SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

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SAN PAOLO APOSTOLO – COLLABORATORI

In genere Paolo viene descritto come un predicare solitario, un missionario autonomo, un apostolo indipendente, dimenticando che egli è stato un grande uomo di relazioni, un apostolo capace di guadagnare, coinvolgere, ascoltare collaboratori sempre nuovi alla causa del Vangelo. Minimizzare il team missionario di Paolo, equivale a perdere una sfumatura preziosa del suo volto. È bene, quindi, far conoscenza di alcuni componenti di questo team. Andronico e Giunia. Residenti a Roma e parenti dell’Apostolo, Andronico e Giunia sono probabilmente marito e moglie. Paolo sottolinea che entrambi sono diventati cristiani prima di lui e li chiama “apostoli insigni”. E significativo che una donna venga qualificata con tale titolo che ne fa una protagonista dell’evangelizzazione. Entrambi sono menzionati nei saluti della lettera ai Romani (16,7). Apollo. Personalità dinamica, Apollo viene considerato un giudeo di Alessandria, formato alla scuola di Giovanni Battista. Esperto della Torah, con abilità oratorie non indifferenti, fu “catechizzato” a Efeso da Aquila e Priscilla e inviato a Corinto dove svolse una lunga missione, divenendo una figura autorevole. Spesso identificato con l’autore della lettera agli Ebrei, Apollo nella storia del primo cristianesimo, resta una figura dalle tinte sfuocate, un uomo di talento, capace di affascinare ma anche di creare tensioni nelle comunità in cui opera. Aquila e Priscilla (o Prisca). Questa coppia di sposi riveste un ruolo di primo piano nell’apostolato di Paolo. Prezioso punto di riferimento per l’Apostolo, essi seguono da vicino non solo il delicato caso di Apollo, ma anche la non facile comunità di Efeso. Espulsi da Roma in seguito a un editto dell’imperatore Claudio, si rifugiano a Corinto dove prestano ospitalità e offrono lavoro a Paolo. In Rm 16,3-8 Paolo indirizza ai due sposi parole colme di riconoscenza: pur di salvargli la vita, essi non hanno esitato a mettere a rischio le loro teste. La chiesa li ricorda l’8 luglio. Aristarco. Compagno di prigionia di Paolo (Col 4,10), Aristarco sembra essere originario della Macedonia, convertito a Tessalonica. Partecipa al terzo viaggio missionario in Macedonia, Grecia, Asia, Gerusalemme. È collaboratore di Paolo a Efeso dove, insieme a Gaio, subisce il linciaggio della folla durante la sommossa degli orefici (At 19,29; Fm 24). È al fianco dell’Apostolo nel viaggio da Gerusalemme a Roma (At 27,2). La chiesa lo ricorda il 4 agosto. Barnaba. Venerato fin dai primi secoli con il titolo di apostolo, è il primo maestro cristiano di Paolo: lo presenta al collegio apostolico, lo va a cercare a Tarso, lo avvia alla missione. Con lui condivide il primo viaggio missionario a Cipro, sua patria, in Licaonia e in Pisidia. Dopo il confronto con “le colonne” a Gerusalemme e, probabilmente in seguito all’incidente di Antiochia (Gal 2,11-14), si separa da Paolo (At 15,36-39), dedicandosi all’annuncio del Vangelo a Cipro dove, secondo la Tradizione, il suo corpo viene lapidato e bruciato. Una leggenda dell’VIII secolo lo presenta come fondatore della comunità cristiana di Roma e primo vescovo di Milano. La chiesa lo ricorda l’11 giugno. Dema. Citato nei saluti della lettera ai Colossesi e in quella a Filemone, Dema è stato a lungo un collaboratore fidato di Paolo. Un giorno però decide di lasciarlo (2Tm 4,10). Quali i motivi? Forse Dema ne ha abbastanza della povertà paolina o forse viene preso dal timore di un amaro destino prevedendo, non a torto, condanne e persecuzioni. Leggende successive ne fanno un uomo infido e intrigante, che finisce la sua vita come un apostata. Epafra. Convertito di Colossi, fu ministro di questa comunità insieme a Paolo (Col 1,7-8) e suo compagno di prigionia a Efeso (Fm 23). Secondo alcuni, mentre Paolo operava a Efeso, sotto la sua guida, egli evangelizzò le comunità di Colossi, Gerapoli e Laodicea. Visitando Paolo prigioniero a Roma, lo avrebbe informato circa l’andamento delle comunità, spingendo l’Apostolo a scrivere la lettera ai Colossesi. La chiesa lo ricorda il 19 luglio. Epafrodíto. Probabilmente originario di Filippi (Fil 2,25; 4,13), portò un aiuto economico all’Apostolo prigioniero a Roma. Qui si ammalò, forse a causa del lungo viaggio affrontato da Filippi a Roma. Nella lettera ai Filippesi viene citato come esempio di dedizione all’apostolato, compagno di lavoro e di lotta, modello di fedeltà al Vangelo fino a rasentare la morte (Fil 2,25-30). Erasto. Convertito di Corinto, viene presentato da Paolo come il “tesoriere della città” (Rm 16,23). Raggiunge l’Apostolo a Efeso, e insieme a Timoteo viene inviato in Macedonia per preparare la missione di Paolo. Quando quest’ultimo sarà trasferito a Roma, Erasto rimane a Corinto (2Tm 4,20). Un’iscrizione trovata negli scavi archeologici della città riporta: “Erasto fece pavimentare questa strada a sue spese durante la sua nomina a responsabile dei lavori pubblici”. Si tratta della medesima persona? Difficile rispondere… Fílemone. Collaboratore di Paolo e destinatario dell’omonima lettera, Filemone è un convertito di Colossi che mette la propria casa a disposizione della comunità. Marito di Appia, di condizione agiata, è proprietario di schiavi. Tra questi figura Onesimo, il “figlio” che Paolo ha generato in catene (Fm 10).   Giasone. Presentato come “mio parente” da Paolo, nel momento in cui viene redatta la lettera ai Romani, risiede a Corinto (Rm 16,21). Forse va identificato con l’uomo che, in precedenza, aveva accolto Paolo e Sila a Tessalonica, dando loro ospitalità e facendo della propria casa l’epicentro dell’evangelizzazione. Accusato di “favoreggiamento” dai giudei ostili a Paolo, fu trascinato davanti ai politarchi della città e obbligato a pagare una cauzione (At 17,1-9). Giovanni Marco. Figlio di una delle prime donne cristiane, di nome Maria, che ospitava nella sua casa la piccola comunità degli inizi, Giovanni Marco viene identificato come l’autore del secondo Vangelo. È cugino di Barnaba (Col 4,10) ed è al fianco di Paolo e dello zio nel primo viaggio missionario. A un certo punto, però, forse per timore o per le fatiche legate al viaggio, decise di “rientrare alla base”. La cosa non piace a Paolo e la sua defezione sarà causa del contrasto tra questi e Barnaba in At 15,36-40. Dopo parecchi anni lo ritroviamo al fianco di Paolo, prima ad Efeso e poi nella prigionia romana (2Tm 4,11). La tradizione lo vede operante ad Alessandria fino al 62 d.C. e, successivamente, a Roma con Pietro, dalla cui viva testimonianza avrebbe attinto il contenuto del suo Vangelo. La chiesa lo ricorda il 25 aprile. Lidia. È una donna benestante, appartenente al gruppo dei proseliti, menzionata nei soli Atti degli Apostoli. Una figura emblematica che, sfidando i costumi del tempo, svolge un lavoro “maschile” (il commercio della porpora) e “manda avanti la ditta”. Originaria di Tiatira, con molta probabilità, fu punto di riferimento della comunità cristiana di Filippi, che Paolo ricorderà sempre per la generosa ospitalità (Fil 1,5; 4,10). La chiesa la ricorda il 20 maggio. Luca. Inseparabile discepolo dell’Apostolo, Luca tra i quattro evangelisti è l’unico non ebreo, primizia dell’apertura della prima comunità al mondo pagano. Negli Atti partecipa da vicino ai viaggi missionari di Paolo: si imbarca con lui a Troade, durante il secondo viaggio missionario e resta con Paolo fino alla sua partenza da Filippi (16,10-40); è nuovamente al suo fianco alla fine del terzo viaggio missionario, lungo il cammino che dalla Macedonia conduce a Gerusalemme. Due anni più tardi si imbarcherà con lui affrontando il lungo e travagliato viaggio che da Cesarea porterà l’Apostolo a Roma. II discepolo viene identificato con il “caro medico” citato in Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11. La chiesa lo ricorda il 18 ottobre. Onesiforo. Discepolo originario dell’Asia, ha un importante ruolo nel momento in cui Paolo, a Efeso, viene fatto prigioniero (2Tm 1,16.18). Poco prima del martirio dell’Apostolo, è al suo fianco a Roma (2Tm 1,17). La letteratura apocrifa lo presenta come un amico di Tito, marito di una donna di nome Lectra. I due coniugi avrebbero messo generosamente la propria casa a disposizione della comunità, facendone una chiesa domestica. La chiesa lo ricorda il 6 settembre. Onesimo. Convertitosi durante una delle esperienze di prigionia dell’Apostolo, Onesimo viene definito dall’Apostolo il “mio figlio generato nelle catene” (Fm 10). Schiavo di Filemone, era fuggito, in circostanze poco chiare, dal suo padrone. Paolo lo adotta come prezioso messaggero e invita Filemone al perdono. La tradizione identificherà Onesimo con uno dei primi vescovi di Efeso. Ignazio di Antiochia, dopo averlo incontrato, lo descrive come un uomo di “indicibile carità”. La chiesa lo ricorda il 15 febbraio. Sila. Noto anche come Silvano (suo nome latino), è il grande compagno dell’Apostolo lungo il secondo viaggio missionario. Insieme a Paolo e Timoteo, Sila è il mittente di 1-2Ts, personalità di mediazione, scelta dalla stessa comunità madre di Gerusalemme per risanare le tensioni tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani. Con molta probabilità fu al fianco di Pietro durante l’attività di quest’ultimo nella capitale (1Pt 5,12). Nel Martirologio Romano Sila viene ricordato il 13 luglio. Stefana. È il primo convertito della chiesa di Corinto, battezzato dallo stesso Paolo insieme con la sua famiglia (ICor 1,16). Uomo di condizione agiata, mette la propria casa a disposizione della comunità (1Cor 16,15). Insieme ad Acaico e a Fortunato, visita Paolo, mentre questi si trova ad Efeso. L’Apostolo lo presenta come un esemplare collaboratore (1Cor 16,16-18). Tichico. “Caro fratello, ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore”. Con questi termini Paolo presenta Tichico ai credenti di Colossi. Corriere per le Chiese dell’Asia, lavora al fianco di Onesimo. Con molta probabilità ha accompagnato Paolo da Efeso in Macedonia, poi a Gerusalemme e forse anche a Roma. Secondo Tt 3,12 fu con Paolo a Nicopoli da dove partì alla ricerca di Tito. Timoteo. Di madre giudea e di padre greco, Timoteo fece parte del secondo e del terzo “team missionario”. Paolo lo sottopone alla circoncisione per evitargli spiacevoli inconvenienti da parte dei giudei nell’attività missionaria. È al suo fianco in momenti delicati e viene espressamente chiamato a Roma dall’Apostolo, durante la sua ultima prigionia. “Vero figlio nella fede” (1Tm 1,2), Paolo lo presenta ai cristiani di Filippi come il più caro dei discepoli (“non ho nessuno d’animo uguale al suo”: Fil 2,20). La 2Tm viene considerata come il testamento spirituale lasciato a questo discepolo prediletto che seguì Paolo “da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze”. Secondo una tradizione tardiva. Timoteo mori martire a Efeso nel 97. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Tito. Tito. Accompagnatore di Paolo all’importante assemblea di Gerusalemme, è il rappresentante dei pagani convertiti (Gal 2,1). Durante il terzo viaggio missionario viene inviato a Corinto per risolvere la difficile crisi della comunità (2Cor 7,5-7), incarico che svolse con successo. Secondo l’omonima lettera, Paolo lo avrebbe lasciato a Creta per stabilire presbiteri sulle diverse comunità; avrebbe quindi dovuto raggiungere l’Apostolo a Nicopoli (Tt 3,12). Poco prima della morte di Paolo, Tito adempie il ministero in Dalmazia (2Tm 4,10). Un’antica tradizione riferisce che egli sarebbe morto a Creta in età molto avanzata. La chiesa lo ricorda il 26 gennaio, insieme a Timoteo. Trofimo. Discepolo di origine pagana, è accanto a Paolo negli ultimi anni di apostolato. Ammalatosi a Mileto non poté seguirlo fino a Roma (2Tim 4,20). Trofimo fu la causa indiretta dell’arresto di Paolo: stando al racconto lucano, i giudei lo avevano visto in sua compagnia per la città e avevano pensato che l’Apostolo lo avesse introdotto nell’area dei tempio riservata agli israeliti.

CATECHESI DI BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO

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CATECHESI DI BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO  

 a cura di OLINTO CRESPI

Nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto, ha ricordato il Papa nell’Udienza generale di mercoledì 10 settembre, Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo.   «Cari fratelli e sorelle quell’incontro segnò l’inizio della missione di Paolo: egli non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. È proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro « che erano stati apostoli prima » di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come apostolo in senso stretto…

Le caratteristiche dell’apostolo Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra « i Dodici » e « tutti gli apostoli », menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come « l’infimo degli apostoli », paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: « Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me » (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: « Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio » (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere « visto il Signore » (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui. La seconda caratteristica è di « essere stati inviati ». Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto « inviato, mandato », cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce « apostolo di Gesù Cristo » (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche « servo di Gesù Cristo » (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale. Il terzo requisito è l’esercizio dell’ »annuncio del Vangelo », con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di « apostolo », infatti impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: « Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? » (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: « La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente » (3,2-3).

Identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di « un’anima di diamante » (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: « Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale » (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come « collaboratori di Dio » (1Cor 3,9; 2Cor 6, 1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia « scandalo e stoltezza » (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire « scandalo e stoltezza », partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: « Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi » (1 Cor 4,9-13). È un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

L’amore di Cristo Paolo, peraltro, supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: « Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore » (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana. Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, « per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22). Ancora: « Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia » (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia>>.

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL' UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA) dans GEOGRAFIA, STORIA, CULTO DALLE TERRE DI PAOLO l004

Palazzo vicino la tribuna monumentale, la bemà, dalla quale predicò S.Paolo, secondo la tradizione

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale. Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare . 1 Corinzi 4,18 – 21: Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza? Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?” Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11: Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi… Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega: Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta. Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza. Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”. Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime: Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati. Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio. Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi. Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti: Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene. Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa. E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa. Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta. Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice: Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo. Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti. La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa. Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

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DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (stralcio)

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IN VIAGGIO CON PAOLO SECONDO L’ITINERARIO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI  (stralcio)

(lo studio prosegue con le città di: Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea, Roma)

Viaggiare è da sempre un costitutivo antropologico, caratteristica dell’uomo e suo bisogno. Oggi ancora di più. I celeri mezzi di trasporto, i fitti rapporti tra persone e Stati, lo scambio commerciale e culturale, la voglia di conoscere altri popoli e Paesi, tutto questo costituisce una ricca miscela che ha incrementato lo spostamento. La facilità di raggiungere le mete e i costi relativamente contenuti sono fattori vincenti per soddisfare la voglia di viaggiare. Il benefico vantaggio si è riverberato anche sul turismo religioso, spesso identificato con il termine “pellegrinaggio”. Non è una novità, se pensiamo a Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, le tre grandi mete dell’antichità. Ai nostri giorni si registra l’eccezionalità di due fattori: l’accresciuto numero dei pellegrini e la ricca rosa degli itinerari come Fatima, Lourdes, Guadalupe, luoghi di Padre Pio e di altri santi, solo per citarne alcuni. Tra i pellegrinaggi biblici, il primo posto spetta ovviamente alla Terra Santa, subito seguito da quello sulle orme di San Paolo, con attenzione soprattutto alla Turchia e Grecia1. Seguendo gli Atti degli Apostoli, compiremo un ideale viaggio con l’Apostolo2, facendoci pellegrini che camminano con lui per portare a tutti il gioioso annuncio del Vangelo. Partendo da Gerusalemme, arriveremo a Roma, dopo aver toccato Antiochia, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Cesarea3.   In viaggio con san Paolo Dopo l’esperienza di Damasco e il profondo ripensamento che ne è seguito, Paolo inizia la sua attività missionaria al seguito di Barnaba e in compagnia di Marco. Sperimenta di persona che cosa significhi essere apostolo dei pagani, vocazione a cui lo ha chiamato Dio stesso (cf Gal 1,15-16). Sotto i suoi occhi si aprono i prodigi della grazia, capace di far fiorire nel cuore dei pagani l’accoglienza per il Vangelo: Cipro, Perge, Pisidia, Antiochia, Iconio, Derbe, sono tappe che costellano la corsa del Vangelo e segnano l’ingresso dei pagani nel mondo, finora sigillato, delle Scritture. Per il secondo e il terzo viaggio lo Spirito riserva a Paolo nuove avventure. Egli diviene il primo responsabile della missione e trova altri collaboratori nelle persone di Silvano (o Sila) e di Timoteo. Partendo da Antiochia di Siria, centro di irradiazione del movimento missionario della Chiesa primitiva, il cammino conduce a rivisitare alcune comunità fondate nel primo viaggio e poi continua in Asia Minore fino al Mar Egeo. Da qui, sempre sotto la guida dello Spirito, i missionari compiono un balzo, relativamente breve quanto a chilometri, decisamente ardito quanto a importanza teologica: si lascia l’Asia Minore e il mondo orientale per addentrarsi in Europa e nel mondo occidentale. Utilizzando la via Egnazia, grande arteria imperiale che collegava Bisanzio4 con il Mar Adriatico, arrivano prima a Filippi e quindi a Tessalonica5, Il cammino continuerà per Berea, Atene, Corinto, Efeso, Mileto, solo per citare alcuni nomi. Paolo concluderà il terzo viaggio a Gerusalemme, dove sarà arrestato e quindi portato a Cesarea; da qui, dopo una detenzione di circa due anni, sarà trasferito a Roma. Nella capitale dell’impero romano si conclude la vicenda narrativa degli Atti degli Apostoli. Se numerosi sono i fotogrammi geografici, non va dimenticato che la geografia, al pari della storia, è al servizio dell’interesse teologico dell’autore. Più che degli spostamenti degli Apostoli e i viaggi di Paolo, si deve parlare dell’irresistibile corsa della Parola, che giunge ovunque a portare la salvezza. Accesasi a Gerusalemme con Cristo morto e risorto, questa salvezza percorre il mondo grazie alla luminosa testimonianza degli apostoli animati dallo Spirito; con Paolo la Parola giunge a Roma, capitale dell’impero e ideale punto di convergenza del mondo. Paolo sceglie sempre grandi centri per irradiare il Vangelo. Leggiamo in questo una precisa strategia missionaria che sfrutta la posizione geografica e commerciale delle città. Da Gerusalemme a Roma, passando per altre città, seguiremo un itinerario che è nel contempo geografico e teologico.   1. GERUSALEMME 1.1. I testi 7,58 – 8,3: Saulo (= Paolo) è presente al martirio di Stefano. 9,1-2: Saulo ottiene dal sommo sacerdote l’autorizzazione ad arrestare i cristiani e a tradurli a Gerusalemme. 9,26-30: Saulo ritorna a Gerusalemme dopo l’esperienza di Damasco. 11,30: Paolo e Barnaba portano aiuti a Gerusalemme. 15,2: Paolo e Barnaba si recano a Gerusalemme per risolvere la questione dei pagani che vogliono convertirsi al cristianesimo. 18,22: Paolo ritorna a Gerusalemme alla fine del secondo viaggio. 21,15 – 23,30: ultima attività a Gerusalemme prima dell’arresto e quindi trasferimento a Cesarea.

1.2. La città La città che Paolo vede gode ancora di un relativo splendore, l’ultimo prima della sua distruzione nel 70 d.C. per opera dei Romani. Si conclude tragicamente una storia che ha tutto il sapore di un’epopea. Conquistata verso il 1000 a.C. da Davide, fu scelta come capitale e quindi subito privilegiata tra tutte le altre città. La sua bellezza e la sua funzione di città eletta saranno celebrate continuamente da profeti e salmisti. Il tempio, segno sensibile della presenza divina, conferiva un’autorità e una dignità che la facevano primeggiare. Costruito con profusione di ricchezza e di splendore nel IX secolo a.C. da Salomone, segnò le grandi tappe della storia: distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor, riedificato modestamente al ritorno dall’esilio babilonese, venne praticamente rifatto da Erode il Grande con sontuosità e con dimensioni che strappavano l’ammirazione di tutti7. Oltre al tempio, la grandezza di Gerusalemme era legata alla presenza del Sinedrio, supremo tribunale religioso e civile, e al movimento teologico e spirituale che contribuivano a farne la città santa, come la chiamano ancora oggi gli Arabi. Paolo verrà a Gerusalemme per approfondire la sua formazione teologica e spirituale alla scuola di Gamaliele, una specie di Socrate ebreo, per la sua dottrina e per la sua rettitudine. Da Gerusalemme partirà alla volta di Damasco come persecutore dei cristiani, ma vi tornerà come testimone del Risorto e annunciatore del Vangelo. Alla fine, la città gli diventerà ostile, perché proprio in essa Paolo sarà arrestato e tradotto come prigioniero a Cesarea.   2. ANTIOCHIA 2.1. I testi 6,1: Nicola, uno dei Sette, proviene da Antiochia. 11,19-21: predicazione ai giudei e ai pagani con numerose conversioni. 11,26: ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù sono chiamati ‘cristiani’. 13,1-4: scelta dei primi missionari e partenza per il primo viaggio (Barnaba, Paolo e Marco). 14,26: ritorno dal primo viaggio. 15,1-2: Paolo e Barnaba difendono la loro opinione a proposito dei pagani convertiti. 15,30-35: i delegati portano ad Antiochia la lettera con le decisioni del concilio di Gerusalemme. 15,36-40: partenza per il secondo viaggio missionario (Paolo e Sila). 18,22: ritorno dal secondo viaggio. 18,23: partenza per il terzo viaggio (Paolo, Sila e Timoteo).

2.2. La città Antiochia di Siria è una città posta sulle sponde dell’Oronte, nella fertile Cilicia, a una ventina di chilometri dal mare con il quale era collegata dal fiume navigabile. Per terra era il punto di confluenza delle molteplici vie commerciali e strategiche della Mesopotamia, Asia Minore, Egitto e Palestina. La sua fondazione risale al 300 a.C. ad opera di Seleuco I; passata prima sotto gli armeni, diventerà nel 66 a.C., sotto i Romani, civitas libera e capitale della provincia romana di Siria. Prosperò molto, diventando la terza città dell’impero dopo Roma ed Alessandria, meritandosi il titolo di ‘regina dell’Oriente’. Una piccola colonia di giudei si era stabilita fin dai tempi della sua fondazione e godeva degli stessi diritti dei Greci. Al tempo del Nuovo Testamento, il gruppo giudaico si era arricchito e si trovava a convivere con Greci, Siri e Romani: secondo una stima la popolazione ammontava a 300.000 abitanti, di cui 45.000 ebrei. In città si parlava il greco, anche se in qualche sobborgo era usuale l’aramaico. Giuseppe Flavio riporta che le cerimonie giudaiche attiravano una gran quantità di Greci e che alcuni di loro erano diventati proseliti. Le prime reclute cristiane sono da ricercare in questo gruppo, oltre ai cristiani fuggiti da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano. La città che accolse i fuggitivi era notoriamente liberale e aperta. Alcuni predicarono il Vangelo, sia agli Ebrei sia ai Greci, e si formò nella città una fiorente e attiva comunità cristiana. Basti ricordare che in questa città i seguaci di Cristo ricevono per la prima volta il titolo di cristiani e che tutti i tre viaggi missionari di Paolo partono da questa base. Un vero punto di appoggio per le spedizioni apostoliche. Gli Antiocheni avevano visuali più ampie circa l’ammissione dei pagani al cristianesimo: Paolo difese lo stesso punto di vista davanti a Pietro proprio in questa città9. Il problema si rivelava scottante e di urgente soluzione, e per questo venne convocato il concilio di Gerusalemme.  

 

Atti 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/8-Atti_Paolo_prima_Missione.html

Atti 13,1-14,28: LA PRIMA MISSIONE DI PAOLO

Sono gli Atti stessi che questa volta ci offrono l’introduzione all’intera sezione: “C’erano nella comunità di Antiochia Profeti e maestri: Barnaba, Simeone, Lucio di Cirene, Manaen e Saulo. Ora, mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (13,1-3). Qui appare già una comunità organizzata, guidata da profeti e maestri. I primi hanno il compito di esortare, incoraggiare e correggere la comunità perché possa sempre compiere la volontà di Dio. I maestri sono incaricati della formazione dei convertiti approfondendo con loro la catechesi e le Scritture. È un dato assai importante: sin dall’inizio si è sentita la necessità di una formazione continua e comunitaria. Si passa poi a descrivere la comunità che sta celebrando una solenne liturgia e digiunando. Questi due atteggiamenti, la preghiera e il digiuno, liberano l’uomo del proprio egoismo e lo aprono al Signore. È il momento ideale per ascoltare la voce dello Spirito che probabilmente parla per mezzo di uno dei profeti presenti: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. All’inizio c’è sempre l’opera dello Spirito, ma poi viene il momento in cui i cristiani accolgono la sua voce e “imponendo le mani” affidano i designati allo Spirito Santo e si accomiatano da loro. Ha così inizio la missione che durerà circa tre anni (46-49).

Prima tappa: Cipro (13,4-13) “Inviati dunque dallo Spirito Santo discesero a Seleucia e di qui salparono verso Cipro”. È in questa luce di fede che dev’essere letta tutta la missione. Arrivati nell’isola, Barnaba, Saulo e Marco annunciarono la Parola nelle sinagoghe dei Giudei. Il “prima ai Giudei”, malgrado i continui smacchi, è un principio fondamentale per Saulo. In questo breve racconto, nulla si dice della loro catechesi. Tutto si concentra su uno scontro frontale con la magia. C’era lì, infatti, un mago famoso, alloggiato presso il proconsole romano Sergio Paolo. Egli fece di tutto per ostacolare Saulo e per distogliere il proconsole dalla fede. “Allora Saulo, detto anche Paolo (così lo chiameremo d’ora in poi), pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi sul mago e disse: «Ammasso di astuzia e di perversità… quando finirai di sconvolgere le vie del Signore? Ecco sarai cieco per un certo tempo e non ci vedrai più». Improvvisamente piombò nell’oscurità…”. La potenza dello Spirito annulla e distrugge ogni potenza magica e guadagna alla fede il Proconsole. Tutto qui l’apostolato di Paolo a Cipro, la patria di Barnaba. Da Pafo, porto di Cipro, salparono verso il continente e raggiunsero Perge in Panfilia, dove Giovanni-Marco si separò da loro per tornare a Gerusalemme. Antiochia di Pisidia (13,14-52) Paolo e Barnaba non si soffermano a Perge, ma si dirigono verso Antiochia di Pisidia. Il loro scopo è evangelizzare le città, da cui poi è più facile l’evangelizzazione dell’intera regione. Ad Antiochia c’era una grande sinagoga ed essi, giunto il sabato, vi entrarono per partecipare al culto. “A un certo punto, dopo la lettura della Legge, i capi mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate». Si alzò Paolo”. I presenti non erano solo Giudei, ma anche molti pagani devoti e aderenti alla religione ebraica. Tutta gente che aveva una certa conoscenza della storia del Popolo di Dio. Paolo si sentì a suo agio e rivolgendosi all’assemblea disse: “Uomini di Israele e voi tutti timorati di Dio, ascoltate!”. Così ha inizio un discorso che può essere suddiviso in tre parti. La prima (13,11-25) è una fantastica catechesi sull’Antico Testamento. A Paolo interessa un solo soggetto: Dio che cammina con il suo popolo nella storia con lo scopo di dargli un salvatore, Gesù e con una cascata di undici verbi riassume l’agire di Dio dai Patriarchi a Gesù: “Dio scelse i nostri Padri e rese numeroso il popolo in terra d’Egitto. Dopo lo condusse via di là e lo nutrì per circa quarant’anni nel deserto… Distrusse sette popoli e diede loro in eredità la terra di Canaan e più tardi stabilì dei giudici per governarli fino a Samuele. Quindi diede loro Saul come re, che poi rimosse. Infine suscitò Davide dalla cui discendenza trasse per loro un Salvatore, Gesù secondo la promessa”. Questa è una splendida catechesi perché evidenzia un solo soggetto, Dio che ha un preciso progetto: dare loro un Salvatore, Gesù. È importante questo per i nostri catechisti. Quando si presenta l’Antico Testamento si deve evidenziare solo l’agire di Dio, scoprire come Egli si rivela e qual è il suo progetto storico. Il motivo è semplice: si deve parlare della Storia della Salvezza. E l’unico soggetto di questa storia è Dio. Dopo, Paolo si riallaccia alla Tradizione Apostolica che ha inizio con Giovanni Battista. La sua fonte la conosciamo: è Pietro che egli ha consultato per ben quindici giorni, quando dopo tre anni dalla sua conversione si recò a Gerusalemme (Gal 1,18). Per presentare il Battista gli bastano poche parole: “Giovanni preannunciò la venuta del Salvatore e sulla fine della sua missione diceva: «Quello che pensate che io sia non lo sono, ma viene uno dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali dai suoi piedi»”. È chiaro che per Paolo, Giovanni appartiene all’Antico Testamento. La seconda parte (13,26-30) ha inizio sullo stile della prima: “Fratelli della stirpe di Abramo e voi tutti timorati di Dio, a noi è stata mandata da Dio questa parola di salvezza”. A noi, ossia: oggi Dio ha inviato a noi un messaggio di salvezza che si compie per mezzo del Salvatore, Gesù. Ma qual è stata la reazione degli abitanti di Gerusalemme e dei suoi capi? “Non hanno voluto riconoscere Gesù né accogliere le parole dei profeti che si leggono ogni sabato. Comunque, condannandolo hanno portato a compimento le Scritture e, pur non trovando in lui nessun motivo di morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso e quando ebbero portato a termine tutte le Scritture lo tolsero dalla croce e lo misero in un sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti”.

L’essenza del cristianesimo Qui abbiamo l’oggetto culmine del primo annuncio cristiano: passione, morte, sepoltura, Risurrezione. Siamo agli inizi della predicazione cristiana e non si può non sentire lo “scandalo della croce” a cui si dà una sola risposta. Leggendo i fatti nella luce delle Scritture si dice che tutto era previsto. Paolo però mette bene in risalto la responsabilità e la colpa del suo popolo. Condannando Gesù, hanno condannato un innocente. Ma Dio ha continuato a essere con lui e per mezzo di lui ha portato a compimento la salvezza. Di fronte al totale rifiuto Dio ha trovato una via perché Gesù continuasse a essere il Salvatore: lo ha risuscitato. Solo la sapienza di Dio poteva trovare questa via. E siccome la salvezza è un atto della potenza di Dio, un giorno Paolo dirà: “Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio” (1 Cor 1,24). Nella terza parte (13,31-42) Paolo parla dei testimoni della Risurrezione e del senso che essa ha per noi. Si noti che non dice che è apparso anche a lui (1 Cor 15,8). Questo non ha importanza: contano solo i testimoni oculari, cioè “Quelli che sono vissuti con Gesù e che sono saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme; solo questi sono i suoi testimoni presso il popolo. E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai Padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come sta scritto nel salmo: «Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato»”. Lasciamo pure che certi interpreti dicano che il modo di citare di Paolo non è molto corretto, però è bello pensare alla Risurrezione non come a una rinascita, ma come a una vera nascita per una vita del tutto nuova, non più soggetta alla corruzione. Anche questo compie le profezie, ma soprattutto ci dà la certezza che in Gesù risorto abbiamo la salvezza, cioè il perdono dei peccati e quella giustizia (= giusto rapporto con Dio) che la Legge di Mosè non può dare, ma che ora è possibile a chiunque crede. Paolo si è accorto della reazione negativa di alcuni quando ha parlato dell’inutilità della Legge e perciò conclude con parole dure: “Guardate voi arroganti, stupite e allibite, perché sto per compiere un’opera che se ve la raccontassero non credereste”. Forse Paolo pensa alla grande diffusione del Vangelo che offre a tutti la salvezza. Il congedo è educato: “Li pregavano di esporre ancora il prossimo sabato queste cose”.

Un uditorio diviso (13,43-52) Lasciata la sinagoga, molti giudei e timorati di Dio seguirono Paolo e Barnaba per continuare, forse per tutta la settimana, a intrattenersi con loro. Ed essi “li esortavano a perseverare nella grazia di Dio”. Ma dovettero fare qualcosa di più perché il sabato seguente furono moltissimi i cittadini che vennero alla sinagoga per ascoltare Paolo. E i Giudei, vedendo il successo ottenuto da Paolo e Barnaba “furono pieni di zelo”, una traduzione in linea col v. 38. Quei Giudei compresero che l’annuncio di Paolo annullava il primato della legge e delle tradizioni ebraiche, in particolare la circoncisione e le leggi cultuali. Di qui la loro contestazione e il loro bestemmiare contro quello che diceva Paolo, il quale capì che non c’era più nulla da fare. Allora, Paolo insieme a Barnaba, disse: “Era necessario annunciare prima a voi la Parola di Dio, ma dal momento che la rifiutate e non vi giudicate degni della vita eterna, ci rivolgiamo ai pagani. Così, infatti, ci ha comandato il Signore: «Ti ho posto luce delle genti perché porti la salvezza sino alle estremità della terra»” (Is 49,6). Con questo Paolo segna la rottura con la sinagoga, mentre i pagani che l’ascoltavano “gioirono e glorificarono la Parola di Dio, e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. E la Parola di Dio si diffuse per tutta la regione”. La reazione dei Giudei fu dura: sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dalla città. Ed “essi se ne andarono pieni di gioia e di Spirito Santo”.

Iconio (14,1-7) Certe traduzioni iniziano il brano così: “A Iconio successe lo stesso”; si intende: come ad Antiochia. Eppure qualcosa di nuovo c’è. Quand’essi entrarono nella sinagoga, parlarono in modo tale che “un gran numero di Giudei e di pagani credettero”. Molti però li rifiutarono e aizzarono i pagani contro i credenti. Ma si tratta solo di ostilità aperta che non impedisce di rimanere per molto tempo sul posto e di annunciare la Parola con franchezza, libertà, coraggio e audacia. Sono quattro parole che vogliono rendere tutta la ricchezza del verbo greco: parressiazomai. Alla fine però la città si divise e alcuni si schierarono dalla parte dei Giudei, mentre altri dalla parte degli “apostoli”. Abbiamo scritto in neretto l’ultimo termine per sottolineare che è la prima volta che Luca chiama Paolo e Barnaba con la parola “Apostoli”, finora riservata ai Dodici. La situazione poi precipitò e i due se ne andarono a Listra e Derbe.

Listra (14,8-20) Una città totalmente pagana. Ora possiamo ascoltare una piccola catechesi fatta ai pagani e assistere al primo scontro con l’idolatria. Mentre Paolo sta parlando, vede davanti a sé uno storpio e zoppo e si accorge che in quell’uomo c’è la fede per essere salvato. Allora con forte voce gli dice: “Alzati diritto in piedi. Quell’uomo si alzò e si mise a camminare”. Quei pagani, dediti all’idolatria, si mettono a urlare: “Gli dèi sono scesi in mezzo a noi e pensarono che Barnaba fosse Giove e Paolo Mercurio” e decidono di offrire loro un sacrificio. Barnaba e Paolo si stracciano le vesti e corrono verso la folla urlando: “Che cosa fate? Anche noi siamo uomini come voi. Solo vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità”, da questi dèi inesistenti, privi di senso e valore. Ecco che cos’è l’idolatria per gli annunciatori del Vangelo: Vanità; gli idoli non esistono, il vero culto può essere reso solo “al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che in essi esiste. Egli ha sempre dato prova di sé beneficandovi, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di gioia i vostri cuori”. Queste parole di Paolo sono un vero spunto di preevangelizzazione, fatto partendo dalla natura “la Bibbia dei pagani”. In un simile ambiente politeista non era opportuno parlare di Cristo; era sufficiente un invito ad adorare l’unico Dio. Così calmano la folla e impediscono che si offra loro un sacrificio. Ma ecco arrivare da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei che aizzano e sobillano il popolo tanto che si mettono a lapidare Paolo e quando sembra loro che fosse morto lo trascinano fuori della città. Qui c’è una frase sorprendente: “Gli si avvicinarono i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città e il giorno dopo si diresse verso Derbe con Barnaba”. Ciò significa che Luca si è limitato a narrare un solo episodio, in realtà c’è stata una vera evangelizzazione che ha fatto nascere una piccola comunità.

Derbe (14,21-28) Luca ha voglia di concludere perché si limita a dire che dopo aver evangelizzato questa città e fatto un numero considerevole di discepoli prendono la via del ritorno, facendo il cammino a ritroso. In ogni città, già evangelizzata rianimano i discepoli esortandoli a rimanere saldi nella fede. E soprattutto danno alle comunità un’organizzazione. Imposero le mani sui presbiteri eletti per il servizio e “dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore nel quale avevano creduto”. Poi si fermano a Perge e vi annunziano la Parola di Dio. Quindi scendono ad Attalia e prendono la nave per Antiochia di Siria dove “erano stati affidati alla grazia di Dio” e lì raccontano ai fratelli non quello che essi avevano fatto, ma quello che Dio aveva fatto per mezzo di loro. Tutto è stato opera di Dio e dello Spirito.

Preghiamo Signore, com’è meravigliosa la tua Chiesa apparsa in queste pagine che abbiamo meditato. Tutti sanno che sei Tu a camminare con loro nella storia e hanno esperienza che anche il Padre e lo Spirito Santo sono con loro. Gli Apostoli, nel loro lavoro apostolico, non si sentono protagonisti, ma collaboratori di Dio. Quel bene che essi compiono, in realtà è Dio che lo compie ed essi gioiscono di questa intimità divina. Signore, sappiamo che tutto ciò si realizza anche oggi, ma i cristiani ne hanno coscienza? Sono davvero convinti di questa tua presenza e sanno renderla vera esperienza di vita? O Signore, fa’ che quanti hanno meditato queste pagine vivano questa realtà e fa’ che coloro che hanno il compito primario dell’annuncio del Vangelo ricordino che la Chiesa, imponendo loro le mani, li ha “affidati allo Spirito Santo”. O Signore, rendici convinti di questo dono e fa’ che sia in noi fonte di gioia. Amen!

Mario Galizzi

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO CON S.S. KIRILL – FIRMA DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/february/documents/papa-francesco_20160212_dichiarazione-comune-kirill.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN MESSICO (12-18 FEBBRAIO 2016)

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO CON S.S. KIRILL, PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTA LA RUSSIA

FIRMA DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA

Aeroporto Internazionale « José Martí » – La Habana, Cuba Venerdì, 12 febbraio 2016

Dichiarazione Congiunta Discorso del Patriarca Kirill Parole del Santo Padre Francesco Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi»(2 Cor 13, 13).

1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia. Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana. 2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti. Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione. 3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15). 4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”. 5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21). 6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà! 7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune. 8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose. 9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica. 10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti. Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione. 11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della giustizia” (cfr Is 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi. Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. 12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell’apostolo: «Carissimi, … nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare»(1 Pt 4, 12-13). 13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33). 14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo. 15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica. 16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana. 17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito. 18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti,Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono,perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio»(1 Cor 1, 27-29). 19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli. 20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.

21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La  voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10). Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale. Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore. 22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre. 23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli(cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo. 24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo. Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20). 25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’“uniatismo” del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili. 26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto. 27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana. 28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità. 29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Lc 12, 32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell’apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10). 30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!

Francesco Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia 12 febbraio 2016, L’Avana (Cuba)

Parole del Patriarca Kirill dopo la firma della Dichiarazione comune con il Santo Padre Francesco Santità, Eccellenze, Cari fratelli e sorelle, Signore e Signori, Per due ore abbiamo tenuto una conversazione aperta, con piena intesa sulla responsabilità verso le nostre Chiese, il nostro popolo credente, il futuro del cristianesimo e il futuro della civiltà umana. È stata una conversazione ricca di contenuto, che ci ha dato l’opportunità di ascoltare e capire le posizioni l’uno dell’altro. E gli esiti della conversazione mi permettono di assicurare che attualmente le due Chiese possono cooperare, difendendo i cristiani in tutto il mondo, e lavorare insieme, con piena responsabilità, affinché non ci sia guerra, la vita umana venga rispettata ovunque nel mondo, si rafforzino le basi della morale personale, familiare e sociale e, attraverso la partecipazione della Chiesa alla vita della società umana moderna, essa si purifichi nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e dello Spirito Santo.

Parole del Santo Padre dopo la firma della Dichiarazione comune con il Patriarca Kirill Santità, Eminenze, Reverendi, Abbiamo parlato come fratelli, abbiamo lo stesso Battesimo, siamo vescovi. Abbiamo parlato delle nostre Chiese, e concordiamo sul fatto che l’unità si fa camminando. Abbiamo parlato apertamente, senza mezze parole, e vi confesso che ho sentito la consolazione dello Spirito Santo in questo dialogo. Ringrazio per l’umiltà Sua Santità, umiltà fraterna, e i suoi buoni auspici di unità. Abbiamo prospettato una serie di iniziative, che credo siano valide e che si potranno realizzare. Perciò voglio ringraziare, ancora una volta, Sua Santità per la sua benevola accoglienza, come ugualmente i collaboratori, e ne nomino due: Sua Eminenza il Metropolita Hilarion e Sua Eminenza il Cardinale Koch, con le loro équipe che hanno lavorato per questo. Non voglio partire senza dare un sentito ringraziamento a Cuba, al grande popolo cubano e al suo Presidente qui presente. Lo ringrazio per la sua disponibilità attiva. Di questo passo, Cuba sarà la capitale dell’unità! E che tutto questo sia per la gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e per il bene del santo Popolo fedele di Dio, sotto il manto della Santa Madre di Dio.  

 

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