LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO, Père Jean Lévêque (traduzione) – n. 1

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

il testo è abbastanza lungo: sono circa 14 pagine « A4″, la traduzione è mia,  penso che farò 4 post, pubblico mano a mano poi rivedo tutto, non elaboro troppo il testo, lo lascio il più possibile così come l’ha scritto il professore; per le citazioni dalla Bibbia utilizzo la versione CEI; per rileggere il testo francese della Bibbia utilizzo la: « Bible de Jerusalem » originale; per qualche confronto (quei pochi che sono in grado di fare) con il testo greco utilizzo: Nestle-Aland, Novum Testamentum  Graece et Latine, che, comunque, devo traslitterare;

http://perso.jean-leveque.mageos.com/pri.paul.htm

Riguardo i testi del Nuovo Testamento sulla preghiera, le lettere di Paolo meritano una attenzione tutta speciale, perché Paolo, il convertito, è il primo Pastore, nella Chiesa di Gesù, del quale noi abbiamo conservato le confidenze e gli insegnamenti.

È vero che le preghiere si trovano disseminate in tutte le Epistole, e questa dispersione rende malagevole il lavoro di sintesi. Inoltre tutte le lettere sono scritti di circostanza, che non riflettono che una parte delle preoccupazioni e delle speranze d’un uomo, e non si può pretendere di trovare nella corrispondenza di Paolo tutti gli aspetti e tutte le particolarità del suo insegnamento pastorale sulla preghiera. Ma per fortuna Paolo, molto spontaneo di carattere, ci offre volentieri i suoi ricordi e le sua esperienza, e i passaggi dove prega o parla della preghiera sono sufficientemente numerosi e molteplici per permette dei raggruppamenti assai convincenti.

Uno dei fatti il più impressionanti che appaiono all’evidenza di chi percorre le epistole di Paolo è che è impossibile separare, presso di lui (nei suoi scritti), la preghiera dalla vita in Gesù Cristo e l’attività missionaria (ossia la preghiera dalla vita che in Paolo è missionaria). Questa osmosi intensa della vita e della preghiera è l’oggetto della prima parte.

I. L’OSMOSI DELLA VITA E DELLA PREGHIERA

Presso San Paolo la preghiera e la missione non fanno che tutt’uno, e prima di rivelare le grandi scostanti della sua vita di preghiera, è, forse, interessante domandarci quali sono le ragioni di questa armonia tra la vita profonda e la testimonianza dell’Apostolo. Senza voler tracciare un ritratto spirituale completo di Paolo, noi conserviamo quattro tratti, quelli che più caratterizzano la sua fisionomia di pastore.

1. Paolo si è donato irrevocabilmente

Dio, per lui, è sempre un « Qualcuno », il grande presente e il grande vivente, e Paolo non gli ha mai riposto a metà. L’avvenimento sul cammino di Damasco ha molto meno inaugurato una conversione di Paolo che orientato di nuovo (e definitivamente) tutte le sue forze vive verso la testimonianza da rendere a Gesù risuscitato.

Ma questo incontro con Cristo ha creato in lui una novità radicale, e oramai Paolo non vive più per se stesso. Egli non cerca più né felicità, né successo, né potere, né la realizzazione di se stesso fuori di Cristo: « Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. » (Gal 2,20b) « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunciassi in mezzo ai pagani… » (Gal 1,15-16a); e dal qual giorno Paolo non ha più altro progetto che co-rispondere con il progetto di Dio, il « mistero » per lungo tempo velato e, ora, svelato. Paolo è stato preso da Gesù Cristo e ora, dice: « mi sforzo di correre per conquistarlo » (Fil 3,12). Per lui vivere è Cristo (cfr Fil 1,21); egli vive, certo, ma nella stessa misura con la quale che Cristo vive in lui (cfr. 2,20b): « Se noi viviamo – scrive – viviamo per il Signore (cfr. Rm 14,8).

Sicuro della chiamata di Dio, cosciente di essere, ogni giorno, inviato, Paolo si affretta « perché il tempo si è fatto breve » (1Cor 7,29); il tempo ha « ripiegato le vele » (non conosco il termine esatto) come una nave, un veliero, quando il porto è in vista, e, con tutta l’umanità tutte le « nazioni » che Paolo vorrebbe sbarcare nel porto di Dio: « Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! » (1Cor 9,16)

Non c’è dunque più spazio, nella vita di Paolo,, per una vita parallela a quella dell’evangelizzare (dell’ essere pastore), per dei momenti neutri, staccati dalla missione. Sempre, ovunque, e in tutti i momenti, fino alla impotenza della prigione, Paolo è un ambasciatore per il Cristo (2Cor 5,20; Ef 6,20).

2. Ma se Paolo può identificarsi così con la sua missione, è che lui stesso, una volte per tutte, ha identificato la sua missione a quella di Cristo Servitore di Dio

fermiamoci un momento su questo secondo aspetto.

Come Gesù nella sua prima omelia nella Sinagoga di Nazareth (Lc 4,17-21) Paolo ha visto la sua missione prefigurata in quella del Servo di JHWH chiamato da Dio « al tempo favorevole per essere alleanza delle nazioni » e portare la salvezza alle estremità della terra (cfr. Is 49,6.8; 2Cor 6,1-2; At 13,47; Lc 2.32). Abitato (dentro di se) da questo disegno universale, Paolo ha davanti ai suoi occhi le sofferenze paradossali attraverso le quali il Servo Gesù a compiuto l’opera di salvezza. A questo ricordo, l’amore di Cristo lo spinge (2Cor 5,14), nello stesso tempo l’amore che Cristo a mostrato e l’amore che Paolo vuole donare a Cristo. Questo amore lo « tiene alle strette », lo stringe senza lasciargli riposo, un pensiero si sofferma nello spirito dell’Apostolo: il Cristo è morto per tutti, dunque il vivente, tutti i viventi, non devono più vivere per se stessi, ma per Lui, che è morto e risuscitato per loro. E lui stesso, Paolo, attraverso la sua azione missionaria e pastorale, vuole penetrare a fondo in questo mistero di Gesù Servo, conoscerlo, Lui, con la potenza della sua risurrezione e la comunione alle sue sofferenze (Fil 3,9-11). Dato che la vita opera nei cristiani, egli accetta che la morte operi in lui stesso (2Cor 4,12). Oramai, crocifisso con Cristo (Gal 2,20), quello che manca alle afflizioni di Cristo, egli le completa nella sua carne, nella sua vita d’uomo limitato e fragile, in favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24).

Ugualmente, l’eventualità della morte, è inserita in questa prospettiva missionaria. Paolo non teme la morte, perché egli sa che deve divenire conforme a Cristo anche nella morte alfine di arrivare alla resurrezione (Fil 3,10, il passo di filippesi è così: E questo perché io possa conoscer lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte; in questo senso la morte è un guadagno « andarsene (essere sciolto da corpo in Fil) (Fil 1,21.23). L’importante ai suoi occhi è che il Cristo sia esaltato nel suo corpo d’apostolo, sia nella vita, sia nella morte (Fil 1,20); il fine è che l’esistenza dei convertiti divenga un sacrificio che Dio gradirà. Allora Paolo non avrà corso invano, né sofferto invano: « Se anche il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi » (Fil 2,17)

3. Questo ministero della nuova alleanza, questa diaconia della riconciliazione, che è il suo orgoglio, questo tesoro del Vangelo a lui affidato da Cristo, Paolo sa che egli lo porta in un vaso di creta; e questa umiltà di fronte alla missione e di fronte a Dio che lo invia è una costante della spiritualità pastorale di Paolo.

Paolo si considera come il più piccolo degli apostoli, nato alla fede cristiana come un aborto (« un peu en catastrophe » scrive il professore, a me viene da tradurre: nato come un aborto, un po’ come una disgrazia, ma non sono sicura), anche se egli lavora più di tutti (1Cor 15,10), anche se egli è stato, con Barnaba e tutto il gruppo di Antiochia, l’iniziatore de la missione presso i gentili, anche se ha udito nella sua preghiera delle parole indicibile che non è lecito ad alcuno pronunziare (2Cor 12,4), egli è cosciente in modo doloroso delle sue debolezze, e mantiene nella sua vita personale una disciplina d’atleta, « anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato. » (1Cor 9,27)
Paolo non vuole altro titolo di gloria che la Croce di Gesù Cristo (Gal 6,14). Tutto quello che resta, tutte le ragioni che avrebbe per appoggiare la sua fiducia in se stesso, tutto questo non è che spazzatura (Fil 3,8). Tuttavia questa diffidenza di Paolo per una vanagloria e una fama troppo facili non è dettata né da disfattismo, né a causa di un disprezzo sistematico della sua opera di testimone, la sua umiltà resta gioiosa: è il suo modo di riconciliarsi con i suoi limiti e con le sue insicurezze; Paolo mette il suo orgoglio nella debolezza (2Cor 12,8), perché dimori in lui la potenza di cristo (v. 9).

4. Un ultima riflessione che è bene rimarcare, per meglio rendere conto della preghiera missionaria di Paolo, è la sua fiducia inalterabile nella potenza di Dio, di Cristo, o dello Spirito.

È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2Cor 5,19), e ora, ancora, egli è all’opera; Dio non è soltanto spettatore, ma attore nella storia degli uomini; Dio ha un progetto, e Dio riuscirà. Tali sono le certezze che su cui poggia l’ottimismo missionario di Paolo. Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa?…Ma in tute queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita…né presente, né avvenire…(niente) potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,31ss; 37ss)

Ugualmente è la certezza della vittoria di Gesù che è la fonte della grandezza dell’anima di Paolo. Certo, egli ha le sue idee, egli ama i suoi metodi, egli ha orrore che si costruisca in argilla (torchis, materiale da costruzione fatto di argilla, paglia, fibre vegetali, un materiale debole, credo) (vedere 1Cor 3, 12-13) la dove egli ha posto delle solide fondamenta, ma egli rifiuterà sempre che lo si opponga a gli altri missionari come un eroe o un maestro di scuola. Anche le piccolezze e i tradimenti non arrivano a turbarlo a lungo « quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiunger dolore alle mie catene. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,17ss).

Alla fine, Paolo ne è convinto, solo la potenza dello Spirito può muovere le nazioni all’obbedienza della fede, solo essa (potenza/Spirito Santo) può fare abbondare la speranza (Rm 15, 13.16) ed è lo stesso Spirito che ha già santificato l’offerta dei popoli.

Ma se lo Spirito di Gesù collabora così attivamente al lavoro missionario, è ancora più vero dire testimone di Gesù nella testimonianza dello Spirito; e è per questo, agli occhi di Paolo, il servizio del Vangelo costituisce già una prestazione sacra, una « liturgia » della Parola (Rm 15,16).

Così è la presenza vivente dello Spirito di Gesù che unifica nella vita di Paolo la testimonianza e la preghiera. Ora noi vedremo, in questa parte come vive e reagisce Paolo, testimone di Gesù, ora a noi non resta che ascoltarlo pregare (comprenderlo nella preghiera)

II.  LE DOSSOLOGIE 

La preghiera di Paolo si spiega innanzitutto su l’asse dossologico, quella della lode pura. 

Questo traspare già dal modo sorprendente, nella maniera in cui Paolo parla di Dio. Se si raggruppano i diversi qualificativi che l’Apostolo unisce al nome di Dio si ottiene, non una fredda litania, ma una vera meditazione sul Padre e sul suo atteggiamento verso l’uomo.. Il Dio di Paolo est, quindi, secondo i testi: 

il Creatore (Rm 1,26), 

il Dio beato (1Tm 1,11), 

il Dio vivente e vero (1Tess 1,9), 

il Padre della gloria (Ef 1,17), 

il Dio fedele (1Cor 10,13) che non fa preferenze di persone, 

il Dio della pace (Rm 15,33; 16,20; cfr 1Tess 5,25), (Gal 2,6), 

il Dio dell’amore e della pace (2Cor 13,11), 

il Dio della speranza (Rm 15,3),  il Dio della perseveranza e della consolazione (Rm 15,5), 

e, nelle Lettere Pastorali, Dio nostro salvatore (1Tm 1,1; 2,3; 4,1; Tt 1,3; 2,10; 3,4). 

Tuttavia è necessaria a Paolo tutta una frase per fissare una fisionomia nuova dell’essere e dell’agire di Dio, e ognuna di queste frasi est il condensato di una preghiera. Dio è: 

Colui che dona la vita a tutte le cose (1Tm 6,13), 

Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento (2Cor 9,10), 

il Re dei secoli, il Dio immortale, invisibile ed unico (1Tm 1,17, sulla Bibbia CEI invece di immortale c’è incorruttibile, sulla Bibbia di Gerusalemme, originale francese ugualmente: « incorruptible », ma in greco trovo « aionon » che dovrebbe significare eterno), 

il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione  (2Cor 1,3), 

Dio nostro Padre che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza (2 Tess 2,16), 

Dio che da vita ai morti e che chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono (Rm 4,17) 

Le Lettere di Paolo sono così disseminate di brevi dossologie che l’Apostolo ama concluderle con l’Amen ebraico tradizionale, soprattutto quando « benedetto » e « gloria » si presentano in fine di frase: 

Rm 1,25 …(i pagani)…hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è  benedetto nei secoli. Amen! 

Gal 1,5  …secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.  Un Amen simile accompagna qualche volta dei brevi auguri che Paolo indirizza ai « suoi » cristiani:  « Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen » (Rm 15,33) 

Paolo ama ugualmente concludere uno sviluppo dottrinale importante con una dossologia solenne: 

Così, nella Lettera si Romani, i capitoli appassionati che Paolo consacra al rigetto di Israele e alla sua conversione finale (Rm 9-11) finiscono con una sorta  di inno alla sapienza divina, ispirata in parte ad Isaia 40, 10-13 e Giobbe 41, 3:

« 33. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi  e inaccessibili le sue vie! 34. Infatti chi ha mai potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35. O chi gli ha dato qualcosa per primo? si che abbia a riceverne il contraccambio? (cfr. Is 40, 13,28)  Perché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

A questa lunga dossologia fa pendant quella che chiude l’Epistola in 16,25-27. Essa è indirizzata a Dio « solo saggio » che porta il suo « mistero (il suo piano d’amore) alla conoscenza di tutte le nazioni.

fine primo post;

Giovanni Paolo II – udienza 10 aprile 1991 (camminare secondo lo Spirito, da lettere diverse)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910410_it.html

GIOVANNI PAOLO IIUDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 aprile 1991

1. San Paolo ci ha parlato, nella catechesi precedente, della legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8, 2): una legge secondo la quale bisogna vivere, se si vuole camminare secondo lo Spirito (Gal 5, 25), compiendo le opere dello Spirito, non quelle della carne. LApostolo dà rilievo allopposizione tra carne e Spirito, e tra i due generi di opere, di pensieri e di vita che ne dipendono: Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace (Rm 8, 5-6). Lo spettacolo delle opere della carne e delle condizioni di decadenza spirituale e culturale a cui giunge l’“homo animalis” è desolante. Esso tuttavia non deve far dimenticare la ben diversa realtà della vita secondo lo Spirito, che pure è presente nel mondo e soppone al dilagare delle forze del male. San Paolo ne parla nella Lettera ai Galati rilevando, in opposizione alle opere della carne che escludono dal regno di Dio, il frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (cf. Gal 5, 19-22). Queste cose, sempre secondo San Paolo, sono dettate al credente dallinterno, cioè dalla legge dello Spirito (Rm 8, 2), che è in lui e che lo guida nella vita interiore (cf. Gal 5, 18.25).

2. Si tratta dunque di un principio della vita spirituale e della condotta cristiana, che è interiore e nello stesso tempo trascendente, come già si deduce dalle parole di Gesù ai discepoli: Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce . . . sarà in voi (Gv 14, 17). Lo Spirito Santo viene dallalto, ma penetra e risiede in noi per animare la nostra vita interiore. Gesù non dice solo: Egli dimora presso di voi” (Gv 14, 17), il che può suggerire lidea di una presenza che è soltanto vicina, ma aggiunge che si tratta di una presenza dentro di noi. San Paolo, a sua volta, augura agli Efesini che il Padre conceda loro di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore” (Ef 3, 16): nelluomo cioè che non si accontenta di una vita esterna, spesso superficiale, ma intende vivere nelle profondità di Dio, scrutate dallo Spirito Santo (cf. 1 Cor 2, 10). La distinzione fatta da Paolo circa luomo psichico e luomo spirituale (cf. 1 Cor 2, 13-14) ci aiuta a capire la differenza e la distanza tra la maturazione connaturale alle capacità dellanima umana e la maturità propriamente cristiana, che implica lo sviluppo della vita dello Spirito, la maturazione della fede, della speranza, della carità. La coscienza di questa Radice divina della vita spirituale, che dallintimo dellanima si espande in tutti i settori dellesistenza, anche esterni e sociali, è un aspetto fondamentale e sublime dellantropologia cristiana. Fondamento di tale coscienza è la verità di fede per cui credo che lo Spirito Santo abita in me (1 Cor 3, 16), prega in me (Rm 8, 26; Gal 4, 6), mi guida (Rm 8, 14) e fa sì che Cristo viva in me (Gal 2, 20).

3. Anche la similitudine, usata da Gesù nel colloquio con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, circa l’“acqua viva” che egli darà a chi crede, acqua che diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna (Gv 4, 14), significa la scaturigine interiore della vita spirituale. È quanto chiarisce Gesù stesso in occasione della festa delle Capanne (cf. Gv 7, 2), quando, levatosi in piedi, esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me come dice la Scrittura (cf. Is 55, 1): fiumi dacqua viva sgorgheranno dal suo seno. E levangelista Giovanni commenta: Questo egli disse riferendosi allo Spirito Santo che avrebbero ricevuto i credenti in lui (Gv 7, 37-39). Nel credente lo Spirito Santo sviluppa tutto il dinamismo della grazia che dà la vita nuova, e delle virtù che traducono questa vitalità in frutti di bontà. Dal seno del credente lo Spirito Santo opera anche come fuoco, secondo laltra similitudine usata dal Battista a proposito del battesimo: Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3, 11); e da Gesù stesso circa la sua missione messianica: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc 12, 49). Lo Spirito suscita perciò una vita animata da quel fervore che San Paolo raccomandava nella lettera ai Romani: Siate ferventi nello Spirito (Rm 12, 11). È la fiamma viva di amore che purifica, illumina, brucia e consuma, come ha spiegato così bene San Giovanni della Croce.

4. Nel credente si sviluppa così, sotto lazione dello Spirito Santo, una santità originale, che assume, eleva e porta a perfezionamento, senza distruggerla, la personalità di ciascuno. Così ogni santo ha la sua fisionomia propria. Stella differt a stella, si può dire con San Paolo: Ogni stella differisce dallaltra nello splendore (1 Cor 15, 41): non solo nella futura risurrezione, a cui si riferisce lApostolo, ma anche nella presente condizione delluomo, che non è più solo psichico (dotato di vita naturale), ma spirituale (animato dallo Spirito Santo) (cf. 1 Cor 15, 44ss.). La santità sta nella perfezione dellamore. Essa tuttavia varia secondo la molteplicità di aspetti che lamore prende nelle diverse condizioni della vita personale. Sotto lazione dello Spirito Santo ognuno vince nellamore listinto dellegoismo, e sviluppa le forze migliori nel suo modo originale di donarsi. Quando la forza espressiva ed espansiva delloriginalità è particolarmente potente, lo Spirito Santo fa sì che intorno a tali persone (anche se a volte rimangono nascoste) si formino gruppi di discepoli e seguaci. Nascono così correnti di vita spirituale, scuole di spiritualità, istituti religiosi, la cui varietà nellunità è dunque effetto di quel divino intervento. È lo Spirito Santo che valorizza, nelle persone e nei gruppi, nelle comunità e nelle istituzioni, tra i sacerdoti e tra i laici, le capacità di tutti.

5. Dalla interiore sorgente dello Spirito deriva anche il nuovo valore di libertà, che caratterizza la vita cristiana. Come dice San Paolo: Dov’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3, 17). Direttamente, lApostolo si riferisce alla libertà acquisita dai seguaci di Cristo nei confronti della legge giudaica, in sintonia con linsegnamento e latteggiamento dello stesso Gesù. Ma il principio che egli enuncia ha un valore generale. Egli, infatti, parla più volte della libertà come vocazione del cristiano: Voi . . ., fratelli, siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5, 13). E spiega bene di che si tratta. Secondo lApostolo, chi cammina secondo lo Spirito (Gal 5, 13), vive nella libertà, perché non si trova più sotto il giogo opprimente della carne: Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne (Gal 5, 16). I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace (Rm 8, 6). Leopere della carne, da cui è liberato il cristiano fedele allo Spirito, sono quelle dellegoismo e delle passioni, che impediscono laccesso al regno di Dio. Le opere dello Spirito, invece, sono quelle dellamore: Contro queste cose, osserva San Paolo, non c’è legge (Gal 5, 23). Ne risulta, secondo lApostolo, che se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Gal 5, 18). Scrivendo a Timoteo, egli non esita a dire: La legge non è fatta per il giusto (1 Tm 1, 9). E San Tommaso spiega: Sui giusti la legge non ha forza coattiva, come sui cattivi (San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 96, a. 5, ad 1), poiché i giusti non fanno niente che sia contrario alla legge. Anzi, guidati dallo Spirito Santo, fanno liberamente più di quanto richiede la legge (cf. Rm 8, 4; Gal 5, 13-16).

6. Questa è la mirabile conciliazione della libertà e della legge, frutto dello Spirito Santo operante nel giusto, come avevano predetto Geremia ed Ezechiele annunciando linteriorizzazione della legge nella Nuova Alleanza (cf. Ger 31, 31-343; Gal 5, 13-16). Porrò il mio Spirito dentro di voi (Ez 36, 27). Questa profezia si è verificata e continua ad attuarsi sempre nei fedeli di Cristo e nellinsieme della Chiesa. È lo Spirito Santo che dà la possibilità di essere non dei semplici osservanti della Legge, ma dei liberi, ferventi e fedeli realizzatori del disegno di Dio. Si attua allora quanto dice lApostolo: Tutti quelli . . . che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! (Rm 8, 14-15). È la libertà da figli che era stata annunciata da Gesù come la vera libertà (cf. Gv 8, 36). È una libertà interiore, fondamentale, ma sempre orientata verso lamore, che rende possibile o quasi spontaneo laccesso al Padre nellunico Spirito (cf. Ef 2, 18). È la libertà guidata che splende nella vita dei Santi.

Publié dans : PAPA GIOVANNI PAOLO II | le 1 juin, 2008 |Pas de Commentaires »

P. Cantalamessa: La fede in Cristo in San Paolo (dalle Lettere)

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=41

La fede in Cristo in San Paolo

2005-12-16- III Predica di Avvento alla Casa Pontificia

1. Giustificati per la fede in Cristo

La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dellevangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dellapostolo Paolo.
La fede in Cristo, per Paolo,
è tutto. Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20) [1]. Su di essa l
Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra.Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . Ed è su di esso che vogliamo concentrare lattenzione, non per imbastirvi unennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è

un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa.
A suo riguardo
è successo una cosa strana. Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui cera posto per la fede e per le buone opere, ognuna, sintende, nel suo ordine. Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo lingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dellapporto personale alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi ma e però”
.
Dopo l
accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quellaccordo, viene espresso lauspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i cre denti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. È
quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo:
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù”
(Rm 3, 23-26).
Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l
umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, lApostolo ha lincredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, in virtù della redenzione realizzata da Cristo, per lobbedienza di un solo uomo
(Rom 3, 24; 5, 19).
Non si capisce nulla per
ò di questa affermazione dellApostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente lespressione giustizia di Dio. Fu Lutero che riscoprì, che giustizia di Dio non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti delluomo, ma indica, al contrario, latto mediante il quale Dio rende giusto luomo. (Egli veramente diceva dichiara, non rende, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più
che a un reale essere resi giusti).
Ho detto
riscoprì”, perché ben prima di lui santAgostino aveva scritto: La giustizia di Dio è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la salvezza del Signore (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati
[2].
Il concetto di
giustizia di Dio è spiegato così nella Lettera a Tito: Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia (Tt 3, 4-5). Dire: Si è manifestata la giustizia di Dio, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all
uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi.
Qui sta la novit
à del cristianesimo. Ogni altra religione traccia alluomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. Il cristianesimo non comincia con quello che luomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. Lordine è
rovesciato.
È vero che amare Dio con tutto il cuore è il primo e il più grande dei comandamenti; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. Prima dellordine dei comandamenti c’è lordine del dono. Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è lannuncio, o il vangelo, della grazia di Dio
(At 14,3;20,32).

2. Giustificazione e conversione

Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è uninvenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesú. Allinizio del suo ministero, Gesù andava proclamando: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nellespressione regno di Dio e cioè liniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza allumanità , san Paolo lo chiama giustizia di Dio, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. Regno di Dio e giustizia di Dio sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6, 33). Gesú, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama regno di Dio la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito[3].
Quando Ges
ù diceva: Convertitevi e credete al Vangelo, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre tornare indietro (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per questazione e cioè il termine shub); significava tornare all
alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge.
Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione
è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all
inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto.
Convertirsi non significa pi
ù tornare indietro, allantica alleanza e allosservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. Convertitevi e credete non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! Prima conversio ad Deum fit per fidem, scrive san Tommaso dAquino: La prima conversione a Dio consiste nel credere
[4].
Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza
è linnocenza, la porta è losservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è di là del mare; è sulla tua bocca e nel tuo cuore, dice lApostolo Rm 10, 8). È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l
atto di fede.

3. La fede-appropriazione

Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dellintelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione mediante la fede? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo:
Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio
[5].
È scritto infatti: Cristo Gesù [...] è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30). Per noi, non per se stesso! Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d
ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato.
San Cirillo di Gerusalemme cos
ì esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dellAntico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di unora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone
[6].

4. Giustificazione e confessione

Dicevo allinizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, lesperienza della giustificazione mediante la fede. In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato lavato, santificato e giustificato (cf 1 Cor 6, 11).
Nella confessione avviene ogni volta il
mirabile scambio, ladmirabile commercium. Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono allaperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, senza spesa né denaro, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità
.
È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce lha inculcato con la parabola del figliol prodigo: Presto, portate qui il vestito più bello (Lc 15, 22). Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia (Is 61, 10). Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: O Dio, abbi pietà di me peccatore!. Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato
(Lc 18, 13 s.).5. Perché io possa conoscere lui

Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, cos
ì in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con lavvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente limmagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene lalba; allorizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via.
La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l
ottavo giorno, della stirpe dIsraele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto allosservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). Un bel giorno, anche allorizzonte della sua vita apparve il sole: il sole di giustizia che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, Cristo Gesú, mio Signore, e allora la sua giustizia gli apparve perdita, spazzatura, e non volle più
essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa.
In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non
è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di essere trovato in lui, di conoscere lui, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per lApostolo Cristo era una persona reale, viva, non un
astrazione, un insieme di titoli e di dottrine.
L
unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere in Cristo, o nello Spirito), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo linizio e un mezzo per raggiungerla[7]. Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dellApostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è
tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo.
È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. Laffermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. Si è commesso lerrore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per lApostolo, una affermazione di portata infinitamente più
vasta e universale.
Nella descrizione delle battaglie medievali c
’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva lesito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo sta o cade con Gesú Cristo, e con nient
altro.

6. Dimentico del passato

Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione:
Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesú” (Fil 3, 12-14).
Dimentico del passato. Quale passato? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il guadagno da considerare perdita è un altro: è proprio laver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. Era naturale pensare: Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!

L
Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una propria giustizia derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione. San Francesco dAssisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente[8].
Questa
è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nellabbandonare il male, ma, in certo senso, nellabbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo
(Lc 17,10). E neppure, forse, bene come dovevamo farlo!
Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale cos
ì, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce nera uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà
anche la nostra.
Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che
la Vergine Madre accolse Gesú e lo portò in grembo con ineffabile amore. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e lamore che Cristo merita da noi.

[1] Vi è oggi chi vorrebbe vedere nellespressione fede del Figlio di Dio, o fede di Cristo, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei (Cf. Dunn, op. cit., pp. 380-386), che vede in Cristo loggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

[2] S. Agostino, Lo Spirito e la lettera, 32, 56 (PL 44, 237).

[3] S. Cirillo Al., Commento al vangelo di Luca, 22,26 (PG 72905).

[4] S. Tommaso, dAquino, S.Th, I-IIae, q.113, a. 4.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).

[6] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi V, 10 ( PG 33, 517).

[7] Cf. J. D.G. Dunn, La teologia dellapostolo Paolo, Brescia, Paideia, 1999, p.421.

[8] Celano, Vita prima, 103 (Fonti Francescane, n. 500).

Publié dans : PADRE CANTALAMESSA - OMELIE | le 1 juin, 2008 |Pas de Commentaires »

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

 

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 1 GIUGNO 2008. 

MESSA DEL GIORNO 

il tema della giustificazione per la fede e il rapporto con la Legge è uno dei temi più dibattuti nell’interpretazione del pensiero di Paolo spero di potermi soffermare un poco su questo tema, in realtà sto rileggendo le interpretazioni  Seconda Lettura   Rm 3, 21-25a. 28
21. Fratelli, ora, invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; 22. giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: 23. tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24. ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25a. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue. 28. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge. 

questo commento è del sito francese Evangile Au Quotidien « EAQ » che posto tutti i giorni negli altri miei blog, oggi lo metto anche su questo Blog data le scelta, da loro fatta, per la liturgia di questa domenica: un commento a 1Cor 3,11 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/01/2008#

Sant’Afraate (?-circa 345), monaco e vescovo a Nìnive, nell’Iraq attuale
dimostrazioni, n° 1 ; SC 349, 210

« Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo » (1Cor 3,11) 

Un re non rimane in una casa svuotata di tutti i suoi beni; non vi abita. Il re necessita di tutto un apparato degno di lui, cosicché egli non manchi di nulla… Così è dell’uomo diventato dimora per Cristo-Messia: provvede a quanto conviene al servizio del Messia che abita in lui, a quanto gli piace. Infatti, costui costruisce prima il suo edificio sulla pietra, cioè sullo stesso Messia. Su questa pietra è posata la fede, e sulla fede si innalza tutto l’edificio. Perché la casa diventi la sua dimora, gli viene chiesto il digiuno puro, stabilito sulla fede. Gli viene chiesto la preghiera pura ricevuta nella fede. Necessita dell’amore, innalzatosi sulla fede. Ha bisogno anche dell’elemosina data con fede. Che domandi l’umiltà, amata con fede. Che scelga per lui la verginità, amata teneramente nella fede. Che coltivi in sè la santità, piantata sulla fede. Che mediti anche la sapienza, trovata nella fede. Domandi anche per lui la condizione di straniero, utile nella fede. Gli occorrerà anche la semplicità, unita alla fede. Domandi ancora la pazienza, che è compiuta dalla fede. Si renda perspicace mediante la mitezza, acquisita dalla fede. Ami la penitenza, che si mostra alla fede. Domandi anche la purezza, custodita dalla fede… Queste sono le opere richieste dal re Messia, che abita negli uomini che costruiscono se stessi con tali opere. La fede infatti è composta di molte cose e si adorna di molti colori, perché è simile a un edificio costruito con materiali molteplici e il suo edificio si innalza fino in alto…Così è della nostra fede: il suo fondamento è la vera pietra, cioè il nostro Signore Gesù il Messia… Questo fondamento è la base di tutto l’edificio. Se uno giunge alla fede, è posato sulla roccia, cioè sul nostro Signore Gesù il Messia. E il suo edificio non sarà scosso dai flutti, né danneggiato dai venti, né vacillerà nelle tempeste, perché questo edificio si innalza sopra la roccia, il vero fondamento.

PRIMI VESPRI 

Il tema della Sapienza ricorre continuamente nelle letture di questo periodo, abbiamo letto Giobbe per tutta questa settimana nell’Ufficio delle letture, e la settimana passata il Qoèlet 

Lettura breve   Rm 11, 33-36
33. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 34. Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35. O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? (Is 40, 13; Ger 23, 18; Gb 41, 3). 36. Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen. 

UFFICIO DELLE LETTURE 

la prima lettura è dal libro di Giobbe: 28, 1-28, il responsorio scelto per questa lettura è tratto da Paolo: 

Responsorio   Cfr. 1 Cor 2, 7; 1, 30
R. Parliamo di una sapienza divina e misteriosa, rimasta nascosta, * preordinata da Dio prima dei secoli per la nostra gloria.
V. Voi siete in Cristo Gesù: per opera di Dio egli per noi è diventato sapienza,
R. preordinata da Dio prima dei secoli per la nostra gloria. 

la seconda lettura è tratta dalle « Confessioni » di Sant’Agostino, come ho già detto altra volta che ho presentato una lettura di Sant’Agostino, in lui la presenza di riferimenti a Paolo è qualcosa di più di una citazione, appare piuttosto un elemento costitutivo del suo pensiero e della sua fede, voglio rileggere le Confessioni, almeno, per il momento (tra le altre cose che devo fare) ma credo di poter confermare, dopo una miglior lettura, questa mia interpretazione; 

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 1, 1. 1 – 2. 2; 5. 5; CSEL 33, 1-5)

Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te
«Grande è il Signore e degno di ogni lode; la sua grandezza non si può misurare, la sua sapienza non ha confini» (Sal 47, 1; 95, 4; 144, 3; 146, 5). E l’uomo vuole lodarti, lui piccola parte di quanto hai creato; l’uomo che si porta attorno il suo essere mortale, l’uomo che viene accompagnato dalla testimonianza del suo peccato e dalla prova che tu resisti ai superbi. Nonostante ciò anche l’uomo, piccola parte di quanto hai creato, vuole lodarti. Tu lo spingi a trovare le sue delizie nel lodarti, perché ci hai creati per te e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te. Concedimi, o Signore, di conoscere e comprendere se prima si deve invocarti o lodarti, se prima conoscerti o invocarti. Ma chi ti può invocare se non ti conosce? Chi non conosce, non sa a chi dirigere la sua invocazione. Ma, per caso, non sarà necessario invocarti per conoscerti? «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui?». E «come potranno credere, senza averne sentito parlare?» (Rm 10, 14). «Loderanno il Signore quanti lo cercano» (Sal 21, 27); poiché, cercandolo, lo troveranno e, trovandolo, lo loderanno. Che io ti cerchi, o Signore, invocandoti; che io ti invochi ì, credendo in te, perché sei stato annunziato a noi. O Signore, è la mia fede a invocarti, quella fede che tu mi hai donato, quella fede che, mediante l’opera del tuo annunziatore, mi hai ispirato per l’umanità del tuo Figlio fatto uomo. Ma come invocherò il mio Dio, il Dio e Signore mio? Certo lo chiamerò in me stesso, quando lo invocherò. E qual posto esiste in me, in cui il mio Dio possa venire dentro di me, lui che creò il cielo e la terra? Esiste così qualcosa in me, Signore mio Dio, capace di contenerti? O forse il cielo e la terra che tu hai creato e nei quali hai creato anche me, ti possono contenere? Oppure, poiché senza di te nulla esisterebbe di quanto esiste, accade che quanto esiste ti contenga? Intanto essendo che io esisto, perché ti chiedo di venire dentro di me, io che non esisterei se tu non fossi in me? Non sono ancora sceso negli inferi, sebbene tu sia presente anche là; infatti la Scrittura attesta: «Se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 138, 8).
Dunque in non esisterei, o mio Dio, non esisterei affatto, se tu non fossi in me. Potrei esistere, se non fossi in te, dal quale, per il quale e nel quale tutto esiste? (cfr. 1 Cor 8, 6). E’ così, Signore; si, è così. Dove dunque vado a invocarti, se sono in te? Da dove tu verresti in me? Dove mi porterei, fuori dal cielo e dalla terra, perché di là venga in me il mio Dio che ha affermato: «Non riempio io il cielo e la terra?» (Ger 23, 24). Chi mi farà riposare in te? Chi mi concederà che tu venga nel mio cuore, così che io possa dimenticare i miei mali e abbracciare te, unico mio bene? Che cosa sei tu per me? Abbi misericordia, perché possa parlare. Che cosa sono io per te, perché tu mi comandi di amarti, e se non obbedisco ti adiri contro di me e mi minacci grandi sventure? E forse piccola questa stessa sventura, il non amarti? Oh, dimmi per tua misericordia, Signore mio Dio, che cosa tu sei per me. «Dimmi: Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Parla così, e io ascolterò. Ecco, il mio cuore ti ascolta, Signore; rendilo disponibile e dimmi: «Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Inseguirò il suono di questa tua parola e ti raggiungerò. Non nascondermi il tuo volto: che io muoia per non morire, per vedere il tuo volto. 

SECONDI VESPRI 

 naturalmente ogni quattro settimane per le Lodi ed i Vespri le sentenze si ripetono con i salmi, comunque le metto ugualmente perché, mentre si « cammina » nell’anno liturgico, e nella fede, la Parola di Dio è sempre nuova; 

SALMO 109, 1-5. 7   Il Messia, re e sacerdote
Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi  (1 Cor 15, 25) 

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=109

Lettura Breve   2 Cor 1, 3-4
3.  Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4.il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.

LUNEDÌ 2 GIUGNO 2008

(naturalmente le letture si ripetono ogni quattro settimane, salvo quando cambiano per una festività in giorno feriale, a me personalmente mi sembrano sempre nuove, cambia il tempo liturgico, cambia il cammino personale della fede)

LODI

Lettura Breve 2 Ts 3, 10b-13
10b. Chi non vuol lavorare neppure mangi. 11. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene.

VESPRI

Lettura breve Col 1, 9b-11
9b. Abbiate una piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10. perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11. rafforzandovi con ogni energia secondo la sua gloriosa potenza, per poter essere forti e pazienti in tutto.

MARTEDÌ 3 GIUGNO 2008

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ
Ss. CARLO LWANGA E COMPAGNI MARTIRI (m)

LODI

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
3. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4. il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

MERCOLEDÌ 4 GIUGNO 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 2 Tm 1, 1-3. 6-12
1. Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, 2. al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 3. Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno. 6. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. 7. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. 8. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. 9. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10. ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, 11. del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro. 12. E’ questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato. 

COMMENTO ALLA MESSA DEL GIORNO DEL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/04/2008#

« Sant’Anastasio d’Antiochia, monaco poi patriarca d’Antiochia 549-570 e 593-599
Discorso 5, sulla Risurrezione di Cristo ; PG 89, 1358

« Non è un Dio dei morti ma dei viventi »

«Per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi». Perciò i morti sui quali domina colui che è risorto, non sono più morti, ma viventi; e domina su di loro la vita proprio perché vivano, senza temere più la morte, come «Cristo, risuscitato dai morti, non muore più» (Rm 6,9). Così risuscitati e liberati dalla corruzione, non vedranno più la morte, ma parteciperanno alla risurrezione di Cristo, come Cristo fu partecipe della loro morte. Non per altro motivo infatti egli discese sulla terra, incatenata da antiche catene, se non per «infrangere le porte di bronzo e spezzare le sbarre di ferro» (Is 45,2) della morte e per trarre a sé dalla corruzione la nostra vita, donandoci la libertà al posto della schiavitù.

Se non appare ancora ultimata l’opera di questo disegno divino (gli uomini infatti continuano a morire e i corpi si dissolvono nella morte), il fatto non deve certo per questo diventare motivo di diffidenza. Già in anticipo infatti abbiamo acquisito un pegno di tutti i beni futuri, mediante le primizie con le quali siamo già stati innalzati al cielo e ci siamo seduti con colui che ci ha portati in alto con sé, come dice san Paolo: «Con lui ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Raggiungeremo il compimento quando verrà il tempo prestabilito dal Padre, quando avremo lasciato l’infanzia e arriveremo allo stato di uomo perfetto. Così piacque al Padre dei secoli, perché fosse stabile il dono concesso… L’apostolo Paolo inoltre dice che questo fatto, a lui ben noto, si sarebbe avverato per tutto il genere umano per mezzo di Cristo, «il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21)… Cristo è risorto con un corpo spirituale, il quale non è altro che il «corpo seminato ignobile» (1 Cor 15,43), ma mutato poi in glorioso. Egli avendo portato al Padre le primizie della nostra natura, condurrà a lui anche tutto l’universo; lo ha promesso quando ha detto: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). »

UFFICIO DELLE LETTURE

responsorio alla prima lettura: Giobbe 32, 1-6; 33, 1-22

Responsorio Cfr. Rm 11, 33-34
R. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! * Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
V. Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?
R. Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!

citazioni da: 1 Ts 2, 7 volgata; Tt 2, 15;

Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 23, 23-24; PL 76, 265-266)

La vera scienza rifugge dalla superbia
«Ascolta, Giobbe, i miei discorsi, ad ogni mia parola porgi l’orecchio» (Gb 33, 1). L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di proprio, che esse non sanno esporre con umiltà quello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono, non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembra vogliano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi.
Ben a ragione, dunque, il Signore dice a costoro per bocca del profeta: «Li avete guidati con crudeltà e violenza» (Ez 34, 4). Comandano con durezza e violenza coloro che si danno premura non di correggere i loro sudditi, ragionando serenamente, ma di piegarli con imposizioni e ordini perentori.
Invece la vera scienza fugge di proposito con tanta più sollecitudine il vizio dell’orgoglio, quanto più energicamente perseguita con le frecciate delle sue parole lo stesso maestro della superbia. La vera scienza si guarda dal rendere omaggio con l’alterigia della vita a colui che vuole scacciare con i sacri discorsi dal cuore degli ascoltatori. Al contrario, con le parole e con la vita si sforza d’inculcare l’umiltà, che è la maestra e la madre di tutte le virtù, e la predica ai discepoli della verità più con l’esempio che con le parole.
Perciò Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, quasi dimenticando la grandezza della sua dignità di apostolo, dice: «Ci siamo fatti bambini in mezzo a voi» (1 Ts 2, 7 volgata). Così l’apostolo Pietro raccomanda: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» e ammonisce che nell’insegnare vanno osservate certe regole, e soggiunge: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, e con una retta coscienza» (1 Pt 3, 15-16).
Quando poi Paolo dice al suo discepolo: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità» (Tt 2, 15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Si insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla molto più dell’elevatezza del discorso. Anche del Signore è scritto: «Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7, 29). Egli solo parlò con vera autorità in modo tanto singolare ed eminente, perché non commise mai, per debolezza, nessuna azione malvagia. Ebbe dalla potenza della divinità ciò che diede a noi attraverso l’innocenza della sua umanità.

GIOVEDÌ 5 GIUGNO 2008

SAN BONIFACIO (m) 
Vescovo e martire

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   2 Tm 2, 8-15
8. Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9. a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10. Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12. se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; 13. se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. 14. Richiama alla memoria queste cose, scongiurandoli davanti a Dio di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta. 15. Sfòrzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità.

comune dei martiri con salmodia dal giorno del salterio

UFFICIO DELLE LETTURE

responsorio alla seconda lettura:

Responsorio 1 Ts 2, 8; Gal 4, 19
R. Per il grande affetto che vi porto, vi avrei dato non solo il vangelo di Dio, ma la mia stessa vita: * siete diventati per me figli carissimi, alleluia.
V. Per voi soffro le doglie del parto, finché non sia formato Cristo in voi:
R. siete diventati per me figli carissimi, alleluia.

LODI 

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
3. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4. il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

VENERDÌ 6 GIUGNO 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 2 Tm 3, 10-16
10. Carissimo, tu mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, 11. nelle persecuzioni, nelle sofferenze, come quelle che incontrai ad Antiòchia, a Icònio e a Listri. Tu sai bene quali persecuzioni ho sofferto. Eppure il Signore mi ha liberato da tutte. 12. Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13. Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannatori e ingannàti nello stesso tempo. 14. Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso 15. e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. 16. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. 

commento del sito francese EAQ alla messa di oggi:

citazioni: 1 Tm 2,5; 1Cor 1,24:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/06/2008#

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 1 per la Natività del Signore

Figlio di Davide e Signore dei signori

E’ scelta una vergine regale, appartenente alla famiglia di David, che, destinata a portare in seno tale santa prole, concepisce il figlio, Uomo-Dio… Dunque il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio, che « era in principio presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale neppure una delle cose create è stata fatta » (Gv 1,1-3), per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere la nostra umile condizione senza diminuire la sua maestà. E’ rimasto quel che era e ha preso ciò che non era, unendo la reale natura di servo a quella natura per la quale è uguale al Padre. Ha congiunto ambedue le nature in modo tale che la glorificazione non ha assorbito la natura inferiore, né l’assunzione ha sminuito la natura superiore.

Perciò le proprietà dell’una e dell’altra natura sono rimaste integre, benché convergano in una unica persona. In questa maniera l’umiltà viene accolta dalla maestà, la debolezza dalla potenza, la mortalità dall’eternità. Per pagare il debito, proprio della nostra condizione, la natura inviolabile si è unita alla natura che è soggetta ai patimenti, il vero Dio si è congiunto in modo armonioso al vero uomo. Or questo era necessario alle nostre infermità, perché avvenisse che l’unico e identico «Mediatore di Dio e degli uomini» (1 Tm 2,5) da una parte potesse morire e dall’altra potesse risorgere….

Tale natività, dilettissimi, si addiceva a Cristo, « virtù di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1,24); con essa egli è uguale a noi quanto all’umanità, è superiore a noi quanto alla divinità. Se non fosse vero Dio non porterebbe la salvezza, se non fosse vero uomo non ci sarebbe di esempio.

alla messa oggi, per il primo venerdì del mese, il sacerdote ha fatto la « messa votiva » del Sacro Cuore ed ha citato l’Angelus del Papa di domenica scorsa:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_ang_20080601_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1 giugno 2008

Cari fratelli e sorelle,

nell’odierna domenica, che coincide con l’inizio di giugno, mi piace ricordare che questo mese è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la « buona novella » dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. E venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacro Cuore di Gesù, terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare. Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno. Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12). E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.

Ogni persona ha bisogno di un « centro » della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo. Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo, valorizzando anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa.

Accanto al Sacro Cuore di Gesù, la liturgia ci invita a venerare il Cuore Immacolato di Maria. Affidiamoci sempre a Lei con grande confidenza. Vorrei invocare la materna intercessione della Vergine ancora una volta per le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali, e per quanti attraversano le tante situazioni di dolore, di malattia e di miseria materiale e spirituale che segnano il cammino dell’umanità.

LODI

Lettura Breve Ef 4, 29-32
Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. 
Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

VESPRI

Lettura breve Rm 15, 1-3
Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me (Sal 68, 10).

STUDI SU: « IL DIALOGO CRISTIANO-EBRAICO » – « È LA RADICE CHE PORTA TE » (RM 11,18)

dal sito:

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/dialogue/CristianoEbraico.html

IL DIALOGO CRISTIANO-EBRAICO

Contributo pubblicato in: Studi Ecumenici, n. 2, 2002.

Appunti su 50 anni di storia

‘E’ la radice che porta te’
(Rm 11,18)

Giorgio Vigna
Docente di Esegesi del Nuovo Testamento – Commissario di Terra Santa

1. Alcune tappe del dialogo dal 1945
2. Il dialogo cristiano-ebraico
3. Il dialogo: donazione e accoglienza

Uno dei tratti più tragici della storia del XX secolo è stato la persecuzione antiebraica. iniziata pretestuosamente la « notte dei cristalli » del 9 novembre 1938, e messa a punto dalla Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942) « per preparare la soluzione finale della questione ebraica ».1 Consumata con la sistematicità e i mezzi che sappiamo, segnerà per sempre la coscienza umana e religiosa delle future generazioni. Davanti alla shoah, grida e silenzi rimarranno nella memoria degli Ebrei e dei Cristiani, una memoria che non potrà mai essere identica per i due popoli. Ma Ebrei e Cristiani si ritrovano uniti davanti alla domanda: « Dio dove era? ». Le risposte non sono e non saranno che balbettii…

La shoah è una forza provocante e inquietante. Perciò non può allontanarsi dalla memoria di chiunque ami il coraggio dell’utopia di un mondo mai sufficientemente umano. Per noi Cristiani si tratta anche di una vera e propria teshuvah per imparare a leggere il passato, amare e pensare il presente sociale, politico, religioso e teologico occhi e cuore purificati.

« La storia delle relazioni tra Ebrei e Cristiani è una storia tormentata. Lo ha riconosciuto anche il santo padre Giovanni Paolo II nei suoi ripetuti appelli ai Cattolici a considerare il nostro atteggiamento nei confronti delle relazioni con il popolo ebraico »2.

Il dialogo cristiano-ebraico è un dovere urgente, affascinante e spinoso ad un tempo. Queste pagine raccolgono appunti radunati sotto tre titoli. Innanzitutto si percorrono rapidamente alcune tappe del dialogo cristiano-ebraico dal dopoguerra ad oggi. Il lettore troverà a piè di pagina una piccola quantità di riferimenti bibliografici; senza alcuna pretesa di completezza, sono una semplice indicazione per quanti vorranno riprendere i testi emanati dai vari organismi in questi ultimi sessant’anni. La seconda parte, Il dialogo cristiano-ebraico, accenna ad alcuni temi, e alle loro conseguenti problematiche, che possono costituire l’oggetto del dialogo tra le due fedi e sui quali già sono state avviate discussioni. Infine, Il dialogo: donazione e accoglienza offre una breve descrizione delle condizioni e delle finalità dell’incontro di due interlocutori che intendono raggiungere una conoscenza e un riconoscimento reciproci.

1. Alcune tappe del dialogo dal 1945

Dopo la Grande Guerra nascono Consigli e Associazioni di amicizia ebraico-cristiana che avviano un tempo assolutamente nuovo di riavvicinamento reciproco e cercano faticosamente vie di mutua conoscenza, trovandosi spesso insieme nella lotta contro l’antisemitismo.3 Molti documenti testimoniano la volontà cristiana di guardare all’Ebraismo con occhi nuovi.4

Ricordo innanzitutto l’appello consegnato alle Chiese dall’International Council of Christians and Jews nei Dieci punti di Seelisberg (Ginevra, 1947).5 Questo documento è il punto di partenza del cammino di dialogo cristiano-ebraico ormai senza ritorno ed è anche il riferimento ispirazionale di successive dichiarazioni comuni e di varie confessioni cristiane.

Infatti non pochi tratti si ritroveranno nel n. 4 della Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965) del Concilio Ecumenico Vaticano II.6 Finalmente, e in termini inequivocabili, vi viene espresso il desiderio di apertura accogliente all’Ebraismo, dopo secoli di condanne, incomprensioni e azioni repressive:

« Questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro [Cristiani ed Ebrei] la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo ».

E’ stata la grande svolta della Chiesa cattolica.

Sulla base dei Dieci punti, il Consiglio Ecumenico delle Chiese interverrà più volte denunciando l’antisemitismo nelle Assemblee generali di Amsterdam (1948), di Evanston (1954) e di New Delhi (1961).7

Per quanto concerne la Chiesa cattolica, dopo la Dichiarazione Nostra aetate sono stati emessi pochi ma significativi documenti e discorsi ufficiali: Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate (1° dicembre 1974), della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo8; Un fraterno dialogo fra Cristiani ed Ebrei a vantaggio dell’umanità (12 marzo 1979)9 e Una catechesi oggettiva sugli Ebrei e sull’Ebraismo (6 marzo 1982)10, di Giovanni Paolo II; Ebrei ed Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Sussidi per una corretta presentazione (24 giugno 1985), della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo11; Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah (16 marzo 1998), della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo.12

Data la sua rilevanza ai fini della riflessione teologica, è opportuno segnalare qui il discorso che Giovanni Paolo II rivolse ad esponenti della comunità ebraica a Magonza (17 novembre 1980).13 Nell’occasione, il papa richiama due dimensioni del dialogo.

« La prima dimensione di questo dialogo, cioè dell’incontro tra il popolo di Dio dell’Antico Testamento, da Dio mai denunziato (cfr. Rm 11,29) e quello del Nuovo Testamento, è allo stesso tempo un dialogo all’interno della nostra Chiesa. (…) Una seconda dimensione del nostro dialogo — la vera e la centrale — è l’incontro tra le odierne Chiese cristiane e l’odierno popolo dell’alleanza conclusa con Mosè« .

E’ facile rendersi conto che riconoscere l’attuale permanenza del popolo dell’alleanza sinaitica è intanto « un atto dovuto » dalla correttezza teologica, date le premesse paoline (Rm 11). Non solo: lo stesso « atto dovuto » costituisce un’apertura su di una serie di conseguenze enormi nel ripensare l’Ebraismo, conseguenze sinceramente impegnative, che esigono un onesto impegno intellettuale da parte cristiana.

Nel frattempo l’International Catholic-Jewish Liaison Commitee (ILC)14 inizia i suoi lavori con l’Assemblea di Parigi (1971); rilascerà poi la Dichiarazione sull’Antisemitismo nell’Assemblea di Praga (1990)15 seguita dalla Raccomandazione sulla educazione nei seminari e nelle scuole di teologia cattolici ed ebraici (New York, 2001).16

Numerosi sono stati, particolarmente in questi ultimi anni, gli interventi di vari episcopati cattolici regionali e di vari organismi protestanti.17

Un fenomeno interessante si è verificato lo scorso anno negli Stati Uniti: di propria iniziativa, un gruppo di intellettuali ebrei ha firmato una dichiarazione che intende « offrire otto brevi affermazioni sulle modalità con cui Ebrei e Cristiani potrebbero intessere il loro rapporto ».18 La risposta dell’episcopato americano non si è fatta attendere. Oltre ad esprimere vivo apprezzamento per l’iniziativa, i vescovi invitano i Cattolici degli Stati Uniti « a leggere il documento con attenzione, rispetto e amore » nella « speranza che esso venga adottato come base per colloqui in corso fra parrocchie e sinagoghe in tutto il Paese ».19

Non si possono poi tacere due avvenimenti che in se stessi sono più eloquenti delle parole pronunciate: le visite del papa Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma (13 aprile 1986) e in Israele (2000). L’abbraccio del papa con il rabbino capo Elio Toaff e la sua presenza in Terra di Israele sono simboli di un desiderio di riconciliazione e di una volontà di teshuvah che non saranno dimenticati né dai Cattolici né dagli Ebrei. A Roma, il papa ha affermato il privilegiato rapporto intrinseco ed unico esistente tra il Cristianesimo e l’Ebraismo:

« La religione ebraica non ci è « estrinseca », ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori ».20

L’affermazione è chiara. Eppure stupisce che ancora si faccia fatica, nel parlare comune e nei documenti, a considerare i rapporti dei Cristiani con l’Ebraismo in maniera diversa dai rapporti con tutte le religioni non cristiane… Per la verità, dobbiamo notare che la Congregazione per il Clero nel Direttorio generale per la catechesi dedica un paragrafo alla « Catechesi in relazione all’Ebraismo » ed un altro alla « Catechesi nel contesto di altre religioni ».21

Quanto alla visita del papa in Israele, basti citare il significativo commento del rabbino Michael Melchior:

« [Quando il papa ha toccato il Muro occidentale] è stato come se una porta, chiusa per così tanti secoli, cominciasse ad aprirsi alla riconciliazione e alla pace tra Cristiani ed Ebrei ».22

Il breve excursus storico può terminare con uno sguardo ecumenico. La versione definitiva della Charta oecumenica — approvata lo scorso 22 aprile dall’Assemblea generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e della Conferenza delle Chiese Europee a Strasburgo — dedica il n. 10 alla « comunione con l’Ebraismo ». Vale la pena rileggere il testo, che offre un sintetico richiamo dei punti nodali circa le prese di posizione nella storia e dell’impegno di lavoro:

« Una speciale comunione ci lega al popolo di Israele, con il quale Dio ha stipulato un’eterna alleanza. Sappiamo nella fede che le nostre sorelle e i nostri fratelli ebrei ´sono amati (da Dio), a causa dei Padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!ª (Rm 11,28-29). Essi posseggono ´l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…ª (Rm 9,4-5). Noi deploriamo e condanniamo tutte le manifestazioni di antisemitismo, i ´pogromª, le persecuzioni. Per l’antigiudaismo in ambito cristiano chiediamo a Dio il perdono e alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ebrei il dono della riconciliazione. E’ urgente e necessario far prendere coscienza, nell’annuncio e nell’insegnamento, nella dottrina e nella vita delle nostre Chiese, del profondo legame esistente tra la fede cristiana e l’Ebraismo, e sostenere la collaborazione tra Cristiani ed Ebrei »23.

Alcune osservazioni finali.

I dieci punti di Seelisberg sono nati con l’intento di attirare l’attenzione sul pericolo della sopravvivenza dell’antisemitismo. Tuttavia le quattro « insistenze » positive (« Ricordare… ») e le sei negative (« Evitare… »), insieme ai tre « suggerimenti » finali indirizzate alle Chiese, avviano indubbiamente le ricerche, le iniziative e le mentalità che hanno già dato i frutti della stagione nuova. Le Chiese e l’Ebraismo oggi non presentano più le stesse rigidità comportamentali e di pensiero che hanno tormentato secoli di storia. Alle Chiese rimane però ancora un lungo cammino di teshuvah nel quale dobbiamo avventurarci con coraggio e speranza. I motivi per avere coraggio e per sperare non poggiano solo sui confortanti dati della storia recente del dialogo, ma anche, ed in primo luogo, sul « Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe », che è un « Dio della vita » (Es 3,6 e Mc 12,26).

La Charta oecumenica non è stata firmata dal Consiglio Ecumenico delle Chiese24, né dalla Santa Sede. Pur non essendo l’espressione di tutte le Chiese di tutto il mondo, il documento manifesta l’opinione e la volontà d’impegno di 34 Conferenze Episcopali e di circa 120 Chiese d’Europa, perciò la sua portata è tutt’altro che trascurabile. Ai fini del dialogo cristiano-ebraico, non si può ignorare quanto detto nel già citato n. 10. E’ probabile che sia maturo il tempo di compiere uno studio sistematico dei documenti che sono stati emanati dal 1947 al 2001, così da ottenere una prima puntualizzazione del cammino compiuto dai Cristiani e dalle diverse Chiese cristiane.

2. Il dialogo cristiano-ebraico

Prima di entrare nel merito, solleviamo una questione di fondo: il dialogo tra le due fedi può svolgersi su piani di parità, così come si svolge tra Chiese diverse? La domanda può essere rilanciata in forma più radicale, come ebbe occasione di sostenere Paolo De Benedetti: il dialogo può essere paritario, o non piuttosto sarà sempre sbilanciato, dal momento che i Cristiani hanno bisogno degli Ebrei, mentre gli Ebrei non hanno bisogno dei Cristiani?

Si impone subito un distinguo: se gli Ebrei non hanno bisogno dei Cristiani per comprendersi, questo può essere vero solo sul piano teologico e limitatamente ai fini della comprensione dell’Ebraismo biblico. Non pare ozioso tuttavia chiedersi se il Cristianesimo sia del tutto inutile per la comprensione dell’Ebraismo post-biblico; mi sia perciò concesso il dubbio in proposito. In altri termini, la domanda è la seguente: è possibile che l’Ebraismo nella sua storia post-biblica sia stato in qualche modo influenzato dal Cristianesimo?

Sul piano storico, invece, se si riconosce che Gesù e il movimento da lui originato sono nati nell’Ebraismo e da esso non intendevano staccarsi, allora gli Ebrei non possono trascurare questo « fenomeno giudaico » messianico e apocalittico che l’Ebraismo del I secolo e.v. ha espresso, con cui ha vissuto, ha discusso e non sempre polemicamente né per puro antagonismo.25

Per quanto concerne i Cristiani, sono le loro origini a rendere quantomeno necessario il dialogo. Tuttavia riconoscere l’origine ebraica del Cristianesimo comporta sia una rilettura della storia delle sue origini sia una revisione del contenuto della sua teologia.26 Le conseguenze dunque sono molteplici e irte di difficoltà. Il lavoro è iniziato da poco ma deve essere proseguito dagli storici, dai biblisti e dai teologi.

Gli studi della storia del Cristianesimo del I sec. e.v. non sono ancora giunti ad una sintesi. Infatti siamo ancora nel pieno del dibattito sul problema del legame tra il giudeo-cristianesimo e i « giudaismi » contemporanei.27 Per quanto la teologia cristiana abbia poco rivisitato la cristologia, l’ecclesiologia, la soteriologia ecc., non sono pochi i risultati messi a disposizione dei lettori. Indico solo alcuni esempi.

Riguardo alla persona di Gesù di Nazaret: è stato riconosciuto ciò che per secoli è stato dimenticato, la sua ebraicità.28 Ma questa non è che una sorta di premessa, dalla quale devono essere tratte le conseguenze. E’ necessario mostrare non solo come Gesù si relazioni con i « Giudaismi » del tempo, ma anche come la sua predicazione, i suoi gesti, le sue chiamate siano o non siano in continuità con la Tradizione.29

Se è relativamente facile « rileggere » Gesù nel contesto giudaico del tempo, l’impresa si fa assai più problematica nel caso di Paolo di Tarso.30 Intanto non sarebbe male se si evitasse di parlare della sua « conversione », parola che, applicata a Paolo, continua ad essere quantomeno ambigua. E’ vero che nel NT la « conversione » ha spesso come soggetto i Giudei (Mt 3,2; 12,41; Lc 1,16; At 2,38; 3,19 ecc.); ma è anche vero che Paolo, riferendosi all’evento di Damasco, usa un vocabolario differenziato (Gal 1,16; 1Cor 9,1; 15,8; Fil 3,12), riservando il concetto di conversione a soggetti di origine gentile (1Ts 1,9; 2Cor 12,21; Gal 4,9). Mantenere la distinzione paolina nell’uso delle parole aiuterebbe a superare l’equivoco latente, secondo il quale il Dio dei Cristiani è « altro » dal Dio dei Giudei, non è il comune Dio dei patriarchi e delle promesse. Pertanto è bene ricordare che Paolo si è convertito solo nel senso che — a seguito della « rivelazione di Gesù Cristo » (cfr. Gal 1,16) — ha operato il passaggio da un movimento giudaico ad un altro.31 Mi piace riportare le osservazioni di A. Chouraqui:

« Paolo è un polemista nato, sia che si batta nel campo dei farisei, sia che, dopo la sua conversione, porti la parola del Messia Jeshua’ fino alle estremità del mondo. Il suo conflitto personale trova una soluzione soltanto nella fede assoluta in Jeshua’ il messia, questo Gesù Cristo che egli annunzia alle nazioni. In lui, non c’è più giudeo né greco, né uomo né donna, né libero né schiavo, né ricco né povero. Tutto in lui, è uno, per il miracolo dell’amore crocifisso di cui Jeshua’ rappresenta la perfetta incarnazione. Questa certezza, follia agli occhi del mondo, gli fa scoprire la sorgente di ogni pace e di ogni gioia in una illuminazione che è quella del messia, salvatore attuale e potenziale dell’intera umanità. Questa certezza è liberatrice: ´Tutto posso in colui che mi dà forzaª (Fil 4,13) ».

E ancora:

« Seguire Jeshua’ ben Josef proclamandolo messia non implica per Paolo una rottura con l’Ebraismo. (…) Ogni partito, ogni setta, ogni capo politico o religioso, sospinto dalla tragica situazione, è convinto di essere il solo a detenere le chiavi della sopravvivenza della nazione. Da qui l’accanimento dei conflitti intestini che non oppongono gli « Ebrei » ai « Cristiani », ma, all’interno della casa di Israele, i Cristiani ai Farisei o ai Sadducei o agli Erodiani, e questi tra di loro, in uno scontro generazionale che non risparmia nessuno ».32

Venendo a questioni di sostanza, il primo grande nodo — tra i tanti — da sciogliere è costituito dalle argomentazioni davvero complesse e dure di Paolo relative alla Torah. Secondo la lettura tradizionale delle lettere ai Galati e ai Romani e soprattutto secondo una certa interpretazione di Rm 10,4 (« il termine [sic!] della legge è Cristo », nella traduzione della C.E.I.33) Paolo avrebbe pronunciato il « giudizio finale » negativo della Torah. Proprio per questa ragione anche da parte ebraica i giudizi negativi su Paolo non mancano.34 Pertanto il senso comune conserva tuttora, nonostante le nuove prospettive indicate in particolare da E.P. Sanders35, H. Räisänen36 e J.D.G. Dunn37, l’idea sommaria secondo la quale « il tempo della legge » è definitivamente chiuso e con esso il tempo della religione legalistica. Non essendo questo il momento di esaminare i passi controversi,38 mi limito a ricordare che è a partire dalla cristologia con le sue implicanze soteriologiche e missiologiche che Paolo muove uno sguardo retrospettivo alla Tradizione dei Padri e non viceversa:

« Il momento rivelatore, grazie al quale Paolo legge la storia, è costituito dalla sua stessa missione di apostolo dei Gentili, dal momento in cui Dio gli aveva rivelato il proprio Figlio (Gal, 1,16) ».39

Un secondo nodo non meno facile da affrontare è il ruolo che Paolo attribuisce a Israele nei cc. 9-11 della lettera ai Romani, una sezione che — come ha fatto giustamente rilevare J.N. Aletti40 — mette in causa non solo Israele, ma Dio stesso, e la cui interpretazione errata è stata alle origini della « teoria della sostituzione » di Israele.

Vi sono altre tematiche di studio su cui in primo luogo i Cristiani devono impegnarsi. Ne accenniamo alcune.

Il concetto di alleanza è denso di implicanze, puntualmente sintetizzate da Norbert Lohfink in un suo importante contributo:

« La questione non è tanto che cosa significhino precisamente le parole ebraiche o greche che noi traduciamo con ‘alleanza’, ma come la storia della rivelazione e della salvezza, designata da tale parola, si sia svolta e con quale gruppo concreto sia ora da identificare il ‘popolo’ attraverso cui Dio muove la storia. Poiché quindi il Cristianesimo e l’Ebraismo costituiscono di fatto due diverse pretese di essere il luogo dell »alleanza’, tutto il problema si concretizza nella questione di come queste due pretese debbano essere giudicate e di come si rapportino l’una all’altra ».41

Queste poche parole sono sufficienti per mostrare che l’ »alleanza » è un ‘luogo teologico’ nel quale sono messi in gioco i ripensamenti della soteriologia e dell’ecclesiologia o, in altri termini, il concetto stesso di « popolo di Dio ». Quando il papa a Magonza ha parlato dell’ »incontro tra il popolo di Dio dell’antica, ma mai revocata alleanza, e quello della nuova alleanza », ha implicitamente affermato che il popolo ebraico di oggi è popolo di Dio. Infatti, i Sussidi scrivono chiaramente: « esso [Israele] resta il popolo prescelto ».42 Tuttavia anche la Chiesa si autodefinisce popolo (di Dio) (cfr. At 15,14; 18,10; Rm 9,24; 1Pt 2,9-10): ne consegue per la Chiesa la necessità di ripensare la propria identità di popolo di Dio, identità che non può annullare quella del popolo ebraico.43 A questo proposito, si deve notare che il Catechismo della Chiesa Cattolica44 non presenta mai una chiara teologia sostituzionista. Tuttavia « il rapporto della Chiesa con il popolo ebraico » è collocato all’inizio del capitoletto dedicato a « La Chiesa e i non cristiani » e introdotto con la breve frase « Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi sono ordinati al popolo di Dio » (citazione di Lumen gentium 16). Il contenuto dei due paragrafi (nn. 839-840) sembra piuttosto incerto: nonostante il richiamo ai passi decisivi di Rm 9,4-5 e 11,29 sulla permanenza delle prerogative di Israele, si parla senza specificazioni del ‘legame con gli Ebrei’, ‘popolo di Dio dell’Antica Alleanza’, con la Chiesa ‘popolo di Dio della Nuova Alleanza’. Pare più esplicito il Catechismo degli adulti per le Chiese in Italia45, che afferma l’inesistenza della « sostituzione »:

« L’idea di un « nuovo » popolo di Dio non ha alcun rilievo negli scritti del Nuovo Testamento. Non c’è la sostituzione di Israele, ma il suo perfezionamento: Dio non ricomincia daccapo, va avanti » (n. 435).

Si riconosce poi la permanenza di Israele in quanto popolo di Dio e il suo ruolo nella storia di oggi:

« Gli Ebrei, intimamente solidali con la comunità cristiana, rimangono il popolo di Dio. Congiunti pertanto al mistero della Chiesa, che ha la pienezza dei mezzi della salvezza, cooperano anch’essi all’edificazione del regno di Dio; svolgono ‘un servizio all’umanità intera’. Non si può parlare di due vie parallele di salvezza neppure di sostituzione di una con l’altra » (n. 443).

Insomma, non si può ignorare che la ridefinizione della propria identità porta a riconsiderare il significato soteriologico di Gesù, Cristo e Signore, e della Chiesa stessa.

Infine la questione del rapporto tra i due Testamenti. Come scrive provocatoriamente E. Zenger, devono « cambiare i paradigmi nell’approccio all’Antico Testamento ». Il biblista cattolico domanda:

« Che cosa significa per la Chiesa che, in questa componente della Bibbia, gli Ebrei incontrano il Dio dell’alleanza in modo pienamente valido e indipendentemente dalla confessione di fede in Gesù, il Cristo? Che cosa significa che Ebrei e Cristiani condividono queste ‘Sacre Scritture’? Ma leggono propriamente le stesse ‘Scritture’? E’ davvero possibile un approccio genuinamente cristiano al cosiddetto Antico testamento, un modo di accostarvisi che lo rispetti nel suo carattere di ‘Bibbia ebraica’ ed al tempo stesso ponga la Sacra Scrittura cristiana al centro della propria vita? ».46

Le linee di risposta alle domande conducono al riconoscimento pieno e autonomo della portata teologica dell’Antico Testamento47, senza negare l’unità di contenuti tra i due Testamenti. Appare allora inevitabile abbandonare la tradizionale concezione cristiana che affida all’Antico Testamento la funzione semplicemente « preparatoria » al Nuovo48, e che impone al primo solo e sempre un’interpretazione tipologica o cristologica.49

Scrive ancora E. Zenger:

« Se il Primo e il Secondo Testamento hanno un ‘centro’ questo non potrà essere che JHWH, il Dio che salva e giudica in ‘contesti di vita’ sempre nuovi. In ultima analisi, anche il Nuovo Testamento, nella sua complessità, non è ‘cristocentrico’ ma ‘teocentrico’ ».50

Concludendo questa terza tappa di riflessione, desidero far notare che i grandi nodi teologici, almeno quelli che abbiamo considerato, sono stati sollevati in un tempo abbastanza recente. Molto rimane da studiare e pregare, e tanta polvere deve scendere, in attesa che si faccia chiarezza dell’immagine e del patrimonio cristiani. Lo svolgimento di tanto lavoro non può che avvenire all’interno del dialogo, in quanto donazione e accoglienza, con coloro che sono la nostra radice (cfr. Rm 11,18).

Noi Cristiani, mentre riconosciamo con onestà e umiltà che abbiamo bisogno degli Ebrei, chiediamo a loro di essere aperti e disponibili ad accompagnarci nella fatica, poiché

« Davanti a Dio entrambi, Ebreo e Cristiano, sono operai impegnati nella stessa opera. Egli non può rinunciare a nessuno dei due. In tutti i tempi egli ha creato ostilità fra i due, stringendoli però sempre con vincoli strettissimi ».51

Le parole del cardinale E. Cassidy bene riassumono lo scopo del dialogo cristiano-ebraico e ci portano al termine del nostro percorso:

« Quando noi Cattolici parliamo di dialogo teologico con gli Ebrei o con altre religioni, assolutamente non pensiamo a questo dialogo in termini di conduzione alla conversione o alla rinuncia. (…) Quando parlo di dialogo teologico con rappresentanti ebrei non parlo di unità della fede ma di un dialogo che permette ai dialoganti di comprendersi e accettarsi reciprocamente come sono, così che possano essere ciò che Dio vuole che siano nella società di oggi, nonostante le fondamentali differenze ».52

3. Il dialogo: donazione e accoglienza

Dialogare è un’arte ed una virtù. Richiede una sorta di sensibilità naturale, ma anche un lavoro su di sé. Quando poi il dialogo è un’attività di credenti, allora il lavoro su di sé presuppone il rimando a ciò che lo precede e lo accompagna: la domanda della sapienza amorosa, perché la ricerca del vero e del bello non sia mai disgiunto dall’amore illuminante. Non si nasce dialoganti: al dialogo ci educhiamo, lasciandoci anche istruire da Dio (theodidaktoi; cfr. 1Ts 4,9). Se « traffichiamo » i doni intellettuali e dell’esperienza, ci teniamo lontani dall’illusione di aver imparato abbastanza.

Siccome per dialogare bisogna essere almeno in due, si impone la considerazione dell’altro. Questi non sempre è disponibile o capace o interessato o educato a dialogare. Perciò altre virtù devono intervenire nel dialogante affinché l’altro non sia squalificato né si senta giudicato agli occhi nostri per la sua diversità di opinioni o di sentimenti.

Il dialogo dunque si costruisce: ciascuno porta la propria arte, le proprie virtù e la coscienza dei propri limiti; ciascuna parte mette a disposizione il proprio patrimonio e si apre per accogliere l’altra.

Poste queste premesse di ordine generale e di principio, riprendiamo alcune caratteristiche del dialogo.53

La curiosità o filom£qeia. Così intesa è una forza che spinge a cercare. In quanto desiderio amoroso, dispone gli occhi della mente a cercare con limpidità intellettuale e morale l’oggetto nella sua luminosità, purificandolo dalle impurità che lo rendono opaco e brutto. Cercare significa porre domande e lasciarsi interrogare, ben sapendo che ogni domanda rimanda ad un’altra. In quanto amore desiderante, non rende mai sazio colui che cerca, anzi mantiene vivo il desiderio, impedisce l’appropriazione dell’oggetto e suscita ammirazione per l’orizzonte che via via si va allargando.

La coscienza riflessa della propria identità. Il dialogo, particolarmente quando tocca dimensioni interiori ed esistenziali, mette in gioco tutta la persona. Se l’interlocutore non conosce se stesso e non ha fatto chiarezza del proprio patrimonio e della propria esperienza il dialogo non avviene. La confusione del suo pensiero e del suo vissuto si estende fino a regnare sovrana. Invece la diversità resa possibile dalla propria identità e dalla fedeltà ad essa, trasforma i dialoganti in « alterità », una dimensione da cui partire per avventurarsi nella ricerca. L’identità ovviamente richiede la verifica costante e il radicamento solido delle convinzioni, dei fondamenti storici, filosofici, teologici ai quali si è consegnata la propria vita.

La verità che ha permesso la descrizione della propria identità è la stessa che conduce alla confessione della propria fede. La confessione è un atto di rispetto della propria fede, ma presuppone l’accoglienza altrettanto rispettosa della fede dell’altro. Quando la confessione è libera e rispettosa, l’oggetto del dialogo si fa luminoso ed illuminante: i dialoganti « vedono » i valori, i nodi e i limiti del patrimonio in causa e da essi sono guidati.

La finalità del dialogo si trova — forse paradossalmente e primariamente — in continuità con quanto detto sopra: la rinnovata identità del dialogante affiora anche dallo specchiarsi nell’interlocutore che ne riflette l’immagine. L’identità allora rende possibile il dialogo e da questi è resa possibile. In questo circolo senza fine si raggiunge allora la conoscenza dell’altro che si manifesta e al quale ci si manifesta. Avviene una sorta di reciproca ri-conoscenza. Nell’interrogare e nell’interrogarsi si comprendono le ragioni della fede dell’altro, i percorsi della sua storia, le fatiche e le gioie, i fallimenti e le speranze che si rincorrono nel suo cuore e nella sua mente. Io finalmente posso comprendere l’altro a partire dall’altro, e non da ciò che penso che lui pensi, da ciò che so che lui sa.54

Incominciare dalla tolleranza? Si pensa, a ragione, che la tolleranza sia la condizione primaria di qualsiasi dialogo, poiché essa è riconoscere all’altro almeno il diritto di esistere e di esprimersi. Tuttavia dobbiamo ammettere che un simile riconoscimento è una meta decisamente minimalista e non offre una grande consolazione. Ritengo, dunque, che sia necessario andare oltre. E’ auspicabile e bello che il dialogo sia sostenuto e animato da valori più esigenti, quali il rispetto, la stima, l’ammirazione. Dobbiamo arrivare a dire apertamente all’altro: « Sono contento che tu ci sia, sei importante ed hai un significato per me, per noi ».

Riassumendo: spinti dalla curiosità, possiamo avvicinarci e rivolgerci all’altro disposti a dire e « fare » la verità. Se l’identità di ciascuno è manifestata nei suoi contorni veri, la conoscenza e la ri-conoscenza non potranno non trasformarsi in ricchezza. Solo nella reciprocità dei sentimenti e degli intenti — cercati nelle loro forme più alte — l’incontro sarà davvero tale, un dia-logo e non un mono-logo camuffato da dialogo.

NOTE

1. Il verbale della Conferenza è reperibile in traduzione italiana nel sito web di Olokaustos www.olokaustos.org/archivio/documenti/wannsee/.

2. Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, « Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah » (16 marzo 1998), III, in Il Regno 7(1998)202.

3. Si veda la conferenza di Lea Sestieri « Sviluppi nelle relazioni ebraico-cristiane (Dalla Nostra aetate n. 4 al Giubileo del 2000) », in Sestieri L., Ebraismo e Cristianesimo. Percorsi di mutua comprensione, Milano 2000, Paoline, pp. 201-224; cfr. Wahle H., Ebrei e cristiani in dialogo. Un patrimonio comune da vivere, Milano 2000, Paoline, pp. 171-182.

4. Croner H. (ed.), Stepping Stones to Further Jewish-Christian Relations: An Unabridged Collection of Christian Documents, London-New York 1977; Hoch M.T. – Dupuy B., Les Eglises devant le Judaïsme. Documents officiels 1948-1978, Paris 1980, Cerf ; Rendtorff R. – Henrix H.H., Die Kirchen und das Judentum. Dokumente von 1945 bis 1985, Paderborn-München 1989, II ed; Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo (1947-1982), Casale Monferrato 1983, Marietti (Radici 1); Croner H. (ed.), More Stepping Stones to Jewish-Christian Relations: An Unabridged Collection of Christian Documents, 1975-1983, New York 1985; International Catholic-Jewish Liaison Commitee, Fifteen Years of Catholic-Jewish Dialogue. 1970-1985, Città del Vaticano 1988, Libreria Editrice Vaticana; In dialogo con i « fratelli maggiori ». Documenti, Roma 1988, AVE.

5. Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 1-3. Documenti successivi dell’ICCJ (sito web: www.iccj.org) in International Council of Christians and Jews, The New Relationship between Christians and Jews. Documentation of Major Statements, Heppenheim 1999. Del Consiglio fanno parte attualmente 33 membri distribuiti in 30 Paesi.

6. Concilio Ecumenico Vaticano II, « Nostra aetate », in EV 1/861-868; Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 73-75.

7. Rispettivamente in V/58; V/168; V/306 (Risoluzione sull’antisemitismo).

8. EV 5/772-793; Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 196-203.

9. Discorso ad esponenti delle organizzazioni ebraiche, in Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 286-289.

10. Discorso ai Delegati delle Conferenze episcopali per i rapporti con l’Ebraismo, in Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 337-340.

11. EV 9/1651-1658.?

12. EV 17/520-550.

13. Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, pp. 331-334.

14. Lo schema delle attività nel sito web www.bc.edu/bc_org/research/cjl/news/ILC.htm. I testi delle prime dodici sessioni in International Catholic-Jewish Liaison Commitee, Fifteen Years of Catholic-Jewish Dialogue. 1970-1985, Città del Vaticano 1988, Libreria Editrice Vaticana.

15. Testo italiano nel sito web di Le nostre Radici www.nostreradici.it/Doc_Praga.htm.

16. Testo inglese nel sito web di Chrétiens et Juifs pour un enseignement de l’Estime www.chretiens-et-juifs.org/Documents_Dialogue/ICJLC_on_Education.htm.

17. Ad esempio: per parte italiana: « Sui rapporti ebraico-cristiani oggi (1 aprile 1988) », in ECEI 4/1010-1013; per parte francese, la dichiarazione dell’episcopato L’attitude des chrétiens à l’égard du judaïsme (1973) e il recente contributo Comité Épiscopal Français pour les Relations avec le Judaïme, Lire l’Ancien Testament. Contribution à une lecture catholique de l’Ancien Testament pour permettre le dialogue entre juifs et chrétiens, Paris 1997; per parte americana: Guidelines for Catholic-Jewish Relations (1967 e 1985, Revision). Molti documenti sono reperibili nel sito web di Jewish-Christian Relation www.jcrelations.net/statemt.htm.

18. « Dabru emet. Dichiarazione di intellettuali ebrei sui cristiani e il cristianesimo » (2000), in Il Regno 21(2000)695-696. Volume di accompagnamento: Aa.Vv., Christianity in Jewish Terms, Boulder 2000; commenti in Sidic 3(2000) e 1(2001).

19. Comitato Episcopale per gli Affari Ecumenici e Interreligiosi, « Il potere delle parole. Risposta cattolica a Dabru emet » (18 ottobre 2000), in Il Regno 17(2001)588.

20. Il discorso alla Sinagoga in Il Regno 9(1986)279-280. Lo stesso concetto (« connessi e vicini sul piano della rispettiva identità religiosa ») fu espresso con altre parole nei Discorsi ad esponenti delle organizzazioni ebraiche (p. 287, nota ) e ai Delegati delle Conferenze episcopali (p. 338, v. nota ), e sarà ripreso dai Sussidi (n. 2, 9/1618, v. nota ).

21. Congregazione per il Clero, « Direttorio generale per la catechesi » (15 agosto 1997), 199 e 200, in EV 16/1027 e 1028-1029; cfr. Sinodo dei Vescovi, « Elenco finale delle proposte del Sinodo per l’America » (11 dicembre 1997), Proposte 62 e 63, in EV 16/1784 e 1785.

22. Osservatore Romano del 22 marzo 2000.

23. KEK-CCEE, « Charta oecumenica. Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa » (22 aprile 2001), in Il Regno 9(2001)315-318. E’ interessante notare che la bozza della Charta (luglio 1999) [Il Regno 19(1999)656] dedicava il n. 9 alle « Relazioni con le altre religioni »; quindi, dopo due brevi e poco incisivi paragrafi dedicati all’Ebraismo, veniva prestata attenzione ai musulmani e ai membri delle altre religioni. Le proteste e le osservazioni in merito che da molte parti inviammo sono state accolte

24. Attualmente, appartengono al Consiglio 342 Chiese sparse in 120 Paesi. Come sappiamo, la Chiesa Cattolica Romana non ne è membro ufficiale, anche se vi partecipa attivamente ai lavori.

25. Cfr. Boccaccini G., Il medio giudaismo. Per una storia del pensiero giudaico tra il terzo secolo a.e.v. e il secondo secolo e.v., Genova 1993, Marietti.

26. Se uso l’espressione « cristiano-ebraico » in luogo di quella più comune « ebraico cristiano » è proprio per sottolineare la necessità per il Cristianesimo in primo luogo a dialogare con l’Ebraismo. Quindi non è semplicemente perché considero il dialogo dall’angolazione che mi appartiene, quella cristiana, né tantomeno per una svista dell’ordine storico con cui le due fedi sono apparse.

27. Si vedano per es. i contributi di Flusser D., Il Giudaismo e le origini del cristianesimo, Genova 1995, Marietti (Radici 15) [or. 1988] ; Vouga F., Les premiers pas du christianisme, Genève 1997; Manns F., Le judéo-christianisme, mémoire ou prophétie?, Paris 2000.

28. « Gesù è ebreo e lo è per sempre »: Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, « Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Sussidi per una corretta presentazione » (24 giugno 1985), III,1, in EV 9/1636.

29. Si vedano, per es. i contributi del protestante Young B.H., Jesus the Jewish Theologian, Peabody 1995; e del cattolico Meier J.P., A marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus, vol. I: The Roots of the Problem and the Person, New York 1991; vol. II: Mentor, Message and Miracles, New York 1994; vol. III: Companions and Competitors, New York 2001.

30. La storia della ricezione di Paolo mostra come molto presto nel secolo XX l’interesse per l’ebraicità di Paolo da parte cristiana e da parte ebraica si è fatto sempre più intenso e con risultati d’indagine spesso opposti. Si vedano per es. Hübner H., « Paulusforschung seit 1945. Ein kritischer Literaturbericht », in ANRW, vol. II,25.4 (1987), pp. 2649-2840; Merk O., « Paulus-Forschung 1936-1985″, in ThR 53(1988)1-81; anche i brevi articoli di Stegner W.R.,, « Jew, Paul the », e di Hafemann S.J., « Paul and His Interpreters », in Hawthorne G.F. – Martin R.P. – Reid D.G. (a cura di), Dictionary of Paul and His Letters, Downes Grove – Leicester 1993, rispettivamente alle pp. 503-511 e 666-679. Attualmente le « biografie » di Paolo e i commenti alle sue lettere hanno quasi del tutto abbandonato la tendenza inaugurata da A. Deissmann (1911) a spiegare la sua persona e il suo pensiero a partire dal sottofondo ellenistico. Uno studio originale è quello di Young B.H., Paul the Jewish Theologian. A Pharisee among Christians, Jews, and Gentiles, Peabody 1997.

31. Cfr. Boccaccini G., « Paolo ebreo », in Aa.Vv., Ebrei e Cristiani alle origini delle divisioni, Torino, A.E.C. (Quaderno n. 4), p. 48.

32. Chouraqui A., Gesù e Paolo Figli d’Israele, Magnano 2000, Qiqajon [or. 1988], pp. 68 e 71-72.

33. Già nel 1641 Giovanni Diodati aveva tradotto: « il fin della legge è Christo ».

34. Klausner J., From Jesus to Paul, New York 1943 (Paolo ha liberato i cristiani dai vincoli delle leggi ma li ha legati coi duri vincoli dei dogmi); Schoeps H.-J., Paulus. Die Theologie des Apostels im Lichte der jüdischen Religionsgeschichte, Tübingen 1959 (Paolo ha frainteso la Legge); Sandmel S., The Genius of Paul: A Study in History, New York 1970 (Paolo ha dato una caricatura della Legge).

35. Sanders E.P., Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione, Brescia 1986, Paideia [or. 1977]; Paolo, la legge e il popolo giudaico, Brescia 1989, Paideia [or. 1983];

36. Räisänen H., Paul and the Law, Tübingen 1983.

37. Dunn J.D.G., Jesus, Paul and the Law, Louisville 1990.

38. Un’ampia analisi in Aletti J.-N., Comment Dieu est-il juste? Clefs pour interpréter l’épître aux Romains, Paris 1991.

39. Sanders E.P., San Paolo, Genova 1997, Il Melangolo [or. 1991], p. 109; cfr. Aletti J.-N., Comment Dieu est-il juste?, pp. 241-242.

40. Aletti J.N., « Israele in Romani. Una svolta nell’esegesi », in Cipriani S. (ed.), La lettera ai Romani ieri e oggi, Bologna 1995, EDB, pp. 107-123.

41. Lohfink N., « L’alleanza mai revocata. Riflessioni esegetiche per il dialogo tra cristiani ed ebrei », in GdT 201(1991)14 [or. 1989]. Si vedano anche Thoma C., Teologia cristiana dell’ebraismo, Casale Monferrato 1983, Marietti (Radici 3) [or. 1978]; Mussner F., Il popolo della promessa. Per il dialogo ebraico-cristiano, Roma 1982, Città Nuova [or. 1979]; Rossi De Gasperis F., « Israele e la radice santa della nostra fede », in Rassegna di teologia 1(1980)1-15; « Israele e la radice santa della nostra fede », in Rassegna di teologia 2(1980)116-129; Gräßer E., Il patto antico nel nuovo, Brescia 2001, Paideia (Studi biblici 132) [or. 1985]; Sarason R.S., « The Interpretation of Jeremias 31:31-34 in Judaism », in Petuchowski J.J., When Jews and Christians Meet, New York 1988, pp. 101-103; Lohfink N., « Alliance, torah et pélérinage des nations au Mont Sion », in Sidic 24 /2-3(1991)3-14; Lohfink N., « Il concetto di alleanza nella teologia biblica », in CivCatt 142(1991)353-367.

42. VI,1; EV 9/1656. Poco prima (II,10; EV 9/1634) è detto: « il popolo dell’antica e della nuova alleanza… ». Ma poi (IV,2; EV 9/1652), citando la NA 4, si ribadisce: « …anche se è vero che ‘la Chiesa è il nuovo popolo di Dio’ ».

43. E’ noto che la 1Pt 2,9-10 è il passo principale dal quale esegeti e teologi ricavano (indebitamente) la « teologia della sostituzione ». Un esempio tra i tanti si trova nel commento di Schelkle K.H., Le lettere di Pietro. La lettera di Giuda, Brescia 1981, Paideia (CTNT XIII/2) [or. 19805; 19611]: « [La lettera enumera] una serie di titoli che, nell’AT, originariamente riguardavano Israele come popolo eletto da Dio. Il vero Israele è la chiesa (Fil 3,3; Gal 6,16). Perciò ad essa sono riservate tutte le promesse fatte ad Israele e tutte le qualificazioni che ne indicano la dignità » (p. 124).

44. Città del Vaticano 1992, Libreria Editrice Vaticana.

45. Conferenza Episcopale Italiana, La verità vi farà liberi. Catechismo degli adulti, Città del Vaticano 1995, Libreria Editrice Vaticana.

46. Zenger E., Il Primo Testamento. La Bibbia ebraica e i Cristiani, Brescia 1997, Queriniana (GdT 248). [or. 19922; 19911].

47. Rendtorff R., Cristiani ed Ebrei oggi. Nuove consapevolezze e nuovi compiti, Torino 1999, Claudiana [or. 1998], cap. III.

48. Dello stesso parere Fitzmyer J.A., The Biblical Commission’s Document « The Interpretation of the Bible in the Church ». Text and Commentary, Roma 1995, PIB (Subsidia biblica 18), p. 73. Si veda anche M. Pesce M., « Può la teologia cristiana rispettare la natura ebraica della Bibbia? », in Aa.Vv. Ebrei e Cristiani alle origini delle divisioni, Torino, A.E.C. (Quaderno n. 4), pp. 87-112.

49. Cfr. Sussidi, II,3-8; EV 1627-1632. Riconoscere l’autonomia teologica dell’AT di per sé non contraddice né impedisce la lettura tipologica o cristologica in uso nella Chiesa fin dall’antichità.

50. Il Primo Testamento, p. 212.

51. Rosenzweig F., La stella della redenzione, Casale Monferrato 1985, Marietti, p. 444 [or. 1976].

52. Citato da Dujardin J., « The Future Task of Christian Jewish Dialogue », in Sidic 33 3(2000)11.

53. Cfr. Maffeis A., Il dialogo ecumenico, Brescia 2000, Queriniana (Piccola Biblioteca delle Religioni 23), pp. 145-164.

54. Questo principio, applicato al dialogo cristiano-ebraico, è affermato chiaramente negli Orientamenti, Prologo, in EV 5/774; Sestieri L. – Cereti G., Le chiese cristiane e l’ebraismo, p. 197.

PAOLO VERSO ROMA – ATTI 28, 1-31– CONSIDERAZIONE SULL’ULTIMO CAPITOLO

PAOLO VERSO ROMA - ATTI 28, 1-31– CONSIDERAZIONE SULL’ULTIMO CAPITOLO

testo di Atti 28, 1-31 dal sito:

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Atti%20degli%20Apostoli&Capitolo=28

stralcio da: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

pagg. 302-304

l’autore prima di iniziare l’esegesi dell’ultimo capitolo degli Atti propone un excursus per una migliore comprensione di questa parte, che tratta del viaggio di Paolo dopo il naufragio, ossia da Malta verso Roma:

« Il libro degli Atti si conclude con questo capitolo nel quale Luca ricapitola molti temi e riprende generi letterari già incontrati durante il racconto. Questa grande ricapitolazione inizia in At 28, 1-10 dove si narra, sulla base di alcune notizie relative allo sbarco dell’apostolo e dei suoi compagni a Malta, la conclusione del naufragio in un ambiente in un ambiente « barbaro » per molti versi vicino a quello di Listra. La sezione contiene un racconto di miracolo e un racconto di guarigione: entrambi presentano Paolo, che gode della protezione di Dio e che in suo nome opera guarigioni. In questa descrizione l’apostolo segue l’esempio stesso di Gesù, come dimostra l’eco di almeno due episodi evangelici sia nel serpente che morde Paolo (Lc 10,19) sia nella guarigione del Padre di Publio che ricorda la guarigione della suocera di Pietro (Lc 4,38). La seconda sezione del capitolo, At 28, 11-16 traccia l’ultima parte dell’itinerario alla prima persona plurale che condurrà Paolo e gli altri naufraghi da Malta fino a Pozzuoli e da qui a piedi fino a Roma: nella capitale dell’impero la corsa della parola, superato ogni ostacolo, ha l’ultimo e più importante traguardo. Nelle notizie desunte da questo itinerario, Luca ha inserito l’incontro di Paolo con i cristiani di Roma e l’inizio della custodia militaris dell’apostolo, guardato a vista da un soldato. La terza parte, At 28,17-22, ci introduce all’ultima scena del libro. Paolo invita nella propria casa i maggiorenti della comunità ebraica di Roma, per riassumere la propria vicenda giudiziaria e per ribadire la propria innocenza: se il loro silenzio diplomatico sulla vicenda dell’apostolo e la loro ignoranza del cristianesimo sono storicamente poco verosimili , nondimeno la loro presenza nell’economia del racconto lucano è funzionale alla scena culminante del libro cioè At 28, 23-31. È proprio in questa sezione, che tanti temi dell’opera lucana, come il cantico di Simeone (Lc 2), l’incredulità di Israele (Lc 8, 10) o la predicazione dello stesso Paolo ad Antiochia di Pisidia (At 13), trovano la loro preziosa ricapitolazione: la riflessione sul passato missionario di Paolo si interseca così con la situazione presente e si apre al futuro di salvezza per le genti. In conformità con la propria strategia missionaria, Paolo può annunciare ai giudei che abitano la capitale dell’impero quanto aveva predicato durante i propri viaggi missionari: l’annunzio provocherà anche in questo caso una profonda divisione all’interno del giudaesimo, esemplificata nella citazione della profezia di Is 6,9 secondo la versione greca della Settanta, e giustificherà l’inizio dell’annuncio ai pagani. Gli ultimi versetti del libro, quasi una sorta di , descrivono Paolo nella propria stanza, intento ad annunciare ai suoi visitatori il regno di Dio e d insegnare il messaggio di Gesù Cristo. Ciò avviene oramai lontano dalla sinagoga, ma in tutta libertà e senza la minima opposizione da parte dell’autorità romana: questa chiusa, che tace il martirio dell’apostolo presupposto dal discorso di Mileto, ha spinto gli esegeti a trovare una spiegazione al silenzio di Luca. Alcuni autori hanno ipotizzato che Luca avesse completato la propria opera prima della morte dell’apostolo, ma l’ipotesi non appare molto verosimile; altri suppongono che il martirio dell’apostolo avrebbe dovuto costituire un libro a sé stante, ma anche in questo caso l’evidenza è assai debole; altri autori ancora, sulla scorta delle notizie fornite da Eusebio, credono che l’apostolo sarebbe stato liberato dopo che l’autorità romana non era riuscita ad istruire il processo a suo carico nei due anni di carcerazione preventiva: egli avrebbe visitato la Spagna e avrebbe subito una seconda prigionia in Asia minore, conclusasi col martirio, durante la persecuzione di Nerone. L’ipotesi ha trovato diversi sostenitori, ma alla lue di quanto detto, sembra preferibile pensare che al termine dei due anni di prigionia, verso il 62 d.C. Paolo abbia subito il martirio.

sto cominciando a dare una forma a tutti gli scritti che ho messo…

si, ci vuole un po’ di tempo, anzi tanto tempo per capire Paolo, poi ci vuole tempo per trovare dei buoni testi e scegliergli, per catalogarli e dividerli; ci vuole ancora più tempo perché io stessa cominci a scrivere qualche riflessione « seria » su Paolo, pensieri ed intuizioni ne ho tante, ma voglio scriverle quando mi sento un po’ più convinta di quello che scrivo, perché, giorno dopo giorno, mi accorgo di quanto Paolo sia grande, di quanto della Chiesa  e della nostra fede abbia il suo fondamento in Paolo;

c’è la storia di Paolo, i dipinti che lo ritraggono, le esegesi, tuttavia vi è altro ancora, molto di più, come sto cominciando a fare, non solo i testi nella liturgia di ogni giorno, ma tutta la liturgia quanto è « fondata » naturalmente sul Signore, ma anche sul pensiero di Paolo;

poi c’è la preghiera, così perfetta che si riesce a difficoltà a dargli un ordine, e questo non solo io, ma persone più preparate di me fanno fatica;

poi ci sono i Padri della Chiesa, è un materiale enorme, che non sarà possibile proporre che in parte;

poi ci sono i Santi, alcuni quanto hanno basato la propria fede in Paolo, per dire solo due nomi: Sant’Agostino, ogni suo scritto è « colmo » dei pensieri di Paolo, come se fondasse la sua vita sull’Apostolo; poi, direi anche, San Francesco, in una chiesetta, vicino casa, c’è un dipinto, ritrae il momento in cui San Francesco riceve le stimmate, ma il pittore sotto l’immagine ha messo non una citazione da San Francesco, ma da San Paolo, quando dice che porta le stimmate del Signore;

ci sono i Papi, Papa Benedetto, come vedete già ho messo molto di quanto ha scritto come Papa, ma dai libri che ha scritto precedentemente, c’è tantissimo; poi c’è Papa Giovanni Paolo II, anche lui fa spesso riferimento a Paolo;

vorrei fare qualcosa di ordinato e schematico, ma credo, nonostante faccio e cercherò di fare del mio meglio, so che sarà difficile, è tutta la storia della nostra fede, la nostra fede, che continua ad avere, comunque, per Padre San Paolo;

questo Blog per me è come un cammino, come una preghiera, un luogo per trovare e ritrovare l’Apostolo, io sfoglio libri, navigo su internet, studio, ma ho l’impressione che niente, ancora, è paragonabile a Paolo, niente lo comprende veramete, credo che quest’anno « paolino » sarà un grande dono per la chiesa e per tutti, con l’aiuto di Dio e dell’Apostolo, un grande rinnovamento una grande speranza;

1...12601261126212631264...1286

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01