La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n. 2

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque (traduzione)

(quando ho finito tutta la traduzione, ricontrollo tutto) 

La Lettera agli Efesini presenta, anche essa, una lode ampia e molto personale alla fine di una lunga preghiera di domanda come cerniera della parte dottrinale e quella esortativa:

« 20. A colui che in tutto ha potere di fare

molto più di quanto possiamo domandare o pensare,

secondo la potenza che già opera in noi (questo non l’ha scritto)

21. a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù,

per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen » (Ef 3,20)

La più vibrante e la più adorante delle dossologie paoline è senza dubbio quella che si legge, in maniera inattesa, nel mezzo delle ultime raccomandazioni che da a Timoteo:

« 14. ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,

15. (manifestazione) che al tempo stabilito sarà a noi rivelata

dal beato ed unico sovrano

il re dei regnanti e signore dei signori,

16. il solo che possiede l’immortalità,

che abita una luce inaccessibile;

che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere.

A lui onore e potenza per sempre. Amen. »

È necessario, tuttavia, che torniamo un po’ indietro sulla preghiera che serve di prologo alla Lettera agli Efesini (1,3-4). Si tratta di una lunga benedizione al Dio benedicente, ripresa senza dubbio in parte dalla liturgia cristiana primitiva e ispirata, più primitivamente ancora (tornando ancora più indietro) alla benedizione del rituale ebraico (quella che precede immediatamente la recita dello Shemà Israel)

Più di tutti gli altri passaggi delle lettere questa benedizione ci mostra a quale profondità la preghiera di San Paolo e delle sue comunità si radica nella contemplazione dell’opera di salvezza compiuta in Gesù Cristo. È il , questo piano di Dio per far giungere l’uomo (a lui, ritengo) nel suo Figlio; Paolo non trascura mai di ricordarlo ai cristiani, perché solo se si ricordano gli interventi di Dio è possibile motivare, in definitiva, la conversione morale e gli sforzi missionari che l’Apostolo reclama dai credenti.

« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei

cieli, in Cristo. » (v. 3)

Benedetto sia Dio che ci ha benedetti! Alla benedizione dell’uomo a Dio risponde la benedizione di Dio a l’uomo, ma con un altro senso e con un altro valore. Perché benedire significa: dire bene; ma Dio e l’uomo lo dicono differentemente. Quando Dio lo fa accadere per gli uomini, attraverso la sua parola che crea e ricrea; mentre l’uomo non può che il bene compiuto da Dio o il bene che Dio sta per fare (può e vuole fare), a seconda che si tratti di una lode o di una preghiera di domanda.

Nel prologo della Lettera agli Efesini, molto ampio, piuttosto solenne, è la lode che domina, e Paolo prende il suo tempo (si sofferma) per guardare l’opera di Dio, che è già entrata in questa opera (ossia, credo, la lode che è già opera di Dio; c’è una citazione: presumo Jn, forse un errore di battitura, cioè Gv: .

La formula di benedizione (v. 3) è spiegata successivamente nelle due metà di una lunghissima frase.

La prima metà va da verso 4 al verso 10, e questa è articolata su tre parole chiave:

- Dio ci ha scelti (v. 4),

- Dio ci ha fatto grazia (v. 6),

- Dio ha fatto sovrabbondare su di noi la sua grazia (v.8):

a questa struttura ternaria corrispondono:

1. una tripla descrizione dell’azione di Dio benedicente:

- elezione e destinazione allo stato di figli (v. 4-6),

- dono della grazia e del perdono (v. 7),

- iniziazione al mistero della sua volontà (v. 8-10).

2. una tripla prospettiva storica:

- il passato: Paolo ritorna indietro e pensa a della creazione del mondo (v. 4);

- il presente, qui è il tempo della prodigalità di Dio, della ricchezza della sua grazia paterna;

- l’avvenire, verso il quale si indirizza l’iniziazione dei cristiani: il , ora rivelato, della

volontà di Dio che consiste di ricapitolare tutto in Cristo, ma questa ricapitolazione non sarà

terminata che con la Parusia del Signore.

3. una prospettiva trinitaria:

- l’elezione è rapportata principalmente al Padre, poiché, nel medesimo tempo che noi siamo

scelti, noi siamo destinati a divenire figli;

- la grazia e il perdono ci vengono dal Figlio;

- infine l’iniziazione alla volontà di Dio e al suo piano di salvezza è opera propria dello Spirito.

quanto alla seconda mezza frase (v. 11-14), essa precisa le relazioni del credente con Cristo:

in LUI – noi siamo stati fatti eredi (v. 11-12)

- voi siete stati segnati (avete ricevuto) un sigillo (v. 13-14)

il del verso 13s (voi, altre volte pagani) risponde al dei versi 11s (noi, i figli d’Israele) come i due momenti dell’alleanza si collegano (corrispondono) nell’unico disegno di salvezza. Lo scopo ultimo di tutta la storia del ricatto dell’uomo, che è, nello stesso tempo, lo scopo di questa lunga dossologia, è richiamato in due riprese con il ritornello che segna la frase: .

Tale è lo estensione della fede di Paolo e della sua preghiera, tale è l’asse sulla quale egli segue la sua ricerca personale di Gesù Cristo, tali sono le prospettive, larghe, positive, universali, davanti alle quali, instancabilmente, ricolloca i convertiti. Paolo ama rileggere nel cuore di Dio tutta la storia dell’umanità; egli ha bisogno di dire sempre e proclamare che Dio, oggi, è al lavoro nell’opera della salvezza del mondo, e che quello che Egli ha fatto risponde in anticipo a quello che farà.

Prima di tutte le letture personali degli avvenimenti, prima di tutte le esortazioni alla autenticità cristiana, l’apostolo Paolo si prende il tempo per il ricordo e l’ascolto nella intimità di se stesso, egli lascia che Dio commenti la sua opera. Con tutto quello che Cristo ha messo sulla sua strada egli si sente (preso) come benedetto, chiamato, perdonato, diventato figlio ed erede. Tutto questo è per lui il reale, che dona senso alla vita e alla morte; è lo spazio della certezza e lo spazio della lode, è la che egli ritorna, continuamente, per incontrare (o ritrovare?) il Cristo, ed è la che egli attinge la speranza dalla quale porta al mondo il messaggio:

III. L’AZIONE DI GRAZIE

L’azione di grazie ha un grande posto nella preghiera personale di Paolo, ed è una risposta (réflexe) che egli prova ad infondere a tutti i convertiti. D’istinto Paolo ringrazia e fa ringraziare.

È al Padre che si indirizza l’azione di grazie, salvo un solo testo dalle lettere pastorali (1Tm 1,12) dove Paolo indirizza chiaramente il suo ringraziamento a Cristo: « Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiama domi al ministero… ».

Per Paolo il Cristo è il mediatore della preghiera d’azione di grazie che sale verso il Padre: Paolo e i suoi cristiani ringraziano (per mezzo) di (Nostro Signore) Gesù Cristo (Rm 1,8; 7,25), o in suo nome (Ef 5,20; cfr. Col 3,17). l’Apostolo non dice mai esplicitamente che i cristiani rendono grazie per mezzo dello Spirito; egli preferisce dire che lo Spirito ispira i salmi, gli inni ed i cantici, attraverso i quali i credenti cantano a Dio la loro riconoscenza. (Col 3,16; Ef 5,19s).

- L’azione di grazie nella vita stessa di Paolo è continua, e questo perché accompagna e colora tutti i suoi ricordi missionari. Appena Paolo riceve delle notizie da una comunità (Col 1,3; Ef 1,16), appena la sua preghiera è visitata dai credenti che il Cristo gli ha fatto incontrare, dai quali evoca la fede o le preoccupazioni di una delle sue chiese, i ricordi risalgono fino a Dio nell’azione di grazie:

« Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere » (Ts 1, »)

« Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera » (Fil 1,3)

« Io rendo grazie a Dio che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; » (2Tim 1,3)

Certo l’uso ebraico, al quale Paolo si conforma, vorrebbe che ogni inizio di lettera comprenda una azione di grazie; ma per Paolo ringraziare Dio è ben altra cosa che un’abitudine di scrivano credente: è (invece) uno dei bisogni profondi della sua preghiera. È per questo che molte delle sue azioni di grazie si trovano nel pieno corpo delle lettere e, talvolta, sotto forma di esclamazione:

« Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7,25)

« (si renda) Grazie a Dio per questo suo ineffabile dono! » (2Cor 9,15)

- L’azione di grazie di Paolo ha per oggetto tutta l’azione santificante del Padre nella comunità o nella vita di ogni battezzato.

Tutto è cominciato per una misteriosa scelta di Dio: « Noi però dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia (nella BJ testo originale francese e nel passo riportato dal professore c’è: vi ha scelto dal principio ) , attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità. » (2Ts 2,13); « 12. ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto (de son amour) » (Col 1,12ss).

È il « dono ineffabile » (2Cor 9,15), questa « grazia di Dio donata in Cristo Gesù (1Cor 1,4) di cui sono stati arricchiti tutti i convertiti. Nella testimonianza di un uomo i credenti hanno udito (compreso) il messaggio di Dio e questo anche, per Paolo, è soggetto dell’azione di grazie: « 13a. Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente perché (13a non c’è nel testo del professore) 13b. avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione l’avete accolta non quale parola di uomini, ma come è veramente quale parola di Dio » (1Tess 2,13); « ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso (Rm 6, 17b).

La vostra fede infatti cresce rigogliosamente (cfr. 2Tess 1,3); in Cristo, i credenti (sono) « … stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza » ; « 6. la testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, 7a. che nessun dono di grazia più vi manca (il professore non ha messo il v. 7a), mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo » (1Cor 1,5ss), e « …a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo… » (Fil 1,4). Paolo conserva i ricordi della loro fede attiva, della loro carità operosa, e della loro costante (perseverante) speranza (1Tess 1,2; cfr. 2Cor 8,16; Col 1,3; Fil 4) e è da tutto questo che egli rende grazie a Dio: « Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio…? » (1Tess 3,9).

Tutto non è altrettanto utopico nelle comunità, ed è a questi stessi cristiani dei quali si loda la fede e la carità (Ef 1,15) che Paolo deve dare le istruzioni morali precise e spesso esigenti (Ef 4,1.14.17-32), ma le sue azioni di grazie così frequenti e così spontanee riflettono bene il suo ottimismo missionario e la sua capacità di meravigliarsi davanti all’opera di Dio. Tutto il dovere di evangelizzazione che incombe ai discepoli di Gesù si sviluppa per Paolo su un fondo di vittoria: « Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza della sua conoscenza per il mondo intero. ». (2 Cor 2,14)

La resurrezione di Cristo da a Paolo la sicurezza che il peccato e la morte sono definitivamente vinti, ed è questa certezza che deve suscitare la gioia e la riconoscenza presso tutti quelli che partecipano alla missione: « Siano rese grazie e Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana per il Signore. » (1Cor 15, 57-58).

- il ringraziamento di Paolo diviene contagioso: sono soltanto egli rende grazie, ma egli fa rendere grazie:

« Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. » (Ef 5,20; cfr 5,4) (il professore ha utilizzato la traduzione della BJ originale che da: io ho controllato e mi sembra che il testo greco è meglio tradotto dalla CEI; si deve stimare, comunque, che la BJ è valutata come una delle traduzioni migliori.)

« …ma in tutte le necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti. » (Fil 4,6b)

Poiché i cristiani sono oramai ben fermi (radicati, direi) in Cristo e confermati nella fede, essi (in francese non c’è il gerundio: (Col 2,7) e (Col 4,2). Tutto nella esistenza dei cristiani deve riversarsi nell’azione di grazie; il nutrimento che essi ricevono (Rm 14,6;1Cor 10,30; 1Tm 4,3-5), la liberazione di un testimone di Gesù (2Cor 10). la generosità dei fratelli per una colletta: l’efficacia dell’aiuto reciproco non è sufficiente, la riconoscenza deve risalire fino a Dio: « 11. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale poi, farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro. 12. Perché l’adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi, ma ha anche maggior valore per i molti ringraziamenti a Dio. » (2Cor 9, 11-12).

Indubbiamente, il lavoro apostolico stesso, sotto tutte le forme, è ordinato all’azione di grazie. Se Paolo e i suoi compagni: <…1. investiti di questo ministero per la misericordia che ci (gli) è stata usata, non (si perdono) ci perdiamo d'animo> e <10. portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù> questo è in definitiva <…15. perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio> (2Cor 4, 1.10.15.)

Così in questi primi anni di espansione, quando la Chiesa di Cristo raggruppava solo qualche decina di comunità e viveva nella insicurezza continua, senza infrastrutture, senza riconoscimento legale, senza altro potere che quello della verità, Paolo stimava che uno dei primi doveri di tutti i battezzati era di rivolgersi a Dio con riconoscenza, ed egli ricordava ovunque che Dio si aspettava dai suoi fedeli una attitudine risolutamente positiva e gioiosa: <16. Siate sempre lieti, 17. pregate incessantemente, 18. in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.> (1Ts 5, 16-18).

fine secondo post.

LE LETTERE PASTORALI: 1 E 2 TIMOTEO, LETTERA A TITO – INTRODUZIONE

LE LETTERE PASTORALI:

LETTERE 1 E 2 A TIMOTEO

LETTERA A TITO

riguardo le lettere pastorali l’autenticità di esse è discussa, non solo in passato, ma mi sembra ancora oggi, ossia se siano di Paolo o di qualche suo discepolo, cioè pseudoepigrafiche; presento, per prima cosa, uno stralcio della introduzione dal libro sotto citato, tuttavia trovo delle dissonanze, dei pareri diversi, propongo qualcosa anche di questi, ma brevemente,

dal libro di: Reynier C., Trimaille M., Vanhye A., Lettere di Paolo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000; Trimaille M., Lettere 1 e 2 Timoteo e Tito;

« INTRODUZIONE

L’insieme formato dalle due lettere a Timoteo e dalla lettera a Tito ha ricevuto, nel corso del XVIII secolo, il nome di , perché sono le uniche a essere indirizzate a pastori e a trattare di quella che a noi oggi chiamiamo .

I destinatari

Timoteo e Tito sono due tra i compagni più noti di Paolo. Secondo Atti 16, 1-3, Paolo ha conosciuto Timoteo passando da Listra, nel corso del suo secondo viaggio. Deciso ad associarlo alla sua équipe (con Sila o Silvano), lo fece circoncidere, dal momento che, se la madre era ebrea, il padre era pagano (in Atti: per riguardo ai Giudei). La sua presenza a fianco di Paolo è quasi costante: è cofondatore delle chiese di Tessalonica, Berea, Corinto; è con Paolo mentre questi è prigioniero ad Efeso (Fm 1) e si trova a Corinto quando l’Apostolo vi scrive la lettera ai Romani (Rm 16,21). Paolo ne fa il coautore di quattro lettere: 1Tessalonicesi, Filippesi, Filemone e 2 Corinzi.

Di Tito, un greco convertito, l’autore degli Atti degli Apostoli non parla mai, ma sappiamo che Paolo lo condusse a Gerusalemme (Gal 2), dove le autorità rinunciarono a farlo circoncidere. È l’uomo di fiducia di Paolo nell’ambito dei suoi difficili rapporti con la chiesa di Corinto (2Cor 2,13; 7,6-7.13-16) e sarà lui a condurre in porto la colletta per Gerusalemme (2Cor 8,6.16-24).

La successione delle lettere pastorali

(Trimaille scrive che l’ordine che troviamo nelle nostre Bibbie non è quello nel quale furono scritte, seguendo alcune considerazioni propone questa successione di redazione: Tito, 1Timoteo e 2Timoteo.)

La critica storica

Si può riscrivere secondo quest’ordine la sequenza degli avvenimenti evocati nelle tre lettere: Paolo ha soggiornato a lungo a Creta dove ha lasciato Tito (Tt 1,5), probabilmente mentre si sta recando ad Efeso…Da Efeso Paolo parte per la Macedonia (1Tm 1,3), poi per Nicopoli, sulla costa albanese (Tt 3,12), dove Tito lo raggiunge (2Tm 4,10). In 2 Tm Paolo è a Roma, detenuto in attesa della condanna e della morte. Queste soste e questi spostamenti fanno pensare a un periodo di tempo di almeno tre anni. »

il professore prosegue valutando la storicità di questi dati, ritiene, però, difficile collocarli nella vita di Paolo in quanto, ad esempio, l’imprigionamento in 2Tm non può essere la residenza di Atti 28, i tempi non sono verosimili, il racconto richiederebbe un tempo maggiore di quello che si conosce degli ultimi anni della vita romana di Paolo;

il titolo successivo della introduzione è: « Deuteropaolinismo o pseudoepigrafia »;

praticamente l’autore propende per la pseudeoepigrafia di queste lettere che è un artificio letterario, conosciuto già nella letteratura greco-romana, per conferire autorità ad un documento, non è, come si potrebbe ritenere oggi, un falso, ma un modo per presentare un argomento, attribuendolo ad un autore autorevole, dal testo: « per attualizzare il pensiero di un maestro celebre del passato, uno scrittore gli faceva affrontare problemi nuovi. Allo stesso modo in cui nell’Antico Testamento il Deuteronomio si presenta come una nuova versione della legge di Mosè, così le pastorali sono una nuova espressione del pensiero paolino in circostanze ulteriori di qui il nome di deuteropaolinismo »

devo dire che, consultando la presentazione delle lettere paoline in alcune Bibbie – non trascrivo perché è lungo – alcuni le ritengono autentiche, ossia vengono fatti i confronti con i tempi storici della vita di Paolo e, per alcuni, è possibile concordare i fatti conosciuti dagli scritti sicuramente autentici con quelli di queste lettere, non tutti, quindi, concordano con la pseudoepigrafia, ma credono nella possibilità che siano paoline;

anche la Bibbia di Gerusalemme, però, sembra ritenerle non autentiche, il testo originale francese introduce le tre lettere in questo modo (traduco dal francese): « Indirizzate a due dei più fedeli discepoli di Paolo, le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito offrono delle direttive per l’organizzazione e la condotta della comunità che era a loro affidata. L’autenticità di queste lettere « pastorali » è discussa. Se la « 1Timoteo può essere stata scritta la Paolo, le preoccupazioni quasi burocratiche di rispettabilità e di integrazione alla società (all’ambiente, atmosfera) dei ministri della Chiesa che si esprime in 1Tm e Tt contrasta con il dinamismo missionario e l’entusiasmo nello Spirito della Chiesa di Paolo »

Buscemi presenta le due posizioni, tuttavia ritiene che vadano valutate caso per caso: « … ci riportano…elementi decisamente genuini molto utili per ricostruire la vita di Paolo, l’ambiente in cui è vissuto e gli sviluppi del suo pensiero »;

questo è quello che sono riuscita a capire;

LE LETTERE PAOLINE – AUTENTICITÀ – TEOLOGIA – DIFFUSIONE

LE LETTERE PAOLINE – AUTENTICITÀ – TEOLOGIA – DIFFUSIONE 

Lémonon J.P., de Surgy P., Carrez M, Lettere di Paolo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999 

dall’Introduzione generale di Pietro Rossano 

pagg. 19-22; 

« … 

Tredici lettere recano nell’indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo stata scritta da lui, anche se l’autore discretamente si mette nei suoi passi (cfr. Eb 13, 23-25): Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche :

1Tessalonicesi; 

1-2 Corinzi; 

Galati; 

Romani; 

Filippesi; 

Filemone; 

apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. 

Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un’usanza in voga in quei secoli. 

Vengono raccolte in determinati gruppi: 

sono dette le quattro più ampie: 

Romani; 

1-2 Corinzi; 

Galati; 

…: 

Filippesi; 

Efesini; 

Colossesi; 

Filemone; 

2 Timoteo 

… 

Tito; 

Timoteo; 

…[sul dubbio se siano lettere vere o fittizie] 

Ora non c’è dubbio che in Paolo si tratta di lettere vere e proprie, che si rivolgono a un destinatario preciso e non a un pubblico generico, sono dovute a determinate ragioni, affrontano questioni che riguardano situazioni concrete, contengono comunicazioni e saluti personali. 

…[contengono anche argomentazioni teologiche] 

…[le comunità leggevano le lettere]: 

Risulta con sicurezza che le comunità leggevano le lettere (cfr. 1Ts 5,27) e se le passavano le une con le altre (cfr. Col 4,16): Ci si domanda se qualcuna sia andata perduta: in 1Cor 5,9 Paolo cita una precedente missiva che non è rimasta. Lo stesso si deve dire della cosiddetta , citata in 2Cor 2,4; ma vi sono motivi di ritenere che alcune lettere da noi possedute contengano e fondano insieme più lettere o frammenti di lettere; in particolare la seconda lettera ai Corinzi viene ritenuta da alcuni, non senza fondamento, una compilazione di vari scritti più brevi inviati alla stessa comunità. 

[raccolte degli scritti di Paolo] 

Una raccolta degli scritti di Paolo deve essere cominciata assai presto. la seconda Lettera di Pietro [non autentica, probabilmente scritta da persona che riteneva di poter parlare a nome di Pietro, la pseudoepigrafia allora era nomale, non si tratta di falsi, inoltre sono state accolte nel "Canone" della Chiesa]attesta l’esistenza, verso la fine del I secolo, di un corpus di lettere paoline, che viene paragonato alle altre Scritture sacre (quelle ebraiche fatte proprie dai cristiani) … 

Verso la metà del II secolo Marcione definì di propria iniziativa un catalogo di sacre Scritture, con dieci lettre di San Paolo, escluse le pastorali a Timoteo e a Tito. 

Il Papiro 46, del 2oo circa, riporta ancora dieci lettere, inclusa quella agli Ebrei, escluse quella a Filemone e le pastorali. 

Il cosiddetto Canone o Frammento muratoriano, databile  intorno al 180 d.C., cataloga tredici lettere, esclusa quella agli Ebrei, 

I martiri di Scillium (180 d.C.) interrogati dal proconsole Saturnino, circa gli scritti che portano con sé, rispondono: . Non è dato conoscere il numero delle lettere. 

Ma tutte le lettere di Paolo, fatta eccezione del breve biglietto a Filemone, si trovano citate in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo: ciò fa supporre che già allora circolasse una raccolta delle lettere dell’apostolo. » 

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