LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA

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LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA

399-420

De Trinitate, dai Libri XII e XIII

Se la scienza è conoscenza delle cose temporali, la sapienza è conoscenza delle cose eterne. Ambedue, però, sono rivelate in pienezza in Cristo, nostra scienza e nostra sapienza.

XII, 14. Perché anche la scienza è benefica alla sua maniera, se ciò che in essa gonfia o suole gonfiare è dominato dall’amore delle cose eterne, che non gonfia, ma che, come sappiamo, edifica (1Cor 8, 1). Senza la scienza infatti non possono esistere nemmeno le virtù con le quali si possa dirigere questa misera vita in modo da raggiungere quella eterna, che è veramente beata.
14, 22. C’è tuttavia una differenza tra la contemplazione delle cose eterne e l’azione con la quale facciamo buon uso delle cose temporali: quella si attribuisce alla sapienza, questa alla scienza. Sebbene infatti anche la sapienza possa venir chiamata scienza, come lo mostra l’affermazione dell’Apostolo, che dice: “Ora conosco parzialmente, allora conoscerò come sono conosciuto” (1Cor13, 12), per questa scienza egli intende certamente la contemplazione di Dio, che sarà il premio supremo dei santi; tuttavia dove l’Apostolo dice: “Ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 8), distingue, senza dubbio, l’una dall’altra, benché non spieghi la natura della loro differenza, e i caratteri che permettano di distinguerle. Ma dopo aver scrutato le molteplici ricchezze delle sante Scritture, trovo scritta nel libro di Giobbe questa sentenza del santo uomo: “Ecco, la pietà è la sapienza, la fuga dal male è la scienza” (Gb 28, 28). Questa distinzione ci fa comprendere che la sapienza riguarda la contemplazione, la scienza l’azione. In questo passo Giobbe identifica la pietà con il culto di Dio, che in greco si dice qeosbeia . È questa la parola che si trova presso i codici greci in questo passo. E fra le cose eterne che vi è di più eccellente di Dio, che solo possiede una natura immutabile? E che è il culto di Dio, se non l’amore di lui, amore che ci fa desiderare di vederlo, che ci fa credere e sperare che lo vedremo, perché nella misura in cui progrediamo lo vediamo ora per mezzo di uno specchio, in enigma, ma un giorno lo vedremo nella sua piena manifestazione? È ciò che dice l’apostolo Paolo quando parla della «visione» faccia a faccia (1Cor 13, 12), è anche quello che dice l’apostolo Giovanni: “Carissimi, ora siamo figli di Dio, e ciò che saremo un giorno non è stato ancora manifestato; ma sappiamo che al momento di questa manifestazione saremo simili a lui, perché lo vedremo come è” (1Gv 3, 2). In questi passi e in passi simili si tratta proprio, mi pare, della sapienza (1Cor 12, 8). Astenersi invece dal male (Gb 28, 28), ciò che Giobbe chiama scienza, appartiene certamente all’ordine delle cose temporali. Perché è in quanto siamo nel tempo che siamo soggetti al male, che dobbiamo evitare, per giungere ai beni eterni. Perciò tutto quanto compiamo con prudenza, forza, temperanza e giustizia, appartiene a quella scienza o regola di condotta, che guida la nostra azione nell’evitare il male e nel desiderare il bene e le appartiene pure tutto ciò che, come esempio da evitare o da imitare e come conoscenza necessaria tratta da avvenimenti adatti ad illuminare la nostra vita, raccogliamo attraverso la conoscenza della storia […].
XIII, 19. 24. Tutto ciò che il Verbo fatto carne (Gv 1, 14) ha fatto e sofferto per noi nel tempo e nello spazio appartiene, secondo la distinzione che abbiamo cominciato a chiarire, alla scienza, non alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8; Col 2, 3). Invece ciò che il Verbo è al di fuori del tempo e dello spazio, è coeterno al Padre e tutto intero in ogni luogo; di questo, se qualcuno può, per quanto gli è possibile, parlare secondo verità, ciò che dirà apparterrà alla sapienza (1Cor 12, 8); per questo motivo il Verbo fatto carne, Cristo Gesù, possiede i tesori della sapienza e della scienza (Gv 1, 14; Col 2, 2-3). Ecco perché l’Apostolo scrive ai Colossesi: “Voglio infatti che voi sappiate quanto grande sia la lotta che io sostengo per voi e per questi che sono a Laodicea e per tutti coloro che non mi hanno mai veduto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, intimamente uniti in carità, possano essere del tutto arricchiti d’una pienezza d’intelligenza, per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 1-3). Chi può sapere in quel misura l’Apostolo conosceva questi tesori, quanto era penetrato in essi, quali misteri aveva scoperto? Da parte mia tuttavia, secondo ciò che sta scritto: “La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno di noi per utilità: infatti ad uno è dato dallo Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 7-8), se la differenza tra la sapienza e la scienza risiede in questo: che la sapienza si riferisce alle cose divine, la scienza a quelle umane, riconosco l’una e l’altra in Cristo e con me la riconosce ogni fedele di Cristo. E quando leggo: “Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi” (Gv 1, 14), nel Verbo vedo con l’intelligenza il vero Figlio di Dio (2Cor 1, 19), nella carne riconosco il vero figlio dell’uomo (Dan 7, 13; Mt 9, 6; Mc 2, 10; Lc 5, 24; Gv 5, 27), l’uno e l’altro uniti nella sola persona del Dio-uomo, per un dono ineffabile della grazia. Per questo l’Evangelista aggiunge: “E abbiamo contemplato la sua gloria, gloria uguale a quella dell’Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità (Gv 2, 14). Se riferiamo la grazia alla scienza, la verità alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8), penso che non andiamo contro la distinzione tra scienza e sapienza, che abbiamo proposto. Infatti, nell’ordine delle cose che traggono la loro origine nel tempo, la grazia più alta è l’unione dell’uomo con Dio nell’unità della stessa persona, nell’ordine delle cose eterne la più alta verità è, a ragione, attribuita al Verbo di Dio. Ora, quello stesso che è l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14), l’incarnazione fa sì che egli sia pure quello stesso il quale agisce per noi nel tempo affinché, purificati per mezzo della fede in lui, lo contempliamo per sempre nell’eternità. I più grandi filosofi pagani poterono, per mezzo della creazione, contemplare con l’intelligenza le perfezioni invisibili di Dio (Rm 1, 20); tuttavia poiché filosofarono senza il Mediatore, cioè senza il Cristo uomo e non hanno creduto ai Profeti che vaticinarono la sua venuta, né agli Apostoli che proclamarono tale venuta, hanno tenuta imprigionata la verità, come sta scritto di loro, nell’ingiustizia (Rm 1, 18). Posti in quest’ultimo grado della creazione, non poterono infatti che cercare dei mezzi per giungere a quelle realtà di cui avevamo compreso la grandezza; così facendo sono caduti negli inganni dei demoni che hanno fatto loro scambiare la gloria di Dio incorruttibile con delle immagini rappresentanti l’uomo corruttibile, uccelli, quadrupedi e rettili ( Rm 1, 23). Infatti sotto tali forme hanno costruito degli idoli e hanno reso loro culto (cf. Rm 1, 25). Dunque la nostra scienza è Cristo (cf. 1Cor 12, 8); la nostra sapienza è ancora lo stesso Cristo. È Lui che introduce in noi la fede che concerne le cose temporali, Lui che ci rivela la verità concernente le cose eterne. Per mezzo di Lui andiamo a Lui, per mezzo della scienza tendiamo alla sapienza; senza tuttavia allontanarci dal solo e medesimo Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). Ma ora parliamo della scienza, riservandoci di parlare in seguito della sapienza, per quanto Egli ci donerà di farlo. Tuttavia guardiamoci dal prendere queste parole in un’accezione così precisa che ci impedisca di parlare di sapienza a riguardo delle cose umane, e di scienza a riguardo delle cose divine. In senso lato si può parlare di sapienza in ambedue i casi ed in ambo i casi si può parlare di scienza. Tuttavia l’Apostolo non avrebbe scritto mai: “ad uno è dato il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza (1Cor 12, 8), se ciascuna di queste parole non avesse un’accezione propria.

La Trinità, XII, 14,22 e XIII, 19,24, in “Opere di Sant’Agostino”, tr. it. di Giuseppe Beschin, Città Nuova, Roma 1987, vol. IV, pp. 491-492 e 551-555.

Publié dans : SANT'AGOSTINO | le 5 février, 2018 |Pas de Commentaires »

Marco 1, 29-39, Gesù guarisce molti

IMM LA MKA E PAOLO - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 2 février, 2018 |Pas de Commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/02/2015)

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La vita? Un racconto al Padre

don Maurizio Prandi

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/02/2015)

Anche questa domenica Gesù non si tira indietro rispetto alla malattia dell’uomo: il vangelo ce lo presenta completamente immerso nel fare il bene di chi incontra… non solo: ci dice anche che il desiderio di annunciare il vangelo (desiderio fortissimo che dà impulso anche alla vita di san Paolo come sottolinea la seconda lettura…) non lo rinchiude in un facile appagamento da successo è ai discepoli che gli dicono: tutti ti cercano lui risponde che è necessario andare altrove per incontrare, predicare, annunciare; infine coloro che Gesù incontra vengono portati nel cuore del suo incontro con il Padre. In pochi versetti Marco ci regala una sintesi rapida, ma ricchissima, che ci offre i tratti decisivi del volto di Gesù come di un uomo che si muove tra l’annuncio della Parola di Dio (« per questo sono venuto! »), il farsi vicino a chi soffre, e il continuo ritorno alla fonte delle sue attività, Dio Padre, ritrovato nella solitudine della preghiera. E’ stato bello vedere i ragazzi delle comunità dei discepoli ripercorrere, nell’incontro di catechismo, la giornata tipo di Gesù tra guarigioni, preghiera e predicazione… ripercorrerla cercando di entrarci dentro e viverla, guarendo i propri amici con gesti di bene, pregando attraverso l’Eucaristia e annunciando il vangelo con la presenza, la testimonianza, una partecipazione nuova e diversa alla vita quotidiana. Oppure quel cercare di capire quali sono le tracce che noi seguiamo giorno per giorno… chi sono i nostri modelli, le persone alle quali ci riferiamo, che lasciano un segno nella nostra vita.
La pagina che oggi ascoltiamo ha anche una forte valenza ecclesiale… Gesù entra in una casa, che per Marco simboleggia appunto la chiesa. La casa è il luogo dell’ospitalità, è il luogo che permette a Gesù un’intimità con i suoi discepoli al di là degli incontri con le folle che rischiano di disperderli un po’… la casa è il luogo dove ti formi, impari come centrare la tua vita, ti prepari ad affrontare le avversità. E’ importante che avvenga li questo miracolo, che lega fortemente la potenza di Gesù al servizio… il miracolo è per il servizio, non è per dimostrare qualcosa, non è per convincere, per far credere… mi pare bello allora poter pensare che al centro delle preoccupazioni dei discepoli e della chiesa ci possano essere tutte quelle persone o realtà che dovrebbero proiettarsi al servizio degli altri ma ne sono incapaci. Grazie al gesto di Gesù si può ricominciare a servire, si possono mettere a disposizione degli altri le energie ritrovate, la propria creatività. La chiesa non sono solo i discepoli che parlano a Gesù di una donna malata. La chiesa sono tutti coloro i quali portano a Gesù gli ammalati al tramonto del sole… il tramonto del sole, ovvero il momento in cui termina il riposo del sabato (per cui è possibile il trasporto dei malati in barella…) e comincia un giorno nuovo. Bello questo gruppo indefinito… l’anonimato di chi ne fa parte aiuta la nostra identificazione in chi si spende in favore di tutti quelli che si ritrovano ammalati. Bello anche che sia distante da Gesù l’idea di catturare, di sedurre, di comprare l’altro con un miracolo. Vuole semplicemente annunciare il farsi prossimo di Dio ad ogni umano soffrire, il suo impegno ed amicizia per chi, dalla vita, è stato messo a margine (Servizio della Parola).
La prima lettura è tratta dal libro di Giobbe e anticipa bene i temi del vangelo: la preghiera e la condizione dell’uomo malato. C’è un bellissimo commento di don Daniele Simonazzi che credo ci possa aiutare molto. Parte da una mancanza, da un taglio che la liturgia fa non facendoci leggere il versetto 5 del cap. 7: la mia carne è ricoperta di vermi e di croste, la mia pelle è raggrinzita e va disfacendosi. Certamente fa un po’ di senso e si potrebbe anche capire il perché sia stata omessa la lettura di particolari così crudi; la parola di Dio che ci chiede tanto coraggio nel campo della giustizia e dell’etica, ci chiede altrettanto coraggio nell’ascoltare tutto quello che ci vuole dire, raccontare, circa la condizione degli uomini e delle donne. Non si fa problemi Giobbe, parlando al Signore: gli racconta la sua condizione. Forse io mi impressionerei a vedere una carne ricoperta di vermi, forse tanti di noi si impressionerebbero, ma il Signore, con tutto il bene che ci vuole, può impressionarsi? Può provare ribrezzo? Ci sono persone ridotte in condizioni estreme e so che corro il rischio di tagliarle fuori dalla mia vita in modo facile, così come è facile tagliare dalla lettura parole che possono risultare scomode o troppo forti, pesanti…
E’ un libro prezioso quello di Giobbe, perché non parla solamente di un uomo, ma dell’umanità intera. Giobbe non è un israelita e quindi ogni uomo può ed è chiamato a riconoscersi in lui. Le sue parole prendono due direzioni: Dio (e le sue parole diventano preghiera) e gli uomini, i suoi amici, dai quali ascolta solo risposte « facili » su Dio e sulle ragioni della sua malattia e delle sue sventure è le sofferenze che colpiscono l’uomo sono una conseguenza dei suoi peccati, dei quali, deve innanzitutto cominciare a pentirsi. Giobbe sa di essere un giusto e sa che chi soffre non è automaticamente un peccatore, sa che Dio non colpevolizza il povero, non colpevolizza l’ammalato… lo sa, anche se Dio, di fronte al suo dramma e alle sue domande rimane muto. E’ un cammino straordinario quello che fa Giobbe, il quale, affrontando la notte del dolore arriva ad amare Dio per se stesso, per quello che è e non per quello lui vorrebbe che fosse. Giobbe ci dice che Dio non si può afferrare, non lo si può ricondurre a schemi o formule teologiche umane. Mi rendo conto che il tema è delicato soprattutto perché rischio di non essere rispettoso del dolore di altri, ma credo che sia qualcosa di inspiegabile… resta un mistero, va vissuto e attraversato è Barth: il dolore, per il credente ed il non credente è una porta: aprendola puoi trovare Dio o il diavolo, la vita o la disperazione. La prima lettura di questa domenica allora, presa nella sua interezza, vuole darci il coraggio dei poveri; io vivo nella « paura » dei poveri… Dio no, e in Gesù, nella sua vita così bella, tutto quello che io preferisco non vedere, lo fa suo, lo recepisce come proprio, a cominciare dai poveri, dai piagati, da quelli il cui corpo è ricoperto di vermi.
Giobbe parla di sé a Dio, gli dice la sua verità, la sua condizione descrivendosi senza omettere nulla… don Daniele Simonazzi scrive che non prega se non a partire da quello che lui è!. E nel vangelo troviamo un bel collegamento: Gesù entra nella casa di Simone e subito gli parlano di una persona malata.; c’è già un bel volto di chiesa qui… una chiesa che intercede per chi è malato. Che bello quando la vicenda di chi soffre diventa un racconto… un racconto così importante per noi che non possiamo non farlo a Dio. C’è qualcosa di importantissimo qui per quello che riguarda la nostra preghiera personale: non si può lasciar fuori la vicenda di chi è povero, di chi è malato, di chi soffre… è come se la preghiera non fosse vera. Per questo è importantissimo quel versetto che invece la liturgia taglia. Se si tratta di qualcuno che amiamo, non vogliamo perdere niente della sua vita. Amiamo qualcuno? Non vogliamo perdere niente, nemmeno un respiro, nemmeno l’ultimo respiro di chi sta congedando da noi.
Cosa facciamo durante la messa? Durante la preghiera eucaristica? scrive don Daniele. Qualcosa di estremamente decisivo per la nostra fede: la preghiera eucaristica è il racconto che facciamo a Dio, di quella che è stata la morte di suo Figlio… lui lo sa, ma, come ogni padre, non si stanca di sentirsi raccontare le cose di suo Figlio. Forse questo ci può aiutare a pregare meglio, a sentire meno come formula certe preghiere e a sentirle più come un racconto, un qualcosa che piano piano viviamo sempre di più. Quando preghiamo, bisogna che la nostra preghiera abbia lo spessore delle vicende della povera gente… se manca questo coinvolgimento nelle vicende dei nostri fratelli, è come se raccontassimo al Padre di un Figlio che non conosciamo. Ecco cosa può diventare la preghiera Eucaristica: un ripetere/ascoltare stanco, svogliato, muto perché privato della conoscenza del Figlio. E poi una cosa bellissima ancora: perché è così difficile pregare? Perché la preghiera è l’appuntamento che diamo a tutta la povera gente nel nostro raccontarla al Padre. Nella preghiera trovo tutti, davanti al Signore; trovo anche quelli che vivono una condizione così disperata che vale la pena togliere un versetto. Ma (e forse è un’esperienza che tanti potrebbero sottoscrivere), se proviamo a togliere un versetto nella vita e nella condizione di coloro che ci hanno lasciato a causa di una malattia, togliamo tanto… forse troppo…
Bella anche l’immagine di Gesù che toglie alla notte, al riposo il tempo per la preghiera, che viene descritta come solitaria, prolungata… bello che Gesù, come accennavo, dalla preghiera venga confermato nella sua missione e a quella missione richiami anche Pietro e i suoi discepoli, troppo preoccupati di sfruttare il momento favorevole che stanno vivendo: tutti ti cercano! Come dire: bisogna approfittare di questo momento… a questa popolarità della quale sarebbe facile approfittare, Gesù risponde dilatando l’orizzonte e aprendo piste nuove. Ci lasciamo, su suggerimento di don Daniele, con una domanda: i discepoli, per cercare Gesù, si mettono sulle sue tracce… ma che tracce lascia uno che prega? Si mettono sulle sue tracce, e per quelle, lo trovano! Come facciamo a cercare uno che prega?

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 2 février, 2018 |Pas de Commentaires »

Festa della Presentazione del Signore al Tempio

la mia e paolo

Publié dans : immagini sacre | le 1 février, 2018 |Pas de Commentaires »

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Venerdì, 2 Febbraio 2001

V Giornata della Vita Consacrata

Con questa invocazione, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale, la Chiesa, nel giorno in cui fa memoria della Presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme, esprime il desiderio di poterlo accogliere ancora nel presente della sua storia. La Presentazione è una festa liturgica suggestiva, fissata fin dall’antichità quaranta giorni dopo il Natale, sulla scorta di quanto prescriveva la Legge ebraica per la nascita di ogni primogenito (cfr Es 13, 2). Maria e Giuseppe, come risulta dal racconto evangelico, ne sono stati fedeli osservanti.
Tradizioni cristiane d’Oriente e d’Occidente si sono intrecciate arricchendo la liturgia di questa festa con una speciale processione, in cui la luce dei ceri e delle candele è simbolo di Cristo, Luce vera venuta ad illuminare il suo popolo e tutte le genti. In tal modo l’odierna ricorrenza si ricollega al Natale e all’Epifania del Signore. Ma contemporaneamente essa si pone come ponte verso la Pasqua, rievocando la profezia del vecchio Simeone, che in quella circostanza preannunciò il drammatico destino del Messia e di sua Madre.
L’evangelista ha ricordato il fatto anche nei dettagli: ad accogliere Gesù nel santuario di Gerusalemme vi erano due anziane persone piene di fede e di Spirito Santo, Simeone ed Anna. Esse impersonano il « resto d’Israele », vigilante nell’attesa e pronto ad andare incontro al Signore, come già avevano fatto i pastori nella notte della sua nascita a Betlemme.
2. Nella Colletta della liturgia odierna abbiamo chiesto di poter essere anche noi presentati al Signore « pienamente rinnovati nello spirito », sul modello di Gesù, primogenito tra molti fratelli. In modo particolare voi, religiosi, religiose e laici consacrati, siete chiamati a partecipare a questo mistero del Salvatore. E’ mistero di oblazione, in cui si fondono indissolubilmente la gloria e la croce, secondo il carattere pasquale proprio dell’esistenza cristiana. E’ mistero di luce e di sofferenza; mistero mariano, in cui alla Madre, benedetta insieme col Figlio, è preannunciato il martirio dell’anima.
Potremmo dire che oggi si celebra in tutta la Chiesa un singolare « offertorio », in cui gli uomini e le donne consacrati rinnovano spiritualmente il dono di sé. Così facendo aiutano le Comunità ecclesiali a crescere nella dimensione oblativa che intimamente le costituisce, le edifica e le sospinge sulle strade del mondo.
Vi saluto con grande affetto, carissimi Fratelli e Sorelle appartenenti a numerose Famiglie di vita consacrata, che allietate con la vostra presenza la Basilica di San Pietro. Saluto, in particolare, il Signor Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il quale presiede la celebrazione eucaristica odierna.
3. Celebriamo questa festa con il cuore ancora ripieno delle emozioni vissute nel tempo giubilare appena terminato. Abbiamo ripreso il cammino lasciandoci guidare dalle parole di Cristo a Simone: « Duc in altum – Prendi il largo » (Lc 5, 4). La Chiesa attende anche il vostro contributo, carissimi Fratelli e Sorelle consacrati, per percorrere questo nuovo tratto di strada secondo gli orientamenti che ho tracciato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte: contemplare il volto di Cristo, ripartire da Lui, testimoniare il suo amore. E’ questo un apporto che voi siete chiamati a dare quotidianamente anzitutto con la fedeltà alla vostra vocazione di persone totalmente consacrate a Cristo.
Il vostro primo impegno, pertanto, non può non essere nella linea della contemplazione. Ogni realtà di vita consacrata nasce e ogni giorno si rigenera nell’incessante contemplazione del volto di Cristo. La Chiesa stessa attinge il suo slancio dal quotidiano confronto con l’inesauribile bellezza del volto di Cristo suo Sposo.
Se ogni cristiano è un credente che contempla il volto di Dio in Gesù Cristo, voi lo siete in modo speciale. Per questo è necessario che non vi stanchiate di sostare in meditazione sulla Sacra Scrittura e, soprattutto, sui santi Vangeli, perché si imprimano in voi i tratti del Verbo incarnato.
4. Ripartire da Cristo, centro di ogni progetto personale e comunitario: questo è l’impegno! Incontratelo, carissimi, e contemplatelo in modo tutto speciale nell’Eucaristia, celebrata e adorata ogni giorno, come fonte e culmine dell’esistenza e dell’azione apostolica.
E con Cristo camminate: è questa la via della perfezione evangelica, la santità a cui ogni battezzato è chiamato. E proprio la santità è uno dei punti essenziali – anzi, il primo – del programma che ho delineato per l’inizio del nuovo millennio (cfr Novo millennio ineunte, 30-31).
Abbiamo ascoltato poc’anzi le parole del vecchio Simeone: Cristo « è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori » (Lc 2, 34). Come Lui, e nella misura della conformazione a Lui, anche la persona consacrata diventa « segno di contraddizione »; diventa cioè, per gli altri, salutare stimolo a prendere posizione di fronte a Gesù, il quale – grazie alla mediazione coinvolgente del « testimone » – non resta semplicemente personaggio storico o ideale astratto, ma si pone come persona viva a cui aderire senza compromessi.
Non vi sembra questo un servizio indispensabile che la Chiesa attende da voi in quest’epoca segnata da profondi mutamenti sociali e culturali? Solo se persevererete nel seguire fedelmente Cristo, sarete testimoni credibili del suo amore.
5. « Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele » (Lc 2,32). La vita consacrata è chiamata a riflettere in modo singolare la luce di Cristo. Guardando a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, penso alla schiera di uomini e donne di ogni nazione, lingua e cultura, consacrati a Cristo con i voti di povertà, verginità e obbedienza. Questo pensiero mi riempie di consolazione, perché voi siete come un « lievito » di speranza per l’umanità. Siete « sale » e « luce » per gli uomini e le donne di oggi, che nella vostra testimonianza possono intravedere il Regno di Dio e lo stile delle « Beatitudini » evangeliche.
Come Simeone ed Anna, prendete Gesù dalle braccia della sua santissima Madre e, pieni di gioia per il dono della vocazione, portatelo a tutti. Cristo è salvezza e speranza per ogni uomo! Annunciatelo con la vostra esistenza dedicata interamente al Regno di Dio e alla salvezza del mondo. Proclamatelo con la fedeltà senza compromessi che, anche di recente, ha condotto al martirio alcuni vostri fratelli e sorelle in varie parti del mondo.
Siate luce e conforto per ogni persona che incontrate. Come candele accese, ardete dell’amore di Cristo. Consumatevi per Lui, diffondendo dappertutto il Vangelo del suo amore. Grazie alla vostra testimonianza anche gli occhi di tanti uomini e donne del nostro tempo potranno vedere la salvezza preparata da Dio « davanti a tutti i popoli, / luce per illuminare le genti / e gloria del tuo popolo Israele ».

Amen.

1Cor 2,5

per  dove ho messo corinti - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 31 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

UDIENZA GENERALE – 8. Liturgia della Parola: I. Dialogo tra Dio e il suo popolo

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UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 31 gennaio 2018

La Santa Messa – 8. Liturgia della Parola: I. Dialogo tra Dio e il suo popolo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo oggi le catechesi sulla Santa Messa. Dopo esserci soffermati sui riti d’introduzione, consideriamo ora la Liturgia della Parola, che è una parte costitutiva perché ci raduniamo proprio per ascoltare quello che Dio ha fatto e intende ancora fare per noi. E’ un’esperienza che avviene “in diretta” e non per sentito dire, perché «quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella parola, annunzia il Vangelo» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 29; cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 7; 33). E quante volte, mentre viene letta la Parola di Dio, si commenta: “Guarda quello…, guarda quella…, guarda il cappello che ha portato quella: è ridicolo…”. E si cominciano a fare dei commenti. Non è vero? Si devono fare dei commenti mentre si legge la Parola di Dio? [rispondono: “No!”]. No, perché se tu fai delle chiacchiere con la gente non ascolti la Parola di Dio. Quando si legge la Parola di Dio nella Bibbia – la prima Lettura, la seconda, il Salmo responsoriale e il Vangelo – dobbiamo ascoltare, aprire il cuore, perché è Dio stesso che ci parla e non pensare ad altre cose o parlare di altre cose. Capito?… Vi spiegherò che cosa succede in questa Liturgia della Parola.
Le pagine della Bibbia cessano di essere uno scritto per diventare parola viva, pronunciata da Dio. È Dio che, tramite la persona che legge, ci parla e interpella noi che ascoltiamo con fede. Lo Spirito «che ha parlato per mezzo dei profeti» (Credo) e ha ispirato gli autori sacri, fa sì che «la parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risuonare negli orecchi» (Lezionario, Introd., 9). Ma per ascoltare la Parola di Dio bisogna avere anche il cuore aperto per ricevere le parole nel cuore. Dio parla e noi gli porgiamo ascolto, per poi mettere in pratica quanto abbiamo ascoltato. È molto importante ascoltare. Alcune volte forse non capiamo bene perché ci sono alcune letture un po’ difficili. Ma Dio ci parla lo stesso in un altro modo. [Bisogna stare] in silenzio e ascoltare la Parola di Dio. Non dimenticatevi di questo. Alla Messa, quando incominciano le letture, ascoltiamo la Parola di Dio.
Abbiamo bisogno di ascoltarlo! E’ infatti una questione di vita, come ben ricorda l’incisiva espressione che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). La vita che ci dà la Parola di Dio. In questo senso, parliamo della Liturgia della Parola come della “mensa” che il Signore imbandisce per alimentare la nostra vita spirituale. E’ una mensa abbondante quella della liturgia, che attinge largamente ai tesori della Bibbia (cfr SC, 51), sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, perché in essi è annunciato dalla Chiesa l’unico e identico mistero di Cristo (cfr Lezionario, Introd., 5). Pensiamo alla ricchezza delle letture bibliche offerte dai tre cicli domenicali che, alla luce dei Vangeli Sinottici, ci accompagnano nel corso dell’anno liturgico: una grande ricchezza. Desidero qui ricordare anche l’importanza del Salmo responsoriale, la cui funzione è di favorire la meditazione di quanto ascoltato nella lettura che lo precede. E’ bene che il Salmo sia valorizzato con il canto, almeno nel ritornello (cfr OGMR, 61; Lezionario, Introd., 19-22).
La proclamazione liturgica delle medesime letture, con i canti desunti dalla Sacra Scrittura, esprime e favorisce la comunione ecclesiale, accompagnando il cammino di tutti e di ciascuno. Si capisce pertanto perché alcune scelte soggettive, come l’omissione di letture o la loro sostituzione con testi non biblici, siano proibite. Ho sentito che qualcuno, se c’è una notizia, legge il giornale, perché è la notizia del giorno. No! La Parola di Dio è la Parola di Dio! Il giornale lo possiamo leggere dopo. Ma lì si legge la Parola di Dio. È il Signore che ci parla. Sostituire quella Parola con altre cose impoverisce e compromette il dialogo tra Dio e il suo popolo in preghiera. Al contrario, [si richiede] la dignità dell’ambone e l’uso del Lezionario, la disponibilità di buoni lettori e salmisti. Ma bisogna cercare dei buoni lettori!, quelli che sappiano leggere, non quelli che leggono [storpiando le parole] e non si capisce nulla. E’ così. Buoni lettori. Si devono preparare e fare la prova prima della Messa per leggere bene. E questo crea un clima di silenzio ricettivo[1].
Sappiamo che la parola del Signore è un aiuto indispensabile per non smarrirci, come ben riconosce il Salmista che, rivolto al Signore, confessa: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105). Come potremmo affrontare il nostro pellegrinaggio terreno, con le sue fatiche e le sue prove, senza essere regolarmente nutriti e illuminati dalla Parola di Dio che risuona nella liturgia?
Certo non basta udire con gli orecchi, senza accogliere nel cuore il seme della divina Parola, permettendole di portare frutto. Ricordiamoci della parabola del seminatore e dei diversi risultati a seconda dei diversi tipi di terreno (cfr Mc 4,14-20). L’azione dello Spirito, che rende efficace la risposta, ha bisogno di cuori che si lascino lavorare e coltivare, in modo che quanto ascoltato a Messa passi nella vita quotidiana, secondo l’ammonimento dell’apostolo Giacomo: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). La Parola di Dio fa un cammino dentro di noi. La ascoltiamo con le orecchie e passa al cuore; non rimane nelle orecchie, deve andare al cuore; e dal cuore passa alle mani, alle opere buone. Questo è il percorso che fa la Parola di Dio: dalle orecchie al cuore e alle mani. Impariamo queste cose. Grazie!

 

Publié dans : CATECHESI DEL MERCOLEDÌ, PAPA FRANCESCO | le 31 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »
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