SAN PAOLO – LA CONVERSIONE

SAN PAOLO - LA CONVERSIONE dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 

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SAN PAOLO LA CONVERSIONE 

I TESTI DEGLI ATTI 

ATTI 9, 1-9 – la Vocazione di Saulo 

1 Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2 e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all`improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4 e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ». 5 Rispose: « Chi sei, o Signore? ». E la voce: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6 Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ». 7 Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. 

ALTRI TESTI DAGLI ATTI: 

CAP. 22, 6-11 

(Arringa di Paolo ai Giudei di Gerusalemme) 

[6]Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me;
[7]caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?
[8]Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
[9]Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.
[10]Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia.
[11]E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.
 

CAP. 26, 12-16 

(discorso di Paolo davanti al re Agrippa) 

[12]In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno
[13]vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio.
[14]Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo.
[15]E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti.
[16]Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora.
[17]Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando
[18]ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me. 

STRALCIO DAL LIBRO DEL PROF. BUSCEMI 

Il senso dell’ »evento di Damasco » 

Buscemi, A.M. San Paolo vita opera messaggio, Franciscan Printing Press 1996 

pag 31: 

« Siamo dinnanzi all’avvenimento più importante della vita di Paolo e, dopo la Resurrezione di Cristo, l’evento che più ha influito sul cristianesimo primitivo e di tutti i tempi. Eppure Paolo nelle sue lettere non vi fa mai direttamente cenno: allude ad un’ « esperienza » che ha mutato totalmente e radicalmente la sua vita, ma non la concepisce come qualcosa di isolato. » 

pagg. 44-47 

« Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad un’altra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad un’altra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad un’esistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: ‘Dalle tenebre lampeggi la luce’ (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né l’essere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessun’altra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessun’altra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dell’amore (Gal 5,14).

È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di quest’esperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « l’evento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo l’ha afferrato e l’ha fatto suo per sempre (Fil 3,12). L’iniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: l’imperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nell’amore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « l’evento di Damasco », quell’evento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore.

Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest’ »evento » non si distaccano molto dall’interpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, l’opera lucana presenta « l’esperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale l’apostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto quest’aspetto, mi sembra evidente: una visione e l’investitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, l’autore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che l’apostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all’ »evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « l’evento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare l’attendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell’ »evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come l’esatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè. »

Mons. Gianfranco Ravasi : Il fascino di Paolo

dal sito: 

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MONS. GIANFRANCO RAVASI 

IL FASCINO DI PAOLO (2000) 

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». 

SAN PAOLO: LA VITA FINO ALLA CONVERSIONE

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Portraits Paul

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ho cominciato dei studi sistematici su San Paolo ad una Università Pontificia, prima la vita, la storia, i luoghi dove è vissuto, più avanti negli studi le esegesi sulle lettere paoline; 

la figura di San Paolo è molto particolare, perlomeno così l’ho percepita: un uomo pieno di passione e di amore, il carattere forte che sembra avere nei primi racconti degli Atti degli Apostoli è trasformato dall’incontro con Cristo in una sequela vissuta come se camminasse sulle orme del Signore stesso perchè da lui stato chiamato e trasformato; 

credo che la comprensione di San Paolo vada  come preceduta da uno sguardo sulla sua persona, come chiave di lettura forse dalla frase più forte, più appassionata, più vissuta, quella che sembra esplodere dal cuore di Paolo nella lettera ai Galati: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » in molte presentazioni di San Paolo, in vari luoghi appare sotto l’immagine dell’Apostolo questa frase che lo identifica più di ogni altra; 

ma dove è nato San Paolo, dove è cresciuto, cosa ha studiato? 

provo ad interrogare Paolo stesso per ottenere risposta, e cerco di raccontare, così come io ho imparato e recepito e amato, San Paolo Apostolo; naturalmente mi avvalgo delle « fonti » che ho in mano ed riprendo gli studi io stessa per « ascoltare » di nuovo San Paolo: 

1. in primo luogo La Sacra Scrittura: la Bibbia di Gerusalemme, testo italiano traduzione CEI « editio princeps »  EDB 1971, cito come BJ; 

2. il testo sul quale per la prima volta ho studiato San Paolo, del professore Alfio Marcello Buscemi, che è stato mio professore a Roma e che ora si trova allo « Studium Biblicum Franciscanum – Jerusalem »: San Paolo vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, cito come Buscemi; 

3. di Wkenhauser A. – Schmid J: « Introduzione al Nuovo Testamento » Paideia Editrice 1981 cito come Introduzione; 

Paolo « un giudeo » 

Paolo dice di se stesso: « Io sono un giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non senza importanza » (At 21,39), e: « …nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città » ossia Gerusalemme » ed ancora: « formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio » (At 22,3); 

« ebreo da ebrei »

« …circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della Tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge » (Fil 3, 5), il suo nome è Saulo dalla radice ebraica « Saul » (richiesto da Dio) e grecizzato in Saulos, il nome Paolo che si trova sia negli Atti, sia nelle Lettere è il suo secondo nome, è possibile che gli fosse stato dato dalla nascita anche il nome di Paolo « Paulus » fosse il nome latino di Paolo, ossia quello datogli come cittadino romano; 

« cittadino Romano » 

in Atti 22,25, Paolo, trasferito da Roma a Cesarea – qui ci troviamo alla fine della vita di Paolo – Paolo era ritornato a Gerusalemme dopo i tre viaggi missionari – dopo l’arresto a Gerusalemme e trasferito a Cesarea da un comandante romano di Gerusalemme per proteggerlo dai tentativi di assassinio che i giudei andavano tramando, afferma di esser cittadino romano. « Potete voi flagellare un cittadino romano non ancora giudicato? » (22,25b), più avanti, poiché volevano portarlo a Gerusalemme per essere giudicato là si appella a Cesare: « Io mi appello a Cesare » (At 25, 11); 

« gli studi » 

dal testo del Prof. Buscemi pag. 28: 

« La formazione culturale di Paolo probabilmente si dovette svolgere secondo i dettami della Mishna: . La lettura della Bibbia probabilmente veniva fatta sul testo greco della LXX, che era il testo ufficiale della diaspora e quindi è probabile che Paolo abbia frequentato anche qualche scuola di Tarso per apprendere la lingua greca, che egli dimostra di possedere molto bene »;

« alla scuola di Gamaliele » 

riprendiamo gli Atti 22,3  dove Paolo si qualifica come Giudeo, riscrivo tutto il passo: 2 Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto alla scuola di Gamalièle nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete stati tutti voi » (At 22,3); Gamaliele è lo stesso che troviamo in Atti 5 34 – all’inizio quando gli apostoli vengono fatti prigionieri e, liberati in modo miracoloso, ritornano al Tempio per predicare, prelevati dal Tempio e portati davanti al Sinedri vengono interrogati, interviene un dottore della Legge di nome Gamaliele, Atti 5,34: « Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo di nome Gamalièle, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse:

« quanto a zelo persecutore della chiesa » (Fil 3,6) 

Paolo prima dell’evento di Damasco, in diversi passi degli Atti e delle Lettere si professa persecutore della Chiesa, prima riporto la parola di San Paolo: 

Atti 7, 55-60, lapidazione di Stefano; 

« Saulo era fra coloro che approvavano la sua uccisione. » (At 8,1) 

subito prima dell’evento di Damasco: 

« Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le Sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati » 

evento di Damasco; 

siamo alla fine degli Atti, Paolo è prigioniero a Gerusalemme e, con il permesso del Tribuno, parla ai Giudei di Gerusalemme e racconta: 

« Io perseguitai a morte questa dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne, come può darmi testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme per essere puniti.  » (At 22,4-5) 

Buscemi pag 37: 

[in vero] « L’unico accenno certo ad una persecuzione scatenata da Paolo contro la Chiesa di Gerusalemme si trova in Atti 26,10 dove l’inciso sembra una precisazione dovuta ad una certa scrupolosità storica degli Atti. Contro questa precisazione, secondo alcuni autori, starebbe quanto Paolo afferma in Gal 1,22: . Ma per ottenere questo contrasto si deve supporre che Paolo abbia messo in prigione personalmente tutti i cristiani di Gerusalemme, cioè bisogna prendere alla lettera il sommario di At 8, 1-3. La cosa mi sembra poco probabile. Anzi At 26, 10 è un dato certamente più attendibile che l’accenno generico di At 8,3, dato che sicuramente molti cristiani erano riusciti a fuggire (At 8,1-4; 11,19) prima che Paolo potesse mettere loro le mani addosso. Ciò conferma che le due notizie di At 26,10 e Gal 1,22 non sono affatto in contrasto, ma si chiariscono a vicenda. » 

Atti 26, 9-11: 

« Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. » 

ci sono anche tre passi dalle lettere nei quali Paolo parla o fa cenno alla sua persecuzione contro le Chiese, le cito soltanto perché quanto scrive, ora, appare sufficientemente chiaro: 

Gal 1,22, 

non sembra che ci sia riferimento alla persecuzione, il passo è stato messo in rilievo da Buscemi [vedi sopra]: 

« Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo »  Fil 3,6, 

anche questo già citato parzialmente nella parte precedente « ebreo da ebrei », ossia Fil 3,5, in realtà per quanto riguarda la persecuzione: 3,6  riporto tutto 3,5-6: 

(5) »circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;(6) quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge » 

1Tim 1, 12-13, 

qui Paolo parla della sua vocazione e ringrazia Dio: 

« Rendo grazie a colui che mi ha dato forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; » 

Buscemi, pag 38, considerazione sulle persecuzioni operate da Paolo: 

« Noi giudichiamo abbastanza severamente queste persecuzioni: Paolo stesso, divenuto cristiano, ammette di aver agito (1Tim 1,13), però un fariseo zelante, come poteva essere Paolo, difficilmente pensava come noi  … Luca, con grande maestria, farà dire a Paolo che in questa persecuzione ha agito in buona fede, in quanto , per difender il valore unico della legge, a cui Cristo oramai si sostituiva, e nella
… » 

non so se posso aggiungere qualcosa, mi viene in mente che Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a dare compimento (cfr.  Mt 5, 17), ma, forse, quando sono stati scritti gli Atti e le Lettere il vangelo di Matteo non era stato scritto ancora (poi metto da una fonte valida le date degli scritti del Nuovo Testamento).

Mons. Gianfranco Ravasi : Inno alla carità (1Cor 13)

dal sito: 

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MONS. GIANFRANCO RAVASI 

INNO ALLA CARITÀ 

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia.
Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari.
Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore».
La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero.
Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico.
Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini:
«Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore. 

LA VITA E I VIAGGI MISSIONARI DI SAN PAOLO – APPUNTI PRELIMINARI

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El Greco, Saint Paul

http://www.artbible.net/2NT/Rom0000_Paul_S_Theology_And_Art/index.htm 

questa storia la devo sistemare e perfezionare, ho anche fatto il tentativo di mettere al presente indicativo la storia nell’ultimo viaggio missionario, ma non va bene devo mettere tutti nello stesso tempo passato  e sistemare anche i miei appunti;

oltre quello che ho scritto c’è uno schema della vita e dei viaggi di San Paolo con gli episodi e a fianco il passo degli Atti, è molto preciso, io mi sono aiutata, e lo utilizzerò ancora, per sistemare bene in sequenza gli episodi, il sito è luterano in inglese:

The Life and Work of Saint Paul

http://www.xrysostom.com/paul.html

Di Mons. Gian Franco Ravasi : Gamaliele, il maestro di San Paolo

Di Mons. Gian Franco Ravasi 

 

Gamaliele, il maestro di San Paolo

Questa domenica, nella prima lettura della liturgia si presenta un brano del capitolo 5 degli Atti degli Apostoli riguardante l’interrogatorio che il Sinedrio, la massima istituzione ebraica, svolge nei confronti degli apostoli, colpevoli di aver violato la diffìda di predicare Cristo e il suo messaggio.

La replica di Pietro è lapidaria: « Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini ».

Ma la lettura liturgica non offre l’intero resoconto che Luca fa di quella seduta sinedriale. In essa, infatti, era entrato in scena un membro di quel consesso, una personalità molto stimata, un dottore della legge, Gamaliele (« Dio mi ha ricompensato »), detto « l’anziano » o Gamaliele I, per distinguerlo dal nipote Gamaliele II che visse attorno al 100 d.C. e che, invece, fu ostile al cristianesimo. Gamaliele I – che nei testi rabbinici riceve la qualifica di rabban, potremmo dire di « Eccellenza » apparteneva a una delle correnti più aperte del giudaismo di quell’epoca, la linea inaugurata da rabbì Hillel, un maestro che un’antica tradizione considerava proprio il padre o il nonno di Gamaliele. L’intervento di questo grande e ascoltato maestro prende l’avvio da due casi storici di rivolta contro i Romani, segnati da un’impronta di sapore messianico.

Un certo Teuda, promettendo che avrebbe replicato il passaggio di Giosuè nel Giordano asciutto, aveva coinvolto 400 seguaci in un’avventura finita in un bagno di sangue da parte dell’esercito romano. Eravamo nel 44 d.C.

Anni prima, nel 6 d.C., durante un censimento del governatore romano Quirinio, un altro personaggio, Giuda il Galileo, si era messo a capo di una rivolta antiromana, arrogandosi anch’egli qualità messianiche. L’esito, però, era stato ugualmente catastrofico. Basandosi su queste due esperienze, Gamaliele suggerisce ai colleghi del Sinedrio una via corretta da seguire nei confronti dei primi cristiani: « Se la loro teoria o attività è di origine umana, verrà distrutta; se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli. Non vi accada, dunque, di trovarvi a combattere contro Dio! » (5,38-39). La proposta è accolta e gli apostoli, fustigati e ammoniti, vengono rimessi in libertà.

C’è un particolare da aggiungere al ritratto di Gamaliele. Ce lo ricordano ancora gli Atti degli Apostoli. Quando Paolo interviene davanti agli abitanti di Gerusalemme, dopo il tumulto scoppiato nel tempio, l’Apostolo inizia la sua breve autobiografia così: « Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna… » (22,3).

Gamaliele I, dunque, era stato il maestro per tre o quattro anni, come si usava allora, di Saulo. È sulla base di questa notizia che lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel (1890-1945) nel dramma Paolo tra gli Ebrei (1926) immagina che Gamaliele supplichi il suo antico discepolo: « Per la libertà di Israele, confessa: Gesù era solo un uomo! ». Ma Paolo ormai è irremovibile nella sua fede e con dolore e fermezza respinge l’amato maestro. Tuttavia una tradizione leggendaria farà convertire anche Ganialiele e gli attribuirà persino un vangelo apocrifo! 

Publié dans : Card. Gianfranco Ravasi | le 11 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

San Paolo all’inizio della « Spe Salvi »

San Paolo all'inizio della

All’inizio della Enciclica del Papa « Spe Salvi« , Salvati nella speranza, il Papa riprende il pensiero di San Paolo sulla speranza:

INTRODUZIONE (pag 3 Libreria editrice Vaticana)

« SPE SALVI facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice San Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 88,24). La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, puo essere vissuto ed accetato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di  quale tipo di certezza si tratta »

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