Domenica delle Palme

palmsunday

Publié dans : immagini sacre | le 6 avril, 2017 |Pas de Commentaires »

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE – 13 APRILE 2014

http://www.comunitachiarini.org/domenica-delle-palme-e-della-passione-del-signore-13-aprile-2014

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE – 13 APRILE 2014

Anno Liturgico 2013-14

140413 Domenica delle Palme e della Passione del SignoreCOMMEMORAZIONE DELL’INGRESSO DEL SIGNORE IN GERUSALEMME – L’entrata di Gesù nella città santa, Gerusalemme, assume, pe esplicita iniziativa del Maestro divino, il segno di una pubblica manifestazione della sua regalità messianica di fronte ai discepoli, alle folle e agli avversari. Con le Palme inizia la Settimana Santa di passione, morte e risurrezione.

Commento:
http://www.la-domenica.it/domenica-delle-palme-2014/
Prima Lettura:
Nella figura del “Servo del Signore” si intravede già il profilo di Cristo. È l’uomo della Parola, segnato dalla sofferenza, sorgente di salvezza.
dal Libro del Profeta Isaìa (50,4-7) – http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PNW.HTM
Seconda Lettura:
In questo intenso inno, la Pasqua di Gesù è vista come un “crescendo” che, dall’umiliazione della passione, culmina nell’esaltazione della risurrezione.
dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippési (2,6-11) – http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PYK.HTM
Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Diolo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.
Vangelo:
Seguiamo il racconto della passione secondo l’Evangelista Matteo. Il Cristo si presenta come il Signore che rinuncia all’uso del potere, non oppone violenza e sceglie la via dell’umiltà, riconoscendo in essa la volontà del Padre.
Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo (26,14-27,66) – http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PUE.HTM & http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PUF.HTM
Prega con il Vangelo:
http://www.la-domenica.it/domenica-delle-palme-2014/
——-
Cari amici,
il racconto della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo è forte e tocca le corde della nostra umanità in cammino in mezzo alle insidie del mondo. Sofferenza, solitudine e angoscia sono cose che anche Gesù ha umanamente provato: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!”. Ma poi ci insegna a guardare oltre, a non soffermarci in quel presente incomprensibile per la sola ragione umana: “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Il disegno di Dio per noi è Vita; chiederci perché deve accadere tutto questo ci fa solo arrotolare su noi stessi. Quante volte, invece, ho pensato “per quanto tempo ancora, oh Signore?… per quanto tempo ancora?…” e non ho avuto risposta…. Sto maturando l’idea che non sia questa la Via: la Via può essere solo quella della Fede!… :-)
Si legge poi: “Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del Profeta Geremia: ‘E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore’ “. A parte la discussione aperta circa il riferimento dell’Evangelista a Geremia 32 o a Zaccaria 11 che lasciamo agli studiosi delle Sacre Scritture, questo passo del Vangelo mi ha fatto riflettere sull’incapacità umana a riconoscere anche le cose evidenti quando cala sui nostri occhi e nelle nostre orecchie il fumo denso del preconcetto o quando la Verità diventa scomoda perché mette in crisi l’intelaiatura della vita che ci siamo costruiti…. Pensate alle reazioni dei Farisei, del Sinedrio e del Sommo Sacerdote, ma anche alle nostre reazioni…. Eh…, anche qui ci vuole Fede!… :-)
Ed ancora: “… il velo del Tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di Santi, che erano morti, risuscitarono. …”. Ma possibile?!… Morti che risuscitano?!… No!… questo non cade nella nostra esperienza di vita!… (e quindi) non è possibile!… Nella nostra natura noi tendiamo naturalmente ad appoggiarci a ciò che possiamo sperimentare coi nostri sensi e con la loro “estensione”, la Ragione che porta all’accettazione dell’evidenza sperimentale che è alla base della Scienza Moderna. Mi torna alla mente un breve dialogo tra la brillante scienziata Ellie Arroway del film Contact (1997, regia di Robert Zemeckis) ed il giovane pastore Palmer Joss: Ellie: Il rasoio di Occam, lo conosci? Palmer: Ah, il rasoio di Occam… sembra il titolo di un film dell’orrore. Ellie: No, il rasoio di Occam è un principio scientifico, secondo cui, a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende a essere quella giusta. Palmer: Mi pare ragionevole. Ellie: Molto bene. E cos’è più probabile: che un Dio onnipotente e misterioso creò l’universo e poi decise di non dare alcuna prova della sua esistenza? Oppure, che non solo non esista affatto, ma che l’abbiamo creato noi per non sentirci tanto piccoli e soli? Palmer: Non so… non potrei immaginare di vivere in un mondo dove Dio non esista. No, non ci vorrei vivere. Ellie: Come fai a sapere che non ti stai illudendo? Quanto a me, io… io vorrei una prova. Palmer: Ah, una prova. Volevi bene a tuo padre? Ellie: Come? Palmer: Sì, gli volevi bene? Ellie: …Sì, moltissimo. Palmer: Provalo. – Ancora una volta…, ci occorre la Fede!… :

Franco

Publié dans : Domenica delle Palme | le 6 avril, 2017 |Pas de Commentaires »

LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (DON MARINO QUALIZZA)

http://dimensionesperanza.it/dossier-speranza/item/551-la-speranza-cristiana-sperare-contro-ogni-speranza-don-marino-qualizza.html

LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (DON MARINO QUALIZZA)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Prima di qualsiasi definizione o descrizione della speranza cristiana, è necessario presentare delle figure concrete, dei personaggi che incarnano in qualche modo questa speranza.
E’ così facile risalire ad Abramo. Egli è sì l’uomo della fede, ma anche e forse di più,della speranza, perché la sua prospettiva è un futuro che si fonda nel presente. Ciò che leggiamo allora in Gen 12, 1-3 soprattutto, ci dà una indicazione precisa di che cosa sia credere e sperare contemporaneamente. Ed ancora, appare che questa speranza si concretizza nell’attesa, nella promessa di un figlio, la cosa più ‘naturale’ e spesso la più irraggiungibile per i desideri umani. Ma nel figlio della promessa è aperta la prospettiva non di una vita, ma di una storia intera. Al paradosso della speranza di Abramo si collega direttamente san Paolo, quando, presentando come oramai definitivamente sfumato il desiderio della paternità, lo vede inaspettatamente realizzato. «Egli credette, al di là di ogni speranza, di divenire padre di molte nazioni…Fondato sulla promessa di Dio, non esitò nella incredulità, ma si rafforzò nella fede» (Rom 4, 18.20).

Una storia aperta al futuro
Nel segno di questa speranza si svolge la storia d’Israele, protesa ad un futuro di vita e di gioia. In questa luce viene proiettata anche la speranza di una vittoria futura, definitiva sul male, come leggiamo in Gen 3, 15. E’ il primo annuncio evangelico, la prima buona notizia in una esistenza segnata dal male, sotto ogni profilo. Per questo motivo, l’espressione ‘sperare contro ogni speranza’ è il paradigma stesso della prospettiva cristiana. Essa non si fonda su una facile successione di avvenimenti lieti. È piuttosto la fatica di avere una prospettiva, perché le cose vanno male, perché la situazione è compromessa. La speranza cristiana è una questione molto seria, perché guarda in faccia alla realtà, se ne spaventa per quel che basta, ma alza gli occhi verso il cielo, da dove viene la salvezza (cfr Salmo 121).

E’ dono di Dio
La speranza cristiana non è lo sforzo umano di vedere il bene dove c’è il male, ma la fiducia di superare il male, perché Dio ci viene in aiuto. Altrimenti si tratterebbe di una tensione psicologica, di uno sforzo sovrumano di volontà o di una prospettiva socio-politica, di cui la storia recentissima ci ha dato esempi fin troppo evidenti. E poiché si tratta di storia, il riferimento all’epopea dell’Esodo è quanto mai necessaria, perché in essa la speranza di Abramo ci concretizza in un popolo, che è chiamato a fidarsi di Dio ed a fondare su di lui il suo futuro. Del resto, fra le diverse interpretazioni del nome di Dio, legate alla rivelazione del roveto ardente: Io sono colui che sono; c’è anche l’indicazione al futuro: sarò ciò che sarò, intendendo in questo, sempre un ‘per voi’.
Tutto questo si compie in Gesù Cristo, perché in lui le promesse di Dio si sono realizzate (Cfr 2Cor 1, 20). Il Cristo è dunque il compimento dell’attesa e della speranza d’Israele ed il fondamento della speranza dei cristiani. Ma anche qui le cose procedono in modo paradossale, perché la vita di Gesù e la sua conclusione drammatica, sembrano mettere in discussione proprio la verità di questa promessa e la consistenza della speranza. Come dire, che la speranza cristiana non è mai un pacifico possesso. I motivi di questa complessa e paradossale situazione sono dati dalla conclusione drammatica della vita di Gesù, da una parte, e poi dal mistero stesso di Dio.

Le condizioni della speranza
Verità difficile e aspra, dunque, la speranza cristiana, perché la vita si svolge e si sviluppa in mezzo a difficoltà, contraddizioni, e fallimenti garantiti. Come sperare in queste condizioni? Certamente non ricorrendo a qualche sortilegio, ma leggendo nella storia di Cristo la linea del superamento del male e della disperazione. Se è vero che Abramo credette al di là di ogni speranza, questo è ancora più vero nel Cristo Signore, perché ha operato nella sua vita di Verbo incarnato, il passaggio dalla morte alla vita. Egli è la speranza concreta, perché rivela come Dio affronta il male del mondo, reso evidente dalla morte. Essa non è l’ultima parola di questa storia, ma la penultima. E’ la vita che viene da Dio la svolta ultima e definitiva. Così, nella morte di Gesù si rivela la vittoria di Dio sulla morte.

L’esperienza dell’azione di Dio
Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo è solo teorico, perché in realtà nulla è cambiato e tutto è restato come prima. Ma proprio qui si pone l’esigenza di andare oltre le parole e le rievocazioni. La speranza cristiana è il risultato del dono della grazia e quindi della presenza di Dio, di cui si fa esperienza. Se non ci fosse questa esperienza di Dio, tutto si perderebbe nelle nostre parole. Ma la speranza, come la fede, si fonda su una esperienza dell’azione di Dio, di lui stesso, che riempie la vita. Dio non è un’idea, ma una presenza viva che fa vivere e crea e suscita la fiducia. Infatti si può dire che la speranza è la dimensione fiduciale della fede. Dato allora, che la nostra vita è segnata dalla croce, che non aiuta a credere, ma a disperare, ciò che è decisivo è l’azione della grazia di Dio che si fa sentire presente nelle nostre difficoltà. Egli non è il Dio assente, ma colui che si china su di noi e ci porta nella vita. La vicenda di Gesù diventa così paradigmatica anche per noi. Viviamo la stessa sua esperienza, tenendo conto delle differenze fra noi e Gesù.

La speranza come attesa fiduciosa di Dio
Il secondo motivo della speranza è data dal mistero di Dio. Anche se le cose nel mondo andassero al meglio, non per questo verrebbe meno la speranza, perché essa è connaturale al nostro rapporto con Dio, mistero inaccessibile, se egli non si avvicina a noi. Dio non è oggetto di conquista, perché altrimenti sarebbe un idolo. Egli è mistero nel senso che ci trascende, ci supera da ogni parte e può essere raggiunto da noi, solo se si dona a noi per sua iniziativa. E’ questo il fondamento specifico della speranza. Che si identifica con l’accoglienza del dono e con il senso di gratitudine. Il nostro atteggiamento con Dio è quello dell’attesa fiduciosa, disponibile. E questo vale per sempre, ora e per l’eternità.

Speranza come novità di vita in ordine a Dio
Il senso del mistero di Dio rende la vita aperta al futuro e mai ripetitiva. La speranza manifesta, fra l’altro, anche la novità inesauribile di Dio, che è la dimensione della vita eterna. Gli spazi sconfinati del mistero di Dio entrano così nella esperienza del credente, che è proteso al futuro. In questo senso, un altro aspetto della speranza è il desiderio che orienta la nostra vita. Esso non è dato solo dall’assenza di un bene, che perciò si desidera, ma piuttosto dall’aver già inizialmente trovato quel bene che è di per sé inesauribile e che quindi viene desiderato all’infinito e per se stesso.

Dono per un desiderio senza fine
Tentando una facile sintesi, possiamo dire che la speranza è la forza che Dio ci dà per affrontare e superare le difficoltà, le sorprese amare della vita. La croce non manca mai; ma non è più segno di maledizione, perché il credente la vive nello spirito e nell’atteggiamento di Gesù. Non è virtù facile la speranza, anche se è dono di Dio. Poiché deve essere accolto da noi, richiede che superiamo le gravi prove della vita, nelle quali si può trave proprio il Dio che cerchiamo.
Nel segno più positivo, la speranza è il segno della divinità di Dio, che ci chiama a partecipare del suo mistero. Chi ha fatto esperienza del Dio di Gesù Cristo, sa che Dio è mistero insondabile, nel quale però è dolce immergersi. Dalla speranza cristiana discendono anche la contemplazione ammirata del mistero di Dio ed il desiderio della comunione definitiva con lui.

Don Marino Qualizza

 

Cristo e l’adultera

chi2011

Publié dans : immagini sacre | le 3 avril, 2017 |Pas de Commentaires »

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/199912.htm

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

IL GIUBILEO TEMPO DI GRAZIA

Stella Morra – 20 dicembre 1999

Monastero Cistercense – Fossano
La libertà in Cristo: la redenzione
Commento a Lc 4,16-39

Proseguiamo il cammino incominciato nei precedenti incontri sul tema del Giubileo, ma soprattutto sui contenuti del Giubileo. Nei primi due incontri ci siamo mossi sui testi del libro del Levitico, sul breve testo di istituzione del Giubileo, sul capitolo 19 del libro del Levitico “Siate santi perché io sono santo”. Questi due brevi percorsi ci consentivano di avere uno sfondo, che è lo sfondo dell’antica Alleanza, del patto con il popolo d’Israele dentro cui si radica l’idea del Giubileo. L’idea della libertà che il Giubileo porta con sé prende una forma concreta e l’esperienza dell’Esodo diventa l’esperienza, del popolo, della liberazione che Dio porta.
Questa sera (e viene bene perché siamo vicino al Natale) vorremmo fare un piccolo passo avanti, perché questo percorso di libertà e di riconoscimento che il tempo e la terra sono di Dio, cioè non appartengono a noi, trova in Cristo una svolta fondamentale.
Da questa sera in poi ci muoveremo su testi del Nuovo Testamento per cercare di raccogliere, da una parte, tutta l’eredità che viene dalla storia antica, ma anche rivisitarla dentro alla novità portata da Cristo.
Esamineremo una parte del cap. 4 del vangelo di Luca che è, in un certo senso, una sorta di manifesto di questa libertà.
Nella liturgia, normalmente, questo testo viene letto diviso: la prima parte, quella di Gesù che si alza nella sinagoga e legge il rotolo del profeta Isaia e dice: “Oggi questa parola si è adempiuta…”. Poi si legge, a volte, il pezzo in cui la folla vuole gettare Gesù dalla rupe, e poi si leggono le guarigioni.
E’ invece molto significativo il fatto che Luca ci presenti tutto questo come un quadro unitario, in qualche modo. Anche solo ad ascoltarlo si sentono le differenze di tono, di genere. Mi pare che in questa struttura noi possiamo vedere la qualificata differenza segnata da Gesù in questo annuncio di liberazione. C’è una prima parte in cui, leggendo Isaia, Lui dice: “Si è adempiuta questa parola” e dice: “Io sono questa buona notizia”. Poi c’è la reazione degli essere umani di fronte a questo; c’è poi l’azione di Gesù che segue la sua parola: le sue guarigioni. Sono guarigioni tipiche, tipologiche, due guarigioni che individuano un male molto preciso, guariscono da “quel” male, non da un male qualsiasi. Mi sembra bello vedere tutto il “movimento” del testo. Troppo spesso infatti leggiamo la prima parte e crediamo che Gesù è la lieta notizia data ai poveri, ma resta forse un’affermazione teorica perché non ci sono gli altri “pezzi”, la reazione: che cosa succede a noi, agli essere umani, a quelli che stavano davanti a Gesù, a noi, ogni volta che Gesù proclama questa libertà sulla nostra esistenza? E quali sono le opere che dobbiamo cercare intorno a noi, le azioni che mostrano la libertà che Gesù annuncia?

Proviamo a seguire il percorso passo a passo.
Innanzi tutto questo testo inizia a Nazareth dove Gesù era stato allevato: “…ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga”. In una riga e mezza fa il riassunto della vita di un buon adulto ebreo normale, nel posto dove era cresciuto, dove era stato bambino. Questo mi ha molto colpito perché riflettevo su come questo testo, tutto centrato sull’annuncio della grande libertà di Cristo, comincia con il racconto di un’abitudine e di legami con la storia del passato; racconta innanzi tutto la continuità di Gesù rispetto al posto dov’era stato allevato, il suo essere lì, ( tornato addirittura lì: era già andato via, ma era anche tornato lì, dove era stato allevato) e il suo agire normale, quindi in modo abitudinario, secondo una consuetudine che non era solo sua, ma era di tutto il popolo ebreo: entrare di sabato nella sinagoga.
Poi gli viene dato il rotolo del profeta e Lui legge, ed è un’altra azione tipica della vita religiosa di un buon ebreo: tutti i maschi adulti possono e devono leggere, a turno, i rotoli della Torah, pubblicamente, nella sinagoga. E’ l’azione tipica del maschio adulto, cioè è ciò che solo il maschio adulto può fare e deve fare, e il cui dover fare è un privilegio. Ovviamente maschio adulto vuol dire la pienezza del soggetto di fronte a Dio, per l’ebraismo. Si può discutere quanto questa cosa culturalmente sia per noi comprensibile, ma comunque quello che si dice è: colui che, a tutti gli effetti è un soggetto adulto, responsabile di fronte a Dio, fa questo.
Mi sembra che questo sia uno scenario tipico per ciascuno di noi, che ci accomuna tanto a questa storia, a questo annuncio di libertà, quanto ci provochi rispetto a noi stessi, perché dice ciò che, ci piaccia o no, siamo: gente che ha delle radici, che ha un passato, una storia (e ognuno sa la sua), una incrostazione di bene o di male, ricevuto o fatto, di cose che altri ci hanno insegnato e di cui siamo grati, di mali che altri ci hanno inflitto e di cui, per sforzandoci di perdonare, ancora portiamo qualche segno, di beni che abbiamo fatto ad altri e di cui conserviamo ancora un piccolo ricordo felice, di mali che abbiamo fatto e che vorremmo aver cancellato, di ferite aperte che non si rimarginano, di ferite rimarginate che fanno ancora un po’ male. Anche noi, in fondo, torniamo sempre lì dove siamo nati, dove siamo stati allevati. In qualche modo, ci piaccia o no, siamo, o siamo chiamati ad essere, dei soggetti adulti di fronte a Dio dentro una tradizione, che comporta delle regole, della abitudini, da: bisogna andare a messa la domenica a… tutto quello che possiamo immaginare.
Raramente noi pensiamo a tutto questo come all’inizio di una storia di libertà. Molto più facilmente, tutto ciò, a volte, ci sembra un carico, un fardello non particolarmente piacevole. Istintivamente, sentimentalmente, se pensiamo a una “botta” di libertà, pensiamo a una “botta” di novità, di qualcosa che interrompa, cambi, che renda discontinuo. Mi colpisce moltissimo che questo testo, questo grande annuncio di libertà che Gesù fa leggendo il profeta Isaia e questa parola che si dimostrerà efficace nelle opere che poi compie,nasca sotto questo segno.
E allora la domanda numero uno, mi pare, è: tutto ciò che fa di noi ciò che siamo è per noi un’esperienza, un annuncio di libertà, o no? E’ semplicemente un dato di fatto nel novanta per cento del tempo e una fatica nel restante dieci per cento del tempo?
Viene dato a Gesù il rotolo del profeta Isaia e Lui vi legge il passo che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a..” e individua una serie di azioni: mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore. E’, in qualche modo, il manifesto del Giubileo. Questo versetto “predicare un anno di grazia del Signore” è citato sempre in tutti i testi che riguardano il Giubileo, perché è la definizione, una delle definizioni più grandi del Giubileo. Questo testo di Isaia individua, disegna il Regno messianico.
La volta scorsa padre Cesare parlava del ritorno alle origini, del Giubileo che fa tornare al disegno di Dio, ma non è un disegno di nostalgia, che sta nel passato, ma un disegno di attesa, che ci sta di fronte. E’ interessante che i cristiani siano sempre costretti a questo meccanismo strano di ritorno al futuro, perché il disegno originario di Dio che ci ha generati nella sua pienezza, nella storia non è mai stato vissuto: lo vivremo nell’ultimo giorno. E allora dovremo sempre fare questo avanti-indietro dal disegno originario per essere attirati da un futuro.
Il Regno messianico disegna questa realtà: è la meta del santo viaggio. Questo era molto chiaro per un ebreo: è la Gerusalemme celeste, quella in cui i poveri sono lieti, i prigionieri sono liberati, i ciechi vedono, gli oppressi sono rimessi in libertà e c’è un anno di grazia del Signore.
Provocata dai primi versetti di cui vi dicevo prima, mi chiedo: qual è la qualità del nostro desiderio? Verso dove stiamo andando? Con quale bagaglio? Qual è il contorno di quello che per noi sarebbe un anno di grazia? Questa è un’altra questione qualificante perché possano agire le opere della libertà.
Si sente molto parlare, in bene ed in male, delle manifestazioni esteriori del Giubileo, ma in fondo che cosa ognuno di noi si aspetta da questo Giubileo? Forse questa è una domanda da farsi. Innanzi tutto per sé e poi per tutti. Altrimenti rischiamo di essere delusi e di pensare che non è servito a niente, perché, in fondo, non desideriamo niente. Qual è l’anno di grazia del Signore che ci attendiamo? Col nostro fardello con cui ci arriviamo: adulti con delle abitudini, con dei doveri, nel luogo dove siamo stati allevati, con ciò che siamo, con la nostra storia. Arrivando con tutto questo, che domanda facciamo all’anno di grazia del Signore?
Gesù arrotola il volume, lo rende all’inserviente e Luca annota: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavani fissi sopra di Lui”.
Nel testo di Isaia l’unica menomazione fisica cui si fa cenno è la cecità. Ci sono altri testi nei quali il Regno messianico viene legato a: i sordi odono, i muti parlano…
In questo testo l’unica cosa che si dice è: “I ciechi riavranno la vista”. E la reazione immediata della prima parte del racconto è: “Gli occhi di tutti stavano fissi su di Lui”. In qualche modo è come se Luca ci dicesse che già la Parola si è adempiuta: quelli che stanno lì, vedono, vedono Gesù. Ci sarà forse un problema dopo, in quanto forse non è quello che desideravano vedere, o forse non sapevano della loro cecità e quindi non hanno potuto rallegrarsi di “tenere gli occhi fissi su di Lui”.
Gesù dice: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Mi pare che anche qui Luca “gioca” abbastanza: gli altri lo guardano e Lui parla delle orecchie; mostra come, in fondo, c’è uno spostamento. La Scrittura è la risposta a questi che lo guardano. Sto spiegando in modo letterario per dire una cosa che a me sembra importante: mi sembra che uno dei problemi più grandi che abbiamo nello sperimentare, nel ricevere, la libertà che il Signore ci dà, è l’essere sempre un po’ sfasati nel tempo, avere una grande difficoltà a metterci sul ritmo del Signore, sul fatto che regolarmente, quando Lui ci propone una cosa, noi ne stiamo cercando un’altra, che quando guardiamo ci sarebbe da sentire e quando sentiamo ci sarebbe da guardare; quando uno è sempre un po’ sfasato, alla fine si confonde.
Questo è molto comune, accade spesso nelle relazioni umane, negli affetti, negli amori: si sbaglia ritmo, si ha voglia di parlare quando l’altro non ha parole; ci vuole una grande intimità, una grande consuetudine per riuscire a trovare dei ritmi che non siano fatti di regole stabilite dall’esterno, ma di un respiro comune, per cui ci si conosce così tanto e si sa così tanto star vicino.
Nasce la terza questione per noi: con quello che siamo, e soprattutto aspettandoci qualcosa, desiderando qualche tipo di libertà, forse la nostra questione è trovare una familiarità tale con il Signore, per cui troviamo il Suo ritmo e riusciamo a sentire quando c’è da sentire e a guardare quando c’è da guardare, a riconoscere il gesto e la misura di Dio nei nostri confronti. La Sua misura è immensa, la libertà che ci offre costante, ma molto spesso noi siamo così concentrati su dei pezzi della nostra vita che ci perdiamo tutto ciò che succede intorno. E allora la condizione di tutto questo è la familiarità.
Mi pare che sia una buona domanda: come si trova la familiarità con il Signore? Una consuetudine con Lui?
C’è poi un versetto strano che dice: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.Il versetto è strano perché non si capisce a che cosa rendono testimonianza. Che cosa significa? Si capisce quando nei Vangeli si dice che qualcuno rende testimonianza dopo aver visto un miracolo, si capisce quando Gesù richiede la testimonianza e dice: “Tu credi?”.
Ma qui, che cosa vuol dire: “Tutti gli rendevano testimonianza”?
La questione è seria. Gesù dice: “Ora si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito”. E tutti gli rendono testimonianza: che ha ragione, che davvero si è adempiuta questa Scrittura; eppure non hanno visto niente, Lui ha solo parlato, Lui ha solo detto.
La familiarità con Gesù fa rendere testimonianza che la Sua Parola è vera, e non c’è bisogno di provarla: è la storia di un rapporto, di un incontro serio. Nel nostro linguaggio comune noi diremmo: “Io mi fido di lui”.
Tutti gli rendono testimonianza e tutti sono meravigliati: è il segnale che Luca mette dopo la sfasatura dei tempi per dire che c’è un modo: è stare vicini; la Parola è compiuta quando si sta vicini al Signore, quando si ha questa familiarità con Lui che consente di trovare il Suo ritmo. Paolo dice: “Tutto coopera al bene di coloro che credono”. Tutto diventa una prova, una testimonianza.
Poi c’è un improvviso cambio di tono, una frattura. Letterariamente qui si tratta di due brani attaccati insieme, ma nella lettura che noi abbiamo, nel testo, così come è, non è senza logica. C’è la storia di adulti, c’è questo annuncio di libertà la cui condizione è la familiarità e poi c’è una frattura durissima: dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Anche Gesù assume un tono polemico e dice: “Forse mi direte: medico cura te stesso…”. Si passa dal tono della familiarità all’altra possibile reazione: dentro un rapporto questa parola è compiuta, fuori da un rapporto, questa parola non si capisce, non c’è una logica.
Lontani da Gesù, si dice di Lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, non c’è via d’uscita.
Gesù è molto duro, dice: “C’erano molte vedove al tempo di Elia, eppure fu scelta una vedova di Sarepta in Sidone; c’erano molti lebbrosi al tempo di Eliseo, eppure fu scelto per essere guarito Naaman il siro”.
Gesù dice ai suoi che dentro la storia c’è questa ambiguità. In fondo qui per gli ebrei il tema era: chi appartiene al popolo ebraico e chi no, chi è il bravo maschio adulto che può leggere la Torah e invece… la vedova di Sidone, Naaman il siro, i pagani, che non potevano nemmeno entrare nella sinagoga.
E’ come se Gesù dicesse: la familiarità non è data da un’appartenenza; non basta “stare lì”, non basta dirsi bravi cattolici, non basta stare semplicemente dentro questa storia; la familiarità è data dallo spazio possibile per le opere che liberano, che salvano, e da questo incontro con Lui. Dunque, attenzione alle ambiguità: non scegliete troppo in fretta chi è vicino e chi no, chi ha ragione e chi ha torto, chi è buono e chi è cattivo.
Ma anche, e ancora di più c’è un tema molto forte di ambiguità dei segni. Una domanda per noi: dentro la storia quali segni cerchiamo? Quali sono le cose che ci confermano o che ci mettono dubbi sulla libertà che Dio ha portato?
I segni sono ambigui, perché possono riguardare i pagani, perché possono non essere dati in un posto come questo, la città della sua nascita, la sinagoga, il sabato: il massimo del “giusto” del “tutto ben sistemato”.
Il tema è grande: la nostra storia di adulti, con tutto quello che ci portiamo dietro, la domanda su qual è l’anno di grazia che ci aspettiamo, la questione della familiarità con Dio, tutto ciò sta sotto il segno di un’ambiguità, dell’impossibilità di tracciare confini precisi, di decidere una volta per tutte, di sapere esattamente come vanno le cose, chi ha ragione e chi ha torto, dove stanno le cose giuste e quelle sbagliate, della necessità di interrogare i segni. Mi pare che anche qui l’esperienza del Giubileo è un’esperienza piena di segni: il pellegrinaggio, la porta santa, la visita alle basiliche; è una storia di segni e c’è una grande sapienza nel farci periodicamente rifare l’esperienza che ci sono dei segni e che i segni vanno letti, guardati, pensati. Ma c’è anche l’ambiguità dei segni quotidiani che sono segni dati per spiegare, dunque sono segni “chiari”. Nella nostra vita quotidiana non sappiamo mai se la soglia che stiamo per attraversare è una porta santa o una porta di perdizione, non sappiamo mai bene se il luogo verso cui stiamo pellegrinando è un luogo “segno” della presenza del Signore o no, se la persona che incontriamo ci sta mostrando la povertà di Cristo o che cosa.
Questo tema dell’ambiguità della storia è un tema tipico dell’adultità credente. Usciamo dall’entusiasmo giovanile che sa sempre chi ha ragione e chi ha torto e cominciamo ad essere un po’ più pensosi, a sapere qualcosa di più di noi stessi, della nostra vita, ad essere un po’ più cauti nel decidere chi ha ragione e chi ha torto.
Questa ambiguità è qualcosa che Gesù ripropone: l’anno di grazia è proclamato, ma nella storia sta sotto spoglie ambiguamente interpretabili; come Lui, che è il Figlio di Dio incarnato e di cui si può dire: “Non è forse costui il figlio di Giuseppe?”. La frase non è casuale, non è un insulto qualsiasi, la frase è: è Lui stesso un segno ambiguo, è qualcuno che può essere chiamato con il nome del suo padre in terra che è Giuseppe, e Lui invece è il Figlio del Padre.
“All’udire queste cose tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno. Si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero sulla cima del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Anche qui Luca si dimostra buon conoscitore degli esseri umani. Possiamo essere meravigliati di un annuncio di libertà e anche ammirarlo, ma l’annuncio dell’ambiguità ci angoscia. Quindi si arrabbiano molto e vogliono buttarlo giù da un monte. Cioè vogliono negare il dovere di discernere nei segni che invece viene messo nelle loro mani. Credo che capiti anche a noi così: molto spesso preferiremmo che gli annunci di libertà ci fossero dati preconfezionati; se qualcuno mi dice che cosa devo fare, posso poi decidere se farlo o no, il fatto è che viene rimessa in mano a ciascuno di noi la nostra esistenza, che sarà ancora la stessa cosa che il Risorto farà (pensiamo all’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala, nel quale lei, quando lo riconosce, lo chiama maestro e Lui la chiama Maria, cioè le restituisce il suo nome, le ridà la sua vita). L’incontro con Gesù nei Vangeli è sempre raccontato sotto questo segno: chi ha fede in Lui, chi lo incontra gli domanda qualcosa e Lui rende sempre a se stessi, ti rimette in mano tutta la tua vita.
C’è chi, come i vari pubblicani, dice: “ho sbagliato”, c’è chi, come il giovane ricco se ne va triste. Le reazioni sono molto diverse: c’è chi, come Pietro si agita moltissimo, ma l’operazione di grande libertà, la parola adempiuta della grande libertà, è che ognuno è reso a se stesso, che significa anche reso alla propria ambiguità, alla fatica che noi facciamo a sapere di noi, dei nostri desideri, di quello che ci accade, di quello che vogliamo.Ma questa è la parola compiuta della libertà: essere resi a noi stessi.
Gli uditori di Gesù, secondo Luca, si arrabbiano molto: vogliono buttarlo giù dal monte. “… ma Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.” Moltissime volte, nel Vangelo, c’è questa espressione. Gesù scatena la discussione, ma poi non vi partecipa. Tutte le volte che c’è una reazione è come se desse questo segnale: da quel punto in poi il problema è loro, non è più suo. Dunque Lui passa in mezzo e se ne va. E’ qualcosa che, in qualche modo, non lo riguarda più, non è più un dato suo, ha fatto ciò che doveva fare, Lui l’ha fatto. Questa dunque è la prima parte: l’annuncio della libertà e la reazione.

Poi ci sono i due racconti di guarigione.
“Discese a Cafarnao…”: va in un’altra città e comincia a compiere le opere delle quali ha annunciato nella lettura del testo di Isaia.
A Cafarnao “insegna”, ammaestra la gente, che rimane colpita dal suo insegnamento, e c’è lo scontro con il demonio, lo spirito immondo che gli dice: “so chi sei, il Santo di Dio”. Gesù gli dice: “Taci, vattene”. E tutti sono presi da paura e dicono: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”.
E’ chiaro che Luca sta dicendo che la parola che Gesù ha detto nella prima parte “ora si è compiuta..”, che è una parola efficace, una parola che opera, e opera su due cose: sullo spirito immondo e sulla febbre della suocera di Simone.
Il grande annuncio è che la prima libertà che ci viene data è la libertà dalle invisibili forze che ci abitano, la libertà da tutte quelle parti di noi o da quella esperienza di noi che facciamo e che è così difficilmente governabile e che in realtà è la più grande schiavitù che abbiamo: quasi mai sono le cose esterne, o comunque solo in situazioni limite, che ci rendono schiavi; la nostra esperienza quotidiana è che, in fondo, abbiamo un margine di manovra piuttosto ampio, ma è la nostra esperienza interiore che fa di noi, in qualche modo, degli schiavi.
La seconda guarigione, la guarigione della suocera di Simone ci racconta la guarigione da qualcosa che ci viene dall’esterno, che nella vita può accadere. Questa è molto più semplice, non è scenografica come la prima, è banale: qualcun altro chiede per lei la guarigione e Gesù guarisce. La cosa svanisce, ma il risultato è che “lei cominciò a servirli”. Come se ciò che ci libera dal di dentro ci rendesse capaci di “stare”, di “essere”, ciò che ci libera dal di fuori provoca gratitudine e capacità di servizio.
Riflettiamo su queste due dimensioni di libertà: se non siamo liberi dentro, liberi da noi stessi, dalle prigioni che ci costruiamo, non siamo nemmeno persone, ma è vero che poi le mille cose dell’esterno fanno spazio e allora possiamo servire il Signore, cioè possiamo avere lo spazio di cuore, di anima, di energia, di desiderio per fare ciò che serve al Suo Regno.
Questo testo disegna bene questa novità portata da Gesù: è la novità di una parola di libertà incarnata, che non dice solo più i valori, ma libertà incarnata nella storia di Gesù e, dunque, nella nostra storia; l’annuncio di libertà ha i colori e i sapori dei nostri percorsi di vita, di quello che siamo, si fa carico dell’ambiguità e della fatica, ma anche della potenza di risposta della nostra vita quotidiana.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2012 (Eb10,24)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20111103_lent-2012.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2012 (Eb10,24)

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)

Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E’ un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna – elenchein – è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.
Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l’elemosina – tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno – si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.
Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e delle buone opere.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011

Resurrezione di Lazzaro

raising-of-lazarus-russian-icon-cathedral-of-st-sophia-novgorod-school-14th-century

Publié dans : immagini sacre | le 31 mars, 2017 |Pas de Commentaires »
123456...1259

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01