XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

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Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

padre Antonio Rungi

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (15/07/2018)

La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.
Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.
Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».
Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.
Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.
Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.
Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.
Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.
Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.
Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.
Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.
Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.
Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.
Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.
Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.
Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.
Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.
Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.
Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.
I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.
Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.
Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.
Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.
La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.
Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.
Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.
Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.
Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.
Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, sempre preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.
Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio con semplicità di cuore: “O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. Amen.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ | le 13 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù in preghiera

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Publié dans : immagini sacre | le 12 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

UNA GIORNATA DI DESERTO

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UNA GIORNATA DI DESERTO

Leggi tutto: Una giornata di deserto

« La cosa che sembra più facile è in realtà la più difficile: conoscere se stessi »
Edgar Morin

1) Apri la tua esperienza di deserto con il silenzio. Nel silenzio cerca di riflettere e interrogarti. Pensa al tuo passato e al tuo oggi, a come agisci e interagisci con gli altri, e cerca di dare il nome a ciò che ti rende felice, contento/a, e a ciò che ti rende infelice e scontento/a, a ciò che ti dà gioia e a ciò che ti fa soffrire.
2) Esercita l’immaginazione e immagina te stesso/a al futuro: come ti vedi felice? Come ti pensi realizzato/a?
3) Approfondisci il silenzio. Nella tua solitudine, cerca di stare almeno mezz’ora (meglio se un’ora) in silenzio anche interiore (silenzio da pensieri, immagini, ricordi, voci): come ti senti dopo? Cosa ti dice il tuo corpo?
4) Esercitati al ringraziamento: cerca di chiudere la tua esperienza di deserto ringraziando. E cerca di individuare i motivi (eventi, persone, paesaggi…) per cui ringraziare. Ricordati della parola di Teresa di Lisieux: « Tutto è grazia ».

Un Sinai interiore
La narrazione della creazione nella Genesi ci rivela che l’atto creatore di Dio è al contempo e indissolubilmente atto di separazione e di parola. Dio separa luce e tenebre, e chiama la luce giorno e le tenebre notte. Se­para le acque sotto il firmamento dalle acque che si trovano sopra il firmamento, e chiama il firmamento «cielo».
La creazione, che dona esistenza alle creature nella loro propria individualità, è separazione nello spazio e successione nel tempo: matrice di ogni solitudine. Ma in quanto atto di parola, pone l’uomo come interlocutore, faccia a faccia. Adamo è separato da Eva per potersi rivolgere a lei con un «Tu» e nel linguaggio della ce­lebrazione: «questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne!» Adamo ed Eva sono separati da Dio per trovarsi con Lui faccia a faccia, come splendidamente esprime una scultura della cattedrale di Chartres. Il filosofo Emmanuel Lévinas afferma la stessa idea: «La verità sorge laddove un essere separato dall’altro non si annulla in lui, ma gli parla».
Questo è il senso che riveste, alla luce della creazione, la nostra solitudine: la si può definire solitudine di vocazione. Attraverso di essa, Dio non cessa di affermare la nostra esi­stenza e di chiamare ciascuno per nome. La nostra solitudine non è più soltanto quel segreto interiore che protegge l’intimità della no­stra coscienza: è la camera nuziale dove Dio abita. La nostra solitu­dine di vocazione è ormai la dimora di Dio al cuore della creatura.
E’ perciò necessario, oggi più che mai, ritornare al proprio cuore, entrare nella camera, chiudere la porta per pregare il Padre che vede nel segreto (cf. Vangelo di Matteo 6, 5-6). La solitudine dell’uomo interiore non è quella del de­serto dell’assenza, ma quella del deserto dell’esodo: è il luogo di in­contro, l’Arca dell’Alleanza, il nostro Sinai interiore.
Occorre che il nostro cuore sia solitario per rico­noscere, in se stesso, la Presenza del Tutto Altro, il divenire luogo di comunione. Nello spazio allargato della sua tenda, diviene capace di accogliere nella verità esseri e cose, il mondo e la storia, che non sono più soltanto oggetti del nostro sapere e del nostro potere, ma ridivengono ciò che non hanno mai cessato di essere, i testimoni della prima e indimenticabile alleanza di Dio con l’uomo, l’alleanza della Creazione.
Marguerite Léna, La solitudine dell’uomo.

Isolamento e solitudine
L’uomo di oggi fa molta fatica a trovare la strada della solitu­dine, la strada che lo conduce a se stesso, al mondo e a Dio.
Cos’è, dunque, la solitudine? Se essa si definisce in base alla relazione che ho con l’altro in cui m’imbatto o con l’altro che giace nella parte più intima di me stesso, la solitudine è il con­trario dell’isolamento, che invece nega tale relazione.
L’isolamento si distingue dalla solitudine in quanto nega la possibilità dell’apertura all’altro, vissuta sempre come un’altera­zione. Più in profondità, esso è negazione del desiderio che por­tiamo in noi, il desiderio dell’altro. L’isolamento e il mutismo vanno di pari passo, perché la relazione con l’altro trova l’e­spressione propria nella parola, e la negazione della prima com­porta la scomparsa della seconda. Si potrebbe dire che l’isola­mento stia alla solitudine come il mutismo sta al silenzio. Tacere implica che si abbia qualcosa da dire; essere soli suppone anche la possibilità di non esserlo, di essere aperti al mondo. La pre­senza dell’essere amato è sentita, nella solitudine, come un’as­senza. Nell’isolamento la separazione è vissuta come un’inquie­tante interruzione del contatto. Per provare a se stesso che esi­ste, l’isolato ha bisogno della presenza materiale dell’altro, per quanto insopportabile. La scomparsa o il cambiamento dell’altro lo fa precipitare in una dolorosa incertezza, quella che compare quando è venuto meno ogni punto di riferimento.
Denis Vasse “Uno sguardo umano: dall’isolamento alla solitudine”,
i
Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità sen­za spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell’attivismo e nell’agitazione quotidiana. Un’autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, ricon­quistato equilibrio tra contempla­zione e impegno, deserto e storia, l’assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c’è il « roveto ar­dente » dove l’uomo incontra Dio per accettare la vocazione di libe­ratore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria voca­zione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il de­serto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno ri­voluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall’uomo. Se l’As­soluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero per­ché non c’è l’uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al « cuore di Dio », che è il « cuore » di tutte le creature e di tutti gli avveni­menti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in iscacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall’onnipotenza dell’amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il « giorno del Signore », passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avven­turiero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere « fermento nella massa » e per solle­vare e far lievitare tutta la pasta non deve « massificarsi ». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell’esistenza di tutti – è il momento della incarnazione della Parola – significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i ser­vilismi, le rassegnazioni.
Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

La fede potrebbe essere presentata così: una vita che rischia l’ « a so¬lo » con Dio. Fino a che manca questo incontro unico « faccia a faccia » col mistero di Dio, che si rispecchia nel mistero del nostro essere e fare l’uomo, non si entra nella fede. Si rimane nella sfera religiosa, dentro la quale giocano le immaginazioni e le suggestioni superstiziose. Dio, l’invisibile vivente e presente, non tocca né oc¬cupa l’esistenza concreta. Questo vivere faccia a faccia dinanzi al volto del mistero, che incessantemente si svela e si nasconde, costi¬tuisce l’esperienza radicale di ogni fede. Diviene insieme preghiera, contemplazione, conversione: vuol dire porsi alla sorgente del proprio essere, dove « c’è la fonte di un’acqua zampillante a vita eterna » (Giovanni 4, 14). A questa profondità spirituale la luce della Verità ci rivela il nostro nome unico, il nostro unico volto, la nostra unica immagine che ri¬flette e manifesta il volto del Padre. Così nasce e cresce « l’uomo nuovo, non nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo » (Giovanni 1, 13). Solo quando si incontra Dio « a tu per tu » si entra in quella novità radicale che costruisce il « noi », perché si creano e si stabiliscono con tutti gli altri uomini rapporti e in¬contri in uno stile che va oltre la logica del sangue e degli istinti, degli interessi, degli egoismi, delle convenienze. La solitudine interiore matura e delinea la struttura e la fisiono¬mia personale di ogni spiritualità, perciò è la condizione indispensa¬bile per uscire dall’anonimato e non proliferare « gruppi anonimi », anche se orpellati di cultura teologica, di estetismo liturgico, di raf¬finatezze spiritualistiche. Perché è una solitudine carica di vita che « morde » la vita. Mette in questione le « clausure » dell’individua¬lismo, egocentrico e indifferente: provoca le soddisfazioni dell’io e le fughe dall’io, aiutando così a scoprire e a rispettare quel bisogno di solitudine che è l’unica difesa dall’isolamento e dalla superficialità quotidiana. Sorgono allora e possono durare le vere amicizie, senza complicità e senza ipocrisie, perché, nella luce di Dio, si denudano la radice di ogni esistenza e gli sbocchi di ogni esperienza e insieme si percorrono le strade della propria liberazione umana.

Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

Publié dans : MEDITAZIONI | le 12 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

San Benedetto da Norcia

imm ciottoli e paolo - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 10 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

IL PRIORE DI DUMENZA PARLA DI BENEDETTO DA NORCIA: UN UOMO, UN MONACO, UN SANTO

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IL PRIORE DI DUMENZA PARLA DI BENEDETTO DA NORCIA: UN UOMO, UN MONACO, UN SANTO

2^ parte
12 luglio 2015 Cultura
di Fabio Cittadini

L’11 luglio si è ricordato un grande uomo che il beato papa Paolo VI ha voluto come patrono dell’Europa: san Benedetto. Completiamo il rittratto di questo santo ponendo ad uno dei suoi ‘figli’, fra’ Luca Antonio Fallica, priore del monastero benedettino di Dumenza, in provincia di Varese, delle domande su un santo che ancora oggi, a distanza di molti secoli, affascina molte persone. La Regola è il miglior testamento di San Benedetto. Quali sono gli elementi che la rendono ancora oggi così attuale?
“Una Regola nasce ovviamente in un contesto storico preciso, segnato oltre tutto da elementi culturali, sociali, religiosi, ma anche economici e politici, contingenti e circoscritti, che inevitabilmente il procedere della storia oltrepasserà e modificherà. Di conseguenza, anche nella regola di Benedetto, che nasce nel VI secolo, ci sono molti elementi che possono essere compresi soltanto se collocati nel contesto in cui sono maturati, e che non possono essere vissuti per così dire ‘alla lettera’, secondo una prospettiva che potremmo definire fondamentalista.
Nonostante questi aspetti, la Regola di Benedetto non ha perso attualità, neppure al giorno di oggi, così come è rimasta viva e attuale nelle epoche precedenti alla nostra, e comunque anch’esse successive e diverse rispetto al tempo originaria in cui nasce. Il motivo credo stia proprio nel fatto che la Regola stessa, al suo interno, offre un criterio di interpretazione che rende impossibile una lettura letterale e fondamentalista. Questo criterio che in latino san Benedetto chiamerebbe ‘discretio’, noi potremmo definirlo ‘principio o criterio di discernimento’.
San Benedetto stesso, in qualche modo, chiede di vivere la sua Regola non attenendosi scrupolosamente alla sua lettera, ma di interpretarla con discernimento, adattandola alle diverse situazioni di comunità differenti. Lui probabilmente pensava a comunità del suo tempo, ma questo principio ha consentito di mantenere viva e attuale la Regola anche per comunità di epoche successive e molto lontane tra loro. È interessante a questo proposito ricordare come san Benedetto, al capitolo primo della Regola, definisca i monaci cenobiti: sono coloro che ‘prestano servizio sotto una regola e un abate’.
Insieme a un principio ‘oggettivo’ – la regola – c’è un principio ‘soggettivo’ – l’abate – che interpreta e modella la regola sulla base delle esigenze e delle caratteristiche della sua comunità. Senza dimenticare che al capitolo terzo Benedetto chiede all’abate di decidere dopo aver sentito il consiglio di tutti i fratelli radunati in Capitolo, anche del più giovane e inesperto. Infine, proprio a conclusione della Regola, nell’ultimo capitolo, il settantatreesimo, definisce la sua una ‘regola minima scritta per principianti’, che deve essere letta e vissuta facendo riferimento agli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, dei Padri della Chiesa e degli altri autori monastici che la precedono. Come dire: Benedetto non assolutizza la sua Regola ma la inserisce nella luce della Parola di Dio e di una tradizione vivente. Ed è questa tradizione, viva e non morta, non nostalgica ma aperta profeticamente al futuro, a renderla ancora attuale”.
San Benedetto è un patrono d’Europa. Cosa questa Europa dovrebbe apprendere dal suo patrono?
“San Benedetto, proprio perché innamorato di Dio, teso a cercare il suo volto, animato dall’unico desiderio di non anteporre nulla all’amore di Cristo, vivendo questo primato di Dio ha potuto scoprire, riconoscere e servire la verità della persona umana. Il suo è un vero umanesimo perché fondato sulla centralità dell’esperienza di Dio.
Ci sono tanti passi della sua Regola che si potrebbero citare e che mostrano come il suo cercare Dio sopra ogni cosa lo porti, in modo molto concreto e sollecito, a porre grande attenzione, a prendersi cura con misericordia e compassione, delle tante differenti situazioni personali che c’erano tra i suoi fratelli: giovani e anziani, sani e malati, forti e deboli, sapienti e analfabeti, romani e barbari…
E’ stato Paolo VI a proclamare san Benedetto patrono d’Europa, e in uno dei suoi discorsi rivolti ai monaci egli parafrasava in modo molto efficace un’espressione con cui san Gregorio Magno descrive nei Dialoghi il ritirarsi in solitudine di Benedetto, in uno dei periodi in cui egli conduce vita eremitica a Subiaco. Gregorio scrive che Benedetto ‘abitò con se stesso’ e questo habitare secum il beato Paolo VI lo traduceva con l’immagine dell’ ‘uomo recuperato a se stesso’.
San Benedetto ci propone in fondo una via concreta perché l’uomo sia recuperato a se stesso, ricordando che la persona umana è veramente se stessa quando riconosce e valorizza la sua insopprimibile apertura al trascendente, che appartiene costitutivamente al suo essere. Vorrei ricordare poi un secondo elemento dell’esperienza di Benedetto oggi molto attuale. Anche la sua vita si colloca in un momento di grande transizione: il mondo romano sta finendo sotto la spinta delle popolazioni barbariche che lo penetrano in modo diverso, e dall’incontro di questi due mondi culturali nascerà una nuova sintesi.
I monaci, che troveranno nella regola di Benedetto il fondamento della loro vita, daranno un contributo non indifferente alla elaborazione di questa nuova sintesi. Probabilmente la loro testimonianza può offrire dei criteri di discernimento ai popoli europei di oggi, che sono chiamati anch’essi, in questa epoca che torna a essere di grande e per alcuni aspetti drammatica transizione, a integrare i flussi migratori e a elaborare una nuova sintesi nell’incontro con altre tradizioni culturali e religiose”.
Lungo il corso dei secoli Benedetto ha affascinato moltissime generazioni di cristiani. Quale è la caratteristica, l’elemento che più di ogni altro ha spinto e spinge uomini e donne a percorrere la stessa avventura del patrono d’Europa?
“Quando, al capitolo 58 della Regola, Benedetto offre criteri di discernimento per saggiare l’autenticità di una vocazione monastica, in fondo propone un unico grande criterio: occorre verificare se il novizio ‘cerca veramente Dio’. Credo che questo sia l’elemento che più di altri continua ad affascinare della sua proposta: egli offre una via concreta per cercare Dio nella verità e nella concretezza della propria vita, illuminata dalla parola di Dio, sostenuta dalla preghiera, accompagnata dalla comunione fraterna.
Forse ci possono essere tanti elementi diversi che inizialmente possono attrarre, ma ultimamente ciò che deve rimanere al fondamento di tutto è questo desiderio di cercare Dio. Non è tanto la vita monastica a dover affascinare e attrarre, ma Dio stesso e il suo mistero. La vita monastica si propone umilmente come una vita tra le altre possibili per cercare e incontrare questo Dio che ci attrae a sé a alla comunione con la bellezza del suo mistero”.

Publié dans : SAN BENEDETTO DA NORCIA | le 10 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

Medieval cosmology

imm paolo medieval cosmology

Publié dans : immagini | le 9 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »

LA BELLEZZA SECONDO LE SACRE SCRITTURE

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LA BELLEZZA SECONDO LE SACRE SCRITTURE

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris

Verbania Pallanza, 18 novembre 2000

È un tema inconsueto quello della bellezza nella Bibbia. In passato l’interesse prevalente era per la verità, soprattutto pratica, e pertanto per la morale.
Ogni realtà creata, secondo la bibbia, è ambivalente, ha potenzialità positive e negative. Questo vale per la bellezza, come per la conoscenza, il potere, il possesso dei beni. L’ambivalenza contiene un appello alla responsabilità, alla decisione, alla scelta delle creature umane.
La bellezza nell’ambito biblico è inserita nell’orizzonte della fede in Dio come fonte e modello di ogni splendore e bellezza.
La bellezza viene integrata, redenta, o forse riscattata dalla sua ambivalenza grazie all’impegno etico e alla dimensione spirituale. Lo spazio dato alla bellezza nel Primo Testamento non riguarda tanto le forme pittoriche o architettoniche (ad eccezione del tempio), quanto la creazione, l’essere umano e in particolare alcune figure in cui la bellezza fisica si coniuga con la bellezza morale.

1. la « bellezza » nel Primo Testamento
Data l’estensione dei testi in esame si tratta di operare una lezione dei tratti fondamentali.
a. il lessico della « bellezza » nella bibbia ebraica e greca
Japheh e Tov sono termini ebraici traducibili con splendido, decoroso, ben riuscito, piacevole, in forma. In greco i termini sono kalòs e agathòs: bello e buono, soprattutto nel senso di sano, forte, eccellente, ben composto, adatto. La distinzione tra aspetto etico ed estetico non è così netta.
b. la « bellezza » nella creazione (Gen 1,1-2,4a)
L’ E Dio che vide che era tutto molto buono/bello, con cui si conclude il racconto della creazione indica non tanto la dimensione di ordine e di armonia del creato, quanto la reazione emotiva, estetica, che fa star bene, di sorpresa, di fronte all’opera compiuta. È l’aspetto gratuito della bellezza, che non serve a niente se non alla contemplazione.
Nel bello sono implicite le dimensioni della gratuità e dello stupore.
Il primo ambito in cui confluisce l’esperienza estetica ebraica è la narrazione, la composizione, il testo. La prima pagina della bibbia, che va recitata, contiene il ritornello (sette volte): Che bello! La parola di Dio crea una cosa splendida che desta stupore e ammirazione.
L’ammirazione estetica del mondo creato, uscito bello/splendido dalle mani di Dio è espressa mirabilmente dal salmo 104, che passa in rassegna le opere di Dio che suscitano l’emozione ammirata del « che bello! ».
Sempre a questo proposito abbiamo una riflessione più pacata e interiorizzata nelle riflessioni di Gesù ben Sira’, il Siracide (42,15-43,33). L’ultima parte delle sue lezioni celebra la gloria di Dio nel mondo e nella storia, che ha la sua massima concentrazione nel tempio e nella liturgia.
Nel libro della Sapienza (13,1-9) viene criticato il culto delle divinità astrali, il bisogno di rivestire di sacralità il mondo che suscita ammirazione. La radice profonda dell’idolatria sta nell’ambivalenza del mondo creato che affascina ed attira con il rischio di confonderlo con la potenza numinosa che sta oltre la bellezza visibile.
Pensiamo oggi di essere immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà di caratteri divini. Ma che dire del nostro atteggiamento, spesso di adorazione, di fronte alle realtà tecnologiche?
c. la « bellezza » dell’essere umano creato da Dio (Ez 28,1-15)
Al centro dell’opera creatrice di Dio compare l’essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, riflesso del suo splendore/grandezza tra il mondo dei viventi.
Il salmo 8, nei versetti dal sei al nove, la bellezza e lo splendore di Dio si concentrano e si riflettono sul volto dell’uomo.
Nell’elegia di Tiro, che si trova in Ezechiele, l’essere umano è presentato come un principe che vive in un parco regale, ricco di acque, di piante, di animali e di ogni pietra preziosa. Ma l’iniquità, l’abuso di potere, deturpa la bellezza. L’uomo, riflesso della bellezza di Dio, ha tentato di prenderne il posto. È quanto si dirà più prosaicamente in Genesi 2,8-14. Il massimo di armonia, di pienezza, di ricchezza, di preziosità, può diventare una sfida per l’uomo che non sa più riconoscere la dimensione di dono della realtà, la sua gratuità. Se l’etica non è l’abuso, ma vivere il dono e la gratuità, allora c’è molta affinità con l’estetica.
d. i campioni della « bellezza »
Le mogli dei patriarchi sono presentate come donne di grande fascino, di bell’aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo. Lo stesso vale per le donne di re David.
David è presentato come bello, capace di suonare, e di strappare il capretto dalle fauci del leone. Il figlio Assalonne è presentato come molto bello, e la sua bellezza diventerà anche la sua trappola. La bellezza ha risvolti ambivalenti.
Come sostiene il libro dei Proverbi nel descrivere la donna saggia che sa bene amministrare la propria casa, afferma che oltre la bellezza quel che conta è il timore di Dio.
e. le realtà che riflettono la bellezza di Dio.
Nei salmi 19 e 119 si celebrano le bellezze e il fascino della parola di Dio, della legge.
La città di Gerusalemme è presentata come immagine della città ideale, accogliente e sicura (salmo 48 e 122; Isaia 60 e 62).
Il tempio, costruito da Salomone, è oggetto di grande stupore e meraviglia, ed è l’ambito in cui il popolo si ritrova per celebrare le grandi opere di Dio. Gesù ben Sira’ tesserà un elogio ammirato della liturgia del tempio (Sir 50,1-21).
Il piccolo popolo di Israele ha rinunciato a fare immagini per poter avere l’unica immagine del Dio invisibile, riflessa nell’immagine dell’uomo, attraverso la valorizzazione della parola come massima concentrazione della bellezza.

2. la « bellezza » nel Nuovo Testamento
Qui la dimensione estetica ha una dimensione più sobria rispetto al panorama offerto dal Primo Testamento e più centrata sulla spiritualità e sull’etica. Non ci sono né edifici, né santuari, né liturgie. L’aspetto visivo è molto contenuto, nei piccoli libretti scritti in greco per un pubblico popolare.
a. « Evangelo »
La proclamazione della fede in Cristo Gesù viene chiamata « euaggèlion », cioè bella, buona e gioiosa notizia. Quindi una notizia anche affascinante.
Nel prologo del quarto vangelo si ha la dimensione irradiante del buon annuncio. La parola che era con Dio, che è stata all’origine di tutto, che dà coesione al tutto, è vita che diventa luce che illumina gli uomini.
Questa parola non è qualcosa di teorico, ma è la persona concreta di Gesù Cristo, per mezzo del quale viene a noi la pienezza del dono. È luce e gloria che noi « contemplammo ». Lo splendore di Dio ha il volto concreto del figlio. (Gv 1,1-5.14)
Ma come si fa a dire bella, gioiosa la notizia del Cristo condannato alla morte oscena della croce?
b. evangelo come « bell’annuncio »
Il regno di Dio viene annunciato come reintegrazione dell’armonia e come splendore della creazione. Gesù dai racconti evangelici viene presentato nella sua azione di reintegrazione di una umanità disgregata, di persone divise, di persone allontanate dalla convivenza perché ritenute pericolose (guarigioni, liberazioni da potenze negative come nel caso dell’indemoniato di Gerasa…). L’azione bella, estetizzante di Gesù appare nel restituire all’essere umano la sua libertà e integrità.
Anche i gesti di accoglienza e di perdono si collocano su questa linea, come restituzione della persona alla sua libertà e integrità (« ti sono perdonati i tuoi peccati »).
Le « belle parole » di Gesù, le parabole non sono racconti tesi a insegnare una morale, ma offrono scorci di altri orizzonti, di altre armonie, attraverso il piacere del racconto. Gesù non fa prediche, ma ha il gusto del racconto gratuito che prende lo spunto dal gesto del contadino, dal sale, dal lievito… È un amante del raccontare bello, che traspone nella narrazione la bellezza dell’agire di Dio, che reintegra l’essere umano diviso e disperso.
Del volto di Gesù e del suo splendore si parla solo in occasione della trasfigurazione, della preghiera sul monte, prima dell’epilogo cruento della sua vita.
Gesù riflette l’aspetto luminoso, bello, affascinante di Dio (« il suo volto divenne luminoso »). Questo bello però non è da catturare, da possedere, da controllare, come vorrebbe fare Pietro. L’invito è all’ascolto (« questi è il mio figlio. Ascoltatelo! »), e l’ascolto suppone abbandono e fiducia.
c. la bellezza che salva il mondo (2Tm 1,9-10).
È la bellezza paradossale, la bellezza della morte oscena.
La morte oscena di Gesù viene presentata come rivelazione della bellezza di Dio, nel contesto dell’amore portato sino all’estremo. Il crocifisso diventa fonte di vita nel momento del massimo degrado e deturpazione dell’essere umano.
Paolo parla dell’annuncio di un messia crocifisso come sapienza e potenza di Dio, mentre i giudei cercano i miracoli, il Dio forte e i greci la sapienza, l’armonia che dà ordine. (1Cor 1,17-25).
È la bellezza rovesciata: la sapienza è nella stoltezza e la potenza nella debolezza della croce, la bellezza nella bruttezza. È quanto ha intuito anche Dostojevskij: l’amore può trasformare l’insipienza e l’impotenza di un crocifisso nella bellezza. È la bellezza che salva il mondo.
Il superamento del negativo attraverso l’obbedienza, come amore fedele a tutti, è indicato nel famoso brano della lettera ai Filippesi (2,6-11). La manifestazione della bellezza intrinseca del mondo e della storia avviene grazie all’immersione di Gesù nel mondo e nella storia per dare un senso al negativo.
Sempre in questa lettera Paolo invita i cristiani di Filippi a scegliere quei valori che sono belli e coi quali si concretizza la rivelazione dell’amore di Dio (Fil 4,8-9).
Nell’elogio dell’amore (1Cor 13,1-13) la bellezza etica, che è l’amore portato alla massima intensità, coincide con la realtà stessa di Dio. Nella descrizione delle quindici qualità dell’amore c’è il ritratto di Gesù Crocifisso. Dio che non ha nome e immagine ha i tratti visibili di Gesù, del Gesù che si è appassionato dei poveri e dei malati e che alla fine, per restare fedele agli amici e a Dio come figlio, affronta la morte di croce.
Il progetto del mondo bello creato da Dio, con il giardino dove ci sono le piante della vita, della piena comunione, lo ritroviamo alla fine, nell’ultimo libro, nel sogno realizzato di una città bella, in cieli e terra nuova. In mezzo c’è il crocifisso, cioè il male riscattato, il negativo trasformato non grazie a gesti miracolistici, ma attraverso la fedeltà dell’amore.

 

Publié dans : BIBBIA E ARTE | le 9 juillet, 2018 |Pas de Commentaires »
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