PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – (At 20,28). Il ministero di Paolo ad Efeso e il congedo dagli anziani

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – (At 20,28). Il ministero di Paolo ad Efeso e il congedo dagli anziani

Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 dicembre 2019

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 17. «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge» (At 20,28). Il ministero di Paolo ad Efeso e il congedo dagli anziani

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il viaggio del Vangelo nel mondo continua senza sosta nel Libro degli Atti degli Apostoli, e attraversa la città di Efeso manifestando tutta la sua portata salvifica. Grazie a Paolo, circa dodici uomini ricevono il battesimo nel nome di Gesù e fanno esperienza dell’effusione dello Spirito Santo che li rigenera (cfr At 19,1-7). Diversi poi sono i prodigi che avvengono per mezzo dell’Apostolo: i malati guariscono e gli ossessi vengono liberati (cfr At 19,11-12). Questo accade perché il discepolo somiglia al suo Maestro (cfr Lc 6,40) e lo rende presente comunicando ai fratelli la stessa vita nuova che da Lui ha ricevuto.
La potenza di Dio che irrompe ad Efeso smaschera chi vuole usare il nome di Gesù per compiere esorcismi ma senza avere l’autorità spirituale per farlo (cfr At 19,13-17), e rivela la debolezza delle arti magiche, che vengono abbandonate da un gran numero di persone che scelgono Cristo e abbandonano le arti magiche (cfr At 19,18-19). Un vero capovolgimento per una città, come Efeso, che era un centro famoso per la pratica della magia! Luca sottolinea così l’incompatibilità tra la fede in Cristo e la magia. Se scegli Cristo non puoi ricorrere al mago: la fede è abbandono fiducioso nelle mani di un Dio affidabile che si fa conoscere non attraverso pratiche occulte ma per rivelazione e con amore gratuito. Forse qualcuno di voi mi dirà: “Ah, sì, questa della magia è una cosa antica: oggi, con la civiltà cristiana questo non succede”. Ma state attenti! Io vi domando: quanti di voi vanno a farsi fare i tarocchi, quanti di voi vanno a farsi leggere le mani dalle indovine o farsi leggere le carte? Anche oggi nelle grandi città cristiani praticanti fanno a queste cose. E alla domanda: “Ma come mai, se tu credi a Gesù Cristo, vai dal mago, dall’indovina, da tutta questa gente?”, rispondono: “Io credo in Gesù Cristo ma per scaramanzia vado anche da loro”. Per favore: la magia non è cristiana! Queste cose che si fanno per indovinare il futuro o indovinare tante cose o cambiare situazioni di vita, non sono cristiane. La grazia di Cristo ti porta tutto: prega e affidati al Signore.
La diffusione del Vangelo ad Efeso danneggia il commercio degli argentieri – un altro problema –, che fabbricavano le statue della dea Artemide, facendo di una pratica religiosa un vero e proprio affare. Su questo io vi chiedo di pensare. Vedendo diminuire quell’attività che fruttava molto denaro, gli argentieri organizzano una sommossa contro Paolo, e i cristiani vengono accusati di aver messo in crisi la categoria degli artigiani, il santuario di Artemide e il culto di questa dea (cfr At 19,23-28).
Paolo, poi, parte da Efeso diretto a Gerusalemme e giunge a Mileto (cfr At 20,1-16). Qui manda a chiamare gli anziani della Chiesa di Efeso – i presbiteri: sarebbero i sacerdoti – per fare un passaggio di consegne “pastorali” (cfr At 20,17-35). Siamo alle battute finali del ministero apostolico di Paolo e Luca ci presenta il suo discorso di addio, una sorta di testamento spirituale che l’Apostolo rivolge a coloro che, dopo la sua partenza, dovranno guidare la comunità di Efeso. E questa è una delle pagine più belle del Libro degli Atti degli Apostoli: vi consiglio di prendere oggi il Nuovo Testamento, la Bibbia, il capitolo XX e leggere questo congedo di Paolo dai presbiteri di Efeso, e lo fa a Mileto. E’ un modo per capire come si congeda l’Apostolo e anche come i presbiteri oggi devono congedarsi e anche come tutti i cristiani devono congedarsi. E’ una bellissima pagina.
Nella parte esortativa, Paolo incoraggia i responsabili della comunità, che sa di vedere per l’ultima volta. E cosa dice loro? «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge». Questo è il lavoro del pastore: fare la veglia, vegliare su sé stesso e sul gregge. Il pastore deve vegliare, il parroco deve vegliare, fare la veglia, i presbiteri devono vegliare, i Vescovi, il Papa devono vegliare. Fare la veglia per custodire il gregge, e anche fare la veglia su sé stessi, esaminare la coscienza e vedere come si compie questo dovere di vegliare. «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio» (At 20,28): così dice San Paolo. Agli episcopi è chiesta la massima prossimità con il gregge, riscattato dal sangue prezioso di Cristo, e la prontezza nel difenderlo dai «lupi» (v. 29). I Vescovi devono essere vicinissimi al popolo per custodirlo, per difenderlo; non staccati dal popolo. Dopo aver affidato questo compito ai responsabili di Efeso, Paolo li mette nelle mani di Dio e li affida alla «parola della sua grazia» (v. 32), fermento di ogni crescita e cammino di santità nella Chiesa, invitandoli a lavorare con le proprie mani, come lui, per non essere di peso agli altri, a soccorrere i deboli e a sperimentare che «si è più beati nel dare che nel ricevere» (v. 35).
Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di rinnovare in noi l’amore per la Chiesa e per il deposito della fede che essa custodisce, e di renderci tutti corresponsabili nella custodia del gregge, sostenendo nella preghiera i pastori perché manifestino la fermezza e la tenerezza del Divino Pastore.

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011) – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011)

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 29 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle,
“Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.
Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.
Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.
Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.
Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

 

I PRIMI PASSI DELLA CHIESA – don Claudio Doglio

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio20.htm#A._I_PRIMI_PASSI_DELLA_CHIESA

L’IMPEGNO MISSIONARIO ALLA LUCE DELLA SACRA SCRITTURA

« Va’ e annunzia ciò che il signore ti ha fatto » don Claudio Doglio

I PRIMI PASSI DELLA CHIESA

Luca è il teologo della storia della salvezza: con le sue dotte qualità di letterato e storico ha saputo inquadrare la vicenda cristiana in uno schema teologico di storia a tre tempi. Gesù è il centro e il culmine della storia: Israele ne era la premessa e la Chiesa ne costituisce la continuazione. L’unica opera di Luca, in due volumi, costituisce dunque la presentazione del passaggio da Gesù alla Chiesa e dell’impegno di continuazione affidato alla comunità di Cristo. Gli Atti degli Apostoli, infatti, iniziano proprio là dove termina il Vangelo e, come nella teologia giovannea, il passaggio è operato dallo Spirito Santo, promesso e donato dal Risorto (cf G.Betori, « Lo Spirito e l’annuncio della Parola negli Atti degli Apostoli », in: Rivista Biblica Italiana 35 (1987) 399-441).
1) Gli apostoli rimasero a Gerusalemme!
Nell’ultimo capitolo del suo Vangelo Luca racconta gli incontri dei discepoli con il Cristo risorto: sottolinea con insistenza che egli « aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture » (Lc 24,45) e fece comprendere il senso della sua morte a quegli uomini « sciocchi e tardi di cuore » (Lc 24,25). Ma non racconta di un invio esplicito da parte di Gesù: egli afferma che « nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione dei peccati, cominciando da Gerusalemme » (Lc 24,47); ma non li manda in tutto il mondo, anzi li invita a rimanere in Gerusalemme (Una interessante lettura « narrativa » è offerta da J.N.Aletti, L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Brescia 1991).
Gli Atti iniziano con la medesima scena e le stesse raccomandazioni; viene esplicitato l’incarico: « Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,8), ma non vengono spiegate le modalità della testimonianza, né presentato l’invito urgente a partire per il mondo. Infatti gli apostoli rimasero a Gerusalemme!
La missione, intesa come impegno a portare la fede oltre i propri confini, non inizia subito dopo Pasqua. E neanche subito dopo la Pentecoste. Luca narra la prodigiosa investitura degli apostoli e la discesa dello Spirito Santo, presentando l’evento come il punto decisivo di partenza: l’apertura delle porte del cenacolo coincide con l’apertura del piccolo gruppo apostolico al resto della gente presente nella capitale per la festa (cf J.Dupont, « La prima Pentecoste cristiana », in: Studi sugli Atti degli Apostoli, Roma 1975, pp.823-860). È vero che la folla raccolta intorno a Pietro e agli altri undici proveniva da ogni nazione che è sotto il cielo, ma è anche vero che sono tutti Giudei (At 2,5): ciò che li rende diversi è la varietà delle lingue parlate e proprio questo fatto permette al narratore di mostrare nell’episodio di Pentecoste una prefigurazione della missione apostolica. Il messaggio cristiano è destinato a tutte le lingue e tutte le culture (cf Pio XII: « La Chiesa cattolica non si identifica con nessuna cultura; la sua stessa essenza glielo impedisce. Tuttavia essa è pronta ad intrattenere rapporti con tutte le culture », 7 settembre 1955, AAS, 47, p.681): il dono dello Spirito rende possibile questa destinazione universale, ma per il momento gli apostoli si rivolgono solo agli Israeliti, alle persone di fede ebraica. Non escono dalla loro terra ed i pagani non li vanno a cercare.
Inizia tuttavia la predicazione e Luca la presenta come la prima fase della testimonianza, quella a Gerusalemme, di fronte al popolo e alle autorità di Israele. Ciò che caratterizza questo primo momento dell’evangelizzazione è la comprensione del ruolo decisivo, insostituibile ed universale del Cristo. Alle autorità religiose ebraiche che interrogano gli apostoli a riguardo della guarigione dello storpio, Pietro risponde: « Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta davanti sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,10-12). La primitiva comunità cristiana annuncia soprattutto questo: Gesù di Nazaret è il Cristo, risuscitato da Dio e da lui costituito capo e salvatore unico di tutta l’umanità.
Nonostante tale convinzione il gruppo apostolico rimane all’interno dell’ebraismo e resta legato alla visione religiosa del popolo eletto: il Vangelo è predicato solo ai Giudei. Dal racconto degli Atti si vede come l’apertura sia stata lenta e difficile, nata per l’intervento di Dio e non per calcoli umani.
2) Il caso significativo di Cornelio
La conversione ed il battesimo del centurione Cornelio e di tutti quelli della sua casa non fu iniziativa pastorale di Pietro: il narratore sottolinea con maestria come in quella vicenda tutto sia accaduto per volere di Dio e l’apostolo sia stato trascinato a quel passo quasi contro voglia (At 10,1-48). Un angelo di Dio appare a Cornelio e lo invita a cercare Pietro; mentre costui sta pregando ha una strana visione che gli insegna a non considerare impuro ciò che Dio ha purificato; quando giungono i messi di Cornelio, lo Spirito suggerisce a Pietro di seguirli, anche se non li conosce. Giunto in casa del centurione, l’apostolo comprende il senso della visione ed inizia l’annunzio cristiano (Il discorso di Pietro, At 10,34-43, come molti altri discorsi negli Atti, sono il modello sintetico della prima predicazione cristiana: contengono, cioè, il « kerygma », il contenuto essenziale del primo annuncio) e mentre egli sta ancora parlando lo Spirito Santo scende su tutti gli ascoltatori: l’intervento di Dio previene l’opera pastorale della Chiesa
I fedeli circoncisi venuti con Pietro si meravigliano del fatto ed i cristiani di Gerusalemme, quando vengono a sapere che il battesimo è stato concesso a dei pagani, contestano l’iniziativa e rimproverano Pietro: egli, per giustificarsi, deve raccontare tutta la storia e spiegare la volontà di Dio presente in quegli eventi. Pietro aiuta i confratelli a leggere i segni dei tempi: « Se Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? » (At 11,17).
La prima missione apostolica fu dunque « involontaria » ed anche contestata. Un altro evento, provvidenziale, spinse il Vangelo fuori dal ghetto giudaico.
3) La comunità di Antiochia
Al tempo del martirio di Stefano, probabilmente nell’anno 36 d.C., « scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria » (At 8,1). La dispersione dei cristiani si rivelò una autentica semina, giacché « quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio » (At 8,4). Alcuni di questi giunsero fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia: in questa città, senza un particolare progetto missionario, qualche cristiano parlò della propria fede a dei Greci e la buona notizia di Gesù Cristo suscitò vivo interesse. I particolari di quegli eventi non ci sono noti; Luca spiega sinteticamente il fatto con una formula teologica: « La mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore » (At 11,21). La Chiesa di Antiochia nasce per l’apporto di missionari anonimi e per l’intervento personale ed efficace del Signore. I due aspetti vanno tenuti ovviamente insieme e possono essere considerati il segno distintivo di ogni futura iniziativa missionaria (cf J.Dupont, « La Chiesa di Antiochia: alle origini della missione », in: Parole di Vita 35 (1990) 261-268).
La notizia di questa insperata e inattesa apertura ai non-ebrei giunge presto a Gerusalemme e la Chiesa madre invia alla comunità appena nata il levita Giuseppe, soprannominato « Barnaba », cioè « figlio dell’esortazione »: tale espressione allude senz’altro alla sua capacità profetica, dice cioè che era capace di parlare di Dio alla gente e di saper cogliere negli eventi lo svolgimento del piano salvifico di Dio. Vero profeta, Barnaba, incontrando i greci convertiti, prova una grande gioia ed intuisce l’opera della grazia divina (At 11,23). Il primo grande passo ormai è compiuto: i pagani hanno aderito al messaggio cristiano e la comunità di Gerusalemme vede in questo fatto la volontà di Dio. Audacia e prudenza si sono rivelate ambedue necessarie: sono stati audaci i primi missionari nel rompere le barriere e fare ciò che non era mai stato fatto prima; sono stati prudenti quelli di Gerusalemme che non hanno subito approvato o condannato, ma hanno inviato un uomo di fiducia per vedere e provvedere, discernere e decidere; Barnaba, infine, sembra proprio riunire armonicamente nella sua persona questi due atteggiamenti. D’ora in poi tutta la storia della Chiesa procederà in questa direzione.
Barnaba, aiutato da Saulo, incoraggia la giovane Chiesa a perseverare e, per garantire una autentica crescita di fede, svolge con impegno un accurato lavoro di formazione ed istruzione (At 11,24.26): dopo la prima evangelizzazione (l’annuncio del kerygma) si rivela infatti indispensabile il momento dell’insegnamento (la didaché) che tende all’approfondimento del primo annuncio, alla assimilazione personale e comunitaria del dono del Vangelo e alla conseguente determinazione di tradurre la buona notizia in precisi e concreti gesti comunitari e missionari (cf L.A.Castro Quiroga, L’animazione missionaria secondo Atti degli Apostoli, Bologna 1991).
La « nuova » comunità di Antiochia dimostra presto di essere maturata nella fede con due scelte significative e decisive: si prende a cuore la situazione dei poveri ed interviene concretamente con l’invio di soccorsi (At 11,29); in modo analogo intende prendersi a cuore la situazione di altri poveri, coloro che non conoscono la gioia del Vangelo, ed organizzano la prima missione cattolica (At 13,1-3).
B. LA MISSIONE APOSTOLICA DI PAOLO
In questo momento decisivo per la Chiesa compare nella comunità cristiana un personaggio eccezionale, autentico ideatore e animatore della missione apostolica: Paolo di Tarso (Importante studio sul ruolo missionario di Paolo rimane l’opera di O.Kuss, Paolo. La funzione dell’Apostolo nello sviluppo teologico della Chiesa primitiva, Roma 1974). Con lui il messaggio del Cristo risorto arriva davvero fino agli estremi confini della terra (Gli Atti iniziano con questo incarico, At 1,8, e terminano con la predicazione di Paolo a Roma, At 28,30-31, significando in tal modo il compimento del mandato missionario).
1) Le « tre » vocazioni di Paolo
L’evento decisivo per il credente e rigoroso fariseo Saulo è stato l’incontro di Damasco (Tre volte gli Atti presentano questo episodio, evidentemente per sottolinearne l’importanza: At 9,1-19; 22,5-16; 26,9-18): per tutto il resto della sua vita egli si presenterà come uno che « ha visto » il Signore. L’esperienza personale e profonda del Cristo risorto ha cambiato la sua vita, lo ha reso di Cristo, lo ha fatto cristiano. Senza dubbio è questa la vocazione essenziale e determinante. Ma altri due momenti nella vita di Paolo possono essere considerati ulteriori interventi di vocazione e, anche, di conversione.
Dopo i fatti di Damasco. Paolo è andato incontro ad una serie di gravi difficoltà: vogliono ucciderlo a Damasco e deve fuggire (At 9,23-25); a Gerusalemme viene emarginato ed è oggetto di diffidenza e paura (At 9,26), finché deve scappare anche di lì per evitare di essere ucciso (At 9,29-30). Si ritira a Tarso, nella sua città d’origine, ed esce dalla scena. Che cosa abbia fatto in quegli anni ci è completamente oscuro. Né gli Atti, né le sue lettere ne fanno mai menzione.
Paolo compare di nuovo perché cercato e chiamato da Barnaba (At 11,25). Per il grande ed innovatore lavoro nella comunità di Antiochia Barnaba ha bisogno di collaboratori; ricorda che a Tarso si è ritirato qualche anno prima quello strano personaggio di fariseo convertito, molto dotto e preparato nel commento delle Scritture; decide di andarlo a cercare; lo trova e lo « chiama » al ministero pastorale nella Chiesa di Antiochia. Se sulla via di Damasco Paolo è stato chiamato a diventar cristiano, nell’incontro con Barnaba, per usare una terminologia posteriore, è stato chiamato a diventare prete.
Ma non basta. Il suo lavoro di animatore e formatore della comunità subisce un ulteriore cambiamento e si verifica quella che possiamo chiamare la terza vocazione di Paolo. Il libro degli Atti presenta l’episodio in modo sintetico e formulato con espressioni teologiche; ci è difficile ricostruire gli eventi, ma ne possiamo cogliere facilmente il senso. Narra Luca che, mentre i profeti e i dottori di Antiochia stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: « Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati ». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono (At 13,1-3). La comunità in preghiera sente la vocazione missionaria; l’autentica comunione con il Signore spinge alla diffusione del vangelo e fa nascere il desiderio irresistibile di comunicare agli altri il prezioso dono ricevuto. Paolo e Barnaba sono chiamati a diventare missionari: la Chiesa prega su di loro e li manda come propri ministri; il loro servizio ecclesiale continua perfettamente fra « quelli di fuori ». Da questo momento si può parlare chiaramente di « missione apostolica » o di « apostolato missionario » nel senso in cui lo intendiamo noi.
2) La sofferta decisione a favore della missione
Il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba, secondo il libro degli Atti (13,4-14,28), porta gli apostoli (è interessante notare che questo titolo non viene riservato ai Dodici mandati direttamente da Gesù, ma è applicato anche ai grandi « inviati » della Chiesa primitiva: cf At 14,4.14) in alcune cittadine dell’Asia Minore: in ognuna di esse si riproduce un analogo processo di evangelizzazione. Dapprima l’incontro con gli ebrei in sinagoga e la presentazione di Gesù come il Cristo partendo dal commento delle Scritture bibliche; di fronte all’abituale rifiuto di almeno una parte della comunità giudaica, gli apostoli si rivolgono ai pagani e scoprono, ogni volta con meraviglia, la grande disponibilità dei « lontani » ad accogliere la parola di Dio e la fede. In questi paesi nascono delle piccole comunità cristiane, non più legate al mondo giudaico, ma ormai autonome: si tratta di realtà nuove, i cui membri hanno le più disparate provenienze etniche e religiose. Ciò che li accomuna è la fede di Gesù Cristo.
Una simile situazione preoccupa la Chiesa di Gerusalemme e fa nascere una violenta controversia sulle condizioni da imporre ai pagani per la loro ammissione nella Chiesa. Paolo e Barnaba chiedevano loro solo di credere in Cristo, di pentirsi dei loro peccati e di ricevere il battesimo. A Gerusalemme, invece, un buon numero di giudeo-cristiani riteneva necessario diventare ebrei prima di poter essere cristiani, cioè ricevere la circoncisione e sottomettersi alla legge di Mosè. Una tale imposizione significava, nel ragionamento di Paolo, riconoscere che la fede nel Cristo non era sufficiente per essere salvi e significava inoltre forzare i convertiti ad isolarsi dal loro ambiente di origine per chiudersi in un sistema sociologico diverso. Una tale posizione avrebbe fatto della Chiesa cristiana semplicemente una setta giudaica.
A Gerusalemme, dopo il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba, si riunì un’assemblea per dibattere questo problema (At 15,1-6) e, con l’appoggio di Pietro (At 15,7-12) e di Giacomo (At 15,13-21), fu deciso di non imporre ai convertiti la legge di Mosè. Non bisogna vedere in questa decisione il fatto determinante dell’apertura missionaria cristiana: semplicemente essa ha confermato nell’esistenza la « missione apostolica » e l’ha incoraggiata, riconoscendo la fede cristiana come l’unico fondamento della salvezza. Luca ha posto l’assemblea di Gerusalemme al centro degli Atti proprio per presentarla come la chiave di volta nell’impostazione della Chiesa primitiva.
3) Lo stile missionario di Paolo
L’unica testimonianza personale diretta dell’antica missione cristiana è quella dell’apostolo Paolo: dello stile e del metodo da lui seguito nel lavoro missionario ne parlano gli Atti degli Apostoli e soprattutto le sue stesse Lettere, autenteci strumenti di evangelizzazione. Ne risulta una figura altamente significativa, il modello apostolico per tutta la Chiesa (cf P.Iovino, « Paolo: esperienza e teoria della missione », in: Ricerche storico bibliche 2 (1990) 155-183; C.Ghidelli, « Lo stile e il metodo missionario di Paolo », in: Parole di Vita 35 (1990) 278-285).
Paolo rivela nei suoi scritti la chiara coscienza di essere stato chiamato da Dio per divenire l’ »apostolo delle genti » (Rm 11,13; tale convinzione è espressa costantemente all’inizio delle sue lettere: Rm 1,1.5; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; 1Tim 1,1; 2Tim 1,1; Tt 1,1-3), l’incaricato di portare ai pagani il Vangelo di Gesù Cristo. Egli sa che Cristo ha operato per mezzo suo per condurre i pagani all’obbedienza della fede (Rm 15,18); è cosciente che il suo vangelo non è modellato sull’uomo, giacché lo ha ricevuto per rivelazione diretta di Gesù Cristo (Gal 1,11-12); ed è inoltre consapevole di essere stato scelto fin dal seno di sua madre e di aver ottenuto la rivelazione del Figlio di Dio allo scopo di annunziarlo in mezzo ai pagani (Gal 1,15-16): come a Pietro è stato affidato l’annuncio del Vangelo ai circoncisi, lo stesso Signore ha affidato a Paolo la missione verso i non circoncisi (Gal 2,7-9). L’operato di Paolo corrisponde perciò esattamente all’immagine che danno della missione apostolica le finali dei Vangeli di Matteo e di Marco: si tratta di un incarico affidato direttamente dal Cristo risorto e rivolto a tutte le genti.
Lo stile missinario di Paolo è esplicito nei suoi gesti personali che ne rivelano l’animo. All’inizio della missione è caratteristica la sua docilità a Colui che gli chiede di cambiare strada: unita al silenzio e alla fiduciosa attesa, questa docilità attiva e coraggiosa segnerà tutte le tappe del suo ministero. Una volta inserito nella missione, Paolo manifesta uno stile forte e deciso, resistente ad ogni attacco avversario, abile nell’evitare gli ostacoli, fiero delle sue prerogative umane messe al servizio del Vangelo. Pur nella sua fermezza, lo stile di Paolo è segnato dalla massima generosità e dalla massima disponibilità: si è fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero (1Cor 9,19).
Paolo si è messo in atteggiamento di ricerca e, come il suo Maestro, è andato a cercare gli uomini là dove vivevano; a tutti quelli che ha avvicinato ha sempre rivolto la stessa proposta della vita nuova in Cristo e dell’esperienza ecclesiale di questa novità possibile e gioiosa. Ma il suo metodo è stato segnato dal dialogo e dalla disponibilità ad incontrare i suoi ascoltatori nel modo e coi mezzi a loro più congeniali. Sempre però il suo annuncio è stato innovativo e talvolta anche dirompente: voleva portare qualcosa di nuovo nella mentalità e nella vita dei suoi interlocutori; la novità di Cristo che aveva sconvolto la sua esistenza irrompe continuamente nella sua predicazione ed entra nella vita degli uditori e li coinvolge.
Il contenuto della sua grandiosa opera missionaria è proprio la condivisione della propria fede al di là di ogni barriera nazionale e di ogni struttura ideologica o religiosa: la novità di Cristo che lo ha trasformato lo ha reso capace di trasformare.
Conclusione
Ritornano a questo punto molto appropriate le parole di Giovanni Crisostomo: « Non dire: mi è impossibile trascinare gli altri; se sei cristiano, è impossibile che questo non succeda ». Come Paolo, infatti, il cristiano è una persona conquistata da Cristo (Fil 3,12) e, come l’indemoniato guarito da Gesù, finalmente libero e sano, contento del grande dono ricevuto, sente forte e insistente l’invito del Maestro: « Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato » (Mc 5,19).
Tutta la comunità cristiana di oggi, come la primitiva assemblea di Gerusalemme, ripete con coraggio e creatività agli uomini di oggi: « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20). La fede si rafforza donandola ed è urgente per la nostra Chiesa moderna continuare a vivere con rinnovato entusiasmo l’evangelizzazione dei tanti « lontani » che abitano vicino a noi: « Non è infatti un vanto per me predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! » (1Cor 9,16).

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

Guide, maestri e frutti buoni
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa ottava domenica del tempo ordinario si ci concentra su alcuni concetti: guide, maestri e frutti buoni. Partendo dal Vangelo, tratto da San Luca, questo riporta alcune espressioni di Gesù molto adatte a descrivere questo nostro tempo: « Può forse un cieco guidare un altro cieco?.. Il discepolo non è più del maestro…Togli la trave dal tuo occhio. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Si tratta del celebre discorso che Gesù pronuncia in pianura, dopo aver trascorso la notte in preghiera e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli. Gran parte delle frasi sono state pronunciate da Gesù in altre circostanze, che però Luca le unificato in un solo gande discorso di nostro Signore. Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?». Una parabola di una sola riga rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo motivo sono guide cieche. Seguono poi alcune considerazioni che Gesù fa sulla figura del maestro e di conseguenza di quella del discepolo. E afferma che «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro che non impartisce lezioni, ma vive con i suoi discepoli. La materia del suo insegnamento è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna.
Gesù in questo discorso, fa riferimento poi a riconoscere i propri grandi difetti e non ad evidenziare i piccoli difetti altrui, al punto tale che parla di pagliuzza nell’occhio del fratello che si vede perfettamente e di trave nel proprio occhi che non si vede affatto. Come dire che i difetti minimi degli altri subito si evidenziano; mentre i propri gravi difetti non si vedono. Gesù definisce ipocriti coloro che si comportano così ed invita tali soggetti a togliere prima la trave dal proprio occhio per vederci bene e poi, eventualmente, togliere la pagliuzza dall’occhio del proprio fratello. In altri termini, Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello.
Infine, con la parabola dell’albero che dà buoni frutti e quello cattivo frutti pessimi, Gesù vuole indirizzare la riflessione dei suoi ascoltatori sulla coerenza. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo». Una persona ben formata alla scuola dell’amore fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene, cioè «trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore»; mentre la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».
E allora c’è da domandarsi: « Chi sono oggi le guide cieche? ». Chi oggi può essere « un riferimento che sia come un faro della vita da seguire »?
Le guide cieche sono quelle persone che non vedono con gli occhi della fede e di Dio ciò che succede, e che conducono gli altri ad allontanarsi dall’ idea stessa di Dio, della vita oltre la vita, del bene, della giustizia, della rettitudine, della vera morale e non dell’ipocrisia più totale.
Un giusto punto di riferimento, oggi, per seguire la luce del Vangelo, è il Santo Padre, Papa Francesco, ma sono pure tutti quei pastori che hanno a cuore il bene dei fedeli, che vivono santamente e coerentemente la loro fede, che non danno scandalo, come pure tutti i consacrati che si sono votati a Dio con la mente, il cuore e tutta l’esistenza e che seguono la via stretta dei consigli evangelici. Sono soprattutto quei genitori, adulti, educatori, a vario livello, che hanno a cuore il vero bene dei piccoli, dei giovani e dei grandi, bisognosi di essere guidati, mediante un opportuno discernimento della propria vocazione, partendo da una prospettiva di fede, che deve indirizzare le scelte.
In questo discernimento ci aiuta il testo della prima lettura di questa ottava domenica, tratta dal libro del Siràcide, noto come uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, più seguito ed apprezzato per il suoi contenuti dottrinali ed operativi. Leggiamo, infatti, in esso che quando si scuote il setaccio restano i rifiuti ed è così per l’uomo quando parla e discute. Allora ne appaiono i difetti. Un esempio di come vanno vagliate le persone ci viene dal ceramista che mette a prova il valore della fornace, con la cottura dei vasi. Se essa è buona non rovina il cotto, ma se non è buona brucia il tutto. Così è anche per l’uomo. Se sa ragionare, diventa per lui il banco di prova del suo equilibrio mentale ed interiore. Altro esempio ci viene dalla coltivazione degli alberi. Se esso è coltivato bene, dà frutti adeguati, ma se è trascurato non produce nulla. Così avviene per chi usa la parola e il linguaggio umano. Se esso è coltivato bene esprime giusti pensieri del cuore, ma se non è coltivato, non dice nulla o dice cose assurde. A conclusione di tutta questa esemplificazione c’è un suggerimento molto utile da tenere in dovuta considerazione: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Il valore della comunicazione è qui messo in risalto per dire che ogni persona che si relaziona ad altre deve essere accorta al modo di dire e a cosa dire.
Perciò, l’Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla sua prima lettera ai Corìnzi, ci invita a rimanere saldi e irremovibili nella fede, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore. Ogni lavoro fatto con amore, passione e donazione porta il frutto che ci si aspetta per il proprio bene spirituale.
Una bellissima poesia del poeta romano Trilussa, adattata da me, dice: « Nella notte in cui mi sono perso in mezzo al bosco, incontrai una vecchietta cieca che mi disse: “Se la strada non la conosci ti ci accompagno io, che la conosco. Se hai la forza di venirmi dietro, di tanto in tanto, ti darò una voce, fino arrivare in fondo, dove c’è un cipresso o fino alla cima dove c’è una croce. Io risposi: Sarà, ma la trovo strana una simile proposta da chi non ci vede per niente. La cieca, allora, mi prese la mano e mi disse: guarda avanti e cammina con me accanto. Capii subito momento che si trattava di una cosa importante a tenermi per mano, a guidarmi nel buio della notte e nello smarrimento più totale. Era la fede che mi prese per mano in quel momento e poi mi guidò per sempre.
Con grande senso di responsabilità ci rivolgiamo a Dio con queste parole della colletta di oggi: “La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace”. Amen.

IL MONTE, LUOGO DELL’INCONTRO CON DIO,

http://www.korazym.org/24989/il-monte-luogo-dellincontro-con-dio-sacra-di-san-michele-21-maggio-2016/

IL MONTE, LUOGO DELL’INCONTRO CON DIO,

di Dn Giuseppe Liberto

Vorrei iniziare queste mie riflessioni con quel sublime pensiero tratto dal discorso pronunciato dal Santo Padre Giovanni Paolo II, il 14 luglio 1991, in pellegrinaggio alla Sacra di San Michele:

“Il silenzio, la solitudine, l’ascolto e la preghiera,
qui favoriti da una incomparabile cornice naturale, artistica e storica,
non possono non suscitare pensieri elevati e alimentare il cuore dell’uomo,
sempre assetato di verità, che è Dio stesso”.

SGUARDO BIBLICO

Nella maggior parte delle religioni, il monte, per la sua altezza misteriosa, è considerato come il punto in cui il cielo e la terra s’incontrano. Nell’Antico Testamento, il monte è visto come una creatura come tutte le altre: Jahve è il Dio dei monti e delle valli (1Re 20, 23.28). Con Cristo, Sion cessa di essere “l’ombelico del mondo” (cf Ez 38,12) perché Dio non vuole più essere adorato su questo o su quel monte. Nel colloquio con la samaritana, infatti, Gesù non contrappone il tempio “ortodosso” di Gerusalemme a quello “scismatico” sul monte Garizim, ma esce da questa contrapposizione annunciando l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (cf Gv 4, 20-24).

Qualità del monte come creatura di Dio

– Stabilità
Se gli uomini passano, i monti restano. Questa esperienza fa vedere i monti come simbolo della giustizia fedele di Dio: La tua giustizia è come le più alte montagne (Sal 36, 7). I Patriarchi paragonano la benedizione paterna superiore alla stabilità dei monti antichi (cf Gen 49, 26; Deut 33, 15). Queste creature, però, non devono essere divinizzate: Prima che i monti fossero, da sempre tu sei Dio (Sal 90, 2). Il Creatore che pesò i monti con la stadera e i colli con la bilancia (Is 40, 12) è colui che li tiene saldi con la sua forza (Sal 65, 7); li sposta a piacer suo (Gb 9, 5) e dona lo stesso potere al più umile dei credenti: In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17, 20). Tutti quindi proclamino: O voi, monti e colli, benedite il Signore! (Dan 3, 75; Sal 148, 9).

– Potenza
Alto sopra le pianure che le calamità sovente sovrastano, il monte offriva un rifugio a Lot in pericolo (Gen 19, 17); il giusto perseguitato sale sul monte per rifugiarvisi come l’uccello (Sal 11, 1; Mt 24, 16). Il giusto, elevando gli occhi ai monti, otterrà l’aiuto soltanto da Jahve (Sal 121, 1s), diversamente confiderebbe in una creatura che è solo simbolo di potenza orgogliosa come Babilonia, dominatrice del mondo (Ger 51, 25). Isaia grida che ogni altura dev’essere umiliata e solo Dio esaltato (cf 2, 12 -17).

– Umiltà ed esultanza
Il salmo 89 canta che nel nome del Signore il Tabor e l’Hermon esultano (v. 13). Quando il Signore visita la terra, i monti prorompano in grida di gioia (Is 44, 23), saltellino dinanzi alle sue grandi opere (Sal 29, 6), lascino scorrere sui loro fianchi il vino nuovo e maturi il frumento sino alla loro vetta (Am 9, 13; Sal 72, 16). Geremia osserva: Guardai, ed ecco che tremano (4, 24) dinanzi a colui che può consumarli con il fuoco (Deut 32, 22), così da diventare fumanti, dice il salmo 104, 32; fondono come cera osserva il salmo 97, 5. E infine, l’Apocalisse profetizza che alla fine dei tempi spariranno: Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto (6, 14; cf 16, 20).

I monti privilegiati nell’AT

Luoghi della rivelazione
L’Esodo ci descrive il monte di Dio l’Oreb, nel Sinai, come luogo santo, lì dove Mosè ebbe la vocazione (30, 1.5), dove ricevette le tavole della legge (24, 12-18) e contemplò la presenza della sua gloria (24, 16). Anche Elia, Eliseo e altri profeti amano salirà e sostare sul monte Sinai per pregare e per ascoltare la voce del Signore.

Luoghi di culto
Se il monte alto permetteva di incontrare il Signore, la dispersione delle alture presentava il pericolo dell’idolatria (Ger 2, 20; 3, 23), ecco perché Sion fu un rifugio sicuro e incrollabile (cf Gl 3, 5; Sal 125, 1). Dio in persona ha stabilito il suo re in Sion, il suo monte santo (cf Sal 2, 6) nel luogo stesso dove Abramo sacrificò il figlio. Su questo monte santo i fedeli devono ascendere e ritornare continuamente, cantando i salmi delle ascensioni, dal salmo 120 al 134, nella speranza di rimanervi per sempre con il Signore (cf Sal 15, 1; 64, 2).
A differenza del Sinai, che rimane nel passato e non trova più posto, nella letteratura escatologica sarà il Sion a essere privilegiato: Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno tutti i popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore (Is 2, 2s). Su questo monte preparerà un grande banchetto per i dispersi radunati e per gli stranieri (Is 25, 6-10; 27, 13; 66, 20; 56, 6s). Anche Zaccaria profetizza che, mentre il paese sarà trasformato in pianura, Gerusalemme, pur rimanendo al suo posto, si eleverà tranquilla e sicura e tutti dovranno salirvi sempre ogni anno per adorare il re, il Signore (14, 10; 14, 16ss).

I monti nella vita di Gesù
Gesù, per evitare la pubblicità rumorosa e confusa, amava ritirarsi nella solitudine desertica del monte per pregare il Padre. I sinottici ignorano il monte Sion e mettono in evidenza il monte degli ulivi e quello della trasfigurazione.
Matteo, per le rivelazioni di Gesù, predilige i monti della Galilea. All’inizio, quando satana tenta Gesù offrendo il potere su tutto il mondo (4, 8), alla fine quando Gesù conferisce ai suoi apostoli il potere che ha ricevuto dal Padre (28, 16). Tra questi due momenti Gesù, dai diversi monti, ammaestra le folle (5, 1), guarisce gli ammalati, dona loro un pane meraviglioso (15, 29ss), e sul monte si trasfigura (17, 1ss). E’ da notare che l’evangelista a nessuno di questi monti da un nome, forse per evitare la tentazione idolatrica di piantarvi la tenda. Gesù, infatti, non fissa il suo insegnamento su un luogo, ma sulla sua persona.
La prospettiva di Luca segue un itinerario che sale verso Gerusalemme e che rappresenta la via che ascende verso la gloria attraverso la croce. Non è più il pellegrinaggio del pio israelita verso Gerusalemme, ma la salita che abbraccia tutta la vita di Gesù, centrando la sua attenzione sul monte degli Ulivi lì dove termina la salita a Gerusalemme. Sul quel monte il Messia doveva patire per redimere il mondo. Lì è acclamato e osannato solennemente (19, 37), lì agonizza e muore (22, 39), da lì ascende al cielo (Atti 1, 12). Il monte insegna a innalzare gli occhi verso colui che, secondo la teologia di san Giovanni, è stato innalzato da terra: Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo (3, 13).
L’Apocalisse contempla l’Agnello che, alla fine dei tempi, sta ritto sul monte Sion (14, 1). Questo monte, però, non è più, come nella visione di Ezechiele (40, 2), il luogo su cui è costruita la città, ma la sede dove si contempla la santa Gerusalemme: L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio (21, 10).

L’INCANTO DI REBORA
Rebora, nell’alveo della mistica ammirazione della sublime altezza della Sacra di S. Michele, espressione di fede espressa in pietre, trovò nella pace e nel silenzio momenti fervidi di creatività ascetica, letteraria e poetica e di totale immersione nel divino, favorito dallo stupore della natura circostante.
Nel silenzio contemplante del riposo fisico e nella fatica dello studio ascetico, trovò il tempo di scoprire e rivelare la grandezza di Rosmini che anche lui dimorò in questo luogo d’incanto. Rebora, attraverso lo sguardo mistico, definiva questo luogo alto sul monte “culmine vertiginosamente santo” e “ardimento inaudito di fede” in cui sembra verificarsi il fundamenta eius in montibus sanctis: gloriosa dicta sunt de te, Civitas Dei.
Nell’incanto di questa visione, fece l’elogio mistico e alla Sacra di San Michele e alla vetta della Madonna del Rocciamelone; vette che “si guardano e s’intendono in pace”. Scrivendo all’amico fraterno Eugenio Montale, Rebora dirà: “La voce di Dio è sottile, quasi inavvertibile, è appena un ronzio. Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto”.
Il silenzio della solitudine, che si armonizza con la preghiera dell’ascolto all’interno di questo paradiso naturale, eleva il pensiero e alimenta il cuore; e da quel cuore che crede, scrive Paolo ai Romani, sgorga sulle labbra il canto della professione di fede che diventa canto della vita.

 

BENEDETTO XVI – San Paolo (2) La vita di San Paolo prima e dopo Damasco

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080827.html

BENEDETTO XVI – San Paolo (2) La vita di San Paolo prima e dopo Damasco

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 27 agosto 2008

Cari fratelli e sorelle,

nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all’evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara “vecchio” (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano “giovane” (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, “giovane” era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre “vecchio” era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l’anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant’anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell’anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell’anno 8. In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall’originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di “fabbricatore di tende” (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l’età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (“figlio del precetto”), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).
Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l’identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente “perseguitato la Chiesa di Dio”, come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l’evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell’andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.
Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull’Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l’isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell’Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l’osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l’Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall’altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, “Vieni e aiutaci!”. Era l’Europa futura che chiedeva l’aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene. In questa capitale dell’antica cultura greca predicò, prima nell’Agorà e poi nell’Areòpago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell’Areòpago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un’antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.
Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d’Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l’Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.
Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.
Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per “la speranza d’Israele” che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell’accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell’Apostolo con il racconto lucano degli Atti.
Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: “Tutto faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama “preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un’anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.

GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

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GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /01 /2013 -

Riprendiamo dalla rivista Parola Spirito Vita dal titolo In principio, n. 66, pp. 145-155, un articolo di Romano Penna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi di Romano Penna, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura
Il Centro culturale Gli scritti (20/1/2013)

Gli inni presenti nei due scritti trattano di due inizi diversi, anche se complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. In Paolo troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità del suo pensiero consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia.
Una puntualizzazione metodologica previa, comunque secondaria ai fini dell’esposizione, consiste nel precisare che tra le due lettere, nonostante la loro successione canonica invertita, ritengo Col anteriore a Ef.[1] I diversi inni presenti nei due scritti trattano ciascuno di due inizi diversi, anche se in realtà le due tematiche vanno considerate complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. A ciascuno dei due temi dedico perciò rispettivamente le pagine seguenti.[2]
A. IL RUOLO DI CRISTO NELLA CREAZIONE DEL MONDO
Al tempo di Paolo il discorso sulla creazione era fatto da punti di vista diversi, che in lui appunto si trovano accostati in una mutua integrazione.[3]
Partiamo dal concetto di origine dell’universo nella grecità classica e nel giudaismo ellenistico. Nella grecità pagana, già prima di Platone, abbiamo un frammento di Eraclito, in cui si afferma l’eternità del cosmo, che «non fece né qualcuno degli dèi né degli uomini, ma sempre fu, è, e sarà».[4]
Ma è Platone che nel Timeo definisce il Demiurgo «artefice/facitore e padre di questo universo» (28C: poietes kaì pater toûde toû pantós). Tuttavia, in questa doppia qualifica personale di facitore e di generatore è la seconda che di fatto prevale. Lo dimostra il frequentissimo impiego del sostantivo génesis (27A; 27D; 28B; 29C.D-E ecc.), sicché il dio è «colui che ha generato questo universo» (41A) il quale è anzi il suo «unigenito» (31B: monogenes).[5]
Se ne può dunque dedurre che la materia è eterna (la sua modellazione perciò non è altro che una forma di arte e il Demiurgo è solo un sapiente technítes, un artista/artefice/artigiano) e che tra il dio-demiurgo e il cosmo non c’è distinzione di natura, tanto che il Tutto si trova a essere vincolato da una vicendevole parentela o affinità.[6]
Il tema specifico della creazione entra nell’ambito della grecità soltanto attraverso il giudaismo ellenistico.[7] Esso è presente già nella versione dei LXX, dove sono assenti gli appellativi divini di tipo platonico, mentre invece appare al loro posto il sostantivo ktístes, «fondatore, creatore» (attestato almeno sette volte: 2Sam 22,32; Gdt 9,12; Sir 24,8; 2Mac 1,24; 7,23; 13,14?; 4Mac 5,25; 11,5).
In specie, Dio è qualificato variamente come «creatore di tutte le cose» (Sir 24,8; 2Mac 1,24; 3Mac 2,3; 4Mac 11,5) e «creatore del mondo» (2Mac 1,23; 4Mac 5,25); di lui inoltre si legge che «ha fatto il cielo e la terra da cose non esistenti» (2Mac 7,28). E particolarmente il libro alessandrino della Sapienza che contiene affermazioni di carattere «creazionista», come leggiamo sia in 1,14 (Dio «ha creato l’universo per l’esistenza») sia in 11,17 (della mano del Signore si dice che «ha creato il mondo da una materia informe»).
Il concetto di creazione però è più ampiamente tematizzato in Filone di Alessandria, che impiega ampiamente il termine kosmopoía, «fabbricazione del cosmo»,[8] attribuendogli una semantica creazionista che certo non aveva nei suoi precedenti utilizzi greci. Infatti, quasi correggendo Platone, Filone giunge ad affermare esplicitamente che Dio «non è soltanto demiurgo ma anche creatore» (Somn. 1,76); infatti, egli «quando generò tutte le cose non le ha semplicemente rese visibili, ma produsse ciò che prima non era» (ib.; cf. Mos. 2,267: «Dio ha prodotto il mondo [ ... ] dal non essere all’essere»); anzi, coloro che hanno dichiarato il mondo «ingenito ed eterno» hanno empiamente e falsamente accusato Dio di inattività» (Opif. 7; cf. anche 170).
Sicché il binomio platonico «facitore e padre» (che pur si ritrova in Opif. 7)[9] diventa ora preferibilmente «creatore e padre del tutto» (Ebr. 42; Virt. 179), «creatore e reggente/capo» (ib. 93), «creatore e facitore di tutte le cose» (Spec.leg 1,30.294). Di qui deriva per Filone l’idea che,
«cercando la natura delle cose, si trova che tutto è grazia e dono di Dio [ ... ] A coloro che ricercano quale sia il principio/arche della creazione, si potrebbe giustamente rispondere che è la bontà e la grazia di Dio [ ... ]; infatti, tutto ciò che vi è nel cosmo e il cosmo stesso è un dono, una beneficenza, una grazia di Dio». (Leg. allego 3,78)
È però interessante vedere l’idea di creazione del mondo nelle lettere paoline, unitamente alla mediazione cristologica dell’evento. San Paolo, primo scrittore cristiano, si colloca storicamente e culturalmente su questo sfondo variegato, presupponendo però non tanto la filosofia grecoplatonica quanto la tradizione biblico-israelitica.
Ma una prima annotazione si impone. Ed è che né lui né la tradizione canonica che a lui fa capo (le lettere deuteropaoline) impiegano mai l’appellativo divino di creatore/ktístes, pur così frequente nel giudaismo ellenistico.[10] Non che l’azione divina del creare sia taciuta, dato che nel suo epistolario il verbo ktízein è attestato dieci volte (cf. Rm 1,25; 1Cor 11,9; Ef 2,10.15; 3,9; 4,24; Col 1,16 bis; 3,10; 1 Tm 4,3), ma bisognerà distinguere il suo impiego protologico da quello soteriologico (cioè rapportato all’uomo nuovo: Ef 2,10.15; 4,24; Col 3,10), visto che esso non è impiegato a livello escatologico. In ogni caso, sul piano lessicale, è piuttosto il sostantivo ktísis a essere preferito, essendo utilizzato undici volte (cf. Rm 1,20.25; 8,19.20.21.22.39; 2Cor 5,17; Gal 6,15; Col 1,15.23; a esso si aggiunge ktísma in 1Tm 4,4); ma anche qui bisogna distinguere il suo riferimento protologico da quello soteriologico-antropologico (presente in 2Cor 5,17; Gal 6,15).
Comunque, l’impressione generale è che Paolo non intenda condurre una vera e propria polemica dottrinale, né sulla definizione di Dio in rapporto al mondo né sulla comprensione del mondo stesso nella sua origine e nella sua natura. Egli dà per sottinteso e assodato che il mondo non sia un’emanazione divina e tantomeno un figlio di Dio!
Quanto alla mediazione cristologica, va detto che almeno una volta nelle lettere autentiche di Paolo si afferma a proposito del Signore Gesù Cristo che «mediante lui sono tutte le cose e anche noi siamo mediante lui» (1Cor 8,6b). Ma in termini ancora più fortila Lettera ai Colossesi dichiara che «in lui sono state create tutte le cose [ ... ] e tutte le cose sussistono in lui» (Col 1,16a.17b).
Questo testo in realtà non parla solo di una primordiale mediazione cosmologica di Cristo («in Cristo» = «mediante Cristo»), che si ritrova poi anche altrove nella tradizione proto-cristiana (cf. Eb 1,2; Gv 1,3; Ap 3,14). L’affermazione più icastica del testo, e anche unica nel suo genere, sta piuttosto nel dire che tutte le cose in lui sussistono (tà pánta en autôi synésteken), impiegando un verbo fortissimo che comporta inevitabili allusioni filosofiche e religiose.
Infatti, esso richiama l’idea greca di un’ammirabile unità del cosmo, già cara a Platone[11] e diffusa anche a livello popolare.[12] Un’affermazione del genere, che fa di Cristo l’elemento coesivo dell’intero universo, non vale propriamente di lui in quanto risorto (cf. invece Ef 1,10), ma si riferisce a una sua dignità originaria e nativa di tipo divino. Con essa infatti si afferma che Cristo non sta solo all’inizio di una successione temporale, ma sta al centro delle cose come principio e ragione perenne della loro esistenza e compattezza. A mio parere, probabilmente abbiamo qui il livello più alto della cristologia neotestamentaria.[13]
B. L’ELEZIONE PRE-TEMPORALE DEI CRISTIANI
Un altro inizio evidenziato dal paolinismo è affermato in Ef 1,4-5, secondo cui i battezzati sono da sempre oggetto di un pensiero esclusivo da parte di Dio in Cristo:
«Ci prescelse in lui (exeléxato hemâs en autôi) prima della fondazione del mondo (prò katabolês kósmou) per essere santi e ineccepibili davanti a lui nell’amore, avendoci predestinati all’adozione filiale mediante Cristo per lui, secondo il beneplacito della sua volontà».
Il verbo principale di questo periodo sintattico esprime un puro atto di grazia, che si configura come sovrano gesto di accoglienza e di introduzione alla comunione con Dio.
Ciò è avvenuto «in lui», cioè in Cristo. Di lui si è appena detto che Dio «ci ha benedetti con ogni sorta di benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (v. 3b), con riferimento al presente «pasquale» dei cristiani. Sicché la comunità cristiana ha in Cristo non solo un archetipo ma il reale fondamento e persino la definizione della propria identità: tanto che, senza di lui, essa non è mai esistita, a partire dalla fondazione del mondo! Anche secondo l’apocrifo Libro dei Giubilei 2,19-21 Dio nel settimo giorno della creazione manifesta già il desiderio di separare per sé un popolo fra tutti i popoli. E il Midrash sul Salmo 74,2 («Ricordati della tua comunità, che ti sei acquistato dall’antichità») spiega il testo biblico in questi termini:
«Che cosa significa « dall’antichità »? Vuoi dire che il Santo, benedetto egli sia, si è acquistato gli Israeliti prima che il mondo fosse (qwdm šnbr hcwlm), come è detto: « Signore, tu sei stato il nostro rifugio di generazione in generazione, prima che sorgessero i monti » (= Sal 90,1s)».
A parte l’evidente parallelismo, il testo paolino è però incomparabile per l’affermazione di un’elezione avvenuta in Cristo. E questa componente cristologica ha due importanti implicazioni: anzitutto è supposta la pre-esistenza di Cristo stesso (cf. Gv 17,5; 1Pt 1,20), poi viene suggerito che il cristiano fin dalle sue radici più remote non è mai esistito a prescindere da Cristo (anche prima del battesimo!). Sicché la biografia del cristiano, proprio in quanto cristiano, non inizia né con la nascita né con il battesimo, ma con il pensiero eterno di Dio.[14]
Lo scopo dell’elezione è detta essere una santità ineccepibile, contrassegnata dall’amore (en agápei). Ed è come dire che per il cristiano non c’è santità se non c’è amore e che anzi è l’amore a connotare la vera santità cristiana. La sorgente immediata di questa agàpe è la filiazione adottiva, ottenuta dal cristiano con la fede e il battesimo (cf. Rm 6,11; 8,15).
Se poi a questo proposito l’inno parla di «predestinazione», non è per affermare un esito obbligato e non libero, ma è solo per dire che una tale filiazione può avere come origine unicamente un’iniziativa divina pre-temporale, sicché essa si spiega sulla base non di una pretesa personale ma di una pura grazia (cf. Ef 2,5.8: «Per grazia infatti siete salvati»), come del resto viene subito specificato: «secondo il beneplacito della sua volontà».
Ma è pure interessante cogliere nel prosieguo della lettera un altro tema analogo: quello di Cristo stesso come soggetto di una creazione ecumenico-ecclesiale, come leggiamo in Ef 2,14-15: «Egli ha annullato nella sua carne l’inimicizia [ ... ] per creare (hína ktísei) dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo». La singolarità di questo passo non viene perlopiù evidenziata; eppure di vera e propria sorpresa si tratta, per il motivo che questo è l’unico passo del Nuovo Testamento in cui si attribuisca in proprio a Cristo una creazione tutta e solo sua. Infatti, il verbo creare/ktízein ha proprio lui come soggetto, e ciò è tanto più singolare in quanto appena prima l’agiografo ha scritto a proposito di Dio che noi «siamo sua fattura, creati in Cristo Gesù per le opere buone» (2,10), dove non c’è dubbio che si intende la creazione come opera di Dio stesso, a prescindere dalla questione se si tratti della creazione primordiale dell’uomo o, molto più probabilmente, di quella avvenuta nel battesimo, che dà inizio all’identità storica del cristiano.[15]
Ora però il registro cambia. Prima abbiamo visto il tema di una mediazione esercitata da Cristo nella creazione del mondo; ma questa nuova affermazione non si inscrive in quella prospettiva, anzi ne è palesemente diversa, e lo è a più di un titolo.
Qui infatti, anzitutto, non si menziona alcuna sorta di mediazione, poiché è il Cristo stesso a operare da solo, in prima persona; in secondo luogo, l’operazione a lui attribuita si è compiuta non nei primordi del mondo, ma nel momento storico della sua morte in croce; inoltre, la costruzione della frase nella forma di una proposizione finale dice che questo risultato va considerato non come conseguenza involontaria, bensì come lo scopo effettivo, l’esito esplicitamente voluto di un’intenzione originaria; infine, il risultato di questa operazione non è di tipo cosmologico bensì interpersonale e addirittura ecclesiologico, una creazione consistente né più né meno che in una riconciliazione.
Alla base e come premessa c’è un’ineliminabile dissomiglianza storico-salvifica tra i cristiani di diversa provenienza, giudei e gentili, che vede negli uni dei veri e propri familiari di Dio fin da principio, e negli altri dei sopraggiunti aggregati alla cittadinanza d’Israele (cf. 2,11-12.19-22). Nella società antica questa dissomiglianza era anche motivo di contrapposizione mutua e polemica.[16] Probabilmente, anche all’interno delle Chiese destinatarie della lettera paolina esistevano tensioni analoghe, con la tendenza da parte degli etnico-cristiani a dimenticate il loro radicamento su Israele.
Ebbene, il nostro agiografo in Ef 2,13-18 riconosce apertamente la dualità, su cui anzi insiste, ma per dire che ormai Cristo «ha fatto di entrambi una cosa sola» (2,14b), «ha riconciliato entrambi in un solo corpo con Dio mediante la croce» (2,16), ha aperto a «entrambi l’accesso al Padre in un solo spirito» (2,18). Cristo, cioè, ha «creato dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo».
Curiosamente, l’autore non parla né di popolo nuovo né di famiglia nuova. La menzione dell’«uomo nuovo» implica probabilmente un riferimento cristologico,[17] ma certo non è possibile pensare che Cristo sia morto per creare se stesso! E dunque primaria la dimensione comunitaria ed ecclesiale di questo «uomo nuovo».[18] E la creazione in oggetto riguarda né più né meno il fatto di avere insperatamente messo insieme, letteralmente «assemblato», persone di diversa connotazione religiosa e culturale. In Cristo, infatti, né il giudeo diventa gentile, né il gentile diventa giudeo, poiché la Chiesa è piuttosto la confluenza di diversità riconciliate.[19]
E questo il vero novum sul piano delle mutue relazioni, e a esso non si poteva attribuire altro che la qualifica di creazione! Dire poi che ciò sia avvenuto «per mezzo della croce» (2,16), significa riconoscere un vero paradosso, se non addirittura un ossimoro, se proprio la croce, cioè una morte ignominiosa e cruenta, è dichiarata feconda di vita e di comunione.

CONCLUSIONE
Se è vero che il tema della creazione del mondo e dell’uomo accomuna tutti gli autori neotestamentari, i quali ovviamente si dimostrano così in consonanza con la tradizione israelitica (più che con quella greca), è però in Paolo che troviamo per la prima volta l’affermazione cristiana di una funzione creatrice di Cristo, sia pure intesa come mediazione.

Ed è in Paolo e nel paolinismo che troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità e anzi l’incomparabilità del pensiero paolino consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia. In questa prospettiva l’orizzonte escatologico[20] non aggiunge nulla di essenzialmente decisivo, se non il compimento definitivo e la piena fioritura di ciò che in lui già oggi è possibile essere e sperimentare.

Note al testo
[1] Si veda in merito S. Romanello, Lettera agli Efesini, Paoline, Milano 2003, 21-28.
[2] Cf. anche R. Penna, «Da Israele al cosmo: ampliamenti dell’orizzonte cristologico nello sviluppo dell’innografia neotestamentaria», in P. Coda (ed.), L’unico e i molti. La salvezza in Gesù Cristo e la sfida del pluralismo, PUL-Mursia, Roma 1997, 49-66.
[3] Più ampi sviluppi in R. Penna, «Creazione e cosmo nel pensiero paolino», in S. Lanza (ed.), «In principio … ». Origine e inizio dell’Universo. Atti del Convegno. Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 5-6 aprile 2011, Vita e Pensiero, Milano 2012, 57-75.
[4] Il testo è riportato da Clemente Alessandrino, Strom. 5,104 (= Heracl., 22 B 30 D.-K.). Altrove, lo stesso Eraclito afferma paradossalmente che «il tutto è [ ... ] insieme padre-figlio» (in Ippolito, Refut. 9,9 = fr. 50 D.-K.).
[5] Persino del krónos/tempo è detto che «fu generato» (38C).
[6] Valga per tutti un testo di Seneca: «Tutto l’insieme delle cose divine e umane forma una unità: siamo membra di un grande corpo e la natura ci ha generati consanguinei/parenti [natura nos cognatos edidit]» (Epist. 95,52).
[7] Cf. in generale G.H. Van Kooten (ed.), The creation of heaven and earth. Re-interpretations of Genesis1 in the context of Judaism, ancient philosophy, Christianity, and modern physics (Themes in biblical narrative. Jewish and Christian traditions 8), Leiden, Brill 2005.
[8] Cf. Opif. 3.4.6.129.170; Post. C. 64; Gig. 22; Plant. 86; Fug. 68.178; Abr. 2,258; Vit.Mos. 37; Decal. 97; Spec.leg. 4,123; Praem, 1 bis.
[9] Anzi, Filone definisce pure platonicamente il cosmo come «unico e diletto figlio, quello sensibile» (Ebr. 30: aisthetós), distinto da quello «intelligibile» (noetós).
[10] Nel NT si trova solo in 1Pt 4,19, connotato come «creatore fedele/degno di fede» (p?st??, ?t?st??), in un contesto non di creazione ma di fede cristiana.
[11] Cf. Platone: «Un vero astronomo [ ... ] riterrà che, nel modo migliore in cui delle opere (= gli astri) si possono combinare insieme (systesasthai), così il demiurgo/artefice ha compattato (synestánai) il cielo e tutto ciò che esso racchiude» (Republ. 530a); l’idea si trova anche in Senofonte, secondo cui Zeus è «colui che coordina e tiene insieme l’universo intero» (tòn hólon syntátton kaì synéchon: Memor. 4,3,13); più esplicito è lo PS. – Aristotele: «Tutto viene da Dio ed è stato costituito da Dio (ek theoû pánta kaì dià theòn synésteken) e non c’è natura che esista per se stessa e basti a se stessa» (De mundo 6 [397b]); da parte sua, Filone afferma che tutte le cose «consistono» (synésteken) cioè sono composte dai quattro elementi terra-aria-acqua-fuoco (Rer.div.her. 281 e 311), benché sia Dio a fungere da «vincolo dell’universo che tiene insieme (synéchon) ciò che altrimenti si dissolverebbe» (Ib. 23).
[12] Cf. P. Oxy. XI 1380, 183-185, dove si parla di Iside così interpellata e celebrata. «Tu (sei signora) di tutte le cose umide e asciutte e fredde, dalle quali tutto è costituito (ex on ápanta synésteken» (citato da E. Lohse, «Le lettere ai Colossesi e a Filemone», in CTNT XI/l, Brescia 1979, 117 nota 141).
[13] Oltre ai commentari, cf. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Gli sviluppi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 229-237; G.H. van Kooten, Cosmic Christology in Paul and the Pauline School. Colossians and Ephesians in the Context of Graeco-Roman Cosmology, with a New Synopsis of the Greek Texts, WUNT 2.171, Mohr, Tübingen 2003, 110-129.
[14] È ciò che Paolo stesso afferma della sua identità apostolica in Gal 1,15s («fin dal seno di mia madre»).
[15] In questo senso, cf. anche Ef 4,24: «rivestire l’uomo nuovo, creato (ktisthénta) secondo Dio nella giustizia e santità della verità» (cf. anche 2Cor 5,17).
[16] Cf. M. Hengel, Ebrei, Greci e Barbari. Aspetti dell’ellenizzazione del giudaismo in epoca precristiana (SB 56), Brescia 1981; E. Faust, Pax Christi et Pax Caesaris. Religionsgeschichtliche, traditionsgeschichtliche und sozialgeschichtliche Studien zum Epheserbrief NTOA 24), Freiburg/Schw.-Göttingen 1993. Persino l’imperatore Claudio era esplicitamente intervenuto nell’anno 41 per comporre i dissidi fra le due comunità presenti ad Alessandria. Ed è interessante notare che egli riconosce la loro rispettiva diversità, sia pur deprecando che si comportassero «come se vivessero in due città diverse [ ... ] Se ambedue desisterete da queste cose e con mitezza e umanità vorrete vivere gli uni con gli altri, anch’io eserciterò la mia sollecitudine» (righe 90 e 101-102; cf. tutto il testo in R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata, EDB, Bologna 42000, 225-228).
[17] Ignazio d’Antiochia parlerà esplicitamente di Gesù Cristo come «uomo nuovo» (Ad Eph. 20,1).
[18] Agostino commenterà: «Con la morte di Cristo, è stata fatta la chiesa» (Enarr. In Ps. 127,11: Moriente Christo ecclesia facta est).
[19] Cf. Severiano di Gabala: «I Greci allontanandosi dall’idolatria come empietà, e i Giudei dalla Legge come non più utile, vengono riedificati nella novità di un diverso rapporto con Dio» (in K. Staab, Pauluskommentare aus der griechischen Kirche, Aschendorff, Münster 1933, 309).
[20] In effetti il tema prosegue nel concetto di una già attuale «nuova creazione», dalle premesse escatologiche; cf. U. Mell, Neue Schöpfung. Eine traditionsgeschichtliche und exegetische Studie zu einem soteriologischen Grundsatz paulinischer Theologie (ATANT 47), De Gruyter, Berlin-New York 1989.

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