BUSCEMI MARCELLO – ASPETTI CRISTOLOGICI NEGLI INNI DELLE LETTERE PAOLINE

inviato cortesemente da Professor Alfio Marcello Buscemi, con molti ringraziamenti:

Aspetti cristologici 

negli inni delle lettere paoline 

Parlare di inni nel NT, dopo la riforma liturgica, non è più un problema per nessuno: ciò che poteva sembrare un acquisizione laboriosa e riservata agli studiosi, ora è divenuto, grazie alla liturgia, di domino pubblico. Nonostante ciò, le nostre idee rimangono vaghe sotto molti aspetti: recitiamo degli inni, ma non sappiamo: quanti inni vi sono nel NT; quali sono i criteri per dire che una determinata preghiera, tratta dal NT, può essere detta un “inno”; dove e quando questi inni sono sorti; quale teologia generale e particolare ci presentano; quale funzione ecclesiale svolgono all’interno della comunità credente. 

1) Gli inni e i loro problemi formali 

É chiaro che non intendo in questa sede risolvere tutti questi problemi riguardanti il genere letterario degli inni. Mi soffermero inizialmente su alcuni aspetti formali, solo in vista di rendere più comprensibile il messaggio teologico degli inni paolini e più in particolare, essendo lo scopo principale di questa conferenza, la cristologia emergente da essi. 

a) Gli inni cristologici del NT 

Di inni cristologici nel NT se ne trovano un po’ dovunque: nella tradizione lucana, troviamo il Benedictus (Lc 1,68-79), il Nunc Dimittis (2,29-32); in quella giovannea, il Prologo (Gv 1,1-18) e alcuni inni dell’Apocalisse; in quella vicina a Paolo, gli inni di Ebr 1,3 e di 1Pt 3,18-20. Ma è proprio in Paolo che troviamo il numero maggiore di inni rivolti direttamente a Cristo o che lo pongono al centro della lode: Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Ef 1,3-14; 2,14-16; 5,14; 1Tim 3,16. Tutti questi inni sono nati da un bisogno concreto delle comunità cristiane primitive di lodare la persona di Cristo, ammirata ed amata per tutto ciò che egli ha compiuto per noi all’interno dell’opera salvifica. L’inno è pertanto celebrazione ecclesiale dell’esperienza di salvezza, vissuta nel Signore morto e risorto e sempre presente tra i suoi. Non una rievocazione drammatico-entusiasta di un’azione salvifica passata, ma il grido potente della fede del credente che esperimenta nel Cristo Signore la salvezza, la liberazione, la santità, e proprio per questo il fedele canta e inneggia a colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui, innalza a lui la sua lode e il suo ringraziamento. 

b) Testimonianze bibliche e storiche 

Di tale prassi ecclesiale è testimone lo stesso Paolo, che scrivendo agli Efesini li esorta: “lasciatevi riempire di Spirito, trattenendovi fra di voi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmodiando di tutto cuore al vostro Signore, rendendo continuamente grazie a Dio e Padre nostro per tutte le cose, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5,19); la stessa idea è ripetuta ai Colossesi: “La parola di Cristo dimori in voi abbondantemente, ammaestrandovi e ammonendovi a vicenda con ogni sapienza, cantando nei vostri cuori a Dio per la grazia ricevuta con salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3,16). Sotto l’impulso dello Spirito, il cristiano deve esultare, esprimendo nel canto la gioia dell’essere stato salvato, della grazia ricevuta nel Cristo e per mezzo del Cristo. Ma non è soltanto, come già si è detto, un canto dettato da un entusiasmo passaggero e momentaneo, ma un entusiasmo che trabocca dal cuore e ha un riflesso nella vita quotidiana: “E tutto ciò che fate, sia in parole sia in opere, fatelo tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui” (Col 3,17). Uniti a lui, compenetrati da lui, sempre grati a Dio, tutta la vita del cristiano diviene un inno, una liturgia di lode a Dio e a Cristo per le meraviglie del suo amore. La chiesa primitiva visse a lungo in tale entusiasmo carismatico e lo trasmise alle generazioni seguenti, tanto che Plinio il Giovane scriverà nel 119 d. C.all’imperatore Traiano: “(i cristiani) sono soliti riunirsi, in un giorno stabilito, prima dell’alba, per cantare alternativamente tra loro inni e lodi a Cristo quasi fosse un Dio; e si impegnano con un giuramento non già a commettere qualche delitto, ma a rifuggire da furti, assassinii, adulterio; a non mancare alla parola data; a non appropriarsi indebitamente di beni loro affidati in custodia”. La sensibilità morale dello stoico Plinio rileva perfettamente la coerenza tra la vita e la professione di fede dei primi cristiani, espressa nei loro inni. S. Giustino, nella sua Prima Apologia (67), ci fa rivivere il clima della liturgia della Chiesa del I sec., modellata su quella della comunità primitiva, quando scrive: “E nel giorno detto del sole”, dopo aver ascoltato le memorie degli apostoli e le Scritture dei profeti e celebrata l’Eucaristia, “innalziamo preghiere ed azioni di grazie con tutta l’anima”. E ancor più significativo Tertulliano: “Ci riuniamo per leggere le Scritture Sacre… e dare nutrimento alla fede con i nostri canti sacri: ci solleviamo a viva speranza, rafforziamo la costanza, la fiducia e, con tali pratiche continue, rinsaldiamo tutta la nostra condotta di vita”. 

c) All’origine degli inni: una comunità orante 

Tutte queste testimonianze bibliche ed extrabibliche, ci riportano tutte ad una comunità vivente, che trova il suo centro vitale ed esistenziale nella liturgia. L’ambiente in cui sono sorti gli inni è la liturgia, o meglio ancora la comunità che si raduna per ascoltare la Parola e le meraviglie della salvezza operata da Dio in Gesù Cristo Signore e, mossi dallo Spirito, proclamare nel canto la propria risposta di fede che coinvolge la vita. Non poteva essere differentemente, perché la comunità liturgico-primitiva è in continuità storica con le assemblee liturgiche giudaiche e da esse ha motivato lo schema essenziale della liturgia: celebrazione della Parola: lettura della Scrittura e omelia, celebrazione delle meraviglie operata da Dio nel canto dei salmi e di altre composizioni liturgico-poetiche. Echi di tali usi liturgici cristiani si hanno in Lc 4,14-30; At 13,15-43 e altri testi della missione paolina. Ma la liturgia cristiana si differenzia essenzialmente da quella giudaica, perché è sempre celebrazione della Pasqua, memoria di ciò che Dio ha fatto in Gesù per il popolo della nuova alleanza, memoria dei gesti salvifici di Gesù nell’ultima cena, gesti che preannunciavano la sua morte e ressurezione in riscatto per molti. E in quell’occasione Gesù aveva cantato con loro gli inni dell’Haggada Pasquale, che in lui divenivano il canto della nuova Pasqua. Molti studiosi si sono lambiccati il cervello per trovare l’ambiente vitale degli inni cristiani o trovarne la matrice culturale. E pur ammettendo quasi unanimente la liturgia come ambiente vitale, hanno scomodato i miti gnostici o le credenze dell’ermetismo come matrice culturale degli inni neotestamentari, e molti li prendono sul serio. Ma la loro vera matrice è l’AT, alla luce del quale viene riletta la persona e il senso di Gesù per la Chiesa. In particolare essi sono una potente espressione del “mistero di Cristo”, della sua preesistenza in Dio e della sua missione redentrice e universale nel tempo e nello spazio, che ha inizio nella sua morte, resurrezione ed esaltazione, che diviene trionfo e vittoria sulle potenze del male (peccato, mondo, carne, legge, elementi del mondo) e sulla morte ultimo nemico. 

d) Inni o prosa ritmata 

A chi legge queste ricchissime composizioni di fede, può sorgere un leggittimo dubbio: si tratta veramente di inni? Abituati come siamo ai nostri canti ecclesiali, belli o brutti che sono, difficilmente riusciamo a pensare agli inni del NT come a composizioni di tipo poetico. Anche la comparazione con i salmi e gli inni dell’AT, redatti d’altronde in ritmi e criteri poetici molto lontani dai nostri gusti, ci lascia perplessi, tanto che gli studiosi preferiscono parlare più che di “inni” di “prosa ritmata”. Inoltre, bisogna tener conto che essi non esistono in forma autonoma, ma sono stati inseriti o in una dimostrazione dogmatica o in una parenesi, cosa che ha potuto determinare dei cambiamenti, per accomodarli al senso letterario del nuovo contesto. Certamente è molto difficile stabilire, con criteri di metrica poetica, delle strofe ben precise. Per rendersene conto, basta vedere i tentativi degli studiosi di dividere i grandi inni di Ef 1,3-14; Fil 2,6-11; Col 1,15-20. Comunque, si notano in essi un certo ritmo, assonanze e parallelismi di frasi, comuni nella poesia di ogni tempo, come in 1Tim 3,16: “Quegli che fu manifestato nella carne / fu giusticato nello Spirito; // apparve agli Angeli / fu predicato alle nazioni; // fu creduto nel mondo, / fu assunto nella gloria”; o come in Col 1,15-17: “Egli è immagine del Dio invisibile, / primogenito di ogni creatura, / poiché in lui furono create tutte le cose// visibili o invisibili, / siano Troni o Dominazioni, / siano Principati o Potestà. // Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. // Ed Egli è prima di tutte le cose / e tutte le cose in lui hanno consistenza / ed Egli è il capo del corpo, della Chiesa”. Non desidero insistere di più su tali elementi formali, come non mi sembra molto importante stabilire se gli inni, inseriti nelle lettere paoline, esistevano prima di Paolo o sono stati composti da Paolo: l’importante è il messaggio che ci trasmettono, ed esso si amalgama bene con il pensiero di Paolo. 

2) Il contenuto teologico degli inni paolini 

Nell’affrontare tale messaggio, bisogna distinguere nel pensiero di Paolo lo schema teologico generale e l’accentuazione cristologica. Infatti, la teologia non esclude affatto la cristologia, ma la prima include in sé, come momento essenziale e centrale, la cristologia. Anzi, per comprendere bene la cristologia paolina, bisogna prima studiare lo schema teologico in cui essa è inserita. 

a) La storia della salvezza 

Se si escludono i due frammenti di Ef 5,14 e di 1Tim 3,16, tratti probabilmente da inni cristologici più ampi, gli altri inni (Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Ef 1,3-14; 2,14-18) mostrano una struttura teologica molto consistente, che possiamo definire come “sintesi della storia della salvezza” o, per usare un termine caro a Paolo, come “economia del mistero” (Ef 3,9), nascosto agli uomini lungo i secoli, ma ora svelato da Dio ai suoi santi Apostoli e Profeti (Ef 3,5-7), per far conoscere a tutti “le insondabili ricchezze di Cristo” (Fil 3,8). Tale piano ha la sua origine nella volontà salvifica del Padre, la sua attuazione concreta all’interno della storia umana nell’azione redentrice di Gesù Cristo-Figlio di Dio, ed è portata al suo compimento ultimo e definitivo nell’azione perfettiva dello Spirito Santo. 

b) Impostazione trinitaria 

Negli inni tale impostazione trinitaria è evidente e ricalca lo schema fondamentale di tutta la teologia paolina: 

1º) Il Padre, origine della salvezza 

Purtroppo non si insiste molto su questo dato fondamentale della teologia paolina. Eppure, basterebbe rileggere l’inno di Ef 1,3-14, per rilevare il ruolo determinante del Padre nell’“economia del mistero”, tanto che si potrebbe anche discutere se in quest’inno si parli più del Cristo o del Padre. Ma tale verità non risulta solo da Ef 1,3-14, ma anche dagli altri inni paolini, citati sopra. Per Paolo, il Padre è la causa agente originante dell’“economia del mistero della salvezza”. È lui che “ci ha prescelti prima della fondazione del mondo, perché fossimo santi e immacolati al suo cospetto nell’amore” (Ef 1,4), “ci ha predestinati alla figliolanza adottiva (Ef 1,5) e all’eredità (Ef 1,11) dei santi nella luce (Col 1,12) per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito del suo volere” (Ef 1,5.11), ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: di “ricapitolare tutte le cose in Cristo, sia quelle celesti, sia quelle terrestri” (Ef 1,9-10), ci ha gratificati nel suo Diletto, donandoci la redenzione e la remissione dei peccati (Ef 1,6-7; cfr Col 1,13-14). È il Padre che ha sovraesaltato Gesù e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9): in lui ci ha benedetti con ogni benedizione (Ef 1,3), ci ha liberati dalla potestà delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore (Col 1,13), lui che è immagine del Dio invisibile e Signore a gloria di Dio Padre. Di più, l’azione di Cristo ha un fine ultimo ben preciso: “riconciliarci a Dio in un solo corpo” (Ef  2,16), “divenire abitazione di Dio” (Ef 2,22), avere “accesso al Padre ed essere così concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,18-19). Per questo ogni cristiano deve “crescere nella conoscenza di Dio” (Col 1,10), ringraziarlo (Col 1,12) e benedirlo: “Benedetto sia Iddio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nei cieli ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo” (Ef 1,3) 

1º) Il Figlio, autore della salvezza 

Se il piano della nostra salvezza ha origine dal beneplacito del Padre, esso però è divenuto una realtà storica “nel Figlio”, cioè per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Per gli inni paolini, il Figlio preesistente, incarnato, morto, risuscitato ed esaltato, è la causa agente efficiente della nostra salvezza. “In lui” siamo stati prescelti prima della fondazione del mondo (Ef 1,4), predestinati alla figliolanza adottiva: siamo figli nel Figlio; “in lui e in vista di lui” sono state create tutte le cose e tutte hanno consistenza (Col 1,16-17); “in lui” abbiamo conosciuto il mistero della volontà di Dio (1,9) e abbiamo ricevuto la benedizione (Ef 1,3), la redenzione, la remissione dei peccati e l’abbondanza della grazia mediante il suo sangue (Ef 1,6-7); “in lui” abbiamo ricevuto la Parola della Verità, il Vangelo di salvezza, e siamo stati contrassegnati con lo Spirito promesso per il raggiungimento della redenzione (Ef 1,13), abbiamo avuto accesso al Padre e siamo divenuti tempio santo di Dio e suoi familiari (Ef 2,19-21), è stato abbattuto il muro di separazione, la legge, che divideva Giudei e Pagani, e ha fatto di tutti noi “un solo uomo nuovo” (Ef 2,14–16); “in lui”, mediante il Sangue della sua Croce, tutte le cose sono riconciliate e rappacificate tra di loro e con Dio (Col 1,20): Egli è la nostra pace. E lo è, perché Egli è il Figlio (Ef 1,3) l’immagine di Dio (Col 1,15), il Diletto (Ef 1,6), il Primogenito di ogni creatura (Col 1,15), il Servo obbediente (Fil 2,6-8), il Redentore (Ef 1,7), il Riconciliatore (Ef 2,16; Col 1,20); Egli è il Capo della Chiesa (Col 1,18), il Signore nostro Gesù Cristo (Ef 1,3; Fil 2,9-11), morto, risuscitato ed esaltato per noi, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 1,19; 2,9) e in cui sono riposte tutte le ricchezze della grazia divina (Ef 3,8). 

3º) Lo Spirito, il perfezionatore nell’opera della salvezza 

Accanto al Padre e al Figlio, negli inni appare, anche se con frequenza molto limitata, lo Spirito Santo, come causa agente teleologica. La pneumatologia degli inni è molto ridotta, ma teologicamente consistente: lo Spirito Santo è il segno e il pegno della nostra redenzione: “siamo stati contrassegnati con lo Spirito della promessa”, lo Spirito Santo, il quale è pegno della nostra eredità per il raggiungimento della redenzione che ci ha acquistati a Dio, a lode della sua gloria (Ef 1,13), e il segno e il pegno della nostra giustificazione in quanto in lui diveniamo “uno in Cristo”, “il quale fu manifestato nella carne, fu giustificato nello Spirito” (1Tim 3,16); infine, è segno e pegno del nostro accesso al Padre (Ef 2,18) e della sua abitazione in noi: “in lui anche voi, insieme con gli altri, venite costruiti per diventare abitazione di Dio in virtù dello Spirito” (Ef 2,21). 

c) In vista della lode eterna 

Tutta questa teologia degli inni è marcata fortemente dalla tensione escatologica. E non può essere differentemente, dato che il “mistero di Dio” trova la sua piena realizzazione solo “nella pienezza dei tempi”, precisamente nel mistero della vita di Cristo. È Gesù, infatti, che porta tutto a compimento nel mondo, nella storia e nell’uomo. Tutta la sua vita – incarnazione, morte e resurrezione – è l’evento escatologico per eccellenza, che determina la vittoria di Dio sulla morte, sul peccato e sulle potenze del male. “In Cristo Gesù”, morto, risorto ed ora esaltato come Signore, si è già realizzato l’eschaton nella storia degli uomini e del mondo e si continua a realizzare nella vita della Chiesa, in cui si stabilisce proletticamente per la presenza dello Spirito il Regno futuro di Dio. Gli inni paolini hanno espresso tale dimensione essenziale della vita di Cristo e della Chiesa con espressioni cariche di ardente attesa escatologica.Dio infatti – leggiamo in Ef 1,9-10 – “ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà…in vista dell’economia della pienezza dei tempi: cioè il proposito di ricapitolare tutte le cose in Cristo, sia quelle celesti, sia quelle terrestri”. A tale scopo, “Dio ha sovraesaltato Gesù e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio degli esseri celesti, terrestri e sotterranei, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,9-11). Proprio per questo è stato costituito “Primogenito di ogni creatura”, “Capo del corpo, che è la Chiesa, lui che è il principio, il primogenito di tra i morti, per ottenere il primato su tutte le cose” (Col 1,18). Il cristiano conosce tale piano di Dio e sa che in tale piano, per il beneplacito divino, egli è stato predestinato ad essere santo e immacolato al suo cospetto, ad essere partecipe della figliolanza adottiva e a trasformare la sua vita in una lode perenne a Dio, in vista della sua gloria. Tutto ciò è possibile, perché ha ricevuto lo Spirito “pegno della nostra eredità in vista del  raggiungimento della Redenzione che ci ha acquistati a Dio a lode della sua gloria” (Ef 1,14). 

3) La cristologia degli inni paolini 

Penso che a nessuno sfugga, dopo tutto quello che si è detto, che la cristologia negli inni paolini riveste una posizione centrale. Così, pur continuando a leggere gli inni entro lo schema teologico generale, dobbiamo parlare in essi anche di un’accentuazione cristologica, che si manifesta soprattutto nella concentrazione dei modelli cristologici adottati e nella moltiplicazione dei titoli attribuiti a Cristo. 

a) I modelli cristologici paolini 

Ho parlato di “concentrazione dei modelli cristologici”, perché non credo che negli inni troviamo un modello unico di cristologia, ma troviamo mescolati insieme, in una sintesi per lo più ben riuscita, diversi livelli della cristologia della comunità primitiva: la cristologia kerygmatica, quella soteriologica, quella protologica. 

1º) La cristologia kerygmatica 

La cristologia, cioè, basata sul kerygma fondamentale della fede. Gli inni sono per la comunità cristiana primitiva non solo rievocazione, ma soprattutto annuncio e proclamazione della morte e resurrezione di Cristo, composti non sotto forma di predicazione, ma di lode rivolta a Dio per il dono della salvezza operata per mezzo di Cristo e che possiamo vivere nel Cristo. Al centro di tale schema stanno, e in ciò gli inni riflettono perfettamente il pensiero paolino, la morte e resurrezione di Cristo. Nella morte e resurrezione di Cristo ha fatto irruzione nella vita del mondo  e nella storia degli uomini la salvezza di Dio, la redenzione, la remissione dei peccati, la riconciliazione. La salvezza, però, non è concepita come futura, ma come già presente e perfezionantesi fino alla Parusia del Cristo. La cristologia assume una forte coloritura escatologica: l’uomo e il mondo sono introdotti nel futuro di Dio, una nuova vita si apre e si lascia plasmare dallo Spirito di Cristo. 

2º) La cristologia  soteriologica 

Negli inni tale riflessione su Cristo, la si nota appena. Viene sviluppata, invece, in antitesi con certo giudeo-cristianesimo e con correnti gnosticizzanti, la cristologia soteriologica: con la morte e resurrezione di Cristo entra nel mondo un principio religioso nuovo, si è determinata una nuova creazione, una nuova economia di salvezza, opposta all’antica economia della legge: il muro di divisione tra le genti – Giudei o Pagani – è stato distrutto mediante il Sangue di Cristo. Egli è ora la nostra pace e la salvezza viene all’uomo mediante la fede, professata nel battesimo, nel Signore morto, risorto ed esaltato e nella partecipazione alla sua nuova condizione esistenziale per la forza del suo Spirito. Il cristianesimo si configura così come accettazione dell’efficacia salvifica di Cristo, sempre presente in mezzo ai suoi, e come vita da figli di Dio in lui. Anzi, Cristo è la vita del cristiano e della Chiesa, Corpo di Cristo, formato da tutte le membra che sono divenuti “uno in lui”. 

3º) La cristologia protologica 

Tutto ciò ha determinato negli inni un’ulteriore sviluppo cristologico: il centro dell’“economia del mistero di Dio” si è spostato dall’opera redentrice di Cristo alla persona di Cristo. Anzi, Cristo stesso è il “mistero di Dio” (Ef 3,4; Col 4,3), “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Col 2,3). Tale mistero “nelle passate generazioni non fu fatto conoscere ai figli degli uomini, al presente invece è stato rivelato in virtù dello Spirito ai suoi santi Apostoli e Profeti” (Ef 3,5). La riflessione sulla persona di Cristo così si impone. Con l’aiuto dell’apocalittica veterotestamentaria e giudaica in generale e delle correnti sapienziali dell’AT, la cristologia protologica si sofferma particolarmente sul primato di Cristo, riflettendo sulla sua preesistenza, sul suo ruolo nella creazione: tutto è stato fatto in lui e in vista di lui, sulla sua kenosi nell’incarnazione, sulla sua esaltazione nella resurrezione, divenendo principio di salvezza e di riconciliazione per tutti gli esseri celesti e terrestri e per tutta la creazione: egli è il Signore che detiene il primato su tutto. In lui il Padre, nella pienezza dei tempi, ricapitolerà tutte le cose (Ef 1,9-10). 

b) I titoli cristologici 

Una tale prospettiva cristologica, come già si è detto, ha determinato il moltiplicarsi dei titoli attribuiti a Cristo: essi vogliono sottolineare l’importanza e la centralità di Cristo nell’“economia del mistero di Dio”. Rileggerli oggi diviene per noi, come per i nostri fratelli che ci hanno preceduti e ce li hanno trasmessi nel canto, una potente professione di fede ecclesiale. Tratterò in maniera sintetica dei titoli principali, raggruppandoli sotto due formule molto care a Paolo: 

1º) Il Signore nostro Gesù Cristo 

La formula contiene due titoli molto antichi, attribuiti dalla comunità primitiva a Gesù. Il nome Gesù fa riferimento al Gesù storico: non un personaggio mitico, ma un uomo, “nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4,4), “della stirpe di Davide” (Rom 1,3), “che diede la sua magnifica testimonianza davanti a Ponzio Pilato” (1Tim 6,13), morto, risorto e innalzato alla destra di Dio. Questo Gesù è il Cristo: l’inviato di Dio che, avendo preso forma di servo (Fil 2,6-7), ha portato agli uomini la redenzione (Ef 1,7.14), la remissione dei peccati (Ef 1,7), la riconciliazione (Ef 2,15-16; Col 1,20), la pace degli uomini tra loro e con Dio (Ef 2,15-16; Col 1,20), la benedizione (Ef 1,3) l’adozione a figli (Ef 1,3) e l’eredità (Ef 1,11). In lui siamo stati prescelti e predestinati a lode della gloria di Dio e in lui tutte le cose sono state create (Col 1,16), sussistono (Col 1,17) e sono ricapitolate (Ef 1,10), per essere il primogenito di tutte le creature (Col 1,15), il principio e il Capo della Chiesa (Col 1,18). Proprio per questo Gesù, il Cristo, è il Signore: tale titolo è un evidente trasposizione cristologica dell’attributo divino che l’AT riservava solo a Jahwé e sottolinea che per gli inni paolini Gesù non era un semplice “inviato di Dio”, ma che tale inviato è di natura divina e, in quanto tale, ha ricevuto “un nome che al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio…e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,9-11). 

2º) Il Figlio di Dio 

Gesù è il “Figlio di Dio”. In verità, tale formula di fede non appare negli inni paolini, ma in essi Gesù viene chiamato: il Figlio del suo amore (Col 1,13), stupenda definizione cristologica, che non dice semplicemente la filiazione divina di Gesù, ma che Gesù in quanto Figlio è il termine dell’amore del Padre. Nell’amore il Padre partecipa al suo Figlio la natura divina e lo fa centro di incontro e di attuazione dei suoi disegni di redenzione, di riconciliazione e di amore verso gli uomini. L’immagine del Dio invisibile (Col 1,15): richiamandosi alle affermazioni bibliche e giudaiche sul ruolo cosmico-teologico della “sapienza divina, immagine della bontà di Dio” (Sap 7,26), l’espressione afferma non solo l’identità esistente tra Gesù-Figlio di Dio e il Padre: egli era “nella forma di Dio” e “uguale a Dio” (Fil 2,6), ma anche l’identità della volontà salvifica: egli rivela agli uomini l’amore creatore e salvifico del Dio invisibile, facendolo presente nella loro vita e nella loro condotta: “vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore” (Col 3,10); in tal modo egli è partecipe della creazione di tutte le cose e del loro rinnovamento nella redenzione. Il Primogenito di ogni creatura: l’espressione, nella sua sinteticità, potrebbe esssere equivoca: Cristo non è il primo delle creature, ma egli è il primogenito da cui tutte le creature hanno origine, perché in lui e per lui tutte le cose sono state create; pertanto l’espressione sottolinea da una parte lo speciale rapporto esistente tra il Padre e Gesù: egli è stato generato non creato, è l’Unigenito, che, essendo eterno, è anteriore a tutti gli essseri creati, e in tal senso è anche Primogenito; dall’altra, l’espressione rimarca il ruolo di Cristo nella creazione: egli sapienza increata del Padre è il principio-origine della creazione e della nuova creazione. 

c) Cristo, centro e senso della storia 

Egli ha il primato su tutte le cose (Col 1,18), perché in lui Dio Padre si è compiaciuto di far abitare la pienezza della divinità (Col 1,19) con tutti i suoi attributi, in particolare quello della “creazione” e quello della “santificazione”. Tale primato di Cristo ha senso a livello personale: egli è l’inizio della nostra esistenza naturale e l’inizio della nostra esistenza spirituale; egli è la nostra vita (Gal 2,20; Fil 1,21). E la nostra vita ha consistenza (Col 1,17), solo se rimaniamo a lui uniti per mezzo della fede e dell’amore: egli vive in me e io in lui (Gal 2,20). E ha senso, solo se è orientata a lui: tutto è stato creato in vista di lui (Col 1,16). A livello ecclesiale: egli è la nostra resurrezione, la nostra riconciliazione con Dio e con i fratelli, la nostra pace (Ef 2,14); Egli è il Capo della Chiesa, radunata e santificata dalla sua morte e resurrezione e riunita attorno a lui che è il Signore: in lui diveniamo “uno” (Gal 3,28) e siamo un solo Corpo (1Cor 12,12.27; Rom 12,5). “Tutto, infatti, Dio ha posto sotto i suoi piedi e l’ha costituito, sopra tutte le cose, Capo della Chiesa, la sua pienezza riempie di ogni bene tutte le cose” (Ef 1,22). Infine, a livello cosmico, perché in lui, centro dell’universo, Dio ha stabilito di ricapitolare tutte le cose quelle del cielo e quelle della terra; in lui, senso della storia, tutte le cose partecipano alla redenzione, divenendo nuova creazione; in lui, fine ultimo di tutte le cose create nell’amore, la creazione attende bramosamente la rivelazione dei figli di Dio…e la liberazione dalla corruzione per entrare insieme a tutti noi nella gloria dei figli di Dio (Rom 8,19-23) ed essere così tutti, riuniti attorno a Cristo, una lode eterna a gloria di Dio Padre. 

Publié dans : ||le 17 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

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