XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO - DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008 dans BIBLE SERVICE (sito francese)

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 23 NOVEMBRE 2008

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO
RE DELL’UNIVERSO

(anche San Clemente che quest’anno capita di domenica)

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Cor 15,20-26a.28
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Ef 1, 20-30
Dio risuscitò Cristo dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi (Sal 8, 8) e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote
(Cap. 25; PG 11, 495-499)

Venga il tuo regno
Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e sul nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell’anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l’anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell’anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell’affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l’Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 24.28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l’iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6, 14-15). Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre «membra che appartengono alla terra» (Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 15, 26). Allora Cristo potrà dire anche dentro di noi: «Dov’è o morte il tuo pungiglione? Dov’è o morte la tua vittoria?» (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d’ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di «incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell’immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.

DAL SITO FRANCESE « BIBLE SERVICE » COMMENTO ALLA 1ma CORINZI:

http://www.bible-service.net/site/179.html

1 Corinthiens 15,20-26.28    

Encore une bonne nouvelle en ce dernier dimanche de l’année liturgique, Paul affirme que notre résurrection, à la suite du Christ, est l’avenir heureux qui nous attend (cf. le psaume). La résurrection de Jésus est première certes, mais elle promet et inclut la nôtre. La fin de toutes choses est envisagée avec des images très rassurantes : tous revivront, toutes les puissances du mal seront détruites, tous les ennemis seront vaincus, la mort sera anéantie ; ce sera la victoire du Roi Messie et la réussite totale pour Dieu et pour l’homme :  » Dieu sera tout en tous  » ; Dieu régnera enfin comme Père ; avec Jésus nous vivrons comme des fils, obéissants et libres.

1Cor 15,20-26.28

Ancora una « buona novella » per quest’ultima domenica dell’anno liturgico, Paolo afferma che la nostra risurrezione, al seguito di Cristo, è l’avvenire felice che ci attende (cfr. il salmo). La risurrezione di Gesù assolutamente certa, ma essa promette, ed include, la nostra. La fine di tutte le cose si scorge attraverso delle immagini molto rassicuranti: tutti rivivranno, tutte le potenze del male saranno distrutte, tutte i nemici saranno vinti, la morte sarà annientata; questa sarà la vittoria del Re Messia e il trionfo completo per Dio e per l’uomo: « Dio sarà tutto in tutti »; Dio regnerà infine come Padre; con Gesù noi vivremo come dei figli, obbedienti e liberi.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/23/2008#

San Nicola Cabasilas (circa 1320-1363), teologo greco
La vita in Cristo, IV, 93-97, 102 ; SC 355, 343

« Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo »
«Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, Cristo si è assiso alla destra della Maestà nell’alto dei cieli» (Eb 1,3)… Allo scopo di servirci, egli è quindi venuto, da suo Padre, nel mondo. E questo è il colmo: egli si presenta sotto la forma dello schiavo e nasconde la sua qualità di maestro non soltanto nel momento in cui appare sulla terra rivestito dell’infermità umana, ma anche dopo, nel giorno in cui verrà nella sua potenza e apparirà nella gloria del Padre suo, nel giorno della sua manisfestazione. È detto infatti che nel suo regno, «si cingerà le sue vesti; farà mettere i suoi servi a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Ecco colui per mezzo del quale regnano i sovrani e governano i principi.
In questo modo eserciterà la sua regaltà vera e senza rimprovero…; in questo modo trascina coloro che ha sottomessi al suo potere: più amabile di un amico, più equo di un principe, più tenero di un padre, più intimo delle membra, più indispensabile del cuore. Non si impone mediante il timore, non assoggetta mediante un salario. Trova in se stesso la forza del suo potere, per se stesso si attacca i suoi sudditi. Infatti regnare mediante il timore o in vista di un salario, non è governare in prima persona, ma tramite la speranza di un guadagno e con le minaccie…Occorre che Cristo regni nel senso proprio di questa parola; ogni altra autorità è indegna di lui. Vi è riuscito grazie a un medio straordinario…: per diventare il vero Maestro, abbraccia la condizione dello schiavo e si fa il servo degli schiavi, fino alla croce e alla morte; in questo modo rapisce l’animo degli schiavi e si impadronisce direttamente della loro volontà. Sapendo che è questo il segreto di questa regaltà, Paolo scrive: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato» (Fil 2,8-9)… Per mezzo della prima creazione, Cristo è maestro della natura; per mezzo della nuova creazione, si è reso maestro della nostra volontà… per questo dice: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18).

BIOGRAFIA E UFFICIO DELLE LETTURE DI SAN CLEMENTE

San Clemente I
Papa e Martire

BIOGRAFIA
Il terzo successore di san Pietro. La storia non offre materiale per scrivere la vita di questo papa che, più o meno tra l’ 88 e il 97, ha occupato la cattedra di Pietro. Un’antica tradizione (attestata da san Girolamo e da sant’Ireneo) afferma che a ordinarlo sacerdote é stato san Pietro stesso. Questa notizia é molto più verosimile della leggenda che vede in Clemente un membro della famiglia imperiale. La lettera di Clemente gli “Atti di san Clemente”, lasciano dubbioso lo storico Severo, non si può dire la stessa cosa della sola “lettera” che possediamo di lui, lettera fondamentale, nella quale la Chiesa di Roma scrive alla Chiesa di Corinto. L’importanza di questa lettera sta nella netta insistenza che essa pone sul primato della sede di Pietro. La forza di quest’affermazione risiede in ciò che Ireneo ha intensamente sottolineato: “Clemente aveva visto gli Apostoli in persona, la loro predicazione era ancora nelle sue orecchie e la loro tradizione sotto i suoi occhi”. Si presume che Clemente abbia subito il martirio, stando a quanto afferma una tradizione del IV secolo; A Roma una basilica gli é dedicata.

DAGLI SCRITTI…
Dalla”Lettera ai Corinzi” di san Clemente I, papa
Quanto sono mirabili e preziosi i doni di Dio, fratelli carissimi La vita nell’immortalità, lo splendore nella giustizia, la verità nella libertà, la fede nella confidenza, la padronanza di sé nella santità: tutto questo é stato messo alla portata della nostra intelligenza. Quali saranno allora i beni che sono preparati per coloro che lo aspettano? Solo il Creatore e il Padre dei secoli, il Santo per eccellenza ne conosce la quantità e la bellezza. Noi dunque, al fine di essere partecipi dei doni promessi, facciamo di tutto per ritrovarci nel numero di coloro che lo aspettano. E come si verificherà questo, fratelli carissimi? Si verificherà se la nostra intelligenza sarà salda in Dio con la fede, se cercheremo con diligenza ciò che é gradito e accetto a lui, se faremo ciò che é conforme alla sua santissima volontà, se seguiremo la via della verità, insomma se ci terremo lontani da ogni ingiustizia, perversità, avarizia, rissa, malizia e inganno. Questa é la via, fratelli carissimi, in cui troviamo la nostra salvezza, Gesù Cristo, mediatore del nostro sacrificio, difensore e aiuto della nostra debolezza. Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per mezzo di lui contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per mezzo di lui il Padre ha voluto che noi gustassimo la conoscenza immortale. Egli, essendo l’irradiazione della gloria di Dio, é tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente é il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4). Perciò, fratelli, combattiamo con tutte le forze sotto i suoi irreprensibili comandi. I grandi non possono restare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Tutti sono frammisti, di qui il vantaggio reciproco. Prendiamo ad esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non é nulla, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto il corpo; anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine, perché tutto il corpo sia saldo. Si assicuri perciò la salvezza di tutto il nostro corpo in Cristo Gesù, e ciascuno sia soggetto al suo prossimo secondo il dono della grazia che gli é stata affidata. Chi é forte si prenda cura di chi é debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha dato uno che viene a colmare la sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole ma con le opere buone; l’umile non renda testimonianza a se stesso, ma lasci che sia un altro a dargliela. Avendo da Dio tutte queste cose, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Capp. 35, 1-5; 36, 1-2; 37, 1. 4-5; 38, 1-2. 4; Funk 1, 105-109).

LODI

Lettura Breve   Ef 4, 15-16
Viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso Cristo, che è il capo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

VESPRI

Lettura Breve   1 Cor 15, 25-28
Bisogna che Cristo regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (Sal 8, 8). Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – SABATO 22 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 22 NOVEMBRE 2008

SANTA CECILIA (m)

(a me Santa Cecilia piace molto, non so bene perché, forse perché il canto mi ricorda la difficoltà a pregare e, in qualche modo, il tema del « gemito della creazione, del gemito dell’uomo e del gemito dello Spirito » in Rm 8, – c’è qualcosa su Père Lévêque – nella lettura dell’Ufficio non c’è un riferimento a San Paolo, l’ho cercato e ho l’ho trovato nell’Antifona al Benedictus »:

Antifona al Benedictus :
All’aurora Cecilia esclamò:
Soldati di Cristo,
gettate le opere delle tenebre,
e prendete le armi della luce!

(Rm 13,12)

quindi posto ugualmente la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture, che, tra l’altro è di Sant’Agostino:

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 32, Disc. 1, 7-8; CCL 38, 253-254)

Cantate a Dio con arte nel giubilo
«Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate. Cantate al Signore un canto nuovo!» (Sal 32, 2.3). Spogliatevi di ciò che è vecchio ormai; avete conosciuto il nuovo canto. Un uomo nuovo, un testamento nuovo, un canto nuovo. Il nuovo canto non si addice ad uomini vecchi. Non lo imparano se non gli uomini nuovi, uomini rinnovati, per mezzo della grazia, da ciò che era vecchio, uomini appartenenti ormai al nuovo testamento, che è il regno dei cieli. Tutto il nostro amore ad esso sospira e canta un canto nuovo. Elevi però un canto nuovo non con la lingua, ma con la vita. Cantate a lui un canto nuovo, cantate a lui con arte (cfr. Sal 32, 3). Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Cantale con arte, o fratelli. Quando, davanti a un buon intenditore di musica, ti si dice: Canta in modo da piacergli; tu, privo di preparazione nell’arte musicale, vieni preso da trepidazione nel cantare, perché non vorresti dispiacere al musicista; infatti quello che sfugge al profano, viene notato e criticato da un intenditore dell’arte. Orbene, chi oserebbe presentarsi a cantare con arte a Dio, che sa ben giudicare il cantore, che esamina con esattezza ogni cosa e che tutto ascolta così bene? Come potresti mostrare un’abilità così perfetta nel canto, da non offendere in nulla orecchie così perfette? Ecco egli ti dà quasi il tono della melodia da cantare: non andare in cerca delle parole, come se tu potessi tradurre in suoni articolati un canto di cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Cantare con arte a Dio consiste proprio in questo: Cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in una modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo «giubilo». Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non «giubilare»? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo (cfr. Sal 32,3).

LODI

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 19 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 19 NOVEMBRE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 21, 1-4; CCL 41, 276-278)

Il cuore del giusto esulterà nel Signore
«Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria» (Sal 63, 11). Questo abbiamo cantato non solo con la voce, ma anche col cuore. Queste parole ha rivolto a Dio la coscienza e la lingua cristiana. «Il giusto gioirà», non nel mondo, ma «nel Signore». «Una luce si è levata per il giusto», dice altrove, «gioia per i retti di cuore» (Sal 96, 11). Forse vorrai chiedere donde venga questa gioia. Ascolta: «Si rallegrerà in Dio il giusto» e altrove: «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 36, 4). Che cosa ci viene ordinato e che cosa ci viene dato? Che cosa ci viene comandato e che cosa ci viene donato? Di rallegrarci nel Signore! Ma chi si rallegra di ciò che non vede? O forse noi vediamo il Signore? Questo è solo oggetto di promessa. Ora invece «camminiamo nella fede, finché abitiamo nel corpo siamo in esilio, lontano dal Signore» (2 Cor 5, 7. 6). Nella fede e non nella visione. Quando nella visione? Quando si compirà ciò che dice lo stesso Giovanni: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). Allora conseguiremo grande e perfetta letizia, allora vi sarò gioia piena, dove non sarà più la speranza a sostenerci, ma la realtà stessa a saziarci. Tuttavia anche ora, prima che arrivi a noi questa realtà, prima che noi giungiamo alla realtà stessa, rallegriamoci nel Signore. Non reca infatti piccola gioia quella speranza a cui segue la realtà. Ora dunque amiamo nella speranza. Ecco perché la Scrittura dice: «Il giusto gioirà nel Signore» e subito dopo, perché questi ancora non vede la realtà, essa aggiunge: «e riporterà in lui la sua speranza».Abbiamo tuttavia le primizie dello spirito e forse già qualcosa di più. Infatti già ora siamo vicini a colui che amiamo. Già ora ci viene dato un saggio e una pregustazione di quel cibo e di quella bevanda, di cui un giorno ci sazieremo avidamente. Ma come potremo gioire nel Signore, se egli è tanto lontano da noi? Lontano? No. Egli non è lontano, a meno che tu stesso non lo costringa ad allontanarsi da te. Ama e lo sentirai vicino. Ama ed egli verrà ad abitare in te. «Il Signore è vicino: non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6). Vuoi vedere come egli sta con te, se lo amerai? «Dio è amore» (1 Gv 4, 8). Ma tu vorrai chiedermi: Che così è l’amore? L’amore è la virtù per cui amiamo. Che cosa amiamo? Un bene ineffabile, un bene benefico, il bene che crea tutti i beni. Lui stesso sia la tua delizia, poiché da lui ricevi tutto ciò che causa il tuo diletto. Non parlo certo del peccato. Infatti solo il peccato tu non ricevi da lui. Eccetto il peccato, tu hai da lui tutte le altre cose che possiedi.

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ 18 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 18 NOVEMBRE 2008

DEDICAZIONE DELLE
BASILICHE DEI SANTI PIETRO E PAOLO
(Memoria facoltativa)

link alle Basiliche San Pietro e San Paolo

http://www.vatican.va/various/basiliche/san_paolo/index_it.html

http://www.vatican.va/various/basiliche/san_pietro/index_it.html

UFFICIO DELLE LETTURE DELLA MEMORIA FACOLTATIVA

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
Pietro e Paolo germogli della divina semente

«Preziosa agli occhi del Signore é la morte dei suoi fedeli» (Sal 115, 15) e nessun genere di crudeltà può distruggere una religione, che si fonda sul mistero della croce di Cristo. La Chiesa infatti non diminuisce con le persecuzioni, anzi si sviluppa, e il campo del Signore si arricchisce di una messe sempre più abbondante, quando i chicci di grano, caduti a uno a uno, tornano a rinascere moltiplicati. Dalla divina semente sono nati i due nostri straordinari germogli, Pietro e Paolo. Da essi si é sviluppata una discendenza innumerevole, come dimostrano le migliaia di santi martiri, che, emuli dei trionfi degli apostoli, hanno suscitato intorno alla nostra città una moltitudine di popoli, rivestiti di porpora e rifulgenti da ogni parte di splendida luce, e hanno coronato la chiesa di Roma di un’unica corona ornata di molte e magnifiche gemme. Noi di tutti i santi celebriamo con gioia la festa. Sono infatti un dono di Dio, un aiuto alla nostra debolezza, un esempio di virtù e un sostegno alla nostra fede. Però, se con ragione celebriamo tutti i santi in letizia, un’esultanza speciale sentiamo nel commemorare i due apostoli Pietro e Paolo, perché, fra tutte le membra privilegiate del corpo mistico, essi hanno avuto da Dio una funzione davvero speciale. Essi sono quasi i due occhi di quel capo, che é Cristo. Nei loro meriti e nelle loro virtù, che superano ogni capacità di espressione, non dobbiamo vedere nessuna diversità, nessuna distinzione, perché l’elezione li ha resi pari, il lavoro apostolico li ha fatti simili e la morte li ha uniti nella stessa sorte. D’altra parte, é la nostra esperienza, confermata dalla testimonianza dei nostri antenati, a farci credere fermamente che in tutti i travagli di questa vita saremo sempre aiutati dalla preghiere di questi due grandi protettori, per conseguire la misericordia di Dio. Avviene quindi che, come siamo precipitati in basso per le nostre colpe, così veniamo sollevati in alto dai meriti di questi apostoli.(Disc. 82 nella festa degli apostoli Pietro e Paolo 1, 6-7; PL 54, 426-428)

LODI

Lettura Breve Rm 13, 11b.12-13a
E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – LUNEDÌ 17 NOVEMBRE 2008

XXXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 17 NOVEMBRE 2008

SANT’ELISABETTA D’UNGHERIA (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

(DEL TEMPO ORDINARIO, OGGI È MEMORIA CI SAREBBE LA LETTURA DI SANT’ELISABETTA)

Dal Trattato «La remissione» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo

Chi vincerà non sarà colpito dalla seconda morte

«In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati» (1Cor 15, 52). Quando dice «noi» Paolo mostra che con lui conquisteremo il dono della futura trasformazione coloro che insieme a lui e ai suoi compagni vivono nella comunione ecclesiale e nella vita santa. Spiega poi la qualità di tale trasformazione dicendo: «E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità» (1 Cor 5, 53). In costoro allora seguirà la trasformazione dovuta come giusta ricompensa a una precedente rigenerazione compiuta con atto spontaneo e generoso del fedele. Perciò si promette il premio della rinascita futura a coloro che durante la vita presente sono passati dal male al bene.
La grazia prima opera, come dono divino, il rinnovamento di una risurrezione spirituale mediante la giustificazione interiore. Verrà poi la risurrezione corporale che perfezionerà la condizione dei giustificati. L’ultima trasformazione sarà costituita dalla gloria. Ma questa mutazione sarà definitiva ed eterna. Proprio per questo i fedeli passano attraverso le successive trasformazioni della giustificazione, della risurrezione e della glorificazione, perché questa resti immutabile per l’eternità. La prima metamorfosi avviene quaggiù mediante l’illuminazione e la conversione, cioè col passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla giustizia, dalla infedeltà alla fede, dalle cattive azioni ad una santa condotta. Coloro che risuscitano con questa risurrezione non subiscono la seconda morte. Di questi nell’Apocalisse è detto: «Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione Su di loro non ha potere la seconda morte» (Ap 20, 6). Nel medesimo libro si dice anche: «Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte» (Ap 2, 11). Dunque, come la prima risurrezione consiste nella conversione del cuore, così la seconda morte sta nel supplizio eterno. Pertanto chi non vuol essere condannato con la punizione eterna della seconda morte s’affretti quaggiù a diventare partecipe della prima risurrezione. Se qualcuno infatti durante la vita presente, trasformato dal timore di Dio, si converte da una vita cattiva a una vita buona, passa dalla morte alla vita e in seguito sarà anche trasformato dal disonore alla gloria.

Sant’Agostino: La predicazione di Paolo ad Atene (discorso 150)

dal sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/discorsi/index2.htm

DISCORSO 150

DALLE PAROLE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (17, 18-34):
«  MA CERTI FILOSOFI EPICUREI E STOICI DISCUTEVANO CON LUI  », ECC.

La predicazione di Paolo in Atene.

1. 1. Durante la lettura del libro Atti degli Apostoli, la Carità vostra, ha notato insieme a me che Paolo tenne un discorso agli Ateniesi e come da parte di coloro che deridevano la predicazione della verità fosse stato chiamato un seminatore di parole. In realtà fu detto dai derisori, ma non va rigettato dai credenti. Egli era veramente un seminatore di parole, ma mietitore di buoni costumi. E noi, sebbene tanto piccoli e per nulla paragonabili all’eccellenza di lui, seminiamo le parole di Dio, nel campo di Dio, che è il vostro cuore, e ci attendiamo una copiosa messe dai vostri buoni costumi. Nondimeno vi esortiamo ad ascoltare con maggiore attenzione ciò che è contenuto appunto nella lettura da cui siamo sospinti a parlare alla Carità vostra, se in qualche modo, con l’aiuto del Signore Dio nostro, diremo qualcosa su ciò che non è possibile sia capito facilmente da tutti, a meno che non sia spiegato; e perché, una volta compreso, non debba essere disprezzato da alcuno.La fede dei Cristiani.

1. 2. Teneva il discorso in Atene. Gli Ateniesi, in fatto di ogni genere di erudizione e di dottrina, s’imponevano con grande fama in mezzo agli altri popoli. Era appunto la patria di grandi filosofi. Di qui la varia e molteplice dottrina si era divulgata nelle altre città della Grecia ed in altri paesi del mondo. Ivi parlava l’Apostolo, vi annunziava Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i Pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio 1. A voi considerare di quanto pericolo era annunziare questo tra i superbi e i dotti. E così dunque, al termine del discorso, avendo quelli ascoltato della risurrezione dei morti, fondamentale verità di fede dei Cristiani, alcuni se ne ridevano, altri invece dicevano: Ti ascolteremo su questo un’altra volta. Né mancarono coloro che divennero credenti e, tra di essi, si fa il nome di un certo Dionigi Areopagita, cioè di un magistrato di Atene (infatti la Curia degli Ateniesi era chiamata Areopago), una donna della nobiltà ed altri. In conseguenza, mentre parlava l’Apostolo, quella moltitudine si divise in tre correnti, secondo una spiccata distinzione graduale: derisori, irresoluti, credenti. Infatti, secondo come è stato scritto, abbiamo ascoltato: Alcuni se ne ridevano, altri dicevano: Su questo ti ascolteremo un’altra volta 2; costoro erano irresoluti, alcuni credettero. Tra i derisori e i credenti sono al centro gli irresoluti. Chi deride, cade; chi crede, sta in piedi; chi è irresoluto è nell’incertezza. Su questo ti ascolteremo un’altra volta, essi dicono; non si sa se sarebbero caduti con i derisori o se si sarebbero posti in piedi con i credenti.2. 2. Forse che tuttavia si affaticò inutilmente quel seminatore di parole? Se veramente avesse avuto timore dei derisori, non sarebbe giunto ai credenti; come nel Vangelo quel seminatore che il Signore presenta (poiché tale era effettivamente Paolo), se esitasse a seminare perché una parte dei semi non cadesse sulla strada, un’altra tra le spine, un’altra sugli spazi sassosi, il seme non potrebbe giungere mai alla terra fertilissima. Anche noi seminiamo, spargiamo; disponete i cuori, date il frutto.Epicurei e Stoici discutono con paolo.

2. 3. Durante la lettura, se la Carità vostra ricorda, abbiamo ascoltato anche questo: alcuni filosofi Epicurei e Stoici discutevano con l’Apostolo. Chi siano o chi siano stati i filosofi Epicurei e Stoici, cioè quale sia stato il loro pensiero, che abbiano ritenuto come verità, a che abbiano approdato le loro assidue ricerche, indubbiamente molti di voi lo ignorano, ma, poiché parliamo a Cartagine, molti lo sanno. Così, ora che vi parleremo ci aiutino. Di certo molto serve allo scopo ciò che ritengo doversi dire. Ci ascoltino e quanti sanno e quelli che non sanno: questi per essere istruiti, quelli per essere ammoniti; gli uni per conoscere, gli altri per riconoscere.Tutti desiderano la vita felice.

3. 4. Per prima cosa, state a sentire qual è, in linea generale, lo studio comune a tutti i filosofi. In tale assidua applicazione comune diedero origine a cinque correnti, orientate secondo le differenze delle proprie asserzioni. Tutti i filosofi, senza distinzione, attraverso lo studio, la ricerca, la discussione, l’esperienza della vita cercarono di assicurarsi una vita felice. Questo fu l’unico motivo della ricerca filosofica; ma penso che i filosofi hanno in comune con noi anche questo. Infatti, se voglio sapere da voi per quale ragione avete creduto in Cristo, perché siete divenuti Cristiani, ognuno sinceramente mi risponde: Per la vita felice. Ebbene, l’aspirazione alla vita felice è comune ai filosofi e ai Cristiani. Ma di qui sorge la questione: dove si possa trovare un oggetto di così unanime consenso, quindi la distinzione. Poiché ritengo per certo che è proprio di tutti gli uomini aspirare alla vita felice, volere la vita felice, bramare, desiderare, ricercare assiduamente la vita felice. Quindi riconosco che è assai inadeguato aver detto comune ai filosofi e ai Cristiani l’aspirazione alla vita felice; dovevo infatti attribuirla a tutti gli uomini, proprio a tutti, buoni e cattivi. Giacché chi è buono, in tanto è buono, in quanto vuole essere felice; e chi è cattivo, non sarebbe cattivo se non sperasse di poter essere felice in quanto tale. Quanto ai buoni, la questione non presenta difficoltà: per la ragione che desiderano la vita felice ne segue che sono buoni. Riguardo ai cattivi, pare che alcuni mettano in dubbio se anch’essi cerchino la vita felice. Ma se io potessi interrogare i cattivi, separati e appartati dai buoni, e dire: Volete essere felici? nessuno direbbe: Non voglio. Ad esempio, supponi uno che sia ladro; gli chiedo: Perché rubi? Per avere – risponde – quel che non avevo. Perché vuoi avere ciò che non avevi? Perché è una miseria non avere. Quindi, se è una miseria non avere, ritiene cosa felice avere. Ma la sua sfrontatezza e il suo errore sta nel fatto che, essendo cattivo, vuole essere felice. Infatti per tutti la felicità è un bene. Perché allora quello è un depravato? Perché desidera il bene e compie il male. Che vuole allora? Perché l’avidità dei cattivi aspira alla ricompensa dei buoni? La vita felice è la ricompensa dei buoni: la bontà è l’opera, la felicità è la ricompensa. Dio comanda l’opera, assegna la ricompensa; dice: Fa’ questo e riceverai quello. Ma quel perverso ci risponde: Non sarò felice se non operando il male. Come se uno dicesse: Non raggiungo il bene se non sarò cattivo. Non ti accorgi che bene e male si escludono a vicenda? Vuoi il bene, ma fai il male? Corri in senso opposto: quando arrivi?L’opinione degli Epicurei e degli Stoici sulla vita felice.

4. 5. Lasciamo allora da parte costoro; forse sarà opportuno che torniamo ad essi dopo aver messo in chiaro ciò che avevamo introdotto riguardo ai filosofi. Non ritengo infatti senza ragione che, con l’assistenza della divina Provvidenza, si sia trattato qualcosa d’importante per via di persone inconsapevoli, e che, pur essendo molte le scuole filosofiche nella città di Atene, non altri che Stoici ed Epicurei entrarono in discussione con Paolo 3. Infatti, quando avrete ascoltato qual è la corrente di pensiero di ogni loro scuola, vi renderete conto di quanto è lontano dall’essere casuale il fatto che, di tutti i filosofi, furono i soli nel confronto con Paolo. Evidentemente egli non si trovò libero di scegliere i contestatori da confutare; ma la divina Sapienza, che tutto dispone, gli fece trovare innanzi costoro, tra i quali quasi unicamente trovava fondamento la posizione inconciliabile dei filosofi. Mi spiego quindi in breve: quanti non sanno si rimettano a noi, e noi ci rimettiamo al giudizio di quanti sanno. Penso di non avere l’impudenza di mentire agli sprovveduti alla presenza di competenti in veste di giudici; soprattutto perché espongo qualcosa su cui alla pari possono dare sinceramente il loro giudizio e i dotti e gli indotti. Avanzo perciò questa premessa: l’uomo consta di anima e di corpo. Qui non mi attendo il vostro consenso, ma richiedo anche da voi che siate giudici. Non temo infatti che mi giudichi male, riguardo a tale affermazione, uno che conosce se stesso. Dunque, l’uomo consta di anima e di corpo, cosa che nessuno mette in dubbio. Tale sostanza, tale realtà, tale persona, cui si dà il nome di «  uomo  », desidera la vita felice; e voi lo sapete, né insisto perché crediate, ma vi esorto a riconoscerlo. L’uomo, ripeto, questa realtà non insignificante, superiore a tutti gli animali, a tutti i volatili, anche a tutti gli esseri acquatici ed a tutto ciò che ha carne e non è uomo… l’uomo dunque esiste come unità dell’anima e del corpo, ma non di una qualsiasi anima – infatti anche l’animale esiste come unità di spirito vitale e di corpo – l’uomo dunque, che esiste come unità di anima razionale e di corpo mortale, cerca la vita felice. Una volta che l’uomo avrà conosciuto che cosa può rendere felice la vita, se non la possiede, se non la persegue, se non se ne appropria e se l’attribuisce, se è in suo potere, o se trova difficoltà, la chiede, non può essere felice. Tutta la questione si riduce, quindi, alla scoperta di ciò che rende felice la vita. Supponete ora di avere davanti ai vostri occhi gli Epicurei, gli Stoici e l’Apostolo; potevo anche dir così: gli Epicurei, gli Stoici, i Cristiani. Domandiamo prima agli Epicurei che cosa rende felice la vita. Rispondono: Il piacere sensibile. Ora qui chiedo di credere, dal momento che ho dei giudici. Infatti voi non sapete se gli Epicurei questo dicono, questo pensano, perché non avete letto i loro scritti; ma sono qui presenti quelli che hanno letto. Torniamo a interrogarli. Cos’è, secondo voi Epicurei, che rende felice la vita? Rispondono: Il piacere sensibile. Secondo voi, Stoici, che cosa rende felice la vita? Rispondono: La virtù dell’animo. Intenda in accordo con noi la Carità vostra, siamo Cristiani noi, ci troviamo a discutere tra i filosofi. Notate il motivo per il quale si procurò che solo quelle due correnti di pensiero avessero un confronto con l’Apostolo. Se si eccettua il corpo e l’anima, nell’uomo non c’è altro che si riferisca alla sostanza e alla natura di lui. Da una di queste due realtà, cioè dal corpo, gli Epicurei fecero dipendere la vita felice; gli Stoici vollero la vita felice inerente all’altra, cioè all’anima. Per quanto riguarda l’uomo, se egli è causa per sé di vita felice, non resta altro che il corpo e l’anima. O è il corpo causa di vita felice, o è l’anima causa di vita felice: se cerchi di più, ti allontani dall’uomo. In conseguenza, a coloro che vollero insita nell’uomo la vita felice dell’uomo, non fu assolutamente possibile fondare altrove la causa, ma solo nel corpo o nell’anima. Gli Epicurei furono gli esponenti più noti tra coloro dai quali fu riposta nel corpo la vita felice; tra quelli che fecero dell’anima la causa della vita felice, ebbero il primo posto gli Stoici.L’opinione degli Epicurei non è approvata dall’Apostolo. Gli Epicurei che pensano dell’anima. Certi Cristiani epicurei per condotta di vita.

5. 6. Ecco, sono presenti, discutono con l’Apostolo; che non debba dire l’Apostolo qualcosa di più [importante], o che debba di necessità dare il suo assenso ad una delle due dottrine, e così a sua volta dover riconoscere inerente al corpo o all’anima la causa della vita felice. Paolo non la riferirebbe mai al corpo: esso infatti non ha un particolare valore; poiché sono ben lontani dal porre nel corpo la causa della felicità proprio quelli che pensano molto bene del corpo. Infatti gli Epicurei hanno la medesima opinione e del corpo e dell’anima, per questo soggetti alla morte l’uno e l’altra. E, quel che è più grave e più riprovevole, sostengono che l’anima, dopo la morte, si corrompe prima del corpo. «  Esalato lo spirito – essi dicono – restando tuttora il cadavere e perdurando qualche tempo intatte le sembianze delle membra, appena uscita dal corpo, l’anima si dissolve, quasi fumo, in balia del vento  ». Non ci meravigliamo in quanto hanno fatto dipendere il sommo bene, cioè la causa della felicità, dal corpo che ritenevano di avere superiore all’anima. Farebbe forse questo l’Apostolo? Non davvero da parte sua far dipendere dal corpo il sommo bene. Il sommo bene è infatti causa di felicità; è certo che l’Apostolo ebbe grande dolore dal fatto che alcuni, nel numero dei Cristiani, avessero scelto l’affermazione degli Epicurei, non uomini, ma porci. Erano di questo numero infatti quelli che corrompevano i buoni costumi in conversazioni disoneste e dicevano: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo 4. Degli Epicurei entrarono in questione con l’apostolo Paolo: vi sono anche dei Cristiani epicurei. Che altro sono infatti coloro che dicono di giorno in giorno: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo? A questo si riferiscono frasi come: «  Nulla ci sarà dopo la morte  »; «  La nostra vita è infatti un’ombra che passa  ». Dissero infatti, tra le altre cose, dietro riflessioni prive di rettitudine: Coroniamoci di rose prima che avvizziscano; nessun prato manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dunque i segni della nostra gioia, poiché questa è la nostra parte e questo ci spetta 5.Il digiuno unito alla preghiera e all’elemosina.6. 7. Se ci scaglieremo con durezza contro tale mentalità, se ci opponiamo con vigore a tali aspirazioni, diranno anche ciò che viene dopo: Trattiamo da padroni il giusto povero 

6. E tuttavia, non abbiamo timore di dire, persino posti in questa sede: Non siate degli epicurei. Riflettete certo a quello che è stato detto da costoro che pur parlavano falsamente: Perché domani moriremo, ma noi non moriremo del tutto; infatti, dopo la morte, rimane quel che segue la morte. A chi muore sarà compagna o la vita o la pena. Nessuno dica: Di là chi è tornato quaggiù? Quel ricco, vestito di porpora, tardi volle tornare e non gli si poté concedere. Arso di sete ricercò ansioso una stilla chi disprezzò il povero affamato 7. Quindi nessuno dica: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo 8. Se volete dire: Perché domani moriremo, non lo proibisco; ma sostituite con altro quello che precede. E’ vero che gli Epicurei, convinti che non vivranno dopo la morte, non avendo quasi altro che il piacere carnale, dicono: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo, però i Cristiani, i quali vivranno dopo la morte, ma – ed è più importante – vivranno felici dopo la morte, non devono dire: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo; ma ritenete ciò che è detto: Perché domani moriremo, e premettete: Preghiamo e digiuniamo perché domani moriremo. Aggiungo addirittura dell’altro, aggiungo un terzo accorgimento né trascuro ciò che soprattutto dev’essere osservato; in modo che dal tuo digiuno venga saziata la fame del povero, oppure, se non puoi digiunare, puoi nutrire con più abbondanza affinché ti si conceda il perdono a motivo della sazietà di lui. Dicano perciò i Cristiani: Digiuniamo, preghiamo e doniamo, perché domani moriremo. O anche, se vogliono dire distinte le due cose, io preferisco che dicano: Doniamo e preghiamo, piuttosto che: Digiuniamo e non doniamo. Dio ci guardi perciò dal credere che l’Apostolo riferiva al corpo il sommo bene dell’uomo, cioè la causa della felicità.L’opinione degli Stoici non è approvata dall’Apostolo.

7. 8.Ma il contrasto con gli Stoici forse non è svantaggioso. Ecco, infatti a chi domanda da che fanno dipendere ciò che rende felice la vita, vale a dire ciò che nell’uomo suscita la vita felice, rispondono che non consiste nel piacere carnale, ma nella virtù dell’animo. Che ne dice l’Apostolo? Approva? Se approva, noi approviamo. Ma non approva: poiché la Scrittura dissuade quelli che confidano nella loro forza 9. Pertanto l’Epicureo, ammettendo presente nel corpo il sommo bene dell’uomo, ripone in sé la speranza. Ma veramente lo Stoico, facendo dipendere dall’anima il sommo bene dell’uomo, almeno lo ha fatto inerente alla realtà migliore dell’uomo; anch’egli, però, ha fondato in sé la speranza. Ma non è che uomo sia l’Epicureo, sia lo Stoico. Maledetto dunque chi ripone la sua speranza nell’uomo 10. Che dire allora? Posti ora i tre: l’Epicureo, lo Stoico, il Cristiano davanti ai nostri occhi, interroghiamoli ad uno ad uno. Di’, Epicureo, che cosa rende felice l’uomo. Risponde: Il piacere carnale. Di’, Stoico. La virtù dell’animo. Di’, Cristiano. Il dono di Dio.Sono da respingere le affermazioni degli Epicurei e degli Stoici sulla felicità.8. 9. Pertanto, fratelli, quasi davanti ai nostri occhi gli Epicurei e gli Stoici hanno disputato con l’Apostolo e con il loro confronto ci hanno insegnato cosa dobbiamo rifiutare e che scegliere. La virtù dell’animo è una cosa lodevole; la prudenza che discerne il bene dal male, la giustizia che distribuisce a ciascuno il suo, la temperanza che frena le passioni, la fortezza che tollera serenamente le contrarietà. Grande cosa, lodevole cosa; loda, o Stoico, per quanto puoi, ma di’: Da chi ti viene? Non ti rende felice la virtù del tuo animo, ma colui che ti ha dato la forza, che ha suscitato in te il volere e ti ha donato di potere 

11. So che tu forse riderai di me, e sarai tra coloro dei quali è stato scritto che deridevano Paolo 12. Se tu sei la strada, io semino, poiché sono un seminatore di parole secondo la mia capacità. Ciò che è stato oggetto del tuo scherno è il compito mio. Io semino: cade in te come in terra battuta ciò che io semino. Io non sono indolente; e trovo la terra buona. Che posso fare per te? Sei stato confutato e persino dalla parola irreprensibile di Dio sei stato confutato. Sei tra quelli che fanno affidamento nella loro virtù dell’animo, sei tra quelli che ripongono la loro speranza nell’uomo. Ti compiaci della virtù; ti compiaci di una cosa buona; lo so, hai sete, ma non puoi essere per te sorgente di forza. Sei arido: se mi prendo cura di rivelarti la sorgente della vita, forse ti burlerai di me. Dici infatti fra te: Da questa roccia dovrei bere? La verga toccò e scaturì l’acqua 13. Poiché i Giudei chiedono i miracoli, ma tu, Stoico, non sei Giudeo; lo so, sei Greco, e i Greci cercano la sapienza. Noi invece predichiamo Cristo crocifisso. Il Giudeo si scandalizza, il Greco schernisce. Scandalo, quindi, per i Giudei, stoltezza invece per i Pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, ciò riguarda appunto Paolo, già Saulo, e Dionigi Areopagita, e a questi tali, ed a quelli come loro tali, Cristo sapienza di Dio e potenza di Dio 14. Ora tu non deridi la roccia: riconosci nella verga la croce, nella fonte Cristo; e se hai sete, attingi la forza. Bevi dalla fonte fino ad essere saturo, forse farai traboccare azioni di grazie; ciò che ti viene da lui, non sarai più tu a dartelo, ma nel rutto esclamerai: Ti amo, Signore, mia forza 15. Non dirai più: La virtù dell’anima mia mi rende felice. Non sarai tra quelli che, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato la gloria né gli hanno rese grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa; mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 16. Che significa allora: mentre si dichiaravano sapienti, se non avere da sé, bastare a sé? Sono diventati stolti; a ragione stolti. La falsa sapienza è la vera stoltezza. Ma sarai tra coloro dei quali si dice: Cammineranno, Signore, alla luce del tuo volto; esulteranno tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia troveranno la loro gloria; poiché tu sei il vanto della loro forza 17. Tu desideravi la fortezza; di’: Signore, mia forza 18. Desideravi la vita felice; di’: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore 19. Beato infatti il popolo la cui felicità non è il piacere carnale, non è la virtù propria, ma: Beato il popolo il cui Dio è il Signore 20. Questa è la patria della beatitudine che tutti vogliono; ma non tutti la desiderano con rettitudine. Noi, invece, non intendiamo aprirci, per così dire, con artificio, nel nostro cuore, una via verso tale patria e approntare sentieri che portano all’errore; di lì viene anche la via.Cristo è la beatitudine e la via alla beatitudine.

8. 10. Dunque l’uomo felice vuole altro che non essere ingannato, non morire, non soffrire? E che desidera? Avere più fame e mangiare di più? Perché, se è meglio non aver fame? Nessuno è felice se non chi vive in eterno senza alcun timore, senza alcun inganno. Infatti l’anima detesta d’essere ingannata. Quanto l’anima abbia innata la ripulsa ad essere ingannata, può comprendersi dal fatto che quelli che ridono per alienazione mentale sono compianti dai sani; e l’uomo preferisce senz’altro ridere piuttosto che piangere. Se vengono proposte queste due cose: Vuoi ridere, oppure vuoi piangere? Chi è che non risponde: Ridere? Nuovamente, se vengono proposte queste due cose: vuoi essere ingannato, oppure essere certo della verità? Ognuno risponde: Esser certo della verità. Preferisce e vivere e possedere il vero; di queste due, il riso e il pianto: Ridere; di queste due, l’inganno e la verità: Possedere la verità. Ma è tanto superiore l’assolutamente insuperabile verità, che l’uomo sano di mente preferisce piangere piuttosto che ridere per alienazione mentale. Ivi, perciò, in quella patria, ci sarà la verità, non si troverà mai l’inganno e l’errore. Ma ci sarà la verità e non ci sarà il pianto; poiché ci sarà e l’autentico ridere, e il godere della verità, perché ci sarà la vita. Infatti se ci sarà dolore, non ci sarà la vita; poiché neppure va chiamata vita un perpetuo, inestinguibile tormento. Per questo non è che il Signore dia il nome di vita a quella che avranno gli empi, sebbene siano vivi in mezzo al fuoco: non cessano di vivere perché non abbia termine la pena; dato che il loro verme non morirà e il loro fuoco non si estinguerà 21; non volle tuttavia chiamarla vita, ma chiamò vita quella che è felice ed eterna 22. In conseguenza, quel ricco domandava al Signore: Che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Ma il Signore chiamava veramente vita eterna solo la vita felice; poiché gli empi avranno la vita eterna, ma non la vita felice, in quanto piena di tormenti. Così quello disse: Signore, che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Il Signore gli parlò dei comandamenti. Quello, di rimando: Ho osservato tutte queste cose. Ma [il Signore], nel parlare dei comandamenti, come si espresse? Se vuoi giungere alla vita 23. Non gli disse: «  felice  », perché una vita piena di miserie non va chiamata vita. Non gli aggiunse: «  eterna  », perché neppure va chiamata vita quando c’è il timore della morte. Quindi, quanto alla vita, che è degna di questo nome, così che si chiami vita, non si tratta che della vita felice; e non è felice se non è eterna. Questa vogliono tutti, questa vogliamo tutti: la verità e la vita; ma per dove si giunge ad un possesso di così grande valore, ad una così grande felicità? I filosofi si costruirono vie di errore; alcuni dissero: Per di qua; altri: Non per di qua ma per di là. Si tenne nascosta a loro la via, perché Dio resiste ai superbi 24. Sarebbe nascosta anche a noi se non fosse venuta a noi. Per questo il Signore: Io – disse – sono la via. Pigro viandante, non volevi giungere alla via; è venuta a te la via. Cercavi per dove andare: Io sono la via. Cercavi dove giungere: Io sono la verità e la vita 25. Non finirai nell’errore se andrai a lui per mezzo di lui. Questa è la dottrina dei Cristiani, da non porre affatto a confronto, ma da preferirsi senza paragoni alle dottrine dei filosofi, all’immondezza degli Epicurei, alla superbia degli Stoici.

Mons. Gianfranco Ravasi – l’ultima messa « milanese »: “IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

Metto questo articolo – un po’ in ritardo rispetto all’evento – il saluto di Mons. Ravasi alla città di Milano, il riferimento a Paolo e molto breve, tuttavia posto molto volentieri questo “saluto” perché, sono certa, che tutti amiamo Mons. Gianfranco Ravasi e vale, veramente, la pena di leggere le sue, ultime – perlomeno nel ministero che stava svolgendo – commosse parole, alla città di Milano, dal sito:

http://www.parrocchiamilanino.it/scossa_on_line/in_vetrina/mito2007_ravasi.pdf

Basilica di Sant’Ambrogio in Milano

23 settembre 2007

Ultima messa “milanese” celebrata da monsignor Gianfranco Ravasi

“IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

Il saluto di mons. Gianfranco Ravasi alla città di Milano, alla “sua” città di Milano, per una felice combinazione di eventi, apparentemente indipendenti fra loro ma nei quali chi crede non fatica a riconoscere la “logica di Dio” di cui parla Bernanos, ha trovato una degna e appropriata cornice nel festival “MiToSettembreMusica”: che per tre settimane ha offerto a Milano appuntamenti musicali di ogni genere. Forse il momento più alto di essi è stato, appunto, la Messa per coro e strumenti a fiato di Igor Stravinsky, eseguita dal Coro Filarmonico e dell’Ensemble strumentale della Filarmonica della Scala il 23 settembre in Sant’Ambrogio durante la funzione liturgica domenicale celebrata dall’ex prefetto della Biblioteca Ambrosiana proprio alla vigilia dell’investitura ufficiale alla direzione del Pontificio Collegio della Cultura, fortemente voluta da Benedetto XVI; incarico lasciato dal cardinale Poupard per raggiunti limiti di età. Così la messa in Sant’Ambrogio è diventata proprio l’occasione per lo scambio di saluti fra questo importante uomo di fede e di cultura e la città da lui tanto amata. Amore ricambiato dalla folla che ha gremito la basilica fin nei confessionali e nei più remoti angoli delle cappelle; oltre che all’esterno, nel portico di Ansperto.

Folla di credenti e non credenti, categorie care entrambe al nuovo vescovo ed alle quali, come sempre, si è rivolto durante l’omelia. Folla di persone che, con la propria semplice presenza, si sono unite al saluto iniziale di mons. Marcandalli il quale, a nome del Capitolo della basilica e citando sant’Agostino, ha fatto riferimento alla grande musica unita alla celebrazione liturgica come di opportunità per tutti, credenti e non credenti, di sfiorare la “bellezza tanto antica e sempre nuova” di Dio. Persone che, suscitando anche un impercettibile moto di bonaria contrarietà nel sacerdote sul quale, per un momento, ha prevalso l’uomo di cultura, al Coro si sono addirittura sovrapposte nella recita di non pochi versi del Credo. Quasi a manifestare, anche con questa “intemperanza”, il desiderio di non essere semplici spettatori di un evento, per quanto significativo, ma di essere vera Chiesa. Persone sicuramente coinvolte emotivamente ma, vorremmo dire meglio, coinvolte spiritualmente, per l’opportunità, certo non usuale, di poter cantare l’Alleluja durante la messa assieme al Coro della Scala! Ma l’emozione si è fatta sentire anche per il grande ed esperto comunicatore. L’ha ammesso lui stesso nel corso della sua ultima predica da “milanese”: nella quale ha unito ad un commosso saluto un monito “sociale” e di critica all’idolatria della ricchezza. “LA SCOSSA” era presente e ritiene di fare un gradito servizio ai propri lettori offrendo loro l’opportunità di poterla leggere nell’ampia sintesi che di seguito ne proponiamo (non rivista dal celebrante).

Sant’Ambrogio 23 settembre 2007

Sintesi della predica di monsignor Gianfranco Ravasi

“IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

“Ho più volte celebrato il rito sacro della liturgia in questa basilica, ma oggi mi percorre un particolare fremito di cui renderò ragione alla fine di questa omelia. Molti fra i presenti non possono comprendere parole che per chi è credente salgono all’infinito di Dio. Ma per tutti è possibile accogliere il messaggio di elevarsi oltre la quotidianità. Il testo biblico suscita due riflessioni, due fili che si dipanano dai testi letti. Il primo attraversa tutte e tre le letture che hanno un comune carattere “sociale” (

prima lettura dal libro del profeta Amos: Am 8, 4-7; seconda lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo: 1 Tm 2, 1-8; Vangelo dal Vangelo secondo Luca: Lc 16, 1-13 // le letture sono riportate in coda alla predica – NdR).

L’intreccio delle relazioni fra società e politica è un groviglio oscuro e quotidiano, a volte è un arruffìo di fili che esplode in scandali. E’ il mistero umano della polis. Città non solo di mura ma di persone con reazioni sensitive capaci di creare realtà mirabili come di precipitare nel baratro dell’odio. Amos era un profeta contadino chiamato a predicare in città. Alla sua epoca i poveri erano pedine calpestate di una scacchiera sulla quale altri decidevano le mosse.

Nella lettura dell’apostolo Paolo c’è, invece, la dimensione positiva dell’attestazione di fedeltà all’Impero Romano. Il Cristianesimo non vuole far esplodere le strutture politiche e sociali, se queste hanno una funzione utile per la società, ed invoca, anzi, sul capo dei politici, la mano di Dio che li illumini.

Gesù, infine, parla oggi attraverso una parabola tanto sorprendente quanto poco conosciuta.

E’ lo stesso Gesù del “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” espressione mediante la quale traccia una netta linea di demarcazione tra due sfere; comunque non completamente indipendenti ed estranee fra loro: l’uomo è fatto di spirito e di carne, di vita interiore e sociale. Gesù incide nell’esistenza umana, Gesù parte dalla terra sulla quale l’uomo poggia i piedi, non dall’aria sopra le persone. Parla di campi, fiori, problemi sociali… Di figli: alcuni osservanti, altri incomprensibili. Parla di Erode definendolo “volpe astuta”. Quello che ci propone in questa domenica è un parallelo con i politici oggi ancora valido: un amministratore corrotto che falsifica i bilanci di una società. Gesù parte dal dato di fatto negativo trasmettendo un primo messaggio: vedete l’astuzia dei figli delle tenebre? Arrivano subito a trovare il nucleo fondamentale delle cose; invece voi, figli della luce, siete distratti, acquiescenti, pigri…Porta a modello un cattivo esempio non per il suo contenuto, per l’azione, ma per l’atteggiamento che vi è sotteso. Invita a vegliare. E’ un invito anche per il nostro tempo, la cui malattia peggiore è la tiepidezza. Nel nostro tempo non ci sono più male o più ingiustizia di quanti ce ne siano stati in passato.

Quando sono nato io il mondo era in mano a due criminali: Hitler e Stalin. L’Europa era striata dal sangue… morte e distruzione erano in agguato ovunque. Oggi la situazione è più grave, ma non per il male e la cattiveria. Oggi il male è la superficialità, la banalità, la stupidità… un linguaggio che è come una chiacchiera. “Lo stupido dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice” recita un detto rabbinico. “Sapere” deriva dal latino sàpere, che vuol dire aver sapore e gusto intenso, e perciò richiede riflessione e meditazione. Il “forte” silenzio che percepisco ora, mi dice che questa affermazione vale anche per i non credenti che sono presenti qui in chiesa: non si può vivere di banalità, l’uomo vero non è quello mostrato dalla TV. Pascal diceva che l’uomo supera infinitamente l’uomo, che, anche se non crede, ha in sé l’amore, la via per elevarsi.

La seconda riflessione, più breve, parte dall’ammonimento di Gesù: “non potete servire Dio e Mammona”. Mammona è una parola aramaica entrata nelle lingue successive. Ha la stessa radice di amen, il verbo della fede, della fiducia in Dio, nel trascendente. Siamo ininterrottamente sospesi fra due adorazioni: da una parte l’amen verso Dio e la sua legge morale e dall’altra l’idolatria delle cose. Lo scrittore Leonardo Sciascia ha detto, su mammona, che il mondo degli uomini è diviso in due settori individuabili da una stessa frase che può essere letta con accenti diversi. “La ricchezza è morta” e “la ricchezza è bella anche se è morta”, è lo splendore del vitello d’oro luccicante e brillante. Dobbiamo decidere dove stiamo se con l’amen morale o con l’idolatria verso le cose. Se abbiamo qualcosa in mano non possiamo adoperarla per accarezzare o sollevare chi può avere bisogno di noi. Se abbiamo le mani occupate per tenerci stretta la ricchezza non abbiamo spazio per altro. Anche per i credenti e per la Chiesa c’è il rischio di adorare la ricchezza morta.

Infine vengo ora ai saluti, ed è per me un’emozione forte. Da domani torno a Roma, città della mia giovinezza e dei miei studi di teologia. Il mio orizzonte non sarà il Vaticano ma i dicasteri per il mondo e le chiese nel mondo: non la Chiesa ma le Chiese. So che mi aspetta un programma molto intenso di viaggi e di incontri. Sono grato a monsignor Marcandalli per il suo saluto a nome del capitolo di Sant’Ambrogio, sono grato anche a chi è fuori della Chiesa, nel portico di Ansperto… e alla Scala, mio grande amore, che ringrazio perché mi permette di salutare con l’armonia e lo splendore della musica di Stravinski. Stravinski era un credente, cristiano ortodosso, e ha composto questa messa per la liturgia. Non è quindi una musica da ascoltare ma una musica nella quale entrare; per prepararsi a comporla aveva letto Agostino e Bossuet, un vescovo e predicatore del ‘600. Questa Messa è risuonata a Milano per la prima volta nell’ottobre del 1948, alla Scala, diretta da Ernest Ansermet. Per me è il rinnovarsi della centralità di una grande dolcezza. Per questo dico grazie a Dio per la musica, grazie per tutti coloro che fanno musica, come in questi giorni del festival MiTo, e, prima di tutti, dico grazie alla Scala. Nel VI secolo Cassiodoro primo vescovo cattolico della Calabria ammoniva: “Se continuiamo a commettere ingiustizie Dio ci lascerà senza musica: avremo solo rumore, fracasso o silenzio.” Assurdo deriva da sordo, senza la musica siamo nell’assurdità. Oggi, invece, la Messa di Stravinsky unisce l’armonia della voce umana e l’armonia strumentale.

Qui saluto i milanesi e i lombardi con le parole di Bernardino Telesio filosofo del ‘500 che, nominato vescovo dal Papa Pio IV, non voleva accettare l’incarico. Con le sue parole voglio ricordare la mia città in cui ho visto i tramonti e le albe, nella quale ho vissuto ed ho camminato…“La mia città può far benissimo a meno di me, sono io che non posso fare a meno di voi; essa che mi scorre nelle vene e che mi pulsa dentro, nel battito del mio cuore”.

Mons. Gianfranco Ravasi

LE LETTURE DELLA MESSA:

PRIMA LETTURA

Am 8, 4-7

Dal libro del profeta Amos.

Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere.

SECONDA LETTURA

1 Tm 2, 1-8

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo.

Carissimo, ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo dico la verità, non mentisco , maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese.

VANGELO

Lc 16, 1-13

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli:

«C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

Publié dans : Card. Gianfranco Ravasi | le 20 novembre, 2008 |Pas de Commentaires »
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