Il peccato originale, la cacciata

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BENEDETTO XVI – L’UOMO IN PREGHIERA (2011)

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BENEDETTO XVI – L’UOMO IN PREGHIERA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 4 maggio 2011

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei iniziare una nuova serie di catechesi. Dopo le catechesi sui Padri della Chiesa, sui grandi teologi del Medioevo, sulle grandi donne, vorrei adesso scegliere un tema che sta molto a cuore a tutti noi: è il tema della preghiera, in modo specifico di quella cristiana, la preghiera, cioè, che ci ha insegnato Gesù e che continua ad insegnarci la Chiesa. E’ in Gesù, infatti, che l’uomo diventa capace di accostarsi a Dio con la profondità e l’intimità del rapporto di paternità e di figliolanza. Insieme ai primi discepoli, con umile confidenza ci rivolgiamo allora al Maestro e Gli chiediamo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).
Nelle prossime catechesi, accostando la Sacra Scrittura, la grande tradizione dei Padri della Chiesa, dei Maestri di spiritualità, della Liturgia vogliamo imparare a vivere ancora più intensamente il nostro rapporto con il Signore, quasi una “Scuola della preghiera”. Sappiamo bene, infatti, che la preghiera non va data per scontata: occorre imparare a pregare, quasi acquisendo sempre di nuovo quest’arte; anche coloro che sono molto avanzati nella vita spirituale sentono sempre il bisogno di mettersi alla scuola di Gesù per apprendere a pregare con autenticità. Riceviamo la prima lezione dal Signore attraverso il Suo esempio. I Vangeli ci descrivono Gesù in dialogo intimo e costante con il Padre: è una comunione profonda di colui che è venuto nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha inviato per la salvezza dell’uomo.
In questa prima catechesi, come introduzione, vorrei proporre alcuni esempi di preghiera presenti nelle antiche culture, per rilevare come, praticamente sempre e dappertutto si siano rivolti a Dio.
Comincio con l’antico Egitto, come esempio. Qui un uomo cieco, chiedendo alla divinità di restituirgli la vista, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza, quest’uomo prega: “Il mio cuore desidera vederti… Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me. Che io ti veda! China su di me il tuo volto diletto” (A. Barucq – F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egypte ancienne, Paris 1980, trad. it. in Preghiere dell’umanità, Brescia 1993, p. 30). Che io ti veda; qui sta il nucleo della preghiera!
Presso le religioni della Mesopotamia dominava un senso di colpa arcano e paralizzante, non privo, però, della speranza di riscatto e liberazione da parte di Dio. Possiamo così apprezzare questa supplica da parte di un credente di quegli antichi culti, che suona così: “O Dio che sei indulgente anche nella colpa più grave, assolvi il mio peccato… Guarda, Signore, al tuo servo spossato, e soffia la tua brezza su di lui: senza indugio perdonagli. Allevia la tua punizione severa. Sciolto dai legami, fa’ che io torni a respirare; spezza la mia catena, scioglimi dai lacci” (M.-J. Seux, Hymnes et prières aux Dieux de Babylone et d’Assyrie, Paris 1976, trad. it. in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 37). Sono espressioni che dimostrano come l’uomo, nella sua ricerca di Dio, ne abbia intuito, sia pur confusamente, da una parte la sua colpa, dall’altra aspetti di misericordia e di bontà divina.
All’interno della religione pagana dell’antica Grecia si assiste a un’evoluzione molto significativa: le preghiere, pur continuando a invocare l’aiuto divino per ottenere il favore celeste in tutte le circostanze della vita quotidiana e per conseguire dei benefici materiali, si orientano progressivamente verso le richieste più disinteressate, che consentono all’uomo credente di approfondire il suo rapporto con Dio e di diventare migliore. Per esempio, il grande filosofo Platone riporta una preghiera del suo maestro, Socrate, ritenuto giustamente uno dei fondatori del pensiero occidentale. Così pregava Socrate: “Fate che io sia bello di dentro. Che io ritenga ricco chi è sapiente e che di denaro ne possegga solo quanto ne può prendere e portare il saggio. Non chiedo di più” (Opere I. Fedro 279c, trad. it. P. Pucci, Bari 1966). Vorrebbe essere soprattutto bello di dentro e sapiente, e non ricco di denaro.
In quegli eccelsi capolavori della letteratura di tutti i tempi che sono le tragedie greche, ancor oggi, dopo venticinque secoli, lette, meditate e rappresentate, sono contenute delle preghiere che esprimono il desiderio di conoscere Dio e di adorare la sua maestà. Una di queste recita così: “Sostegno della terra, che sopra la terra hai sede, chiunque tu sia, difficile a intendersi, Zeus, sia tu legge di natura o di pensiero dei mortali, a te mi rivolgo: giacché tu, procedendo per vie silenziose, guidi le vicende umane secondo giustizia” (Euripide, Troiane, 884-886, trad. it. G. Mancini, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 54). Dio rimane un po’ nebuloso e tuttavia l’uomo conosce questo Dio sconosciuto e prega colui che guida le vie della terra.
Anche presso i Romani, che costituirono quel grande Impero in cui nacque e si diffuse in gran parte il Cristianesimo delle origini, la preghiera, anche se associata a una concezione utilitaristica e fondamentalmente legata alla richiesta della protezione divina sulla vita della comunità civile, si apre talvolta a invocazioni ammirevoli per il fervore della pietà personale, che si trasforma in lode e ringraziamento. Ne è testimone un autore dell’Africa romana del II secolo dopo Cristo, Apuleio. Nei suoi scritti egli manifesta l’insoddisfazione dei contemporanei nei confronti della religione tradizionale e il desiderio di un rapporto più autentico con Dio. Nel suo capolavoro, intitolato Le metamorfosi, un credente si rivolge a una divinità femminile con queste parole: “Tu sì sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre. Né giorno né notte né attimo alcuno, per breve che sia, passa senza che tu lo colmi dei tuoi benefici” (Apuleio di Madaura, Metamorfosi IX, 25, trad. it. C. Annaratone, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 79).
Nello stesso periodo l’imperatore Marco Aurelio – che era pure filosofo pensoso della condizione umana – afferma la necessità di pregare per stabilire una cooperazione fruttuosa tra azione divina e azione umana. Scrive nei suo Ricordi: “Chi ti ha detto che gli dèi non ci aiutino anche in ciò che dipende da noi? Comincia dunque a pregarli, e vedrai” (Dictionnaire de Spiritualitè XII/2, col. 2213). Questo consiglio dell’imperatore filosofo è stato effettivamente messo in pratica da innumerevoli generazioni di uomini prima di Cristo, dimostrando così che la vita umana senza la preghiera, che apre la nostra esistenza al mistero di Dio, diventa priva di senso e di riferimento. In ogni preghiera, infatti, si esprime sempre la verità della creatura umana, che da una parte sperimenta debolezza e indigenza, e perciò chiede aiuto al Cielo, e dall’altra è dotata di una straordinaria dignità, perché, preparandosi ad accogliere la Rivelazione divina, si scopre capace di entrare in comunione con Dio.
Cari amici, in questi esempi di preghiere delle diverse epoche e civiltà emerge la consapevolezza che l’essere umano ha della sua condizione di creatura e della sua dipendenza da un Altro a lui superiore e fonte di ogni bene. L’uomo di tutti i tempi prega perché non può fare a meno di chiedersi quale sia il senso della sua esistenza, che rimane oscuro e sconfortante, se non viene messo in rapporto con il mistero di Dio e del suo disegno sul mondo. La vita umana è un intreccio di bene e male, di sofferenza immeritata e di gioia e bellezza, che spontaneamente e irresistibilmente ci spinge a chiedere a Dio quella luce e quella forza interiori che ci soccorrano sulla terra e dischiudano una speranza che vada oltre i confini della morte. Le religioni pagane rimangono un’invocazione che dalla terra attende una parola dal Cielo. Uno degli ultimi grandi filosofi pagani, vissuto già in piena epoca cristiana, Proclo di Costantinopoli, dà voce a questa attesa, dicendo: “Inconoscibile, nessuno ti contiene. Tutto ciò che pensiamo ti appartiene. Sono da te i nostri mali e i nostri beni, da te ogni nostro anelito dipende, o Ineffabile, che le nostre anime sentono presente, a te elevando un inno di silenzio” (Hymni, ed. E. Vogt, Wiesbaden 1957, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 61).
Negli esempi di preghiera delle varie culture, che abbiamo considerato, possiamo vedere una testimonianza della dimensione religiosa e del desiderio di Dio iscritto nel cuore di ogni uomo, che ricevono compimento e piena espressione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. La Rivelazione, infatti, purifica e porta alla sua pienezza l’anelito originario dell’uomo a Dio, offrendogli, nella preghiera, la possibilità di un rapporto più profondo con il Padre celeste.
All’inizio di questo nostro cammino nella “Scuola della preghiera” vogliamo allora chiedere al Signore che illumini la nostra mente e il nostro cuore perché il rapporto con Lui nella preghiera sia sempre più intenso, affettuoso e costante. Ancora una volta diciamoGli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

 

Lo Spirito Santo

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VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

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Non vi lascerò orfani

don Luciano Cantini

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Amare Dio e osservare i suoi comandamenti è punto nodale di tutta l’Alleanza: egli è Dio, il Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Deut 7,9). L’osservanza dei comandamenti non è disgiungibile dall’amore, il problema è capire cosa intendiamo per amore [la lingua italiana consegna alla parola amore significati assai diversi] troppo spesso confuso con una forma di sentimentalismo, tutto zucchero e cuoricini, molto egocentrico. Sono io che « mi sento bene con… », « mi piace stare con… », quello che conta è il mio sentire, la mia percezione. Nella Scrittura il termine amore è piuttosto legato all’agire, al fare ciò che Dio desidera: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.
Amare Dio non significa stare bene la domenica mattina in chiesa, o sentirsi in pace durante la visita a quel santuario, neppure addormentarsi tranquilli dopo aver recitato le preghiere. Non dobbiamo considerare la fede e l’amore disposizioni dell’animo o nozioni teoriche separate dalle scelte quotidiane della vita. Giovanni è estremamente chiaro quando afferma: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità (1Gv 3,18).
Il verbo tradotto con « osservare » è in greco Tereo che ha anche il significato di custodire (cfr Gv 17, 11-15), conservare (cfr Gv 12,7); dunque non siamo nella prospettiva di una mera ubbidienza o dello stare alle regole quanto nell’ottica della comunione col Padre, capaci di custodire la sua Parola come dono prezioso d’amore che ci « comanda » e orienta la nostra vita.
Io pregherò il Padre
Gesù ci chiede concretezza nell’amore che non può essere condizionata da precetti moralistici, né trasformata in adempimenti formali quanto dettata da una esigenza di comunione: lui stesso prega il Padre perché ci dia un altro Paràclito, la presenza di colui che è « chiamato accanto » (para-kaleo, in latino ad-vocatus); la preghiera del Signore ci immette nella dinamica trinitaria di Dio.
La tendenza dell’uomo è quella dell’autosufficienza, di bastare a se stesso mentre ha bisogno di comunione per vivere, ha bisogno di amare e di essere amato, di perdonare ed essere perdonato, ha bisogno di salvezza. Avere qualcuno « accanto » non risolve i problemi della vita, non ci deresponsabilizza, non si sostituisce alle nostre relazioni ma ci riempie del suo amore, ci sostiene, non ci fa sentire orfani. Non supplisce alle nostre fragilità, non colma le debolezze, rispetta i nostri errori, non ci ripara dai fulmini che si abbattono nella nostra storia, la sua è una presenza delicata, nascosta, tutta da scoprire, non balza immediatamente agli occhi, non travolge come un messaggio pubblicitario, né si lascia condizionare da una liturgia pomposa e solenne, semplicemente sta « accanto ».
Non vi lascerò orfani
Gesù sa bene che le prospettive, le speranze dei suoi discepoli dovranno attraversare un uragano di contrarietà, dal tradimento al passaggio attraverso la sua morte, dal rinnegamento alla persecuzione; allora come oggi ci rassicura: non vi lascerò orfani. Abbiamo surrogato le relazioni umane con ogni mezzo tecnologico, sostituito con un affetto spropositato per gli animali, curiamo il nostro benessere e il nostro aspetto, senza permettere a noi stessi e agli altri di entrare nel profondo. Tutto questo Giovanni lo chiama « mondo » che non può ricevere lo Spirito della verità, perché non lo vede e non lo conosce. Il mondo tende essenzialmente alla funzionalità, non ha prospettive se non quella di far girare la storia così come è, purché io ne rimanga al centro, per questo non c’è nulla da salvare.
Per chi crede e si lascia abitare dallo Spirito, scopre che il centro della vita è fuori di lui: voi saprete che Io-Sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Non è un gioco di parole, un ricorrersi di termini quanto scoprire che il senso della propria vita non è in se stessi ma nell’altro. La vita cristiana sta nel non rimanere orfani ma nella capacità di generare fraternità.

PAPA FRANCESCO – 7. CARISMI: DIVERSITÀ E UNITÀ (2014)

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PAPA FRANCESCO – 7. CARISMI: DIVERSITÀ E UNITÀ (2014)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 1° ottobre 2014

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Fin dall’inizio, il Signore ha ricolmato la Chiesa dei doni del suo Spirito, rendendola così sempre viva e feconda con i doni dello Spirito Santo. Tra questi doni, se ne distinguono alcuni che risultano particolarmente preziosi per l’edificazione e il cammino della comunità cristiana: si tratta dei carismi. In questa catechesi vogliamo chiederci: che cos’è esattamente un carisma? Come possiamo riconoscerlo e accoglierlo? E soprattutto: il fatto che nella Chiesa ci sia una diversità e una molteplicità di carismi, va visto in senso positivo, come una cosa bella, oppure come un problema?
Nel linguaggio comune, quando si parla di “carisma”, si intende spesso un talento, un’abilità naturale. Si dice: “Questa persona ha uno speciale carisma per insegnare. E’ un talento che ha”. Così, di fronte a una persona particolarmente brillante e coinvolgente, si usa dire: “È una persona carismatica”. “Che cosa significa?”. “Non so, ma è carismatica”. E diciamo così. Non sappiamo quello che diciamo, ma diciamo: “E’ carismatica”. Nella prospettiva cristiana, però, il carisma è ben più di una qualità personale, di una predisposizione di cui si può essere dotati: il carisma è una grazia, un dono elargito da Dio Padre, attraverso l’azione dello Spirito Santo. Ed è un dono che viene dato a qualcuno non perché sia più bravo degli altri o perché se lo sia meritato: è un regalo che Dio gli fa, perché con la stessa gratuità e lo stesso amore lo possa mettere a servizio dell’intera comunità, per il bene di tutti. Parlando in modo un po’ umano, si dice così: “Dio dà questa qualità, questo carisma a questa persona, ma non per sé, perché sia al servizio di tutta la comunità”. Oggi prima di arrivare in piazza ho ricevuto tanti bambini disabili nell’aula Paolo VI. Ce n’erano tanti con un’Associazione che si dedica alla cura di questi bambini. Che cosa è? Quest’Associazione, queste persone, questi uomini e queste donne, hanno il carisma di curare i bambini disabili. Questo è un carisma!
Una cosa importante che va subito sottolineata è il fatto che uno non può capire da solo se ha un carisma, e quale. Tante volte noi abbiamo sentito persone che dicono: “Io ho questa qualità, io so cantare benissimo”. E nessuno ha il coraggio di dire: “È meglio che stai zitto, perché ci tormenti tutti quando canti!”. Nessuno può dire: “Io ho questo carisma”. È all’interno della comunità che sbocciano e fioriscono i doni di cui ci ricolma il Padre; ed è in seno alla comunità che si impara a riconoscerli come un segno del suo amore per tutti i suoi figli. Ognuno di noi, allora, è bene che si domandi: “C’è qualche carisma che il Signore ha fatto sorgere in me, nella grazia del suo Spirito, e che i miei fratelli, nella comunità cristiana, hanno riconosciuto e incoraggiato? E come mi comporto io riguardo a questo dono: lo vivo con generosità, mettendolo a servizio di tutti, oppure lo trascuro e finisco per dimenticarmene? O magari diventa in me motivo di orgoglio, tanto da lamentarmi sempre degli altri e da pretendere che nella comunità si faccia a modo mio?”. Sono domande che noi dobbiamo porci: se c’è un carisma in me, se questo carisma è riconosciuto dalla Chiesa, se sono contento con questo carisma o ho un po’ di gelosia dei carismi degli altri, se volevo, voglio avere quel carisma. Il carisma è un dono: soltanto Dio lo dà!
L’esperienza più bella, però, è scoprire di quanti carismi diversi e di quanti doni del suo Spirito il Padre ricolma la sua Chiesa! Questo non deve essere visto come un motivo di confusione, di disagio: sono tutti regali che Dio fa alla comunità cristiana, perché possa crescere armoniosa, nella fede e nel suo amore, come un corpo solo, il corpo di Cristo. Lo stesso Spirito che dà questa differenza di carismi, fa l’unità della Chiesa. È sempre lo stesso Spirito. Di fronte a questa molteplicità di carismi, quindi, il nostro cuore si deve aprire alla gioia e dobbiamo pensare: “Che bella cosa! Tanti doni diversi, perché siamo tutti figli di Dio, e tutti amati in modo unico”. Guai, allora, se questi doni diventano motivo di invidia, di divisione, di gelosia! Come ricorda l’apostolo Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 12, tutti i carismi sono importanti agli occhi di Dio e, allo stesso tempo, nessuno è insostituibile. Questo vuol dire che nella comunità cristiana abbiamo bisogno l’uno dell’altro, e ogni dono ricevuto si attua pienamente quando viene condiviso con i fratelli, per il bene di tutti. Questa è la Chiesa! E quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita.
Oggi la Chiesa festeggia la ricorrenza di Santa Teresa di Gesù Bambino. Questa santa, che è morta a 24 anni e amava tanto la Chiesa, voleva essere missionaria, ma voleva avere tutti i carismi, e diceva: “Io vorrei fare questo, questo e questo”, tutti i carismi voleva. E’ andata in preghiera, ha sentito che il suo carisma era l’amore. E ha detto questa bella frase: “Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore”. E questo carisma lo abbiamo tutti: la capacità di amare. Chiediamo oggi a Santa Teresa di Gesù Bambino questa capacità di amare tanto la Chiesa, di amarla tanto, e accettare tutti quei carismi con questo amore di figli della Chiesa, della nostra santa madre Chiesa gerarchica.

 

San Paolo – viaggio a Malta

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« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

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Conferenza di S.E. Mons. Domenico Cancian,
vescovo di Città di Castello
8 febbraio 2008

« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

Il tema e la sua attualità

La seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata il 30 novembre 2007, si apre con una citazione della Lettera di S. Paolo ai Romani. L’Apostolo afferma che non solo il cristiano, ma ogni uomo, anzi, « tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto », aspettando con perseveranza la redenzione e la salvezza. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8, 19-25).
Mons. Domenico Cancian fam e P. Aurelio Pérez fam, Superiore GeneraleÈ evocata qui l’immagine di una dona che attende con gioiosa sofferenza di dare alla luce un figlio. Non possiamo non vederci la Madonna della Speranza, Madre di Gesù e nostra, la Chiesa che accoglie e accompagna quelli che seguono Gesù ed anche la nostra venerabile Madre Speranza che molto spesso si rivolgeva alla persona che aveva di fronte con l’espressione: »Figlio/a mio/a ». Voleva dire che aveva piacere di incontrarla, che l’attendeva, che l’avrebbe senz’altro aiutata e incoraggiata. Lei ha testimoniato la Speranza fondata nell’indubitabile certezza dell’Amore Misericordioso di Dio. »Sicuri dell’Amore infinito di Dio, possediamo nella misericordia la speranza di salvezza per noi e per ogni uomo … perché anche «l’uomo più povero, il più miserabile e perfino il più abbandonato è amato con tenerezza immensa da Gesù che è per lui un Padre e una tenera Madre» » (Cost. art 14).
Cosa vuol dire « speranza » nella non sempre facile situazione personale, famigliare, sociale? E a quale tipo di speranza possiamo affidarci in modo sicuro?

Presentazione sintetica dell’Enciclica
Introduzione
La speranza vera ci consente di affrontare e superare il faticoso presente (cf. n. 1). « Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente » (n. 2).
Parte prima
Cos’è la speranza cristiana? (cf nn. 2-31). È evidente che il Papa propone la speranza rivelata dalla Parola di Dio e quindi come « virtù teologale », non come sentimento, atteggiamento, « speranza corta », ideologia…
San Paolo nella lettera agli Efesini ricorda che, prima dell’incontro con Cristo, essi erano « senza speranza e senza Dio », senza speranza perché senza Dio. « Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza » (n. 3).
È questo il caso della schiava africana santa Giuseppina Bakhita, che, dopo essere stata venduta e maltrattata, si aprì alla speranza di una vita nuova quando si sentì accolta e amata da Dio.
Il cristianesimo non si concretizza in un messaggio sociale rivoluzionario, come quello di Spartaco. Gesù ha portato una speranza che « rivoluziona » l’uomo dal di dentro, al punto da renderlo realmente figlio di Dio e fratello di tutti.
« La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire… essa ci dà già ora qualcosa della realtà attesa e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro… Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente, [il quale] viene toccato dalla realtà futura » (n. 7).
Una speranza che, d’altra parte, matura sopportando pazientemente le prove della vita. Questo tipo di speranza, quindi, non è semplicemente « informativa » (non ci offre solo una nozione sul futuro), ma è « performativa », ossia è « una comunicazione che produce fatti e cambia la vita… Chi ha speranza vive diversamente » (n. 2).
La fede ci offre la vita eterna. Per capire meglio, il Papa rileva che « vita » non deve essere intesa come la realtà che conosciamo e che spesso è più fatica che appagamento, cosicché se per un verso la desideriamo, per un altro non la vogliamo; « eterna » non significa un interminabile susseguirsi di giorni. La « vita eterna » è il compimento di tutto ciò che noi desideriamo di veramente bello e buono nella vita terrena, e che non possiamo mai raggiungere; l’ »eternità… è il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore… sopraffatti dalla gioia » (n. 12). Gesù promette ai suoi una gioia piena e sicura che nessuno può togliere.
La fede-speranza cristiana dev’essere compresa non in forma individualistica, ma in forma comunitaria, perché alla vita eterna con Dio sono chiamati tutti. Non si tratta di « fuga » dal mondo e dai suoi problemi, ma di ulteriore impegno per la costruzione di un mondo più umano e più giusto, prefigurazione e anticipazione del Regno di Dio.
La fede-speranza si è profondamente trasformata nel tempo moderno. Con le nuove conquiste dell’uomo è nata un’epoca storica nuova, segnata, come afferma F. Bacone dal dominio della scienza e della tecnica sulle leggi naturali. La fede, con ciò, non viene semplicemente negata: « essa viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private e ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo… La speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama « fede nel progresso » (n. 17).
Ma il progresso resta fondamentalmente ambiguo: è « il progresso dalla fionda alla megabomba » (Th. Adorno) che « offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male… Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore… allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo » (n. 22).
Anche la fede nella ragione e nella libertà, come nell’epoca dell’Illuminismo, resta ambigua. La ragione può essere a servizio della verità e farci superare l’irrazionalità, ma può anche chiudersi nei ragionamenti soggettivi ed egoistici, può mettersi al servizio del potere. Questo significa che senza il riferimento a Dio l’uomo può perdere la Speranza o trovarsi con delle speranze « corte ». Come dire che l’uomo limitato e difettoso non può assicurare la Speranza certa. Questa può essere garantita da Colui che tiene in mano il mondo e la storia, come Creatore e Salvatore.

Parte seconda:
« Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza (cf. nn. 32-48).
La preghiera come scuola della speranza.
Con il Signore possiamo essere sempre in comunione per purificare, allargare, accogliere il suo Amore nel nostro cuore.
« Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare… che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso… Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non mi giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei contemporanei che mi condizionano, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso… Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa » (nn. 33-34).
Agire e soffrire.
« Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto » (n. 35). Il Regno di Dio è un dono offerto a tutti; tuttavia il nostro agire non è indifferente per Dio, per gli uomini e per la storia. Possiamo con la nostra libertà inquinare o purificare, far progredire o regredire la Chiesa e il mondo.
Anche la sofferenza che deriva dalla nostra finitezza e dalle nostre colpe, dal male che è nel mondo e dal maligno – e che dovremmo cercare di affrontare, alleviare e superare – chiama in causa la speranza. È questa che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene, anche dinanzi a situazioni impossibili o disperanti.
La tribolazione, mediante l’unione con Cristo che ha sofferto con infinito amore, si trasforma in beatitudine e dolcezza. (A proposito viene citato un brano della lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857). « Cristo è disceso « nell’inferno » e così è vicino a chi vi viene gettato » (n. 37) ed allora troviamo nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di speranza.
Anzi Cristo ci insegna ad assumere in qualche modo la sofferenza dell’altro per amare e consolare, ossia per essere vicino all’altro che soffre.
La verità, la giustizia, l’amore non raramente chiedono il sacrificio del proprio interesse, comodità, salute, « altrimenti la mia vita diventa menzogna » (n. 38). È questa la strada del martirio che si concretizza nelle molteplici alternative quotidiane. È proprio dal genere e dalla misura della nostra speranza che abbiamo la forza « di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso » (n. 40), quello di attualizzare la com-passione di Gesù e in qualche modo di « completarla » a favore del prossimo (cf. 1Pt 4, 13; 2Cor 1, 7; Col 1, 24).
Il Giudizio.
Il Signore che ritorna come Re e Giudice della storia richiama la speranza della giustizia definitiva dinanzi alla quale emerge la nostra responsabilità. Non è possibile all’uomo fare giustizia in senso assoluto. Per evitare distorsioni (paure o superficialità) occorre riferirsi al Cristo crocifisso e risorto, dinanzi al quale la nostra vita appare nella sua verità di amore (paradiso) o di egoismo (inferno), e l’eventuale necessità di purificazione (purgatorio).
« L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi » (n. 47).
Maria, che col suo sì ha aperto a Dio stesso la porta del nostro mondo, è la stella della speranza che brilla sul nostro cammino. Lei vide morire il Figlio come un fallito, esposto allo scherno più totale. « La spada del dolore trafisse il suo cuore. Era morta la speranza? » (n. 50). In quell’ora tenebrosa avrà riascoltato dentro di sé le parole dell’angelo forse tante volte ripetute da Gesù: « Non temere, Maria » (Lc 1, 30). Il Regno del Signore non finiva (cf. Lc 1,33), anzi nella fede intravedeva la Pasqua, già preannunciata nel suo Magnificat. La sua fede e la sua speranza le consentirono di animare i discepoli scandalizzati e dispersi, di accompagnarli dal venerdì santo alla Pasqua e alla Pentecoste.
« Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te » (n. 50).
« Gesù, sii il mio compagno e la mia speranza. Guidami nel vasto mare di questo mondo. Mi serva di porto sicurissimo l’abisso del tuo amore e della tua misericordia »

(M. Speranza, Novena all’A.M.

Publié dans : ENCICLICHE (sulle), Lettera ai Romani | le 16 mai, 2017 |Pas de Commentaires »
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