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Prof. Marcello Buscemi: « Verso la piena maturità di Cristo » (II parte)

DEL PROF. MARCELLO BUSCEMI:

VERSO LA PIENA MATURITÀ DI CRISTO

Aspetti della perfezione cristiana in San Paolo

SECONDA PARTE

b) il modello divino: Cristo, l’uomo nuovo

Legato intimamente al tema della nostro “essere santi e immacolati”, Paolo pone il tema del nostro essere predestinati ad “essere figli” (Ef 1,4-7). L’elezione alla santità Dio l’ha concepita come un rapporto familiare tra Padre e figli, più precisamente come un nostro partecipare al rapporto che intercorre tra il Padre e il Figlio del suo amore. Siamo figli nel Figlio. Ed è in Cristo che il progetto di amore si concretizza in maniera dinamica e progressiva all’interno del “telema” divino. In lui, che è il Figlio in cui il Padre si compiace, noi siamo predestinati ad essere figli in cui risplende la santità a gloria della sua grazia (1,6). Tutta la vita del cristiano è orientata, destinata all’amore (1,4) e ha come modello l’amore stesso di Cristo (Ef 1,5; Rom 3,29; Fil 3,21): far risplendere nella propria esistenza la gloria del Padre (1,6), la ricchezza della sua grazia (1,7), la grandezza del suo amore infinito (1,5.11). Nessuno, però, può realizzare tale progetto divino con le proprie forze: l’autogiustificazione, come l’autorealizzazione, è fuori dallo schema teologico paolino. Per questo la nostra adozione a figli, nel progetto divino, avviene “per mezzo di Cristo” e avendo come modello Cristo (1,5), “l’uomo nuovo”, con il quale ogni credente deve confrontarsi e del quale deve portare l’immagine (Ef 2,15). Riprodurre gli stessi lineamenti di Cristo al punto di “essere “uno in lui” (Gal 3,28), perché solo “chi è in Cristo è una nuova creatura” (2Cor 5,17). Questo “uno” è “l’unico uomo Cristo Gesù” (Rom 5,15-17), l’Adamo escatologico, nel quale noi troviamo il dono della grazia sovrabbondante di Dio (Rom 5,15). L’uomo nuovo è Cristo, in cui tutti noi siamo riconciliati con Dio mediante la sua croce e formiamo un solo corpo (Ef 2,16), per avere in un solo spirito accesso al Padre (Ef 2,18). In lui non sono annullate le differenze, ma valorizzate in vista della “nuova creazione”, dell’“uomo nuovo”.

c) la crescita: sotto la guida dello Spirito

La nostra perfezione/maturità è opera di Dio, che la porta a compimento nel tempo sotto l’azione incessante e perfezionatrice dello Spirito. La nostra “santificazione”, proprio perché è un progetto, si matura “nel tempo”, meglio “nell’amministrazione dei tempi” (Ef 1,10) voluti da Dio, che li porta avanti e li guida verso la loro pienezza, perché raggiungano lo scopo per cui sono stati stabiliti. Sono tappe di grazia e di benedizione, segnate dalla benevolenza divina, nelle quali si realizza il progetto di Dio a nostro favore. Il tempo scorre, ma è nelle mani di Dio, che lo guida per le sue vie, lo porta al compimento attraverso i momenti della sua grazia per raggiungere “la pienezza del tempo” (cfr Gal 4,4). In questo scorrere del tempo e attraverso i tempi, il credente deve rimanere in sintonia con Dio mediante lo Spirito: “Non spegnete lo Spirito” (1Tes 5,19). Lo Spirito Santo, infatti, è in azione nella vita del cristiano sin dall’inizio della “vita nuova in Cristo”, sin dal battesimo. Paolo lo afferma chiaramente in Gal 3,3: “Dopo aver cominciato mediante lo Spirito, ora volete essere condotti alla perfezione mediante la carne?”. Nel battesimo il credente, dopo “essersi lasciato crocifiggere con Cristo” (Gal 2,19-20), ha ricevuto lo Spirito (Gal 3,3) e lo Spirito abita in lui (Rom 8,9-11). Ha inizio “la vita nuova in Cristo” e il cristiano la vive “mediante lo Spirito”. “In lui anche voi, dopo aver udito la parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, dopo aver creduto, siete stati contrassegnati con lo Spirito della promessa” (Ef 1,13-14). Lo Spirito, in primo luogo, agisce nel cuore dei credenti. Egli, infatti, è stato inviato da Dio nei nostri cuori (Gal 4,6) e “ci ha segnati col suo sigillo e ha posto la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2Cor 1,21-22). E tale avvento ha un primo effetto descritto da Rom 5,5: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato”. Sta qui tutta la vita del cristiano: mediante la fede espressa nel battesimo abbiamo ricevuto il dono dello Spirito; ricevuto lo Spirito bisogna “camminare secondo lo Spirito”, attendere “la speranza della giustificazione” (Gal 5,5), vivere la fede agente mediante l’amore. E l’amore è libertà dalla legge (5,18), da un’esistenza egoista (5,24), dal peccato (Gal 3,22) e dal dominio minaccioso del mondo presente (Gal 1,4; 6,14). È vivere da creature nuove (Gal 6,15), da figli di Dio (Gal 4,5-7). Ma l’azione potente dello Spirito ci plasma interiormente, solo “se realmente viviamo secondo lo Spirito, per conformarci allo Spirito” (Gal 5,25). Notate la condizionale della realtà: quel “se realmente” prende di mira tutti i nostri “se”, “ma”, in una parola tutti i nostri contorcimenti mentali e compromessi comportamentali da “persone immature”. Non si può giocare con lo Spirito, non lo si può prendere per il naso (Gal 6,7). Bisogna decidersi costantemente per una lotta senza concessioni alla carne, al nostro egoismo, in modo che lo Spirito divenga l’orizzonte interiore del nostro vivere in Cristo e la forza determinante della nostra crescita spirituale. “Non spegnere lo Spirito” (1Tes 5,19), ma seguirne sempre e con obbedienza le sollecitazioni interiori. Solo allora si divieni liberi e persone mature in Cristo, perché si abbandona il comportamento da bambini e si adempie perfettamente da adulti la legge di Dio, l’amore.

3) La maturità cristiana tra presente e futuro

Paolo in 2Cor 4,18 afferma: “L’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”. È un’affermazione

poderosa che mette in giusto rilievo la dinamicità e la progressività del “vivere in Cristo”. L’opzione che il cristiano ha fatto nel momento del battesimo non è solo un atto momentaneo e isolato che introduce il credente nella vita cristiana, ma è insieme inizio e sviluppo progressivo (Fil 1,25), “di fede in fede” (Rom 1, 17), del vivere sotto l’azione efficace e salvifica di Dio che giustifica, del nostro “essere e vivere in Cristo” nella speranza, del nostro “camminare secondo lo Spirito” lasciandoci plasmare dalla sua azione di grazia e operare nell’amore in risposta al progetto di Dio su di noi. Solo una vita segnata dalle tre virtù teologale può formare giorno per giorno la nostra personalità cristiana e la nostra maturità in Cristo.

a) maturità e fede: forti nella fede

Il vocabolario paolino della fede, come del resto anche quello neotestamentario, è estremamente dinamico. Ciò è già evidente nel termine “credere”, dato che il verbo in se stesso indica l’azione di una persona che presta fede ad un altro, gli dà il suo assenso, si abbandona a lui e in lui. La stessa cosa avviene per il termine greco “pistis”, che noi traduciamo con “fede”. Nella lingua greca è un sostantivo astratto di azione e quindi non indica uno stato o una situazione in cui ci si viene a trovare e in cui si rimane fermi o immobili, ma esprime un movimento interno della persona verso qualcuno, una risposta a chi per primo ci ha interpellato, una relazione vitale con qualcuno. Una fede statica è inconcepibile per Paolo, un controsenso. Per lui la fede è movimento, avvenimento salvifico, relazione con qualcuno, un “correre per afferrare Cristo, che prima ci ha afferrato” (Fil 3,12), un “correre verso la meta, per conseguire il premio di quella superna vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3, 14), “un vivere nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), un cominciare per mezzo dello Spirito per arrivare alla perfezione del Cristo Signore (Gal 3,3). In breve: per Paolo la fede è vita, e “il mio vivere è Cristo” (Fil 1,21).Tale visione dinamica della fede investe e determina tutta l’esistenza del cristiano: il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo futuro. La fede investe la totalità del nostro essere personale: Cristo ha salvato tutto l’uomo e tutte le dimensioni spazio-temporali della sua esistenza. Per questo, quando il cristiano professa: “io credo in Gesù Cristo”, egli esprime una convinzione di fede sul suo passato di schiavitù al peccato, alla carne, al mondo, alla morte. Egli grida a tutti: io credo in Cristo che mi ha liberato dal peccato, da questa potenza oscura (Col 1,13), perversa, demoniaca, che afferra le profondità dell’animo umano, rendendolo un “bambino senza giudizio e senza discernimento”, schiavo della cattiveria, dell’impurità, dell’empietà (Rom 7,7-8,4; Gal 5,19-20). In tale proclamazione, il mio presente viene investito dalla fede, divenendo determinazione del mio agire (Col 3,17.23), del mio pensare (Fil 2,1-5; 4,2; Rom 12,16), del mio sentire (Fil 2,5), del mio soffrire (Fil 1,29; Col 1,24; 2Cor 12,10), del mio gioire (Rom 15,13; Gal 5,22; Fil 4,4-7), del mio gloriarmi (1Cor 1,30; 2Cor 12,5-10), in una parola del mio vivere ed esperimentare la storia e il mondo (1Cor 3,22-23). Nella fede il mio presente acquista senso e si apre ad un compimento più grande: il divenire adulti in Cristo. L’essere umano si apre al futuro di Dio: la vita diviene possibilità (Fil 1,20b), impegno (2Cor 11,22-29), superamento incessante fino a che comparirà Cristo, vita nostra, per farci partecipi della sua gloria (Col 2,4).

b) Maturità e speranza: costanti nella speranza

Pascal, riflettendo sulla fede, l’ha definita “un salto nel buio”, una “scommessa” per Dio. Decidersi per qualcosa o per qualcuno richiede coraggio. Ma ciò può considerarsi valido per gli inizi della fede, quando l’uomo, superata una certa resistenza mentale ed esistenziale, decide di affrontare la meravigliosa avventura con Dio. Parlare, invece, di “coraggio della fede” per chi ha già scelto di “vivere nell’obbedienza della fede” e nella speranza che attende il compimento può sembrare fuori luogo. Eppure non è così: per vivere ogni giorno la propria fede e rimanere saldi nella speranza ci vuole coraggio. Esso è richiesto dalla stessa struttura dinamica della fede e della speranza: per il credente ogni momento della sua vita è “decisione per Dio”. Una decisione dell’intelligenza, della volontà, del cuore, costantemente diretti e orientati verso Dio come l’ago della bussola verso il Nord. Tale orientamento, per Paolo, è possibile solo se il cristiano si lascia penetrare e guidare dallo Spirito, la forza meravigliosa e prodigiosa donata al credente (Gal 3,2.5) come fonte della nuova vita e come norma costante e dinamica del suo camminare nella speranza: “Quelli che sono secondo lo Spirito, aspirano alle cose dello Spirito … e ciò a cui tende lo Spirito è vita e pace … è vita per la giustizia” (Rom 8,5-9). Lo Spirito Santo è pertanto il coraggio della decisione del credente, in quanto lo spinge all’intelligenza della fede nel suo vivere quotidiano: “Noi non abbiamo ricevuto lo Spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che Dio ci ha gratuitamente largite; e di queste parliamo, non con parole suggerite dalla sapienza umana, ma con quelle insegnate dallo Spirito, adattando a uomini spirituali dottrine spirituali” (1Cor 2,12-13); incita la volontà del credente a camminare in maniera degna di Cristo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e concupiscenze” (Gal 5,24-25), per produrre “il frutto dello Spirito, l’amore” (Gal 5,22-23); muove il suo cuore ad elevare il grido della sua figliolanza divina: “Ora, poiché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori per gridare: Abba! Padre!” (Gal 4,6). In tale visione, lo Spirito Santo non è soltanto un eccellente maestro di vita, ma anche operatore e donatore di vita: è il coraggio della nostra fede, la scintilla vitale e potente che fa scattare la nostra decisione per Dio e per Cristo. Grazie allo Spirito, il credente nasce, cresce e arriva all’uomo perfetto, alla misura della pienezza della maturità di Cristo” (Ef 4,13).

c) maturità e carità: operosi nella carità

Esiste un intimo rapporto tra fede, speranza e agire credente. È vero: Paolo spesso definisce la vita cristiana come un “rimanere saldi nella fede, nel Signore” (cfr 1Cor 16,13; Gal 5,1; Fil 1,27; 4,1; 1Tes 3,8). Ma attenzione: bisogna “rimanere saldi” nella concretezza della nostra vita. In tal senso, il “rimanere saldo” non è semplice attesa della “speranza della giustificazione” (Gal 5,5), ma concreta e attiva realizzazione di questa giustificazione accettando nella propria vita il piano salvifico della promessa di Dio in Cristo, una fede agente per mezzo della carità (Gal 5,6), un cammino di fede amorosa che produce gioia, pace, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza e temperanza (Gal 5,22-23), in un progressivo e deciso morire alle esigenze della carne (Gal 5,17.24-25) per vivere per Dio nello Spirito. Pertanto, il “rimanere saldi nella fede” è un’esistenza fondata sulla fede in Cristo, vissuta nella speranza dell’adempimento della promessa di Dio per mezzo dello Spirito, attuata nell’amore secondo la radicalità di Dio espressa nella “legge di Cristo” (Gal 6,2). Il cristiano non è individuo senza legge, un fuorilegge, ma uno che ha accettato e lascia operare in sé “la legge di Cristo”, meglio: “la legge che è Cristo”. Non un principio esterno di moralità, ma una persona vivente che lo rende “conforme a sé” (cfr 1Cor 9,21) per mezzo della “legge dello Spirito di vita nel Cristo Gesù”. Non si tratta, pertanto, di rimpiazzare una legge con un’altra, né di compiere questa o quell’altra opera per avere la salvezza, ma di vivere con radicalità, dietro l’esempio di Cristo e sotto la guida dello Spirito, la legge dell’amore, “la legge di Cristo”, che per primo “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20). E “l’opera della fede”, di cui parla Paolo in 1Tes 1,3 e 2Tes 1,11, è l’amore che anima la fede. Paolo lo afferma chiaramente in Gal 5,6: “ciò che conta è la fede operante/se opera per mezzo della carità”. Il principio essenziale della vita cristiana non cambia: è la fede. Ma non una fede qualsiasi o una fede astratta, ma la fede che qualifica se stessa operando per mezzo dell’amore. Così, fede e amore non possono essere

separate: la fede fonda la nostra esistenza in Cristo, l’amore la rende viva per la potenza dello Spirito Santo, sotto la cui guida diveniamo maturi in Cristo, fecondi di ogni opera buona e attendiamo la pienezza della giustificazione di Dio.

d) maturi nella Chiesa e per la Chiesa

Raggiungiamo, così, la dimensione comunitaria della maturità cristiana sotto l’azione perfezionatrice dello Spirito. La sua azione non è diretta solo a formare l’individuo, il cristiano secondo lo Spirito, ma attraverso la formazione dei singoli credenti tende soprattutto ad edificare la comunità ecclesiale, il “corpo di Cristo”. “E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, sia Giudei sia Greci, sia servi, sia liberi; tutti ci siamo abbeverati in un solo Spirito” (1Cor 12,13). Attraverso l’azione dell’unico Spirito si costituiscono le membra dell’unico corpo di Cristo. Come all’inizio della prima creazione, nel soffio dello Spirito si forma la Chiesa, corpo di Cristo (cfr Col 2,18a). Per mezzo della fede siamo tutti divenuti figli di Dio e nel battesimo ci siamo rivestiti di Cristo e “non c’è più né Giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna, ma tutti voi siete uno nel Cristo Gesù” (Gal 3,26-28). La morte di Cristo ha annullato le differenze e per tutti i popoli la benedizione di Abramo è divenuta una realtà, perché tutti abbiamo ricevuto lo Spirito promesso (Gal 3,13-14). Ed è lo Spirito Santo che crea la comunità, la fa divenire un corpo solo, un solo “uomo nuovo”. Egli realizza, attualizza e manifesta il nostro “essere uno in Cristo”, in modo che noi siamo nel Cristo e Cristo è in noi (Gal 2,20). Nello Spirito diveniamo una comunità viva, afferrata da Cristo Signore nel più profondo della nostra esistenza (Gal 2,20), efficace nella potenza dei carismi che il Padre ci elargisce (Gal 3,5). Per questo Paolo può scrivere in 1Cor 12,4-11: “Vi sono diversità di carismi, ma identico è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma lo stesso è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma lo stesso è Iddio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Tale testo è importante: 1º) perché mette in evidenza che è Dio che opera tutto in tutti, elargendoci lo Spirito e i doni dello Spirito (cfr Gal 3,5). 2º) Tutto deriva dall’unico Spirito: nella vita cristiana la cosa più importante non è possedere questo o quell’altro carisma; i carismi sono manifestazioni dell’unico Spirito e pertanto ciò che conta è “ricevere lo Spirito” ed essere fedeli e obbedienti a lui, in modo da produrre sotto la sua guida il frutto dello Spirito: l’amore. 3º) Ogni manifestazione dello Spirito è per il bene comune: ciascuno deve operare come membro dell’unico corpo, che, pur nella diversità dei carismi e della propria storia personale, deve divenire “uno in Cristo” (Gal 3,28) e contribuire ad edificare l’uomo nuovo “nel Cristo Gesù” (Ef 2,14-16): “in lui l’intero edificio, ben compaginato, cresce in tempio santo nel Signore; in lui anche voi, insieme con gli altri, venite costruiti per divenire abitazione di Dio in virtù dello Spirito” (Ef 2,21-22). Tutti i carismi sono dati per l’edificazione della Chiesa di Dio nella carità, “in maniera che perveniamo tutti alla perfetta unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, alla misura della piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO (1 – IL SEGUITO SUBITO SOTTO)

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO (1 – IL SEGUITO SUBITO SOTTO)

stralcio dal libro: Ratzinger J., La Chiesa, una comunità sempre in cammino, titolo originale “Zur Gemienschaft gerufen”, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1991

(non metto le citazioni, sono poche e in lingua tedesca, mi sembra un sovrappiù per un Blog)

CAPITOLO I: Origine e natura della Chiesa

Le sezioni di questo capitolo:

1. Considerazioni metodologiche preliminari

2. La testimonianza neotestamentaria sull’origine e la natura della Chiesa

a) Gesù e la Chiesa

b) La auto designazione della Chiesa come ekklesia

c) La dottrina paolina della Chiesa come corpo di Cristo

3. La visione della Chiesa negli Atti degli Apostoli

pagg. 23-28

La nozione neotestamentaria di popoli di Dio non va dunque in alcun modo pensata separatamente dalla cristologia. Questa, d’altra parte, non è una teoria astratta, bensì un evento che si concreta nei sacramenti del battesimo e dell’eucarestia. In essi la cristologia si apre alla dimensione trinitaria. Difatti questa infinita ampiezza e apertura può essere solo del Cristo Risorto, del quale san Paolo dice: “Il Signore è lo Spirito” (2Cor 3,17). E nello Spirito noi diciamo con Cristo: “Abbà”, perché siamo diventati figli (cfr. Rm 8,15; Gal 4,5). Paolo dunque non ha introdotto in concreto nulla di nuovo chiamando la Chiesa “corpo di Cristo”; egli ci offre solo una formula concisa a indicare ciò che sin dal principio era caratteristico della Crescita della Chiesa. È totalmente falsa l’affermazione, pur ripetuta in continuazione, che Paolo non avrebbe fatto altro che applicare alla Chiesa un’allegoria diffusa nella filosofia stoica del suo tempo. L’allegoria stoica paragona lo Stato a un organismo in cui tute le membra devono cooperare. L’idea dello Stato come organismo è una metafora per indicare la dipendenza di tutti da tutti e quindi l’importanza delle diverse funzioni che sono all’origine della vita di una collettività. Questo paragone veniva utilizzato per calmare le masse in agitazione e richiamarle alle loro funzioni che sono all’origine della vita di una collettività. Questo paragone veniva utilizzato per calmare le masse in agitazione e richiamarle alle loro funzioni: ogni organo ha una sua particolare importanza; è insensato che tutti vogliano essere una stessa cosa, perché allora, anziché divenire qualcosa di più elevato, si abbassano tutti e si distruggono a vicenda.

È incontestabile che Paolo abbia ripreso anche questi pensieri, per esempio quando dice ai Corinti in lite fra loro che sarebbe insensato se d’improvviso il piede volesse essere mano, ho l’orecchio occhio: “Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? Ma Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come ha voluto…Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo” (1Cor 12, 16ss). L’idea del corpo di Cristo in sa Paolo non si esaurisce tuttavia in simili riflessioni sociologiche e filosofico-morali; in tal caso sarebbe solo una glossa marginale all’originario concetto della Chiesa. Già nel mondo pre-cristiano greco e latino la metafora del corpo andava oltre. L’idea platonica secondo cui tutti il mondo costituisce un unico corpo, un essere vivente, fu sviluppata dalla filosofia stoica e ricollegata al concetto della divinità del mondo. Ma questo esula da quello che stiamo trattando. Perché le vere radici del’idea paolina del corpo di Cristo sono sen’altro intrabibliche. Tre sono le origini accertabili di quest’idea nella tradizione biblica.

C’è anzitutto sullo sfondo la nozione semitica di “personalità corporativa”, che si esprime ad esempio nel pensiero: noi tutti siamo Adamo, un unico uomo in grande. Nell’epoca moderna con la sua esaltazione del soggetto quest’idea è diventata del tutto incomprensibile.’io è ora una roccaforte, dalla quale non si esce più. È tipico il fatto che Cartesio cerchi di dedurre tuta la filosofia dall’”io penso”, perché soltanto l’io appariva ancora disponibile. Oggi la nozione di soggetto a poco a poco si dissolve nuovamente; diviene evidente che non esiste un io rigidamente chiuso in se stesso, dato che molteplici forze penetrano in noi e da noi promanano. Nel contempo si torna di nuovo a comprendere che l’io si forma a partire da tu e che i due si compenetrano reciprocamente. Così potrebbe essere di nuovo accettabile quella visione semitica della personalità corporativa, senza la quale difficilmente si può entrare nell’idea del corpo di Cristo.

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO – (2)

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO

(2 – PRIMA PARTE SUBITO SOPRA)

Esistono, inoltre, due radici più concrete della formula paolina. L’una è presente nell’eucarestia, con la quale il Signore stesso ha formalmente determinato il sorgere di questa idea. “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo”, dice Paolo ai Corinti, nella stessa lettera, dune, in cui sviluppa per la prima volta la dottrina del corpo Cristo (1Cor 10, 16s). Qui noi troviamo il suo vero fondamento; il Signore diviene il nostro pane, il nostro nutrimento. Egli ci dà il suo corpo; una parola che però va pensata a partire dalla risurrezione e dallo sfondo linguistico semitico da cui muove San Paolo. Il corpo è il sé di un uomo, che non si risolve nel corporeo, Cristo ci dà se stesso, lui che, in quanto risorto, è rimasto corpo. Sebbene in modo nuovo, il fatto esteriore del mangiare diviene l’espressione di quel compenetrarsi di due soggetti che già poch’anzi abbiamo preso brevemente in considerazione. Comunione significa che la barriera apparentemente invalicabile del mio io viene infranta e può essere infranta poiché Gesù per primo ha voluto aprire tutto se stesso, ci ha tutti accolti dentro di sé e si è dato totalmente a noi. Comunione significa dunque fusione delle esistenze; come nell’alimentazione il corpo può assimilare una sostanza estranea, e così vivere, così il mio io viene “assimilato” a Gesù steso, fatto simile a lui in uno scambio che spezza sempre di più le linee di separazione. È quanto avviene a quelli che si comunicano; tutti vengono assimilati a questo “pane” e divengono così tra loro una solo cosa: un solo corpo. In questo modo l’eucarestia edifica la Chiesa, aprendo le mura della soggettività e radunandoci in una profonda comunione esistenziale. Per essa ha luogo l’ “adunanza” tramite la quale il Signore ci riunisce. La formula: “la Chiesa è il corpo di Cristo” afferma dunque che l’eucarestia, in cui il Signore ci dà il suo corpo e fa di noi un solo corpo, è il luogo dell’ininterrotta nascita della Chiesa, nel quale egli la fonda sempre di nuovo; nell’eucarestia la Chiesa è se stessa nel modo più intenso; in tutti i luoghi e nondimeno una sola, così come lui è uno solo.

Con queste riflessioni siamo giunti alla terza radice del “corpo di Cristo” nella concezione paolina; l’idea del rapporto sponsale o – se vogliamo esprimerci in termini neutrali – la filosofia biblica dell’amore, che è inseparabile dalla teologia eucaristica. Questa filosofia dell’amore si presenta subito al principio della Sacra Scrittura, a conclusione del racconto della creazione, allorché ad Adamo viene attribuita la parola profetica: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Una sola carne, vale a dire: un’unica nuova esistenza. Anche questa idea del divenire una sola carne nell’unione di anima e corpo dell’uomo e della donna viene ripresa nella prima lettera ai Corinzi da Paolo, il quale precisa che essa si avvera nella comunione: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6,17). Anche qui la parola “spirito” non deve essere intesa seconda la sensibilità linguistica moderna, ma dobbiamo leggerla nell’accezione paolina; in tal caso non è così lontana dal “corpo” nel significato. Essa vuole indicare una sola esistenza spirituale con colui che nella risurrezione è divenuto “Spirito” dallo Spirito Santo ed è rimasto corpo nell’apertura dello Spirito Santo. Ciò che poco fa è stato sviluppato a partire dall’immagine del nutrimento, diviene ora più trasparente e comprensibile a partire da quella dell’amore; nel sacramento come atto dell’amore avviene questa fusione di due soggetti che superano la loro divisione e divengono una cosa sola. Il mistero eucaristico, proprio nell’applicazione metaforica dell’idea sponsale, rimane il nucleo del concetto di Chiesa e della sua definizione mediante la formula “corpo di Cristo”.

Ma ora appare in primo piano un nuovo e più importante aspetto, che potrebbe essere dimenticato in una teologia sacramentaria di corto respiro, ed è che la Chiesa è corpo di Cristo nel modo in cui la moglie insieme al marito diviene un solo corpo e una sola carne. In altre parole: essa è corpo non secondo una identità indifferenziata, ma in virtù dell’atto pneumatico-reale dell’amore che unisce gli sposi. Detto ancora con altri termini: Cristo e la Chiesa sono un corpo nel senso in cui marito e moglie sono una sola carne, così che pur nella loro inscindibile unione fisico-spirituale restano tuttavia non mescolati e non confusi. La Chiesa non diventa semplicemente Cristo, essa rimane la serva che nel suo amore egli innalza a sua sposa che cerca il suo volto in questa fine dei tempi. Ma in questo modo sul fondamento dell’indicativo che si annuncia nelle parole “sposa” e “carne”, appare anche l’imperativo dell’esistenza cristiana. Diviene perciò evidente il carattere dinamico del sacramento, che non è una realtà fisica predeterminata, ma qualcosa che si realizza a livello personale. Proprio il mistero dell’amore come mistero sponsale manifesta l’immensità del nostro compito e la possibilità di caduta nella Chiesa. Sempre di nuovo, attraverso l’amore unificante, essa deve divenire ciò che essa è, e sottrarsi alla tentazione di rifiutare la propria vocazione per cadere nell’infedeltà di un’arbitraria autonomia. Diviene evidente il carattere redazionale e pneumatologico dell’idea di corpo di Cristo e della concezione sponsale, e la ragione per cui la Chiesa non è mai giunta a perfezione ma ha sempre bisogno di rinnovamento. Essa è sempre in cammino verso l’unione con Cristo: ciò che comporta anche la sua propria, interiore unità che diviene, viceversa, tanto più fragile, quanto più si allontana da questo rapporto fondamentale.

P. Marco Adinolfi: « Per voi diventò povero essendo ricco » (2Cor 8,) – post n. 2

« PER VOI DIVENTÒ POVERO ESSENDO RICCO » (2Cor 8, 9)

P. MARCO ADINOLFI

stralcio dal libro: L’incarnazione l’attualità di un messaggio, studio interdisciplinare a cura di Vincenzo Battaglia, Edizioni O.R. – Milano 1985;

la traslitterazione è quella del professore, ma non ho la possibilità di mettere gli accenti;

71-75

« 3.  

2Cor 8,9 è considerato comunemente molto vicino a Fil 2, 6-11, al punto che si è potuto chiamarlo il suo commento o un quasi suo parziale. Pur mostrando però con esso affinità sostanziali (natura divina – svuotamento esaltazione in Fil, ricchezza – impoverimento – arricchimento in 2Cor), il nostro passo se ne discosta per il timbro soteriologico. In Fil è in Cristo che alla catabasi dell’autospogliazione segue l’anabasi della glorificazione da parte di Dio Padre. In 2Cor invece l’autoimpoverimento di Cristo è intrapreso per gli uomini, così come l’arricchimento che ne segue non riguarda Cristo ma gli uomini. È quanto risulta anche dalla posizione preminente riservata al pronome voi:

(di’hymas)

diventò povero

essendo ricco

perché voi (hina hymeis)

con la sua povertà diventaste ricchi>

Come in altri casi, anche qui il dia con l’accusativo (di’hymas) oltre alla causa denota anche lo scopo: voi siete il movente e l’obiettivo dell’impoverimento di Cristo. Per cui non sembra che questo di’hymas sia hyper hymon soteriologici> il cui significato è invece e in .

4.

La povertà che diventa mezzo di ricchezza (ptocheiai è dativo strumentale): un paradosso come altri di stile paolino che presentano l’insondabile mistero della salvezza messianica recata da Cristo.

Alcuni esempi:

per noi (hyper hemon)

lo rese peccato

perché noi (hina hemeis)

diventassimo giustizia di Dio in lui> (2Cor 5,21).

ci ha riscattati

dalla maledizione della legge

divenendo lui stesso per noi

maledizione> (Gal 3,13)

nato da donna

nato sotto la legge

per riscattare

coloro che erano sotto la legge

perché ricevessimo

l’adozione filiale> (Gal 4, 4-5)

Secondo Paolo Cristo si carica del peccato degli uomini (si rende ) perché gli uomini diventino santi, accetti a Dio (siano ); si fa per liberarci dalla maledizione meritata come violatori della legge; si rende figlio di una creatura umana per farci figli adottivi di Dio, nasce sotto la legge per affrancarci dalla legge accusatrice dei suoi trasgressori. Si vorrebbe scorgere in questi tre brani e nel nostro lo stesso dramma che si svolge in tre tempi. 1° tempo: da una parte il Figlio di Dio infinitamente perfetto (, ), dall’altra gli uomini oppressi da ogni miseria (operatori di peccati, oggetto di maledizione, semplici mortali, schiavi della legge). 2° tempo: il figlio di Dio si incarna assumendo tutte le miserie umane ( , si fece e , nacque da una donna e sotto la legge). 3° tempo: gli uomini sono liberati dalle loro miserie (diventano ricchi e giusti, sono riscattati dalla maledizione e dalla legge, sono resi figli adottivi di Dio).

Dei tre brani citati, 2Cor 5, 21 è stilisticamente più vicino al nostro, sia per l’enfasi data ai destinatari della salvezza ( , , cfr. , ), sia per l’antitesi tra il Salvatore e i salvati (Cristo-peccato e uomini giustizia; cfr. Cristo povero e uomini ricchi). È possibile infatti al seguente sinossi:

2 Cor 8,9 2Cor 5,21

a) per voi c) colui che non conosceva peccato

b) diventò povero a) per noi

c) essendo ricco b) lo rese peccato

d) perché voi d) perché noi

e) con la sua povertà f) diventassimo giustizia.

f) diventaste ricchi.

C’è ancora da chiedersi: che cosa è la ricchezza di 2Cor 8,9 per cui gli uomini sono diventati ricchi? Nella sua omelia di commento al nostro passo San Giovanni Crisostomo affermava: . Più concisamente, la ricchezza di cui sono stati dotati gli uomini è l’opulenza dei beni messianici, la pienezza escatologica che Paolo chiama altrove salvezza, (soteria). Meditando per esempio sul rifiuto degli Israeliti di credere in Gesù Cristo, l’apostolo osserva che soteria) alle genti>, e subito dopo soggiunge che ploutos) del mondo> (Rm 11, 11.12).

5. (8,7)

Il valore inestimabile del quadro soteriologico di 2Cor 8,9 non deve far perdere di vista lo scopo specifico per cui è stato tracciato. Paolo ha inteso presentare il modello e la fonte della generosità che i Corinzi sono invitati a mostrare in favore della comunità madre di Gerusalemme. Non poche volte l’apostolo esorta i fedeli a riprodurre esistenzialmente l’esperienza concreta di Gesù per quanto riguarda, ad esempio, la sopportazione delle sofferenze a causa del vangelo (cfr. 1Ts 1,6; Rm 5, 1-3), il compiacimento del prossimo e non di se stessi (Fil 2,5ss), il perdono delle offese (Col 3,13). Semplificando, si può dire che per Paolo l’esemplarità di Gesù riguarda soprattutto l’abnegazione, la rinuncia a far prevalere se stesso e i propri diritti e interessi personali. Ciò che in « Cor 8,9 viene chiamato povertà, ptocheia. Ma riprodurre l’esperienza cristica dell’abnegazione, della povertà, non è questione di ascesi, intesa questa come sforzo puramente umano. È obbedienza al Signore Gesù che dà ai Corinzi il comando e insieme la grazia (charis), e dunque la capacità, di seguirlo per una strada che egli ha percorso per primo fino in fondo. Ai cristiani dell’Istmo non sarà dunque difficile essere generosi con i fedeli di Gerusalemme. essendo stati arricchiti da Cristo, non avranno che da riversare su quei bisognosi le infinite risorse, di cui sono stati colmati, per mezzo di aiuti economici. Da donatari sarà loro agevole trasformarsi in donatori. Così facendo, saranno ancora infinitamente distanti dal loro Signore che si è impoverito per arricchirli.

la vostra abbondanza

supplisca alla loro indigenza

perché anche la loro abbondanza

supplisca alla vostra indigenza.> (8,14).

I Corinzi non diventeranno poveri aiutando i fratelli gerosolimitani, ma si arricchiranno di più. In cambio dei beni materiali di cui si saranno privati, riceveranno dai loro assistiti beni spirituali.

* * *

Impoverirsi per arricchire. È una costante paradossale della storia della salvezza. Soltanto con l’autosvuotamento dell’abnegazione si può riempire il vuoto deplorevole degli altri. È quanto ha realizzato il Signore nostro Gesù Cristo secondo 2Cor 8,9. Pur conservando la in abdicabile natura divina (), ha assunto la natura umana con tutti i suoi limiti umilianti, assoggettandosi alla nascita e alla morte e finanche alla povertà economica ( ). Lo ha fatto per colmare l’abisso della nostra miseria con i tesori della sua grazia ( ). È quanto ha realizzato San Paolo. In difesa dell’autenticità del suo ministero apostolico, presenta la sua carta d’identità dichiarando tra l’altro: ptochoi) mentre arricchiamo (ploutizontes) molti>. (2Cor 6,10). Rinunziando generosamente a ogni risorsa umana, ha fatto spazio a Dio: (12,9). E il signore ha riempito quello spazio con la sua grazia che traboccava fino a raggiungere e irrorare copiosamente i molti conquistati del messaggio del vangelo. È quanto ha realizzato San Francesco d’Assisi e con lui tutti quelli – e sono legione nella storia della Chiesa – che si sono messi alla scuola di colui che si è autodefinito ‘anaw, povero, vocabolo che la traduzione greca, secondo una seducente interpretazione del P. Joüon, avrebbe poi sdoppiato ed esplicitato con l’espressione (Mt 11, 29).

P. Marco Adinolfi: « Per voi diventò povero essendo ricco » (2Cor 8, 9) – post n. 1

« PER VOI DIVENTÒ POVERO ESSENDO RICCO » (2Cor 8, 9)

di questo studio faccio due post;

P. MARCO ADINOLFI

stralcio dal libro: L’incarnazione l’attualità di un messaggio, studio interdisciplinare a cura di Vincenzo Battaglia, Edizioni O.R. – Milano 1985;

la traslitterazione è quella del professore, ma non ho la possibilità di mettere gli accenti;

pagg. 67-75

« 

Prima di Origene la risposta a questa dottrina platonica l’ha già data più volte San Paolo. In 2 Cor 8,9, per esempio, oggetto del presente studio: < Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: per voi diventò povero essendo ricco, perché voi con la sua povertà diventaste ricchi (Ginoskete gar ten charin tou kyriou hemon Iesou Christou, hoti di ‘hymas eptocheusen plousios on, hina hymeis tei eieinou ptocheiai ploutesete)>.

1

Il testo fa parte dei capitolo 8 e 9 della seconda lettera ai Corinzi, dedicati alla colletta da destinare ai (Rm 15,26).

È nota la sollecitudine che, anche in ossequio agli impegni assunti (Gal 2,10), Paolo mostra nello stimolare i fedeli provenienti dal paganesimo a inviare aiuti alla comunità della Chiesa madre. Per l’apostolo è un debito contratto dai gentili nei riguardi di coloro da cui è partito il vangelo di Gesù con tutte le sue infinite ricchezze. (Rm 15,27).

Per quanto concerne 2Cor 8-9, nulla riflette meglio il pensiero paolino dei termini con cui si accenna alla colletta ecumenica. È chiamata prodigalità (adrotes: (, 20), messa in comune (koinonia: 9,13) servizio (diakonia: 8,4; 9, 1.12.13), servizio sacro (leitourgia: 9,2), benedizione (elogia: 9, 5), grazia (charis: 8, 4.6.7.9).

Proprio intorno a charis sembra ruotare il pensiero di Paolo. Il quale ricorda prima la (8,1) concessa da Dio ai prodigali Macedoni che hanno dato anche oltre le loro possibilità. Si augura poi che i Corinzi eccedano nella (8, 7) così come si segnalano già per la fede, l’eloquenza, la scienza, lo zelo e l’amore. Evoca infine, come ben nota alla comunità dell’Istmo (), (8, 9).

Ci troviamo con 8, 9 di fronte a una solenne affermazione dottrinale classificata dal Dibelius come parenesi attuale o occasionale, in quanto esortazione etico-religiosa finalizzata a un azione specifica, l’invio appunto dei soccorsi a Gerusalemme. Si accenna a Gesù presentato secondo la titolatura completa che ne sottolinea la sovranità universale (Signore nostro), l’umanità (Gesù) e la messianicità (Cristo).

Di Gesù si rileva la charis, grazia vocabolo complesso che esprime fondamentalmente il dono del generoso e gratuito amore salvifico di Dio in Gesù Cristo. È questo amore divino che ispira e muove la generosità dell’amore umano, colorato di riconoscenza nei riguardi di Dio e di Cristo, e di disinteresse nei riguardi del prossimo. Paolo invita qui i Corinzi alla charis di Gesù, alla sua autoblazione spontanea e misericordiosamente magnanima.

2.

In che consiste la grazia di Cristo? .

Quanto alla ricchezza di Gesù, non merita considerazione la stravagante opinione di Buchnan, secondo cui Gesù sarebbe nato abbondantemente fornito di beni di fortuna che avrebbe poi donato a una setta. È chiaro che Paolo allude a Cristo preesistente e alla ricchezza infinita della sua divinità: al dire di Sant’Agostino,

È stato notato che la ricchezza diventa per l’apostolo . In realtà Paolo esalta spesso la ricchezza di Dio, ricchezza di gloria (Rm 9,23; Ef 3, 16) e di grazia (Ef 1, 7; 2,7), di bontà pazienza longanimità (Rm 2, 4) e misericordia (Ef 2,4). E di Cristo celebra la ricchezza (Ef 3,8), la ricchezza verso chi lo invoca (Rm 10, 12), i tesori di sapienza e di scienza (Col 2,3) e la pienezza della divinità (Col 2,9).

D’accordo generalmente sul Gesù ricco, gli esegeti si dividono in un ventaglio piuttosto ampio di opinioni per quanto concerne il Gesù impoveritosi.

Qualcuno, tanto per cominciare, traduce eptocheusen con . Secondo la massima parte degli autori, invece, ci si trova davanti a un aoristo ingressivo (aoristo forma passiva del verbo) che, nei verbi indicanti condizione o stato, esprime l’inizio della condizione o dello stato. per cui eptocheusen va tradotto con [nella Bibbia CEI: si è fatto povero].

E Cristo divenne povero anzitutto assumendo e vivendo la misera natura umana. Dopo essersi chiesto Sant’Agostino prosegue: .

Con San Paolo allude all’incarnzione. Divenendo vero uomo, Gesù si consegnò in preda alla morte oltre che ai limiti, rischi e scacchi di qualsiasi esistenza umana. .

Sulla scia di Sant’Ireneo Origene segnala la correlazione necessaria esistente tra la nascita di Gesù e la sua vita culminata nel mistero pasquale: . E conclude: . Nello stesso senso, parlando della povertà di 2Cor 8,9, San Giovanni Crisostomo si esprime così:

Gesù assumendo la condizione ordinaria dei semplici figli di Adamo. E dunque, per usare espressioni paoline (cfr. 1Cor 15, 42-43.53), scelse, oltre alla mortalità invece dell’immortalità, anche la corruzione invece dell’incorruttibilità, lo squallore e il disonore invece dello splendore e della gloria, la debolezza invece della potenza.

Risulta invece più concreto il se si tiene presente la dottrina di molti Padri della Chiesa sul mistero del Verbo incarnato. In forza della kenosi (cfr. Fil 2,7), Gesù non si è spogliato, rinunziandovi, della divinità: plousios on significa . Si è molto svuotato, abdicandovi, degli attributi e delle prerogative della divinità. Della onnipresenza, per esempio, della onnipotenza, della onniscienza.

Se l’impoverimento di Gesù si identifica, come si identifica, con l’incarnazione vista in tutta la sua concretezza, il discorso può proseguire.

Il contesto parla degli aiuti economici ai poveri della Chiesa madre di Gerusalemme, verso i quali i Macedoni hanno già mostrato la loro generosità e i Corinzi sono esortati a mostrarla. Non si corre il pericolo di andare oltre il pensiero paolino o di interpretarlo inadeguatamente se con molti esegeti si dà a e a anche un senso socio-economico.

Gesù avrebbe potuto scegliersi un’esistenza umana al riparo da ogni vulnerabilità, all’insegna della ricchezza o almeno dell’agiatezza e della tranquillità. Ha preferito invece privarsi di qualsiasi possibilità di sicurezza e di difesa. Ha optato per una vita peggiore di quella delle bestie del campo e dell’aria. Si è condannato a non avere dove posare il capo (Mt 8,20). Ha rinunciato a crearsi una famiglia propria. Si è votato all’incomprensione dei familiari (Gv 7,2-9) e al rifiuto dei concittadini (Lc 4, 16-30). Si è lasciato costringere, perseguitato e braccato, a trasferirsi da una località all’altra per sottrarsi alla prigione e alla morte prima che scoccasse l’ora fissata.

Un impoverimento così assoluto, se da una parte rivela l’abisso di abnegazione a cui è giunto Gesù Cristo, dall’altra mostra proprio l’infinita potenza della sua ricchezza. .

di Joseph Ratzinger/ Papa Benedetto XVI: « Il legame tra eucaristia e fede in Paolo »

di Joseph Ratzinger/ Papa Benedetto XVI:

« IL LEGAME TRA EUCARISTIA E FEDE IN PAOLO »

(pongo questa lettura anche sotto la categoria: teologia-cristologia ed ecclesiologia)

stralcio dal libro: La Comunione nella Chiesa, Edizioni San Paolo 2004, Cinisello Balsamo (MI) 2004, dal: Cap. V Eucaristia e Missione, parte prima: « La teologia della croce come presupposto e fondamento della teologia eucaristica », 1. « La teologia della croce come presupposto e fondamento della teologia eucaristica », pag 97-101:

« …Se…cerchiamo di cogliere il legame fra eucarestia e fede secondo Paolo, emerge allora come prima cosa che esistono tre strati molti diversi nella presentazione del tema, che certamente sono strettamente legati tra loro nelle loro radici e nelle loro intenzioni. Vi è anzitutto l’interpretazione della morte in croce di Cristo con categorie culturali, che costituisce il presupposto interiore di ogni teologia eucaristica. oggi noi percepiamo a stento la grandezza di questa intuizione. Un evento in sé profano, l’esecuzione di un uomo nel più crudele dei modi possibili, viene descritto come liturgia cosmica, come apertura del cielo serrato, come l’avvenimento nel quale ciò che in tutti i culti è ultimamente inteso e invano cercato finalmente diventa realtà. Paolo, utilizzando antiche formule prepaoline, ha elaborato il testo fondamentale per questa interpretazione in Rm 3,24-26. Ciò però fu possibile solo perché Gesù stesso nell’ultima Cena aveva anticipatamente assunto e vissuto la sua morte, trasformandola dall’interno in un evento di dono e di amore. A partire di qui Paolo poteva designare Cristo come , termine che indicava nel linguaggio cultuale dell’Antico Testamento il punto centrale del Tempio, il coperchio che stava sopra l’arca dell’alleanza. Esso era chiamato , che in greco fu tradotto in ed era considerato come il luogo sopra il quale Dio si manifestava in una nuvola. Questo era asperso con il sangue dell’espiazione, che in questo modo doveva avvicinarsi il più possibile a Dio stesso. Quando Paolo dice: Cristo è questo centro del Tempio andato perduto con l’esilio, il vero luogo dell’espiazione, il vero , l’esegesi moderna ha interpretato ciò come trasformazione spiritualizzante dell’antico culto e così di fatto come eliminazione del culto, come la sua sostituzione con la vita spirituale e morale. Ma è vero proprio il contrario: per Paolo non è il tempio la vera realtà del culto e l’altro una specie di allegoria, ma le cose sono all’inverso. I culti umani, incluso quello dell’Antico Testamento, sono solo ombre del vero culto di Dio, che non si realizza nei sacrifici di animali. Quando nel libro dell’Esodo descrivendo la tenda dell’Alleanza, che era il modello del tempio, vien detto che Mosè ha costruito tutto secondo l’immagine che egli aveva visto presso Dio, i Padri hanno trovato qui espresso il carattere soltanto prefigurativo del culto del tempio. E in realtà i sacrifici di animali e di cose inanimate solo sempre solo tentativi parziali di sostituzione dell’essere umano, che dovrebbe donare se stesso, non nella forma crudele del sacrificio umano, ma nella totalità del suo esser. Ma proprio questo egli non era e non è in grado di fare. Così per Paolo come per tutta la tradizione cristiana è chiaro che il donarsi volontario di Gesù non è una dissoluzione allegorica del concetto di culto, ma che qui finalmente le intenzioni della festa dell’Espiazione divenivano realtà, così come la lettera agli Ebrei ha poi ampiamente illustrato. Non gli uccisori di Cristo offrono un sacrificio: pensare questo sarebbe una perversione. Cristo dà gloria a Dio, in quanto egli dona se stesso e introduce l’essere umano nell’essere stesso di Dio. H Gese ha interpretato così il significato di Rm 3,25:

Ma qui nasce la domanda: come si è potuto giungere a spiegare la croce di Gesù in tale modo, vederla come la realizzazione di ciò che nei culti delle varie religioni e soprattutto dell’Antico Testamento era inteso, spesso orrendamente distorto e mai veramente raggiunto? Che cosa ha reso possibile un simile ripensamento così grandioso di questo evento, il trasferimento di tutta la teologia cultuale dell’Antico Testamento su di un avvenimento in apparenza così profano? La risposta l’ho già enunciata prima: Gesù stesso aveva preannunciato la sua morte ai discepoli e l’aveva interpretata con categorie profetiche, che gli erano state offerte soprattutto nei canti del Servo di Dio del Deutero Isaia. In questi testi aveva già fatto la sua apparizione il motivo dell’espiazione e della sostituzione, che appartiene al grande ambito del pensiero cultuale. Nel cenacolo egli approfondisce questo fondendo la teologia del Sinai e quella profetica, fusione da cui ora emerge la realtà del sacramento nel quale egli assume la sua morte, l’anticipa e nello stesso tempo la rende capace di esser presente come culto sacro per tutti i tempi. Senza una tale essenziale interpretazione di fondo nella vita e nell’agire di Gesù stesso, la nuova comprensione della croce è impensabile, nessuno avrebbe potuto per così dire imporla alla croce retrospettivamente. Così la croce diventa anche la sintesi delle feste dell’Antica Alleanza, del giorno dell’espiazione e della Pasqua allo stesso tempo, apertura a una nuova Alleanza.

Possiamo quindi dire che la teologia della croce è teologia eucaristica e viceversa. … »

 

interrompo il discorso qui, con dispiacere naturalmente, perché il discorso continua riprendendo il tema della teologia della croce nel quale è inserito questa lettura di San Paolo.

CRISTOLOGIA – BUSCEMI: ASPETTI CRISTOLOGICI NEGLI INNI DELLE LETTERE PAOLINI – LINK ALLA « PAGE »

metto anche sotto la categoria: TEOLOGIA -CRISTOLOGIA » il collegamento alla « Pages » – già postata da tempo – dello studio del professor Buscemi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/prof-buscemi-am-aspetti-cristologici-negli-inni-delle-lettere-paoline/

Publié dans:teologia - cristologia |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »
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