L’Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina

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L’Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina

Secondo un Arcivescovo brasiliano incoraggerà lo “stato di missione”

di Alexandre Ribeiro

BELÉM, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- L’Anno Paolino porterà molti frutti alla Chiesa in America Latina, che cerca sempre più di porsi in stato di missione sulla via indicata dalla Conferenza di Aparecida, ha indicato un Arcivescovo brasiliano.

Alla vigilia dell’inizio dell’anno che commemora il bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo, monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Belém (Pará), sottolinea in un messaggio inviato a ZENIT il momento di grazia e di grandi possibilità d’animazione che rappresenterà l’evento convocato dal Papa.

Instancabile nelle sue peregrinazioni, San Paolo è per noi oggi un grande segno affinché in questo nostro difficile secolo non abbiamo paura di affrontare i nuovi areopaghi che compaiono ogni giorno davanti ai nostri occhi e ci pongono sempre sulla via di nuovi dialoghi e nuove scoperte, ha affermato.

Apostolo accettato e rifiutato, festeggiato e lapidato, accolto e non ricevuto, si solleva sempre con nuove energie e con nuovo coraggio e continua la sua peregrinazione e la sua testimonianza.

Secondo l’Arcivescovo, è l’esperienza dell’incontro con Cristo che Paolo ripeterà sempre come motivazione principale della sua trasformazione.Monsignor Tempesta ha osservato che l’anno commemorativo sar

à un’occasione per studiare in modo più approfondito gli scritti e il lavoro di Paolo, chiedendo a Dio che ci aiuti ad avere lo stesso coraggio che ha guidato la sua vita e la disposizione a essere con lui in costante stato di missione.Il prossimo sabato, a Belém, ci si riunirà alle 18.00 nella chiesa di San Francesco d’Assisi (Cappuccini), da dove partirà la processione per la chiesa della parrocchia di San Pietro e San Paolo.

Alle 19.00 verranno celebrate l’apertura e la proclamazione dell’anno giubilare nell’Arcidiocesi e saranno annunciati i principali orari ed eventi del calendario annuale.

Un’immagine di San Paolo percorrerà per tutto l’anno le parrocchie dell’Arcidiocesi. Monsignor Tempesta invita i fedeli a partecipare all’apertura dell’anno giubilare per iniziare insieme, con grande ardore, l’Anno Paolino nella nostra Arcidiocesi.

vi racconto quache cosa perché ho uno strappo muscolare e non riesco a fare molto

vi racconto quache cosa perché ho uno strappo muscolare e non riesco a fare molto dans 1. CON TE PAOLO

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oggi vi racconto qualcosa perché di più non riesco a fare, il problema è che per inserire il cavo della machina fotografica digitale nella porta USB mi sono procurata uno strappo muscolare alla spalla sinistra, e, quindi, per qualche giorno posso lavorare di meno, faccio fatica a consultare i libri, quindi se c’è qualche studio che posso inserire lo faccio, ma prima leggo tutto e un po’ faccio fatica anche a fare questo perché mi fa male, oggi pomeriggio va meglio così posso continuare con il mio « lavoro »; tra l’altro per dar via alcuni vestiti che non utilizzo più ho fatto una scemenza, ossia: ho fatto due pacchetti e sono andata ai cassonetti gialli, quelli fatti apposta, non solo, quindi, ho fatto la fatica ad aprire e chiudere – che sono un po’ duri – ma, dato che non si chiudeva bene gli ho dato una assestata e, naturalmente, ho peggiorato il dolore deello strappo muscolare;

per quando riguarda San Paolo sono contenta di quello che sto facendo, qualche volta mi farebbe piacere che qualcuno mi dicesse qualcosa, mi desse qualche consiglio, chi vuole;

ho scritto un paio di poesie/preghiere a San Paolo, non so se pubblicarle e dove,  se qui, o creare una categoria apposita;

questa fotografia l’ho fatta nella Basilica di San Giovanni in Laterano, nella entrata laterale della Basilica – quella che da su Piazza San Giovanni non su Porta San Giovanni – in alto, diciamo sul soffitto, ci sono diverse immagini, tra le altre questa di San Paolo, non so quanti la notano tra tante belle – e preziose – immagini, ma a me piace e l’ho fotografata, è in alto e lontana, con la mia macchina fotografica meglio di così non viene, però si vede abbastanza;

saluti a tutti;

Omelia del Papa per la messa conclusiva del Congresso in Québec (liturgia)

dal sito: 

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Omelia del Papa per la messa conclusiva del Congresso in Québec

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI in collegamento diretto televisivo via satellite con la spianata di Abraham, a Québec (Canada), dove domenica si è celebrata la messa conclusiva del 49° Congresso eucaristico internazionale presieduta dal Cardinale Jozef Tomko.

* * *

Signori cardinali,
Eccellenze,
Cari fratelli e sorelle,

Mentre siete riuniti per il quarantanovesimo Congresso eucaristico internazionale, sono lieto di raggiungervi attraverso la televisione e di unirmi così alla vostra preghiera. Desidero prima di tutto salutare il signor cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, e il signor cardinale Josef Tomko, inviato speciale per il Congresso, e tutti i cardinali e i vescovi presenti. Rivolgo altresì i miei saluti cordiali alle personalità della società civile che hanno tenuto a prendere parte alla liturgia. Il mio pensiero affettuoso va ai sacerdoti, ai diacono e a tutti i fedeli presenti, come pure a tutti i cattolici del Québec, dell’intero Canada e degli altri continenti. Non dimentico che il vostro Paese celebra quest’anno il quattrocentesimo anniversario della sua fondazione. È un’occasione perché ognuno ricordi i valori che hanno animato i pionieri e i missionari nel vostro Paese.

« L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo », questo è il tema scelto per questo nuovo Congresso eucaristico internazionale. L’Eucaristia è il nostro tesoro più bello. È il sacramento per eccellenza; essa ci introduce maggiormente nella vita eterna, contiene tutti i misteri della nostra salvezza, è la fonte e il culmine dell’azione e della vita della Chiesa, come ricorda il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, n. 8). È dunque particolarmente importante che i pastori e i fedeli s’impegnino costantemente ad approfondire questo grande sacramento. Ognuno potrà così consolidare la propria fede e compiere sempre meglio la propria missione nella Chiesa e nel mondo, ricordandosi che vi è una fecondità dell’Eucaristia nella sua vita personale, nella vita della Chiesa e del mondo. Lo Spirito di verità testimonia nei vostri cuori; testimoniate, anche voi, Cristo dinanzi agli uomini, come dice l’antifona dell’alleluia di questa messa. La partecipazione all’Eucaristia non allontana dunque dai nostri contemporanei, al contrario, poiché essa è l’espressione per eccellenza dell’amore di Dio, ci invita a impegnarci con tutti i nostri fratelli per affrontare le sfide presenti e per fare della terra un luogo in cui si vive bene. Per questo dobbiamo lottare incessantemente affinché ogni persona sia rispettata dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, le nostre società ricche accolgano i più poveri e riconferiscano loro tutta la loro dignità, ogni persona possa alimentarsi e far vivere la propria famiglia e la pace e la giustizia risplendano in tutti i continenti. Queste sono le sfide che devono mobilitare tutti i nostri contemporanei e per le quali i cristiani devono attingere la loro forza dal mistero eucaristico. « Il mistero della fede »: è questo che proclamiamo in ogni messa. Desidero che tutti si impegnino a studiare questo grande mistero, specialmente rivisitando ed esplorando, individualmente e in gruppo, il testo del Concilio sulla Liturgia, la Sacrosanctum Concilium, al fine di testimoniare con coraggio il mistero. In questo modo, ciascuna persona giungerà a capire meglio il significato di ogni aspetto dell’Eucaristia, comprendendone la profondità e vivendola con maggiore intensità. Ogni frase, ogni gesto ha un proprio significato e nasconde un mistero. Auspico sinceramente che questo Congresso serva da appello a tutti i fedeli affinché si impegnino allo stesso modo per un rinnovamento della catechesi eucaristica, di modo che acquisiscano essi stessi un’autentica consapevolezza eucaristica e a loro volta insegnino ai bambini e ai giovani a riconoscere il mistero centrale della fede e costruiscano la loro vita intorno a esso. Esorto specialmente i sacerdoti a rendere il dovuto onore al rito eucaristico e chiedo a tutti i fedeli di rispettare il ruolo di ogni individuo, sia sacerdote sia laico, nell’azione eucaristica. La liturgia non appartiene a noi: è il tesoro della Chiesa.

La ricezione dell’Eucaristia, l’adorazione del Santissimo Sacramento – con ciò intendiamo approfondire la nostra comunione, prepararci a essa e prolungarla – significa consentire a noi stessi di entrare in comunione con Cristo, e attraverso di lui con tutta la Trinità, per diventare ciò che riceviamo e per vivere in comunione con la Chiesa. È ricevendo il Corpo di Cristo che riceviamo la forza « dell’unità con Dio e con gli altri » (cfr san Cirillo d’Alessandria, In Ioannis Evangelium, 11, 11; cfr. sant’Agostino, Sermo 577). Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è costruita intorno a Cristo e che, come hanno detto sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e sant’Alberto Magno, seguendo san Paolo (cfr 1 Cor, 10, 17), l’Eucaristia è il sacramento dell’unità della Chiesa perché tutti noi formiamo un solo corpo di cui il Signore è il capo. Dobbiamo ritornare continuamente indietro all’ultima cena del giovedì santo, dove abbiamo ricevuto un pegno del mistero della nostra redenzione sulla croce. L’ultima cena è il luogo della Chiesa nascente, il grembo che contiene la Chiesa di ogni tempo. Nell’Eucaristia il sacrificio di Cristo viene costantemente rinnovato, la Pentecoste viene costantemente rinnovata. Possiate tutti voi diventare sempre più consapevoli dell’importanza dell’Eucaristia domenicale, perché la domenica, il primo giorno della settimana, è il giorno in cui onoriamo Cristo, il giorno in cui riceviamo la forza per vivere quotidianamente il dono di Dio!

Desidero anche invitare i pastori e i fedeli a un’attenzione rinnovata per la loro preparazione alla ricezione dell’Eucaristia. Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo vuole dimorare in noi. Per questo, dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo in un cuore puro, ritrovando costantemente, mediante il sacramento del perdono, quella purezza che il peccato ha macchiato, « armonizzando la nostra anima con la nostra voce », secondo l’invito del Concilio (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 11). Di fatto, il peccato, soprattutto quello grave, si oppone all’azione della grazia eucaristica in noi. D’altro canto, coloro che non possono comunicarsi per la loro situazione troveranno comunque in una comunione di desiderio e nella partecipazione all’Eucaristia una forza e un’efficacia salvatrice.

L’Eucaristia ha un posto molto speciale nella vita dei santi. Rendiamo grazie a Dio per la storia di santità del Québec e del Canada, che ha contribuito alla vita missionaria della Chiesa. Il vostro paese onora in modo particolare i suoi martiri canadesi, Jean de Brébeuf, Isaac Jogues e i loro compagni, che hanno saputo donare la propria vita per Cristo, unendosi così al suo sacrificio sulla Croce. Appartengono alla generazione degli uomini e delle donne che hanno fondato e sviluppato la Chiesa in Canada, con Marguerite Bourgeoys, Marguerite d’Younville, Marie de l’Incarnation, Marie-Catherine de Saint-Augustin, monsignor François de Laval, fondatore della prima diocesi in America del Nord, Dina Bélanger e Kateri Tekakwitha. Imparate da loro, e come loro, siate senza paura; Dio vi accompagna e vi protegge; fate di ogni giorno un’offerta alla gloria di Dio Padre e prendete parte alla costruzione del mondo, ricordandovi con orgoglio della vostra eredità religiosa e del suo irradiamento sociale e culturale, e preoccupandovi di diffondere attorno a voi i valori morali e spirituali che giungono a noi dal Signore.

L’Eucaristia non è solo un pasto fra amici. È mistero di alleanza. « Le preghiere e i riti del sacrificio eucaristico fanno continuamente rivivere davanti agli occhi della nostra anima, nel corso del ciclo liturgico, tutta la storia della salvezza, e ci fanno penetrare sempre più il suo significato » (Santa Thérèse-Bénédicte de la Croix, [Edith Stein], Wege zur inneren Stille, Aschaffenburg, 1987, p. 67). Siamo chiamati a entrare in questo mistero di alleanza conformando ogni giorno di più la nostra vita al dono ricevuto nell’Eucaristia. Questa ha un carattere sacro, come ricorda il Concilio Vaticano ii: « ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado » (Sacrosanctum Concilium, n. 7). In un certo senso, essa è « liturgia celeste », anticipazione del banchetto nel Regno eterno, annunciando la morte e la resurrezione di Cristo, « finché Egli venga » (1 Cor, 11, 26).

Affinché il popolo di Dio non manchi mai di ministri per donargli il Corpo di Cristo, dobbiamo chiedere al Signore di fare alla sua Chiesa il dono di nuovi sacerdoti. Vi invito anche a trasmettere la chiamata al sacerdozio ai giovani, affinché accettino con gioia e senza paura di rispondere a Cristo. Non saranno delusi. Che le famiglie siano il luogo primordiale e la culla delle vocazioni!
Prima di terminare, è con gioia che vi annuncio il prossimo Congresso eucaristico internazionale. Si terrà a Dublino, in Irlanda, nel 2012. Chiedo al Signore di fare scoprire a ognuno di voi la profondità e la grandezza del mistero della fede. Che Cristo, presente nell’Eucaristia, e lo Spirito Santo, invocato sul pane e sul vino, vi accompagnino nel vostro cammino quotidiano e nella vostra missione! Che, sull’esempio della Vergine Maria, siate disponibili all’opera di Dio in voi! Affidandovi all’intercessione di Nostra Signora, di sant’Anna, patrona del Québec, e di tutti i santi della vostra terra, imparto a tutti voi un’affettuosa Benedizione Apostolica, e anche a tutte le persone presenti, venute da diversi Paesi del mondo.

Cari amici, mentre questo importante evento nella vita della Chiesa sta giungendo al termine, invito tutti voi a unirvi a me nel pregare per il buon esito del prossimo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà nel 2012 nella città di Dublino! Colgo l’opportunità per salutare cordialmente il popolo d’Irlanda mentre si prepara a ospitare questo incontro ecclesiale. Sono fiducioso che, insieme a tutti i partecipanti al prossimo Congresso, vi troverà una fonte di rinnovamento spirituale duraturo.

Publié dans : temi - la liturgia | le 24 juin, 2008 |Pas de Commentaires »

Padre Cantalamessa: La fede in Cristo in San Paolo (temi: giustificazione per fede)

ho trovato questa omelia questi giorni, riguarda la « giustificazione mediante la fede », questa omelia di Padre Cantalamessa è una riflessione di considerevole importanza ed è bello che l’abbia pronunciata, « annunziata », durante un’omelia:

 http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=41

La fede in Cristo in San Paolo 2005-12-16- III Predica di Avvento alla Casa Pontificia

1. Giustificati per la fede in Cristo

La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dell’evangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dell’apostolo Paolo. La fede in Cristo, per Paolo, è tutto. “Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) [1]. Su di essa l’Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra. Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . Ed è su di esso che vogliamo concentrare l’attenzione, non per imbastirvi un’ennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa. A suo riguardo è successo una cosa strana. Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui c’era posto per la fede e per le buone opere, ognuna, s’intende, nel suo ordine. Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo l’ingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dell’apporto personale alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi “ma” e “però”.  Dopo l’accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quell’accordo, viene espresso l’auspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i credenti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. È quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rm 3, 23-26). Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l’umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, l’Apostolo ha l’incredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, “in virtù della redenzione realizzata da Cristo”, “per l’obbedienza di un solo uomo” (Rom 3, 24; 5, 19). Non si capisce nulla però di questa affermazione dell’Apostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente l’espressione “giustizia di Dio”. Fu Lutero che riscoprì, che “giustizia di Dio” non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti dell’uomo, ma indica, al contrario, l’atto mediante il quale Dio “rende giusto” l’uomo. (Egli veramente diceva “dichiara”, non “rende”, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più che a un reale essere resi giusti). Ho detto “riscoprì”, perché ben prima di lui sant’Agostino aveva scritto: “La ‘giustizia di Dio’ è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la ‘salvezza del Signore’ (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati”[2]. Il concetto di “giustizia di Dio” è spiegato così nella Lettera a Tito: “Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia” (Tt 3, 4-5). Dire: “Si è manifestata la giustizia di Dio”, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi. Qui sta la novità del cristianesimo. Ogni altra religione traccia all’uomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. Il cristianesimo non comincia con quello che l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. L’ordine è rovesciato. È vero che amare Dio con tutto il cuore è “il primo e il più grande dei comandamenti”; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. Prima dell’ordine dei comandamenti c’è l’ordine del dono. Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è “l’annuncio, o il vangelo, della grazia di Dio” (At 14,3;20,32).

2. Giustificazione e conversione

Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è un’invenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesù. All’inizio del suo ministero, Gesù andava proclamando: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nell’espressione “regno di Dio” – e cioè l’iniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza all’umanità –, san Paolo lo chiama “giustizia di Dio”, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. “Regno di Dio” e “giustizia di Dio” sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6, 33). “Gesù, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama ‘regno di Dio’ la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito”[3]. Quando Gesù diceva: “Convertitevi e credete al Vangelo”, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per quest’azione e cioè il termine shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. “Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! “Prima conversio ad Deum fit per fidem”, scrive san Tommaso d’Aquino: “La prima conversione a Dio consiste nel credere” [4]. Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza è l’innocenza, la porta è l’osservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è “di là del mare”; è “sulla tua bocca e nel tuo cuore”, dice l’Apostolo Rm 10, 8). È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l’atto di fede.

3. La fede-appropriazione

Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione “mediante la fede”? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo: “Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio”[5]. È scritto infatti: “Cristo Gesù [...] è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30). “Per noi”, non per se stesso! Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d’ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato. San Cirillo di Gerusalemme così esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: “O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone”[6].

4. Giustificazione e confessione

Dicevo all’inizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, l’esperienza della giustificazione mediante la fede. In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato “lavato, santificato e giustificato” (cf 1 Cor 6, 11). Nella confessione avviene ogni volta il “mirabile scambio”, l’admirabile commercium. Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono all’aperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, “senza spesa né denaro”, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità. È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce l’ha inculcato con la parabola del figliol prodigo: “Presto, portate qui il vestito più bello” (Lc 15, 22). Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: “Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia“ (Is 61, 10). Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. “Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato” (Lc 18, 13 s.).

5. “Perché io possa conoscere lui”

Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, così in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con l’avvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente l’immagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene l’alba; all’orizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via. La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto all’osservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). Un bel giorno, anche all’orizzonte della sua vita apparve il sole: il “sole di giustizia” che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, “Cristo Gesù, mio Signore”, e allora la sua giustizia gli apparve “perdita”, “spazzatura”, e non volle più essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa. In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di “essere trovato in lui, di “conoscere lui”, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per l’Apostolo Cristo era una persona reale, viva, non un’astrazione, un insieme di titoli e di dottrine. L’unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere “in Cristo”, o “nello Spirito”), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo l’inizio e un mezzo per raggiungerla[7]. Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dell’Apostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo. È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. L’affermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. Si è commesso l’errore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per l’Apostolo, una affermazione di portata infinitamente più vasta e universale. Nella descrizione delle battaglie medievali c’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo “sta o cade” con Gesù Cristo, e con nient’altro.

6. Dimentico del passato

Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione: “Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 12-14). “Dimentico del passato”. Quale “passato”? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il “guadagno” da considerare “perdita” è un altro: è proprio l’aver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. Era naturale pensare: “Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!” L’Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una “propria giustizia” derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. “Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione”. San Francesco d’Assisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: “Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente”[8]. Questa è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nell’abbandonare il male, ma, in certo senso, nell’abbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: “Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo” (Lc 17,10). E neppure, forse, bene come dovevamo farlo! Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale così, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce n’era uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà anche la nostra. Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che “la Vergine Madre accolse Gesù e lo portò in grembo con ineffabile amore”. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e l’amore che Cristo merita da noi. [1] Vi è oggi chi vorrebbe vedere nell’espressione “fede del Figlio di Dio”, o “fede di Cristo”, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei (Cf. Dunn, op. cit., pp. 380-386), che vede in Cristo l’oggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

[2] S. Agostino, Lo Spirito e la lettera, 32, 56 (PL 44, 237).

[3] S. Cirillo Al., Commento al vangelo di Luca, 22,26 (PG 72905).

[4] S. Tommaso, d’Aquino, S.Th, I-IIae, q.113, a. 4.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).

[6] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi V, 10 ( PG 33, 517).

[7] Cf. J. D.G. Dunn, La teologia dell’apostolo Paolo, Brescia, Paideia, 1999, p.421.

[8] Celano, Vita prima, 103 (Fonti Francescane, n. 500).

Publié dans : temi - la giustificazione per fede | le 24 juin, 2008 |2 Commentaires »

epistolario di san Paolo Le-Bao-Tinh: La partecipazione dei martiri alla vittoria del Cristo capo (a San Paolo il pensiero iniziale e fondante)

Dall’epistolario di san Paolo Le-Bao-Tinh agli alunni del Seminario di Ke-Vinh nel 1843.
(Launay A.: Le clergé tonkinois et ses prétres martyrs, MEP, Paris 1925, pp. 80-83).
La partecipazione dei martiri alla vittoria del Cristo capo

Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore, innalziate con me le vostre lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (Sal 135,3). Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me. Egli, nostro maestro, sostiene tutto il peso della croce, caricando su di me la minima e ultima parte: egli stesso combattente, non solo spettatore della mia lotta; vincitore e perfezionatore di ogni battaglia. Sul suo capo è posta la splendida corona di vittoria, a cui partecipano anche le membra. Come sopportare questo orrendo spettacolo, vedendo ogni giorno imperatori, mandarini e i loro cortigiani, che bestemmiano il tuo santo nome, Signore, che siedi sui Cherubini (cfr. Sal 79,2) e i Serafini? Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov’è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell’ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. Mostrami, Signore, la tua potenza, vieni in mio aiuto e salvami, perché nella mia debolezza si è manifestata e glorificata la tua forza davanti alle genti; e i tuoi nemici non possono alzare orgogliosamente la testa, se io dovessi vacillare lungo il cammino. Fratelli carissimi, nell’udire queste cose, esultate e innalzate un perenne inno di grazie a Dio, fonte di ogni bene, e beneditelo con me: eterna è la sua misericordia. L’anima mia magnifichi il Signore e il mio spirito esulti nel mio Dio, perché ha guardato l’umiltà del suo servo e d’ora in poi le generazioni future mi chiameranno beato (cfr. Lc 1,46-48): eterna è la sua misericordia. Lodate il Signore, popoli tutti; voi tutte, nazioni, dategli gloria (Sal 116,1), poiché Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti; ciò che è spregevole, per confondere i potenti (cfr. 1Cor 1,27). Con la mia lingua e il mio intelletto ha confuso i filosofi, discepoli dei saggi di questo mondo: eterna è la sua misericordia. Vi scrivo tutto questo, perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta getto l’àncora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore. E voi, fratelli carissimi, correte in modo da raggiungere la corona (cfr. 1Cor 9,24); indossate la corazza della fede (cfr. 1Ts 5,8); brandite le armi del Cristo, a destra e a sinistra (cfr. 2Cor 6,79), come insegna san Paolo, mio patrono. È bene per voi entrare nella vita zoppicanti o con un occhio solo (cfr. Mt 18,8-9), piuttosto che essere gettati fuori con tutte le membra. Venite in mio soccorso con le vostre preghiere, perché possa combattere secondo la legge, anzi sostenere sino alla fine la buona battaglia, per concludere felicemente la mia corsa (cfr. 2Tm 4,7). Se non ci vedremo più nella vita presente, questa sarà la nostra felicità nel mondo futuro: staremo davanti al trono dell’Agnello immacolato e canteremo unanimi le sue lodi esultando in eterno nella gioia della vittoria. Amen.

Publié dans : temi - il martirio | le 23 juin, 2008 |Pas de Commentaires »

COMUNITÀ DI TAIZÈ: SULLA SPERANZA (TEMI DA PAOLO)

http://www.taize.fr/it_article1198.html

LA SPERANZA

Qual è la sorgente della speranza cristiana?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.

Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».

Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.

Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.

Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.

Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).

Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.Come vivere della speranza cristiana?

La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.

Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).

Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).

Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.

Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

Publié dans : TEMI, temi - le virtù teologali | le 23 juin, 2008 |Pas de Commentaires »

XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO  dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 81405,1180057100,1
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XII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

ho cercato un commento alla liturgia di domani, con particolare riferimento al pensiero di Paolo, ho trovato questa bella presentazione che mi è piaciuta e mi ha edificato – su internet –  di Don Roberto Atzori della Parrocchia di San Giuseppe – Cagliari e ve la propongo;

DOMENICA 22 GIUGNO 2008

Anno A

Prima lettura: Geremia 20,10-13 

    Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo». Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile.

    Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori. 

commento:

v. La pericope fa parte delle cosiddette «confessioni di Geremia», brani considerati un tempo autobiografici, ma di redazione probabilmente post-esilica. Chi parla in queste composizioni è un «io» liturgico, mediatore cultuale tra la nazione e Dio: il tormento che vi si esprime è non tanto individuale, quanto collettivo, di tutto il popolo. Nella quinta confessione (Ger 20,7-18) i vv. 10-13 sono forse dovuti a un secondo redattore, e separano il grido di disperazione (vv. 7-9) dal lamento (vv. 14-18).

    Il tema generale è la persecuzione a causa della parola, che colpisce il profeta come figura esemplare di tutta la comunità dei pii giudei. 

    v. 10 — La folla (molti, rabbîm) cospira contro il profeta e ne spia le debolezze per sopraffarlo. Tra la folla sono anche gli «amici», o piuttosto dei presunti amici: la stessa comunità si rivolta contro il giusto.

    v. 11 — Il giusto gode tuttavia della protezione del Signore, che sta al suo fianco come una guardia del corpo (gibbôr). Lo schema seguito è quello delle lamentazioni dei Salmi, in cui all’esposizione del caso e al lamento (vv. 7-9, la persecuzione) segue la soluzione liberatoria e il rendimento di grazie (vv. 10-13).

    v. 12 — La preghiera esprime la fiducia del giusto nel Signore, che conosce e scruta in profondità il suo animo. Viene invocata non tanto la «vendetta», quanto la «liberazione» data dalla vittoria sui nemici, gli empi: è il senso della radice naqam riferita a Dio.

    v. 13 — Il versetto conclude la prima parte della «confessione» con un invito alla lode, che esprime la certezza di essere esauditi.

    Gli elementi tipici della lamentazione fanno pensare non tanto a un discorso di Geremia in prima persona, quanto a una interpretazione della sua storia personale nei termini di una opposizione tra pii ed empi, dove al profeta si sostituisce la figura emblematica del «giusto» e del «povero». Un primo nucleo è probabilmente costituito dall’esperienza di Geremia, rielaborata dal redattore deuteronomistico durante l’esilio, radicalizzata poi nella redazione finale post-esilica nel quadro del conflitto tra pii ed empi. 

Seconda lettura: Romani 5,12-15 

    Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.

Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.

    Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

commento: 

v La lettera ai Romani espone la triplice liberazione — dalla morte, dal peccato e dalla legge — conseguenza della giustificazione tramite Gesù Cristo. Il rapporto tra il peccato e la morte, e la vittoria della vita in Cristo, vengono spiegati in Rm 5,12-21 attraverso il confronto tra Adamo e Gesù, e tra uno e molti/tutti. Il versetto centrale del brano, cuore del ragionamento di Paolo, è il 17, che afferma con forza la sovrabbondanza della grazia rispetto al dominio della morte.

    I versetti 12-14 presentano la situazione di fatto: il peccato, e attraverso il peccato la morte, è entrato nel mondo, perché tutti hanno peccato, a somiglianza di Adamo (v. 12). Pur non essendo imputabile finché non c’era la Legge, il peccato era tuttavia nel mondo (v. 13), e la morte dominò anche su quelli che non avevano peccato.

    La «trasgressione» (paràbosis) di Adamo è riferita al precetto; il «peccato» (amartia, al singolare) è un atteggiamento negativo di fondo nei confronti della grazia, la rottura del rapporto personale di amicizia con Dio, qualcosa di più della semplice disobbedienza. Non è tanto una realtà ontologica, ereditata da Adamo (come ha dimostrato S. Lyonnet, l’interpretazione tradizionale di Agostino si basava sulla traduzione errata della Vulgata: «efhô pantes èmarton» reso con «in quo omnes peccaverunt», cioè «tutti hanno peccato in Adamo» invece che «dato il fatto che tutti hanno peccato»). Si tratta piuttosto della condizione comune di peccaminosità che Paolo rileva come un dato di fatto, la situazione cioè in cui tutti si trovano e di cui Adamo è il primo esponente, «immagine» o «tipo» di Colui che doveva venire.

    Dal v. 15 si sviluppa la tipologia tra Adamo e Cristo, non come semplice parallelo ma come superamento e sovrabbondanza. Uno solo, Adamo, il primo ad avere disobbedito, è modello dei molti che hanno peccato, sia prima che dopo la Legge di Mosè; uno solo, Cristo, è veicolo della grazia sovrabbondante che si riversa sui molti, ben superiore («molto di più») che in Adamo. Ciò che preme qui a Paolo non è la dottrina del peccato originale, ma l’unicità di Gesù Cristo e della sua opera salvifica, la sovrabbondanza della grazia che ribalta il giudizio di condanna e vince il peccato e la morte. 

Vangelo: Matteo 10,26-33

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:  «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.  E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.  Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». 

Esegesi

    Il capitolo 10 di Matteo è dedicato al secondo dei cinque grandi discorsi che costituiscono i pilastri portanti di questo Vangelo. È il cosiddetto «discorso della missione», che a partire dalla vocazione dei dodici apostoli indica le direttive fondamentali per la formazione e la missione della Chiesa delle origini. Si tratta di una raccolta di insegnamenti di

Gesù, forse pronunciati in occasioni diverse, e qui ordinati a costituire un vero e proprio programma di evangelizzazione.

    La persecuzione preannunciata da Gesù è già in atto quando si compie la stesura scritta del Vangelo che la tradizione attribuisce all’apostolo Matteo. L’insegnamento qui espresso fa i conti quindi con una realtà fatta di pericoli, lotte, contrapposizioni violente, e tende a rafforzare il coraggio dei testimoni con un messaggio di speranza e di fiducia.

    vv. 26-27— «Non abbiate paura» è un ritornello ricorrente (v. 26; 28;31). La persecuzione non deve indurre i testimoni al silenzio, al contrario: quello che ora, prima della sua glorificazione, Gesù insegna loro nelle tenebre (il cosiddetto «segreto messianico») dovrà essere proclamato apertamente a gran voce, gridato sui tetti. Il cristianesimo non è una religione esoterica e iniziatica; non ci sono verità segrete o nascoste, riservate a pochi eletti. La manifestazione del Figlio dell’uomo, nella pienezza dei tempi, è una rivelazione universale che deve essere portata a conoscenza di tutti. Si sente qui l’eco della polemica contro le correnti gnostiche che tendevano ad avvicinare il cristianesimo ai culti misterici.

    vv. 28-31 — I persecutori non hanno in realtà alcun potere sui cristiani: essi uccidono il corpo, ma non l’anima. Il nemico non è chi detiene la forza della spada; il nemico vero è il peccato, che allontana dalla comunione con il Cristo. Non si tratta di una forma di dualismo che sottovaluti la vita corporea e naturale a favore di uno spiritualismo disincarnato, ma di una scala di valori che va rispettata perché vi sia una vita armonica. Il peccato fa perire l’anima e il corpo nella Geenna; il Padre protegge, con l’anima, anche il corpo: conta perfino i capelli del nostro capo e non lascia cadere neppure un passero. Coloro che confidano nel Padre non hanno quindi nulla da temere.

    vv. 32-33 — La testimonianza resa dai cristiani deve essere coraggiosa e sincera: una scelta di vita, senza tentennamenti né compromessi. «Riconoscere» Gesù davanti agli uomini vuol dire confessare apertamente la fede, nonostante la persecuzione; «essere riconosciuti» da lui davanti al Padre che è nei cieli significa essere accolti nella gloria del suo regno.

LUNEDÌ 23 GIUGNO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

San Gregorio di Nissa parla di San Paolo nel presentare il suo insegnamento

Seconda Lettura
Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)Il cristiano è un altro Cristo

Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. Lo ha imitato con tanta accuratezza da mostrare chiaramente in se stesso i lineamenti di Cristo e trasformare i sentimenti del proprio cuore in quelli del cuore di Cristo, tanto da non sembrare più lui a parlare. Paolo parlava ma era Cristo che parlava in lui. Sentiamo dalla sua stessa bocca come avesse chiara coscienza di questa sua prerogativa: «Voi volete una prova di colui che parla in me, Cristo» (cfr. 2 Cor 13, 3) e ancora: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine. Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole. Ci svelerebbero però solo quanto può essere compreso dal nostro cuore e dalla nostra intelligenza. La bontà del Signore nostro, dunque, ci ha resi partecipi di questo nome che è il primo e più grande e più divino fra tutti, e noi, fregiati del nome di Cristo, ci diciamo «cristiani». Ne consegue necessariamente che tutti i concetti, compresi in questo vocabolo, si possono ugualmente vedere espressi in qualche modo nel nome che portiamo noi. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente «cristiani» è necessario che la nostra vita ne offre conferma e testimonianza.

MARTEDÌ 24 GIUGNO 2008

NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

SOLENNITA’

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

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MISSALE ROMANUM VETUS ORDO

MESSA VESPERTINA DELLA VIGILIA

LETTURE: Ger 1,4-10; Sal 70; 1 Pt 1,8-12; Lc 1, 5-17

MESSA DEL GIORNO

LETTURE: Is 49, 1-6; Sal 138; At 13, 22-26; Lc 1, 57-66. 80

PRIMI VESPRI E SECONDI VESPRI

Lettura Breve At 13, 23-25
Dalla discendenza di Davide, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali.

GIOVEDÌ 26  GIUGNO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE 

citazione della 1Tm 

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Gregorio di Nissa, vescovo 
(Om. 6, sulle beatitudini; PG 44, 1263-1266)

Quanto accade a coloro che dalla vetta di un’alta montagna guardano in basso un mare profondo e insondabile, avviene anche alla mia mente quando dall’altezza della parola del Signore, guardo la profondità di certi concetti. In molte località marittime si può vedere, dalla parte rivolta al mare, un monte quasi spaccato a metà e corroso da cima a fondo. Esso ha nella parte più alta un picco che incombe sulla profondità del mare. Orbene l’impressione di chi volge giù lo sguardo sull’abisso impenetrabile da quell’altezza da vertigini è quella stessa mia quando spingo in basso gli occhi dall’altezza del misterioso detto del Signore: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8). Dio qui è proposto alla contemplazione di coloro che hanno purificato il loro cuore. Ma «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1, 18), come afferma il grande Giovanni. Paolo con la sua sublime intelligenza conferma e aggiunge: «Nessuno fra gli uomini lo ha mai visto, né lo può vedere» (1 Tm 6, 16). Questa è quella roccia levigata, corrosa e scoscesa che non offre in se stessa alcun appoggio o sostegno per i concetti della nostra intelligenza. Anche Mosè nelle sue affermazioni l’ha detta impraticabile in modo che la nostra mente non vi può mai accedere per quanto si sforzi di aggrapparsi a qualcosa e guadagnare la cima. C’è un detto che taglia a picco la nostra roccia: Non vi è nessuno che possa vedere Dio e vivere (cfr. Es 33, 20). Comprendi ora la vertigine della nostra intelligenza incombente sulla profondità degli argomenti trattati in questo discorso? Ma vedere Dio costituisce la vita eterna. Se Dio è vita, chi non vede Dio non vede la vita. A quali strettezze è mai ridotta la speranza degli uomini! Il Signore però solleva e sostiene i cuori che vacillano, come ha agito con Pietro, che stava per annegare. Egli lo rimise nuovamente in piedi sull’acqua come su un pavimento solido e resistente. Se trovandoci pencolanti sull’abisso di queste speculazioni si accosterà anche a noi la mano del Verbo, si poserà sull’intelligenza e ci farà vedere il vero significato delle cose, saremo allora liberi dal timore e seguiremo la sua via. Ma purché il nostro cuore sia puro. Dice, infatti: «Beati coloro che hanno un cuore puro, perché essi vedranno Dio». 

LODI 

Lettura Breve   Rm 8, 18-21
18. Io ritengo, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità — non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa — e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 

VESPRI 

Lettura breve   Cfr. Col 1, 23
23. Rimanete fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo. 

VENERDÌ 27 GIUGNO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE 

San Gregorio di Nissa, conferma il proprio pensiero con quello di Paolo (e di Mosè) 

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om. 6, sulle beatitudini; PG 44, 1266-1267)
La promessa di Dio è certamente tanto grande da superare l’estremo limite della felicità. Quale altro bene infatti si può desiderare, quando tutto si ha in colui che si vede? Infatti vedere, nell’uso della Scrittura, ha lo stesso significato che possedere, come quel detto: «Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme» (Sal 127,5), dove il verbo significa la stessa cosa, che «possa tu avere». E così pure: Sia tolto di mezzo l’empio perché non vedrà la gloria del Signore (cfr. Is 26,10), dove il Profeta per «non vedere» intende «non essere partecipe». Quindi colui che vede Dio, per il fatto stesso che lo vede, ha ottenuto tutti i beni, una vita senza fine, l’incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, un regno senza fine, una gioia perenne, la vera luce, una voce spirituale e dolce, una gloria inaccessibile, una perpetua esultanza, insomma ogni bene. In verità quello che vien proposto alla speranza nella promessa della felicità, ha queste immense proporzioni. Ma siccome è già stato prima dimostrato che il modo di vedere Dio si attua alla condizione di avere il cuore puro, in questo nuovamente la mia intelligenza è preda delle vertigini. La purità del cuore infatti non è forse fra quelle virtù che non si possono conseguire, perché superano e oltrepassano la nostra natura? Se Dio si può vedere solo attraverso questa lente di purità e se d’altro canto Mosè e Paolo non lo hanno veduto perché affermano che Dio non può essere visto né da loro né da alcun altro, ciò che il Verbo propone alla beatitudine sembra cosa né mai effettuata né effettuabile. E quale vantaggio possiamo avere noi dal fatto di conoscere a quale condizione si possa vedere Dio, se poi mancano le forze per raggiungere quanto si è scoperto? Sarebbe infatti come se si dicesse che è cosa meravigliosa soggiornare in cielo perché là si vedono cose che qui sulla terra non si possono vedere. Se con le parole si potesse dimostrare un qualche modo di attuare un viaggio in cielo, allora sarebbe utile agli ascoltatori apprendere che è felicità grande abitare in cielo. Ma sino a quando non potrà essere attuata questa ascesa al cielo, quale vantaggio può dare la conoscenza della felicità celeste? Non costituisce piuttosto un tormento e una delusione, perché ci rende consapevoli di quali beni siamo stati privati, per il fatto che ci è impedito di salire al cielo? E perché allora il Signore ci esorta ad una cosa che supera la nostra natura e ci dà un precetto che va oltre le forze umane? Ma le cose non stanno così, perché egli non comanda di diventare uccelli a coloro ai quali non ha fornito le ali, né di vivere sott’acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre. Se dunque la legge in tutti gli altri esseri è adatta alle forze di coloro che la ricevono e non costringe a nessuna impresa che superi la natura, comprenderemo senz’altro anche questo dal fatto che è compatibile con le nostre risorse e che non si deve disperare di raggiungere la felicità promessa. Capiremo ancora che né Giovanni, né Paolo, né Mosè, né altri sono stati privati di questa sublime felicità, che proviene dalla visione di Dio. Non colui che disse: «Mi resta solo la corona di giustizia, che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà» (2 Tm 4, 8). Neppure colui che posò il capo sul cuore di Gesù, o colui che udì dalla voce divina: «Ti ho conosciuto per nome» (Es 33, 17). Se perciò coloro che hanno affermato che la visione di Dio è sopra le nostre forze, sono anch’essi beati, e se la beatitudine viene dalla visione di Dio, e se chi ha il cuore puro può vedere Dio, certo la purezza, per mezzo della quale si può raggiungere la beatitudine, non è una virtù impossibile. 

LODI 

Lettura Breve   Gal 2, 20
20. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 

VESPRI 

Lettura breve   Rm 8, 1-2
1. Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2. Poiché la legge dello Spirito che da’ vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 

SABATO 28 GIUGNO 

SANT’ IRENEO (m) 
Vescovo e martire
 

LODI 

Lettura Breve   2 Cor 1, 3-5
3. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,4. il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

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