MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003): ÈUTICO, UN RAGAZZO FORTUNATO

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2003/182003.htm

 

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003) 

 

ÈUTICO, UN RAGAZZO FORTUNATO (Atti 20, 7-12) 

 

Se dovessimo prendere in mano un dizionario biblico e procedere alfabeticamente alla ricerca dei vari personaggi biblici, dovremmo comporre un elenco lunghissimo che va da Abacus, il profeta antico-testamentario, fino a Zorobabele, la guida politica dei reduci dall’esilio babilonese.
All’interno sfilerebbe una folla di figure, molte celebri e moltissime quasi ignote. Anzi, in alcuni libri biblici gli attori che entrano in scena, magari solo per fare una brevissima comparsa, sono talmente tanti da essere stati quasi completamente dimenticati dalla tradizione successiva.

È il caso del libro che in questo periodo pasquale di solito offre la prima lettura nella liturgia festiva e feriale, cioè gli Atti degli Apostoli, la seconda opera di Luca dopo il Vangelo.

In quelle pagine, infatti, oltre ai due protagonisti Pietro e Paolo, si affacciano tante persone note e meno note, dagli apostoli e da Maria fino a figure modeste e secondarie come Agabo, Anania, Aquila, Aristarco, Blasto, Enea, Damaris, Dionigi, Dorcade, Lidia, Lucio di Cirene, Manaen, Priscilla, Secondo, Simone il cuolaio, Sopatro, Tichico, Trofima, e così via, tanto per elencare i primi che ci vengono in mente. Tra costoro ora vorremmo far emergere un ragazzo di nome Èutico, che in greco significa « buona fortuna” e presto vedremo come questo nome ben gli si adattasse.

A lui, infatti, capitò un fatto sensazionale, narrato in modo molto vivace, anche perché l’evangelista ne era stato spettatore. Infatti Luca usa la prima persona plurale nel raccontare l’episodio. Paolo era partito con una nave da Filippi, la città greca macedone ove aveva fondato la prima comunità cristiana europea, comunità alla quale indirizzerà una famosa e affettuosa lettera, quella detta appunto dei « Filippesi ». Dopo cinque giorni di navigazione egli era approdato a Troade, una città dell’Asia Minore, nell’attuale Turchia, sulla costa settentrionale dell’Egeo. Qui si era fermato una settimana.

A Troade l’apostolo era già approdato durante un altro suo viaggio missionario ed era stato proprio in questa città che in sogno aveva visto « una Macedone” che lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (Atti 16,8-9). Ora è di nuovo in questo luogo ed ecco l’episodio che coinvolge il nostro Èutico e che Luca data al «primo giorno della settimana», cioè di domenica. Si deve, quindi, celebrare l’eucaristia, «lo spezzare il pane», rito che si compiva durante la cena. Paolo si abbandona a un lungo discorso anche perché l’indomani sarebbe partito da Troade. Le ore passano e siamo già a mezzanotte.

Ma lasciamo la parola a Luca: 


«7. Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungo la conversazione fino a mezzanotte. 

8. C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9. un ragazzo chiamato Èutico, che stava seduto sulla finestra,. fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. 10. Paolo, allora, scese giù, si gettò su di lui l’abbracciò e disse: Non spaventatevi! È ancora vivo! 11. Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò e, dopo aver ancora parlato molto fino all’alba, partì. 12. Intanto si era ricondotto vivo il ragazzo e ci si sentiva tutti molto consolati» (20,7-12). Veramente fortunato questo Èutico dal nome benaugurate, nonostante la sua stanchezza e la sua distrazione rispetto all’omelia — forse un po’ troppo lunga — dell’apostolo Paolo! 

Publié dans : LETTURE DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI | le 29 mars, 2008 |Pas de Commentaires »

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003): Silvano, Fratello fedele

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/082003.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003) 

Silvano, Fratello fedele (2Cor 1,19; Atti 15,22; Atti, 15,40; Atti 16; Atti 18, 5;) 

Nella nostra galleria di ritratti biblici abbiamo escluso i personaggi più celebri (Abramo, Davide, Salomone, Isaia, Pietro, Paolo, tanto per fare qualche esempio) e siamo andati alla ricerca finora di figure forse di secondo piano, anche se di notevole rilievo storico e religioso. Questa volta, invece, faremo emergere una figura decisamente minore che è anzi, persino presentata con due nomi in variazione. Nel brano che la liturgia di questa domenica ritaglia dalla seconda Lettera di Paolo ai Corinzi si legge: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è Stato il “SÌ”» (1,19).

Ecco, parleremo ora di questo collaboratore di san Paolo nella predicazione cristiana, Silvano, altre volte chiamato anche Sila (c’è chi pensa che “Silvano” sia il nome latino, Sila sarebbe la forma aramaica del nome ebreo Saul). Egli entra in scena per la prima volta negli Atti degli Apostoli in un momento particolarmente rilevante per la Chiesa delle origini. Il primo “concilio”, tenutosi a Gerusalemme per dirimere la questione dell’ammissione diretta dei pagani nel cristianesimo (senza transitare prima dal giudaismo), ha emesso un documento che dev’essere reso noto alla comunità cristiana che più sentiva questo problema, quella della città di Antiochia di Siria (ora è Antakia in Turchia).

«Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli» (Atti 15,22). Ecco, dunque, apparire sulla ribalta Sila-Silvano che poi fu scelto da Paolo come suo compagno di missione (15,40). Con l’Apostolo si inoltrerà in un viaggio avventuroso che lo condurrà in Macedonia, fino alla città di Filippi, allora divenuta una colonia romana. Là Sila conobbe anche il carcere perché il padrone di una giovane schiava dotata di poteri magici aveva denunciato Paolo che l’aveva convertita al cristianesimo, togliendo così una fonte di guadagno al suo padrone.

Il racconto vivacissimo dell’episodio, che comprende anche una reazione della folla contro Paolo e Sua, è da leggersi nel capitolo 16 degli Atti degli Apostoli. Gettati in carcere, i due trascorsero la notte in preghiera e in canti. All’improvviso, un terremoto scardinò le porte della prigione; il custode, impressionato da questo evento, si fece istruire nella fede in Gesù Cristo, curò le ferite che i due avevano subìto a causa della flagellazione ordinata dal magistrato, li rifocillò e si fece battezzare con tutta la sua famiglia.

Espulsi da Filippi, Paolo e Sila raggiunsero l’altra città maggiore della Macedonia, Tessalonica, e da lì — dopo varie vicende e un viaggio del solo Paolo ad Atene — si ritrovarono nella metropoli di Corinto. Qui, con Timoteo, Sua e Paolo si dedicarono alla predicazione del Vangelo (Atti 18,5). Ritorniamo, così, al testo da cui siamo partiti. Silvano è ricordato da Paolo in apertura alle sue due Lettere ai Tessalonicesi, perché avevano fondato insieme quella Chiesa. Ma, a sorpresa, Silvano fa capolino anche presso l’apostolo Pietro che nella finale della sua prima Lettera annota: «Vi ho scritto brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele…» (5,12)

Mons. Luigi Padovese, intervento al Sinodo dei Vescovi 2-23 ottobre 2005

dal sito: 

http://www.vatican.va/news_services/press/sinodo/documents/bollettino_21_xi-ordinaria-2005/01_italiano/b19_01.html#-_S.E.R._Mons._Luigi_PADOVESE,_O.F.M._CAP.,_Vescovo_titolare_di_Monteverde,_Vicario_Apostolico_di_Anatolia_(TURCHIA)

SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO 

XI ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
2-23 ottobre 2005 

L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa 

INTERVENTO DI MONS. LUIGI PADOVESE 

S.E.R. Mons. Luigi PADOVESE, O.F.M. CAP., Vescovo titolare di Monteverde, Vicario Apostolico di Anatolia (TURCHIA)

Parlo come Vescovo della Chiesa d’Anatolia che ha visto la prima grande espansione del messaggio di Gesù e nella quale i cristiani sono ormai poche migliaia.
Nella città di Tarso, patria dell’apostolo Paolo, i soli cristiani sono le tre suore che accolgono i pellegrini i quali, per poter celebrare l’Eucarestia nell’unica chiesa-museo rimasta, hanno bisogno di un permesso. Lo stesso vale anche per la chiesa-museo di San Pietro ad Antiochia.
In questa città è nato Giovanni Crisostomo del quale nel 2007 ricorrerà il 16° centenario della morte in esilio. Proprio il Crisostomo, con le sue omelie, ci rammenta che l’Eucarestia è stata ed è il luogo privilegiato della parresia. La sua memoria, assieme a quella più recente di Vescovi come Clemens Von Galen e Oscar Romero, è una testimonianza viva del legame tra il memoriale del sacrificio di Gesù e quanti in esso hanno trovato le ragioni e la forza di un annuncio fatto con intelligenza, coraggio e senza reticenze.
L’Eucarestia, quale memoriale dell’offerta di Cristo, impone che facciamo scaturire il nostro annuncio da questo centro e impone che il nostro insegnamento morale sia fondato su di esso come espressione della sequela di Cristo.
L’Eucarestia può richiamarci allo specifico della morale cristiana che nasce da una visione di fede e dove l’agire etico è vissuto come una risposta religiosa. Da questo punto di vista è importante il richiamo all’esempio dei santi i quali hanno scoperto quell’ “ancora di più” che la donazione totale di Cristo nell’Eucarestia sostiene e sollecita.

[00288-01.05] [IN222] [Testo originale: italiano] 

OTTAVA DI PASQUA, SABATO 29 marzo 2008: LODI, LETTURA BREVE: Rm 14,7-9

29 MARZO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE – LODI 

Lettura Breve   Rm 14, 7-9 RIFERIMENTI BJ
7. Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8. perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

RIFERIMENTI BJ

v. 8


Rm 6,10-11

« Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio 11. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. »   Lc 10,38 

« Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui »  Gal 2,19 « In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio » 

v. 9  2 Cor 5, 15 

« Ed egli è moto per tutti , perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma pe colui che è morto ed è resuscitato per loro » 

Atti 10, 42  « E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. » 

di Marco Adinolfi: San Paolo e i valori umani (I)

SAN PAOLO E VALORI UMANI 

di Adinolfi Marco 

dagli appunti di studio del corso da me fatto di Letteratura giovannea e paolina 1993-1994 

Ha scritto Nietzsche: « Alla seguì immediatamente la peggiore  fra tutte: quella di Paolo. In Paolo si incarna il tipo antitetico alla « buona novella », il genio nell’odio, nella visione dell’odio, nella spietata logica dell’odio: Che cosa non ha sacrificato all’odio questo disevangelista? ». « Vivere in modo che non alcun senso alcuno vivere, questo diventa ora il « senso » della vita. 

È difficile condividere affermazioni così radicali. Eppure non è facile per molti sottrarsi alla sensazione che la spada, con cui San Paolo viene raffigurato fin dal secolo XIII, simboleggi non tanto la parola di Dio (Eb 4,12) quanto la rigida fermezza con cui l’apostolo ha mosso guerra a quello che chiama fortezze e baluardi delle risorse umane (cfr. 2Cor 10,3-5). 

Si tratta però di una mera sensazione, che una lettura meno veloce e più serena dell’epistolario paolino non può dimostrare infondata. non solo in chiave teologica, ma anche nei confronti dei valori umani, San Paolo è stato l’araldo di un messaggio lieto, di un ev-angélo. Apostolo dell’amore, ha ripudiato tutte quelle realtà che conducevano alla disumanizzazione dell’uomo anche se idolatrate dal mondo pagano del tempo. Da quel mondo peraltro ha assunto certi ideali che sono proprio dell’umanesimo integrale, a volte rettificandoli, sempre esaltandoli quando li ha integrati nell’etica cristiana. 

1. Eliminazioni 

Oriundo di Tarso, città universitario patria di non pochi filosofi stoici dopo essere stato conquistato da Cristo Paolo non è vissuto che per la sua missione di apostolo dei pagani (Gal 2,7) in quel composito mondo ellenistico incentrato spiritualmente  nello stoicismo. Facendosi tutto a tutti e in particolare gentile con i gentili, (1Cor 9,20-22) non poteva non essere attento agli ideali stoici volgarizzati dai numerosi predicatori ambulanti, argutamente definiti . Emblematici quindi risultano quindi alcuni suoi silenzi. Sulla impassibilità, per esempio. 

L’impassibilità (apàtheia) o assenza di passione, costituiva per gli stoici la suprema perfezione posseduta da Dio e bramata dagli uomini saggi. Sommamente disprezzata è ogni sorta di passione (pàthos), concepita come   come un’affezione che, venendo dall’esterno, altera l’equilibrio interiore dell’uomo limitando o annullando la libera autodeterminazione di quella ragione (lògos) cui spetta il dominio, la direzione e lo sviluppo della persona umana. 

Malattie dell’anima, le passioni sono anche peccato. Ovvio quindi il dovere di lottare contro di esse e di sopprimerle con l’antidoto della ragione.  Nessuna passione è lecita. Neppure la misericordia, che appartiene  a una delle quattro passioni principali (desiderio, timore, dolore, piacere) e cioè al dolore. E che consiste appunto in un dolore che ci prende nel vedere un individuo colpito, senza sua colpa,  da un male che temiamo possa quanto prima abbattersi anche su di noi. 

Non c’è chi non veda oggi l’assurdità e l’immoralità di un uomo talmente alieno da ogni emozione o turbamento, emozione e turbamento che, del resto, solo un oggetto cattivo può rendere peccaminosi. San Paolo, dotato lui stesso di una vivace esuberanza di sentimenti, non si vergogna di scrivere che dal suo cuore fa sgorgare lacrime nei riguardi di chi avversa la croce (Fil 3,18) e che sente nell’intimo compassione per chi è fragile e dolore per chi cade (2Cor 11,29). È per questo che non si stanca di esortare i cristiani al coinvolgimento e alla condivisione affettiva: (Rm 12,15). 

2. Rettifiche 

Per quanto concerne altri valori umani proposti dalla filosofia popolare ellenistica, San Paolo ne riprende la terminologia, ma ne modifica radicalmente la natura. È il caso, per esempio, dell’autosufficienza e della libertà. 

a) Il non aver bisogno di niente e di nessuno, il bastare a se stesso, l’autosufficienza (autàrkeia) insomma, costituisce l’aspirazione di tutta la filosofia greca già prima di Socrate. 

Per gli stoici l’autosufficienza, nota distintiva della virtù, è uno stato d’animo che . Il sapiente stoico è invincibile; ; nulla e nessuno può ostacolarlo o costringerlo, fosse pure la malattia o la morte. In ogni circostanza trova esclusivamente in se stesso le risorse sufficienti per comportarsi con onore, come un dio. Egli anzi è superiore a Dio, perché conquista con le sue sole forze ciò che dio ha per natura. >Ecco una cosa grande:

L’autosufficienza stoica – come, del resto, quella giudaica combattuta da Paolo – oltre alla comunione con i fratelli misconosce in pratica la creaturalità dell’uomo e la sua dipendenza da Dio. L’apostolo non si è stancato di stroncare il « vanto » dell’uomo insegnando: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?> (1Cor 4,7). « È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni> (Fil 2,13). Se dunque Paolo li accoglie nel suo vocabolario, non può non far subire ai termini e autosufficiente> una trasformazione radicale.  Così il necessario, il sufficiente (autàrkeia) di cui non mancano i corinzi, esortati alla generosità nella colletta in favore dei cristiani di Gerusalemme, è dono di Dio e permette ai fedeli dell’istmo di abbondare nelle opere buone a vantaggio dei fratelli (2Cor 9,8). Così pure, se nelle situazioni esistenziali più contrastanti di povertà  e di ricchezza, di sazietà e fame ha appreso a essere distaccato e autosufficiente (autàrkes), l’apostolo riconosce che tale sua capacità gli deriva solo da colui che lo rende forte (Fil 4,11-13). 

b)  Un’altra tematica a cui Paolo ha impresso una svolta a U è quella della libertà (eleutherìa). 

Per gli stoici la libertà dello spirito è un ideale etico che si raggiunge solo operando la distinzione tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, praticamente tra ciò che costituisce il nostro io e ciò che non lo costituisce. ostacoli alla libertà le passioni, di cui si è già detto, e il mondo. Si è liberi quando si sopprimono le passioni e si prendono le distanze dal mondo: In tal modo, chiudendosi in se stesso, rifugiandosi nella sua interiorità al sicuro da ogni sollecitudine esteriore, l’uomo è libero, vie come vuole seguendo la propria natura. La libertà stoica è dunque dalle passioni e dal mondo e libertà egoistica per se stesso. 

San Paolo, che usa ben ventotto volte i termini libertà, libero e liberare e insegna: dal male, cioè dal peccato. Come impegno dell’uomo è liberazione per il bene, cioè per il servizio nei fratelli in Cristo sotto la guida dello Spirito. 

3. Assunzioni 

a) Degna di rilievo l’insistenza di Paolo su valori umani particolarmente stimati dal mondo che fu il suo. 

Compiere anche dinanzi alla gente azioni lodevoli, belle (kakà)), che siano di gradimento agli uomini oltre naturalmente che a Dio, deve essere la sollecitudine dei cristiani (Rm 12,17) così come è la preoccupazione personale dell’apostolo (2Cor 8,21). Il quale indica il decoro, la nobiltà, l’onorabilità (sono alcune delle sfumature del termine euskemosyné) come ideale da perseguire nella vita pubblica verso quelli di fuori, i non cristiani (1 Tess 4,11), oltre che nella vita privata (Rm 13,3; 1Cor 7,35) e nelle assemblee liturgiche (1 cor 14,40). Sia universale il riconoscimento e l’ammirazione per l’epieikés dei credenti in Cristo (Fil 4,5), cioè per la loro moderazione, bontà, affabilità, dolcezza, grazia, generosità. 

b) Ma Paolo non si limita a raccomandare l’esecuzione del precetto evangelico secondo cui gli uomini possano vedere le opere buone dei discepoli di Gesù (Mt,5 16). Vuole che siano anche i discepoli di Gesù a gettare lo sguardo sulle opere degli altri e a valutarle con accuratezza per scartare quelle eticamente riprovevoli e imitare quelle oneste. 1Tess 5,21-22 è un invito al discernimento non solo dei veri e dei farsi carismi, ma anche del bene e del male morale: « Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (kalòn) astenetevi da ogni specie di male ». E questo perché anche i pagani, se docili all’indicazione del loro cuore, sono spinti naturalmente alla rettitudine di vita accetta a Dio (Rm 2,14-15) 

Il brano però, che più è meglio di ogni altro svela la illuminata, illimitata e coraggiosa apertura dell’apostolo ai valori umani, è senza dubbio Fil 4,8: « In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. 

Ci si trova dinnanzi ad un testo di cui, anche perché Paolo usa solo qui il termine « virtù (aretè) », (citazione da L. Lieder, testo tedesco). 

I cristiani hanno l’obbligo di prendere in attenta considerazione questi ideali etici pagani per tradurli nella loro esistenza. Adeguino la vita alla lealtà e alla verità. 

Improntino il comportamento a dignità e decoro. Osservino con scrupolosità i doveri verso gli altri. Si mantengano eticamente irreprensibili e incontaminati. Attirino su di sé benevolenza e affetto. Conseguano onore e buona reputazione. Pratichino ogni specie  di virtù morale. Non indietreggino dinanzi a quanto merita e suscita apprezzamento ed encomio.

segue su altra pagina, stessa categoria;

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo »)

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo ») 

stralcio dal libro: Il cammino pasquale, Ancora Editrice, Milano 2000 

 pag. 110-115: 

Questa sezione del libro dal titolo « Risorto il terzo giorno » si trova nel capitolo 4 della seconda parte del libro che riguarda il nel capitolo 4 il , quindi, il discorso è già cominciato, prima si era parlato – nello stesso capitolo – successivamente: del Giovedì Santo, della Lavanda dei Piedi, della connessione tra Ultima Cena, la Croce e la Resurrezione, immaginatevi che il testo è tutto veramente, oltre che bello, edificante; 

« La controversia sulla Risurrezione di Gesù dai morti è divampata con rinnovata intensità e si è oramai estesa fin dentro alla Chiesa » 

 

pag 110: 

i testi biblici – scrive – devono essere tradotti, non solo linguisticamente, ma anche concettualmente, Ratzinger/Papa Benedetto non vuole discutere sulle varie teorie sull’argomento, ma  cerca di mettere in evidenza in modo positivo la testimonianza biblica;  nel Nuovo Testamento si rilevano due tipi assai differenti di tradizione della Resurrezione: quello che può chiamarsi – lui gli da questa definizione – tradizione confessionale e quella che può chiamarsi tradizione narrativa, per esempio la prima si trova in San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti 15,3-8, il secondo tipo nei racconti dei quattro vangeli; 

si può trovare un inizio della tradizione confessionale nella tradizione narrativa, per esempio nel racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), i discepoli dopo aver incontrato Gesù, tornano a casa e agli undici annunciano: (Lc 24,34). questo passo è forse il più antico testo sulla Risurrezione che possediamo; si svilupparono poi formule di professione di fede, ora scrivo dal testo :

pag 111: 

« La confessione cristiana è nata. In questo processo di tradizione è cresciuta molto presto, nell’ambito palestinese probabilmente già negli anni trenta, quella confessione che Paolo ci ha conservato nella prima lettera ai Corinzi (15,3-8) come una tradizione che ha ricevuto egli stesso dalla Chiesa e che fedelmente trasmette.  In questi testi di confessione, che sono i più antichi, si tratta solo in modo secondario di tramandare i singoli ricordi di testimoni. La vera intenzione, come Paolo sottolinea con enfasi, è di mantenere il nucleo cristiano, senza il quale il messaggio e la fede non sarebbero nulla. «  

qui riprende a riflettere sulla tradizione narrativa e quella confessionale; la tradizione narrativa cresce perché si vuole sapere come siano andate le cose, il desiderio di conoscere i particolari aumenta, insieme comincia  l’esigenza di difendere la fede cristiana dai vari attacchi contro di essa, contro i sospetti, contro interpretazioni diverse quali si sono insinuate a Corinto; 

pag 111-112 

« …È sulla base di tali esigenze che si è formata una tradizione più approfondita dei Vangeli. Ciascuna delle due tradizioni ha quindi la sua importanza insostituibile, ma nello stesso tempo diviene evidente che esiste una gerarchia: la tradizione confessionale è al di sopra della tradizione narrativa. È la fides quae, il metro su cui si misura ogni interpretazione. 

Cerchiamo dunque di comprendere più esattamente quel Credo fondamentale che Paolo ha conservato; qualsiasi tentativo di arrivare a decisioni nella polemica tra le opinioni deve cominciare da qui. Paolo, o piuttosto il suo Credo, comincia con la morte di Gesù. È sorprendente che questo testo così scarno, che non contiene una parola di troppo, ponga due aggiunte alla notizia . Una delle aggiunte è questa: , l’altra: . Che cosa significano? L’espressione secondo le Scritture inserisce l’evento nella relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo: di questa storia di Dio, riceve da essa la sua logica e il suo significato. È un evento in cui si adempiono parole delle Scritture, ossia un avvenimento, che porta in sé un logos, una logica: che viene dalla parola e penetra nella parola, la copre e l’adempie. Questa morte risulta dal fatto che la parola di Dio è stata portata tra gli uomini. Come si debba interpretare questa immersione della morte nelle parole di Dio ce lo indica la seconda aggiunta: morì . Il nostro Credo riprende con questa formula una parola profetica (Is 53,12; cfr. anche 53,7-11) Il suo rinvio alla Scrittura non si proietta nell’indefinito; riecheggia una melodia dell’Antico Testamento, che sin dalle prime assemblee di testimoni era ben conosciuta. In concreto la morte di Gesù viene così tolta dalla linea di quella morte gravata da maledizione che deriva dall’albero della conoscenza del bene e del male, dalla presunzione dell’uguaglianza con Dio che finisce con il giudizio divino… Questa morte è di altro genere. Non è compimento della giustizia, che rigetta l’uomo nella terra, ma compimento di un amore che non vuole lasciare l’altro senza parola, senza senso, senza eternità. Non è radicata nella sentenza dell’uscita dal paradiso, ma nei canti del Servo di Dio, morte che scaturisce da questa parola, e dunque morte che diventa luce per le genti; 

… 

il nostro Credo aggiunge una breve espressione apre la via dalla Croce alla Resurrezione; quello che è detto qui () è più di una interpretazione: fa parte integrante dell’avvenimento stesso. 

Ora segue nel testo della Scrittura, senza commenti, la parola : ma si può capirla, solo se si vede nel contesto di ciò che precede e di ciò che segue. Afferma prima di tutto che Gesù sperimentò realmente la morte nella sua totalità. » 

il testo prosegue sulla realtà della Risurrezione, Gesù non è un morto ritornato in vita come, per esempio, il giovane di Naim e Lazzaro richiamati alla vita terrena che poi dovrà, comunque, terminare, con la morte definitiva, non è superamento di una morte clinica ;

pag 114: 

« Che le cose non stiano così lo spiegano non solo gli Evangelisti, ma lo stesso Credo di Paolo (1Cor 15, 3-11) in quanto descrive l’apparizione del risorto successivamente con la parola greca óphthe, che traduciamo di solito con ; forse dovremmo dire più correttamente: : questa formula rende manifesto che si tratta qui di qualche  cosa di diverso, che Gesù dopo la Risurrezione appartiene ad una sfera della realtà che normalmente si sottrae ai nostri sensi…Non appartiene più al mondo percepibile con i sensi, ma al mondo di Dio » 

qui si sofferma a considerare la possibilità per noi di Dio, sulla schiettezza dell’uomo, che è possibile sempre da dentro se stessi; il brano della 1Cor 15, che tratta della risurrezione dai morti dice ciò molto chiaramente quando riporta le due frasi separatamente l’una dopo l’altra, prima e poi

termino questa lettura dal libro con il passo successivo: 

« Le apparizioni non sono la Risurrezione, ma solo il suo riflesso. Prima di tutto essa è un avvenimento di Gesù stesso, tra il Padre e lui in virtù della potenza dello Spirito Santo; poi questo avvenimento occorso a Gesù stesso diventa accessibile agli uomini perché è lui a renderlo accessibile. » 

mi rendo conto che questa breve presentazione è molto limitata, ma tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo e San Paolo e la fede è comunque al di sopra di una nostra capacità di comprensione profonda, ed anche al di sopra della possibilità di trovare le parole adatte ad esprimerla, certo l’allora Cardinale Ratzinger/ Papa Benedetto, ha le parole che io trovo tra le più belle ed adatte per trasmettere – oltre che spiegare – la fede. 

Mons. Gianfranco Ravasi: Rapito in estasi dalla terra al cielo (ITess)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2002/482002.htm

Mons. Gianfranco Ravasi

Rapito in estasi dalla terra al cielo –  2002 (1Tessalonicesi)

Siamo nell’anno 51. San Paolo è a Corinto. Alle spalle ha il ricordo delle settimane trascorse a Tessalonica, capitale della Macedonia, dell’accoglienza festosa dei pagani, della dura reazione degli Ebrei là residenti, della sommossa da loro ordita e della fuga a cui è stato costretto, il discepolo Timoteo gli reca ora notizie della neonata Chiesa tessalonicese e delle sue prime incertezze.
Paolo decide, allora, di inviare un messaggio a quella comunità, «da leggersi a tutti i fratelli»: è la prima Lettera ai Tessalonicesi, il primo scritto paolino a noi giunto, quasi certamente il primo testo del Nuovo Testamento.

Proponiamo ora questa Lettera anche perché ben s’adatta al clima dell’Avvento che sta iniziando. Serpeggia, infatti, nelle pagine di quest’opera una specie di brivido d’attesa: la Chiesa di quella città sentiva come imminente la nuova e definitiva venuta del Signore per suggellare la storia.
L’Apostolo cerca di contrastare questa tensione eccessiva che, come si vedrà, svaluta l’impegno nel presente e, usando un’immagine introdotta da Gesù, elimina ogni tentazione di avere oroscopi sulla fine del mondo: «Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte» (5,2).

È, certo, necessaria la vigilanza e la veglia, senza però fanatismi e ossessioni perché «Dio non ci ha destinati all’ira ma a ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (5,9). Anzi, contro l’eccitazione di coloro che si dimettono dalle responsabilità quotidiane per decollare idealmente verso quell’alba eterna di luce, Paolo raccomanda come «punto d’onore quello di vivere in pace, di attendere ai propri impegni, di lavorare con le proprie mani così da condurre una vita dignitosa di fronte agli estranei e da non aver bisogno di nessuno» (4,11-12).

Tuttavia anche l’Apostolo vuole gettare uno sguardo su quell’orizzonte atteso ma ignoto, forse per non sembrare troppo evasivo. Egli cerca, però, di risolvere solo un quesito secondario avanzato dai cristiani di Tessalonica: nell’istante supremo, coloro che saranno ancora in vita alla seconda venuta del Cristo quale sorte avranno? Ecco la risposta paolina intrisa del linguaggio simbolico apocalittico, linguaggio che abbiamo già imparato a conoscere a suo tempo leggendo il libro dell’Apocalisse: «I morti in Cristo risorgeranno. Poi, noi ancor vivi e superstiti, saremo rapiti insieme con loro nella morte per andare incontro al Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore» (4,16-17).

Scenari cosmici, dunque, per un passaggio indolore dal tempo all’eterno, dallo spazio terreno all’infinito celeste. Una visione che l’Apostolo nella prima Lettera ai Corinzi in qualche modo varierà, introducendo la necessità di una metamorfosi radicale anche dei viventi in quel transito estremo: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati» (15,51). La risposta di Paolo, a quanto pare, non basterà a calmare i Tessalonicesi. Ci sarà una seconda Lettera a loro indirizzata, più tesa e di più ardua lettura, segno comunque di un cristianesimo che non si perde e disperde nelle pieghe della storia, ma che neppure migra verso i cieli mitici e mistici dell’alienazione religiosa. 

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