STUDI SU SAN PAOLO: COME LEGGERE LA LETTERA AI ROMANI

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2006/articolo1_4.asp

COME LEGGERE LA LETTERA AI ROMANI  di  Romano Penna 

(docente di studi paolini alla Pontificia Università Lateranense) 

C’è un doppio, fondamentale consiglio da dare a chi si accinge alla lettura di questo scritto: prepararsi a qualcosa di impegnativo e poi non scoraggiarsi! Se questo vale in generale per tutte le lettere di Paolo, tanto più è vero per questa lettera in particolare. Ma una cosa è certa: la pazienza sarà abbondantemente premiata, perché ci si accorgerà che ne valeva davvero la pena. Infatti, siamo davanti allo scritto più importante dell’Apostolo, quello in cui egli impegna maggiormente se stesso nell’interpretazione di ciò che significa l’evangelo per l’uomo, per ogni uomo. 

D’altronde, la lettera ai Romani ha avuto nella storia della Chiesa e della teologia cristiana un influsso non minore di quello che hanno avuto, poniamo, Platone o Aristotele sulla filosofia occidentale. Quindi, chi non si stancherà di misurarsi con l’argomentazione qui dispiegata da Paolo meriterà la promessa che leggiamo nell’Apocalisse: «Al vincitore che persevera fino alla fine… darò autorità sopra le nazioni» (Ap 2,26); oppure, il che è lo stesso, verificherà di persona quanto siano vere le parole di Lutero nel suo commento: «Fu come se per me si aprissero le porte del paradiso»; o ancora, se la cosa non appare troppo banale, ci si accorgerà quanto abbia un reale riscontro concreto, almeno in questo caso, il motto dello spot pubblicitario «Gratta e Vinci!». 

Le circostanze della composizione 

Se la lettera ai Romani è importante per noi, bisogna dire che prima lo è stata già per Paolo stesso. Infatti, quando egli la scrive si trova in un momento significativo e delicato della sua biografia apostolica. È ormai verso la fine del suo terzo viaggio missionario e sta soggiornando a Corinto (probabilmente al termine dell’anno 54 o all’inizio del 55), appena a un quarto di secolo dopo la morte di Gesù e dopo aver scritto già un certo blocco di lettere, cioè: almeno una ai cristiani di Tessalonica, due a quelli di Corinto, una a quelli di Filippi, una a Filemone (un cristiano della città di Colosse, nell’entroterra di Efeso), e una ai cristiani della Galazia. 

Soprattutto ciò che si verificò nelle Chiese di quest’ultima regione aveva rappresentato per lui un’esperienza drammatica: l’infiltrazione di alcuni predicatori cristiani ma giudaizzanti aveva rischiato di imporre ai Galati un’ermeneutica dell’evangelo assai diversa, se non contraria a quella da lui predicata. Essi infatti pretendevano di coniugare l’adesione a Cristo con la necessità di osservare la legge mosaica, sicché per essere giusti davanti a Dio non sarebbe bastata la fede ma si doveva contare anche sulle opere religiose e morali compiute dall’uomo. Nella lettera indirizzata appunto a quelle Chiese, Paolo aveva affrontato di petto la questione trattandola in termini molto forti, energici nei toni e radicali nella sostanza. Egli vi aveva difeso a spada tratta «la verità dell’evangelo» (Gal 2,14), cioè la libertà del cristiano da ogni vincolo esterno che non sia la pura grazia di Dio manifestatasi in Gesù Cristo e accolta con nient’altro che non sia la fede. 

Inoltre, quando scrive ai romani, Paolo si trova di fronte a un’altra sfida, che questa volta egli fa a se stesso. Le regioni e le città fino ad allora interessate dalla sua attività evangelizzatrice, tenendo conto anche del racconto fattoci da Luca negli Atti, erano state davvero molte: in Siria, la città di Antiochia; a Cipro, quelle di Salamina e Pafo; in Anatolia, alcune città delle zone centro-meridionali della Panfilia (Perge), della Pisidia (Antiochia, Iconio) e della Licaonia (Listra, Derbe), e in più la zona anatolica centro-settentrionale della Galazia; in Asia, la costa dell’Egeo (Efeso, Colosse); in Grecia, la Macedonia (Filippi, Tessalonica) e l’Acaia (Atene, Corinto). In ciascuna di queste località aveva suscitato delle Chiese, cioè dei gruppi (anche se piccoli) di credenti in Cristo provenienti sia dal giudaismo sia dal paganesimo. 

Detto all’ingrosso e con le sue parole, egli ha ormai predicato l’evangelo «da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria» (Rm 15,19), e a questo punto pensa di non avere più un sufficiente campo d’azione in quelle regioni (cf. Rm 15,23a). Da tempo egli coltivava già l’idea di recarsi finalmente a Roma (cf. Rm 1,13; 15,23b), capitale dell’impero; e poiché questa per un uomo dell’Oriente è comunque una città occidentale, Paolo progetta addirittura di spingersi fino all’estremo Occidente dell’area mediterranea, puntando verso la Spagna (cf. Rm 15,24.28). 

Sappiamo, dunque, che verso la metà degli anni ’50 Paolo non era ancora stato di persona a Roma; quindi la Chiesa romana in quanto tale non aveva ancora avuto contatti concreti con lui. Resta però il fatto che egli, non solo aveva notizia della fede dei romani (cf. Rm 1,8; 16,19a), ma in più doveva avere tra loro qualche punto d’appoggio, come risulta da almeno un paio di indizi: uno è l’interessante serie di ben 24 persone salutate per nome al termine dello scritto (cf. Rm 16,3-15: un lungo elenco non riscontrabile in nessun’altra lettera); un altro è l’accorata richiesta di un sostegno nella preghiera in vista del suo imminente viaggio verso Gerusalemme, dove egli prevede che le cose non sarebbero andate bene per lui (cf. Rm 15,30-32), come effettivamente avvenne (cf. At 21,17-39). 

Certo non sappiamo se la Chiesa di Roma da parte sua avesse il desiderio che egli vi si recasse a farle visita. Comunque, i cristiani della capitale dovevano non solo aver sentito parlare di lui, ma anche essere venuti a conoscenza di qualche sua tesi audace, come quella dell’assoluta preminenza della grazia di Dio nei confronti di ogni comportamento morale dell’uomo: mentre in alcuni ciò aveva suscitato un’adesione fin troppo entusiasta spinta fino al travisamento (cf. Rm 3,8), nella maggior parte dei romani aveva suscitato un’opposizione molto netta (cf. Rm 16,17-18). 

L’intento formale dello scritto 

In ogni caso, la nostra lettera secondo le intenzioni del mittente avrebbe dovuto fungere da auto-presentazione e da credenziale. L’estensione e il contenuto del testo epistolare pongono però un problema di rilievo. Infatti, sapendo che la lettera è composta di ben 7.100 parole[1][1], è inevitabile dedurne che non abbiamo a che fare con un elaborato qualsiasi. Se già il breve biglietto a Filemone (di sole 335 parole) coniuga il caso personale dello schiavo Onesimo con la questione più generale della schiavitù dal punto di vista cristiano, tanto più una lettera così ampia come la nostra non è assolutamente riducibile a questioni di basso profilo. 

In effetti, Paolo non ha scritto né soltanto per presentare la propria carta d’identità, né soltanto per rintuzzare eventuali accuse, né soltanto per raccomandarsi al supporto dei romani e tanto meno soltanto per condividere con loro un patrimonio ideale dato già per scontato. Nella lettera, infatti, i toni amichevoli si trovano solo nella sua cornice (cioè: all’inizio in Rm 1,1-14; e alla fine in Rm 15,14-16,27); d’altra parte, l’allocuzione diretta ai destinatari con il «voi» della seconda persona plurale, dagli effetti coinvolgenti, si trova raramente nel corpo del testo (cf. Rm 1,8-15; 6,1-7,6; 8,9-11.13; 11,13); è invece più frequente nei capitoli dedicati all’esortazione morale (Rm 12,1-15,13), di cui perciò intere sezioni molto importanti sono prive (cf. Rm 1,18-5,21; 7,7-8,8.14-39; quasi interamente i cc. 9-11); la stessa interpellazione diretta dei destinatari con l’appellativo di «fratelli», tenuto conto dell’estensione del discorso, è ancora più rara (cf. Rm 7,1; 10,1; 11,25; 12,1; 15,14; 16,17). 

Evidentemente Paolo ha intenzione di trattare delle questioni che vanno molto al di là della situazione propria dei suoi lettori immediati e che investono le componenti fondamentali dell’identità cristiana in quanto tale. La lettera perciò si avvicina al genere che oggi chiameremmo un saggio. È come se Paolo, al punto in cui si trova della sua vita, volesse – una volta per tutte – chiarire anche a se stesso che cosa significa in definitiva ciò che da anni andava annunciando in giro per il mondo: si tratta di spiegare non tanto il contenuto dell’evangelo, che è già chiaro per tutti (cioè: l’identità personale di Cristo come figlio di Dio e la sua morte-risurrezione per i nostri peccati), quanto piuttosto come vada concepito l’impatto antropologico di questo annuncio (cioè: che cosa significhi per l’uomo un evento del genere). 

Questo, finora, non lo aveva ancora fatto; o meglio, lo aveva fatto solo parzialmente nella lettera ai Galati. Ma là, come abbiamo accennato, il tono del discorso era molto polemico, motivato com’era sia dall’attacco frontale infertogli da alcuni intrusi giudaizzanti, sia dal fatto che i destinatari della lettera erano cristiani suscitati e quasi generati da lui (cf. Gal 4,19), il che gli permetteva di esprimersi con una certa libertà di linguaggio (cf. Gal 1,6; 3,1; 5,12). La nostra lettera, invece, è indirizzata a dei lettori che Paolo per lo più non conosce personalmente e con i quali perciò è – per così dire – obbligato a impiegare toni di maggiore urbanità e comunque pacati, pur senza rinunciare per nulla ai capisaldi del suo pensiero. 

È questo dato contingente, insieme alle circostanze accennate più sopra, che gli offre l’occasione di ripensare, ma anche lo induce a farlo, quale sia la portata dell’evangelo a proposito di ciò che esso stimola e produce nell’uomo. Non che egli offra una sistematizzazione del proprio pensiero. Paolo non era nato con la vocazione dello scrittore, e altrettanto egli non sa costruire la propria argomentazione sulla base della ferrea logica aristotelica, benché provenga dalla diaspora di lingua greca e non sia affatto digiuno delle regole che presiedono alla composizione di un discorso. 

Anche dopo l’evento della strada di Damasco, la sua matrice semitico-ebraica è rimasta intatta, e soprattutto è rimasto intatto il suo temperamento generoso e passionale, che lo portano all’accumulazione dei concetti, all’iperbole, all’antitesi, e persino all’anacoluto, con cui una frase viene interrotta per passare senza preavviso a un altro soggetto grammaticale (cf. Rm 2,18-20.21; 5,12; 8,3). D’altra parte, l’annuncio evangelico non è rinchiudibile negli schemi della logica umana; esso non è dimostrabile, ma semmai persuasibile, e ciò del resto è conforme all’antica arte retorica dei discorsi, che appunto tendeva non tanto a dimostrare quanto a convincere[2][2]; e ciò avviene servendosi di tecniche retorico-espositive particolari[3][3]

In effetti, si vede bene che il linguaggio di cui Paolo dispone dal L’intento formale dello scritto 

In ogni caso, la nostra lettera secondo le intenzioni del mittente avrebbe dovuto fungere da auto-presentazione e da credenziale. L’estensione e il contenuto del testo epistolare pongono però un problema di rilievo. Infatti, sapendo che la lettera è composta di ben 7.100 parole[4][1], è inevitabile dedurne che non abbiamo a che fare con un elaborato qualsiasi. Se già il breve biglietto a Filemone (di sole 335 parole) coniuga il caso personale dello schiavo Onesimo con la questione più generale della schiavitù dal punto di vista cristiano, tanto più una lettera così ampia come la nostra non è assolutamente riducibile a questioni di basso profilo. 

In effetti, Paolo non ha scritto né soltanto per presentare la propria carta d’identità, né soltanto per rintuzzare eventuali accuse, né soltanto per raccomandarsi al supporto dei romani e tanto meno soltanto per condividere con loro un patrimonio ideale dato già per scontato. Nella lettera, infatti, i toni amichevoli si trovano solo nella sua cornice (cioè: all’inizio in Rm 1,1-14; e alla fine in Rm 15,14-16,27); d’altra parte, l’allocuzione diretta ai destinatari con il «voi» della seconda persona plurale, dagli effetti coinvolgenti, si trova raramente nel corpo del testo (cf. Rm 1,8-15; 6,1-7,6; 8,9-11.13; 11,13); è invece più frequente nei capitoli dedicati all’esortazione morale (Rm 12,1-15,13), di cui perciò intere sezioni molto importanti sono prive (cf. Rm 1,18-5,21; 7,7-8,8.14-39; quasi interamente i cc. 9-11); la stessa interpellazione diretta dei destinatari con l’appellativo di «fratelli», tenuto conto dell’estensione del discorso, è ancora più rara (cf. Rm 7,1; 10,1; 11,25; 12,1; 15,14; 16,17). 

Evidentemente Paolo ha intenzione di trattare delle questioni che vanno molto al di là della situazione propria dei suoi lettori immediati e che investono le componenti fondamentali dell’identità cristiana in quanto tale. La lettera perciò si avvicina al genere che oggi chiameremmo un saggio. È come se Paolo, al punto in cui si trova della sua vita, volesse – una volta per tutte – chiarire anche a se stesso che cosa significa in definitiva ciò che da anni andava annunciando in giro per il mondo: si tratta di spiegare non tanto il contenuto dell’evangelo, che è già chiaro per tutti (cioè: l’identità personale di Cristo come figlio di Dio e la sua morte-risurrezione per i nostri peccati), quanto piuttosto come vada concepito l’impatto antropologico di questo annuncio (cioè: che cosa significhi per l’uomo un evento del genere). 

Questo, finora, non lo aveva ancora fatto; o meglio, lo aveva fatto solo parzialmente nella lettera ai Galati. Ma là, come abbiamo accennato, il tono del discorso era molto polemico, motivato com’era sia dall’attacco frontale infertogli da alcuni intrusi giudaizzanti, sia dal fatto che i destinatari della lettera erano cristiani suscitati e quasi generati da lui (cf. Gal 4,19), il che gli permetteva di esprimersi con una certa libertà di linguaggio (cf. Gal 1,6; 3,1; 5,12). La nostra lettera, invece, è indirizzata a dei lettori che Paolo per lo più non conosce personalmente e con i quali perciò è – per così dire – obbligato a impiegare toni di maggiore urbanità e comunque pacati, pur senza rinunciare per nulla ai capisaldi del suo pensiero. 

È questo dato contingente, insieme alle circostanze accennate più sopra, che gli offre l’occasione di ripensare, ma anche lo induce a farlo, quale sia la portata dell’evangelo a proposito di ciò che esso stimola e produce nell’uomo. Non che egli offra una sistematizzazione del proprio pensiero. Paolo non era nato con la vocazione dello scrittore, e altrettanto egli non sa costruire la propria argomentazione sulla base della ferrea logica aristotelica, benché provenga dalla diaspora di lingua greca e non sia affatto digiuno delle regole che presiedono alla composizione di un discorso. 

Anche dopo l’evento della strada di Damasco, la sua matrice semitico-ebraica è rimasta intatta, e soprattutto è rimasto intatto il suo temperamento generoso e passionale, che lo portano all’accumulazione dei concetti, all’iperbole, all’antitesi, e persino all’anacoluto, con cui una frase viene interrotta per passare senza preavviso a un altro soggetto grammaticale (cf. Rm 2,18-20.21; 5,12; 8,3). D’altra parte, l’annuncio evangelico non è rinchiudibile negli schemi della logica umana; esso non è dimostrabile, ma semmai persuasibile, e ciò del resto è conforme all’antica arte retorica dei discorsi, che appunto tendeva non tanto a dimostrare quanto a convincere[5][2]; e ciò avviene servendosi di tecniche retorico-espositive particolari[6][3]

In effetti, si vede bene che il linguaggio di cui Paolo dispone dal punto di vista lessicale e sintattico non è sufficiente a contenere il messaggio che deve trasmettere, e, viceversa, si percepisce altrettanto bene che in ultima analisi l’annuncio evangelico e la riflessione su di esso eccedono enormemente le possibilità di quel che è possibile dirne. C’è una sfasatura tra la parola e il concetto e, se si eccettua il codice linguistico proprio dell’Apocalisse di Giovanni, solo Paolo (o almeno Paolo più di altri) all’interno delle origini cristiane dimostra quanto sproporzionato sia il rapporto tra il messaggio e il linguaggio. Il pensiero deborda lo scritto, il quale non è un argine bastevole per incanalarne la forza straripante. 

Il fatto è che Paolo non espone le cose didatticamente, come potrebbe fare un freddo cattedratico, che separa la propria scienza dalla propria umanità. È ben diverso dire che due più due fanno quattro e dire che in Gesù Cristo Dio ha amato tutti gli uomini, me compreso, fino a definirlo un «Dio per noi» (Rm 8,31). Ecco, Paolo è coinvolto in ciò che dice e scrive, perché ne va della vita e del senso che ad essa può derivarne dall’evangelo, sicché in gioco non c’è solo una visione oggettiva delle cose, ma una profonda compromissione soggettiva ed esistenziale. 

punto di vista lessicale e sintattico non è sufficiente a contenere il messaggio che deve trasmettere, e, viceversa, si percepisce altrettanto bene che in ultima analisi l’annuncio evangelico e la riflessione su di esso eccedono enormemente le possibilità di quel che è possibile dirne. C’è una sfasatura tra la parola e il concetto e, se si eccettua il codice linguistico proprio dell’Apocalisse di Giovanni, solo Paolo (o almeno Paolo più di altri) all’interno delle origini cristiane dimostra quanto sproporzionato sia il rapporto tra il messaggio e il linguaggio. Il pensiero deborda lo scritto, il quale non è un argine bastevole per incanalarne la forza straripante. 

Il fatto è che Paolo non espone le cose didatticamente, come potrebbe fare un freddo cattedratico, che separa la propria scienza dalla propria umanità. È ben diverso dire che due più due fanno quattro e dire che in Gesù Cristo Dio ha amato tutti gli uomini, me compreso, fino a definirlo un «Dio per noi» (Rm 8,31). Ecco, Paolo è coinvolto in ciò che dice e scrive, perché ne va della vita e del senso che ad essa può derivarne dall’evangelo, sicché in gioco non c’è solo una visione oggettiva delle cose, ma una profonda compromissione soggettiva ed esistenziale. 

L’effettiva posta in gioco 

Prima di incontrare personalmente i cristiani di Roma, dunque, Paolo espone loro il proprio pensiero sulla natura e sulle implicanze dell’evangelo, così che essi sappiano bene che cosa pensa colui del quale avrebbero dovuto poi fare la conoscenza. L’Apostolo però sa che a Roma la fede cristiana è vissuta secondo un’interpretazione che non è la sua. 

Ciò sarà significativamente confermato nel sec. IV dal primo commentatore romano della lettera paolina, noto sotto lo pseudonimo di Ambrosiaster (vissuto al tempo di papa Damaso, 366-384): 

I romani… pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato: infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo… L’Apostolo impiega tutte le sue energie per toglierli dalla legge, perché «la legge e i profeti vanno fino a Giovanni», e per fissarli nella sola fede in Cristo (in sola fide Christi), e quasi contro la legge difende il vangelo, non distruggendo la legge, ma anteponendo il cristianesimo (Prologo al suo commento). 

Come si vede da questa testimonianza, che esprime l’autocoscienza propria della stessa Chiesa romana, sono in gioco i grandi concetti di legge e di fede, tra i quali la croce di Cristo fa da relais e nello stesso tempo da spartiacque. I cristiani di Roma, infatti, erano in realtà pressoché tutti giudeo-cristiani, cioè facevano coesistere l’adesione a Cristo con l’osservanza della Torà, sicché la morte di Cristo poteva significare al massimo l’abolizione dei sacrifici templari (cf. Rm 3,25) ma non l’accantonamento dei vari precetti legali (classificati successivamente dai rabbini in numero di 613)[7][4]

Da parte sua, invece, Paolo distingue nettamente i due termini: come accennato, egli aveva già fatto questa operazione nella lettera ai Galati, ma ora riprende quella tematica e la sviluppa più ampiamente. Perciò è assolutamente importante rendersi conto di come proceda l’esposizione del suo pensiero e come esso vada a strutturare il quadro generale della lettera e segnatamente il suo corpo centrale (cioè Rm 1,16-15,13)[8][5]

L’articolazione della lettera 

La prima, fondamentale osservazione riguarda l’organizzazione bipartita dell’intera argomentazione. L’indizio più importante del passaggio da una parte espositiva a un’altra è l’uso del verbo «esortare» in Rm 12,1, mai impiegato nelle pagine precedenti: con esso Paolo passa decisamente a un discorso di genere morale, cioè alla richiesta di una condotta etica che viene dettagliata fino a Rm 15,13 con ammonimenti vari, di carattere sia generale (incentrati comunque tutti sulla necessità dell’agàpe/amore vicendevole) sia particolari (come il rapporto all’esterno con le autorità politiche [Rm 13,1-7] e all’interno con coloro che, essendo deboli nella fede, praticano astinenze da cibi e bevande [Rm 14,1-15,13]). 

A questo indizio se ne aggiunge un altro complementare, quello della dossologia con cui si conclude la sezione precedente in Rm 11,33-36: abbiamo qui una sorta di inno, che canta l’insondabilità della sapienza di Dio e che per le sue movenze celebrative rappresenta l’apice di quanto esposto prima. Perciò l’ultima sezione epistolare, che si apre con uno stacco ben marcato (Rm 12,1: «Vi esorto, dunque, fratelli»), si presenta come una deduzione di comportamenti vissuti da intendersi come conseguenza di tutto ciò che l’Apostolo ha precedentemente esposto da Rm 1,16 fino a Rm 11,36. Ciò che appare sorprendente è il patente sbilanciamento quantitativo tra le due parti: ai 71 versetti di quest’ultimo segmento epistolare si oppongono i ben 300 del segmento precedente! 

Se dunque la lettera si divide in due parti, risulta evidente che la prima è la più importante, poiché è qui che si trovano i princìpi e le basi della condotta cristiana. Appare quindi chiaro che a Paolo interessa di più (e non solo prima) fare un discorso sui fondamenti che non sulle sue sovrastrutture, sulle radici che non sull’albero, sull’essere che non sull’agire, in una parola sulle componenti pre-morali della condotta cristiana. Ecco, la lettera ai Romani ci insegna proprio questo: a non anteporre il dover fare al dover essere. Paolo sa che, se si chiariscono bene gli elementi portanti, allora la vita cristiana crescerà da sola producendo naturalmente frutti omogenei alle sue premesse costitutive. 

Ebbene, detto in breve, la sezione Rm 1,16-11,36 si può strutturare nel modo seguente. 

Tutto si apre con un’enunciazione di principio, che definisce l’annuncio cristiano nei suoi elementi formali (Rm 1,16-17). 

Seguono tre ampie sotto-sezioni, che ricamano su questo tema e trattano rispettivamente: 

a) della situazione di tutti gli uomini, giudei e gentili, accomunati davanti a Dio sia nel peccato (Rm 1,18-3,20) sia nella giustificazione per fede (Rm 3,21-5,21); 

b) della nuova esistenza dei battezzati in Cristo e nello Spirito; qui alle categorie giuridiche della sezione precedente (giustizia, assoluzione) subentrano altre di tipo mistico (comunione, filiazione): Rm 6,1-8,39;  c) dell’incredulità di Israele di fronte all’evangelo e della persistente fedeltà di Dio alla propria promessa di salvezza: Rm 9,1-11,36. 

Come si vede, il quadro è ampio e ricco. Non resta che immergervisi, sapendo che limitarsi a guardarlo ne pregiudica l’esatta comprensione, poiché ciascuno di noi ne fa comunque parte integrante. 

————————————- 

[9][1] Negli epistolari antichi, solo la lettera settima di Platone è più estesa della nostra (con ca. 8.000 parole), mentre la più lunga tra quelle di Seneca a Lucilio (la n° 95) non arriva a 5.000 parole; cf. in merito R. Penna, «La questione della dispositio rhetorica nella lettera di Paolo ai Romani: confronto con la lettera 7 di Platone e la lettera 95 di Seneca», in Biblica 84 (2003) 61-88. 

[10][2] Questi sono già i termini esplicitamente impiegati da Platone nella sua definizione (cf. Gorgia). 

[11][3] Cf. R. Penna, Lettera ai Romani - I. Rm 1-5. Introduzione, versione, commento, EDB, Bologna 2004, 39-43, 60-65. 

[12][4] Cf., per esempio, il Talmud babilonese, Makkôt 24a. 

[13][5] A questo proposito tralasciamo di mettere in evidenza le sezioni cosiddette «di cornice» della lettera, cioè: il prescritto o protocollo (Rm 1,1-7), a cui corrispondono, al termine, come escatocollo, i saluti finali (Rm 16,1-27); e il ringraziamento post-protocollare (Rm 1,8-15), a cui corrisponde, al termine, una sezione di tono altrettanto colloquiale (Rm 15,14-32).

Mons. Gianfranco Ravasi: La santa radice d’Israele

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi13.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

LA SANTA RADICE DI ISRAELE 

Il testo apocrifo cristiano della fine del II secolo intitolato Atti di Paolo e Tecla ci offre questo curioso e realistico ritratto di Paolo: «Era un uomo di bassa statura, la testa calva, le gambe arcuate, il corpo vigoroso, le sopracciglia congiunte, il naso alquanto sporgente, pieno di amabilità: a volte aveva le sembianze di un uomo, a volte l’aspetto di un angelo».
Al di là della finale un po’ “aureolata”, questo profilo rivela i tratti di un uomo dell’Oriente.
Egli, infatti, pur proclamando con orgoglio la cittadinanza romana che gli derivava dall’essere nato a Tarso, una colonia romana dell’attuale Turchia, non esitava a marcare le sue radici ebraiche.
«Sono un ebreo di Tarso in Cilicia», dichiarava al tribunale romano che gli chiedeva le generalità al momento dell’arresto a Gerusalemme (Atti 21,39).
In polemica coi suoi detrattori ebrei di Corinto rivendicava le sue origini: «Sono essi ebrei? Lo sono anch’io! Sono israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io!» (2 Corinzi 11,22).
Agli amati cristiani greci di Filippi ribadiva vigorosamente di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo secondo la legge (Filippesi 3,5).
Ebbene, nella lettera ai Romani che ci ha accompagnato nelle nostre puntate durante questa Quaresima ci sono ben tre capitoli – dal 9 all’11 – dedicati proprio al popolo ebraico.
Essi si aprono con questa appassionata dichiarazione:
«Vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono israeliti e a loro appartengono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi.
Da essi proviene Cristo secondo la carne» (9,3-5).
Pur ribadendo che gli Ebrei come i pagani hanno bisogno di essere salvati in Cristo dal loro peccato, Paolo ne esalta la grandezza e il destino di gloria.
La Chiesa, che comprende anche i non-ebrei, deve sentirsi innestata alla “santa radice” di quell’olivo che è Israele.
L’immagine vegetale e agricola dell’olivo è usata però dall’Apostolo in modo paradossale:
l’innesto lo si compie su un albero selvatico con un pollone fruttifero:
nella storia della Chiesa è avvenuto il contrario.
Infatti sull’olivo, che è Israele, è stato innestato un oleastro che «partecipa della radice e della linfa dell’olivo», cioè i pagani convertiti al cristianesimo (11,16-24).
E anche se gli Israeliti si sono ridotti a essere rami e polloni piantati altrove, essi potranno sempre riconnettersi alla loro radice e al loro tronco sano.
Conclude, infatti, Paolo la sua parabola dell’olivo così:
«Se tu, pagano, sei stato reciso dal tuo oleastro per essere innestato — sia pure contro natura — su un olivo buono, quanto più essi (gli Ebrei) potranno essere di nuovo innestati sul proprio olivo secondo la loro natura! » (11,24).

Mons. Gianfranco Ravasi: I tre ineffabili (Rm 8)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI I TRE INEFFABILI – (Romani capitolo 8)

Questo nostro viaggio nella lettera ai Romani, lo scritto più celebre di Paolo, intrapreso già da alcune settimane, sosta ora in una pagina di grande bellezza, il capitolo 8. Esso affascina soprattutto per la sua visione cosmica della salvezza.
Il gesuita scienziato e filosofo Pierre Teilhard de Chardin (1888-1955) nel suo Inno all’universo cantava sulla scia dell’Apostolo: «Immergiti nella materia, figlio della terra, bagnati nelle sue falde ardenti perché essa è la sorgente e la giovinezza della tua vita e anche in lei risuona il gemito dello Spirito».
Ebbene, è proprio attraverso l’immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente che Paolo compone una specie di parabola della redenzione: essa non coinvolge solo l’umanità ma tutto il creato. Tre sono i gemiti che s’intrecciano. C’è innanzitutto quello della natura intera che «a capo eretto attende da lontano la rivelazione dei figli di Dio» (8,19): «tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto» (8,22).
C’è, poi, il gemito dell’uomo che anela alla salvezza piena: « La creazione non è sola ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente attendendo da lontano l’adozione a figli di Dio» (8,23). C’è, infine, lo stesso gemito dello Spirito divino che vuole condurre a pienezza la redenzione:
«Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… intercedendo per noi con gemiti ineffabili» (8,26). Questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l’essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato così da essere « nuova creatura ».
È quel destino ultimo glorioso che il cristianesimo chiama « risurrezione » , di cui la Pasqua di Cristo è anticipazione e «caparra » o « primizia», per usare espressioni paoline. L’apostolo Paolo descriveva così ai Corinzi questa meta che ci attende: «Ciò che semini non prende vita se prima non muore. Quello che semini non è il corpo che nascerà ma un semplice chicco… Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge potente, si semina un corpo animale e risorge un corpo animato dallo Spirito» (1 Corinzi15, 36-37.42-44).
Ebbene, questa grandiosa vicenda di salvezza e di rinascita che coinvolge noi e il creato fa parte di un progetto divino che Paolo descrive proprio nel capitolo 8 con una cascata di verbi posti in successione.
Essi riguardano il nostro destino glorioso che è già prefigurato nel disegno eterno della mente di Dio. Leggiamo, perciò, con attenzione questi verbi che scandiscono le tappe della nostra chiamata alla fede e alla gloria: « Quelli che Dio ha pre-conosciuto li ha anche pre-destinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia primogenito tra molti fratelli; quelli che ha pre-destinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (8,29-30).

Mons. Gianfranco Ravasi: Le sette parole di Paolo

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi.htm 

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

LE SETTE PAROLE DI PAOLO 

Avevamo lascialo Paolo che nella prima parte del suo capolavoro teologico, la lettera ai Romani, descriveva la drammatica situazione dell’uomo, dominato da tre stelle oscure: la sarx-carne, l’hamartía-peccato, il nómos legge.
Ma quest’uomo non è abbandonato a sé stesso.
Entrano in scena – soprattutto nella seconda parte dello scritto paolino (capitoli 6-8) – quattro stelle luminose che incarnano la salvezza offerta da Dio.
La prima è espressa con la parola greca cháaris, « grazia », un termine che è rimasto nel nostro « caro-carezza », nel francese « charme » e nell’inglese « charm » (« fascino »): è l’apparire gioioso e amoroso di Dio nella notte dell’anima.
Egli squarcia la nostra solitudine, mettendosi lui per primo alla nostra ricerca, incamminandosi sulle nostre strade.
In principio c’è l’amore divino che non abbandona l’uomo a sé stesso.
È questo il senso del grido finale del celebre romanzo Diario di un curato di campagna di Georges Bemanos (1888-1948): «Tutto è grazia!».
Illuminato dalla grazia, l’uomo deve rispondere con la sua libertà di adesione o di rifiuto.
Ecco allora la seconda stella luminosa, la pístis, « fede ».
Essa è simile a braccia aperte che accolgono la cháris, cioè l’amore divino donato.
È afferrare una mano sicura che ci impedisce di sprofondare nel terreno molle della nostra carne e del nostro peccato.
È a questo punto che s’accende la terza stella, quella del pneuma, lo « Spirito ».
Ora, questo vocabolo può indicare anche il respiro della vita.
Potremmo, perciò, dire che, con l’abbraccio d’amore tra la grazia divina e fede umana sopra descritto, Dio infonde in noi il suo stesso respiro, il suo Spirito, cioè la sua vita.
È per questo che noi lo possiamo considerare come padre e ci possiamo sentire come fratelli di suo figlio, Gesù Cristo.
Tra lui e noi corre la stessa vita: «Voi avete ricevuto uno spirito (pneuma) di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba’, padre» (8,16).
L’uomo che, attraverso la fede, ha accolto la grazia e ha ricevuto lo Spirito della vita divina acquista una nuova condizione che è descritta con la quarta e ultima parola greca che Paolo usa in modo originale, la dikaiosyne, la « giustificazione ».
Essa è la stella terminale che sigilla la vicenda della nostra salvezza, partita dalle tenebre e approdata alla luce: l’uomo è ora « giustificato’, cioè reso giusto e perfetto: è – per usare un’immagine paolina – una « creatura nuova ». Le opere giuste che egli compirà saranno il frutto della salvezza ottenuta.
Attraverso sette parole, usate dall’Apostolo in modo creativo, abbiamo così ricostruito l’avventura della redenzione compiuta da Cristo e che Paolo precisa nelle pagine molto dense della lettera ai Romani. Ricordiamole ora in finale, distribuendole nei due ambiti. Innanzitutto quello negativo: sarx-carne, hamartía-peccato, nómos-legge.
Poi quello positivo: cháris-grazia, pístis-fede, pneuma-Spirito, dikaiosyne-giustificazione. 

I VIAGGI MISSIONARI DI SAN PAOLO – PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO

 I VIAGGI MISSIONARI DI SAN PAOLO - PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 13_bible_actes_paul_apotre 

immagine dal sito:

http://www.artbible.net/2NT/Act0000_Portraits_Paul/index.htm

PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO

sto elaborando il racconto dei viaggi missionari di San Paolo, per il momento utilizzo per una presentazione dei viaggi di San Paolo, il racconto fatto da un sito turco di viaggi, che elaboro un poco personalmente, questo scritto mi piace perché non è troppo lungo e non è troppo breve, poi si possono proporre degli approfondimenti, ma  separatamente, perlomeno mi sembra più chiaro il percorso  ed il senso dei viaggi missionari di San Paolo, poi, appunto, vorrei rileggere i viaggi attraverso studi di biblisti su San Paolo;

aggiungo ad ogni parte lo schema del viaggio tratto da un sito luterano (in inglese);

ALL ABOUT TURKEY – 

With tour guide Burak Sansal:

http://www.allaboutturkey.com/ita/paul.htm

E TESTO DALLA BIBBIA CEI;

DAL SITO DI VIAGGI: 

TESTO DELLA BIBBIA – TRADUZIONE (CEI)

il primo viaggio missionario si fa iniziare da quando Paolo e Barnaba, trovandosi ad Antiochia, mentre celebravano il culto al Signore, vennero chiamati dallo Spirito Santo per la missione di evangelizzazione (At 13,2);

Paolo, Barnaba e Giovanni Marco, subito, andarono a Seleucia e da qui verso l’isola di Cipro in nave. A Cipro predicarono a Salamina (Salamis) ed a Pafo (Paphos), A Pafo vi trovarono un tale, mago e falso profeta di nome BarJesus al seguito del proconsole Sergio Paolo, questi cercava di distogliere il proconsole dalla fede, allora Paolo, pieno di Spirito Santo, disse che sarebbe diventato cieco, questi piombò nell’oscurità, allora il proconsole, vedendo questo, si convertì;

Da Cipro, i tre fecero il viaggio di ritorno e visitarono Perge in Panfilia, dove Giovanni Marco si separò da loro e tornò a Gerusalemme. 

Paolo e Barnaba proseguirono verso Antiochia di Pisidia, dove tanti Ebrei e Gentili accolsero la parola di Dio e credettero dopo aver ascoltato la loro predicazione; Paolo e Barnaba annunziarono il vangelo nella sinagoga, ma i giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di San Paolo (13, 44-46), allora Paolo e Barnaba dichiararono con franchezza, dato che veniva respinta la parola di Dio annunziata, che si sarebbero rivolti ai pagani, quindi dopo aver scosso la polvere dai loro piedi andarono via. Giunti ad Iconio (Konya) entrarono nella sinagoga e vi parlarono in un modo che un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti, ma anche lì trovano l’ostilità dei giudei che istigavano i pagani contro Paolo e Barnaba con il proposito di lapidarli. Fuggiti si portarono a Listra, dove Paolo guarì uno storpio, avvenne però che, a causa di questo, gli abitanti pensarono che Paolo e Barnaba fossero degli dei pagani, Barnaba Zeus e Barnaba Hermes, e vollero offrirgli un sacrificio, tuttavia di due riuscirono a fermarli. Alcuni Giudei, però, arrivarono da Antiochia e da Iconio per organizzare gli abitanti contro gli Apostoli. Presero Paolo a sassate e lo trascinarono fuori città credendolo morto. Paolo, sopravvissuto a questo attacco, partì il giorno dopo insieme a Barnaba alla volta di Derbe; da qui ritornarono di nuovo a Listra, Iconio, Antiochia e Perge per rinforzare i credenti ed organizzare le chiese. Da Attalia (Antalya) navigarono ad Antiochia, dove riunirono la comunità cristiana per raccontargli le loro esperienze e dirgli come il Dio “ha aperto la porta di fede sui Gentili”.

DAGLI ATTI:

Missione di Saulo e Barnaba At 13, 1-5:    

C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d`infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2 Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: « Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati ». 3 Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono.

A Cipro 13,4;

Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. 5 Giunti a Salamina cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante.

 Ad Antiochia di Pisidia 13,13-14; 

13 Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia. Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14 Essi invece proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero.

ALTRI PASSI DAGLI ATTI:

Predicazione di Paolo davanti ai giudei Atti 13,16-42; 

Paolo e Barnaba si rivolgono ai pagani 13, 44-48; 

Evangelizzazione di Iconio 14, 1-7; 

Guarigione di un paralizzato: 14, 8-10; 

ad Iconio vogliono offrire sacrifici ai dei per la guarigione dello paralizzato: 14,11-13; 

arrivo dei Giudei e partenza di Paolo e Barnaba alla volta di Derbe: 14, 19-20; 

ritorno a Listra, Iconio ed Antiochia riunione della comunità cristiana: 14,22-23;

Papa Benedetto: « In Cristo Gesù Dio stesso si è rivelato discendendo »

« In Gesù Cristo Dio stesso si è rivelato discendendo » 

Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana 2007;   

pagg. 120-121; 

« Sulla bocca di Gesù tuttavia la parola acquista una profondità nuova. Fa parte della sua natura specifica il vedere Dio, lo stare faccia a faccia davanti a Lui, in continuo scambio interiore con lui – vivere l’esistenza di Figlio. Così l’espressione assume una valenza profondamente cristologica. Noi vedremo Dio quando entreremo nei « sentimenti di Cristo » (Fil 2,5). La purificazione del cuore si realizza nella sequela di Cristo, nell’unificazione con Lui. (Fil 2, 6-9). 

Queste parole segnano una storia decisiva nella storia della mistica. Mostrano la novità della mistica cristiana, che deriva dalla novità della rivelazione in Gesù Cristo. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela nella sua autentica divinità. L’ascesa di Dio avviene nell’accompagnarlo in questa discesa. La liturgia d’ingresso al santuario del Salmo 24 riceve così un nuovo significato: il cuore puro è il cuore amante che si mette in comunione di servizio e di obbedienza con Gesù Cristo. L’amore è il fuoco che purifica e unisce ragione, volontà, sentimento, che unifica l’uomo in se stesso in virtù dell’azione unificante di Dio, cosìcché egli diviene servitore dell’unificazione di coloro che sono divisi: così l’uomo fa il suo ingresso nella dimora di Dio e può vederlo. Ed è questo che lo rende beato » 

LE LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DELLA SETTIMANA SANTA

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Domenica delle Palme – 16 marzo 2008

Seconda Lettura  Fil 2,6-11
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.

commento di Mons. Ravasi a Fil 2,7:

(Lettera ai Filippesi, EDB 1993)

« Cristo Gesù non si comporta come Adamo, non usa della divinità in maniera dispotica, ma la lascia quasi cadere, spogliandosi di essa come di un manto, scegliendo la via della Kénosis. Appare il verbo famoso: il suo senso è più terrificante di . Per Paolo è il verbo tipico dell’incarnazione, cioè lo kenoûn. La traduzione greca di Is  53,12 nel contesto del quarto carme del servo di JHWH dice che il servo la sua vita nella morte, annullandosi quasi distruggendosi »

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GIOVEDÌ SANTO – CENA DEL SIGNORE

Seconda Lettura  1 Cor 11, 23-26 


Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore.

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi 

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 
Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. 

Paul de Surgy, Lettere di San Paolo, Edizioni San Paolo 1999 (Les épitres de Paul, Corinthiens, Bayard Éditions Paris 1997)

La tradizione eucaristica (11, 23-26) pag 295 (stralcio): 

Per esortare i fratelli di Corinto a celebrare la cena secondo lo spirito voluto dal Signore, Paolo riprende la catechesi tradizione che ha insegnato a Corinto. 

[citazione di 1Cor 11,23-26] 

« . Paolo non ha appreso mediante una rivelazione speciale ciò che era noto alle chiese: è da esse che ha ricevuto la catechesi eucaristica. Ma sottolinea l’origine divina di questo insegnamento: esso viene dal Signore. I versetti 23b-25 contengono un racconto tradizionale della cena del Signore: solo venticinque – trent’anni lo separano dall’istituzione dell’eucaristia, a cui si riallaccia attraverso la prima predicazione  di Paolo a Corinto e, al di là di essa, attraverso la tradizione della Chiesa di Antiochia, legata ai primi testimoni della comunità apostolica di Gerusalemme.  ...  L’espressione evoca forse l’antica Pasqua, portata a compimento dalla nuova Pasqua: l’agnello pasquale era la sola vittima che veniva mangiata durante la notte, e Gesù è l’ agnello della nuova Pasqua (1Cor 5,7). Essa colloca certamente l’istituzione dell’eucaristia nel contesto della passione, collegandola alla morte del Signore, sul piano cronologico ma ancor più su quello della sua realtà profonda. Di fronte alle divisioni della comunità, il termine
allude
certamente al tradimento di Giuda  (Lc 22,48). Più profondamente, rinvia al disegno di Dio, che ha
, il proprio Figlio sacrificandolo per tutti noi (Rm 4,25; 8,22: Gal 2,20; cfr. Is 53,6).
.. »

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VENERDÌ SANTO


PASSIONE DEL SIGNORE 
Seconda Lettura  Eb 4, 14-16; 5, 7-9 
Cristo imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Dalla lettera agli Ebrei 
Fratelli, poiché abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno. 
Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. 

commento di: Albert Vahoye: Ebrei, Edizioni San Paolo 1999 (Ed Originale: Les dernières épitres: Hébreux, Bayard Éditions Paris 1997) sul versetto (4,15): « Non abbiamo infatti un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre infermità » 

« Attraverso le proprie sofferenze ha acquisito una capacità di compassione che mantiene nella sua gloria. Non è incapace di <compatire le nostre infermità>. Quello che da a Cristo la sua immensa capacità di compatire e di aiutare è il fatto che egli si è fatto (4,15). Il predicatore lo ha già detto in 2,17-18. Aggiunge qui una precisazione importante: eccetto il peccato> …Ciò che dà alla passione di Cristo tutta la sua fecondità è evidentemente l’amore perfetto con cui l’ha affrontata, senza mai cedere ad alcun impulso del male (cfr. 9,14; 1Pt 2,22-23). sul versetto (5,7): « …nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche …a colui che poteva liberarlo da morte… » 

« Non è precisato lo scopo di questa preghiera. La qualifica attribuita a Dio suggerisce che Gesù abbia domandato al Padre di (Eb 5,7; cfr. Mt 26,39), ma il predicatore ricorda anche che Gesù assumeva nel contempo un atteggiamento di sottomissione o, più esattamente, di nel senso di rispetto religioso. Lasciava al Padre il compito di decidere il modo di esaudire, dicendogli: < Non come voglio io, ma come vuoi tu> (Mt 26,39). Questo atteggiamento, che faceva della preghiera un’offerta, ha aperto la via al miglior esaudimento possibile. Attraverso la sua risurrezione, Gesù è stato per sempre. » 

 

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VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA 

EPISTOLA  Rm 6, 3-11

Cristo risuscitato dai morti non muore più.

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani   
3. Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?  
4. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.  
5. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.  
6. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7.  Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.  
8. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9. sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui.  

10. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio.  
11.Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.  

commento del Prof. Jean Pierre Lémonon, Lettere di Paolo Editrice San Paolo, 1999 (Les épitres de Paul – Romains, Bayard Édition, Paris 1996:

stralcio, pagg. 98-99:

« La pericope è imperniata sul rapporto morte/vita (morte, morire, mortale: 15 volte; vita, vivere, vivente, risorgere: 9 volte), contrapponendo un’azione passata, che rientra nell’ambito della morte, e la vita scaturita dalla morte, pensata del resto in senso positivo. Un tempo presente, nato dalla comunione alla morte-risurrezione del Cristo, è un’èra di tensione. Infatti, il seppellimento dei cristiani con il Cristo fa di essi di « viventi per Dio in Cristo Gesù » (v. 11), e tuttavia la loro resurrezione è ancora di là da venire (v. 5; cfr. anche v. 8). 

Anzitutto, con l’interrogazione (v. 2b), Paolo destabilizza i suoi avversari: . In questi versetti egli esprime a modo suo una convinzione comune della comunità primitiva. La vita cristiana è incompatibile con il peccato perché, battezzati nella morte di Cristo, i cristiani sono pienamente assimilati a lui. Alcune espressioni composte con la preposizione [greco] indicano questa assimilazione al Cristo: (v. 4), (v. 6…) < se infatti siamo diventati un medesimo essere insieme con lui per l'affinità con la sua morte> (letteralmente: , v. 5; ….l’immagine complessiva in greco descrive bene la partecipazione a un medesimo movimento vitale). 

Questo tempo passato si è realizzato, una volta per tutte, per il Cristo come per i cristiani, perché sono stati battezzati nella sua morte. Tuttavia, benché i cristiani gli siano indissolubilmente legati, solo il Cristo ha compiuto il ritorno verso Dio. La realtà cristiana è espressa in termini di vita, e non di risurrezione. Morti al peccato, i cristiani attendono una pienezza (vv. 5b,8b). D’altra parte, la situazione presente del Cristo rientra in un sapere, in un’esperienza (v. ), mentre la partecipazione completa dei cristiani alla sua vita rientra nel campi del credere (v. 8b). Morte e peccato non hanno più alcun dominio sul Cristo (v 10), benché queste due forze ostili minacciano i cristiani che devono realizzare la morte al peccato nella loro vita quotidiana. 

Tenendo conto di queste differenze e conoscendo le difficoltà dei cristiani di Roma a vivere la loro nuova vita, Paolo rivolge ad essi un appello affinché diventino, in realtà, morti al peccato, viventi in Cristo (vv. 12-14: 12. Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; 13. non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi, tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. 14. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.) »

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LITURGIA DELLA PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE 

 

Seconda Lettura  Col 3, 1-4
Cercate le cose di lassù, dove è Cristo.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 
Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
 

Oppure: 
 1Cor 5, 6b-8


Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 


Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. 
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! 
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità. 

 

commento del prof. Gérard Rossé, docente di Sacra Scrittura all’Istituto Biblico di Roma, dal testo: 

Gérad Rossé, Lettera ai Colossesi, Lettera agli Efesini, Città nuova Editrice, Roma 2001, 

 

 commento alla Lettera ai Colossesi 3, 1-4, stralcio pag. 47-48 

 

« Essere morti con Cristo nel battesimo, partecipare al mistero pasquale, è partecipare fin d’ora alla vita di risurrezione di Gesù. L’accento è fortemente messo sulla realtà presente della salvezza: già siamo risorti con Cristo. Il battezzato è, quindi, già arrivato? Sì e no! L’autore non si illude poiché continua « cercate le cose di lassù>. Il cristiano non è dispensato dallo sforzo morale, anzi più che mai è chiamato a vivere una esistenza in conformità con ciò che già egli ha ricevuto. Giungere al compimento non esige ora uno sforzo stressante come se dovesse raggiungere una meta lontana, conquistare una realtà distante. Il battezzato ha già gratuitamente ricevuto ciò che deve raggiungere: egli è già risorto con Cristo, e potrà di conseguenza agire secondo la realtà nuova ricevuta, diventare ciò che egli è, entrare nella dinamica di risurrezione che già agisce nel presente. Il battesimo orienta l’intera esistenza del convertito verso le , cioè verso il mondo di Dio, là dive si trova Gesù risorto, alla destra di Dio, nella sua realtà di Sovrano del Cosmo. 

… 

Il credente è già nuova creazione nel profondo di sé dove abita la Trinità, porta in sé una vita che per il momento è nascosta, visibile soltanto alla fede. E questa vita nuova è partecipazione a quella stessa di Dio, per l’unione vitale con Cristo. 

Anche se l’apostolo pone l’accento sulla salvezza come realtà presente e afferma che i credenti, con il battesimo, sono già morti e risorti con Cristo, egli tuttavia non abbandona la verità della Parusia vista non come il ritorno glorioso di Gesù, ma come la sua manifestazione gloriosa…La Parusia renderà visibile la Sua presenza definitiva. La relazione nuova con il mondo che Gesù acquistò nella risurrezione. Diventerà allora manifesta la condizione gloriosa del Risorto, non perché, come nelle apparizioni pasquali, egli si adatta alla condizione del mondo, ma perché questo mondo sarà elevato alla dimensione del Risorto. »

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