Gianfranco Ravasi (2003) – Apollo, colto e gran predicatore (At 18,24)

 dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/272003.htm

Gianfranco Ravasi (2003) – (At 18,24)

Apollo, colto e gran predicatore

No, non parleremo ora di Apollo, figlio di Giove e di Latona e fratello di Diana, il dio romano del sole, della musica, della poesia, delle arti e della medicina. L
Apollo che vogliamo mettere in scena in greco Apollòs era un comune mortale: anzi, il suo nome era il diminutivo di Apollonio, un nome popolare nel mondo classico, a partire dallo scultore omonimo o da Apollonio Rodio, lautore del poema greco Gli Argonauti (III secolo a.C.), o dallApollonio filosofo ambulante pitagorico, famoso per i suoi presunti miracoli.

A parlare di Apollo, predicatore cristiano, siamo spinti dal fatto che in questa domenica leggiamo nella liturgia un brano della seconda Lettera di Paolo ai Corinzi. Ebbene, Apollo secondo gli Atti degli Apostoli (18,24) era un ebreo nato nella comunità della Diaspora giudaica di Alessandria dEgitto ed era un seguace dei discepoli del Battista che, anche dopo il ministero pubblico di Gesù, erano rimasti indipendenti e praticavano il battesimo di purificazione del loro maestro.Apollo era «un uomo colto, versato nelle Scritture» e gran oratore, e si era lasciato conquistare dalla figura di Cristo. Su stimolo di una coppia cri- I stiana di sposi, Aquila e Priscilla, amici di Paolo, era stato non solo formato con maggior profondità sulla dottrina cristiana, ma anche convinto a trasferirsi da Efeso, la città dellAsia minore (attuale Turchia occidentale egea) ove si trovava, a Corinto, in Grecia. «Giunto colà», scrive ancora Luca negli Atti degli Apostoli, «fu molto utile per coloro che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. Confutava con vigore i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»

(18,27-28).

È così che la sua figura si legò indissolubilmente alla comunità cristiana della città greca di Corinto. Il legame fu così intenso che si era costituito un gruppo di suoi seguaci, probabilmente convertiti dal paganesimo e affascinati dalla sua eloquenza forbita. Costoro tendevano a far parte a sé, isolandosi rispetto agli altri gruppi di convertiti dal giudaismo o di tendenze più o meno aperte o rigoriste. Di questa situazione di tensione nella Chiesa di Corinto si ha testimonianza in un passo della prima Lettera di Paolo ai Corinzi.LApostolo, venuto a conoscenza a Efeso, dove soggiornava, di queste divisioni attraverso i dipendenti di una donna manager di Corinto di nome Cloe, scriveva: «Mi è stato segnalato dalla gente di Cloe, o frateffi, che vi sono discordie fra di voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo! oppure: Io invece sono di Apollo! E altri: E io sono di Cefa! O ancora: Io sono di Cristo! Ma Cristo è stato forse diviso?» (1,1 1-13). È facile intuire il rischio che correva quella Chiesa, frantumata in correnti e movimenti che si guardavano in cagnesco o erano in concorrenza. Più avanti nella stessa lettera Paolo ritornerà sulla questione: «Quando uno dice: Io sono di Paolo! E un altro: Io sono di Apollo! Non vidimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Solo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere»

(3,4-7).

In finale di lettera lApostolo cita ancora con rispetto «il fratello Apollo», che in quel momento era a Efeso con lui, annunziandone il ritorno, non però immediato, a Corinto (16,12). Da quel momento di Apollo non si saprà nulla. In passato alcuni (tra costoro ariche Lutero) ipotizzarono che fosse lautore della Lettera agli Ebrei.

Publié dans : Card. Gianfranco Ravasi | le 11 avril, 2008 |Pas de Commentaires »

pensieri ed emozioni su 8, 26: « Neppure sappiamo che cosa sia conveniente domandare »

pensieri ed emozioni su 8, 26: « Neppure sappiamo che cosa sia conveniente domandare »

ho cominciato a scrivere questi appunti personali sotto « pensieri » però mi sono accorta che non sono soltanto pensieri quelli che si rincorrono dentro di me alla lettura ed allo studio dei scritti di San Paolo e degli Atti – la sua storia – sono anche emozioni, sentimenti, partecipazione ed ho cambiato il titolo di questa « categoria » in « Appunti di viaggio »;

Così oggi mi accorgo che si è fermata dentro di me e continua passarmi nella mente la frase di Rm 8,26 ed anche tutto il capitolo 8;

noi preghiamo con il Padre nostro, la preghiera che ci ha donato Gesù, con l’Ave Maria, che ci viene dalla Scrittura; a volte preghiamo con formule, che in liturgia rimandano all’evento della croce, alla risurrezione, all’ultima cena, o con altre preghiere dettate dalla fede della Chiesa;

in questo passo della Lettera ai Romani ed in tutto il capitolo 8 Paolo afferma qualcosa che continua ad interrogarmi: che si può pregare solo sotto l’azione dello Spirito Santo e mi accorgo che la preghiera più bella a volte si ferma sulle labbra, che non entra nel cuore, che non viene dallo Spirito – non parlo ora delle preghiere di domanda che si fanno tutti i giorni e che sono buone – ma di quei momenti nei quali la preghiera è liturgia, è confessione di fede;

mi appare e mi rincorre come una sorta di « silenzio » nel momento stesso in cui le pronuncio, come un’attesa che le parole diventino vita, che le parole che pronunciamo o che ci vengono alla mente diventano vita non per opera nostra, ma dello spirito di Dio;

se diciamo « Abbà Padre » (Rm 8,15) « lo Spirito attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio » (Rm 18,16), se diciamo al Padre « Padre », se lo gridiamo, in questo grido c’è tutta la fragilità dell’uomo, tutta la nostra realtà di creature e di figli;

è un « credo » che diventa giorno dopo giorno più importante, mano a mano che il Signore risorto si fa conoscere a noi ed allora la parola pronunciata ieri non è quella di oggi, è un cammino nel quale si rivela Gesù Risorto e nel quale, attraverso di lui, conosciamo il Padre, non è mai la stessa parola, la stessa preghiera;

Paolo, credo, parla sia della preghiera per il « pane quotidiano », sia, e soprattutto, quella per il pane eucaristico;

leggevo in questi giorni la storia del Cardinale Nguyen Van Thuan, vietnamita nominato arcivescovo coadiutore a Saigon nel 1975, dopo qualche mese fu incarcerato, egli ha vissuto tredici anni in prigione senza essere stato giudicato ne condannato, c’è il racconto di come è riuscito a rimanere nella fede, di come è riuscito a celebrare l’eucaristia, ho il libro solo in francese: «  »Témoins de l’espérance », egli scrive, traduco una frase liberamente: « Così non è più che noi viviamo, ma Cristo, lui stesso, che viene a vivere in noi. Per mezzo le parole della Scrittura, è il Verbo che stabilisce la sua dimora in noi e ci trasforma in lui. », le parole lui le ha trovate nella Scrittura, parole vive, Cristo stesso che parla, vita, molto più che comunicazione;

in Paolo trovo questa sorta di abbandono profondo alla « Parola » tanto che la propria, la sua stessa, sembra perdere di significato e lui non sa che cosa sia conveniente domandare, è lo Spirito che con « gemiti inesprimibili » intercede con insistenza, le parole sono dello Spirito perché « intercede per i credenti secondo i disegni di Dio »;

insomma questo sto riflettendo, la preghiera, quella vera, quella che è possibile formulare, che è conveniente formulare, viene da Dio stesso per questo senza di lui noi: « nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare »;

APPUNTI DI VIAGGIO, UN’AVVENTURA MERAVIGLIOSA ALLA RICERCA DI SAN PAOLO

10 aprile 2008

all’inizio volevo scrivere i miei pensieri, ma in fondo che cosa contano? ora invece vorrei mettere le sensazioni, le emozioni, più che le riflessioni, ossia, mentre ricerco i testi su San Paolo, mentre scrivo, mi accorgo che sto cominciando ad emozionarmi ogni volta che faccio questo « lavoro », non è più uno scrivere su…, ma, sì, è come un viaggio, come un’avventura, alla ricerca di una persona che sento così vicina, così presente;

a volte si cerca l’avventura in qualcosa, e non si trova niente, l’avventura io l’ho trovata in questa ricerca, in questo leggere e rileggere quanto scrive San Paolo, quello che viene scritto su di lui; spero che, magari passati questi primi giorni, riuscirò a trasmettervi anche l’ « emozione » di questo « viaggio »;

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA (Atti 21,18-28, 31)

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA  (Atti 21,18-28, 31) dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 20%20DENNIS%2006%20PAUL%20A%20ROME%20PARLE%20DE%20JESUS%20AUX%20JUIFS 

Paul a Rome parle de Jesus aux Juifs

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.htm

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA (Atti 21,18-28, 31)

(l’ho ricontrollato, voglio rivederlo ancora)

Paolo all’arrivo a Gerusalemme era stato accolto festosamente dai fratelli, recatosi da Giacomo, davanti a lui e a tutti gli anziani, raccontò tutto quello che Dio aveva operato per mezzo suo (At 21,17-19); si trovava nel Tempio quando, dopo una piccola sommossa, venne arrestato (At 21,33) da un tribuno romano, sul punto di esser condotto nella fortezza – che si chiamava Anatolia e dominava i cortili del Tempi – chiese di parlare, il tribuno acconsentì, Paolo, in ebraico, cominciò a testimoniare la propria conversione, ma, ad un certo punto, la folla non lo ascoltò più e cominciò ad urlare ed a chiedere la sua morte (At 22,22-23);  

il tribuno lo portò via e lo legò con le cinghie ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, a questo punto, però, Paolo dichiarò di essere cittadino romano, il tribuno, sentendo questo, cominciò ad avere paura (At (v. 29);  

Per conoscere la realtà dei fatti il tribuno condusse Paolo davanti al Sinedrio, Paolo sapendo che il sinedrio era composto di sadducei e di farisei, cominciò a parlare della speranza nella resurrezione dai morti, nel sinedrio si scatenò un putiferio, i farisei infatti credevano nella risurrezione dai morti ed i sadducei no, il tribuno visto il conflitto all’interno del sinedrio temette per la vita di Paolo e lo ricondusse in prigione; la notte seguente il Signore “va accanto” a Paolo e gli dice: “Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”. (At 23, 11)  

Dopo un complotto per assassinare Paolo, venne deciso da parte del tribuno di condurre Paolo a Cesarea marittima; il procuratore della Giudea Antonio Felice, lo tenne in carcere per due anni;  

Trascorsi questi due anni il procuratore Felice venne sostituito da Porcio Festo;  

Festo volendo fare un favore ai giudei domandò a Paolo se voleva andare a Gerusalemme per essere giudicato là, Paolo si appellò a Cesare: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare” e poi aggiunge: “Io mi appello a Cesare” (At 25,12); allora Festo risponde: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (At 25,12);  

dopo alcuni giorni arrivò a Cesarea il re Agrippa e Berenice – figli di Erode-Agrippa – per salutare Festo, Festo gli espose il caso, il re Agrippa volle sentire Paolo, Paolo parlò di nuovo in sua difesa e riaffermò la risurrezione di Cristo;  

Il re Agrippa, Berenice ed il Governatore, avviandosi, dicevano: “Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti le catene o la morte” e rivoltosi a Festo: “Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare”. (At 26, 32)  

Paolo fu consegnato, con altri prigionieri, ad un centurione di nome Giulio della corte Augusta – doveva essere l’estate inoltrata dell’anno 59 o 60 – tutto il viaggio viene descritto con molti particolari da un testimone oculare, si tratta di Luca che scrive una eccezionale pagina di fede e di affetto nei confronti del Maestro, di Paolo;  

saliti sulla nave fecero rotta verso Sidone – una delle più antiche città della Fenicia – Paolo con il permesso del centurione scese a visitare i fratelli, poi, salpati da Sidone, fecero rotta verso Cipro, in seguito verso i mari della Cicilia e della Panfilia, per giungere a Mira nella Licia, nella parte sud dell’Asia minore, li trovarono una nave alessandrina diretta verso l’Italia si trasferirono su quella nave e salparono prima verso Cnido e poi verso l’isola di Creta; Paolo che, a causa dei lunghi viaggi in mare, era diventato abbastanza esperto, ed essendo già verso la fine di ottobre – era già passato il giorno del digiuno, ossia dello Yom Kippur – consigliò di fermarsi in quel porto per passare l’inverno, ma il centurione decise di salpare nella speranza di svernare a Fenice, un porto di Creta; (At 27, 12);  

durante questo viaggio un vento di uragano di nome “Euroaquilone” si catenò contro l’isola, la nave venne travolta nel turbine e andò alla deriva, così i marinai cominciarono ad alleggerire la nave gettando il carico in mare, ma la violenza della tempesta che durò per molti giorni non sembrava cessare;  

Luca racconta ancora che non si mangiava da molto, Paolo, per questo, si alzò per fare coraggio ai compagni di viaggio; dopo la quindicesima notte, verso mezzanotte, i marinai ebbero l’impressione che fosse vicina la terra e gettarono lo scandaglio più volte, la nave era vicina alla terra e vennero gettate quattro ancore; i soldati, temendo che i prigionieri potessero fuggire a nuoto, volevano ucciderli, ma il centurione volendo salvare Paolo lo vietò; giunsero salvi sull’isola, era Malta;  

Cap 28; I maltesi li trattarono con molta umanità, li accolsero tutti intorno a un gran fuoco, Paolo raccolse un po’ di legna per gettarla sul fuoco, ma una vipera lo attaccò ad una mano e lo morse, visto che Paolo non moriva, cominciarono a pensare che fosse un dio;  

quindi vennero accolti da un magistrato di Malta, sapendo che il Padre di questi era ammalato Paolo andò a fargli visita, gli impose le mani e questi venne guarito;  

dopo tre mesi salparono su una nave di Alessandria e approdarono a Siracusa dove rimasero tre giorni e da qui si portarono fino a Reggio, poi a Pozzuoli, dopo una settimana partirono per Roma, i fratelli di Roma, saputo che stava arrivando Paolo e gli altri, andarono loro incontro fino al foro Appio – circa 66 km da Roma – e alle Tre Taverne, arrivati a Roma fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia;  

molti andavano da Paolo ed egli parlava loro del regno di Dio cercando di convincerli riguardo a Gesù, alcuni aderirono, altri no;  

“Paolo trascorso due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento:” (At 28, 30-31)  

qui finisce il racconto degli Atti, rimane una domanda: Paolo dove e quando è morto? ed un altra: chi scrive, se è Luca, come è il seguito della storia di Luca?  

sarà possibile proporre delle risposte a seguito della prima domanda per quanto riguarda Paolo, e, separatamente per quanto riguarda Luca;

Giovanni Paolo II – sulla resurrezione dei corpi – 1Cor 15

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820127_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 gennaio 1982

1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa laltro mondo, che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.

Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nellinsegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36) e lapostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, levento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l’“apostolo dei gentili, ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15), sta certamente quellincontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato. 2.

È difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. È significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione (Lc 20, 27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano (I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo e all’epicureismo: tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all’Areopago – cfr. Act. 17, 32). Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dellalleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo non è un Dio dei morti ma dei viventi (Mc 12, 27). Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: . . . Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede . . . Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti (1 Cor 15, 14. 20).

3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l’ultima e la più piena parola dell’autorivelazione del Dio vivo quale Dio non dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Essa è lultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita allinevitabilità storica della morte, a cui luomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come linizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Ed allora – in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore – verrà anche vinta la morte: Lultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 26). 4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell

antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma lultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. È inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica delluomo, basata sulla fede nella risurrezione dai morti, è unita con il riferimento al “principio” come pure con la profonda coscienza della situazione “storica” dell’uomo. Luomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua (storica) esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è corruttibile, debole, animale, ignobile. 6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto – sia nella comunit

à di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi – Paolo lo confronta con Cristo risorto, lultimo Adamo. Così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda il primo Adamo, ossia lo induce a rivolgersi al principio, a quella prima verità circa luomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. Così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al principio nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-8; Mc 10, 2-9); al cuore umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nellinterno delluomo, durante il discorso della Montagna (cf. Mt 5, 27); e alla risurrezione come realtà dell’“altro mondo nel colloquio con i Sadducei (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36).

7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nellinsieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione delluomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui il primo uomo Adamo . . . divenne un essere vivente (1 Cor 15, 45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione delluomo (cosiddetto: racconto jahvista). È noto dalla stessa fonte che questa originaria animazione del corpo ha subìto una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi lAutore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo delluomo storico, scrivendo che è corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . ., indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove schiavitù della corruzione (Rm 8, 21). A questa “schiavitù della corruzione” è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell’uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché dominasse (cf. Gen 1, 28). Così il peccato delluomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche cosmica. E secondo tale dimensione, il corpo – che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . . – esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8, 22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio . . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 19-21). 8. Attraverso tale contesto cosmico dellaffermazione contenuta nella lettera ai Romani – in certo senso, attraverso il corpo di tutte le creature – cerchiamo di comprendere fino in fondo linterpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo delluomo storico, così profondamente realistica e adeguata allesperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la “schiavitù della corruzione”, ma anche la speranza, simile a quella che accompagna le doglie del parto, ciò avviene perché lApostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze delluomo che si possono definire come schiavitù della corruzione; e si sprigiona, perché la redenzione opera nellanima delluomo mediante i doni dello Spirito: . . . Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando ladozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8, 23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo. Riprenderemo lanalisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.

Padre F. Manns: « Omelia di Pafo » – [Atti, Paolo e Barnaba, Cipro]

dal sito:

http://198.62.75.5/opt/xampp/custodia/?p=2280

Omelia di Pafo (F. Manns) (Atti 13,13; 43. 46.50; 14,26; )

Durante una celebrazione comunitaria, lo Spirito Santo per bocca di alcuni membri invita la comunità di Antiochia ad aprirsi alla missione. Barnaba e Paolo sono scelti e mandati. Vanno al porto di Seleucia che abbiamo visto in Turchia e prendono la nave per Cipro. Tutti i viaggi missionari partono da Antiochia, e hanno come punto di arrivo Gerusalemme.
La comunit
à impone le mani ai due missionari in segno di comunione. Paolo ritornerà ad Antiochia per rendere conto della missione alla comunità (Atti 14:26). Anche Marco che ha raggiunto la comunità
di Antiochia accompagna i due missionari.
Siccome Barnaba era originario di Cipro il campo della missione
è
chiaro: si comincia con Cipro. Barnaba, il capo missione era un levita. Fu il protagonista della comunione dei beni tentata nella Chiesa di Gerusalemme. Vendette il suo campo e ne consegno il prezzo agli apostoli (Atti 4:36).
Barnaba non si fece intimorire dalla fama di Saulo come persecutore. Lo present
ò agli apostoli e alla comunità
di Antiochia come risulta da Atti 9:26 e 11:25.
Insomma tutto fa pensare che Barnaba sia stato colui che ha orientato i passi dei missionari verso Cipro e che sia stato il numero uno riconosciuto di tutta l
impresa.
Cipro per la sua posizione strategica e per le sue ricchezze di metalli era stato oggetto di invidia da parte di tutte le grandi potenze. Nel 58 i romani la presero ai Tolomei d
Egitto e dal 22 prima di Cristo Cipro era diventato una provincia senatoriale.
Arrivati a Salamina, citt
à nota per il suo commercio con la Siria e lOriente, attraversano lisola lungo la costa: sono 150 kilometri. Al giorno facevano 30 kilometri. Arrivano a Pafo dove cera uno dei santuari più importanti dellantichità nella palaia Pafo
(Kouklia di oggi) luogo della nascita di Afrodite nata dalla schiuma del mare (aphros) a 15 kilometri della nuova Pafo. Limperatore Augusto aveva fatto edificare la Nea Pafo con le sue bellissime case con mosaici dopo che un terremoto aveva distrutto la vecchia città
.
Nel corso della missione Paolo prese la mano a Barnaba, scavalcando il suo primato e la sua leadership. Luca scrive raramente: Barnaba e Paolo poi scriver
à
Paolo e Barnaba (Atti 13:43.46.50). In Atti 13:13 addirittura scrive: Paolo e quelli che erano con lui. Barnaba viene relegato a personaggio anonimo tra gli accompagnatori di Paolo.
Barnaba con un esemplare disinteresse
è caduto in posizione subalterna. E proprio nell episodio che contrappose i missionari al mago Elimas che Paolo s
impone.
Il proconsole di Cipro si chiamava Sergius Paulus e abitava nella Nea Pafo. Era un uomo di cultura e curioso. Il culto di Afrodite probabilmente l
aveva stancato. Luomo era più
che una bestia che ha come solo piacere il sesso e il cibo.
Nel suo entourage c
era un ebreo Bar Gesù, un mago (elymas
significa mago) che si oppone alla predicazione cristiana. Saulo lo interpella: figlio del diavolo, smetti di deformare le vie del Signore. Tu diventerai cieco e non vedrai più il sole. Paolo come Gesù
comincia la sua missione con un esorcismo.
Il proconsole Sergius Paulus testimone di questo esorcismo accetta la fede cristiana.
Da quel momento in poi Luca chiama Saulo Paolo probabilmente per ricordare la sua amicizia con il proconsole.
Il nome di Quinto Sergio Paolo
è stato trovato inciso su una stele accanto al nome dellimperatore Claudio. Membri della sua famiglia avevano fondato una colonia romana nelle vicinanze di Antiochia di Pisidia nel 25 prima di Cristo dove avevano grandi proprietà. Non è
improbabile che il proconsole Sergius Paulus abbia aperto le strade per la missione di Paolo ad Antiochia di Pisidia.
Vorrei sottolineare solo alcuni aspetti di questa tappa della prima missione.
La scelta dei posti strategici della missione
è importante. Gesù predicava a Cafarnao, lungo la via maris
. Paolo va nei centri urbani e cultuali importanti dellantichità. Non ha paura di affrontare il culto di Afrodite, l
Amsterdam di allora.
L
equipe dei missionari è costituita da tre membri: Barnaba, Saulo e Marco. Barnaba essendo nominato per primo era il capo missione. Ma Paolo, con il suo carattere forte, comanda. Questo non piace a Marco, che abbandonerà l’équipe quando lascia lisola di Cipro. Anche i missionari hanno i loro caratteri. E il Signore li prende come sono. Nessuno è
perfetto. Pietro e Paolo avranno un scontro ad Antiochia.
Paolo entra dapprimo nelle sinagoghe per annunciare agli Ebrei la parola. Lo vediamo a Salamina :
Giunti a Salamina cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei giudei
(Atti 13:5). Quando il suo messaggio viene rifiutato si rivolge ai pagani. Abbiamo dimenticato questa preferenza della Chiesa per i fratelli maggiori per tanti secoli.
La missione va verso occidente partendo da Antiochia. Non era indispensabile che fosse cos
ì. Avrebbe potuto dirigersi verso Oriente, verso il Tigri e lEufrate, la terra di Abramo. Avrebbe potuto dirigersi verso lEgitto, la terra del Nilo dove Israele una volta stava come schiavo del Faraone. La missione si dirige verso Roma. A Cipro un alto funzionario viene presentato come uomo di senno (Atti 13:7). La tesi di Luca è che il vangelo avanza irresistibilmente. Dietro lelogio del proconsole Sergio, Paolo Luca lascia intravedere la sua ammirazione per Roma, mentre non dice nulla di Alessandria o di Atene. Ora sappiamo che Apollo era nativo di Alessandria (Atti 18:24) e che Paolo sale su navi alessandrine dirette verso Roma (Atti 27:6 e 28:11) Ad Atene Luca ambienta il discorso di Paolo allareopago solo in 21 versetti. Altre brevi menzione di Atene sono fatte in Atti 17:15.16; 18:1. Roma invece fa inclusione in Atti 1:8 e 28:31 sotto il tema di estremità della terra. Paolo giungerà lì come testimone evangelico. A Luca interessa che il vangelo giunga a Roma, perché avrà raggiunto le estremità della terra. Il Vangelo partito da Gerusalemme arriverà a Roma passando a Cipro e trionfando sui falsi profeti giudei. Questo significa anche la responsabilità dellOccidente a cui è
stato affidato il compito missionario.
La nostra visita a Cipro ci ricorda che nei testi sacri non c
’è
soltanto retorica o generi letterari. Esiste anche un elemento storico e kerigmatico che ci invita alla conversione.

BREVE STORIA DI CIPRO

La leggenda vuole che Cipro sia il luogo della nascita della dea Afrodite, ma le tracce più remote della presenza umana risalgono allinizio del VI millennio a.C.. La sua fortuna, in epoca successiva, è legata allabbondanza del rame che vi si poteva trovare in tale quantità da poterne raccogliere anche in superficie. Il rame la rese quindi famosa e ne fece un centro notevole di scambi commerciali. Al rame è però legato anche il suo destino, almeno a partire dalla metà del III millennio a.C.. Per questa sua naturale ricchezza infatti verrà contesa nellantichità tra le grandi potenze della regione. Colonizzata dai micenei a partire dal XIV sec. a.C., conobbe poi linfluenza dei fenici, per passare poi sotto il dominio degli assiri, e poi degli egiziani, quindi dei persiani e divenire ellenista con Alessandro Magno e ritornare sotto gli egiziani con i Tolomei.

Conquistata infine da Roma nel 58 a.C., nel 51 vi viene inviato come proconsole Cicerone, che si dimostra un attento amministratore e risolleva le sorti dellisola. Passata nel 330 d. C. allimpero romano dOriente, rimase sotto i bizantini, anche se con alterne vicende e periodi di saccheggi e invasioni da parte islamica, sino alla sua occupazione da parte dei crociati di Riccardo Cuor di Leone, re dInghilterra, in missione verso la Terra Santa, nel 1191. Egli la vende a Guido dei Lusignano, re di Gerusalemme. Si instaura così questa dinastia franca dei Lusignano che durerà sino al 1489, quando lultima regina Caterina Corsaro, veneziana, consegnerà lisola in mano ai veneziani. Loccupazione veneziana terminerà nel 1571 con la caduta di Famagosta e lassassinio del suo comandante Marcantonio Bragadin. L

isola, caduta così nelle mani dei turchi, resterà sotto il dominio ottomano sino al 22 luglio 1878 quando passò sotto la dominazione britannica. Solo nel 1960 conquisterà, dopo una lunga lotta, la sua indipendenza sotto la guida del famoso arcivescovo Makarios. La presenza però sullisola di due etnie diverse, quella greca e quella turca, rende la situazione instabile sino a una guerra aperta che scoppia nel 1974 tra i due gruppi sostenuti rispettivamente da Grecia e Turchia.

Effetto di questa lotta sarà una divisione dellisola, la parte greca nel sud-ovest e la parte turca nel nord-est.

S. BARNABA

Barnaba, della tribù di Levi, cipriota di nascita era cugino di Marco levangelista (Col 4:10). Viveva a Gerusalemme quando, convertito al cristianesimo, vendette la sua casa consegnandone il prezzo agli Apostoli (Atti 4:16-17).

Fu Barnaba a presentare Paolo neo-convertito agli Apostoli (Atti 9:26-27) e fu lui che da Antiochia, ove era stato inviato dagli Apostoli per verificare landamento della sua comunità, andò a Tarso a cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia (Atti 11:25), ove lavorarono per un anno intero nellevangelizzazione con grande frutto. E con Paolo, inviato dallo Spirito, si imbarc

ò alla volta di Cipro e poi nellAsia Minore per il primo viaggio missionario.

Nel secondo viaggio missionario però i due si separarono: Paolo ritorna verso lAsia Minore, mentre Barnaba, accompagnato dal cugino Marco, ritorna a Cipro (Atti 15:36-41). Il Nuovo Testamento non ci parlerà più di lui e quindi per il resto della sua vita ci si affida a tradizioni o scritti apocrifi. Pare sia stato martirizzato per mano degli ebrei nel 61 d.C. e il cugino Marco lo seppellì segretamente. La sua tomba viene ritrovata a Salamina nel 488 al tempo dell

imperatore Zenone insieme a una copia del Vangelo di S. Matteo. In Oriente e in Occidente la sua festa è celebrata l11 giugno.

La Chiesa delle origini: Gli Ebrei e la Chiesa nascente

dal sito:

http://www.nostreradici.it/le_origini.htm

La Chiesa delle origini

La Chiesa delle origini: Gli Ebrei e la Chiesa nascente dans EBRAISMO: giudaesimo al tempo di Cristo e di Paolo hebreu1

(Io sono il Signore Dio tuo)

di Sofia Cavalletti

Gli Ebrei nella Chiesa nascente Lo spettacolo di Gesù circondato da ebrei, che ne ascoltano la parola, molti dei quali – una volta conosciutolo – sono incapaci di staccarsi da lui, perché egli solo ha « parole di vita eterna », quello stesso spettacolo si ripete in un certo modo nella Chiesa ai suoi primi inizi. Una volta salito Gesù in cielo, chi si stringe intorno ai suoi apostoli, chi si stringe intorno al suo Corpo glorioso, adorandone la presenza nella sua Chiesa, sono ancora ebrei, anzi – e sia pure per un breve periodo – sono soltanto ebrei.

Da chi sarà stato formato quel piccolo gruppo che, dopo l’ascensione di Gesù, prima della discesa dello Spirito Santo, si radunava insieme con gli apostoli a Gerusalemme, nella « stanza superiore », in cui Gesù aveva celebrato l’Ultima Cena? Sono circa centoventi persone, vero seme di senapa, che « è il più piccolo di tutti i semi », tanto piccolo che è difficile quasi distinguerlo, così come sarà passata inosservata a Gerusalemme la presenza di quel primo gruppo di fedeli di Cristo. Se poi consideriamo tale gruppo sullo sfondo del mondo, che quegli uomini erano chiamati a vivificare, che cosa potremmo dire?

Chi conosceva quegli oscuri ebrei, che il timore delle autorità teneva prudentemente chiusi in una casa di Gerusalemme? Ma il seme di senapa, una volta seminato in terra, cresce e diventa un albero e « gli uccelli del cielo vengono a posarsi sui rami ». Così fu di quegli uomini; essi possono essere veramente considerati il seme della Chiesa, che una volta cresciuta e sviluppatasi, offre i suoi rami come dimora e riparo a fedeli di ogni provenienza. Il primo seme della Chiesa lo dobbiamo cercare in Palestina, a Gerusalemme, nella « stanza superiore dove (gli apostoli) solevano radunarsi ». (At. 1, 13 ). Lì il seme viene vivificato dallo Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, e lì si udì la prima predicazione cristiana, quando Pietro cominciò ad ammaestrare la folla.

Ci è dato cogliere in quel momento il primo spuntare del seme dalla terra, il primo affiorare del filo d’erba nel sole: alle parole di Pietro, la folla variopinta che le ha ascoltate – erano presenti Parti, Medi, Elamiti, uomini provenienti dalla Mesopotamia, dalla Giudea, dalla Cappadocia, dal Ponto, dall’Asia, dalla Frigia, dalla Pamfilia, dall’Egitto, dalle parti della Libia Cirenaica, pellegrini romani e proseliti giudei, cretesi e arabi – si presenta a Pietro e agli apostoli, domandando ansiosa: « Fratelli, che cosa dobbiamo fare? E accolta l’esortazione a pentirsi e a farsi battezzare, il numero dei fedeli aumentò di circa tremila anime ». (At. 3, 4). Nulla più avrebbe arrestato lo sviluppo di quel fragile stelo, e poco dopo, Pietro parla ancora a una gran folla accorsa al Tempio, dove egli nel nome di Gesù aveva guarito uno storpio; « e il numero dei fedeli aumentò a circa cinquemila ». (At. 4, 4).

Come il seme nascosto della Chiesa, così il primo stelo di quello che diventerà il grande albero della Chiesa è costituito da ebrei; basta leggere le parole che Pietro rivolse alla folla in quelle due occasioni: soltanto a degli ebrei sarebbe stato possibile presentare la figura di Gesù come Colui nel quale si adempivano le parole dei profeti; come avrebbe potuto un non ebreo comprendere il prodigio della Pentecoste alla luce delle parole del profeta Gioele, che prometteva per il tempo messianico l’effondersi dello spirito di Dio sopra gli uomini?

A chi se non a degli ebrei sarebbe stato possibile dire che David parlava di Gesù e della sua resurrezione, quando nel salmo diceva: « Tu non lascerai l’anima mia nel soggiorno dei morti e non permetterai che il Tuo santo veda la corruzione » (At. 2, 14ss.)? Solo a un ebreo si poteva dire che Gesù era stato glorificato dal « Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, dal Dio dei padri nostri », perché in lui si erano compiute le promesse fatte ai patriarchi e in lui si avveravano le parole dello stesso Mosè (At. 3, 12ss.).

Fatto tanto nuovo e direi inaspettato è l’ingresso dei Gentili nella Chiesa, che è necessaria una visione e una voce venuta dal cielo, perché Pietro si lasci indurre a battezzare il primo pagano, Cornelio, il centurione di Cesarea. Nella visione, Pietro vide degli animali che la Legge proibisce di mangiare, perché ritenuti impuri, e udì una voce che lo invitava a cibarsene, perché « non si può chiamare impuro, ciò che Dio ha purificato ».

Quella visione significava il cadere di barriere divisorie, e proprio in quel momento sopraggiungono gli inviati del centurione che chiedono una visita di Pietro a Cesarea. Come non applicare agli uomini quel principio enunciato dalla voce celeste nella visione? Se non esistevano più barriere che dividessero gli animali puri ed impuri, potevano esistere dei confini, di là dai quali gli uomini potessero essere considerati profani? Pietro ne ebbe la prova manifesta, perché udì Cornelio e i suoi parlare in altre lingue e magnificare Dio; ma quando tornò a Gerusalemme dovette spiegare la ragione del suo operato, e soltanto dopo la sua spiegazione i giudeo-cristiani, cioè i cristiani provenienti dalla Sinagoga, glorificarono il Signore, dicendo: « Dio ha concesso ai gentili la penitenza che conduce alla vita! » (At. Il, 13).

S’inizia cosi l’ingresso dei gentili nella Chiesa, ma non per questo la Chiesa cessa di essere ancora, in grandissima parte, giudeo-cristiana. Paolo, benché fariseo e cresciuto alla scuola di Gamaliele, è conosciuto come « l’apostolo delle genti », epiteto che fa dimenticare o per lo meno mette in ombra la missione da lui svolta anche in mezzo agli ebrei.

Missione che ebbe senza dubbio momenti di contrasti drammatici, come per es. a Corinto, dove Paolo si allontanò da loro, « scotendo le vesti » e facendo ricadere su di loro la responsabilità del suo atto; tuttavia nella stessa Corinto, Crispo, il capo della sinagoga, e tutta la sua famiglia credettero in Cristo (At. 18, 8). Paolo, dovunque andasse, cominciava la sua predicazione in mezzo agli ebrei ; cosi fece ad Antiochia di Pisidia, a Iconio, Filippi, Tessalonica, Berea, Corinto, Efeso e anche a Roma; si può dire che Paolo riserva ovunque le primizie della sua predicazione ai suoi « fratelli e parenti secondo la carne », orgoglioso com’è di essere anch’egli israelita, del seme di Abramo, della tribù di Beniamino (Rom. 11, 1).

Si ebbero conversioni in massa di giudei di origine come a Iconio e a Berea e di proseliti come a Tessalonica; ovunque l’interesse degli ebrei alla parola di Paolo era grande: a Roma per es. molti di loro accorsero al suo invito, ed egli « da mattina a sera » li ammaestrava; a Efeso gli ebrei lo pregarono insistentemente di fermarsi più a lungo, e non potendo accontentarli per il momento, l’apostolo promise un’altra visita, che durò infatti tre mesi.

Gli ebrei che ascoltano la predicazione di Paolo sono ebrei della diaspora, che, vivendo in mezzo ai gentili, dovevano già aver assorbito usi, costumi e mentalità dell’ambiente, pur serbando intatto il sacro deposito della religione dei padri. Una volta convertiti, essi entrarono quindi facilmente nella vasta marea della Chiesa ex gentibus, confondendosi con i convertiti dal paganesimo.

La Chiesa giudeo-cristiana (1) Image170 dans EBRAISMO: giudaesimo al tempo di Cristo e di Paolo

Accanto ad essi tuttavia sussiste per qualche tempo un ramo della Chiesa con fisionomia propria, chiaramente individuata: la Chiesa giudeo-cristiana o della circoncisione. Fino a pochi anni fa se ne ignorava del tutto l’esistenza, sicuri come si era che il bando dato da Adriano agli ebrei nel 135 d.c. avesse, con questi, eliminato dalla Palestina anche quegli ebrei che avevano accettato il messaggio cristiano; il cristianesimo quindi sarebbe rinato in Palestina – dopo un periodo di interruzione totale, che lo separava dalle origini – con l’arrivo nel paese degli etnico-cristiani, cioè dei cristiani provenienti dal paganesimo. La comunità palestinese non si sarebbe differenziata in nulla dalle comunità di origine gentile, e le prime tracce di essa sarebbero state rinvenute nei resti di chiese bizantine, che gli scavi avevano messo in luce qua e là nel paese.

Il primo indizio in contrario risale al 1873, quando in occasione di uno scavo praticato sul Monte degli Olivi, vicino a Gerusalemme, il Clermont-Ganneau individuò sugli ossuari, ivi rinvenuti, dei nomi di sapore neo-testamentario e anche qualche croce.

La cosa tuttavia non ebbe seguito, ed era del resto troppo isolata, per poter avere un reale valore documentario, relativo alla presenza di giudeo-cristiani nella regione di Gerusalemme in periodo pre-costantiniano. Fu solo nel 1934 che il Bagatti, esaminati alcuni reperti della regione della Shefela, affermò potersi trarne la conclusione « che probabilmente anche in Palestina noi abbiamo del materiale cristiano pre-costantiniano ». Quanto il Bagatti presentava allora ancora come una probabilità, diventò certezza quando gli scavi da lui condotti al Monte degli Olivi, nella località detta del « Dominus flevit », gli fornirono un abbondantissimo materiale con iscrizioni di nomi neo-testamentari, monogrammi e graffiti simbolici di vario genere.

Si aveva ormai la prova evidente dell’esistenza di una comunità cristiana formata da ebrei battezzati, fin dai primi inizi dell’era cristiana. Il nucleo primitivo di essa, va ricercato in quella comunità, detta dei « nazzareni » o degli « ebrei credenti », che si era venuta formando intorno alla venerata figura di Giacomo, detto il Giusto, «cugino del Signore », che ne fu capo per circa un ventennio, designato a tale ufficio – secondo Eusebio – dal Salvatore stesso. Uomo di grande virtù e di molta preghiera, Giacomo fu condotto al martirio dal suo zelo per Cristo, e contribuì con la sua persona a conferire autorità e importanza a quella che era la Chiesa Madre. Morto lui, non se ne cancellò per questo la fisionomia propria, perché dopo di lui infatti quindici vescovi giudeo-cristiani – di cui Eusebio ci conserva i nomi – si susseguirono sulla cattedra di Gerusalemme, sostituiti da vescovi provenienti dalla gentilità solo nel 135 d. C.

Centro della vita religiosa di quella comunità è il Monte Sion, il luogo cioè dell’Ultima Cena e della discesa dello Spirito Santo; vi si vedono ancora i resti di un grande edificio absidato, nel quale si deve ravvisare quella « piccola chiesa cristiana costruita sul luogo nel quale i discepoli si erano riuniti dopo l’ascensione del Signore »; essa, secondo Epifanio, sarebbe stata l’unico edificio di culto risparmiato dall’imperatore Adriano nel 135 d. C.

Se il centro della comunità giudeo-cristiana è costituito dalla cattedra di Giacomo, non per questo la presenza e l’attività dei giudeo-cristiani è limitata alla sola Gerusalemme; attraverso i resti archeologici e le testimonianze degli antichi autori, se ne può ricostruire la presenza in molte altre località della Giudea e della Galilea, in particolare a Nazareth; lì nel III sec. vivevano ancora i parenti del Signore e lì i rinvenimenti archeologici attestano l’esistenza di grotte e di edifici cultuali, che conservano il ricordo di un’antichissima devozione mariana, in quel luogo che ancora oggi veneriamo come la grotta dell’Annunciazione.

Le fonti giudaiche hanno conservato memoria di alcune figure particolari di giudeo-cristiani, come il patriarca Giuda (che Epifanio chiama erroneamente Hillel), che conservava presso di sé il Vangelo di Matteo e di Giovanni e il Libro degli Atti scritti in ebraico, e che fu battezzato sul letto di morte; più viva ancora ci appare la figura di quel Giacobbe, che vediamo più volte discutere con gli ebrei e – come avevano fatto i discepoli durante la vita terrena di Gesù – operava guarigioni in nome del Salvatore.

Troviamo ancora tracce giudeo-cristiane in Transgiordania e in Siria, e fino nell’Asia Minore, regione che deve forse il suo carattere giudeo-cristiano alla presenza in essa dell’apostolo Giovanni.

Anche a Roma alcune iscrizioni ebraiche trascritte in lettere latine nelle catacombe di S. Sebastiano, la raffigurazione di alcuni simboli caratteristici dei giudeo-cristiani testimoniano dell’esistenza di un gruppo cristiano di origine ebraica fin nel cuore dell’impero.

Se l’evangelista Marco fosse stato realmente – come vuole Eusebio – il primo ad evangelizzare l’Egitto, non potremmo non trovare colà tracce di giudeo-cristianesimo, e difatti i monaci della Tebaide, e in particolare lo stesso Pacomio, avevano subito forti influssi di idee e di costumi giudeo-cristiani; influssi del genere si sono continuati in Egitto fino al V -VI sec.

Se la presenza del testo ebraico del Vangelo di Matteo può essere considerata come un indizio di giudeo-cristianesimo, allora esso sarebbe stato presente a Cipro e fino nella lontana India. Questa rapida rassegna dei luoghi di diffusione di un cristianesimo di carattere ebraico vuoI essere un documento della vitalità di quella comunità, che aveva il suo cuore a Gerusalemme, vitalità così grande che è stato affermato che nei primi secoli, il cristianesimo nel bacino del Mediterraneo resta di struttura giudaica; anche se si passa dalla lingua ebraica al greco, la mentalità di fatto non si ellenizza, ma si continua a pensare in categorie giudaiche (2). Ne sono documento libri ispirati come l’Apocalisse, le Epistole di Giacomo e di Giuda, opere apocrife come il Testamento dei Dodici Patriarchi, il IV Libro di Ezra, il Pastore di Erma, le Odi di Salomone, gli Oracoli Sibillini, il III Libro di Henoch ecc., libri liturgici come la Didachè o Dottrina dei Dodici Apostoli.

Gli studiosi discutono ancora se le caratteristiche del giudeo-cristianesimo siano di ordine dottrinale (come sostiene Jean Danielou) o se vadano ricercate soprattutto nell’osservanza religiosa (opinione sostenuta invece da Marcel Simon). Le prime divergenze che affiorano tra la Chiesa di Giacomo e la corrente di cui è esponente Paolo, in quanto apostolo dei gentili – e che riscontriamo dal Libro degli Atti – sembrano riguardare innanzi tutto la prassi: i giudeo-cristiani intendevano restare fedeli in tutto alle prescrizioni della Legge mosaica, e la cosa viene giudicata lecita per loro, purché non volessero imporre una simile osservanza anche ai cristiani provenienti dal paganesimo.

Si tratta cioè di ebrei che accettano in pieno il messaggio cristiano: riconoscono in Gesù il Messia, Figlio di Dio, vedono in lui il compimento della loro attesa millenaria, ma senza trovare in ciò una ragione per scorporarsi dal loro popolo. Continuano a frequentare le sinagoghe e le scuole degli ebrei, portano i fìlatteri, celebrano la pasqua il 14 di nisan, perché non trovano tra ebraismo e cristianesimo alcuna contraddizione, alcuna soluzione di continuità, ma solo il completamento del primo nel secondo.

Tuttavia nel gran mare del giudeo-cristianesimo si formarono presto varie correnti, fra le quali molte si allontanarono dall’ortodossia. È con queste correnti che spesso si scontra Paolo, nel suo lavoro apostolico, e contro di esse si scaglia spesso con violenza.

Quello che segnò la fine del giudeo-cristianesimo non furono le controversie interne, ma l’arrivo trionfale della Chiesa ex gentibus. Essa si installa nella terra dei patriarchi e di Gesù, e « jussu Constantini » prende possesso dei luoghi di culto, trasformandone l’aspetto esteriore e la natura religiosa: in quei luoghi dove i giudeo-cristiani avevano celebrato i loro riti a carattere misterico (in particolare a Gerusalemme e a Betlemme), gli etnico-cristiani innalzano le grandi basiliche e celebrano una liturgia legata a ricordi storico-topografici della vita di Gesù; quella liturgia cioè che per i giudeo-cristiani era innanzi tutto un’intima esperienza religiosa trasformante prende l’aspetto, presso i nuovi arrivati, più che altro di commemorazione.

L ‘aspetto modesto e mistico di quei luoghi, che Girolamo voleva fossero onorati più dal silenzio che dalla parola degli uomini, viene trasformato con abbellimenti sfarzosi, non senza però strappare un sospiro di rimpianto allo stesso Girolamo, che della grotta di Betlemme dice: « Abbiamo tolto il fango e vi abbiamo messo l’argento; ma per me era più prezioso quello che è stato tolto ». Queste parole sono l’elegia sulla Chiesa giudeo-cristiana e quella particolare religiosità che era ad essa legata. Chiesa giudeo-cristiana che alla fine del VI sec. sparisce dalla storia, senza lasciare traccia di sé, fino a che gli studi più recenti e in particolare gli scavi e le opere di Bagatti e Testa non ce l’hanno riportata alla luce in tutta la sua vitalità e la sua ricchezza.

Si resta sempre perplessi quando si vede riapparire un mondo che l’oblio e la terra hanno tenuto celato per secoli, e ci si domanda a quale strano gioco della sorte siano dovuti simili fatti, o piuttosto quale arcana provvidenza ci faccia dono, a un determinato momento, di conoscenze precluse a chi ha vissuto prima di noi.

Nel nostro caso ci domandiamo se non sia stato provvidenziale che oggi, e non prima, il mondo giudeo-cristiano sia riapparso alla luce. È oggi infatti, nella spiritualità dell’uomo moderno, che il mondo giudeo-cristiano può trovare rispondenza. Il mondo positivista che ci ha preceduto, ad es., si sarebbe contentato di sorridere davanti a delle manifestazioni, che avrebbe definito per lo meno ingenue. Ma oggi che l’uomo moderno è stanco dell’impronta troppo greca e troppo latina che ha preso la nostra civiltà, oggi che l’uomo moderno rifugge dalle astrazioni metafisiche e cerca con avidità una concretezza a cui ancorare il suo pensiero, oggi il riapparire della Chiesa giudeo-cristiana ci si presenta veramente come un dono di Dio.

La mentalità giudeo-cristiana è tale che non si esprime in formule teologiche o metafisiche, ma si colora di figure e di simboli, prendendo corpo in un sistema di segni, che più che spiegare il mistero, lo contengono racchiuso in sé, invitando alla ricerca di esso (3).

La metodologia della Chiesa giudeo-cristiana Image170

Il segno è una cosa che ne indica una diversa dal segno stesso; nel nostro caso, esso indica, sotto forma di immagini percepibili dai sensi, il mistero soprasensibile; il mistero è contenuto nel « segno » e quindi esso serve a svelarlo ma non lo esprime tuttavia nella sua interezza, e quindi nello stesso tempo lo vela. Il mistero trascende ogni limitazione; il segno è sempre qualcosa di sensibile e come tale non può contenere in se stesso il mistero.

Ne rappresenta per così dire il rivestimento corporeo, e il corpo ci è necessario per individuare uno spirito, ma non possiamo dire che, una volta visto il corpo, conosciamo anche a pieno lo spirito che lo anima. Il segno può essere considerato piuttosto una sollecitazione, un punto di partenza per la ricerca del mistero, ricerca che, per la natura stessa del « segno » e del suo contenuto, si presenterà come mai finita ricerca che vedrà sempre più lontana quella realtà che vorrebbe raggiungere.

Una metodologia basata sull’uso dei « segni » presuppone quindi un atteggiamento profondamente religioso, una confessione implicita dell’incapacità dell’uomo di raggiungere in pieno il mistero. Il segno è sempre un’approssimazione, un tentativo mai del tutto riuscito di attingere il mistero; il mistero è più grande dell’uomo e, in se stesso gli sfuggirà sempre. La ricerca di esso quindi non potrà che essere condotta con profonda venerazione.

L ‘uso dei « segni » è quindi cosa del massimo interesse dal punto di vista religioso e anche dal punto di vista metodologico; un tale sistema non presenta i problemi già belli e risolti, ma offre piuttosto uno spunto perché lo spirito dell’uomo sia sollecitato a riflettere sopra di essi. L ‘uomo dovrà quindi svolgere un lavorio su quanto il « segno » offre, e attraverso quel lavorio, lentamente, scenderà sempre più a fondo nella comprensione e nel possesso di quella realtà che egli va cercando.

Una simile metodologia si riallaccia alla metodologia stessa del Vangelo, anzi possiamo dire che essa è la metodologia della Bibbia, cioè di Dio stesso. Che cosa fa Gesù quando parla in parabole? Presenta un fatto, un fatto semplice che certe volte sembrerebbe addirittura banale; per es. una donna impasta tre misure di fior di farina con il lievito e poi tutta la massa lievita; ma con poche parole invita alla meditazione su quel fatto, perché – egli dice – c’è n qualche cosa che è simile al Regno dei Cieli.

Quel semplice lavoro che si svolge giornalmente in tante case diventerà spunto di meditazione e « segno » di una realtà diversa. La saggezza dell’insegnamento di Gesù sta proprio nel prendere lo spunto da fatti che si svolgono frequentemente sotto gli occhi di chi lo ascolta (o lo legge), perché così il richiamo alla meditazione sarà ripetuto, e pian piano il punto che egli vuole insegnare prenderà luce in chi lo medita.

Che cosa ha fatto Dio durante tutto l’Antico Testamento se non servirsi di dati sensibili per far conoscere il Suo grande mistero? Già il mondo creato è « segno » rivelatore della potenza e della bontà dell’inconoscibile Dio; Egli legherà poi la rivelazione alla storia di un popolo, e infine nell’umanità del Figlio gli uomini « conosceranno » il Padre, Lo « conosceranno » nel senso biblico, di una
conoscenza cioè che è amore e unione, e nell’umanità del Figlio raggiungeranno la salvezza.

Una metodologia basata sull’uso dei « segni » si rivolge ai sensi dell’uomo che il « segno », in quanto oggetto sensibile, colpisce; ma attraverso essi raggiunge l’intelletto, e sarà l’intelletto che dovrà lavorare su quei dati che ha ricevuto attraverso i sensi.

Profondamente religiosa dunque la metodologia basata sui segni, non è tuttavia fideistica, ma rende omaggio alle facoltà dell’uomo e si appoggia su di esse. Nello stesso tempo essa è tale però che abbassa la hybris dell’uomo e lo induce all’umiltà, perché gli rende evidente la presenza di una realtà più grande di lui, il cui possesso pieno gli sfugge sempre, e quando crede di averla raggiunta, si accorge che sta ancora più in là. Il cammino così non si arresta mai; e il movimento in avanti è continuo, attratto da qualche cosa che sta sempre più lontano, simile al movimento di una marea che non conosca riflussi.

È una metodologia siffatta che distingue la Chiesa giudeo-cristiana, metodologia che si esplica in una tecnica particolare, basata soprattutto sul significato e il valore delle lettere e dei numeri. Diamo solo qualche esempio, fra i moltissimi che si potrebbero addurre: il numero 5 indica Gesù in quanto salvatore, perché la parola greca corrispondente (soter) ha cinque lettere; un profano che avesse scorto invece il numero 6 su un monumento, l’avrebbe considerato nel suo puro valore numerico, ma un cristiano vi avrebbe visto un’allusione a Gesù, nome composto di sei lettere.

Anche il numero 8 è messo in relazione a Cristo, come Colui che inizia il nuovo tempo, quel tempo che si inaugura dopo il settimo giorno della creazione, costituendone l’ottavo giorno, primo della nuova creazione. Il numero 99 – numero cioè a cui manca uno per arrivare a 100 – indica l’ Amen della liturgia terrestre, e quindi la aspirazione alla partecipazione alla perfetta liturgia del cielo.

Lo stesso scopo di accennare al mysterium absconditum si raggiungeva attraverso le lettere, che venivano messe in evidenza nelle iscrizioni, sia deformandole leggermente o scrivendole più in alto delle altre della stessa parola, oppure usando caratteri arcaici o aggiungendole ai nomi, o attraverso altri espedienti del genere. Spesso alla simbologia delle lettere si aggiungeva quella dei numeri, come nello esempio famoso della P (ro) greca, che ha il valore numerico di 100, e, come tale, è considerata simbolo messianico, con riferimento ad Isacco, figura di Cristo, che Abramo generò a 100 anni.

È questo significato che sta a base di quel segno, frequentissimo nei nostri antichi monumenti, ed erroneamente conosciuto come « monogramma costantiniano » : segno con cui si indicava la persona di Gesù come Messia, senza tuttavia scriverne il nome in modo manifesto. Fa parte infatti dell’eredità ebraica dei giudeo- cristiani una venerazione massima per il Nome di Dio, che li induceva a non pronunciarlo.

Come gli ebrei adombravano il Nome ineffabile sotto varie locuzioni (il « Nome », la « Potenza » ecc.), così i giudeo-cristiani nascondevano sotto numerosi segni quello di Cristo, che è uguale al Padre: Cristo, mediatore tra gli uomini e il Padre, viene indicato da una scala, che unisce la terra al cielo, a somiglianza di quella vista da Giacobbe nel suo sogno a Bethel; Cristo ci dà la vita, e vediamo talvolta due rivi d’acqua – l’acqua è principio di vita – scendere dai due bracci corti della Croce; simbolo di vita è anche la pianta e spesso alla raffigurazione della palmetta si unisce quella della Croce, oppure la P di cui abbiamo già detto, e così via.

Non è possibile fare qui nemmeno una rapida rassegna dei punti principali che i giudeo-cristiani adombravano sotto il loro particolare simbolismo. Bisogna per questo rifarsi alle opere degli insigni specialisti che abbiamo citato nel corso di queste pagine. Vorremmo qui soltanto riferirci ad alcuni punti che hanno lasciato la loro impronta nei nostri monumenti e talvolta anche nella nostra quotidiana vita religiosa; di essi tuttavia abbiamo per lo più dimenticato il significato nascosto, così che essi restano nel nostro patrimonio più come una morta spoglia che come un elemento vivo.

Chi vede ad es., fra i mosaici di S. Maria Maggiore a Roma, il Bambino Gesù in trono, con una stella al centro della sua aureola, difficilmente penserà che questo ultimo elemento sia qualcosa di più di un semplice ornamento; non credo che molto diversa sarebbe la reazione di chi osservasse nella Cappella Palatina a Palermo una stella riversare dall’alto la sua luce direttamente sul Bambino Gesù, nella mangiatoia. Si penserebbe forse in questi casi tutto al più alla stella dei magi, senza andare più indietro.

Ma la presenza così frequente della stella, anche a sé stante, su monumenti e oggetti dei giudeo-cristiani ha indotto a ricercarne il significato nei testi; si è visto in tal modo come fosse corrente in quegli ambienti riferirsi a Gesù come a una stella, rifacendosi alla profezia pronunciata da Balaam, prima che Israele entrasse nella terra promessa: « Brillerà una stella da Giacobbe, sorgerà una cometa da Israele » (Num. 24, 17); e Giustino commenta: « Quella stella luminosa (….) che si alza è il Cristo ».

La stella quindi è indice del carattere messianico di Gesù, e addita in lui l’atteso da lunghi secoli: quella stella che Dio promette per bocca di Balaam resta come sospesa fino a che non si posa sul capo di Cristo. Quello che ci era apparso un semplice motivo ornamentale si carica così di pregnante significato teologico, e ci fa intravedere dietro la persona di Cristo la millenaria preparazione alla sua venuta.

La stessa figura della croce, familiare a ogni cristiano, si arricchisce di contenuto, se considerata sullo sfondo delle raffigurazioni giudeo-cristiane e del loto significato. La croce è per noi adesso innanzi tutto il ricordo della passione e della morte di Gesù, cioè del suo Sacrificio nella sua prima fase e nell’aspetto negativo; difficilmente vediamo in essa anche il simbolo della risurrezione, cioè il simbolo del sacrificio di Cristo nella sua interezza: sofferenza e morte e conseguente glorificazione.

Sui nostri altari contempliamo sempre un Cristo morto, in contrasto con la realtà della presenza, sull’altare, del Cristo glorioso. Tale nostro modo di concepire la croce è dovuta a una malintesa mentalità ascetica, e non è originaria. Anche nelle nostre chiese vediamo talvolta la croce presentata in modo diverso, ma non riusciamo più a coglierne il vero significato. Che cosa significa infatti la croce iscritta in un circolo o in quadrato, o la croce circondata nei quattro angoli da altre quattro piccole croci ?

È un segno frequentissimo nella iconografia giudeo-cristiana con il quale si esprime l’estensione universale della potenza salvifica della croce: essa tutto e tutti riunisce nell’unico Dio; ha due bracci perché due sono i popoli – gli ebrei e i gentili – che, disseminati fino agli estremi della terra, riunisce tra loro; ha una sola testa perché c’è un solo Dio. La potenza della croce raggiunge i cieli, e illumina il mondo degli angeli, penetra nei luoghi inferi, abbraccia l’oriente e l’occidente, raggiunge il settentrione e il meridione, chiamando alla conoscenza del Padre gli uomini dispersi in ogni luogo ».

Mentre noi ci stacchiamo con difficoltà dalla concezione della croce come strumento di supplizio, e quindi in fondo dalla materialità di essa, i giudeo-cristiani vi vedono piuttosto una realtà spirituale, misteriosa, e le attribuiscono un significato teologico.

Essa è talvolta considerata vivente, identificata con la persona stessa di Cristo salvatore; simbolo della risurrezione gloriosa, diventa anche segno profetico del suo ritorno alla fine dei tempi: « la Croce luminosa che cammina davanti al Re ».

Essa non è tanto ricordo di un evento storico, quanto espressione del « mysterium crucis », mistero di salvezza.

Grande e venerando è il mistero della croce, indicato da un piccolo segno, e il modo di impossessarsi di esso è la sphragis, il segnarla in modo indelebile su se stesso. Noi parliamo a questo proposito di « signatio » spirituale, per indicare quella particolare cerimonia della liturgia battesimale, per cui il battezzando viene contrassegnato con il segno della croce, a indicare il suo rivestimento della dynamis di Dio.

Il giudeo-cristiano, più degli occidentali legato alla concretezza, segna materialmente la croce dovunque: sui sepolcri, perché la Croce di salvezza accompagni i morti nel mondo dell’aldilà, e anche sui vestiti; ma soprattutto usa segnarla a fuoco nella sua stessa carne, in segno di comunione con l’energia salvifica di Cristo, quella energia salvifica che raggiunge il mondo degli angeli, penetra negli inferi, raggiunge l’oriente e l’occidente, il settentrione e il mezzogiorno.

Ad un uso del genere alludono le Odi di Salomone e più tardi Girolamo, e forse vi accenna già Pietro nella sua prima lettera (4, 12-19). L’uso del resto trova forse la sua origine nell’Antico Testamento, dove Ezechiele (9,4) parla di uomini che portano sulla fronte una tav, il segno cioè dell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, che nella scrittura arcaica aveva la forma di una croce.

Si può anche accostare alla prescrizione biblica, secondo cui l’ebreo deve portare su se stesso il segno della sua appartenenza al Signore (Dt. 6, 8; 11, 18; Es. 13; 9-16), prescrizione a cui obbedisce ancora oggi l’ebreo, portando sulla sua fronte e sul suo braccio alcuni brani della Torah, racchiusi in capsule (filatteri), per mostrare in tal modo la sua totale adesione alla Parola di Dio. Si è visto in tale pratica un precedente del segno della croce, che il cristiano segna su se stesso, per confessare pubblicamente la sua interiore configurazione a Cristo.

Lettere arcane, numeri sacri, sphragis: tutti usi che tendono attraverso il « segno » a rappresentare l’irrapresentabile, a impossessarsi di una forza – la forza di Dio – che è a disposizione dell’uomo, ma che supera l’uomo, senza che egli riesca mai a raggiungerla in pieno. L ‘uso dei segni è l’espressione di un’aspirazione che non può saziarsi; di una religione profondamente « religiosa », cioè non fatta a misura d’uomo, in cui Dio è l’inconoscibile e il trascendente e tuttavia dà all’uomo un mezzo perché Lo raggiunga: una religione in cui l’uomo è grande, in quanto riflesso di Dio.

Metodo caratteristico della Chiesa giudeo-cristiana, quello dei « segni », ma il cui uso non si è mai perso nella Chiesa, che – come abbiamo accennato – vive, nella liturgia, le sue più grandi realtà in un regime di « segni », che non soltanto indicano il mistero, ma lo realizzano. Metodo tuttavia che la Chiesa sta oggi riscoprendo in tutta la sua ricchezza, dopo un lungo periodo, durante il quale il prevalere della mentalità occidentale di marca greca, non ne aveva soppresso l’esistenza, ma ne aveva fatto perdere un po’ il gusto e il significato, con il rischio che si perdesse nello stesso tempo il gusto e il significato del mistero, che con il « segno » è strettamente connesso.

La mentalità moderna, assetata nello stesso tempo di spiritualità e di concretezza, ha riscoperto con gioia il mondo dei « segni », quel mondo così vivo e così ricco nella Chiesa giudeo-cristiana, così che possiamo dire che ancora oggi, anzi soprattutto oggi, è viva nella Chiesa quella tradizione, tramandata da quegli uomini che, per primi, si sono stretti intorno a Gesù e ai suoi apostoli.

(1) Su questo argomento è d’importanza fondamentale: B. Bagatti, L’Église de la Circoncision, Jérusalem 1965.
(2) J. DANIÉLOU, La Théologie du judéo-christianisme, Paris 1958.
(3) E. TESTA, Il simbolismo dei Giudeo-Cristiani, Jérusalem, 1962.

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