SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

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SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

(Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].

San Nicola di Bari o di Mira (Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].
Indice [nascondi]
1 Biografia
2 La traslazione delle spoglie a Bari
3 La traslazione veneziana
4 Iconografia
5 Culto e tradizione
6 Galleria fotografica
Biografia
San Nicola nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio.
Un’altra tradizione non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio san Nicola è venerato come protettore dei bambini.

San Nicola di Mira, protettore dell’Eparchia di Lungro
In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino I nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’eresia dell’arianesimo, difendendo la fede cattolica, ma la tradizione ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.
Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini di Myra: ottenne dei rifornimenti durante una grave carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore.
Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion. Come si tramanda da secoli è descritto compiere miracoli in vita e in morte; tale tradizione si consolidò ulteriormente nel tempo, anche per il gran numero di eventi prodigiosi a lui imputati e che si diffusero ampiamente in Oriente, a Roma e nell’Italia meridionale. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087. Grande è la venerazione a lui tributata dai cristiani ortodossi.
Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari (al tempo dominio bizantino) e Venezia, che erano dirette rivali nei traffici marittimi con l’Oriente, entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle reliquie del santo. Una spedizione barese di 62 marinai, tra i quali i sacerdoti Lupo e Grimoldo, partita con tre navi di proprietà degli armatori Dottula, raggiunse Myra e si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari il 9 maggio 1087.
Secondo la tradizione, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono[2]. Si trattava in realtà della chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell’abate Elia, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Bari. L’abate promosse tuttavia l’edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l’altare della cripta. Da allora san Nicola divenne patrono di Bari e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell’arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. Il santo era anche presente, fino al XIX secolo, sullo stemma della città tramite un cimiero.
La traslazione veneziana
I Veneziani non si rassegnarono all’incursione dei baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra[3], dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull’altare maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell’abbazia di San Nicolò del Lido.[4] San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. San Nicolò era infatti il protettore dei marinai, non a caso la Chiesa era collocata sul Porto del Lido, dove finiva la Laguna di Venezia e cominciava il mare aperto. A San Nicolò del Lido terminava l’annuale rito dello sposalizio del Mare.
Il suo attributo è il baculo pastorale, tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro) queste in relazione alla leggenda della dote concessa alle tre fanciulle. Tradizionalmente viene quindi rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale. L’attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema « A Visit from St. Nicholas » del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura mitica, folkloristica, di Babbo Natale.
Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo e a Maria col bambino nell’iconostasi delle chiese.
Culto e tradizione
San Nicola è uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.
Il culto si diffuse dapprima in Asia Minore (nel VI secolo ben 25 chiese a Costantinopoli erano a lui dedicate), con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Myra. Numerosi scritti in greco ed in latino ne fecero progressivamente diffondere la venerazione verso il mondo bizantino-slavo e in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia, allora soggetto a Bisanzio. Secondo la tradizione, Nicola aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza, per tre notti. Per questo è venerato dalle ragazze e dalle donne nubili. Viene festeggiato il 6 dicembre.
Il santo oggi è patrono di marinai, pescatori, farmacisti, profumieri, bottai, bambini, ragazze da marito, scolari, avvocati nonché delle vittime di errori giudiziari. È patrono inoltre dei mercanti e commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari.

22 NOVEMBRE -SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

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22 NOVEMBRE -SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

Nobile romana.

La festa di santa Cecilia, vergine e martire, è la più popolare fra le feste che si succedono al declinare dell’anno liturgico. Cecilia appartenne ad una delle più illustri famiglie di Roma e nel secolo III fu una delle più grandi benefattrici della Chiesa, per la sua generosità e per il dono che alla Chiesa fece del suo palazzo in Trastevere. Meritò certamente per questo di essere sepolta con onore nel cimitero di san Callisto presso la cripta destinata alla sepoltura dei Papi. Ma ciò che maggiormente contribuì a farla amare dappertutto è il fatto che sul suo ricordo è nato un grazioso racconto, che ha ispirato pittori, musici, poeti e la stessa Liturgia.
Cecilia sarebbe stata costretta a sposare un giovane pagano: Valeriano. Durante il festino nuziale, rallegrata dalle melodie della musica, Cecilia nel suo cuore si univa agli Angeli per cantare le lodi di Dio, al quale si era consacrata. Condannata ad essere bruciata nelle terme del suo palazzo, il fuoco non la toccò e, inviato un carnefice, perché le troncasse la testa, tentò tre volte, facendole tre gravi ferite al collo, ma la lasciò ancora semiviva e l’agonia durò quattro giorni. Fu deposta nella tomba vestita della veste di broccato d’oro, che indossava nel giorno del martirio, il suo palazzo fu trasformato in basilica.

Il culto.
I fedeli non dimenticarono la giovane martire e sappiamo che già nel secolo V essi solevano raccogliersi al titolo di santa Cecilia. Nel secolo VI Cecilia era forse la santa più venerata di Roma e nel secolo nono Papa Pasquale restaurò la sua chiesa. Spiacente di non possedere reliquie della santa, il Papa vide una notte in sogno una giovane bellissima, che gli disse essere il suo corpo molto vicino alla chiesa restaurata. Fatti degli scavi si ritrovò il corpo vestito di broccato e fu collocato in un sarcofago di marmo sotto l’altare della chiesa.
Nel 1559 il cardinale Sfondrati, modificando l’altare, ritrovò il sarcofago e lo fece aprire. I presenti videro un corpo coperto di un leggero velo, che ne lasciava intravvedere le forme e sul quale scintillavano i resti della veste di broccato. Emozione e gioia a Roma furono immense, ma non si osò, per un senso di rispetto, sollevare il velo per rendersi conto delle condizioni della salma venerata. Lo scultore Maderno riprodusse nel marmo, idealizzandola, la positura della santa che evoca l’idea della verginità e del martirio. Da quella data, come canta un inno,  » il corpo riposa sotto il marmo silenzioso, mentre in cielo, sul suo trono, l’anima di Cecilia canta la sua gioia e accoglie con benevolenza i nostri voti ».
E i nostri voti la Chiesa rivolge a santa Cecilia, ricordando il suo nome ogni giorno nel Canone della Messa e cantandolo nelle Litanie dei Santi, in occasione delle suppliche solenni. I musici di ogni regione del mondo la venerano quale patrona, la Francia innalzò in Albi una luminosa cattedrale e nel 1866, Dom Guéranger pose sotto la protezione della santa, modello di verginità cristiana e di puro amore, il primo convento dei Benedettini della Congregazione di san Pietro di Solesmes.

Gli insegnamenti della santa.
La scarsità di notizie storiche non deve sminuire l’amore che dobbiamo serbare per i santi ai quali la Chiesa ha sempre reso un culto, ottenendo costante protezione e grazie importanti nel corso della storia.
« La Chiesa onora in santa Cecilia, diceva Dom Guéranger, tre caratteristiche, che, riunite insieme, la distinguono nella meravigliosa coorte dei santi in cielo e ne fa derivare grazie ed esempi. Le caratteristiche sono la verginità, lo zelo apostolico e il sovrumano coraggio con il quale sfidò la morte e i supplizi e di qui il triplice insegnamento che ci dà questa sola storia cristiana ».

La verginità.
« Nel nostro tempo, ciecamente asservito al culto della sensualità, occorre resistere con le forti lezioni della nostra fede al travolgimento cui a stento riescono a sottrarsi i figli della promessa. Dopo la caduta dell’impero romano si videro forse costumi, famiglia e società correre pericolo così grave?
Letteratura, arti, lusso, già da tempo presentano il godimento fisico come unico scopo dell’uomo e ormai nella società troviamo molti che vivono col solo intento di soddisfare i sensi. Sventurato il giorno in cui la società, per essere salvata, crederà di poter contare sulle energie dei suoi membri! L’impero romano fece l’esperienza, tentò più volte di respingere l’invasione, ma per l’infrollimento dei suoi figli, ricadde su se stesso e non si sollevò più.
Soprattutto è minacciata la famiglia. È tempo che essa pensi alla sua difesa contro il riconoscimento legale e l’incoraggiamento del divorzio, e si difenderà in un modo solo: riformando se stessa, rigenerandosi con la legge di Dio e ritornando dignitosa e cristiana. Torni in onore il matrimonio con le sue caste esigenze, cessi di essere un gioco o una speculazione, paternità e maternità siano serio dovere e non calcolo e, con la famiglia, riprenderanno dignità e vigore la città e lo Stato.
Però, se gli uomini non sapranno apprezzare l’elemento superiore, senza del quale la natura umana è soltanto rovina, cioè la continenza, il matrimonio non potrà di nuovo nobilitarsi. Non tutti sono tenuti ad abbracciarlo nella sua nozione assoluta, ma tutti devono onorarlo, se non vogliono trovarsi in balia del senso mostruoso come dice l’Apostolo (Rm 1,28). La continenza rivela all’uomo il segreto della sua dignità, che tempra l’anima a tutte le rinunce, che risana il cuore ed eleva tutto il suo essere. La continenza è il culmine della bellezza morale dell’individuo e, nello stesso tempo, la grande forza della società umana. Il mondo antico, avendone soffocato il sentimento, andò in dissoluzione e solo il Figlio della Vergine, comparso sulla terra, rinnovando e affermando questo principio salvatore, diede all’umanità nuove energie.
I figli della Chiesa, degni di questo nome, gustano questa dottrina e non ne restano stupiti, perché le parole del Salvatore e degli Apostoli loro hanno rivelato, e la storia della fede che professano in ogni sua pagina presenta loro in atto, la feconda virtù della continenza. che tutti gli stati della vita cristiana devono professare, ciascuno nella sua misura. Per essi santa Cecilia è solo un esempio di più, ma così fulgido da meritare la venerazione di tutti i tempi nella storia del cristianesimo. Quanta virtù ha ispirato Cecilia, quanto coraggio ha saputo infondere e quante debolezze ha prevenute o riparate! Tanta potenza di moralizzazione pose Dio nei suoi santi che influisce non solo attraverso la diretta imitazione delle loro virtù, ma ancora per le induzioni che ciascun fedele può trarne per il suo caso particolare ».

Lo zelo apostolico.
« Il secondo carattere che si deve studiare nella vita di santa Cecilia è l’ardore dello zelo del quale resta ammirabile esempio e anche sotto questo aspetto possiamo raccogliere utili insegnamenti. Caratteristica dell’epoca nostra è l’insensibilità al male del quale non ci sentiamo personalmente responsabili, i cui risultati non ci toccano. Si è daccordo che tutto precipita, si nota il totale sfacelo e non si pensa neppure a tendere la mano al vicino, per strapparlo al naufragio. Dove saremmo, se il cuore dei primi cristiani fosse stato gelido come il nostro e non fosse stato conquiso dall’immensa pietà e dall’inesauribile amore, che loro vietò di non avere più speranza per il mondo in cui Dio li aveva collocati, perché fossero sale della terra? (Mt 5,13). Tutti allora sentivano la responsabilità del dono ricevuto. Liberi o schiavi, persone note o sconosciute, tutti erano oggetto di una dedizione senza limiti da parte di questi cuori pieni della carità di Cristo. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Epistole si vedrà con quale pienezza si sviluppava l’apostolato dei primi tempi e come l’ardore dello zelo durasse a lungo senza affievolirsi, tanto che i pagani dicevano: « Vedete come si amano! ». Come avrebbero potuto non amarsi, se in ordine alla fede si sentivano figli gli uni degli altri?
Quanta tenerezza materna provava Cecilia per i fratelli, per il fatto di essere cristiana! Il nome di Cecilia, e con il suo molti altri, ci testimoniano che il cristianesimo conquistò il mondo, strappandolo al giogo della depravazione pagana, con questi atti di devozione agli altri che, compiuti in mille luoghi nello stesso tempo, produssero un completo rinnovamento. Imitiamo almeno in parte questi esempi cui tutto dobbiamo e vediamo di sciupare meno tempo ed eloquenza a gemere su mali già troppo noti. È meglio che ciascuno si metta all’opera e conquisti uno almeno dei suoi fratelli e il numero dei fedeli avrà già superato quello degli increduli. Lo zelo non è morto, lo sappiamo, opera anzi in molti e dà gioia e conforto alla Chiesa con i suoi frutti; ma perché deve dormire cosi profondamente in tanti cuori che Dio per lo zelo aveva preparati? ».

Il coraggio.
« Basterebbe davvero a caratterizzare l’epoca il generale torpore causato dalla mollezza dei costumi; conviene aggiungere ancora un altro sentimento, che ha la stessa sorgente e basterebbe, se dovesse durare a lungo, a rendere incurabile il decadimento di una nazione. Tale sentimento è la paura che ormai si è estesa a tutti. Paura di perdere i propri beni o i propri posti, paura di rinunciare al proprio lusso o alle proprie comodità, paura infine di perdere la vita! Non occorre dire che nulla snerva di più e maggiormente danneggia il mondo di questa umiliante preoccupazione, ma soprattutto occorre dire che non è affatto cristiana. Dimentichiamo di essere soltanto pellegrini sulla terra e abbiamo spenta nel cuore la speranza dei beni futuri! Cecilia ci insegna a disfarci della paura. Quando Cecilia era viva, la vita era meno sicura di oggi e a ragione si poteva avere paura e tuttavia si era tranquilli e spesso i potenti tremavano davanti alle loro vittime.
Solo Dio sa ciò che ci attende; ma se la paura non è sostituita da un sentimento più degno dell’uomo e del cristiano, la crisi politica divorerà presto la vita dei singoli e perciò, qualsiasi cosa avvenga, è giunta l’ora di ricominciare la nostra storia. Non sarà vano l’insegnamento, se arriveremo a comprendere che con la paura i primi cristiani ci avrebbero traditi, perché la parola di vita non sarebbe giunta fino a noi, con la paura a nostra volta tradiremmo le future generazioni, che da noi attendono di ricevere il deposito ricevuto dai nostri padri » (Dom Guéranger, u. s.).

Lode allo sposo delle vergini.
« Quale nobile falange ti segue, o Signore, Sposo delle vergini! Le anime di elezione sono tua conquista e dalle loro pure labbra sale a te la lode squisita dei loro cuori ferventi. Non è possibile contarle attraverso i secoli, perché ogni generazione ne accresce il numero, da quelle che consacrano, per amore a te, la loro vita ai poveri, ai malati, ai lebbrosi, e a tutte le miserie morali, a quelle che, per amore tuo, rinunciano alle gioie della famiglia e si consacrano alle scuole cristiane, alle istituzioni benefiche o si mortificano nei chiostri.
Ecco, prime, le vergini particolarmente benemerite, perché sigillarono col sangue il loro amore sui roghi o nelle arene: Blandina, Barbara, Agata, Lucia, Agnese… e Cecilia, che in nome di tutte fece omaggio della loro fortezza e consacrò la gloria della loro virtù, a te, o Gesù, seminator casti consilii (Prima Antifona del secondo Notturno della festa), divino seminatore di casti propositi, che solo, mieti simili spighe, che solo, leghi tali manipoli! ».

Preghiera alla patrona dei musici.
« Una similitudine frequente nei Padri della Chiesa fa dell’anima nostra una sinfonia, un’orchestra, Symphonialis anima. Appena la grazia l’afferra, come il soffio che sotto le dita dell’artista fa vibrare l’organo, si commuove e vibra all’unisono coi pensieri e sentimenti del Salvatore. Ecco il magnifico concerto delle anime pure, che Dio può ascoltare con compiacenza, senza che lo turbi la stonatura delle note false del peccato, né la cacofonia urtante delle bestemmie e dei tradimenti!
Degnati, o Cecilia, ricambiare il nostro omaggio, ottenendoci la costante armonia della nostra volontà con le nostre aspirazioni alla virtù e le nostre possibilità di fare il bene! Degnati convincerci che lo stato di grazia, vita normale del cristiano, non è sola astensione dal male, né avara e fredda osservanza dei comandamenti, ma un’attività piena di gioia e di entusiasmo, che sa dare alla carità e allo zelo tutte le possibilità » (Card. Grente, Oeuvres Oratoires, VIII, p. 17-20).

Preghiera per la Chiesa.
« Aggiungiamo ancora una preghiera per la santa Chiesa di cui fosti umile figlia, prima di esserne speranza e sostegno. Nella notte fitta del secolo presente, lo Sposo tarda ad apparire e nel solenne e misterioso silenzio permette alla vergine di abbandonarsi al sonno fino a quando si farà sentire l’annuncio del suo arrivo (Mt 25,5). Onoriamo il tuo riposo sulla porpora della tua vittoria, o Cecilia!
Sappiamo che non ci dimentichi, perché nel Cantico, lo Sposo dice: Dormo, ma il mio cuore vigila (Ct 5,2).
È vicina l’ora in cui lo Sposo apparirà, chiamando tutti i suoi sotto l’insegna della sua Croce e presto risuonerà il grido: Ecco lo Sposo, uscitegli incontro! (Mt 25,6). Dirai allora, o Cecilia, ai cristiani, come al fedele drappello, che, nell’opera della lotta si è stretto attorno a te: Soldati di Cristo, rigettate le opere delle tenebre, vestite le armi della luce (Atti di santa Cecilia).
La Chiesa, che pronunzia tutti i giorni il tuo nome con amore e con fede durante i santi Misteri, attende con certezza il tuo soccorso, o Cecilia! Sa che l’aiuto non le mancherà. Tu prepara la sua vittoria, elevando i cuori cristiani verso le sole realtà troppo spesso dimenticate. Quando gli uomini ripenseranno alla eternità del nostro destino, sarà assicurata salvezza e pace ai popoli.
Sii sempre, o Cecilia, le delizie dello Sposo! Saziati dell’armonia suprema di cui è sorgente. Veglierai su di noi dalla gloria del cielo e, quando giungerà la nostra ultima ora, assistici, te ne supplichiamo, per i meriti del tuo eroico martirio, assistici sul letto di morte, ricevi l’anima nostra nelle tue braccia, portala al soggiorno immortale, dove ci sarà dato comprendere, vedendo la felicità che ti circonda, il prezzo della verginità, dell’apostolato e del martirio » (Dom Guéranger, Histoire de sainte Cécile, 1849, Conclusione).

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1302-1308

 

PER LA FESTA DI SAN LUCA (18.10) VANGELO DI LUCA E ATTI DEGLI APOSTOLI: UN’OPERA UNICA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/11-Vangelo_di_Luca_e_Atti.html

VANGELO DI LUCA E ATTI DEGLI APOSTOLI: UN’OPERA UNICA

Eccoci di nuovo nell’anno liturgico dedicato al Vangelo di Luca. Tre anni fa ci siamo intrattenuti su varie pagine del suo Vangelo. Quest’anno vogliamo soffermarci sugli Atti degli Apostoli che all’inizio formavano con il Vangelo un’unica opera con una sola introduzione, quella che leggiamo in Luca 1,1-4. Iniziamo richiamandoci ad un pensiero detto tre anni fa e che vale in modo particolare negli Atti. Chi vuole camminare con Cristo nella storia deve sentirsi sempre in cammino, deve capire che non ci si può fermare e che non si può volgere indietro lo sguardo finché il Messaggio della salvezza non sia giunto sino alle estremità della terra. Questa è la vera caratteristica del discepolo nell’intera opera lucana. Chi la osserva nella sua totalità, rimane stupito dall’immenso lavoro di Luca e dalla grandiosità del suo progetto: egli non vede solo “l’evento del Cristo terreno”, ma “l’evento Cristo” che continua nella storia umana e che sempre cammina con i suoi discepoli “con la potenza dello Spirito Santo” (Lc 4,14).

Ma chi è Luca?
Ci piace pensarlo negli anni 80-90. La generazione apostolica appartiene oramai al passato e l’annuncio di Cristo ha già raggiunto le “estremità della terra”, cioè tutto il mondo allora conosciuto da un medio-orientale. Luca guarda questo passato e osserva insieme la storia del Gesù terreno e i quasi cinquant’anni della storia della Chiesa. Che meraviglia! Quante similitudini tra la vita di Gesù e quella della Chiesa: il martirio di Stefano è simile a quello di Gesù, la passione di Paolo ripete quella di Gesù e fa toccare con mano che davvero “non è Paolo che vive, ma Gesù che vive in lui”, e la vita dei cristiani riflette sotto tanti aspetti quella di Gesù. La predicazione, poi, e la catechesi degli Apostoli offrono con somma coerenza una enorme ricchezza. Davvero sono il fondamento d’ogni vera catechesi.
A Luca è possibile conoscere tutto ciò perché non c’è solo una tradizione orale, ma anche perché molti già hanno tentato di scrivere su quanto è accaduto ai tempi del Cristo terreno e su quanto è accaduto e accade nella Chiesa. C’è oramai una vasta letteratura cristiana su Gesù e sulla Chiesa. E per quanto riguarda Gesù c’è una tradizione anche scritta che risale ai Dodici, cioè ai testimoni oculari, a quelli che sono stati con Gesù dal “Battesimo di Giovanni Battista fino alla sua Ascensione”, e che sono il fondamento della nostra fede (Ef 2,20). Osservando tutto ciò, decide di dare anche lui il suo contributo e da abile scrittore storico si mette al lavoro. Innanzi tutto fa accurate ricerche su ogni circostanza fin dagli inizi (Lc 1,3); e poi fa le sue scelte: è chiaro, infatti, che non può scrivere tutto. Non ci parlerà di tutti gli Apostoli e neppure della vita di tutte le “chiese” sparse nel mondo romano, ma solo di alcuni o di alcune.
Redigendo il Vangelo è evidente che ha come base il “Vangelo di Marco” e una “fonte scritta” che userà anche Matteo, ma non fa il copiatore: a tutto imprime il suo entusiastico stile. Quando invece si tratta degli Atti, gli studiosi accennano a certe “fonti scritte”, ma si naviga tra pure ipotesi quando si cerca di precisarle. È però certo che Luca conosceva le “Lettere di Paolo”, anche se è difficile precisarne il suo uso. Però lui è stato un compagno di Paolo, come lo dimostrano le “sezioni noi” degli Atti, e perciò sapeva come predicava l’Apostolo delle genti.
Ebbene, dopo aver vagliato tutto, si mette all’opera pensando ai suoi destinatari. Ne cita uno in particolare: “Teofilo”, ma è chiaro che il suo scopo è di far comprendere alla sua comunità quanta solidità abbia la catechesi che ha ricevuto e che egli riassume presentando l’evento Gesù (Vangelo) e richiamandosi, negli Atti, alla predicazione apostolica. Luca è un vero maestro e un vero storico, ma la sua opera è anche catechesi e teologia. Da un punto di vista storico, vediamo che egli dà a tutta la sua opera un grandioso quadro storico e geografico.

Quadro storico
Se non avessimo l’opera lucana sarebbe difficile ancorare alla storia “l’evento Cristo”. Marco e Giovanni con il solo riferimento a Pilato (anni 26-36) e a Caifa (anni 7-36) non sono sufficienti per capire quando si svolse il ministero di Gesù. Ed è difficile anche il testo di Matteo 2,1 che colloca la nascita di Gesù ai tempi di Erode (37-4 a.C.). Ben diverso è Luca. Fedele al principio che gli apostoli sono testimoni solo di ciò che avvenne dal Battesimo amministrato da Giovanni Battista fino all’Ascensione di Gesù, così introduce il ministero di Giovanni: «Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare (cioè anni 28-29), mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea (26-36 a.C.), Erode tetrarca della Galilea e Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa la Parola di Dio scese su Giovanni…» (Lc 3,1-2).
La storia di Gesù è qui ben ancorata alla storia romana e della Palestina dell’inizio del primo secolo. E se pensiamo agli Atti che collocano il primo arresto di Pietro (At 4) e il martirio di Stefano (At 7) sotto il sommo sacerdote Caifa, che finì il suo mandato nell’anno 36 – siamo in una Chiesa già piena di vita – abbiamo la certezza che è stretto il margine in cui Gesù ha potuto sviluppare il suo ministero. Ma c’è la grande certezza che “l’evento Cristo” è ben ancorato nella storia umana di allora.
Ma c’è di più: Luca àncora fortemente l’evento Cristo e quello della Chiesa primitiva nel mondo giudaico. Il Vangelo si conclude affermando che dopo l’Ascensione i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,52s). E negli Atti leggiamo che la comunità cristiana «ogni giorno frequentava il tempio» (At 2,46) e tale era l’abitudine di Pietro e Giovanni (At 3,1) e si afferma che «i credenti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri nessuno osava associarsi a loro» (At 5,12-13). Questi apparivano già come un gruppo a sé stante del giudaismo. Così come Luca sin dai racconti dell’infanzia ha presentato Gesù inserito in tutto e per tutto nel giudaismo palestinese fin dalla nascita e dalla circoncisione, ora dipinge il cristianesimo come una pura e logica emanazione, nonché continuazione, del giudaismo e fortemente agganciato a tutta la tradizione veterotestamentaria. Forti sostenitori di questa tradizione sono l’Apostolo Giacomo e Pietro, il quale però, sotto rivelazione divina e conscio della sua autorità, aprirà la Chiesa giudaica ai pagani (At 10s) e ne confermerà definitivamente l’apertura nella celebre riunione di Gerusalemme (At 15). La seconda parte degli Atti, invece, è dominata dall’apostolato di Paolo che percorrerà tutte le regioni che circondano il Mar Egeo fondando Chiese in cui convivono cristiani di origine ebraica e pagana. Ed è per mezzo suo che il cristianesimo acquista la sua vera nota di universalità.
Solo verso la fine, Luca lascerà il Medio Oriente e parlerà di Paolo che naviga verso Roma, dove dovrà presentarsi davanti al tribunale di Cesare. Il richiamo a Cesare ha una sua importanza. Luca ha parlato di Cesare all’inizio della sua opera (Lc 2,1); ne riparla alla fine dando così, secondo un’abitudine semitica, una vera chiusura a tutto il suo racconto.

Quadro geografico
È quello che meglio permette di avere con facilità una panoramica dell’intera opera lucana. Diciamo subito che tutto è dominato da un nome: GERUSALEMME. Se ne parla 98 volte nella sua opera: 31 nel Vangelo e 67 negli Atti. La città santa è méta, è punto di partenza, è il centro, il punto di riferimento e di unità della comunità cristiana, è la Madre di tutte le Chiese, tutte si richiamano a Gerusalemme.
Nel racconto delle tentazioni (Lc 4,1-13), prima dell’inizio in Galilea della sua vita pubblica, si racconta che il diavolo condusse Gesù a Gerusalemme e lo pose sul pinnacolo del tempio… Il racconto conclude dicendo che “si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”, cioè all’inizio della sua passione, che si compie a Gerusalemme e che è il vero scontro finale di Gesù con “il Potere delle tenebre” (Lc 22,53).
Segue il ministero di Gesù in Galilea. Luca però lascia cadere il viaggio in terra pagana, ricordato da Mc 7,24-31 e Mt 15,21-28. È fuori del suo itinerario. In Luca chi vuole camminare con Gesù non può andare su strade che conducono lontano da Gerusalemme. Alla fine del ministero galilaico c’è la Trasfigurazione in cui Mosè ed Elia parlano con Gesù “del suo esodo che si sarebbe compiuto a Gerusalemme” e Gesù, ubbidiente alla sua missione, “quando i giorni della sua assunzione stavano per compiersi, decise fermamente di incamminarsi verso Gerusalemme” (Lc 9,51).
Sono dieci capitoli (9,51-19,29) in cui è assai difficile tracciare l’itinerario di Gesù. A Luca interessa solo ricordarci in continuità che Gesù è in cammino verso Gerusalemme (9,53; 13,22.33; 17,11; 18,31; 19,11. 28). Ed è interessante, quando parla del “Giorno delle Palme”, cioè del suo giungere a Gerusalemme. Qui si evita il nome “Gerusalemme” e parla sempre di “città” ed è chiaro che Gesù non entra in città, ma solo nel Tempio. È la tematica di Luca che esige questo. Gesù, infatti, è in città solo quando celebra l’Ultima Cena e Satana è già entrato in Giuda (Lc 22,3). Siamo al tempo del compimento, dello scontro finale tra Gesù e Satana.
Per i discepoli ciò è molto importante. Infatti, solo quando hanno deciso di andare con lui “portando la croce dietro a lui” (23,26) e dopo aver accettato a Gerusalemme il compimento della salvezza, sono preparati per il balzo verso le nazioni (Lc 24,47).
A questo punto avviene il passaggio tra la prima e la seconda parte dell’opera e Luca, vero storico, ricorre a un principio assai usato dagli storici antichi: “Quando si passa a un nuovo argomento, non si fa un salto nel buio, ma si incastona la prima pagina del nuovo sviluppo (At 1,4-11) nell’ultima del precedente (Lc 24,47-52) riprendendo alcuni concetti e aprendoli meglio sul futuro”.
Così in Lc 24,49 e in At 1,4-5.8 Gesù dice ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme finché non si compia la “promessa del Padre” cioè – “finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49) e “sarete battezzati in Spirito Santo” (At 1,5). Specificando poi meglio quello che accadrà dice: “riceverete la potenza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). La missione che li attende non può avere inizio senza “la potenza dello Spirito”. Anche la missione di Gesù è iniziata così (Lc 4,14). Infatti, il racconto che segue sino alla fine dell’opera non sono “Gli Atti degli Apostoli”, ma “Gli atti dello Spirito Santo per mezzo degli Apostoli”. Per ben 56 volte, infatti, si parla dello Spirito Santo, usando in alcuni casi l’espressione “Spirito di Cristo” o “di Dio”.
C’è ancora una novità tra l’inizio degli Atti e la fine del Vangelo. Qui si parla dell’Ascensione e del ritorno a Gerusalemme; negli Atti il racconto dell’Ascensione si conclude così: “Quel Gesù che è stato assunto in cielo tornerà…”. La storia futura, che ancora continua, è una storia di attesa.
Ritorniamo al quadro geografico. Alla fine del Vangelo si parla di testimonianza in “tutto il mondo”, in At 1,8 si dice: “Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Completiamo questo itinerario, facendo precedere l’ultima espressione dalle località che ci farà percorrere Luca: “Cesarea Marittima, Galilea, Cipro, Antiochia di Siria, le province romane della Cilicia, della Galazia, dell’Asia, della Macedonia e dell’Acaia, fino alla stessa Roma, considerata “l’estremità della terra”.
Ecco il cammino che dobbiamo percorrere nel nostro studio, pensando al cammino che stiamo percorrendo oggi. Percorriamolo con lo stesso entusiasmo di Luca.

Preghiamo
Signore Gesù, sto davvero camminando con te nella storia? Cammino da solo o insieme alla comunità cristiana a cui appartengo? La mia predicazione o catechesi, e quella delle nostre comunità, attingono veramente alla solidità della testimonianza apostolica? Com’è la vita delle nostre comunità? Queste e tante altre domande dovremo farci in questo nuovo anno nello studio degli Atti! Signore Gesù, effondi su di noi la potenza del tuo Spirito e donaci il coraggio di un vero confronto comunitario e personale. E soprattutto il coraggio di sentire quella vera gioia che nasce dal vivere con radicalità la nostra fede, la nostra testimonianza e il nostro annuncio. Che il nostro sforzo di rimotivare e di rinnovare la nostra vita di fede sia sempre compiuto nella preghiera. Amen!

Mario Galizzi sdb

BENEDETTO XVI – VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA (2010)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100421.html

BENEDETTO XVI – VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA (2010)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 aprile 2010

Cari fratelli e sorelle!

Come sapete, sabato e domenica scorsi ho compiuto un viaggio apostolico a Malta, sul quale oggi vorrei brevemente soffermarmi. Occasione della mia visita pastorale è stato il 1950° anniversario del naufragio dell’apostolo Paolo sulle coste dell’arcipelago maltese e della sua permanenza in quelle isole per circa tre mesi. E’ un avvenimento collocabile attorno all’anno 60 e raccontato con abbondanza di particolari nel libro degli Atti degli Apostoli (capp. 27-28). Come accadde a san Paolo, anch’io ho sperimentato la calorosa accoglienza dei Maltesi – davvero straordinaria – e per questo esprimo nuovamente la mia più viva e cordiale riconoscenza al Presidente della Repubblica, al Governo e alle altre Autorità dello Stato, e ringrazio fraternamente i Vescovi del Paese, con tutti coloro che hanno collaborato a preparare questo festoso incontro tra il Successore di Pietro e la popolazione maltese. La storia di questo popolo da quasi duemila anni è inseparabile dalla fede cattolica, che caratterizza la sua cultura e le sue tradizioni: si dice che a Malta vi siano ben 365 chiese, “una per ogni giorno dell’anno”, un segno visibile di questa profonda fede!
Tutto ebbe inizio con quel naufragio: dopo essere andata alla deriva per 14 giorni, spinta dai venti, la nave che trasportava a Roma l’apostolo Paolo e molte altre persone si incagliò in una secca dell’Isola di Malta. Per questo, dopo l’incontro molto cordiale con il Presidente della Repubblica, nella capitale La Valletta – che ha avuto la bella cornice del gioioso saluto di tanti ragazzi e ragazze – mi sono recato subito in pellegrinaggio alla cosiddetta “Grotta di San Paolo”, presso Rabat, per un momento intenso di preghiera. Lì ho potuto salutare anche un folto gruppo di missionari maltesi. Pensare a quel piccolo arcipelago al centro del Mediterraneo, e a come vi giunse il seme del Vangelo, suscita un senso di grande stupore per i misteriosi disegni della Provvidenza divina: viene spontaneo ringraziare il Signore e anche san Paolo, che, in mezzo a quella violenta tempesta, mantenne la fiducia e la speranza e le trasmise anche ai compagni di viaggio. Da quel naufragio, o, meglio, dalla successiva permanenza di Paolo a Malta, nacque una comunità cristiana fervente e solida, che dopo duemila anni è ancora fedele al Vangelo e si sforza di coniugarlo con le complesse questioni dell’epoca contemporanea. Questo naturalmente non è sempre facile, né scontato, ma la gente maltese sa trovare nella visione cristiana della vita le risposte alle nuove sfide. Ne è un segno, ad esempio, il fatto di aver mantenuto saldo il profondo rispetto per la vita non ancora nata e per la sacralità del matrimonio, scegliendo di non introdurre l’aborto e il divorzio nell’ordinamento giuridico del Paese.
Pertanto, il mio viaggio aveva lo scopo di confermare nella fede la Chiesa che è in Malta, una realtà molto vivace, ben compaginata e presente sul territorio di Malta e Gozo. Tutta questa comunità si era data appuntamento a Floriana, nel Piazzale dei Granai, davanti alla Chiesa di San Publio, dove ho celebrato la Santa Messa partecipata con grande fervore. E’ stato per me motivo di gioia, ed anche di consolazione sentire il particolare calore di quel popolo che dà il senso di una grande famiglia, accomunata dalla fede e dalla visione cristiana della vita. Dopo la Celebrazione, ho voluto incontrare alcune persone vittime di abusi da parte di esponenti del Clero. Ho condiviso con loro la sofferenza e, con commozione, ho pregato con loro, assicurando l’azione della Chiesa.
Se Malta dà il senso di una grande famiglia, non bisogna pensare che, a causa della sua conformazione geografica, sia una società “isolata” dal mondo. Non è così, e lo si vede, ad esempio, dai contatti che Malta intrattiene con vari Paesi e dal fatto che in molte Nazioni si trovano sacerdoti maltesi. Infatti, le famiglie e le parrocchie di Malta hanno saputo educare tanti giovani al senso di Dio e della Chiesa, così che molti di loro hanno risposto generosamente alla chiamata di Gesù e sono diventati presbiteri. Tra questi, numerosi hanno abbracciato l’impegno missionario ad gentes, in terre lontane, ereditando lo spirito apostolico che spingeva san Paolo a portare il Vangelo là dove ancora non era arrivato. E’ questo un aspetto che volentieri ho ribadito, che cioè “la fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (Enc. Redemptoris missio, 2). Sul ceppo di questa fede, Malta si è sviluppata ed ora si apre a varie realtà economiche, sociali e culturali, alle quali offre un apporto prezioso.
E’ chiaro che Malta ha dovuto spesso difendersi nel corso dei secoli – e lo si vede dalle sue fortificazioni. La posizione strategica del piccolo arcipelago attirava ovviamente l’attenzione delle diverse potenze politiche e militari. E tuttavia, la vocazione più profonda di Malta è quella cristiana, vale a dire la vocazione universale della pace! La celebre croce di Malta, che tutti associano a quella Nazione, ha sventolato tante volte in mezzo a conflitti e contese; ma, grazie a Dio, non ha mai perso il suo significato autentico e perenne: è il segno dell’amore e della riconciliazione, e questa è la vera vocazione dei popoli che accolgono e abbracciano il messaggio cristiano!
Crocevia naturale, Malta è al centro di rotte di migrazione: uomini e donne, come un tempo san Paolo, approdano sulle coste maltesi, talvolta spinti da condizioni di vita assai ardue, da violenze e persecuzioni, e ciò comporta, naturalmente, problemi complessi sul piano umanitario, politico e giuridico, problemi che hanno soluzioni non facili, ma da ricercare con perseveranza e tenacia, concertando gli interventi a livello internazionale. Così è bene che si faccia in tutte le Nazioni che hanno i valori cristiani nelle radici delle loro Carte Costituzionali e delle loro culture.
La sfida di coniugare nella complessità dell’oggi la perenne validità del Vangelo è affascinante per tutti, ma specialmente per i giovani. Le nuove generazioni infatti la avvertono in modo più forte, e per questo ho voluto che anche a Malta, malgrado la brevità della mia visita, non mancasse l’incontro con i giovani. E’ stato un momento di profondo e intenso dialogo, reso ancora più bello dall’ambiente in cui si è svolto – il porto di Valletta – e dall’entusiasmo dei giovani. A loro non potevo non ricordare l’esperienza giovanile di san Paolo: un’esperienza straordinaria, unica, eppure capace di parlare alle nuove generazioni di ogni epoca, per quella radicale trasformazione seguita all’incontro con Cristo Risorto. Ho guardato dunque ai giovani di Malta come a dei potenziali eredi dell’avventura spirituale di san Paolo, chiamati come lui a scoprire la bellezza dell’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo; ad abbracciare il mistero della sua Croce; ad essere vincitori proprio nelle prove e nelle tribolazioni, a non avere paura delle “tempeste” della vita, e nemmeno dei naufragi, perché il disegno d’amore di Dio è più grande anche delle tempeste e dei naufragi.
Cari amici, questo, in sintesi, è stato il messaggio che ho portato a Malta. Ma, come accennavo, è stato tanto ciò che io stesso ho ricevuto da quella Chiesa, da quel popolo benedetto da Dio, che ha saputo collaborare validamente con la sua grazia. Per intercessione dell’apostolo Paolo, di san Giorgio Preca, sacerdote, primo santo maltese, e della Vergine Maria, che i fedeli di Malta e Gozo venerano con tanta devozione, possa sempre progredire nella pace e nella prosperità.

SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

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SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

San Michele è potente, specialmente nella lotta contro il Maligno. San Gabriele è lo specialista nel campo delle comunicazioni e san Raffaele è, in modo speciale, il protettore dei viaggiatori, con poteri straordinari per guarire gli infermi.

GLI ARCANGELI
Sono gli angeli inviati da Dio per missioni di particolare importanza. Nella Bibbia se ne nominano soltanto tre: Michele, Gabriele e Raffaele..
San Raffaele dice di sè: Io sono Raffaele, uno dei sette santi angeli, che presentano le preghiere dei giusti e possono stare dinanzi alla maestà del Signore (Tob 12, 15). Alcuni autori li vedono anche nell’Apocalisse, dove si dice: Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono (Ap 1, 4). Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe (Ap 8, 2).
Nel 1561 Papa Pio IV consacrò la chiesa, costruita nel locale del salone delle terme dell’imperatore Diocleziano, a santa Maria e ai sette arcangeli. Si tratta della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
La mistica austriaca Maria Simma ci dice: Nella Sacra Scrittura si parla di sette arcangeli dei quali i più conosciuti sono Michele, Gabriele e Raffaele.
San Gabriele è vestito da sacerdote e aiuta specialmente chi invoca molto lo Spirito Santo. È l’angelo della verità e nessun sacerdote dovrebbe lasciar passare nemmeno un solo giorno senza chiedergli aiuto.
Raffaele è l’angelo della guarigione. Aiuta specialmente i sacerdoti che confessano molto ed anche gli stessi penitenti. In particolar modo le persone sposate dovrebbero ricordarsi di san Raffaele.
L’arcangelo san Michele è l’angelo più forte contro ogni tipo di male. Dobbiamo chiedergli spesso che protegga non solo noi, ma anche tutti i membri vivi e defunti della nostra famiglia.

San Gabriele
Il suo nome significa forza di Dio. Lo si rappresenta con una verga di giglio profumato, che ossequiò a Maria nel momento dell’Annunciazione e che rappresenta la purezza immacolata della Vergine Santa. La sua festa è il 25 marzo, ricorrenza dell’Annunciazione.
È il messaggero di Dio per eccellenza e colui che comunica agli uomini le grandi notizie da parte del Signore. Già nell’Antico Testamento parla al profeta Daniele degli avvenimenti importanti che avranno luogo per il popolo di Israele e si parla chiaramente del Messia promesso al popolo d’Israele.
Per questo Gabriele è chiaramente, già dall’Antico Testamento, l’ambasciatore di Dio per i grandi avvenimenti del popolo di Dio. E ciò si manifesta con totale chiarezza nel Nuovo Testamento quando viene annunciata la nascita di Giovanni il Battista e di Gesù.
Dice Gabriele a Zaccaria: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo (Lc 1, 19-20).
Ma soprattutto egli annuncia a Maria la grande notizia della nascita del Salvatore: Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1, 26-28). Maria si spaventa alla vista dell’angelo, che le ha chiarito fin dal principio che veniva da parte di Dio. E Dio, per mezzo di Gabriele, le dice le belle parole dell’Ave Maria: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Parole divine ed evangeliche, la cui ripetizione nell’Ave Maria non può essere se non fonte di immense benedizioni per i credenti.
Ed egli continua dicendo: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 30-33).
Poi l’angelo le spiega il concepimento miracoloso di Gesù: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio. Vedi: Anche Elisabetta tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio. Allora Maria disse: eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l’angelo partì da lei (Lc 1, 35-38).
In questa ambasciata, Gabriele si presenta dinanzi all’umanità come il grande comunicatore, il grande messaggero, come se fosse il corriere di Dio. Perciò papa Paolo VI lo nominò patrono delle poste, dei postini, degli impiegati delle poste e dei filatelici, attraverso la lettera apostolica Quondoquidem del 9 dicembre 1972.
Papa Pio XII lo proclamò patrono delle telecomunicazioni e dei comunicatori col breve apostolico del 12 gennaio 1951, in cui si dice:
Dinanzi alla sollecitudine di molti personaggi che lavorano nel mondo delle telecomunicazioni e che hanno chiesto che venga concesso loro san Gabriele arcangelo come celeste patrono, abbiamo deciso di accogliere favorevolmente questa richiesta che risponde anche ai nostri desideri. Perciò, con il nostro potere apostolico, costituiamo per sempre e dichiariamo san Gabriele arcangelo patrono celeste davanti a Dio delle telecomunicazioni, dei loro specialisti e di tutti gli impiegati, concedendo a san Gabriele tutti gli onori e privilegi che corrispondono normalmente ai patroni principali.
Poiché san Gabriele è ambasciatore di Dio, è anche patrono degli ambasciatori e dei diplomatici; così pure l’hanno per patrono gli annunciatori radiofonici e tutti gli impiegati, i lavoratori e gli operatori della radio e della televisione, nonché gli operatori telefonici e i messaggeri. Attualmente molti lo considerano patrono dei cibernauti e di Internet.

SAN RAFFAELE
Raffaele significa medicina di Dio e di solito si rappresenta questo arcangelo insieme a Tobia, mentre lo accompagna o lo libera dal pericolo del pesce. Il suo nome compare soltanto nel libro di Tobia, dove egli viene presentato come modello di angelo custode, perché protegge Tobia da tutti pericoli: dal pesce che voleva divorarlo (6, 2) e dal demonio che l’avrebbe ucciso con quegli altri sette pretendenti di Sara (8, 3). Guarisce la cecità del padre (11, 11) e così manifesta il suo carisma speciale di essere medicina di Dio e patrono di coloro che curano i malati. Sistema la faccenda dei soldi prestati a Gabaele (9, 5) e consiglia a Tobia di sposarsi con Sara.
Umanamente, Tobia non si sarebbe mai sposato con Sara, perché aveva paura di morire come i precedenti mariti di lei (7, 11), ma Raffaele guarisce Sara dalle sue paure e tranquillizza Tobia affinché si sposi, perché quel matrimonio è voluto da Dio da tutta l’eternità (6, 17). Lo stesso Raffaele è colui che presenta le preghiere di Tobia e della sua famiglia davanti a Dio: Quando pregavate, io presentavo le vostre orazioni davanti al Santo; quando tu seppellivi i morti, anch’io ti assistevo; quando senza pigrizia ti alzavi e non mangiavi per andare a seppellirli, io ero con te (12, 12-13).
Raffaele viene considerato il patrono dei fidanzati e dei giovani sposi, perché sistemò tutto ciò che riguardava il matrimonio fra Tobia e Sara e risolse tutti i problemi che ne impedivano la realizzazione. Per questo tutti i fidanzati devono raccomandarsi a san Raffaele e, per mezzo di lui, alla Madonna che, come Madre perfetta, si preoccupa della loro felicità. Così Lei fece infatti alle nozze di Cana, durante le quali ottenne da Gesù il primo miracolo per far felici i neo sposi.
Inoltre san Raffaele è un buon consigliere familiare. Invita la famiglia di Tobia a lodare Dio: Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio; lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. [...] Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute (12, 17- 20). E consiglia a Tobia e a Sara di pregare: Prima di unirti a lei, alzatevi tutti e due a pregare. Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la sua salvezza. Non temere: Essa ti è stata destinata fin dall’eternità. Sarai tu a salvarla. Ti seguirà e penso che da lei avrai figli che saranno per te come fratelli. Non stare in pensiero (6, 18).
E quando si trovarono da soli nella stanza da letto, Tobia disse a Sara: Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza. [...]
Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine di intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia.
E dissero insieme: Amen, amen! (8, 4-8).
È importante pregare in famiglia! La famiglia che prega unita, rimane unita. Inoltre, san Raffaele è patrono speciale dei marinai, di tutti coloro che viaggiano per acqua e di coloro che vivono e lavorano vicino all’acqua, poiché, siccome liberò Tobia dal pericolo del pesce nel fiume, può liberare anche noi dai pericoli delle acque. Per questo è patrono speciale della città di Venezia.
Per di più è patrono dei viandanti e dei viaggiatori, che lo invocano prima di intraprendere un viaggio, perché egli li protegga come protesse Tobia nel suo viaggio.
Ed ancora è patrono dei sacerdoti che confessano e amministrano l’unzione degli infermi, poiché la confessione e l’unzione degli infermi sono sacramenti di guarigione fisica e spirituale. Per questo i sacerdoti dovrebbero chiedere il suo aiuto specialmente quando confessano ed amministrano l’estrema unzione. È patrono dei non vedenti, perché può guarirli dalla cecità come fece al padre di Tobia. Ed in modo molto speciale è patrono di coloro che curano o badano agli infermi, concretamente, dei medici, degli infermieri e delle badanti.

SAN MICHELE
Michele (Mi-kha-el) vuol dire chi come Dio. Alcuni hanno visto san Michele nell’apparizione a Giosué, poiché si presenta con una spada sguainata in mano, esattamente come viene rappresentato san Michele. Egli disse a Giosué: Sono un principe dell’esercito di Yahvé… togliti i calzari, perché il luogo che calpesti è santo (Gs 5, 13-15).
Quando il profeta Daniele ebbe una visione e rimase come morto, disse: Però Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto e io l’ho lasciato là presso il principe del re di Persia (Dn 10, 13). Io ti dichiarerò ciò che è scritto nel libro della verità. Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe (Dn 10, 21).
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, che non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo (Dn 12, 1).
Nel Nuovo Testamento, nella lettera di san Giuda Taddeo, sta scritto: L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosé, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! (Gd 9).
Ma è soprattutto nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse che appare chiaramente la sua missione di capo degli eserciti angelici nella lotta contro il diavolo e i suoi demoni:
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del Sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio, poiché hanno disprezzato la vita fino a morire (Ap 12, 7-11).
San Michele arcangelo è considerato il patrono speciale del popolo di Israele, come sta scritto in Daniele al capitolo 12, versetto 1. Inoltre è stato nominato patrono speciale della Chiesa cattolica, il nuovo popolo di Dio del Nuovo Testamento.
Viene acclamato anche come patrono dei giudici e di coloro che esercitano la giustizia, infatti lo si rappresenta con la bilancia in mano. E poiché è il capo degli eserciti celesti nella lotta contro il male e contro il diavolo, viene considerato patrono dei soldati e dei poliziotti. Poi è stato scelto come patrono dei paracadutisti e dei radiologi e di tutti coloro che curano per mezzo del radio. Ma è specialmente potente contro Satana. Per questo gli esorcisti lo invocano come un difensore fortissimo.

 

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, E’ FONTE DI GIOIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/02-Doni-Spirito-Santo-amore-e-gioia.html

L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, E’ FONTE DI GIOIA

La verità, enunciata nel titolo, traspare in modo chiaro da Gv 15,9-12: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo il brano citato si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio se ne parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo-risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: Rimanete. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.
Che cos’è la gioia?
La definizione più bella è questa: “armonia con se stessi”, un sentirsi, un essere presenti a se stessi; è la scoperta di sentirsi soddisfatti. La vera gioia è uno stato d’animo, una realtà spirituale; è legata al nostro spirito, al nostro intimo; essa offre alla nostra esistenza un’alta ragione di essere: dà senso al nostro vivere. La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola serenità di spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.
Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13a). Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esplode di gioia davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.
Muoviamoci in questo campo puramente religioso, perché è qui dove il credente fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.
Gioia e sofferenza
È un binomio inevitabile, e ne possiamo parlare con serenità solo se fissiamo lo sguardo su Gesù, riunito con i suoi discepoli nel Cenacolo. È lì che ha pronunciato le parole che abbiamo letto all’inizio; ci ha invitato a vivere nell’amore e ha concluso dicendo: “Che la mia gioia sia in voi e che la vostra gioia sia (diventi) piena” (Gv 15,9-11). Era la vigilia della sua passione, la notte in cui venne tradito, in cui percepiva che l’odio dei suoi nemici si sarebbe scatenato su di lui e che avrebbe sommerso i suoi discepoli nella tristezza. Non poteva non soffrire. Eppure parla di gioia. È così che si è soliti tradurre la parola greca charà, ma lasciate che la renda con serenità. Si riesce meglio a unirla con la parola sofferenza e a sentirla come un dono che emana dall’amore che è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo.
È impressionante la serenità con cui Gesù ha vissuto la sua Passione. Quando nel tempio sente dire che alcuni Greci desiderano vederlo, Gesù capisce che è giunto il momento in cui la sua missione deve aprirsi all’universalità; per questo dice: “È giunta l’ora in cui il Figlio dell’uomo deve essere glorificato”. Parla in termini di gloria, anche se sa che “il chicco di grano deve morire prima di produrre molto frutto” (Gv 12,20-24). Lo stesso avviene quando Giuda, ormai deciso al tradimento, lascia il Cenacolo. Gesù dice: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in lui”. Parla al passato come se già tutto fosse avvenuto, ma subito passa al futuro, perché aggiunge: “Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà e lo glorificherà subito” (Gv 13,31-32). Gesù sa che la sofferenza sarà breve; il presente è orribile perché significa “morte”, ma Gesù, nella speranza, sa andare oltre il triste presente per guardare al futuro: “Io vado al Padre”. E questo che gli dà serenità, perché ha la certezza che, malgrado tutto, porterà a compimento la sua missione. È l’unione con il Padre che lo rende sereno: egli sa che il Padre non lo lascerà solo (16,32).
In questa situazione guarda i suoi discepoli e li invita alla gioia dicendo: “Se mi amaste vi rallegrereste che io vado al Padre” (Gv 14,28). Con queste parole Gesù vuole coinvolgere i discepoli nella sua gioia. Sa che non riescono pienamente a capire quello che sta avvenendo, che il presente è anche per loro colmo di tristezza, ma sa che la loro tristezza, si cambierà in gioia. Infatti dice loro: “Ora siete tristi, ma io vi rivedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22s). Questa loro gioia scoppierà nel giorno di Pasqua. Lo racconta Giovanni quando scrive: “I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20), e Luca racconta che quando Gesù ascese al cielo “Essi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, e nel Cenacolo, pregando con Maria, si prepararono all’annuncio della salvezza: la gioia del Signore era in loro (Lc 24,52).
Gioia e sofferenza nella vita cristiana
La vita cristiana è il riflesso della vita di Gesù in noi; perciò quello che Gesù ha vissuto anche i discepoli lo hanno vissuto
e i cristiani lo vivono in continuità. Chi vive con franchezza e con sincerità la vita cristiana si accorge presto quanto sono ve-
re le parole di Gesù:
“Se il mondo vi odia sappiate che prima di voi ha odiato me” (Gv 15,18); “Beati voi quando vi odieranno, vi metteranno al bando e vi insulteranno per causa mia. Rallegratevi, saltate di gioia in quel giorno perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Lc 6,22s).
La realtà di queste parole la vissero in pienezza gli apostoli. Si racconta negli Atti che Pietro e Giovanni, dopo essere stati incarcerati, insultati e percossi, “uscirono gioiosi per essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù ” (At 5,41). È l’unione con Gesù che dà loro un senso di gioia e serenità nello svolgimento della loro missione. Paolo per esprimere questo vincolo di comunione con il Signore, usa per tre volte la formula: gioire nel Signore (Fil 3,1; 4,4.10). Paolo è in carcere quando dice questo, eppure gioisce e vuole continuare a gioire anche quando sa che Cristo viene annunciato da chi non gli vuole bene, perché a lui basta sentire che Cristo viene annunciato (Fil 1,8). Come nel Cenacolo Gesù ha invitato i discepoli a gioire, anche Paolo invita i fedeli, che pure hanno avuto “la grazia di soffrire per Cristo”, non solo a gioire, ma a congioire con lui”: “Se anche il mio sangue dovesse essere versato in sacrificio gioisco e congioisco con tutti voi; e anche voi gioite e congioite con me” (Fil 2,17-18). E non si tratta di una gioia passeggera. Dice infatti: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi”. Paolo gioisce nella sofferenza, gioisce nel Signore, gioisce perché il Vangelo viene annunziato e vuole che questa gioia sia comunitaria. La gioia che viene dal Signore dev’essere condivisa, deve coinvolgere altri, il mondo intero: “La vostra amabilità (bontà, dolcezza) sia nota a tutti” (Fil 4,5). Quando in una comunità cristiana sentiamo che qualcuno ha fatto qualcosa di bello, non hanno senso le gelosie, che annullano la comune gioia. Il bene di uno è il bene di tutta la comunità.
La vera gioia, infatti, cioè la gioia cristiana è intrisa di amore, di quell’amore che è frutto dello Spirito e perciò è una gioia diffusiva, una gioia vissuta insieme nella speranza. Paolo dice: “Il Signore viene”. Noi siamo gente che vive nell’attesa del Signore, perché solo quando egli verrà la gioia sarà davvero piena. Per questo ai Filippesi che sono nella sofferenza dice: “Non angustiatevi!”. Lo ha detto anche il Signore ai suoi discepoli nel Cenacolo. È dalla mutua comunione nel Signore che nasce nel singolo e nella comunità quel senso di serenità e di pace che solo il Signore può dare.
Come posso possedere questa gioia? Amando! Cioè amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare gratificazioni di sorta. Quando nella fede e in comunione con Gesù mi dono, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa apostolica. La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona serena, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama “la mia gioia”.
La Vostra gioia sarà piena
La vera gioia guarda alle esperienze liete del passato solo per lodare e ringraziare il Signore e se, nel presente, sentiamo in comunione con lui serenità e gioia anche nei momenti difficili della nostra testimonianza, mettiamoci in atteggiamento di grazie e di lode. La pienezza della gioia però è sempre nel futuro. Il vero discepolo non volge mai indietro lo sguardo; egli vive nell’attesa gioiosa del suo Signore. È lui che ci ha comandato di gioire. Dopo aver parlato del suo ritorno con quadri che infondono paura a tutti, si rivolge ai suoi discepoli e dice: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi, levate il capo e gioite perché è vicina la vostra salvezza” (Lc 21,28). Il “gioite” non è nel testo, ma lo si deve aggiungere se si vuole rendere bene il pensiero. Quando si ama qualcuno si gioisce se ci avvisano che sta per venire. Ebbene, tale è la gioia di chi aspetta il ritorno del Signore. Egli sa che viene per accoglierci e immergerci nell’amore del Padre per sempre. Solo allora la gioia sarà perfettamente piena. Sarà una felicità senza fine, perché ci sentiremo perfettamente realizzati.
Preghiamo
Signore Gesù, sto scrivendo questi pensieri, contemplando un mondo in guerra e parlo con te che hai detto: “Chi colpisce di spada di spada morirà”. Tu hai rifiutato l’uso della spada, hai lasciato che camminassero sul tuo sangue, tu non hai voluto camminare sul sangue degli altri; ci hai insegnato, con il tuo esempio la vera via della pace. Essa esiste solo quando siamo in comunione con te. Ora la guerra semina morte, lutto, tristezza; sprofonda il mondo in una notte oscura, scava abissi immensi fra i popoli e le culture. Signore, a noi che crediamo in te, dona in questi terribili momenti della storia la tua gioia, quella che nasce dall’amore di tutti, anche dei nemici e fa’ che possiamo riempire il mondo della tua gioia. Mentre nel mondo l’odio dilaga, dona a noi, tuoi discepoli, di credere contro ogni speranza e fa’ che possiamo costruire un mondo nuovo. Donaci la tua gioia e fa’ che la nostra serenità sia contagiosa affinché in tutti nasca la speranza di una vera riconciliazione e tutti si aprano alla tua pace. Amen!

Mario Galizzi SDB

 

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070628_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Paolo Fuori le Mura
Giovedì, 28 giugno 2007

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

In questi Primi Vespri della Solennità dei santi Pietro e Paolo facciamo grata memoria di questi due Apostoli, il cui sangue, insieme a quello di tanti altri testimoni del Vangelo, ha reso feconda la Chiesa di Roma. Nel loro ricordo sono lieto di salutare tutti voi, cari fratelli e sorelle, a cominciare dal Signor Cardinale Arciprete e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti, dal Padre Abate e dalla Comunità benedettina cui è affidata questa Basilica, fino agli ecclesiastici, alle religiose e ai religiosi e ai fedeli laici qui convenuti. Un saluto particolare dirigo alla Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ricambia la presenza della Delegazione della Santa Sede ad Istanbul, in occasione della festa di sant’Andrea. Come ho avuto modo di dire qualche giorno fa, questi incontri e iniziative non costituiscono semplicemente uno scambio di cortesie tra Chiese, ma vogliono esprimere il comune impegno di fare tutto il possibile per affrettare i tempi della piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente cristiani. Con questi sentimenti, mi dirigo con deferenza ai Metropoliti Emmanuel e Gennadios, inviati dal caro Fratello Bartolomeo I, al quale rivolgo un pensiero grato e cordiale. Questa Basilica, che ha visto eventi di profondo significato ecumenico, ci ricorda quanto sia importante pregare insieme per implorare il dono dell’unità, quell’unità per la quale san Pietro e san Paolo hanno speso la loro esistenza sino al supremo sacrificio del sangue.
Un’antichissima tradizione, che risale ai tempi apostolici, narra che proprio a poca distanza da questo luogo avvenne l’ultimo loro incontro prima del martirio: i due si sarebbero abbracciati, benedicendosi a vicenda. E sul portale maggiore di questa Basilica essi sono raffigurati insieme, con le scene del martirio di entrambi. Fin dall’inizio, dunque, la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro, anche se ebbero ciascuno una missione diversa da compiere: Pietro per primo confessò la fede in Cristo, Paolo ottenne in dono di poterne approfondire la ricchezza. Pietro fondò la prima comunità dei cristiani provenienti dal popolo eletto, Paolo divenne l’apostolo dei pagani. Con carismi diversi operarono per un’unica causa: la costruzione della Chiesa di Cristo. Nell’Ufficio delle Letture, la liturgia offre alla nostra meditazione questo noto testo di sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì… Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Disc. 295, 7.8). E san Leone Magno commenta: “Dei loro meriti e delle loro virtù, superiori a quanto si possa dire, nulla dobbiamo pensare che li opponga, nulla che li divida, perché l’elezione li ha resi pari, la fatica simili e la fine uguali” (In natali apostol., 69, 6-7).
A Roma il legame che accomuna Pietro e Paolo nella missione, ha assunto sin dai primi secoli un significato molto specifico. Come la mitica coppia di fratelli Romolo e Remo, ai quali si faceva risalire la nascita di Roma, così Pietro e Paolo furono considerati i fondatori della Chiesa di Roma. Dice in proposito san Leone Magno rivolgendosi alla Città: “Sono questi i tuoi santi padri, i tuoi veri pastori, che per farti degna del regno dei cieli, hanno edificato molto più bene e più felicemente di coloro che si adoperarono per gettare le prime fondamenta delle tue mura”(Omelie 82,7). Per quanto umanamente diversi l’uno dall’altro, e benché il rapporto tra di loro non fosse esente da tensioni, Pietro e Paolo appaiono dunque come gli iniziatori di una nuova città, come concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal Vangelo di Gesù Cristo. Per questo si potrebbe dire che oggi la Chiesa di Roma celebra il giorno della sua nascita, giacché i due Apostoli ne posero le fondamenta. Ed inoltre Roma oggi avverte con più consapevolezza quale sia la sua missione e la sua grandezza. Scrive san Giovanni Crisostomo che “il cielo non è splendido quando il sole diffonde i suoi raggi, come lo è la città di Roma, che irradia lo splendore di quelle fiaccole ardenti (Pietro e Paolo) per tutto il mondo… Questo è il motivo per cui amiamo questa città…per queste due colonne della Chiesa” (Comm.a Rm 32).
Dell’apostolo Pietro faremo memoria particolarmente domani, celebrando il divin Sacrificio nella Basilica Vaticana, edificata sul luogo dove egli subì il martirio. Questa sera il nostro sguardo si volge a san Paolo, le cui reliquie sono custodite con grande venerazione in questa Basilica. All’inizio della Lettera ai Romani, come abbiamo ascoltato poco fa, egli saluta la comunità di Roma presentandosi quale «servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione» (1,1). Utilizza il termine servo, in greco doulos, che indica una relazione di totale e incondizionata appartenenza a Gesù, il Signore, e che traduce l’ebraico ‘ebed, alludendo così ai grandi servi che Dio ha scelto e chiamato per un’importante e specifica missione. Paolo è consapevole di essere “apostolo per vocazione”, cioè non per autocandidatura né per incarico umano, ma soltanto per chiamata ed elezione divina. Nel suo epistolario, più volte l’Apostolo delle genti ripete che tutto nella sua vita è frutto dell’iniziativa gratuita e misericordiosa di Dio (cfr 1 Cor 15,9-10; 2 Cor 4,1; Gal 1,15). Egli fu scelto «per annunciare il vangelo di Dio» (Rm 1,1), per propagare l’annuncio della Grazia divina che riconcilia in Cristo l’uomo con Dio, con se stesso e con gli altri.
Dalle sue Lettere sappiamo che Paolo fu tutt’altro che un abile parlatore; anzi condivideva con Mosè e con Geremia la mancanza di talento oratorio. «La sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Gli straordinari risultati apostolici che poté conseguire non sono pertanto da attribuire ad una brillante retorica o a raffinate strategie apologetiche e missionarie. Il successo del suo apostolato dipende soprattutto da un coinvolgimento personale nell’annunciarne il Vangelo con totale dedizione a Cristo; dedizione che non temette rischi, difficoltà e persecuzioni: “Né morte né vita – scriveva ai Romani – né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (8,38-39). Da ciò possiamo trarre una lezione quanto mai importante per ogni cristiano. L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende.
Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come san Paolo: un tempo persecutore violento dei cristiani, quando sulla via di Damasco cadde a terra abbagliato dalla luce divina, passò senza esitazione dalla parte del Crocifisso e lo seguì senza ripensamenti. Visse e lavorò per Cristo; per Lui soffrì e morì. Quanto attuale è oggi il suo esempio!
E proprio per questo, sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C. Questo “Anno Paolino” potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva sotto l’altare papale di questa Basilica il sarcofago, che per concorde parere degli esperti ed incontrastata tradizione conserva i resti dell’apostolo Paolo. Presso la Basilica Papale e presso l’attigua omonima Abbazia Benedettina potranno quindi avere luogo una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina. Inoltre, una speciale attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale presso la tomba dell’Apostolo per trovare giovamento spirituale. Saranno pure promossi Convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo. Inoltre, in ogni parte del mondo, analoghe iniziative potranno essere realizzate nelle Diocesi, nei Santuari, nei luoghi di culto da parte di Istituzioni religiose, di studio o di assistenza, che portano il nome di san Paolo o che si ispirano alla sua figura e al suo insegnamento. C’è infine un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo. Amen!

 

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