XXVIII SETTIMANA DEL T.O. – DOMENICA 12 OTTOBRE 2008

XXVIII SETTIMANA DEL T.O. - DOMENICA 12 OTTOBRE 2008 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 

San Luca, festa sabato 18 ottobre

http://santiebeati.it/

XXVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 12 OTTOBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura Fil 4,12-14.19-20
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nellabbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, allabbondanza e allindigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=10/12/2008#

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi 90 ; PL 38, 559s

Rivestire l’abito di nozze

Che cos’è l’abito di nozze di cui parla il vangelo ? Esso è senza dubbio l’abito che hanno solo i buoni, che saranno lasciati nel banchetto… È forse il battesimo? Senza il battesimo nessuno per verità arriva a Dio; ma non tutti quelli che hanno il battesimo arrivano a Dio… Forse è l’altare o ciò che si riceve dall’altare. Noi vediamo che molti mangiano, ma essi mangiano e bevono la propria condanna (1 Cor 11,29). Che cos’è dunque? È forse far digiuno? Fanno digiuno anche i cattivi. È forse frequentare la chiesa? Ma la frequentano anche i cattivi…Qual è dunque l’abito di nozze? « Il fine del precetto – dice l’Apostolo – è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera » (1 Tm 1,5). Questo è l’abito di nozze. Non si tratta però d’una carità qualsiasi, poiché spesso sembra che si amino tra loro anche individui che hanno in comune una cattiva coscienza…, ma non hanno la carità « che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera ». È siffatta carità l’abito di nozze. « Se io sapessi parlare le lingue degli uomini e degli angeli, ma non possedessi la carità, sarei – dice l’Apostolo – come una campana che suona o un tamburo che rimbomba… Se avessi il dono della profezia e quello di svelare tutti i segreti, se avessi il dono di tutta la scienza, e avessi tanta fede da smuovere i monti, ma non avessi la carità, non varrei nulla » (1 Cor 13, 1-2)… Se avessi tutti questi doni e non avessi Cristo, « non varrei nulla »… Quanti beni non giovano a nulla se ne manca uno solo! Se non avrò la carità, anche se distribuirò elemosine ai poveri e se, per rendere testimonianza al nome di Cristo, arriverò fino al sangue (1 Cor 13,3), arriverò fino a farmi bruciare, queste azioni possono farsi anche per amore della gloria e allora sono inutili… « Se non avrò la carità, non mi gioverà a nulla ». Ecco l’abito delle nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, voi starete sicuri al banchetto del Signore

COMMENTO A FILIPPESI DAL SITO: BIBLE SERVICE

http://www.bible-service.net/site/179.html

Philipppiens 4,12-14.19-20

Paul vient de dire aux Philippiens combien sa joie est grande dans le Seigneur à cause du bon accueil quils lui ont réservé et de laide quils lui ont apportée, le dispensant de devoir travailler pour se nourrir. Contrairement à son habitude, il a accepté cette aide, comme un signe de leur profonde adhésion à lÉvangile. Mais il ne souhaite pas que ce soutien matériel devienne une obligation pour eux : il sait vivre de peu et être en même temps dans labondance. Sûr que Dieu nabandonnera pas ceux qui se confient à lui, il associe la communauté de Philippes à la doxologie qui conclut cette dernière partie, exhortative, de sa lettre.

(traduzione)

Filippesi 4,12-14.19-20

Paolo ha appena detto ai Filippesi quanto la sua gioia sia grande nel Signore, sia a causa della buona accoglienza che gli hanno riservato, sia dellaiuto che gli hanno dato, sollevandolo dal lavoro per nutrirsi. Contrariamente alla sua abitudine, Paolo accetta questo aiuto, come un segno della loro profonda adesione al Vangelo. Ma egli non vuole che questo sostegno materiale divenga un obbligo per essi: egli sa vivere di poco ed essere nellabbondanza nello stesso tempo. Sicuro che Dio non abbandonerà coloro che confidano in lui, egli associa la comunità di Filippi alla dossologia che conclude questa ultima parte, esortativa, della sua lettera.

NOTE sul tema

[DALLA BIBBIA CEI]

4,10

Nello stesso tempo in cui ripete la sua gratitudine per i doni che ha ricevuti…, Paolo richiama che ci tiene allindipendenza della sua missione, lessenziale resta il bene spirituale di tutti

4, 15

Paolo …si è sempre rifiutato di accettare tali compensi, per altro legittimi. Non ha fatto eccezione che per i suoi cari Filippesi (At 18,3+)

UFFICIO DLLE LETTURE

CITAZIONE


Seconda Lettura
Dal «Commento su Aggeo» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Cap. 14; PG 71, 1047-1050)

Il mio nome è glorificato tra le genti
Al tempo della venuta del nostro Salvatore apparve un tempio divino senza alcun confronto più glorioso, più splendido ed eccellente di quello antico. Quanto superiore era la religione di Cristo e del Vangelo al culto dell’antica legge e quanto superiore è la realtà in confronto alla sua ombra, tanto più nobile è il tempio nuovo rispetto all’antico. Penso che si possa aggiungere anche un’altra cosa. Il tempio era unico, quello di Gerusalemme, e il solo popolo di Israele offriva in esso i suoi sacrifici. Ma dopo che l’Unigenito si fece simile a noi, pur essendo «Dio e Signore, nostra luce» (Sal 117,27), come dice la Scrittura, il mondo intero si è riempito di sacri edifici e di innumerevoli adoratori che onorano il Dio dell’universo con sacrifici ed incensi spirituali. E questo, io penso, è ciò che Malachia profetizzò da parte di Dio: Io sono il grande Re, dice il Signore; grande è il mio nome fra le genti, e in ogni luogo saranno offerti l’incenso e l’oblazione pura (Cfr. Ml 1,11). Da ciò risulta che la gloria dell’ultimo tempio, cioè della Chiesa, sarebbe stata più grande. A quanti lavorano con impegno e fatica alla sua edificazione, sarà dato dal Salvatore come dono e regalo celeste Cristo, che è la pace di tutti. Noi allora per mezzo di lui potremo presentarci al Padre in un solo Spirito (Cfr. Ef 2,18). Lo dichiara egli stesso quando dice: Darò la pace in questo luogo e la pace dell’anima in premio a chiunque concorrerà a innalzare questo tempio (Cfr. Ag 2,9). Aggiunge: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27). E quale vantaggio questo offra a quanti lo amano, lo insegna san Paolo dicendo: La pace di Cristo, che sorpassa ogni intelligenza, custodisca i vostri cuori e i vostri pensieri, (Cfr. Fil 4, 7). Anche il saggio Isaia pregava in termini simili: «Signore, ci concederai la pace, poiché tu dai successo a tutte le nostre imprese» (Is 26,12). A quanti sono stati resi degni una volta della pace di Cristo è facile salvare l’anima loro e indirizzare la volontà a compiere bene quanto richiede la virtù. Perciò a chiunque concorre alla costruzione del nuovo tempio promette la pace. Quanti dunque si adoperano a edificare la Chiesa o che sono messi a capo della famiglia di Dio (Cfr. Ef 2,22) come mistagoghi, cioè come interpreti dei sacri misteri sono sicuri di conseguire la salvezza. Ma lo sono anche coloro che provvedono al bene della propria anima, rendendosi roccia viva e spirituale (Cfr. 1 Cor 10,4) per il tempio santo, e dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Cfr. Ef 2,22).

LODI

Lettura Breve 2 Tm 2, 8.11-13
Ricordati che Ges
ù
Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve Eb 12, 22-24
Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla citt
à
del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele

XXVII SETTIMANA DEL T.O. – SABATO 11 OTTOBRE 2008

SABATO 11 OTTOBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 3, 22-29
Fratelli, la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo. Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. 
Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

UFFICIO DELLE LETTURE
Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 6, 11-21

Carissimo, tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,
che al tempo stabilito sarà a noi rivelata
dal beato e unico Sovrano,
il Re dei regnanti e Signore dei signori,
il solo che possiede l’immortalità,
che abita una luce inaccessibile;
che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere.
A lui onore e potenza per sempre. Amen.
Ai ricchi in questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, di non riporre la speranza sull’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera.
O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede.
La grazia sia con voi!

LODI

Lettura Breve Fil 2, 14-15
Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.

XXVII SETTIMANA DEL T.O. – VENERDÌ 10 OTTOBRE 2008

VENERDÌ 10 OTTOBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 3, 7-14
Fratelli, sappiate che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: « In te saranno benedette tutte le genti ». Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: « Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle ». E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: « Maledetto chi pende dal legno », perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 6, 1-10

I servi. I falsi dottori
Carissimo, quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, trattino con ogni rispetto i loro padroni, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché sono credenti e amati coloro che ricevono i loro servizi. Questo devi insegnare e raccomandare. Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno. Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione! Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori.

LODI

Lettura Breve 2 Cor 12, 9b-10
Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

Il Vangelo della “predestinazione” nella Lettera ai Romani

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15723?l=italian

Il Vangelo della “predestinazione” nella Lettera ai Romani

VASTO, sabato, 11 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un testo scritto da monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto.

* * *

a) La «somma dell’evangelo»: l’amore divino che previene

Dio chiama e salva la Sua creatura con un amore assolutamente gratuito: è questo il Vangelo di Paolo, la buona novella di una chiamata e di un dono non meritati né meritabili, la cui ragione ultima resta nascosta negli abissi della misericordia divina, senza calcolo e senza misura. È il Vangelo della pura grazia, che uno dei suoi cantori più alti – Martin Lutero – esprime così nella Disputatio di Heidelberg, vero manifesto del suo pensiero: «L’amore di Dio non trova, ma crea il suo oggetto. L’amore dell’uomo dipende dal suo oggetto… L’amore di Dio ama i peccatori, i malvagi, gli stolti, i deboli, in modo da renderli giusti, buoni, saggi, forti, effondendo e donando il bene. Infatti i peccatori sono belli perché sono amati, non sono amati perché sono belli. L’amore dell’uomo, invece, fugge i peccatori, i malvagi»1. A questo Dio Altro, che ama come nessuno ama, va data gloria, a Lui solo: la purezza del dono, la gratuità assoluta merita l’assoluta glorificazione.

C’è da perdere la ragione di fronte a quest’abissale gratuità: lo sa bene Paolo che, per sottolinearne il carattere paradossale al di là di ogni dubbio, nella Lettera ai Romani non esita a richiamare la sconcertante affermazione di Malachia «ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» (1,2s: cf. Rm 9,13) e ad aggiungere: «Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole» (Rm 9,14-18). Contro l’obiezione che potrebbe sollevarsi l’Apostolo ribadisce l’insondabile sovranità della libertà divina: «Mi potrai però dire: “Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?”. O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?» (Rm 9,19-21: analoga argomentazione in 3,7 e 6,1).

È questo mistero dell’assoluta gratuità che unisce Israele e la Chiesa, in quanto sono il popolo dell’elezione, rispettivamente dell’attesa e del compimento (cf. Rm 11): Israele è la «santa radice» (Rm 11,16), la Chiesa il sorprendente innesto, «portato» da essa (cf. v. 18). Tuttavia, c’è una pietra d’inciampo, in rapporto alla quale si compie il dramma del rifiuto del popolo della prima alleanza ed il passaggio della salvezza al popolo dell’alleanza nuova (cf. Rm 10): «Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» (Rm 10,4). Cristo è al tempo stesso Colui che unisce e separa Israele e la Chiesa! La fede di Gesù li unisce, la fede in Lui li separa! Da queste premesse risulta chiaro che il problema di Paolo nei capitoli 9-11 della Lettera ai romani non è tanto quello teologico-speculativo della predestinazione dell’individuo, quanto quello storico-salvifico del destino dell’antico popolo eletto nell’economia della salvezza pienamente realizzata in Cristo e nello Spirito. Ciò che egli intende sottolineare è il primato della libertà e della gratuità dell’iniziativa divina e l’assoluta fedeltà del Dio dell’alleanza, con la conseguente speranza di una futura reintegrazione d’Israele, in cui verranno a compimento tutte le promesse dell’elezione mai revocata (cf. Rm 11,11-15 e 25-32): perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rm 11,29).

Il tema paolino dell’elezione situa dunque l’idea di predestinazione all’interno del disegno storico-salvifico dell’alleanza, che si compie in pienezza per mezzo di Gesù Cristo, con lui ed in lui, e si attua nel tempo per la potenza dello Spirito Santo. Oggetto puro dell’elezione – predestinazione è lui, il solo mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1 Tm 2,5), ed in lui la comunità degli eletti, il popolo santo di Dio: il singolo è eletto e predestinato nella comunione dell’alleanza. La dottrina dell’elezione – predestinazione è perciò essenzialmente la «buona novella» della grazia con cui Dio ha amato tutti gli uomini e li ha chiamati alla comunione con sé, messaggio di consolazione e di speranza per il mondo intero: è la «somma dell’evangelo»2. Perciò può essere veramente accettata solo da chi è pronto a riconoscere nella fede l’assoluto primato di Dio: è ancora Lutero a osservarlo, distinguendo tre gradi possibili nell’accoglienza spirituale di questo messaggio: «Il primo grado è quello di coloro che sono contenti di una tale volontà di Dio e non mormorano contro di Lui, ma confidano di essere eletti e non vorrebbero essere dannati. Il secondo grado, migliore del precedente, è quello di coloro che sono rassegnati e d’animo contento o, per lo meno, desiderano essere tali, se Dio non volesse salvarli e volesse, invece, considerarli nel novero dei reprobi. Il terzo grado, che è il migliore e il sommo, è formato da coloro che si rassegnano anche effettivamente all’inferno se è volontà di Dio, come forse nell’ora della morte capita a molti. Questi sono purificati nel modo più perfetto dalla loro volontà e dalla prudenza della carne. Questi sanno che cosa significhi che “Forte come la morte è l’amore e tenace come l’inferno è la gelosia” (Ct 8, 6)»3. Dove c’è un così puro amore di Dio, lì c’è la certezza di essere salvati, lì il pensiero della predestinazione diventa il più consolante, garanzia inconfutabile che il Dio fedele non perderà colui che ha scelto. Per chi è così abbandonato in Dio – e Paolo lo era – la predestinazione non spaventa, proprio perché fonda nel mistero insondabile ed assoluto di Dio la fragile e caduca vicenda umana. Ma vuol dire questo che vi sia anche una doppia predestinazione, degli uni alla salvezza, degli altri alla dannazione eterna?

b) La «doppia predestinazione»: quale libertà davanti al Dio che è amore?

In Paolo – e in generale nella testimonianza biblica – non compare mai l’idea di una «doppia predestinazione», di una decisione divina, cioè, eterna ed assoluta rispetto all’azione di Dio nella storia (decretum absolutum), in base a cui alcuni sono predestinati alla salvezza e altri alla dannazione. Si può anzi dire che lo sviluppo della dottrina della praedestinatio gemina è il segno di un profondo allontanamento dalla voce della Scrittura. L’allontanamento si è compiuto attraverso un duplice processo, che il cristianesimo ha vissuto nel secolare sviluppo della sua inculturazione nel mondo classico prima, in quello medioevale e moderno poi: da una parte, l’idea di predestinazione ha subito il fascino della metafisica greca; dall’altra, è stata condizionata dall’interesse crescente della cultura occidentale al destino individuale4.

Il primo processo consegue all’incontro del messaggio ebraico-cristiano con la cultura greco-latina: lo spirito della grecità, ammaliato dall’ideale dell’Uno altro e sovrano rispetto al molteplice frammentario e caduco, mal tollera l’idea di un piano divino, qual è quello trinitario, in cui il molteplice viene a dimorare nelle profondità dell’Uno. La storia delle eresie cristologiche e trinitarie mostra come si sia affacciata presto la tendenza a separare il divino dall’umano, per fare di volta in volta del Cristo o una semplice creatura, sia pure di livello supremo (“subordinazionismo”), o una semplice manifestazione dell’unica, incontaminata divinità (“modalismo”)5. Lo sviluppo del dogma reagirà a questo svuotamento del paradosso cristiano (evacuatio Christi), ribadendo lo scandalo dell’incontro del divino e dell’umano nel Verbo incarnato senza confusione né mutazione, ma anche senza separazione né divisione6, ed affermerà l’assoluta parità nell’essere divino del Figlio e dello Spirito col Padre7. Non di meno, il fascino dell’Assoluto metafisico penetrerà nella cultura cristiana, fattasi greca con i greci. Sul tema della elezione di grazia e della predestinazione questo fascino si tradurrà nell’esigenza di concepire il disegno di Dio sull’uomo in forma «pura», separata dalle contaminazioni della caducità e della frammentarietà storica: l’idea di un decreto divino assoluto, non condizionato dal divenire mondano, si profilerà in questa direzione come l’espressione di una corretta relazione fra l’Assoluto e la storia.

È così che nel grande dottore della dottrina della predestinazione, Agostino, motivi autenticamente biblici vengono ad incontrarsi con le esigenze dello spirito greco. La classica definizione agostiniana della praedestinatio è del tutto corrispondente all’anima biblica, in particolare paolina: «Nient’altro che questo è la predestinazione dei santi: la prescienza e la preparazione dei benefici di Dio, mediante i quali in modo del tutto certo sono liberati tutti quelli che sono liberati»8. Risuona in queste parole la buona notizia della libertà donata all’uomo per pura grazia dall’iniziativa divina. Parimenti in piena sintonia con la Scrittura sono le affermazioni che riconoscono in Cristo il luogo vivente in cui si compie e si rivela ogni predestinazione: «Il Salvatore in persona, il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, è il lume risplendente della predestinazione e della grazia»9.

Insieme a queste tesi, però, al fine di affermare l’assoluto primato della grazia, la distinzione tra i vocati e gli electi10 viene collegata ad un unico proposito divino, che nella massa perditionis sceglie alcuni perché siano salvati, lasciando i rimanenti nella condizione di dannazione, del tutto meritata11: «Il proposito di Dio non si basa su di un’elezione, ma è invece l’elezione che dipende dal proposito; ciò significa che il proposito di giustificazione permane non perché Dio trovi nell’uomo delle opere buone, in base alle quali egli possa fare la sua scelta, ma, in quanto il proposito di salvezza continua ad operare per la giustificazione dei credenti, Dio trova le opere, che egli poi elegge in vista del regno dei cieli»12. Secondo Agostino il fatto che Dio elegga alcuni e lasci altri nella condizione di massa dannata non inficia la giustizia divina, perché a nessuno è dovuto altro, che la condanna: «Si deve solo affermare, con fede irremovibile, che in Dio non c’è iniquità: sia che voglia rimettere il debito, sia che lo voglia esigere, né colui al quale lo richiede, né colui al quale viene condonato può vantarsi dei suoi meriti. All’uno infatti dà solo ciò che spetta; l’altro ha solo ciò che ha ricevuto»13. È così aperta la strada all’affermazione di un decretum absolutum di Dio indipendente da ogni scelta storica e all’idea ad esso connessa di una doppia predestinazione14.

Sarà in Giovanni Calvino che le idee del decretum absolutum e della gemina praedestinatio verranno formulate in maniera compiuta e con rilievo assoluto15: anche per lui l’intenzione ultima è quella di celebrare il trionfo della grazia e l’assoluta sovranità della libertà divina di eleggere o rigettare chiunque. Il prezzo pagato, però, è l’abbandono del cristocentrismo biblico e il cedimento a un pensiero speculativo sulla divinità e sul suo rapporto col mondo, che contraddice proprio alla profonda ispirazione scritturistica voluta dalla Riforma e giustifica la concentrazione dell’interesse sul destino del singolo uomo a scapito dell’orizzonte comunitario dell’alleanza, caratteristico della concezione biblica. «Definiamo predestinazione il decreto eterno di Dio, per mezzo del quale ha stabilito che cosa voleva fare di ogni uomo. Infatti non li crea tutti nella medesima condizione, ma ordina gli uni a vita eterna, gli altri all’eterna condanna. Così in base al fine per il quale ciascuno è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte»16. In questa concezione la predestinazione perde completamente il carattere di buona novella e diventa un concetto speculativo, al cui interno è possibile distinguere, come strutture parallele di una medesima architettura, l’elezione e la riprovazione. Un sistema simmetrico concettuale, in cui giustizia e misericordia si equilibrano reciprocamente, prende il posto dell’eccesso d’amore e di compromissione da parte del Dio vivente, che costituisce il cuore e lo scandalo dell’evangelo paolino. Il Dio sovrano, indifferente all’uno o all’altro destino della sua creatura, prende il posto del Dio crocifisso per la salvezza del mondo.

È perciò tanto più significativo che proprio dalla tradizione riformata sia venuta la più vigorosa confutazione della concezione della predestinazione come «decreto assoluto» e sistema neutrale di destini paralleli: è, infatti, Karl Barth che ha ripensato dalle fondamenta la dottrina della elezione divina per grazia, riportandola alle sorgenti paoline, e in generale bibliche, in dialogo con l’intera tradizione cristiana17. La critica decisiva che Barth muove a Calvino riguarda appunto la separazione fra Dio e Gesù Cristo nella dottrina della doppia predestinazione: «Per lui il Dio-che-elegge è un “Dio nudo nascosto” (Deus nudus absconditus) e non il “Dio rivelato” (Deus revelatus), il Dio eterno. Tutti gli altri difetti della dottrina calviniana della predestinazione sono riconducibili a questa deficienza capitale. Il Riformatore (contro le sue intenzioni) ha finito per separare Dio da Gesù Cristo; ha creduto di poter cercare altrove che in Gesù Cristo ciò che è all’inizio con Dio; in una sola parola, pur proclamando con la veemenza di cui si sa l’elezione gratuita, alla fin fine è passato accanto alla grazia di Dio manifestata in Gesù Cristo»18.

La via di superamento di questa «deficienza capitale» sta per Barth nel ritorno al «cristocentrismo radicale», che egli vede testimoniato dalla Scrittura, e specialmente da Paolo: «Per sapere che cosa sia l’elezione ed in che cosa consista lo stato di eletto, dobbiamo innanzitutto, senza sbirciare a destra o a sinistra, dirigere la nostra attenzione sul nome di Gesù Cristo, sull’esistenza e sulla storia del popolo divenute realtà in lui, e la cui origine e la cui fine sono contenute e determinate nel mistero di questo nome. Lo vediamo chiaramente: tutte le affermazioni della Scrittura su Dio e sull’uomo coincidono in un solo e medesimo punto; anche le proposizioni relative all’elezione dell’uomo da parte di Dio devono essere concepite ed elaborate in funzione di quanto accade in questo unico punto; in effetti è qui che vi è elezione… È il nome di Gesù Cristo ad essere, secondo l’autorivelazione divina, il centro verso cui convergono, come due raggi luminosi, le due linee della verità che deve essere riconosciuta a questo punto: il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto»19. Barth articolerà perciò la dottrina dell’elezione di grazia e della predestinazione partendo dall’elezione di Gesù Cristo, in cui coglie l’elezione della comunità, per giungere così all’elezione dell’individuo, mai separata o separabile da quella del Signore Gesù e della comunità in lui.

c) Predestinati nella Trinità: fatti per amare, “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (S. Giovanni della Croce)

Gesù Cristo è al tempo stesso il Dio-che-elegge e l’uomo-eletto: è in questa affermazione decisiva che Barth vede formulato «nella maniera più semplice e più completa il contenuto del dogma della predestinazione»20. Egli la difende perciò su un duplice fronte, da una parte rifiutando attraverso di essa ogni concezione del «decreto assoluto»; dall’altra opponendosi ad ogni possibile suggestione di autoredenzione dell’uomo. Se Cristo è il Dio che elegge, l’elezione è inseparabile dalla storia della salvezza in cui si compie il mistero dell’incarnazione: non c’è pertanto alcun proposito divino astratto, alcun decretum absolutum, che preceda e superi il disegno della redenzione attuata nel tempo21. La predestinazione «non è semplicemente lo schema o il programma di una storia. È realmente essa stessa una storia precisa ed unica all’interno della volontà e della decisione divina»22. Questo forte legame fra l’eternità e il tempo, postulato dalla predestinazione, non significa però che il mondo storico sia protagonista assoluto del mistero dell’elezione: a questa supposizione si oppone la tesi che Cristo, il Dio-che-elegge, è anche e inseparabilmente l’uomo-eletto, nel quale ogni altra elezione viene a realizzarsi. Nessuna predestinazione avviene al di fuori di Cristo o indipendentemente da lui23.

Nella luce di questo rigoroso cristocentrismo viene interpretata la dottrina della «doppia predestinazione»: Barth rifiuta senza appello l’idea di una simmetria, che veda da una parte gli eletti, dall’altra i reprobi nel proposito divino sulla storia. La predestinazione è unica, ed è quella che ci è stata rivelata in Gesù Cristo: «L’elezione gratuita è l’origine eterna di tutte le vie e di tutte le opere di Dio in Gesù Cristo, in questo senso che, nella sua libera grazia, Dio si autodetermina in favore dell’uomo peccatore, onde destinarlo alla sua appartenenza»24. Nell’unità di questo disegno di grazia, però, Gesù Cristo non solo ci dona la sua salvezza, ma prende anche su di sé la nostra miseria, in modo tale che in lui si compie la condanna e il rifiuto del peccato del mondo da parte di Dio: «Dio prende dunque su di sé la riprovazione che pesa sull’uomo, con tutte le sue conseguenze ed elegge quest’uomo, onde dargli partecipazione a quella gloria che è la sua»25. Cristo è perciò al tempo stesso l’uomo eletto e l’uomo rifiutato, l’eletto che subisce la pena al posto dei reprobi, ed assomma perciò in sé il doppio destino dell’elezione e della riprovazione, a favore della riconciliazione del peccatore: «Ecco in che cosa consiste la libera grazia per tutti coloro che Dio ha eletto nell’uomo Gesù: poiché in lui Dio, il giudice, prende ed occupa il loro posto, il posto del condannato, essi sono completamente assolti, liberati dal loro peccato, dalla loro colpa, dal loro castigo»26. Il contenuto di verità dell’idea di una «doppia predestinazione» si riconduce allora alla duplice volontà divina di condannare il peccato e di salvare il peccatore in Gesù Cristo: quello che in essa resta del tutto inaccettabile è la presunta simmetria di un disegno assoluto di vita per gli uni e di morte per gli altri27.

L’elezione realizzatasi in Gesù Cristo raggiunge l’uomo attraverso la mediazione necessaria della comunità: «è nella e con l’elezione di Gesù Cristo, con la mediazione della comunità, che gli eletti sono eletti»28. Questa mediazione comunitaria ha due aspetti, al tempo stesso temporali e ontologici: Israele e la Chiesa, l’attesa e il compimento, l’attestazione del giudizio e quella della misericordia. «Questa comunità unica ha un duplice aspetto: in quanto Israele attesta il giudizio divino, in quanto chiesa attesta la misericordia divina. In quanto Israele è destinata ad intendere ed in quanto chiesa è destinata a credere la promessa fatta agli uomini. Israele è la forma passeggera, la chiesa la forma futura del popolo di Dio eletto»29. Proprio in quanto tali, i due aspetti si coappartengono, e sono presenti l’uno nell’altro, fino al tempo in cui si compirà manifestamente la redintegrazione d’Israele: così Barth riguadagna il punto di partenza della riflessione paolina nella lettera ai Romani (cf. Rm 11).

All’interno di questa mediazione storico-comunitaria va collocata e intesa l’elezione dell’individuo: compiuta in Gesù Cristo, storicamente si realizza attraverso la testimonianza e la fede della comunità. «Se il vero oggetto dell’amore di Dio non è costituito da nessun altro “individuo” all’infuori di lui, ne deriva che nessuno, all’infuori di lui, può essere divorato dal fuoco di quell’amore, cioè dalla collera divina; tutti gli eletti e tutti i riprovati hanno la funzione di indicare questo amore divino nel suo duplice aspetto; e hanno la funzione di vivere, nella loro diversità, del fatto che Dio ha amato questo solo essere per amarli in lui ieri, oggi e domani»30. La grandiosa costruzione barthiana fa così risuonare la buona novella dell’amore divino rivelato e offerto in Gesù Cristo per la salvezza di chi l’accoglie e la dannazione di chi lo rifiuta. Il merito di Barth è indiscutibilmente quello di un ritorno al Vangelo paolino della grazia, quale è delineato specialmente nella lettera ai Romani31. Non mancano, tuttavia, i punti deboli, su cui si è appuntata la discussione critica32: in modo particolare, si insinua il sospetto che il rigoroso cristocentrismo della predestinazione si risolva in una generale assoluzione della colpa, e perciò in una necessaria riconciliazione totale, che verrebbe a consumarsi al di là delle possibili resistenze e inadempienze dei singoli.

In questa prospettiva, molto vicina all’idea di una “apocatastasi” finale, la stessa serietà e la dignità del divenire storico verrebbero compromesse33: se tutto è comunque destinato all’irresistibile trionfo della grazia, non c’è più spazio per la libertà umana e conseguentemente per la prova e la lotta in cui si compiono i destini degli uomini. L’ottimismo della grazia presta il fianco a questo sospetto: «Tale è precisamente il contenuto, il duplice contenuto della predestinazione divina ed eterna, dato che essa è identica all’elezione di Gesù Cristo: Dio vuole essere perdente affinché l’uomo sia vincente. Salvezza sicura per l’uomo, pericolo altrettanto sicuro per Dio»34. «Noi conosciamo in realtà soltanto un trionfo dell’inferno ed è l’abbandono di Gesù Cristo; e sappiamo che questo trionfo ha avuto luogo affinché non ce ne fossero mai più altri, affinché l’inferno non potesse più vincere nessuno… Gesù Cristo è stato perduto (ma anche ritrovato) affinché nessuno, a parte lui, lo fosse»35.

La forza di queste affermazioni è tale, che lo stesso Barth sente il bisogno di prendere le distanze dalla possibile conseguenza di una “apocatastasi” in nome dell’assoluta libertà di Dio, anche se lascia decisamente aperta la possibilità di essa, come conseguenza del rigoroso cristocentrismo dell’elezione divina: «È Dio a determinare senza appello l’ampiezza del cerchio dell’elezione; che tale cerchio poi debba coprire alla fine l’intera umanità (secondo la dottrina dell’apocatastasi), è però una tesi che non dobbiamo formulare, proprio per rispetto alla libertà di Dio; la libertà di Dio non è infatti un codice da cui potere trarre diritti ed obbligazioni… Ma bisogna anche dire subito: la conoscenza della grazia che accompagna la libertà divina deve impedirci di formulare la tesi contraria, di affermare cioè l’impossibilità di considerare l’allargamento totale e supremo del cerchio dell’elezione e della vocazione»36. Il rischio di cadere nello spregiudicato ottimismo dell’“apocatastasi” e nel conseguente svuotamento della tragica serietà della storia non è eliminato: il trionfo della grazia minaccia col suo eccesso proprio la verità dell’amore divino, che è tale solo se non annulla l’alterità delle creatura, chiamata a ricambiare l’amore e tuttavia capace di rifiutarlo nel dramma, sempre possibile, del peccato.

In realtà è il Padre il soggetto originario e fondante di ogni elezione divina: principio senza principio della vita eterna dei Tre, risiede in Lui ogni inizio. Certamente, in forza della perfetta comunione che c’è fra di loro, se il Padre è colui che elegge, non di meno lo è il Figlio: tuttavia, la distinzione nella relazione personale evidenzia la profondità ed anche l’insondabilità del disegno divino. Nella Parola fatta carne l’elezione è rivelata al mondo: ma la sua origine ultima resta nascosta nel silenzio del Padre, che comunicandosi nel Verbo resta più grande rispetto alla presa della storia. Evidenziare il ruolo del Padre nel disegno della predestinazione significa allora rispettare maggiormente l’insondabile sovranità divina, per affidarsi ad essa non nella timorosa obbedienza che richiederebbe un oscuro «decreto assoluto» della divinità, ma nella confidenza filiale di chi – con Cristo e per Cristo – si rimette completamente nelle mani del Dio vivente: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà… Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 22,42 e 23,46).

Insieme al ruolo del Padre, è necessario richiamare anche la specifica presenza dello Spirito nel mistero dell’elezione e della predestinazione: è Lui a unire il presente degli uomini all’Eterno e a mantenerlo nella sua libera alterità rispetto a Dio. Grazie allo Spirito Santo la creatura è insieme totalmente dipendente da Dio e libera davanti a Lui, capace di scelte di accettazione e di rifiuto. Lo Spirito Santo – condizione eterna di unità fra il Padre e il Figlio e fra di loro e il mondo creato – è il luogo eterno della libertà, colui che partecipa all’essere personale creato la libertà nell’amore: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17). Grazie allo Spirito Santo la libertà dell’uomo non solo non si oppone all’assoluto primato di Dio, ma ne manifesta la gloria: nel vincolo e nel dono del Paraclito l’essere libero della persona umana non fa concorrenza a Dio, non ne nega la sovranità senza residui, ma rivela la stessa gratuita libertà dell’amore divino, che ha voluto che la creatura esistesse come altra da sé, capace di libertà davanti a sé, e perciò capace di amare o rifiutare l’amore.

Nello Spirito, dunque, la predestinazione divina non nega la libertà umana, ma l’afferma: l’umiltà e la compassione di Dio rendono possibile come dono e grazia l’esistenza della creatura libera di salvarsi o di perdersi, fermo restando il mistero dell’elezione avvenuta in Cristo per tutti e perciò gratuitamente offerta a ciascuno per le vie misteriose dell’azione del Consolatore nella storia. La buona novella dell’elezione divina è l’annuncio che Dio vuole tutti salvi e a tutti dona la salvezza in Gesù Cristo, ma che egli vuole anche ed inseparabilmente tutti liberi di accogliere il dono o di chiudersi ad esso, impegnandosi con sovrana umiltà a rispettare il rifiuto della creatura, che pure è sofferenza per il suo cuore di Padre (cf. Lc 15,11ss). La libertà divina si autolimita per amore perché esista la libertà umana: colui che ci ha creato senza di noi, non ci salverà senza di noi, anche se ha fatto e farà di tutto in Cristo e nello Spirito perché nessuno si perda. La dottrina della predestinazione non è che la sottolineatura dell’insondabilità del Vangelo della grazia, offerta alla libertà del cuore umano per la sua salvezza. I capitoli 9-11 della lettera ai Romani non sono preceduti a caso dal canto dello Spirito e dalla meditazione della dialettica di sofferenza e gloria in Rm 8, che è poi la dialettica della grazia e della libertà, del dono e dell’amore che può accoglierlo o rifiutarlo nel tempo e per l’eternità…

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1 Disputatio di Heidelberg (1518), in WA (Weimarer Ausgabe: D. Martin Luthers Werke. Kritische Gesamtausgabe, Weimar 1883 ss; ristampa: Graz 1964 ss) 1, 365: «Amor Dei non invenit sed creat suum diligibile, Amor hominis fit a suo diligibili… Amor Dei… diligit peccatores, malos, stultos, infirmos, ut faciat iustos, bonos, sapientes, robustos et sic effluit potias et bonum tribuit. Ideo enim peccatores sunt pulchri, quia diliguntur, non ideo diliguntur, quia sunt pulchri. Ideo amor hominis fugit peccatores, malos».

2 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, a cura di A. Moda, Torino 1983 (= Die Kirchliche Dogmatik II/2: Die Lehre von Gott. Gottes Gnadenwahl, Zürich 1942. 19594, 1-563), 155.

3 WA 56, 388: «Tres autem gradus signorum electionis. Primus eorum, qui contenti sunt de tali voluntate Dei neque murmurant contra Deum, Verum confidunt se esse electos et nollent se damnari. Secundus melior eorum, qui resignati sunt et contenti in affectu vel saltem desiderio huius affectus, si Deus nollet eos saluare, Sed inter reprobos habere. Tertius optimus et extremus eorum, qui et in effectu seipsos resignant ad infernum pro Dei voluntate, Vt in hora mortis fit fortasse multis. Hii perfectissime mundantur a propria voluntate et prudentia carnis. Hii sciunt, quid sit illud: Fortis vt mors dilectio Et dura sicut infernus emulatio».

4 Nell’ambito della bibliografia sulla storia e la teologia dell’idea di predestinazione cf.: K. Barth, La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, o.c.; M. Löhrer, Azione della grazia di Dio come elezione dell’uomo, in Mysterium Salutis 9(IV/III), Brescia 1975, 225-295; A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth, Bologna 1972; J. Moltmann, Prädestination und Perseveranz, Neukirchen 1961; J. Mouroux, Il mistero del tempo. Indagine teologica, Brescia 1965; K. Schwarzwäller, Das Gotteslob der angefochtenen Gemeinde. Dogmatische Grundlegung der Prädestinationslehre, Neukirchen 1970; G. Tourn, La predestinazione nella Bibbia e nella storia. Una dottrina controversa, Torino 1978.

5 Cf. in proposito la storia del dogma cristologico e trinitario: ad esempio in B. Forte, Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia, Milano 19896, 133ss, e Id., Trinità come storia, Milano 19884, 60ss.

6 Cf. i quattro avverbi usati a Calcedonia (451): DS 301s.

7 Nel cosiddetto «episodio dommatico» che va da Nicea (325) al Costantinopolitano I (381): cf. DS 125s e 150.

8 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Haec est praedestinatio sanctorum, nihil aliud: praescientia scilicet, et praeparatio beneficiorum Dei, quibus certissime liberantur, quicumque liberantur» (PL 45,1014).

9 De praedestinatione sanctorum XV, 30: «Est praeclarissimum lumen praedestinationis et gratiae ipse Salvator, ipse Mediator Dei et hominum, homo Christus Jesus» (PL 44,981).

10 Cf. De correptione et gratia, VII,13s; IX,21-23; XIII,39s: PL 44,924s. 928-930. 940.

11 De dono perseverantiae, XIV, 35: «Caeteri autem ubi nisi in massa perditionis iusto divino iudicio relinquuntur?» (PL 45,1014).

12 Ad Simplicianum, I, 2, 6: «Non ergo secundum electionem propositum Dei manet, sed ex proposito electio: id est, non quia invenit Deus opera bona in hominibus quae eligat, ideo manet propositum iustificationis ipsius; sed quia illud manet ut iustificet credentes, ideo invenit opera quae iam eligat ad regnum coelorum» (PL 40,115).

13 Ib., I, 2, 17: «Illud tantummodo inconcussa fide teneatur, quod non sit iniquitas apud Deum: qui, sive donet, sive exigat debitum, nec ille a quo exigit, recte potest de iniquitate eius conqueri, nec ille cui donat, debet de suis meritis gloriari. Et ille enim, nisi quod debetur, non reddit: et ille non habet, nisi quod accepit» (PL 40,122).

14 Lo sviluppo di queste tesi nell’agostinismo patristico e medievale si compirà sotto la spinta della “pia” cura di voler celebrare in maniera sempre più radicale l’assolutezza della grazia contro ogni tentazione pelagiana. Un intervento come quello del sinodo di Quiercy (853) evidenzia la necessità che si era venuta profilando di riequilibrare la linea di tendenza dell’agostinismo esagerato: cf. DS 623. Il Sinodo aveva di mira la condanna della dottrina della doppia predestinazione di Gottschalk di Orbais. Trento ribadirà questa condanna nei canoni del Decretum de iustificatione: DS 1567. Nella stessa linea di un agostinismo moderato si era mosso San Tommaso d’Aquino: cf. Summa Theologiae I q. 23 a. 5c. Tuttavia la sua interpretazione orienterà verso la tesi di un decreto divino assoluto, in quanto considera la stessa predestinazione di Cristo e in Lui come un aspetto della generale provvidenza del Dio creatore: cf. ib. III q. 24 a. 1.

15 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 176.

16 Institutio Christianae Religionis, III, 21, 5: «Praedestinationem vocamus aeternum Dei decretum, quo apud se constitutum habuit quid de unoquoque homine fieri vellet. Non enim pari conditione creantur omnes: sed aliis vita aeterna, aliis damnatio aeterna praeordinantur. Itaque prout in alterutrum finem quisque conditus est, ita vel ad vitam, vel ad mortem praedestinatum dicimus». Cf. l’edizione italiana: G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, a cura di G. Tourn, 2 voll., Torino 1971, II, 1101 (cf. l’intero capitolo 21 del libro III: “L’elezione eterna con cui Dio ha predestinato gli uni alla salvezza e gli altri alla dannazione”: 1094ss). L’idea si trova analogamente ad esempio nel De aeterna Dei praedestinatione, del 1552: cf. Corpus Reformatorum 8,261s.

17 Cf. K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., su cui A. Moda, La dottrina dell’elezione divina in Karl Barth, o.c..

18 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 332.

19 Ib., 245s.

20 Ib., 319.

21 Cf. ib., 268.

22 Ib., 451.

23 Cf. ib., 246.

24 Ib., 305.

25 Ibid.

26 Ib., 355.

27 Cf. ib., 433.

28 Ib., 694.

29 Ib., 469.

30 Ib., 712s.

31 Cf. B. Forte, Cristologia e politica. Su Karl Barth, in Id., Cristologie del Novecento, Brescia 19852, 63-104.

32 Cf. la documentata analisi di A. Moda nell’Introduzione all’edizione italiana di K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 45ss. Lo stesso fondamento biblico dell’intera costruzione barthiana è stato contestato da alcuni, perché l’idea paolina corrispondente alla sostituzione vicaria è che Cristo è morto in nostro favore, e non – come continuamente sembra supporre Barth – al nostro posto: cf. ad esempio H. Bouillard, Karl Barth, II, Paris 1957, 117.

33 È ad esempio la critica di E. Brunner, Die christliche Lehre von Gott, Zürich 1946, 375-379.

34 K. Barth, La dottrina dell’elezione divina, o.c., 419.

35 Ib., 947s.

36 Ib., 817.

La liturgia della vita in san Paolo

dal sito: 

http://www.pddm.it/vita/vita_08/index_08.htm

LA VITA IN CRISTO E NELLA CHIESA

Mensile di formazione liturgica e Informazione

Mensile di formazione liturgica e Informazione

La liturgia della vita in san Paolo

San Paolo è ancora vivo oggi e continua a formare le generazioni cristiane, specialmente quando nella liturgia della Chiesa si leggono le sue lettere o i brani degli Atti degli Apostoli che lo riguardano. Dio infatti ha preparato l’apostolo per una missione speciale che ha oltrepassato la propria vicenda personale. Quando il giovane Saulo di Tarso, terminata la prima formazione, giungeva a Gerusalemme per seguire le lezioni di Gamaliele (cf At 22,3), il più dotto scriba fariseo del momento, si è trovato di fronte alla spianata del tempio consacrato a Dio dai suoi padri. Le lezioni dei rabbi erano infatti impartite sotto i portici o nelle sale degli edifici che occupavano la parte centrale della spianata. Il tempio, posto a oriente, era il cuore della città santa verso cui si volgeva il desiderio di ogni israelita. Saulo lo avrà certamente ammirato nell’imponenza della costruzione, delimitata da un duplice portico e suddivisa con un quadruplice ordine di cortili; il santuario, il cui tetto era ricoperto d’oro, occupava la parte centrale. Per le grandi feste annuali, i pellegrini, venuti da ogni direzione, coprivano le strade della Palestina e salivano al tempio cantando i salmi delle ascensioni (Salmi 120-134). Saulo vibrava a questo ritmo e partecipava alle splendide liturgie nel tempio. Egli imparava il valore delle pratiche cultuali del suo popolo, il riposo sabbatico, l’ufficio sinagogale, il digiuno del giorno dell’espiazione, le preghiere che accompagnavano gli atti quotidiani, l’uso dei filattèri e delle frange, i digiuni spontanei, le offerte e i voti. La fede in Dio e lo studio della Torah impregnano tutti i momenti e tutte le azioni della sua esistenza, seguendo lo schema rituale della separazione dalla realtà profana. Il Signore lo preparava, attraverso la pratica minuziosa di tutte le prescrizioni rituali, nella lunga esperienza di contatto con la liturgia del tempio di Gerusalemme, a incontrare Gesù Cristo, che è «più grande del tempio» e a interiorizzare la sua passione per Dio in una continua liturgia della vita. Con il Nuovo Testamento la funzione del tempio viene infatti trasferita alla persona di Gesù Cristo, morto e risorto. Il «nuovo tempio» è il suo corpo (cf Gv 2,21). Nella rivelazione della via di Damasco, Saulo ne resterà folgorato.

«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Statua marmorea dell’apostolo Paolo situata in Piazza San Pietro (Roma).

La «separazione» di Paolo I molti dettagli della conversione trasfigurante di Saulo, raccontata per tre volte nel libro degli Atti degli Apostoli (cf At 9; 22; 26), vengono confermati nelle lettere dell’apostolo ma con più sobrietà. Egli comprende che la sua vocazione è opera di Dio, una pura e immeritata grazia donata a un uomo che si autogiustificava con la pratica delle prescrizioni ma che in realtà era un «bestemmiatore, persecutore e violento» (1 Tm 1,13). Dio ha scelto e chiamato un persecutore per farne un apostolo. Questa chiamata è una libera decisione del Signore, per suo puro beneplacito. Non è un’improvvisazione perché l’amore di Dio per noi viene sempre da molto lontano (cf Rm 8,28-30). Nelle lettere paoline l’azione del «chiamare», in greco kalein, ha sempre come soggetto Dio stesso. Paolo parla della sua vocazione in termini teologici e cultuali: «Quando Colui che mi mise a parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque (eudokésen) di rivelare suo Figlio in me affinché lo annunziassi in mezzo alle nazioni, subito non consultai carne e sangue…» (Gal 1,15-16). Il verbo usato dall’apostolo «mettere a parte- separare» è significativo nella vocazione particolare di Paolo. Allo stesso modo si pre- senta all’inizio della lettera ai Romani: «Paolo, apostolo per vocazione, messo a parte per il Vangelo di Dio» (Rm 1,1). Dio si è riservato Paolo come nella liturgia del tempio si riservavano per lui le offerte e le primizie. Nell’Antico Testamento questo verbo ha spesso un senso cultuale e viene applicato sia alle vittime scelte per i sacrifici (cf Es 29,26-27) sia ai leviti, messi a parte per il servizio liturgico (cf Nm 8- 11), sia per tutto il popolo eletto: «Mi sarete consacrati perché io sono Santo, il Signore vostro Dio che vi ho messi a parte da tutte le nazioni per appartenere a me» (Lv 20,26). Paolo è stato sottratto a un modo comune di vivere per essere introdotto in una speciale relazione con Dio. Il contesto però fa comprendere che non si tratta di una segregazione perché l’elezione dell’apostolo porta con sé la missione di introdurre altri, specialmente tra i pagani, nella stessa relazione di alleanza con Dio, in Cristo Gesù. La vocazione di Paolo non si deve però concepire in chiave «amministrativa», come se Dio gli assegnasse una funzione per il bene di altri, ma si deve comprendere come una grazia personale, interna, la quale poi rende possibile una missione rivolta ad altre persone. È una testimonianza, una liturgia della vita che richiede l’impegno di tutta la persona e che scaturisce da un’esperienza di relazione personale e profonda con Cristo. Paolo ha ricevuto «in se stesso» la rivelazione del Figlio di Dio ed è stato introdotto in un rapporto intimo con lui, fino alla completa conformazione al suo mistero. Infatti egli afferma: «Dio che disse: dalle tenebre rifulga la luce, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Dio fece brillare la luce di Cristo nel cuore di Paolo, cioè in quel luogo che nell’antropologia biblica indica la sede dell’interiorità, della libertà e della scelta cosciente. Per questo vi è un rapporto profondo tra la rivelazione interna e la missione apostolica. La rivelazione del Figlio di Dio gli fu data, dice, «affinché lo evangelizzassi fra le nazioni » (Gal 1,16), cioè ne porti il lieto annunzio a tutti, in modo che tutti possano entrare nell’economia della nuova e definitiva alleanza e «partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, a essere partecipi della promessa» (Ef 3,6). Il rapporto vivo e dinamico con la persona del Figlio di Dio inaugura la liturgia della vita. Non si tratta più soltanto di una relazione «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Statua marmorea dell’apostolo Paolo situata in Piazza San Pietro (Roma). cultuale, come nel tempio di Gerusalemme, ma esistenziale che trasforma tutti i momenti della quotidianità. Si capovolge lo schema della sacralità tipica del tempio. Il contatto con Dio non avviene più per separazioni ma, in forza dell’Incarnazione, per immersione nel mistero di Cristo. Paolo si è sentito afferrato da Cristo Gesù (cf Fil 3,12) e la sua scala di valori, anche nell’ambito religioso, si è capovolta. «Le cose che per me erano vantaggi personali, le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della relazione con Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo…» (Fil 3,7-8). Per mantenersi unito a Cristo, Paolo si mette con tutte le sue forze al servizio del prossimo, nell’evangelizzazione. La carità di Cristo sperimentata lo sospinge a dare la vita per il Vangelo. Spostamento della terminologia cultuale

Attingendo dalla sua prolungata esperienza nel tempio, l’apostolo, divenuto cristiano, opera un radicale cambiamento di prospettiva. Egli usa la terminologia tipica, propria del culto, e la applica all’esperienza della vita cristiana. Paolo, per esempio, riferendosi forse al rituale dell’agnello sacrificato per l’espiazione dei peccati (cf Lv 4,24; Is 53,10) indica Cristo come «oblazione e sacrificio di soave odore» (Ef 5,2). La fragranza delle vittime sacrificali significava l’accoglienza dei sacrifici da parte di Dio. Cristo è la «nostra Pasqua» cioè «l’agnello pasquale» che offre una novità di vita per quanti sono chiamati a «celebrare» la Pasqua con «azzimi nuovi» e non con «lievito vecchio » (cf 1 Cor 5,7-8; Gal 5,9). Tutto ciò che è salvifico per il popolo, nella prima alleanza, si compie ora, nella persona di Gesù. Anche se Paolo scrive le sue lettere quando il tempio di Gerusalemme non era ancora stato distrutto (70 d.C.) egli definisce il corpo dei cristiani come «tempio di Dio» (cf 1 Cor 3,16-17; 6,18-20; 2 Cor 6,16; Ef 2,21). Il processo di personalizzazione del tempio si verifica, da una prospettiva cristologica, anche nella teologia giovannea (cf Gv 2,19-21). Per esprimere questa realtà l’apostolo opera uno spostamento di terminologia a volte sorprendente e molto ardito. Anche la prima lettera di Pietro è sulla stessa linea. Per Paolo la liturgia diventa il quadro «naturale » in cui si svolge la vita cristiana in tutta la sua sacralità. Egli applica questa prospettiva anzitutto a se stesso e descrive il suo apostolato con un linguaggio cultuale. A volte il verbo «servire» (douleuein), in determinati contesti, sembra richiamare il servizio liturgico (cf 1 Ts 1,9-10; Gal 4,8-11). Paolo liturgo di Cristo

Nell’evangelizzazione Paolo è «liturgo di Cristo» (cf Rm 15,16) che rende culto a Dio con la propria esistenza (cf Rm 1,9-10; 2 Tm 1,3). Anche se né Gesù Cristo, né Paolo hanno personalmente compiuto dei sacrifici nel tempio di Gerusalemme, la loro stessa esistenza viene descritta, nell’epistolario paolino, con linguaggio cultuale. L’apostolo ha caricato di senso liturgico la vita cristiana. Senza far distinzione tra azioni ministeriali e comuni, paragona la stessa conclusione della propria vita alla libagione sacrificale: il suo sangue «sta per esser offerto in libagione » (Fil 2,17; 2 Tm 4,6). Il suo ministero apostolico è un culto (latreuo) che egli presta «a Dio nello Spirito» (cf Rm 1,9). Egli si qualifica «protagonista di un’attività liturgica» (leitourgon: Rm 15,16) nel suo ministero tra i Gentili. La raccolta di fondi praticata nelle comunità greche a favore della Chiesa di Gerusalemme è chiamata «attività liturgica» (leitourgia: 2 Cor 9,12) ed Epafrodito, inviato dai Filippesi per assistere Paolo nei disagi della prigionia, prestandogli quegli umili servizi di cui l’apostolo in carcere aveva bisogno, viene designato come «protagonista di un’azione liturgica » (leitourgon: Fil 2,25). Il punto di partenza di tutta la vita cristiana, sia per quanto riguarda Paolo personalmente come i destinatari delle sue lettere, è il battesimo come immersione nella morte e nella risurrezione di Gesù (cf Rm 6,1-11).La vita cristiana come liturgia

La realtà battesimale pone il cristiano in una situazione completamente nuova che permette all’apostolo di trasferire tutti i termini propri del culto nel tempio di Gerusalemme alla vita cristiana. Questo spostamento di terminologia cultuale è evidente in Rm 12,1-2: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la bontà di Dio, a presentare i vostri corpi come un’offerta sacrificale (thysian) vivente in continuazione, santa, gradita a Dio: è il vostro culto (latreian) logico. Non conformatevi al mondo presente, ma trasformatevi in continuazione mediante un rinnovamento attivo della vostra mente, in modo da poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito [a Dio] e perfetto». Dopo aver spiegato nella prima parte della lettera ai Romani la situazione nuova della vita cristiana, Paolo conclude invitando i credenti, in nome di tutta la misericordia sperimentata, a presentare a Dio la loro vita, cioè i propri corpi (somata) nella concretezza relazionale della persona, in riferimento al tempo e allo spazio. Quest’offerta dovrà essere irreversibile, come la vittima sacrificale che veniva uccisa nel tempio, ma nello stesso tempo essere una vittima che vive, come l’agnello immolato e risorto dell’Apocalisse. Nel caso dei cristiani la radicalità dell’offerta costituisce, secondo Paolo, un culto vero e proprio (latreian) che dà senso alla vita. Questa spinta oblativa, vissuta nei particolari concreti della vita quotidiana, è una liturgia, secondo l’insegnamento dell’apostolo. Per attuare questa «liturgia della vita» è necessario però prendere le distanze dalla mentalità del mondo nei suoi aspetti inquinanti e peccaminosi. La partecipazione alla vitalità del Cristo risorto, con il dono dello Spirito, frutto del battesimo, spingerà il cristiano a una trasformazione continuata e progressiva nella linea dei valori di Cristo e a un rinnovamento costante dei suoi sistemi mentali per renderlo capace di un discernimento aperto alla volontà di Dio, nel dettaglio della vita quotidiana, senza seguire lo schema di questo mondo. Paolo attribuisce questa qualità liturgica a tutto quello che è, e a tutto quello che fa, ma trova anche momenti e spazi qualificanti di preghiera per se stesso e per le comunità cristiane, culminanti nell’Eucaristia (cf 1 Cor 11,23-34). L’epistolario paolino è disseminato di inni, dossologie, formule di fede, benedizioni e acclamazioni che evocano il contesto ecclesiale delle comunità a cui sono destinate le lettere e la loro vitalità liturgica. I frammenti liturgici sono usati da san Paolo in modo creativo e vivace e ogni lettera inizia con una benedizione introduttoria, adattata alle specifiche necessità delle comunità cristiane. La sacralità stupenda che era espressa nel rapporto con Dio nel tempio, le preghiere della sinagoga, il canto dei salmi, le feste del giudaismo e tutto il complesso rituale della prima alleanza, trova ora il suo compimento in Cristo Gesù. Per mezzo di lui e nella forza dello Spirito sale a Dio Padre il nostro amen, in una continua liturgia della vita. Regina Cesarato

Publié dans : temi - la liturgia | le 10 octobre, 2008 |2 Commentaires »

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – GIOVEDÌ 9 OTTOBRE 2008

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 9 OTTOBRE 2008

MEMORIA FACOLTATIVA: San Dionigi e compagni Vescovo e martiri

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 3, 1-5
O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 5, 3-25

Le vedove. I presbiteri
Carissimo, onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio. Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte; al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta. Proprio questo raccomanda, perché siano irreprensibili. Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele. Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove quando abbia non meno di sessant’anni, sia andata sposa una sola volta, abbia la testimonianza di opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l’ospitalità, lavato i piedi ai santi, sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene. Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all’avversario nessun motivo di biasimo. Già alcune purtroppo si sono sviate dietro a satana. Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla Chiesa, perché questa possa così venire incontro a quelle che sono veramente vedove. I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento. Dice infatti la Scrittura: Non metterai la museruola al bue che trebbia e: Il lavoratore ha diritto al suo salario. Non accettare accuse contro un presbitero senza la deposizione di due o tre testimoni. Quelli poi che risultino colpevoli riprendili alla presenza di tutti, perché anche gli altri ne abbiano timore. Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo. Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui. Conservati puro! Smetti di bere soltanto acqua, ma fa’ uso di un po’ di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni. Di alcuni uomini i peccati si manifestano prima del giudizio e di altri dopo; così anche le opere buone vengono alla luce e quelle stesse che non sono tali non possono rimanere nascoste.

Responsorio
Cfr. Fil 1, 27; 2, 4. 5
R. Comportatevi in modo degno del Vangelo, combattete unanimi per la fede, * senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.
V. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
R. senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA DELLA MEMORIA FACOLTATIVA: SAN DIONIGI

storia di San Dionigi su:
http://www.santiebeati.it/dettaglio/29450

DAGLI SCRITTI…
Dal «Commento sul salmo 118» di sant’Ambrogio, vescovo
Sii testimone fedele e forte

Come molto sono le persecuzioni, così molti sono i generi di martirio. Ogni giorno tu sei testimone di Cristo. Sei stato tentato dallo spirito di fornicazione, ma, per timore del futuro giudizio di Cristo, hai conservato la castità dell’anima e del corpo: sei martire di Cristo. Sei stato tentato dallo spirito di avarizia a invadere la proprietà del povero, a violare i diritti della vedova, ma, ricordando i comandamenti di Dio, hai compreso che bisogna aiutare piuttosto che recar danno: sei testimone di Cristo. Tali li vuole Cristo i suoi testimoni secondo quanto sta scritto: «Rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore» (Is 1, 17-18). Sei stato tentato dallo spirito di superbia, ma, vedendo il misero e il povero, ne hai sentito profonda pietà e hai amato l’umiltà più che l’arroganza: sei testimone di Cristo. E, quel che é più, hai reso testimonianza non soltanto a parole, ma anche con le opere. Quale uomo, infatti, é testimone più autorevole e credibile di chi «riconosce che Gesù Cristo é venuto nella carne» (1 Gv 4, 2) proprio osservando le norme del Vangelo? Invece chi ascolta e non fa, nega Cristo. Anche se lo confessa a parole, lo nega con i fatti. A quanti diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome»? Risponderà in quel giorno: «Allontanatevi da me, tutti voi operatori di iniquità» (Mt 7, 22-23). Testimone é dunque colui che attesta i precetti del Signore Gesù, soprattutto con la prova dei fatti. Dio solo sa quanti soffrono quotidianamente il martirio in segreto e confessano nel loro cuore il Signore nostro Gesù Cristo! L’Apostolo conobbe questo martirio e questa fedele testimonianza a Cristo, egli che disse: «Questo infatti é il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza» (2 Cor 1, 12). Si verifica anche il contrario. Quanti hanno confessato esternamente e negato internamente! Ecco perché ci si dà questa raccomandazione: «Non prestate fede a ogni ispirazione» (1 Gv 4, 1), e si dice anche: Dai loro frutti conoscerete a chi dovete credere (cfr. Mt 7, 16). Perciò sii fedele e forte nelle persecuzioni interne, per essere approvato anche in quelle che sono pubbliche. Anche nelle persecuzioni interne ci sono re e présidi e giudici terribili per il loro potere. Hai un esempio nella tentazione che ha subito il Signore. Si legge: «Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Vedi davanti a quali re sei posto, o uomo? Se fai regnare in te la colpa, sottostarai al re-peccato. Quanti sono i peccati, quanti sono i vizi, altrettanti sono i re. Davanti a questi noi siamo trascinati e davanti a questi siamo posti. Anche questi re hanno un loro tribunale nello spirito di moltissimi. Ma se uno confessa Cristo, fa subito prigioniero quel re, lo atterra dal trono della propria anima. Infatti, come potrebbe restare il tribunale del diavolo in colui nel quale é eretto il tribunale di Cristo? (Disc. 20, 47-50; CSEL 62, 467-469)

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 8 OTTOBRE 2008

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 8 OTTOBRE 2008

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 2,1-2.7-14
Fratelli, dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 4, 1 – 5, 2

Il vescovo, maestro di sana dottrina e uomo di pietà
Carissimo, lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. Proponendo queste cose ai fratelli sarai un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito come sei dalle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito. Rifiuta invece le favole profane, roba da vecchierelle. Esercitati nella pietà, perché l’esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura. Certo questa parola è degna di fede. Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono. Questo tu devi proclamare e insegnare. Nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. Fino al mio arrivo, dèdicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi premura di queste cose, dèdicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano. Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza.

Responsorio
Cfr. 1 Tm 4, 8. 10; 2 Cor 4, 9
R. La pietà è utile a tutto, e porta con sé la promessa della vita. Noi ci affatichiamo e combattiamo, * perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente.
V. Perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi,
R. perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente.

VESPRI
Lettura Breve
Ef 3, 20-21
A colui che in tutto ha potere di fare molto pi
ù
di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

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