Matteo 23, 1-12

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/11/2017)

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Libertà della fede

don Luciano Cantini

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/11/2017)

Gli scribi e i farisei
Il termine farisei è una parola proveniente dall’ebraico parûsh che significa «separati», i farisei si consideravano separati rispetto agli altri Israeliti, ritenuti meno osservanti della Torà (la Legge) di Mosè.
Il movimento farisaico era formato da laici impegnati nell’osservanza meticolosa della Legge mosaica, fin nelle minuzie, desideravano costituire un gruppo di fedelissimi testimoni di Jaweh; ritenevano che il loro comportamento avrebbe accelerato la venuta del Messia. Giuseppe Flavio, storico ebraico del primo secolo dice di loro: «essi godono fama d’interpretare esattamente le leggi, costituiscono la setta più importante, e attribuiscono ogni cosa al destino e a Dio». Per questo godevano della stima della gente semplice che nella pratica quotidiana, presa dalla fatica e dal lavoro, si trovava impedita rispetto a quanto la Legge sembrava imporre. Avevano una grande influenza sul Tempio e i suoi riti, legati come erano alle tradizioni erano anche innovatori perché stimolati a indagare nella Scrittura ed escogitare nuove norme nella logica conseguenza di quanto già stabilito.
Gli scribi facevano parte della classe dirigente, scriba deriva dall’ebraico «sopèr» (dal verbo «sapàr – contare»), lo scriba è l’uomo del libro, il custode della Legge, colui che legge, scrive e conta, interpretava e dava responsi sul senso della legge e sulle questioni giuridiche.
Il brano del Vangelo è fortemente polemico ma non è una condanna degli Ebrei del tempo di Gesù, né dell’Ebraismo odierno che conosciamo solo per qualche manifestazione esteriore. Dovremmo leggere l’espressione di Gesù come una sparata, nello stile dei profeti, contro tutti i falsi credenti, a qualsiasi comunità religiosa appartengano. Compreso i Cristiani che, per star dietro alle tradizioni precedenti al cristianesimo o per contrastare altre tradizioni, sono scivolati in alcuni devozionismi, che non hanno senso in una visione spirituale del primo e del secondo Testamento.
Per essere ammirati
Il capitolo 23 del Vangelo secondo Matteo snocciola una serie di «guai a voi» agli Scribi e ai Farisei definendoli «ipocriti», il brano di oggi mette le premesse facendo emergere le motivazioni di fondo di certe scelte di tipo religioso. Non perché non apparteniamo al mondo ebraico e neppure a quel movimento siamo esenti da certe deviazioni; dovremmo domandarci – soprattutto in ambito ecclesiale – quanto certe strutture, edifici, abiti, tradizioni, riti, manifestazioni… sono davvero per la gloria di Dio o per la soddisfazione degli uomini. Dovremmo domandarci con sincerità quale posto Dio occupa nella nostra vita religiosa, se viviamo più di religione che di Fede.
Una vita eticamente ineccepibile e le celebrazioni rituali tipiche di una vita “religiosa” cadono facilmente nel formalismo senza la Fede, mentre la Fede si confonde con forme di spiritualismo intimistico se vissute senza manifestazioni di tipo religioso. La religiosità è una esigenza umana in cerca di una relazione con Dio (con il rischio di fermarsi davanti ad una immagine artificiale di Dio), mentre la fede nasce da Dio: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10; Rm 5,8); nella fede si riconosce l’amore di Dio per l’uomo per poi rispondere conseguentemente nella vita.
La religione, così come è vissuta dai farisei, è basato troppo sullo sforzo dell’uomo per permettere l’accesso alla conoscenza di Dio; la pratica religiosa stringente è di ostacolo all’incontro della libertà dell’individuo con l’obbedienza che si deve a Dio che chiama.
Non fatevi chiamare
Gesù non condanna i titoli in sé (anche se certe forme di spagnolismo o di etichetta ecclesiastica finiscono per creare differenze e distanze), ma il vuoto e la perversione che c’è dietro di essi. La preoccupazione del titolo, della immagine porta alla vanità; quando si usa un abito per proteggersi, nascondersi piuttosto che rivelarsi, quando ci preoccupiamo di più di come si appare all’esterno piuttosto che curare l’interiorità, in tutti i campi dell’agire umano e tanto più nella Chiesa, svuotiamo di senso le relazioni umane e viviamo una religione senza Dio. Il mondo di oggi abbonda di maestri e insegnanti che vogliono dire la loro – basta ascoltare i commenti alle partite di calcio -, ognuno ha una idea originale da esprimere, un concetto innovativo, ma è povero di testimoni, uomini e donne coerenti che parlano con la loro vita. Paolo VI lo ha capito affermando: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (2 ottobre 1974).

Publié dans : STUDI DI VARIO TIPO | le 3 novembre, 2017 |Pas de Commentaires »

Tutti i Santi

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Publié dans : immagini sacre | le 31 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/omelia-nella-solennit%C3%A0-di-tutti-i-santi–%C2%ABla-santit%C3%A0,-vocazione-fondamentale-dell-uomo%C2%BB/25796601/

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

«La santità, vocazione fondamentale dell’uomo»

La celebrazione eucaristica della solennità di tutti i Santi si apre con l’esortazione « Rallegriamoci tutti nel Signore ». La liturgia invita a condividere il gaudio celeste dei Santi e ad assaporarne la gioia. I Santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina.
La festa di Tutti i Santi è una delle più care al popolo cristiano. Essa si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Dal secolo IX si iniziò a celebrarla anche a Roma, dove questa solennità era chiamata Pasqua di Ognissanti. Occorreva, infatti, far festa a Cristo vittorioso e risorto nella storia dei suoi Santi.
La festa dei santi è la festa del nostro destino, la festa della nostra chiamata. È una bella festa in cui celebriamo la fedeltà di Dio nei confronti degli uomini e quella degli uomini verso Dio; da questo felice connubio nasce e sgorga la santità. Festeggiare tutti i Santi significa guardare a coloro che già posseggono l’eredità della gloria dell’Eterno. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione.
La Chiesa ci invita a levare in alto lo sguardo fino a raggiungere il punto in cui si intravede la Gerusalemme celeste, dove “l’assemblea dei nostri fratelli glorifica in eterno” il Signore (cf. Prefazio della Solennità). Tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
La Solennità di Tutti i Santi apre uno spiraglio sulla città del cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto; la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici (Ap 7,9-14).
All’inizio della Preghiera Eucaristica contempleremo la gloria dei Santi proclamando che essi ci sono stati dati “come amici e modelli di vita”. Spronati dal loro esempio, “verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa”.
Sono i Santi che la Chiesa oggi ricorda, senza necessità di farne i nomi. I santi sono uomini e donne che hanno cercato e amato intensamente Dio; persone, delle quali, forse, non conosciamo nulla, ma che nel lungo corso dei secoli hanno accolto la parola di Cristo che disse: « Vi ho dato l’esempio, perché, come ho fatto io facciate anche voi. » (Gv 13,15). E ne hanno fatto il loro programma di vita, con una esistenza profondamente radicata in Lui, il Figlio di Dio, il Redentore, che amarono con tutte le loro forze, rendendolo presente tra gli uomini.
Il discorso della montagna (Mt 5-7) è una delle pagine più rivelative la verità cristiana e anche tra le più coinvolgenti di tutto il Nuovo Testamento in quanto traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Il vangelo delle Beatitudini costituisce la prima parte del “discorso della montagna”. Il monte è il luogo della rivelazione sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù sia per la sua parola. Il monte ha, inoltre, un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza.
Le Beatitudini sono certamente la sintesi più significativa di tutto il « lieto annuncio » di Gesù e la dichiarazione più espressiva della novità cristiana e ricordano con forza qual è la logica di Dio. Le Beatitudini sono il cuore del vangelo del Regno. Le Beatitudine sono il codice della santità, la vera carta di identità della santità cristiana. Le beatitudini non possono essere lette solo come un testo poetico o dai forti contenuti morali, o ancora come un brano sapienziale: esse sono buona notizia, Vangelo, in quanto atteggiamenti vissuti radicalmente da Gesù e, come tali, devono diventare lo stile di vita del cristiano. Siamo dunque chiamati ad accoglierle quale interrogativo e pungolo che mette in questione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e, più precisamente, la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo. Sì, perché le beatitudini riguardano il rapporto tra fede e felicità!
Per nove volte Gesù proclama beati quanti vivono alcune precise situazioni in grado di facilitare il loro cammino verso la piena comunione con Dio. Egli rivela che la beatitudine non viene da condizioni esterne, non viene dal benessere, dal piacere, dal successo, dalla ricchezza; essa nasce invece da precisi comportamenti destinatari di una promessa di felicità da parte di Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e manifestati nella vita quotidiana. La novità che Gesù immette nelle Beatitudini è Lui stesso: è Lui che partecipa della debolezza umana, compatisce la fragilità e la salva amandola. Egli è il povero, il mite, l’operatore di pace, il perseguitato per la giustizia. Le Beatitudini sono un programma di vita sicuramente difficile eppure hanno un grande fascino. Esse indicano la strada della libertà mediante il distacco dai beni, mediante l’esercizio della misericordia e della mitezza, mediante la solidarietà all’uomo, mediante l’amore e la convivenza nella pace. Il « beati! » che Gesù ripete nove volte sono, quelli che vivono fin d’ora la felicità, sono i miti, i pacifici, i puri, quelli che vivono con intensità e dono la propria vita, come i santi.
Le Beatitudini mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa.
Parlando della santità, è necessario precisare un fatto: la canonizzazione di un testimone della fede non aggiunge nulla alla sua vita; nulla che non fosse già parte della sua vicenda terrena. La Chiesa, infatti, non costituisce i Santi; la Chiesa li riconosce conformi alla santità di Cristo incarnata e manifestata nei giorni della loro vita mortale. Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione.
Cari Amici.
Che cosa vuol dire essere santi?
Chi è chiamato ad essere santo?
Come possiamo divenire santi, amici di Dio?
Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà.
Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana.
La Chiesa oggi ci ricorda che la santità è la vocazione fondamentale dell’uomo chiamato ad essa a motivo della santità stessa di Dio, che in ognuno ha impresso la sua immagine, e, nella pienezza dei tempi, ad ogni uomo ha inviato il Figlio, Gesù di Nazareth, il Cristo come redentore, maestro e modello. La Liturgia odierna ci invita a volgere il nostro sguardo verso Dio, il tre volte « Santo », per contemplare la bellezza della Sua Santità e il riflesso della stessa Santità in noi. Dio è il « Santo »; ma Egli, nel Suo ineffabile Mistero d’Amore non ha esitato a donarci la Sua Santità perché il creato sia sempre più ricco della Sua presenza e perché anche qui sulla terra si potesse conoscere la gloria a cui Egli ci chiama.
In ciascuno di noi esiste la nostalgia alla santità poiché a essa siamo chiamati.
Il santo non è uno nato predestinato; uomini e donne come noi, si sono fidati e lasciati fare da Dio. Santo è chi lascia che il Signore riempia la sua vita fino a farla diventare dono per gli altri. I santi sono persone comuni, o persone dotate di un carisma particolare; i santi sono modelli che la Chiesa indica a tutti, cristiani e non, perché tutti, nessuno escluso, siamo chiamati alla santità che è pienezza della comunione con Dio nella visione svelata di Lui. I Santi di cui oggi facciamo memoria, pur senza invocarne il nome, sono quella schiera, veramente infinita, di uomini e donne che hanno risposto generosamente alla chiamata di Cristo sulla via delle beatitudini, quella « via stretta », che conduce alla salvezza, che è pienezza di vita in Dio, felicità indistruttibile e inalterata comunione d’amore.
La festa di Tutti i Santi è la celebrazione di una storia di speranza, di una storia trasformata da coloro che credono e seguono Gesù. È la celebrazione di una storia che culmina nella lode, non nella disperazione, pur passando dalla grande tribolazione. Il programma delle beatitudini non prevede situazioni impossibili, né è destinato a poche persone, ma ha varcato i secoli, trovando in ogni tempo cristiani che hanno realizzato la loro vita a partire da questa carta d’identità della santità cristiana. Una carta che assicura beatitudine e felicità. Tutti siamo chiamati alla santità; o saremo santi o non saremo affatto. Per aiutarci a questo la Chiesa ci propone il vangelo delle beatitudini come guida alla santità. Dio chiama ciascuno a essere santo. Educati alla scuola della Sua Parola, vivificati dal Suo Spirito, inseriti in Lui con il Battesimo e la vita sacramentale ci è dato di vivere dello spirito delle beatitudini, che ci rende già ora cittadini del regno.
Ognuno di noi è chiamato a farsi santo; ognuno è chiamato a lasciare che il Signore prenda possesso della sua vita. Dio, infatti, continua a renderci santi ogni volta che noi ci riconosciamo e viviamo da « figli »; ogni volta che il seme della Parola trova dimora in noi e porta frutto, ogni volta che la grazia dei Sacramenti ravviva in noi il Suo Mistero di salvezza, ogni volta che noi nel fratello sappiamo riconoscere la Sua presenza. Pellegrini nella fede, cercatori del volto di Dio, camminiamo con speranza lungo le strade della vita, coltivando il dono della santità che Dio ci ha offerto e testimoniando con coraggio il Vangelo dell’Amore che santifica e salva il mondo.
Nella festa di tutti i Santi noi intravvediamo il nostro destino finale: la ragione per cui siamo stati creati. Oggi «sappiamo … che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è» (1Gv 3,2). La nostra visione di Dio, la vita in comunione con Lui è la ragione per cui siamo stati chiamati all’esistenza: è l’eredità che ci aspetta. E quando diciamo « visione di Dio » intendiamo lo sguardo amoroso nel volto del Padre. E’ comunione di vita fra Dio e l’uomo nella vita eterna del Paradiso. E’ stato scritto « La visione di Dio è un atto d’amore illuminato dall’intelletto e un atto dell’intelletto infiammato dall’amore ».
Ci affidiamo alla protezione di tutti i Santi e particolarmente dei nostri santi Protettori perché si facciano interpreti delle nostre attese e desideri di santità presso il trono dell’Altissimo. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui.
Affidiamo la santità della nostra vita e del nostro mondo anche alla Regina di tutti i Santi, la Vergine Maria, che «brilla innanzi al popolo di Dio peregrinante come segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando verrà il giorno del Signore», e «con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni del mondo, fino a che non siano condotti alla patria beata» (LG 68, 62).

Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa
la gioia di celebrare in un’unica festa
i meriti e la gloria di tutti i Santi,
concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli,
l’abbondanza della tua misericordia.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 31 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

all seeing eye

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Publié dans : immagini sacre | le 30 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

ANCHE QUESTO GRANELLO DI POLVERE LO FA LUI

https://it.clonline.org/news/cultura/2011/10/17/anche-questo-granello-di-polvere-lo-fa-lui

ANCHE QUESTO GRANELLO DI POLVERE LO FA LUI

L’astrofisico Marco Bersanelli è intervenuto il 15 ottobre all’incontro in Vaticano sui nuovi evangelizzatori: «La scienza nasce dalla meraviglia per l’esserci delle cose». Ecco il testo
Marco Bersanelli17.10.2011

Fin da ragazzino ho avvertito fortemente il fascino per la natura, soprattutto per la vastità e la bellezza del cielo. Ho seguito gli studi di astrofisica e oggi, dopo tanti anni, con molta fortuna e poco merito, mi trovo sulla frontiera della ricerca. Mi occupo di Cosmologia, la scienza che studia la struttura e l’evoluzione dell’universo nel suo insieme. La ricerca che svolgo da oltre 25 anni, e che condivido con molti colleghi e amici sparsi un po’ in tutto il mondo, riguarda la prima luce dell’universo: la luce rilasciata nelle fasi iniziali dell’espansione cosmica, prima della formazione dei pianeti, delle stelle, delle galassie e di ogni altra struttura. Con telescopi spaziali e strumenti molto sofisticati siamo in grado di osservare un debole bagliore proveniente dai confini dello spazio-tempo, che giunge a noi dopo un viaggio di quasi 14 miliardi di anni e ci permette di ricostruire un’immagine dettagliata del cosmo appena nato.
La vastità dell’universo che emerge dall’indagine scientifica contemporanea è sconcertante: miliardi di galassie, ciascuna composta da centinaia di miliardi di stelle, distribuite nello spazio cosmico la cui profondità si misura in miliardi di anni luce (e ogni anno luce è circa diecimila miliardi di chilometri).
Un’estensione abissale, che supera di gran lunga la nostra stessa immaginazione. Ma già gli antichi, ben prima dell’avvento della scienza moderna, scrutando la volta celeste a occhio nudo, si resero conto della sproporzione che sussiste tra la natura umana e l’immensità del firmamento. Le parole del Salmo 8, scritte forse 3000 anni fa, sono ancora oggi insuperabili nel dar voce a questa percezione: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissate, / che cosa è l’uomo perché te ne ricordi / e il figlio dell’uomo perché te ne curi?».
Che cos’è l’uomo, che cosa è ciascuno di noi nella stanza smisurata della creazione? Polvere. L’uomo è « quasi nulla » nell’immensità dell’universo. La scienza moderna, ben lungi dal ridimensionare questa sproporzione, la amplifica a dismisura. Ma il Salmo non finisce qui, e subito mette in luce l’altro versante del paradosso della condizione umana: «Eppure l’hai fatto poco meno di Te, / di gloria e di onore lo hai coronato».
L’uomo è una particella infinitesima nell’universo, eppure ogni essere umano, l’io di ciascuno di noi, è un punto vertiginoso nel quale l’universo diventa cosciente di sé. L’uomo è « coronato di gloria e di onore » in quanto fra tutte le creature è quella in grado di ammirare la creazione, di percepire con meraviglia la presenza delle cose, e di cercarne il significato. È impressionante pensare alla piccolezza dell’uomo, e al tempo stesso alla grandezza della sua natura, commensurabile solo con l’infinito. L’uomo è l’autocoscienza del cosmo.
La scienza, come ogni forma di conoscenza umana, nasce anzitutto dalla meraviglia per l’esserci delle cose, dallo stupore con cui l’uomo percepisce la presenza della realtà come qualcosa che lo precede, come qualcosa di « dato ». In fondo il fascino per il cielo che percepivo a 14 anni è ancora oggi la sorgente principale di energia e di gusto nel mio lavoro. Anzi, guardandomi indietro, mi rendo conto che quella meraviglia oggi è diventata più grande, più consapevole. È questa attrattiva che mette in moto la ragione, che porta a formulare domande, che sostiene la ricerca. Il grande fisico tedesco Max Planck disse che «chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere».
Nella mia esperienza di ricerca, una delle maggiori fonti di stupore sta nel fatto che la scienza stessa sia possibile. Mi sorprende fino alla commozione ogni volta che riusciamo a « capire » qualcosa, e anche se una scoperta (piccola o grande che sia) è stata il risultato di un grande sforzo, magari di tanti anni e di tante persone, mi sembra sempre un regalo, qualcosa di non-dovuto. Vi è qualcosa di inspiegabile nella capacità della nostra ragione (pur con tutti i suoi limiti ed errori) di cogliere il meraviglioso ordine nascosto che regge l’universo. Come diceva Albert Einstein, «la cosa più incomprensibile dell’universo, è il fatto che esso sia comprensibile». Chi siamo noi, granelli di polvere nella vastità del cosmo, per essere dotati della capacità di intendere – con il linguaggio della matematica – la struttura del mondo fisico fino alle sue rive più lontane, distanti dalla nostra esperienza diretta, dalle particelle elementari alle galassie, dalla cosmologia alla fisica quantistica? Il premio Nobel Eugene Wigner ha scritto: «Il fatto miracoloso che il linguaggio della matematica sia appropriato per la formulazione delle leggi della fisica è un regalo meraviglioso che noi non comprendiamo né meritiamo». È una osservazione che sembra fare eco alle parole di Benedetto XVI: «La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo [...] suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. [...] Diventa inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra».
Ricordo che una volta, molti anni fa, mi trovavo in una situazione difficile. Ero appena tornato in Italia dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti e avevo iniziato (insieme ad altri) un progetto molto ambizioso (quello che sarebbe diventato il satellite Planck dell’Esa, che dopo 17 anni di sviluppo abbiamo lanciato nel 2009, e che oggi ci sta inviando dati straordinari sulla luce primordiale dell’universo). Il lavoro di ricerca era intensissimo e mi portava molto spesso all’estero, anche per lunghi periodi. Avevamo un figlio piccolo, nato in America, e appena ritornati in Italia era nata la nostra seconda figlia. Nel frattempo avevo anche iniziato a insegnare in università… Insomma, mi sembrava di non riuscire a rispondere a tutto quello che la vita mi chiedeva. Un giorno ebbi la fortuna di incontrare don Giussani, al quale raccontai questa situazione e gli chiesi un consiglio su come trovare un equilibrio, un giusto compromesso, tra la mia responsabilità in famiglia, l’impegno nel lavoro di ricerca, l’insegnamento… Dopo qualche secondo di silenzio mi guardò, e mi rispose: «No, non è un problema di equilibrio. Quello di cui devi renderti conto è che quando hai a che fare con i tuoi figli e con tua moglie, e quando hai a che fare con il tuo lavoro e le tue ricerche, con i tuoi studenti, con i tuoi amici, hai a che fare con Cristo». Poi prese di tasca un fazzoletto e lo passò sul tavolo e me lo mostrò dicendo: «Vedi questi grani di polvere? Anche questi grani di polvere, ultimamente, vengono da Lui».
Quella frase mi colpì a fondo. Tutto, ultimamente, viene da Lui. Le stelle del cielo, fino alle ultime galassie in fondo all’abisso, l’universo informe e infuocato dei primi istanti. E il nostro piccolo pianeta, le nuvole e le montagne, i fiori. Tutto, ultimamente, viene da Lui. La scienza ci mostra tesori di bellezza altrimenti inaccessibili, ci parla dell’evoluzione e del mutare delle cose, dei nessi nascosti tra i fenomeni, ma non ci dice nulla della radice ultima del loro « esserci », del loro significato, della loro singolarità. Tutto, ultimamente, viene da Lui. Qualunque analisi scientifica è muta di fronte alla singola persona, al dramma del suo dolore, alla sua attesa di felicità. «Per mezzo di Lui tutte le cose sono state create». Non solo le cose visibili, ma anche quelle invisibili: come le leggi di natura, che non si vedono, ma che come un intreccio delicatissimo e mirabile hanno permesso all’universo di evolvere fino ad accogliere la complessità e di sostenere la vita, fino alla vetta misteriosa della coscienza, dell’io umano. O come lo spazio e il tempo, che non si vedono, ma che accolgono nel loro alveo l’esistenza di tutte le altre creature: ogni singolo istante di tempo è creato, questo istante è creato. Tutto è creato, ora.
È commovente pensare che il mistero infinito che trae dal nulla l’universo in ogni istante si è preso cura di ciascuno di noi («Che cos’è l’uomo perché te ne curi?»), fino a diventare compagnia umana alla nostra vita. «Per noi Dio non è un’ipotesi distante», ha detto Benedetto XVI, «non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio, nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi».

Publié dans : MEDITAZIONI | le 30 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »

Matteo 22, 34-40

Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso .

Publié dans : immagini sacre | le 27 octobre, 2017 |Pas de Commentaires »
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