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SUL MONTE DI MARIA – IL MONTE CARMELO

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SUL MONTE DI MARIA – IL MONTE CARMELO

di fra Rosario Pierri ofm

Quello che comunemente è chiamato Monte Carmelo non è che il promontorio di una catena montuosa di 150 chilometri quadrati, sulle cui pendici costiere si estende la città di Haifa. La cima della collina più a sud-est della catena è alta 482 metri ed è chiamata el-Muhraqa, «il Sacrificio». Qui la tradizione pone il luogo dove si riunirono il popolo e i profeti di Baal convocati dal profeta Elia.
La tradizione ebraica lega strettamente la vicenda del profeta dalla sua apparizione al suo rapimento in cielo al Carmelo (2Re 18.21; 2Re 1-2). Elia, che significa «il mio Dio è proprio il Signore», è il campione per eccellenza della resistenza all’idolatria, e questa sua missione egli l’affida al suo successore Eliseo (1Re 2,1-18). Il Carmelo fa da sfondo anche ad alcuni episodi della vita di quest’ultimo (2Re 4,8-37).
Tradizione monastica. La storia del Carmelo a partire dal quarto secolo d.C. è indissolubilmente connessa al monachesimo, che in Palestina fiorì tra il quarto e il settimo secolo su impulso di san Caritone e sant’Ilarone.
L’Anonimo di Piacenza (ca. 570) dice di aver visto il «Monastero di Eliseo». È probabile che il piacentino abbia visto piuttosto il monastero di Elia, l’antico monastero del Beato Brocardo, i cui resti sono visibili nel Wadi ‘ain es-Siah «Valle dei martiri», località a 5 chilometri dal santuario Stella Maris. Le fonti ricordano che nello stesso sito sorse intorno al 1200 un monastero dedicato a santa Margherita o santa Marina. Va detto che la fase antica di questi siti è molto complessa e difficile da ricostruire. L’essenziale è sapere che i luoghi principali intorno a cui ruota la storia dei santuari cristiani del Carmelo sono due, Wadi ‘ain es-Siah (monastero di Santa Margherita) e la spianata del Monte Carmelo (santuario Stella Maris), a cui si può unire la Grotta di Elia, chiamata el Khader («il verdeggiante») dai musulmani. Questo sito si trova ai piedi del promontorio, in corrispondenza del faro.
I pellegrini. Con la conquista musulmana, i pellegrini diretti a Gerusalemme che percorrevano la via marittima, giunti a Haifa potevano visitare e fare sosta in diversi luoghi, tra i quali la Grotta di Elia e l’abbazia di santa Margherita. A Wadi ‘ain es-Siah i pellegrini erano accolti dai Carmelitani, potevano attingere acqua alla Fonte di Elia e visitare le grotte di Elia e Eliseo. In questo stretto wadi i Carmelitani eressero una chiesa e un monastero.
I Carmelitani. L’ordine dei Carmelitani è nato in Terra Santa proprio sul Monte Carmelo. Fu il patriarca di Gerusalemme Alberto a dare una «regola» a un gruppo di eremiti latini che dimoravano presso la Fonte di Elia. Per quale motivo Elia aveva attratto lungo i secoli monaci bizantini ed eremiti latini? Perché nella tradizione cristiana il profeta era diventato un modello della vita religiosa. Girolamo (347-419/20) e Cassiano (360-435), infatti, vedevano in Elia ed Eliseo gli iniziatori della vita religiosa. La spiritualità carmelitana, perciò, porta l’impronta di Elia, considerato fondatore dell’Ordine. Il nesso è naturale: a partire da Elia, senza interruzione, avevano vissuto sul Monte Carmelo una schiera di suoi seguaci, dei quali gli eremiti latini facevano parte. L’approvazione della regola di Alberto da parte di papa Onorio diede un’identità definitiva a questo gruppo di religiosi.
Maria. La costruzione di una chiesa in onore di Maria presso la Fonte di Elia rivela un tratto interessante della storia della spiritualità carmelitana. La fusione della tradizione di Elia e quella della Vergine si deve principalmente a due carmelitani che vissero in Europa. Il primo, John Baconthorpe, nei primi decenni del 1300, applicò a Maria il testo di Isaia 35,2, dove si profetizza che a Gerusalemme «è dato lo splendore del Carmelo». Maria è presentata, dunque, come Signora del monte. Qualsiasi avvenimento compiuto sul monte nel passato, concludeva il frate, era stato fatto in onore di Maria. Elia ed Eliseo, inoltre, prefiguravano Cristo, figlio di Maria. Jean de Cheminot, una cinquantina d’anni più tardi, affermò che Elia e Maria appartenevano alla tribù di Aronne e che entrambi avevano professato la verginità. Siccome, poi, Maria era apparsa più volte agli eremiti, in suo onore costoro avevano eretto una chiesa vicino a una fonte.
Il santuario. Alla conquista dei Mamelucchi nel 1291 seguì la distruzione di tutti i monasteri cristiani disseminati sul Monte Carmelo e il martirio dei religiosi. A causa dell’eccidio i Carmelitani si trasferirono in Europa, ma il desiderio di ritornare al luogo delle origini non venne mai meno, anche se il ritorno fu tutt’altro che semplice. Solo nel 1627 la Congregazione di Propaganda Fide permise ai Carmelitani di ritornare al Carmelo, non prima però di aver assicurato ai religiosi l’appoggio diplomatico della Francia.
Il principale promotore della ricostruzione dei conventi e delle chiese fu padre Prospero dello Spirito Santo, che iniziò la sua opera nel 1631. Nel 1719 si fece strada il progetto di costruire un convento sulla spianata del promontorio. Della sua realizzazione fu incaricato padre Filippo di san Giovanni, che nel 1762 riprese innanzitutto possesso delle proprietà. Nell’attesa di edificare il nuovo convento sulla spianata, padre Filippo decise di eseguire alcuni lavori urgenti al convento costruito da padre Prospero. Ben presto padre Filippo e il nuovo arrivato, fra Giambattista di sant’Alessio, si concentrarono sulla costruzione del convento sulla spianata. L’inaugurazione del santuario avvenne il 16 luglio 1768, nel giorno della solennità della Madonna del Santo Carmelo.
Il convento fu poi distrutto da Abdallah, il pascià di Acco. Nel giugno del 1827 fu posta la prima pietra di un nuovo edificio, che per volontà del re di Francia, doveva servire da santuario, convento, ospizio per pellegrini, ospedale e fortezza.

Publié dans:ORDINI RELIGIOSI, TERRA SANTA (LA) |on 15 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

The Women’s Gate was located on the third wall in the Bezetha hill portion of the city of Jerusalem on the north side. The north side of the city was the only approachable side because it did not contain deep ravines. The third wall was built to protect the settlers in the New City area in the Bezetha hill area. (the following text on the site)

 

 

The Women's Gate was located on the third wall in the Bezetha hill portion of the city of Jerusalem on the north side. The north side of the city was the only approachable side because it did not contain deep ravines. The third wall was built to protect the settlers in the New City area in the Bezetha hill area. (the following text on the site) dans immagini varie womens_gate

http://www.bible-history.com/jerusalem/firstcenturyjerusalem_women_s_gate.html

Publié dans:immagini varie, TERRA SANTA (LA) |on 21 mars, 2013 |Pas de commentaires »

IL TABOR NELLA LETTERATURA RABBINICA (SBF JERUSALEM)

http://198.62.75.4/www1/ofm/san/TAB11rab_It.html

CUSTODIA TERRAE SANCTAE

IL TABOR NELLA LETTERATURA RABBINICA

(Teresa Petrozzi)

Il Tabor del rabbini si presenta sotto aspetti diversi.

In due trattati del Talmud di Babilonia, Zebaim e Baba Bathra, il monte è preso a misura di grandezza: “Esisteva un animale tanto grande che non entrava nell’arca; quanto era grande? era grande quanto il Tabor; e quanto è grande il Tabor? Quaranta parasanghe.”
Secondo un’altra scuola esso è un monte santo. La Midrash Yalkut, riferendosi ai sacrifici di giustizia di Dt 33,19, sostiene che il Tabor e il monte sul quale il Tempio doveva essere costruito, di diritto [ ... ] se non fosse stato per una espressa rivelazione che ordinava di erigere il santuario sul Monte Moria. L’autore del trattato Tehillim annuncia: Nel tempo a venire Dio farà scendere la Gerusalemme celeste su questi quattro monti: Tabor, Hermon, Carmelo e Sinai.
Una terza scuola presenta il Tabor come un simbolo di orgoglio e di presunzione. Nel commento al versetto del Cantico di Debora, i monti rabbrividirono innanzi a Iahve, innanzi a Iahve Dio di Israele (Gdc 5,5), il Targum di Gerusalemme fa dire al Tabor: “Su di me si libra la presenza divina, a me essa appartiene di diritto. Quando all’inizio, ai giorni di Noè, le acque del diluvio coprivano tutte le montagne, i flutti non arrivarono né alla mia testa né alle mie spalle. Io sono dunque più elevato di tutte le montagne ed è mio privilegio legittimo che Dio dimori su di me.”
La Midrash su Genesi racconta che, mentre le nazioni ed i popoli si rifiutavano di accettare la Legge, i monti disputavano fra di loro contendendosi l’onore di essere prescelti come luogo della rivelazione. Il Tabor si vantava di essere il più alto, appunto perché aveva torreggiato sulle acque del diluvio; l’Hermon accampava diritti perché, al momento dell’Esodo, si era steso fra le due sponde del Mar Rosso permettendo agli Israeliti di passare; il Carmelo, sicuro della sua posizione, taceva e pensava: Se la presenza di Dio, la Shekinah, deve sostare sul mare, sosterà su di me, e se deve sostare sulla terra ferma, sosterà su di me. Ma una voce risuonò dall’alto e dichiarò: la presenza divina non si fermerà su questi alti monti, che sono così superbi, bensi sul Sinai, che è il più piccolo ed il più insignificante di tutti. La stessa Midrash precisa che il Sinai fu preferito anche perché su di esso non erano stati adorati idoli.
Secondo la tradizione, peraltro, il Tabor ed il Carmelo fecero spontaneamente atto di sottomissione: essi, o i loro angeli degli elementi, andarono al Sinai quando venne data la Legge. Il Tehillim aggiunge che il Signore fu commosso dalle buone intenzioni dei due monti e dichiarò: Poiché vi affannate in mio onore vi ricompenserò. Guardate, al tempo di Debora libererò i figli di Israele sul Monte Tabor, come e detto: e sali verso il Monte Tabor (Gdc 4,6); e anche libererò Elia sul Monte Carmelo, come è detto: Acab [ ... ] riunì i profeti sul Monte Carmelo (1 Re 18,20). L’Hermon non è ricordato.
Le stesse considerazioni sulle pretese orgogliose del Tabor e del Carmelo sono ripetute nel Targum, nella Midrash su Numeri e sul Salmo 68 e nella Pesikta Rabbati.
L’Antico Testamento non lascia luogo a dubbi circa il fatto che la Legge fu data sul Sinai. L’insistenza con la quale i Rabbini sostenevano questo punto, proclamando che il Tabor ed il Carmelo erano stati scartati per il loro presuntuoso comportamento, ed il silenzio che sopravviene nei riguardi dell’Hermon, possono essere il riflesso di una polemica. I Rabbini compilarono i loro trattati nei primi secoli della nostra èra, mentre il Cristianesimo si stava espandendo. Il Carmelo, sul quale vivevano monaci ed eremiti cristiani, ed il Tabor, ritenuto particolarmente santo dai Giudeo-Cristiani, dovevano essere umiliati e accontentarsi di un premio di consolazione. Dell’Hermon era inutile parlare in quanto non era connesso al culto cristiano.
Comunque. il Tabor restò impresso nell’animo degli Israeliti. Ancora oggi, tra le preghiere recitate alla fine dello Shabbath, essi ripetono un inno, Havdalah, attribuito a Isaac ibn Chayyat (1030-1089), nel quale si dice che la giustizia misericordiosa di Dio è simile al Monte Tabor.

Damasco: Casa di sant’Anania

http://www.custodiaterrasanta.com/Damasco-Casa-di-sant-Anania.html

Damasco: Casa di sant’Anania

(Messo on line il 28/08/2007)

(alcune immagini sul sito)

Convento francescano
 Deir el-Kabir
 Bab Touma – Damas
 Siria

La tradizione cristiana
Gli Atti degli Apostoli (9, 1-26 e 22, 4-16 ) ci presentano sant’Anania come damasceno di stirpe ebraica. Già cristiano quando battezzò Saulo di Tarso, doveva godere di una posizione speciale nella giovane chiesa di Damasco; a lui infatti Cristo rivelò il destino del futuro Apostolo dei Gentili e a lui toccò la gloria di battezzarlo e iniziarlo alla Fede.
La tradizione orientale raccolta dai padri Bollandisti, assicura che era uno dei “settantadue” discepoli di Gesù, dei quali parla san Luca (10, 1), e che si rifugiò a Damasco dopo la lapidazione di santo Stefano. Più tardi divenne vescovo di questa città.
Mentre evangelizzava le regioni della Siria venne arrestato dal governatore Licinio e condannato a morte. Il suo corpo fu trasportato in città dai cristiani.
Le reliquie di sant’Anania sono conservate a Roma nella basilica di san Paolo. Nel sec. XIV Carlo IV, re di Boemia, ne ottenne il capo e lo donò alla cattedrale di Praga.
Il luogo
Localizzata nella Damasco antica, dentro le mura, la casa di sant’Anania fu trasformata in chiesa fin dai tempi antichissimi, col titolo di “chiesa della Croce”. Non conosciamo esattamente la data di questa trasformazione, ma fu certamente anteriore alla conquista araba (636 d.c.).
La rivista scientifica « Syrie », (V,1924) riferisce che il conte Eustachio De Lorey, capo della missione archeologica in Siria, eseguì degli scavi a Damasco nel 1921 in un lungo detto “Hananieh” situato presso la porta Esh-Sharqi. Lì sorgeva un tempo la chiesa di Santa Croce, o, più esattamente, la Mousallabeh, una delle chiese che Walid Iº restituì ai Cristiani in cambio della Grande Moschea.
Il conte De Lorey ha ritrovato una delle absidi di questa chiesa. I sondaggi eseguiti hanno rivelato che essa fu costruita su di un tempio pagano; lo provano la dedica in greco “al dio celeste di Damasco” e un altare dove appare un toro gibboso sotto una quercia. La stessa rivista (VI, 1925, 356) precisa che l’altare pagano risale al II-III secolo d.c.
Il fatto di trovare un tempio pagano in un luogo venerato di cristiani non deve fare meraviglia. È risaputo che Adriano (117-138) edificò dei templi sul Calvario e sulla Grotta di Betlemme con lo scopo preciso di allontanare i cristiani da questi luoghi venerati.
La presenza di un tempio pagano in un luogo sacro cristiano non fa altro, quindi, che confermare l’esistenza di un santuario della Chiesa primitiva. Lo conferma anche la chiesa bizantina convertita più tardi in moschea.
In Oriente il succedersi di edifici religiosi di differenti confessione nel medesimo sito è un indice che la tradizione ivi localizzata ha una forte garanzia di autenticità.
Qualche secolo più tardi lo scrittore arabo Ibn Asaker (1105-1176) segnala a Damasco una chiesa sotto il nome di El-Mousallaba, cioè “della Croce”, e ci fa sapere che essa si trova presso le mura, tra le due porte orientali – Bab Touma e Bab-Sharqi – e che fu distrutta verso l’anno 700.
Della casa di Anania parla anche il francescano da Poggibonsi, nel 1347, affermando che a quel tempo era convertita in moschea.
Un altro scrittore, In Shaker, che scrive qualche anno dopo, dice che il Califfo Walid Iº (702-712) cedette ai cristiani le rovine della “Chiesa della Croce” in cambio della basilica di san Giovanni Battista che egli trasformò in moschea (l’attuale moschea degli Ommeiadi).
Padre Bonifacio da Ragusa, Custode di Terra Santa, visitò questo luogo nel sec. XVI e scrive che “si scende in questa chiesa per mezzo di alcuni gradini”.
All’inizio del sec. XVII il padre Quaresmio, francescano anch’egli, ci fornisce altri dettagli: “Questa casa (di Anania) si trova nella parte orientale della città: è un’abitazione sotterranea e ci si scende dalla parte orientale per mezzo di una porta stretta e una scala. Essa ha quasi la forma di un triangolo: la lunghezza dei due lati è di venti piedi e la larghezza di dieci; riceve la luce da sopra per mezzo di due finestre rotonde” (Lib. VII, c.III)
Verso il 1630, fra Antonio de Castello OFM afferma che la casa di sant’Anania è tenuta in grande venerazione sia dai Cristiani che dai Turchi: “I Turchi che ne hanno la custodia vi tengono molte lampade accese”.
Nel 1820 i Francescani di Terra Santa poterono ricuperare questo luogo venerato e lo riedificarono riadattandolo al culto. L’edificio, distrutto nei torbidi del 1860 fu ricostruito nel 1867 e finalmente restaurato nel 1973.
La casa di sant’Anania è una cripta formata da due camere; vi si scende per una scala di ventitrè gradini, resa necessaria dal rialzo del terreno a causa dei detriti accumulatisi, durante venti secoli, in questa parte della città.
Lo stesso dislivello si misura attorno alla porta romana di Bab-Sharqi.
La tradizionale casa di sant’Anania che i frati Francescani indicano oggi alla venerazione dei pellegrini è certamente una parte dell’antica basilica bizantina della “Santa Croce” del V-VI secolo, ritrovata durante gli scavi eseguiti dal conte De Lorey.
Questo luogo venerato risponde a tutti i requisiti archeologici a conferma della tradizione che sin dall’inizio del Cristianesimo vi ha ubicato la casa sant’Anania, il primo Vescovo di Damasco.
Testo biblico
La vocazione di Saulo
Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore disse: «Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.
(Atti 9,1-26)
Preghiera
O Dio, che per mezzo del tuo Figlio risorto hai inviato il tuo servo Anania a Saulo di Tarso, perché questi recuperasse la vista, fosse ricolmo di Spirito Santo e battezzato, fa’ che, per l’intercessione del santo martire Anania, tutte le genti siano illuminate, siano battezzate per la remissione dei peccati e ricevano il dono dello Spirito Santo. Per il nostro Signore, Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna, con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:LUOGHI DEL SACRO, TERRA SANTA (LA) |on 16 avril, 2012 |Pas de commentaires »

BETLEMME NELLA SACRA SCRITTURA

http://198.62.75.1/www1/ofm/sites/TSbsacra_It.html

BETLEMME NELLA SACRA SCRITTURA

Betlemme, la ‘casa del pane’, Bèt-Lahm nell’antica lingua siro-caldaica, viene talvolta chiamata nella Bibbia anche Betlemme di Giuda, per evitare confusioni con l’omonima località nel territorio della tribù di Zabulon, che fu patria di uno dei Giudici di Israele, Ibsan (l’odierna Beth-Lehem che si trova 12 km ad Ovest di Nazaret). Identificata con l’antica Efrata, è a volte chiamata, sempre per lo stesso motivo, Betlemme-Efrata. Luca usa l’espressione ‘città di David’.
Betlemme ha radici profonde nel passato: ne parla già il Libro della Genesi, quando riferisce la morte di Rachele. Anche se il Genesi è stato redatto, nella sua forma definitiva, probabilmente nel periodo post-esilico (V sec. a.C.), le tradizioni che in esso vengono tramandate risalgono a tempi ben remoti, ai tempi dei Patriarchi (XVII-XVI sec. a.C.).
« Rachele … ebbe un parto difficile … Or avvenne che, mentre la sua anima si partiva pose (al figlio) nome Benoni, ma suo padre lo chiamò Beniamino. Rachele dunque morì e fu sepolta sulla strada di Efrata, cioè Betlemme » (Gen 35, 16. 19).
A Betlemme nacquero Elimelec e Noemi sua moglie. Dopo il soggiorno nella terra di Moab, a Betlemme ritornò Noemi, vedova, con la nuora moabita Rut, a sua volta vedova; a Betlemme la dolce e remissiva Rut conobbe l’agiato Booz. Bella, ricca di significato è la benedizione con la quale gli anziani ed il popolo santificano, le nozze di Rut e Booz:
« La donna che entra nella tua casa il Signore la faccia essere simile a Rachele e a Lia che edificarono la casa di Israele e faccia che tu diventi potente in
Efrata e ti acquisti un nome in Betlemme. Sia la tua casa come la casa di Fares che Tamar generò a Giuda, per la discendenza che il Signore ti darà da questa giovane » (Rut 4, 11-12).
Benedizione bella, benedizione profetica: dal figlio di Booz e Rut, Obed, nacque Iesse; da Iesse nacque David, progenitore dell’Emmanuele, del Messia.
Da Rama a Betlemme, su ordine dell’Altissimo, si recò Samuele per sacrificare ["La mia venuta è pacifica; vengo per sacrificare al Signore" (1 Sam 16, 5)] e per ungere re di Israele il giovane David, il prestante pastore, al posto di Saul che era incorso nell’ira divina ["Il Signore si era pentito di averlo fatto re su Israele" (1 Sam 15, 35)]. David, tuttavia, fu riconosciuto re dalla tribù di Giuda, e quindi da tutto Israele, soltanto molti anni dopo, e cioè alla morte di Isboset, figlio minore di Saul.
A Betlemme nacquero anche i tre nipoti di David: Ioab, l’eroico soldato e generale; Abisai, l’amico caro al cuore del re; Asrael, il valoroso che morì combattendo. Indubbiamente Betlemme era madre di eroi: vide nascere anche Elcana, l’uccisore di Gob, il gigante filisteo fratello di Golia.
Roboamo (2 Cron 11, 6) fortificò Betlemme, che venne a far parte di un sistema di città armate contro le invasioni degli Egizi, sempre convinti di avere dei diritti sul territorio palestinese.

In Michea troviamo Betlemme nel contesto di una grande profezia:

« E tu, Betlemme Efrata
pur essendo piccola tra i capoluoghi di Giuda
da te mi nascerà colui
che deve regnare su Israele… Egli starà ritto
e pascerà con la potenza del Signore
con la maestà del nome del Signore, suo Dio… E lui sarà la nostra pace » (Mi 5, 1-3).

Questa profezia si intreccia con quelle di Isaia:

« Ecco la giovane (la vergine, almah) concepisce e partorisce un figlio che chiamerà Emmanuele » (Is 7, 14); « Un rampollo spunterà dal tronco di lesse un virgulto germoglierà dalle sue radici » (Is 11,1); « Avverrà in quel giorno che la radice di lesse si ergerà a segnale per i popoli, ad essa si rivolgeranno ansiose le genti, e gloriosa sarà la sua sede » (Is 11, 10).

Alla pienezza dei tempi, dal seme di David e da Betlemme, la borgata di dove era David, venne il Cristo. Con brevi parole, Matteo ["Nato Gesù in Betlemme di Giuda... (2, 1)] e Luca ["Or avvenne che, mentre essi erano là, si compirono i giorni in cui essa doveva partorire e partorì il suo figlio..." (2, 6-7)], ci narrano la nascita del Bambino.
Betlemme esce dalla Bibbia ed entra nella storia con un episodio drammatico: la strage degli Innocenti. Erode, che aveva ordinato ai Magi di riferirgli dove si trovasse il re dei Giudei, vedendosi da essi deluso, « si adirò grandemente e mandò a uccidere tutti i fanciulli che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio, dai due anni in giù » (Mt 2, 16).

Publié dans:TERRA SANTA (LA) |on 27 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm (spiego perché), dal sito:

come ho scritto sotto « news » i discorsi del Papa li sto postando sul Blog « In cammino verso », se volete li potete leggere li oppure sulsito della Custodia di Terra Santa, ho messo il link, poi lo metto anche sotto link perché è molto interessante, secondo me, su questo Blog, invece, desidero mettere l’ « Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm », conoscete un poco Padre Manns, perché ho messo alcuni sui studi, non tutti perché alcuni non riguardano San Paolo – altri, che non riguardano San Paolo potete trovarli sull’altro Blog sotto la categoria « Padre Manns » – se avete visto già la vista del Papa al monte Nebo, o leggerete il discorso vedrete che parla di Padre Piccirillo, io personalmente non l’ho conosciuto,
ho ascoltato qualche lezione (poche) di Padre Manns, ma il pensiero di questo grande studioso e Padre francescano mi ritorna alla mente, così come altri, alcuni già morti, alcuni che ho conosciuto, altri no, che hanno fatto tanto per recuperare la storia, l’archeologia, gli studi sull Terra Santa;

« comunque » vi metto la:

Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm, dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article4136

Basilica di Sant’Antonio, Via merulana – Roma – 29 ottobre 2008

“Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!».?Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè.”

Questo passaggio del libro del Deuteronomio Padre Michele lo ha meditato tante volte mentre lavorava al Monte Nebo in Giordania. La figura di Mosè gli era familiare a tal punto che ha marcato il suo carattere. La sua forza, il suo dinamismo, la sua fede somigliavano a quelle di Mosè.

Padre Michele quando si presentava ai giornalisti ripeteva volentieri: sono un padre francescano di Gerusalemme. Essere professore ed archeologo era per lui secondario. La sua vocazione era di essere un francescano a Gerusalemme. In questa definizione era contenuta la sua fede, la sua visione del mondo e la sua teologia.
 Sabato scorso il sinodo dei vescovi che trattava il tema della Bibbia finiva i suoi lavori. La notte tra sabato e domenica, Padre Piccirillo, che aveva finito da alcuni mesi il suo ultimo libro sulla Nova Gerusalemme partiva per la Gerusalemme celeste.
 Ho voluto ricordare questo legame tra il sinodo sulla Bibbia e la Pasqua di Padre Michele perché egli stesso era un innamorato della Bibbia. In una conferenza fatta a Torino nel 2004 egli scriveva: “Esistono molti modi per accostarsi alla Bibbia e per ricavarne il messaggio; oggi vi parlerò di un modo tutto particolare: è quello di chi, come me, svolge la professione di geografo – archeologo.
 Secondo il punto di vista di chi si occupa di queste discipline, la Bibbia è un libro dell’antichità di cui si può dare una « lettura materiale », che accantona per un momento il racconto e dà la priorità allo studio dei luoghi e dei fatti storici: la raccolta dei dati inerenti luoghi e fatti permetterà poi di intendere con maggiore esattezza il significato del testo biblico.
 Il testo biblico può essere studiato come storia della salvezza, ma anche come « storia », e la storia per essere tale deve essere legata a un territorio e a tempi precisi. Certamente questa è la parte iniziale del discorso biblico, sul quale poi l’esegeta lavorerà per capire correttamente il testo”.
 Il sinodo dei vescovi ha trattato lo stesso problema, quello delle diverse letture della Bibbia.

C’è di più: Padre Michele era innamorato di Gerusalemme. Con il Salmista ripeteva: “E’ mia madre, la’ sono nato”. Nonostante le difficoltà politiche e le tensioni che esistono in quella parte del mondo che tutti voi conoscete, Padre Michele nel dialogo quotidiano faceva tutto quello che poteva per essere uno strumento di pace, come lo voleva San Francesco. Dialogo con i musulmani e dialogo con gli archeologi ebrei che conosceva e con i quali discuteva spesso. La vocazione di Gerusalemme è di fare di due popoli un solo popolo di figli di Dio. Essere figli di Dio significa rispettare l’altro, la sua cultura, le sue tradizioni. Essere figli di Dio significa ricordare che tutti saremo giudicati sull’amore concreto e quotidiano che avremo dimostrato.

Dal 1960 Padre Michele viveva in Medio Oriente fra Gerusalemme presso il Convento della Flagellazione, dove insegnava la storia e la geografia biblica nello Studio Biblico, e il Monte Nebo in Giordania. Era direttore del Museo archeologico nel quale sono conservati importanti materiali ritrovati negli scavi archeologici effettuati in Terra Santa. Al Monte Nebo, dove ogni anno arrivano migliaia di pellegrini padre Michele dirigeva le opere di scavo ed i progetti di recupero del Memoriale di Mosè. Dal Monte Nebo prendevano avvio le campagne di scavi nel deserto della Giordania dove egli aveva fatto importanti scoperte quali i monumenti bizantini dell’antica città cristiana di Madaba e le rovine di Umm al-Rasas identificata con l’antica città di Mefàa (fortezze moabita citata nella Bibbia nei libri di Geremia e Giosuè) dove nel complesso delle chiese di S. Stefano sono stati riportati alla luce alcuni splendidi mosaici risalenti ad un periodo compreso fra il sesto e l’ottavo secolo. In Giordania padre Michele aveva anche contribuito a far nascere  una scuola per il restauro del mosaico antico.
 Per queste sue conoscenze padre Michele veniva chiamato a tenere conferenze in tutto il mondo; partecipava a numerosi congressi sull’archeologia cristiana e bizantina della quale era uno dei massimi esperti mondiali.
 Padre Michele era autore di numerosi volumi dove vengono pubblicati i risultati dei suoi lavori di scavo. Libri preziosi per la comunità scientifica internazionale in quanto riportano scoperte che spesso costringono a riscrivere la storia o confermano documentalmente fatti solo intuiti.
 Nella presentazione del libro Abuna Michele francescano di Gerusalemme di Franco Scaglia si legge: “Figura affascinante come la terra in cui ha scelto di vivere per esplorarne i molteplici enigmi e contribuire a trasformarla in un luogo universale di vera pace, Abuna Michele, francescano di Gerusalemme, è la massima autorità archeologica della Terra Santa”.

Padre Michele, da esperto archeologo, criticava spesso la falsa archeologia che cerca solo scoop televisivi:
 “Ogni anno – scriveva – siamo di fronte a qualche falso ritrovamento importante: prima la tomba di Caifa, poi quella di Giacomo, adesso quella di Gesù. Il fatto è che quando arrivano notizie di questo tenore dalla Terra Santa vengono subito gonfiate dai giornali. Ma sono solo cose commerciali senza nessun fondamento scientifico”.

Duemila anni fa, un uomo, Gesù di Nazareth, figlio di un falegname, professò “parole” di pace, dialogo, fratellanza, tolleranza… e venne riconosciuto da molti come il messia, da altri come profeta, da altri ancora venne messo in croce perché “rivoluzionario”. Oggi, i luoghi della sua predicazione sono teatro di guerra, incomprensione, ostilità, chiusura. Luoghi sacri alle tre religioni monoteiste unite e al tempo stesso divise da quel lembo di terra così “arido” e così spirituale. In questo contesto Padre Michele ha voluto seminare la pace di Cristo.
 “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,?Da la quale nullo omo vivente po’ scampare.?Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!?Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male.?? Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiliate”.
 Mi permetterete di concludere con un altra preghiera: a Gerusalemme, quando il Signore richiama a se un suo servo, si dice questa benedizione:
  »Sia innalzato e santificato il nome del Signore, nel mondo da lui creato secondo la sua volontà. Faccia regnare il suo regno nella vostra vita e nei vostri giorni, e nella vita di tutta la stirpe di Giacobbe, ora e sempre. Benedetto il nome del Signore, sulla terra e nell’eternità. Sia benedetto, lodato, onorato, esaltato, magnificato e glorificato il Nome del Santo, sia egli benedetto, oltre ogni benedizione e ogni canto, oltre ogni lode e ogni consolazione che si pronunciano in questo mondo ».
 Grazie, Padre Michele, per tutto quello che hai fatto per lo Studio Biblico di Gerusalemme e per la Chiesa madre della città santa.

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