Paolo e Barnaba a Lystra

Berchem,_Nicolaes_Pietersz._-_Paul_and_Barnabas_at_Lystra_-_1650 english e paolo - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 15 mai, 2017 |Pas de Commentaires »

IV SETTIMANA DI PASQUA – VENERDI – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.reginamundi.info/liturgia-delle-ore/ufficioDelleLetture.asp?codice=8176&gg=6&cal=2060

IV SETTIMANA DI PASQUA – VENERDI – UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni, apostolo 17, 1-18
Babilonia la grande è condannata
Io, Giovanni, vidi, e uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra».
E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna. La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà. Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione. Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia. Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli».
Poi l’angelo mi disse: «Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra».

Responsorio Breve Ap 17, 14; 6, 2
R. I potenti della terra combatteranno contro l’agnello, ma l’Agnello li vincerà. * è il Signore dei signori e il Re dei re, alleluia.
V. Gli fu data una corona, e uscì vittorioso per vincere ancora:
R. è il Signore dei signori e il Re dei re, alleluia.

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
Capp. 36, 1-2; 37-38; Funk, 1, 145-149)

Molti sono i sentieri, una la via
Carissimi, la via, in cui trovare la salvezza, è Gesù Cristo, sacerdote del nostro sacrificio, difensore e sostegno della nostra debolezza.
Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per lui noi contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per lui il Signore ha voluto che gustassimo la scienza immortale. Egli, che è l’irradiazione della gloria di Dio, è tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4).
Prestiamo servizio, dunque, o fratelli, con ogni alacrità sotto i suoi comandi, santi e perfetti.
Guardiamo i soldati che militano sotto i nostri capi, con quanta disciplina, docilità e sottomissione eseguiscono gli ordini ricevuti. Non tutti sono capi supremi, o comandanti di mille, di cento, o di cinquanta soldati e così via. Ciascuno però nel suo rango compie quanto è ordinato dal re e dai capi superiori. I grandi non possono stare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Gli uni si trovano frammisti agli altri, di qui l’utilità reciproca.
Ci serva di esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non è niente, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto l’organismo. Anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine che è la salvezza di tutto il corpo.
Tutto ciò che noi siamo nella totalità del nostro corpo, rimaniamo in Gesù Cristo. Ciascuno sia sottomesso al suo prossimo, secondo il dono di grazia a lui concesso.
Il forte si prenda cura del debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha concesso che vi sia chi viene in aiuto alla sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole, ma con le opere buone. L’umile non dia testimonianza a se stesso, ma lasci che altri testimonino per lui. Chi è casto di corpo non se ne vanti, ma riconosca il merito a colui che gli concede il dono della continenza. Consideriamo dunque, o fratelli, di quale materia siamo fatti, chi siamo e con quale natura siamo entrati nel mondo. Colui che ci ha creati e plasmati fu lui a introdurci nel suo mondo, facendoci uscire da una notte funerea. Fu lui a dotarci di grandi beni ancor prima che nascessimo.
Pertanto, avendo ricevuto ogni cosa da lui, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Responsorio Breve Col 1, 18; 2, 12b.-9-10. 12a
R. Cristo è il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risorgono dai morti.* Con lui siete stati risuscitati per la fede nella potenza di Dio, alleluia.
V. In Cristo abita la pienezza di Dio, corporalmente, e voi avete parte alla sua pienezza, e con lui siete stati sepolti insieme nel battesimo.
R. Con lui siete stati risuscitati per la fede nella potenza di Dio, alleluia.

Publié dans : LITURGIA, LITURGIA DELLE ORE | le 15 mai, 2017 |Pas de Commentaires »

IL volto di Cristo

en e paolo - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 12 mai, 2017 |Pas de Commentaires »

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=39893

Vado a prepararvi un posto

don Luciano Cantini

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

Non sia turbato il vostro cuore
Per tentare di capire la straordinarietà della affermazione di Gesù occorre entrare nell’esperienza dei suoi discepoli la cui vita era diventata un viaggio continuo dietro al Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo (Lc 9,58). Pietro aveva affermato «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mc 10,28). Anche dopo la morte qualcuno dovrà imprestare a Gesù un sepolcro… il senso della provvisorietà era totale.
Gesù aveva appena affermato Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire (Gv 13,33).
Un cuore turbato non riesce a vivere il momento presente e tanto meno avere una speranza nel futuro, difronte al turbamento dei suoi, Gesù li rincuora, chiede loro di trovare in se stessi il modo di difendersi dalla paura: Abbiate fede in Dio. Non si tratta di non avere paura ma di avere la certezza che Dio continua ad operare nella storia degli uomini nonostante ci appaia il contrario: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? – afferma san Paolo – Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35)
Nella casa del Padre mio
Siamo tentati di immaginare un luogo paradisiaco, lontano dalle difficoltà della storia, dalle brutture dell’umanità, immerso tra mille bellezze, forse neppure troppo lontano da noi, semplicemente nell’aldilà. Ci sarebbe da domandarci se ci troviamo davanti ad un mito o una illusione consolatoria, un futuribile che nulla ha a che fare con la quotidianità. Davvero immaginiamo un Dio che ci aspetta sulla soglia della sua casa mentre noi ci arrabattiamo tra mille difficoltà, soli e abbandonati?
Ma la casa di Dio è la Chiesa del Dio vivente (1Tim 3,15), chiunque ha fede in Dio si trova nella sua «casa», quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo (1 Pt 2,5).
Gesù promette molte dimore: ognuno di noi sente il bisogno di una casa sicura dove poter crescere in armonia, circondati di affetto… il dramma della casa non è quello dei muri ma della vita, non è il camper distrutto dal fuoco, né l’edificio crollato dal terremoto, neppure uno sfratto piuttosto la mancanza di vita, la precarietà degli affetti, l’insufficienza di relazioni, la carenza di dignità. La dimora è il luogo del riposo, dell’indugiare, luogo di relazioni e di affetti dove ognuno può essere se stesso; la dimora esprime il divenire della crescita e della storia, la ricchezza delle generazioni. Nella casa di Dio, là dove Dio sta operando ci sono molte dimore, così che ciascuno possa trovare il suo posto nella storia della salvezza. Per questo ci è chiesto di avere fede, di incamminarci nella stessa direzione del Signore.
Vado a prepararvi un posto
Si ha l’impressione, a volte, di trascinare la vita nella ricerca del nostro posto, non solo un posto di lavoro, nella società, tra gli amici; sogniamo un posto speciale nel cuore di qualcuno o proviamo ad arrampicarci per occupare qualche primo posto (cfr. Lc 14, 7-11): fatica sprecata, speranze malriposte.
Gesù ci precede, si fa carico dell’iniziativa per facilitarci il compito, compie quei passi necessari perché calcando le sue orme scopriamo che quella dimora promessa è già sotto i nostri piedi, è nella esperienza di comunione, è stile di vita, è sintonia dello spirito.
Comprendiamo bene la perplessità di Tommaso «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» ma la risposta di Gesù «Io sono la via, la verità e la vita» diventa chiara a mano a mano che rispecchiamo la nostra vita nella sua, che facciamo nostra ogni sua parola e la traduciamo in esperienza di vita.

 

GIONA

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/giona.htm

GIONA

di d. Divo Barsotti

Quello che Dio chiede è davvero molto: è un’impresa rispondere. Si capisce come questo pover’uomo di Giona cerchi di fuggire; tutti facciamo così. E Giona scappò. Mosè aveva cercato di contrattare con Dio, e Dio lo vinse; con Giona Dio vincerà nonostante la sua fuga. Mosè cercò delle ragioni per scansare la vocazione divina, per rinunciare alla missione che Dio gli voleva affidare. Non so parlare…, e poi ancora, a corto di argomenti: Mandaci chi vorrai… (Cf. Es. 4,10-13). Giona non risponde nemmeno, anzi risponde immediatamente fuggendo. Il libro ispirato non riporta alcuna risposta in parole del profeta; l’unica risposta è la fuga.
Bisogna salvarsi; bisogna fuggire quanto prima, non aspettare… non aspettare che il Signore ci parli! Appena accenna una parola, bisogna fuggire dalla sua faccia! Ma dove fuggire? Dove?… Dio è terribile se tu soltanto lo ascolti! La cosa migliore è fuggire subito, perché da lui non ti salvi! Il demonio qualche cosa ti lascia; tutti ti lasciano qualcosa; per questo è più facile rispondere a tutti che rispondere a Dio. Dio non ti lascia nulla, ti brucia.
E Giona lo sapeva! ‘Devo andare a Ninive, io, a parlare di queste cose… Proprio io, ci devo andare! Diglielo tu se ti piace…. Vuoi proprio usare di questa povera creatura umana che sono io per fare delle cose così gravi, annunciare delle verità così pesanti e dolorose?’ Pareva dire Giona al Signore. Veramente, il Signore scomoda troppo! Sarebbe così facile a lui non metterci tanto a repentaglio, non esigere troppo da noi! Perché vuole proprio attraverso di noi, far delle cose che noi non faremmo mai, anche se potessimo e tanto meno le vogliamo fare nella previsione di quel che ci aspetta?…
Va’! – Dice Dio – e la risposta di Giona è una sola: Giona si mette subito in cammino: sembra dunque che la risposta sia pronta come quella di Abramo. Diceva Dio ad Abramo: esci dalla tua famiglia. Anche lui, Giona, va; ma, aggiunge subito il testo sacro, va per fuggire a Tarsis, lontano da Jahweh. Pover’uomo! Se il Signore lo mandava a Ninive, già questo diceva non soltanto il dominio di Dio su tutta la terra, ma diceva anche che Dio si interessava, con una provvidenza specialissima, di ogni popolo; Dio era vicino a ciascun popolo, Dio è colui che dimora ovunque. Egli tutto riempie di sé.
Lo sapeva Giona? Lo sapeva e non lo sapeva. A proposito di questo, dicono i commentatori che l’espressione lontano da Jahweh non vuol dire che l’autore ispirato ritenga che Dio dimori soltanto nella terra d’Israele. Certo, l’autore ispirato non intende questo; eppure, io non escludo che l’espressione voglia significare precisamente che il profeta volesse andare lontano da Jahweh. L’autore comincia già a burlarsi un po’ d’Israele e dei suoi profeti! Giona credeva di scappare da Dio. Ma come si può scappare? Dice il salmo 139: Dove fuggirò lontano da te? Se salgo in alto tu sei là; se discendo negli abissi, là ti trovo, se prendo le penne dell’aquila e fuggo al di là dei mari, io non fuggo ancora da te; e se entro nella notte, la notte si fa come giorno. E’ impossibile fuggire dalla presenza di Dio, ovunque egli è.
Ma quello che dice precisamente la rivelazione, non era quello che credeva questo povero ebreo: credeva, in fondo, di potersi difendere di fronte alle esigenze divine. L’insistere stesso dell’espressione al termine della frase indica già la volontà dell’autore ispirato di burlarsi di Israele. Tutto il libro di Giona sembra voglia canzonare i profeti che si lamentano di Dio, Israele che non sa accettare il piano divino. E’ una cosa meravigliosa in tutta la Bibbia, questo piccolo libro, tanto diverso dagli altri, e così grande!
Lontano da Jahweh. Povero Giona! Vuol andare lontano da Jahweh, ma come fa?… L’uomo tenta sempre la fuga, e non è questa la vita di ciascuno di noi quando Dio chiama? Fintanto che Dio non chiama, si frequenta la Chiesa, si sta vicini al Signore, magari si desidera anche di fare una vita pia; ma quando il Signore ci prende sul serio e ci parla, allora davvero nasce la paura; cresce la paura quando egli si avvicina, perché Dio è fuoco e ci sentiamo bruciare. Non si avvicina impunemente il Signore ad un’anima! Siamo almeno scottati, se non siamo bruciati, e noi cerchiamo di difenderci, quasi che possa esservi difesa di fronte a un Dio cui nulla resiste. Tu fuggi: dove? Tu fuggi: come? Pensa Giona: “Se egli mi chiama a Ninive, Ninive è a Oriente, io andrò a occidente, metterò fra Ninive e me tutto il mare e tutto il deserto”. Tra Ninive e te puoi mettere il mare e il deserto, ma tra te e Dio che cosa metterai? Questo è l’importante. Tra te e quello che il Signore ti comanda puoi mettere il mare, il deserto, ma tra te e Dio che cosa puoi mettere? Dio viene con te, è in te, per glorificarti o per condannarti. Comunque, in ogni modo ti brucia. Di fatto, Giona mette fra sé e Ninive il mare, il deserto, ma non può mettere nulla fra sé e Dio. Dio lo trova ovunque egli vada. E Dio lo colpisce, lo raggiunge più di quanto non l’avrebbe raggiunto se egli avesse obbedito…
Chissà — dice il re — che Dio non si penta… Si ripete la scena descritta dal libro di Geremia, cui certamente si ispira poi il libro di Giona. Là viene letto il libro degli oracoli di Geremia al re di Giuda, Joaquim, e Joaquim non ascolta, anzi brucia il rotolo nel quale sono scritti gli oracoli; qui il re di Ninive invece ascolta e fa penitenza. Così Dio ora si pente della distruzione che aveva detto di fare, e salva la città.
Aveva detto Geremia: Chissà che quelli della casa di Giuda, sentendo tutto il male che io penso di far loro, si ravvedano ritraendosi ciascuno dalla sua via perversa ed io abbia a perdonare la loro iniquità e il loro peccato (Ger. 36,3). In Geremia il testo esprime la speranza di Dio, nel libro di Giona la speranza dell’uomo. Dio rimane libero di fronte a noi; noi non possiamo legarlo. Chissà, dice il re. L’uomo si sente sospeso, non può poggiare su nulla, nemmeno sul suo pentimento, ma sulla sola libertà d’amore di Dio. L’uomo non può avere mai sicurezza in se stesso; la sua sicurezza non può riposare che nella libertà di un amore infinito. Ma come facciamo ad avere una sicurezza nella sua libertà?
Chissà che Dio non si penta. E’ questo chissà che salva la vita religiosa, perché se non ci fosse questo “dubbio”, tutto tornerebbe in un piano di pura giustizia. L’uomo deve rimettersi a un Dio che rimane mistero: ma rimane mistero d’amore. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore, scrive Giovanni (1Gv.3,20).
Questo chissà apre il cuore a una speranza; non lo angustia, non lo chiude nel terrore, lo dilata invece in una speranza viva. Dio è libero, ma è libero perché è l’amore; non libero in quanto ti condanna, ma libero perché, nonostante tutto, ti ama, perché ti amerà sempre e il suo amore troverà le vie per salvarti anche contro di te. Non certo nel senso che egli ti salverà anche rimanendo tu peccatore, ma egli troverà il modo perché tu non lo sia più, perché la tua volontà si pieghi ad accettare il suo perdono, anzi ad invocarlo.
Per il cristiano che sa che la libertà di Dio è soltanto una libertà di amore, l’incertezza è vinta, l’incertezza dell’uomo si cangia in un abbandono perfetto. Il tuo abbandono non lo lega, anzi scioglie il suo amore.
Quando Dio vide le loro azioni, si erano infatti convertiti dalla loro cattiva condotta, si sentì impietosito… Il pentimento precede il perdono di Dio? E’ perché Dio ha pietà di te, che tu ti penti. In fondo, sono un gioco divino tutta la storia, tutta la nostra vita. Il Signore gioca: all’ultimo non rimane che l’amore di Dio. Lotta con te tutta la notte per poi vincerti al mattino, mentre poteva vincerti fin dall’inizio. Dio è come un fanciullo; lo vide così l’Eckhart in una visione: vide un bimbo nudo entrare nella sua stanza a porte chiuse. “Chi sei, da dove vieni?” Dio è un bambino, come l’ha visto un giorno Claudel a Parigi in Notre-Dame. Dio non ha neppure un giorno, egli è la giovinezza eterna. Proprio perché è un bambino si diverte a giocare. Che delusione per gli uomini seri della vita religiosa… Egli sempre disfa i loro piani e li delude. Il Signore chiede anche a noi questa fanciullezza, perché la vita non è, in fondo, che un gioco d’amore. Ti chiede il pentimento, ma è lui che te lo dà; prima ancora che tu ti pentissi, Dio ha avuto compassione di te. Quando Giona è andato a Ninive credeva di andare a portare la condanna e, invece, Dio lo mandava a portare la salvezza. Dietro il profeta irato veniva Dio, per una festa di amore.
Così Dio ci parla d’amore in un linguaggio d’ira e di condanna; sotto il segno del rimprovero ci parla d’amore… Si sentì impietosito, Dio, riguardo al male che aveva minacciato di fare loro, e non lo fece. L’aveva detto e invece non lo fa; l’aveva detto sul serio?… Dio sotto l’apparenza della condanna cela un dono di amore, tanto che tu stesso che pure speravi in questo amore, ne rimani sconcertato. Credo che i niniviti, dopo, forse non credettero all’amore di Dio. Davvero questo amore era incomprensibile, strano. Come Dio li lascia in pace? Il castigo era giusto ed è così poco quello che loro ha chiesto! Dio ama così.

 

Cristo è risorto

en paolo - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 8 mai, 2017 |Pas de Commentaires »

LA SALVEZZA DEI NON CRISTIANI

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/2-Salvezza_non_cristiani.html

LA SALVEZZA DEI NON CRISTIANI

Sovente si dibattono ancora questi due problemi:
1) I non cristiani si possono salvare?
2) Le religioni non cristiane conducono alla rovina,
o possono condurre addirittura alla salvezza finale

Qui sembra conveniente presentare solo il pensiero del recente magistero ecclesiastico. Per questo, occorre distinguere diverse tappe.
Fino a Pio XI, morto nel 1939, si trovano concezioni piuttosto negative sulla possibilità di salvezza dei non cristiani, e soprattutto sul valore delle loro religioni. Si parla di loro come di “poveri pagani”, senza distinguere tra i fedeli delle loro diverse fedi, e neppure tra loro e gli atei: essi sono tutti considerati nel rischio della dannazione e le missioni cattoliche sono tese a strapparli dalla potenza del demonio.
Questa concezione, nonostante gli sviluppi dei Papi seguenti, si nota ancor oggi in alcuni fedeli, e persino in alcuni anziani sacerdoti.

La salvezza implicita
Con Pio XII, troviamo un linguaggio più sereno. Il Pastore Angelico non parla ancora del valore delle diverse religioni: ma scrive che la Chiesa «Non ha mai neppure disprezzato la filosofia dei pagani e non l’ha mai neppure respinta, ma ha inteso purificarla da ogni errore ed impurità, e perfezionarla e coronarla con la sapienza cristiana».
Come si vede, non si parla propriamente di religioni, ma si parla con positività di filosofia, arte, cultura.
Ancor più rasserenante il discorso riguardante la salvezza dei singoli. Nella Mystici Corporis, Pio XII non esclude dal Cielo chi si rivolge a Cristo con un certo desiderio o voto inconsci, e approva una lettera del Sant’Ufficio, in cui si chiarisce che tale «voto» o desiderio, per essere salvifico, non sempre dev’essere esplicito: esso può anche soltanto essere implicito, attraverso la buona volontà di conformarsi alla Volontà di Dio.
Papa Giovanni XXIII non compie passi ulteriori, ma abbandona i termini di «pagani» e «infedeli». Egli si rivolge semplicemente ai «popoli che non sono ancora illuminati dalla luce del Vangelo».

Il dialogo
È Paolo VI che deve dirsi il Papa delle religioni non cristiane, perché istituisce il Segretariato per i non cristiani, e incontra i loro rappresentanti. Prima ancora dei documenti conciliari del Vaticano II, egli scrive nell’enciclica Ecclesiam Suam, che il cristianesimo non può rinunciare al diritto di essere l’unica religione vera, ma non rifiuta attenzione e riconoscimento «ai valori spirituali e morali delle diverse religioni non cristiane».
Dopo l’enciclica citata, approva e stabilisce i decreti del Concilio Vaticano II, dove si legge tra l’altro: «La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni»; «considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine, le quali… non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti i popoli». E per quanto riguarda le singole persone non cristiane od atee, si legge: «Quelli che senza loro colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio e con l’aiuto della Sua grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la Divina Provvidenza nega gli aiuti necessari a coloro che senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta».
La base del discorso conciliare è l’affermazione scritturistica dell’universale volontà salvifica di Dio, per cui la grazia soprannaturale viene offerta a tutti gli uomini.
Infine, il Papa attuale, Giovanni Paolo II, consolida e dilata le prospettive aperte dai suoi predecessori e dal Concilio Vaticano II, pur ribadendo sempre la necessità della religione cristiana (perché voluta da Dio stesso, fatto uomo in Gesù), per chi se ne rende conto.
In base a tutto ciò, come va considerata oggi la necessità dell’azione missionaria della Chiesa?
Il cristiano dev’essere sempre missionario, ma non perché crede che, senza questo impegno, i non cristiani manchino della possibilità di salvarsi; ma perché sa che il sale e la luce del Salvatore, rendono il mondo più umano e questo è di grande importanza per il Regno di Dio. Il missionario, quindi, non deve certo attentare ai veri valori
delle religioni non cristiane, ma deve accoglierli, purificarli e completarli con il lievito evangelico.
Del resto, Gesù ha detto: «Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento»: non è questo anche lo scopo dell’azione missionaria di ogni cristiano?

Antonio Rudoni SDB

Publié dans : non cristiani (i) | le 8 mai, 2017 |Pas de Commentaires »
12345...1263

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01