SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO – PAPA FRANCESCO – (2019)

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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

LII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Martedì, 1° gennaio 2019

«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (Lc 2,18). Stupirci: a questo siamo chiamati oggi, a conclusione dell’Ottava di Natale, con lo sguardo ancora posato sul Bambino nato per noi, povero di tutto e ricco di amore. Stupore: è l’atteggiamento da avere all’inizio dell’anno, perché la vita è un dono che ci dà la possibilità di ricominciare sempre, anche dalla condizione più bassa.
Ma oggi è anche il giorno in cui stupirsi davanti alla Madre di Dio: Dio è un piccolo bimbo in braccio a una donna, che nutre il suo Creatore. La statua che abbiamo davanti mostra la Madre e il Bambino così uniti da sembrare una cosa sola. È il mistero di oggi, che desta uno stupore infinito: Dio si è legato all’umanità, per sempre. Dio e l’uomo sempre insieme, ecco la buona notizia d’inizio anno: Dio non è un signore distante che abita solitario i cieli, ma l’Amore incarnato, nato come noi da una madre per essere fratello di ciascuno, per essere vicino: il Dio della vicinanza. Sta sulle ginocchia di sua madre, che è anche nostra madre, e da lì riversa sull’umanità una tenerezza nuova. E noi capiamo meglio l’amore divino, che è paterno e materno, come quello di una madre che non smette di credere nei figli e mai li abbandona. Il Dio-con-noi ci ama indipendentemente dai nostri sbagli, dai nostri peccati, da come facciamo andare il mondo. Dio crede nell’umanità, dove si staglia, prima e ineguagliabile, la sua Madre.
All’inizio dell’anno, chiediamo a lei la grazia dello stupore davanti al Dio delle sorprese. Rinnoviamo lo stupore delle origini, quando nacque in noi la fede. La Madre di Dio ci aiuta: la Madre che ha generato il Signore, genera noi al Signore. È madre e rigenera nei figli lo stupore della fede, perché la fede è un incontro, non è una religione. La vita, senza stupore, diventa grigia, abitudinaria; così la fede. E anche la Chiesa ha bisogno di rinnovare lo stupore di essere dimora del Dio vivente, Sposa del Signore, Madre che genera figli. Altrimenti, rischia di assomigliare a un bel museo del passato. La “Chiesa museo”. La Madonna, invece, porta nella Chiesa l’atmosfera di casa, di una casa abitata dal Dio della novità. Accogliamo con stupore il mistero della Madre di Dio, come gli abitanti di Efeso al tempo del Concilio. Come loro la acclamiamo “Santa Madre di Dio”. Da lei lasciamoci guardare, lasciamoci abbracciare, lasciamoci prendere per mano.
Lasciamoci guardare. Questo soprattutto nel momento del bisogno, quando ci troviamo impigliati nei nodi più intricati della vita, giustamente guardiamo alla Madonna, alla Madre. Ma è bello anzitutto lasciarci guardare dalla Madonna. Quando ci guarda, lei non vede dei peccatori, ma dei figli. Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima; gli occhi della piena di grazia rispecchiano la bellezza di Dio, riflettono su di noi il paradiso. Gesù ha detto che l’occhio è «la lampada del corpo» (Mt 6,22): gli occhi della Madonna sanno illuminare ogni oscurità, riaccendono ovunque la speranza. Il suo sguardo rivolto a noi dice: “Cari figli, coraggio; ci sono io, la vostra madre!”
Questo sguardo materno, che infonde fiducia, aiuta a crescere nella fede. La fede è un legame con Dio che coinvolge tutta intera la persona, e che per essere custodito ha bisogno della Madre di Dio. Il suo sguardo materno ci aiuta a vederci figli amati nel popolo credente di Dio e ad amarci tra noi, al di là dei limiti e degli orientamenti di ciascuno. La Madonna ci radica nella Chiesa, dove l’unità conta più della diversità, e ci esorta a prenderci cura gli uni degli altri. Lo sguardo di Maria ricorda che per la fede è essenziale la tenerezza, che argina la tiepidezza. Tenerezza: la Chiesa della tenerezza. Tenerezza, parola che oggi tanti vogliono cancellare dal dizionario. Quando nella fede c’è posto per la Madre di Dio, non si perde mai il centro: il Signore, perché Maria non indica mai sé stessa, ma Gesù; e i fratelli, perché Maria è madre.
Sguardo della Madre, sguardo delle madri. Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani. Madre di Dio, insegnaci il tuo sguardo sulla vita e volgi il tuo sguardo su di noi, sulle nostre miserie. Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
Lasciamoci abbracciare. Dopo lo sguardo, entra qui in gioco il cuore, nel quale, dice il Vangelo odierno, «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole» (Lc 2,19). La Madonna, cioè, aveva tutto a cuore, abbracciava tutto, eventi favorevoli e contrari. E tutto meditava, cioè portava a Dio. Ecco il suo segreto. Allo stesso modo ha a cuore la vita di ciascuno di noi: desidera abbracciare tutte le nostre situazioni e presentarle a Dio.
Nella vita frammentata di oggi, dove rischiamo di perdere il filo, è essenziale l’abbraccio della Madre. C’è tanta dispersione e solitudine in giro: il mondo è tutto connesso, ma sembra sempre più disunito. Abbiamo bisogno di affidarci alla Madre. Nella Scrittura ella abbraccia tante situazioni concrete ed è presente dove c’è bisogno: si reca dalla cugina Elisabetta, viene in soccorso agli sposi di Cana, incoraggia i discepoli nel Cenacolo… Maria è rimedio alla solitudine e alla disgregazione. È la Madre della consolazione, che con-sola: sta con chi è solo. Ella sa che per consolare non bastano le parole, occorre la presenza; e lì è presente come madre. Permettiamole di abbracciare la nostra vita. Nella Salve Regina la chiamiamo “vita nostra”: sembra esagerato, perché è Cristo la vita (cfr Gv 14,6), ma Maria è così unita a Lui e così vicina a noi che non c’è niente di meglio che mettere la vita nelle sue mani e riconoscerla “vita, dolcezza e speranza nostra”.
E poi, nel cammino della vita, lasciamoci prendere per mano. Le madri prendono per mano i figli e li introducono con amore nella vita. Ma quanti figli oggi, andando per conto proprio, perdono la direzione, si credono forti e si smarriscono, liberi e diventano schiavi. Quanti, dimentichi dell’affetto materno, vivono arrabbiati con sé stessi e indifferenti a tutto! Quanti, purtroppo, reagiscono a tutto e a tutti con veleno e cattiveria! La vita è così. Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza. Ma è solo debolezza. Abbiamo bisogno di imparare dalle madri che l’eroismo sta nel donarsi, la fortezza nell’aver pietà, la sapienza nella mitezza.
Dio non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi. Gesù stesso ce l’ha data, non in un momento qualsiasi, ma dalla croce: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27) ha detto al discepolo, ad ogni discepolo. La Madonna non è un optional: va accolta nella vita. È la Regina della pace, che vince il male e conduce sulle vie del bene, che riporta l’unità tra i figli, che educa alla compassione.
Prendici per mano, Maria. Aggrappati a te supereremo i tornanti più angusti della storia. Portaci per mano a riscoprire i legami che ci uniscono. Radunaci insieme sotto il tuo manto, nella tenerezza dell’amore vero, dove si ricostituisce la famiglia umana: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”. Lo diciamo tutti insieme alla Madonna: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

 

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

Guide, maestri e frutti buoni
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa ottava domenica del tempo ordinario si ci concentra su alcuni concetti: guide, maestri e frutti buoni. Partendo dal Vangelo, tratto da San Luca, questo riporta alcune espressioni di Gesù molto adatte a descrivere questo nostro tempo: « Può forse un cieco guidare un altro cieco?.. Il discepolo non è più del maestro…Togli la trave dal tuo occhio. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Si tratta del celebre discorso che Gesù pronuncia in pianura, dopo aver trascorso la notte in preghiera e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli. Gran parte delle frasi sono state pronunciate da Gesù in altre circostanze, che però Luca le unificato in un solo gande discorso di nostro Signore. Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?». Una parabola di una sola riga rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo motivo sono guide cieche. Seguono poi alcune considerazioni che Gesù fa sulla figura del maestro e di conseguenza di quella del discepolo. E afferma che «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro che non impartisce lezioni, ma vive con i suoi discepoli. La materia del suo insegnamento è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna.
Gesù in questo discorso, fa riferimento poi a riconoscere i propri grandi difetti e non ad evidenziare i piccoli difetti altrui, al punto tale che parla di pagliuzza nell’occhio del fratello che si vede perfettamente e di trave nel proprio occhi che non si vede affatto. Come dire che i difetti minimi degli altri subito si evidenziano; mentre i propri gravi difetti non si vedono. Gesù definisce ipocriti coloro che si comportano così ed invita tali soggetti a togliere prima la trave dal proprio occhio per vederci bene e poi, eventualmente, togliere la pagliuzza dall’occhio del proprio fratello. In altri termini, Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello.
Infine, con la parabola dell’albero che dà buoni frutti e quello cattivo frutti pessimi, Gesù vuole indirizzare la riflessione dei suoi ascoltatori sulla coerenza. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo». Una persona ben formata alla scuola dell’amore fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene, cioè «trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore»; mentre la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».
E allora c’è da domandarsi: « Chi sono oggi le guide cieche? ». Chi oggi può essere « un riferimento che sia come un faro della vita da seguire »?
Le guide cieche sono quelle persone che non vedono con gli occhi della fede e di Dio ciò che succede, e che conducono gli altri ad allontanarsi dall’ idea stessa di Dio, della vita oltre la vita, del bene, della giustizia, della rettitudine, della vera morale e non dell’ipocrisia più totale.
Un giusto punto di riferimento, oggi, per seguire la luce del Vangelo, è il Santo Padre, Papa Francesco, ma sono pure tutti quei pastori che hanno a cuore il bene dei fedeli, che vivono santamente e coerentemente la loro fede, che non danno scandalo, come pure tutti i consacrati che si sono votati a Dio con la mente, il cuore e tutta l’esistenza e che seguono la via stretta dei consigli evangelici. Sono soprattutto quei genitori, adulti, educatori, a vario livello, che hanno a cuore il vero bene dei piccoli, dei giovani e dei grandi, bisognosi di essere guidati, mediante un opportuno discernimento della propria vocazione, partendo da una prospettiva di fede, che deve indirizzare le scelte.
In questo discernimento ci aiuta il testo della prima lettura di questa ottava domenica, tratta dal libro del Siràcide, noto come uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, più seguito ed apprezzato per il suoi contenuti dottrinali ed operativi. Leggiamo, infatti, in esso che quando si scuote il setaccio restano i rifiuti ed è così per l’uomo quando parla e discute. Allora ne appaiono i difetti. Un esempio di come vanno vagliate le persone ci viene dal ceramista che mette a prova il valore della fornace, con la cottura dei vasi. Se essa è buona non rovina il cotto, ma se non è buona brucia il tutto. Così è anche per l’uomo. Se sa ragionare, diventa per lui il banco di prova del suo equilibrio mentale ed interiore. Altro esempio ci viene dalla coltivazione degli alberi. Se esso è coltivato bene, dà frutti adeguati, ma se è trascurato non produce nulla. Così avviene per chi usa la parola e il linguaggio umano. Se esso è coltivato bene esprime giusti pensieri del cuore, ma se non è coltivato, non dice nulla o dice cose assurde. A conclusione di tutta questa esemplificazione c’è un suggerimento molto utile da tenere in dovuta considerazione: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Il valore della comunicazione è qui messo in risalto per dire che ogni persona che si relaziona ad altre deve essere accorta al modo di dire e a cosa dire.
Perciò, l’Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla sua prima lettera ai Corìnzi, ci invita a rimanere saldi e irremovibili nella fede, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore. Ogni lavoro fatto con amore, passione e donazione porta il frutto che ci si aspetta per il proprio bene spirituale.
Una bellissima poesia del poeta romano Trilussa, adattata da me, dice: « Nella notte in cui mi sono perso in mezzo al bosco, incontrai una vecchietta cieca che mi disse: “Se la strada non la conosci ti ci accompagno io, che la conosco. Se hai la forza di venirmi dietro, di tanto in tanto, ti darò una voce, fino arrivare in fondo, dove c’è un cipresso o fino alla cima dove c’è una croce. Io risposi: Sarà, ma la trovo strana una simile proposta da chi non ci vede per niente. La cieca, allora, mi prese la mano e mi disse: guarda avanti e cammina con me accanto. Capii subito momento che si trattava di una cosa importante a tenermi per mano, a guidarmi nel buio della notte e nello smarrimento più totale. Era la fede che mi prese per mano in quel momento e poi mi guidò per sempre.
Con grande senso di responsabilità ci rivolgiamo a Dio con queste parole della colletta di oggi: “La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace”. Amen.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA MISERICORDIA DI GESÙ – COMMENTO DI ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2018/07/19/prepararsi-alla-domenica-xvi-tempo-ordinario/

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)LA MISERICORDIA DI GESÙ – COMMENTO DI ENZO BIANCHI

Vangelo di Marco 6,30-34

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

I discepoli ritornati dalla missione meritano di essere chiamati “inviati”, “missionari”, per questo Marco li definisce “apostoli” (apóstoloi): discepoli di Gesù diventati suoi inviati.
Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato a ripetere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui come con un fratello. Sappiamo di che cosa era fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.
Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto (kat’ idian eis éremon tópon), e riposatevi un po’”. Anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete. Se noi sentissimo nel nostro cuore questa chiamata: “Fuggi, fa’ silenzio, cerca quiete” (Detti dei padri del deserto, Serie alfabetica, Arsenio 2), saremmo certamente più disponibili a trovare un “luogo deserto” in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, le voci diverse con cui Dio tenta di parlarci. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.
Ma la folla che da giorni segue Gesù lo raggiunge, anzi giunge prima di lui su quella riva deserta del lago. Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo). Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,17), la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e i cattivi pastori che lo sfruttano (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5).
Non resta dunque a Gesù che farsi “buon pastore” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio vuole venga fatto a suo nome da lui, il Figlio inviato nel mondo. Per prima cosa Gesù legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia là e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di misericordia. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la misericordia lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza.
Questo è un grande insegnamento per noi: su ogni nostra decisione, su ogni nostra scelta necessaria e buona, ciò che deve avere il primato è la misericordia. Se ogni nostra scelta e ogni nostra azione non obbediscono innanzitutto alla misericordia, non sono conformi ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5): sentimenti umani ma in profondità sentimenti di Dio, colui che è Santo e mostra la sua santità in mezzo al suo popolo con la compassione, scegliendo che nel suo cuore la misericordia regni sulla giustizia (cf. Os 11,7-9). Noi pastori di comunità dovremmo molto interrogarci su questa disponibilità a dare la precedenza alle domande della comunità rispetto alle nostre scelte e alle nostre pur buone iniziative. Dovremmo chiederci se in noi la misericordia, cioè l’amore viscerale di compassione, è sempre immanente alla giustizia che vogliamo vivere e annunciare. Non lo si dimentichi: nel cristianesimo non si danno giustizia e misericordia, ma solo misericordia nella giustizia o giustizia nella misericordia.
Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane.

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LA LETTERA AGLI EFESINI DI SAN PAOLO – IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO – RAVASI

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/Anno%20Pastrorale.htm#vita

LA LETTERA AGLI EFESINI DI SAN PAOLO – IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO – RAVASI

In alcuni importanti codici antichi, che ci hanno trasmesso le sacre Scritture, nell’indirizzo iniziale di questa lettera manca l’indicazione « a Efeso », per cui si è pensato che essa sia stata originariamente una missiva destinata alle varie Chiese dell’Asia Minore costiera, che avevano il loro centro più significativo nella splendida città di Efeso. Certo è che la lettera si rivela profondamente originale nel linguaggio e nei temi, tanto da far ipotizzare a molti studiosi che essa sia opera di una mano diversa rispetto a quella di Paolo, forse un discepolo che conduce oltre il discorso del maestro. Questo naturalmente non intaccherebbe l’ispirazione e quindi l’appartenenza al Canone biblico della lettera che, tra l’altro, è molto vicina a quella ai Colossesi (probabilmente conosciuta e citata).
Comunque sia, la lettera, che consigliamo vivamente a tutti di leggere, è particolarmente densa e ricca di temi e si rivela nettamente divisa in due parti: i primi tre capitoli affrontano i grandi argomenti teologici, mentre i capitoli 4-6 sono dedicati a illustrare l’impegno morale del cristiano nella sua vita di fede. L’accento è posto su due motivi teologici capitali. Da un lato, si apre una profonda riflessione sulla figura di Cristo, presentato come Signore di tutto l’essere creato e non solo della Chiesa, e cantato in un solenne inno-benedizione posto proprio in apertura alla lettera (1,3-14).
Gesù Cristo è, d’altro lato, alla radice del secondo motivo teologico, quello della Chiesa, che è costituita da Giudei e pagani ornai uniti in un solo corpo che è quello di Cristo, nel quale, però, diversamente da quanto già detto nella prima lettera ai Corinzi (capitolo 12), egli ha la funzione di essere il « capo » (1,22). L’unità di questo corpo, nel quale si manifesta la pienezza della divinità, è operata da Cristo stesso « nostra pace », che ha riconciliato i due popoli separati, Ebrei e pagani, in un solo popolo attraverso il suo sangue (2,14-22). E questa la Chiesa, che dall’apostolo viene presentata come « tempio santo nel Signore » (2,21).
Vivace è anche la parte pastorale della lettera ove, tra l’altro, viene disegnato un « codice » dei doveri familiari (5,21-6,9), che ha al suo interno una suggestiva presentazione del matrimonio cristiano, come grande segno dell’unione vitale tra Cristo e la Chiesa. Uno scritto, quindi, ricco sul piano del « mistero » divino, che è rivelato da Gesù Cristo e che comprende la salvezza di tutti, inclusi i pagani, e sul piano della vita cristiana da condurre in pienezza, come creature che hanno « deposto l’uomo vecchio » per « rivestire l’uomo nuovo » (4,22-24).

IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO
(di Mons. G. Ravasi)
1
Brevi sono il saluto e l’augurio di apertura di questa lettera. Ben più solenne è, invece, la benedizione iniziale, che ha l’andatura di un inno e si presenta come uno splendido abbozzo del disegno di salvezza rivelato e attuato in Cristo. Dall’orizzonte celeste, cioè dal mistero trascendente di Dio, scendono le benedizioni “spirituali”, cioè i doni di santità che trasformano i credenti. Si delinea, così, l’itinerario a cui essi sono chiamati all’interno del progetto di Dio: prima ancora della loro esistenza, Dio li aveva scelti e destinati a divenire figli adottivi attraverso Cristo; tutto questo avrebbe realizzato la piena gloria di Dio che si compie nel suo donarsi all’umanità, nel suo amore rivelato in Gesù, il Figlio «Prediletto». La salvezza dell’uomo è, quindi, la gioia, la lode, la gloria più alta di Dio.
E questa salvezza si attua attraverso la morte di Gesù, sorgente della redenzione, del perdono e della grazia effusa nell’umanità. Noi conosciamo, dunque, «il mistero della volontà» divina perché non solo ci è stato rivelato, ma anche perché lo viviamo all’interno della storia. Infatti, la «pienezza dei tempi» è l’ingresso di Cristo nel mondo per trasformare la realtà umana secondo il disegno prestabilito fin dall’eternità da Dio. Tutti noi siamo “ricondotti” in Cristo insieme con l’intero universo creato: l’immagine usata rimanda al «capo» che tiene coeso il corpo. Ogni realtà è destinata a trovare senso e unità in Cristo, costituito da Dio come capo unico e universale.
È interessante notare come Paolo in questa visione grandiosa della salvezza sottolinei un aspetto che gli sta a cuore. In 1,11-13 distingue, infatti, due pronomi: da un lato, c’è il «noi», i primi eredi della promessa divina, cioè gli Ebrei, coloro che hanno alimentato la speranza messianica prima della venuta di Cristo; d’altro lato, c’è il «voi», cioè l’orizzonte dei pagani, che hanno ascoltato e accolto nella fede «la parola della verità», il vangelo, e così sono stati consacrati dallo Spirito Santo. L’apostolo passa poi a un ringraziamento per la fede e l’amore testimoniato dai cristiani di Efeso, ai quali augura di ottenere una pienezza nella conoscenza del mistero di salvezza, che ha al centro la risurrezione di Cristo. Essa è cantata in 1,20-23 in una specie di professione di fede di tono innico, dalla quale emerge la figura del Risorto che è il Signore di tutto l’universo e di tutte le sue energie, ma che è anche il capo di quel corpo che è la Chiesa.

DALLA MORTE ALLA VITA PER ESSERE UNA COSA SOLA IN CRISTO
2
Nel capitolo 2, continuando l’intreccio dei due pronomi «noi» e «voi», si esalta la redenzione operata da Cristo per l’umanità peccatrice, sia ebraica sia pagana. L’amore misericordioso di Dio ci ha strappato a Satana, «il principe delle potenze dell’aria», e ci ha fatto partecipare alla stessa vita di Cristo attraverso l’esperienza battesimale che ci ha condotto alla gloria della risurrezione. La salvezza è, quindi, non solo liberazione dal male, ma anche intimità, comunione, partecipazione alla vita divina.
In un linguaggio tipicamente paolino si ribadisce la vicenda della salvezza, che è dono della grazia divina a chi risponde con la fede, e che non è frutto delle opere umane. La centralità di Cristo è ribadita in una pagina di grande intensità, che ha in qualche sua parte un’andatura innica e lirica. Il tema fondamentale della salvezza è considerato secondo un’angolatura che è già stata adottata precedentemente: con la sua morte in croce, Cristo ha costituito un’unica comunità, cancellando le divisioni tra i circoncisi e coloro che erano «stranieri ai patti della promessa», cioè tra Ebrei e pagani. Cristo è, allora, definito come la «pace» per eccellenza, che, nella tradizione biblica, era il tipico dono messianico (Isaia 9,5; Michea 5,4).
Egli ha abbattuto le barriere che dividevano questi due popoli: «il muro di separazione» a cui Paolo fa riferimento potrebbe alludere sia alla legge mosaica sia al setto divisorio posto tra il cortile degli Ebrei e quello dei pagani nel tempio erodiano di Gerusalemme, parete invalicabile, pena la condanna a morte. Cristo ha anche eliminato le osservanze legali che caratterizzavano la religiosità giudaica, e ha fatto sì che tutti si ritrovassero uniti, i vicini e i lontani (vedi Isaia 57,19 e Zaccaria 9,10), destinati a costituire un solo corpo, a essere concittadini e familiari di Dio, appartenenti alla stessa comunità che è la Chiesa, la famiglia di Dio. Tutti costituiscono un tempio vivo, che ha la sua pietra angolare in Cristo e il basamento negli apostoli e nei profeti, cioè negli annunciatori del vangelo (vedi 1Corinzi 3,10-11.16). La rappresentazione di questa unità generata dalla croce di Cristo è preziosa per definire la missione di Paolo aperta ai pagani.

PAOLO, APOSTOLO DEL MISTERO DI CRISTO3
Egli, infatti, è stato chiamato da Dio proprio a svelare il «mistero di Cristo» che ha nel suo cuore la salvezza universale: «I pagani sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e a essere partecipi della promessa» (3,6), cioè a fruire della dignità donata al popolo ebraico e, così, a costituire l’unico popolo di Dio che è la Chiesa, corpo di Cristo. A questo annunzio l’apostolo ha dedicato se stesso perché il disegno divino, che era celato nel mistero, venisse reso noto a tutti, anche alle potenze cosmiche e celesti, e attuato nella storia.
A questo punto Paolo rivolge un’appassionata preghiera a Dio Padre, creatore di tutti gli esseri, perché trasformi la coscienza dei cristiani così da giungere alla piena maturità della fede e dell’amore. Potranno allora scoprire il cuore profondo del mistero divino, che è l’infinito amore di Dio offerto a noi in Cristo, un amore che ci avvolge conducendoci alla pienezza, un amore totale che abbraccia tutto l’essere, rappresentato secondo le quattro dimensioni sotto le quali la tradizione popolare concepiva la realtà: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Con un’acclamazione di lode finale a Dio Padre (3,20-21) si chiude la prima parte della lettera.

LE ESIGENZE DELLA VITA CRISTIANA4
Con il capitolo 4 si apre una seconda parte della lettera, di taglio più esistenziale: si intende delineare un profilo della vita cristiana, fondata sull’unità di tutti i credenti nell’unico corpo di Cristo. Si ha innanzitutto un appello a riscoprire questa «unità dello spirito», rafforzata dal «legame della pace», ricordando la sua sorgente, cioè l’unico Dio che agisce in tutti, l’unico Cristo Signore e Salvatore, l’unica fede e l’unico battesimo. Se tutti hanno ricevuto la grazia, ciascuno la manifesta secondo forme diverse che sono espressioni dei doni divini effusi dal Cristo risorto (si cita nel versetto 8 il Salmo 68,19 in modo libero, applicandolo all’ascensione e alla glorificazione celeste di Cristo).
Paolo elenca cinque doni spirituali che costituiscono altrettanti ministeri destinati a condurre alla maturità cristiana tutta la comunità dei credenti: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ma il modello che tutti dobbiamo tenere davanti agli occhi per raggiungere la maturità della fede è Cristo stesso, che è la pienezza per eccellenza. Solo con questa meta passiamo dall’infanzia, che è ancora debolezza e immaturità, alla maturità. E la via per raggiungere questa completezza spirituale è la «verità nell’amore». Solo così si configura il corpo di Cristo nella sua armonia e nella sua perfetta compagine. Si presenta in questa pagina il tema del corpo di Cristo che è la Chiesa in un modo lievemente differente rispetto a 1Corinzi 12. Là, infatti, la Chiesa era il corpo di Cristo in modo globale; qui si dice che Cristo è il capo e i cristiani sono il corpo. Comune è, però, il rilievo dato all’amore come anima dell’intero organismo.
Si passa poi a una riflessione sull’esperienza battesimale vissuta dai fedeli. Essa è stata una svolta radicale che ha totalmente mutato la realtà dell’uomo. Il battezzato, infatti, deve lasciare alle spalle «l’uomo vecchio», con la sua miseria e il suo peccato, e deve rivestire la qualità di «uomo nuovo», che è il profilo voluto da Dio creatore e che è la condizione umana inaugurata e attuata dalla morte e risurrezione di Cristo. Il tema delle due creature, la vecchia e la nuova, la peccatrice e la redenta, era già apparso in Romani 6,4-6, in 2Corinzi 5,17 e riapparirà in Colossesi 3,10.
Questo mutamento radicale che si è compiuto nel cristiano deve generare un differente comportamento morale, che la lettera esemplifica in alcuni impegni che rimandano al Decalogo e a moniti presenti già nell’Antico Testamento. Si citano, infatti, Zaccaria 8,16 sull’impegno di servire la verità e il Salmo 4,5 per quanto riguarda l’ira; ma si evoca anche il «non rubare», il «non pronunziare falsa testimonianza» del Decalogo e l’esortazione, frequente nella Bibbia, a combattere il peccato di parola. In particolare, in questa che è una nuova lista di vizi da evitare, si sottolinea l’importanza dell’amore e della concordia fraterna, la cui assenza rattrista lo Spirito Santo che è effuso in noi.

IL COMPORTAMENTO DEL CRISTIANO5
L’amore è, infatti, il cuore della morale cristiana. Il modello ideale è Cristo, che si è donato a noi attraverso la morte in croce, definita come «sacrificio di soave odore», cioè come una vittima sacrificale gradita a Dio e capace di cancellare ogni peccato (per l’espressione usata, tipica dell’Antico Testamento, vedi Genesi 8,21; Esodo 29,18; Salmo 40,7). Il cristiano, purificato da questo atto d’amore divino, deve abbandonare lo stile di vita precedente, che l’apostolo illustra attraverso alcuni vizi emblematici del paganesimo come volgarità, impurità, idolatria. Queste realtà impediscono il legame con Cristo e quindi con la vera vita e la luce. Si ricorre, infatti, alla tradizionale opposizione ­ cara anche al giudaismo ­ tra tenebra e luce, come simboli di due stati di vita antitetici.
I cristiani nel battesimo sono stati illuminati da Cristo e, perciò, dalla tenebra sono divenuti «luce nel Signore» (vedi 1Tessalonicesi 5,4; Romani 13,12; Colossesi 1,12-13). Come conferma si cita un frammento di inno battesimale presentato quasi come fosse una parola biblica («sta scritto» è la formula introduttoria alle citazioni bibliche): immersi nelle tenebre del sonno e della morte, noi siamo risorti e abbagliati dalla luce di Cristo. Si precisa, allora, come dev’essere la vita dei figli della luce. Paolo segnala due atteggiamenti fondamentali.

Da un lato, bisogna fare buon uso del tempo, cioè di questa èra di salvezza in cui ci ha introdotto la Pasqua di Cristo. In essa bisogna scorgere e seguire la volontà di Dio, che ci conduce alla pienezza della vita. D’altro lato, è necessario lasciare spazio allo Spirito che trasforma l’esistenza del credente in un canto di lode e ringraziamento a Dio. Il discorso si fa ora ancor più concreto e si delinea una specie di tavola dei doveri della vita familiare (vedi anche Colossesi 3,18-4,1). Si devono, però, notare due differenze rispetto ai paralleli del mondo giudaico e greco-romano: si sottolinea la reciprocità dei doveri degli sposi, nonostante il contesto maschilista in cui l’apostolo viveva (che pure lascia qualche traccia); inoltre, Gesù Cristo diventa il riferimento fondamentale su cui vivere l’esperienza d’amore, essendo egli la fonte della carità.
È per questo che la considerazione sui doveri dei mariti verso le mogli si trasforma in una catechesi sul rapporto tra Cristo e la Chiesa, sua sposa, purificata attraverso il lavacro battesimale. Il matrimonio diventa, perciò, simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa, il “grande mistero”, come lo chiama Paolo, cioè il mirabile disegno salvifico di Dio. L’uso dell’immagine nuziale per rappresentare la relazione tra Dio e Israele era già stato praticato dall’Antico Testamento (vedi, ad esempio, Osea 1-3). Ora il matrimonio cristiano ­ illustrato sulla base di Genesi 2,24 ­ diventa segno della nuova alleanza ed è in questa luce che il passo è stato letto come la base della visione sacramentale dell’unione matrimoniale cristiana.

ALTRE ESORTAZIONI E SALUTO
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Dal rapporto tra i coniugi la “tavola” dei doveri familiari delineata dall’apostolo passa a quello tra i figli e i genitori, con un rimando esplicito al comandamento, presente nel Decalogo (Esodo 20,12), di onorare il padre e la madre. Tuttavia anche in questo caso si esalta la reciprocità: i genitori devono educare i loro figli senza esasperarli. Si riserva poi spazio al settore delle relazioni tra schiavi e padroni. È un’esortazione che risente del contesto storico in cui vive la Chiesa delle origini. Ma c’è una sottolineatura nuova e significativa. Da un lato, lo schiavo deve compiere il suo lavoro con onestà, consapevole che ogni azione del cristiano ha un valore agli occhi di Dio. Dall’altro lato, i padroni devono comportarsi senza violenze o minacce, perché c’è sopra di loro un Signore di tutti che non guarda allo stato sociale o di privilegio, ma giudica ognuno con giustizia.
Conclusa la “tavola” degli impegni del cristiano nella famiglia e nella società, la lettera si avvia alla fine con un’ampia esortazione ad affrontare con decisione la lotta spirituale contro il male, che insidia la vita del credente. Paolo fa esplicito riferimento al diavolo e alle forze oscure che dominano la storia. Egli le denomina secondo il linguaggio apocalittico come principati, potenze, dominatori del mondo tenebroso in cui siamo immersi, e spiriti del male che, invece, trascendono il nostro orizzonte terreno. Si ricorre, così, alla simbologia marziale dell’armatura da indossare. Anche Dio nell’Antico Testamento era raffigurato come un guerriero che si schierava, con il suo re-Messia, a difesa del bene e dei giusti contro l’assalto del male (Isaia 11,4-5; 59,16-18; Sapienza 5,17-23).
Le armi del cristiano sono la verità come cintura, la giustizia come corazza, le calzature per annunziare il vangelo, la fede come scudo, la salvezza come elmo, lo Spirito e la parola di Dio come spada (vedi anche 1Tessalonicesi 5,8). La lotta spirituale dev’essere sostenuta dalla preghiera allo Spirito Santo, perché sia vicino a tutti coloro che annunziano il vangelo. Paolo si colloca tra costoro ed è presentato dalla lettera «ambasciatore in catene» del messaggio di Gesù: anche se non si è certi su questa carcerazione (quella romana o un’antecedente prigionia, forse efesina), è sulla base di questa nota che si colloca lo scritto agli Efesini tra le cosiddette “lettere dalla cattività” (o prigionia).
La lettera è chiusa da un intenso saluto. Al suo interno c’è una particolare esaltazione dell’amore «incorruttibile» che deve unire il cristiano al suo Signore. Prima, però, si fa riferimento a un collaboratore dell’apostolo di nome Tichico, inviato come delegato di Paolo. Egli espleterà la stessa missione anche nei confronti dei cristiani di Colosse (Colossesi 4,7): era, perciò, un rappresentante dell’apostolo nell’area dell’Asia Minore o almeno in alcuni ambiti di essa, nei quali egli comunicava ufficialmente notizie e messaggi paolini.

Paolo
Apostolo di Gesù Cristo e delle Genti, ieri e oggi
Quando appare sul quadrante della nostra storia, Saulo, o con il nome latino Paolo, ha circa 30 anni.
Cartina geograficaA mezzogiorno. Sulla via che va da Gerusalemme in Giudea a Damasco in Siria (240 km circa). Giovane dottore in Legge, zelante difensore delle tradizioni dei padri nella fede, su quella via di Damasco insegue successo e gloria.
Si, quel giorno sognato e atteso doveva segnare sull’agenda personale una specie di solenne collaudo del suo primo nome, Sha-ù-l o Saulos (At 7,58). Nome semitico che significa ‘invocato con preghiere, desiderato ‘ e che lo faceva sentire importante nella storia del suo popolo: Sha-ù-l era il nome del primo grande re d’Israele!
« Io sono un giudeo, nato a Tarso, in Cilicia, educato nella città di Gerusalemme, istruito ai piedi di Gamaliele nelle rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo per Dio… »(Atti degli Apostoli, capitolo 22).
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, quando ero nel Giudaismo: come perseguitavo la Chiesa di Dio, accanito com’ero nel difendere le tradizioni dei padri… Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò a sé con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo, perché io lo annunziassi ai pagani, io subito andai in Arabía… poi tornai a Damasco… Dopo tre anni salii a Gerusalemme a consultare Cefa… Personalmente ero sconosciuto alle chiese della Giudea che sono in Cristo: avevano solo sentito dire: « colui che un tempo ci perseguitava adesso annuncia quella fede che allora cercava di distruggere », e glorificavano Dio a causa mia. (lettera ai cristiani della Galazia, capitolo 1,13-24)Paolo prigioniero per Cristo, dipinto di Rembrant
Messo a ko sul ring della via di Damasco da Gesù di Nazaret, Colui che egli considerava il suo più grande rivale, tutta l’esistenza di Saulo si qualifica ormai in prima e dopo Damasco. E per amore di Gesù ‘il mio Signore’ diventa volontariamente il più piccolo colui che, per amore di se stesso, mirava con tutto l’essere a diventare il più grande
A me, il più piccolo di tutti (= paulissimus!) è stata concessa questa grazia: di annunziare a tutte le genti la straordinaria ricchezza che è Cristo Gesù. (Lettera ai cristiani di Efeso 3,8; vedi Lettera ai cristiani di Filippi 3).

conoscenza umana. la sua grazia sia su tutti coloro che lo cercano con amore.

OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1978/documents/hf_p-vi_hom_19780629.html

XV ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DEL PAPA

OMELIA DI PAOLO VI SOLENNITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO – GIOVEDÌ, 29 GIUGNO 1978

Venerati Fratelli e Figli carissimi,

Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo xv anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto.

Pietro e Paolo: «le grandi e giuste colonne» (S. CLEMENTE ROMANI, I, 5, 2) della Chiesa romana e della Chiesa universale! I testi della Liturgia della parola, or ora ascoltati, ce li presentano sotto un aspetto che suscita in noi profonda impressione : ecco Pietro, che rinnova nei secoli la grande confessione di Cesarea di Filippo; ecco Paolo, che dalla cattività romana lascia a Timoteo il testamento più alto della sua missione. Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth. 16, 16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tim. 4, 7).

I. TUTELA DELLA FEDE

Il nostro ufficio è quello stesso di Pietro, al quale Cristo ha affidato il mandato di confermare i fratelli (Cfr. Luc. 22, 32): è l’ufficio di servire la verità della fede, e questa verità offrire a quanti la cercano, secondo una stupenda espressione di San Pier Crisologo: «Beatus Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem» (S. PETRI CEIRYSOLOGI Ep. ad Etrtichen, inter Ep. S. Leonis Magni XXV, 2: PL 54, 743-744). Infatti la fede è «più preziosa dell’oro» (1 Tim. 6, 13), dice San Pietro; non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà («per ignem probatur» -1 Petr. 1, 7 ). Della fede gli Apostoli sono stati predicatori anche nella persecuzione, sigillando la loro testimonianza con la morte, a imitazione del loro Maestro e Signore che, secondo la bella formula di San Paolo «testimonium reddidit sub Pontio Pilato bonam confessionem» (Ibid.). Ora, la fede non è il risultato dell’umana speculazione (Cfr. 2 Petr. 1, 16), ma il «deposito» ricevuto dagli Apostoli, i quali lo hanno accolto da Cristo che essi hanno «visto, contemplato e ascoltato» (1 Io. 1, l-3). Questa è la fede della Chiesa, la fede apostolica. L’insegnamento ricevuto da Cristo si mantiene intatto nella Chiesa per la presenza in essa dello Spirito Santo e per la speciale missione affidata a Pietro, per il quale Cristo ha pregato : «Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua» (Luc. 22, 32) e al Collegio degli Apostoli in comunione con lui: «qui vos audit me audit» (Ibid. 10, 16). La funzione di Pietro si perpetua nei suoi successori, tanto che i Vescovi del Concilio di Calcedonia poterono dire dopo aver ascoltato la lettera loro mandata da Papa Leone: «Pietro ha parlato per bocca di Leone» (Cfr. H. GRISAR, Roma alla fine del tempo antico, I, 359). E il nucleo di questa fede è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, confessato così da Pietro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi» (Matth. 16, 16).

Ecco, Fratelli e Figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero» (A. MANZONI). Ci sia consentito ricordare, a conferma di questa convinzione, e a conforto del nostro spirito che continuamente si prepara all’incontro col giusto Giudice (2 Tim. 4, 8), alcuni documenti salienti del pontificato, che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina: tra le encicliche e le esortazioni pontificie, la «Ecclesiam Suam» (9 augusti 1964: AAS 56 (1964) 609.659), che, all’alba del pontificato, tracciava le linee di azione della Chiesa in se stessa e nel suo dialogo col mondo dei fratelli cristiani separati, dei non-cristiani, dei non-credenti; la «Mysterium Fidei» sulla dottrina eucaristica (3 septembris 1965: AAS 57 (1965) 753.774); la «Sacerdotalis Caelibatus» (24 iunii 1967: AAS 59 (1967) 657.697) sul dono totale di sé che distingue il carisma e l’ufficio presbiterale; la «Evangelica Testificatio» (29 iunii 1971: AAS 63 (1971) 497-526) sulla testimonianza che oggi la vita religiosa, in perfetta sequela di Cristo, è chiamata a dare davanti al mondo; la «Paterna cum Benevolentia» (8 decembris 1974: AAS 67 (1975) 5-23), alla vigilia dell’Anno Santo, sulla riconciliazione all’interno della Chiesa; la «Gaudente in Domino» (9 maii 1975: AAS 67 (1975) 289-322) sulla ricchezza zampillante e trasformatrice della gioia cristiana; e, infine la «Evangelii Nuntiandi» (8 decembris 1975: AAS 68 (1976) 5-76), che ha voluto tracciare il panorama esaltante e molteplice dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, oggi.

Ma soprattutto non vogliamo dimenticare quella nostra «Professione di fede» che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come «Credo del Popolo di Dio» (PAOLO PP. VI, Credo del Popolo di Dio: AAS 60 (1968) 436-445), per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti. Grazie al Signore, molti pericoli si sono attenuati; ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza di conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene dal possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi e trascinano gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonia nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonia nell’unico Pane e nell’unico Calice. Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura (S. BONAVENTURAE Quaest. disp. de per/. evang., q. 4, a. 3; ed. Quaracchi, V, 1891, p. 195).

II. DIFESA DELLA VITA UMANA

In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. Il Concilio Vaticano secondo ha ricordato con parole gravissime che «Dio padrone della Vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita»! (Gaudium et Spes, 51) E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa.

Rammentiamo anche qui i punti più significativi che attestano questo nostro intento.

a) Abbiamo anzitutto sottolineato il dovere di favorire la promozione tecnico-materiale dei popoli in via di sviluppo, con la enciclica «Populorum Progressio» (26 martii 1967: AAS 59 (1967) 257-299)

b) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale «Gaudium et Spes», ammoniva che «la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti» (Gaudium et Spes, 51). Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica «Humanae Vitae» (25 iulii 1968: AAS 60 (1968) 481-503): ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno.

c) Di qui le ripetute affermazioni della dottrina della Chiesa cattolica sulla dolorosa realtà e sui penosissimi effetti del divorzio e dell’aborto, contenute nel nostro magistero ordinario come in particolari atti della competente Congregazione. Noi le abbiamo espresse, mossi unicamente dalla suprema responsabilità di maestro e di pastore universale, e per il bene del genere umano!

d) Ma siamo stati indotti altresì dall’amore alla gioventù che sale, fidente in un più sereno avvenire, gioiosamente protesa verso la propria auto-realizzazione, ma non di rado delusa e scoraggiata dalla mancanza di un’adeguata risposta da parte della società degli adulti. La gioventù è la prima a soffrire degli sconvolgimenti della famiglia e della vita morale. Essa è il patrimonio più ricco da difendere e avvalorare. Perciò noi guardiamo ai giovani: sono essi il domani della comunità civile, il domani della Chiesa.

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Vi abbiamo aperto il nostro cuore, in un panorama sia pur rapido dei punti salienti del nostro Magistero pontificale in ordine alla vita umana, perché un grido profondo salga dai nostri cuori verso il Redentore; davanti ai pericoli che abbiamo delineato, come di fronte a dolorose defezioni di carattere ecclesiale o sociale, noi, come Pietro, ci sentiamo spinti ad andare a Lui, come a unica salvezza, e a gridargli: «Domine, ad quem ibimus? verba vitae aeternae habes» (Io. 6, 68). Solo Lui è la verità, solo Lui è la nostra forza, solo Lui la nostra salvezza. Da lui confortati, proseguiremo insieme il nostro cammino. Ma oggi, in questo anniversario, noi vi chiediamo anche di ringraziarlo con noi, per l’aiuto onnipotente con cui ci ha finora fortificati, sicché possiamo dire, come Pietro, «nunc scio vere quia misit Deus angelum suum»( Act. 12, 11) Sì, il Signore ci ha assistiti: noi lo ringraziamo e lodiamo; e chiediamo a voi di lodarlo con noi e per noi, per l’intercessione dei Patroni di questa «Roma nobilis» e di tutta la Chiesa, su di essi fondata. O Santi Pietro e Paolo, che avete portato nel mondo il nome di Cristo, e a Lui avete dato l’estrema testimonianza dell’amore e del sangue, proteggete ancora e sempre questa Chiesa, per la quale avete vissuto e sofferto; conservatela nella verità e nella pace; accrescete in tutti i suoi figli la fedeltà inconcussa alla Parola di Dio, la santità della vita eucaristica e sacramentale, l’unità serena nella fede, la concordia nella carità vicendevole, la costruttiva obbedienza ai Pastori; che essa, la santa Chiesa, continui a essere nel mondo il segno vivo, gioioso e operante del disegno redentivo di Dio e della sua alleanza con gli uomini. Così essa vi prega con la trepida voce dell’umile attuale Vicario di Cristo, che a voi, o Santi Pietro e Paolo, ha guardato come a modelli e ispiratori; e così custoditela, questa Chiesa benedetta, con la vostra intercessione, ora e sempre, fino all’incontro definitivo e beatificante col Signore che viene.

Amen, amen.

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=121:lettera-di-san-paolo-ai-presbiteri&catid=45:spiritualita&Itemid=81

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

I RE MAGI E LA STELLA DI BETLEMME

http://www.tuttolevangelo.com/studi/i_re_magi.pdf

I RE MAGI E LA STELLA DI BETLEMME

(è un PDF, ho trovato difficoltà a « districarlo », scusate e c’è qualche errore)

Vedremo in questo studio di spiegare come e quando si creò (o inventò) la leggenda dei “Re Magi”. Dopo tratteremo il tema della “Stella di Betlemme”, che li guidò al luogo dove stava Gesù. La leggenda dei Re Magi ÓL’evangelo di Matteo non dice che erano re, ne che fossero tre, ne come si chiamavano, né di che razza erano, né da quale paese venivano; solo afferma che erano “dei magi”, venuti dall’Oriente (Matteo 2:1-12), dove, con il nome di “mago”, si inglobava a uomini importanti che svolgevano diverse attività. Presso il popolo dei Medi, i « Magoi », erano una delle sei tribù ed appartenevano alla classe sacerdotale. In effetti, la parola impiegata da Matteo, in questo testo, é “magoi”, questa parola, in singolare é “mago”, e significa: “(…) mago, sacerdote, astrologo, saggio, interprete di sogni, ecc. , della Media, Persia, Caldea, ecc. // 2 incantatore”. (Dizionario Greco-Spagnolo di Miguel Balagué) Ö Vediamo che, nella Media, Persia e Caldea (Babilonia), la denominazione di “mago” si riferiva a certi uomini che svolgevano diverse funzioni; tra queste, quella del “saggio (o sapiente o dotto)”. A proposito di quello che succedeva tra i persiani, sopra questo tema, leggiamo: “I magi si dividevano in varie classi, ognuna delle quali aveva i suoi privilegi e i suoi doveri diversi. C’erano interpreti di sogni, incantatori propriamente detti, occupando questi savi gli incarichi principali” (Enciclopedia universale illustrata Europea Americana). ÖPrecisamente, quando i giudei stettero in cattività in Babilonia settanta anni nel VI° secolo a.C., il profeta Daniele e tre compagni suoi lavoravano nell’Amministrazione del regno di Babilonia, e li si considerava tra i “saggi” (Dan. 1:18-19; 2:12-16, 48-49). Daniele continuò nel suo posto fino a quando Babilonia fu conquistata dall’esercito del persiano Ciro nell’anno 539 a.C.; allora governò in Babilonia “Dario il Medo” (Dan. 5:30). Daniele tuttavia continuò nel suo incarico (Dan. 9:1-2). Dopo di questo Dario, governò in Babilonia “Ciro il Persiano”, e Daniele ancora stava lì (Dan. 6:29). ÖAl compimento dei settanta anni di cattività in Babilonia, il re Ciro dette libertà ai giudei, per ritornare alla loro terra (Esdra 1:11; 2:1-70; Geremia 25:11; 29:10). Ora, tutti i giudei residenti in Babilonia non ritornarono in questa occasione alla loro terra, dopo, in altre occasioni, ritornarono altri (Esdra 7:11-28; 8:1-36; Nemia 7:6-7”; ecc.). Anche in queste occasioni, non tutti i giudei ritornarono in Giuda e risiedettero ancora nella terra di Babilonia; dunque, sempre restò una numerosa colonia di giudei in Babilonia, dove composero “il Talmud di Babilonia” dopo dell’epoca di Cristo. Questi giudei di babilonia continuavano dando grandi quantità di offerte per il Tempio di Gerusalemme nell’epoca di Cristo. “(…). ‘ Quelli della dispersione’ consideravano il Tempio come il vincolo della loro vita nazionale e religiosa. Il patriottismo e la religione facevano aumentare i loro doni, che oltrepassavano di molto quello che era legalmente stabilito. Gradualmente giunsero a considerare il tributo del Tempio, letteralmente, come “riscatto delle loro anime” (Esodo 30:12). Tanto erano i donatori e tanto grandi i loro doni che sempre erano portati prima a certi punti centrali, da dove i più onorevoli tra loro li portavano come “ambasciatori” a Gerusalemme. Le contribuzioni più ricche venivano dai numerosi stabilimenti giudei in Mesopotamia e Babilonia, dove originalmente erano stati deportati “quelli della dispersione”. Qui si erano edificati tesori speciali per la loro ricezione nelle città di Nisibis e Nehardea, da dove un grande esercito accompagnava annualmente agli “ambasciatori” in Palestina (Il Tempio, il suo ministerio e servizi nei tempi di Cristo di Alfred Edersheim). Ö Abbiamo visto che ci furono giudei considerati “saggi” dai babilonesi, e che fino all’epoca di Cristo continuavano a rimanere in Babilonia, giudei importanti, che composero un Talmud. Pertanto, nel venire i “magi” dall’Oriente di Gerusalemme, é più probabile che si trattava di alcuni giudei “saggi” della colonia giudea di Babilonia, da dove portavano le offerte per il Tempio di Gerusalemme tutti gli anni, anche nell’epoca di Cristo. ÓNon solo i Babilonesi, i Medi e persiani, con il nome di “mago” designavano a certi uomini importanti, che consideravano “saggi”, tra i quali c’erano giudei come lo abbiamo già menzionato, ma gli stessi giudei chiamavano e continuano a chiamare ancora “saggi” ai loro antenati illustri. Così lo vediamo nella Misnà, dove, dopo aver presentato l’opinione di qualche rabbino, si apostrofa con la frase: “Però i saggi dicono…”, che si ripete incessantemente. (La Misnà) Ö Nel Medio Evo, i giudei anche consideravano “saggi” ai loro antenati che avevano redatto la Misnà e il Talmud; il giudeo Abraham ibn Daud (1110-1180) così dice: “Scriviamo questo trattato della tradizione per far conoscere ai discepoli che tutte le parole dei nostri maestri, di benedetta memoria, i saggi della Misnah e del Talmud, furono trasmesse a un saggio grande e giusto per altri, a un presidente dell’Accademia e il suo gruppo per altri, così anche i membri della Grande Assemblea che la ricevettero dai profeti, benedetta sia la memoria di tutti loro!” (libro della Tradizione). Nella nostra epoca, i giudei continuano a chiamarli “saggi” ai loro antenati illustri, come lo si può comprovare stando nelle loro riunioni nella sinagoga, e parlando con loro sopra questo tema. ÓPertanto, non é nulla di strano che, nel venire questi “saggi” giudei da un luogo dove sono chiamati “magi”, l’evangelista li chiamasse così, perché anche lui era giudeo e scriveva per i giudei, e tutti loro conoscevano bene tutti i dettagli di queste cose. ÓDi conseguenza, essendo questi “magi”, “saggi” giudei, speravano la venuta del Messia promesso nell’Antico Testamento (Isaia 7:14; 9:6 ecc.; Matteo 1:22-23), e Dio gli indicò che questa venuta si era prodotta, allo stesso modo come avvisò ai pastori che stavano nei pressi di Betlemme (Luca 2:8-12). Questo é il più verosimile che si può dedurre sopra il luogo d’origine e la razza di quei “magi”, secondo la storia dei giudei residenti in Babilonia dopo il secolo VI a.C.; però il loro numero, i loro nomi, e il loro carattere di re non ha alcuna base storica. D’altra parte, se consideriamo che detti “magi” erano giudei, osserviamo che Dio dette avviso della nascita del Messia, per mezzo di loro, ai giudei della Diaspora e ai dirigenti giudei di Gerusalemme, e, per mezzo dei pastori, al popolo intero; così, tutti i giudei furono avvisati; Per questo, l’evangelista Giovanni poté dire quello che leggiamo in Giov. 1:11-12. Ora, con questo semplice episodio dei magi, si é fatto un grande montaggio col passare dei secoli, che, come una palla di neve, sempre é andata aumentando fino a giungere a quello che é oggi; però vediamo come tutto si originò dopo l’epoca degli apostoli: Il numero dei Magi In antiche pitture nelle catacombe romane i Magi sono ora due, ora quattro ed anche sei mentre, in tradizioni Siriane ed Armene si giunge fino a dodici (ma lo Stewart cita un antico scritto che parlerebbe di 14 Magi!). Ó Per vari secoli, il numero dei re magi oscillò tra i 2 e 15, finché, alla fine, un Papa affermò che erano tre: “Il numero non viene constatato certamente, le tradizioni e monumenti antichi contano 2, 3, 4, 6, 8, 12, e fino a 15. Il numero tra tutti, il più costante e il più probabile e il numero 3 che ha prevalso. La prima testimonianza formale e quella di san Leone, papa, del V° secolo; (…) ». (Enciclopedia Universale illustrata Europeo Americana). È appunto in un altra « cronaca ancora più fantasiosa e sincretista che si parla di dodici Magi provenienti della terra di Syr (secondo lo studioso Monneret de Villard: l’odierno Iran) che apprendono dal « Libro dei misteri occulti », passato da Seth (il figlio di Adamo) ai suoi figli e conservato nella « Caverna dei tesori », della nascita del grande Re Messia e degli eventi che l’avrebbero annunciata. Anche costoro, guidati dalla stella, arrivano fino a Betleemme e adorano il bambino Gesù, che gli chiarisce il mistero della Sua crocifissione, dela Sua morte e risurrezione, affidando loro il compito di portare la Parola evangelica in Oriente. “Sopra il loro numero nulla ci dice l’Evangelo. La tradizione popolare, che appare già in Origene (m 253) e altri Padri e in alcuni monumenti antichi, suppongono che erano tre, e questo sembrano indicare i tre doni che offrirono al bambino”. (Professori della Compagnia se Gesù). Effettivamente, l’Evangelo di Matteo dice che i magi offrirono al bambino, oro, incenso e mirra (Mat. 2:11); però non dice che ogni mago offrisse un dono; di conseguenza, come é evidente, l’affermare che i magi erano tre appartiene alla tradizione, che per vari secoli oscillò tra i 2 e 15, finché, alla fine, il papa Leone (440-461) fissò il numero di tre. L’origine dei nomi Sopra l’origine di questi nomi si afferma: “Ancor meno risultano i nomi dei Magi. I nome volgari di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre, ne sono i primi, ne gli unici che si applicano. Questi nomi si trovano, per la prima volta in un codice della Biblioteca Nazionale di Parigi, del secolo VII. Il venerabile Beda (672-735) descrive così ai tre magi: Melchiorre era un anziano, di barba lunga e folta; Gaspare, giovane sbarbato e biondo; Baldassarre, negro e barba spessa. Nonostante, Vigouroux fa notare che questa differenza di razze non concorda con le rappresentazioni archeologiche della scultura, numismatica e pittura dei primi secoli del cristianesimo, dove si rappresenta i magi come di una stessa razza, non apparendo le diversità fino a molti secoli prima. I tre nomi sono distinti in diverse lingue, e così: nella lingua siriaca, li si chiama: Kagpha, Badadilma e Badadakharida; nella greca: Appellicon, Amerin e Damascòn; nell’ebrea: Magalath, Galgalath e Serakin; nell’etiopica: Ator, Sater e Paratoras. Siccome gli armeni suppongono che furono 12 i magi, anche gli assegnano 12 nomi differenti ». Il titolo di re applicato ai Magi Si legge in un’altra opera del V° secolo che i Magi erano tre e erano « re figli di re » i cui nomi sarebbero stati: Hormidz di Makhodzi re di Persia, Jazdegerd re di Saba, e Peroz re di Seba. La leggenda continua dicendo che questi, oltre ad essere re erano anche sapienti i quali, attraverso la lettura dei testi sacri e l’interpretazione degli oracoli, da tempo aspettavano la nascita di un Messia. Nel cielo di Persia, due anni prima della nascita di Gesù, una stella era apparsa ed aveva, nel mezzo, l’immagine di una donna con in grembo un bambino. Così, continua la tradizione, i tre re lasciarono la loro reggia ed arrivarono alla Caverna dei tesori, sul monte Nud, dove Adamo ed Eva cacciati dall’Eden avevano riposto dei doni avuti da Dio. Fra questi doni i Magi avrebbero scelto quelli più adatti al nascituro: oro, incenso e mirra. Anche qui passò molto tempo finché qualcuno si rese conto che quei magi erano stati re, (dispiace) che i loro contemporanei non lo sapessero nemmeno! “Prima del VI° secolo, nessun autore afferma espressamente che fossero re. (…) Il primo che lo afferma é San Cesareo di Arlés (C. 470-543), in un sermone falsamente attribuito a San Agostino. L’arte li rappresenta come re dal secolo VIII°” Professori di Salamanca). Come si nota; tutto é una leggenda inventata dalla tradizione, che trasmette tutto: quello che era certo e quello che sono leggende; detto questo bisogna guardarla con uno spirito molto critico. La fine della leggenda dei Magi La Tradizione sa tutto (o quasi tutto) e lo spiega; per questo, il “manoscritto 2.037 della Biblioteca dell’Università di Salamanca che contiene una ‘storia dei re Magi’ di origine medievale”, dice quello che avvenne ai magi dopo aver adorato a Gesù in Betlemme: “Melchiorre continuò il suo compito come Re di Nubia e Arabia; Baldassarre regnò in Godolia e Saba, e Gaspare in Tarsis, Ynsula e Grisula (…)”. (La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina) “La tradizione pietistica aggiunge che i Magi che adorarono a Gesù, più tardi furono istruiti nella fede dall’apostolo san Tommaso. C’é chi suppone che furono consacrati vescovi e che morirono martiri nel I° secolo dell’era cristiana. Nel tempo di Costantino il Grande, si traslarono i loro resti, dalla Palestina a Costantinopoli, prima, e da qui a Milano, fino a quando l’Imperatore Federico Barbarossa li regalò nel 1164 al vescovo di Colonia, che edificò in onore degli stessi un tempio semplice, che si convertì più tardi (1248) nella preziosa cattedrale che é il monumento più apprezzato dell’architettura ogivale. Lucio Dexter, nella sua Chronica, suppone che il martirio dei Magi avvenne nell’anno 70 d.C.” (Enciclopedia Universale illustrata Europeo Americana). Insieme al testo della penultima citazione, c’é una foto a colori con questa leggenda: “Alla destra, reliquie della cattedrale di Colonia con i supposti resti dei Re Magi (…)”.(La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina). È evidente che la tradizione non ha limiti nell’inventare leggende; pertanto, possiamo solo appoggiarci su di essa quando le sue affermazioni si possono comprovare con i dati della Bibbia, la storia, l’archeologia, ecc.; perché la Tradizione lo stesso trasmette dottrine e fatti veri, come dottrine e fatti falsi, leggende e racconti. Nella Tradizione c’é un grande arsenale di fatti inesistenti e di dottrine religiose false, e, con frequenza, molte persone prendono questi fatti per certi, e credono che queste false dottrine come se fossero vere. Tutto sommato, però, tali tradizioni possono essere di qualche giovamento, poiché non esiste leggenda senza alcun fondo di verità, e se tanti Paesi e culture ricordano i Magi, significa che essi debbono avere radici storiche precise anche se il tempo, disgraziatamente, le ha cancellate. La stella che guidò ai magi ÓIl racconto sopra questa “stella” si trova nel Vangelo di Matteo 2:2- 10. Secondo questa narrazione, i “magi” videro la “stella” in Oriente; dopo si misero in cammino e giunsero a Gerusalemme; lì, Erode gli spiegò che dovevano andare in Betlemme; allora ritornarono a vedere la stella, perché non l’avevano vista durante tutto il cammino fino a quando giunsero a Gerusalemme; da qui, questa li guidò fino al luogo dove stava il bambino di Betlemme. ÓGià dai primi secoli della storia della chiesa, si é cercato di identificare questa stella con qualche cometa, congiunzione di pianeti, ecc.: Sopra la stella che videro i magi si sono lanciate molte ipotesi. Origene, a cui seguono alcuni moderni, crede che si tratti di una cometa. Celebre é l’ipotesi che si attribuisce a Keppler: si tratterà della congiunzione dei pianeti Saturno, Giove e Marte, che ebbe luogo nel 747 dalla fondazione di Roma”. (Professori della Compagnia se Gesù). Secondo questo parere, Kepler lanciò questa ipotesi nel 1603, e detta congiunzione ebbe luogo nel giorno 21 maggio dell’anno indicato, 747 di Roma, che é l’anno 7 a.C. (Bibbia commentata in sette libri – Professori di Salamanca). Di quanto abbiamo citato sopra “la vera storia dei re magi”, l’astronomo M.K., membro dell’istituto di Astrofisica delle Canarie”, dice: “iniziai ad interessarmi della stella di Betlemme verso i dodici anni (…) ” .(La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina). È possibile che esistano poche persone che abbiano studiato “la stella di Betlemme” per tanto tempo e con tanta conoscenza sopra le stelle, pianeti e comete, come lo ha fatto questo astronomo; il quale, oltre a disdire tutte le ipotesi sopra congiunzioni e comete, afferma: « La stella di Betlemme realmente fu la nova di marzo dell’anno 5 a.C. re magi di Lopez Schlichting, Cristina). Ora, con questa affermazione si identifica solo la “stella di Betlemme” con questa “nova”; però, realizzò detta “nova” tutti i fatti che l’evangelo attribuisce alla stella di Betlemme? Questo é quello che non spiega questo astronomo. “Il testo dell’Evangelo di Matteo 2:9 dice: “(…), e la stella, che avevano visto in oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino”. Qui, il testo indica che la stella andava davanti ai magi da Gerusalemme fino a Betlemme, alla distanza di un tragitto di circa 8 Km in direzione Nord-Sud. Come possiamo spiegare che detta nova realizzerà questo spostamento? Il testo continua così: “(…) e (la stella) giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra”. Come possiamo spiegare che la nova sapesse in quale luogo stava il bambino, per fermarsi sopra? Apparentemente, la nova, dalla sua distanza, stava allo stesso tempo sopra tutte le case di giuda. Come, dunque, poté fermarsi sopra il luogo dove c’era il bambino? Possiamo affermare con certezza che né detta « nova », né qualsiasi congiunzione di pianeti, né alcuna cometa poté realizzare tutti i fatti effettuati dalla “stella” in questione, che sono raccontate nell’evangelo di Matteo. ÓPerché, allora, si identifica a detta “stella” con congiunzioni di pianeti, comete, stelle nove, ecc.? la risposta é molta semplice: perché prendono dall’Evangelo solo due dati: che apparve una stella ai magi quando nacque Gesù, che Erode mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme, che avevano un’età tra zero e i due anni (Matteo 2:1-16). A partire da questi due dati dell’Evangelo (siccome anche per mezzo della storia si sa che Erode morì nell’anno 4 a.C.), si cerca e ricerca, in tutti i registri astronomici antichi, qualsiasi fenomeno astronomico accaduto in un tempo anteriore alla morte di Erode, e uno trova che ebbe luogo, in tale data, l’apparizione di una cometa; un’altro, una congiunzione di pianeti in un’altra data, un’altro trova che nacque una nova in una data che gli sembra che quadra meglio con questi dati, ecc.; e tutti esclamano: eureka! dal greco “ho trovato”. E, come si tratta di deduzioni “scientifiche”, tutti affermano che hanno ragione; però tutti danno date diverse; perché abbiamo già visto che la congiunzione dei tre pianeti che disse Keppler, ebbe luogo il 21 maggio dell’anno 7 a.C.; l’astronomo M.K. (come abbiamo visto), con la “sua nova”, colloca la data in marzo dell’anno 5 a.C., ecc., e disdetta tutti gli altri fenomeni astronomici addotti da altri astronomi; questo per dire che, “la stella di Betlemme” non serve, in nessun modo, a fissare la data storica della nascita di Gesù. ÓDi conseguenza, se si accetta che la stella guidò ai magi a Betlemme, perché così dice l’Evangelo, anche bisognerà accettare e tener conto del modo in cui dice l’Evangelo di come li guidò.. Una delle due: o si accetta il racconto intero sopra la “stella” o non si accetta nulla di detto racconto; e, allora (se non si accetta nulla), niente si può (ne si deve) dire sopra questa stella, la stella non esistette. Allora, rivolgiamoci al racconto evangelico sopra la “stella di Betlemme”, per tener conto di tutti i dati sopra di essa. In primo luogo, già abbiamo visto che tutti i fatti che realizza la stella in questione, non li può realizzare nessuna stella. Pertanto, esaminiamo il testo greco dell’Evangelo di Matteo, per vedere cosa dicono esattamente i magi in Matteo 2:2: Qui troviamo il sostantivo “astéra” in accusativo; in nominativo, é “astér”, e significa: “stella, astro, luce, fiamma, meteora, ecc.” (Dizionario Greco-Spagnolo di Miguel Balagué) Perché, allora tanto impegno nel tradurre con la parola “stella”? Se, nel tradurre, scegliamo l’accezione “stella”, e risulta che una stella non può realizzare i fatti che il testo attribuisce ad “astér” che abbiamo tradotto, sarà evidente che stiamo traducendo erroneamente, é così, perché il contesto, sia prossimo come remoto, che avvolge ad “astér”, non é un contesto astronomico-scientifico, ma un contesto religioso soprannaturale. ÓIn effetti, si tratta di un testo dove si parla dell’annuncio della nascita del “re dei Giudei” (Matteo 2:1-2), che era Gesù, il Messia (Giov. 1:40-49). Nei momenti importanti della vita di Gesù il Messia (Gesù il Cristo = Gesù Cristo), sempre avviene un fatto soprannaturale, o appare un essere soprannaturale; vediamo questo in modo cronologico: a)Profeticamente si annuncia la sua nascita da una vergine in Isaia 7:14; b)Un angelo (un messaggero celeste) annuncia la concezione soprannaturale di Giovanni Battista, affinché fosse il precursore del Messia (Luca 1:5-19); c)Un angelo (lo stesso) annuncia la concezione soprannaturale di Gesù (Luca 1:26-3); d)Un angelo, avvolto da una luce, annuncia la nascita di Gesù ai pastori di Betlemme (Luca 2:4-12); e)Un “astér” annuncia la stessa nascita ai magi (o gli fa comprendere che era nato questo stesso personaggio), (Matteo 2:1-2); f)In modo soprannaturale si annuncia a questi magi che non ritornino a parlare con il re Erode (Matteo 2:10-12); g)Un angelo annuncia, a Giuseppe, che se ne vada con la sua famiglia in Egitto (Matteo 2:13-14); h)Un angelo avvisa a Giuseppe, di ritornare dall’Egitto (Matteo 2:19-21: i)In modo soprannaturale, Giovanni il Battista é avvisato per dare inizio al suo ministerio (Luca 3:1-6); j)Anche in modo soprannaturale, Gesù fu riconosciuto come Figlio di Dio nel momento del suo battesimo, per iniziare il suo ministerio sei mesi dopo Giovanni il Battista, che era la differenza di tempo che c’era tra l’età di ambedue (Luca 1:36; 3:21- 23); k) Degli angeli vennero a servire Gesù, dopo essere stato tentato dal diavolo (Matteo 4:11); l) Un angelo fece la stessa cosa nel giardino del Getsemani prima di essere preso Gesù (Luca 22:43); m)Più angeli potevano venire in aiuto di Gesù (Mt. 26:53); n)Un angelo tolse la pietra del sepolcro quando Gesù risuscitò (Matteo 28:1-3); o)Due angeli, nel momento dell’ascensione, annunciarono che Gesù ritornerà un’altra volta (Atti 1:9-11); p)Gli angeli raccoglieranno allora i salvati (Matteo 13:36-43; 24:30-31). Dinanzi a questo contesto di angeli e fatti soprannaturali che si muovono intorno a Gesù, e che attuano in momenti puntuali della sua vita, vediamo che é necessario escludere la traduzione di “astér” per “stella” e ogni applicazione scientifico- astronomica, perché abbiamo visto che l’astronomia non può dare alcuna spiegazione sopra l’attività del “astér” che guidò ai magi a Betlemme. Ó Pertanto traduciamo “astér” per “luce” “(…) Poiché noi abbiamo visto la sua luce in oriente (…)”. (Mat. 2:2). ÓIn altre occasioni, anche apparve una “luce” soprannaturale per dare un avviso ai giudei. In effetti, lo storico giudeo, Giuseppe Flavio; dice che apparirono segni che annunciavano la distruzione di Gerusalemme, che ebbe luogo nell’anno 70; tra questi segni, ci fu una “luce” in forma di “spada ardente”, che stette sopra la città tutto l’anno, e che lui interpreta come che era una cometa; un’altra “luce” apparve attorno all’altare e al tempio: “(…) si mostrarono molti segni e prodigi, i quali apertamente dichiaravano la distruzione presente (…); (…) come una spada ardente sopra la città, e durò la cometa tutto lo spazio di un anno intero; anche quando prima della guerra e della ribellione, il giorno della Pasqua, unendosi il popolo, secondo il loro costume,a otto giorni del mese di Aprile, alla nove della notte, si mostrò tanta luce attorno all’altare e attorno al tempio, che sembrava certamente essere un giorno molto chiaro, e durò questo per oltre mezz’ora (…).(Guerre giudaiche di Giuseppe Flavio) Lo storico romano, Cornelio Tacito, anche si riferisce ai segni avvenuti in questa occasione, tra le quali menziona questa illuminazione soprannaturale del tempio di Gerusalemme: “(…) il tempio si illuminava da un fuoco improvvisamente sorto dalle nubi”. (Storie, di Cornelio Tacito). È evidente che, nel popolo d’Israele, in certe occasioni una “luce” soprannaturale annunciò certi avvenimenti. ÓOra, in Matteo 2:2, non solo si tratta di una “luce” soprannaturale, ma che inoltre é una “luce” che agisce come un essere intelligente, un essere personale: 1.Prima appare dove stanno i magi in Oriente e, in qualche modo , gli fa comprendere che é nato Gesù. 2.Dopo scompare questa luce, e non la vedono più i magi. 3.Allora, questi marciano a Gerusalemme; però durante questo viaggio di vari mesi non vedono più questa luce. E’ evidente che questo sta tutto diretto provvidenzialmente, affinché i magi potessero domandare, in Gerusalemme, dove stava “il re dei Giudei” che era nato”; così si dette in modo indiretto, l’avviso della nascita di Gesù al re Erode ed ai dirigenti religiosi dei Giudei (Matteo 2:1-8); Perché se la finalità di questa luce sarebbe stata solo di condurre ai magi in Betlemme, perché non li portò lì direttamente senza che i magi dovessero fare questa domanda in Gerusalemme? 4.Però, dopo aver fatto questa domanda, quando i magi non conoscono il cammino per andare in Betlemme, appare un’altra volta la “luce” e li guide per la via. 5.Neanche sanno i magi che in quella casa si trova il bambino; però questa “luce” glielo indica (Matteo 2:9-10). Vediamo che questa “luce” agisce come un essere personale, visto che fa movimenti intelligenti; per questo, o é una luce soprannaturale diretta da una volontà personale, o é un essere celeste che appare avvolto da questa luce, mantenendosi a distanza dai magi, in modo che davanti ai loro occhi sembra di essere un “astér” per la sua luminosità. ÓNella Bibbia, si segnalano in altre occasioni in cui un essere personale appariva come una “luce” o una “fiamma” (cosa che anche significa “astér”) per dare un messaggio o guidare a qualcuno. In effetti, vediamo alcuni esempi: ÒIn un’occasione, Mosè vide la luce che avvolgeva un pruno, e che a lui gli sembrava una “fiamma di fuoco”; però, quando si avvicinò a vedere cos’era questo fenomeno, trovò che lì c’era un essere personale che gli dette un messaggio (Esodo 3:1-10); ÒDopo, lo stesso essere personale lo guidò per il cammino verso agli israeliti; il giorno, andava avvolto da una” colonna di nube” e di notte, in una “colonna di fuoco” (Esodo 13:17-22); Di conseguenza, la “luce” apparsa ai magi in Oriente e che, dopo li guidò da Gerusalemme fino a Betlemme, dove “si fermò sopra al luogo dove stava il bambino”, invece di muoversi e agire come una luce soprannaturale, non poteva stare avvolto in essa un essere personale? Non poteva trattarsi di un angelo, che annunciò la nascita di Gesù ai magi? Per caso non fu un angelo che fece lo stesso annuncio ai pastori di Betlemme avvolgendosi in una luce? Nel caso dei magi, l’angelo si mantenne a distanza, in modo che i magi vedevano solo la luce che l’avvolgeva. I pastori giunsero prima perché stavano lì; per questo trovarono il bambino “nella mangiatoia” I magi tardarono di più nel giungere, perché stavano molto lontani; per questo, essi dissero “vedemmo la sua luce”, dando ad intendere con l’«aoristo» (indefinito), che era già da molto tempo che avevano ricevuto l’avviso per mezzo di quella luce; per questo, trovarono al bambino vivendo già in una casa (Matteo 2:11); già non stava nella mangiatoia. Si nota che era passato del tempo tra la nascita del bambino e la venuta dei magi, possiamo dedurre che affrontarono un lungo viaggio (tra uno e due anni al massimo). perché erano avvenuti altri fatti dalla nascita di Gesù, come, la sua circoncisione e la sua presentazione al Tempio (Luca 2:21-24). Erode,che si era informato “esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita (2:7), più tardi “vedutosi beffato…mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betleem e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (2:16). I doni: L’oro, il più nobile dei metalli, sinonimo di ricchezza e gloria ma anche di incorruttibilità, ci parla della Regalità e della Santità di Gesù Cristo; l’incenso, bruciato davanti agli dei in segno di adorazione, della Sua divinità e della Sua vita di preghiera; la mirra, usata per imbalsamare i cadaveri, delle Sue sofferenze e della Sua morte. I Magi, trovano un bambino in una umile casa, tanto diversa da quella di Erode, non si lasciarono influenzare dalle apparenze e « prostratisi l’adorarono » Certamente non sarebbero arrivati a tanto se a spingerli fin lì fosse stata mera curiosità, il desiderio di vedere qualcosa di straordinario. Se fosse stato così, molto probabilmente, delusi di non aver trovato alcun neonato in casa di Erode (il luogo più naturale dove cercare il principe) se ne sarebbero tornati al loro paese. I primi adoratori: In questo atto, i Magi divennero i primi adoratori del Signore Gesù Cristo e poi, “divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode , per altra via tornarono al loro paese” I Pastori di Betleem lo avevano visitato, onorato ed avevano divulgato quello che era stato detto loro dagli angeli; Simeone lo aveva riconosciuto come il Salvatore promesso, Anna se ne era rallegrata ed aveva “testimoniato” di Lui, ma, come in seguito avrebbero fatto molti altri, i Magi Lo adorarono e ciò li rende dei veri antesignani nell’Evangelo.

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