L’EMBRIONE SECONDO SAN TOMMASO: IN QUALE MOMENTO IL CORPO UMANO «RICEVE» L’ANIMA?

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L’EMBRIONE SECONDO SAN TOMMASO: IN QUALE MOMENTO IL CORPO UMANO «RICEVE» L’ANIMA?

15/09/2010 di Archivio Notizie

Ho letto, in un dibattito sull’embrione e la pillola abortiva, che secondo San Tommaso il corpo umano verrebbe formato in fasi successive, e sarebbe pronto per ricevere l’anima non nell’istante del concepimento, ma intorno al 40° giorno successivo al concepimento. È veramente così? Mi sembrerebbe più logico che l’anima e il corpo nascessero insieme ma onestamente non so rispondere, chiedo lumi a voi.
Lettera firmata

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia
La domanda della lettrice ha risposta in più opere di San Tommaso, ma in particolare in due: nella Somma teologica parte I, questioni 75-79; e nel De anima specialmente l’articolo 11. A queste rimando e qui ne riprendo quanto interessa.

Per comprendere il pensiero di Tommaso è necessario muoversi con categorie filosofiche aristoteliche e medioevali, qui sono fondamentali i concetti di potenza e di atto, che spiegheremo. Tommaso può dare adito a ritenere che vi sia una vera evoluzione nella nascita e nella crescita, cioè nello sviluppo dell’essere umano, perché quando espone concetti unitari, ma compositi, come quello dell’uomo, usa scrivere tutti i passaggi nel loro ordine «logico» e non materiale, e lì sembra che pensi quel concetto a settori e non in modo unitario. Ma non è così. Quei testi vanno intesi, perché Tommaso è un pensatore preciso.
L’uomo quando viene concepito, quindi fin dall’inizio, è forma perfettissima (Contra Gentes II c. 89 n. 11), è cioè corpo e anima in unità sostanziale, nella quale non manca nulla di quanto di essenziale deve esserci. Ma questo non vuol dire che non vi sia movimento, una evoluzione. Come ogni realtà materiale l’uomo passa dalla potenza all’atto, quindi quando viene concepito esso è si perfetto ma in maniera potenziale, l’embrione possiede occhi e mani in formazione, è evidente che non vede, ma non vuol dire che non abbia occhi. Michelangelo quando scolpiva una statua riteneva che tutta essa fosse già nel blocco di marmo, solo che andava liberata da ciò che l’avvolgeva. Questo significa passaggio dalla potenza all’atto. Senza poi l’anima che è forma sostanziale – Tommaso si premura di dire ciò continuamente – il corpo umano non potrebbe né formarsi, né vivere, né svilupparsi. Ora anche l’anima, che «informa» il corpo, non può agire senza che gli organi, con i quali opera, siano formati pienamente. L’anima umana in quanto intellettiva sintetizza in sé i tre livelli (da Tommaso detti «virtus») di vita: vegetale, sensibile, razionale. Così quando l’uomo nel suo concepimento unisce anima e corpo, l’anima influenzando il corpo si attiva immediatamente, ma non essendosi formati tutti gli organi atti a farla agire pienemante l’anima agisce su ciò che in quel momento le è proprio.
In questo senso Tommaso parla prima della virtus vegetativa dell’anima, che secondo i suoi tempi faceva vivere l’embrione, poi parlerà della virtus sensibile al momento che i sensi saranno formati, poi parlerà della virtus razionale dell’anima, quando tutto il corpo sarà perfetto. Si noti, l’anima nella sua virtus razionale opera «pienamente» solo quando l’uomo è capace di supportare l’azione della razionalità, e questa viene tardissimo in genere quando la persona si ritiene «adulta». Certo non si può dire che un ragazzo di 13 anni siccome non ha il pieno uso della ragione non sia un uomo. Non lo è pienamente (in «atto»), ma lo è in formazione (in «potenza»).
Similmente per tutto l’essere umano: esso è perfetto fin dall’inizio nella sua struttura essenziale (o in potenza), anche se poi tutte le sue virtus le esplicherà in fasi successive (le porterà in atto). Il bambino che corre evidentemente è il medesimo campione che da grande farà il record mondiale, ma fin da piccolo ha la «virtus» del correre anche se la attuerà perfettamente con un corpo pienamente formato. L’essere umano dunque eplicita gradualmente e in tempi diversi tutte le potenzialità del corpo e dell’anima nella loro piena unità, potenzialità che essendo già presenti nell’uomo, perché essenziali, lo costituiscono tale fin dalla sua prima origine. Tommaso che non aveva ai suoi tempi problemi scientifici come quello dell’evoluzione, può esporre tranquillamente il suo pensiero parlando dei vari gradi nei quali logicamente si esplicita il progresso umano dalla sua prima forma potenziale fino alla sua pienezza di adulto.
Il suo pensiero viene in genere stravolto da coloro che sostengono la teoria evoluzionista dove non c’è il passaggio dalla potenza all’atto, ma dal non-essere all’essere. Questo infatti permette di distinguere le fasi umane della vita non come evoluzione di un unico essere, ma come il passaggio da un essere a un altro. Infatti nell’evoluzione si vorrebbe dimostrare, per es., che da un’ameba si diventa girino, poi uccello, poi scimmia, poi uomo. E questo sarebbe l’evoluzione di millenni, ma proviamo a pensarla in tempi brevi, per es. in 20 anni, e si ha l’idea di cosa voglia dire il passaggio dal non-essere all’essere. Se invece l’evoluzione è potenziale, allora si ha lo sviluppo di un solo essere che passa dalla perfezione potenziale del piccolo, alla perfezione attuale dell’adulto. E questo è quanto pensa S. Tommaso.

Publié dans : TEOLOGIA, teologia - antropologia | le 2 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù e la figlia di Giairo

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Publié dans : immagini sacre | le 29 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA

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TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

Lo sfondo del racconto evangelico di questa domenica è senz’altro quella parola del Libro della Sapienza che oggi la Chiesa ci fa ascoltare nella prima lettura: Dio non gode della rovina dei viventi. Egli ha creato tutto per l’esistenza. È una dichiarazione straordinaria che già “evangelizza” il volto di Dio, mostrando che Dio è una “buona notizia”, togliendo dal suo volto santissimo ogni maschera perversa, a cominciare da quella che lo dichiara amico della morte perché è Lui che “fa morire”! Questa parola della Sapienza (il libro è uno degli ultimo scritti della Prima Alleanza) apre alla rivelazione piena del volto di Dio che Gesù ci donerà con tutta la sua vita, i suoi gesti, le sue parole.
Il racconto di Marco di questa domenica narra un duplice miracolo con il tipico schema a “sandiwich” di cui già dicevamo qualche settimana orsono. Inizia il racconto che riguarda la figlia di Giairo, questo viene interrotto dall’episodio della donna con perdite di sangue e il racconto della figlia di Giairo continua dopo la guarigione della donna. Quello che accomuna i due racconti che Marco sapientemente intreccia è un Gesù come vera narrazione di Dio capace di vincere il potere tenebroso della morte, un Dio che, in Gesù, per questo paga un prezzo altissimo. Qui, infatti, già all’inizio dell’Evangelo, Dio, che ha creato tutto per la vita e non per la morte, lotta, in Gesù suo Figlio, prendendo su di sé la nostra morte.
La perdita di sangue di cui la donna del racconto patisce la rendeva impura in massimo grado secondo la Torah (cfr Lev 15,25) in quanto la perdita di sangue, e inoltre di sangue mestruale, è connessa alla vita e alla perdita della vita; quel sangue è morte e per la donna è una grave menomazione sociale e rituale; una donna così non poteva partecipare né alla vita sociale in quanto assolutamente intoccabile e non poteva partecipare ad alcun atto di culto, né entrare in sinagoga né tantomeno al Tempio. Questa donna però intuisce, nella fede, che toccare anche solo il mantello di Gesù sarà vera possibilità di guarigione, vera possibilità di vita; fa questo gesto nascostamente sapendo di far contrarre impurità al Rabbi Gesù, fa questo gesto senza capire fino in fondo cosa significhi per Gesù quel tocco; infatti marco scrive che Gesù dice di aver avvertito che una “diunamis” (una “potenza”) è uscita da Lui; tante volte questa “diunamis” è stata interpretata come potenza di guarigione, cioè Gesù avrebbe sentito agire la sua potenza taumaturgica senza che Lui lo sapesse … in realtà pare che Marco qui voglia dire tutt’altro; la “diunamis” che esce da Gesù non è potenza guaritrice ma è “potenza” “sic et simpliciter”. Gesù sente cioè che si è fatto più debole, più fragile, ha preso su di sé la nostra impotenza, la nostra impurità, la nostra morte e questo lo svuota della sua potenza divina condividendo la nostra impotenza mortifera.
Si tratta ancora di quel cammino iniziato sì nell’Incarnazione ma continuato coscientemente al Giordano quando, in una fila di peccatori, Gesù si mescola alla nostra impurità e alla nostra miseria, caricandosi, come scriverà il Quarto Evangelista, del peccato del mondo: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo” proclamerà il Battista (cfr Gv 1,29), un cammino che giungerà fino all’obbrobrio della croce.
Lo stesso accade in casa di Giairo; qui, come avverrà poi al Calvario, Gesù è ange deriso: la morte è più forte, dice il buon-senso malato del mondo, la morte non si vince, la morte è atto irreversibile, la morte neanche si tocca. Infatti la Torah avvertiva che toccare un cadavere rende impuro … e Gesù prende per mano la bambina morta … è lo stesso movimento accaduto nell’episodio dell’emorroissa: Gesù si carica dell’impurità … e diventa più “debole”! Il Potente entra nell’infinita fragilità dell’uomo … fino alla morte!
Se è così non possiamo allora temere alcuna valle di morte (cfr Sal 23) perché Dio è più forte della morte perché più forte della morte è l’amore … quel mantello toccato, quella mano
tesa rendono Gesù più debole, debole di una debolezza che nasce dalla condivisione amorosa di una nostra condizione di debolezza, di fragilità, di morte!
Chi assume la verità di questa debolezza e non sogna potenze orgogliose quanto menzognere sa consegnarsi a Colui che è venuto per portare le nostre debolezze e infermità, le nostre impurità e perfino la nostra morte!
Beati i deboli che, conoscendo la propria debolezza, si consegnano a Cristo Gesù venuto per farci risorgere; scriverà San Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas quae Christi virtute compensatur!”, cioè “Beata, desiderabile debolezza compensata dalla forza di Cristo!” (Sermoni sul Cantico dei cantici, 25,7).
Alla figlia di Giairo Gesù dice: Talitha kum! E Marco aggiunge Che significa, fanciulla alzati! E subito la fanciulla si levò e camminava. Marco sottilmente usa qui i due verbi che il Nuovo Testamento utilizzerà per parlare della risurrezione di Gesù: “eghéiro” e “anìstemi”. Tutti e due i verbi sono utilizzati per dire del levarsi della bambina dal sonno di morte! Tutta la vita di Gesù, ci dice così Marco, fu lotta costosa contro la grande nemica che è la morte, una nemica che sa paludarsi di infiniti travestimenti; la vita di Gesù, però, fu anche già vittoria su di essa, vittoria che sarà risurrezione! Fu vittoria perché Gesù per amore si caricò di debolezza, depose la sua potenza, si fece debole con i deboli!
“Optanda infirmitas!” Come pensare di percorrere vie diverse dalla sua se siamo suoi discepoli?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 29 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

Pietro e Paolo

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Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BARTOLOMEO I E DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080629_pallio.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIE DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I E DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 29 giugno 2008

INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL’OMELIA DEL PATRIARCA
Fratelli e Sorelle,
la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’ »Anno Paolino », è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’ »unitatis redintegratio », il giorno della piena comunione tra noi.
Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.

OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I
Santità,
avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi « con passo esultante », dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi « con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo » (Rom. 15,29), restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente, « i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore », i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo – queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, – hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola.
Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello, augurando dal cuore « a quanti sono in Roma amati da Dio » (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza « ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera » (Rom. 12, 11-12).
In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo.
Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.
Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese « in fede, verità e amore », grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.
Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.
Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, « Anno dell’Apostolo Paolo », così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata « Buoni Porti ». Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.
E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù « l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo » nel « legame della pace » e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.

OMELIA DEL SANTO PADRE
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.
In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.
Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede.
Ma perché Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa l’intercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.
Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che Egli si aspetta dal Pastore.
Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli – san Pietro – qualifica se stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma questo « con » ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il « noi » dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo « con » rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.
Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa la parola «hierourgein» – amministrare da sacerdote – insieme con «leitourgós» – liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.

 

Publié dans : SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO | le 28 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

Il passaggio del Mar Rosso

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Publié dans : immagini sacre | le 26 juin, 2018 |Pas de Commentaires »

BRUNO FORTE. «NEL POPOLO DELL’ALLEANZA LE NOSTRE SANTE FONDAMENTA» (DA AVVENIRE 2016)

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BRUNO FORTE. «NEL POPOLO DELL’ALLEANZA LE NOSTRE SANTE FONDAMENTA» (DA AVVENIRE 2016)

GIACOMO GAMBASSI domenica 17 gennaio 2016

«Se Gesù Cristo è ebreo per sempre, allora la conoscenza del mondo da cui Egli proviene aiuta a capire più profondamente quello che Egli è stato, ciò che ci ha detto e donato». L’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, non ha dubbi. «Si è meglio cristiani se si conosce e si ama l’ebraismo. Aggiungo che non si può essere veramente cristiani senza questo amore e questa conoscenza ». Proprio l’approfondimento delle radici comuni fra la Chiesa cattolica e il popolo eletto è la sfida della Giornata di riflessione ebraico-cristiana in programma oggi. L’arcivescovo teologo, nelle vesti di presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, firma insieme con il rabbino Giuseppe Momigliano il sussidio Cei per l’iniziativa. Al centro la decima Parola del Decalogo: Non desidererai. «Essa – sottolinea Forte – riassume l’esigenza profonda di rispetto, di attenzione a che l’altro possa esprimersi nella pienezza delle sue possibilità senza in alcun modo violare la sua libertà e così favorendo un esercizio armonico di essa in grado di creare rapporti autentici con tutti». Quest’anno si conclude il cammino decennale intorno ai Comandamenti che dal 2006 sono stati meditati durante le Giornate. «Non siamo voluti entrare in questioni strettamente esegetiche – afferma l’arcivescovo – ma abbiamo privilegiato un approccio che potesse facilitare la comprensione delle dieci Parole illuminate anche dal legame fra ebraismo e cristianesimo. Perché, come dice un recente Documento della Commissione della Santa Sede per i rapporti con l’ebraismo, la fede del popolo dell’Alleanza non è qualcosa di esterno al cristianesimo: la relazione con l’ebraismo va considerata un dialogo di famiglia. E l’ebraismo è la santa radice del cristianesimo che resterà tale sino alla riconciliazione finale. D’altro canto, co- me ricordano anche i rabbini d’Italia, il cristianesimo è un’esplicitazione che porta la fede biblica al mondo intero come messaggio universale nella luce dell’ebreo Gesù, che i cristiani riconoscono come il Figlio di Dio». Le tavole della Legge consegnate a Mosè sono un terreno di incontro fra le due fedi. «Il fatto che nella tradizione ebraica il Decalogo sia chiamato le dieci Parole – nota il presule – ci fa capire come esso sia un’esplicitazione dell’unica Parola di Dio con cui l’Eterno ha parlato all’umanità attraverso l’elezione del popolo d’Israele e poi, per noi cristiani, con l’incarnazione del Figlio. Tutte le voci del Decalogo richiamano all’atteggiamento fondamentale di ascolto nei confronto dell’Altissimo e all’accoglienza del suo dono, nella condivisione e nel reciproco rispetto dei beni che vengono da Dio. Ecco il messaggio che intimamente unisce ebrei e cristiani: siamo il popolo della Parola, della Parola di Dio rivolta agli uomini. Questo, ad esempio, è completamente diverso rispetto alla concezione islamica della Rivelazione: il Corano è un testo disceso dal cielo, di cui non si fa ermeneutica; mentre per ebrei e cristiani la Parola di Dio entra nella storia e ha bisogno di essere sempre nuovamente interpretata perché si stabilisca quel ponte comunicativo fra il cuore di Dio che parla e il cuore dell’uomo che ascolta». L’appuntamento di quest’anno è contrassegnato dell’incontro di papa Francesco con la comunità ebraica di Roma. «Se la visita di papa Wojtyla fu un’apertura storica e se quella di papa Ratzinger è stata un approfondimento teologico e spirituale del rapporto fra ebrei e cristiani – sostiene Forte –, la visita di Francesco è caratterizzata dalla ricchezza di partecipazione anche personale ed emotiva di questo Papa al dialogo con l’ebraismo. La Cattedrale di Buenos Aires è l’unica al mondo in cui c’è all’interno un memoriale della Shoa, proprio a dire la stima che Bergoglio nutre verso gli ebrei. Ebbene nella personalità di Francesco l’intera Chiesa cattolica viene chiamata a riscoprire la fecondità del rapporto con Israele».

Publié dans : BIBBIA: ANTICO TESTAMENTO | le 26 juin, 2018 |Pas de Commentaires »
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