Ef 1, 3-14 – Lettera Pastorale – Arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo

dal sito: 

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/188/2007-11/06-33/Benedetti%20benediciamo.doc

Arcidiocesi di Siracusa

Giuseppe Costanzo

Arcivescovo di Siracusa

Benedetti, benediciamo

Lettera Pastorale 2007 – 2008

Introduzione (Ef. 1, 3-14)

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli,

in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,

predestinandoci a essere suoi figli adottivi

per opera di Gesù Cristo,

secondo il beneplacito della sua volontà.

E questo a lode e gloria della sua grazia,

che ci ha dato nel suo Figlio diletto;

nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,

la remissione dei peccati

secondo la ricchezza della sua grazia.

Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi

con ogni sapienza e intelligenza,

poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza

aveva in lui prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,

quelle del cielo come quelle della terra.

In lui siamo stati fatti anche eredi,

essendo stati predestinati secondo il piano di colui

che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà,

perché noi fossimo a lode della sua gloria,

noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

In lui anche voi,

dopo aver ascoltato la parola della verità,

il vangelo della vostra salvezza

e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello

Spirito Santo che era stato promesso,

il quale è caparra della nostra eredità,

in attesa della completa redenzione di coloro

che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria.”

 

“Benedetto sia Dio!”. Esordisce così l’Apostolo Paolo, autore di questa stupenda e commovente lode. Un inno sgorgato da un cuore profetico, che sa scrutare e leggere i segni della presenza di Dio nella storia. La benedizione è la prima parola sulle sue labbra, come fu la prima parola sulle labbra di Dio davanti all’uomo, prodigio della sua creazione (cfr. Gen. 1, 27-28). È anche la prima parola che fiorisce sulle nostre labbra. Anche noi benediciamo Dio, perché da Dio siamo stati benedetti, colmati di vari doni, resi figli nel Figlio, chiamati alla santità e alla felicità. Anche noi, come Paolo, vogliamo benedire Dio Padre per tutte le “meraviglie” che ha operato in questi anni nella storia della nostra Chiesa. Essa ha avuto la visita pastorale del Papa Giovanni Paolo II, venuto ad inaugurare e dedicare alla Madonna delle Lacrime il Santuario costruito in suo onore. È stato un dono singolare, che resta per sempre negli annali della nostra storia. Una particolare sorgente di grazie è stata la visita del corpo di S. Lucia. Chi può contare le grazie che la sua presenza ha riversato in tanti cuori? In questi anni, poi, il Signore ci ha benedetto moltiplicando il numero dei chiamati al sacerdozio, che da 5 del 1990 sono ora diventati 23 nel Corso Teologico e quattro nel propedeutico. È un fatto che allarga il cuore e lo colma di speranza. Ci fa dire “grazie” al padrone della messe, e a quanti hanno lavorato con generoso impegno nel campo della pastorale vocazionale.  Ma anche nella mia storia di uomo e di discepolo di Cristo, il Padre ha operato meraviglie. Non finirei mai di benedire Dio per l’amore di cui mi ha avvolto e per le grazie che mi ha concesso. - Anzitutto la grazia di venire al mondo, di vivere la meravigliosa avventura della vita; - la grazia, poi, di crescere in una famiglia che mi ha educato ai valori veri, per i quali è bello vivere e anche morire; - la grazia della fede, che mi ha reso discepolo alla sequela di Cristo, inserito nella schiera dei testimoni e confessori della fede; - la grazia dell’Ordine Sacro, dove ho sperimentato la gioia e la responsabilità di essere amico dello Sposo, pastore e guida, servitore e padre del popolo santo, vostro compagno nel cammino della fede; - la grazia della sofferenza nel corpo e nello spirito: sì, perché anche questa è grazia. È grazia la fragilità fisica di questi ultimi anni; è grazia la sofferenza morale legata a delusioni cocenti, a incomprensioni e dispiaceri inaspettati, causati dall’umana pochezza e debolezza. Anche queste sono benedizioni! Ho sperimentato, nel dolore, la grazia della purificazione dei desideri, della chiarificazione delle scelte, della scoperta dell’essenziale, dell’abbandono fiducioso in Dio, nella cui custodia ho imparato a credere, certo che, consegnando a Lui ogni affanno, Egli mi da’ sostegno (cfr. Sal. 55,23). Ma la benedizione più grande è Dio stesso che mi ha colmato di amore e di misericordia, di perdono e di consolazione. Ho lasciato sedimentare in me questo splendido inno paolino, con cui la liturgia ci fa pregare ogni lunedì nella celebrazione del Vespro. Ho lasciato che parlasse al mio cuore e lo riscaldasse. Ho riscoperto in esso rivoli nascosti, brecce non ancora varcate, lapilli incandescenti che hanno illuminato la mia riflessione e alimentato la mia preghiera. Ho ritrovato in questa stupenda lode nove benedizioni, che, come zampilli spumeggianti, sono scaturiti da questa Roccia della Parola di Dio. Nove benedizioni che come consegne voglio lasciare a Voi, perché in esse vedo riassunte tutta la mia predicazione, la mia sollecitudine pastorale, le mie scelte, la mia presenza tra voi e per voi. Già, voi, sorelle e fratelli amatissimi, siete proprio voi la grande benedizione di questo mio ministero episcopale che volge al termine, voi miei diletti figli di questa nobile Chiesa che è in Siracusa. Siete voi i benedetti del Padre, quelli che Egli, come doni da custodire gelosamente, ha affidato alla mia vigilanza e al mio servizio d’amore, voi verso i quali “provo una specie di gelosia divina, avendovi promessi ad un unico Sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2 Cor. 11,2). Voi siete la benedizione di Dio Padre su di me, come io ambisco ad essere quella di Dio su di Voi. Le pagine che leggerete parlano di Voi e di me, del mio e del vostro cammino, di questo nostro faticoso ed esaltante viaggio insieme. Non avrei potuto scrivere alcuna delle parole che sono sgorgate dal mio cuore di vescovo e di padre se non avessi avuto davanti ciascuno dei vostri volti, delle vostre storie, intrise di gioie ma anche di tante inevitabili sofferenze. Lasciate allora che io entri ancora una volta in punta di piedi dentro al vostro cuore e che possa depositarvi il tesoro che anche a me è stato donato e che mi preme consegnarVi. Ecco le nove benedizioni:

1) Il primato di Cristo.

2) La vocazione universale alla santità.

3) La nostra risposta alla ricchezza della Grazia.

4) La centralità della Parola.

5) La misteriosa identificazione di Cristo col povero.

6) Il disegno di Dio.

7) La nostra speranza radicata in Cristo.

8) La maternità di Maria.

9) L’attesa della completa redenzione.

1) Il primato di Cristo (Ef. 1,5)

Gesù Cristo è la prima e assoluta parola di benedizione del Padre su di noi. In Lui il Padre ci ha scelti e ci ha benedetti. Egli “è insieme il Mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione” (DV.2). È il Rivelatore del Padre: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt. 11,27). Il Padre ci ha manifestato il suo amore donandoci il Figlio (cfr. Gv. 3,16). Egli è il centro della storia e del mondo, il Maestro dell’umanità, il Redentore dell’Universo. Egli si è fatto uomo per noi. Per noi è morto ed è risorto. Egli – per dirla col Papa Paolo VI – “è colui che ci conosce e ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza…. Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e la nostra sete. Egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello… Egli è l’alfa e l’omega… il re del nuovo mondo… il segreto della storia… la chiave dei nostri destini”. Egli “è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne”. Egli un giorno sarà nostro giudice e – speriamo – la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità (Discorso a Manila, 29 Nov. 1970). Per questo “io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi Crocifisso” (1 Cor. 2,2). Gesù è stato l’annuncio centrale e fondamentale della mia predicazione, il più ricorrente, il più appassionato. L’ho sentito sempre come il dovere primario, il bisogno fondamentale, il compito irrinunciabile. Per questo Egli mi ha scelto e inviato: per renderGli testimonianza davanti a voi, che credete e lo amate, e dinanzi a quanti lo cercano senza saperlo. A Lui – sull’esempio dell’Apostolo Paolo – ho consegnato la mia vita, perché Lui mi ha amato e mi ha afferrato, ed oggi – dopo avere tante volte sperimentato con commozione la tenerezza del suo perdono – proclamo con gioia: “di Te mi fido, in Te confido, a Te mi affido”, perché “So a chi ho creduto” (2 Tm. 1,12) e so pure che “in nessun altro c’è salvezza” (At. 4,12). Conoscere Gesù è liberante. Amarlo è beatificante. Senza di Lui la vita rimane un enigma. Con Lui è una stupenda avventura. Di Lui in questi anni ho toccato con frequenza e più volentieri due aspetti centrali: il mistero della Croce e il mistero eucaristico. L’uno rimanda all’altro. L’uno spiega l’altro. Una predicazione integrale del mistero di Cristo non può considerarli marginali. Il Cristo della storia è il Cristo che morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, “fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor. 15,3-4). Il nostro inno dice: “in Lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef. 1,7). Nell’Eucaristia, poi, Gesù rinnova e rende presente sotto i segni sacramentali, il sacrificio della croce, per la remissione dei peccati, per la riconciliazione col Padre, per la vita del mondo. Un’incalcolabile ricchezza di grazia! Una stupefacente condiscendenza divina!  Nella Croce Gesù ci ha dato la manifestazione suprema del suo amore. Con la sua croce ha dato senso e valore alle nostre croci. Con la sua presenza eucaristica accompagna con amore il nostro faticoso pellegrinaggio terreno. Un bell’inno eucaristico così canta: “nascendo si è fatto nostro compagno, a mensa si fa nostro cibo, morendo si dà in prezzo del riscatto, regnando si dà in premio” (Se nascens dedit socium, convescens in edulium, se moriens in pretium, se regnans dat in praemium). Sul mistero della croce dobbiamo tornare frequentemente a meditare, magari prima che essa venga a visitarci, giacché, se ci coglie impreparati, potremmo reagire male, cioè scoraggiarci, inasprirci, ribellarci. La croce non è castigo, ma strumento di maturazione e di santificazione. Quanti si sono lasciati purificare ed educare dalla croce! Quanti vi hanno saputo scorgere la mano del divino Agricoltore, che pota la vite perché porti più frutto, e hanno detto al Padre il loro “fiat” fiducioso! Non ci sono vite senza croce. Cambia il nome, cambia il volto, ma la croce è lì, piantata nel cuore della nostra esistenza. Ed è grazia grande accoglierla e portarla, lasciandosi guidare da una maestra così leale ed esigente. Anche l’Eucaristia è presenza reale e dolcissima nella nostra vicenda terrena. È compagnia discreta. È sostegno solido. È pane vivo disceso dal cielo. Non basta celebrarla con attenzione né riceverla con devozione. Bisogna accoglierne la logica e conformarvi l’esistenza. Bisogna che anche noi, come Gesù, facciamo della nostra vita un dono e che diventiamo pane spezzato e donato. Ma queste scelte così radicali non si improvvisano. Esse maturano in un clima di preghiera prolungata, di adorazione e di contemplazione amorosa. Stando in ginocchio – almeno idealmente, ma se è possibile, meglio realmente – si riceve la forza e il coraggio dei sì più costosi: il sì all’amore, sempre così esigente; il sì al dolore, spesso così pesante; il sì al servizio, non sempre gratificante; il sì al perdono, talora assai difficile. È un’esperienza da fare, ribellandosi a un ritmo vertiginoso che ci vede fagocitati dalla fretta, agitati e nervosi, incapaci di fermarci e di sostare a lungo davanti al Tabernacolo. “La solitudine del Tabernacolo è la patria dei forti”. Questo rapporto così profondo chiede una conoscenza che rapisca il cuore e che diventi adorazione e contemplazione. Non si arriva, però, all’“invaghimento del cuore” solo con lo studio. Questo è fondamentale ed irrinunciabile, ma assolutamente insufficiente a generare l’attitudine contemplativa. Come se il conducente di un’automobile pretendesse di correre ingranando solo la prima marcia. Contemplativo è il cuore di chi ha ingranato la “presa diretta”. Come i Santi. Come i mistici. Come Maria!

2) La vocazione universale alla santità (Ef. 1,4)

È la seconda parola di benedizione: “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati nell’amore” (v. 4). C’è un disegno che ci precede. C’è un’azione di Dio assolutamente gratuita e preveniente: prescinde da ogni nostro diritto e da ogni nostro merito: “ci ha scelti prima della creazione del mondo”. Ci ha amati da sempre e per primo; “per essere santi… nell’amore”. Parlare di santità, nell’attuale clima culturale, sembra un’esagerazione. Si parla più volentieri di personalità, di dignità, di realizzazione di sé… La santità è ritenuta intimismo, bigottismo, evasione dalla terra per pensare al cielo… E invece, paradossalmente, la vera realizzazione di sé è proprio la santità, perché essa è la pienezza della vita cristiana, è il compimento del disegno d’amore di Dio, che ci vuole felici, come lo è Lui: “Siate santi, perché io… sono santo” (Lv. 11,44). Il mancato raggiungimento della santità è il vero fallimento della nostra vita. Tutti gli altri sono relativi e non definitivi. Possono, addirittura, essere di aiuto nel cammino verso la perfezione. Se c’è una cosa che deve starci veramente a cuore e che dev’essere in cima ai nostri pensieri è proprio la santità. Se c’è una cosa di cui rattristarci, è quella di non essere santi: di avere, cioè, deluso Dio, di non aver corrisposto alle sue attese, di aver vanificato il suo progetto e la sua grazia. Per il mistero della comunione dei santi, la nostra povertà spirituale influisce negativamente sul Corpo Mistico di Cristo, la nostra mediocrità e le nostre brutture rendono più opaco e più pieno di rughe il volto della Chiesa. È anche una responsabilità sociale il non essere santi. Un’anima che si eleva – è stato detto – eleva il mondo intero. Ha scritto Simone Weil: “Oggi occorre la genialità della santità; il momento attuale esige una santità nuova, senza precedenti. Il mondo ha bisogno di santi di genio, come una città in cui imperversa la peste ha bisogno di medici specializzati”. (“Pensieri disordinati sull’amore di Dio”). E il Papa Giovanni Paolo II: “I santi salvano la Chiesa dalla mediocrità, la riformano per contagio e la conducono verso ciò che deve essere” (Discorso ai giovani, 5.X.1986). Ci preoccupiamo tanto di piacere agli uomini e curiamo così poco il nostro rapporto col Signore. Ci preme tanto l’affetto e la stima delle creature e trascuriamo così facilmente il giudizio di Dio. Siamo così servili coi potenti di questo mondo e così noncuranti davanti al volere di Dio. “Che giova all’uomo conquistare il mondo intero, se poi perde se stesso?” (Lc. 9,25). Che senso hanno la vita, la vocazione, il lavoro, la fedeltà, le croci e le gioie se non tendono al traguardo della santità? “A che serve vivere, se non per crescere nell’amore? A che serve morire, se non per realizzare eternamente il proprio amore e realizzarsi per sempre in esso?” (G. Courtois). Non ci manca l’incoraggiamento e l’aiuto di coloro che hanno raggiunto la meta. Essi brillano come stelle nel cielo. Per questo li veneriamo, li amiamo e ci sforziamo di imitarli. Essi ci mostrano che diventare santi è possibile. Ci inducono a dire con Sant’Agostino: “Se questo e quello ce l’ha fatta, perché non anch’io?” Ci esortano ad essere vigilanti e generosi, a non cedere alle lusinghe né alle minacce del mondo, a non attaccare il cuore alle cose che passano, a tenerci ancorati alla Roccia della nostra salvezza. Diceva Bergson: “I santi non hanno bisogno di esortare. Basta solo che esistano. La loro vita interpella”. Interpella – l’abbiamo visto in questi anni – la vita luminosa di Maria, di Lucia, dell’Apostolo Paolo. Interpella, cioè chiama a responsabilità, ridesta gli ideali più alti, stimola le energie migliori, lancia con decisione verso le vette. Giacché, come più volte vi ho detto, siamo fatti per volare alto. Come l’aquila, ma senza la solitudine dell’aquila! Lo Spirito Santo, che vivifica e santifica, è già all’opera. Siamo docili alla sua guida. Lasciamoci plasmare. Lasciamoci condurre. Non contristiamolo. È Lui, infatti, il principio della vita nuova, è Lui il Maestro interiore, da cui dobbiamo lasciarci condurre.

3) La nostra risposta alla ricchezza della Grazia (Ef. 1,8)

“Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza” (v. 8). Queste parole dell’Apostolo ci spingono a contemplare la vita della nostra diocesi alla luce della fede, a scoprirne – senza ingenuità e senza pessimismi – le ricchezze, a riconoscere i doni e le grazie che il Signore ci ha fatto, e dirGli il nostro “grazie” pieno di meraviglia e di stupore davanti al suo disegno d’amore. Riconoscere che nulla ci è dovuto e che “tutto è grazia” è il primo tratto del nostro essere cristiani. Cristiano, infatti, non è chi chiede grazie o riceve grazie, ma chi rende grazie, e non solo a parole, ma con le scelte di vita. Cristiano è chi vive un’“esistenza eucaristica”. La grazia riversata abbondantemente sulla nostra comunità diocesana ha preso forma nella ricchezza e pluralità di vocazioni particolari: famiglia, sacerdozio ministeriale, vita consacrata… La grazia di Dio responsabilizza e abilita a rispondere con amore ai doni dell’Amore. Amati, amiamo! Questo sguardo non vuol essere un indugiare narcisisticamente sulla vita della diocesi, né un cercare consolazioni chiudendo gli occhi sugli innegabili fallimenti e sulle tante lacune. Conosco i problemi, le disfunzioni, i ritardi. Non ignoro le durezze di cuore che tanto mi fanno soffrire, le prese di posizione anche ostinate, ma so anche quanto amore circola nella nostra Chiesa, dandole vita e vitalità. So quanta preghiera la sostiene, quanti sacrifici la purificano, quanta fedeltà la rende bella e credibile. Quando penso ai due monasteri (delle Carmelitane e delle Benedettine), dove ogni vita si offre in olocausto d’amore, e dove tanta gente accorre quasi sospinta da un misterioso richiamo interiore, come non benedire il Signore per un dono così prezioso? Quando guardo alla schiera delle religiose e dei religiosi, che con la varietà dei loro carismi presentano la Chiesa come “la Sposa adorna per il suo Sposo”, e con la radicalità delle loro scelte ci additano il cielo, sento vibrare il cuore di gioia per Colui che li ha scelti e chiamati. Quando mi soffermo a contemplare quel “monastero invisibile” costituito dagli oranti “con Gesù nella notte”, come non esultare e lodare Dio per queste “luci” accese, che, come lampade, ardono per Gesù e bussano al suo cuore, affinché mandi operai per la sua messe? Se mi soffermo a riflettere sul “cammino di preghiera”, dove tanti imparano l’arte di ascoltare Dio nella sua Parola, di parlare con Lui nella preghiera, di stare in ginocchio adorando e intercedendo, come non vedere l’antidoto a tanto male che imperversa e appesta il mondo? Mi direte che è poca cosa – quasi irrilevante – a confronto col dispiegarsi della potenza del male, con la sua perversità e con i suoi effetti devastanti. È vero, ma un pugno di lievito buono è capace di fermentare tutta una massa. Non solo, ma Dio ci ha detto più volte – sia nel Primo che nel Nuovo Testamento – che la vittoria non dipende dalla potenza di carri e di cavalli né dal numero dei guerrieri, chè anzi “i carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi dal Mar Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra” (Es. 15,4-5). C’è da rimeditare il cap. 20 del secondo libro delle Cronache, dove la vittoria sui nemici, deriva dalla forza della fede e dalla potenza della lode. S. Paolo dirà che “la potenza di Dio si manifesta nella debolezza dell’uomo” (2 Cor. 12,7-10) e ci assicura che niente può separarci dall’amore di Cristo perché in tutte le difficoltà “noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm. 8,37). Importante è che non manchino la fede forte e la carità operosa, accompagnate da una speranza viva. Penso con intima commozione a tante donne che della loro vedovanza hanno fatto l’occasione per una dedizione piena nei servizi umani ed ecclesiali più vari, coniugando in maniera lodevole preghiera e vita. Osservo con soddisfazione le molteplici espressioni dei servizi di volontariato: lì tanti giovani comprendono sul campo che la vita è servizio; lì tante donne e tanti uomini danno senso e pienezza alla loro esistenza spendendo il loro tempo libero nell’aiuto ai deboli e agli ultimi; lì la Chiesa mostra il suo volto di madre premurosa.  Vedo con edificazione il comportamento di tanti professionisti che, ribellandosi alla logica del solo guadagno, rifiutano la loro parcella per alleviare difficoltà economiche e per dare sostegno e speranza a chi è provato dalla vita: sono medici, avvocati, insegnanti, giornalisti e geometri, umili lavoratori, felici di far felici gli altri, pronti a medicare e fasciare ferite, dimentichi di sé e donati a quelli che la vita mortifica ed esaspera. Come chiudere gli occhi davanti a questo spettacolo che esalta la vita, nobilita le professioni ed incarna in modo toccante l’inno alla carità? Possiamo non accorgerci della significativa testimonianza dei nostri sacerdoti? Chi non vede il loro lavoro, la loro fatica, i tanti sacrifici per assicurare al popolo di Dio il servizio della Parola, della preghiera, dei sacramenti? Chi non nota di quante rinunce è piena la loro giornata per stare coi fanciulli e coi giovani, per visitare i malati e gli anziani, per assicurare l’assistenza spirituale alle associazioni e ai gruppi? A chi sfugge la solitudine in cui spesso si ritrovano per le incomprensioni e per la scarsa collaborazione? Chi può sottovalutare le difficoltà del loro servizio a motivo dell’età, della malattia e della mole di lavoro? Li affidiamo con cuore grato e ammirato al Pastore e Pontefice delle nostre anime, affinché, dopo aver seminato nel pianto, raccolgano nella gioia. - C’è un campo particolarmente irrigato dalla grazia, ed è quello della famiglia. Quando si enuncia questo tema, il pensiero corre immediatamente a quelle che sono in difficoltà, dove non mancano sofferenze, tensioni e divisioni. Sappiamo che ci sono e che non sono poche, ma crediamo che il primo modo – e il più efficace – per aiutarle è quello di metterle a contatto con quelle sane e sante. I mezzi della comunicazione ci presentano quelle disastrate, e questo può destare un senso di sgomento e di sfiducia, ma la realtà – quella non propagandata e perciò meno conosciuta – è altra; e non c’è bisogno di grandi manifestazioni per convincersene: basta osservare attentamente, per constatare quante famiglie vivono splendidamente la loro vocazione e missione. Ho sotto gli occhi coniugi esemplari, che sono genitori saggi e guide illuminate; mamme eroiche, che al figlio da loro generato hanno aggiunto quello preso in affidamento o addirittura adottato. Ho incontrato diverse coppie di sposi con figli disabili: e sono rimasto colpito dalla loro serenità, dalla loro affettuosa dedizione, dalla loro fede e dal fiducioso abbandono in Dio. So di una mamma, che a prezzo di gravi sofferenze ha portato avanti la gestazione di una bimba “down”, terribilmente provata, ma felice e fiera di aver custodito quella vita. Di questi raramente parlano i giornali e i telegiornali, ma sono loro, forse, la migliore terapia ai tanti mali che oggi affliggono la famiglia. E anche questa è grazia che ci fa dire “grazie”! La famiglia è il luogo nel quale si contempla l’altro come dono, perché si impara ad essere – per – l’altro, in una dinamica relazionale fatta di stima, di dialogo, di progetti, di tensioni accettate e gestite insieme. Nella famiglia si impara anche la compassione, considerata come capacità di uscire dal calcolo degli interessi, delle ragioni e dei torti, fino a sentire come l’altro sente. Nella famiglia si fa l’esperienza della maternità come qualità peculiare di ogni amore premuroso e capace di perdono. La famiglia umanizza ciò che da lei nasce e ciò che in lei si lega. Ci attende un compito importante: testimoniare con forza che non c’è possibilità di un’autentica crescita umana se non attraverso legami familiari forti. Sapersi amati e sentirsi amati è fondamentale per ogni crescita. - E veniamo al “pianeta” giovani. Molti ci preoccupano: per il loro modo di pensare, di agire, di relazionarsi. Svogliati nello studio, dimentichi di Dio, diffidenti della Chiesa, trasgressivi ed arroganti. Ma sarebbe falso ed ingiusto concludere che sono tutti “bulli”, nullafacenti e miscredenti. A tutti è dato di incontrare perle di giovani che pensano con rigore, che studiano seriamente, che vogliono dare un senso alla vita. Giovani che si preparano alla professione con senso di responsabilità, che fanno un serio cammino di discernimento vocazionale e che vogliono rendersi utili alla società. Giovani che coltivano ideali grandi e perciò disdegnano la mediocrità della vita. Tra questi ci sono quelli che il Signore ha afferrato ed essi si sono arresi al suo amore. Penso ai nostri seminaristi: vengono da questo pianeta, sono figli di questo tempo, subiscono il fascino ed il ricatto del mondo, e tuttavia non si sono lasciati abbindolare né sedurre, han preso in mano la loro vita e l’hanno offerta al Signore, la loro libertà e l’hanno consegnata con fiducia. Hanno detto al Signore: “Eccomi, manda me”. Ed eccoli in cammino, alla scuola del Vangelo, sull’esempio di Paolo e con la protezione dei Santi, in particolare di Marciano, Sebastiano e Lucia. Non ci resta che benedire il Signore per questo fiume di grazia con cui ha vivificato e fecondato questa nostra Chiesa.

4) La centralità della Parola (Ef. 1,13)

Con due espressioni pregnanti Paolo la definisce “Parola di verità” e “Vangelo di salvezza”. E nella 1 Ts. 2,13 dice che essa è “veramente” “parola di Dio che opera” nel credente. Così l’ho sentito nella mia vita di presbitero e di vescovo. Me ne sono nutrito come di pane fragrante. Vi ho attinto come ad una sorgente di luce e di forza. L’ho desiderata come balsamo per il cuore ferito. L’ho tenuta tra le mani come bussola e timone nel tempestoso mare della vita. E ho voluto dispensarla con generosità al popolo di Dio, docile al comando dell’apostolo: “Annunzia la Parola … compi la tua opera di annunciatore del Vangelo” (2 Tm. 4,2.5). - La Parola di Dio, infatti, è risposta ad una delle esigenze più profonde del cuore umano: l’esigenza di luce. C’è nell’uomo un’acuta, insopprimibile aspirazione a rimuovere il velo dell’ignoranza e a conoscere il senso della vita e della storia. C’è però anche la tentazione di sentirsi artefici e padroni della propria storia e si fa fatica ad accettare che qualcuno si inserisca nel nostro mondo senza dirci le ragioni della sua presenza. Dio, allora, rassicura l’uomo che la sua non è la presenza di un intruso e che la Parola che Egli ci rivolge è Parola di un amico che vuole il nostro bene e che rispetta la nostra libertà, anche se ci chiede un ascolto leale e un coinvolgimento pieno (cfr. DV. 2). Come diceva Paolo VI, la Parola di Dio “deve apparire ad ogni uomo come apertura ai problemi, come risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni” (OR. 4.4.64). L’uomo è stato creato da Dio capace di risponderGli e di dialogare con Lui. Perciò la Parola di Dio accompagna l’uomo dalla creazione fino alla fine del suo pellegrinaggio terreno. Essa ne illumina la vita, indicandogli il cammino da seguire; suscita la fede e la nutre; alimenta la preghiera personale e comunitaria; stimola e verifica la riflessione teologica; consente all’esegeta di scandagliare le profondità abissali dei disegni di Dio; fa conoscere ai santi e ai mistici il cuore del Padre. Essa si offre come ricca portata nella mensa eucaristica; dona ai poveri e ai sofferenti consolazione e speranza; arricchisce e purifica le culture degli uomini; scruta i pensieri e i sentimenti dei cuori, provocando la contrizione dei peccatori e conducendoli alla comunione con Dio. Nella vita della Chiesa la Parola ha una duplice funzione: fondativa, in quanto genera e dà solidità alla fede, e operativa, in quanto anima e orienta l’azione pastorale, rendendo la Chiesa lievito della storia. Per questo non mi stanco di esortare ad una familiarità sempre più grande con la “lectio divina”; per questo insisto tanto sulla “scuola della Parola” e sul “cammino di preghiera”. Queste forme di contatto personale e profondo col testo sacro educano all’ascolto e al dialogo con Dio; forniscono ragioni di vita e motivo di impegno; rischiarano e dilatano gli orizzonti della nostra esistenza; offrono argomenti per sperare e stimoli ad amare. Se l’uomo oggi è così povero di valori e di ideali, se ha smarrito il senso della vita, se è così chiuso al trascendente e ripiegato su se stesso, è perché ha perso il contatto rigenerante con la Parola rivelata.  Voglio qui esprimere apprezzamento e incoraggiamento all’Ufficio Catechistico diocesano per il lavoro paziente e illuminato con cui da anni si sforza di rinnovare la catechesi mediante corsi biblici seri e frequenti e la proposta mensile di una bibliografia ragionata. Voglio anche esortare tutti i confratelli sacerdoti a tenere sempre una breve omelia sulle letture bibliche della Messa. Bastano cinque minuti. Sarebbero un servizio prezioso e la migliore testimonianza sull’importanza vitale della Parola ispirata. Questa familiarità del popolo cristiano con la Bibbia eliminerebbe l’ignoranza religiosa, così devastante, e darebbe un forte impulso alla fede e alla vita spirituale. - Il S. Padre Benedetto XVI ha voluto che il prossimo Sinodo dei Vescovi (ottobre 2008) avesse come tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Non è anche questa un’indicazione e un’occasione provvidenziale? Non sarebbe bello dar vita ad un “Anno della Bibbia”, come risposta di fede alla proposta del Papa e come una sorta di “intronizzazione” di quella Parola che in questi anni è stata lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino? Non susciterebbe una nuova primavera spirituale nella nostra diocesi? Tante comunità parrocchiali che oggi conducono una vita stentata e stanca, non riceverebbero nuova linfa, nuovo vigore e slancio, attingendo alla Parola rivelata “saldezza della fede e cibo dell’anima”, e dissetandosi a questa “sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV. 21)? Una bella orazione delle Lodi ci fa dire: “Fa’ che, meditando con perseveranza la tua legge, viviamo sempre illuminati dallo splendore della tua verità” (Giovedì della 2ª settimana). - Abbiamo la grazia di un Istituto Superiore di Scienze Religiose, il nostro S. Metodio, dove abbiamo tanto investito in risorse umane ed economiche. Se ogni parroco incoraggiasse uno o più dei suoi fedeli a iscriversi o almeno a frequentare qualche corso di S. Scrittura, quanta ricchezza di cultura biblica e di vita spirituale non si riverserebbe nella diocesi! Se coloro che, con encomiabile generosità, si dedicano alla catechesi nelle parrocchie, avvertissero il bisogno di condurre uno studio più rigoroso della Bibbia che spiegano ai fanciulli e agli adolescenti, il S. Metodio sarebbe opportunamente valorizzato e la catechesi farebbe un bel salto di qualità. Se gli insegnanti di Religione cattolica nelle scuole, che vedono da vicino quanta sete di verità e di senso tormenta gli adolescenti e i giovani, fossero tutti più premurosi nello spezzare loro il pane della verità, assisteremmo commossi al rifiorire del deserto. So che alcuni di loro lo fanno in maniera lodevole – e desidero cogliere anche questa occasione per ringraziarli – ma dovrebbero farlo tutti senza eccezione, giacché “senza la verità della Parola si fa insidioso il relativismo di pensiero e di vita”. Se in ogni discepolo del Signore crescesse il gusto della Parola da studiare e da meditare, da pregare e da vivere, da annunciare e da testimoniare, come cambierebbe il volto delle nostre parrocchie e dell’intera diocesi! Fratelli e sorelle, figli carissimi, “vi affido al Signore e alla Parola della sua grazia”. Non trascuratela. Essa ha il potere di illuminare e liberare, di nutrire e di salvare, di giudicare e di consolare. È Parola che non passa. È “viva ed efficace” (Eb. 4,12). “È potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm. 1,16). Ecco, allora, il mio sogno per questa Chiesa benedetta da Dio, Sposa di Cristo e Sposa del Vescovo: “La Parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente” (Col. 3, 16) e vi dia la gioia di vivere e il gusto di servire. Accoglietela con cuore docile. Chiedete allo Spirito di verità che vi doni di comprenderla. Custoditela e meditatela assiduamente. Non vi scoraggiate quando vi resta oscura: bussate pregando, attendete pazientando, all’improvviso il testo si illuminerà, colmandovi il cuore di gioia e dando nuovo slancio alla vostra testimonianza.

5) Cristo nel povero

Sono tanti, i poveri. Troppi. La loro povertà ha volti e nomi diversi: da quella materiale a quella spirituale. Dalla mancanza di pane, vestito, casa, lavoro, salute, alla mancanza di amore, di certezze, di senso, di ideali e di valori. Alcuni li incontriamo facilmente e ovunque, altri – forse quelli più bisognosi – non li conosciamo neppure: hanno troppo pudore per lasciarsi riconoscere, si vergognano a dichiarare la loro indigenza e a chiedere aiuto. C’è poi una terza tipologia di poveri: quelli relegati nella loro solitudine a motivo dell’età, della malattia, della necessaria dipendenza da altri. Sono quelli che possono dire col Salmista: “Sono colpito tutto il giorno e la mia pena si rinnova ogni mattina” (Sal. 73,14). Possiamo non accorgerci di questa grossa fetta di umanità ferita che arranca gemendo lungo il cammino dell’esistenza? Possiamo, come il ricco epulone, goderci la vita senza dare attenzione al povero Lazzaro, che “giace alla nostra porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cade alla nostra mensa?” (cfr. Lc. 16,19-21); Possiamo comportarci come Caino, che si scusa con Dio dicendo di non essere lui il guardiano di suo fratello? (cfr Gn. 4,9). Ci è lecito tenerci il guardaroba pieno di vestiti, magari rinnovati ad ogni stagione, mentre altri esseri umani non sanno come difendersi dal freddo? Già il Battista aveva detto in modo perentorio: “chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto (Lc. 3,11). E chi, come Martino di Tours, aveva il solo mantello che indossava, lo divise in due per darne metà al povero bisognoso di coprirsi. A nessuno può sfuggire la situazione scandalosa del nostro tempo, in cui c’è chi spreca e c’è chi muore di fame. Continenti che nuotano nell’abbondanza e altri che vivono – e muoiono! – negli stenti. Senza andare lontano, penso a ciò che accade in tanti banchetti in occasione di matrimoni, cresime e festini vari. Penso alla ricercatezza nel menù, all’abbondanza delle portate, all’ingordigia nel mangiare (fino a star male) e alla gran quantità di cibo che viene buttato. Quanto denaro sprecato e quanti poveri a stomaco vuoto! Delusi, esasperati da noi credenti, che siamo capaci di banchettare lautamente mentre altri lottano coi morsi della fame e accumulano rabbia nei confronti dei credenti e della loro religione. Non avvertiamo il contrasto tra l’amore che ci è stato comandato e l’egoismo godereccio dei nostri comportamenti? Gesù ci ha detto che ci riconosceranno come suoi discepoli dall’amore vicendevole: non notiamo la stridente contraddizione tra le sue consegne e la nostra condotta? Non sentiamo il disagio di un atteggiamento che offende chi è duramente provato dalla vita? Come può il Signore essere contento di noi se noi opprimiamo il povero con cui Lui si è identificato (cfr. Mt. 25,40)? Come possiamo dire di amare Dio se non amiamo il fratello che è accanto a noi? “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1 Gv. 3,17-18). Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore: “Dov’è tuo fratello?” “Con chi hai condiviso i beni della terra? chi sono stati i tuoi ospiti a tavola?”. Come sarebbe bello se tra i nostri invitati a pranzo ci fosse di tanto in tanto – meglio, abitualmente – qualche povero. Sarebbe una scelta rivoluzionaria, una di quelle scelte che cambiano la mentalità e la cultura. Alla mensa eucaristica Gesù non invita tutti? Non siamo tutti suoi commensali? All’inizio troveremo dentro di noi qualche remora, dovremo vincere qualche resistenza, ma poi sentiremo la gioia di avere accolto il Signore, di avere spalancato il cuore a tutti, e non solo a quelli che possono contraccambiare l’invito o che condividono con noi la stessa fede religiosa, lo stesso credo politico, la stessa estrazione sociale, la stessa provenienza etnica…È vero che oggi un piatto di minestra forse non manca a nessuno, ma un “piatto” di affetto manca sicuramente a tanti. Quante solitudini! Quante famiglie duramente provate, lasciate sole, con disabili o malati gravi a carico! Anziani che restano soli o dati in mano ai mercenari perché i figli se ne vanno in vacanza. Troppi sono avviliti, depressi a motivo di queste condizioni di vita, che il Signore non vuole, Egli che ha detto: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (cfr. Gv. 13), che ha dato come regola d’oro: “Tutto quello che volete che gli altri facciano a voi, voi fatelo a loro” (Mt. 7,12). Di certe follie che esplodono per stanchezza fisica o psichica, per mancanza di sostegno economico o morale, non siamo responsabili anche noi, se è vero – come è vero – che “tutti siamo responsabili di tutti” (S.R.S. 37)? Possiamo accontentarci di un moto di sdegno o di sgomento quando sentiamo gli annunci televisivi? Non dobbiamo sentirci interpellati? O vogliamo delegare tutto agli interventi dello Stato, delle forze dell’ordine e della magistratura? Se tanti di coloro che uccidono o si uccidono avessero incontrato una persona amica, una comunità cristiana attenta, una famiglia accogliente, tante tragedie non sarebbero state evitate? Se invece di abbandonarli crudelmente al loro destino, giudicandoli severamente dopo i misfatti, li avessimo colmati di attenzioni e di affetto, quanti drammi non avrebbero sortito un esito diverso? Se vivo con la consapevolezza che l’altro è mio fratello, che “ognuno è qualcuno da amare”, che ogni vita ha la sua insopprimibile dignità e i suoi inalienabili diritti, tutto viene ribaltato, emergono prospettive nuove, si allargano gli orizzonti, spunta l’arcobaleno della solidarietà e della pace. Pensate che cosa sarebbe una famiglia, una scuola, una comunità cristiana, un ospedale, un municipio se tutti vivessimo fino in fondo il precetto dell’amore. Cesserebbero le invidie, le divisioni, le sopraffazioni, i rancori… Davvero i non credenti potrebbero dire di noi: “Guarda come si amano!”.

Questa è “la vita differente “ che siamo chiamati a proporre con la nostra condotta.

Ma questo è frutto di una conversione del cuore. Questo chiede un “cuore che vede”. Una volta c’era meno benessere, ma più attenzione all’altro. Oggi il benessere ci ha reso più egoisti. Nella primitiva comunità cristiana, quando ancora i credenti erano poche migliaia, tutto era in comune; oggi questo non è più possibile, ma l’amore, la solidarietà, la comunione di affetti, dovrebbero restare. Invece abbiamo perso anche questo. Allora la comunità cristiana godeva della simpatia dei pagani, oggi ci attiriamo diffidenza e critiche, perché ci siamo adeguati alla mentalità di questo mondo e non diamo quella testimonianza che sarebbe la contestazione più efficace. Già nell’Antico Testamento, al cap. 25 del Levitico si afferma: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, … perché possa vivere presso di te” (v. 35). È un invito forte, radicale, alla solidarietà, alla fraternità, alla condivisione. Per molti cristiani oggi è diventato irrinunciabile un certo tipo di benessere che comprende la casa in città e l’altra a mare e l’altra ancora in montagna, e la villetta, la macchina di una certa cilindrata e gli arredi di lusso… quando per scavare un pozzo in Burkina Faso basterebbe rinunciare a qualcuno di questi “optional”. Con la differenza che l’acqua è necessaria per vivere, mentre la villetta a mare o in montagna incoraggia i ladri a scassinare e rubare… - Conversione del cuore vuol dire anche rivedere il concetto che abbiamo di carità. Questa non consiste nel dare appena il superfluo (quello che a me non serve, quello che più non uso, qualche spicciolo del mio denaro), ma nel condividere con chi è privo di tutto, accogliendolo, quasi “adottandolo”, colmandolo di attenzioni come si fa con un figlio. Al figlio la mamma non dà quello che lei non vuole, ma per lui a priori sceglie la parte migliore. Una famiglia dove si vive così la carità, diventa la scuola migliore di educazione alla solidarietà. Non posso, a questo punto, non accennare ad un aspetto della vita ecclesiale che stride in modo inquietante con le esigenze della carità evangelica. Mi riferisco alle feste popolari, dove tanto denaro viene speso in fuochi d’artificio, cantanti e serate ricreative non pienamente intonate al culto dei Santi. So di trovare, in questa materia, poca disponibilità all’ascolto. Ma questo non mi dispensa dal proporre qualche riflessione. Se fossimo noi in condizioni di assoluto bisogno, come giudicheremmo tanto sperpero da parte dei cristiani? Se fossero i vostri figli in condizione di non poter sopravvivere, come reagireste voi di fronte a questo modo di celebrare i Santi? Siamo proprio convinti che Dio sia contento e che i Santi sono onorati? O non è egoismo, vanità e sfoggio di potere? Avevo proposto – già da alcuni anni – la pratica lodevole della “decima” per ogni festa celebrata: destinare il dieci per cento della somma alla carità. Tranne pochi casi all’inizio, è stata sempre ignorata! Abbiamo ancora tanto da fare. Amare è un cammino. Ed io ho fiducia. Alcune cose si possono fare senza grandi difficoltà. Forse occorre che qualcuno ce le ricordi. Mi provo a suggerirne qualcuna. Ci sono professionisti che, grazie alla loro competenza e alla loro fatica, guadagnano molto: come sarebbe bello se tra le loro spese ordinarie ci mettessero il mantenimento agli studi di un giovane povero ma dotato! C’è chi può permettersi di tenere uno yocht o grosse imbarcazioni di crociera: che segno splendido di umanità e bontà non sarebbe il prendere con sé per una vacanza un ragazzo di famiglia disagiata! Quanta speranza e riconoscenza questo gesto non accenderebbe nel cuore di questa creatura! Mi risulta di persone che praticano così la carità, la quale, però, per sua natura chiede il massimo riserbo. Il bene non può essere strombazzato!

Rimane sempre vero che chi ha di più, deve condividere di più.

E ancora: a Natale e a Pasqua in molte parrocchie si offre il pranzo per i poveri. È certamente un lodevole segno di attenzione e merita apprezzamento, ma vi chiedo: non sarebbe più significativo invitarne uno in ogni famiglia? La differenza è notevole: in famiglia lo si accoglie, lo si fa sedere alla nostra mensa, gli si offre il calore del nostro cuore. In famiglia si sente alla pari, mentre in parrocchia può sentire ulteriormente sottolineata la sua condizione di povero. In fondo quello che conta è sentirsi amati come si ama un figlio o un amico. E questo è quello che frequentemente manca. Pensiamo, al fenomeno dei barboni. Spesso li giudichiamo con severità, li emarginiamo più di quanto non si siano emarginati da sé, perché appaiono diversi, sporchi, denutriti, spesso alcolizzati, diffidenti… Lo so che si tratta di un fenomeno complesso, che ha radici molteplici e tipologie plurime, ma mi chiedo: noi, come comunità cristiana, possiamo limitarci a guardarli con sospetto e a tenerli a debita distanza? O il Signore non ci chiede di fare qualcosa? “Egli ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv. 3,16). C’è un altro fenomeno che merita grande attenzione da parte nostra: quello, davvero inquietante, della prostituzione. Fa’ impressione – e insieme tanta pena! – vedere ogni sera, dopo le 21, tante ragazze di colore disseminate lungo il viale Ermocrate (tanto per fare un esempio!) in attesa di … clienti. Ragazze che in Europa cercavano un tenore di vita più consono con la loro dignità di donne e che, invece, ingannate, sedotte e violentate, si ritrovano a sbarcare il lunario accantonando i loro sogni e svendendo la loro dignità. Umiliate, ricattate e oppresse. Nella quasi impossibilità di ribellarsi e liberarsi. E noi, i cristiani, che facciamo? Ci accontentiamo, come il fariseo del Tempio, di non essere “come quelle”? ci sentiamo la coscienza a posto, perché quello è un problema di ordine pubblico, e dunque da delegare alle forze dell’ordine? Mettiamoci in preghiera, rendiamoci docili alle ispirazioni dello Spirito, lasciamoci guidare dall’amore: qualche idea spunterà. Perché l’amore è creativo, è geniale, è inventivo. C’è, infine, il problema, altre volte segnalato, di donne provenienti da paesi europei o da altri continenti, che, con bambini a carico, hanno bisogno di lavoro, di alloggio, di sostegno economico e giuridico e che la comunità dei credenti in Cristo non può abbandonare a se stesse. In verità, molto fanno le Suore Francescane Missionarie, alcuni parroci, affiancati da professionisti competenti e generosi, la Caritas diocesana… Tutti costoro sappiano che il vescovo conferma il loro lavoro ed è grato per il loro impegno e la loro testimonianza. Ma questo non basta. Bisogna che tutti ci si senta interpellati. Nessuno può fare la carità per conto di un altro, giacché a tutti è stato detto “Amerai!”, come nessuno può farsi santo al posto di un altro, perché a tutti è stato detto “sarete santi!”.  Gesù ha detto parole dure nei confronti dei ricchi, ha minacciato il rovesciamento delle situazioni: “Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc. 6,24-25) Gesù non ce l’ha con i ricchi, ma vuole che non si chiudano nella loro orgogliosa sufficienza, che non vivano murati nel loro egoismo, che si aprano a condividere la loro ricchezza con chi dispera del domani. La manovra più intelligente del ricco sarebbe quella di capovolgere la maledizione in una beatitudine: “Beati voi, ricchi, se saprete condividere le vostre risorse”. S. Paolo esorta così Timoteo: “Ai ricchi in questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, di non riporre la speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera” (1Tm. 6,17-19).  La “Casa della Carità” per malati terminali di AIDS vuol essere risposta concreta alle esigenze del Vangelo, agli appelli dei sofferenti e agli impulsi del cuore che ama. - Fratelli e Sorelle, il povero, con le sue necessità, ci interpella e, anche tacitamente, chiede il nostro impegno. “Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo di Cristo”. Chiediamo al Signore la compassione del Samaritano. Egli è capace di amare come Dio ama, è mosso dalla stessa tenerezza di Gesù e si fa prossimo del moribondo, senza neppure chiedersi se è un amico o un nemico, un connazionale o uno straniero. Sa che ha bisogno di lui, accoglie il suo silenzioso appello e… si prende cura di lui. È il miracolo dell’amore, che può cambiare la società, che può umanizzare il mondo, che può purificarlo radicalmente, “perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt. 4,8). E chi potrebbe sottovalutare quell’altra forma di “carità alta” che è la politica? Chi non vede che una programmazione illuminata e concorde può essere il modo più efficace di combattere la piaga della disoccupazione, che tanta povertà – non solo economica – genera nella nostra terra?

6) Il disegno di Dio (Ef. 1,9-10)

Avevo diciassette anni e avevo già detto il mio si al Signore. Un giorno mentre ero in preghiera, ebbi come una luce improvvisa, una folgorazione: Dio ha sul mondo e su di me un preciso disegno d’amore. A me il compito di comprenderlo, accoglierlo e realizzarlo. Questa intuizione mi ha accompagnato per tutta la vita. Non sono al mondo per caso. La mia esistenza entra in un progetto scaturito dal Cuore del Padre. Dunque non devo temere. Devo fidarmi. Dall’eternità io sono oggetto di un amore divino. Questa certezza ha guidato il mio cammino, ha fatto da leit-motiv di tutta la mia esistenza, illuminando i momenti bui e moltiplicando le energie nei momenti di sofferenza. L’Apostolo Paolo è affascinato da questo grandioso piano di salvezza, contempla, commosso e traboccante di gratitudine, questo progetto originato dalla libera volontà di Dio, stabilito da tutta l’eternità, centrato in Cristo: “in lui” Dio ha fatto il suo piano, “in lui” lo vuole realizzare. Ha creato tutto “per mezzo di lui e in vista di lui” e Lui dovrà dare all’universo unità, coesione e consistenza. Lui dev’essere il Capo di tutto, cioè Colui che a tutto deve dare senso e ragion d’essere. Ecco “il mistero della sua volontà”, ecco il disegno che il Padre vuole realizzare “nella pienezza dei tempi”: “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (v.10), cioè ricondurre all’unità sotto un solo capo (Cristo) tutte le cose. Dio ha voluto farci consapevoli di questo suo segreto. E questa è una grazia paragonabile per grandezza con la predestinazione eterna, con la figliolanza adottiva, con la redenzione e con la remissione dei peccati. Il cuore si dilata ed esplode – incontenibile – l’inno di ringraziamento e di lode: “grande Tu sei e compi meraviglie, Tu solo sei Dio” (Sal. 85). Spesso, nella mia predicazione o in conversazioni familiari, sono tornato su questo argomento, perché lo ritengo fondamentale. Se non ci fosse infatti, il piano di Dio, tutto sarebbe abbandonato al caso, noi saremmo vittime di un fato crudele, la vita sarebbe un enigma e si risolverebbe in una “passione inutile”. Noi invece sappiamo – cfr. salmo 32(33) – che Dio ha un piano che “sussiste per sempre”, che addirittura “annulla i disegni delle nazioni” e “rende vani i progetti dei popoli”. Sappiamo che “il Signore guarda dal cielo” e che “vede tutti gli uomini”. Nella nostra vicenda terrena, spesso tormentata e carica di affanno, ci accompagna la consolante certezza che “l’occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”. Sappiamo che il Signore “è nostro aiuto e nostro scudo”, perciò “in lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome”. Una vita ancorata a queste salde certezze conoscerà pure la tribolazione, ma non la disperazione; attraverserà pure il tunnel buio del dolore, ma con la certezza di andare incontro alla luce; berrà il calice amaro della passione, ma sorretta dalla speranza della risurrezione. Perché nulla accade che Dio non possa volgere in bene e perché ogni male, ogni cattiveria, ogni perfidia rimane come catturata dentro la superiore strategia divina che realizza il suo disegno d’amore. Questo meraviglioso piano di Dio va contemplato nella sua globalità. Non solo, cioè, nella sua origine eterna, né solo nel suo svolgersi nella pienezza del tempo, ma anche nel suo approdo eterno. Tocchiamo qui un tema importante, oggi un po’ trascurato: il tema dell’escatologia. Anche ciò che ci attende oltre il tempo appartiene a questo disegno d’amore che incanta l’Apostolo. È parte integrante del progetto salvifico “ciò che Dio ha preparato per coloro che lo temono” (1 Cor. 2,9). La meditazione sulle cose ultime (i “Novissimi”) ci aiuta a vivere bene. Il pensiero che con la morte andiamo incontro non al nulla, ma a “Colui che è, che era e che viene”, è stimolo potente a vivere santamente: “memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis”. La certezza che “non abbiamo quaggiù una fissa dimora, ma siamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14), ci rende vigilanti, pazienti, fedeli fino alla morte, attendendo e preparando “la corona della vita”. Morire non è un precipitare ed essere risucchiati nella voragine del nulla, ma essere accolti tra le braccia del Salvatore, per essere sempre con Lui. Morire è entrare nella luce, riposare nella pace, vedere faccia a faccia, amare senza fine. Morire è andare verso il compimento. Questo ci impegna a non perdere di vista l’orizzonte escatologico, ad avere nostalgia del Signore che torna, ma nello stesso tempo ad amare questa terra, dove si prepara la materia del mondo rinnovato. Anche il mistero del dolore si illumina davanti alla promessa del Paradiso, del nostro essere per sempre con Dio. Il dolore, infatti, ci distacca dalla terra, a cui rischiamo di attaccarci, e ci fa desiderare il cielo; ci lava da tutte le nostre brutture, ci purifica dalle nostre miserie e ci trasforma lentamente, per conformarci a Cristo: Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la risurrezione e la vita. Perciò “se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo con lui anche regneremo” (2 Tm. 2,11-12a).

7) “Abbiamo posto in Cristo la nostra speranza” (Ef. 1,12)

Non voglio affrontare il tema della speranza sul piano teorico. L’ho fatto spesso in questi anni, ultimamente – anche con una relazione di taglio biblico – nel convegno pastorale diocesano di Novembre 2005. Voglio qui sottolineare l’importanza vitale di questa virtù. Senza speranza non si vive. Vien meno la fiducia, la capacità progettuale, la voglia di lavorare e persino di vivere. Chi non si attende più nulla, non vede perché dovrebbe impegnarsi, affrontare sacrifici e rinunce, correre rischi, sfidare pericoli …Chi non ha più speranza ha già cessato di sognare, ha ammainato le vele, ha tirato i remi in barca e si è abbandonato alla deriva. Non ha una meta verso cui veleggiare. È apatico e rassegnato, ha fatto il bilancio delle sue fatiche e ha tirato l’amara conclusione che tutto è inutile, tutto è imbroglio, tutto è sbagliato. Chi è animato dalla speranza è attivo e combattivo. Non vive di rimpianti. Sa che nella vita non ci sono fallimenti definitivi. Non ci sono sconfitte da cui non si possa ripartire. Sa che anche il male, fatto o subito, più essere pedana di lancio verso una condizione migliore. Sa che tutto ha un senso: si tratta di trovare – come in un puzzle – il giusto posto ad ogni tessera del grande mosaico che è la vita. Si tratta di credere che Dio veglia sulle sue creature e porta avanti il suo disegno d’amore senza sosta, e tutto – proprio tutto – “concorre al bene di coloro che lo amano” (Rm. 8,28), e perciò tutto diventa materiale di costruzione. Bisogna, naturalmente, che Gli facciamo fiducia e ci rendiamo disponibili a collaborare con Lui, lasciandolo fare e lasciandoci fare. Anche quando interviene a “potare”, perché – come la vite – portiamo più frutto. La fiducia ci impedisce di dubitare del suo amore di Padre. Ci fa dire con l’Apostolo: “So a chi ho creduto” (2 Tm. 1,12). Chi spera, non si scoraggia di fronte alle inevitabili difficoltà della vita. Non si sente abbandonato, ma comprende che quello è il momento della semina faticosa o della necessaria purificazione e dice con S. Paolo: “Noi ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini” (1 Tm. 4,10). E quando la sofferenza si fa più acuta, ripete a se stesso che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata” (Rm. 8,18). Per essere uomini di speranza, non tormentati dal pessimismo, dall’angoscia e dalla “noia di vivere” è necessario fare affidamento su Dio, Roccia della nostra salvezza. Quanti credevano di poter fare a meno di Lui, quanti l’hanno messo in soffitta, ben presto si son dovuti accorgere di essere diventati non più forti, ma più deboli; basta vedere come aumentano i suicidi, come esplodono le follie, come dilagano i comportamenti distruttivi, come si diffondono le droghe che creano illusioni e devastano la persona. Quanta gente è delusa, inquieta, frustrata, perché ha estromesso Dio dalla propria vita: si è inebriata della propria libertà e si è ritrovata in catene; si è affannata a salire in carriera e ha trovato sempre qualcuno più in alto a tagliargli la strada; ha puntato sul denaro, ma si è accorto di non averne mai abbastanza; ha contato sulle più potenti amicizie ed ha incassato cocenti delusioni; ha inseguito il successo ed ha finito col calpestare la coscienza e con lo svendere la dignità, magari senza ottenerlo. Non sempre ciò che appare ben fatto e lucente è una perla preziosa: esistono tante contraffazioni e tanti falsi gioielli. Gli abbagli possono essere tanti, e ci si ritrova a mani vuote. Di qui il disfattismo, la sfiducia e persino la disperazione…Dobbiamo imparare a discernere. Può essere faticoso, ma è importante, se vogliamo dare una risposta giusta al nostro cuore inquieto e sempre in cerca di ciò che lo soddisfi in eterno. Dio ci ha promesso beni inimmaginabili, ed Egli è fedele. Perciò, “benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua… non smette di produrre i suoi frutti” (Ger. 17,7-8). Allora il cuore rimane giovane: capace di sognare, sempre pronto a progettare, costantemente proteso in avanti. La speranza impedisce al cuore di invecchiare! È, inoltre, sorgente di speranza la regalità di Cristo, la sua sovrana signoria su tutte le cose. Egli è la “speranza della gloria” (Col. 1,27), è il sì di Dio alla sua creatura, giacché “tutte le promesse di Dio in Lui sono diventate “sì” (2 Cor. 1,20). Egli è l’iniziatore del mondo nuovo, il fondatore del Regno di Dio, che è “regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. Egli è il vincitore del male e del peccato, Colui che “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità” (2 Tm. 1,10). Egli è la speranza di quel mondo, tanto atteso, in cui “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno” (Ap. 21,4). Anima e garanzia della nostra speranza è lo Spirito Santo. È Lui l’Avvocato e il Consolatore dell’uomo aggredito da Satana e insidiato dal mondo. È Lui “l’anima della nostra anima” e il principio della vita nuova. È Lui che fa ringiovanire costantemente la Chiesa, dotandola di doni e carismi sempre nuovi. È Lui che sospinge sempre più avanti la storia, rinnovando, purificando e rigenerando. A Lui ogni discepolo che voglia essere costruttore di storia salvifica deve essere attento e docile. L’esempio perfetto di tale discepolato è la Madonna, che non a caso Dante Alighieri chiama “di speranza fontana vivace”.

8) Maria: la Madre

Tra i predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà (Ef. 1,11), c’è anzitutto Maria, “termine fisso d’eterno consiglio” (D. Alighieri). Il mio legame con Lei risale agli anni della mia fanciullezza, alla formazione religiosa in parrocchia, all’esempio del mio vecchio parroco che si scioglieva in lacrime tutte le volte che parlava di Lei. L’ho sentita sempre come sorella affettuosa e come madre tenera. Ho visto in Lei la maestra dell’ascolto e il modello della sequela. A Lei – più per un bisogno istintivo che per consapevolezza teologica – affidai il cammino dell’adolescenza. Alla sua intercessione e all’azione interiore dello Spirito Santo affidai pure il lavorio di discernimento sulla mia vocazione. E fu proprio nella festa della sua Assunzione al cielo (15 agosto 1949) che compresi che il Signore mi voleva sacerdote e ottenni da mio padre il permesso di andare in Seminario. Lì due fattori contribuirono decisamente a rafforzare i vincoli d’amore e di devozione alla Madonna: lo studio della Mariologia, che mi appassionava, e il “trattato della vera devozione a Maria”, del B. Grignon de Montfort. Negli anni del ministero sacerdotale quella fiamma è rimasta sempre accesa, alimentata dalla preghiera del Rosario (a me tanto cara!), dalle giaculatorie frequentemente scoccate dal mio cuore e dai pellegrinaggi a piedi verso i santuari mariani della diocesi. Ho maturato il convincimento che è stata proprio Lei, la Madonna – che, “molte fiate liberamente al dimandar precorre” – a custodirmi in tanti momenti della vita, a “preservare i miei piedi dalla caduta” (Sal. 56,14), a tenermi sotto il suo manto, vicino al suo cuore. Ha educato i miei sentimenti, ha guidato i miei passi, mi ha ficcato in testa – ahimè con quanta fatica! – che la vera sapienza è quella del cuore docile, che la vera riuscita è la santità e che “saggio è colui che gli è fedele” (Sal. 110). Da vescovo, poi, ho avuto il singolare privilegio di portare a compimento il Santuario costruito in suo onore. Lo ritengo un segno della sua predilezione materna. E anche il fatto di venerarla sotto il titolo di “Madonna delle lacrime” non è slegato da tutte le mie vicende personali, che mi aiutano a comprendere le sofferenze – fisiche, psichiche e spirituali – di voi, fratelli e sorelle che siete miei compagni di viaggio, di voi che il Buon Pastore ha affidato al mio servizio episcopale, perché io possa incoraggiarvi a ripetere con me: “I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?” (Sal. 56,9). Parlarvi della Madonna, esortarvi a conoscerla e ad amarla, è per me un bisogno del cuore, che vuole cantare le meraviglie di Dio in questa creatura, che è la più grande, la più benedetta fra tutte le donne, la Vergine Madre. Maria è la prescelta, la “predestinata secondo il piano di Cristo” (Ef. 1,11), è Colei che disse sì al progetto salvifico di Dio; è il modello del discepolo, è Colei che ha vissuto integralmente ed intensamente l’inno alla carità (I Cor. 13); è Colei di cui la liturgia può cantare con fierezza: “In te vinta è la morte, la schiavitù è redenta, ridonata la pace, aperto il Paradiso”. Maria è la creatura, nella quale “la donna reale coincide perfettamente con la donna ideale” (Paolo VI). Sono convinto che un discorso su Maria, condotto nel rigoroso rispetto del dato biblico, non può che trovare adesione cordiale da parte di tutti, anche di quei fratelli separati che hanno difficoltà ad accoglierla come la Madre di Dio e madre nostra. Ma a noi, diocesi “mariana”, è stata fatta una consegna che ci onora e ci impegna: è il tesoro di quelle lacrime, che hanno visitato la nostra città e hanno bagnato la nostra terra. Che cosa voleva dirci la Madre con quel linguaggio silenzioso ed eloquente? Voleva consolarci? Voleva rimproverarci? Non sappiamo. Certo, voleva parlare al nostro cuore, voleva provocare un sussulto di consapevolezza e di responsabilità, voleva farci sentire la sua vicinanza e la sua solidarietà. Le sue sono, certamente, come ci ha detto il Papa Giovanni Paolo II, lacrime di dolore per le offese fatte a Dio. Di fronte all’egoismo e alla prepotenza, con cui i ricchi trattano i poveri e i potenti umiliano i deboli; di fronte all’indigenza in cui vengono lasciati i deboli con l’abituale indifferenza dei “buoni”, di fronte alla frammentazione dell’uomo, della famiglia e della società, di fronte all’indurimento nel peccato la Madre non può che versare lacrime di dolore. Sono anche lacrime di preghiera. Maria intercede per noi presso il Figlio, perché il cuore degli uomini, indurito nel male, si sciolga davanti alle sue lacrime e si converta all’amore. Maria prega affinché la sofferenza sia trasformata in maturità ed in intimità. Prega affinché tanta rabbia sia trasformata in preghiera e lo scoraggiamento in fede.  Sono lacrime di speranza. Speranza in un mondo rinnovato, dove le paure si convertiranno in fiducia, le crisi in crescita, la solitudine in contemplazione, le amarezze in calma interiore, le attese in speranza e le sconfitte in risurrezione. Mi chiedo e vi chiedo: che cosa ne abbiamo fatto di quel prodigio? Il tempo, purtroppo provoca abitudine, oblio, trascuratezza; attutisce l’emozione dei primi giorni, smorza l’attenzione e il fervore; ci fa dimenticare che siamo stati interpellati personalmente. Aspettiamo, per ridestarci, che pianga un’altra volta? O che il Signore ci dica, come a Gerusalemme: “Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc. 13,44)? Se è vero che amiamo la Madonna, non possiamo restare insensibili. Un figlio che vede sua madre piangere non fa finta di niente. Cerca di capire, si domanda che cosa voglia dirgli con quelle lacrime, che cosa possa fare per consolarla. A noi dunque incombe l’obbligo di riflettere su quel pianto, di comprenderne il senso, di approfondirne il messaggio. È il primo segno del nostro amore di figli. Molto è stato fatto in questi anni, ma è ancora molto ciò che rimane da fare.

9) “In attesa della completa redenzione” (Ef. 1,14)

Paolo pensa al tempo “intermedio”, alla nostra vita tra la risurrezione e il ritorno finale di Cristo, tra la Pasqua e la Parusia, tra lo Spirito già ricevuto e la redenzione non ancora compiuta. È un tempo vigiliare, è quel segmento di vita che precede il grande incontro con Dio. È un tempo prezioso e decisivo. Prezioso perché è il tempo in cui prepariamo l’incontro definitivo col Signore, in cui viviamo protesi verso l’irrinunciabile realizzazione di noi stessi, che prende nomi diversi (felicità, gioia, ricchezza…); decisivo perché dal gioco della libertà, dalle scelte che andiamo facendo, dipende il nostro destino eterno. Viviamo perennemente al bivio, sempre drammaticamente in bilico, costantemente contesi tra questo mondo che passa e Dio che non muta, tra realismo mondano tutto curvo sull’ “oggi” e realismo evangelico che sa vedere “oltre”: oltre il tempo, oltre la storia, oltre l’angusto orizzonte terreno. È il tempo della fedeltà e della responsabilità, quello in cui siamo chiamati a “usare saggiamente dei beni terreni, nella continua ricerca dei beni celesti”. Né solo protesi verso il cielo, né solo curvi sulla terra. C’è gente, infatti, che in nome della terra dimentica il cielo, e c’è gente che in nome del cielo trascura la terra. Al cristiano non è consentita nessuna fuga dal mondo, nessuna evasione dalla storia. Viceversa: il cristiano non può essere così curvo sul mondo da diventare incapace di alzare lo sguardo oltre il tramonto della vita.

Come vivere, allora, questa vigilia, questo tempo delle cose penultime?

La Parola di Dio ci offre alcune indicazioni fondamentali.  La prima: abbandonare le false sicurezze, ripudiare gli idoli, specialmente il denaro, che ha una straordinaria forza di ammaliare ed accecare. Gesù ci mette in guardia contro “l’inganno della ricchezza” (Mt. 13,22), ci dice che “nessuno può servire a due padroni….: non potete servire a Dio e a mammona” (Mt. 6,24). La seconda: riflettere sulla provvisorietà dell’esistenza, sulla fugacità del tempo, perché “passa la scena di questo mondo” (1 Cor. 7,31). La terza è un invito a “cercare prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt. 6,33). Un richiamo, dunque, a rispettare la gerarchia dei valori, a non perdere di vista l’essenziale, a discernere l’essenziale dal secondario. La quarta ci pone l’alternativa: vivere per Dio o vivere per le cose di Dio, per le creature: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde”….. (Mt. 12,30). La quinta: è un severo monito a non sbagliare la scelta: “La vita (cioè la vera realizzazione dell’esistenza umana) non dipende dai beni” (Lc. 12,15). È stoltezza sentirsi garantiti da quello che possediamo e da quello che accumuliamo. I veri tesori sono quelli che accumuliamo nel cielo, “dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano” (Mt. 6,20). È un chiaro invito a non fondare la vita sulle cose effimere. L’esistenza del credente è nella prospettiva dell’eternità: “Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù” (Col 3,1-2a). La sesta indicazione: non dimenticare che “tutti siamo responsabili di tutti” (S.R.S.). Non possiamo vivere centrati su noi stessi, indifferenti e persino ostili agli altri. Siamo fatti per la comunione, non per l’isolamento; per la pienezza di vita, che è frutto di complementarietà e di collaborazione. Tutto questo ci chiede di essere impegnati nel sociale e nel politico, di essere vigilanti di fronte ai problemi della vita, della salute e della moralità … senza rinunce e senza deleghe, consapevoli dei diritti e delle responsabilità. Viviamo in un tempo assai complesso: serpeggiano il secolarismo ed il relativismo; trionfano il consumismo e l’edonismo; emergono paurose ingiustizie e vistose sperequazioni; si è arroganti nella trasgressione delle leggi e nell’offesa alla pubblica moralità; regnano sovrani la confusione delle idee e il soggettivismo esasperato. I “buoni”, impauriti e rassegnati sembrano dire: “quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?” (Sal. 11,31). Il giusto non può starsene a guardare: deve intervenire, deve essere luce nelle tenebre, sale nella corruzione, lievito nell’appiattimento generale. Non può far finta di niente, quando la situazione precipita; gli è chiesto il coraggio della verità: “non togliere dalla mia bocca la parola vera” (119,43), dice il salmista. Amare la verità, lottare per la giustizia, significa esporsi. La carità evangelica ci impone di farlo con rispetto e mitezza, ma non si può confondere la mitezza con la pavidità e la viltà, né il rispetto con la passività di chi si lascia mettere il bavaglio. Un conto è non essere intolleranti e aggressivi e altro conto è tacere per paura di essere insultati o scherniti. Si ha l’impressione di una resa ingiustificata, mentre vengono scosse le fondamenta del vivere comune. Si è diventati incapaci di indignarci e di reagire, mentre una reazione illuminata e garbata è un doveroso atto d’amore e un servizio a chi è accecato dall’errore. La testimonianza di verità, di moralità, di coerenza è per noi cristiani un dovere: “Mi sarete testimoni”, ci ha detto Gesù. In un tempo in cui l’umanità sembra impazzita (cfr. Rm. 1,24-32) e i valori vengono calpestati, diventa più forte il compito di “splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Fil. 2,15 ss). In un tempo in cui le certezze sono offuscate e gli uomini vanno errando come pecore senza pastore, l’augurio che vi faccio – che ci facciamo – è quello della liturgia: “Se le tenebre scendono sulla città degli uomini, non si spenga la fede nel cuore dei credenti”. Questo è il senso della scuola di formazione politica, dal titolo suggestivo “Sulle strade di Ninive”; questo – ancora più globalmente – è il senso dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose: aiutare a credere meglio, dando solidità e profondità alla propria fede, vivendola con coerenza e incarnandola nelle strutture. Questo è anche il senso di tutte le iniziative di carattere culturale (mostre, convegni di studio) realizzate nel corso degli anni dal vicario episcopale per la cultura; dal direttore dell’ufficio di pastorale scolastica; dagli altri direttori degli uffici diocesani, ognuno per il suo settore; dai parroci mediante la catechesi e le conferenze; dalle associazioni e dai movimenti ecclesiali impegnati nello studio e nella riflessione. Un popolo che pensa e che prega è il miglior antidoto alla superficialità, al vuoto e alla volgarità di quanti, in nome della libertà, si fanno schiavi delle mode e degli idoli. Si tratta di impostare un modo di vivere diverso, sottratto ai condizionamenti della pubblicità, fedele al progetto di Dio e alle esigenze dell’uomo. La nostra meditazione si fa ora gioiosa lode al Signore, la nostra riflessione orante diventa un corale Alleluja. Col cuore traboccante di gratitudine diciamo:

Benedite, amati dal Padre, il Signore,

Benedite, discepoli di Cristo, il Signore,

Benedite, segnati dal sigillo dello Spirito, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli,

Benedite, sposi, testimoni dell’amore, il Signore,

Benedite, famiglie, piccole chiese domestiche, il Signore,

Benedite, vedove e vedovi, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, sacerdoti, ministri del Signore, il Signore,

Benedite, vergini, spose di Cristo, il Signore,

Benedite, consacrati nel mondo, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, uomini e donne alla ricerca di Dio, il Signore,

Benedite, laici impegnati nella storia, il Signore,

benedite, comunità parrocchiali, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, giovani e fanciulli, il Signore,

Benedite, anziani, che anelate alla meta, il Signore,

Benedite, malati nel corpo e nello spirito, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, poveri, prediletti del Signore, il Signore,

Benedite, amici provenienti da terre lontane, il Signore,

Benedite, città e diocesi di Siracusa, il Signore,

lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedici il Signore, anima mia,

lodalo ed esaltalo nei secoli,

perché Egli è buono, paziente e fedele, perché eterna è la sua misericordia.

Conclusione

Giunti fino in fondo a questa mia lettera, potreste chiedervi: e adesso? Che cosa dobbiamo fare? Qual è il lavoro che ci viene proposto? La risposta è articolata. La prima cosa che mi permetto di chiedervi la formulo con la parola di Paolo a Timoteo: “Rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto” (2 Tm. 3,14) Vi ho ricordato – a mo’ di consegna – verità centrali della nostra fede. Tenetele sempre presenti. Date ad esse l’adesione della mente e del cuore. Vi aiuteranno a “splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Fil. 2,15-16). In secondo luogo: spesso, per dare concretezza al discorso, ho fatto analisi e proposte. Erano solo a titolo esemplificativo. È indispensabile la sapiente mediazione degli Uffici diocesani, dei Consigli parrocchiali, dei catechisti e degli operatori pastorali, per approfondire e sviluppare, per “tradurre” queste indicazioni in itinerari e iniziative. La diocesi diventerebbe un enorme cantiere di lavoro per la costruzione del Regno. Terzo: non dimentichiamo che la costruzione è opera di Dio. Solo Lui può edificare la Chiesa e costruire il Regno. Noi dobbiamo dare il contributo della nostra fatica, della sofferenza e dell’umile riconoscimento delle nostre colpe e della nostra pochezza. La sua misericordia farà poi della nostra umana insufficienza il fondamento per la sua opera meravigliosa. E da ultimo, dico a ciascuno di voi: “Attingete forza nella grazia che è in Cristo Gesù” (2 Tm. 2,1). Lavorare con dedizione e soffrire per il Vangelo senza scoraggiarsi e senza cedere alla pusillanimità, esige di attingere continuamente coraggio e fortezza dal Signore Gesù. È Lui la sorgente indefettibile della fedeltà fino al martirio. Uniti con Lui e radicati nel suo amore, possiamo dire anche noi, con l’Apostolo: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza” (Fil. 4,13). Vi accompagnino Paolo e Marciano, Lucia e Sebastiano. Vi prenda per mano e vi sostenga la Madonna Santissima, che è “Madre, sempre Madre, nostra Madre”.

Vi benedico di cuore, fratelli e sorelle. Vi benedico con tutto il mio affetto di fratello e di padre.

Beneditemi anche voi e non stancatevi di sostenermi con il vostro affetto e con la vostra preghiera.

† Giuseppe Costanzo

Publié dans : ||le 15 juillet, 2008 |Pas de Commentaires »

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01