la bellissima: « Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione delle anno Paolino »

dal sito: 

http://www.fides.org/ita/documents/turchia-_lettera_dei_vescovi_anno_paolino.doc

Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione dell’Anno Paolino 

2008 – 2009 

+ Mons. Luigi PADOVESE

Vicario Apostolico dell’Anatolia

Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Georges KHAZOUM

Vescovo Ausiliare degli Armeni Cattolici di Turchia

Vice Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Hovhannes TCHOLAKIAN

Arcivescovo degli Armeni Cattolici di Turchia

+ Mons. Ruggero FRANCESCHINI

Arcivescovo e Metropolita di Izmir

+ Mons. Louis PELÂTRE

Vicario Apostolico di Istanbul e Ankara

+ Corepiscopo Mons. Yusuf SAĞ

Vicario Patriarcale dei Siriani Cattolici di Turchia

+ Mons. François YAKAN

Vicario Patriarcale dei Caldei di Turchia

 

Paolo, Testimone ed Apostolo dell’identitá Cristiana 

Cari fratelli e sorelle, 

            “grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. 

Vi salutiamo con questo augurio che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della  Chiesa di Roma. 

            Come saprete, il  Santo Padre Benedetto XVI  ha annunciato che dal 28 giugno 2008  sino al 29 giugno 2009
la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di San Paolo. 

            Questo evento riguarda  tutte le comunità cristiane, dal momento che Paolo è maestro per tutti i discepoli di Cristo, ma riguarda particolarmente noi viventi in Turchia, l’apostolo delle genti  è figlio di questa terra ed è in essa che egli ha svolto prevalentemente il suo ministero. Fu qui che egli percorse, in meno di trent’anni, la più parte delle 10000 miglia dei suoi viaggi.  Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali,  carcere, battiture, privazioni di ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo vangelo. 

            Divenuto membro della Chiesa di Antiochia, partì da questa comunità per i suoi viaggi missionari percorrendo in lungo e in largo l’attuale Turchia:  Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade sono soltanto alcuni nomi delle località dell’attuale Turchia nelle quali si recò quale testimone di Cristo. Ma sappiamo che molti altri luoghi della nostra terra hanno conosciuto il suo zelo di apostolo.  Là dove egli non arrivò personalmente giunsero però le sue lettere. La lettera ai cristiani della Galazia, quella agli Efesini, ai Colossesi, al cristiano Filemone di Colossi ci mettono al corrente di un’attività che non si limita all’annuncio orale, ma si estende all’esortazione scritta. Paolo fa di tutto e si fa veramente tutto a tutti (1Co 9,22)  purché  “Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) Dalla città di Efeso, nella quale l’apostolo rimane per circa tre anni, egli compose la lettera ai Galati, ai Filippesi e la prima lettera ai Corinti. 

            Ma chi era questo “giudeo di Tarso di Cilicia” (At 21,39) che oggi ricordiamo come il grande ‘apostolo dei gentili’? Nacque a Tarso, presumibilmente tra il 7 e il 10 d.C., e nella città natale trascorse l’infanzia. Per proseguire la sua formazione fu inviato a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele che lo educò “secondo le più rigide norme della legge paterna” (At 22,3). Questa sua adesione alla legge ed alla tradizione ebraica lo oppose ben presto al primo gruppo cristiano che  prese a perseguitare (Gal 1,13-14). L’evangelista Luca ci racconta che era tra i più zelanti nel ricercare i cristiani provenienti dal giudaismo per metterli in carcere (At 9,1-3). Ancora da Luca apprendiamo che Paolo fu tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano (At 8,1). Tale era il suo odio per la prima comunità dei discepoli di Gesù! 

            Eppure, nei pressi di Damasco, un evento mutò radicalmente questo nemico dei cristiani in un amante appassionato di Cristo e della sua Chiesa. Cristo irrompe fulmineamente nella vita di  questo fanatico zelante della Legge e lo trasforma in apostolo del Vangelo. L’onestà  e la totale dedizione con la quale Paolo osservava
la Legge sino a perseguitare i cristiani, ora è messa in questione dall’incontro con Cristo che lo acceca per ridargli una nuova visione della realtà. Come scrisse Giovanni Crisostomo: “poiché vedeva male, Dio lo rese cieco a fin di bene…eppure non furono le tenebre ad accecarlo, ma fu un eccesso di luce che l’accecò” (Panegirico IV su Paolo  2) 

            A Damasco  Paolo avvertì che la scrupolosa osservanza della Legge non basta a salvare.
La Legge senza amore è come un corpo morto, tanto più se in nome di questa Legge, si arriva a perseguitare e uccidere chi non la osserva. 

            Questo episodio ci fa capire che è l’incontro con Cristo a salvare e non la sola scrupolosa osservanza dei comandamenti. Dinanzi ad una tendenza legalistica sempre presente che trasforma Dio in un idolo e il rapporto con Lui in un contratto senza adesione del cuore, Paolo con la sua esperienza di Damasco ci ripete ancor oggi: l’autore della tua salvezza è Cristo. E’ Lui  “il compimento della legge” (Rom 10,4). Pensare di costruirsi con le sole forze umane una propria santità è un fallimento. 

            Dopo Damasco la vita di Paolo segna un totale cambio di rotta. Battezzato ed istruito nella fede cristiana a Damasco dal cristiano Anania (At 9,10ss) egli si mise a predicare quanto aveva “visto ed udito” (At 22,15). E’ dunque l’esperienza del Cristo risorto che lo rende testimone, proprio come aveva reso testimoni gli apostoli (“venite e vedete”) e l’incredulo Tommaso (“guarda le mie mani, metti la tua mano nel mio costato…” (Gv 20,27). Per  la crescente ostilità dei suoi correligionari  dovette fuggire in Arabia (Gal 1,17). Ritornato a Damasco, Paolo si attirò le antipatie dello sceicco che governava e dei giudei ivi residenti, delusi delle sua trasformazione da fervente fariseo in missionario cristiano. La sua vita era ormai in costante pericolo, per questo alcuni amici lo calarono in un cesto dalle mura cittadine, dal momento che le porte della città erano sorvegliate (At 9,23-25). 

            E’ in questo tempo che egli si recò a Gerusalemme per incontrare gli apostoli, ma – come riferisce Luca – “tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At. 9,26). Fu  Barnaba a presentarlo agli apostoli  ed alla comunità, parlando loro della esperienza di Damasco. Rimasto per qualche tempo a Gerusalemme, Paolo continuò anche qui ad annunciare il Signore, ma il tentativo di ucciderlo messo in atto da parte di alcuni ebrei, lo costrinse a fuggire a Tarso (At 9,30). 

            Nella sua città natale rimase circa quattro anni, sino a quando, cioè, Barnaba venne a cercarlo per chiedere il suo aiuto nell’evangelizzazione di Antiochia (At 11,25). D’ora innanzi la comunità antiochena sarà per Paolo
la Chiesa di appartenenza. Infatti è da qui che egli parte la prima volta in missione con Barnaba (At 13,2-3) e vi fa ritorno (At 14,26-28); lo stesso avverrà per il suo secondo viaggio (At 15,36-40. 18,18-22) e da qui inizierà ancora il terzo (At 18,23). 

            Ad Antiochia  Paolo e Barnaba non avevano imposto la circocisione ai pagani convertiti, mentre alcuni giudeo cristiani venuti dalla Palestina ne sostenevano la necessità. La discussione che ne seguì originò il cosiddetto “concilio apostolico di Gerusalemme” (circa 49 d.C.) in cui si diede ragione a Paolo e a Barnaba, dichiarando i convertiti dal paganesimo esenti dalla legge mosaica (At 15,5-29). Con questa decisione la prima comunità cristiana prese atto che il cristianesimo non andava inteso come la forma più perfetta della religione giudaica, ma come una realtà radicalmente nuova. E a questa decisione Paolo concorse in modo decisivo. Anche il  confronto che ad Antiochia lo oppose a Pietro era da lui inteso come un modo di salvaguardare la nuova identità cristiana da compromessi o arretramenti  (Gal 2,11-14). 

            I viaggi che portarono Paolo ad attraversare ripetutamente la nostra terra di Turchia sino alla Grecia sono registrati dall’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli e sarebbe bene che ciascuno di voi riprendesse in mano questo testo per rendersi conto delle fatiche sostenute dall’apostolo nell’annuncio del Vangelo  Noi ci limitiamo a ricordare la presenza di Paolo ad Antiochia di Pisidia, l’odierna Yalvac e ad Efeso (Selcuk). 

            Ad Antiochia di Pisidia Paolo giunse intorno all’anno 47  provenendo da Perge (At 13,14-52). Nella sinagoga locale Paolo, percorrendo le tappe salienti della storia della salvezza, dall’Antico Testamento fino a Giovanni Battista, egli giunge sino alla proclamazione di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Questa storia della salvezza è suggellata proprio dalla resurrezione del Signore, nella quale Paolo vede realizzate tutte le  promesse messianiche.  C’è dunque un filo unico che sta sotto la storia dell’umanità. Dio non ha creato il mondo e l’uomo per poi abbandonarli a se stessi, ma persegue un disegno di amore che trova in Cristo la piena manifestazione. Credere in Cristo significa credere nell’amore di Dio che è da sempre ed è per tutti. Questo l’annuncio fatto dall’apostolo che troverà alcuni pronti ad accoglierlo ed altri contrari al punto da costringerlo a fuggire da Antiochia (At 13,50-52). 

            Altra tappa significativa dei viaggi di Paolo  fu la città di Efeso nella quale Paolo soggiornò per circa 3 anni (54-57 ca.) svolgendo un’ampia e difficile opera di evangelizzazione che lo contrappose sia ai giudei che ai pagani locali. Accennando alle abbondanti sofferenze di questo periodo, egli stesso ricorderà di “aver combattuto ad Efeso contro le belve” (1Co 15,32). Nella seconda lettera ai Corinti (1,8-9) parla di una “tribolazione che ci è capitata in Asia e che ci ha colpito oltre misura, al di là delle nostre forze, così da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte…Da quella morte però Egli ci ha liberato”. Infine nella lettera ai Romani allude ad una prigionia, presumibilmente subita proprio ad Efeso (Rom 16,3.7). 

            Cari fratelli, annunciare Gesù Cristo per Paolo è stata una necessità che nasceva dall’amore per Lui. Ciò significa che chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole. Come disse dell’apostolo un altro figlio della nostra terra, Giovanni Crisostomo, “è in virtù dell’amore che Paolo è diventato quello che è stato. Non venirmi a parlare dei morti che ha risuscitato, né dei lebbrosi che ha sanato; Dio non ti chiederà niente di questo. Procurati l’amore di  Paolo e avrai la corona perfetta” (Panegirico III su Paolo 10). 

            Il sangue che l’apostolo versò a Roma intorno al 67 d.C. sotto l’imperatore Nerone,  non fu altro che il naturale epilogo di una vita spesa per Cristo e per i propri fratelli. Tempo prima ai cristiani di Filippi aveva scritto: “anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi” (2,17). 

            Fratelli e sorelle di Turchia, Paolo è patrimonio di tutti i discepoli di Cristo, ma lo è particolarmente di noi che siamo figli di questa terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta e testimoniarlo in tante prove. Eppure questo nostro legittimo vanto sarebbe sterile se non si traducesse in un maggiore impegno di imitazione. Guardiamo al persecutore divenuto messaggero del vangelo e comprendiamo che Dio può trasformare anche noi, purché lo vogliamo. Con la sua vita da cristiano, Paolo ci ricorda che Dio non può nulla se noi non collaboriamo con la sua grazia.  Come ci ricorda ancora Giovanni Crisostmo “Niente ci impedirà di diventare come Paolo se lo vogliamo veramente. Egli divenne così non soltanto in virtù della grazia, ma anche dell’impegno personale” (Panegirico V su Paolo 2-3). Qual è il messaggio che oggi l’apostolo consegna a noi, cristiani di Turchia? 

            Noi vescovi pensiamo che dalla miniera delle sue lettere alcuni elementi possano essere particolarmente utili alle nostre comunità che vivono in una situazione di minoranza religiosa.      Siamo immersi in un mondo musulmano dove la fede in Dio è ancora ben presente, sia nei suoi aspetti tradizionali che nell’affermarsi di nuove organizzazioni religiose islamiche. Proprio questa situazione, per alcuni aspetti simile a quella delle prime comunità viventi in diaspora, ci impone una più chiara coscienza della nostra identità. Paolo ci richiama all’elemento fondativo di questa nostra identità cristiana che non riguarda  la fede in Dio, comune con i fratelli musulmani e con tanti altri uomini, ma la fede in Cristo come  “Signore” (1Co 12,3), colui che “Dio ha risuscitato dai morti” (Rom 10,9). Nelle Lettera ai Colossesi  l’apostolo scrive addirittura  che “in Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( 2,9). L’espressione è inequivocabile e ci ricorda che non possiamo incontrare Dio se non attraverso Cristo. Egli è la porta e il ponte tra il Padre e noi. “Uno solo – leggiamo nella 1 Lettera a Timoteo (2,5) – è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. 

            Paolo ha avvertito tutta la difficoltà di annunciare Cristo, Dio-uomo, che ci salva attraverso la sua incarnazione e la sua morte in croce. Questa è ancora oggi la vera porta stretta di cui  parla il vangelo. La porta stretta non sono, dunque, l’accettazione  dei precetti morali della Chiesa e neppure la pesantezza umana delle sue strutture, ma quello scandalo della croce che ai non cristiani appare ancor oggi “follia e stoltezza”,  ma che Paolo annuncia come componente essenziale ed ineliminabile della fede cristiana e anzi espressione della potenza di Dio (1Co 1,18). 

            Questa accondiscendenza di Dio, che in Cristo si rende presente tra di noi fino a morire in croce, va interpretata come manifestazione di quella carità che costituisce l’essenza di Dio ineffabile, la cui trascendenza non va misurata soltanto con il metro dell’essere, come ha fatto la filosofia, ma con quello dell’amore. Non dimentichiamo forse che all’onnipotenza dell’essere corrisponde un’onnipotenza nell’amore?  L’amore non è un attributo di Dio, ma è la sua essenza. Quello che Paolo, pertanto, ci ricorda è che non dobbiamo porre limiti ‘umani’ a questo amore per noi. Questo è il paradosso della fede cristiana confermato dall’incarnazione e morte di Cristo. 

            Eppure l’apostolo che con l’esempio e la parola ci rafforza nell’identità cristiana,  è anche l’uomo del dialogo. Abituato ad incontrare uomini di etnie e tradizioni religiose diverse, Paolo ha compreso che lo Spirito di Cristo non è soltanto presente nella Chiesa, ma la precede ed agisce anche fuori di essa. Come ebbe ad affermare ad Atene: “Dio ha creato tutto…perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi” (At 17,26-28). 

            Su questa base siamo invitati ad intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si convive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani operano insieme “in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente”; il dialogo dell’esperienza religiosa, dove si compartecipano le ricchezze spirituali, per esempio “per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell’Assoluto” (Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – Dialogo e annuncio 42). Infine il dialogo degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi in vista di un maggiore rispetto reciproco. Questo dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose. Si dialoga veramente quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità  di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano. Come scriveva un antico Padre della Chiesa, Ilario vescovo di Poitiers “per il fatto che i sapienti del mondo non capiscono certe cose ed anzi appaiono stolte, forse che anche  per noi lo sono?…Allora non gloriamoci della croce di Cristo, perché è scandalo per il mondo; e neppure predichiamo la morte del Dio vivente, perché non sembri agli empi che Dio è morto” (Liber de Synodis 27,85). A questo annuncio Paolo è rimasto fedele, senza cercare di adolcirlo e senza restrizioni mentali. Anzi quello che per il mondo è stato scandalo e stoltezza, per lui è la prova scolvolgente dell’amore di Dio per l’uomo e lascia il posto ad un profondo senso di riconoscenza. Infatti, quanto meno queste cose convengono alla maestà di Dio e tanto più dobbiamo sentirci obbligati nei suoi confronti (Ilario di Poitiers). 

            Se in questo incontro con il mondo non cristiano l’apostolo ci è maestro, nei rapporti tra comunità cristiane differenti egli è maestro e fondamento di unità. Come ricordava Benedetto XVI, indicendo l’anno paolino, “l’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare
la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani”..
 

            Ancora oggi egli invita tutti noi a puntare lo sguardo su Cristo, superando non soltanto eventuali resistenze, ma anche il disinteresse per chi non appartiene alla ‘nostra’ Chiesa. L’apostolo che sperimentò la difficoltà dell’annuncio del Vangelo, anche da parte dei fratelli di fede, ci ricorda come quello che conta è che Cristo “venga annunciato” (Fil 1,8), ma ci richiama pure alla nostra comune responsabilità nei confronti di quanti non sono cristiani. Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni.     Tertulliano, parlando dei cristiani, coglieva l’ammirazione di certi pagani con queste semplici parole: “Guarda come si amano!” (Apologetico 39).  Il mondo musulmano che ci circonda può dirlo oggi di noi?  Lo potrà dire se tradurremo in gesti concreti la nostra consapevolezza di essere “stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Co 12,13). L’esistenza di questo fondamento non può essere smentita da tutte le diversità dell’organizzazione locale e da tutta la differenziazione nell’espressioni dottrinale-teologica. Ogni comunità cristiana già dalla sua costituzione si edifica unitariamente sul “fondamento degli apostoli e dei profeti” e raccoglie tutti i membri e gruppi nell’edificio di cui la pietra angolare e chiave di volta è Cristo” (Ef 2,20). 

            Cari fratelli, quanto vi abbiamo scritto è poca cosa rispetto al tesoro di suggestioni e di consigli che ci provengono dalle lettere di Paolo.  Questi suoi scritti, lungo la storia, sono sempre stati stimolo ed anche esame di coscienza sul modo di essere cristiani. Contro i sempre ricorrenti tentativi di rendere la fede cristiana un fenomeno religioso che non esige conversione, Paolo è sempre pronto a ricordarci che “cristiani non si nasce, ma si diventa”.   

            Pertanto, in  preparazione dell’anno paolino, vi esortiamo a leggere personalmente le sue lettere, a farne motivo di studio all’interno delle parrocchie, a coltivare iniziative ecumeniche. Da parte nostra vi invitiamo a recarvi da pellegrini in luoghi di memoria paolina che abbiamo il privilegio di possedere nella nostra terra: Tarso, Antiochia, Efeso. 

In quanto Chiesa cattolica di Turchia terremo un pellegrinaggio nazionale a Tarso- Antiochia. 

Altre iniziative, assieme ai nostri fratelli ortodossi e protestanti vi verranno proposte nei prossimi mesi. 

            Cari fratelli, alimentiamo in noi la certezza che avvicinandoci a Paolo ci avvicineremo di più a Cristo. La fede dell’apostolo nel Cristo risorto, la sua speranza contro ogni speranza umana, la sua carità nel farsi tutto a tutti siano la misura del nostro essere cristiani in questa amata terra di Turchia. 

Il Signore vi benedica 

I vostri Vescovi, 

IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17)

 IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17) dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio lw13%20st%20paul

http://www.saintbonifacesf.org/tour_lower_windows.htm

IL SOGGIORNO DI PAOLO IN ARABIA (Gal 1,16b-17) 

il professor Alfio Marcello Buscemi in San Paolo vita opera messaggio, pagg. 51-54, che ho già utilizzato in alcuni commenti, inserisce dopo l’evento di Damasco un soggiorno di Paolo in Arabia, la notizia è contenuta in Gal 1,16b-17: 

« 16. Subito, senza consultare nessun uomo,  17. senza andare a Gerusalemme  da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » 

La notizia, scrive il docente, sembra contrastare con il racconto di Atti 9, 8-20 dove si narra che Saulo fu costretto a rimanere a Damasco prima per tre giorni in stato di cecità assoluta ed in seguito ancora per molti giorni che sarebbero l’equivalente di tre anni; 

in realtà non c’è alcun motivo per dubitare che Paolo sia stato in Arabia anche se in Atti la notizia non appare; 

scrivo solo il pensiero del docente senza proporre le obiezioni; 

in Galati si trova l’avverbio « subito » questo va interpretato nel senso di « alcuni giorni » dopo la sua conversione Paolo lascia Damasco per andare in Arabia; in questo brevissimo soggiorno, l’apostolo non predicò certamente il Vangelo altrimenti ne avrebbe fatto cenno in Galati, ossia nel passo citato; 

probabilmente – scrive -  Paolo cercò in questo breve tempo di ritirarsi nella sona desertica dell’Arabia, la domanda è: perché Paolo andò in Arabia? quale regione poteva indicare? 

il termine Arabia al tempo di Paolo non indicava né il deserto arabico, né l’attuale Arabia, ma l’immensa zona semidesertica e popolata che si estendeva, da Nord a Sud, dalla Siria fino al Mar Rosso e l’Oceano Indiano e, da Est ad Ovest dal Golfo Persico fino al Giordano; quindi comprendeva oltre l’attuale Arabia anche parte della Siria e dell’attuale Giordania. Questo immenso territorio era divenuto provincia romana e si trovavano in essa città molto ricche e rinomate come Petra, Gerasa, Pella, Filadelfia (l’attuale Amman), il territorio apparteneva al Regno dei Nabatei. In questo paese c’era una massiccia presenza giudaica in quanto confinava con la Palestina e vi si svolgeva una intensa attività commerciale; 

l’ipotesi di alcuni che Paolo potesse esservi andato per una prima evangelizzazioni non appare plausibile, non sarebbe infatti sfuggita all’autore degli Atti l’inizio della missione apostolica di Paolo anche se fallimentare, del resto Paolo non aveva ottenuto risultati positivi neanche ad Atene;  San Girolamo nel suo commentario alla lettera ai Galati sembra già conoscere, oltre la prima opinione, anche l’altra ossia che Paolo andò in Arabia per riflettere, meditare  e approfondire la sua esperienza a Damasco; 

forse fu anche prudenza da parte di Paolo per non provocare una reazione immediata nella comunità giudaica di Damasco contro di lui e contro la comunità cristiana locale; 

questo spiega anche la brevità della permanenza in quella regione, il silenzio degli Atti cui interessava mettere in evidenza la predicazione damascena di Paolo;

Mons.Gianfranco Ravasi : Paolo ai cristiani di Roma

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi9.htm

GIANFRANCO RAVASI (2001)

Paolo ai cristiani di Roma

Se stiamo al computo dei versetti – la cui numerazione è stata introdotta per la prima volta nel 1528 da Sante Pagnini in un’edizione della Bibbia pubblicata a Lione -, le tredici lettere che portano il nome di Paolo ne contano 2.003 su un totale di 5.621 dell’intero Nuovo Testamento.
Siamo, quindi, in presenza di un vasto materiale che però, nonostante sia letto a brani ogni domenica e spesso durante le settimane dalla liturgia, rimane lontano da una conoscenza approfondita da parte dei cristiani.
Eppure l’apostolo ha esercitato un influsso profondo non solo sulla teologia, ma anche sull’intera cultura dell’Occidente.
Noi ora durante la Quaresima vorremmo dedicare la nostra rubrica alla lettera più importante, quella ai Romani, considerata come il capolavoro teologico paolino, ma anche come uno dei testi capitali della storia della cristianità e della stessa civiltà occidentale.
Uno dei commentatori di questo scritto, Paul Althaus, affermava: «Le grandi ore della storia della Chiesa sono state le grandi ore della lettera ai Romani».
Basti solo pensare alle lezioni che Lutero tenne su queste pagine paoline nel 1515- 16, alle soglie di quella svolta che sarà la riforma protestante.
È curioso notare che l’autografo di quelle note che sono state tradotte e commentate ottimamente da un mio amico e collaboratore, Franco Buzzi per le edizioni San Paolo – è stato, sì, scoperto, Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1889 nientemeno che nella Biblioteca Vaticana.
Ed è altrettanto curioso osservare che la lettera ai Romani causa di divisione e tensione nella cristianità, è divenuta ai nostri giorni uno strumento di dialogo ecumenico: è. infatti, con la versione di questa lettera che è iniziata nel 1967 in Francia la pubblicazione della Traduzione ecumenica della Bibbia.
Quest’opera paolina, considerata da Filippo Melantone (uno dei padri con Lutero della Riforma protestante) «il compendio della dottrina cristiana», «è attraversata, come un cielo da lampi, da grida di dolore e di gioia, da dialoghi concreti e da confessioni drammatiche» (così la descriveva un noto esegeta cattolico ora scomparso, Salvatore Garofalo).
Paolo la scrive da Corinto tra il 55 e il 58 con l’aiuto di uno scriba di nome Terzo che si firma in 16,22 («Vi saluto nel Signore anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera»).
Noi ovviamente non potremo né vorremmo offrire un commento ai 432 versetti di questa lettera indirizzata alla Chiesa insediata nel cuore dell’impero, in una Roma che allora ospitava forse un milione di abitanti, tra i quali si contavano cinquantamila ebrei con ben tredici sinagoghe.
Il nostro sarà solo uno sguardo dall’alto, cercando di cogliere i temi e i simboli delle pagine più intense ed esaltanti, attingendo soprattutto alla prima parte dell’opera, quella che esprime il cuore del pensiero paolino (capitoli 1-11).

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO: DALLA « SPE SALVI » 26

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO 

DALLA « SPES SALVI » 26: 

« Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’esser umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: , qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha . Per mezzo di Lui siamo diventi certi che Dio – di un Dio che nostituisce una lontana del mondo, perché il suo figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: (Gal 2,20) »

SAN PAOLO – LA CONVERSIONE

SAN PAOLO - LA CONVERSIONE dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 

immagine dal sito:

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=20700&dispsize=Original

SAN PAOLO LA CONVERSIONE 

I TESTI DEGLI ATTI 

ATTI 9, 1-9 – la Vocazione di Saulo 

1 Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2 e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all`improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4 e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ». 5 Rispose: « Chi sei, o Signore? ». E la voce: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6 Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ». 7 Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. 

ALTRI TESTI DAGLI ATTI: 

CAP. 22, 6-11 

(Arringa di Paolo ai Giudei di Gerusalemme) 

[6]Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me;
[7]caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?
[8]Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
[9]Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.
[10]Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia.
[11]E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.
 

CAP. 26, 12-16 

(discorso di Paolo davanti al re Agrippa) 

[12]In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno
[13]vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio.
[14]Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo.
[15]E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti.
[16]Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora.
[17]Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando
[18]ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me. 

STRALCIO DAL LIBRO DEL PROF. BUSCEMI 

Il senso dell’ »evento di Damasco » 

Buscemi, A.M. San Paolo vita opera messaggio, Franciscan Printing Press 1996 

pag 31: 

« Siamo dinnanzi all’avvenimento più importante della vita di Paolo e, dopo la Resurrezione di Cristo, l’evento che più ha influito sul cristianesimo primitivo e di tutti i tempi. Eppure Paolo nelle sue lettere non vi fa mai direttamente cenno: allude ad un’ « esperienza » che ha mutato totalmente e radicalmente la sua vita, ma non la concepisce come qualcosa di isolato. » 

pagg. 44-47 

« Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad un’altra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad un’altra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad un’esistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: ‘Dalle tenebre lampeggi la luce’ (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né l’essere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessun’altra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessun’altra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dell’amore (Gal 5,14).

È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di quest’esperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « l’evento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo l’ha afferrato e l’ha fatto suo per sempre (Fil 3,12). L’iniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: l’imperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nell’amore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « l’evento di Damasco », quell’evento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore.

Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest’ »evento » non si distaccano molto dall’interpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, l’opera lucana presenta « l’esperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale l’apostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto quest’aspetto, mi sembra evidente: una visione e l’investitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, l’autore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che l’apostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all’ »evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « l’evento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare l’attendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell’ »evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come l’esatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè. »

Mons. Gianfranco Ravasi : Il fascino di Paolo

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi2000/articoli2000.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

IL FASCINO DI PAOLO (2000) 

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». 

SAN PAOLO: LA VITA FINO ALLA CONVERSIONE

SAN PAOLO: LA VITA FINO ALLA CONVERSIONE dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 12_chasse_dijon_st_paul

Portraits Paul

http://www.artbible.net
ho cominciato dei studi sistematici su San Paolo ad una Università Pontificia, prima la vita, la storia, i luoghi dove è vissuto, più avanti negli studi le esegesi sulle lettere paoline; 

la figura di San Paolo è molto particolare, perlomeno così l’ho percepita: un uomo pieno di passione e di amore, il carattere forte che sembra avere nei primi racconti degli Atti degli Apostoli è trasformato dall’incontro con Cristo in una sequela vissuta come se camminasse sulle orme del Signore stesso perchè da lui stato chiamato e trasformato; 

credo che la comprensione di San Paolo vada  come preceduta da uno sguardo sulla sua persona, come chiave di lettura forse dalla frase più forte, più appassionata, più vissuta, quella che sembra esplodere dal cuore di Paolo nella lettera ai Galati: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » in molte presentazioni di San Paolo, in vari luoghi appare sotto l’immagine dell’Apostolo questa frase che lo identifica più di ogni altra; 

ma dove è nato San Paolo, dove è cresciuto, cosa ha studiato? 

provo ad interrogare Paolo stesso per ottenere risposta, e cerco di raccontare, così come io ho imparato e recepito e amato, San Paolo Apostolo; naturalmente mi avvalgo delle « fonti » che ho in mano ed riprendo gli studi io stessa per « ascoltare » di nuovo San Paolo: 

1. in primo luogo La Sacra Scrittura: la Bibbia di Gerusalemme, testo italiano traduzione CEI « editio princeps »  EDB 1971, cito come BJ; 

2. il testo sul quale per la prima volta ho studiato San Paolo, del professore Alfio Marcello Buscemi, che è stato mio professore a Roma e che ora si trova allo « Studium Biblicum Franciscanum – Jerusalem »: San Paolo vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, cito come Buscemi; 

3. di Wkenhauser A. – Schmid J: « Introduzione al Nuovo Testamento » Paideia Editrice 1981 cito come Introduzione; 

Paolo « un giudeo » 

Paolo dice di se stesso: « Io sono un giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non senza importanza » (At 21,39), e: « …nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città » ossia Gerusalemme » ed ancora: « formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio » (At 22,3); 

« ebreo da ebrei »

« …circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della Tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge » (Fil 3, 5), il suo nome è Saulo dalla radice ebraica « Saul » (richiesto da Dio) e grecizzato in Saulos, il nome Paolo che si trova sia negli Atti, sia nelle Lettere è il suo secondo nome, è possibile che gli fosse stato dato dalla nascita anche il nome di Paolo « Paulus » fosse il nome latino di Paolo, ossia quello datogli come cittadino romano; 

« cittadino Romano » 

in Atti 22,25, Paolo, trasferito da Roma a Cesarea – qui ci troviamo alla fine della vita di Paolo – Paolo era ritornato a Gerusalemme dopo i tre viaggi missionari – dopo l’arresto a Gerusalemme e trasferito a Cesarea da un comandante romano di Gerusalemme per proteggerlo dai tentativi di assassinio che i giudei andavano tramando, afferma di esser cittadino romano. « Potete voi flagellare un cittadino romano non ancora giudicato? » (22,25b), più avanti, poiché volevano portarlo a Gerusalemme per essere giudicato là si appella a Cesare: « Io mi appello a Cesare » (At 25, 11); 

« gli studi » 

dal testo del Prof. Buscemi pag. 28: 

« La formazione culturale di Paolo probabilmente si dovette svolgere secondo i dettami della Mishna: . La lettura della Bibbia probabilmente veniva fatta sul testo greco della LXX, che era il testo ufficiale della diaspora e quindi è probabile che Paolo abbia frequentato anche qualche scuola di Tarso per apprendere la lingua greca, che egli dimostra di possedere molto bene »;

« alla scuola di Gamaliele » 

riprendiamo gli Atti 22,3  dove Paolo si qualifica come Giudeo, riscrivo tutto il passo: 2 Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto alla scuola di Gamalièle nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete stati tutti voi » (At 22,3); Gamaliele è lo stesso che troviamo in Atti 5 34 – all’inizio quando gli apostoli vengono fatti prigionieri e, liberati in modo miracoloso, ritornano al Tempio per predicare, prelevati dal Tempio e portati davanti al Sinedri vengono interrogati, interviene un dottore della Legge di nome Gamaliele, Atti 5,34: « Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo di nome Gamalièle, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse:

« quanto a zelo persecutore della chiesa » (Fil 3,6) 

Paolo prima dell’evento di Damasco, in diversi passi degli Atti e delle Lettere si professa persecutore della Chiesa, prima riporto la parola di San Paolo: 

Atti 7, 55-60, lapidazione di Stefano; 

« Saulo era fra coloro che approvavano la sua uccisione. » (At 8,1) 

subito prima dell’evento di Damasco: 

« Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le Sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati » 

evento di Damasco; 

siamo alla fine degli Atti, Paolo è prigioniero a Gerusalemme e, con il permesso del Tribuno, parla ai Giudei di Gerusalemme e racconta: 

« Io perseguitai a morte questa dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne, come può darmi testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme per essere puniti.  » (At 22,4-5) 

Buscemi pag 37: 

[in vero] « L’unico accenno certo ad una persecuzione scatenata da Paolo contro la Chiesa di Gerusalemme si trova in Atti 26,10 dove l’inciso sembra una precisazione dovuta ad una certa scrupolosità storica degli Atti. Contro questa precisazione, secondo alcuni autori, starebbe quanto Paolo afferma in Gal 1,22: . Ma per ottenere questo contrasto si deve supporre che Paolo abbia messo in prigione personalmente tutti i cristiani di Gerusalemme, cioè bisogna prendere alla lettera il sommario di At 8, 1-3. La cosa mi sembra poco probabile. Anzi At 26, 10 è un dato certamente più attendibile che l’accenno generico di At 8,3, dato che sicuramente molti cristiani erano riusciti a fuggire (At 8,1-4; 11,19) prima che Paolo potesse mettere loro le mani addosso. Ciò conferma che le due notizie di At 26,10 e Gal 1,22 non sono affatto in contrasto, ma si chiariscono a vicenda. » 

Atti 26, 9-11: 

« Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. » 

ci sono anche tre passi dalle lettere nei quali Paolo parla o fa cenno alla sua persecuzione contro le Chiese, le cito soltanto perché quanto scrive, ora, appare sufficientemente chiaro: 

Gal 1,22, 

non sembra che ci sia riferimento alla persecuzione, il passo è stato messo in rilievo da Buscemi [vedi sopra]: 

« Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo »  Fil 3,6, 

anche questo già citato parzialmente nella parte precedente « ebreo da ebrei », ossia Fil 3,5, in realtà per quanto riguarda la persecuzione: 3,6  riporto tutto 3,5-6: 

(5) »circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;(6) quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge » 

1Tim 1, 12-13, 

qui Paolo parla della sua vocazione e ringrazia Dio: 

« Rendo grazie a colui che mi ha dato forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; » 

Buscemi, pag 38, considerazione sulle persecuzioni operate da Paolo: 

« Noi giudichiamo abbastanza severamente queste persecuzioni: Paolo stesso, divenuto cristiano, ammette di aver agito (1Tim 1,13), però un fariseo zelante, come poteva essere Paolo, difficilmente pensava come noi  … Luca, con grande maestria, farà dire a Paolo che in questa persecuzione ha agito in buona fede, in quanto , per difender il valore unico della legge, a cui Cristo oramai si sostituiva, e nella
… » 

non so se posso aggiungere qualcosa, mi viene in mente che Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a dare compimento (cfr.  Mt 5, 17), ma, forse, quando sono stati scritti gli Atti e le Lettere il vangelo di Matteo non era stato scritto ancora (poi metto da una fonte valida le date degli scritti del Nuovo Testamento).

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