Mons. Gianfranco Ravasi: Lidia, l’imprenditrice di Filippi (Atti 13,50)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2004/182004.htm

Mons. Gianfranco Ravasi

Lidia, l’imprenditrice di Filippi (Atti 13,50)

A prima vista può sembrare una notazione di taglio antifeminnista, propria della cultura orientale di impronta maschilista (ma anche il mondo greco-romano al riguardo non scherzava!).

Nel brano degli Atti degli Apostoli proposto dalla liturgia di questa quarta settimana di Pasqua si ha la descrizione del successo che la predicazione di Paolo e di Barnaba registra tra i pagani nella città di Antiochia di Pisidia, nell’attuale Turchia centrale. Poi, però, Luca annota: « I Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio » (13,50). Ora, nella vicenda missionaria di Paolo le cose non andarono sempre così. Anzi, spesso le donne furono ardenti sostenitrici della nuova fede. Vogliamo, allora, proporre un personaggio femminile minore degli Atti degli Apostoli che risponde proprio a questa caratteristica. Si tratta di una certa Lidia, una donna d’affari della città greca di Filippi, in Macedonia. Là, infatti, nacque la prima comunità

cristiana europea, dopo che l’Apostolo a Troade, nell’attuale Turchia, aveva avuto la visione notturna di un Macedone che lo supplicava: « Passa in Macedonia, e aiutaci! » (16,9).

Così, salpando da Troade, era approdato a Filippi e, dopo una sosta di alcuni giorni, di sabato si era recato fuori dalle porte della città lungo un fiume: là, infatti, si radunavano gli Ebrei locali che, non avendo una sinagoga, pregavano sulle rive di quel fiume così da avere a disposizione l’acqua per le abluzioni rituali. Paolo, com’era suo costume, si rivolse proprio a costoro. « C’era ad ascoltare una donna di nome Lidia, commerciante di porpora della città

di Tiatira, una credente in Dio, e il
Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo » (16,14).
Lidia portava un nome comune allora diffuso; era quello di una regione dell’Asia Minore, famosa per la sua prosperità (suo re era stato Creso!). Fu convertita all’ebraismo dal paganesimo: tale, infatti, è il valore della formula usata da Luca: « credente in Dio ». Era originaria di una città dell’Asia Minore, Tiatira, situata sul fiume Lico, famosa per le sue industrie di trattamento della porpora: la corporazione dei tintori di quel centro è attestata da molte iscrizioni venute alla luce.
Alla comunità cristiana di quella città era indirizzata una delle sette lettere dell’Apocalisse (2,18-29).
Anche Lidia apparteneva a quella corporazione di operatori commerciali che trattavano la porpora rossa e viola, ma si era trasferita poi a Filippi. la sua vita fu mutata proprio da quell’incontro.

Scrive Luca negli Atti: « Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: Se avete giudicato che io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa. E ci costrinse ad accettare » (16,15). E, anche dopo la carcerazione che Paolo col suo collaboratore Sila dovette subire a Filippi, la casa di Lidia rimase sempre aperta, divenendo una sorta di chiesa domestica dove i cristiani filippesi, tanto cari all’Apostolo, si riunivano in fraternità e in preghiera (16,40).

Publié dans : Card. Gianfranco Ravasi | le 11 avril, 2008 |Pas de Commentaires »

Mons. Gianfranco Ravasi: Aquila e Priscilla, sposi Cristiani (epistolario paolino: lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo, degli Atti degli Apostoli, capitolo 18).

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2004/032004.htm

Mons Gianfranco Ravasi

Aquila e Priscilla, sposi Cristiani (epistolario paolino: lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo, degli Atti degli Apostoli, capitolo 18).

In quella festa paesana che ha al centro una coppia anonima di sposi e che è narrata dal Vangelo di Giovanni (2,1-11), letto in questa domenica, c’è la storia di tante coppie cristiane che nella loro città o nel loro villaggio, ben lontano da Cana di Galilea, hanno consacrato il loro amore con la presenza santificante di Cristo. Vorremmo far emergere da quella folla immensa di sposi cristiani due figure neotestamentarie, Aquila e Prisca (o Priscilla). Esse occhieggiano nelle pagine dell’epistolario paolino (lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo) e in quelle degli Atti degli Apostoli (capitolo 18).

Il marito portava un nome latino, Aquila, grecizzato in Akylas, ma era un ebreo nativo del Ponto (regione dell’attuale Turchia). Da quel territorio era emigrato a Roma ove si era sposato con Prisca, chiamata col diminutivo di Priscilla, nome anch’esso romano.

Quando l’imperatore Claudio (41-50 d.C.) espulse da Roma con un editto gli Ebrei ivi residenti, anche i due, che si erano convertiti al cristianesimo, dovettero lasciare la capitale e rifugiarsi a Corinto, in Grecia.

Qui incontrarono Paolo e – come scrive Luca negli Atti degli Apostoli – « poiché erano del medesimo mestiere, Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava con loro: erano, infatti, di mestiere fabbricatori di tende » (18,3).

Questa amicizia con l’Apostolo continuò anche quando egli si trasferì a Efeso, nell’attuale Turchia costiera: essi Io seguirono e lo aiutarono nell’attività missionaria, dedicandosi alla formazione, « con maggiore accuratezza », di un convertito di nome Apollo, che sarebbe poi diventato un acclamato predicatore cristiano (18,26).

Essi erano ancora con Paolo quando egli scrisse da Efeso la prima lettera ai Corinzi. Infatti, in finale a quel testo si legge: « Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa » (16,19). È suggestiva la menzione della loro casa nella quale i cristiani si incontravano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia, trasformando così quell’appartamento in una « chiesa domestica », come accadeva nei primi anni del cristianesimo.

Cessato il divieto di Claudio, Aquila e Priscilla ritornarono a Roma e, allora, Paolo – scrivendo da Corinto ai cristiani della capitale la famosa lettera che è anche il suo capolavoro teologico -non esita a ricordare i suoi amici, tessendo una lode e un ringraziamento per il loro amore nei suoi confronti, un amore che gli aveva salvato la vita durante un tumulto scoppiato a Efeso, quando vivevano ancora insieme: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato! » (Romani16,3-4).

Anche scrivendo per la seconda volta al discepolo e collaboratore Timoteo, Paolo non esiterà a menzionare questa coppia di sposi 2 Timoteo 4,19: « Saluta Prisca e Aquila », un vero modello di coniugi cristiani impegnati a testimoniare il Vangelo con la semplicità della loro vita e l’intensità del loro amore.

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Gianfranco Ravasi (2003) – Apollo, colto e gran predicatore (At 18,24)

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http://www.novena.it/ravasi/2003/272003.htm

Gianfranco Ravasi (2003) – (At 18,24)

Apollo, colto e gran predicatore

No, non parleremo ora di Apollo, figlio di Giove e di Latona e fratello di Diana, il dio romano del sole, della musica, della poesia, delle arti e della medicina. L
Apollo che vogliamo mettere in scena in greco Apollòs era un comune mortale: anzi, il suo nome era il diminutivo di Apollonio, un nome popolare nel mondo classico, a partire dallo scultore omonimo o da Apollonio Rodio, lautore del poema greco Gli Argonauti (III secolo a.C.), o dallApollonio filosofo ambulante pitagorico, famoso per i suoi presunti miracoli.

A parlare di Apollo, predicatore cristiano, siamo spinti dal fatto che in questa domenica leggiamo nella liturgia un brano della seconda Lettera di Paolo ai Corinzi. Ebbene, Apollo secondo gli Atti degli Apostoli (18,24) era un ebreo nato nella comunità della Diaspora giudaica di Alessandria dEgitto ed era un seguace dei discepoli del Battista che, anche dopo il ministero pubblico di Gesù, erano rimasti indipendenti e praticavano il battesimo di purificazione del loro maestro.Apollo era «un uomo colto, versato nelle Scritture» e gran oratore, e si era lasciato conquistare dalla figura di Cristo. Su stimolo di una coppia cri- I stiana di sposi, Aquila e Priscilla, amici di Paolo, era stato non solo formato con maggior profondità sulla dottrina cristiana, ma anche convinto a trasferirsi da Efeso, la città dellAsia minore (attuale Turchia occidentale egea) ove si trovava, a Corinto, in Grecia. «Giunto colà», scrive ancora Luca negli Atti degli Apostoli, «fu molto utile per coloro che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. Confutava con vigore i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»

(18,27-28).

È così che la sua figura si legò indissolubilmente alla comunità cristiana della città greca di Corinto. Il legame fu così intenso che si era costituito un gruppo di suoi seguaci, probabilmente convertiti dal paganesimo e affascinati dalla sua eloquenza forbita. Costoro tendevano a far parte a sé, isolandosi rispetto agli altri gruppi di convertiti dal giudaismo o di tendenze più o meno aperte o rigoriste. Di questa situazione di tensione nella Chiesa di Corinto si ha testimonianza in un passo della prima Lettera di Paolo ai Corinzi.LApostolo, venuto a conoscenza a Efeso, dove soggiornava, di queste divisioni attraverso i dipendenti di una donna manager di Corinto di nome Cloe, scriveva: «Mi è stato segnalato dalla gente di Cloe, o frateffi, che vi sono discordie fra di voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo! oppure: Io invece sono di Apollo! E altri: E io sono di Cefa! O ancora: Io sono di Cristo! Ma Cristo è stato forse diviso?» (1,1 1-13). È facile intuire il rischio che correva quella Chiesa, frantumata in correnti e movimenti che si guardavano in cagnesco o erano in concorrenza. Più avanti nella stessa lettera Paolo ritornerà sulla questione: «Quando uno dice: Io sono di Paolo! E un altro: Io sono di Apollo! Non vidimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Solo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere»

(3,4-7).

In finale di lettera lApostolo cita ancora con rispetto «il fratello Apollo», che in quel momento era a Efeso con lui, annunziandone il ritorno, non però immediato, a Corinto (16,12). Da quel momento di Apollo non si saprà nulla. In passato alcuni (tra costoro ariche Lutero) ipotizzarono che fosse lautore della Lettera agli Ebrei.

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pensieri ed emozioni su 8, 26: « Neppure sappiamo che cosa sia conveniente domandare »

pensieri ed emozioni su 8, 26: « Neppure sappiamo che cosa sia conveniente domandare »

ho cominciato a scrivere questi appunti personali sotto « pensieri » però mi sono accorta che non sono soltanto pensieri quelli che si rincorrono dentro di me alla lettura ed allo studio dei scritti di San Paolo e degli Atti – la sua storia – sono anche emozioni, sentimenti, partecipazione ed ho cambiato il titolo di questa « categoria » in « Appunti di viaggio »;

Così oggi mi accorgo che si è fermata dentro di me e continua passarmi nella mente la frase di Rm 8,26 ed anche tutto il capitolo 8;

noi preghiamo con il Padre nostro, la preghiera che ci ha donato Gesù, con l’Ave Maria, che ci viene dalla Scrittura; a volte preghiamo con formule, che in liturgia rimandano all’evento della croce, alla risurrezione, all’ultima cena, o con altre preghiere dettate dalla fede della Chiesa;

in questo passo della Lettera ai Romani ed in tutto il capitolo 8 Paolo afferma qualcosa che continua ad interrogarmi: che si può pregare solo sotto l’azione dello Spirito Santo e mi accorgo che la preghiera più bella a volte si ferma sulle labbra, che non entra nel cuore, che non viene dallo Spirito – non parlo ora delle preghiere di domanda che si fanno tutti i giorni e che sono buone – ma di quei momenti nei quali la preghiera è liturgia, è confessione di fede;

mi appare e mi rincorre come una sorta di « silenzio » nel momento stesso in cui le pronuncio, come un’attesa che le parole diventino vita, che le parole che pronunciamo o che ci vengono alla mente diventano vita non per opera nostra, ma dello spirito di Dio;

se diciamo « Abbà Padre » (Rm 8,15) « lo Spirito attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio » (Rm 18,16), se diciamo al Padre « Padre », se lo gridiamo, in questo grido c’è tutta la fragilità dell’uomo, tutta la nostra realtà di creature e di figli;

è un « credo » che diventa giorno dopo giorno più importante, mano a mano che il Signore risorto si fa conoscere a noi ed allora la parola pronunciata ieri non è quella di oggi, è un cammino nel quale si rivela Gesù Risorto e nel quale, attraverso di lui, conosciamo il Padre, non è mai la stessa parola, la stessa preghiera;

Paolo, credo, parla sia della preghiera per il « pane quotidiano », sia, e soprattutto, quella per il pane eucaristico;

leggevo in questi giorni la storia del Cardinale Nguyen Van Thuan, vietnamita nominato arcivescovo coadiutore a Saigon nel 1975, dopo qualche mese fu incarcerato, egli ha vissuto tredici anni in prigione senza essere stato giudicato ne condannato, c’è il racconto di come è riuscito a rimanere nella fede, di come è riuscito a celebrare l’eucaristia, ho il libro solo in francese: «  »Témoins de l’espérance », egli scrive, traduco una frase liberamente: « Così non è più che noi viviamo, ma Cristo, lui stesso, che viene a vivere in noi. Per mezzo le parole della Scrittura, è il Verbo che stabilisce la sua dimora in noi e ci trasforma in lui. », le parole lui le ha trovate nella Scrittura, parole vive, Cristo stesso che parla, vita, molto più che comunicazione;

in Paolo trovo questa sorta di abbandono profondo alla « Parola » tanto che la propria, la sua stessa, sembra perdere di significato e lui non sa che cosa sia conveniente domandare, è lo Spirito che con « gemiti inesprimibili » intercede con insistenza, le parole sono dello Spirito perché « intercede per i credenti secondo i disegni di Dio »;

insomma questo sto riflettendo, la preghiera, quella vera, quella che è possibile formulare, che è conveniente formulare, viene da Dio stesso per questo senza di lui noi: « nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare »;

APPUNTI DI VIAGGIO, UN’AVVENTURA MERAVIGLIOSA ALLA RICERCA DI SAN PAOLO

10 aprile 2008

all’inizio volevo scrivere i miei pensieri, ma in fondo che cosa contano? ora invece vorrei mettere le sensazioni, le emozioni, più che le riflessioni, ossia, mentre ricerco i testi su San Paolo, mentre scrivo, mi accorgo che sto cominciando ad emozionarmi ogni volta che faccio questo « lavoro », non è più uno scrivere su…, ma, sì, è come un viaggio, come un’avventura, alla ricerca di una persona che sento così vicina, così presente;

a volte si cerca l’avventura in qualcosa, e non si trova niente, l’avventura io l’ho trovata in questa ricerca, in questo leggere e rileggere quanto scrive San Paolo, quello che viene scritto su di lui; spero che, magari passati questi primi giorni, riuscirò a trasmettervi anche l’ « emozione » di questo « viaggio »;

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA (Atti 21,18-28, 31)

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA  (Atti 21,18-28, 31) dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 20%20DENNIS%2006%20PAUL%20A%20ROME%20PARLE%20DE%20JESUS%20AUX%20JUIFS 

Paul a Rome parle de Jesus aux Juifs

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.htm

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ – DA CESAREA A ROMA (Atti 21,18-28, 31)

(l’ho ricontrollato, voglio rivederlo ancora)

Paolo all’arrivo a Gerusalemme era stato accolto festosamente dai fratelli, recatosi da Giacomo, davanti a lui e a tutti gli anziani, raccontò tutto quello che Dio aveva operato per mezzo suo (At 21,17-19); si trovava nel Tempio quando, dopo una piccola sommossa, venne arrestato (At 21,33) da un tribuno romano, sul punto di esser condotto nella fortezza – che si chiamava Anatolia e dominava i cortili del Tempi – chiese di parlare, il tribuno acconsentì, Paolo, in ebraico, cominciò a testimoniare la propria conversione, ma, ad un certo punto, la folla non lo ascoltò più e cominciò ad urlare ed a chiedere la sua morte (At 22,22-23);  

il tribuno lo portò via e lo legò con le cinghie ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, a questo punto, però, Paolo dichiarò di essere cittadino romano, il tribuno, sentendo questo, cominciò ad avere paura (At (v. 29);  

Per conoscere la realtà dei fatti il tribuno condusse Paolo davanti al Sinedrio, Paolo sapendo che il sinedrio era composto di sadducei e di farisei, cominciò a parlare della speranza nella resurrezione dai morti, nel sinedrio si scatenò un putiferio, i farisei infatti credevano nella risurrezione dai morti ed i sadducei no, il tribuno visto il conflitto all’interno del sinedrio temette per la vita di Paolo e lo ricondusse in prigione; la notte seguente il Signore “va accanto” a Paolo e gli dice: “Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”. (At 23, 11)  

Dopo un complotto per assassinare Paolo, venne deciso da parte del tribuno di condurre Paolo a Cesarea marittima; il procuratore della Giudea Antonio Felice, lo tenne in carcere per due anni;  

Trascorsi questi due anni il procuratore Felice venne sostituito da Porcio Festo;  

Festo volendo fare un favore ai giudei domandò a Paolo se voleva andare a Gerusalemme per essere giudicato là, Paolo si appellò a Cesare: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare” e poi aggiunge: “Io mi appello a Cesare” (At 25,12); allora Festo risponde: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (At 25,12);  

dopo alcuni giorni arrivò a Cesarea il re Agrippa e Berenice – figli di Erode-Agrippa – per salutare Festo, Festo gli espose il caso, il re Agrippa volle sentire Paolo, Paolo parlò di nuovo in sua difesa e riaffermò la risurrezione di Cristo;  

Il re Agrippa, Berenice ed il Governatore, avviandosi, dicevano: “Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti le catene o la morte” e rivoltosi a Festo: “Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare”. (At 26, 32)  

Paolo fu consegnato, con altri prigionieri, ad un centurione di nome Giulio della corte Augusta – doveva essere l’estate inoltrata dell’anno 59 o 60 – tutto il viaggio viene descritto con molti particolari da un testimone oculare, si tratta di Luca che scrive una eccezionale pagina di fede e di affetto nei confronti del Maestro, di Paolo;  

saliti sulla nave fecero rotta verso Sidone – una delle più antiche città della Fenicia – Paolo con il permesso del centurione scese a visitare i fratelli, poi, salpati da Sidone, fecero rotta verso Cipro, in seguito verso i mari della Cicilia e della Panfilia, per giungere a Mira nella Licia, nella parte sud dell’Asia minore, li trovarono una nave alessandrina diretta verso l’Italia si trasferirono su quella nave e salparono prima verso Cnido e poi verso l’isola di Creta; Paolo che, a causa dei lunghi viaggi in mare, era diventato abbastanza esperto, ed essendo già verso la fine di ottobre – era già passato il giorno del digiuno, ossia dello Yom Kippur – consigliò di fermarsi in quel porto per passare l’inverno, ma il centurione decise di salpare nella speranza di svernare a Fenice, un porto di Creta; (At 27, 12);  

durante questo viaggio un vento di uragano di nome “Euroaquilone” si catenò contro l’isola, la nave venne travolta nel turbine e andò alla deriva, così i marinai cominciarono ad alleggerire la nave gettando il carico in mare, ma la violenza della tempesta che durò per molti giorni non sembrava cessare;  

Luca racconta ancora che non si mangiava da molto, Paolo, per questo, si alzò per fare coraggio ai compagni di viaggio; dopo la quindicesima notte, verso mezzanotte, i marinai ebbero l’impressione che fosse vicina la terra e gettarono lo scandaglio più volte, la nave era vicina alla terra e vennero gettate quattro ancore; i soldati, temendo che i prigionieri potessero fuggire a nuoto, volevano ucciderli, ma il centurione volendo salvare Paolo lo vietò; giunsero salvi sull’isola, era Malta;  

Cap 28; I maltesi li trattarono con molta umanità, li accolsero tutti intorno a un gran fuoco, Paolo raccolse un po’ di legna per gettarla sul fuoco, ma una vipera lo attaccò ad una mano e lo morse, visto che Paolo non moriva, cominciarono a pensare che fosse un dio;  

quindi vennero accolti da un magistrato di Malta, sapendo che il Padre di questi era ammalato Paolo andò a fargli visita, gli impose le mani e questi venne guarito;  

dopo tre mesi salparono su una nave di Alessandria e approdarono a Siracusa dove rimasero tre giorni e da qui si portarono fino a Reggio, poi a Pozzuoli, dopo una settimana partirono per Roma, i fratelli di Roma, saputo che stava arrivando Paolo e gli altri, andarono loro incontro fino al foro Appio – circa 66 km da Roma – e alle Tre Taverne, arrivati a Roma fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia;  

molti andavano da Paolo ed egli parlava loro del regno di Dio cercando di convincerli riguardo a Gesù, alcuni aderirono, altri no;  

“Paolo trascorso due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento:” (At 28, 30-31)  

qui finisce il racconto degli Atti, rimane una domanda: Paolo dove e quando è morto? ed un altra: chi scrive, se è Luca, come è il seguito della storia di Luca?  

sarà possibile proporre delle risposte a seguito della prima domanda per quanto riguarda Paolo, e, separatamente per quanto riguarda Luca;

Giovanni Paolo II – sulla resurrezione dei corpi – 1Cor 15

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820127_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 gennaio 1982

1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa laltro mondo, che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.

Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nellinsegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36) e lapostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, levento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l’“apostolo dei gentili, ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15), sta certamente quellincontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato. 2.

È difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. È significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione (Lc 20, 27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano (I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo e all’epicureismo: tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all’Areopago – cfr. Act. 17, 32). Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dellalleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo non è un Dio dei morti ma dei viventi (Mc 12, 27). Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: . . . Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede . . . Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti (1 Cor 15, 14. 20).

3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l’ultima e la più piena parola dell’autorivelazione del Dio vivo quale Dio non dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Essa è lultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita allinevitabilità storica della morte, a cui luomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come linizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Ed allora – in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore – verrà anche vinta la morte: Lultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 26). 4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell

antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma lultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. È inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica delluomo, basata sulla fede nella risurrezione dai morti, è unita con il riferimento al “principio” come pure con la profonda coscienza della situazione “storica” dell’uomo. Luomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua (storica) esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è corruttibile, debole, animale, ignobile. 6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto – sia nella comunit

à di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi – Paolo lo confronta con Cristo risorto, lultimo Adamo. Così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda il primo Adamo, ossia lo induce a rivolgersi al principio, a quella prima verità circa luomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. Così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al principio nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-8; Mc 10, 2-9); al cuore umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nellinterno delluomo, durante il discorso della Montagna (cf. Mt 5, 27); e alla risurrezione come realtà dell’“altro mondo nel colloquio con i Sadducei (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36).

7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nellinsieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione delluomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui il primo uomo Adamo . . . divenne un essere vivente (1 Cor 15, 45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione delluomo (cosiddetto: racconto jahvista). È noto dalla stessa fonte che questa originaria animazione del corpo ha subìto una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi lAutore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo delluomo storico, scrivendo che è corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . ., indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove schiavitù della corruzione (Rm 8, 21). A questa “schiavitù della corruzione” è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell’uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché dominasse (cf. Gen 1, 28). Così il peccato delluomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche cosmica. E secondo tale dimensione, il corpo – che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . . – esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8, 22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio . . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 19-21). 8. Attraverso tale contesto cosmico dellaffermazione contenuta nella lettera ai Romani – in certo senso, attraverso il corpo di tutte le creature – cerchiamo di comprendere fino in fondo linterpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo delluomo storico, così profondamente realistica e adeguata allesperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la “schiavitù della corruzione”, ma anche la speranza, simile a quella che accompagna le doglie del parto, ciò avviene perché lApostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze delluomo che si possono definire come schiavitù della corruzione; e si sprigiona, perché la redenzione opera nellanima delluomo mediante i doni dello Spirito: . . . Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando ladozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8, 23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo. Riprenderemo lanalisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.

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