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SALMO 139: «SIGNORE, TU MI SCRUTI E MI CONOSCI». UNA LETTURA CRISTIANA

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2005/articolo6_31.asp

SALMO 139: «SIGNORE, TU MI SCRUTI E MI CONOSCI». UNA LETTURA CRISTIANA
 
Francesco Mosetto

Testo del salmo

1 Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.
   Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2 tu sai quando seggo e quando mi alzo.
   Penetri da lontano i miei pensieri,
3 mi scruti quando cammino e quando riposo.
   Ti sono note tutte le mie vie;
4 la mia parola non è ancora sulla lingua
   e tu, Signore, gia la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
   e poni su di me la tua mano.
6 Stupenda per me la tua saggezza,
   troppo alta, e io non la comprendo.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito,
   dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei,
   se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
   per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
   e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
   e intorno a me sia la notte»;
12 nemmeno le tenebre per te sono oscure,
   e la notte è chiara come il giorno;
   per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai creato le mie viscere
   e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
   sono stupende le tue opere,
   tu mi conosci fino in fondo.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
   quando venivo formato nel segreto,
   intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
   e tutto era scritto nel tuo libro;
   i miei giorni erano fissati,
   quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
   quanto grande il loro numero, o Dio;
18 se li conto sono più della sabbia,
   se li credo finiti, con te sono ancora.
19 Se Dio sopprimesse i peccatori!
   Allontanatevi da me, uomini sanguinari.
20 Essi parlano contro di te con inganno:
   contro di te insorgono con frode.
21 Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano
   e non detesto i tuoi nemici?
22 Li detesto con odio implacabile
   come se fossero miei nemici.
23 Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
   provami e conosci i miei pensieri:
24 vedi se percorro una via di menzogna
   e guidami sulla via della vita.

Una raccolta e toccante melodia, diffusa in molti ambienti italiani[1], ha avvicinato le parole del Sal 139 alla nostra sensibilità e ci ha reso familiare il suo messaggio. La lettura meditativa e il canto di un’assemblea orante ne sono forse l’interpretazione migliore; e, tuttavia, un’esplorazione analitica del salmo consente di gustare ancor più la sua ricchezza e di cogliere risonanze preziose.

Prima lettura del salmo

La soprascritta «Al maestro del coro. Di Davide. Salmo» (v. 1a) – non riportata nei libri liturgici cattolici – ci ricorda che l’intero Salterio è fatto risalire al santo re, modello di fede e di preghiera, ma anche prototipo del Messia.
La prima strofa (vv. 1-5), che sfocia in un grido di ammirato stupore (v. 6), svolge il tema dell’onniscienza di Dio, non in senso per così dire enciclopedico, bensì personale. Una serie di espressioni bipolari («Quando seggo e quando mi alzo…») rende in modo plastico e concreto l’idea che «il Signore sa tutto di me». In questa consapevolezza non si avverte tuttavia il disagio di Adamo, che si scopre nudo di fronte a Dio (Gn 3,8ss), bensì la fiducia di chi si sente avvolto da uno sguardo pieno di amore.
Il tema viene ripreso nella seconda strofa (vv. 7-12), che si caratterizza per il linguaggio spazio-temporale: non c’è luogo tanto lontano che possa sottrarre alla presenza di Dio; nemmeno le tenebre della notte sono impenetrabili al suo sguardo.
La terza strofa (vv. 13-18) adotta il registro storico-biografico: colui che tutto conosce è il Signore che ti ha creato e guida l’intero cammino della tua esistenza. L’opera del Creatore non è confinata alle origini del mondo, ma tocca i primi inizi di ogni vita («Mi hai tessuto nel seno di mia madre») e la sua signoria si estende fino all’ultimo giorno. Un secondo grido di ammirazione (vv. 17-18) corona il corpo centrale del salmo.
A prima vista, l’ultima strofa (vv. 19-24) appare come un’appendice quasi estranea alla tematica principale. In realtà, essa rivela la situazione da cui è scaturita la meditazione dei versetti che precedono. Circondato da persone maligne, che tramano contro di lui, l’orante si appella al Dio che tutto conosce: «Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri; vedi se percorro una via di menzogna…».

Il Dio che tutto conosce

La convinzione che il Signore conosce tutto e perciò interviene come giudice giusto nelle vicende umane attraversa le Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il salmo precedente affermava: «Sì, eccelso è il Signore, eppure vede l’umile e riconosce il superbo da lontano» (Sal 138,5). Coerentemente, la supplica del salmo che fa seguito al nostro salmo termina con le parole: «So che il Signore difende la causa del povero», spesso perseguitato dall’«uomo malvagio» (Sal 140,13; cf. v. 6). Simili accenti si leggono in altri salmi:
Sorgi, Signore, (…) giudicami secondo la mia giustizia (…) tu che scruti i cuori e i regni, o Dio giusto (Sal 7,7.10);
Hai esaminato il mio cuore, l’hai scrutato di notte, mi hai provato al fuoco, ma non trovi nulla (Sal 17,3);
Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani a un dio straniero, Dio forse non lo avrebbe scoperto? È lui che conosce i segreti dei cuori (Sal 44,22-23).
Appellandosi all’onniscienza di Dio, ora il popolo ora il singolo fedele protestano di essere innocenti e si dicono certi che egli interverrà come giudice a difesa dei giusti.
Lo stesso tema ricorre negli scritti sapienziali. «Gli inferi e l’abisso sono davanti al Signore: tanto più i cuori dei figli dell’uomo!» (Pr 15,11; vedi anche 17,3; 21,2; 24,12). «Non dire: Mi terrò celato al Signore! Chi penserà a me lassù?» (Sir 16,17; vedi anche 23,18-19). Perciò il nostro salmo è talora considerato di carattere sapienziale o «di meditazione». Ma tale orientamento rimane strettamente legato alle vicende dell’esistenza, come ben dimostrano i passi paralleli del libro di Geremia, il profeta che sa di essere «conosciuto» dal Signore «fin dal seno materno» (Ger 1,5):
Signore, Dio degli eserciti, giudice giusto, che scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, perché a te ho affidato la mia causa (Ger 11,20 = 20,12; vedi anche 12,3; 17,10).
Va nel medesimo senso la preghiera di Salomone:
Se uno qualunque, oppure tutto Israele tuo popolo, dopo aver provato il rimorso nel cuore, ti prega o supplica con le mani tese verso questo tempio, tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora, perdona, intervieni e rendi a ciascuno secondo le sue opere, tu che conosci il suo cuore – tu solo infatti conosci il cuore di ogni uomo (1Re 8,39-10).
Così pure, in risposta alla preghiera del re Ezechia, il Signore affida a Isaia un severo richiamo al suo sovrano dominio, cui non potrà sottrarsi il feroce re di Assiria:
Ti sieda, esca o rientri, io ti conosco. Siccome infuri contro di me (…) ti farò tornare per la strada per la quale sei venuto (2Re 19,27-28).
Il tema dell’onniscienza di Dio o, meglio, la certezza che il Signore domina le vicende umane dall’alto del suo trono celeste, trova una singolare esemplificazione nella storia dell’«autore» stesso del salmo. Quando Iesse presenta l’uno dopo l’altro a Samuele i propri figli, il profeta si sente dire dal Signore: «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura…» (1Sam 16,7). Solamente quando gli viene condotto il ragazzo più giovane, il Signore gli dice: «Alzati e ùngilo (ossia, consacralo con l’unzione); è lui!» (v. 12). E, allorché l’adulterio e l’assassinio di cui Davide si è macchiato sembrano avvolti nel più fitto segreto, Dio lo mette di fronte al suo peccato per mezzo di un profeta: «Così dice il Signore, Dio di Israele: poiché tu l’hai fatto in segreto, io farò questo [il castigo del peccato] davanti a tutto Israele e alla luce del sole!» (2Sam 12,7.12). Puntualmente, nella supplica penitenziale Davide confessa: «Contro di te, contro te solo, ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto…» (Sal 51,6).

Gesù sapeva tutto

Che Dio conosca intimamente ogni essere umano, negli scritti del Nuovo Testamento è talora ricordato in modo esplicito, ad esempio quando Pietro ripete all’assemblea di Gerusalemme il racconto della sorprendente conversione di Cornelio: «…e Dio, che conosce i cuori, rese loro testimonianza dando ad essi lo Spirito Santo allo stesso modo che a noi…» (At 15,8). Nella medesima prospettiva la lettera agli Ebrei afferma che la parola di Dio, «più penetrante di una spada a doppio taglio (…) discerne i pensieri e le intenzioni del cuore»; in realtà, «davanti a lui nessuna creatura è nascosta, ma tutto è aperto e nudo ai suoi occhi» (Eb 4,12-13).
Lo stupore del salmista di fronte alla sovrana onniscienza divina (vv. 6.17-18) – quasi una variazione rispetto al ritornello del Sal 8: «Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» – sotto la penna di Paolo si trasforma in un inno al disegno meraviglioso di Dio, che vuole portare a compimento il suo progetto di salvezza per tutta l’umanità:
O profondità delle ricchezze, della sapienza e della conoscenza di Dio! Come sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33).
Ma quanto a Gesù, la verità espressa dal Sal 139 per così dire si sdoppia. Da un lato, mentre egli afferma con insistenza di conoscere il Padre (cf. Gv 7,29; 8,55; 17,25), Gesù si sente oggetto della sua conoscenza amorosa ed è sicuro che il Padre è sempre con lui: «Colui che mi ha mandato è con me, e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre ciò che gli è gradito» (Gv 8,29; cf. 8,16; 16,32). La reciprocità della conoscenza tra il Figlio e il Padre celeste fa sì che egli ne sia il rivelatore unico e insostituibile. I Sinottici riportano il celebre logion, che è considerato come un meteorite cadutovi dal cielo giovanneo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figli lo voglia rivelare» (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il tema è ampiamente elaborato nel quarto Vangelo (da Gv 1,18 a 14,6-11).
Al tempo stesso, però, Gesù condivide con il Padre la sovrana conoscenza, che lo pone al di sopra di ogni creatura. Caratteristici del Vangelo di Giovanni sono gli incontri con vari personaggi che si scoprono «conosciuti» da Gesù: Simone (Gv 1,40-42), Natanaele (1,47-51), la donna di Samaria (4,16-19). Egli «sa» qual è la situazione del paralitico della piscina di Bezata (5,6), che cosa sta per fare per gli sposi di Cana (2,4) e a vantaggio della folla che lo ha seguito sull’altra riva del lago (6,6), come pure per l’amico Lazzaro (11,4-15). Gesù conosce «dentro di sé» che i discepoli trovano duro il suo linguaggio (6,61) e che le sue parole nel corso dell’ultima cena li lasciano perplessi (16,19); sfida gli accusatori della donna adultera (8,7), facendo intendere di conoscerli interiormente; conosce in anticipo e preannuncia che uno dei discepoli lo tradirà (6,71; 13,11.18.21-26), un altro negherà di averlo mai conosciuto (13,36-38) e tutti lo abbandoneranno (16,30). In linea di principio, l’evangelista afferma, che «conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro; infatti egli sapeva che cosa c’è in ogni uomo» (2,24s; cf. 16,30).
La conoscenza di Cristo «pastore» si tinge di amorevole cura nei confronti delle sue «pecore»: «Conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (Gv 10,14). Ciò vale non soltanto per il Gesù storico, che chiama «amici» coloro che ha scelto, «perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (15,16; cf. 17,26), quanto e più ancora per il Cristo risorto e vivente. Questi, apparendo al veggente di Patmos gli affida una serie di messaggi per le Chiese, ove è ricorrente il verbo «conosco» (Ap 2,2.9.19; 3,1.8.15), oppure «so» (2,13). «Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco» (2,18; cf. 1,14) ben conosce la situazione, le difficoltà, i difetti, ma anche i meriti e le ricchezze spirituali di ogni singola comunità cristiana. Ciò rappresenta un giudizio, ma soprattutto uno stimolo e un incoraggiamento per le giovani Chiese dell’Asia.
La consapevolezza di essere conosciuto e amato dal Signore è particolarmente viva nell’apostolo Paolo. Scrivendo ai Galati, egli ricalca una celebre espressione di Geremia: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre…» (Gal 1,15; cf. Ger 1,5; vedi anche Rm 1,1), ed è consapevole di essere stato personalmente «amato» da Cristo (Gal 2,20). D’altra parte, tutti i credenti sono «da sempre conosciuti» da Dio, il quale li ha «predestinati, chiamati, giustificati», in vista della gloria futura che dev’essere rivelata in loro (Rm 8,29-30; cf. v. 18).

Voce di Cristo e della Chiesa

In armonia e sulla scia dell’esegesi patristica, da sempre la liturgia della Chiesa legge ogni salmo come preghiera di Cristo e dell’intera comunità cristiana, suggerendo in vari modi ai fedeli come fare propria e attualizzare la preghiera biblica, nata all’interno della fede di Israele[2].
L’antifona all’Introito del giorno di Pasqua applica audacemente le parole del salmo alla risurrezione di Cristo:
Sono risorto e sono sempre con te. Tu hai posto su di me la tua mano. Meravigliosa è la tua conoscenza su di me (Resurrexi, et adhuc tecum su. Posuisti super me manum tuam. Mirabilis facta est scientia tua, Alleluja!).
Si ricalcano alcuni versetti della Vulgata, conducendo al grado più alto ed esplicito l’intuizione profonda che il salmo parli di Cristo e sia Cristo stesso a parlare nel salmo:

v. 2: Tu cognovisti sessionem meam et resurrectionem meam;
v. 4: Posuisti super me manum tuam;
v. 5: Mirabilis facta est scientia tua super me.

Lo spiega un antico «titolo salmico»:

Rivolto al Padre, Cristo parla del suo riposo e della sua risurrezione, esaltando la potenza della divinità del Padre, poiché in quanto uomo mai poté celarsi alla sua conoscenza (Series VI).
Una «colletta salmica» – la preghiera conclusiva recitata dal sacerdote, che raccoglie le preghiere personali fatte nella pausa di silenzio dopo la recita del salmo – riprende invece il tema centrale, la meravigliosa onniscienza di Dio che avvolge ogni uomo:
O Dio, che solo conosci i novissimi del mondo così come le sue antiche origini, cui sono manifesti i pensieri nascosti degli uomini e accogli la creatura che la tua stessa mano ha formato nel grembo materno, illumina le nostre tenebre e, perché non siamo di nuovo e maggiormente resi oscuri dagli inganni malvagi, ci guidi felicemente la tua luce benigna affinché, iscritti nel libro della vita, meritiamo di entrare nella via della vita eterna insieme con i tuoi amici (III serie).

E S. Rinaudo conclude affermando che il Sal 139

ci lascia un profondo e prezioso insegnamento: la nostra esistenza, in ogni suo più piccolo movimento, è avvolta dallo sguardo e dalla presenza di Dio e di Cristo. Dalla conoscenza e dal pensiero di Dio essa trae origine, in essi si fonda (…). In questo insegnamento sta il segreto per vivere bene. Esso consiste nel pensare e operare costantemente alla presenza di Dio, il quale già ad Abramo aveva detto: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gn 17,1). Questa presenza ci libera dalla nostra angosciosa solitudine, ci sorregge, ci dona la pace, a patto che non tentiamo di sottrarci ad essa e non cerchiamo di rizzare tra noi e Dio alcuna barriera[3].

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[1] Cf. D. Machetta, «O Signore, tu mi scruti e mi conosci», in La famiglia cristiana nella casa del Padre. Repertorio di canti per la liturgia, LDC, Leumann (TO) 1997, n. 729.
[2] Vedi l’opera recente di F.M. Arocena – J.A. Goñi (edd.), Psalterium Liturgicum. Psalterium crescit cum psallente Ecclesia, vol. I: Psalmi in Missale Romano et Liturgia Horarum, LEV, Città del Vaticano 2005, 488-491: sul Sal 138 (LXX e Vulgata). In questo testo sono raccolte le antifone usate nella liturgia per i salmi e soprattutto gli antichi titoli e le orazioni salmiche.
[3] S. Rinaudo, I salmi preghiera di Cristo e della Chiesa, LDC, Leumann (TO) 19735, 750
.

Salmo 138 (137) – Rivolti verso il Tempio

Salmo 138 (137) - Rivolti verso il Tempio  dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE

http://www.santiebeati.it/

dal sito:

http://www.sanpietrodisorres.it/Salmo138.htm

Rivolti verso il Tempio

Salmo 138 (137)
         
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.
Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;
eccelso è il Signore e guarda verso l’umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.

Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l’ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.

Il Signore completerà per me l’opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

Lode a te, Padre, per la tua gloria immensa.
Gloria a te, Figlio, che ti sei umiliato per noi.
Onore a te, Spirito, che porti a compimento l’opera divina dell’amore.
Amen.

Preghiera salmica:

Non più rivolti ad un Tempio di pietra, ma ormai protesi al Cristo Mediatore, ti chiediamo, Padre, che il tuo Spirito infiammi le nostre esistenze e le renda, come quelle degli Angeli, tutta lode e servizio. Amen.
 
Il Sal 138 (137) è un inno di ringraziamento, che la Liturgia utilizza per celebrare la Pasqua del Cristo e del cristiano.

  Chi ringrazia potrebbe essere
- o l’intero Israele,
- o chi lo governa e lo rappresenta davanti a Dio.

  Si ringrazia perché
- Dio è fedele al suo amore (v. 2c).
- Sceglie l’umile e ripudia il superbo (v. 6, cf. 1Sam 2,8; Lc 1,52).
- Porta ogni cosa a compimento (v. 8).

È un ringraziamento totale:
- fatto con tutto il cuore (v. 1b. Cf. Dt 6,5; Mt 22).
- mediato anche dalla posizione corporea: prostrato e rivolto verso il Tempio (v. 2a).

Mentre il testo ebraico, usando un arcaismo, parla di un rendimento di grazie fatto “davanti agli dei” (v. 1d), il testo greco della LXX, seguito dalle versioni latine e da quella utilizzata nella nostra liturgia, hanno “davanti agli angeli”. Da qui tutte le riflessioni dei Padri, e l’ammonizione presente nella Regola di San Benedetto che, dopo aver citato questo versetto, aggiunge: “Badiamo, dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi Angeli” (RB, cap. 19,6, Sull’atteggiamento da tenere nel salmodiare).
Sempre alla versione del LXX dobbiamo un’aggiunta che non compare nell’ebraico: “Hai ascoltato le parole della mia bocca”, quasi ad anticipare il motivo della lode espliciteta al v. 3.
Per l’atteggiamento corporeo nella preghiera fatta “rivolti verso il Tempio” (v. 2a; Sal 28,2; 134,2), confronta l’episodio di Daniele, sorpreso dai suoi accusatori mentre prega rivolto verso Gerusalemme (Dn 6,11; cf. Tb 3,11-12). Le basi teologiche di quest’orientamento nella preghiera le abbiamo espresse nella preghiera di Salomone per la dedicazione del Tempio. Il Re d’Israele intercede in favore di tutti coloro che (dall’esilio) pregheranno rivolti verso la terra (santa)… la Città (santa)… il Tempio, dimora di Dio (1Re 8,48).
Le grandi religioni riconoscono un grande significato simbolico all’orientarsi verso la Divinità o verso uno dei luoghi nei quali la si è incontrata:

- Gerusalemme, per gli Ebrei.
- L’oriente (= Cristo Risorto), per i cristiani.
- La Mecca, per i musulmani.

Tutto il ringraziamento del Salmista confluisce nell’affermazione laudativa del v. 5b: “Perché grande è la gloria del Signore”, riecheggiata nel Gloria della Messa: “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”. Ma è ancor più stupendo, come canterà Maria nel Magnificat, che “l’Eccelso guardi verso l’umile e disprezzi l’altezzoso” (v. 6a, cf. Lc 1,46-55). E che rimanga sempre fedele a questa scelta. Per questo il fedele che ha sperimentato l’amore di Dio e l’efficacia dei suoi interventi salvifici (v. 7), può concludere con un’umile e fiduciosa supplica il suo inno di ringraziamento: “Signore, non abbandonarmi, ma porta a compimento il tuo disegno di salvezza. Amen” (v. 8, cf. Fil 1,6

il bellissimo salmo 27, il commento è un po’ lungo…

Sourire, dal sito:

http://www.laportabergamo.it/Documentazione/Doc_iniziative/Lisa%20Cremaschi,%20Salmo%2027.pdf

SALMO 27

1 Di Davide.
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò timore?
Il Signore è rifugio della mia vita,
di chi avrò paura?
2 Quando si avvicinarono
contro di me i malfattori,
per divorare la mia carne,
i miei avversari e nemici,
essi inciamparono e caddero.
3 Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme.
Se contro di me si solleva una battaglia,
anche in questo io sono fiducioso.
4 Una sola cosa ho chiesto al Signore,
questa io cerco:
abitare nella casa del Signore
per tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e vegliare nel suo tempio.
5 Sì, egli mi nasconderà nella sua capanna,
nel giorno della sventura;
mi proteggerà nel nascondiglio della sua tenda,
sopra una roccia mi solleverà.
6 E ora si rialzi la mia testa sui miei nemici che mi circondano.
E offrirò nella sua tenda sacrifici di esultanza,
canterò e suonerò in onore del Signore.
7 Ascolta, o Signore, la mia voce!
Io grido: “Sii propizio con me e rispondimi!”
8 Di te ha detto il mio cuore: Cerca il suo volto!
Il tuo volto, JHWH, io cerco.
9 Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza
10 Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato
ma il Signore mi ha accolto.
11 Mostrami, Signore, la tua via,
guidami su un sentiero piano,
a causa di coloro che mi spiano.
12 Non consegnarmi alla gola dei miei avversari;
poiché si alzano contro di me falsi testimoni,
accusatori violenti.
13 Oh, se non credessi di vedere i beni del Signore
nella terra dei viventi!
14 Spera nel Signore,
sii forte. Si rinfranchi il tuo cuore.
Spera nel Signore!

IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

La ricerca di Dio nel salmo 27

Origene, profondo conoscitore delle Scritture, esegeta insuperabile e grande figura spirituale, in uno dei tanti passi in cui tenta di abbozzare un metodo d’approccio al testo biblico, consiglia di scrivere tre volte sulle tavole del cuore i testi della Scrittura su cui vogliamo sostare per dissetarci lungo il nostro cammino e rifare le forze del nostro cuore. Scrive, commentando il passo di Pr 22,20: « Nei Proverbi di Salomone si dice a proposito dei precetti divini: trascrivili tre volte nella tua volontà e intelligenza, affinché tu possa rispondere parole di verità a coloro che ti interrogano. Bisogna scrivere tre volte nella propria anima i pensieri delle Scritture: a livello più semplice sarete edificati dalla carne delle Scritture, cioè dal senso letterale; poi dall’anima delle Scritture e infine gioirete del senso spirituale » (Principi 4,2,4). Tre volte, dunque, occorre leggere il testo. Una prima volta per cogliere il senso letterale o storico; il testo va letto e compreso, studiato, inserito nel suo contesto storico. È il lavoro del filologo e dell’esegeta, lavoro indispensabile, preliminare, ma insufficiente per una lectio divina. Lo si leggerà una seconda volta per cogliere il senso mistico relativo al Cristo e alla chiesa. I padri della chiesa, unanimi, dicono che nella Scrittura contempliamo il volto di Cristo (Gregorio Magno), che tutta la Scrittura canta Cristo (Agostino); essa è definita « corpo del Verbo ». E come è profezia di Cristo, lo è anche del suo corpo della chiesa. Nel testo biblico, in questo caso nel salmo, si parla della vita di Cristo e della nostra vita. Ma se ci fermassimo qui saremmo forse dei buoni teologi, ma non ancora degli oranti. Dopo aver letto la Scrittura come parola umana, cercando di comprenderne il senso letterale, dopo aver cercato in essa il volto di Cristo e della chiesa, la rileggo una terza volta come parola che mi concerne direttamente, che parla a me e di me, che debbo fare mia nel pregare e nell’agire. Potremmo esprimere lo stesso concetto con i padri latini. Dice Ilario di Poitiers: « Il problema principale per comprendere i salmi è poter discernere in nome di chi vengono proferite queste parole e a chi sono rivolte » (Commento al salmo 1). E chi sia l’orante dei salmi secondo la tradizione patristica è molto chiaro. Da Tertulliano in poi tutti concordemente aprono il commento a quasi tutti i salmi con l’espressione: Vox Christi ad Patrem. Ma oltre ad essere voce di Cristo, i salmi sono anche voce del corpo di Cristo, della chiesa. Scrive Agostino che i salmi sono cantati da una quaedam persona « il cui capo è in alto mentre le membra sono in basso; dobbiamo ormai sentire nota e familiare come fosse nostra la sua voce in ogni salmo, sia che canti o che gema, si allieti nella speranza oppure sospiri » (Sul sal 42,1). É il Christus totus, il Cristo totale che prega i salmi. Ma i salmi sono anche vox mea cum Christo. Cristo assume i nostri sentimenti e li trasfigura; noi entriamo nella preghiera e ne usciamo modificati perché i nostri sentimenti vengono trasfigurati da Cristo. I salmi dunque come triplice vox: Vox Christi, vox Ecclesiae, Vox mea cum Christo. Noi seguiamo anzitutto il consiglio di Origene e scriviamo tre volte sulle tavole del cuore il nostro salmo, attenti a cogliere in esso le diverse voci.

SENSO LETTERALE

Non mi fermerò a lungo su questo primo livello di lettura. Rimando ai vari commentiesegetici ai salmi e mi limito in questa sede a offrire soltanto alcuni punti di riferimento per la comprensione del salmo. Il salmo presenta due tavole simmetriche; un « ringraziamento trionfale » e una « supplica ansiosa » hanno detto gli esegeti. Per molto tempo si sono voluti individuare in questo salmo due preghiere distinte, che sarebbero state unite successivamente; si è anche ipotizzato che con la prima parte (vv. 1-6) l’orante si rivolga a Dio con una preghiera libera, personale, e nella seconda, invece, si unisca alla preghiera comunitaria che canta una supplica prefissata appartenente al repertorio liturgico del tempio. La ricerca odierna ha ripreso l’affermazione tradizionale dell’unità di questo salmo; si possono aver dubbi soltanto sul v. finale, il 14: « Spera nel Signore, sii forte. Si rinfranchi il tuo cuore. Spera nel Signore! » che potrebbe essere un auto-appello interiore alla speranza, sul genere di quello che troviamo nel sal 42-43 « Perché ti rattristi, anima mia? Spera in Dio! », ma potrebbe anche costituire un frammento liturgico di una formula di incoraggiamento rivolta dal sacerdote all’orante. Il ritmo 3+2 accenti proprio delle suppliche ricorre in quasi tutto il salmo, le immagini in perfetta corrispondenza tra le due parti fanno propendere per l’unitarietà del salmo. È molto difficile da una preghiera così profonda e vera trarre elementi che permettano di datarla e di contestualizzarla. L’orante probabilmente è un semplice fedele, anche se taluni esegeti lo identificano con un re o con un sommo sacerdote. Come epoca di datazione qualcuno suggerisce quella dei Maccabei o una data ancora più tarda, altri ipotizzano l’epoca anteriore all’esilio. Come il salmo 23, è un salmo di fiducia in Dio, fiducia anche nell’oscura valle della morte secondo il Sal 23, 4 e fiducia anche di fronte all’imperversare dei nemici nel nostro salmo (v. 2-3.12). JHWH è definito luce, rifugio – baluardo, salvezza di fronte all’armata accampata di fronte a chi prega. L’autore ricorre alle immagini belliche e ad esse accosta quella della belva che sbrana, dilania. Troviamo un’espressione analoga in Gb 19,22: « Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi della mia carne? ». Sembra che tale espressione derivi dalle violenze sessuali a cui si abbandonavano i soldati vincitori nei confronti delle donne della città vinta. Altre volte la stessa immagine è adoperata per indicare la calunnia e le false accuse. In questa situazione di difficoltà, l’orante confessa il suo desiderio, un triplice desiderio: abitare con Dio (come in sal 23,6: « Ritornerò alla dimora del Signore per giorni senza fine »), contemplare la bellezza di JHWH e vegliare nel suo tempio. Quest’ultimo verbo, in ebraico baqar, può avere molteplici significati. Può indicare la cura del tempio, oppure può significare « ammirare » e riprenderebbe il tema della contemplazione. Ma l’ebraico boqer significa « mattino » e sembra allora che questo verbo possa alludere alla veglia nel tempio. Il canto prosegue con l’evocazione del tempo del deserto in cui JHWH offriva un riparo nella sukkah, nella capanna, nel Santo dei Santi. Egli è la roccia, allusioneall’altura rocciosa di Sion su cui si ergeva il tempio. Dopo aver trionfato sui nemici, l’orante offre un sacrificio di terû ‘ah, cioè eleva il grido di guerra e di vittoria – e con ciò vengono riprese le immagini militari – e poi la todah, cioè l’inno di lode. Nella seconda parte l’orante, che si definisce « servo », invoca JHWH, afferma di cercare il suo volto, espressione che è sinonimo di « accedere al tempio », e supplica il Signore di non nascondere il suo volto, cioè di non adirarsi contro di lui. Memore della promessa di Dio espressa dal profeta Isaia: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49,15), il credente è certo che il Signore non l’abbandona. Come Mosè chiede di poter conoscere le vie di Dio (cf. Es 33,13), poi di nuovo supplica l’aiuto contro gli avversari, falsi testimoni. Il tema della speranza, che ha attraversato tutto il salmo, si esplicita nell’invocazione finale, formulata attraverso un’espressione retorica: « Ah, se non fossi sicuro di contemplare la bontà di JHWH! » . Il salmo si conclude con l’auto-appello a riporre la propria fiducia nel Signore.

SENSO MISTICO

Dopo questa rapida lettura del salmo volta semplicemente a cogliere la lettera del testo, lorileggiamo una seconda volta per cogliere il senso mistico, per comprendere cioè in che modo questo salmo ci parla di Cristo e del suo corpo, la chiesa. Mi fermerò su alcuni temi. 1. La luce v. 1: « Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? Il Signore è rifugio della mia vita, di chi avrò paura? ». Il tema della luce percorre tutta la Bibbia dalla Genesi all’Apocalisse. Il primo atto del Creatore è un’opera di separazione della luce dalle tenebre e, al termine della Bibbia, nell’Apocalisse, ci viene detto che alla fine di tutta la storia, la nuova creazione avrà Dio stesso quale luce: « La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello ». La luce è un riflesso della gloria di Dio, è la veste con cui Dio si ricopre secondo sal 104,2, accompagna tutte le teofanie dell’Antico Testamento. La Legge, la Torah, è luce, lampada che illumina i passi del credente (sal 119,105). Le tenebre, piaga per gli egiziani (Es 10,21) sono uno dei segni che annunciano il giorno di JHWH che per i peccatori sarà tenebra e non luce (cf. Am 5,18; Is 8,21). Tuttavia questo giorno sarà luminoso per i poveri, per il piccolo resto umiliato e afflitto: « Allora il popolo che camminava nelle tenebre vedrà una grande luce » (Is 9,1). Dio stesso sarà la luce della città santa e il suo servo diverrà luce per tutte le genti (cf. Is 42,6; 49,6). In Gesù di Nazaret si rende manifesta la luce annunciata dai profeti. « Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce » (Is 9,1); la profezia di Isaia si realizza secondo il vangelo di Matteo. Luca parla di lui come del sole nascente che illumina quanti si trovano nelle tenebre (Lc 1,78), ma soprattutto Gesù è colui che dona la luce, che ridà la vista ai ciechi, è la lampada che illumina tutta la casa (cf. Lc 11,3). Il quarto vangelo, in particolare, ricorre a questa immagine della luce. Già nel prologo afferma: « Egli era la vita e la luce degli uomini e le tenebre non l’hanno sopraffatta ». « Io sono la luce del mondo » afferma Gesù (Gv 8,12) e invita a seguirlo, a camminare finché c’è la luce (Gv 12,35), a non preferire le tenebre alla luce (cf. Gv 3,19). « Dio è luce » dichiara 1Gv 1,5; Gesù, il Figlio, è luce; il discepolo di Gesù, il credente in lui, a sua volta, è luce nel Signore (Ef 5,8). E Paolo esorta « dunque comportatevi come figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità ». Essere figli della luce significa lasciare agire in noi il Cristo risorto, vincitore di ogni tenebra. « Guardate a lui e sarete pieni di luce senza ombra né paura sul volto » (Sal 34,6). Il tema è vastissimo. Come Gesù, Parola rivolta verso il Padre (Gv 1,1), riflette la gloria, lo splendore della luce di Dio, così il credente che rimane rivolto verso Gesù, come Giovanni l’amato nell’ultima cena, riflette la luce di Cristo. Nell’abbandono alle mani del Padre Cristo ha trovato riparo, rifugio, baluardo contro i nemici, contro l’ultimo nemico, la morte. « Nelle tue mani affido il mio respiro » (Lc 23,46). Al v. 5 ritroviamo la fiducia in Dio come riparo da ogni male: « Sì, egli mi nasconderà nella sua capanna, nel giorno della sventura; mi proteggerà nel nascondiglio della sua tenda, sopra una roccia mi solleverà ». L’allusione alla roccia evoca nei commenti patristici il passo di Mt 7,24-27: « Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la casa sulla roccia. Cadde la poggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia ». Roccia è la parola di Cristo, roccia è il Cristo stesso (1Cor 10,4), pietra angolare sulla quale viene edificata la comunità dei credenti in lui. « Mi proteggerà nel nascondiglio della sua tenda » viene commentato con Col 3,3: « La vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio ». Ma vorrei ritornare ancora un momento sul tema della luce per ricordare un episodio della vita di Pacomio, il fondatore della vita monastica nella sua forma cenobitica. La Vita boairica racconta che Pacomio, gravemente malato e vicino alla morte, in un momento di seria preoccupazione per le sue comunità che si erano arricchite e non restavano fedeli all’evangelo fece un sogno. « Egli guardò e vide la Gheenna oscura e tenebrosa e, in mezzo ad essa, una colonna. Da ogni parte si sentivano voci che esclamavano: ‘Ecco qui la luce, dalla nostra parte’. Gli uomini che vi si trovavano camminavano a tastoni, perché l’oscurità era molto grande e spaventosa e, quando sentivano: ‘Ecco qui la luce, dalla nostra parte’, correvano, cercando la luce e desiderando vederla. Mentre correvano, udivano dietro di loro un’altra voce: ‘Ecco la luce, è qui’; subito tornavano indietro a cercare la luce, seguendo l’ultima voce che avevano udito. Nella visione Pacomio vide alcuni che, nell’oscurità, giravano come intorno a una colonna, credendo di andare avanti e di avvicinarsi alla luce, e non si accorgevano di girare a vuoto. Guardò ancora e vide nella Gheenna tutta l’assemblea della comunità procedere un fratello dietro l’altro, tenendosi stretti l’uno all’altro per paura di perdersi a causa della profonda oscurità. Quelli che stavano davanti avevano, per rischiararsi, la piccola luce di una lampada; soltanto quattro fratelli vedevano questa luce, mentre tutti gli altri non vedevano nulla. Nostro padre Pacomio osservava il loro modo di procedere; chi smetteva di stare attaccato a colui che lo precedeva, si perdeva nell’oscurità, insieme con quelli che lo seguivano. Ne vide uno, di nome Paniski, autorevole tra i fratelli, che rinunciava a camminare dietro a colui che lo precedeva e gli mostrava il cammino. Allora l’uomo di Dio Pacomio, nella sua visione, li chiamava ciascuno per nome, prima che lasciassero la presa, dicendo: ‘Tienti attaccato a chi ti precede, per non perderti’. La piccola luce camminava davanti ai fratelli finché giunsero ad uno spiraglio da cui proveniva una grande luce. Essi salirono da quella parte. L’apertura era munita di una botola per impedire alla luce di scendere e a quelli che si trovavano nell’oscurità di salire. Dopo questa visione, il nostro padre Pacomio fu istruito sul significato da colui che gliela aveva mostrata » (Vita boairica 103). L’immagine della Gehenna rinvia al mondo, alla chiesa del IV secolo, una chiesa sconvolta dalla crisi ariana, in cui divergenze teologiche si mescolano a lotte di potere; ciascuno pretende di possedere la verità e combatte chi non la pensa come lui. In mezzo a questa situazione di tenebra c’è una piccola luce, l’evangelo, che non illumina tutta la caverna, non spiega tutto, non rischiara tutto, illumina soltanto un piccolo sentiero, la via stretta che conduce verso la luce piena. « La luce è piccola, perché nel santo vangelo, a proposito del regno dei cieli, sta scritto: ‘È simile a un granello di senape, che è piccolo’ (Mt 13,31-32) ». Occorre restare attaccati gli uni agli altri dietro alla luce del vangelo. Pacomio non ha fatto altro che indicare ai fratelli quella piccola luce che ha cambiato la sua vita e ha guidato il suo cammino.

2. I nemici Ai vv. 2-3.6.12 si parla di nemici che assediano il credente. Il salmo viene applicato alla passione di Cristo; sembra fare da sfondo a Mc 14,56: « Molti attestavano il falso contro di lui », e a Eb 5,7: « Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà ». Chi sono i nemici per il cristiano che prega questo salmo? È tutto ciò che tenta di distogliere il credente dal Signore, dalla sua parola. Paolo nella lettera ai cristiani di Efeso scrive che la nostra lotta non è contro « creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,12). Potremmo dire che la nostra lotta è contro il peccato, non contro il peccatore; contro la morte e ogni forma di morte che si insinua nella nostra vita. Ma bisogna imparare a discernere i nemici, altrimenti finiamo per crearci dei nemici di carne e sangue, alcune persone discriminate in base alla razza, alla religione, alla loro diversità. I padri monastici diranno che i nemici contro cui dobbiamo lottare sono i loghismói, i pensieri malvagi, le passioni che vogliono condurci su vie di morte: l’amore esclusivo di sé che porta all’arroganza, alla prepotenza, all’odio … Per riconoscerli dobbiamo imparare a interrogarci, a interrogarli. Imparare a porre domande è la prima via per opporsi al male. Consigliano i padri del deserto: « Ad ogni pensiero che ti assale chiedi: ‘Sei dei nostri o vieni dall’Avversario?’ (cf. Gs 5,13) » (Detti dei padri del deserto, collezione anonima: Nau 99). La lettera agli efesini elenca le armi della lotta: « State ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potete spegnere i dardi infuocati del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito cioè la Parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente … » (Ef 6,14-18). [Evagrio Pontico, sintetizzando la tradizione dei padri del deserto, elabora il metodo antirretico: come contraddire, come opporre ai pensieri che ci assalgono dei versetti delle Scritture, cioè i pensieri di Cristo]. « Non dipende da noi che le passioni tormentino l’anima e la spingano alla lotta, ma dipende da noi che i loro pensieri si attardino in noi e che le passioni si eccitino; nel primo caso non v’è peccato, dal momento che non dipende da noi; nel secondo, se combatteremo valorosamente, ne otterremo la vittoria » (Teodoro di Edessa, Capitoli 9). Certamente a volte queste passioni malvagie si esprimono attraverso istituzioni umane, ideologie, poteri … « Di chi avrò timore? Di chi avrò paura? » queste domande sembrano riecheggiare nella lettera ai romani: « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? … Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostroSignore » (Rm 8,31-38).

3. La ricerca di Dio Ma il tema centrale del salmo è quello della ricerca di Dio. Lo troviamo nella prima parte al v. 4: « Una sola cosa ho chiesto al Signore, questa io cerco: abitare nella casa del Signore per tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e vegliare nel suo tempio », e nella seconda parte nei vv. 8-9: « Di te ha detto il mio cuore: Cerca il suo volto! Il tuo volto, JHWH, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza ». L’orante anela a vedere il volto di Dio; è il grande desiderio del credente in tutto l’Antico Testamento. Vedere Dio « gli occhi negli occhi » (Is 52,8), « Mostrami la tua gloria » invoca Mosè (Es 33,18), e Giobbe al cuore della sua sofferenza, leva la sua protesta: « Non è un uomo come me, che io possa rispondergli: ‘Presentiamoci alla pari in giudizio’. Non c’è fra di noi un arbitro che ponga la mano su noi due » (Gb 9,32-33). Mosè vede Dio di spalle, Elia sente solo la sua voce. Non si può vedere Dio e restare in vita (Es 33,20). Ma si può nutrire il desiderio, alimentarlo cercandolo nel suo tempio, nella liturgia, nella parola ascoltata e pregata. Ma il Dio « che nessuno ha mai visto né può vedere » (1Tm 6,16; 1Gv 4,12) si è reso visibile in Gesù Cristo. « Noi abbiamo visto la sua gloria » (Gv 1,14), canta Giovanni e pone sulla bocca di Gesù queste parole: « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14,9). Gesù nella sua vita terrena ha abitato la casa del Padre, nutrendosi della sua volontà, è stato nel Padre. A noi ha promesso: « Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo » (Mt 28,29). Dove allora possiamo cercare il volto di Dio? Nella sua Parola. Pensiamo al sal 119, il salmo più lungo di tutto il salterio, che canta la ricerca di Dio. Ma è molto bello che questo salmo si concluda al v. 176 dicendo: « Io sono la pecora smarrita. Cerca tu il tuo servo, allora osserverò la tua parola ». Da soli non riusciamo a cercare; siamo stati cercati, siamo stati trovati … Ireneo nel suo scritto Contro le eresie parla a più riprese delle mani di Dio, che sono il suo Verbo, Gesù Cristo, e lo Spirito santo; le mani di Dio ci hanno plasmato, sono all’opera anche nella redenzione dell’uomo; sono le mani di Dio che liberano i tre giovinetti dalla fornace, che trasportano Enoch ed Elia nei cieli, che nel corso della storia intervengono per sostenere, soccorrere, incoraggiare. Queste mani si sono « abituate » a custodire e condurre la loro creatura. Conclude Ireneo: « Adamo non è mai sfuggito alle Mani di Dio »; Dio veglia sempre su di lui « affinché Adamo diventi secondo l’immagine e somiglianza di Dio » (Contro le eresie V,1,3). Come diventare fedeli discepoli del Signore? Restando sotto le Mani di Dio! « Non sei tu che fai Dio è Dio che fa te. Se dunque sei l’opera di Dio, aspetta la mano del tuo Artefice, che fa tutte le cose al tempo opportuno … Presentagli il tuo cuore morbido e malleabile e conserva la forma che ti ha dato l’Artista, avendo in te l’acqua che viene da lui per non rifiutare, indurendoti, l’impronta delle sue dita … Se gli affiderai ciò che è tuo, cioè la fede in lui e la sottomissione, riceverai la sua arte e sarai l’opera perfetta di Dio » (Ibid. IV,39,2). Ireneo ha una visione ottimista della storia di salvezza. Adamo ha peccato perché era come un bambino che non sapeva quello che faceva. Dio è un artista che vuole fare di Adamo, dell’essere umano, un’opera d’arte, ma Adamo si sottrae alla mani di Dio, vuole seguire le proprie vie. Convertirsi è cercare le mani di Dio, ritornare sotto le mani di Dio, mani che oggi noi troviamo nella liturgia, nell’ascolto della Parola, nella preghiera. E queste mani di Dio ci correggono, limano ciò che è di troppo, consolidano ciò che è fragile, confortano, guidano, raddrizzano fino a fare di noi un’opera d’arte, un capolavoro …Dentro di noi. Pensiamo al figlio che è andato lontano dalla casa del Padre, è uscito dallo spazio del suo amore, non ha saputo abitare nella casa del Signore (del resto al pari del primogenito che pure fisicamente sembra esserci restato). « Rientrato in se stesso »: in se reversus. Al profondo di stesso, al di sotto della tenebra, del male con cui ha alimentato la sua vita, riscopre l’immagine deposta in lui fin da principio, quell’immagine che è un appello a incamminarsi verso la pienezza della somiglianza con Cristo, unica immagine perfetta del Padre. L’immagine c’è in ogni uomo, dice la teologia patristica, e resta nonostante il peccato, l’ignoranza, la stupidità con cui la copriamo. Occorre, come la donna della parabola, riordinare la casa, il nostro cuore, fino a recuperare la moneta con l’immagine. Allora ci sarà gioia e si farà festa con gli altri; allora si potrà iniziare il cammino verso la somiglianza, che richiede il nostro lavoro, la nostra collaborazione con Dio. Il cristiano dovrebbe con la sua ricerca di Dio ridestare l’immagine di Dio presente in ogni uomo, in ogni donna. Ma non solo l’essere umano è immagine di Dio; anche ciò che egli crea con le arti, la cultura proprio perché è umano porta in sé un riflesso dell’immagine divina. L’aveva ben capito Giustino (II secolo) che riconosceva la presenza di semi del Verbo, di lógoi spermatikói, anche nella cultura pagana. Quanto più si è radicati nella Parola di Dio, quanto più si è uniti a Cristo, tanto più si va lontano, si diventa capaci di contemplare la bellezza del Signore (v. 4) anche al di fuori della chiesa. Nel fratello. Maria di Magdala cerca il Signore; ha trovato il sepolcro vuoto, ma non si arrende, persevera nella sua ricerca tra le lacrime. Lo incontra e quando le chiede: « Donna, perché piangi? Chi cerchi? », crede che sia il custode del giardino (Gv 20,15). I due discepoli di Emmaus lo incontrano in un viandante che sa spiegare gli eventi alla luce della parola di Dio e che spezza per loro il pane (Lc 24,13-35). Matteo 25 ci racconta che alla fine dei tempi saranno benedetti quelli che hanno servito Gesù nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, nel malato e nel carcerato senza neppure rendersene conto. Lo scopriranno alla fine; vedranno l’esito della loro ricerca di senso. Nella tenebra. Noi siamo esseri di desiderio e desideriamo tante cose. Il desiderio di Dio si frantuma in mille piccoli desideri, la ricerca di Dio naufraga spesso davanti ad altri dèi che si impongono con più evidenza ma che finiscono per dominarci. « Di te ha detto il mio cuore: Cerca il suo volto! Il tuo volto, JHWH, io cerco » (v. 8). Dobbiamo dialogare con il nostro cuore, ripeterci che vogliamo cercare il volto del Signore, non lasciarci vincere dalla negligenza e dall’oblio. « Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo » (v. 9). L’orante supplica che Dio non gli nasconda il suo volto, non giri la faccia da un’altra parte in preda all’ira. Siamo chiaramente davanti a un’immagine antropomorfica con la quale si vuole esprimere tutta la paura della tenebra, la paura che la luce venga meno e non vediamo più la via da seguire. L’umano desiderio non si appaga mai su questa terra; è costantemente rilanciato, desidera sempre altro. Non solo, la conoscenza dell’amato non è mai piena. L’altro è sempre per noi un mistero; lo conosciamo in parte, ma non ne cogliamo mai la verità profonda. Anche la persona più vicina, più amata, è portatrice di un mistero che mi sfugge. Noi stessi siamo per noi un mistero; non ci conosciamo pienamente, apprendiamo gradualmente e con fatica ad abitare con noi stessi, ma non giungiamo mai alla conoscenza piena delle profondità del nostro essere. Dell’Altro per eccellenza, Dio, riconosciamo « solamente le orme », dice Gregorio, e dei « barlumi »(Commento al Cantico dei

cantici, p. 57). « Profumo effuso è il tuo nome » (Ct 1,3). « Sono nera, ma bella », dice la sposa (Ct 1,5). « Mi ha fatto bella con il suo amore », commenta Gregorio. Ciò che noi cerchiamo trasforma la nostra esistenza, l’amore rende belli, l’amore trasfigura, l’amore fa rassomigliare l’amante all’amato. Quante coppie che hanno perseverato nell’amore vicendevole giungono ad assomigliarsi nei tratti del volto, nella gestualità del corpo. « A uno specchio assomiglia, veramente, l’essere umano, il quale si trasforma a seconda delle immagini volute dalla sua libera scelta » (Om. 4, p. 105). L’essere umano ha la facoltà di scegliere verso chi volgersi, a chi assomigliare. Chi si volge all’amore di Dio è « lavorato » da

quest’amore che poco per volta fa riemergere in lui l’immagine e la somiglianza deposte nell’in – principio (cf. Gen 1,26) e poi offuscate e ottenebrate dalla stolta attrazione per il male. L’avventura della ricerca di Dio, della ricerca dell’amore è grandiosa, ma fragile. Conosce momenti di crisi, di tiepidezza, di pigra sonnolenza. La ricerca dell’amato a tratti fallisce, manca il bersaglio. « Allora io possedevo l’amore per colui che desideravo, ma l’oggetto del mio amore svanì sfuggendo alla presa dei miei ragionamenti » (Om. 6, p. 157). La sposa cerca lo sposo nella notte, ma il letto è vuoto. L’amore non toglie la solitudine. Va patito l’amore; occorre sentire la nostalgia, la mancanza, la lontananza e continuare a cercare. Così Dio ha cercato l’uomo. La domanda: « Adamo, dove sei? » risuona in ogni pagina della Scrittura, in ogni istante della storia. « Io lo cercavo nel mio letto, durante le notti, sì da conoscere quale ne fosse la sostanza, donde provenisse, dove terminasse e in quale condizione possedesse la sua esistenza. Ma non lo trovai: lo chiamavo per nome, per quanto mi era possibile trovare un nome per colui che non è nominabile » (Ibid.). Conoscere il nome di un altro, per la Bibbia, significa aver poter su di lui. L’amore non è prepotenza. Nel Cantico lo sposo supplica: « Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia;perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne » (Ct 5,2). L’interpretazione spirituale proposta da Gregorio è la seguente: « Il grande Mosè cominciò a godere della visione di Dio nella luce: dopo di essa Dio gli parlò attraverso la nube. Quindi Mosè, divenuto ancor più sublime e più perfetto, vide Dio nella tenebra » (ed. Città Nuova, p. 252). Ci aspetteremmo il cammino inverso: dalla tenebra alla luce, e invece la ricerca dell’Amato parte dalla luce, da ciò che è visibile, passa per la nube e giunge alla tenebra, nel mistero di Dio. « Mosè entrò nella caligine ove si trovava Dio » (Es 20,21). Non tutto è chiaro e manifesto; se la sposa accoglie in casa sua lo sposo potrà raccogliere la rugiada che stilla dalla testa dello sposo e le gocce della notte che stillano dai suoi riccioli. Non è possibile, dice Gregorio, che chi è penetrato nelle realtà invisibili « incontri la pioggia o il torrente della conoscenza », ma è dono grande nella calda notte del deserto gustare la frescura della rugiada. Nella corsa dietro allo Sposo non bisogna mai fermarsi, ma lasciarsi attirare a lui. Se passa oltre, non ci si deve scoraggiare; egli non vuole abbandonare la sposa, ma destare ancor più il suo desiderio. In questo gioco d’amore può giungere l’ora della disperazione; sembra che a nulla valga l’impegno nella ricerca, che ogni sforzo sia destinato al fallimento. L’altro resta sempre altro, ci sfugge. La sposa « dispera di raggiungere colui che essa desidera, e pensa che il suo desiderio del bello rimarrà inappagato »(Ibid., p. 286), ma se persevera, viene guarita dalla disperazione e impara che la gioia risiede nel suo stesso insaziabile desiderio. In questa ricerca ci sostengono i fratelli nella fede. Agostino commentando il salmo 41/42 in cui ricorre questo stesso tema della ricerca di Dio, commentando il v. « Come un cervo anela alle fonti delle acque » scrive: « C’è qualcos’altro da notare nel cervo. Dicono che i cervi … quando camminano nella loro mandria, oppure quando nuotando si dirigono verso altre regioni, appoggiano la testa gli uni sugli altri, in modo che uno precede e lo segue un altro che appoggia il capo su di lui, e il terzo lo appoggia sul secondo e così via fino alla fine del branco. Il primo che porta il peso del capo di quello che lo segue, quando è stanco va in coda, in modo che il secondo diventa il primo e lui appoggiando la testa sull’ultimo possa riposarsi della sua stanchezza; in questo modo, portando alternativamente il peso, portano a termine il viaggio senza allontanarsi gli uni dagli altri. Non parla forse di cervi di questo genere l’Apostolo, quando dice: Portate gli uni i pesi degli altri (Gal 6,2) » (Esposizione sul sal 41,5)

4. La speranza « Oh, se non credessi di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi! Spera nel Signore, sii forte. Si rinfranchi il tuo cuore. Spera nel Signore! » (vv. 13-14). L‘uomo è un essere di desiderio, anela a una pienezza di vita, tuttavia è continuamente frustrato nelle sue speranze dall’esperienza del limite, della finitezza, della morte. Di certo la speranza non è facile ottimismo. Il credente è un uomo lucido, che discerne il potere del male, della sofferenza, della morte. Potremmo dire che già la percezione di una mancanza, la coscienza di un’insoddisfazione profonda non è piccola cosa. Vi è già qui un appello, una sete,un desiderio – forse concitato, non troppo consapevole, disordinato – di « altro » che può divenire « Altro ». Diceva Agostino: « Il mio cuore non ha pace finché non riposa in te » (Confessioni I,1). Potremmo dire che la speranza fa sì che l’uomo non si rassegni mai a questo mondo, all’ingiustizia che vi regna, al dolore, alla morte, a continui a cercare la giustizia, la pace, l’amore, in una parola, Dio. La speranza fa sì che il credente si riconosca pellegrino e straniero in questo mondo, un mondo che ci sta stretto, che sospira liberazione, perché c’è la sofferenza, le catastrofi naturali, la malvagità dell’uomo e che attenda la terra dei viventi, i cieli nuovi e la terra nuova. Con la sua venuta Cristo ha già posto sulla terra dei segni del regno; il Dio che verrà e che i cristiani attendono è già venuto e ha già redento il mondo e la storia. La vita cristiana è costantemente in tensione tra due realtà: il già e il non-ancora. Già siamo stati liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno (cf. Col 1,13-14), già abbiamo ricevuto lo Spirito caparra della nostra eredità (Ef 1,13-14), già siamo figli di Dio (1Gv 3,1), già il Padre ha dato al Figlio ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,18), gli ha assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso (Eb 2,8). Cristo ha vinto la morte, ma gli uomini continuano a morire. Cristo ha vinto ogni forma di male, eppure noi continuiamo a sperimentare il dolore, la sofferenza, la malattia, il peccato. La speranza, radicata nella fede, colma la distanza tra il già e il non-ancora e alimenta la carità, l’amore gratuito per ogni uomo riconosciuto fratello in Cristo. La speranza che orienta alfuturo, al Cristo che viene, relativizza le mete raggiunte dall’uomo; il credente non si lascia trarre in inganno da utopie terrene, né ha la pretesa di volere « tutto subito »; si impegna responsabilmente e concretamente in questo mondo, senza fallaci evasioni e senza perdersi in un orizzonte puramente terreno, ama la terra che Dio ha creato, ama ogni creatura e per tutti spera, e attende i cieli nuovi e la terra nuova che Dio ha promesso (cf. Ap 21-22). Il fondamento della speranza non sta in noi, sta nel Signore e nelle sue promesse. La speranza dunque si alimenta della memoria di ciò che il Signore ha fatto e che la Scrittura ci narra. E la speranza non porta a una distanza dalla realtà, allo spiritualismo, a un disinteresse per le realtà di questo mondo, perché solo la realtà futura avrebbe peso. No! levare lo sguardo verso il Signore, lui che la lettera ai colossesi chiama « speranza della gloria » (Col 1,27), conduce a ritornare alle cose della terra con sguardo purificato, a leggerle alla luce del Signore, a continuare a cercare in esse il volto del Signore. Sulla comunità dei credenti in Gesù, chiamati « a una sola speranza » (Ef 4,4), l’apostolo Paolo invoca il dono di comprendere con gli occhi del cuore « a quale speranza sono stati chiamati e quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi » (Ef 1,18). Non solo a parole, ma con l’intera sua vita, specchio della speranza che lo abita, il credente è chiamato a dare speranza a chi non vede un domani, a sperare per tutti, a rendere ragione della speranza che è in lui (cf. 1Pt 3,15).

SENSO SPIRITUALE

Abbiamo cercato il senso letterale e il senso mistico, riferito cioè al mistero di Cristo e della

chiesa, e qui mi fermo. Il senso spirituale è dialogo a tu per tu con Dio, dialogo d’amore tra la sposa e lo Sposo, tra l’Amante e l’amato e in questo dialogo nessun estraneo ha il diritto di intervenire. Non si entra nella stanza nuziale. Ci si ferma sulla soglia.

 

Salmo 16 (17) Dio, speranza dell’innocente perseguitato

Salmo 16 (17)  Dio, speranza dell'innocente perseguitato  dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE casey-summer-sunset

Antarctica: sunset at Mid night

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Salmo 16 (17)  Dio, speranza dell’innocente perseguitato
 
Preghiera. Di Davide
 
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.

Dal tuo volto venga per me il giudizio,
i tuoi occhi vedano la giustizia.

Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte,
provami al fuoco: non troverai malizia.

La mia bocca non si è resa colpevole,
secondo l’agire degli uomini;
seguendo la parola delle tue labbra,
ho evitato i sentieri del violento.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole,

mostrami i prodigi della tua misericordia,
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra.

Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,

di fronte ai malvagi che mi opprimono,
ai nemici mortali che mi accerchiano.

Il loro animo è insensibile,
le loro bocche parlano con arroganza.

Eccoli: avanzano, mi circondano,
puntano gli occhi per gettarmi a terra,

simili a un leone che brama la preda,
a un leoncello che si apposta in agguato.

Àlzati, Signore, affrontalo, abbattilo;
con la tua spada liberami dal malvagio,

con la tua mano, Signore, dai mortali,
dai mortali del mondo, la cui sorte è in questa vita.
Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre,
se ne sazino anche i figli e ne avanzi per i loro bambini.

Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine
.

Commento

L’orante del salmo è accusato d’empietà; una calunnia dei suoi nemici lo vuole mettere a morte. Ma egli presenta la sua causa a Dio, certo di non avere mancato. Egli chiede a Dio, quale giudice, di essere saggiato, scrutato nella notte, quando è solo con se stesso e riflette sul suo agire.
Egli ha seguito la parola del Signore e ha evitato per questo “i sentieri del violento”; non è entrato in collisione con loro. Ora, tuttavia, essi lo insidiano per distruggerlo.
I suoi nemici hanno il cuore indurito ad ogni luce di verità, e parlano con arroganza, quasi potessero accampare ragioni contro di lui: “Il loro animo è insensibile, le loro bocche parlano con arroganza”.
C’è un persecutore, che ha coinvolto altri, e l’orante chiede al Signore che con la sua spada (la sua Parola) lo abbatta, così da essere liberato dai malvagi: “con la tua spada liberami dal malvagio, con la tua mano, Signore, dai mortali”. Ma dopo avere domandato questo, cambia modo di porsi dinanzi ai suoi persecutori; ora domanda a Dio che sazi “il loro ventre”, e ne avanzi per i loro figli e nipoti. “Ne avanzi”, perché essi nel loro egoismo pensano solo a se stessi e solo quando c’è abbondanza ne danno anche a figli e nipoti.
Il salmista invoca per loro ogni bene materiale. Per lui, invece, la contemplazione del volto di Dio nel cielo. Per lui, nel risveglio della risurrezione, la gioia di saziarsi in eterno di lui.

SALMO 117 – Alleluyah!

SALMO 117 - Alleluyah! dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE 2432537217_e82364bff8

JESUS CHRIST IS RISEN TODAY, ALLELUJA

http://glenkirk.blogspot.com/2009/04/jesus-christ-is-risen-today.html

dal sito:

http://www.carmelotoscano.it/segnaliamo/segnaliamo.php?funzione=articoli_estesi&articolo=8

SALMO 117

Alleluyah!
Lodate il Signore, popoli tutti,
voi tutte, nazioni, dategli gloria;
perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno.
Alleluyah!

Il salmo 117 (116) è un inno in miniatura e, come in tutti i salmi di lode, non c’è posto per ripiegamenti su se stessi né per richieste personali. Ogni sorta di “interesse” è, cioè, allontanato dalla mente e tutto lo spazio viene dato a Dio, di cui il salmista canta la grandezza e la gloria sperimentata dal suo popolo. Come tutti gli inni, infatti, anche questo nasce come un Amen della comunità in risposta a quel Dio che si è rivelato suo Signore e, soprattutto, suo liberatore. In altre parole, questo piccolo inno totalmente centrato su Dio, ne canta soprattutto la benevola e benefica vicinanza.
 
Amore e fedeltà
Lo schema – secondo il canovaccio che vale per tutti i salmi di questo tipo – comprende tre passaggi essenziali: 1. Un invito (v. 1), in cui è da notare il parallelismo tra lodare / dar gloria e tra popoli tutti / nazioni; 2. Il motivo della lode (v. 2), espresso anch’esso con un parallelismo (tra amore forte e fedeltà che dura in eterno); 3. La conclusione (al termine del v. 2) che riprende l’invito iniziale (Hallelu-Yah) che non è, un semplice grido di gioia come potrebbe sembrare a chi si è abituato a identificare l’alleluya con il tempo pasquale, ma l’imperativo plurale del verbo lodare (hll) più le prime due lettere del sacro tetragramma (Yhwh) con il Significato di “lodate il Signore”.
 
La Bible de Jérusalem lo definisce, di fatto, un “Appel à la louange” (un invito alla lode) e, nella Liturgia delle Ore, viene additato come “Invito a lodare Dio per il suo amore”, ricordando che Paolo vi legge la profezia realizzata della riconoscenza dei pagani salvati dal Cristo (cf. Rm 15,8-11). Nel Salmo 117 risalta, infatti, l’universalismo del Dio d’Israele che, pur avendo scelto quella mediazione storica, non ha certo perso la memoria degli altri popoli. Il salmista, infatti, sa che tutte le nazioni sono state benedette in Abramo (cf. Gn 12,3) da un Dio che non può e non vuole venir meno a questa sua promessa.
 
Il parallelismo più importante, infatti, è quello tra “amore” (chesed) e “fedeltà” (’emet) del secondo versetto. Il primo significato di ’emet è verità, ma qui si tratta di una verità dimostrata con i fatti, Dio è stato e continua a stare al fianco del suo popolo e, quindi, è fedele. È ciò che vuol dire il salmista quando, appunto, proclama che l’amore del Signore è grande e la sua fedeltà per sempre. È ciò che Israele vorrebbe che comprendessero anche gli altri popoli in modo da volgersi a Lui, come nell’esortazione del primo versetto: “Lodate il Signore tutte le nazioni, popoli tutti fategli omaggio”.
 
Per la preghiera del cristiano
Facendo proprio questo invito alla lode, il cristiano, come è più ancora dell’antico salmista, si sente missionario, portatore, cioè, presso tutte le genti, della manifestazione più tangibile dell’amore di Dio. Il minuscolo salmo 117 è, infatti, un invito rivolto a tutti gli uomini che, anche quando non lo sanno, sono chiamati a sentirsi fratelli attorno alla mensa del Padre di Gesù che, morendo per tutti, ne ha mostrato la misericordia.
 
Il binomio chesed-­’emet (bontà e fedeltà) fa sempre riferimento all’Alleanza che Dio ha voluto, liberamente e di propria iniziativa, stipulare – attraverso Abramo – con tutti i popoli della terra. In quanto buono, Dio promette (stipula una Alleanza) e, in quanto fedele, mantiene le promesse che, a partire da Abramo, culminano tutte in Gesù. In Lui, infatti, la forte bontà di Dio si estende a tutti e rimane in eterno. Per questo, tutti, sono invitati alla lode che, in fondo, non è altro che la forma più elevata della gratitudine. Fa bene, dire spesso questa giaculatoria che riporta all’essenziale tutte le nostre preghiere.
 
Che cosa ci ha insegnato, infatti, lo stesso Gesù, se non che Dio, Padre di tutti, ha così tanto amato il mondo da inviare suo Figlio e di andare a dire in tutto il mondo questa buona notizia? Sì, in Cristo, l’amore di Dio per noi è veramente forte e la sua fedeltà dura veramente per sempre. Noi ci sforzeremo di corrispondere a questo amore, ma anche quando questo non accadrà, Lui, il Padre, non cesserà di attenderci a braccia aperte. Perché il suo amore è forte (gabar) e la sua fedeltà (’emet) è per sempre.
 
P. Bruno Moriconi, ocd 

Salmo 23 (Il Signore è il mio pastore…)

Salmo 23 (Il Signore è il mio pastore...) dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE buonpastore

Cappella del Buon Pastore

http://www.santamariadiognina.it/cappella_del_buon_pastore.php

dal sito:

http://www.figlididio.it/salmi/index.htm

Salmo 23

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
 
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
 
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni. 
Il pastore e il gregge

È il Salmo che tutta l’antichità cristiana sembra avere amato di più; anticamente era questo Salmo che introduceva il Sacrificio eucaristico. Il canto di questo Salmo accompagnava l’assemblea liturgica nella sua processione verso l’altare. Il posto che occupava nella Liturgia della Chiesa ci dice già come questo Salmo debba essere interpretato: come il Salmo della iniziazione cristiana.
Quanto Dio compie per un’anima è qui espresso con le più semplici parole e con un accento che difficilmente si ritrova nell’Antico Testamento; possiamo dire che questo Salmo ha un carattere evangelico « ante litteram ». Quando Gesù parlerà del « Buon Pastore » Egli certamente si rifarà alla grande profezia di Ezechiele (capitolo 34) e anche ad altri oracoli profetici – Zaccaria, Isaia anche – ma probabilmente Egli si richiamerà in modo più diretto, forse, a questo Salmo. Se il capitolo del « Buon Pastore » del IV Vangelo è una continuazione meravigliosa, stupenda, dell’oracolo di Ezechiele, le parabole invece del « Buon Pastore » nei Vangeli sinottici sembrano più facilmente ispirarsi a questo Salmo divino.
Ma noi dobbiamo prima di tutto chiederci, se vogliamo interpretarlo, che cosa intenda dire l’autore ispirato. Prima di tutto il Salmo vuole significare la Provvidenza di Dio verso un’anima in particolare oppure verso tutto un popolo? Il carattere intimo delle espressioni sembra più direttamente volerci significare la Provvidenza di Dio riguardo a un’anima in particolare, riguardo a un pio israelita, a ogni anima pia che si affidi al Signore. È dunque questo un documento di religione personale fra i più mirabili che abbia la Sacra Scrittura. Ma noi dobbiamo renderci conto che mai la religione nella Sacra Scrittura è personale, che non importi un riferimento a tutta la storia sacra. Ognuno di noi è salvo nella universale salvezza: Dio non vede che la sua Chiesa. Il rapporto che Egli ha con ogni anima lo ha non al di fuori di essa, non come un rapporto privato: è personale, ma non cessa di essere pubblico; è personale, e tuttavia è un rapporto che Dio ha prima con tutto Israele, poi con tutta quanta l’umanità. Così non si può opporre a questo documento la religione nazionale che si esprime negli altri Salmi, in cui non la vita intima e personale di un’anima, ma si canta direttamente invece la vita nazionale, la storia di tutto un popolo condotto per mano da Dio. E questa interferenza, e questo rapporto di una religione personale con una religione pubblica, nel Salmo è chiaramente insinuato, perché in fondo la Provvidenza di Dio verso un’anima singolare è veduta nel quadro degli avvenimenti stessi di Israele.
La storia di ogni anima ripete la storia di Israele. In tanto l’anima vive un suo rapporto con Dio in quanto l’anima vive quello che ha vissuto tutto il popolo di Israele condotto dalla mano di Dio, Pastore di questo popolo attraverso il deserto fino alla terra di Canaan, dove Israele poteva mangiare i frutti della vite contro gli avversari incapaci di impedirgli la conquista della terra promessa da Dio. È nel quadro di questa storia nazionale, pubblica, che è contemplata e vissuta poi la vita personale del credente nel suo rapporto individuale, personale, con il suo Signore.
In questo Salmo si vede tutta la storia di Israele, ma fatta storia intima di un’anima. La storia tutta di Israele è il suo cammino attraverso il deserto. Cammino che è sicuro, in quanto Israele è condotto dalla mano di Dio; Dio lo guida come suo Pastore attraverso il mare, attraverso il deserto, fintanto non giunge nella terra promessa. E lungo il deserto fa sgorgare dalla rupe l’acqua a dissetare il suo popolo, e nel deserto Dio condurrà il popolo suo per i sentieri della giustizia, perché gli darà la sua Legge.
« Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ». Il passaggio dalla metafora al linguaggio diretto (prima si parla di pascoli verdi, poi si parla di sentieri della giustizia), a quello che la metafora vuol significare, è giustificato precisamente perché Israele, nel deserto, non viene soltanto alimentato dalla manna, non viene dissetato soltanto dall’acqua che sgorga dalla rupe, ma viene sorretto e alimentato dalla parola di Dio, parola che Dio dice a Israele sul monte Sinai: la Legge della giustizia. « Non di sola manna, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ». La parola di Dio è stata per Israele veramente nutrimento e pane a lungo il cammino.
E il cammino è difficile: non sono verdi pascoli soltanto, non sono soltanto acque: è il deserto orribile: nel Salmo si parla di « valle oscura ». Ma tutti i pericoli che Israele corre nel deserto sono facilmente superati perché Dio conduce suo popolo. « Non temerei alcun male, perché tu sei con me », dice poi il Salmo. La difesa, la forza, la sicurezza anzi di Israele non è che la protezione divina. « Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza ». In se medesimo questo popolo non ha nulla su cui appoggiarsi tranne questo Dio misterioso lo guida lo difende.
Poi? Poi attraverso il deserto Israele giunge alla « mensa ». Il passaggio dalla vita nomade alla vita sedentaria nella terra di Canaan è espresso così nei profeti: « Israele starà sotto i suoi fichi a mangiare » dice Amos e ripetono gli altri profeti. I profeti esprimono il possesso della terra di Canaan come uno stare tranquillamente a mangiare i frutti della terra. E quali sono i frutti della terra? Lo dice appunto il Salmo: la mensa – l’olio, il vino e il pane – i tre cibi fondamentali dei quali si nutre Israele una volta entrato in possesso della terra di Canaan.
Ma si noti. Anche il possesso della terra di Canaan è forse termine di questa Provvidenza divina? No! la terra di Canaan è per la costruzione del tempio onde poi Israele possa vivere nella presenza di Dio. Tutto è ordinato al vivere nella divina presenza, nel tempio. E Israele vivrà tutta la sua lunga storia, « per lunghissimi anni », nel tempio ad adorare Dio. Termine della storia di Israele è il sacrificio, termine della storia di Israele è l’adorazione di Dio, è questo vivere nella divina presenza.
Questa è la vita di Israele: in essa l’agiografo vede ora la vita di ogni anima – la vita di ogni anima, infatti, non ripete che la storia di tutto il popolo. Non abbiamo una storia privata. La vita religiosa non è vita privata, è vita personale, ma non privata. Noi facciamo parte della Chiesa, non ne siamo al di fuori. Un’anima che viva il suo rapporto con Dio non si estranea, non si esclude dalla Chiesa, non ne esce fuori, ma entra nel suo intimo cuore, realizza il suo mistero, partecipa sempre più intensamente al mistero della sua vita, di tutta la sua vita, della vita di tutta l’umanità redenta, della vita di tutto il popolo eletto. Ecco perché la vita religiosa di un’anima ripete la storia di Israele.
« Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla ». Così inizia il Salmo. Pastore, per tutti i popoli orientali, è il re; il re viene chiamato pastore perché è lui che guida. Però il termine nella Sacra Scrittura, già nell’Antico Testamento, ha un carattere molto più intimo di quanto questo appellativo non comporti negli altri documenti: dice un rapporto che giustifica poi nel IV Vangelo l’espressione « Io conosco loro e loro conoscono me ». Importa cioè un reciproco donarsi, una reciproca intimità.
Questo allora fa capire in che senso noi dobbiamo intendere questo « mio » del versetto « Il Signore è il mio pastore ». Questo « mio » è genitivo oggettivo o soggettivo? Cioè che vuol dire « Il Signore è il mio pastore »? che è il pastore di me, oppure che è il pastore che mi appartiene. Certo, immediatamente vuol dire il pastore di me: è Colui che mi conduce, è il pastore che mi guida. Ma non è escluso l’altro senso, tanto non è escluso che poi il Salmista dirà « non ha manco di nulla », e queste parole le dice perché in fondo colui che è pastore è veramente anche la proprietà, il possesso, la ricchezza di colui che è guidato. E questo è bellissimo; si vedrà in fondo infatti quale è la ricchezza dell’anima anche dell’israelita: è vivere alla presenza di Dio « per lunghissimi anni ». Quale sarà la ricchezza dell’anima cristiana che vivrà questo Salmo? quale se non il possesso di Dio?
« Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla » dice dunque il Salmista. L’espressione già introduce un tema che poi avrà il suo pieno sviluppo nel IV Vangelo, e questo sviluppo importa una reciproca conoscenza, una reciproca intimità, un reciproco possesso, tanto che nel IV Vangelo il Pastore sarà proprietà delle pecore, perché Egli darà la sua vita per loro.
« Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla ». Indubbiamente, in una esegesi letterale, queste parole vogliono significare molto meno. Ma noi dobbiamo renderci conto che se nell’esegesi letterale queste parole che vogliono significare che al Salmista non manca nulla perché il Pastore è lo porta per verdi pascoli, questa interpretazione è suscettiva di un allargamento, di un approfondimento che porta poi a quella interpretazione ultima che darà a queste parole Gesù medesimo nel IV Vangelo: reciproco possesso. Il pastore possiede, sì, le pecore, perché le conosce; ma anche le pecore posseggono il pastore perché lo conoscono e la sua vita e per loro.
il Salmo si può dividere in due parti principali: prima il cammino, poi il riposo; dopo aver camminato ci si riposa. La divisione del Salmo in due parti è anche resa più chiara dal cambiamento dell’immagine. Prima, appunto, il cammino attraverso verdi pascoli, vallate tenebroso… poi, invece, il sedessi mensa per consumare un banchetto apparecchiato dall’ospite.
Nella storia di Israele questi due atti sono ben distinti: prima, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e la peregrinazione attraverso il deserto; poi (Libro di Giosuè) l’entrare nella terra di Canaan e là riposare, riposare per mangiare i frutti della vite, dell’ulivo e del fico, come dicono i profeti e come dice qui il Salmo. Alla vita nomade succede la vita sedentaria. E, ultimo frutto della vita sedentaria, non solo la costituzione della nazione, ma anche l’edificazione del tempio: e nella vita del pio israelita, il cammino della virtù, il cammino dell’anima attraverso le peripezie della vita, fintanto che l’anima non giunge a celebrare Dio e a lodarlo nel tempio.
Ma direi che i due atti di questa vita religiosa sono maggiormente identificabili nella vita cristiana: in un cammino che è tutta la vita presente, in un riposo che è tutta la vita futura nel tempio di Dio.
« Su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome ». Prima il Salmista vede tutti i beni che gli derivano da una provvidenza specialissima di Dio verso di lui: l’alimento onde l’anima giorno per giorno ristoro le sue forze e le fa continuare il cammino, l’acqua che la disseta. Uscendo di metafora, acqua e pascolo solo la giustizia divina, la Legge di Dio che nutre l’anima nella sua meditazione, nel suo adempimento.
Nella vita di Israele il cammino attraverso il deserto è reso più facile dalle oasi e dall’acqua che sgorga dalla rupe; ma soprattutto, il dono supremo, in questo cammino, è nel dono della Legge, nella parola di Dio, nelle parole che Dio rivolge a Israele attraverso Mosè. Nella vita cristiana che cos’è quest’acqua, che cos’è questo verde pascolo? Mentre nell’antico Israele tutto è ordinato alla Legge, nel Cristianesimo la Legge è ordinata invece ai Sacramenti. La manna, l’acqua che sgorga dalla rupe percossa da Mosè, sono in ordine al dono della Legge divina; nel Cristianesimo è la Legge divina, invece, che è ordinato all’acqua, che lo Spirito; al pascolo, che è il Sacramento eucaristico.
Ma questa visione della provvidenza speciale di Dio verso l’anima viene integrata dall’elemento negativo che appare nella seconda strofa: le persecuzioni, le difficoltà, i pericoli del cammino – dai quali pericoli però l’anima è salva perché è protetta da Dio, unicamente da Dio.
Nella seconda parte della prima strofa si contempla di più la vita cristiana come cammino attraverso il deserto. Nella prima strofa, di fatto, è meno evidente riferimento all’Esodo, il riferimento ai libri della Legge. La valle tenebrosa, la valle di morte (per spiegare meglio l’ebraico) ci rappresenta in un modo anche più fedele i pericoli e le difficoltà del cammino di Israele attraverso il deserto. E ci dice anche più chiaramente quel che è stato Dio per Israele: protezione miracolosa, unica difesa nella sua debolezza. In questo pericolo, in questa minaccia, in queste difficoltà, la sicurezza di Israele è il Signore.
L’unico conforto di Israele è il « bastone » di Dio. Il Salmista vede il bastone come difesa e protezione di Dio per il suo popolo di fronte ai nemici che lo hanno perseguitato perché non volevano che avanzasse attraverso il deserto verso la terra che Dio gli aveva promessa.
Indubbiamente, nell’Antico Testamento la peregrinazione attraverso il deserto è vista sempre come tentazione, come prova necessaria al raggiungimento delle divine promesse. Sempre così è il procedimento divino nella Sacra Scrittura: Dio promette, ma sottopone a una prova; se l’anima supera nella fede alla prova, ottiene quanto Dio le aveva promesso, altrimenti viene buttata via, viene buttata fuori. Adamo ha la promessa dell’immortalità, viene sottoposto alla prova, cade, viene cacciato dal Paradiso. Ma ecco Abramo: Abramo ha la promessa, viene sottoposto alla prova, supera la prova della sua fede, ottiene la promessa. Israele ha la promessa della terra sacra, viene sottoposto alla prova: quarant’anni nel deserto, difficoltà, pericoli, lotte, guerra; Israele supera tutto nella sua fede e ottiene la promessa, entra nella terra di Canaan.
Ora, tutto il cammino dell’anima, non solo il cammino di Israele, ma anche il cammino di ogni anima, di ogni israelita, rimane lo stesso. Quale? Dio è per l’anima veramente promessa di infinito bene. Già nell’antico Israele il bene dell’anima non è l’olio, il vino, il pane, non è la casa, ma è Dio stesso. Di fronte ai beni dei malvagi, che fanno dubitare di una provvidenza divina, il pio israelita potrà dire: « Sì, sono divenuto come un giumento, non ho capito più nulla, ma Tu eri con me ». E poi potrà dire che essere unito a Dio è l’unico suo bene e nessun bene uguaglia questa sua unione con Dio. Già il pio israelita vedeva così. Per il pio israelita del Salmo quale è la promessa divina? È la mensa che Dio gli apparecchierà. Ma quale sarà poi questa mensa? In fondo al Salmo sarà detto: sarà il vivere nella divina presenza, il poter adorare il Signore nel suo tempio, sarà il culto di Dio. E per te cristiano che cos’è questa mensa se non la visione beatifica? se non l’essere nel tempio divino a contemplare Dio eternamente? È per questo la prova! Dio ti promette, e sottopone alla prova la tua fede. Quale è la tua fede?…
« Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza ». Quanto? In che modo? Non però soltanto le prove ci consolano perché dimostrano una provvidenza divina – questa sarebbe un’esegesi molto stiracchiata – ma la sicurezza di una difesa. Nonostante che ci sentiamo come allo sbaraglio, nonostante che sentiamo tutto il mondo contro di noi, anche ci sentiamo sorretti. Tutto il mondo contro di noi: è veramente così. L’inferno non è soltanto contro la Chiesa. « Le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa »; se la vita di ogni anima è la vita di tutta la Chiesa, la vita di tutta la Chiesa dice la vita della mia anima, tutto il male che preme sulla Chiesa, che assedia la Chiesa, questo male preme su me, assedia anche me. L’anima nella sua solitudine, nella sua povertà e debolezza non ha altro conforto che la fede in una protezione divina, che la fede in una difesa di Dio, di un Dio che per l’israelita era veramente presente, che per te è veramente presente, ma rimane, per le israelita e per te, assolutamente nascosto e in silenzio. Per il fatto che Dio ti guida, la valle tenebrosa non cessa di essere tenebrosa, la valle di morte non cessa di essere la valle di morte.
Il cammino dell’anima è il cammino della fede. Tutta la vita dell’anima quaggiù è questo cammino, e in questo cammino solo questa luce guida l’anima, solo questa nube la discende: Dio. Se l’anima fede, trova davvero nella sua fede ogni sicurezza, ogni pace. E le tenebre, i pericoli, le difficoltà non turbano l’anima, non le danno alcun senso di una sua sconfitta. Di fatto, nella sua prova la anima vince. L’anima supera la prova ed è immediatamente esaudita (non vi è passaggio). Non più una pecora, ma un uomo, un uomo che mangia a un banchetto. E il banchetto dice riposo, la quiete, finalmente data da una vittoria. « Sotto gli occhi dei miei nemici ». Ecco, l’anima non ha più nemmeno bisogno di combattere, ella riposa, ella vive, ella usa di tutti i beni che Dio ha messo a sua disposizione; alla mangia e beve.
« Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici ». Si passa dall’immagine del cammino, del pastore e delle pecore che sono condotte ai pascoli, all’immagine del banchetto. E il banchetto importa tutti i doni di Dio, i doni che Dio ha profuso su Israele conducendolo nella terra di Canaan: l’olio, il vino, il pane. Indubbiamente, per l’israelita l’olio, il pane, il vino erano realmente l’olio, il pane e il vino. Per l’antica Chiesa cristiana in questa espressione vi era già tutta l’iniziazione cristiana, vi sono già significati i Sacramenti divini.
Si diceva prima che questo Salmo veniva recitato all’inizio della Messa. È per eccellenza il Salmo della iniziazione cristiana. Quale è il pane che Egli ti dona? quale è il vino che ti inebria? quale è l’olio che ti dà forza? Non fosse l’acqua è il Battesimo? Il richiamo all’acqua è al principio del Salmo perché con l’acqua del Battesimo il cristiano inizia la sua vita. L’olio non è forse la Cresima, l’unzione sacra che ti irrobustisce? Il vino non è forse l’Eucaristia che non soltanto sazia la tua fame ma anche ti dà l’ebbrezza divina? Non ti è dato soltanto il pane quotidiano, ma anche il vino che inebria! Sovrabbondanza di beni!
L’iniziazione cristiana passa attraverso queste tre tappe: il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia. Ma solo l’iniziazione cristiana? Non è questo il cammino dell’umanità anche avanti la Rivelazione profetica? La vita religiosa dell’umanità si scandisce nelle tre feste annuali della seminagione, della mietitura, della vendemmia; e nella seminagione fecondata dalle acque della primavera è il primo incontro e l’unione del cielo con la terra da cui verranno poi come frutto il nutrimento degli uomini, la messe che garantisce la vita, e finalmente la vendemmia che oltre la vita dà anche la gioia.
Nella vita religiosa di Israele, le tre feste della religione primitiva acquistano un contenuto nuovo, perché questa vita religiosa importa una comunione più intima con la Divinità, una nuova alleanza. Non è come la ripresa continua della creazione al principio della primavera: è la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, l’inizio di una nuova storia nazionale nella forza di una nuova libertà; non è, al principio dell’estate, il dono del pane, ma il dono della Legge di Dio, nuovo nutrimento a un popolo che Dio si è scelto per compiere attraverso di lui un suo disegno di amore; non è, al termine dell’estate, l’ebbrezza del vino, ma la gioia pura di un popolo che è entrato nel possesso dei beni promessi da Dio.
Per il Cristianesimo la resurrezione di Gesù, una volta per tutte, introduce l’umanità nel Regno divino; il dono dello Spirito ci alimenta della vita di Dio; e finalmente, al termine di tutto la vita del mondo, la gloria irromperà una volta per sempre su tutta la creazione trasfigurandola in una eterna luce.
Il cristiano entra in questo nuovo mondo, che la resurrezione ha aperto, con l’acqua del Battesimo , si inoltra nel cammino rinvigorito nella unzione dello Spirito, e già vive le primizie della vita celeste nell’ebbrezza del Vino eucaristico. Dio non ci dona soltanto la vita. Non è forse Gesù nel IV Vangelo che ci dice che Egli è venuto per donarci non soltanto la vita, ma la vita sovrabbondante? È nella divina ebbrezza che termina iniziazione cristiana. Ma l’ebbrezza divina del cristiano non è che anticipazione della vita celeste.
Così il Salmo termina nell’attesa di quei lunghissimi anni che prolungheranno e renderanno perfetta la gioia fuggitiva che il cristiano ha pregustato quaggiù. Se il Cristianesimo di fatto ha sostituito la Pasqua giudaica con la Pasqua cristiana, la Pentecoste ebraica con la Pentecoste cristiana, non ha ancora sostituito nessuna festa alla festa ebraica dei tabernacoli: il Cristianesimo vive ancora nell’attesa. Come la resurrezione del Cristo una volta per tutte ha introdotto l’umanità nel Regno di Dio, come lo Spirito una volta per sempre è disceso e ha riempito la terra, così una volta per tutte la gloria di Dio irromperà nella creazione, e la festa di una dimora dell’uomo nella Casa di Dio sarà per « lunghissimi anni ».

 Divo Barsotti

PREGHIERE QUOTIDIANE EBRAICHE : PREGHIERE DEL MATTINO

dal sito:

http://www.finestramedioriente.it/Patrimonio%20Antico/Preghiere/FrameEbraiche.htm#mattino

PREGHIERE QUOTIDIANE EBRAICHE

PREGHIERE DEL MATTINO

Mio Dio, l’anima che tu mi hai dato è pura. Tu l’hai creata, Tu l’hai formata. Tu l’hai inspirata in me, tu la conservi dentro di me e la renderai a me nella vita futura.
Finché l’anima è dentro di me, io ti renderò omaggio, Signore, mio Dio e Dio dei miei padri; padrone di tutte le cose, Signore di tutte le anime.
Benedetto tu, Signore, che rendi le anime ai corpi morti. Signore di tutti i mondi.
Non già per i nostri meriti noi ti rivolgiamo le nostre suppliche; ma lo facciamo confidando soltanto nella tua somma clemenza. Che cosa è la nostra vita, la nostra bontà, la nostra virtù, il nostro sostegno, il nostro potere, la nostra fiducia? Che diremo davanti a te – Signore, nostro Dio e Dio dei nostri padri?
Gli eroi non sono forse nulla davanti a te; gli uomini celebri come se non fossero mai esistiti; i saggi come privi di conoscenza; gli uomini intelligenti come sprovvisti di discernimento? La maggior parte delle loro azioni sono vane; i giorni della loro vita sono vanità di fronte a te e la superiorità dell’uomo sulla bestia è senza importanza perché tutto è vanità.
Tuttavia siamo il tuo popolo, figli del tuo Patto, figli di Abramo tuo diletto al quale promettesti benedizione sul monte Moria; i discendenti di Isacco suo prediletto – che si lasciò legare sull’altare; la congrega di Giacobbe – che chiamasti tuo figlio primogenito, a cui per l’amore che gli professasti e per la gioia che ne avesti, gli hai dato il nome Isra’el e Jesurun.
Noi, quindi siamo in dovere di renderti grazie, di lodarti, di glorificarti, di benedirti, santificarti e tributare lode ed omaggio al tuo Nome. Felici noi! Quanto è bella la nostra sorte, quanto è dolce il nostro destino. Quanto prezioso il nostro retaggio! Felici noi che, mattina e sera – due volte al giorno diciamo:
Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio. Il Signore è uno. Benedetto sia in eterno il Nome nel suo Regno glorioso. 

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