HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA (2Tm 4,6.8)

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA

(il titolo è tratto dalla seconda Lettera a Timoteo cap.4, 6-8)

« Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione « 

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.html

Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo; PG 50,480-484)
Ho combattuto la buona battaglia

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva. Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancora più necessaria.
L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda.
Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli ed i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: « Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? » (2Cor 11,29).
Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi.
Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso
Apostolo che dice: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione » (2Tm 4,7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria.
Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi.
Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli d secoli. Amen.
 

VI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 81559,1205593076,1

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IL TEMPO LITURGICO – IL TEMPO ORDINARIO (o per annum)

UNA PRESENTAZIONE DEL CAMMINO DELL’ANNO LITURGICO:

per tutto l’articolo, compreso il commento al tempo di Pasqua, di quaresima, di avvento, di Natale e le feste, dal sito: 

http://www.diocesi.torino.it/pastorale/eucarestia2004/scheda2_d.htm

Spezzare il pane
L’Eucaristia, centro della domenica
Sussidio per l’anno pastorale 2004-2005

Il cammino dell’anno liturgico

L’anno liturgico è lo spazio-tempo della Chiesa, all’interno del quale si sviluppano e si compiono tutte le azioni liturgiche del popolo di Dio. Esso si caratterizza per la sua forte e compatta unità, considerato come un tempo unico, che scorre dalla Pentecoste alla Parusia, dal dono dello Spirito effuso sulla Chiesa nascente fino al giorno ultimo, alla fine dei tempi.

Considerato in se stesso e in rapporto alle azioni cultuali della Chiesa, l’anno liturgico si presenta come la struttura portante dell’intero edificio liturgico. Esso non è un’azione cultuale strettamente intesa, ma è ciò che sorregge le singole celebrazioni. L’anno liturgico può considerarsi, a ragione, la vera « introduzione alla liturgia ». All’interno di questa ampia unità si collocano e si articolano i singoli momenti celebrativi: sacramenti e sacramentali.

L’anno liturgico della Chiesa è segnato da diverse tappe che possono sembrare degli inizi e degli sviluppi nuovi, tutti reali, ma sempre in continuità, anche se non così nettamente classificabili:

Ogni giorno, lungo l’intero corso dell’anno liturgico, celebriamo sempre e ininterrottamente Cristo Gesù risorto nel suo mistero di salvezza:

« La santa madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria in giorni determinati nel corso dell’anno l’opera della salvezza del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa la memoria della risurrezione del Signore, che ogni anno, unitamente alla sua beata passione, celebra a Pasqua, la più grande delle solennità. Nel corso dell’anno poi, distribuisce tutto il mistero di Cristo, dall’incarnazione e dal-la natività fino all’ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della bea-ta speranza e dell’avvento glorioso del Signore. Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifi-che e dei meriti del suo Signore, in modo tale da renderli in qualche modo presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ri-pieni della grazia della salvezza » (SC 102).

Considerato nella sua struttura e nei suoi contenuti, l’anno liturgico si presenta come una magnifica « inclusione »; nel suo sviluppo, dalla domenica 1ª di Avvento alla solennità di Cristo Re (34ª dom. del Tempo Ordinario), celebra Cristo Gesù nella varietà dei suoi misteri, in tensione escatologica, sostenendo il cammino dei cristiani incontro al Signore che viene nello splendore della sua gloria per trasfigurarci nella sua luce di risorto.

La Chiesa vive in prospettiva escatologica, protesa verso la parusia, cioè l’avvento glorioso del Signore. Il nuovo anno liturgico, infatti, si apre come si era chiuso quello precedente, e si concluderà come si è aperto, cioè con la stessa tensione escatologica, in un continuo movimento elicoidale e ascensionale, che sollecita la comunità cristiana a invocare la manifestazione gloriosa del Signore anticipando nel tempo la venuta finale di « colui che viene » e il compimento definitivo della storia della salvezza in atto nella liturgia e nell’intera vita della Chiesa.

Il tema della parusia attraversa come costante l’intero anno liturgico: all’inizio e alla fine; dall’inizio alla fine. Ogni volta che la Chiesa celebra l’Eucaristia acclama: « celebriamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta ». Il memoriale storico degli eventi salvifici di Cristo con lo Spirito è fatto di continuo « nell’attesa della sua venuta nella gloria », « nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo ».

I fedeli devono essere educati, pertanto, al primato e alla centralità del mistero di Cristo nella liturgia in modo che il loro animo « sia indirizzato prima di tutto verso le feste del Signore, nelle quali, durante il corso dell’anno, si celebrano i misteri della salvezza. Perciò il proprio del tempo abbia il suo giusto posto sopra le feste dei santi, in modo che sia convenientemente celebrato l’intero ciclo dei misteri della salvezza » (SC 108).

Il tempo ordinario

Oltre i “tempi forti” ci sono 33 o 34 settimane durante il corso dell’anno, le quali sono destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma a venerarlo nella sua globalità, specialmente nelle domeniche. Questo periodo si chiama tempo “per annum” (Cfr. Norme generali sull’Anno Liturgico, n. 43).

In questo periodo la comunità cristiana approfondisce nella fede il mistero pasquale e sottolinea le esigenze della “vita nuova”.

Esso è formato da due parti: la prima va dal lunedì dopo la domenica del Battesimo del Signore fino al martedì precedente il mercoledì delle ceneri: La seconda parte riprende dal lunedì dopo la solennità di Pentecoste e termina il sabato prima della prima domenica di Avvento.

Nel periodo del “tempo ordinario” va richiamato e coltivato il senso della domenica come Pasqua settimanale e giorno dell’assemblea:

La lettura semicontinua dei vangeli sinottici permette una profonda educazione alla fede fondata sulla teologia della vicenda storica di Gesù come viene presentata dal racconto dei singoli evangelisti: Matteo per l’anno A, Marco per l’anno B, Luca per l’anno C.

Tempo basato sul già del Regno di Dio, il tempo ordinario si apre sul non ancora in cui nella celebrazione facciamo esperienza. La speranza, il colore verde, ne scandisce ogni ritmo. Filo verde che porta sempre a trovare il centro non in cose, ma in Colui che vive per sempre: il “Cristo ieri e oggi, Principio e Fine, Alfa e Omega” (Apocalisse), l’oggetto perenne del Mistero Pasquale e della sua celebrazione ordinaria: il tempo ordinario è, grazie al Mistero celebrato, “tempo dell’irruzione e dell’inatteso”, che ci mantiene vigilanti nell’attesa del Suo ritorno definitivo.

TEMPO ORDINARIO – VI SETTIMANA

con questo lunedì ritorniamo alla settimana del tempo ordinario, la parte che va da oggi all’inizio dell’Avvento è il secondo periodo che va dalla VI alla XXXIV settimana; il Gesù che abbiamo incontrato nel tempo della Pasqua, noi noi lo ritroviamo; noi celebriamo i misteri di Cristo e gli avvenimento della storia della salvezza, proprio, e perché, c’è il mistero pasquale ed in esso sono contenuti tutti i misteri da celebrare;

per continuare a seguire San Paolo in questo tempo nel quale le letture, sia degli Atti sia delle lettere non è così continua come nel tempo pasquale, io proporrei – oltre alle letture che, comunque troveremo nei prossimi giorni – una lettura di quelli che chiamerei i « frammenti » della parola di San Paolo nella liturgia, ossia quei passaggi nei quali, sia nella lettura di un brano dell’Uffico delle Letture, sia a presentazione dei salmi – questi brevi citazioni si chiamano sentenze, sotto metto la spiegazione – sia nell’ora media, troviamo una breve lettura o una citazione da San Paolo; io credo che i « frammenti » che noi troviamo siano altrettanto importanti dei testi interi, perché ritroviamo un pensiero di Paolo come colui che continua ad accompagnare il cammino della Chiesa, come colui che offre, sempre di nuovo, una parola autorevole di conferma, un percorso irrinunciabile;

per questo tipo di lettura dalla liturgia non ho alcun appoggio da testi liturgici o da introduzioni a San Paolo, è qualcosa che tento di fare, leggendo, cerco di comprendere e lo presento, come per altre introduzioni, faccio quello posso, come sono capace, però con amore;

dal sito: 

http://www.celebrare.it/documenti/pnlo/04-pnlo-cap03.htm

[111. Nel salterio della Liturgia delle Ore, ad ogni salmo è premesso un titolo sul suo significato e la sua importanza per la vita umana del credente. Questi titoli, nel Libro della liturgia delle Ore, sono proposti unicamente ad utilità di coloro che recitano i salmi. Per alimentare la preghiera alla luce della rivelazione nuova, si aggiunge una sentenza del Nuovo Testamento o dei Padri che invita a pregare in senso cristologico.]  quindi quella che cito sui salmi si chiama « sentenza » (l’ho imparato adesso anche io) 

LUNEDÌ 12 MAGGIO 2008

nella seconda lettura dell’Ufficio delle Letture, potete vedere sul sito Maranathà:

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetLun/06LUNpage.htm

c’è una lettura da San Bernardo essa tratta, in concomitanza con la prima dai Proverbi, della Sapienza, noi dobbiamo agire alla luce della Sapienza, dobbiamo cercarla, domandarla a Dio: « Cercala dunque mentre la puoi trovare perché essa ti è vicina: « Vicina a te è la parola nel tuo cuore e nella tua bocca » (cfr. Rm 10,8); hai trovato la Sapienza « se sulla bocca hai la confessione della tua iniquità, se hai il ringraziamento e il canto di lode, se infine hai anche una conversazione edificante. In realtà « con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza » (Rm, 10,10);

nell’ora media:

http://www.maranatha.it/Ore/ord/FerMedie/02LUNpage.htm

il secondo salmo, il 39, è introdotto da un passo agli Ebrei: « Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai preparato né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato (Eb 10, 5);

al Vespro c’è l’inno di Efesini 1,3-10, che non metto perché gli Inni posto separatamente;

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 2, 13
13. Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

MARTEDÌ 13 MAGGIO 2008

MESSA DEL GIORNO Canto al Vangelo (Ef 1,17-18)
Alleluia, alleluia.
17a. Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo
ci conceda lo spirito di sapienza,
18b. perché possiamo conoscere
qual è la speranza della nostra chiamata.
Alleluia. 
(traduzione liturgica) 
UFFICIO DELLE LETTURE  « FRAMMENTO » 

(cioè quello che metto e che ho denominato « frammenti »)  (metto il testo per intero perché facendo una sintesi mi sembra che non si capisce il passaggio di Paolo citato dall’autore, in questo caso Sant’Atanasio) 

Seconda Lettura 
Dai «Discorsi contro gli Ariani» di sant’Atanasio, vescovo
(Disc. 2, 78. 81-82; PG 26, 311. 319)
La conoscenza del Padre ci viene 
per mezzo della Sapienza creatrice e incarnata

La Sapienza unigenita di Dio è creatrice e autrice di tutte le cose. Perciò è detto: Hai fatto tutte le cose nella tua sapienza e anche: La terra è stata riempita dalla tua creazione (cfr. Sal 103, 24). Ora perché le cose create non solo esistessero, ma esistessero ordinatamente, piacque a Dio di commisurare se stesso alle cose create con la sua Sapienza, per imprimere in tutte e in ciascuna di esse una certa impronta e sembianza della sua immagine e fosse così ben manifesto che le cose create erano state adornate dalla Sapienza, e che le opere costruite erano degne di Dio.
Come infatti la nostra parola è immagine del Verbo, che è Figlio di Dio, così in noi la sapienza è fatta ad immagine del medesimo Verbo, che è la Sapienza stessa. Il dono della sapienza ci dà la facoltà di apprendere e di conoscere, ci rende capaci di accogliere la Sapienza creatrice, e di poter conoscere, per mezzo di essa, lo stesso Padre. Infatti chi possiede il Figlio, possiede anche il Padre (cfr. 1 Gv 2, 23) e ancora: «Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40). Poiché dunque l’immagine di questa stessa Sapienza è stata creata in noi e in tutte le cose, giustamente la vera Sapienza, quella creatrice, attribuendo a se stessa le proprietà che appartengono alla sua immagine, afferma: Il Signore mi ha creato nelle sue opere».
Ma «poiché nel disegno sapiente di Dio», come abbiamo spiegato, «il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21). Dio non ha più voluto essere conosciuto come nei tempi passati, attraverso l’immagine e l’ombra della sapienza. Volle che la stessa vera Sapienza assumesse la carne, si facesse uomo, e sopportasse la morte di croce, perché attraverso la fede, che in lei si fonda, tutti i credenti potessero di nuovo essere salvi.
La Sapienza di Dio manifestava se stessa e il Padre attraverso la propria immagine, impressa nelle cose create. Per questo fatto si dice che viene creata. In seguito, quella stessa Sapienza, che è il Verbo, si è fatta carne, come afferma san Giovanni. Distrutta la morte e liberato il genere umano, manifestò se stessa più chiaramente e, per mezzo suo, il Padre; donde queste sue parole: Concedi loro «che conoscano te, l’unico veri Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
Dunque la terra intera è ripiena della sua conoscenza. Poiché una sola è la conoscenza del Padre per mezzo del Figlio e del Figlio da parte del Padre. Della stessa gioia di cui si compiacque il Padre, gioisce pure il Figlio nel Padre, come risulta da questa espressione: Ero io colui del quale si compiaceva. Ogni giorno mi dilettavo al suo cospetto (cfr. Pro 8, 3).
Responsorio    Cfr. Col 2, 6. 9; Mt 23, 10
R. Camminate nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto. * Abita in lui corporalmente la pienezza di Dio.
V. Un solo è il vostro Maestro, il Cristo.
R. Abita in lui corporalmente la pienezza di Dio. 

LODI 

Lettura Breve   1 Ts 5, 4-5
4. Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: 5. voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. 
VESPRI 

Inno Ef 1, 3-10   

Lettura breve   1 Ts 2, 13
13. Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

MERCOLEDÌ 14 MAGGIO 2008

SAN MATTIA APOSTOLO, FESTA

UFFICIO DELLE LETTURE – DAL COMUNE DEGLI APOSTOLI

PRIMA LETTURA

1. Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2 Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3 A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, 4 perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5 Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. 6 Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. 7 Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? 8 Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9 Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10 Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11 Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, 12 ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13 calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 14 Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15 Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. 16 Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

LODI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 11-13
E’ Cristo che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

GIOVEDÌ 15 MAGGIO 2008-05-16 

UFFICIO DELLE LETTURE  « sentenza » 

(per il termine « sentenza » vedi sopra nella spiegazione in rosso) sul Salmo  SALMO 43, 2-9   (I) Il popolo di Dio nella sventura
In tutte le tribolazioni noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8, 37)

[nella seconda lettura, senza citazione – ho sottolineato – c'è un passaggio di San Paolo, direi 1Cor 12,4-11, poi sotto, citato un passaggio da 1Tm 2,8] 

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 36, 65-66; CSEL 64, 123-125)
Apri la tua bocca alla parola di Dio
Sia sempre nel nostro cuore e sulla nostra bocca la meditazione della sapienza e la nostra lingua esprima la giustizia. La legge del nostro Dio sia nel nostro cuore (cfr. Sal 36, 30). Per questo la Scrittura ci dice: «Parlerai di queste quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6, 7). Parliamo dunque del Signore Gesù, perché egli è la Sapienza, egli è la Parola, è la Parola di Dio. Infatti è stato scritto anche questo: Apri la tua bocca alla parola di Dio.
Chi riecheggia i suoi discorsi e medita le sue parole la diffonde. Parliamo sempre di lui. Quando parliamo della sapienza, è lui colui di cui parliamo, così quando parliamo della virtù, quando parliamo della giustizia, quando parliamo della pace, quando parliamo della verità, della vita, della redenzione, è di lui che parliamo.
Apri la tua bocca alla parola di Dio, sta scritto. Tu la apri, egli parla. Per questo Davide ha detto: Ascolterò che cosa dice in me il Signore (cfr. Sal 84, 9) e lo stesso Figlio di Dio dice: «Apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80, 11). Ma non tutti possono ricevere la perfezione della sapienza come Salomone e come Daniele. A tutti però viene infuso lo spirito della sapienza secondo la capacità di ciascuno, perché tutti abbiano la fede. Se credi, hai lo spirito di sapienza.
Perciò medita sempre, parla sempre delle cose di Dio, «quando sarai seduto in casa tua» (Dt 6, 7). Per casa possiamo intendere la chiesa, possiamo intendere il nostro intimo, per parlare all’interno di noi stessi. Parla con saggezza per sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare. Quando stai seduto parla con te stesso, quasi come dovessi giudicarti. Parla per strada, per non essere mai ozioso. Tu parli per strada se parli secondo Cristo, perché Cristo è la via. In cammino parla a te stesso, parla a Cristo. Senti come devi parlargli: «Voglio, dice, che gli uomini preghino dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1 Tm 2, 8). Parla, o uomo, quando ti corichi affinché non ti sorprenda il sonno di morte. Senti come potrai parlare sul punto di addormentarti: «Non concederò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre, finché non trovi una sede per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe» (Sal 131, 4-5).
Quando ti alzi, parlagli per eseguire ciò che ti è comandato. Senti come Cristo ti sveglia. La tua anima dice: «Un rumore! E’ il mio diletto che bussa» (Ct 5, 2) e Cristo dice: «Aprimi, sorella mia, mia amica» (Ivi). Senti come tu devi svegliare Cristo. L’anima dice: «Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, svegliate, ridestate l’amore» (Ct 3, 5). L’amore è Cristo.

Responsorio    Cfr. 1 Cor 1, 30-31; Gv 1, 16
R. Cristo Gesù è diventato per noi sapienza e giustizia, santificazione e redenzione. Come sta scritto: *
Chi si vanta, si vanti nel Signore.
V. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia.
R. Chi si vanta, si vanti nel Signore. 

LODI 

( sentenza sul salmo 80): 

SALMO 80   Solenne rinnovazione dell’alleanza
Guardate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede (Eb 3, 12)

Lettura Breve   Rm 14, 17-19
17. Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18. chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. 

VENERDÌ 16 MAGGIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE 

(citazioni sottolineate da me: Fil 3, 13-14; 1Cor 2,9) 

Seconda Lettura
Dai «Trattati sulla prima lettera di Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 4, 6; PL 35, 2008-2009)
Il desiderio del cuore si spinge verso Dio
Che cosa ci è stato promesso? «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). La lingua si è espressa meglio che ha potuto, ma il resto bisogna immaginarlo con la mente. Infatti cosa ha rivelato lo stesso Giovanni a paragone di colui che è , o che cosa possiamo dire noi creature che siamo così lontane dalla sua grandezza? Ritorniamo perciò a soffermarci sulla sua unzione, su quella unzione che ci insegna interiormente quanto non siamo capaci di esprimere in parole. E poiché ora non potete avere questa visione, vostro compito è desiderarla. L’intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione. Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro continente adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio. Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace. Cerchiamo, quindi, di vivere in un clima di desiderio perché dobbiamo essere riempiti. Considerate l’apostolo Paolo che dilata il suo animo, per poter ricevere ciò che verrà. Dice infatti: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto» (Fil 3, 13). Allora che cosa fai in questa vita, se non sei arrivato alla pienezza del desiderio? «Questo soltanto so: Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 13-14). Paolo ha dichiarato di essere proteso verso il futuro e di tendervi pienamente. Era consapevole di non essere ancora capace di ricevere «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1 Cor 2, 9). La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa.
Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile. Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). 

LODI 

(sentenza sul salmo 50) 

SALMO 50   Pietà di me, o Signore
Rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo (cfr Ef 4,23-24) 

Lettura Breve   Ef 2, 13-16
13. Ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. 14. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, 15. annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16. e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. 

VESPRI 

Lettura breve   1 Cor 2, 7-10a
7. Parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9. Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (cfr. Is 64,4). 10A. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito.

SABATO 17 MAGGIO 2008-05-19

 

LODI

sentenza sul salmo 8

SALMO 8 Grandezza del Signore e dignità dell’uomo
Tutto ha sottomesso ai suoi piedi, e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa (Ef 1, 22).

1. Al maestro di coro. Sul canto: « I Torchi… ». Salmo. Di Davide. 

2 O Signore, nostro Dio,quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. 

3 Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,per ridurre al silenzio nemici e ribelli. 

4 Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,la luna e le stelle che tu hai fissate, 

5 che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? 

6 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,di gloria e di onore lo hai coronato: 

7 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,tutto hai posto sotto i suoi piedi; 

8 tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; 

9 Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,che percorrono le vie del mare. 

10 O Signore, nostro Dio, 

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

Lettura Breve Rm 12, 14-16a
14. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16a. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili
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10.5.08 – Il Papa concede l’indulgenza plenaria per l’Anno Paolino

dal sito della Radio Vaticana:

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=204571

10/05/2008 Il Papa concede l’indulgenza plenaria per l’Anno Paolino
Benedetto XVI concede lindulgenza plenaria in occasione dellAnno Paolino indetto per celebrare i duemila anni dalla nascita di San Paolo. La Penitenzieria Apostolica ha pubblicato oggi il relativo Decreto che copre il periodo che va dal 28 giugno prossimo, ovvero dai Primi Vespri della prossima Solennità dei Santi Pietro e Paolo, fino al 29 giugno 2009.

Si può ottenere lindulgenza plenaria visitando in forma di pellegrinaggio la Basilica papale di San Paolo fuori le Mura a Roma. Sono necessarie le solite condizioni: la confessione, la comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa, praticate con lanimo veramente pentito e distaccato da qualsiasi peccato, anche veniale. « L’indulgenza plenaria – precisa il Decreto – potrà essere lucrata dai fedeli cristiani sia per loro stessi, sia per i defunti, tante volte quanto verranno compiute le opere ingiunte; ferma restando tuttavia la norma secondo la quale si può ottenere l’indulgenza plenaria soltanto una volta al giorno ».E stabilito inoltre che i fedeli, oltre ad elevare le proprie suppliche davanti allaltare del Santissimo Sacramento, ognuno secondo la sua pietà, si dovranno portare allaltare della Confessione e devotamente recitare il Padre nostro e il Credo, aggiungendo pie invocazioni in onore della Beata Vergine Maria e di San Paolo. E tale devozione si aggiunge – sia sempre strettamente unita alla memoria del Principe degli Apostoli San Pietro

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Possono ottenere lindulgenza plenaria anche i fedeli delle varie Chiese locali che, adempiute le consuete condizioni, parteciperanno devotamente ad una sacra funzione o ad un pio esercizio pubblicamente svolti in onore dellApostolo delle Genti nei giorni della solenne apertura e chiusura dellAnno Paolino, in tutti i luoghi sacri, e in altri giorni determinati dallOrdinario del luogo, nei luoghi sacri intitolati a San Paolo e, per lutilità dei fedeli, in altri designati dallo stesso Ordinario.Lindulgenza plenaria è concessa anche a quei fedeli che, impediti da malattia o da altra legittima e rilevante causa e col proposito di adempiere alle consuete condizioni non appena sarà possibile, si uniscono spiritualmente ad una celebrazione giubilare in onore di San Paolo, offrendo a Dio le loro preghiere e sofferenze per lunità

dei Cristiani.

Il Decreto invita infine i sacerdoti ad essere disponibili con generosità ad accogliere le richieste dei fedeli per lascolto delle Confessioni.

Ricordiamo, con il Catechismo della Chiesa Cattolica, che l’indulgenza plenaria è la remissione totale dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa. Infatti ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione. La pena temporale è dunque quanto rimane da purificare del peccato: cosa che avviene in questa vita con la preghiera, con atti di penitenza e di fervente carità, o in Purgatorio. Lindulgenza libera dalle pene temporali attingendo al cosiddetto Tesoro della Chiesa, costituito dai beni spirituali della comunione dei santi che attraverso i meriti di Cristo acquistano un infinito ed inesauribile valore presso il Padre. (A cura di Sergio Centofanti)

Papa Benedetto XVI – Cantico: Col 1, 3.12-20

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060104_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 4 gennaio 2006

Cantico cfr Col 1,3.12-20
Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti
Vespri – Mercoledì 4a settimana

1. In questa prima Udienza generale del nuovo anno ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino ed è anche un portale di ingresso in questo anno. L’Inno proposto alla nostra riflessione è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cfr vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi primi giorni del 2006, come pure il nostro cammino lungo l’intero arco del nuovo anno (cfr vv. 15-20).

La lode dell’Apostolo e così la nostra sale a « Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo » (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come « liberazione dal potere delle tenebre » (v. 13), cioè come « redenzione e remissione dei peccati » (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come « partecipazione alla sorte dei santi nella luce » (v. 12) e come ingresso « nel regno del Figlio diletto » (v. 13).

2. A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cfr vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato Cristo come il primogenito di tutta la creazione, Cristo, « generato prima di ogni creatura » (v. 15). Egli è, infatti, l’ »immagine del Dio invisibile », e questa espressione ha tutta la carica che l’ »icona » ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.

Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il « Dio invisibile ». In Lui vediamo il volto di Dio, attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede « tutte le cose » non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: « per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… e tutte sussistono in lui » (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche « in vista di lui » (v. 16). E così san Paolo ci indica una verità molto importante: la storia ha una meta, ha una direzione. La storia va verso l’umanità unita in Cristo, va così verso l’uomo perfetto, verso l’umanesimo perfetto. Con altre parole san Paolo ci dice: sì, c’è progresso nella storia. C’è – se vogliamo – una evoluzione della storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo e ci avvicina così all’umanità unita, al vero umanesimo. E così, dentro queste indicazioni, si nasconde anche un imperativo per noi: lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo farlo lavorando per l’avvicinamento degli uomini a Cristo; possiamo farlo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del vero progresso.

3. Il secondo movimento dell’Inno (cfr Col 1, 18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere « capo del corpo, cioè della Chiesa » (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è « il primogenito di coloro che risuscitano dai morti » (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.

Ecco, infatti, quel pleroma, quella « pienezza » di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cfr v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio sarà « tutto in tutti » (1Cor 15, 28) e vivere da cristiano vuol dire lasciarsi in questo modo interiormente trasformare verso la forma di Cristo. Si realizza la riconciliazione, la rappacificazione.

4. A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di san Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.

Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda questo inno della Lettera ai Colossesi. « Chi ci ha redento non è un puro uomo – osserva Proclo -: tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m’avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne » (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).

Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

È realmente il Dio con noi. Amen!

dom Prosper Guéranger

dal sito: 

http://www.unavoce-ve.it/pg-29giu.htm

dom Prosper Guéranger

29 GIUGNO

SAN PIETRO E SAN PAOLO, APOSTOLI

La risposta dell’amore.

« Simone, figlio di Giona, mi ami tu? ». Ecco l’ora in cui si fa sentire la risposta che il Figlio dell’Uomo esigeva dal pescatore di Galilea. Pietro non teme la triplice domanda del Signore. Dalla notte in cui il gallo fu meno pronto a cantare che non il primo fra gli Apostoli a rinnegare il suo Maestro, lacrime senza fine hanno segnato due solchi sulle sue guance; ma è spuntato il giorno in cui cesseranno i pianti. Dal patibolo sul quale l’umile discepolo ha voluto essere inchiodato con il capo in giù, il suo cuore traboccante ripete infine senza timore la protesta che, dalla scena sulle rive del lago di Tiberiade, ha silenziosamente consumato la sua vita: « Sì, o Signore, tu sai che io ti amo! » (Gv 21,17).

L’amore, segno del nuovo sacerdozio.

L’amore è il segno che distingue dal ministero della legge di servitù il sacerdozio dei tempi nuovi. Impotente, immerso nel timore, il sacerdote ebreo non sapeva far altro che irrorare l’altare figurativo del sangue di vittime che sostituivano lui stesso. Sacerdote e vittima insieme, Gesù chiede di più a coloro che chiama a partecipare alla prerogativa che lo fa pontefice in eterno secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109,4). « Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quel che fa il padrone. Ma vi ho chiamati amici perché vi ho comunicato tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv 15,15). « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nell’amor mio » (ivi, 9).

Ora, per il sacerdote ammesso in tal modo nella comunità del Pontefice eterno, l’amore è completo solo se si estende all’umanità riscattata nel grande Sacrificio. E, si noti bene: in ciò vi è per lui qualcosa di più dell’obbligo comune a tutti i cristiani di amarsi a vicenda come membra di uno stesso Capo; poiché, con il suo sacerdozio, egli fa parte del Capo, e per questo motivo la carità deve prendere in lui qualcosa del carattere e delle profondità dell’amore che questo Capo ha per le sue membra. Che cosa accadrebbe se, al potere che possiede di immolare Cristo stesso, al dovere di offrirsi insieme con lui nel segreto dei Misteri, la pienezza del pontificato venisse ad aggiungere la missione pubblica di dare alla Chiesa l’appoggio di cui ha bisogno, la fecondità che lo Sposo celeste si aspetta da essa? È allora che, secondo la dottrina espressa fin dalle più remote antichità dai Papi, dai Concili e dai Padri, lo Spirito Santo lo rende atto alla sua sublime missione identificando completamente il suo amore a quello dello Sposo di cui soddisfa gli obblighi e di cui esercita i diritti.

L’amore di san Pietro.

Affidando a Simone figlio di Giona l’umanità rigenerata, la prima cura dell’Uomo-Dio era stata quella di assicurarsi che egli sarebbe stato veramente il vicario del suo amore (Sant’Ambrogio, Comm. su san Luca, 10); che, avendo ricevuto più degli altri, avrebbe amato più di tutti (Lc 7,47; Gv 21,15); che, erede dell’amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo li avrebbe amati al pari di lui sino alla fine (Gv 13,1). Per questo la costituzione di Pietro al vertice della sacra gerarchia, concorda nel Vangelo con l’annuncio del suo martirio (ivi 21,18): pontefice supremo, doveva seguire fino alla Croce il supremo gerarca (ivi 19,22).

Ora, la santità della creatura, e nello stesso tempo la gloria del Dio creatore e salvatore, non trovano la loro piena espressione che nel Sacrificio che abbraccia pastore e gregge in uno stesso olocausto.

Per questo fine supremo di ogni pontificato e di ogni gerarchia, dall’Ascensione di Gesù in poi Pietro aveva percorso la terra. A Joppe, quando era ancora agli inizi del suo itinerario apostolico, una misteriosa fame si era impadronita di lui: « Alzati, Pietro, uccidi e mangia », aveva detto lo Spirito; e, nello stesso tempo, una visione simbolica presentava riuniti ai suoi occhi gli animali della terra e gli uccelli del cielo (At 10,9-16). Era la gentilità che egli doveva congiungere, alla tavola del divino banchetto, ai resti d’Israele. Vicario del Verbo, condivideva la sua immensa fame; la sua carità, come un fuoco divoratore, si sarebbe assimilati i popoli; realizzando il suo attributo di capo, sarebbe venuto il giorno i cui, vero capo del mondo, avrebbe fatto di quella umanità offerta in preda alla sua avidità il corpo di Cristo nella sua stessa persona. Allora, nuovo Isacco, o piuttosto vero Cristo, avrebbe visto anche lui innalzarsi davanti a sé il monte dove Dio guarda, aspettando l’offerta (Gen 22,14).

Il martirio di san Pietro.

Guardiamo anche noi, poiché quel futuro è divenuto presente, e, come nel grande Venerdì, prendiamo anche noi parte allo spogliamento che si annuncia. Parte beata, tutta di trionfo: qui almeno, il deicidio non unisce la sua lugubre nota all’omaggio del mondo e il profumo d’immolazione che già si eleva dalla terra riempie i cieli della sua soave letizia. Divinizzata dalla virtù dell’adorabile ostia del Calvario, si direbbe infatti che la terra oggi basti a se stessa. Semplice figlio di Adamo per natura, e tuttavia vero pontefice supremo, Pietro avanza portando il mondo: il suo sacrificio completerà quello dell’Uomo-Dio che lo investì della sua grandezza (Col 1,24); inseparabile dal suo capo visibile, anche la Chiesa lo riveste della sua gloria (1Cor 11,7). Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l’Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest’ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.

Il martirio di san Paolo.

Essendo dunque tale il significato di questo giorno, non ci si stupirà che l’eterna Sapienza abbia voluto renderlo ancora più sublime, unendo l’immolazione dell’apostolo Paolo al Sacrificio di Simon Pietro. Più di ogni altro, Paolo aveva portato avanti, con le sue predicazioni, l’edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12); se oggi la santa Chiesa è giunta a quel pieno sviluppo che le consente di offrirsi nel suo capo come un’ostia di soavissimo odore, chi meglio di lui potrebbe dunque meritare di completare l’offerta? (Col 1,24; 2Cor 12,15). Essendo giunta l’età perfetta della Sposa (Ef 4,13), anche la sua opera è terminata (2Cor 11,2). Inseparabile da Pietro nelle sue fatiche in ragione della fede e dell’amore, lo accompagna parimenti nella morte (Antifona dell’Ufficio); entrambi lasciano la terra nel gaudio delle nozze divine sigillate con il sangue, e salgono insieme all’eterna dimora dove l’unione è perfetta (2Cor 5).

VITA DI SAN PIETRO – Dopo la Pentecoste, san Pietro organizzò con gli altri Apostoli la chiesa di Gerusalemme, quindi le chiese di Giudea e di Samaria, e infine ricevette nella Chiesa il centurione Cornelio, il primo pagano convertito. Sfuggito miracolosamente alla morte che gli riservava il re Erode Agrippa, lasciò la Palestina e si recò a Roma dove fondò, forse fin dall’anno 42, la Chiesa che doveva essere il centro della Cattolicità. Da Roma intraprese parecchi viaggi apostolici. Verso il 50 è a Gerusalemme per il Concilio che decretò l’ammissione dei Gentili convertiti nella Chiesa, senza obbligarli alle osservanze della legge mosaica. Passò ad Antiochia, nel Ponto, in Galazia, in Cappadocia, in Bitinia e nella provincia dell’Asia. Avendo un incendio distrutto la città di Roma nel 64, si accusarono i cristiani di essere gli autori della catastrofe e Nerone li fece arrestare in massa. Parecchie centinaia, forse anche parecchie migliaia furono condannati a morte mediante vari supplizi: alcuni furono crocifissi, altri bruciati vivi, altri dati in pasto alle belve nell’anfiteatro, altri infine decapitati. San Pietro, dapprima incarcerato secondo una antica tradizione nel carcere Mamertino, fu crocifisso con la testa in giù, negli orti di Nerone, sul colle Vaticano. Qui fu seppellito. La data esatta del suo supplizio è il 29 giugno del 67.

La festa del 29 giugno.

Dopo le grandi solennità dell’Anno Liturgico e la festa di san Giovanni Battista, non ve n’è alcun’altra più antica o più universale nella Chiesa di quella dei due Principi degli Apostoli. Molto presto Roma celebrò il loro trionfo nella data stessa del 29 giugno che li vide elevarsi dalla terra al cielo. La sua usanza prevalse subito su quella di alcune regioni, dove si era dapprima deciso di fissare la festa degli Apostoli agli ultimi giorni di dicembre. Certamente, era un nobile pensiero quello di presentare i padri del popolo cristiano al seguito dell’Emmanuele nel suo ingresso nel mondo. Ma come abbiamo visto, gli insegnamenti di questo giorno hanno, per se stessi, una importanza preponderante nell’economia del dogma cristiano; essi formano il complemento dell’intera opera del Figlio di Dio; la croce di Pietro costituisce la Chiesa nella sua stabilità, e assegna al divino Spirito l’immutabile centro delle sue operazioni. Roma era dunque ben ispirata quando, riservando al discepolo prediletto l’onore di vegliare per i suoi fratelli presso la culla del Dio-Bambino, conservava la solenne commemorazione dei Principi dell’apostolato nel giorno scelto da Dio per porre termine alle loro fatiche e coronare, insieme con la loro vita, l’intero ciclo dei misteri.

Il ricordo dei dodici Apostoli.

Ma era giusto non dimenticare, in un giorno così solenne, quegli altri messaggeri del padre di famiglia che irrorarono anch’essi dei loro sudori e del loro sangue tutte le strade del mondo, per accelerare il trionfo e radunare gli invitati del banchetto nuziale (Mt 22,8-10). Grazie appunto ad essi, la legge di grazia è ora definitivamente promulgata in mezzo alle genti e la buona novella ha risuonato in tutte le lingue e su tutte le sponde (Sal 18,4-5). Cosicché la festa di san Pietro, particolarmente completata dal ricordo di Paolo che gli fu compagno nella morte, fu tuttavia considerata, fin dai tempi più remoti, come quella dell’intero Collegio Apostolico. Non si sarebbe potuto pensare, nei primi tempi di poter separare dal glorioso capo alcuno di quelli che il Signore aveva riavvicinati così intimamente, nella solidarietà della comune opera. In seguito tuttavia furono consacrate successivamente particolari solennità a ciascuno di essi, e la festa del 29 giugno rimase attribuita più esclusivamente ai due principi il cui martirio aveva reso illustre questo giorno. Avvenne anche presto che la Chiesa romana, non credendo di poterli onorare convenientemente entrambi in uno stesso giorno, rimandò all’indomani la lode più esplicita del Dottore delle genti.

MESSA

EPISTOLA (At 12,1-11). – In quei giorni, il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa. Fece morir di spada Giacomo, fratello di Giovanni; e, vedendo che ciò era accetto ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano i giorni degli azzimi. E, presolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione, ma dalla Chiesa si faceva continua orazione per lui. Or quando Erode stava per presentarlo al popolo, proprio la notte avanti, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, stretto con doppia catena, e le sentinelle, alla porta, custodivano il carcere. Ed ecco presentarsi l’Angelo del Signore, e splendere una luce nella cella. E l’Angelo, percosso il fianco di Pietro, lo svegliò dicendo: Presto, levati. E le catene gli caddero dalle mani. L’Angelo gli disse: Cingiti e legati i sandali. E lo fece. E gli aggiunse: Buttati addosso il mantello e seguimi. E Pietro, uscendo, lo seguiva, e non sapeva essere realtà quel che era fatto dall’Angelo, ma credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale si aprì loro da se medesima. E usciti fuori, si inoltrarono per una strada e d’improvviso l’Angelo sparì da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e m’ha liberato dalle mani di Erode e dall’attesa del popolo dei Giudei.

La partenza verso Roma.

È difficile tornare con maggior insistenza di quanto faccia la Liturgia di questo giorno sull’episodio della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Parecchie Antifone e tutti i Capitoli dell’Ufficio sono tratti da esso; l’Introito lo cantava or ora; ed ecco che l’Epistola ci offre nella sua integrità il racconto che sembra interessare in modo tanto particolare oggi la Chiesa di Dio. Il segreto di tale preferenza è facile a scoprirsi. Questa festa è quella in cui la morte di Pietro conferma la Chiesa nelle sue auguste prerogative di Regina, di Madre e di Sposa; ma quale fu il punto di partenza di tali grandezze, se non il momento solenne fra tutti, in cui il Vicario dell’Uomo-Dio, scuotendo su Gerusalemme la polvere dei suoi calzari (Lc 10,11), volse la faccia verso l’Occidente, e trasferì in Roma i diritti della sinagoga ripudiata? Ora è appunto nell’uscire dalla prigione di Erode, che questo sublime episodio ebbe luogo. E uscendo dalla città se ne andò - dicono gli Atti – in un altro luogo (At 12,17). Questo altro luogo, secondo la testimonianza della storia e di tutta la tradizione, era la città chiamata a diventare la nuova Sion; era Roma, dove qualche settimana dopo giungeva Simon Pietro. Cosicché, riprendendo le parole dell’angelo in uno dei Responsori dell’Ufficio del Mattutino, la gentilità cantava questa notte: « Alzati, Pietro, e indossa i tuoi vestiti: cingiti di forza, per salvare le genti; poiché le catene sono cadute dalle tue mani ».

Il sonno di Pietro.

Come un giorno Gesù nella barca vicina ad affondare, Pietro dormiva tranquillamente alla vigilia del giorno in cui doveva morire. La tempesta, i pericoli d’ogni sorta, non saranno risparmiati nel corso dei secoli ai successori di Pietro. Ma non si vedrà più, sulla barca della Chiesa, il panico che si era impadronito dei compagni del Signore nel battello sollevato dall’uragano. Mancava allora ai discepoli la fede, ed era appunto la sua assenza a cagionare il loro spavento (Mc 4,40). Ma dalla discesa dello Spirito divino, quella fede preziosa da cui derivano tutti i doni non può far difetto alla Chiesa. Essa dà ai capi la serenità del Maestro; mantiene nel cuore del popolo fedele la preghiera ininterrotta, la cui umile fiducia vince silenziosamente il mondo, gli elementi e Dio stesso. Se accade che la barca di Pietro rasenti qualche abisso e il pilota sembri addormentato, la Chiesa non imiterà i discepoli nella tempesta del lago di Genezareth. Non si farà giudice del tempo e dei metodi della Provvidenza, né crederà lecito riprendere colui che deve vegliare per noi: ricordando che, per sciogliere senza tumulto le situazioni più difficili, possiede un mezzo migliore e più sicuro; non ignorando che, se non fa difetto l’intercessione, l’angelo del Signore verrà lui stesso a tempo opportuno a ridestare Pietro e a spezzare le sue catene.

Potere della preghiera.

Oh, come le poche anime che sanno pregare sono più potenti, nella loro ignorata semplicità, della politica e dei soldati di tutti gli Erodi del mondo! La piccola comunità raccolta nella casa di Maria, madre di Marco (At 12,12) era ben poco numerosa; ma da essa giorno e notte s’innalzava la preghiera. Fortunatamente, non vi si conosceva il fatale naturalismo che, sotto lo specioso pretesto di non tentare Dio, rifiuta di chiedergli l’impossibile quando sono in gioco gli interessi della sua Chiesa. Certo, le precauzioni di Erode Agrippa per non lasciar sfuggire il suo prigioniero facevano onore alla sua prudenza, e certo la Chiesa chiedeva l’impossibile esigendo la liberazione di Pietro: tanto è vero che quelli stessi che allora pregavano, una volta esauditi non riuscivano a credere ai propri occhi. Ma la loro forza era stata appunto quella di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18) ciò che essi stessi consideravano come follia (At 12,14-15), di sottomettere nella loro preghiera il giudizio della ragione alle sole vedute della fede.

VANGELO (Mt 16,13-19). – In quei giorni: Venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente che dice mai che sia il Figlio dell’uomo? Ed essi risposero: Chi Giovanni Battista; chi Elia; chi Geremia, od uno dei profeti. Dice loro Gesù: Ma voi chi dite ch’io sia? Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. E Gesù gli replicò: Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l’ha rivelato; ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.

Confessione di san Pietro.

La grata letizia porta Roma a ricordare l’istante beato in cui, per la prima volta, lo Sposo fu salutato col suo divino appellativo dall’umanità: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo! L’amore e la fede costituiscono in questo momento Pietro suprema e antichissima sommità dei teologi, come lo chiama san Dionigi nel libro dei Nomi divini. Per primo, infatti, nell’ordine del tempo come per la pienezza del dogma egli risolse il problema la cui formula senza soluzione era stato il supremo sforzo della teologia dei secoli profetici.

Dignità di san Pietro.

Sei tu dunque, o Pietro, più sapiente di Salomone? E quanto lo Spirito Santo dichiarava al di sopra di ogni scienza, potrà essere il segreto di un povero pescatore? È così. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Mt 11,27); ma il Padre stesso ha rivelato a Simone il mistero del Figlio, e le parole che ne fanno fede non sono soggette a critica. Esse infatti non sono una giunta menzognera ai dogmi divini: oracolo dei cieli che passa attraverso una bocca umana, elevano il loro beato interprete al disopra della carne e del sangue. Al pari di Cristo di cui per esse diviene Vicario, egli avrà come unica missione di essere un’eco fedele del cielo quaggiù (Gv 15,15), dando agli uomini ciò che riceve (ivi 17,18): le parole del padre (ivi 14). È tutto il mistero della Chiesa, della terra e del cielo insieme, contro la quale l’inferno non prevarrà.

Il fondamento della Chiesa.

O Pietro, noi salutiamo la gloriosa tomba in cui sei disceso! Soprattutto a noi, infatti, figli di quell’Occidente che tu hai voluto scegliere, spetta celebrare nell’amore e nella fede le glorie di questo giorno. È su te che dobbiamo costruire, poiché vogliamo essere gli abitanti della città santa. Seguiremo il consiglio del Signore (Mt 7,24-27), costruendo sulla roccia le nostre case di quaggiù, perché resistano alla tempesta e possano diventare una dimora eterna. O come più viva è la nostra riconoscenza per te, che ti degni di sostenerci così, in questo secolo insensato che, pretendendo di costruire nuovamente l’edificio sociale, volle stabilirlo sulla mobile sabbia delle opinioni umane, e che ha saputo moltiplicare soltanto i crolli e le rovine! La pietra che i moderni architetti hanno rigettata, è forse meno perciò la pietra angolare? E la sua virtù non appare forse appunto nel fatto che, rigettandola, è contro di essa che urtano e s’infrangono? (1Pt 2,6-8).

Devozione verso san Pietro.

Ora dunque che l’eterna Sapienza eleva su di te, o Pietro, la sua casa, dove potremmo trovarla altrove? Da parte di Gesù risalito al cielo, non sei forse tu che possiedi ormai le parole di vita eterna? (Gv 6,69). La nostra religione, il nostro amore verso l’Emmanuele sono quindi incompleti, se non arrivano fino a te. E avendo tu stesso raggiunto il Figlio dell’uomo alla destra del Padre, il culto che ti rendiamo per le tue divine prerogative si estende al Pontefice tuo successore, nel quale continui a vivere mediante esse: culto reale che si rivolge a Cristo nel suo Vicario e che, pertanto, non potrebbe accontentarsi della troppo sottile distinzione fra la Sede di Pietro e colui che la occupa. Nel Romano Pontefice tu sei sempre, o Pietro, l’unico pastore e il sostegno del mondo. Se il Signore ha detto: « Nessuno va al Padre se non per me » (ivi 14,6), sappiamo pure che nessuno arriva al Signore se non per tuo mezzo. Come potrebbero i diritti del Figlio di Dio, pastore e vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), subire un detrimento in questi omaggi della terra riconoscente? Non possiamo celebrare le tue grandezze senza che, subito facendoci fissare i pensieri in Colui del quale sei come il segno sensibile, come un augusto sacramento, tu non ci dica, come dicesti ai padri nostri, mediante l’iscrizione posta sulla tua antica statua: Contemplate il Dio Verbo, la pietra divinamente tagliata nell’oro, sulla quale stabilito, io non sono crollato.

PREGHIAMO

O Dio, che hai santificato questo giorno col martirio degli apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l’insegnamento di questi due fondatori della nostra religione.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 798-807

Publié dans : Pietro e Paolo, temi - la liturgia | le 10 mai, 2008 |Pas de Commentaires »

DOMENICA DI PENTECOSTE – 2008

DOMENICA DI PENTECOSTE  - 2008 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

DOMENICA DI PENTECOSTE

PRIMI VESPRI

Inno ai Primi Vespri

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore. Amen.

Veni, creátor Spíritus,
mentes tuórum vísita,
imple supérna grátia,
quæ tu creásti péctora.

Qui díceris Paráclitus,
donum Dei altíssimi,
fons vivus, ignis, cáritas,
et spiritális únctio.

Tu septifórmis múnere,
déxtræ Dei tu dígitus,
tu rite promíssum Patris,
sermóne ditans gúttura.

Accénde lumen sénsibus,
infúnde amórem córdibus,
infírma nostri córporis
virtúte firmans pérpeti.

Hostem repéllas lóngius
pacémque dones prótinus;
ductóre sic te prǽvio
vitémus omne nóxium.

Per te sciámus da Patrem
noscámus atque Fílium,
teque utriúsque Spíritum
credámus omni témpore.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve Rm 8, 11
11. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Cor 12, 3b-7. 12-13
3b. Fratelli, nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
4. Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5. vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;6. vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune. 
12. Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13.E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito

Sequenza
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Veni, Sancte Spíritus,

et emítte cǽlitus

lucis tuæ rádium.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Veni, pater páuperum,

veni, dator múnerum,

veni, lumen córdium.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Consolátor óptime,

dulcis hospes ánimæ,

dulce refrigérium.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

In labóre réquies,

in æstu tempéries,

in fletu solácium.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

O lux beatíssima,

reple cordis íntima

tuórum fidélium.

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa. 

Sine tuo númine,

nihil est in hómine

nihil est innóxium.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina. 

Lava quod est sórdidum,

riga quod est áridum,

sana quod est sáucium.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato. 

Flecte quod est rígidum,

fove quod est frígidum,

rege quod est dévium.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni. 

Da tuis fidélibus,

in te confidéntibus,

sacrum septenárium.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.

Da virtútis méritum,

da salútis éxitum,

da perénne gáudium.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura  
Dalla lettera ai Romani di san Paolo, apostolo 8, 5-27
5.Fratelli, quelli che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
9. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 12. Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13. poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. 14. Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». 16. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 18. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23. essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24. poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25. Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27. e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

Responsorio Cfr. Gal 4, 6; 3, 26; 2 Tm 1, 7
R. Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Dio, infatti, * ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre, alleluia.
V. Non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza:
R. ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre, alleluia.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 3-6
3. Cercate di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5. un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

IL NUOVO CULTO DEL CRISTIANO (RM 12,1-2)

dal sito: 

http://www.paroledivita.it/upload/2006/articolo6_4.asp

IL NUOVO CULTO DEL CRISTIANO (RM 12,1-2) di Guido Benzi

Ogni lettera che si rispetti porta sempre delle raccomandazioni conclusive, quasi che il mittente, sentendo avvicinarsi la fine dello scritto voglia farsi ancor più presente alla vita del destinatario. Questo vale anche per l’epistolario paolino[1] e in particolare per la lettera ai Romani dove l’intera sezione 12,1-15,13 risponde a questa dimensione esortativa. Dobbiamo anche ricordare che in realtà i commenti non dedicano troppa attenzione alla trattazione di questa sezione: ovviamente l’interesse per la novità e l’importanza del kerygma paolino può in qualche modo mettere in secondo piano la sua riflessione etica, più disarticolata in proposte contingenti e meno originale rispetto alla tradizione etica giudaica, alla proposta neotestamentaria e anche assai vicina all’etica popolare del mondo greco-latino.Negli ultimi anni questo orientamento è però mutato e si è voluto ridare uno spazio importante al commento di questa sezione della lettera ai Romani[2]. Come la grande parte dottrinale dell’epistola incominciava con una tesi generale (denominata propositio: Rm 1,16-17) così anche la sezione esortativa incomincia con due versetti che svolgono il ruolo fondamentale di introdurre l’uditorio alle questioni etiche e morali che Paolo vuole sviluppare:

Vi esorto, dunque, fratelli, per impulso della misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è il vostro culto reso in piena coscienza; e non abbracciate la logica di questo tempo ma trasformatevi attraverso un rinnovamento della mente perché possiate discernere cosa è volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e perfetto (Rm 12,1-2).

Il linguaggio che Paolo utilizza in questi versetti vuole anticipare in forma abbreviata e significativa, quanto esporrà nel seguito della lettera: la vita dei cristiani come culto vivente, santo e gradito a Dio.

Dal confronto con la già citata propositio della parte dottrinale (1,16-17) possiamo così trarre alcune indicazioni preziose per affrontare questi due versetti: infatti anche se in 12,1-2 non si tratta esplicitamente del vangelo né della fede o della giustizia, tuttavia dobbiamo subito notare che l’orizzonte teologico nel quale Paolo colloca la dimensione esortativa è il medesimo, infatti compare per tre volte il richiamo a Dio, alla sua misericordia e volontà, e alla profonda relazione che intercorre tra l’agire dei fedeli e l’agire e l’essere di Dio stesso. Questa caratteristica relazionale imprime alla proposta etica che Paolo presenterà nella sua lettera una dimensione profondamente dinamica, tale da rendere tutta la persona e la vita del credente un continuo cammino di discernimento verso la perfezione nell’amore.

L’agire del cristiano tra esortazione e consolazione

Il collegamento con tutta la precedente parte della lettera è attestato dal «dunque» collocato dopo il verbo e, proprio per sottolineare la dimensione relazionale nella quale Paolo colloca l’esortazione che sarà sviluppata, egli introduce l’appellativo «fratelli» così come ha già fatto in Rm 1,13; 7,1.4; 8,12; 10,1; 11,25.

Tuttavia ciò che deve subito attrarre la nostra attenzione è il verbo «esortare», in greco parakaleîn. Esso viene normalmente tradotto con l’italiano «ammonire» o «esortare»; tuttavia, il campo dei significati di questo verbo (molto amato da Paolo, che lo usa ben 54 volte nel suo epistolario) è molto più esteso: esso nel greco ellenistico del tempo di Paolo va dal significato primario di «invitare» o «convocare» a quello più denso di «invocare», «chiamare in aiuto», «pregare». Più raramente abbiamo anche il significato di «consolare» e «ammonire». Tuttavia, nella traduzione greca dell’Antico Testamento detta «dei Settanta», tale verbo greco traduce l’ebraico nachám che significa «consolare, confortare, incoraggiare»[3]; il soggetto di questo verbo è per lo più Dio.

L’uso paolino rimanda certamente a questo orizzonte di senso dedotto dall’Antico Testamento, per cui l’esortazione rivolta da Paolo ai Romani, non ha nulla di distaccato o di vagamente direttivo e moralistico: essa esprime invece tutto il coinvolgimento dell’Apostolo che mira a confortare i fratelli di fede perché essi si sentano animati nel vivere la novità del vangelo nella sua interezza, consapevoli di essere stati, e di essere ancora, oggetto della misericordia di Dio in Gesù Cristo.

Proprio a questa «misericordia» Paolo fa riferimento utilizzando un termine greco (al plurale) che dice riferimento all’ebraico dell’Antico Testamento dove si parla di «viscere» di Dio. La misericordia di Dio è pertanto la ragione ultima che muove l’agire del cristiano. Questa «esortazione», dunque, che è anche una «consolazione», pone insieme l’accento su ciò che il cristiano deve vivere in coerenza con il vangelo, ma anche su ciò che Dio ha compiuto e continua a compiere perché i suoi figli possano aprirsi al dono di grazia. Un altro testo paolino esplicita quanto qui in Romani è soltanto accennato:

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2Cor 1,3-4).

Ancora in Rm 15,5 Paolo augura che «il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù». Questi rimandi mostrano, oltre a un contesto teologico più ampio rispetto a quello di una lettura solo di carattere moralistico del verbo parakaleîn, anche l’origine divina della esortazione/consolazione, tema che sarà esplicitato nella teologia giovannea con l’utilizzo del titolo paraklētos sia in riferimento allo Spirito Santo (Gv 14,16.26) sia in riferimento a Gesù (1Gv 2,1).

Il culto «in piena coscienza»

L’esortazione/consolazione ha come scopo la pienezza della vita cristiana, che viene espressa nella seconda parte del v. 1 attraverso un vocabolario cultuale. Già in Rm 6,13 Paolo aveva invitato i Romani a offrire se stessi «a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio», ma qui in Rm 12 il termine sóma non esprime solo la corporeità, bensì tutto il vissuto della persona nella sua interezza. Questa dimensione di «offerta» cultuale della propria vita è molto sviluppata da Paolo nelle sue lettere: essa non è sconosciuta alla teologia dell’Antico Testamento.

I profeti (ad esempio Is 1,10-20) richiedono la corrispondenza della conversione del cuore con l’offerta di sacrifici materiali, che altrimenti rimangono solo vuoti atti esteriori intrisi di ipocrisia. Una simile teologia è presente anche nel pensiero giudaico ellenistico. Scrive lo Pseudo-Filone commentando il sacrificio di Isacco: «… i popoli comprenderanno che il Signore ha considerato la vita dell’uomo degna (di essere offerta) in sacrificio». Si tratta, dunque, di un’estensione della metafora cultuale alla vita del cristiano: il modello è evidentemente il Cristo agnello pasquale (1Cor 5,7)[4].

Certamente questa dimensione di offerta totale di sé, attraverso il dono totale di Cristo, ci apre anche uno squarcio sulla dimensione «pasquale» e insieme «eucaristica» della vita dei cristiani. Il dono totale da parte dei cristiani della propria vita è animato, come dal di dentro, dal dono che il Cristo ha fatto di sé nella sua passione, morte e risurrezione, mistero continuamente ri-attualizzato nel sacrifico eucaristico.

I tre aggettivi che seguono esprimono che questo sacrificio deve essere «vivente, santo, gradito a Dio» così come deve essere la vittima sacrificale nelle prescrizioni di Lv 10 e 22. Non basta che l’offerta di se stessi da parte dei cristiani sia «vivente», e cioè connessa con un’esistenza umana autentica, essa deve anche essere «santa» e «gradita», cioè continuamente conforme al Signore e al suo volere. Ma ciò che può attirare in modo specifico la nostra attenzione è la conclusione di questo versetto, là dove Paolo chiama questo culto logikén latréian, cioè «culto razionale».

Questa definizione è assai enigmatica e, benché tutte le traduzioni ruotino intorno al concetto di consapevolezza e ragionevolezza, il dibattito tra gli autori non ha ancora trovato un punto di sintesi. Innanzitutto va ricordato che tale aggettivo in tutta la Bibbia greca si trova solo qui e in 1Pt 2,2: «Come bambini appena nati bramate il puro latte logikón». Come tradurre questa espressione? La Bibbia CEI sceglie sia in Romani e sia nella prima lettera di Pietro l’aggettivo «spirituale». Altre traduzioni rendono con «razionale» (così suggerisce A. Pitta), «logico», il che si avvicinerebbe sia al pensiero etico dello stoicismo sia a quello del giudaismo ellenista.

Il filosofo giudeo Filone di Alessandria, quando si riferisce alla mente umana usa questo aggettivo e dichiara che nei sacrifici «ciò che è prezioso davanti a Dio non è l’abbondanza delle vittime immolate ma l’estrema purezza dello spirito razionale (pnéuma logikón) di colui che offre». Un altro riferimento proverrebbe invece dalla letteratura delle religioni ermetiche e misteriche del mondo ellenista: il «culto razionale» sarebbe in qualche modo il pervenire intimo del logos a se stesso, una sorta di auto-consapevolezza della presenza del divino in se stessi[5].

Paolo dunque, in contrasto con una mistica auto-centrata, esprimerebbe qui l’idea che l’offerta di sé da parte dei cristiani debba avvenire in piena e illuminata coscienza sia del dono di misericordia ricevuto da Dio, sia dell’offerta piena di una vita conforme al volere di Dio. Si tratta di una ragionevolezza illuminata dalla fede, e di una fondata conoscenza di sé che richiede anche l’esercizio della mente. Abbiamo pertanto reso questa espressione con la traduzione «in piena coscienza», proprio per sottolineare la piena presenza del cristiano al suo agire, nella consapevolezza della dimensione spirituale che la vita concreta comporta in riferimento a Dio e al mondo. Ci sembra che questa traduzione permette di evidenziare anche un tratto di bruciante attualità nella proposta paolina, in riferimento alla deriva soggettiva ed «emozionale» che presentano tanti elementi delle religiosità contemporanea legata alla così detta New-age.

L’anticonformismo cristiano

Il v. 2 riprende, ampliandole, le prospettive già delineate nel v. 1. Innanzitutto va sottolineato anche qui l’uso di vocaboli che fanno riferimento alla dimensione della ragione e della mente, fino a giungere al «discernimento» del bene come pienezza del processo di trasformazione del cristiano.

In primo luogo, si delinea un anticonformismo cristiano (A. Pitta) rispetto alla mentalità corrente: il credente non si conforma alla «logica» di «questo tempo», ma si apre a un dimensione ulteriore, dettata da un senso «ultimo» della vita e del rapporto con Dio. L’orizzonte escatologico viene qui introdotto come categoria teologica capace di fecondare non solo la fede dei cristiani ma anche il loro agire concreto. La speranza cristiana si riverbera dunque anche sulla loro vita, invitandoli a uscire fuori dagli «schemi» correnti (l’imperativo negativo mè suschematízesthe esprime proprio questa esigenza di non conformità). Tale abbandono della mentalità mondana viene descritto come un processo graduale di trasformazione di sé, che passa attraverso il rinnovamento della mente e approda al discernimento. C’è dunque una trasformazione della vita che rende possibile l’offerta di sé da parte dei cristiani.

Che Paolo pensi a un processo graduale, esso stesso inserito nella vita e posto sotto la dinamica dello Spirito, lo sappiamo da un altro suo passaggio:

Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante a opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2Cor 4,13-16).

La mente non è qui solo il luogo dell’esercizio del ragionamento, ma è il luogo del discernimento etico in cui vagliare e offrire un obbediente assenso a Dio e alla sua volontà. Si deve notare che – come sottolinea H. Schlier – Paolo non oppone alla mentalità mondana la trasformazione della medesima, ma la trasformazione di se stessi. Non viene prima la trasformazione del mondo, ma l’intimo rinnovamento del modo di pensare e agire del soggetto che pur vivendo nel mondo è proiettato verso l’eterno.

Ancora una volta vediamo come la dimensione escatologica inserisca nella vita cristiana un elemento dinamico molto importante. Essa innesca a partire dal battesimo e dalla vita di fede (come suggerisce proprio 2Cor 4,16) un «rinnovamento» che progredisce fino alla piena maturazione.

La fatica del discernimento come cammino del cristiano

Il discernimento della volontà di Dio è il fine della trasformazione della mente del credente. Possiamo così riflettere su due aspetti basilari della vita cristiana.

In primo luogo, si deve osservare che il cammino di rinnovamento porta il cristiano alle soglie della scelta continua tra il bene e il male, con la possibilità in Gesù Cristo di scegliere il bene. Ritornano qui, in forma succinta, le tematiche affrontate nei cc. 7-8 della lettera ai Romani, là dove Paolo ha trattato l’avvilente risultato che consegue la volontà umana da sola (Rm 7,15-25), rispetto al dono di grazia che promana dalla redenzione operata da Cristo e che permette al cristiano, attraverso lo Spirito, di accedere alla vita piena (Rm 8,1-17) di figlio di Dio.

In secondo luogo, possiamo notare come questo discernimento immetta la vita cristiana in una dinamica di continuo perfezionamento: al contrario di chi vanta di possedere e conoscere la volontà di Dio (si veda Rm 2,17-24, dove torna in modo polemico il tema del «discernimento»), il cristiano è chiamato a ricevere questo discernimento come un dono che nella sua vita continuamente lo spinge a una perfetta corrispondenza al volere di Dio.

I tre aggettivi che concludono il v. 2 descrivono proprio questa volontà di Dio. Essi certamente richiamano i tre aggettivi che concludevano il v. 1 (si noterà come ritorna il tema dell’offerta «gradita» a Dio), tuttavia qui ciò che è buono e gradito porta al «perfetto» (to téleion). In Paolo abbiamo tale espressione solo qui: ci può però aiutare nella sua interpretazione quest’altro brano.

Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea (Fil 3,12-16).

La vita cristiana, sull’esempio di Paolo stesso, è questo continuo cammino di maturazione nella fede che si esprime attraverso un sempre più fedele discernimento della volontà di Dio fino a giungere a questa «perfezione» che con 1Cor 13,10 e Col 3,14 possiamo identificare con l’agápe, «vincolo di perfezione».

In conclusione possiamo allora sintetizzare così la propositio esortativa della lettera ai Romani racchiusa in 12,1-2: l’esortazione/consolazione dell’apostolo Paolo rivolta ai cristiani di Roma, vuole spingerli a trarre le motivazioni del loro agire dalla misericordia di Dio che attraverso il dono di grazia ricevuto in Gesù Cristo, ha dato loro la possibilità di un pieno dono di sé, dei loro corpi e della loro vita concreta, in sacrificio vivente, così come Gesù stesso ha fatto nella sua Pasqua ri-attualizzata continuamente nel sacrificio eucaristico. La vita stessa dei cristiani diventa così liturgia, culto santo e gradito a Dio che comporta un distacco dalla logica del mondo presente e si colloca in un orizzonte escatologico pieno di speranza, potendo così accedere a un continuo e vero rinnovamento della mente, che permette loro di vedere e attuare la volontà di Dio fino alla perfezione dell’amore.

[1] Si veda A. Pitta, «Relazioni tra esortazione morale e kerygma paolino», in Id., Il paradosso della croce. Saggi di teologia paolina, Piemme, Casale M. 1998, 348-374.

[2] A. Pitta, Lettera ai Romani. Nuova versione introduzione e commento, Paoline, Milano 2001, 416-418.

[3] Si veda, ad es., il verbo in Gn 24,67; 37,35; 38,12; Is 51,12; Is 40,1. Cf. H. Schlier, La lettera ai Romani, Paideia, Brescia 1982, 566-568.

[4] Si veda R. Penna, «Laicità e categorie cultuali», in Id., L’Apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Edizioni Paoline, Cinisello B. 1991, 568-573.

[5] Per approfondire questi aspetti si veda Schlier, La lettera ai Romani, 576-577; Pitta, Lettera ai Romani, 421.

Publié dans : Lettera ai Romani | le 10 mai, 2008 |Pas de Commentaires »
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