Marco 6, 1-6

VANGELO DI MARCO UN PROFETA NON È DISPREZZATO CHE NELLA SUA PATRIA

Publié dans : immagini sacre | le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Alvise Bellinato

È particolarmente suggestivo il tema che viene affrontato dalle letture di questa Domenica. Apparentemente sembra una contraddizione: Dio, il potente, è capace di manifestarsi nell’uomo anche attraverso la sua debolezza.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato come il profeta Ezechiele viene mandato agli israeliti per proclamare la parola di Dio. Dio, però, fin dall’inizio, gli preannuncia che la sua parola non verrà accolta. Gli israeliti riserveranno al profeta lo stesso trattamento che hanno riservato al Signore: la non accoglienza della parola. Alla base di questa situazione di non accoglienza della parola di Dio c’è un atteggiamento di ribellione e di “sclerocardia” (indurimento del cuore). Il popolo è composto infatti da “figli testardi e dal cuore indurito”. Contro la testardaggine e l’irrigidimento nemmeno Dio può far nulla.
Verrebbe da domandarsi che senso abbia l’esercizio della funzione profetica, quando già si sa che la parola non verrà accolta. Ha un significato annunziare la volontà di Dio quando si sa già, in anticipo, che essa non verrà accettata? Non è questo un vano esercizio, una perdita di tempo? Il libro del profeta Ezechiele ci dice che anche nel rifiuto della verità, che è logica conseguenza del bene più prezioso che Dio ha donato all’uomo – la libertà – si manifesta un importante elemento della funzione profetica: essere testimoni di Dio.
Il profeta non annuncia la parola di Dio per “vincere” o per “avere ragione”. Il profeta è chiamato a svolgere la sua funzione nella libertà interiore, senza cercare il consenso e l’approvazione, senza puntare alla popolarità e all’accoglienza. La sua funzione è portare un messaggio che non è suo: è di Dio. Ci penserà Dio a realizzarlo. Dio rispetta la libertà dell’uomo, sa che l’uomo può rifiutare di accogliere il suo messaggio, ma lo comunica – attraverso i profeti – ugualmente, con la speranza che un giorno, dopo aver sperimentato le conseguenze della durezza di cuore e della ribellione, gli uomini, ripensando alle sue parole, possano ravvedersi.
Si rileva qui una funzione importante della profezia: il popolo conoscerà che un profeta è in mezzo a loro non tanto perché il profeta sarà potente, rispettato, accolto, ma – al contrario – perché sarà sconfitto e “perdente”. Ciò che conta, agli occhi di Dio, è lo svolgimento della propria vocazione. Dio è capace di conferire al profeta la sua identità, e di far sì che essa venga riconosciuta dal popolo, anche attraverso l’esperienza della debolezza e dell’umano fallimento.
Questa parola ci ricorda come sia importante, per i cristiani, essere testimoni della parola di Dio anche in contesti in cui difficilmente la testimonianza sarà accolta. L’esito della testimonianza non dipende da noi. Siamo servi inutili: quando abbiamo fatto ciò che ci è stato domandato, lasciamo che sia Dio a dare compimento e forza al suo progetto.
Una tematica simile è affrontata nella seconda lettura. Paolo si lamenta per una “spina nella carne” che lo tormenta e dalla quale vorrebbe essere liberato. Non sappiamo esattamente di cosa si tratti: certamente era qualcosa che lo disturbava e gli rendeva difficile la missione profetica. Per ben tre volte – ci dice – ha pregato il Signore che lo liberasse da questa spina. Ma egli si è sentito rispondere dal Signore qualcosa di veramente sorprendente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.
Vengono in mente quelle pagine della Bibbia in cui Dio parla in questo modo: “Non vorrei che tu pensassi che grazie alla tua bravura hai vinto la battaglia (oppure: hai ottenuto il successo, ecc.)”. Per evitare che Israele monti in superbia e attribuisca a se stesso il merito di certe imprese, spesso Dio chiede qualcosa di strano: chiede di diminuire il numero di soldati in battaglia, di fare cose incomprensibili (umanamente prive di logica), affinché appaia chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Anche l’apostolo fa questa esperienza “per non montare in superbia a causa della grandezza delle rivelazioni”. Affinché Paolo non possa pensare che le conversioni suscitate dalla sua predicazione siano frutto della sua eloquenza o della sua capacità comunicativa, Dio gli pone una spina nella carne. In questo modo si realizza ciò che Dio vuole: appare chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Esiste un legame sottile tra l’esperienza di Ezechiele che, attraverso la sconfitta umana, viene riconosciuto come profeta del Signore, e Paolo, che attraverso l’esperienza del limite, diventa strumento della potenza di Dio. Entrambi sono solo mezzi e, in quanto tali, possono anche fare l’esperienza dell’inadeguatezza e della sconfitta. Paradossalmente, proprio grazie a questa inadeguatezza, saranno riconosciuti come strumenti di un messaggio che non è loro, ma di Dio.
Anche per noi cristiani vale questa regola: la testimonianza che dobbiamo portare al mondo non è nostra. Siamo solo portatori della Parola di un Altro. Dobbiamo farlo con coerenza e carità, facendo del nostro meglio perché questa Parola venga accolta, ma dobbiamo sempre lasciare l’esito a Dio, affinché la sua volontà sia fatta. Così agendo, potremo forse giungere anche noi a riconoscere: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, che equivale a dire: quando sono solo uno strumento, Dio può passare in me.
Infine, il Vangelo recupera ancora l’argomento trattato dalle altre due letture. Gesù stesso, il figlio di Dio, fa l’esperienza di Ezechiele e Paolo. Nel suo caso il limite non è costituito da una aperta ribellione del popolo o da un problema o una limitatezza della sua persona, ma dal fatto di trovarsi nella sua patria, tra la sua gente. La gente lo conosce e commenta: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?”.
È molto forte l’annotazione presente nel Vangelo odierno: “E si scandalizzavano di lui”. La parola “scandalo” deriva dal greco e significa “inciampo”. L’inciampo – umanamente parlando – per Ezechiele era stato il trovarsi in mezzo a una genia di ribelli, a gente dal cuore indurito. L’inciampo, per Paolo, era stato il constatare la propria limitatezza umana. L’inciampo, per Gesù, è il trovarsi in mezzo a persone che non riescono ad immaginare che proprio lui, il concittadino carpentiere, possa essere il figlio di Dio.
Questo atteggiamento del popolo genera l’incredulità, la scarsa disponibilità ad accogliere il dono presente nella persona Gesù. Contro questa incredulità nemmeno Gesù può intervenire: “E non potè operare nessun prodigio”. L’incredulità dell’uomo ha il potere straordinario di annullare l’onnipotenza di Dio. Come Ezechiele si era arreso davanti alla ribellione di Israele, come Paolo si arrende al proprio limite, così Gesù si ferma davanti all’incredulità.
La libertà, che si manifesti in opposizione, limite o mancanza di fede, è una caratteristica dell’uomo, creato a immagine di Dio. A volte non è proprio usata bene e non vale la pena chiamarla libertà, ma è sempre la capacità delle persone di fare le proprie scelte, anche in opposizione al piano di Dio.
Nell’atteggiamento di Gesù, rifiutato dal suo popolo, possiamo vedere quello di tanti cristiani, che sperimentano la difficoltà a testimoniare la loro identità, proprio all’interno della famiglia o nell’ambiente dove sono ben conosciuti. Anche Gesù ha conosciuto questo limite.
In conclusione, la liturgia odierna ci invita a compiere un atto di umiltà profondo. “Siamo servi inutili, abbiamo fatto solamente ciò che ci è stato chiesto”. Quando ci siamo sforzati di vivere in conformità al Vangelo, lasciamo l’esito nelle mani di Dio.

 

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 6 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Orologio medievale

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Publié dans : immagini | le 5 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/meditazioni-bibliche/1254-siamo-gia-risorti-con-cristo

SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

(Chiesa Valdese)

Essendo stati sepolti con lui nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. E con lui Dio ha vivificato voi, che eravate morti nei peccati e nell’incirconcisione della carne, perdonandovi tutti i peccati. Egli ha annientato il documento fatto di ordinamenti, che era contro di noi e che ci era nemico, e l’ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo quindi spogliato le potestà e i principati, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro in lui. (Colossesi 2,12-15)

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che abbiamo letto va messo in relazione agli altri testi dell’apostolo Paolo, per notare uno sviluppo teologico nel suo pensiero.
Che il cristiano sia unito alla morte e sepoltura di Cristo nel battesimo, è un dato che viene sottolineto anche nelle altre lettere di Paolo. Per esempio in Rm 6, 4-5: «[4]Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. [5]Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.»
Nella lettera ai Romani la morte e sepoltura con Cristo è un fatto risalente al passato, cioè al momento in cui avvenne il battesimo, mentre la risurrezione rimane un fatto atteso nel futuro.
La lettera ai Colossesi, invece, e per la prima volta nel NT, parla della risurrezione come uno stato già ottenuto nel battesimo. Perciò si pone la domanda, perché in Colossesi abbia mutato la prospettiva della risurrezione. In Rm 6,1-14; e 1Cor 15, la risurrezione del credente implica la glorificazione del corpo. In Colossesi, invece, si dissocia la gloria futura dalla risurrezione con Cristo. Si tratta di cambiamento di linguaggio, ma non propriamente della teologia, perché il battezzato è unito alla risurrezione di Cristo “mediante la fede nella potenza di Dio” (Col 2,12); e dove si parla di fede significa tensione verso il compimento della salvezza nel futuro. Qui in Colosssesi 2,12 senza mezzi termini Paolo afferma: in lui siete anche stati insieme risuscitati.
Questo è un punto che merita attenzione per la nostra meditazione di oggi.
Vorrei avere la preparazione di un teologo per scorrere con agilità le pagine bibliche che servono per approfondire questo tema. Sopportate la mia modesta frequentazione delle scritture. Cominciamo col ricordarci che nella bibbia la morte è presentata come esito del peccato, da qualche parte è scritto che il frutto del peccato è la morte. Ma non solo la morte, anche la sofferenza e l’handcap vengono visti come frutto del peccato. I farisei chiedono a Gesù chi ha peccato a proposito del nato cieco. Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9:1-41. Gesù non accetta questa visione, ma questa convinzione resta a lungo. Una domanda che rimane senza risposta: se la morte è il frutto del peccato e se Dio perdona i nostri peccati, perché si muore ancora? E i primi cristiani erano convinti di non dover morire e di aspettare il regno di Dio senza provare l’esperienza della morte.
Sapevano che Gesù era senza peccato, che era vissuto sempre unito allo spirito del Padre, ma allora perché la sua morte? Avevano risolto questo enorme problema con l’idea che Gesù si fosse caricato del peccato di tutto il genere umano e che avesse dovuto provare l’ignominia della croce proprio per espiare il nostro peccato, quasi che avessimo fatto a lui una procura speciale.
E secondo questa procura Gesù ci sostituisce nella morte e restituisce a noi il frutto della sua fedeltà, cioè la sua resurrezione diventa anche la nostra resurrezione. Ci è richiesta fede nella potenza di Dio, credere che Dio compie verso di noi lo stesso miracolo d’amore, liberandoci dal peso e dall’ansia della nostra morte, facendoci partecipi della resurrezione di Gesù.
E con lui Dio ha vivificato voi, cioè Dio ha ridato vita e fiato umano anche a noi, in Gesù Dio vede anche noi che siamo la sua chiesa e riceviamo la vita della risurrezione nel nuovo regno di Dio. Molto spesso il messaggio cristiano viene presentato come smania di salvezza contro il rischio della perdizione. Cari fratelli e care sorelle, personalmente cerco un rapporto con Dio che travalichi questa prospettiva, mi sembra quasi poco dignitoso presentarmi davanti a lui col piagnisteo per ottenere la salvezza eterna. L’evento straordinario a cui siamo chiamati a partecipare è la vita stessa di Dio, come Gesù ha vissuto unito al Padre così anche noi dobbiamo vivere uniti al Padre. Sarei tentato di dire che Dio non ha riguardi personali nemmeno nei confronti di Gesù suo figlio. Anche noi siamo suoi figli, da lui perdonati e già risuscitati a vita nuova. Questo è un messaggio più facile da capire, spero. Quante persone hanno sprecato la propria vita, cercando consolazione nel gioco, nell’alcool, nella droga, nei tradimenti, negli imbrogli! Spesso sento dire: se potessi tornare indietro! Ecco la nostra occasione, possiamo tornare indietro, cioè possiamo rinascere, possiamo cominciare da capo: le cose vecchie sono passate. Siamo chiamati a vivere una vita nuova, siamo chiamati a vivere come ha vissuto Gesù, una cosa sola con Dio. I grandi mistici della storia cristiana hanno scoperto la gioia di essere uniti a Dio, fino al punto da identificarsi col Signore: non sono più io che vivo ma è Dio che vive in me. Paolo arriva a dire: siate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Mi sembra una bella prospettiva da cui guardare il significato dell’essere cristiani oggi. Ve l’immaginate una società di credenti che vivono fino in fondo la propria fede, uniti a Cristo Gesù, uniti a Dio? E se cominciamo da noi? E’ un dato di fatto che come cristiani restiamo invisibili, perché ci comportiamo come tutti gli altri, mancano gesti concreti di rottura rispetto alla nostra società, che richiede un comportamento ligio al rispetto umano, agli usi, alle tradizioni familiari.
Cari fratelli e care sorelle, sarebbe bello annotarsi la data della pasqua 2018 come l’inizio di un nostro impegno concreto a vivere in maniera diversa i giorni della nostra esistenza. Forse non avevamo fatto attenzione al fatto che in Cristo Dio ha risuscitato anche noi, se crediamo alla sua potenza di trarre vita dalla morte, di rendere vivi e viventi quelli che sembrano condannati alla morte.
Dio ha cancellato e resi vani tutti i decreti comportamentali, impossibili da osservare e quindi motivo di discredito e condanna per chi confida nella loro osservanza.
Dio ci ha reso creature nuove, libere da ogni catena, cerca solo il nostro cuore, non come muscolo, ma come simbolo del nostro amore e della nostra unione con lui.
Un teologo a me familiare mi ha spiegato che se viviamo uniti a Dio già da ora, non conosceremo il trauma della morte, in quanto continueremo a essere con Dio per tutta l’eternità. La morte umana sarà solo l’abbandono della buccia che avvolge il frutto della migliore creazione voluta da Dio per noi. Cari fratelli e care sorelle, riflettiamo sulla nostra vita, sul nostro cammino, sulla possibilità di ricominciare ancora una volta, se avvertiamo di avere deviato dalla fede che abbiamo ricevuto e secondo la quale noi siamo morti con Gesù e con lui siamo stati risuscitati per vivere in eterno la vita stessa di Dio. Amen.

Franco D’Amico – culto dell’8 aprile 2018

 

Publié dans : CHIESA VALDESE, MEDITAZIONI/ RIFLESSIONI | le 5 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

San Tommaso Apostolo

imm paolo

Publié dans : immagini sacre | le 3 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

L’APOSTOLO TOMMASO – 3 LUGLIO

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L’APOSTOLO TOMMASO – 3 LUGLIO

Metropolita Gennadios Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta
2010

1. Introduzione.
La Resurrezione del nostro Salvatore Gesù Cristo rappresenta il vertice delle feste della Chiesa Ortodossa. In realtà senza questa festa delle feste e senza questa solennità delle solennità non è possibile l’esistenza di nessuna altra festa e la nostra stessa fede sarebbe vana e, conseguentemente, falsa la Chiesa, inesistente il suo fondatore, il Salvatore dell’Umanità.
L’Apostolo Tommaso è legato con la Resurrezione “del Signore e Dio nostro”, secondo la sua stessa espressione.
L’apparizione di Cristo ai propri apostoli avviene in due momenti.
La prima avviene senza l’Apostolo Tommaso e la seconda alla presenza dello stesso. Cristo, essendo Dio, vuole dissipare il dubbio e la confusione, per questo motivo nel corso della sua seconda apparizione ai propri discepoli alla presenza dell’Apostolo Tommaso, rafforza la loro fede, li rinsalda e li benedice con la potenza della propria pace. La presenza divina, sua divina condiscendenza, atto di amore e pace, come anche di speranza dona coraggio all’Apostolo Tommaso ed agli altri suoi apostoli.
2. L’Apostolo Tommaso, come anche gli altri discepoli, rimane un eletto del Signore.
Chiede e cerca di vedere e godere di quanto hanno già visto e gioito gli altri apostoli. Non vuole rimanere privo della gioia e dell’esultanza. Incarna la ricerca positiva e rende possibile l’impossibile, perché il proprio cuore sia soddisfatto dalla luce e dalla Grazia della Resurrezione di Cristo.
Il suo desiderio umano e la sua santa brama si realizzano con il suo incontro miracoloso con il suo“Signore e Dio” e dimostra agli altri discepoli di non essere inferione ad essi, è benedetto da parte di Dio, e, infatti, risulta spiritualmente felice e fisicamente eletto, presente alla missione apostolica ed all’opera del Signore:“andate ed istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”
Dobbiamo innanzitutto sottolineare che la resistenza dell’Apostolo Tommaso rappresenta un moto interiore, un indice di fede e di amore, di dedizione e speranza, realtà che lo guidano ad una concreta e realistica confessione della divinità nei confronti del proprio Maestro:“mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 24-29)
Rimane membro eletto dei Dodici Apostoli, poiché muta dal dubbio e dalla debolezza, ed è liberato dall’atteggiamento di negazione e di non riconoscimento, dai problemi e dalla paura. Con la Resurrezione e con la sua fede nel Signore Risorto, grazie a lui si apre per le genti una nuova via e diviene fervido araldo della Resurrezione, che ha donato all’uomo la vita, la gioia e l’eternità.
3. L’Apostolo Tommaso e le genti.
L’Apostolo Tommaso, come anche gli altri apostoli, nel giorno della Santa Pentecoste, ricevette la Grazia del Santissimo Spirito come anche il comandamento “andate ed istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”
Visitò i Parti, i Persiani, i Medi e gli Indiani. Si deve sottolineare che gli Indiani in quell’epoca erano considerati popolazioni barbariche.
Come uomo considerò, piuttosto pentito, tutta la strada, le fatiche, prima dell’incontro con Cristo Risorto e possiamo dire che aveva rimorsi di coscienza nei confronti dell’uomo, in genere, poiché, se egli, pur essendo discepolo di Cristo, non aveva accolto sin dall’inizio la Resurrezione, come avrebbe potuto farlo un indiano? Come sarebbe stato possibile che fosse incredulo nei confronti della Resurrezione uno dei Dodici ed incredulo nei confronti della Resurrezione, in realtà cosa che avvenne a Caifa o anche ai Giudei, poiché non credevano in Gesù Cristo.
Da un punto di vista umano era assalito da questi pensieri, ma era anche rafforzato dal miracolo della Resurrezione, di cui aveva ricevuto la luce e la grazia.
E’ un dato inconfutabile che San Tommaso era il più attendibile testimone della Resurrezione, ma anche con la sua esitazione rafforzò la fede degli altri apostoli, tutti insieme come un sol corpo, unita dal più grande miracolo e mistero del Cristianesimo, si recarono per raggiungere i luoghi della missione, della catechesi e della evangelizzazione dei popoli.
4. La predicazione apostolica di Tommaso.
L’Apostolo Tommaso in India, luogo che aveva avuto per annunciare la Resurrezione del Signore, era abitata da popolazioni considerate barbare, fra cui era ben radicata la mancanza di vera fede e di vera pietà.
Con le armi dell’amore e con la pazienza battezzò ricchi e poveri, grandi e piccoli, potenti e governanti. Non utilizzò una predicazione rigida, dura ed i castighi, ma fu sempre disponibile, semplice, umile e vicino ai bisogni dell’uomo, trovandosi anche a predicare i miracoli del proprio Maestro, il suo amore per gli uomini e l’infinita misericordia di Dio.
5. I miracoli dell’Apostolo Tommaso.
Nel nome del proprio Signore e Dio, l’Apostolo Tommaso compì diversi miracoli in diverse città indiane e si diffuse così la fede nella salvezza delle anime e, soprattutto, per la prima volta furono fondate comunità cristiane ed ordinati diaconi, presbiteri e vescovi.
I miracoli del Santo Apostolo Tommaso commuovono e donano la salute agli infermi, molti dei quali sono battezzati e diventano membri della Chiesa.
Si diffuse pure la fama della sua santità, anche al di fuori dei confini locali. Compì le imprese più grandi per la sua comprensione e custodia.
Dalla città, dove viveva l’Apostolo Tommaso, alcuni fecero visita al re. Nel corso dell’incontro il re li interrogò per essere informato della grandezza e bellezza del palazzo reale. Tommaso, che aveva ricevuto dell’oro per costruire un nuovo palazzo e che, invece, lo aveva distribuito tra i poveri ed i bisognosi, non si era preoccupato della costruzione del palazzo. Costoro gli risposero: “Re, non attendere un nuovo palazzo, poiché costui ha distribuito l’oro ai poveri e per di più annuncia un Dio sconosciuto e compie miracoli”.
Il re si adirò ed ordinò di portargli davanti San Tommaso. Dopo che gli fu portato, gli chiese se avesse costruito il nuovo palazzo e l’apostolo Tommaso gli rispose: “ho costruito l’unico stupendo tipo di palazzo che ho imparato a costruire dall’architetto che è Cristo”. Il re rispose: “andiamo ora a vederlo” e l’Apostolo Tommaso replicò: “ Ritengo che non serva ora. Quando partirai da questo mondo, allora ti servirà”. Il re, adirato, ritenendo di essere burlato, ordinò di rinchiudere l’imbroglione in una fossa buia.
Mentre San Tommaso era in prigione con il mercante Amvani, il fratello del re, colpito dal un profondissimo dolore per il danno subito, si ammalò gravemente. Chiamò il fratello e gli disse: “Sono profondamente addolorato per il danno subito a causa di quell’imbroglione e per questo motivo mi sono ammalato e parto da questa vita”. Poco dopo morì. Un Angelo del Signore prese la sua anima e lo portò tra le tende dei giusti e gli chiese. “ dove vuoi abitare?” la sua anima, vedendo una tende bellissima, pregò l’Angelo di lasciarlo in quel posto e questi gli rispose: “In questa non puoi, perché è di tuo fratello, è quella costruita da Tommaso”. L’anima rispose: “Ti prego, lasciami tornare da mio fratello per comprarla e poi tornerò qui”. L’Angelo restituì l’anima al corpo morto e questi riprese vita, incontro il fratello e gli disse: “Fratello mio, credo che tu sia disposto a dare metà del tuo regno per vedermi vivo. Ti chiedo, quindi, una piccola grazia. Certamente, l’hai detto e farò quanto posso: “Dammi il palazzo il palazzo che hai nei cieli e prendi pure tutte le ricchezze che desideri. Io ho un palazzo nei cieli? Da dove?. “Si ce l’hai, anche se tu non lo conosci. Lo ha costruito lo straniero che è in prigione. E’ bellissimo. L’ho visto, melo ha mostrato l’Angelo. Il re capì, ma si guardò dal mantenere la promessa, dicendo: “Fratello mio, se si trattasse di qualcosa appartenente al mio regno, potrei mantenere la mia promessa. Ora si tratta di qualcosa che è in cielo. Prendi tu stesso Tommaso, affinché te ne prepari uno di migliore.” Dopo tutto ciò liberò Tommaso ed il mercante Amvani, chiedendo perdono per il proprio errore. Tommaso ringraziò il Signore e battezzò tutte le autorità.
Il popolo venne a sapere ciò e molte altre cose e si accostò alla nuova fede, con riverenza e rispetto.
6. Il martirio dell’Apostolo Tommaso.
Il re di Misdia, visitò la prigione, incontrò Tommaso e gli chiese: “Sei servo di qualcuno o sei libero?”. Egli rispose: “Sono servo di Gesù Cristo, che è il vero Dio e dimora nei cieli. Egli mi ha inviato qui a salvare anime.” Gli rispose il re di Misdia: “Mi sono stancato di ascoltare le tue predizioni e le false correzioni e, pertanto, ti condanno alla morte, per cui sei giunto. Così sarà liberato il mio popolo ed io stesso dalle tue magie, dai tuoi inganni e dalle tue malvagità.
E’ doveroso sottolineare a questo punto che il re temeva il popolo che venerava, onorava ed ammirava l’Apostolo Tommaso, poiché molti credevano alla sua predicazione, erano stati aiutati spiritualmente ed erano divenuti membri della Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica.
Per sfuggire alle proteste, alla confusione ed alla rivolta, lo condusse, con pochi soldati, fuori della città, e glielo consegnò perché lo uccidessero su di un monte.
Nonostante ciò, il popolo accorse per strappare l’Apostolo dalle mani dei soldati, mentre egli pregava incessantemente, dicendo: “Signore, Dio mio, che sei la mia speranza e la liberazione di tutti i fedeli, guidami oggi mentre vengo vicino a te e che la mia anima non sia ostacolata dai demoni malvagi. Ho completato la mia opera ed ho adempiuto il tuo comandamento, dal momento che sono stato venduto come schiavo. Concedimi ora la libertà.”
Dopo aver pregato, benedisse i fedeli e disse ai soldati: “E’ giunta per voi l’ora di adempiere all’ordine del re.”
Immediatamente i soldati lo colpirono e lo trafissero con i dardi e terminò il viaggio sulla terra nella città del Malabar (Maliapour), chiamata San Tommaso, nella parte occidentale della Penisola Indiana.
7. La reliquia miracolosa di San Tommaso ed i suoi discepoli.
La città di Malapour divenne centro di spiritualità e luogo di preghiera, che riuniva centinaia di migliaia di fedeli a pregare a chiedere aiuto e grazia al Santo.
Innumerevoli sono i suoi miracoli in questa regione ed innumerevoli sono i cristiani che, con lacrime, si recano alla sua tomba a ringraziarlo ed a stargli vicini a piangere la sua dura morte per mano di barbari infedeli.
I suoi fedeli discepoli, dopo averlo pianto lo avvolsero in lenzuola e stoffe preziose, portate dalla figlia del re, Terzia, che era divnuta cristiana insieme ad altri membri della famiglia ed a dignitari di corte e lo seppellì in un luogo dove erano sepolti i re.
La regina, il suo figlio il Diacono Ouzani, il presbitero Onesiforo, che avevano ricevuto l’ordinazione
Sacra da San Tommaso, quando quest’ultimo si recò al martirio, Terzia, Marzia e Terziane, moglie del nobile Charasio rimasero per tutto il giorno e la notte a cantare una commovente veglia, pregando ed implorando il Santo di essere loro aiuto e protettore.
Di notte apparve l’apostolo Tommaso, dicendo ai fedeli che vegliavano: “Perché state sulla mia tomba? Non sono nella tomba, sono salito al cielo. Terzia e Migdonia, non dimenticate ciò che vi ho detto, custodite la pietà religiosa e Cristo vi aiuterà.”
I discepoli dell’Apostolo Tommaso, il Diacono Ouzani ed il Presbitero Onesiforo annunciarono con franchezza il Vangelo ed ogni giorno una folla innumerevole credeva e diveniva membro devoto della Chiesa di Cristo.
Trascorse molto tempo dal martirio e dalla sepoltura del santo corpo dell’apostolo Tommaso, quando il figlio del re di Misdia, era preda dei demoni e, non avendo trovato un rimedio, il re visitò la tomba dell’Apostolo per prendere un pezzo di reliquia e venerarla per aiutare, curare e salvare il figlio.
In seguito fu aperta la tomba, ma non trovò il corpo, perché di nascosto i suoi discepoli lo avevano preso e trasferito ad Edessa in Siria e, quindi, a Costantinopoli. Da lì, dopo la caduta di Costantinopoli, giunse a Roma ed infine nella vostra città, ad Ortona.
L’Apostolo Tommaso apparve al re di Misdia e gli disse: “Quando ero nella vita sulla terra non mi credevi, mentre ora mi credi. Tuttavia, per provare l’amore del mio Signore nei confronti degli uomini, prendi della terra dalla mia tomba ed applicala a tuo figlio, perché guarisca, poiché non conservo rancore.
Il re insieme al figlio malato giunse alla tomba del Santo, afferrò della terra con profonda fede ed autentica pietà religiosa, la applicò sul proprio figlio indemoniato, dicendo: “Credo nel Signore Gesù Cristo, vero Dio”. Da quel momento il figlio del re Ouzani guarì e furono tutti battezzati insieme alla corte ed alla maggior parte degli abitanti della città, che festeggiavano l’avvenimento e glorificavano Dio Onnipotente e Misericordioso.
Degne di memoria anche le lacrime e le parole del re di Misdia, che pregò la propria moglie e regina Migdonia di chiedere a Cristo il perdono dei precedenti peccati e mali commessi nei confronti dell’Apostolo.
8. Epilogo
Il discepolo di Cristo Tommaso, uno dei Dodici Apostoli, a prezzo di fatiche e difficoltà portò la luce della verità a quanti erano schiavi del peccato e possiamo affermare che il dubbio, che precedette la perfetta fede nella Resurrezione di Cristo, lo rafforzò più di tutti, e non solo lui fu rafforzato, ma anche gli Apostoli ed il luogo in cui annunciò il Vangelo della Salvezza, poiché conobbero e ricevettero Cristo, liberatore dell’umanità dal suo discepolo, che, liberato dal dubbio, dall’incredulità e mancanza di fede, giunse alla perfezione della fede ed al sacrificio.
La sua presenza con le suddette caratteristiche nei paesi, dove annunciò Gesù Cristo crocifisso e risorto dai morti” è forte è decisiva, convince ed illumina, prepara il terreno all’annuncio ed alla catechesi, ma, soprattutto, stupisce ed è accolta questa franchezza e forza dell’Apostolo Tommaso, che annunciò Cristo, compì miracoli, salvò anime, affrontò una terribile prova ed, infine, la morte che lo unì al “Signore e Dio”.
E’ una gloria spirituale ed un motivo di onore per la vostra Diocesi ospitare come preziosissimo tesoro le sacre reliquie dell’Apostolo Tommaso, la cui grazia si diffonde su tutti i vostri luoghi, benedicendo la Città di Ortona, proteggendo e custodendo il suo popolo.
Era premuroso, era un servo fedele. Amò il suo “Signore e Dio” e, quando il Sinedrio decise di condannarlo a morte, disse agli altri discepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui. E’ meglio essere crocifissi col Signore, anziché vivere senza di lui”
Ecco il grande e magnifico esempio spirituale del Martirologio Cristiano, la santa e miracolosa figura, che non ha niente a che fare col dubbio e l’incredulità, ma con la perfetta fede, il sacrificio divino, che salva e dona la salvezza e l’eternità.

 

Publié dans : SANTI APOSTOLI | le 3 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Dio creatore

imm fr

Publié dans : immagini sacre | le 2 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »
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