anche noi, a volte inconsapevolmente rischiamo di fare affidamento sulle nostre tradizioni, sui nostri riti sulle nostre « circoncisioni ».
In questo scritto, san Paolo, in una prima riflessione teologica e spirituale che verrà ulteriormente sistematizzata nella lettera ai Romani, ci dà la possibilità di comprendere appieno l’essenza del Vangelo di Cristo, ciò che è veramente fondamentale per la nostra salvezza e ciò che può invece costituire un ostacolo quasi insormontabile.
Da quanto detto comprendiamo l’importanza e la necessità di meditare e interiorizzare l’insegnamento di Galati e Romani perché in queste due lettere non sono affrontati solo alcuni aspetti della prassi della fede ma l’essenza stessa del messaggio della salvezza.

Struttura della lettera
La struttura della lettera è molto semplice:
Il saluto iniziale (1,1-5)
L’introduzione al tema (1,6-10)
Lo sviluppo dell’argomentazione teologica articolato in tre passaggi (1,11-6,10)
Un poscritto come conclusione (6,11-17)

Contenuto e tema principale
Prima di presentare tutto il contenuto della lettera ritengo utile indicarne il tema principale per mettervi in grado di comprendere meglio lo sviluppo e l’articolazione del suo pensiero. E lo facciamo analizzando il saluto e la parte introduttiva, come abbiamo fatto per le altre lettere.
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
(Gal 1,1-9)
Notiamo subito due cose: non si menzionano i collaboratori della predicazione e non c’è alcun ringraziamento; contrariamente ad altre lettere si entra subito in argomento in modo brusco e determinato.
Il tema della lettera è apertamente dichiarato subito dopo il saluto: la difesa del contenuto della sua predicazione, il suo Vangelo, per arginare la tentazione o debellare l’errore nel quale i Galati erano caduti: l’accoglienza di un vangelo diverso da quello da lui predicato.
Dunque il punto toccato da questa lettera è: qual è il vero Vangelo? Cosa significa Vangelo? Ecco perché è molto importante anche per noi, perché non so per quanti di noi è chiara l’essenza del Vangelo, con riferimento soprattutto al vissuto personale, e non solo alla comprensione intellettuale.
Questa difesa sarà fatta esplicitando e fondando teologicamente quanto già enunciato in modo conciso e possiamo dire pregnante e completo sin dall’indirizzo. Rileggiamo questi versetti ed entriamo subito nel tema sottolineando alcune espressioni scelte dall’apostolo:
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti,
(Gal 1,1)
Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro,
(Gal 1,3-4)
Nell’indirizzo si affermano dunque due cose fondamentali e risolutive.
La prima riguarda l’autorevolezza e la verità del vangelo di Paolo che deriva direttamente da Dio e che quindi deve essere accolto con fede.
La seconda riguarda l’essenza stessa del Vangelo: la volontà di Dio Padre di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo che, liberamente, si è offerto per riscattare gli uomini, e che è stato risuscitato dai morti.
Esplicito ancor meglio questo ultimo concetto: Dio, per liberarci dalla schiavitù del peccato e strapparci da questo mondo perverso, ha dato se stesso, non per darci il paradiso dopo la morte, ma la libertà sin da ora, qui in questa vita; dunque il luogo della salvezza è il tempo nel quale io vivo e non quello che viene dopo la morte; Dio vuole strapparci da questo mondo perverso qui, adesso, oggi; per questo Gesù è morto.
Il Vangelo è questo: la volontà di Dio di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo. A monte di ogni altro contenuto, prima ancora del discorso della montagna e di tutti gli altri insegnamenti, il Vangelo di Gesù, la buona notizia, è questa: Gesù è morto per noi, per liberarci.
Dunque san Paolo afferma che bisogna aver chiara questa verità, che cioè il Vangelo è la libertà offerta a tutti gli uomini.
Quando Gesù, gli apostoli, Paolo predicavano non c’erano i Vangeli che noi oggi possediamo, non erano ancora stati scritti, c’era solo il Vangelo proclamato oralmente il cui nucleo essenziale era questo.
Adesso possiamo percorrere il contenuto della lettera per conoscere in che modo San Paolo istruisce la comunità su questo argomento trattato in sei capitoli e articolato in tre sezioni.

Introduzione
L’introduzione indica il motivo della missiva e un richiamo sintetico e categorico al suo insegnamento.
Paolo, esterrefatto, apostrofa in modo brusco i Galati perchè si sono staccati dal Vangelo della grazia di Cristo annunciato da lui (versetto 6) e hanno aderito ad un altro Vangelo (versetto 7), e afferma senza mezzi termini che esiste un solo vangelo, quello da lui predicato e al quale bisogna stare saldamente ancorati (versetti 7-9).
Paolo garantisce la verità del suo annuncio perché non vuole ingannare né Dio né gli uomini, ma obbedire alla verità.

Argomentazione teologica
Dopo questa categorica affermazione inizia l’argomentazione difensiva articolata in due tempi, a cui fa seguito l’insegnamento su quello che deve essere il vero e unico modo per vivere il Vangelo in maniera concreta e salvifica.
Nella prima sezione dell’argomentazione (versetti 1,11-2,21), Paolo si propone di mostrare l’origine divina del Vangelo che egli predica, per mezzo di una triplice spiegazione:
attraverso il racconto della propria vocazione e missione (1,13-2,10).
Sono solo due i racconti della sua vocazione e si trovano negli Atti e in questa lettera. Paolo afferma che quello che lui predica non può essere aggiustato, cambiato secondo interpretazioni umane, perché non è modellato sull’uomo (1,11).
Ricordiamo anche l’inizio della predicazione di Giovanni il Battista: « Colui che mi ha mandato mi ha detto questo … » e di quella di Gesù: « Io faccio quello che fa il Padre mio ».
Ecco che la nostra fede si fonda, a differenza della filosofia e della teologia che sono speculazioni umane, sulla Rivelazione. Per questo Paolo dice che la sua predicazione non è a misura d’uomo.
attraverso il racconto del contrasto con Pietro e Barnaba (2,11-16) che ha portato al concilio di Gerusalemme nel quale ha prevalso sulle altre la sua posizione che affermava il non obbligo della circoncisione per i pagani;
attraverso un ragionamento per assurdo: se non fosse vero quello che predica Paolo allora Cristo sarebbe fautore di peccato e non di salvezza (2,17 -21).
A questo punto Paolo inizia una seconda riflessione di carattere teologico sapienziale che occupa i capitoli 3, 4 e 5.
Attraverso il ricorso ai due cardini dell’Alleanza, la vocazione di Abramo e il dono della legge, intende dimostrare che il Vangelo da lui predicato è conforme alla autentica fede dei padri e alle attese messianiche.
Anche questa seconda argomentazione è introdotta in modo brusco da una forte provocazione. Leggiamola insieme:
O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
(Gal 3,1-5)
Questi cinque versetti sono il cuore di tutta la lettera, la chiave di volta di tutto l’insegnamento; chiariscono infatti quello che viene detto prima, ossia qual è il vero Vangelo predicato da Paolo e fondano l’argomentazione successiva che consiste nel dimostrare il superamento della legge mosaica in favore della fede nel Vangelo.
I Galati infatti hanno ricevuto per fede, gratuitamente, senza mediazione della legge mosaica, il dono dello Spirito, la salvezza, la vita nuova. È questo il Vangelo predicato da Paolo: il vero Vangelo è questo e tutti gli uomini sono chiamati gratuitamente, per fede come Abramo, senza avere fatto nulla di meritorio prima, a ricevere in dono la promessa.
Particolare di un’icona della Trinità a CorfùI Galati hanno ricevuto la salvezza, lo Spirito, per mezzo della fede e non per mezzo della legge. Si tratta allora di capire che cosa ci rende graditi a Dio, che cosa ci consente di ricevere il dono dello Spirito, la vita nuova, il paradiso. È solo l’atto di fede, senza circoncisioni, senza la mediazione della legge, perché il dono dello Spirito è gratuito.
Questo è l’argomento trattato nei capitoli 3, 4 e 5, con la spiegazione del ruolo della legge la quale ha avuto solo una funzione temporanea e propedeutica alla venuta di Cristo.
Perché allora la legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore.
(Gal 3,19)
Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.
(Gal 3,23-29)
Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.
(Gal 4,1-7)
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,1-6)
Con questa affermazione che è per lui un dato di fatto, sperimentato e vissuto, Paolo conclude la seconda considerazione e trae le conclusioni pratiche per la vita di colui che vuole vivere il Vangelo della libertà.
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità. Tutto il resto non serve assolutamente a niente. Dunque la legge è stata abolita e noi abbiamo ricevuto gratuitamente il dono dello Spirito promesso e atteso attraverso l’educazione della legge. Quando ci è stato donato lo Spirito tutto è stato superato, anche quello che era giusto e legittimo e voluto da Dio, perché san Paolo non dice che la legge è stata un’invenzione degli Ebrei, bensì che essi l’avevano ricevuta promulgata da angeli, come un pedagogo.
Ora, diventati adulti, perché dobbiamo essere vincolati alle tradizioni, alle norme, ai riti, alle consuetudini?
La terza sezione potrebbe essere titolata in questo modo: dalla servitù alla legge alla libertà dello Spirito. Con essa Paolo sembra voler prevenire alcune domande o preoccupazioni che ogni credente potrebbe avere, simili a queste: la legge ci dice che cosa dobbiamo fare; se la aboliamo come possiamo sapere come è giusto e salvifico comportarsi? Come sapere in che modo vivere autenticamente la relazione con Dio e con il prossimo?
Leggiamo solo parte di questa istruzione che non ha bisogno di particolari commenti:
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso.
(Gal 5,13-14)
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
(Gal 5,16-18)
Il credente ha un nuovo principio guida: non le norme scritte sulle tavole di pietra, non la casistica preoccupata e sempre incerta di cui si parla nel vangelo, oggetto di costante controversia tra Gesù e gli scribi, non la sicurezza esterna offerta come stampella dalla tradizione, ma l’impegno responsabile della libertà che accoglie e segue gli impulsi dello Spirito e affronta la novità della vita e delle situazioni sempre diverse.
Questa è la posta in gioco!
Ma anche dopo questa indicazione permane una domanda, una incertezza di fondo: che cosa significa seguire gli impulsi dello Spirito, come riconoscere i suoi suggerimenti?
Anche in questo caso san Paolo previene le domande dando delle indicazioni chiare e precise che non lasciano alcun margine di dubbio e quindi di fuga; esse parlano della quotidianità, fanno riferimento alla vita reale e non a quella ipotetica degli intellettuali e dei disimpegnati.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge.
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
(Gal 5,18-26)
Se vogliamo sintetizzare possiamo affermare che la lettera presenta un solo grande insegnamento: il contenuto essenziale del Vangelo, che consiste nel dono gratuito dello Spirito, nella filiazione divina offerta a tutti gli uomini per mezzo della fede in Cristo.
Non è la propria autodifesa che sta a cuore a Paolo, non si tratta di una questione personale, ma del Vangelo stesso che può essere reso sterile e vano dai falsi predicatori o da quelli che fraintendono o non capiscono il messaggio portato da Gesù.
L’argomentazione teologica e sapienziale è data non per costruire un trattato sistematico ma per istruire sulla verità del Vangelo, per correggere le distorsioni, per corroborare la fede degli incerti e vacillanti Galati, psicologicamente pressati dai falsi apostoli.
Ci rendiamo conto quindi della straordinaria importanza di questa lettera che può aiutare tutti noi a entrare in contatto immediato con l’essenza del Vangelo, della salvezza, cioè con quello che è vero e quello che al contrario è inutile o falso, con quello che può garantire la nostra fede e farci accedere alla verità e alla vita portata da Gesù.
La verità opera attraverso la carità, dove non c’è carità non c’è verità, e la carità è qualcosa di concreto: amore gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
Tutte cose queste che, dopo duemila anni di cristianesimo, rischiano di essere considerate stantie, oppure non sempre sufficientemente incisive nella vita quotidiana, o addirittura fraintese e anche oggi declassate, come era accaduto nelle comunità dei gentili, come questa dei Galati.
E allora, per salvaguardarci da questo pericolo, per capire meglio la seduzione della legge, delle osservanze che danno sempre sicurezza, ma che allontanano dalla verità, e per comprendere più a fondo la preoccupazione e l’insegnamento di Paolo potremmo farci alcune domande.
Perché i Galati volevano farsi circoncidere e assumere la legge come principio regolatore dei loro comportamenti? Solo per sudditanza nei confronti degli inviati da Gerusalemme?
Perché questa presa di posizione di Paolo così netta e diretta contro la legge e in favore del suo superamento? In fondo che cosa sarebbe cambiato se avessero aggiunto al battesimo anche la circoncisione e le altre pratiche della legge di cui si fa riferimento al versetto « osservate giorni, tempi, digiuni … temo di essermi affaticato invano ».
Che male possono fare alcune pratiche rituali?
Mi sembra di scorgere in questa preoccupazione le tentazioni o le fughe devozionistiche presenti in tutti quei riti di natura socio-religiosa che caratterizzano una parte molto consistente della nostra prassi ecclesiale, problemi che continuano ad essere affrontati in modo molto umano.
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: il superamento della legge è necessario non tanto perchè si deve eliminare piuttosto che conservare un rito.
San Paolo a questo proposito è molto esplicito:
Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,6)
Il superamento della legge, nel pensiero di Paolo, è necessario per modificare e impostare in modo nuovo la relazione con Dio.
La giustificazione, la santità, ossia la corretta e salvifica relazione con Dio, non sono il frutto della osservanza di norme, per quanto queste possano essere sante e di origine divina come sono quelle della legge di Mosè, sono piuttosto il frutto dell’azione dello Spirito, donato gratuitamente da Gesù a coloro che credono e accolgono la sua parola.
Una norma non ci garantirà mai nelle nuove e inattese situazioni della vita.
Lo Spirito sì.
Cammino, quello indicato da Paolo, apparentemente più facile, in realtà più impegnativo perché obbliga il credente a vivere sempre alla luce e con la forza dello Spirito. In ogni momento il credente deve chiedersi cosa lo Spirito suggerisce, come ci si deve comportare. Ogni presuntuosa autonomia è distrutta.
Gesù non è un legislatore, non è solo un capro espiatorio, ma è il primogenito di molti redenti e gli altri debbono seguire la sua via.

DOCILITÀ ALLO SPIRITO
Il tema di crescita spirituale che ho proposto attraverso la meditazione delle lettere di san Paolo, è la « docilità all’azione dello Spirito ».
Ebbene, in questa lettera si parla solo del dono dello Spirito e si dimostra che la vita cristiana è una vita secondo lo Spirito.
Infatti il Vangelo vero, quello che i Galati stanno abbandonando o hanno abbandonando, quello annunziato e difeso da Paolo contro tutti (2,14), è la buona notizia del dono dello Spirito.
Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? (Gal 3, 2-3)
Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione? (Gal 3, 5)
Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. (Gal 5 ,2)
Ma l’accoglienza del Vangelo non si può ridurre a un fatto nozionale, e nemmeno può essere risolto con una serie di ritualità.
Il dono dello Spirito infatti dà la possibilità di vivere come figli di Dio:
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Gal 4, 4-6)
e obbliga a diventare spirituali:
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne ; ( Gal 5, 16)
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. (Gal 5, 18)
Essere guidati dallo Spirito significa assecondarlo e assecondarlo in cose molto concrete, cose che definiscono e qualificano la nostra interiorità.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. (Gal 5, 22-26)
Lo Spirito libera ma la libertà è esigente, impegnativa, totalizzante; non regola solo comportamenti ma cerca di scardinare il principio operativo che caratterizza la nostra intenzionalità di fondo e che san Paolo qualifica con la nozione antropologica di carne. La carne è tutto ciò che ci separa da Dio attraverso la ricerca di una realizzazione solo mondana, materiale, disordinata, egocentrica e attraverso il conflitto con i fratelli.
Noi vogliamo sempre salvaguardare noi stessi; siamo strutturati e governati dal principio dell’autodifesa, che è poi il principio istintivo dell’autoconservazione, che governa tutto il regno animale.
La libertà dello Spirito vuole scardinare tutto questo e quando noi lo seguiamo non siamo più autonomi, soli, isolati dagli altri, ma siamo con gli altri nostri fratelli sotto la guida dello Spirito.
Il vero credente è colui che si incammina sul sentiero contrario alla via più facile, è colui che si lascia guidare non più dalla difesa del proprio territorio, ma dal principio dell’accoglienza.

DOMANDE
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità, tutto il resto non serve assolutamente a niente, ci dice san Paolo in questa lettera definita come il Vangelo della libertà: la libertà di Dio, la libertà in Dio, la libertà di figli che accolgono e seguono gli impulsi dello Spirito.
Siamo chiamati a interrogarci sul valore della nostra fede in Cristo e sull’uso che facciamo della libertà.
Allora ciascuno di voi si metta in un atteggiamento di preghiera, alla presenza di Dio, invochi il Suo Spirito affinché possa essere illuminato nella riflessione personale.
Ho la consapevolezza che il dono dello Spirito mi dà la possibilità di vivere come figlio di Dio e non più come schiavo?
Che cos’è per me la libertà? Fare solo quello che voglio, che bramo, che sento consono al mio essere, che non mi impone costrizioni?
Mi sento, sono, una persona libera? Sono in grado di scegliere ciò che è vero, buono e giusto? Sento l’impegno di scardinare il mio egocentrismo per aprirmi all’accoglienza, seguendo le indicazioni dello Spirito?
Che cosa avverto come costringente? C’è qualcosa che lega la mia personalità, la mia libertà?

BENEDETTO XVI : AQUILA E PRISCILLA – 8 LUGLIO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070207.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 7 febbraio 2007

AQUILA E PRISCILLA – 8 LUGLIO

Cari fratelli e sorelle,

facendo un nuovo passo in questa sorta di galleria di ritratti dei primi testimoni della fede cristiana, che abbiamo iniziato alcune settimane fa, prendiamo oggi in considerazione una coppia di sposi. Si tratta dei coniugi Priscilla e Aquila, che si collocano nell’orbita dei numerosi collaboratori gravitanti intorno all’apostolo Paolo, ai quali avevo già brevemente accennato mercoledì scorso. In base alle notizie in nostro possesso, questa coppia di coniugi svolse un ruolo molto attivo al tempo delle origini post-pasquali della Chiesa.
I nomi di Aquila e Priscilla sono latini, ma l’uomo e la donna che li portano erano di origine ebraica. Almeno Aquila, però, proveniva geograficamente dalla diaspora dell’Anatolia settentrionale, che si affaccia sul Mar Nero – nell’attuale Turchia -, mentre Priscilla, il cui nome si trova a volte abbreviato in Prisca, era probabilmente un’ebrea proveniente da Roma (cfr At 18,2). È comunque da Roma che essi erano giunti a Corinto, dove Paolo li incontrò all’inizio degli anni ’50; là egli si associò ad essi poiché, come ci racconta Luca, esercitavano lo stesso mestiere di fabbricatori di tende o tendoni per uso domestico, e fu accolto addirittura nella loro casa (cfr At 18,3). Il motivo della loro venuta a Corinto era stata la decisione dell’imperatore Claudio di cacciare da Roma i Giudei residenti nell’Urbe. Lo storico romano Svetonio ci dice su questo avvenimento che aveva espulso gli Ebrei perché “provocavano tumulti a motivo di un certo Cresto” (cfr “Vite dei dodici Cesari, Claudio”, 25). Si vede che non conosceva bene il nome — invece di Cristo scrive “Cresto” — e aveva un’idea solo molto confusa di quanto era avvenuto. In ogni caso, c’erano delle discordie all’interno della comunità ebraica intorno alla questione se Gesù fosse il Cristo. E questi problemi erano per l’imperatore il motivo per espellere semplicemente tutti gli Ebrei da Roma. Se ne deduce che i due coniugi avevano abbracciato la fede cristiana già a Roma negli anni ’40, e ora avevano trovato in Paolo qualcuno che non solo condivideva con loro questa fede — che Gesù è il Cristo — ma che era anche apostolo, chiamato personalmente dal Signore Risorto. Quindi, il primo incontro è a Corinto, dove lo accolgono nella casa e lavorano insieme nella fabbricazione di tende.
In un secondo tempo, essi si trasferirono in Asia Minore, a Efeso. Là ebbero una parte determinante nel completare la formazione cristiana del giudeo alessandrino Apollo, di cui abbiamo parlato mercoledì scorso. Poiché egli conosceva solo sommariamente la fede cristiana, «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (At 18,26). Quando da Efeso l’apostolo Paolo scrive la sua Prima Lettera ai Corinzi, insieme ai propri saluti manda esplicitamente anche quelli di «Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa» (16,19). Veniamo così a sapere del ruolo importantissimo che questa coppia svolse nell’ambito della Chiesa primitiva: quello cioè di accogliere nella propria casa il gruppo dei cristiani locali, quando essi si radunavano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia. È proprio quel tipo di adunanza che è detto in greco “ekklesìa” – la parola latina è “ecclesia”, quella italiana “chiesa” – che vuol dire convocazione, assemblea, adunanza. Nella casa di Aquila e Priscilla, quindi, si riunisce la Chiesa, la convocazione di Cristo, che celebra qui i sacri Misteri. E così possiamo vedere la nascita proprio della realtà della Chiesa nelle case dei credenti. I cristiani, infatti, fin verso il secolo III non avevano propri luoghi di culto: tali furono, in un primo tempo, le sinagoghe ebraiche, fin quando l’originaria simbiosi tra Antico e Nuovo Testamento si è sciolta e la Chiesa delle Genti fu costretta a darsi una propria identità, sempre profondamente radicata nell’Antico Testamento. Poi, dopo questa “rottura”, si riuniscono nelle case i cristiani, che diventano così “Chiesa”. E infine, nel III secolo, nascono veri e propri edifici di culto cristiano. Ma qui, nella prima metà del I secolo e nel II secolo, le case dei cristiani diventano vera e propria “chiesa”. Come ho detto, si leggono insieme le Sacre Scritture e si celebra l’Eucaristia. Così avveniva, per esempio, a Corinto, dove Paolo menziona un certo «Gaio, che ospita me e tutta la comunità» (Rm 16,23), o a Laodicea, dove la comunità si radunava nella casa di una certa Ninfa (cfr Col 4,15), o a Colossi, dove il raduno avveniva nella casa di un certo Archippo (cfr Fm 2).
Tornati successivamente a Roma, Aquila e Priscilla continuarono a svolgere questa preziosissima funzione anche nella capitale dell’Impero. Infatti Paolo, scrivendo ai Romani, manda questo preciso saluto: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa» (Rm 16,3-5). Quale straordinario elogio dei due coniugi in queste parole! E a tesserlo è nientemeno che l’apostolo Paolo. Egli riconosce esplicitamente in loro due veri e importanti collaboratori del suo apostolato. Il riferimento al fatto di avere rischiato la vita per lui va collegato probabilmente ad interventi in suo favore durante qualche sua prigionia, forse nella stessa Efeso (cfr At 19,23; 1 Cor 15,32; 2 Cor 1,8-9). E che alla propria gratitudine Paolo associ addirittura quella di tutte le Chiese delle Genti, pur considerando l’espressione forse alquanto iperbolica, lascia intuire quanto vasto sia stato il loro raggio d’azione e, comunque, il loro influsso a vantaggio del Vangelo.
La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla san Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso.
Un’ulteriore lezione non trascurabile possiamo trarre dal loro esempio: ogni casa può trasformarsi in una piccola chiesa. Non soltanto nel senso che in essa deve regnare il tipico amore cristiano fatto di altruismo e di reciproca cura, ma ancor più nel senso che tutta la vita familiare, in base alla fede, è chiamata a ruotare intorno all’unica signoria di Gesù Cristo. Non a caso nella Lettera agli Efesini Paolo paragona il rapporto matrimoniale alla comunione sponsale che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5,25-33). Anzi, potremmo ritenere che l’Apostolo indirettamente moduli la vita della Chiesa intera su quella della famiglia. E la Chiesa, in realtà, è la famiglia di Dio. Onoriamo perciò Aquila e Priscilla come modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana. E troviamo in loro il modello della Chiesa, famiglia di Dio per tutti i tempi.

1...34567...33

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01