Papa Giovanni XXIII, Conversione di San Paolo 25 gennaio 1959

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/homilies/1959/documents/hf_j-xxiii_hom_19590125_it.html

FESTIVITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLOOMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI XXIII*

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Domenica, 25 gennaio 1959

Venerabili Fratelli e diletti figli!

Il convenire odierno del Sacro Collegio Cardinalizio, della Prelatura e del Popolo Romano in questa Basilica di S. Paolo fuori le Mura Ci richiama la visita che vent’anni or sono, durante la Nostra Missione di Oriente, ebbimo la ventura di compiere a Tarso, dove l’Apostolo delle Genti nacque, e ricevette la sua prima educazione.

Immaginate la emozione del Nostro spirito nel richiamare oggi quella visita, non dove egli nacque, ma qui, dove da venti secoli le reliquie di Paolo riposano. Nell’inno liturgico del 29 giugno, la Chiesa associa il nome di Paolo a quello del Principe degli Apostoli. « O Roma fortunata, a cui il sangue dei due Apostoli è mantello di gloria, ed espressione di spirituale bellezza! ». Gli imperatori sono passati: la gloria militare non è più: resta no appena le pietre spezzate dei monumenti che ricordano i fasti antichi. Ma più glorioso rimane e si esalta nel cuore dei fedeli il duplice culto dei due Apostoli. O Roma felix! Duorum Princìpum es consecrata glorioso sanguine!

Nei ricordi della Nostra visita a Tarso — giusto vent’anni or sono — Ci ritorna la viva impressione dello sforzo compiuto da quanti si separarono dalla Chiesa Cattolica di esaltare S. Paolo, dando quasi la impressione di contrapporlo a S. Pietro. Questo tentativo non riuscì. Le molteplici scuole di studi Paolini di varia provenienza furono costruzioni deboli, e perdettero via via il vigore non solo scientifico e la consistenza giuridica, ma persino gli edifici materiali che le ospitarono — li abbiamo ben veduti coi Nostri occhi — divennero rovine.

Di Tarso, oltre il nome ed alcune case sparse qua e là, nessun segno ormai più dell’antico splendore. La cittaduzza appare quasi sommersa dalle sabbie e dagli acquitrini del Cydno limaccioso.

Il solo ricordo di S. Paolo è una modesta cappella cattolica, in una casa privata, con una piccola campana, a cui Ci permettemmo di richiedere alcuni rintocchi, evanescenti nel deserto desolato.

S. Paolo palpita invece nei suoi resti gloriosi e nei suoi ricordi qui a Roma, associati a quelli di S. Pietro, punto di richiamo e di venerazione gli uni e gli altri da parte del mondo intero.

In vero il canto della Liturgia mantiene in esaltazione i cuor dei Cattolici di tutta la terra. Fortunata Roma che, consacrata dal glorioso sangue dei due Apostoli, risplendi sempre di una bellezza incomparabile! I. Questa solenne unione di due Apostoli, questo culto dei loro ricordi è risposta in eco alla loro voce annunziante il Vangelo: è il segno della unità di un magistero sempre rifulgente; conclamato invito alla perfetta adesione, mente, corde et opere, dei Vescovi Successori degli Apostoli e dei fedeli con il Successore di Pietro, ed è chiarissima indicazione di concorde fervore nella professione ardente della fede del popolo cristiano. Figli di Roma, e quanti oggi qui conveniste in spirito da tutti i punti della terra, voi rinnovate l’omaggio mondiale dei secoli alle note caratteristiche della Chiesa di Gesù: una, santa, cattolica, apostolica.

Grande consolazione è questa di vivere nella appartenenza al corpo e allo spirito della Santa Chiesa, con la sicurezza della eterna trasformazione della nostra vita nella gloria immortale di Dio, Creatore e Redentore, e dei Santi suoi.

Questa unità della Chiesa che San Paolo dal giorno della sua prodigiosa Conversione mise in perfetta armonia con l’insegnamento di Pietro, quell’insegnamento di cui Marco lasciò le linee nel Vangelo suo, porta a considerare con vivo dolore quanto gli attentati e gli sforzi, disgraziatamente in parte riusciti lungo i secoli, di spezzare questa compattezza cattolica, siano pregiudizievoli alla felicità ed al benessere del mondo concepiti dall’annuncio di Gesù Cristo come un solo ovile sotto la guida di un solo pastore.

Pensate come la perfetta unità della fede e della pratica attuazione della dottrina evangelica sarebbe tranquillità e letizia del mondo intero, nella misura almeno che è possibile sulla terra. E non solo a servizio dei grandi principii di ordine spirituale e soprannaturale che toccano il singolo uomo in vista dei beni eterni, di cui il Cristianesimo fu apportatore al mondo, ma anche dei più sicuri elementi di prosperità civile, sociale e politica delle singole nazioni.

Il primo frutto di questa unità è di fatto non solo l’apprezzamento, ma il retto uso ed il godimento della libertà, dono preziosissimo del Creatore e del Redentore degli uomini. Tanto è vero che ogni smarrimento nella storia dei singoli popoli su questo punto della libertà riesce di fatto in contraddizione talora più o meno velata, sovente prepotentemente audace, coi principii del Vangelo.

Sono quegli stessi principii evangelici che S. Pietro nelle lettere sue e S. Paolo in proporzioni più vaste e molteplici annunziarono ed illustrarono, su ispirazione divina, in faccia al mondo.

È giusto di quest’anno l’avviata celebrazione diciannove volte centenaria della Lettera di S. Paolo ai Romani. Oh! che commozione al rileggere e meditare quel documento ancora risonante dal fondo del primo secolo dell’era cristiana sino a noi. Esso è un poema grandioso ed esaltante, elevato al trionfo della fede, al trionfo della libertà delle anime e delle genti, al trionfo della pace. II. Venerabili Fratelli, e diletti figli! LasciateCi tornare sopra l’accenno alla grande tristezza del cuore Nostro, del cuore di tutta la Chiesa Cattolica, nella dolorosa constatazione di quanto — non nella diletta Italia a Noi più vicina, ed in molte altre nazioni, grazie al Signore, ma in vaste e lontane regioni ben note d’Europa e di Asia — agita e minaccia di far naufragare le anime e le collettività, già avviate al pregustamento ed ai benefici di questa libertà e di questa pace.

Voi vi rendete conto del Nostro dolore, che si accrebbe dal momento in cui, non ostante la Nostra indegnità, venimmo posti su questa altura, da cui è permesso, pur con qualche difficoltà, scorgere più vasto orizzonte tinto di sangue per il sacrificio imposto a molti della libertà, sia essa di pensiero, di attività civica e sociale, e, con speciale accanimento, di professione della propria fede religiosa.

Per debito di grande riserbo e di sincero e meditato rispetto, e nella confidente speranza che la tempesta via via si dilegui, Ci asteniamo da precisazioni di ideologie, di località, e di persone. Ma non siamo insensibili alla aggiornata documentazione che passa continuamente sotto i Nostri occhi ed è rivelazione di paure, di violenze, di annullamento della persona umana.

Vi diremo in tutta confidenza che la abituale serenità dello spirito che traspare dal Nostro volto, e di cui si allietano i figli Nostri, nasconde l’interno strazio e l’affanno dell’animo, che a quegli altri — e sono milioni e milioni — di cui ignoriamo la sorte, ed a cui non sappiamo se poté giungere almeno l’eco delle parole con cui volemmo salutare agli esordi del Nostro Pontificato tutte le genti, e della assicurazione che le loro lacrime si riversano sul Nostro cuore.III. La consapevolezza che voi, diletti Fratelli e figli Nostri, partecipate alla preoccupazione della Chiesa per questo decadimento del solido concetto dottrinale della libertà, che S. Paolo illustrò nelle sue lettere, Ci muove a volgerCi al Signore, invitando voi a fare altrettanto, con più insistente preghiera: a volgerCi al Creatore ed al Redentore Divino, da cui viene la robustezza della fede e la perseveranza nelle buone opere.

Unità, libertà e pace: grande trinomio, che, considerato nei fulgori della fede apostolica, resta per le nostre anime motivo di elevazione e di fervorosa fraternità umana e cristiana.

Mentre usciamo da una settimana di preghiere intesa ad ottenere questo triplice dono, il rito odierno sulla tomba dell’Apostolo — che sta per essere consumato nel mistero del Corpo e del Sangue di Cristo — torna ad essere richiamo della nostra fraterna, unanime, preveniente carità, che ci accomuna con i figli dì tante nazioni già fiorenti nella luce del Vangelo, ed ora attristate da prove inenarrabili.

Ad indicazione di buon progresso spirituale di quanti siete qui convenuti o siete in ascolto, così da determinarvi a voler partecipare alle sofferenze della Chiesa universale, amiamo con-chiudere con le commoventi e forti parole, con cui l’Apostolo delle Genti sottoscrive la sua Lettera ai Romani, che sono i Romani di tutti i tempi: onorati da un privilegio che, per il fatto di distinguerli dagli altri popoli, li impegna maggiormente in faccia al mondo intero ad una collaborazione di preghiera, e di aperta professione di fede.

« Vi prego, o fratelli, di tenerli ben d’occhio, per schivarli, quei tali che seminano dissensioni e mettono inciampi contro la dottrina che avete imparata. Questi non sono servi del Cristo Signor Nostro, ma bensì servi delle loro perverse passioni, con parole lusinghiere e con adulazioni seducono i cuori de semplici. Dato che della vostra obbedienza si parla dovunque mi rallegro con voi. Bramo però che voi siate sapienti nel fan il bene, e semplici nell’evitare il male. Ed auguro che il Dio datore di pace annienti Satana sotto i vostri piedi. E la grani del Signor Nostro Gesù Cristo sia con voi » (Rom. 16, 16-24)

J. Ratzinger/Papa Benedetto: La Conversione dell’Apostolo Paolo

LA CONVERSIONE DELL’APOSTOLO PAOLO

da Ratzinger J./ Papa Benedetto XVI, Immagini di Speranza, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pagg. 20-25;

« Il combattente ed il sofferente

All’ingresso della Basilica di San Pietro, nel secolo scorso papa Pio IX ha voluto che fossero poste due possenti figure degli apostoli Pietro e Paolo, ambedue facilmente riconoscibili dai loro attributi: le chiavi nella mano di Pietro, la spada nelle mani di Paolo. Chi guardasse la possente figura dell’apostolo delle genti senza conoscere la storia del cristianesimo, potrebbe arrivare a ritenere che si tratti di un grande condottiero, di un guerriero, che ha fatto la storia con la spada e in tal modo ha assoggettato i popoli. Sarebbe allora uno dei tanti che si sono procurati gloria e ricchezza a prezzo del sangue degli altri. Il cristiano sa che la spada nelle mani di quest’uomo significa esattamente il contrario: essa fu lo strumento con cui egli venne messo a morte. In quanto cittadino romano egli non poteva essere crocifisso come Pietro; morì dunque di spada. Ma anche se questa era considerata una forma nobile di esecuzione, nella storia dell’umanità egli rientra tra le vittime, non tra gli oppressori.

Chi si addentra nelle lettere di Paolo per cercare in esse qualcosa che assomigli ad un autobiografia nascosta dell’Apostolo, riconoscerà subito che l’attributo della spada non si riferisce solo allo strumento del suo martirio, che dice qualcosa degli ultimi istanti della sua vita; la spada può essere intesa, a ragione, come attributo della sua vita: , dice al suo amato discepolo Timoteo volgendo lo sguardo al cammino della sua vita, quando sente che la sua morte è oramai prossima (2Tm 4,7). Proprio in forza di parole come queste, Paolo è stato volentieri descritto come un combattente, come un uomo di azione, anzi come un uomo dalla natura forte e violenta. Uno sguardo superficiale alla sua vita sembra dar ragione a questa lettura: in quattro lunghi viaggi ha percorso una parte considerevole del mondo allora conosciuto ed è divenuto davvero l’apostolo delle genti, che porta il vangelo di Gesù Cristo >fino agli estremi confini della terra>. on le sue lettere ha tenuto unite le comunità, ha stimolato la loro crescita e rafforzato la loro costanza. Con tutta la forza del suo vivo temperamento egli si confronta con i suoi avversari, che non scarseggiano mai. usa tutti i mezzi a sua disposizione per corrispondere il più efficacemente possibile al di annunciare, che egli sente gravare su di sé (1Cor 9,16). È così che egli continua a essere presentato come il grande attivista, il patrono di coloro che vanno alla ricerca di nuove strategie pastorali e missionarie.

Tutto questo non è falso, ma non è tutto Paolo; anzi, chi lo vede solo così, non coglie ciò che più specificatamente caratterizza la sua figura. Anzitutto si deve osservare che la battaglia di San Paolo non fu quella di un carrierista, di un uomo di potere, men che meno quella di un conquistatore e di e di un dominatore, La sua fu una battaglia nel senso che a questa parola attribuisce Teresa d’Avila. L’affermazione che >Dio ama le anime intrepide>, ella la spiega così: . A questo proposito mi viene in mente un osservazione di Theodor Haecker, certo piuttosto unilaterale e anche un po’ ingiusta, da lui annotata nei suoi diari durante la guerra; essa può comunque aiutarci a capire di che cosa stiamo parlando. La frase a cui mi riferisco suona così: . La battaglia di San Paolo fu la battaglia di un martire, fin dall’inizio. Detto con più precisione: all’inizio del suo cammino era stato un persecutore e aveva usato violenza contro i cristiani. Dal momento della sua conversione era passato dalla parte del Cristo crocifisso e aveva scelto lui stesso la via di Gesù cristo. Non era un diplomatico; do faceva dei tentativi diplomatici gli era riservato poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Cristo e l’impegno della sua stessa vita per questo messaggio. Già nella lettera ai filippesi egli dice che la sua vita sarà versata in libagione come sacrificio (2,7); alla sera della sua vita, nelle ultime parole indirizzate a Timoteo (2Tm 4, 6) questa stessa espressione torna ancora una volta. Paolo era un uomo disposto a lasciarsi ferire e proprio questa era la sua vera forza. Non ha protetto se stesso, non ha tentato di tenersi fuori dalle contrarietà e dalle circostanze spiecevoli, men che meno ha cercato di assicurarsi una vita tranquilla.

Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ma precisamente il fatto che egli si sia esposto in prima persona, che non si sia tutelato, che abbia posto se stesso in balia delle contrarietà e si sia lasciato consumare per il vangelo, lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa: >Desidero più di tutto consumermi e mi consumerò per le vostre anime>. Queste parole tratte dalla seconda lettera ai Corinti (12,15), mettono in evidenza l’anima più profonda di quest’uomo. Paolo non pensava affatto che il compito prioritario della pastorale fosse evitare le difficoltà e non riteneva che un apostolo dovesse anzitutto preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere, rompere il sonno delle coscienze, anche a costo della vita. Dalle sue lettere sappiamo che egli fu tutt’altro che un abile parlatore. Condivideva la mancanza di talento oratorio con Mosè e con Geremia, i quali affermavano davanti a Dio di essere del tutto inadatti alla missione a cui egli li chiamava e adducevano ambedue come scusa il fatto di non essere abili parlatori. (2Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Sull’inizio della sua missione in Galazia lui stesso racconta: (Gal 4,13). Paolo non ha operato grazie ad una brillante retorica e per mezzo di raffinate strategie, ma impegnando se stesso in prima persona ed esponendosi per l’annuncio che portava. Anche oggi la Chiesa potrà convincere delle persone solo nella misura in cui coloro che annunciano il suo nome sono disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disponibilità a soffrire in prima persona, manca l’argomento decisivo della verità, da cui la Chiesa stessa dipende. La sua battaglia sarà sempre e solamente la battaglia di coloro che accettano di sacrificare se stessi: la battaglia dei martiri.

Alla spada nelle mani di San Paolo possiamo attribuire anche un altro significato, oltre a quello di strumento del suo martirio: nella Scrittura la spada è anche simbolo della parola di Dio, che (Eb 4,12). Questa spada ha condotto Paolo: con essa egli ha conquistato le persone. , in fondo, qui è semplicemente un’immagine della potenza della verità, che è di natura tutta propria. La verità può far male, può ferire – per questo è stata fatta la spada. È proprio perché la vita nella menzogna o anche solo nella scelta di ignorare la verità appare spesso più comoda rispetto all’esigenza del vero, che gli uomini si scandalizzano della verità, vogliono liquidarla, rimuoverla, spazzarla via dal loro cammino. Chi di noi potrebbe negare che talvolta la verità gli ha recato disturbo: la verità su se stessi, la verità su ciò che dobbiamo fare o non fare? Chi di noi può affermare di non aver mai tentato di metter se stesso prima della verità o, quanto meno, di accomodare quest’ultima, almeno per renderla meno dolorosa? Paolo era inquieto perché era un uomo della verità; chi si dedica alla verità, fino in fondo, e non vuole utilizzare nessun’altra arma, né prefiggersi alcun altro compito, non necessariamente sarà ucciso, ma giungerà comunque vicino al martirio; diventerà un sofferente. Annunciare la verità, senza diventare un fanatico o un calcolatore: questo è un grande compito: Può darsi che la polemica abbia talvolta inasprito Paolo, fino al punto da farlo sembrare vicino al fanatismo, ma egli non è mai stato un fanatico, in nessun modo. Testi colmi di benevolenza, come li leggiamo nelle sue lettere, sono il vero tratto distintivo del suo carattere. Poté conservarsi libero dal fanatismo perché non parlava a se stesso, ma portava agli uomini il dono di un altro: la verità di Cristo, che è morto per questo e che è rimasto un uomo che ama fin dentro la morte. Anche su questo punto dobbiamo correggere un poco la nostra immagine di Paolo. Abbiamo anche troppo in mente i testi più battaglieri di Paolo. Ma qui vale qualcosa di simile a quello che si dice di Mosè: vediamo Mosè come colui che facilmente si adira, come una personalità dura e inflessibile. M il libro dei Numeri dice di lui: Mosè era il più mite di tutti gli uomini (12,3; LXX). Chi legge Paolo, scoprirà la mitezza di Paolo. Lo abbiamo già detto: il suo successo dipende dalla sua disponibilità a soffrire in prima persona. Ora dobbiamo aggiungere: la sofferenza e la verità vanno sempre insieme. Paolo fu combattuto perché era un uomo della verità. Ma il fatto che ciò che resta delle sue parole e della sua vita sia cresciuto, dipende dal fatto che egli ha servito la verità e ha sofferto per essa. La sofferenza è necessaria per accreditare la verità, ma solo la verità dà alla sofferenza un significato.

All’ingresso della basilica di San Pietro stanno le figure dei due apostoli Pietro e Paolo. Anche sul portale maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura essi sono raffigurati insieme, scene della vita e del martirio di ambedue. Fin dall’inizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro: insieme, essi rappresentano tutto il vangelo. A Roma il legame tra di loro come fratelli nella fede ha assunto anche un altro significato, molto specifico. Dai cristiani di Roma essi furono visti come il contraltare della mitica coppia di fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Si può inoltre stabilire uno strano parallelismo tra questi due uomini e la prima coppia di fratelli nella storia biblica: Caino ed Abele; il primo diventa l’assassino del secondo. La parola , considerata solo nel suo versante umano, acquista così un sapore amaro.

Come essa venga intesa tra gli uomini, lo si vede proprio nel fatto che in tutte le religioni viene rappresentata da simili coppie fraterne. Pietro e Paolo, per quanto umanamente così diversi l’uno dall’altro e benché il rapporto tra di loro non sia stato esente da conflitti, appaiono come i fondatori di una nuova città, come la concretizzazione di un nuovo modo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal vangelo di Gesù Cristo. Non è la spada del conquistatore a salvare il mondo, ma solo la spada del sofferente. Solo la sequela di Cristo porta alla nuova fraternità, alla nuova città: ce lo dice la coppia di fratelli, che ci parla dalla grandi basiliche di Roma. »

SABATO 19.4.08- Ufficio delle Letture, San Cirillo d’Alessandria: Dal «Commento sulla lettera ai Romani»

SABATO 19 APRILE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA
Dal «Commento sulla lettera ai Romani» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Cap. 15, 7; PG 74, 854-855)

Il mondo intero è stato salvato per la clemenza superna estesa a tutti
In molti formiamo un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri, stringendoci Cristo nell’unità con il legame della carità, come sta scritto: «Egli è colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, annullando la legge fatta di prescrizioni e di decreti» (Ef 2, 14). Bisogna dunque che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Se un membro soffre, tutte le membra ne soffrano e se un membro viene onorato, tutte le membra gioiscano.
«Perciò accoglietevi», dice, «gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio» (Rm 15, 7). Ci accoglieremo vicendevolmente se cercheremo di aver gli stessi sentimenti, sopportando l’uno il peso dell’altro e conservando «l’unità dello spirito nel vincolo della pace» (Ef 4, 3). Allo stesso modo Dio ha accolto anche noi in Cristo. Infatti è veritiero colui che disse: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il Figlio suo (cfr. Gv 3, 16).
Cristo fu sacrificato per la vita di tutti e tutti siamo stati trasferiti dalla morte alla vita e redenti dalla morte e dal peccato.
Cristo si è fatto ministro dei circoncisi per dimostrare la fedeltà di Dio. Infatti Dio aveva promesso ai progenitori degli Ebrei che avrebbe benedetto la loro discendenza e l’avrebbe moltiplicata come le stelle del cielo. Per questo Dio, il Verbo che crea e conserva ogni cosa creata e dà a tutti la sua salvezza divina, si fece uomo e apparve visibilmente come tale. Venne in questo mondo nella carne non per farsi servire, ma piuttosto, come dice egli stesso, per servire e dare la sua vita a redenzione di tutti.
Asserì con forza di essere venuto appositamente per adempire le promesse fatte a Israele. Disse infatti: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15, 24). Con tutta verità Paolo dice che Cristo fu ministro dei circoncisi per ratificare le promesse fatte ai padri. L’Unigenito fu sacrificato da Dio Padre perché i pagani ottenessero misericordia e lo glorificassero come creatore e pastore di tutti, salvatore e redentore. La clemenza superna fu dunque estesa a tutti anche ai pagani e così il mistero della sapienza in Cristo non fallì il suo scopo di bontà. Al posto di coloro che erano decaduti, fu salvato, per la misericordia di Dio, il mondo intero!

Mons. Gianfranco Ravasi: Paolo rappacifica Evòdia e Sintinché (Fil)

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2005/382005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2005)

PAOLO RAPPACIFICA EVÒDIA E SINTICHÉ (Fil)

Continua in questa domenica la lettura della Lettera di s. Paolo ai cristiani di Filippi. Nelle nostre memorie scolastiche questa città macedone — che portava il nome del suo fondatore, Filippo II, padre di Alessandro Magno (IV sec. a.C.) — è presente per la battaglia del 42 a.C. che vide lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio, da una parte, e Bruto e Cassio, dall’altra, e per quel celebre motto legato a questo evento: «Ci rivedremo a Filippi!», desunto dalla Vita di Giulio Cesare dello storico greco Plutarco. Per il cristianesimo Filippi, che ancor oggi offre una significativa testimonianza archeologica della sua gloria antica, è legata invece alla presenza di Paolo, qui giunto dopo la visione notturna avuta a Troade (nei pressi dell’antica Troia) nella quale un macedone implorava l’Apostolo: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (Atti 16,9).

Dopo Epafrodito, presentato la scorsa settimana, da quella Lettera paolina facciamo emergere due donne cristiane, attorno alle quali si è consumato anche un piccolo giallo esegetico. Ma cominciamo con l’ascoltare le parole di Paolo che scrive: «Esorto Evodia ed esorto Sintiche ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me» (Filippesi 4,2-3).

Procediamo per ordine. Nella comunità cristiana di Filippi due cristiane si beccano tra loro tant’è vero che Paolo deve esortarle calorosamente ad “andare d’accordo”, letteralmente ad “avere le stesse idee”.

In questa vicenda, c’è un duplice paradosso. Il primo è esteriore ed è quasi divertente: i nomi delle due donne significano rispettivamente in greco “cammino buono, facile” (eu-odia), e “sorte comune”, “incontro” (syn-tyche), significati che vengono smentiti dai loro litigi. Il secondo paradosso è ben più lacerante: come ricorda Paolo, esse “hanno lottato”, con lui per il Vangelo
(il verbo usato è quello “atletico” più che militare) e ora smentiscono quel comune impegno di fede.

È a questo punto che entra in scena l’enigma a cui sopra si accennava. Infatti, l’Apostolo fa appello a un non meglio specificato “fedele collaboratore” perché funga da mediatore tra le due avversarie così da espletare la missione di pacificazione.

Ora, in greco “collaboratore” è syzygos (letteralmente “colui che condivide lo stesso giogo”, ossia lo stesso compito o incarico), un termine che può essere inteso anche come nome proprio. In questo caso, oltre a Epafrodito — già entrato in scena, a cui pensano anche in questo caso alcuni commentatori — e oltre a Clemente, un altro collaboratore a cui si fa cenno in questo stesso passo (4,3), salirebbe sulla ribalta un’altra figura della Chiesa filippese, questo misterioso Sizigo, non altrimenti noto ma dal nome suggestivo.

Certo è che anche una comunità così cara a Paolo e a lui costantemente vicina rivela al suo interno tensioni, divisioni e ripicche. Un fenomeno che esploderà a Corinto, come attesta la Prima Lettera indirizzata dall’Apostolo a quella Chiesa (1,1 1-13). Un elemento che ci mostra l”incarnazione” della parola di Dio nella storia di tutti i tempi, rivelando non solo gli splendori della fede ma anche le piccinerie e le miserie dei credenti.

Mons. Gianfranco Ravasi: San Paolo figlio di tre culture (presentazione di Paolo, Rm)

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2005/132005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI

SAN PAOLO, FIGLIO DI TRE CULTURE (presentazione di Paolo, Rm)

Non ho mai avuto il coraggio di proporre san Paolo nella nostra galleria di ritratti perché ero consapevole di disegnare solo uno sgorbio, avendo a disposizione soltanto poche righe: si pensi che una delle ultime biografie paoline, la Vita di Paolo di Jerome Murphy O’Connor (Paideia 2003), si sviluppa per ben 472 fittissime pagine.

In questa domenica pasquale ho pensato di evocarlo per accostarlo all’apostolo protagonista della pagina evangelica che la liturgia propone, Tommaso. Il tema, infatti, che li unisce (o divide?) è quello della fede, uno dei nodi capitali del pensiero paolino.
Non traccerò, perciò, un profilo di questo apostolo straordinario, figlio di tre culture, l’ebraica della sua genesi umana e spirituale, la greca per la sua lingua, la romana per la sua identità civile, essendo nato nella colonia imperiale di Tarso in Cilicia, nell’attuale Turchia meridionale. Né cercherò di presentare quell’epistolario che è entrato nel Nuovo Testamento e che quasi ogni domenica èletto nella liturgia cristiana. Vorrei, invece, fermarmi proprio nel cuore della sua teologia che ha la sua splendida formulazione soprattutto nella Lettera ai Romani.

E proprio questa teologia che ha imposto a Saulo-Paolo (ricordiamo che Saul era il nome del primo re di Israele, appartenente – come l’Apostolo – alla tribù di Beniamino) una definizione ambigua, quella di « secondo fondatore del cristianesimo », quasi niettendolo in alternativa a Gesù. In realtà trascrive per un nuovo orizzonte socio-culturale un messaggio che aveva la sua radice nella Pasqua di Cristo. Ebbene, egli intreccia nella sua rappresentazione della salvezza due parole greche decisive, clufris e pistis.

La prima, charis (che è alla base dei nostri « caro », « carezza », « carità »), è la « grazia », ossia l’amore di Dio che per primo si mette sulla strada dell’umanità ferita dal peccato. Scriveva Paolo, citando Isaia: « Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non mi invocavano » (Romani 10,20). In principio c’è, dunque, la luce divina che brilla nell’oscurità della « carne » peccatrice della persona umana. È questo il senso del famoso grido finale del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: « Tutto è grazia! ».

Ma ecco apparire l’altra parola, pistis, « fede ». Essa è simile a braccia aperte che accolgono la chàris, la grazia donata da Dio in Cristo. Illuminato dal Signore, l’uomo deve rispondere con la sua libertà di adesione o di rifiuto. Egli può afferrare la mano divina che si tende a lui per sollevarlo fuori dalle sabbie mobili del peccato. Da questo abbraccio nasce quello che Paolo chiama l’uomo « giustificato », ossia salvato, pervaso dallo stesso spirito divino per cui egli si rivolge a Dio invocandolo come abba, ossia « babbo, padre » (Romani 8,15).

Lasciamo, così, l’Apostolo per eccellenza, immaginandolo in uno dei tanti ritratti a lui dedicati dalla storia dell’arte, spesso in compagnia dell’altro apostolo per antonomasia, Pietro. Proprio come ha fatto il pittore EI Greco (1541-1614) in una celebre tela con gli indimenticabili profili allampanati di questi due testimoni di Cristo, tela ora conservata al Museo nazionale di Stoccolma.

MONS. GIANFRANCO RAVASI: SÒSTENE, COLLABORATORE DI S. PAOLO (1Cor; Atti)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2005/032005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2005)

SÒSTENE, COLLABORATORE DI S. PAOLO (1Cor; Atti)

«Paolo, chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla chiesa di Dio che è in Corinto…».

Si apre con queste parole, che costituiscono la cosiddetta subscriptio o titolatura epistolare, la prima Lettera di san Paolo ai Corinzi che proprio in questa domenica si inizia a leggere nella liturgia. Abbiamo, così, deciso di far emergere questo oscuro personaggio, in greco Sosthénes, tradotto in Sòstene, una figura attorno alla quale ruota un piccolo e irrisolto enigma.

Se, infatti, prendiamo in mano il racconto che Luca fa, negli Atti degli Apostoli, del soggiorno di Paolo a Corinto, scopriamo questa informazione: quando l’Apostolo fu deferito dagli ebrei residenti in quella città greca al tribunale romano presieduto da Gallione, dopo la sua assoluzione e messa in libertà, i giudei « afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale » (18,17).

Tuttavia lo stesso Luca, poche righe prima, parlava di unaltro «capo della sinagoga, Crispo», che « aveva creduto nel Signore assieme a tutta la sua famiglia » (18,8).

Ecco, allora, l’enigma: chi era questo Sòstene? Era un altro nome di Crispo? Oppure era un altro ebreo a capo di un’altra sinagoga di Corinto? È da identificare col Sòstene che si incontra nell’apertura della Lettera sopra citata? Alcuni hanno appunto ipotizzato un unico personaggio che, una volta convertito, si sarebbe con passione schierato dalla parte di Paolo, tanto da divenire una sorta di « co-autore » della prima Lettera ai Connzi, collaboratore fedele dell’Apostolo. Ora, Paolo scrive la sua epistola da Efeso (16,8), che è nell’attuale Turchia: come può Sèstene co-firmare lo scritto? Forse egli si era recato in visita a Paolo con quella delegazione corinzia che è evocata proprio nella finale della Lettera: « Io mi rallegro della visita di Stefana, di Fortunato e di Acaico, i quali hanno supplito alla vostra assenza; essi hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro » (16,17-18).

Forse, per la sua autorevolezza di ex-capo della sinagoga, egli presiedeva la delegazione e, così, Paolo l’aveva associato a sé nella stesura del testo che voleva destinare alla Chiesa corinzia, una comunità piuttosto turbolenta che aveva creato non pochi problemi all’Apostolo, come si riesce a dedurre dalla seconda Lettera che a essi Paolo in seguito indirizzerà. Sta di fatto che gli scritti paolini non mancano di far emergere nomi e volti di cristiani che partecipavano alla testimonianza e alla missione di evangelizzazione.

Così, vorremmo almeno far emergere quella Cloe che fa capolino poche righe dopo nella stessa Lettera (quelle che verranno lette la prossima domenica).
« Mi è stato segnalato », scrive Paolo, « dalla gente di Cloe che vi sono discordie tra voi » (1,1 1).

Probabilmente Cloe era un’imprenditrice che aveva traffici mercantili tra Corinto ed Efeso: era stata lei, attraverso i suoi dipendenti, a comunicare all’Apostolo la grave situazione di lacerazione in cui versava la Chiesa di Corinto. Era venuta da lei la spinta ideale alla risposta che Paolo e Sòstene avevano approntato per i cristiani corinzi.

Preghiera a San Paolo Apostolo (da un santino che ho a casa)

Preghiera a San Paolo Apostolo

(su un santino che ho a casa)

O Santo Apostolo Paolo che,

da persecutore del nome cristiano,

diventasti imitatore di Cristo

e annunciatore del suo Vangelo,

rendici attenti ascoltatori

della parola che salva

e conduce alla vita.

Infaticabile Apostolo, che dopo

la conversione di Damasco

percorresti le strade del mondo

per far conoscere Gesù Cristo

e per Lui soffristi carcere,

flagellazioni, naufragi

e persecuzioni fino ad essere

decapitato, rendici capaci

di accogliere come dono di Dio

le sofferenze della vita presente

e di camminare sempre

nelle vie del Vangelo.

Fa che l’azione misteriosa

dello Spirito susciti ancora

nella Chiesa apostoli coraggiosi

e generosi che,

come te, portino ad ogni lingua

e ad ogni cultura l’annuncio

salvifico del Vangelo. Amen

(dagli scritti di G. Alberione)

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