XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – GIOVEDÌ 30 OTTOBRE 2008

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 30 OTTOBRE 2008

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 6, 10-20
Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi contro gli Ariani» di sant’Atanasio, vescovo
(Disc. 2, 78. 79; PG 26, 311. 314)

Le cose create portano l’impronta e l’immagine della sapienza
Poiché in noi e in tutte le altre cose si trova l’immagine creata della Sapienza, a ragione la vera e operante Sapienza, attribuendo a se stessa ciò che è proprio della sua natura, dice: Il Signore mi ha creata nelle sue opere (cfr. Pro 8, 22). In questo modo il Signore rivendica a sé, come cosa sua propria, tutto ciò che la nostra sapienza dice di essere e di avere. E questo non perché lui che è creatore sia oggetto di creazione, ma per ragione della sua immagine impressa nelle stesse opere. Dice dunque così, quasi parlando di se stesso. Esprime la stessa cosa quando sentenzia: «Chi accoglie voi accoglie me» (Mt 10, 40), perché in noi è delineato il suo ritratto. Così, sebbene egli non si possa annoverare tra le cose create, tuttavia poiché nelle cose vengono prodotte la sua forma e la sua figura e cioè, in un certo senso, lui stesso, dice: «Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività prima di ogni sua opera» (Pro 8, 22). Ora la ragione per cui nelle cose create vi è lo stampo della sapienza è perché il mondo conoscesse il Padre. In realtà è proprio questo ciò che insegna Paolo: Poiché ciò che di Dio si può conoscere, è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Le sue invisibili perfezioni, la sua eterna potenza e divinità possono essere contemplate, fin dalla creazione del mondo con l’intelletto nelle opere da lui compiute (cfr. Rm 1, 19-20). Il passo dei Proverbi, riportato sopra, non va inteso del Verbo creatore, quasi fosse una creatura, ma della sapienza che risiede in noi. Essa c’è veramente, e quindi giustamente se ne afferma l’esistenza creata in noi. Tuttavia se gli eretici non vorranno prestar fede a queste affermazioni, ci rispondano un pò: c’è o non c’è nelle cose create qualche forma di sapienza? Se non c’è , perché allora l’Apostolo afferma amaramente: «Nel disegno sapiente di Dio, il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio»? (1 Cor 1, 21). Se non v’è sapienza alcuna, perché nella Scrittura si parla di tanti sapienti? Infatti «Il saggio teme e sta lontano dal male» (Pro 14, 16); «Con la sapienza si costruisce la casa» (Pro 24, 3). Anche l’Ecclesiaste dice: «La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto» (Qo 8, 1). Poi rimprovera i temerari dicendo: «Non domandare: come mai i tempi antichi erano migliori del presente? Poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza» (Qo 7, 10). Effettivamente nelle cose create vi è la sapienza. Lo attesta il figlio di Sirach con le seguenti parole: «Egli l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale secondo la sua generosità l’ha elargita a quanti lo amano» (Sir 1, 7-8). Ora ciò che viene donato non è la natura divina della Sapienza, che è in sé indivisa ed unigenita, ma solo la sua immagine che risplende nel creato. Se è così perché dovrebbe sembrare incredibile che la stessa Sapienza creatrice, che è modello e immagine della sapienza e della scienza sparsa nel mondo, dica in certo modo di se stessa: «Il Signore mi ha creata nelle sue opere?». Quella che è stata creata è la sapienza che è nelle realtà del nostro universo. Per questa sapienza «i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento» (Sal 18, 1). L’altra Sapienza, invece, non è creata, ma creatrice.

Responsorio
Sap 7, 22. 23; 1 Cor 2, 10
R. Nella sapienza, c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, terso, amante del bene, libero; * onnipotente, onniveggente, pervade tutti gli spiriti.
V. Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio:
R. onnipotente, onniveggente, pervade tutti gli spiriti.

LODI

Lettura Breve Rm 14, 17-19
Il regno di Dio non
è
questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole.

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 29 OTTOBRE 2008

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 29 OTTOBRE 2008

MESSALE DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 6, 1-9
Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. « Onora tuo padre e tua madre »: è questo il primo comandamento associato a una promessa: « perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra ». E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore. Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui.

DAL SITO EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=10/29/2008#

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso per l
Epifania, 3, 1-3 ; SC 22 bis, 229

« Verrano da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio »

La divina e misericordiosa provvidenza, avendo disposto di portare aiuto in questi ultimi tempi (1 Pt 1,20) al mondo, che altrimenti sarebbe andato perduto, pose in Cristo la salvezza di tutte le genti… Un giorno era stata promessa al beatissimo patriarca Abramo una innumerevole discendenza che doveva essere generata non con il seme carnale, ma con la fecondità della fede. Tale figliolanza fu paragonata alla moltitudine delle stelle (Gen 15,5), affinché dal padre di tutte le genti si attendesse una stirpe non terrena, ma celeste…

Entrino, entrino pure le genti (Rm 11,25) nella famiglia dei patriarchi, e i figli della promessa ricevano nel seme di Abramo la benedizione (Rm 9,8)… Tutti i popoli adorino l’autore dell’universo. Dio sia noto non solo in Giudea, ma in tutto il mondo, affinché dovunque «in Israele sia grande il suo nome» (Sal 75,2)…

Dilettissimi, ammaestrati da questi misteri della divina grazia, celebriamo con gioia spirituale il giorno delle nostre primizie e l’inizio della vocazione delle genti. Rendiamo grazie al misericordioso Dio, che, come dice l’Apostolo, «ci ha fatto capaci di partecipare all’eredità dei santi nella luce dei cieli. Perché egli ci ha strappato al potere delle tenebre e ci ha trasportato nel regno del Figlio suo diletto» (Col 1,12-13). E già Isaia aveva profetato… : «Ecco, chiamerai popoli che non conoscevi e nazioni che t’ignoravano accorreranno» (Is 55,5). «Abramo ha visto questo giorno e ne ha goduto» (Gv 8,56); e quando ha conosciuto che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, che è Cristo, e quando ha visto che nella fede sarebbe stato padre di tutte le genti, «diede gloria a Dio, sapendo benissimo che qualunque cosa Dio prometta, ha pure il potere di portarla a compimento» (Rm 4,18-21).

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 30, 3-4; 34, 2 – 35, 5; Funk, 1, 99, 103-105)

Seguiamo la via della verità
Rivestiamoci di pace, di umiltà, di castità. Teniamoci lontani da ogni mormorazione e maldicenza, e pratichiamo la giustizia non a parole, ma nelle opere. E’ scritto infatti: Chi parla molto, sappia anche ascoltare, e il loquace non creda di salvarsi per le sue molte parole (cfr. Gb 11, 2). Bisogna dunque che ci mettiamo di buon animo a fare il bene, poiché tutto ci è dato dal Signore. Egli ci avverte in precedenza: Ecco il Signore, e la sua ricompensa è con lui, per rendere a ciascuno secondo le sue opere (cfr. Ap 22, 12). Perciò ci esorta a credere in lui con tutto il cuore e a non essere pigri, ma dediti ad ogni opera buona. Lui sia la nostra gloria e in lui riposi la nostra fiducia. Stiamo soggetti alla sua volontà e consideriamo come tutta la moltitudine degli angeli stia alla sua presenza, a servizio della sua volontà. Dice infatti la Scrittura: «Mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano» e «Proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la creazione è piena della sua gloria» (Dn 7, 10; Is 6, 3). Anche noi dunque uniamoci nello stesso luogo nella concordia dei sentimenti, e gridiamo continuamente a lui come una sola bocca, per essere partecipi delle sue grandi e gloriose promesse. E’ detto infatti: Occhio mai non vide, né orecchio udì né mai entrarono in cuore d’uomo quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo aspettano (cfr. 1 Cor 2, 9). Come sono pieni di beatitudine e ammirabili i doni del Signore! La vita nell’immortalità, lo splendore nella giustizia, la verità nella franchezza, la fede nella confidenza, la padronanza di sé nella santità: tutto questo è stato messo alla portata delle nostre capacità. Quali saranno allora i beni che vengono preparati per coloro che lo aspettano? Solo il creatore e padre dei secoli, il santissimo ne conosce la quantità e la bellezza. Noi dunque, per aver parte ai doni promessi, facciamo di tutto per trovarci nel numero di coloro che aspettano il Signore. E a quali condizioni potrà avvenire questo, o miei cari? Avverrà se il nostro cuore sarà saldo in Dio con la fede, se cercheremo con diligenza ciò che è gradito e accetto a lui, se compiremo ciò che è conforme alla sua santa volontà, se seguiremo la via della verità, rigettando da noi ogni forma di ingiustizia.

LODI

Lettura Breve Rm 8, 35.37
Chi ci separer
à
dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ 28 OTTOBRE 2008 – SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI (sec. I) – Festa

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 28 OTTOBRE 2008

SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI (sec. I) – Festa

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 2,19-22
Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

DAL SITO EAQ:

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Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 3/5/2006 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

« Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli »

La Tradizione apostolica non è una collezione di cose, di parole, come una scatola di cose morte; la Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e ci coinvolge nella storia di Dio con l’umanità. Questo tema della Tradizione è… di grande rilievo per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha rilevato, al riguardo, che la Tradizione è apostolica anzitutto nelle sue origini: «Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cfr 2 Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, il Vangelo come fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale» (Dei Verbum, 7). Il Concilio prosegue annotando come tale impegno sia stato fedelmente eseguito «dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalle labbra di Cristo, dal vivere insieme con Lui e dalle sue opere, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo». Con gli Apostoli, aggiunge il Concilio, collaborarono anche «uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza».

Capi dell’Israele escatologico, anch’essi dodici quante erano le tribù del popolo eletto, gli Apostoli continuano la «raccolta» iniziata dal Signore, e lo fanno anzitutto trasmettendo fedelmente il dono ricevuto, la buona novella del Regno venuto agli uomini in Gesù Cristo. Il loro numero esprime non solo la continuità con la santa radice, l’Israele delle dodici tribù, ma anche la destinazione universale del loro ministero, apportatore di salvezza fino agli estremi confini della terra. Lo si può cogliere dal valore simbolico che hanno i numeri nel mondo semitico: dodici risulta dalla moltiplicazione di tre, numero perfetto, e quattro, numero che rinvia ai quattro punti cardinali, e dunque al mondo intero.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

Responsorio
Gv 15, 15; Mt 13, 12
R. Non vi chiamo più servi, ma amici: * tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
V. A voi è dato di conoscere i misteri del regno: beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché odono:
R. tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Seconda Lettura
Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo (Lib. 12, 1; PG 74, 707-710)

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi
Nostro Signore Gesù Cristo stabilì le guide, i maestri del mondo e i dispensatori dei suoi divini misteri. Volle inoltre che essi risplendessero come luminari e rischiarassero non soltanto il paese dei Giudei, ma anche tutti gli altri che si trovano sotto il sole e tutti gli uomini che popolano la terra. E’ verace perciò colui che afferma: «Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio» (Eb 5, 4). Nostro Signore Gesù Cristo ha rivestito gli apostoli di una grande dignità a preferenza di tutti gli altri discepoli. I suoi apostoli furono le colonne e il fondamento della verità. Cristo afferma di aver dato loro la stessa missione che ebbe dal Padre. Mostrò così la grandezza dell’apostolato e la gloria incomparabile del loro ufficio, ma con ciò fece comprendere anche qual è la funzione del ministero apostolico. Egli dunque pensava di dover mandare i suoi apostoli allo stesso modo con cui il Padre aveva mandato lui. Perciò era necessario che lo imitassero perfettamente e per questo conoscessero esattamente il mandato affidato al Figlio dal Padre. Ecco perché spiega molte volte la natura della sua missione. Una volta dice: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione (cfr. Mt 9, 13). Un’altra volta afferma: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 38). Infatti «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17). Riassumendo perciò in poche parole le norme dell’apostolato, dice di averli mandati come egli stesso fu mandato dal Padre, perché da ciò imparassero che il loro preciso compito era quello di chiamare i peccatori a penitenza, di guarire i malati sia di corpo che di spirito, di non cercare nell’amministrazione dei beni di Dio la propria volontà, ma quella di colui da cui sono stati inviati e di salvare il mondo con il suo genuino insegnamento. Fino a qual punto gli apostoli si siano sforzati di segnalarsi in tutto ciò, non sarà difficile conoscerlo se si leggeranno anche solo gli Atti degli Apostoli e gli scritti di san Paolo.

LODI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 11-13
E’ Cristo che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finch
é
arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – LUNEDÌ 27 OTTOBRE 2008

XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 27 OTTOBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 4, 32 – 5, 8
Fratelli, siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro — che è roba da idolàtri —avrà parte al regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono. Non abbiate quindi niente in comune con loro. Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce.

DAL SITO EAQ:

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Catechismo della Chiesa Cattolica
1730 ;1739-1742

« Questa figlia di Abramo che Satana aveva legato, doveva essere sciolta »

La libertà dell’uomo : Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti. « Dio volle, infatti, lasciare l’uomo « in mano al suo consiglio » (Sir 15,14) affinché egli cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione » ; « L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere » (Sant’Ireneo).

La libertà dell’uomo è finita e fallibile. Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da solo ; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, di conseguenza ad un cattivo uso della libertà… Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina.

Con la sua croce gloriosa Cristo ha ottenuto la salvezza di tutti gli uomini. Li ha riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù. « Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi » (Gal 5, 1). In lui abbiamo comunione con « la verità che ci fa liberi » (Gv 8, 32). Ci è stato donato lo Spirito Santo e, come insegna l’Apostolo, « dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà » (2 Cor 3, 17). Fin d’ora ci gloriamo della « libertà dei figli di Dio » (Rm 8, 21).

La grazia di Cristo non si pone affatto in concorrenza con la nostra libertà, quando questa è in sintonia con il senso della verità e del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo. Al contrario, e l’esperienza cristiana lo testimonia specialmente nella preghiera, quanto più siamo docili agli impulsi della grazia, tanto più cresce la nostra libertà interiore e la sicurezza nelle prove come pure di fronte alle pressioni e alle costrizioni del mondo esterno. Con l’azione della grazia, lo Spirito Santo ci educa alla libertà spirituale per fare di noi dei liberi collaboratori della sua opera nella Chiesa e nel mondo

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 2, 13
Noi ringraziamo Dio continuamente, perch
é
, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

Giovanni Paolo II – Udienza 3 aprile 1991 (sullo Spirito Santo nella Lettera ai Romani)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910403_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 aprile 1991

1. Ospite dellanima, lo Spirito Santo è la fonte intima della nuova vita partecipata da Cristo ai credenti in Lui: una vita secondo la legge dello Spirito che, in forza della Redenzione, prevale ormai sulla potenza del peccato e della morte, operante nelluomo dopo la caduta originale. LApostolo stesso si immedesima in questo dramma del conflitto tra lintimo sentimento del bene e lattrattiva del male, tra la tendenza della mente a servire la legge di Dio e la tirannia della carne che sottopone al peccato (cf. Rm 7, 14-23). Ed esclama: Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (Rm 7, 24).

Ma ecco la nuova esperienza intima, che corrisponde alla verità rivelata sullazione redentrice della grazia: Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte . . . (Rm 8, 12). È un nuovo regime di vita inaugurato nei cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5).

2. Tutta la vita cristiana si svolge nella fede e nella carità, nella pratica di tutte le virtù, secondo lintima azione di questo Spirito rinnovatore, dal quale procede la grazia che giustifica, vivifica e santifica, e con la grazia procedono tutte le nuove virtù che costituiscono il tessuto della vita soprannaturale. Si tratta della vita che si sviluppa non solo dalle facoltà naturali delluomo -intelletto, volontà, sensibilità -ma anche dalle nuove abilitazioni sovraggiunte (superadditae) con la grazia, come spiega San Tommaso dAquino (San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 62, aa. 1, 3). Esse danno allintelligenza la possibilità di aderire a Dio-Verità nella fede; al cuore di amarlo nella carità, che è nelluomo come una partecipazione dello stesso Amore divino, lo Spirito Santo (Ivi, II-II, q. 23, a. 3, ad 3); e a tutte le potenze dellanima e in qualche modo anche del corpo di partecipare alla nuova vita con atti degni della condizione di uomini elevati alla partecipazione della natura e della vita di Dio nella grazia: consortes divinae naturae, come dice San Pietro (2 Pt 1, 4).

È come un nuovo organismo interiore, in cui si manifesta la legge della grazia: legge scritta nei cuori, più che su tavole di pietra o in codici cartacei; legge che San Paolo chiama, come abbiamo visto, legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8, 2); (cf. SantAgostino, De Spiritu et littera, c. 24: PL 44, 225; San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 106, a. 1).

3. Nelle precedenti catechesi dedicate allinflusso dello Spirito Santo sulla vita della Chiesa, abbiamo sottolineato la molteplicità dei doni da Lui concessi per lo sviluppo di tutta la comunità. La stessa molteplicità si verifica nella vita cristiana personale: ogni uomo riceve i doni dello Spirito Santo nella concreta condizione esistenziale in cui si trova, a misura dellamore di Dio dal quale derivano la vocazione, il cammino, la storia spirituale di ognuno.

Lo leggiamo nella narrazione della Pentecoste, nella quale lo Spirito Santo riempie tutta la comunità, ma riempie anche ogni persona presente. Infatti, mentre del vento, che simboleggia lo Spirito, viene detto che riempì tutta la casa dove si trovavano (At 2, 2), delle lingue di fuoco, altro simbolo dello Spirito, viene precisato che si posarono su ciascuno di loro” (At 2, 3). Allora essi furono tutti pieni di Spirito Santo (At 2, 4). La pienezza è data ad ognuno; e questa pienezza implica una molteplicità di doni per tutti gli aspetti della vita personale.

Tra questi doni, qui vogliamo ricordare e brevemente illustrare quelli che nel catechismo, come nella tradizione teologica, vengono particolarmente presentati con il nome di doni dello Spirito Santo. È vero che tutto è dono, sia nellordine della grazia, sia in quello della natura e più in generale in tutta la creazione. Ma il nome di doni dello Spirito Santo nel linguaggio teologico e catechistico viene riservato a delle energie squisitamente divine che lo Spirito Santo infonde nellanima a perfezionamento delle virtù soprannaturali, per dare allo spirito umano la capacità di agire in modo divino (cf. San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 68, aa. 1, 6).

4. Occorre dire che una prima descrizione ed elencazione di doni si trova nellAntico Testamento, e precisamente nel libro di Isaia, dove il profeta attribuisce al re messianico spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore, e poi nomina una seconda volta il sesto dono dicendo che il re si compiacerà del timore del Signore (Is 11, 2-3).

Nella versione greca dei Settanta e nella Volgata latina di San Girolamo è stata evitata la ripetizione; per il sesto dono è stato messo pietà” invece di timore del Signore, sicché loracolo termina con queste parole: spirito di scienza e di pietà, e sarà pieno dello spirito di timore del Signore” (Is 11, 2-3). Ma si può dire che lo sdoppiamento del timore e della pietà, tuttaltro che lontano dalla tradizione biblica sulle virtù dei grandi personaggi dellAntico Testamento, diventa nella tradizione teologica, liturgica e catechistica cristiana una rilettura più piena della profezia, applicata al Messia, e un arricchimento del suo senso letterale. Gesù stesso, nella sinagoga di Nazaret, applica a sé un altro testo messianico di Isaia (Is 61, 1): Lo Spirito del Signore è sopra di me . . . (Lc 4, 18), che corrisponde allinizio delloracolo che s’è appena citato, inizio che suona così: Su di lui si poserà lo Spirito del Signore (Is 11, 2). Secondo la tradizione riassunta da San Tommaso, i doni dello Spirito Santo sono nominati dalla Scrittura come furono in Cristo, secondo il testo di Isaia, ma si ritrovano, per derivazione da Cristo, nellanima cristiana (cf. san Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 68, a. 1).

I riferimenti biblici appena accennati sono stati messi a confronto con le attitudini fondamentali dellanima umana, considerate alla luce dellelevazione soprannaturale e delle stesse virtù infuse. Si è sviluppata così la teologia medievale dei sette doni, che, pur non presentando un carattere di assolutezza dogmatica e quindi non pretendendo di offrire un numero limitativo dei doni né delle categorie specifiche in cui possono essere distribuiti, ha avuto e ha una grande utilità sia per la comprensione della molteplicità dei doni stessi in Cristo e nei Santi, sia come avvio al buon ordinamento della vita spirituale.

5. San Tommaso (Ivi, aa. 4, 7) e gli altri teologi e catechisti hanno tratto dal testo stesso di Isaia lindicazione per una distribuzione dei Doni in ordine alla vita spirituale, proponendone unillustrazione che qui è solo possibile sintetizzare:

1) C’è innanzitutto il Dono di sapienza, mediante il quale lo Spirito Santo illumina lintelligenza, facendole conoscere le ragioni supreme della rivelazione e della vita spirituale e formando in lei un giudizio sano e retto circa la fede e la condotta cristiana: da uomo spirituale (pneumaticòs), direbbe San Paolo, e non solo naturale (psychicòs) o addirittura carnale (cf. 1 Cor 2, 14-15; Rm 7, 14).

2) C’è poi il Dono di intelligenza, come particolare acume, dato dallo Spirito, per intuire la Parola di Dio nella sua profondità e altezza.

3) Il Dono di scienza è la capacità soprannaturale di vedere e di determinare con esattezza il contenuto della rivelazione e della distinzione tra le cose e Dio nella conoscenza delluniverso.

4) Col Dono del consiglio lo Spirito Santo dà una soprannaturale abilità di regolarsi nella vita personale quanto alle azioni ardue da compiere e nelle scelte difficili da fare, come anche nel governo e nella guida degli altri.

5) Col Dono di fortezza lo Spirito Santo sostiene la volontà e la rende pronta, operosa e perseverante nellaffrontare le difficoltà e le sofferenze anche estreme, come avviene soprattutto nel martirio: in quello del sangue, ma anche in quello del cuore e in quello della malattia o della debolezza e infermità.

6) Mediante il Dono di pietà lo Spirito Santo orienta il cuore delluomo verso Dio con sentimenti, affetti, pensieri, preghiere, che esprimono la figliolanza verso il Padre rivelato da Cristo. Fa penetrare ed assimilare il mistero del Dio con noi, specialmente nellunione con Cristo, Verbo incarnato, nelle relazioni filiali con la Beata Vergine Maria, nella compagnia degli angeli e santi in Cielo, nella comunione con la Chiesa.

7) Col Dono del timore di Dio lo Spirito Santo infonde nellanima cristiana un senso di profondo rispetto per la legge di Dio e gli imperativi che ne derivano per la condotta cristiana, liberandola dalle tentazioni del timore servile e arricchendola invece di timore filiale, intriso di amore.

6. Questa dottrina sui Doni dello Spirito Santo rimane per noi un magistero di vita spirituale utilissimo per orientare noi stessi e per educare i fratelli, circa i quali abbiamo una responsabilità formativa, a un dialogo incessante con lo Spirito Santo e ad un abbandono fiducioso e amoroso alla sua guida. Essa è connessa e sempre riportabile al testo messianico di Isaia, che applicato a Gesù dice la grandezza della sua perfezione, e applicato allanima cristiana segna i momenti fondamentali del dinamismo della sua vita interiore: capire (sapienza, scienza e intelligenza), decidere (consiglio e fortezza), permanere e crescere nella relazione personale con Dio, sia nella vita di orazione, sia nella buona condotta secondo il Vangelo (pietà, timore di Dio).

È perciò di fondamentale importanza sintonizzarsi con leterno Spirito-Dono, quale ci viene fatto conoscere dalla rivelazione nellAntico e nel Nuovo Testamento: un unico infinito Amore, che si comunica a noi con una molteplicità e varietà di manifestazioni e donazioni, in armonia con leconomia generale della creazione.

Publié dans : Lettera ai Romani, PAPA GIOVANNI PAOLO II | le 30 octobre, 2008 |Pas de Commentaires »

Giovanni Paolo II – Udienza: mercoledì 6 febbraio 1991 (una struttura dei ministeri)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910206_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 febbraio 1991

1. Per la piena attuazione della vita di fede per la preparazione ai sacramenti e per laiuto continuo alle persone e alla comunità nella corrispondenza alla grazia conferita attraverso questi mezzi salvifici, vi è nella Chiesa una struttura di ministeri (incarichi e organi di servizio, diaconie), dei quali alcuni sono di istituzione divina. Sono principalmente i vescovi, i presbiteri e i diaconi. Sono note le parole rivolte da Paolo ai presbiteri della Chiesa di Efeso, riportate dagli Atti degli Apostoli: Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che Egli si è acquistata con il suo Sangue (At 20,28). In questa raccomandazione di Paolo è indicato il legame esistente tra lo Spirito Santo e il servizio o ministero gerarchico, che si svolge nella Chiesa. Lo Spirito Santo, che operando continuamente nella Chiesa laiuta a perseverare nella verità di Cristo ereditata dagli Apostoli, e infonde nei suoi membri tutta la ricchezza della vita sacramentale, è anche Colui che pone i vescovi, come abbiamo letto negli Atti degli Apostoli. Porli non vuol dire semplicemente nominarli o farli nominare, ma essere fin dallinizio il principio vitale del loro ministero di salvezza nella Chiesa. E come per i vescovi così per gli altri ministeri subordinati.

Lo Spirito Santo è lAutore e il Datore della forza divina, spirituale, pastorale della intera struttura ministeriale, della quale il Cristo Signore ha dotato la sua Chiesa, edificata sugli Apostoli: in essa, come dice Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore (1 Cor 12, 5).

2. Gli Apostoli erano ben consapevoli di questa verità, che riguardava loro stessi per primi, in tutta la loro opera di evangelizzazione e di governo. Così Pietro rivolgendosi ai fedeli dispersi in varie regioni del mondo pagano ricorda loro che la predicazione evangelica è stata fatta nello Spirito Santo mandato dal cielo (1 Pt 1, 12). Analogamente lapostolo Paolo più volte manifesta la stessa consapevolezza nelle sue Lettere. Così nella Seconda ai Corinzi scrive: La nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti ad una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito (2 Cor 3, 5-6). Secondo lApostolo, il servizio della Nuova Alleanza è vivificato dallo Spirito Santo, in virtù del quale avviene lannuncio del Vangelo e tutta lopera di santificazione, che Paolo è stato chiamato a svolgere specialmente tra le genti estranee a Israele. Egli, infatti, presenta se stesso ai Romani come uno che ha ricevuto la grazia di essere un ministro di Gesù Cristo tra i pagani, esercitando lufficio sacro del Vangelo di Dio perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo (Rm 15, 16).

Ma tutto il collegio apostolico sapeva di essere ispirato, comandato e mosso dallo Spirito Santo nel servizio dei fedeli, come appare da quella dichiarazione conclusiva del Concilio degli Apostoli e dei loro più stretti collaboratori – i presbiteri – a Gerusalemme: Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi (At 15, 28).

3. Lapostolo Paolo ripetutamente afferma che, col ministero che egli esercita in virtù dello Spirito Santo, intende mostrare lo Spirito e la sua potenza. Nel suo messaggio non c’è sublimità di parola, non ci sono discorsi persuasivi di sapienza (1 Cor 2, 1.4), perché come Apostolo egli parla con un linguaggio non suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali (1 Cor 2, 13). Ed è qui che egli fa quella distinzione così significativa tra l’uomo naturale, che non comprende le cose dello Spirito di Dio, e l’uomo spirituale, che giudica ogni cosa (cf. 1 Cor 2, 14-15) alla luce della verità rivelata da Dio. LApostolo può scrivere di sé – come degli altri annunciatori della parola di Cristo – che le cose (riguardanti i divini misteri) . . . a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito: lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio (1 Cor 2, 10).

4. Ma alla coscienza della potenza dello Spirito Santo presente e operante nel suo ministero corrisponde, in San Paolo, la concezione del suo apostolato come servizio. Ricordiamo quella bella sintesi di tutto il suo ministero: Noi . . . non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù (2 Cor 4, 5). Queste parole, espressive del pensiero e dellintenzione che si trovano nel cuore di Paolo, sono decisive per limpostazione di ogni ministero della Chiesa e nella Chiesa per tutti i secoli. Costituiscono la chiave essenziale per intenderlo in modo evangelico. Sono la base della stessa spiritualità che deve fiorire nei successori degli Apostoli e nei loro collaboratori: umile servizio damore, pur nella consapevolezza che lo stesso apostolo Paolo manifesta nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, dove afferma: Il nostro Vangelo . . . non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione” (1 Ts 1, 5). Potremmo dire che sono come le due coordinate che permettono di ben individuare la collocazione del ministero nella Chiesa: lo spirito di servizio e la consapevolezza della potenza dello Spirito Santo che opera nella Chiesa. Umiltà di servizio e forza danimo derivante dalla convinzione personale che lo Spirito Santo assiste e sostiene nel ministero, se si è docili e fedeli alla sua azione nella Chiesa.

5. Paolo era convinto che la sua azione derivava da quella fonte trascendente. E non esitava a scrivere ai Romani: Questo è in realtà il mio vanto in Gesù Cristo di fronte a Dio; non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani allobbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito . . . (Rm 15, 17-19).

E ancora, dopo aver detto ai Tessalonicesi, come già accennato: Il nostro Vangelo… non si è diffuso tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete che siamo stati in mezzo a voi per il vostro bene, Paolo sente di poter rendere loro questa bella testimonianza: Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolta la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nellAcaia . . . (1 Ts 1, 6-7). È la prospettiva più splendida e devessere il proposito più impegnativo di tutti i chiamati allo svolgimento dei ministeri nella Chiesa: essere, come Paolo, non solo annunciatori, ma anche testimoni di fede e modelli di vita, e tendere a far sì che anche i fedeli lo diventino gli uni agli altri nellambito della stessa Chiesa e tra le varie Chiese particolari.

6. Questa è la vera gloria del ministero che, secondo il mandato di Gesù agli Apostoli, deve servire a predicare la conversione e il perdono (Lc 24, 47). Sì, è un ministero di umiltà ma anche di gloria. Tutti i chiamati a svolgerlo nella Chiesa possono far proprie due espressioni dei sentimenti di Paolo. Anzitutto: Tutto questo . . . viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo… Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio (2 Cor 5, 18-20). Laltro testo è quello in cui Paolo, considerando il ministero della Nuova Alleanza come un ministero dello Spirito (2 Cor 3, 6), e paragonandolo a quello svolto da Mosè sul Sinai come mediatore dellAntica Legge (cf. Es 24, 12), osserva: se quello fu circonfuso di gloria, al punto che i figli dIsraele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore, sia pure effimero, del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?. Esso riflette in sé la sovreminente gloria della Nuova Alleanza (2 Cor 3, 7-10).

È la gloria dellavvenuta riconciliazione in Cristo. È la gloria del servizio reso ai fratelli con la predicazione del messaggio della salvezza. È la gloria di aver predicato non noi stessi, ma Cristo Gesù Signore (2 Cor 4, 5). Ripetiamolo ancora e sempre: è la gloria della Croce!

7. La Chiesa ha ereditato dagli Apostoli la consapevolezza della presenza e dellassistenza dello Spirito Santo. Lo attesta il Concilio Vaticano II, quando scrive nella Costituzione Lumen gentium: Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cf. 1 Cor 3, 16; 6,19), e in essi prega e rende testimonianza della loro adozione filiale. Egli guida la Chiesa alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cf. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22) (Lumen Gentium, 4).

Da questa intima consapevolezza deriva il senso di pace che i pastori del gregge di Cristo conservano anche nelle ore in cui si scatena sul mondo e sulla Chiesa la tempesta. Essi sanno che, ben al di sopra dei loro limiti e della loro inadeguatezza, possono contare sullo Spirito Santo che è lanima della Chiesa e la guida della storia.

Publié dans : PAPA GIOVANNI PAOLO II | le 30 octobre, 2008 |Pas de Commentaires »

Giovanni Paolo II – Udienza 22 maggio 1991 (sul tema della carità)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910522_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 maggio 1991

1. Nellanima del cristiano c’è un nuovo amore, per il quale egli partecipa allamore stesso di Dio: Lamore di Dio – afferma San Paolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5). È un amore di natura divina, ben superiore perciò alle capacità connaturali allanima umana. Nel linguaggio teologico esso prende il nome di carità. Questamore soprannaturale ha un ruolo fondamentale per la vita cristiana, come rileva per esempio San Tommaso, il quale sottolinea con chiarezza che la carità non solo è la più nobile di tutte le virtù” (excellentissima omnium virtutum), ma è anche la forma di tutte le virtù, poiché grazie ad essa i loro atti sono ordinati al debito ed ultimo fine (S. Thomae, Summa theologiae, II-II q. 23, aa. 6 et 8).

La carità è pertanto il valore centrale dell’uomo nuovo, ricreato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Ef 4, 24; cf. Gal 3, 27). Se si paragona la vita cristiana a un edificio in costruzione, è facile riconoscere nella fede il fondamento di tutte le virtù che lo compongono. È la dottrina del Concilio di Trento, secondo il quale la fede è linizio dellumana salvezza, fondamento e radice di ogni giustificazione (Denz.-S. 2532). Ma lunione con Dio mediante la fede ha come scopo lunione con Lui nellamore di carità, amore divino partecipato allanima umana come forza operante e unificatrice.

2. Nel comunicare il suo slancio vitale allanima, lo Spirito Santo la rende atta ad osservare, in virtù della carità soprannaturale, il duplice comandamento dell’amore, dato da Gesù Cristo: per Dio e per il prossimo.

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore . . . (Mt 12, 30; cf. Dt 6, 4-5). Lo Spirito Santo fa partecipe lanima dello slancio filiale di Gesù verso il Padre, sicché – come dice San Paolo – tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio (Rm 8, 14). Fa amare il Padre come il Figlio lo ha amato, cioè con un amore filiale, che si manifesta nel grido Abbà” (cf. Gal 4, 6; Rm 8, 15), ma si estende a tutto il comportamento di coloro che, nello Spirito, sono figli di Dio. Sotto linflusso dello Spirito, tutta la vita diventa un omaggio al Padre, carico di riverenza e di amore filiale.

3. Dallo Spirito Santo deriva anche losservanza dellaltro comandamento: l’amore del prossimo. Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati, comanda Gesù agli Apostoli e a tutti i suoi seguaci. In quelle parole: Come io vi ho amati, vi è il nuovo valore dellamore soprannaturale, che è partecipazione allamore di Cristo per gli uomini, e quindi alla Carità eterna, nella quale ha la sua prima origine la virtù della carità. Come scrive San Tommaso dAquino, lessenza divina è per se stessa carità, come è sapienza e bontà. Perciò, come si può dire che noi siamo buoni della bontà che è Dio, e sapienti della sapienza che è Dio, perché la bontà che ci rende formalmente buoni è la bontà di Dio, e la sapienza che ci rende formalmente sapienti è una partecipazione della divina sapienza; così la carità con la quale formalmente amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina (S. Thomae, Summa theologiae, II-II, q. 23, a. 2, ad 1). E tale partecipazione avviene ad opera dello Spirito Santo che ci rende così capaci di amare non solo Dio, ma anche il prossimo, come Gesù Cristo lo ha amato. Sì, anche il prossimo: perché, essendo lamore di Dio riversato nei nostri cuori, per esso possiamo amare gli uomini e anche, in qualche modo, le stesse creature irrazionali (cf. Ivi, q. 25, a.3) come le ama Dio.

4. Lesperienza storica ci dice quanto sia difficile lattuazione concreta di questo precetto. E tuttavia esso è al centro dell’etica cristiana, come un dono che viene dallo Spirito e che bisogna chiedere a Lui. Lo ribadisce San Paolo, che nella Lettera ai Galati li esorta a vivere nella libertà data dalla nuova legge dellamore, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5, 13). Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Gal 5, 14). E dopo aver raccomandato: Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne (Gal 5, 16), segnala lamore di carità (agape) come primo frutto dello Spirito Santo (Gal 5, 22). È dunque lo Spirito Santo che ci fa camminare nellamore e ci rende capaci di superare tutti gli ostacoli alla carità.

5. Nella prima Lettera ai Corinzi San Paolo sembra voler indugiare nellelenco e nella descrizione delle doti della carità verso il prossimo. Infatti, dopo aver raccomandato di aspirare ai carismi più grandi (1 Cor 12, 31), fa lelogio della carità, come di qualcosa di ben superiore a tutti i doni straordinari che può concedere lo Spirito Santo, e di più fondamentale per la vita cristiana. Sgorga così dalla sua bocca e dal suo cuore lInno alla carità, che si può considerare un inno allinflusso dello Spirito Santo sul comportamento umano. In esso la carità si configura in una dimensione etica con caratteri di concretezza operativa: La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dellingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Cor 13, 4-7).

Nellelencare i frutti dello Spirito, si direbbe che San Paolo, correlativamente allInno, voglia indicare alcuni atteggiamenti essenziali della carità. Tra questi:

1) la pazienza, innanzitutto (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 4). Si potrebbe osservare che lo Spirito dà lui stesso lesempio della pazienza verso i peccatori e il loro difettoso comportamento, come nei Vangeli si legge di Gesù, che veniva chiamato amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt 11, 19; Lc 7, 34). È un riflesso della stessa carità di Dio, osserva San Tommaso, che usa misericordia per amore, perché ci ama come qualcosa di se stesso (Summa theologiae, II-II, q. 30, a. 2, ad 1).

2) Frutto dello Spirito è, poi, la benevolenza (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 4). È anchessa un riflesso della divina benevolenza verso gli altri, visti e trattati con simpatia e comprensione.

3) C’è poi la bontà (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 5). Si tratta di un amore disposto a dare generosamente, come quello dello Spirito Santo che moltiplica i suoi doni e partecipa ai credenti la carità del Padre.

4) Infine la mitezza (cf. linno La carità è paziente: 1 Cor 13, 5). Lo Spirito Santo aiuta i cristiani a riprodurre le disposizioni del cuore mite e umile (Mt 11, 29) di Cristo, e ad attuare la beatitudine della mitezza da lui proclamata (cf. Mt 5, 5).

6. Con lenumerazione delle opere della carne (cf. Gal 5, 19-21), San Paolo chiarisce le esigenze della carità, da cui derivano doveri ben concreti, in opposizione alle tendenze dell’“homo animalis, cioè vittima delle sue passioni. In particolare: evitare gelosie e invidie, volendo il bene del prossimo; evitare inimicizie, dissensi, divisioni, contese, promuovendo tutto ciò che conduce allunità. A ciò allude il versetto dellInno paolino, secondo il quale la carità non tiene conto del male ricevuto (1 Cor 13, 5). Lo Spirito Santo ispira la generosità del perdono per le offese ricevute e i danni subiti, e ne rende capaci i fedeli, ai quali, come Spirito di luce e di amore, fa scoprire le esigenze illimitate della carità.

7. La storia conferma la verità di quanto esposto: la carità risplende nella vita dei santi e della Chiesa, dal giorno della Pentecoste ad oggi. Tutti i santi, tutte le epoche della Chiesa portano i segni della carità e dello Spirito Santo. Si direbbe che in alcuni periodi storici la carità, sotto lispirazione e la guida dello Spirito, ha preso forme particolarmente caratterizzate dallazione soccorritrice e organizzatrice degli aiuti per vincere la fame, le malattie, le epidemie di tipo antico e nuovo. Si sono avuti così i Santi della carità”, come sono stati denominati specialmente nellOttocento e nel nostro secolo. Sono Vescovi, Presbiteri, Religiosi e Religiose, laici cristiani: tutti diaconi della carità. Molti sono stati glorificati dalla Chiesa; molti altri dai biografi e dagli storici, che riescono a vedere con i loro occhi o a scoprire nei documenti la verace grandezza di quei seguaci di Cristo e servi di Dio. E tuttavia i più restano in quellanonimato della carità che riempie di bene il mondo, continuamente ed efficacemente. Sia gloria anche a questi ignoti militi, a queste silenziose testimoni della carità! Dio li conosce, Dio li glorifica veramente! Noi dobbiamo essere loro grati, anche perché sono la riprova storica dell’“amore di Dio riversato nei cuori umani dallo Spirito Santo, primo artefice e principio vitale dellamore cristiano.

Publié dans : temi - le virtù teologali | le 30 octobre, 2008 |Pas de Commentaires »
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