PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 23 dicembre 2020 – Catechesi sul Natale

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20201223_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 23 dicembre 2020 – Catechesi sul Natale

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi, nell’imminenza del Natale, vorrei offrire alcuni spunti di riflessione in preparazione alla celebrazione del Natale. Nella Liturgia della Notte risuonerà l’annuncio dell’angelo ai pastori: «Non temete, ecco io vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi è il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,10-12).
Imitando i pastori, anche noi ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme, dove Maria ha dato alla luce il Bambino in una stalla, «perché – dice ancora San Luca – per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Il Natale è diventato una festa universale, e anche chi non crede percepisce il fascino di questa ricorrenza. Il cristiano, però, sa che il Natale è un avvenimento decisivo, un fuoco perenne che Dio ha acceso nel mondo, e non può essere confuso con le cose effimere. È importante che esso non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica. Domenica scorsa ho attirato l’attenzione su questo problema, sottolineando che il consumismo ci ha sequestrato il Natale. No: il Natale non deve ridursi a festa solamente sentimentale o consumistica, ricca di regali e di auguri ma povera di fede cristiana, e anche povera di umanità. Pertanto, è necessario arginare una certa mentalità mondana, incapace di cogliere il nucleo incandescente della nostra fede, che è questo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). E questo è il nocciolo del Natale, anzi: è la verità del Natale; non ce n’è un’altra.
Il Natale ci invita a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato, vanno incessantemente alla ricerca di verità, alla ricerca di misericordia, alla ricerca di redenzione; e, dall’altra, sulla bontà di Dio, che ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita. E questo dono di grazia: questo è pura grazia, senza merito nostro. C’è un Santo Padre che dice: “Ma guardate da questa parte, dall’altra, di là: cercate il merito e non troverete altra cosa che grazia”. Tutto è grazia, un dono di grazia. E questo dono di grazia lo riceviamo attraverso la semplicità e l’umanità del Natale, e può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo, che oggi si è diffuso ancor più a causa della pandemia. Possiamo superare quel senso di smarrimento inquietante, non lasciarci sopraffare dalle sconfitte e dai fallimenti, nella ritrovata consapevolezza che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi. Il Concilio Vaticano II, in un celebre passo della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ci dice che questo avvenimento riguarda ognuno di noi. «Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». «Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Cost. past. Gaudium et spes, 22). Ma Gesù è nato duemila anni fa, e riguarda me? – Sì, riguarda te e me, ognuno di noi. Gesù è uno di noi: Dio, in Gesù, è uno di noi.
Questa realtà ci dona tanta gioia e tanto coraggio. Dio non ci ha guardato dall’alto, da lontano, non ci è passato accanto, non ha avuto ribrezzo della nostra miseria, non si è rivestito di un corpo apparente, ma ha assunto pienamente la nostra natura e la nostra condizione umana. Non ha lasciato fuori nulla, eccetto il peccato: l’unica cosa che Lui non ha. Tutta l’umanità è in Lui. Egli ha preso tutto ciò che siamo, così come siamo. Questo è essenziale per comprendere la fede cristiana. S. Agostino, ripensando al suo cammino di conversione, nelle sue Confessioni scrive: «Non avevo ancora tanta umiltà da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza» (Confessioni VII,8). E qual è la debolezza di Gesù? La “debolezza” di Gesù è un “ammaestramento”! Perché ci rivela l’amore di Dio. Il Natale è la festa dell’Amore incarnato, dell’amore nato per noi in Gesù Cristo. Gesù Cristo è la luce degli uomini che splende nelle tenebre, che dà senso all’esistenza umana e alla storia intera.
Cari fratelli e sorelle, queste brevi riflessioni ci aiutino a celebrare il Natale con maggiore consapevolezza. Ma c’è un altro modo di prepararsi, che voglio ricordare a voi e me, e che è alla portata di tutti: meditare un po’ in silenzio davanti al presepe. Il presepe è una catechesi di quella realtà, di quello che è stato fatto quell’anno, quel giorno, che abbiamo sentito nel Vangelo. Per questo, l’anno scorso ho scritto una Lettera, che ci farà bene riprendere. Si intitola “Admirabile signum”, “Segno mirabile”. Alla scuola di San Francesco d’Assisi, possiamo diventare un po’ bambini rimanendo a contemplare la scena della Natività, e lasciare che rinasca in noi lo stupore per il modo “meraviglioso” in cui Dio ha voluto venire nel mondo. Chiediamo la grazia dello stupore: davanti a questo mistero, a questa realtà così tenera, così bella, così vicina ai nostri cuori, il Signore ci dia la grazia dello stupore, per incontrarlo, per avvicinarci a Lui, per avvicinarci a tutti noi. Questo farà rinascere in noi la tenerezza. L’altro giorno, parlando con alcuni scienziati, si parlava dell’intelligenza artificiale e dei robot… ci sono robot programmati per tutti e per tutto, e questo va avanti. E io dissi loro: “Ma qual è quella cosa che i robot mai potranno fare?”. Loro hanno pensato, hanno fatto delle proposte, ma alla fine sono rimasti d’accordo in una cosa: la tenerezza. Questo i robot non potranno farlo. E questo è quello che ci porta Dio, oggi: un modo meraviglioso in cui Dio ha voluto venire al mondo, e questo fa rinascere in noi la tenerezza, la tenerezza umana che è vicina a quella di Dio. E oggi abbiamo tanto bisogno di tenerezza, tanto bisogno di carezze umane, davanti a tante miserie! Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani. Seguiamo questa strada. Buon Natale!

 

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – dicembre 2020 – Catechesi sul Natale

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – dicembre 2020 – Catechesi sul Natale

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi, nell’imminenza del Natale, vorrei offrire alcuni spunti di riflessione in preparazione alla celebrazione del Natale. Nella Liturgia della Notte risuonerà l’annuncio dell’angelo ai pastori: «Non temete, ecco io vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi è il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,10-12).
Imitando i pastori, anche noi ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme, dove Maria ha dato alla luce il Bambino in una stalla, «perché – dice ancora San Luca – per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Il Natale è diventato una festa universale, e anche chi non crede percepisce il fascino di questa ricorrenza. Il cristiano, però, sa che il Natale è un avvenimento decisivo, un fuoco perenne che Dio ha acceso nel mondo, e non può essere confuso con le cose effimere. È importante che esso non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica. Domenica scorsa ho attirato l’attenzione su questo problema, sottolineando che il consumismo ci ha sequestrato il Natale. No: il Natale non deve ridursi a festa solamente sentimentale o consumistica, ricca di regali e di auguri ma povera di fede cristiana, e anche povera di umanità. Pertanto, è necessario arginare una certa mentalità mondana, incapace di cogliere il nucleo incandescente della nostra fede, che è questo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). E questo è il nocciolo del Natale, anzi: è la verità del Natale; non ce n’è un’altra.
Il Natale ci invita a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato, vanno incessantemente alla ricerca di verità, alla ricerca di misericordia, alla ricerca di redenzione; e, dall’altra, sulla bontà di Dio, che ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita. E questo dono di grazia: questo è pura grazia, senza merito nostro. C’è un Santo Padre che dice: “Ma guardate da questa parte, dall’altra, di là: cercate il merito e non troverete altra cosa che grazia”. Tutto è grazia, un dono di grazia. E questo dono di grazia lo riceviamo attraverso la semplicità e l’umanità del Natale, e può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo, che oggi si è diffuso ancor più a causa della pandemia. Possiamo superare quel senso di smarrimento inquietante, non lasciarci sopraffare dalle sconfitte e dai fallimenti, nella ritrovata consapevolezza che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi. Il Concilio Vaticano II, in un celebre passo della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ci dice che questo avvenimento riguarda ognuno di noi. «Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». «Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Cost. past. Gaudium et spes, 22). Ma Gesù è nato duemila anni fa, e riguarda me? – Sì, riguarda te e me, ognuno di noi. Gesù è uno di noi: Dio, in Gesù, è uno di noi.
Questa realtà ci dona tanta gioia e tanto coraggio. Dio non ci ha guardato dall’alto, da lontano, non ci è passato accanto, non ha avuto ribrezzo della nostra miseria, non si è rivestito di un corpo apparente, ma ha assunto pienamente la nostra natura e la nostra condizione umana. Non ha lasciato fuori nulla, eccetto il peccato: l’unica cosa che Lui non ha. Tutta l’umanità è in Lui. Egli ha preso tutto ciò che siamo, così come siamo. Questo è essenziale per comprendere la fede cristiana. S. Agostino, ripensando al suo cammino di conversione, nelle sue Confessioni scrive: «Non avevo ancora tanta umiltà da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza» (Confessioni VII,8). E qual è la debolezza di Gesù? La “debolezza” di Gesù è un “ammaestramento”! Perché ci rivela l’amore di Dio. Il Natale è la festa dell’Amore incarnato, dell’amore nato per noi in Gesù Cristo. Gesù Cristo è la luce degli uomini che splende nelle tenebre, che dà senso all’esistenza umana e alla storia intera.
Cari fratelli e sorelle, queste brevi riflessioni ci aiutino a celebrare il Natale con maggiore consapevolezza. Ma c’è un altro modo di prepararsi, che voglio ricordare a voi e me, e che è alla portata di tutti: meditare un po’ in silenzio davanti al presepe. Il presepe è una catechesi di quella realtà, di quello che è stato fatto quell’anno, quel giorno, che abbiamo sentito nel Vangelo. Per questo, l’anno scorso ho scritto una Lettera, che ci farà bene riprendere. Si intitola “Admirabile signum”, “Segno mirabile”. Alla scuola di San Francesco d’Assisi, possiamo diventare un po’ bambini rimanendo a contemplare la scena della Natività, e lasciare che rinasca in noi lo stupore per il modo “meraviglioso” in cui Dio ha voluto venire nel mondo. Chiediamo la grazia dello stupore: davanti a questo mistero, a questa realtà così tenera, così bella, così vicina ai nostri cuori, il Signore ci dia la grazia dello stupore, per incontrarlo, per avvicinarci a Lui, per avvicinarci a tutti noi. Questo farà rinascere in noi la tenerezza. L’altro giorno, parlando con alcuni scienziati, si parlava dell’intelligenza artificiale e dei robot… ci sono robot programmati per tutti e per tutto, e questo va avanti. E io dissi loro: “Ma qual è quella cosa che i robot mai potranno fare?”. Loro hanno pensato, hanno fatto delle proposte, ma alla fine sono rimasti d’accordo in una cosa: la tenerezza. Questo i robot non potranno farlo. E questo è quello che ci porta Dio, oggi: un modo meraviglioso in cui Dio ha voluto venire al mondo, e questo fa rinascere in noi la tenerezza, la tenerezza umana che è vicina a quella di Dio. E oggi abbiamo tanto bisogno di tenerezza, tanto bisogno di carezze umane, davanti a tante miserie! Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani. Seguiamo questa strada. Buon Natale!

 

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/solennit%C3%A0-dei-santi-apostoli-pietro-e-paolo/25796531/

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
La solennità di San Pietro e San Paolo ricorda due autentici pilastri della Chiesa e araldi coraggiosi del Vangelo i quali, provenendo da percorsi diversi, si sono riuniti nell’unica Chiesa di Cristo e subirono il martirio nella Città Eterna. Si tratta di una delle feste più antiche dell’anno liturgico inserita nel Calendario già nel IV secolo, come testimonia la “Depositio martyrum” (354). Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; con la loro testimonianza essi costituiscono il fondamento della nostra fede nel Signore Gesù; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Anche per questo la Chiesa Cattolica celebra la solennità degli Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno.
Secondo un’antica tradizione sulla via Ostiense nell’Urbe, a pochi metri della Basilica di san Paolo fuori le Mura, avvenne l’ultimo incontro tra Pietro e Paolo poi separati, per essere avviati al martirio. San Pietro venne condotto nell’antico circo neroniano, che all’epoca sorgeva dove ora è Piazza san Pietro, per essere crocifisso. San Paolo venne condotto “ad aquas salvias”, nell’attuale zona delle Tre Fontane, per essere decapitato.
Il Vangelo presenta la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, ove Simone figlio di Giovanni riconobbe in Gesù il Figlio di Dio e parimenti l’affidamento della Chiesa da parte di Gesù alla custodia premurosa di Pietro, su cui Gesù stesso fondò la sua Chiesa. Simone fu chiamato da Gesù mentre riassettava le reti sulle rive del mare di Galilea. Era un semplice pescatore che svolgeva il suo lavoro, talora molto pesante. Non appena il Giovane Rabbi di Nazareth lo chiamò a diventare pescatore di uomini e non di pesci, « subito lasciate le reti, lo seguì ». Fu il primo tra gli apostoli di Gesù a proclamare: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». Non fu il pescatore di Galilea a proclamare di sua iniziativa questa verità, ma fu lo Spirito di Dio che, illuminandolo, gli fece pronunciare quelle parole. E Gesù lo sottolineò: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
La fede professata da Simone costituì il fondamento della Chiesa. Gesù, infatti, scelse Pietro come il punto riferimento per la fede e la vita religiosa dei suoi discepoli. « Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ». L’icona della pietra è una immagine utilizzata sia per indicare saldezza e stabilità sia per suggerire l’idea dell’edificio. I Salmi ricorrono spesso alla solidità della pietra per indicare il Signore come fondamento sicuro del suo popolo; su di lui Israele e ogni credente possono sempre contare. Il Signore è la pietra, la rupe, la roccia di difesa su cui il popolo si appoggia per vivere sicuro e per rimanere saldo nella fedeltà anche in mezzo a prove e pericoli.
Nel Vangelo di Matteo Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della pietra che, scartata dai costruttori era diventata testata d’angolo (cfr. Mt 21, 42). Questa medesima icona Gesù la applica anche a Simone, figlio di Giovanni, al quale cambia il nome in « Kefa », cioè « pietra di fondazione » che assicura la solidità dell’edificio, roccia, sulla quale egli intende edificare la « sua » Chiesa: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa è di Cristo! Egli la custodisce con la potenza dello Spirito Santo, perché le forze del male non prevalgano. A Pietro affida il compito di essere segno visibile di unità nella fede e nella carità e il mandato di confermare i fratelli nella fede: « Io ho pregato per te che la tua fede non venga meno. Per cui conferma i tuoi fratelli. Tra gli apostoli, testimoni oculari della vita, delle parole e delle opere di Gesù, scelti e inviati da Lui per essere suoi testimoni e maestri nel suo nome, Pietro per volontà espressa di Cristo occupa un posto e un significato specialissimo. Gli apostoli riconobbero a Pietro il ministero della presidenza su tutti loro. Dopo che Gesù ascese al cielo, Pietro guidò la vita e le attività dei Dodici.
Dopo aver annunciato il Vangelo a Gerusalemme, Pietro andò ad Antiochia e poi a Roma. Roma era il centro del mondo allora conosciuto. Situarsi a Roma fu un modo per esprimere l’universalità del vangelo di Gesù e di incoraggiare la diffusione del cristianesimo in tutto il mondo. Ci sono testimonianze assai antiche secondo le quali i Vescovi di tutto il mondo si sono sentiti legati alla tradizione romana cristiana. L’impronta di Pietro ha dato alla Chiesa di Roma il ruolo di essere riferimento per tutte le altre Chiese, garanzia di autenticità e di unità cattolica della fede e della vita di tutti i cristiani. Pietro è testimone, fondamento e pietra ferma e forte della fede di tutti i credenti: è la roccia su cui Gesù edificò la sua Chiesa, il fondamento dell’unità nella comunità di fede dei credenti.
Accanto alla figura di Pietro si staglia quella altrettanto gigantesca di Paolo che per amore di Gesù il Signore e per la sua causa ha affrontato ogni sorta di disagio: persecuzioni, percosse, lapidazioni, naufragi, pericoli da ogni parte, digiuni, freddo e nudità (cfr. 2 Cor 11, 24-29). La Chiesa unisce oggi “in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”. Scrisse sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, tuttavia, erano una cosa sola in Cristo”.
Dell’apostolo Paolo si conosce molto, ma non la data della sua nascita; si ritiene, tuttavia che essa sia avvenuta tra l’anno 5 e il 10 dopo Cristo. Gli Atti degli Apostoli narrano che il giovane Saulo di Tarso fu tra coloro che lapidarono Stefano; infatti faceva la guardia ai mantelli dei lapidatori. In seguito fu zelante nel combattere la giovane comunità cristiana per la cui persecuzione si fece addirittura autorizzare. Egli non fu discepolo di Gesù, non l’aveva né ascoltato parlare né visto compiere guarigioni, ma il suo ministero instancabile ebbe inizio con l’incontro con il Signore risorto sulla via di Damasco. Il Vangelo predicato da Anania gli aprì il cuore e gli occhi. Da quel primo incontro iniziò una vita nuova a totale servizio del Vangelo. Paolo predicò, prima agli ebrei e poi ai pagani, fondando molte comunità.
Dalle sue 13 lettere traspare il fascino e la bellezza di una vita completamente consegnata a Cristo, un annuncio potente di salvezza universale destinata a tutti coloro che si lasciano amare dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio Padre.
Nella lettera indirizzata al discepolo Timoteo è contenuto « il testamento spirituale » dell’Apostolo delle Genti, l’unico passo che si riferisce a lui stesso. Egli intravede ormai vicina l’offerta della sua vita a quel Cristo che ha amato immensamente e anche la modalità in cui questa avverrà: il martirio. “E’ giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”. Con tale ammissione Paolo afferma di essere rimasto un credente nonostante le avversità della vita, e fa vedere che la perseveranza nella fede non è mai scontata per nessuno.

Cari Amici
La festa degli Apostoli Pietro e Paolo è insieme una grata memoria dei grandi testimoni di Gesù Cristo e una solenne confessione in favore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa da sempre li ha voluti ricordare assieme, quasi a voler comporre in unità la loro testimonianza. San Pietro e san Paolo, con le loro diverse ricchezze, con il loro personale carisma, hanno edificato un’unica Chiesa. Facciamo nostro l’invito di sant’Agostino: “Celebriamo questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli; amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, la testimonianza e la predicazione.” (dai Discorsi)
C’è una provocazione anche per noi nel brano di vangelo. La domanda di Gesù arriva oggi fino a me: “Tu chi dici che io sia?”. Come a dire: Cosa pensi di me? In che rapporto stai con me? Per te io chi sono? Che senso ha la mia presenza nella tua vita? Cosa immetto nella tua vita? Queste domande devono arrivare ai nostri orecchi con la stessa forza e passione con cui uscirono dalle labbra del Maestro, deve ferire, deve aprire un varco nelle nostre piccole sicurezze, provocare un ripensamento della fede e suscitare la conversione. Ma sono domande alle quali siamo chiamati a rispondere personalmente con la vita. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri. Gesù vuole la nostra risposta personale. La Sua domanda esigente ci scuote, ci assedia perché possiamo liberare il nostro cuore dalle ombre che ci impediscono di esprimere dal profondo una consapevolezza di intima e personale relazione con Lui. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti. Se siamo cristiani dobbiamo impegnarci sempre più a conoscere e amare Cristo Gesù e in pari tempo portarne l’insegnamento sulle strade degli uomini e della storia e a testimoniarlo con coerenza, audacia e coraggio. Come gli apostoli Pietro e Paolo tutti i battezzati sono chiamati alla testimonianza. Per questo come Pietro e Paolo siamo chiamati a vivere un rapporto di amore con Cristo.
Il Papa Paolo VI scrisse: « Il mondo dopo avere dimenticato e negato Gesù, lo cerca … È una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero amore al prossimo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’uomo dei dolori; di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di convertiti che infine confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averlo trovato. L’ansia di trovare Cristo si insinua anche in un mondo avvinto nel materialismo, ma che non vuole soffocare”.
Il ministero di Pietro si perpetua nel Vescovo di Roma. Egli, in quanto successore del beato Pietro e vescovo di Roma “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 880).
Oggi è il giorno
- per ringraziare Dio per la persona e il ministero del Papa.
- per ravvivare e suscitare in noi l’apprezzamento effettivo ed affettivo per lui e per il suo eminente magistero mediato da un linguaggio semplice, diretto e accessibile a tutti.
- per pensare al ruolo insostituibile e arduo del Papa per tutta la Chiesa e per ogni cristiano cattolico.
Il Papa è garanzia di unità della fede di tutti i cristiani, di tutti i Vescovi e tutte le chiese diocesane. Al riguardo giova sempre ricordare che «la Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare. Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una e unica secondo i Padri precede la creazione e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari». (Communionis notio, 9)
I cristiani cattolici sanno bene che se sono in comunione amorevole e fedele con il Successore di Pietro, con la sua persona e con la dottrina riguardante la fede e la morale, vivono la stessa fede degli Apostoli che inizia nel Cristo stesso. Questa è la certezza di sapere che la nostra fede è vera, che siamo veri discepoli di Gesù. Accogliamo di cuore e vivere fedelmente tutto ciò che il Papa insegna in materia di fede e di morale. La nostra fede deve essere personale, certo: ma anche ecclesiale, apostolica e in comunione affettiva ed effettiva con il Papa.
In questo giorno un ricordo speciale è dedicato a Papa Francesco per il suo ministero e per tutte le sue nobili intenzioni. In ogni occasione egli chiede di pregare per il suo ministero apostolico. Oggi noi lo faremo in modo più intenso e corale. Ma affidiamo al Principe dei Pastori anche l’amato Pontefice emerito Benedetto XVI per il gran bene che ha compiuto nei suoi circa 8 anni del suo ministero petrino.
Cooperiamo, altresì in questo giorno alla colletta, detta obolo di San Pietro, perché il Santo Padre possa continuare ad aiutare e sovvenire i più bisognosi del mondo.

O Dio, che allieti la tua Chiesa
con la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa segua sempre
l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede.

BENEDETTO XVI – LA SANTITÀ (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110413.html

BENEDETTO XVI – LA SANTITÀ

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 13 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle,

nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.
Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).
Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta” (ibid., 40). La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. “Per mezzo del battesimo – scrive – siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.
Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l’aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all’esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po’ troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell’Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l’esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni. Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (Lumen gentium, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell’essere santi.
Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL 35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.
Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.
Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.
Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore. Grazie.

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070628_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BENEDETTO XVI (2007)

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Paolo Fuori le Mura
Giovedì, 28 giugno 2007

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

In questi Primi Vespri della Solennità dei santi Pietro e Paolo facciamo grata memoria di questi due Apostoli, il cui sangue, insieme a quello di tanti altri testimoni del Vangelo, ha reso feconda la Chiesa di Roma. Nel loro ricordo sono lieto di salutare tutti voi, cari fratelli e sorelle, a cominciare dal Signor Cardinale Arciprete e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti, dal Padre Abate e dalla Comunità benedettina cui è affidata questa Basilica, fino agli ecclesiastici, alle religiose e ai religiosi e ai fedeli laici qui convenuti. Un saluto particolare dirigo alla Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ricambia la presenza della Delegazione della Santa Sede ad Istanbul, in occasione della festa di sant’Andrea. Come ho avuto modo di dire qualche giorno fa, questi incontri e iniziative non costituiscono semplicemente uno scambio di cortesie tra Chiese, ma vogliono esprimere il comune impegno di fare tutto il possibile per affrettare i tempi della piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente cristiani. Con questi sentimenti, mi dirigo con deferenza ai Metropoliti Emmanuel e Gennadios, inviati dal caro Fratello Bartolomeo I, al quale rivolgo un pensiero grato e cordiale. Questa Basilica, che ha visto eventi di profondo significato ecumenico, ci ricorda quanto sia importante pregare insieme per implorare il dono dell’unità, quell’unità per la quale san Pietro e san Paolo hanno speso la loro esistenza sino al supremo sacrificio del sangue.
Un’antichissima tradizione, che risale ai tempi apostolici, narra che proprio a poca distanza da questo luogo avvenne l’ultimo loro incontro prima del martirio: i due si sarebbero abbracciati, benedicendosi a vicenda. E sul portale maggiore di questa Basilica essi sono raffigurati insieme, con le scene del martirio di entrambi. Fin dall’inizio, dunque, la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro, anche se ebbero ciascuno una missione diversa da compiere: Pietro per primo confessò la fede in Cristo, Paolo ottenne in dono di poterne approfondire la ricchezza. Pietro fondò la prima comunità dei cristiani provenienti dal popolo eletto, Paolo divenne l’apostolo dei pagani. Con carismi diversi operarono per un’unica causa: la costruzione della Chiesa di Cristo. Nell’Ufficio delle Letture, la liturgia offre alla nostra meditazione questo noto testo di sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì… Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli” (Disc. 295, 7.8). E san Leone Magno commenta: “Dei loro meriti e delle loro virtù, superiori a quanto si possa dire, nulla dobbiamo pensare che li opponga, nulla che li divida, perché l’elezione li ha resi pari, la fatica simili e la fine uguali” (In natali apostol., 69, 6-7).
A Roma il legame che accomuna Pietro e Paolo nella missione, ha assunto sin dai primi secoli un significato molto specifico. Come la mitica coppia di fratelli Romolo e Remo, ai quali si faceva risalire la nascita di Roma, così Pietro e Paolo furono considerati i fondatori della Chiesa di Roma. Dice in proposito san Leone Magno rivolgendosi alla Città: “Sono questi i tuoi santi padri, i tuoi veri pastori, che per farti degna del regno dei cieli, hanno edificato molto più bene e più felicemente di coloro che si adoperarono per gettare le prime fondamenta delle tue mura”(Omelie 82,7). Per quanto umanamente diversi l’uno dall’altro, e benché il rapporto tra di loro non fosse esente da tensioni, Pietro e Paolo appaiono dunque come gli iniziatori di una nuova città, come concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal Vangelo di Gesù Cristo. Per questo si potrebbe dire che oggi la Chiesa di Roma celebra il giorno della sua nascita, giacché i due Apostoli ne posero le fondamenta. Ed inoltre Roma oggi avverte con più consapevolezza quale sia la sua missione e la sua grandezza. Scrive san Giovanni Crisostomo che “il cielo non è splendido quando il sole diffonde i suoi raggi, come lo è la città di Roma, che irradia lo splendore di quelle fiaccole ardenti (Pietro e Paolo) per tutto il mondo… Questo è il motivo per cui amiamo questa città…per queste due colonne della Chiesa” (Comm.a Rm 32).
Dell’apostolo Pietro faremo memoria particolarmente domani, celebrando il divin Sacrificio nella Basilica Vaticana, edificata sul luogo dove egli subì il martirio. Questa sera il nostro sguardo si volge a san Paolo, le cui reliquie sono custodite con grande venerazione in questa Basilica. All’inizio della Lettera ai Romani, come abbiamo ascoltato poco fa, egli saluta la comunità di Roma presentandosi quale «servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione» (1,1). Utilizza il termine servo, in greco doulos, che indica una relazione di totale e incondizionata appartenenza a Gesù, il Signore, e che traduce l’ebraico ‘ebed, alludendo così ai grandi servi che Dio ha scelto e chiamato per un’importante e specifica missione. Paolo è consapevole di essere “apostolo per vocazione”, cioè non per autocandidatura né per incarico umano, ma soltanto per chiamata ed elezione divina. Nel suo epistolario, più volte l’Apostolo delle genti ripete che tutto nella sua vita è frutto dell’iniziativa gratuita e misericordiosa di Dio (cfr 1 Cor 15,9-10; 2 Cor 4,1; Gal 1,15). Egli fu scelto «per annunciare il vangelo di Dio» (Rm 1,1), per propagare l’annuncio della Grazia divina che riconcilia in Cristo l’uomo con Dio, con se stesso e con gli altri.
Dalle sue Lettere sappiamo che Paolo fu tutt’altro che un abile parlatore; anzi condivideva con Mosè e con Geremia la mancanza di talento oratorio. «La sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Gli straordinari risultati apostolici che poté conseguire non sono pertanto da attribuire ad una brillante retorica o a raffinate strategie apologetiche e missionarie. Il successo del suo apostolato dipende soprattutto da un coinvolgimento personale nell’annunciarne il Vangelo con totale dedizione a Cristo; dedizione che non temette rischi, difficoltà e persecuzioni: “Né morte né vita – scriveva ai Romani – né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (8,38-39). Da ciò possiamo trarre una lezione quanto mai importante per ogni cristiano. L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende.
Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come san Paolo: un tempo persecutore violento dei cristiani, quando sulla via di Damasco cadde a terra abbagliato dalla luce divina, passò senza esitazione dalla parte del Crocifisso e lo seguì senza ripensamenti. Visse e lavorò per Cristo; per Lui soffrì e morì. Quanto attuale è oggi il suo esempio!
E proprio per questo, sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C. Questo “Anno Paolino” potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva sotto l’altare papale di questa Basilica il sarcofago, che per concorde parere degli esperti ed incontrastata tradizione conserva i resti dell’apostolo Paolo. Presso la Basilica Papale e presso l’attigua omonima Abbazia Benedettina potranno quindi avere luogo una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina. Inoltre, una speciale attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale presso la tomba dell’Apostolo per trovare giovamento spirituale. Saranno pure promossi Convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo. Inoltre, in ogni parte del mondo, analoghe iniziative potranno essere realizzate nelle Diocesi, nei Santuari, nei luoghi di culto da parte di Istituzioni religiose, di studio o di assistenza, che portano il nome di san Paolo o che si ispirano alla sua figura e al suo insegnamento. C’è infine un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo. Amen!

 

FREDERIC MANNS. SAN PAOLO IL TEOLOGO

http://liturgiadomenicale.blogspot.it/2008/06/frederic-manns-san-paolo-il-teologo.html

FREDERIC MANNS. SAN PAOLO IL TEOLOGO

Un re di Francia incontra un giorno dei tagliatori di pietra in pieno lavoro. Alla domanda : Che cosa fate? il primo dice : Sire, io taglio delle pietre; il secondo dice : Sire, io riunisco delle pietre tagliate, ed il terzo : Sire, io costruisco una cattedrale. All’inizio del terzo millennio la Chiesa sta scoprendo l’urgenza di una rinnovata evangelizzazione. Il santo Padre sollecita i cristiani a ritrovare lo slancio delle origini nei confronti del mondo contemporaneo. Chi ha incontrato il Signore Risorto non può tacere. « Guai a me se non predicassi il vangelo », esclamava in tal senso l’apostolo Paolo (1Cor 9,16). Il viaggio del santo Padre sulle orme di San Paolo in Grecia, Siria e Malta propone come modello di evangelizzatore Paolo di Tarso, uomo di una doppia cultura, che ha fatto l’esperienza del Risorto e che ha dedicato la vita a proclamare la sua certezza che Cristo è vivo. Vale la pena di riflettere sulle intuizioni e il pensiero teologico dell’apostolo delle genti.

Il corpo mistico In mezzo ai messaggeri della Buona Novella, Paolo è colui che ha costruito la prima cattedrale del pensiero cristiano. Il rosone che rischiara e trasfigura tutto il suo edificio, è l’apparizione di Cristo resuscitato sulla via di Damasco. Questa esperienza, dura e beneficente alla fede, illumina Paolo malgrado la sua momentanea cecità. Strumento di prima scelta, illuminato dallo Spirito Santo, istruito dagli altri Apostoli, l’Apostolo trarrà le conseguenze da questo incontro insperato. Perseguitare i cristiani, era perseguitare Gesù stesso. In un lampo Paolo, l’intuitivo, ha compreso tutta la dottrina della Chiesa come corpo mistico di Cristo. Il Cristo è la testa del corpo ed i cristiani sono le membra del corpo. Tra le verità che appaiono in rilievo nelle epistole che rischiarano la cattedrale di Paolo come delle vetrate, occorre indicare il primato di Cristo, la posizione essenziale della resurrezione, l’abolizione della legge mosaica, e la giustificazione per mezzo della fede in Gesù Cristo e l’intima unione di tutti i credenti nel Cristo e tra loro. La dottrina del primato di Cristo era già stata celebrata nell’inno pre-paulino ai Colossesi. E’ nell’ordine della creazione e della ri-creazione che Cristo ha ottenuto il primato. Tutto è stato creato per lui ed in vista di lui. Per la sua resurrezione dai morti, egli è divenuto il primo-nato tra i morti. Paolo prega assiduamente la Passione, al punto da poter dire che egli ostenta l’immagine di Gesù crocifisso davanti ai suoi ascoltatori (Gal 3,1). Ma egli non separa mai la resurrezione di Cristo dal suo sacrificio redentore. Egli amava ripetere le formule cherigmatiche che annunciavano la morte e la resurrezione di Gesù. Egli probabilmente non ha conosciuto Gesù durante la sua vita mortale (2 Cor 5,16), ma egli ha visto il Cristo resuscitato; l’apparizione sulla via di Damasco l’ha costituito autenticamente apostolo (1 Cor 9,1; 15,8) ed egli conserva sempre nel suo cuore l’ineffabile ricordo della manifestazione del Signore della Gloria (1 Cor 2,8). Egli si riferisce incessantemente alla resurrezione come all’avvenimento decisivo senza il quale la fede cristiana sarebbe vana e senza scopo (1 Cor 15,14-17). Egli vi vede la copia e la causa della resurrezione spirituale del cristiano ed il pegno della resurrezione corporale che coronerà all’ultimo giorno l’opera redentrice (Rm 6,4-11 ; Fil 3,10-11 ; 1 Cor 15,20-22).

La Parusia Le lettere di Paolo sono degli scritti di circostanza. E’ per rispondere a concrete questioni pastorali che egli detta le sue lettere che firma tuttavia di sua mano. Nelle lettere ai Tessalonicesi Paolo affronta il problema del ritorno di Cristo o della parusia. Parusia significa presenza. Il termine era riservato alla visita dei grandi personaggi. Nel Nuovo Testamento, e particolarmente presso Paolo, egli designa cosi l’avvento glorioso di Cristo alla fine dei tempi (1 Ts 3,13 etc.; 2 Ts 2,1-8; 1 Cor 15,23). La cristianità primitiva viveva in un ardente desiderio di questo avvenimento. Nella liturgia eucaristica si acclamava il Cristo : Marana tha ! Vieni, Signore Gesù! Paolo condivideva questa preghiera e questo desiderio. La parusia segnerà il compimento della redenzione e l’instaurazione totale e definitiva del regno di Dio. La vittoria di Cristo sarà allora definitiva. Una presentazione mal compresa di questa speranza provocò a Tessalonica la convinzione di un ritorno prossimo del Salvatore, al punto che alcuni fedeli incrociavano le braccia e vivevano nell’ozio. L’attesa di Cristo era diventata un’attesa passiva. L’Apostolo rimprovera con forza i Tessalonicesi (1 Ts 4,11-12 e sopratutto 2 Ts 3,6-15). Parecchi in mezzo a loro erano morti dopo il loro ingresso al cristianesimo. Da cui l’inquietudine della comunità : questi morti potevano mancare la venuta del Signore ? Paolo si sente solidale con questa angoscia. La risposta che egli dà si può cosi riassumere : prima della venuta del Signore i morti risusciteranno. In seguito, noi i viventi che saremo ancora là, saremo portati sulle nubi per incontrare il Signore nei cieli. Cosi noi saremo per sempre con il Signore (1 Ts 4,15-17). Questa consolazione sembra insinuare che Paolo ha atteso l’avvento definitivo mentre era vivo. Ma non è per lui un motivo per non vivere che nell’attesa. Paolo predica la vigilanza. Si tratta di rivestire la corazza della fede e della carità, il casco della speranza. Nessuno sa il giorno nè l’ora : ragione di più per essere pronto. Paolo insegna inoltre che la conversione dei pagani, poi quella degli Ebrei precederà la parusia (Rm 9-11), ciò che sembra suggerire un prolungato ritardo. Il Cristo deve presentare a suo Padre i frutti della sua vittoria. Fino a che tutti non sono entrati nell’unico battello, il ritorno di Cristo nella gloria è ritardato. Paolo insiste anche sulle lotte, le divisioni e le apostasie che precederanno il ritorno di Cristo (2 Ts 2,1-12), ma lo fa in termini oscuri, come in tutti i passaggi apocalittici del Nuovo Testamento. La Bibbia aveva intravisto prima della fine del mondo un ultimo sussulto del male (Ez 38-39) ; Dn 11,21-45). Paolo sottolinea due punti che a lui sembrano importanti. Il primo è che la morte introduce nella società di Cristo coloro la cui vita è stata conforme al Vangelo. Il secondo è che l’ultima generazione la quale sarà testimone della parusia avrà il privilegio di non passare attraverso la morte (1 Ts 4,15-18 ; 1 Cor 15,51-54); i corpi saranno trasformati in un batter d’occhio e resi simili ai corpi dei defunti ormai resuscitati. In breve, Paolo ricorda che il definitivo deve ancora venire. La prova ne è che il male e sempre misteriosamente presente ed attivo nel mondo. Ne deriva l’urgenza dell’annuncio della Parola e della conversione.

La giustificazione per mezzo della fede Figlio di Farisei, Paolo credeva prima della sua conversione che l’osservanza della legge gli sarebbe valsa per essere considerato come giusto. Ed ecco che il Cristo resuscitato lo chiama gratuitamente. Il suo universo religioso crolla. Nelle lettere ai Galati ed ai Romani Paolo ha sviluppato la dottrina della giustificazione per mezzo della fede in Gesù, ad esclusione delle opere della legge mosaica. La fede non è una pratica intellettuale. Essa è la confessione della divinità di Cristo, un dono totale ed irrevocabile della sua persona a Colui nel quale egli riconosceva il Figlio di Dio. Che devo fare, Signore ? (At 22,10) : Paolo è tutto intero in questa risposta al Resuscitato. Una fede astratta, senza influenza sulla vita, è per lui inconcepibile. La fede che giustifica, è la fede operante per mezzo della carità (Gal 5,6) la fede accompagnata dalle buone opere che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo (Ef 2,8-10). Fiducia nella parola di Cristo, la fede comporta il pentirsi degli errori ed il proposito di cambiare la propria vita. Paolo non cessa d’insistere sulla fuga dal peccato, la morte dell’uomo vecchio che deve fare posto all’uomo nuovo (Rm 6,6; Ef 4,22-24), la pratica assidua di tutte le virtù unite dalla carità (1 Cor 13; Col 3,14). Il gesto decisivo della fede con tutto ciò che essa comporta germoglia alla domanda del battesimo ed a una radicale conversione che fa del cristiano una nuova creatura (Gal 6,15).

La fede e la Legge La giustificazione per la fede in Cristo presuppone che le opere della Legge (Gal 2, 16) sono impotenti ad ottenere la giustificazione. Se l’osservanza della Legge mosaica poteva giustificare, si potrebbe concludere che Cristo è morto per niente (Gal 2,21) e che il sacrificio della croce è stato inutile, ciò che sarebbe una manifesta assurdità. La Legge è stata inchiodata alla croce da Cristo (Col 2,14) ; essa è ormai abolita e non poteva essere imposta ai convertiti. Nell’epistola ai Romani Paolo rintraccia la storia dell’umanità dopo Adamo (5,12) fino alla venuta di Cristo. Ebrei e pagani hanno dato scacco al piano di Dio. Tutti sono l’oggetto della collera di Dio e votati alla punizione. Nondimeno gli Ebrei avevano la Legge che doveva loro servire da guida. Quanto ai pagani, è la coscienza che era la legge iscritta nei loro cuori. Gli Ebrei si sono glorificati della loro relazione privilegiata con Dio grazie alla Legge. Essi hanno interpretato l’alleanza come un privilegio, in luogo di vederla come una missione. Di fatto la Legge fu per essi un’occasione di disobbedire (4,15). Neppure il pagano è stato fedele alla sua coscienza. Egli si è abbandonato al peccato (7,14). Ma, la giustizia di Dio si è manifestata senza la Legge. Al tempo della collera segue quello della giustizia. Dio fa misericordia a riguardo di tutti per pura grazia. Su questo fondamento è costruito l’uomo nuovo. Egli è fedele grazie allo Spirito (8,12). Non vi è pió differenza tra Ebrei e pagani che erano sottomessi senza distinzione al peccato e che sono discolpati in virtù della redenzione (3,24). Paolo dimostra con molta abilità che Abramo è stato giustificato per la sua fede alla promessa divina di una posterità innumerevole e non per la Legge mosaica, posteriore di numerosi secoli (Gal 3,6-9 ; 16-18), nè ugualmente per la circoncisione, ma per la fede (Rm 4,1-12). Il cristiano a sua volta è giustificato attraverso la sua fede in Gesù che ha il medesimo oggetto di quella di Abramo, a conoscere le promesse divine realizzate per mezzo di Cristo (Rm 4,16-25). E’ dunque per mezzo della fede che Dio giustifica, tanto prima della promulgazione della Legge mosaica quanto dopo la sua abolizione : da Mosè a Gesù Cristo, quando la Legge era in vigore, essa non concorreva alla discolpa presso i santi dell’Antico Testamento che per il motivo che la fede si univa alle promesse, come per Abramo. Le opere della Legge non si sono mai potute giustificare per se stesse. Se fosse stato diversamente, il carattere gratuito e trascendente dell’ordine soprannaturale sarebbe compromesso. L’uomo non è discolpato dalle sue opere; la fede stessa è un dono di Dio. In nessun modo l’uomo puo glorificarsi come se egli fosse l’autore della sua salvezza (Gal 5,5-6; 1 Cor 1,28-31; Rm 3,27-28 ; Ef 2,8-10). E’ umilmente che egli deve accogliere il dono della salvezza. Il ragionamento di Paolo prendeva di mira insieme alcuni convertiti i quali pensavano che la Legge rimaneva tuttora in vigore e gli Ebrei che pretendevano di osservare con le loro sole forze la Legge e le tradizioni che i maestri vi avevano aggiunto e poneva fine ad un vicolo cieco. La legge non giustificava senza la fede.

Il corpo mistico di Cristo Sulla via di Damasco Paolo ha compreso che il Cristo ed i cristiani sono un tutt’uno. Nella prima lettera ai Corinti egli sviluppa questo pensiero. Egli aveva dovuto intervenire a proposito di divisioni in seno alla comunità. Delle divisioni si erano manifestate anche nelle assemblee liturgiche. Per di più, nelle comunità, dei gruppi di credenti si proclamavano di Paolo, altri d’Apollo, altri ancora di Cefa. Paolo combatte questa sapienza umana. Nelle scuole filosofiche, i maestri arruolavano i discepoli. Se la stessa divisione si produceva nella Chiesa, essa sarebbe votata a sbriciolarsi in differenti gruppuscoli. Il cristianesimo non è una filosofia, un prodotto del genio umano. Il messaggio del Vangelo è stato accolto non dai filosofi, ma dai poveri e dai piccoli. Il Regno è promesso ai poveri, ai dolci ed ai misericordiosi. La sapienza di Dio è follia agli occhi degli uomini. La doppia formazione di Paolo gli tornava utile. Paolo ha dovuto affrontare la mentalità ellenistica in ciò che concerne i corpi. Per i Greci il corpo è trascurabile, esso è un ostacolo alla realizzazione totale del destino umano. Esso è la tomba dell’anima. Sôma, Sêma (corpo, tomba), ripetevano i Greci. Per la Bibbia il corpo è una creatura di Dio. L’uomo è un corpo vivente. Perfino il corpo è chiamato ad essere glorificato. Paolo deve difendere la dignità del corpo. Egli non tollera il ricorso alle prostitute (6,12-20) e scomunica l’incestuoso che vive con la donna di suo padre (5,1-13). E’ la dignità del corpo che lo esige : il corpo, è il tempio dello Spirito e il dovere del cristiano e di servirsene per offrire a Dio il culto della sua fedeltà. Il corpo e chiamato a resuscitare, perché la resurrezione di Cristo primo nato di tra i morti, significa che egli trae tutta l’umanità dalla morte alla vita. Definendo il corpo come tempio dello Spirito, Paolo riprendeva una antica tradizione ebraica la quale sottolineava che tutti gli elementi presenti nel Tempio di Gerusalemme trovavano il loro corrispondente nel corpo umano e nel cosmo. Vi sono dunque tre templi dove l’uomo può incontrare Dio.

L’agape La mentalità greca favoriva la conoscenza. Apollo è il dio delle belle arti e del chiarore. Paolo ricorda ai Corinti che la scienza deve essere al servizio della carità. La comunità si costruisce grazie ai doni spirituali di cui Dio la gratifica. Questi carismi sono diversi, ma essi devono servire all’edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa. Questi doni provengono dallo Spirito. Vi è un solo e medesimo Spirito che opera nella Chiesa e che distribuisce i suoi doni come egli crede. Paolo riprende allora dai retori romani il confronto del corpo – il midrash ebraico lo conosce ugualmente : allo stesso modo come il corpo è un tutto unico avente più membra, e che tutte le membra non formano che un solo corpo, cosi è di Cristo. E’ in un solo Spirito che noi siamo stati battezzati per non formare che un corpo : Ebrei o Greci, schiavi o uomini liberi. Paolo ripeterà spesso che non vi è più né Ebreo né Greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna. Nel Cristo tutti noi non formano che un solo corpo. Per comprendere questa insistenza occorre ricordarsi che nella preghiera del mattino l’Ebreo recitava una tripla benedizione : « Io ti benedico per non avermi creato pagano, ma Ebreo, per avermi creato libero e non schiavo ; uomo e non donna ». Dopo la resurrezione di Cristo questa formula e desueta agli occhi di Paolo. In mezzo ai più nobili doni, tutti devono cedere il passo all’amore (1 Cor 13,13). E’ ancora il l’amore-dono che permette ai cristiani di partecipare degnamente al culto eucaristico. Creando delle differenze tra loro nella mancanza di compartecipazione i cristiani offendono la carità fraterna indissociabile dal Banchetto nuziale di Cristo.

Continuità dei due testamenti San Paolo è il teologo della continuità del piano divino della redenzione che appare da una parte nell’unità dei due Testamenti, dall’altra nell’identità fondamentale tra lo stato del cristiano discolpato quaggiù e lo stato glorioso che gli è promesso. L’Antico Testamento, che si è compiuto nel Nuovo (Rm 1,2; 3,21), ha un carattere tipologico e profetico : è uno dei punti sui quali Paolo è stato profondamente illuminato dallo Spirito. Il Cristo è il si per eccellenza : tutte le promesse fatte da Dio ad Israele hanno trovato in lui la loro realizzazione (2 Cor 1,19-20). Paolo cita nominatamente l’Antico Testamento più di duecento volte, ed un rapido colpo d’occhio su una traduzione delle epistole permette di rendersi conto come al di fuori delle citazioni esplicite le reminiscenze sono continue, conformemente all’uso dei rabbini di ricorrere ai testi biblici per sostenere i loro ragionamenti. Le citazioni sono fatte più spesso secondo la versione greca dei Settanta, comune agli Ebrei ed ai cristiani della Diaspora, la maggior parte dei convertiti non conosceva l’ebraico. Accade che le citazioni siano approssimative e fatte a memoria e che esse siano delle semplici illustrazioni del pensiero per un riferimento alla Scrittura. Qualche volta lo stesso Paolo si avvicina alle tradizioni targumiche lette alla sinagoga. Qualche volta il ragionamento di Paolo non corrisponde alla nostra logica. Cosi la diffusione rapida del Vangelo e sottolineata nell’epistola ai Romani, 10, 18 con un versetto del salmo dove si tratta del linguaggio silenzioso degli astri percepito dovunque. Questo accomodamento non è un argomento scritturistico, si tratta di una semplice forma letteraria corrente presso gli Ebrei. Ma Paolo cita anche delle vere profezie, per esempio quando dichiara che il Cristo è morto per i nostri peccati e che egli è stato resuscitato conformemente alle Scritture (1 Cor 15,3-4) e cita sovente la Bibbia in senso letterale, come Osea 2,25, in Rm 9,25-26. D’altra parte Paolo dà al testo una completezza di significato che l’autore sacro non aveva senza dubbio intravisto, ma che era voluta da Dio e che egli riconosce alla luce della rivelazione evangelica. E’ alla luce della Resurrezione che la Scrittura trova il suo vero significato. La giustificazione per mezzo della fede in Ab 2,4 significa direttamente che la fede alle promesse divine sarà ricompensata con la fine della prigionia in Babilonia. Paolo vede in questa liberazione storica l’annuncio della vera liberazione, la salvezza messianica che sarà liberazione dal peccato e sorgente della vera vita del profeta : Il giusto vivrà per la fede è approfondita in una linea che non la deforma, perché si tratta di fiducia nella parola di Dio (Gal 3,11; Rm 1,17), rivelazione ancora frammentaria ai tempi del profeta e completata da Cristo (Eb 1,2). Paolo rinforza questo argomento con il salmo 142,2 ove si dice che nessuno è giusto davanti a Dio (Gal 2,16). Egli applica al caso degli Ebrei che attendono dalla Legge la loro discolpa l’affermazione senza restrizione del salmo ed egli si ritiene incaricato a dichiarare che nessuno è giustificato per mezzo delle opere della Legge, ciò che è inoltre stabilito per delle altre ragioni nei versetti che seguono (2,17). Alcuni ragionamenti scritturistici di Paolo non cessano di meravigliare il lettore moderno. Quando si ricordi la formazione rabbinica di Paolo, si comprendono meglio i suoi metodi di lettura ed il suo approccio al testo ispirato che deve parlare ancora al giorno d’oggi.

Tipologia Ai piedi di Gamaliele, Paolo aveva appreso a leggere le Scritture. Ma il Cristo Resuscitato si era manifestato a lui come colui che ha compiuto le Scritture. La lettura midrashica doveva cedere il passo alla lettura cristologica. Negli avvenimenti dell’Antico Testamento Paolo vede il carattere, la preparazione di quelli del Nuovo. La tradizione giovannea applica a Cristo gli episodi del serpente di bronzo (Gv 3,14), della manna (Gv 6, 32-33.58), dell’acqua viva (Gv 7,37-38), del buon pastore (Gv 10,11). I Sinottici usano lo stesso procedimento : il salmo 22 è applicato a Cristo durante la sua Passione (Mt 27,46); Gesù è il vero sposo e la vera vigna (Mc 2,19-20 ; Mt 22,1-14 ; Mc 12,1-9 ; Gv 15,1-8), la pietra angolare (Mc 12,10-11). La prima lettera di Pietro (2, 22-25) e l’autore dell’Apocalisse sottintendono la medesima dottrina. Paolo pone in principio che la Legge è l’ombra delle cose a venire (Col 2,17) e ne fa numerose applicazioni : Adamo è il tipo o figura di Cristo (Rm 5,12), la giustificazione di Abramo per mezzo della fede prefigura quella dei cristiani (Rm 4, 17.23) ; il Cristo è il vero agnello pasquale (1 Cor 5,7) ; l’antica alleanza annuncia la nuova conclusa nel sangue di Cristo (1 Cor 11,25), la manna del deserto e l’acqua sgorgata dalla roccia simbolizzano i sacramenti cristiani (1 Cor 10,1-6) e la punizione degli Israeliti privati dall’entrare nella terra promessa a causa della loro indocilità deve far temere ai cristiani la collera divina se essi seguono questo esempio (1 Cor 10,6-11) ; l’unione dell’uomo e della donna deve prendere esempio da quella di Cristo e della Chiesa (Ef 5,22-33) ; l’antico Israele, discendenza carnale di Abramo, prefigura l’Israele nuovo, secondo lo spirito (Gal 3,7-9.26), l’Israele di Dio (Gal 6,16) che non è più limitato ad un solo popolo, ma abbraccia tutta l’umanità (Gal 3,26-28).

Conversione Paolo esamina cosi il significato profondo dell’Antico Testamento. A Qumran gli Esseni avevano già paragonato le Scritture al pozzo d’acque vive dato al popolo nel deserto. I rabbini compararono incessantemente la Legge all’acqua. Tuttavia le Scritture sono orientate verso il Cristo. Dimenticare questo orientamento messianico, è far prova di cecità. Il velo che era sul volto d’Israele nella lettura dell’Antico Testamento cade definitivamente quando ci si converte al Signore (2 Cor 3,13-16). Questo ragionamento, senza dubbio valevole solamente per chi riconosce il carattere ispirato e profetico della Scrittura, porta una conferma alle altre prove della fede. Eccezionalmente Paolo lo usa nell’allegoria di Sara e di Agar (Gal 4,21-31) con una sottigliezza degna dei metodi rabbinici. Vi è dunque tutta una gamma nell’utilizzazione della Scrittura da parte di Paolo; ogni citazione deve essere pesata con cura onde evitare di maggiorare o minimizzare l’insegnamento dell’Apostolo.

Continuità della vita di grazia e della vita eterna L’unità e la continuità dei due Testamenti hanno per complemento e coronamento la continuità tra la vita della grazia quaggiù e la vita eterna. Il dono dello Spirito Santo fa del cristiano il figlio del Padre celeste ed il fratello e coerede del Figlio (Gal 4,6-7; Rm 8,16-17.29). Il cristiano diviene figlio nel Figlio. Egli è trasformato fino al profondo del suo essere e posto in un nuovo stato che egli può perdere per il peccato, ma che non differisce dalla vita eterna che nel grado e non in natura. Le lettere di Paolo ritornano in diversi modi su questo aspetto del mistero redentore. Il cristiano vive nel tempo e nell’eternità; gli ultimi tempi sono iniziati per lui. La parusia, presenza velata di Cristo nei cuori (Ef 3,17), è l’inizio della sua parusia finale nella gloria; nostra vita, nascosta ora in Dio con il Cristo, si schiuderà con lui nella gloria al momento del suo ritorno nella Gloria (Col 3, 3-4). La celebrazione eucaristica, nel corso della quale i cristiani annunciano il ritorno di Cristo, è il legame per eccellenza tra questi due avvenimenti (1 Cor 11-26). I pegni e le primizie dello Spirito che noi possediamo ora (2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14; Rm 8,23) garantiscono il dono totale. Noi viviamo della vita di Cristo (Gal 2,20). Il regno di Dio è incominciato, attendendo di divenire completo e definitivo (1 Cor 15,24-28). Dio ci chiama al suo Regno ed alla sua gloria (1 Ts 2,12) e noi vi siamo ora introdotti strappandoci alla potenza delle tenebre (Col 1,13). Paolo riprende la definizione della Pasqua ebraica per parlare della Pasqua definitiva. E’ nella speranza che noi saremo stati salvati (Rm 8,24). Tuttavia la nostra salvezza e parzialmente acquisita, noi siamo nei giorni della salvezza (2 Cor 6,2). La liberazione dal peccato e dalla morte è iniziata; si tratta di rimanere fedeli. Il cristiano non è destinato alla collera, ma all’ottenimento della salvezza per mezzo di Gesù (1 Ts 5,9). Egli è salvato dalla bontà di Dio mediante la fede (Ef 2,8). Tempi ed eternità si compenetrano. Benché vivente sulla terra il cristiano è già cittadino dei cieli (Fil 3,20). Paolo rivolta in tutti i significati questo pensiero che caratterizza la speranza cristiana : esso non può sbagliare (Rm 5,5). Un’inadempienza ed un insuccesso non sono possibili. La connessione costante delle due prospettive temporale ed eterna che si frammischiano può a prima vista sembrare oscura. La giustapposizione dei due orizzonti era già conosciuta nel pensiero apocalittico.

Vista d’insieme sul piano redentore La dottrina della redenzione della salvezza traspare dappertutto nelle lettere di Paolo. Le sue grandi articolazioni sono facili da cogliere, sopratutto nell’epistola ai Romani. Altrove esse sono più diffuse. Nulla di strano che Pietro abbia avuto difficoltà a seguire il pensiero di Paolo. Quest’ultimo è molto meno occupato a dare un insegnamento sistematico che a rispondere alle questioni concrete delle comunità cristiane. Dei casi delicati di coscienza si presentano in alcune comunità. Inoltre dei dottori di menzogne cercano di dividere il gregge di Cristo. Le eresie nascenti, in particolare quelle dei giudaizzanti che preconizzavano un ritorno all’osservanza della Legge ebraica, hanno avuto tuttavia una fortunata influenza : esse hanno portato Paolo ad approfondire la sua dottrina, a formularla in maniera più precisa, più completa. Paolo parla del suo Vangelo (Gal 1,11; Rm 2,16). Attraverso quello, egli intende meditare il mistero della redenzione universale, mistero di Cristo che associa coloro che credono in lui alla sua morte ed alla sua resurrezione. L’umanità ha fatto l’esperienza del peccato. Nessuno penserà di negarla. Lo spettacolo di Atene riempita di idoli aveva indignato Paolo (At 17,16). Nell’epistola ai Romani (1,18-3,20)) è redatta una tavola della corruzione del mondo pagano e dell’infedeltà d’Israele, che pone gli Ebrei in situazione cosi spiacevole come i pagani. Il regno del peccato e della morte risale alla disobbedienza di Adamo che ha fatto perdere all’umanità l’amicizia divina ed ha scatenato le passioni malvagi. Gli uomini sono sprofondati nella rivolta contro Dio. Il mondo pagano non ha saputo riconoscere il Creatore nelle sue opere. Israele, benché favorita dalle rivelazioni divine, si è dimostrata indocile ed ha violato i precetti della Legge. La Legge non le ha dato la forza di vivere il messaggio rivelato. Dio aveva, nella sua misericordia, promesso per mezzo dei profeti un Messia discendente da Davide che ridarà i sei oggetti perduti a causa del peccato di Adamo e che concluderà la nuova alleanza con tutta l’umanità. Quando i tempi furono compiuti, Dio a inviato il suo unico Figlio, preesistente, creatore ed eterno come lui. Nato dalla discendenza di Davide, secondo la carne, il Figlio di Dio ha rivestito una natura umana soggetta alla sofferenza ed alla morte. Nel suo amore per gli uomini, egli si è fatto obbediente fino alla morte in croce, divenendo secondo una volontà eterna del Padre mezzo d’espiazione per gli uomini. La sua obbedienza ha riparato le disobbedienze di Adamo. Il nuovo Adamo crea cosi una nuova umanità. Per la fede in lui i peccatori sono giustificati ; la solidarietà in Gesù Cristo è più forte che la solidarietà in Adamo. Per manifestare l’efficacia del sacrificio di Cristo, Dio l’ha sovranamente esaltato con la resurrezione e l’ascensione. Glorificato alla destra del Padre, Gesù ha ricevuto il titolo di Signore. Come redentore egli riconcilia gli uomini con Dio. Tale è il messaggio della redenzione.

La redenzione E’ il sangue di Cristo che redime l’uomo peccatore (1 Cor 6,20 ; 7,23). Ma Dio che ci ha redenti senza di noi, non ci salva senza chiederci il nostro libero consenso; questa soluzione è degna di Dio e dell’uomo. La risposta alla chiamata di Dio è data dalla fede che è accettazione per mezzo dell’intelligenza del messaggio cristiano e consacrazione vitale del credente al Salvatore nel suo essere e nella sua vita. La fede è essa stessa un dono di Dio. Dio non la rifiuta agli uomini di buona volontà. L’adesione a Cristo porta il convertito a chiedere il battesimo, che significa una nuova nascita, il perdono del peccato ed il dono della vita soprannaturale (Rm 6,3-11) che lo fa morire, lo seppellisce e lo risuscita spiritualmente con il Cristo. Egli muore al peccato e vive d’ora innanzi per Dio nel Cristo. Per non decadere dal suo stato di giustificato, il cristiano deve lottare contro le tendenze malvagi che sussistono in lui. Paolo conosce l’antropologia delle due tendenze che sono presenti nel cuore dell’uomo. La vita diventa cosi una battaglia spirituale. Per riportare la vittoria il cristiano e armato con il dono dello Spirito che lo fortifica per crocifiggere la carne, per vivere nella pratica della carità e di tutte le virtù, per riprodurre in se l’immagine del Cristo, al fine d’essere trasformato in questa stessa immagine (2 Cor 3,8). Lo Spirito lo illumina, l’ispira, gli dà gli aiuti indispensabili per vivere veramente da figlio del Padre celeste, da fratello di Cristo, da membro del suo corpo e da tempio dello Spirito. L’Eucaristia che fa memoria del sacrificio redentore è il mezzo privilegiato di trasmettere ed accogliere la vita divina.

La Chiesa Depositaria dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli, essa è guardiana della fedeltà alle esigenze della vita cristiana. Membro di questo grande corpo (Col 1, 24 : Ef 1,22-23), il cristiano non è isolato. Egli è sostenuto dalla preghiera, gli esempi ed i sacrifici dei suoi fratelli; egli sa che tutte le sue azioni contribuiscono all’edificazione del corpo di Cristo. Nella posizione in cui Dio l’ha chiamato, verginità o matrimonio, si ricorda che egli ha carico dei suoi fratelli, unito a loro dal legame dell’Eucaristia. Lavorando alla salvezza di tutti nello stesso tempo che sua, egli cammina con amore verso la vita gloriosa promessa. Nella speranza del ritorno di Cristo, egli collabora alla venuta del Regno. Né Ebreo né pagano Tutti gli uomini sono invitati a superare il nazionalismo ed a realizzare che non vi sia più né Ebreo né pagano, né schiavo né uomo libero. Se Israele nella sua grande maggiorità ha tenuto una benda sugli occhi, un giorno verrà in cui riconoscerà in Gesù di Nazaret il Messia annunciato dalle Scritture. La sua incredulità ha portato la benedizione sui pagani; ma le promesse divine non saranno messe in scacco. Il popolo eletto rimane amato da Dio per merito dei Padri e sarà salvato a sua volta. Un terribile dramma si giocò in effetti dopo la caduta del primo uomo. Il Cristo ha vinto Satana sulla croce. Ma i nemici di Cristo e del Vangelo non hanno perduto tutta la loro virulenza e la battaglia continua. Il mistero d’iniquità, l’uomo del peccato che si sostituisce a Dio, sono sempre in azione. Delle apostasie affliggono la Chiesa. Tutti i cristiani sono attori in questo dramma e sono invitati a perseverare fino alla fine. Coloro che rimarranno fedeli saranno per sempre con il Cristo quando la morte verrà a porre un termine al loro soggiorno sulla terra. La battaglia proseguirà fino al giorno conosciuto soltanto da Dio quando il Salvatore discenderà dal cielo, annienterà l’Empio con il soffio della sua bocca ed il fulgore del suo avvento (2 Ts 2,1-12). Distruggendo la morte stessa, Gesù resusciterà per l’azione dello Spirito Santo, coloro che si sono addormentati; allora egli rimetterà il Regno nelle mani di suo Padre, i corpi mistici avranno raggiunto la loro statura perfetta e Dio sarà ormai tutto in tutti (1 Cor 1,24-28). Paolo insiste molto sulla libertà del cristiano. Da sottile dialettico egli afferma che tutto appartiene al cristiano, ma il cristiano appartiene a Cristo ed il Cristo appartiene a Dio. Tutto ciò che tiene conto di questo orientamento finale è lecito. « Ama e fai ciò che vuoi », dirà sant’Agostino. Paolo ed i suoi discepoli non furono dei teorici né degli speculativi. Prima di tutto essi furono dei pastori, sacerdoti ad illuminare il popolo di Dio. La loro teologia inizia da una vita spirituale profonda che fa di loro degli innati ottimisti. Sicuri dell’amore divino e della vittoria di Cristo sulla morte, essi avanzano in mezzo alle difficoltà. La croce e le prove non furono loro risparmiate. Ma unendo le loro sofferenze a quelle di Cristo essi completano nei loro corpi ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1,24). In effetti, il Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi.

I RE MAGI E LA STELLA DI BETLEMME

http://www.tuttolevangelo.com/studi/i_re_magi.pdf

I RE MAGI E LA STELLA DI BETLEMME

(è un PDF, ho trovato difficoltà a « districarlo », scusate e c’è qualche errore)

Vedremo in questo studio di spiegare come e quando si creò (o inventò) la leggenda dei “Re Magi”. Dopo tratteremo il tema della “Stella di Betlemme”, che li guidò al luogo dove stava Gesù. La leggenda dei Re Magi ÓL’evangelo di Matteo non dice che erano re, ne che fossero tre, ne come si chiamavano, né di che razza erano, né da quale paese venivano; solo afferma che erano “dei magi”, venuti dall’Oriente (Matteo 2:1-12), dove, con il nome di “mago”, si inglobava a uomini importanti che svolgevano diverse attività. Presso il popolo dei Medi, i « Magoi », erano una delle sei tribù ed appartenevano alla classe sacerdotale. In effetti, la parola impiegata da Matteo, in questo testo, é “magoi”, questa parola, in singolare é “mago”, e significa: “(…) mago, sacerdote, astrologo, saggio, interprete di sogni, ecc. , della Media, Persia, Caldea, ecc. // 2 incantatore”. (Dizionario Greco-Spagnolo di Miguel Balagué) Ö Vediamo che, nella Media, Persia e Caldea (Babilonia), la denominazione di “mago” si riferiva a certi uomini che svolgevano diverse funzioni; tra queste, quella del “saggio (o sapiente o dotto)”. A proposito di quello che succedeva tra i persiani, sopra questo tema, leggiamo: “I magi si dividevano in varie classi, ognuna delle quali aveva i suoi privilegi e i suoi doveri diversi. C’erano interpreti di sogni, incantatori propriamente detti, occupando questi savi gli incarichi principali” (Enciclopedia universale illustrata Europea Americana). ÖPrecisamente, quando i giudei stettero in cattività in Babilonia settanta anni nel VI° secolo a.C., il profeta Daniele e tre compagni suoi lavoravano nell’Amministrazione del regno di Babilonia, e li si considerava tra i “saggi” (Dan. 1:18-19; 2:12-16, 48-49). Daniele continuò nel suo posto fino a quando Babilonia fu conquistata dall’esercito del persiano Ciro nell’anno 539 a.C.; allora governò in Babilonia “Dario il Medo” (Dan. 5:30). Daniele tuttavia continuò nel suo incarico (Dan. 9:1-2). Dopo di questo Dario, governò in Babilonia “Ciro il Persiano”, e Daniele ancora stava lì (Dan. 6:29). ÖAl compimento dei settanta anni di cattività in Babilonia, il re Ciro dette libertà ai giudei, per ritornare alla loro terra (Esdra 1:11; 2:1-70; Geremia 25:11; 29:10). Ora, tutti i giudei residenti in Babilonia non ritornarono in questa occasione alla loro terra, dopo, in altre occasioni, ritornarono altri (Esdra 7:11-28; 8:1-36; Nemia 7:6-7”; ecc.). Anche in queste occasioni, non tutti i giudei ritornarono in Giuda e risiedettero ancora nella terra di Babilonia; dunque, sempre restò una numerosa colonia di giudei in Babilonia, dove composero “il Talmud di Babilonia” dopo dell’epoca di Cristo. Questi giudei di babilonia continuavano dando grandi quantità di offerte per il Tempio di Gerusalemme nell’epoca di Cristo. “(…). ‘ Quelli della dispersione’ consideravano il Tempio come il vincolo della loro vita nazionale e religiosa. Il patriottismo e la religione facevano aumentare i loro doni, che oltrepassavano di molto quello che era legalmente stabilito. Gradualmente giunsero a considerare il tributo del Tempio, letteralmente, come “riscatto delle loro anime” (Esodo 30:12). Tanto erano i donatori e tanto grandi i loro doni che sempre erano portati prima a certi punti centrali, da dove i più onorevoli tra loro li portavano come “ambasciatori” a Gerusalemme. Le contribuzioni più ricche venivano dai numerosi stabilimenti giudei in Mesopotamia e Babilonia, dove originalmente erano stati deportati “quelli della dispersione”. Qui si erano edificati tesori speciali per la loro ricezione nelle città di Nisibis e Nehardea, da dove un grande esercito accompagnava annualmente agli “ambasciatori” in Palestina (Il Tempio, il suo ministerio e servizi nei tempi di Cristo di Alfred Edersheim). Ö Abbiamo visto che ci furono giudei considerati “saggi” dai babilonesi, e che fino all’epoca di Cristo continuavano a rimanere in Babilonia, giudei importanti, che composero un Talmud. Pertanto, nel venire i “magi” dall’Oriente di Gerusalemme, é più probabile che si trattava di alcuni giudei “saggi” della colonia giudea di Babilonia, da dove portavano le offerte per il Tempio di Gerusalemme tutti gli anni, anche nell’epoca di Cristo. ÓNon solo i Babilonesi, i Medi e persiani, con il nome di “mago” designavano a certi uomini importanti, che consideravano “saggi”, tra i quali c’erano giudei come lo abbiamo già menzionato, ma gli stessi giudei chiamavano e continuano a chiamare ancora “saggi” ai loro antenati illustri. Così lo vediamo nella Misnà, dove, dopo aver presentato l’opinione di qualche rabbino, si apostrofa con la frase: “Però i saggi dicono…”, che si ripete incessantemente. (La Misnà) Ö Nel Medio Evo, i giudei anche consideravano “saggi” ai loro antenati che avevano redatto la Misnà e il Talmud; il giudeo Abraham ibn Daud (1110-1180) così dice: “Scriviamo questo trattato della tradizione per far conoscere ai discepoli che tutte le parole dei nostri maestri, di benedetta memoria, i saggi della Misnah e del Talmud, furono trasmesse a un saggio grande e giusto per altri, a un presidente dell’Accademia e il suo gruppo per altri, così anche i membri della Grande Assemblea che la ricevettero dai profeti, benedetta sia la memoria di tutti loro!” (libro della Tradizione). Nella nostra epoca, i giudei continuano a chiamarli “saggi” ai loro antenati illustri, come lo si può comprovare stando nelle loro riunioni nella sinagoga, e parlando con loro sopra questo tema. ÓPertanto, non é nulla di strano che, nel venire questi “saggi” giudei da un luogo dove sono chiamati “magi”, l’evangelista li chiamasse così, perché anche lui era giudeo e scriveva per i giudei, e tutti loro conoscevano bene tutti i dettagli di queste cose. ÓDi conseguenza, essendo questi “magi”, “saggi” giudei, speravano la venuta del Messia promesso nell’Antico Testamento (Isaia 7:14; 9:6 ecc.; Matteo 1:22-23), e Dio gli indicò che questa venuta si era prodotta, allo stesso modo come avvisò ai pastori che stavano nei pressi di Betlemme (Luca 2:8-12). Questo é il più verosimile che si può dedurre sopra il luogo d’origine e la razza di quei “magi”, secondo la storia dei giudei residenti in Babilonia dopo il secolo VI a.C.; però il loro numero, i loro nomi, e il loro carattere di re non ha alcuna base storica. D’altra parte, se consideriamo che detti “magi” erano giudei, osserviamo che Dio dette avviso della nascita del Messia, per mezzo di loro, ai giudei della Diaspora e ai dirigenti giudei di Gerusalemme, e, per mezzo dei pastori, al popolo intero; così, tutti i giudei furono avvisati; Per questo, l’evangelista Giovanni poté dire quello che leggiamo in Giov. 1:11-12. Ora, con questo semplice episodio dei magi, si é fatto un grande montaggio col passare dei secoli, che, come una palla di neve, sempre é andata aumentando fino a giungere a quello che é oggi; però vediamo come tutto si originò dopo l’epoca degli apostoli: Il numero dei Magi In antiche pitture nelle catacombe romane i Magi sono ora due, ora quattro ed anche sei mentre, in tradizioni Siriane ed Armene si giunge fino a dodici (ma lo Stewart cita un antico scritto che parlerebbe di 14 Magi!). Ó Per vari secoli, il numero dei re magi oscillò tra i 2 e 15, finché, alla fine, un Papa affermò che erano tre: “Il numero non viene constatato certamente, le tradizioni e monumenti antichi contano 2, 3, 4, 6, 8, 12, e fino a 15. Il numero tra tutti, il più costante e il più probabile e il numero 3 che ha prevalso. La prima testimonianza formale e quella di san Leone, papa, del V° secolo; (…) ». (Enciclopedia Universale illustrata Europeo Americana). È appunto in un altra « cronaca ancora più fantasiosa e sincretista che si parla di dodici Magi provenienti della terra di Syr (secondo lo studioso Monneret de Villard: l’odierno Iran) che apprendono dal « Libro dei misteri occulti », passato da Seth (il figlio di Adamo) ai suoi figli e conservato nella « Caverna dei tesori », della nascita del grande Re Messia e degli eventi che l’avrebbero annunciata. Anche costoro, guidati dalla stella, arrivano fino a Betleemme e adorano il bambino Gesù, che gli chiarisce il mistero della Sua crocifissione, dela Sua morte e risurrezione, affidando loro il compito di portare la Parola evangelica in Oriente. “Sopra il loro numero nulla ci dice l’Evangelo. La tradizione popolare, che appare già in Origene (m 253) e altri Padri e in alcuni monumenti antichi, suppongono che erano tre, e questo sembrano indicare i tre doni che offrirono al bambino”. (Professori della Compagnia se Gesù). Effettivamente, l’Evangelo di Matteo dice che i magi offrirono al bambino, oro, incenso e mirra (Mat. 2:11); però non dice che ogni mago offrisse un dono; di conseguenza, come é evidente, l’affermare che i magi erano tre appartiene alla tradizione, che per vari secoli oscillò tra i 2 e 15, finché, alla fine, il papa Leone (440-461) fissò il numero di tre. L’origine dei nomi Sopra l’origine di questi nomi si afferma: “Ancor meno risultano i nomi dei Magi. I nome volgari di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre, ne sono i primi, ne gli unici che si applicano. Questi nomi si trovano, per la prima volta in un codice della Biblioteca Nazionale di Parigi, del secolo VII. Il venerabile Beda (672-735) descrive così ai tre magi: Melchiorre era un anziano, di barba lunga e folta; Gaspare, giovane sbarbato e biondo; Baldassarre, negro e barba spessa. Nonostante, Vigouroux fa notare che questa differenza di razze non concorda con le rappresentazioni archeologiche della scultura, numismatica e pittura dei primi secoli del cristianesimo, dove si rappresenta i magi come di una stessa razza, non apparendo le diversità fino a molti secoli prima. I tre nomi sono distinti in diverse lingue, e così: nella lingua siriaca, li si chiama: Kagpha, Badadilma e Badadakharida; nella greca: Appellicon, Amerin e Damascòn; nell’ebrea: Magalath, Galgalath e Serakin; nell’etiopica: Ator, Sater e Paratoras. Siccome gli armeni suppongono che furono 12 i magi, anche gli assegnano 12 nomi differenti ». Il titolo di re applicato ai Magi Si legge in un’altra opera del V° secolo che i Magi erano tre e erano « re figli di re » i cui nomi sarebbero stati: Hormidz di Makhodzi re di Persia, Jazdegerd re di Saba, e Peroz re di Seba. La leggenda continua dicendo che questi, oltre ad essere re erano anche sapienti i quali, attraverso la lettura dei testi sacri e l’interpretazione degli oracoli, da tempo aspettavano la nascita di un Messia. Nel cielo di Persia, due anni prima della nascita di Gesù, una stella era apparsa ed aveva, nel mezzo, l’immagine di una donna con in grembo un bambino. Così, continua la tradizione, i tre re lasciarono la loro reggia ed arrivarono alla Caverna dei tesori, sul monte Nud, dove Adamo ed Eva cacciati dall’Eden avevano riposto dei doni avuti da Dio. Fra questi doni i Magi avrebbero scelto quelli più adatti al nascituro: oro, incenso e mirra. Anche qui passò molto tempo finché qualcuno si rese conto che quei magi erano stati re, (dispiace) che i loro contemporanei non lo sapessero nemmeno! “Prima del VI° secolo, nessun autore afferma espressamente che fossero re. (…) Il primo che lo afferma é San Cesareo di Arlés (C. 470-543), in un sermone falsamente attribuito a San Agostino. L’arte li rappresenta come re dal secolo VIII°” Professori di Salamanca). Come si nota; tutto é una leggenda inventata dalla tradizione, che trasmette tutto: quello che era certo e quello che sono leggende; detto questo bisogna guardarla con uno spirito molto critico. La fine della leggenda dei Magi La Tradizione sa tutto (o quasi tutto) e lo spiega; per questo, il “manoscritto 2.037 della Biblioteca dell’Università di Salamanca che contiene una ‘storia dei re Magi’ di origine medievale”, dice quello che avvenne ai magi dopo aver adorato a Gesù in Betlemme: “Melchiorre continuò il suo compito come Re di Nubia e Arabia; Baldassarre regnò in Godolia e Saba, e Gaspare in Tarsis, Ynsula e Grisula (…)”. (La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina) “La tradizione pietistica aggiunge che i Magi che adorarono a Gesù, più tardi furono istruiti nella fede dall’apostolo san Tommaso. C’é chi suppone che furono consacrati vescovi e che morirono martiri nel I° secolo dell’era cristiana. Nel tempo di Costantino il Grande, si traslarono i loro resti, dalla Palestina a Costantinopoli, prima, e da qui a Milano, fino a quando l’Imperatore Federico Barbarossa li regalò nel 1164 al vescovo di Colonia, che edificò in onore degli stessi un tempio semplice, che si convertì più tardi (1248) nella preziosa cattedrale che é il monumento più apprezzato dell’architettura ogivale. Lucio Dexter, nella sua Chronica, suppone che il martirio dei Magi avvenne nell’anno 70 d.C.” (Enciclopedia Universale illustrata Europeo Americana). Insieme al testo della penultima citazione, c’é una foto a colori con questa leggenda: “Alla destra, reliquie della cattedrale di Colonia con i supposti resti dei Re Magi (…)”.(La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina). È evidente che la tradizione non ha limiti nell’inventare leggende; pertanto, possiamo solo appoggiarci su di essa quando le sue affermazioni si possono comprovare con i dati della Bibbia, la storia, l’archeologia, ecc.; perché la Tradizione lo stesso trasmette dottrine e fatti veri, come dottrine e fatti falsi, leggende e racconti. Nella Tradizione c’é un grande arsenale di fatti inesistenti e di dottrine religiose false, e, con frequenza, molte persone prendono questi fatti per certi, e credono che queste false dottrine come se fossero vere. Tutto sommato, però, tali tradizioni possono essere di qualche giovamento, poiché non esiste leggenda senza alcun fondo di verità, e se tanti Paesi e culture ricordano i Magi, significa che essi debbono avere radici storiche precise anche se il tempo, disgraziatamente, le ha cancellate. La stella che guidò ai magi ÓIl racconto sopra questa “stella” si trova nel Vangelo di Matteo 2:2- 10. Secondo questa narrazione, i “magi” videro la “stella” in Oriente; dopo si misero in cammino e giunsero a Gerusalemme; lì, Erode gli spiegò che dovevano andare in Betlemme; allora ritornarono a vedere la stella, perché non l’avevano vista durante tutto il cammino fino a quando giunsero a Gerusalemme; da qui, questa li guidò fino al luogo dove stava il bambino di Betlemme. ÓGià dai primi secoli della storia della chiesa, si é cercato di identificare questa stella con qualche cometa, congiunzione di pianeti, ecc.: Sopra la stella che videro i magi si sono lanciate molte ipotesi. Origene, a cui seguono alcuni moderni, crede che si tratti di una cometa. Celebre é l’ipotesi che si attribuisce a Keppler: si tratterà della congiunzione dei pianeti Saturno, Giove e Marte, che ebbe luogo nel 747 dalla fondazione di Roma”. (Professori della Compagnia se Gesù). Secondo questo parere, Kepler lanciò questa ipotesi nel 1603, e detta congiunzione ebbe luogo nel giorno 21 maggio dell’anno indicato, 747 di Roma, che é l’anno 7 a.C. (Bibbia commentata in sette libri – Professori di Salamanca). Di quanto abbiamo citato sopra “la vera storia dei re magi”, l’astronomo M.K., membro dell’istituto di Astrofisica delle Canarie”, dice: “iniziai ad interessarmi della stella di Betlemme verso i dodici anni (…) ” .(La vera storia dei re magi di Lopez Schlichting, Cristina). È possibile che esistano poche persone che abbiano studiato “la stella di Betlemme” per tanto tempo e con tanta conoscenza sopra le stelle, pianeti e comete, come lo ha fatto questo astronomo; il quale, oltre a disdire tutte le ipotesi sopra congiunzioni e comete, afferma: « La stella di Betlemme realmente fu la nova di marzo dell’anno 5 a.C. re magi di Lopez Schlichting, Cristina). Ora, con questa affermazione si identifica solo la “stella di Betlemme” con questa “nova”; però, realizzò detta “nova” tutti i fatti che l’evangelo attribuisce alla stella di Betlemme? Questo é quello che non spiega questo astronomo. “Il testo dell’Evangelo di Matteo 2:9 dice: “(…), e la stella, che avevano visto in oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino”. Qui, il testo indica che la stella andava davanti ai magi da Gerusalemme fino a Betlemme, alla distanza di un tragitto di circa 8 Km in direzione Nord-Sud. Come possiamo spiegare che detta nova realizzerà questo spostamento? Il testo continua così: “(…) e (la stella) giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra”. Come possiamo spiegare che la nova sapesse in quale luogo stava il bambino, per fermarsi sopra? Apparentemente, la nova, dalla sua distanza, stava allo stesso tempo sopra tutte le case di giuda. Come, dunque, poté fermarsi sopra il luogo dove c’era il bambino? Possiamo affermare con certezza che né detta « nova », né qualsiasi congiunzione di pianeti, né alcuna cometa poté realizzare tutti i fatti effettuati dalla “stella” in questione, che sono raccontate nell’evangelo di Matteo. ÓPerché, allora, si identifica a detta “stella” con congiunzioni di pianeti, comete, stelle nove, ecc.? la risposta é molta semplice: perché prendono dall’Evangelo solo due dati: che apparve una stella ai magi quando nacque Gesù, che Erode mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme, che avevano un’età tra zero e i due anni (Matteo 2:1-16). A partire da questi due dati dell’Evangelo (siccome anche per mezzo della storia si sa che Erode morì nell’anno 4 a.C.), si cerca e ricerca, in tutti i registri astronomici antichi, qualsiasi fenomeno astronomico accaduto in un tempo anteriore alla morte di Erode, e uno trova che ebbe luogo, in tale data, l’apparizione di una cometa; un’altro, una congiunzione di pianeti in un’altra data, un’altro trova che nacque una nova in una data che gli sembra che quadra meglio con questi dati, ecc.; e tutti esclamano: eureka! dal greco “ho trovato”. E, come si tratta di deduzioni “scientifiche”, tutti affermano che hanno ragione; però tutti danno date diverse; perché abbiamo già visto che la congiunzione dei tre pianeti che disse Keppler, ebbe luogo il 21 maggio dell’anno 7 a.C.; l’astronomo M.K. (come abbiamo visto), con la “sua nova”, colloca la data in marzo dell’anno 5 a.C., ecc., e disdetta tutti gli altri fenomeni astronomici addotti da altri astronomi; questo per dire che, “la stella di Betlemme” non serve, in nessun modo, a fissare la data storica della nascita di Gesù. ÓDi conseguenza, se si accetta che la stella guidò ai magi a Betlemme, perché così dice l’Evangelo, anche bisognerà accettare e tener conto del modo in cui dice l’Evangelo di come li guidò.. Una delle due: o si accetta il racconto intero sopra la “stella” o non si accetta nulla di detto racconto; e, allora (se non si accetta nulla), niente si può (ne si deve) dire sopra questa stella, la stella non esistette. Allora, rivolgiamoci al racconto evangelico sopra la “stella di Betlemme”, per tener conto di tutti i dati sopra di essa. In primo luogo, già abbiamo visto che tutti i fatti che realizza la stella in questione, non li può realizzare nessuna stella. Pertanto, esaminiamo il testo greco dell’Evangelo di Matteo, per vedere cosa dicono esattamente i magi in Matteo 2:2: Qui troviamo il sostantivo “astéra” in accusativo; in nominativo, é “astér”, e significa: “stella, astro, luce, fiamma, meteora, ecc.” (Dizionario Greco-Spagnolo di Miguel Balagué) Perché, allora tanto impegno nel tradurre con la parola “stella”? Se, nel tradurre, scegliamo l’accezione “stella”, e risulta che una stella non può realizzare i fatti che il testo attribuisce ad “astér” che abbiamo tradotto, sarà evidente che stiamo traducendo erroneamente, é così, perché il contesto, sia prossimo come remoto, che avvolge ad “astér”, non é un contesto astronomico-scientifico, ma un contesto religioso soprannaturale. ÓIn effetti, si tratta di un testo dove si parla dell’annuncio della nascita del “re dei Giudei” (Matteo 2:1-2), che era Gesù, il Messia (Giov. 1:40-49). Nei momenti importanti della vita di Gesù il Messia (Gesù il Cristo = Gesù Cristo), sempre avviene un fatto soprannaturale, o appare un essere soprannaturale; vediamo questo in modo cronologico: a)Profeticamente si annuncia la sua nascita da una vergine in Isaia 7:14; b)Un angelo (un messaggero celeste) annuncia la concezione soprannaturale di Giovanni Battista, affinché fosse il precursore del Messia (Luca 1:5-19); c)Un angelo (lo stesso) annuncia la concezione soprannaturale di Gesù (Luca 1:26-3); d)Un angelo, avvolto da una luce, annuncia la nascita di Gesù ai pastori di Betlemme (Luca 2:4-12); e)Un “astér” annuncia la stessa nascita ai magi (o gli fa comprendere che era nato questo stesso personaggio), (Matteo 2:1-2); f)In modo soprannaturale si annuncia a questi magi che non ritornino a parlare con il re Erode (Matteo 2:10-12); g)Un angelo annuncia, a Giuseppe, che se ne vada con la sua famiglia in Egitto (Matteo 2:13-14); h)Un angelo avvisa a Giuseppe, di ritornare dall’Egitto (Matteo 2:19-21: i)In modo soprannaturale, Giovanni il Battista é avvisato per dare inizio al suo ministerio (Luca 3:1-6); j)Anche in modo soprannaturale, Gesù fu riconosciuto come Figlio di Dio nel momento del suo battesimo, per iniziare il suo ministerio sei mesi dopo Giovanni il Battista, che era la differenza di tempo che c’era tra l’età di ambedue (Luca 1:36; 3:21- 23); k) Degli angeli vennero a servire Gesù, dopo essere stato tentato dal diavolo (Matteo 4:11); l) Un angelo fece la stessa cosa nel giardino del Getsemani prima di essere preso Gesù (Luca 22:43); m)Più angeli potevano venire in aiuto di Gesù (Mt. 26:53); n)Un angelo tolse la pietra del sepolcro quando Gesù risuscitò (Matteo 28:1-3); o)Due angeli, nel momento dell’ascensione, annunciarono che Gesù ritornerà un’altra volta (Atti 1:9-11); p)Gli angeli raccoglieranno allora i salvati (Matteo 13:36-43; 24:30-31). Dinanzi a questo contesto di angeli e fatti soprannaturali che si muovono intorno a Gesù, e che attuano in momenti puntuali della sua vita, vediamo che é necessario escludere la traduzione di “astér” per “stella” e ogni applicazione scientifico- astronomica, perché abbiamo visto che l’astronomia non può dare alcuna spiegazione sopra l’attività del “astér” che guidò ai magi a Betlemme. Ó Pertanto traduciamo “astér” per “luce” “(…) Poiché noi abbiamo visto la sua luce in oriente (…)”. (Mat. 2:2). ÓIn altre occasioni, anche apparve una “luce” soprannaturale per dare un avviso ai giudei. In effetti, lo storico giudeo, Giuseppe Flavio; dice che apparirono segni che annunciavano la distruzione di Gerusalemme, che ebbe luogo nell’anno 70; tra questi segni, ci fu una “luce” in forma di “spada ardente”, che stette sopra la città tutto l’anno, e che lui interpreta come che era una cometa; un’altra “luce” apparve attorno all’altare e al tempio: “(…) si mostrarono molti segni e prodigi, i quali apertamente dichiaravano la distruzione presente (…); (…) come una spada ardente sopra la città, e durò la cometa tutto lo spazio di un anno intero; anche quando prima della guerra e della ribellione, il giorno della Pasqua, unendosi il popolo, secondo il loro costume,a otto giorni del mese di Aprile, alla nove della notte, si mostrò tanta luce attorno all’altare e attorno al tempio, che sembrava certamente essere un giorno molto chiaro, e durò questo per oltre mezz’ora (…).(Guerre giudaiche di Giuseppe Flavio) Lo storico romano, Cornelio Tacito, anche si riferisce ai segni avvenuti in questa occasione, tra le quali menziona questa illuminazione soprannaturale del tempio di Gerusalemme: “(…) il tempio si illuminava da un fuoco improvvisamente sorto dalle nubi”. (Storie, di Cornelio Tacito). È evidente che, nel popolo d’Israele, in certe occasioni una “luce” soprannaturale annunciò certi avvenimenti. ÓOra, in Matteo 2:2, non solo si tratta di una “luce” soprannaturale, ma che inoltre é una “luce” che agisce come un essere intelligente, un essere personale: 1.Prima appare dove stanno i magi in Oriente e, in qualche modo , gli fa comprendere che é nato Gesù. 2.Dopo scompare questa luce, e non la vedono più i magi. 3.Allora, questi marciano a Gerusalemme; però durante questo viaggio di vari mesi non vedono più questa luce. E’ evidente che questo sta tutto diretto provvidenzialmente, affinché i magi potessero domandare, in Gerusalemme, dove stava “il re dei Giudei” che era nato”; così si dette in modo indiretto, l’avviso della nascita di Gesù al re Erode ed ai dirigenti religiosi dei Giudei (Matteo 2:1-8); Perché se la finalità di questa luce sarebbe stata solo di condurre ai magi in Betlemme, perché non li portò lì direttamente senza che i magi dovessero fare questa domanda in Gerusalemme? 4.Però, dopo aver fatto questa domanda, quando i magi non conoscono il cammino per andare in Betlemme, appare un’altra volta la “luce” e li guide per la via. 5.Neanche sanno i magi che in quella casa si trova il bambino; però questa “luce” glielo indica (Matteo 2:9-10). Vediamo che questa “luce” agisce come un essere personale, visto che fa movimenti intelligenti; per questo, o é una luce soprannaturale diretta da una volontà personale, o é un essere celeste che appare avvolto da questa luce, mantenendosi a distanza dai magi, in modo che davanti ai loro occhi sembra di essere un “astér” per la sua luminosità. ÓNella Bibbia, si segnalano in altre occasioni in cui un essere personale appariva come una “luce” o una “fiamma” (cosa che anche significa “astér”) per dare un messaggio o guidare a qualcuno. In effetti, vediamo alcuni esempi: ÒIn un’occasione, Mosè vide la luce che avvolgeva un pruno, e che a lui gli sembrava una “fiamma di fuoco”; però, quando si avvicinò a vedere cos’era questo fenomeno, trovò che lì c’era un essere personale che gli dette un messaggio (Esodo 3:1-10); ÒDopo, lo stesso essere personale lo guidò per il cammino verso agli israeliti; il giorno, andava avvolto da una” colonna di nube” e di notte, in una “colonna di fuoco” (Esodo 13:17-22); Di conseguenza, la “luce” apparsa ai magi in Oriente e che, dopo li guidò da Gerusalemme fino a Betlemme, dove “si fermò sopra al luogo dove stava il bambino”, invece di muoversi e agire come una luce soprannaturale, non poteva stare avvolto in essa un essere personale? Non poteva trattarsi di un angelo, che annunciò la nascita di Gesù ai magi? Per caso non fu un angelo che fece lo stesso annuncio ai pastori di Betlemme avvolgendosi in una luce? Nel caso dei magi, l’angelo si mantenne a distanza, in modo che i magi vedevano solo la luce che l’avvolgeva. I pastori giunsero prima perché stavano lì; per questo trovarono il bambino “nella mangiatoia” I magi tardarono di più nel giungere, perché stavano molto lontani; per questo, essi dissero “vedemmo la sua luce”, dando ad intendere con l’«aoristo» (indefinito), che era già da molto tempo che avevano ricevuto l’avviso per mezzo di quella luce; per questo, trovarono al bambino vivendo già in una casa (Matteo 2:11); già non stava nella mangiatoia. Si nota che era passato del tempo tra la nascita del bambino e la venuta dei magi, possiamo dedurre che affrontarono un lungo viaggio (tra uno e due anni al massimo). perché erano avvenuti altri fatti dalla nascita di Gesù, come, la sua circoncisione e la sua presentazione al Tempio (Luca 2:21-24). Erode,che si era informato “esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita (2:7), più tardi “vedutosi beffato…mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betleem e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (2:16). I doni: L’oro, il più nobile dei metalli, sinonimo di ricchezza e gloria ma anche di incorruttibilità, ci parla della Regalità e della Santità di Gesù Cristo; l’incenso, bruciato davanti agli dei in segno di adorazione, della Sua divinità e della Sua vita di preghiera; la mirra, usata per imbalsamare i cadaveri, delle Sue sofferenze e della Sua morte. I Magi, trovano un bambino in una umile casa, tanto diversa da quella di Erode, non si lasciarono influenzare dalle apparenze e « prostratisi l’adorarono » Certamente non sarebbero arrivati a tanto se a spingerli fin lì fosse stata mera curiosità, il desiderio di vedere qualcosa di straordinario. Se fosse stato così, molto probabilmente, delusi di non aver trovato alcun neonato in casa di Erode (il luogo più naturale dove cercare il principe) se ne sarebbero tornati al loro paese. I primi adoratori: In questo atto, i Magi divennero i primi adoratori del Signore Gesù Cristo e poi, “divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode , per altra via tornarono al loro paese” I Pastori di Betleem lo avevano visitato, onorato ed avevano divulgato quello che era stato detto loro dagli angeli; Simeone lo aveva riconosciuto come il Salvatore promesso, Anna se ne era rallegrata ed aveva “testimoniato” di Lui, ma, come in seguito avrebbero fatto molti altri, i Magi Lo adorarono e ciò li rende dei veri antesignani nell’Evangelo.

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