MONS. GIANFRANCO RAVASI: Io Paolo, anziano e in catene…

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2002/262002.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI  - 2002  (Filemone) 

Io, Paolo, anziano e in catene………….. 

Accanto a Pietro nella liturgia del 29 giugno è associato Paolo, l’altra colonna della Chiesa di Roma, come diceva san Clemente agli inizi del II secolo. Ci siamo spesso interessati delle Lettere dell’Apostolo perché esse costituiscono un patrimonio fondamentale non solo della fede cristiana ma anche della stessa cultura dell’Occidente. Ora, però, vorremmo presentare un documento molto personale e fin curioso di Paolo, forse il suo ultimo scritto. Si tratta di un commovente biglietto che egli, ormai «anziano e in catene», indirizza a Filemone, un amico ricco e generoso, «collaboratore» nell’annunzio del Vangelo, nella cui casa si radunava una comunità di cristiani, anche se ci è ignota la città (versetti 1-2).

A lui l’Apostolo chiede un favore piuttosto inatteso. Durante la sua carcerazione — forse si tratta degli arresti domiciliari a Roma agli inizi degli anni ‘60, descritti nella finale degli Atti degli Apostoli (28,30-31) — Paolo aveva avuto l’occasione di incontrare e «generare» alla fede e quindi battezzare uno schiavo di nome Onesimo (versetti 10-11). Costui era fuggito proprio dalla casa di Filemone: secondo il diritto romano, egli doveva essere restituito al padrone che ne avrebbe deciso la sorte come meglio gli fosse gradito.

La proposta che, invece, Paolo avanza è significativa per illustrare la nuova visione che il cristianesimo stava introducendo nelle relazioni sociali. Ascoltiamo l’Apostolo in un brano di questa Lettera a Filemone: «Ti rimando Onesimo, lui che è il mio cuore (in greco si ha splànchna, cioè «viscere», segno di amore «viscerale»)… È stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre, non più come schiavo, ma come fratello amato tanto da me ancor più date, sia secondo la natura umana sia per la fede nel Signore. Se, dunque, mi consideri come amico, accoglilo come me stesso… Sì, fratello, che io possa ottenere da te favore nel Signore. Dà questo sollievo al mio cuore in Cristo! Ti scrivo fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto chiedo…» (versetti 12-2 1).

Tra l’altro, è suggestivo notare che Paolo si permette di aggiungere anche un tocco di ironia, quando scrive: «Se in qualcosa Onesimo ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Scrivo questo di mio pugno, io, Paolo: io stesso pagherò! Anche se vorrei dirti che mi sei debitore e proprio di te stesso!» (versetti 18-19). La tradizione popolare posteriore farà di Filemone un vescovo della città di Colossi nell’Asia Minore, alla cui Chiesa — come è noto — Paolo aveva già indirizzato una lettera, e naturalmente lo farà anche santo.

Ciò che affiora in queste righe è, comunque, la dimensione umana di Paolo, sensibile all’amicizia e lontano dallo stereotipo del freddo teorico, dell’arido teologo, privo di relazioni profonde e intime. L’Apostolo esce di scena, invece, proprio con un delizioso biglietto molto personale, segno di amore e di libertà. C’è nel saluto finale un bagliore di attesa riguardo al futuro: «Intanto preparami un alloggio perché spero — grazie alle vostre preghiere — di esservi felicemente restituito» (versetto 22).
Chissà se il desiderio di Paolo si realizzò prima della sua morte sotto Nerone imperatore! 

Publié dans : Card. Gianfranco Ravasi | le 26 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

CONTROVERSIA AD ANTIOCHIA [CONCILIO DI GERUSALEMME (Atti 15:1-32)]

CONTROVERSIA AD ANTIOCHIA [CONCILIO DI GERUSALEMME (Atti 15:1-32)] dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio

CONTROVERSIA AD ANTIOCHIA [CONCILIO DI GERUSALEMME (Atti 15:1-32)]

(vedere quanto ho premesso all prima parte:)

per il racconto breve struttura del racconto dal sito : 

ALL ABOUT TURKEY – 

With tour guide Burak Sansal:

http://www.allaboutturkey.com/ita/paul.htm

 e integrato dal testo biblico degli Atti, testo della BJ: 

Controversia ad Antiochia [Concilio di Gerusalemme] (Atti 15:1-32)

Alcuni cristiani, provenienti da Gerusalemme, insegnavano ai cristiani di Antiochia che dovevano essere circoncisi e seguire le Leggi di Mosé per essere salvati (v. 1). Per chiarire questa discussione fondamentale, Paolo, Barnaba si opponevano risolutamente contro costoro e si decise che Paolo e Barnaba con alcuni cristiani conosciuti si recassero a Gerusalemme dagli Apostoli. Essi, dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria  raccontando la conversione dei pagani e suscitando una grande gioia  in tutti i fratelli (v. 3), giunsero a Gerusalemme. 

A Gerusalemme furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva fatto per mezzo loro (v. 4) 

Paolo – nel discutere con la setta dei farisei, e con coloro che volevano obbligare i pagani alla  circoncisione – si rese conto che si stava trattando del punto centrale della fede cristiana: la salvezza che non veniva dalla osservanza della Legge, ma unicamente da Cristo. Il problema iniziale era stato posto quando, a Gerusalemme, si rimproverò a Pietro di essere entrato in casa di uomini circoncisi ed aver mangiato con loro (Atti 11, 3); ossia che cosa si domandava ai pagani di osservare per perché fosse possibile ai giudeo-cristiani di frequentarli? (cfr. BJ nota a 15,20) 

A quello che, appunto, viene definito come il « Concilio di Gerusalemme » prima parla Pietro e testimonia che lo Spirito Santo non aveva fatto nessuna discriminazione tra i pagani e i giudei concedendo anche a loro lo Spirito Santo, purificandone i cuori con la fede  (v. 7b-9); 

In seguito si alza a parlare Giacomo, il quale aggiunge che Simone (Pietro) aveva riferito come Dio fin dal principio aveva voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome e che anche la parola dei profeti si accordava a quanto detto da Pietro:

« Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta, ne riparerò le rovine e la rialzerò perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tute le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall’eternità«   (Amos 9,11-12)

Dopo questo discorso venne deciso che i convertiti non erano obbligati ad essere circoncisi o seguire la Legge, perché la fede di Gesù Cristo era sufficiente per tutti. Si decise, comunque che fosse ordinato loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue (v. 20):

Atti 15, 19-21:

« Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. Mosè, infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, perché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe. »

[Vorrei aggiungere – riguardo Israele nel pensiero di Paolo -  che  è interessante leggere della Lettera ai Romani 11: « Il resto di Iraele »; Paolo dice che noi: « i pagani, i gentili » siamo stati innestati nella radice santa di Israele, sì, sono stati tagliati alcuni rami e al loro posto siamo stati innestati noi, gli oleastri, quindi:

Alla fine del Concilio, una lettera fu mandata ai cristiani di Antiochia per comunicare loro le decisioni prese. Paolo, Barnaba, Sila e Giuda chiamato Barsabba, tenuti in grande considerazione tra i fratelli (v. 23b) furono incaricati per questo compito. A questo punto degli Atti, con il capitolo 15, termina l’incontro a Gerusalemme, il « primo concilio ». Si deve dire, tuttavia che la polemica non si esaurì con questa decisione, ma problemi sussistettero fino a quando la Chiesa divenne autonoma dall’influenza della Sinagoga.

DALLA « SPE SALVI » 46, [Prima Lettera ai Corinzi]

[ in precedenza parla della condizione intermedia dell'uomo dopo la morte, nel passaggio subito prima del 46 (45) si trova: "Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente se stesse..." poi: "Dall'altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio...]

 

« 46. Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio.  Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell’anima. Cosa avviene di simili individui  quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa altro accadrà? San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ci da un’idea del differente impatto del giudizio di Dio sull’uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l’invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti – semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là  della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso. Paolo dice dell’esistenza cristiana innanzi tutto che essa è costituita su un fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte. Poi Paolo continua: (3,12-15). In quel testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il   per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto nuziale. »

 

[ho messo il link al sito vaticano:  Encicliche (Papa Benedetto)]

Publié dans : PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO | le 24 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

OTTAVA DI PASQUA

OTTAVA DI PASQUA dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 17%20BARTOLOMEO%20FRA%20NOLI%20ME%20TANGERE

Exécutant BACCIO DELLA PORTA, BARTOLOMEO FRA (dit) Ecole Italie ; Florence Titre NOLI ME TANGERE, Source représentation Nouveau Testament Période 1er quart 16e siècle Matériaux: 

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.htm

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SIGNIFICATO DEL TEMPO PASQUALE NELL’OTTAVA DI PASQUA 

Augé M., Quaresima, Pasqua, Pentecoste, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2002 

pag. 60 

« Morti e risorti con Cristo 

La liturgia del Tempo pasquale, in particolare quella dei giorni dell’ottava di Pasqua, riprende e sviluppa la tematica emersa già nella celebrazione del Triduo, in particolare nella grande Veglia, in cui Cristo risorto conferma in noi monizione iniziale). Come detto sopra, l’ottava di Pasqua conserva il suo legame storico con la settimana « mistagogica » in cui coloro che  erano stati battezzati nella  Notte santa venivano introdotti progressivamente nella comprensione dei sacramenti ricevuti e in una esperienza di vita cristiana in armonia con essi.  Non si tratta della conservazione di un reperto di storia passata. La celebrazione dell’ottava pasquale può essere tuttora lo spazio adeguato per prendere coscienza e rinnovare la grazia dei sacramenti con cui  siamo stati iniziati alla vita cristiana. Alla chiusura dell’ottava, la colletta della II domenica si esprime in questi termini: <...accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l'inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti>. L’acqua, lo Spirito e il sangue sono i segni che materializzano il dono estremo della vita che esce dal corpo di Gesù morente. Dietro questi segni stanno battesimo, la confermazione e l’eucaristia

LUNEDÌ DELL’ANGELO – 24 MARZO 2008

Ufficio delle Letture – Lodi 

Lettura Breve Rm 10,8b-10; 

« 8b. Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore (Dt 30,14): cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha resuscitato dai morti, sarai salvo. 10. Con il cuore  infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. » 

Dt 30,14 

« …questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. » 

RIFERIMENTI DALLA BJ:

Sir 21,26 

« Sulla bocca degli stolti è il loro cuore 

i saggi invece hanno la bocca nel cuore. » 

At 2,36 

« Sappia dunque con certezza tuta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso: » 

1Cor 12,3 

« Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire , così nessuno può dire se non sotto l’azione dello Spirito Santo. » 

Rm 1,4 

« costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore. » 

dal Commento alla Lettera ai Romani: Lettere di Paolo, Edizioni San Paolo Cinisello Balsamo (Mi) 1999 

« In 10,9-13, Paolo svolge in maniera rigorosa il suo ragionamento ricorrendo a una serie di [cioè, poiché]. Ogni versetto dà fondamento al contenuto del versetto precedente. Paolo utilizza i procedimenti dell’esegesi in uso ai suoi tempi e gioca con le parole di Dt 30,14, e , riprese al v. 8. Si tratta di due atteggiamenti: affermare e credere (vv. 9-10). Mediante un’interessante costruzione in forma di chiasmo (un’inversione dell’ordine dei termini attira l’attenzione del lettore). Paolo mostra  gli stretti legami esistenti tra giustificazione e salvezza: 

…[citazione dello stesso passo] 

[sottolineo le parole citate dal docente, la traduzione che ho messo è  quella del Breviario, ossia quella della CEI, il docente utilizza un’altra traduzione, ma con parole molto simili, il significato rimane] 

« Il v 9b ricollega la salvezza al credere nel proprio cuore, mentre il v 10° afferma che la giustificazione è effetto della fede; la salvezza è in tal caso attribuita alla professione della bocca. Nello stesso tempo Paolo sottolinea che lo scopo ultimo della professione di fede è la salvezza »

MERCOLEDÌ DELL’OTTAVA DI PASQUA - 26 MARZO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE – (riferimenti a Rm 5,12; 1Cor 1547. 48.49) 

Seconda Lettura
Dall’«Omelia sulla Pasqua» di un antico autore.
(Disc. 35, 6-9; PL 17, 696-697)

Cristo autore della risurrezione e della vita

L’apostolo Paolo ricordando la felicità per la riacquistata salvezza, dice: Come per Adamo la morte entrò in questo mondo, così per Cristo la salvezza viene nuovamente data al mondo (cfr. Rm 5, 12). E ancora: Il primo uomo tratto dalla terra, è terra; il secondo uomo viene dal cielo, ed è quindi celeste (1 Cor 15, 47). Dice ancora: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra», cioè dell’uomo vecchio nel peccato, «porteremo anche l’immagine dell’uomo celeste» (1 Cor 15, 49), cioè abbiamo la salvezza dell’uomo assunto, redento, rinnovato e purificato in Cristo. Secondo lo stesso apostolo, Cristo viene per primo perché è l’autore della sua risurrezione e della vita. Poi vengono quelli che sono di Cristo, cioè quelli che vivono seguendo l’esempio della sua santità. Questi hanno la sicurezza basata sulla sua risurrezione e possederanno con lui la gloria della celeste promessa, come dice il Signore stesso nel vangelo: Colui che mi seguirà, non perirà ma passerà dalla morte alla vita (cfr. Gv 5, 24).
Così la passione del Salvatore è la vita e la salvezza dell’uomo. Per questo infatti volle morire per noi, perché noi, credendo in lui, vivessimo per sempre. Volle diventare nel tempo quel che noi siamo, perché, attuata in noi la promessa della sua eternità, vivessimo con lui per sempre.
Questa, dico, è la grazia dei misteri celesti, questo il dono della Pasqua, questa è la festa dell’anno che più desideriamo, questi sono gli inizi delle realtà vivificanti.
Per questo mistero i figli generati nel vitale lavacro della santa Chiesa, rinati nella semplicità dei bambini, fanno risuonare il balbettio della loro innocenza. In virtù della Pasqua i genitori cristiani e santi continuano, per mezzo della fede, una nuova e innumerevole discendenza.
Per la Pasqua fiorisce l’albero della fede, il fonte battesimale diventa fecondo, la notte splende di nuova luce, scende il dono del cielo e il sacramento dà il suo nutrimento celeste.
Per la Pasqua la Chiesa accoglie nel suo seno tutti gli uomini e ne fa un unico popolo e un’unica  famiglia.
Gli adoratori dell’unica sostanza e onnipotenza divina e del nome delle tre Persone cantano con il Profeta il salmo della festa annuale: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117, 24). Quale giorno? mi chiedo. Quello che ha dato il principio alla vita, l’inizio alla luce. Questo giorno è l’artefice dello splendore, cioè lo stesso Signore Gesù Cristo. Egli ha detto di se stesso: Io sono il giorno: chi cammina durante il giorno non inciampa (cfr. Gv 8, 12), cioè: Chi segue Cristo in tutto, ricalcando le sue orme arriverà fino alle soglie della luce eterna. E’ ciò che richiese al Padre quando si trovava ancora quaggiù con il corpo: Padre, voglio che dove sono io siano anche coloro che hanno creduto in me: perché come tu sei in me e io in te, così anche essi rimangano in noi (cfr. Gv 17, 20 ss.).

Responsorio    1 Cor 15, 47. 49. 48
R. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. * Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste, alleluia.
V. Qual è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti.
R. Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste, alleluia.

LODI 

Lettura Breve   Rm 6, 8-11 

8. [Ma] Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9. sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. 11. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. 

Nota della BJ: 

a 6,10 « egli morì al peccato » 

« senza essere peccatore (2Cor 5,21, il Cristo con il corpo di carne simile al nostro (Rm 8,3 apparteneva alla sfera del peccato; divenuto (1Cor 15 45-46), ora appartiene alla sfera divina. Così il cristiano, benché dimori provvisoriamente nella carne, vive già nello Spirito. » 

RIFERIMENTI: 

v. 8 – a 2Tim 2,11: 

« Certa è questa parola: 

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui » 

v. 9 ad Atti 13,34ss: 

« E che Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione… » 

a 1Cor 15,26: 

« L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte » 

a 2Tim 1, 10: 

« ma è stata rivelata [la grazia che ci è stata data in Cristo] solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha visto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, » 

anche Eb, 2,14ss e Ap 1,18;

OTTAVA DI PASQUA – GIOVEDÌ 27 MARZO 2008-03-27 

 

LODI – LETTURA BREVE: Rm 8, 10-11 


« 10. Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. » 

 

In Romani 8 Paolo parla della « vita nello Spirito »  - titolo del passo nella BJ – per tutti quelli che sono in Gesù Cristo non c’è più nessuna condanna, Cristo ha liberato l’uomo dalla legge del peccato e della morte: « Quelli, infatti, che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito alle cose dello Spirito » (v. 5) « Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio » (v. 8); « Voi », dice Paolo: « però non siete sotto il dominio della carne dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene », segue il passo della lettura di oggi;

Mons. Luigi Padovese: Un anno paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana

08/02/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13433?l=italian 

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana 

Parla monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia 

di Antonio Gaspari

 ANKARA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- In una intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e Presidente della Conferenza Episcopale Turca (CET), ha illustrato i programmi e le finalità del giubileo paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) indetto dal Pontefice Benedetto XVI. 

Monsignor Padovese ha spiegato che “c’è un gran movimento per organizzare i viaggi dei pellegrini e del turismo nei luoghi paolini, ma la componente religiosa è quella trainante. La finalità è di risvegliare nei cristiani di Turchia e del mondo la coscienza della propria identità”. 

Il Vicario apostolico dell’Anatolia, che è anche un grande studioso della Chiesa delle origini, ha rilevato che San Paolo “ha dato un respiro universale alla realtà cristiana ed h messo in evidenza che il cristianesimo è novità più che continuità”. 

“Perché – ha aggiunto il presule – come diceva Tertulliano ‘cristiani non si nasce ma si diventa’ e Paolo ci aiuta a capire dove siamo e chi siamo. Paolo ricorda l’identità cristiana”. 

“Non si tratta solo della continuità della religione giudaica – ha continuato il Presidente della CET – i legami ci sono e vanno riconosciuti, però, l’incarnazione è un salto qualitativo enorme”, così come va al di là di ogni immaginazione “lo scandalo della Croce e la Resurrezione”. 

Secondo monsignor Padovese, il giubileo paolino “è un’occasione per far conoscere ai cristiani di tutto il mondo l’importanza dell’apostolo Paolo”, con particolare riferimento alla storia della sua missione svolta in Turchia. 

“In quei tempi – ha ricordato il Vicario apostolico – questa zona era più florida e ricca, un punto di incontro per culture, popoli e religioni che ha permesso l’inculturazione e l’espansione del cristianesimo”. 

L’Anno Paolino ha anche una grandissima valenza di carattere ecumenico. A questo proposito il Presidente della CET ha raccontato a ZENIT dell’incontro che si è svolto a Tarso il 25 gennaio scorso. 

Alla messa solenne svoltasi nella chiesa trasformata in museo, hanno concelebrato insieme a monsignor Padovese, il Vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, monsignor Gregorios Melki Urek, Vescovo siriaco di Adiyaman e monsignor Joseph Amis Abi Aad, Vescovo maronita di Aleppo. 

Era presente anche un gruppo di 16 religiosi francescani e tre sacerdoti secolari della provincia di Foggia, due segretari di Vescovi e diversi sacerdoti locali. Presenti anche diverse religiose e un gruppo numeroso di fedeli. 

Nel pomeriggio si è svolta la preghiera ecumenica per l’unità dei cristiani a cui si sono aggiunti sacerdoti della Chiesa ortodossa, il pastore evangelico di Adana, e un vasto gruppo di fedeli proveniente da Mersin, Adana e Iskenderun. 

Ed è proprio per dare un ulteriore impulso al dialogo ecumenico che la CET ha voluto coinvolgere anche le altre chiese nella preparazione dell’Anno Paolino. In questo contesto monsignor Padovese ha incontrato il Patriarca Bartolomeo I, il Matriarca armeno Mutafyan e il Metropolita siro ortodosso di Istambul. 

Le autorità turche si sono dette molto interessate all’Anno Paolino, “anche se – ha rilevato il Vicario Apostolico –, non hanno dato risposta alla richiesta di costruire una chiesa a Tarso dedicata a San Paolo”. 

La richiesta avanzata per la prima volta dall’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Joachim Meisner, è stata riproposta da monsignor Padovese, ma le autorità non si sono ancora pronunciate. 

Il Vicario Apostolico ha quindi preannunciato l’apertura del Giubileo di San Paolo, in un incontro che si svolgerà a Tarso il 21 giugno e a cui parteciperanno le autorità civili di Ankara, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i dirigenti delle Chiese Ortodosse. 

In occasione del bimillenario di san Paolo, la CET ha pubblicato una Lettera pastorale in cui è scritto: « Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni ». 

Inoltre verranno ripubblicate le Lettere di San Paolo in lingua turca, con l’intento di svolgere uno studio approfondito utile ai cristiani ed ai cattolici in particolare. 

Monsignor Padovese ha poi rivelato l’intenzione di pubblicare un piccolo Catechismo paolino, che illustri come san Paolo affrontava i vari temi dell’identità cristiana. 

Sono già molte le richieste dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, di pellegrinaggi nei luoghi paolini e cioè Antiochia, Tarso, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, la Galazia e Colossi. A questo proposito, il Vicario apostolico si è detto convinto che ci sarà un flusso continuo di pellegrini. 

Dal punto di vista archeologico e storico, monsignor Padovese ha affermato che nel corso degli anni “il cristianesimo è stato cancellato tantissimo”, ma se si gratta sotto la superficie “si può trovare ancora molto della presenza cristiana”. 

“Nelle grandi città – ha fatto notare il Presidente della CET – tante chiese sono state perse e tante altre trasformate in moschee”. A Tarso per esempio “c’era una bellissima chiesa a pianta basilicale che attualmente è una moschea”. 

“Ma in periferia tracce del cristianesimo sono ancora visibili”, ha sottolineato il presule. “Ad Antiochia di Pisidia per esempio è stata ritrovata una chiesa dedicata a san Paolo, dove l’Apostolo fece il discorso sulla missionarietà”. 

Ad Efeso una archeologa austriaca ha messo in luce una grotta con dei graffiti e affreschi che ricordano il ciclo degli atti apocrifi di Paolo e Tecla. 

“D’altro canto – ha ricordato monsignor Padovese – è in Turchia dove san Paolo ha svolto prevalentemente il suo apostolato. Gli studiosi sostengono che su 10.000 miglia che Paolo avrebbe percorso, buona parte li ha percorsi in Turchia. E basterebbe prendere in mano gli Atti degli Apostoli per rendersi conto di quanto Paolo ha vissuto e percorso le terre dell’attuale Turchia”. 

Tra le tante iniziative, il Vicario apostolico dell’Anatolia ha menzionato anche l’idea di organizzare un pellegrinaggio internazionale per giovani a Tarso e Antiochia e il Pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia nel mese di ottobre. 

Mons. Gianfranco Ravasi: « Svuotò se stesso facendosi schiavo »

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2002/art2002.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (Fil 2,17; 1,20-21) 

Svuotò sé stesso facendosi schiavo 

Nelle nostre memorie scolastiche la città macedone di Filippi — che portava il nome del suo fondatore, Filippo II, il padre di Alessandro Magno (IV sec. a.C.) — forse ritorna per la battuta: «Ci rivedremo a Filippi», riferita dallo storico Plutarco nella sua Vita di Giulio Cesare. Là si era svolta nel 42 a.C. la battaglia di Ottaviano e Marco Antonio contro Bruto e Cassio. Là si era recato Paolo ad annunziare il Vangelo di Cristo nel 50 d.C. e a quei cristiani a lui tanto cari aveva indirizzato nel 55-56 una lettera serena e molto affettuosa, pur essendo scritta da un carcere duro, col rischio della morte: «Anche se il mio sangue dev’essere versato in libagione…, io sono felice e lo sono con voi… Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che muoia.
Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Filippesi 2,17;l,20-2 1).

Di questo scritto — in cui, come ha detto uno studioso, Jerome Murphy O’Connor, «si sente battere il cuore di Paolo» — noi ora sceglieremo solo una pagina celebre.
Si tratta di un inno incastonato nel capitolo 2 (vv. 6-1 1), forse citazione di un canto battesimale, ritrascritto e adattato dall’Apostolo.
L’elemento fondamentale di questo testo, denso teologicamente e vigoroso poeticamente, è in un contrasto.

Da un lato, c’è la discesa umiliante del Figlio di Dio quando s’incarna: egli precipita fino allo “svuotamento” (in greco c’è una parola divenuta significativa nella teologia, kénosis) di tutta la sua gloria divina nella morte in croce, il supplizio dello schiavo, cioè l’ultimo degli uomini, per poter essere in tal modo vicino e fratello dell’intera umanità. D’altro lato, però, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua, quando Cristo si presenta nello splendore della sua divinità, nell’esaltazione gloriosa che è celebrata da tutto il cosmo e da tutta la storia ormai redenti. Si ha così, attraverso questo contrasto discensionale – ascensionale, la rappresentazione della morte e della risurrezione, dell’umanità e della divinità di Gesù Cristo. Possiamo a questo punto seguire i due movimenti dell’inno.

Il primo è quello dello “svuotarsi” che Cristo fa della sua gloria divina, divenendo povero e debole uomo ebreo, votato alla crocifissione, considerata allora come una morte infamante. Ecco le parole dell’inno: «Gesù Cristo, pur avendo la condizione di Dio, non volle approfittare dell’essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo la condizione di schiavo. Divenuto simile agli uomini e presentatosi in forma umana, umiliò sé stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» (2,6-8).

Il secondo movimento di questo canto — che, a distanza di due millenni, è ancor oggi usato dalla liturgia — dipinge invece la grande svolta pasquale che parte da quella tragica morte sul Golgota. Per tre volte si ripete il termine “nome” che, nel mondo biblico, designa la persona e la sua dignità. Ebbene, il Cristo glorioso riottiene il suo “nome” divino che lo rivela Signore di tutto l’essere, luminoso nello splendore della divinità.
Ecco le parole dell’inno: «Dio lo ha sovraesaltato, gratificandolo con un nome che supera ogni altro nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio degli esseri celesti, terrestri e sotterranei e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (2,9-11). 

messaggio di Papa Benedetto per la XLIII giornata di preghiera delle vocazioni 2006, prende spunto dalla Lettera agli Efesini

IL PAPA PRENDE SPUNTO DALLA LETTERA AGLI EFESINI

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/vocations/documents/hf_ben-xvi_mes_20060305_xliii-vocations_it.html 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA XLIII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI
 

7 MAGGIO 2006 – IV DOMENICA DI PASQUA   

Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Cari fratelli e sorelle!
 

La celebrazione della prossima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni mi offre l’occasione per invitare tutto il Popolo di Dio a riflettere sul tema della Vocazione nel mistero della Chiesa. Scrive l’apostolo Paolo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo … In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo … predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 3-5). Prima della creazione del mondo, prima della nostra venuta all’esistenza, il Padre celeste ci ha scelti personalmente, per chiamarci ad entrare in relazione filiale con Lui, mediante Gesù, Verbo incarnato, sotto la guida dello Spirito Santo. Morendo per noi, Gesù ci ha introdotti nel mistero dell’amore del Padre, amore che totalmente lo avvolge e che Egli offre a tutti noi. In questo modo, uniti a Gesù, che è il Capo, noi formiamo un solo corpo, la Chiesa. 

Il peso di due millenni di storia rende difficile percepire la novità del mistero affascinante dell’adozione divina, che è al centro dell’insegnamento di san Paolo. Il Padre, ricorda l’Apostolo, «ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà …, il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1, 9-10). Ed in un’altra Lettera scrive, non senza entusiasmo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 28-29). La prospettiva è davvero affascinante: siamo chiamati a vivere da fratelli e sorelle di Gesù, a sentirci ed essere in comunione con lui, vero Dio e vero uomo, partecipi della natura divina (cfr 2 Pt 1,4) – figli e figlie nel Figlio. È un dono che capovolge ogni idea e progetto esclusivamente umani. La confessione della vera fede spalanca le menti e i cuori all’inesauribile mistero di Dio, che permea l’esistenza umana. Che dire allora della tentazione, molto forte ai nostri giorni, di sentirci autosufficienti fino a chiuderci al misterioso piano di Dio nei nostri confronti? L’amore del Padre, che si rivela nella persona di Cristo, ci interpella. 

Per rispondere alla chiamata di Dio e mettersi in cammino, non è necessario essere già perfetti. Sappiamo che la consapevolezza del proprio peccato ha permesso al figliol prodigo di intraprendere la via del ritorno e di sperimentare così la gioia della riconciliazione con il Padre. Le fragilità e i limiti umani non rappresentano un ostacolo, a condizione che contribuiscano a renderci sempre più consapevoli del fatto che abbiamo bisogno della grazia redentrice di Cristo. È questa l’esperienza di san Paolo. Alla sua preghiera di essere liberato dagli schiaffi di satana riceve la risposta: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, accettando questa decisione del Signore, dice: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12, 7.9). ‘Vantarsi delle debolezze’ significa accettare volentieri, di cuore, la propria situazione di debolezza: i limiti delle proprie forze, le sofferenze, sapendosi così vicini al Signore, vivendo fiduciosi nella sua potenza, nonostante le nostre debolezze. Nel mistero della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, il potere divino dell’amore cambia il cuore dell’uomo, rendendolo capace di comunicare l’amore di Dio ai fratelli. Nel corso dei secoli tanti uomini e donne, trasformati dall’amore divino, hanno consacrato le proprie esistenze alla causa del Regno. Già sulle rive del mare di Galilea, molti si sono lasciati conquistare da Gesù: erano alla ricerca della guarigione del corpo o dello spirito e sono stati toccati dalla potenza della sua grazia. Altri sono stati scelti personalmente da Lui e sono diventati suoi apostoli. Troviamo pure persone, come Maria Maddalena e altre donne, che lo hanno seguito di propria iniziativa, semplicemente per amore, ma, al pari del discepolo Giovanni, hanno occupato esse pure un posto speciale nel suo cuore. Questi uomini e queste donne, che hanno conosciuto attraverso Cristo il mistero dell’amore del Padre, rappresentano la molteplicità delle vocazioni da sempre presenti nella Chiesa. Modello di chi è chiamato a testimoniare in maniera particolare l’amore di Dio è Maria, la Madre di Gesù, direttamente associata, nel suo pellegrinaggio di fede, al mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. 

In Cristo, Capo della Chiesa, che è il suo Corpo, tutti i cristiani formano «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui» (1 Pt 2, 9). La Chiesa è santa, anche se i suoi membri hanno bisogno di essere purificati, per far sì che la santità, dono di Dio, possa in loro risplendere fino al suo pieno fulgore. Il Concilio Vaticano II mette in luce l’universale chiamata alla santità, affermando che «i seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi» (Lumen gentium, 40). Nel quadro di questa chiamata universale, Cristo, Sommo Sacerdote, nella sua sollecitudine per la Chiesa chiama poi, in ogni generazione, persone che si prendano cura del suo popolo; in particolare, chiama al ministero sacerdotale uomini che esercitino una funzione paterna, la cui sorgente è nella paternità stessa di Dio (cfr Ef 3, 15). La missione del sacerdote nella Chiesa è insostituibile. Pertanto, anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non deve mai venir meno la certezza che Cristo continua a suscitare uomini, i quali, come gli Apostoli, abbandonata ogni altra occupazione, si dedicano totalmente alla celebrazione dei sacri misteri, alla predicazione del Vangelo e al ministero pastorale. Nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto in proposito: «La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell’essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero. In particolare, “il sacerdote ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione. Per il fatto di partecipare all’‘unzione’ e alla ‘missione’ di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto”» (n. 16). 

Un’altra vocazione speciale, che occupa un posto d’onore nella Chiesa, è la chiamata alla vita consacrata. Sull’esempio di Maria di Betania, che «sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola» (Lc 10, 39), molti uomini e donne si consacrano ad una sequela totale ed esclusiva di Cristo. Essi, pur svolgendo diversi servizi nel campo della formazione umana e della cura dei poveri, nell’insegnamento o nell’assistenza dei malati, non considerano queste attività come lo scopo principale della loro vita, poiché, come ben sottolinea il Codice di Diritto Canonico, «primo e particolare dovere di tutti i religiosi deve essere la contemplazione delle verità divine e la costante unione con Dio nell’orazione» (can. 663, § 1). E nell’Esortazione apostolica Vita consecrata Giovanni Paolo II annotava: «Nella tradizione della Chiesa la professione religiosa viene considerata come un singolare e fecondo approfondimento della consacrazione battesimale in quanto, per suo mezzo, l’intima unione con Cristo, già inaugurata col Battesimo, si sviluppa nel dono di una conformazione più compiutamente espressa e realizzata, attraverso la professione dei consigli evangelici» (n. 30). 

Memori della raccomandazione di Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 37), avvertiamo vivamente il bisogno di pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non sorprende che, laddove si prega con fervore, fioriscano le vocazioni. La santità della Chiesa dipende essenzialmente dall’unione con Cristo e dall’apertura al mistero della grazia che opera nel cuore dei credenti. Per questo vorrei invitare tutti i fedeli a coltivare un’intima relazione con Cristo, Maestro e Pastore del suo popolo, imitando Maria, che custodiva nell’animo i divini misteri e li meditava assiduamente (cfr Lc 2, 19). Insieme con Lei, che occupa un posto centrale nel mistero della Chiesa, preghiamo: 

O Padre, fa’ sorgere fra i cristiani
numerose e sante vocazioni al sacerdozio,
che mantengano viva la fede
e custodiscano la grata memoria del tuo Figlio Gesù
mediante la predicazione della sua parola
e l’amministrazione dei Sacramenti,
con i quali tu rinnovi continuamente i tuoi fedeli. 

Donaci santi ministri del tuo altare,
che siano attenti e fervorosi custodi dell’Eucaristia,
sacramento del dono supremo di Cristo
per la redenzione del mondo. 

Chiama ministri della tua misericordia,
che, mediante il sacramento della Riconciliazione,
diffondano la gioia del tuo perdono. 

Fa’, o Padre, che la Chiesa accolga con gioia
le numerose ispirazioni dello Spirito del Figlio tuo
e, docile ai suoi insegnamenti,
si curi delle vocazioni al ministero sacerdotale
e alla vita consacrata. 

Sostieni i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi,
i consacrati e tutti i battezzati
in Cristo,
affinché adempiano fedelmente la loro missione
al servizio del Vangelo. 

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen. 

Maria, Regina degli Apostoli, prega per noi! 

Dal Vaticano, 5 Marzo 2006. 

BENEDICTUS PP. XVI 

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