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Il san Paolo di Tommaso d’Aquino : Un vaso ricolmo di sapienza

dal sito:

http://difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8648220

Il san Paolo di Tommaso d’Aquino

Un vaso ricolmo di sapienza

Presso l’Accademia San Tommaso d’Aquino in Vaticano si è svolto un convegno su san Tommaso lettore di san Paolo. Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni.

di Inos Biffi

Tommaso parte dalla definizione che di Paolo è data negli Atti degli apostoli, dov’è denominato « vaso di elezione » (9, 15), e dallo sviluppo di questa immagine ne disegna – in apertura al suo commento paolino – la figura spirituale.

« Il beato Paolo viene chiamato vaso di elezione, e quale vaso egli fosse risulta da ciò che si dice nel Siracide:  « Come un vaso d’oro massiccio, ornato con ogni specie di pietre preziose » (50,9). Fu un vaso d’oro per lo splendore della sua sapienza. Perciò il beato Pietro gli rende testimonianza dicendo:  « Come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto secondo la sapienza che gli è stata data »(i Pietro, 3 15) ».
 
  »Egli fu inoltre saldo nella virtù della carità (…). Nella Lettera ai Romani, dice:  « Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire ecc. potrà mai separarci dall’amore di Dio » (8, 38) ».

« E di che genere fosse questo vaso risulta da quanto esso elargiva:  insegnò i misteri dell’eminentissima divinità che riguardano la sapienza, come appare da 1 Corinzi:  « Tra i perfetti parliamo di sapienza »(2,6); elogiò inoltre altamente la carità, in 1 Corinzi, 13; insegnò agli uomini le varie virtù, come risulta da Colossesi, 3, 12:  « Rivestitevi dunque come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine »".

Volgendo l’attenzione su quanto Paolo, quale « vaso » di elezione, contenesse, Tommaso premette il rilievo che, come « ci sono vasi di vino, vasi di olio e altri vasi diversi secondo il genere », così ci sono « uomini (…), riempiti divinamente con diverse grazie, come si dice in 1 Corinzi:  « A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della scienza… »(12,8) ».
 
Ora, Paolo fu ripieno del liquido prezioso che è « il nome di Cristo, del quale nel Cantico dei Cantici si dice:  « Profumo olezzante è il tuo nome »(1, 2) ». Perciò si dice « Egli è il vaso eletto per me affinché porti il mio nome ». E infatti si mostra tutto ripieno di questo nome, come si afferma nell’ Apocalisse:  « Inciderò su di lui il mio nome (3,12) ».

E l’Angelico precisa:  « Ricevette questo nome nella conoscenza dell’intelletto, secondo quanto si dice in 1 Corinzi:  « Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso » (2,2). Inoltre ebbe questo nome nei suoi affetti, conformemente a Romani:  « Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? » (8,35); e a 1 Corinzi:  « Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema » (16,22). Si tenne poi stretto a lui in tutto il suo modo di vivere. Per cui in Galati dichiara:  « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (2,20) ».

Ma Paolo non solo fu personalmente colmo del nome di Cristo, ma fu anche destinato a portare questo nome agli altri. « Era infatti necessario – scrive Tommaso – che il nome fosse portato perché si trovava lontano dagli uomini ». Quel nome « è lontano da noi a causa del peccato », « a causa dell’oscurità dell’intelletto ». Ora « il beato Paolo portò il nome di Cristo anzitutto nel corpo, imitando la sua condotta e la sua passione, secondo Galati « Difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo »(6,17); e poi nella sua bocca, e questo risalta dal fatto che nelle sue lettere nomina spessissimo Gesù Cristo:  « Poiché la bocca parla della pienezza del cuore » come si asserisce in Matteo (12, 34) ».

In particolare, Paolo – paragonato dal Dottore Angelico alla colomba che recò all’arca del diluvio il ramoscello d’ulivo, simbolo della misericordia – « recò quel ramoscello alla Chiesa, allorché espresse in molti modi la sua virtù e il suo significato, mostrando la grazia e la misericordia di Cristo. Per cui in 1 Timoteo dice:  « Appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità »(1,16) ».

E al riguardo l’Angelico annota:  « Come tra le Scritture dell’Antico Testamento nella Chiesa si usano più frequentemente i Salmi di Davide, che dopo il peccato ottenne il perdono, così nel Nuovo Testamento si usano le lettere di Paolo, che ottenne il perdono, perché i peccatori siano innalzati verso la speranza ».

Per Tommaso le lettere di Paolo contengono soprattutto un messaggio di misericordia e di speranza, ed è la ragione per la quale la Chiesa le legge spesso. Ma egli aggiunge un’altra ragione ed è che nei Salmi e nelle Lettere paoline « è contenuta quasi l’intera dottrina della teologia – fere tota theologiae continetur doctrina ».

Paolo, inoltre, portò il nome di Cristo « non solo ai presenti, ma anche agli assenti e ai futuri, trasmettendo il senso della Scrittura », esattamente coincidente con il nome di Cristo.

È proprio « in questo ufficio consistente nel portare il nome di Dio » una triplice « eccellenza » di Paolo.

In primo luogo, un’eccellenza quanto alla « grazia dell’elezione ». Paolo è chiamato « vaso di elezione » – in virtù, quindi, di una scelta divina avvenuta « prima della creazione del mondo » (Efesini, 1, 4). In secondo luogo, un’eccellenza quanto « alla fedeltà »:  « Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore » (2 Corinzi, 4, 5).

Infine, un’eccellenza singolare nella sua fatica apostolica:  lui stesso in 1 Corinzi afferma:  « Anzi ho faticato più di tutti loro ». Per questo viene espressamente definito « un vaso di elezione per me ».

(L’Osservatore Romano – 25 giugno 2009)

Due raccomandazioni su S. Paolo

Ho scoperto – ossia io non lo conoscevo – un’altro « innamorato di San Paolo, il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, vi presento qualcosa, la storia di Giuseppe Allamano nello stesso sito, dal sito:

http://giuseppeallamano.ismico.org/index.php?option=com_content&task=view&id=992&Itemid=1.

Due raccomandazioni su S. Paolo     

Scritto da p. Francesco Pavese, imc 
  
Wednesday, 03 September 2008 17:00 

Per concludere le riflessioni sul rapporto tra il Fondatore e S. Paolo, può essere interessante soffermarci ancora su due speciali raccomandazioni che il nostro Padre ci ha fatto diverse volte: anzitutto, la necessità di seguire S. Paolo come maestro di “perfezione apostolica”; poi l’importanza di leggere e studiare le sue lettere.

1. S. Paolo guida per un cammino di santità. Da quanto abbiamo riflettuto nei tre mesi precedenti risulta evidente come il Fondatore ritenesse S. Paolo maestro e modello di santità. Qui sintetizziamo il messaggio che ha voluto trasmetterci. Valorizzando il testo di 1Ts 4,3, ecco l’enunciazione di un principio basilare: «S. Paolo diceva ai cristiani di Tessalonica: È volontà di Dio che tutti siate santi». […]. Ma non in qualsiasi modo, di una santità solo esterna, e con i mezzi diversi da quelli insegnati; – seguendo e praticando quanto Egli loro aveva insegnato ed i precetti che loro aveva dato da parte di N.S. Gesù Cristo». In un’altra occasione: «Bisogna, dice S. Paolo, che operiamo la nostra santificazione con amore e timore. Prima con amore, ma quando questo non basta più, anche con timore».

Sappiamo che la proposta del Fondatore per la santità è costante, possiamo dire dal primo all’ultimo giorno della sua attività di educatore. Era in piena sintonia con S. Paolo anche su questo punto. Alle suore, durante gli esercizi spirituali, diceva: «Coraggio, fatevi tutte sante. Non è mica gelosia, sapete! S. Paolo diceva: Emulatevi nella santità: “Aspirate ai carismi più grandi (1Cor 12,31)”».

Per il Fondatore, la santità missionaria, a volte, coincide con la fedele corrispondenza alla vocazione. Ecco la sua esortazione a commento del testo paolino di 2Cor 6,1: «”Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”: Io la applico a voi e dico: Voi non avete solo ricevuto la grazia della fede, non solo la grazia di questo tempo quaresimale, ma la grazia della vocazione, e che grazia è questa! Vocazione religiosa all’apostolato. Come dice S. Paolo, per carità non ricevete a inutilmente». Altre volte la santità coincide con l’adesione alla volontà di Dio. Oltre a quanto abbiamo sentito su questo aspetto in altro contesto, ascoltiamo questa esortazione molto decisa: «Per farci santi dobbiamo avere una volontà piena, costante; dobbiamo volere sul serio. S. Paolo appena sentì la voce del Signore sulla via di Damasco, non ha mica detto: Sì, voglio, ma adagio!… No, no; rispose subito con piena volontà: Signore che cosa volete che io faccia?».

Il 16 febbraio 1919 (allora era la Domenica di Settuagesima), il Fondatore ha fatto una lunga conferenza commentando il testo di 1Cor 9, 24ss, che inizia: «Non sapete che nelle corse tutti corrono, ma uno solo conquista il premio?». Nei volumi delle conferenze ai missionari non risulta che le parole del Fondatore siano state riprese da qualcuno. Per riportare il pensiero del Fondatore, mi riferisco, perciò, ai volumi delle conferenze alle missionarie. Dopo avere lungamente commentato il testo, il Fondatore trae delle conseguenze, che indicano un vero cammino di perfezione. Eccone una sintesi: «Da questa epistola noi possiamo dedurre tre cose: 1° – Come fare a correre? Per correre bene prima di tutto bisogna tenere ben fisso il fine per cui corriamo. […]. Dunque vedete, non bisogna mai dimenticare il fine per cui siamo su questa terra. […]. 2° – Bisogna camminare con energia. Lo dice S. Paolo: correte, ma in modo da riuscire i primi per aver la vittoria.[…]. Vedete, in questo noi manchiamo molto. Noi corriamo qualche giorno, massime dopo gli Esercizi Spirituali; e dopo la S. Comunione siamo ferventi nelle prime ore del mattino e poi… […]. Bisogna correre sempre; Lui, S. Paolo, non camminava, ma correva addirittura. Costi quel che vuole, bisogna riuscire! […] Dunque, ci vuole energia: il Paradiso non è per quelli molli. Ci son di quelli che si fermano tutti i momenti. 3° – Siccome è una lotta e la lotta fa sudare, bisogna che facciamo dei sacrifici.[…]. Fate come questo grande Santo che […] rendeva schiavo il suo corpo, non lasciava che questo comandasse all’anima».

La conclusione su questo aspetto può essere questa domanda del Fondatore: «Possiamo noi dire […] con S. Paolo: vivo io, non sono più io che vivo, ma vive in me Gesù Cristo?».

2. «Leggete e gustate le lettere di S. Paolo». Che il Fondatore fosse entusiasta di S. Paolo e innamorato delle sue lettere, oltre da ciò che diceva, lo desumiamo dal fatto che, quando teneva le conferenze domenicali, vi ricorreva abitualmente per attingere ispirazione o per rafforzare le proposte, di qualsiasi tema parlasse. Si pensi che dallo studio che sr. Rachelia Dreoni ha fatto sulle citazioni della S. Scrittura nelle conferenze alle Missionarie, risulta che il Fondatore è ricorso alle lettere di S. Paolo non meno di 520 volte. Solo nel volume “Così vi voglio” S. Paolo è citato dal Fondatore ben 88 volte.

Il 16 novembre 1913, prima di trattare il tema delle Costituzioni, il Fondatore è uscito in questa spontanea esclamazione a commento del breve componimento in inglese fatto da un allievo sulla prima lettura della Messa: «E sì! San Paolo è sempre San Paolo e dà una vita la parola di San Paolo!». Siccome S. Paolo era il «vero tipo del missionario», il Fondatore voleva che i suoi figlie e figlie si modellassero sulla personalità e sul pensiero dell’Apostolo. Ovviamente, ne conseguiva le necessità di familiarizzarsi con le sue lettere.

Tutti sappiamo quanto egli insistesse di studiare la S. Scrittura e, in particolare, le lettere di S. Paolo. Risentiamo con piacere le sue parole dirette. Ecco quanto ebbe a dire, il 18 gennaio 1928, come introduzione spontanea alla conferenza: «Oggi al 2° Notturno ci sono delle bellissime lezioni di S. Giov. Grisostomo: vorrei che le leggeste tutti qualche volta durante la settimana. Stamattina io mi fermavo su ogni parola, non andavo più avanti. S. Paolo bisogna leggerlo sovente: digerirlo, studiarlo bene. Io non avevo la fortuna che avete voi che lo studiate quasi tutto: io ho studiato l’Epistola Heb. come chierico; le altre le ho dovute studiare da me. Vi raccomando di meditare bene tutta la S. Scrittura […], ma sopratutto vi raccomando le lettere di S. Paolo e le altre apostoliche. Lì sopra si forma il vero carattere del missionario, esso dà uno spirito forte e robusto. Fate questa cura. Ascoltate il consiglio di S. Giovanni Grisostomo che dice che si è formato su S. Paolo, e difatti lo aveva digerito bene, e le sue opere ne sono piene». Anche in altra occasione il Fondatore incoraggiando allo studio della Sacra Scrittura, era ritornato sullo stesso esempio: «S. Giovanni Grisostomo, a forza di studiare S. Paolo, era un S. Paolo». Ripeteva: «Anche fra gli studi un po’ di tempo si trova [per leggere la S. Scrittura], e bisogna leggere, massime le lettere di S. Paolo.

Oltre a leggerle, bisogna amare e gustare le lettere di S. Paolo. Commentando il testo di 1Cor 4, 3-5, dove l’Apostolo dice «A me, però, poco importa di venir giudicato da voi […]. Il mio giudice è il Signore!», il Fondatore faceva questa conclusione: «Quindi non state a giudicare questo o quello, […]. Verrà il momento in cui il Signore sarà Lui a giudicare… Guardate com’è bello questo pezzo! Prendete affezione a queste lettere di S. Paolo; sono energiche, belle». Quanto il Fondatore disse ai ragazzi del piccolo seminario affidando S. Paolo come Patrono vale per tutti: «Dallo studio del Santo negli Atti degli Apostoli e nelle di Lui 14 lettere imparerete il vero zelo per farvi santi voi, e quindi salvare tante anime».

Invitando a studiare la S. Scrittura, diceva ancora: «Amiamola molto [la S. Scrittura], specialmente il S. Vangelo e le lettere di S. Paolo; bisogna prendervi affezione». Parlando della “mortificazione degli occhi”, concludeva la conferenza alle suore: «Voi avete bisogno di imitare S. Paolo; leggetele volentieri le sue lettere: sono una miniera».

A sentire il Fondatore, le lettere di S. Paolo hanno queste caratteristiche: “sono belle”, “sono energiche”, “sono una miniera”. Diventa logica la conclusione: non solo leggerle, ma “amarle”, “prendervi affezione”!

TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – (sul tema della speranza)

dal sito:

http://www.parrocchiadiarenzano.it/FileDoc/2009/LezioneMarzo09.doc

TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – Don Claudio Doglio

Lezione del 09/03/2009

Leggiamo dalla Lettera ai Filippesi il cap 3 su cui ci siamo soffermati particolarmente a trattare il tema della giustificazione per fede come argomento fondamentale della teologia di Paolo. L’elemento altrettanto significativo è l’attesa della Risurrezione. Paolo scrive il suo desiderio di conoscere la potenza della Risurrezione di Cristo: pronto a diventare partecipe della morte nella speranza di giungere alla Risurrezione dai morti. Avevamo già accennato al tema della speranza, ma è meglio tornarci sopra perché è un argomento decisivo per la nostra spiritualità cristiana.
Purtroppo non siamo aiutati dalla parola perché ormai nella lingua corrente il verbo « sperare » il sostantivo « speranza » hanno un significato debole: indicano semplicemente una ipotesi che può verificarsi o no.
Sono termini di incertezza che indicano una attesa, ma decisamente vago. Questo è un limite perché le nostre parole hanno perso il peso; non comunicano più il loro valore teologico.
Dobbiamo valorizzare meglio le parole o cambiarle, trovando qualcosa di meglio
« Speriamo » significa « viviamo nell’incertezza ». Ciò che determina la speranza cristiana è la certezza; invece la parola corrente è sinonimo di incertezza… « io speriamo che me la cavo »…
La speranza è la virtù teologale, quindi che viene da Dio e ha come oggetto Dio. E’ il desiderio di Dio. La speranza è attesa certa: è aspettativa ma non ipotetica e incerta.
E’ l’attesa certa: aspetto che si realizzi qualcosa di cui sono certo.
San Tommaso d’Aquino ci presenta la speranza come l’attesa certa di un bene futuro arduo, ma possibile. E’ una realtà che non c’è ancora perché ciò che si vede non è più speranza. E’ arduo, difficile da raggiungere, non è una banalità; è qualcosa che va al di là, che ci supera; è un bene talmente grande che non dipende da noi. Pensiamo alla felicità: chi non desidera essere felice? Ogni essere umano vive nella beata speranza: è l’attesa della beatitudine.
L’esperienza cristiana offre speranza cioè garantisce l’attesa. La speranza è la certezza che si realizzi questo bene futuro, arduo, ma possibile. Noi annunciamo che è possibile la realizzazione di questo bene. Che cosa speriamo? Non possiamo moltiplicare gli oggetti della speranza; è una cosa seria. Non è una virtù teologale sperare bel tempo o nella vittoria di una squadra.
« Mio Dio spero per la tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Nostro Signore, la vita eterna ». E’ una preghiera dottrinale sintetica dove ogni parola ha il suo peso e il suo valore.
« Mio Dio spero » – prima di mettere l’oggetto (la vita eterna) ci sono tre fondamenti:
«  La tua bontà
«  Le tue promesse
«  I meriti di Gesù Cristo

Questi tre elementi sono fondamentali: garantiscono la solidità dell’attesa perché la differenza di ciò che non è solido e viene aspettato, rispetto alla speranza, è illusione.
Dalle illusioni nascono le delusioni.
La speranza non delude (San Paolo – Lettera ai Romani) perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori.
La speranza non delude perché è fondata. Ogni attesa infondata illude, cioè prende in giro. Quando uno entra nel gioco si illude; quando esce fuori, cadendo giù è de-luso: il gioco è finito.
La nostra vita è un gioco di attese da cui si entra e da cui si esce. La speranza invece non delude perché non è l’aspettativa mia di qualcosa che semplicemente mi piace, ma è l’attesa della vita eterna sul fondamento della bontà di Dio, della sua promessa e dei meriti di Gesù Cristo. Il punto di partenza è la conoscenza di un Dio buono.
Il peccato originale è il dubbio che Dio non voglia il nostro bene che sia un Dio antagonista, nemico dell’uomo. La rivelazione cristiana parte dall’idea che Dio è per noi; la natura di Dio è a nostro favore.
Io posso aspettare con certezza da Dio solo quello che Dio ha promesso di darmi. Tutta la scrittura è basata sul tema della promessa.
La nostra fede è basata su una promessa: Dio si è rivelato come colui che promette. Dio ha promesso ad Abramo un figlio poi glielo chiede, ma non glielo porta via. Glielo da in pienezza perché sia proprio il figlio della fede.
Abramo si rende conto che Dio mantiene la promessa; gli chiede fiducia totale, ma Dio merita questa fiducia totale perché l’ha detto e l’ha fatto.
Anche Gesù promette ai discepoli tante cose: non ha promesso una buona salute e una vita lunga senza difficoltà e problemi. Quindi noi non possiamo sperare la salute del corpo o sperare di vivere a lungo, o sperare di non avere grane perché non rientrano nelle promesse di Dio. E’ il verbo sbagliato: che ognuno di noi desideri essere sano, vivere tanto è naturale, ma non è la speranza cristiana, è l’istinto di tutti, anche dei peggiori peccatori. Sperare la salute non è una virtù cristiana; non è un dono di Dio e non stiamo aspettando la promessa di Dio, ma aspettiamo quello che istintivamente ci piace. Dio ha promesso attraverso Gesù la vita eterna e questa vita è possibile per i meriti di Gesù Cristo. Non per le nostre opere, ma per quelle che ha fatto Cristo. Io spero la vita eterna e i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Ma che cos’è la vita eterna? Anche qui il linguaggio non ci aiuta perché ormai è diventato sinonimo di « al di là ».
La vita eterna è il paradiso…ma non è sufficiente…
La vita eterna non è semplicemente la vita che dura tanto. L’aggettivo « eterno » non significa solo « senza fine », con una durata illimitata, il concetto di eterno è simile a quello di pieno, perfettamente buono.
Il Signore vuole per noi una vita bella, pienamente bella, vuole che ci possiamo godere la vita, ma noi abbiamo confuso il fine con i mezzi; abbiamo valorizzato i mezzi dimenticandoci i fini. Il fine è la felicità, è la vita, pienamente bella.
Ogni persona desidera realizzarsi. Il contrario di realizzato è fallito. C’è il rischio di essere dei falliti. Dio vuole la nostra realizzazione, non ci vuole falliti; vuole che realizziamo tutte le nostre potenzialità.
Quando una persona si realizza totalmente  ha una vita bella; quando realizza tutte le sue potenzialità è una persona perfetta. Questa è la vita eterna: la piena realizzazione della nostra persona.
La virtù teologale della speranza ha come oggetto la vita bella, pienamente realizzata nel progetto di Dio. Questa parola a volte può suonare male perché viene usata come auto – realizzazione, come se io dicessi: « mi faccio da me ». Io non mi realizzo da me con le mie capacità e i miei sforzi, ma accolgo il dono di una vita bella.
La vita eterna è iniziata nel battesimo: io sono stato ammesso a questa vita ed è in parte già presente, non ancora del tutto; io spero quello che ancora manca e quello che c’è, già lo vivo.
Nella lettera agli Ebrei (cap 11,vers 1) si da la definizione di fede, dicendo che è sostanza di cose sperate. La nostra vita di battezzati è un evento reale. Questo è il fondamento delle cose sperate. Io spero che si compia tutto perché ho la garanzia che è già cominciato e le cose che non vedo ancora le intuisco sulla base di quelle che vedo.
Mi accorgo dei passi in avanti che ho fatto con la grazia di Dio e sono convinto che si possa fare. Sono convinto che la potenza di Dio può portare a compimento l’opera che ha iniziato in me. Il portare a compimento l’opera è la vita eterna.
Quando Paolo ha cominciato a predicare il Vangelo, ha insistito proprio su questo aspetto. Il primo oggetto della predicazione di Paolo, soprattutto nel mondo greco, non poteva essere un Messia degli Ebrei. Agli Ebrei poteva dire: « il Cristo che aspettavamo è venuto; c’è l’annuncio di un compimento delle promesse ». I Greci per annunciare il Vangelo di Gesù non avevano il riferimento alle Scritture. Paolo presenta la figura di Gesù come Colui che è in grado di dare la vita.
Nella lettera agli Efesini, al cap 2, vers 12 c’è un passaggio molto importante dove si dice che « voi greci eravate in questa situazione tragica, seguendo i desideri della carne. Eravate senza Cristo esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai fatti della promessa , senza speranza e senza Dio in questo mondo ».
Si adopera la parola « atei ». I greci non erano atei; l’ateismo come lo intendiamo noi, è una questione moderna.
Solo alcuni pochi razionalisti moderni hanno teorizzato l’ateismo come negazione di Dio. Gli antichi assolutamente non se lo immaginavano; i greci e i romani erano pieni di divinità.
Per Paolo, Dio e la speranza sono strettamente congiunte. Paolo comincia la predicazione cristiana annunciando che c’è speranza di vita.
Nella prima fase della predicazione paolina questo annuncio della speranza di vita equivaleva anche all’annuncio di un imminente venuta gloriosa del Cristo, proprio come il garante della vita. Ma l’attesa della venuta imminente non era un elemento dottrinale certo, che Paolo insegnasse, ma era probabilmente una sua opinione, un suo desiderio.
Paolo adopera un termine tecnico del linguaggio greco – romano e dice « parusia ». Non significa il ritorno di Cristo; è un termine comune della lingua greca.
E’ composto da due termini: para e usia = l’esserci
I greci chiamavano parusia la visita ufficiale dell’imperatore. Quando l’imperatore  o qualche grande rappresentante dello stato veniva in visita ufficiale nella città si chiamava parusia.
Paolo, usando il linguaggio corrente della gente greca annuncia una visita di stato: il Cristo risorto sta per venire qui; la Sua è una presenza imminente. La parusia va preparata: è una visita piacevole che deve essere vissuta con preparazione di accoglienza. Paolo parte da questa immagine; non annuncia la fine del mondo come immagine negativa e paurosa; annuncia qualcosa di bello e di entusiasmante.
Quando ha cominciato questo tipo di predicazione con la comunità cristiana di Tessalonica, ha dovuto interrompere molto presto perché è stato perseguitato e allontanato e ha scritto la Prima Lettera ai Tessalonicesi proprio per completare la catechesi che non era riuscito a concludere. Si era reso conto che il rischio del fraintendimento c’era e i suoi collaboratori devono avergli riferito che avevano capito male. Nel frattempo, da quando se n’era andato Paolo, qualche cristiano di Tessalonica, era morto. Erano le prime esperienze, non avevano mai visto morire un battezzato. Avevano capito male. Se Paolo proponeva l’immersione nella morte di Cristo, si moriva sacramentalmente e si risorgeva con Lui per la vita eterna; significava che il battezzato non moriva più. Era morto simbolicamente nel battesimo e aveva cominciato una vita nuova che sarebbe stata la vita eterna. Nel momento in cui qualcuno della comunità cristiana muore, crea il problema. Ma allora che vita eterna ha promesso il Cristo se i cristiani muoiono? Se è morto, è perso perché quando il Cristo viene non lo trova più. Il mondo greco non dava nessuna speranza oltre la morte e quindi non riuscivano a pensare ad una vita eterna oltre la morte; al massimo era una vita duratura su questa terra. Paolo interviene e offre una catechesi molto importante.
« Non voglio lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti perché continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza »
Quelli che non hanno speranza continuano ad affliggersi e ritengono che la perdita sia irrecuperabile.
« Noi crediamo che Gesù è morto ed è resuscitato, così anche quelli che sono morti Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con Lui. Questo vi diciamo sulla Parola del Signore. Noi che viviamo e che saremo ancora in vita per la parusia del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti ».
Paolo mette se stesso fra quelli che sono ancora vivi e la venuta del Signore?
Sta parlando in modo molto familiare, non con l’intenzione di scrivere un trattato teologico. E proprio perché parla in un modo coinvolgente, usa il « noi » di tipo ipotetico: « noi che saremo ancora vivi » equivale a « quelli che saranno ancora vivi ».
« Il Signore stesso ha un ordine alla voce dell’arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e prima risorgeranno i morti in Cristo. Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo partiti insieme con loro tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria ».
Paolo usa un linguaggio simbolico dove le nubi indicano la trascendenza, una dimensione sovra terrena, diversa da quella della terra. Quando arriva al vertice dice « saremo sempre con il Signore ». Questa è l’escatologia paolina, l’annuncio delle cose ultime.
Poi continua Paolo, dicendo che bisogna stare svegli, sobri (2° parte dell’atto di speranza)
« Spero la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare ». Spero l’amore di Dio, che mi renda capace di vivere nel modo che piace a Lui perché la vita bella è la vita come piace a Dio. La mia realizzazione è la realizzazione del progetto di Dio.

Publié dans:temi - la speranza, TEOLOGIA |on 2 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

DAI TEMPI DI PAOLO « FIDES » E « LOGOS » DIALOGANO ININTERROTTAMENTE, DALL’OSSERVATORE ROMANO, PDF LINK

DAI TEMPI DI PAOLO « FIDES » E « LOGOS » DIALOGANO ININTERROTTAMENTE

QUEL PRIMO ROUND TRA CRISTIANESIMO E FILOSOFIA

OSSERVATORE ROMANO 25 MARZO 2009

ANCHE IMMAGINI – PDF LINK

http://www6.unicatt.it/Dotnetnuke/LinkClick.aspx?fileticket=ELmHDPyfFl0%3D&tabid=1251&mid=2186
 

In missione con san Paolo (a chiusura dell’anno paolino)

In missione con san Paolo (a chiusura dell'anno paolino) dans ANNO PAOLINO 0906art6a

l’immagine è nell’articolo, dal sito:

http://www.popoli.info/anno2009/06/0906art6.htm


In missione con san Paolo

Si chiude il 29 giugno l’anno dedicato all’Apostolo delle genti. In queste pagine una riflessione sulla sua eredità per chi è impegnato nell’annuncio del Vangelo al mondo di oggi

Davide Magni S.I.
 
San Paolo apostolo (1975), olio su tavola di Mario Venzo, artista gesuita (1900-1989)
Fra i molti stimoli che l’Anno paolino ha offerto alla Chiesa, uno tra i più significativi è stato l’invito a riflettere sull’atteggiamento che i cristiani devono avere nella relazione con le varie religioni. Al termine dell’anno dedicato al bimillenario della nascita del santo vorremmo riproporre questo stimolo attraverso la proposta di un «esercizio missiologico» per incontrare il Paolo missionario e «missionologo».
Oggi tendiamo a dare per scontato che, poiché ogni religione presenta differenze e particolarità specifiche, il cristiano si debba riferire a ciascuna di esse in maniera differenziata. In realtà, il primo a rendersi conto di questo, e a maturare tale modalità di approccio, fu proprio san Paolo. Egli, partendo dall’esperienza di Cristo che aveva segnato la sua vita e la sua visione del mondo, legge le realtà che incontra ed elabora una riflessione teologica. Questa teologia non è una costruzione astratta, non preesiste alla sua attività missionaria, viceversa ne è il ripensamento. Egli è anzitutto un missionario e poi un teologo.
Uno degli studiosi che hanno riflettuto in maniera particolare sulle forme del dialogo e della missione nell’Apostolo delle genti è stato Pietro Rossano (1923-1991), teologo, responsabile del Segretariato per i non credenti (l’attuale Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso) e rettore dell’Università Lateranense. Rossano spiega bene come, fin dalla prima generazione cristiana, si sia manifestata una pluralità e varietà di espressioni. Dovunque arriva, il messaggio cristiano ha la capacità di innestarsi sul patrimonio spirituale preesistente: questo perché i valori religiosi e umani presenti in ogni popolo vengono assunti, liberati ed elevati in Cristo. Rossano identifica così cinque differenti modelli di evangelizzazione sperimentati da Paolo: agli ebrei della sinagoga di Antiochia di Pisidia (At 13,15-41); ai seguaci del politeismo cosmico di Listra (At 14,1-18); ai filosofi stoici ed epicurei di Atene (At 17,18-31); agli gnostici dell’Asia minore (Efesini e Colossesi) e ai culti politeisti di Corinto (1Cor 10,19-22). Un buon esercizio potrebbe consistere anzitutto nella lettura dei brani appena citati.
Rimanendo ai suggerimenti bibliografici, raccomandiamo un altro teologo prematuramente scomparso, il sudafricano David Bosch (1929-1992). Nel suo testo fondamentale, La trasformazione della missione. Mutamento di paradigma in missiologia (Queriniana, Brescia 2000), traccia una sintesi della missione in Paolo di grande limpidezza e acume. Estrapoliamo qui solo due aspetti di questa stimolante lettura che Bosch propone sulla teologia e la prassi missionaria di Paolo: le «motivazioni» e lo «scopo» della sua missione.

LE MOTIVAZIONI DI PAOLO
Nel più profondo della motivazione missionaria di Paolo c’è l’esperienza che egli ha fatto dell’amore di Dio in Cristo Gesù. Se va fino alle estremità della terra è perché è stato conquistato da Lui: «Il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). L’amore di Dio costituisce il vero movente della missione: «Avendo conosciuto (…) cerchiamo di convincere gli uomini» (5,11); «l’amore di Cristo ci spinge» (5,14).
Se, dunque, Paolo proclama il Vangelo a tutti, non è in primo luogo perché vuole salvare chi è perduto o perché ne sente l’obbligo. Il motivo di fondo è che ha coscienza che gli è stato fatto un privilegio: «ha ricevuto la grazia di essere apostolo» (Rm 1,5; 15,15). Privilegio, grazia, riconoscenza sono i concetti che Paolo usa quando parla del suo compito missionario. La coscienza di sapersi debitore si traduce immediatamente in un sentimento di riconoscenza. È facendosi missionario presso i giudei e i pagani, che Paolo esprime la sua riconoscenza per l’amore di Dio manifestato in Cristo. Un amore che «ci ha riconciliati con Dio mentre ancora gli eravamo nemici» (Rm 5,10): è questo amore incredibile e senza misura che Paolo e le sue comunità hanno scoperto e raccontano.
San Paolo ha una preoccupazione che lo spinge. Fuori di Cristo l’umanità perde assolutamente ogni speranza, è votata alla perdizione (1Cor 1,18; 2Cor 2,15). Essa ha un bisogno urgente di salvezza (Ef 2,12). Per tale ragione, deve essere proclamato a tutti che «Gesù ci libera dalla collera che viene». Si sente ambasciatore di Cristo: «In nome di Dio, ve ne supplichiamo, lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Tuttavia la sua grande motivazione non è predicare questa «collera che viene», ma il messaggio positivo: la salvezza che viene attraverso Cristo e il trionfo imminente di Dio. Il Vangelo è una buona notizia, rivolta a gente che ha peccato volontariamente, che è senza scuse e che merita il giudizio di Dio (Rm 1,20-25), ma a cui Dio, nella sua bontà, offre la possibilità di pentirsi (Rm 2,4). La salvezza, per Paolo, è l’esperienza di una liberazione immeritata, grazie all’incontro con il Dio unico, Padre di Gesù Cristo. Paolo ha la missione di condurre gli uomini alla salvezza in Cristo. Ma il suo obiettivo finale non è centrato sull’uomo: è preparare il mondo in vista della gloria di Dio che viene (1Tess 1,9) e per il giorno in cui tutto l’universo lo loderà, nella comunione piena di vita con lui.
Secondo Bosch, per cogliere come Paolo sentiva la responsabilità missionaria è utile richiamare quanto egli scrive a proposito del comportamento dei credenti verso «quelli di fuori»: devono anzitutto prendere coscienza di costituire una comunità di natura speciale, differente. Egli definisce i cristiani «scelti», «amati», «santi» (cioè, «messi da parte per»), conosciuti da Dio. Inoltre, ricorda continuamente che la testimonianza verso «quelli di fuori» esige una condotta esemplare: una condotta di rispetto (1Tess 4,11) e di amore concreto verso tutti (1Tess 3,12), una condotta che non solo attiri stima e ammirazione, ma addirittura inviti a entrare nella comunità.
In altre parole, la caratteristica delle prime comunità cristiane è il comportamento missionario. Esso si esprime non tanto con un’attività missionaria specifica, quanto con lo stile di vita «attrattivo» delle piccole comunità in cui le relazioni umane sono trasformate. Sono relazioni reciproche di attenzione, solidarietà, ospitalità, intense e ricche di emotività, di integrazione sociale tra ricchi e poveri: esse mostrano l’opera di riconciliazione realizzata da Cristo; sono «un segno precursore» dell’alba del mondo nuovo.

LO SCOPO DELLA MISSIONE
Sulla base di queste ragioni che lo spingono, qual è dunque il fine dell’andare alle genti? Nelle prime righe della Lettera ai Romani, Paolo riassume l’obiettivo del suo apostolato. È stato «scelto per annunciare il Vangelo» e incaricato di proclamare che Dio ha effettuato la riconciliazione del mondo con Lui e anche fra di noi. Per questo percorre tutta l’area mediterranea. Dove arriva, fonda Chiese: saranno, spera, manifestazioni della nuova creazione, capaci di resistere alle potenze di questo mondo.
La missione di Paolo si fonda non su promesse incerte, ma su un dato di fatto: la salvezza è già offerta da Dio all’umanità. In retrospettiva, cioè alla luce dell’esperienza dell’amore senza condizioni di Dio, Paolo ha immaginato come sarebbe stata la sua vita senza Cristo: egli ha potuto rendersi conto del terribile abisso in cui sarebbe caduto.
Tuttavia, quando confessa di essere stato salvato grazie a Cristo, non pronuncia un verdetto su quelli che non credono. Paolo non si sofferma sulla sorte dei non credenti, preferisce insistere sulla liberazione che è già stata data. Ha fatto l’esperienza del Vangelo, dell’amore senza condizioni: il suo scopo, lo scopo della sua missione, è di proclamare la salvezza compiuta da Dio. Il suo Vangelo è un messaggio positivo.

EDUCAZIONE AL DISCERNIMENTO
Dicevamo all’inizio che questa «lettura spirituale» dei testi di Paolo diventa un esercizio missiologico. L’anno scorso papa Benedetto XVI ha ricordato ai gesuiti riuniti per la 35ª Congregazione generale che la loro missione si articola in quattro dimensioni: servizio della fede, promozione della giustizia, inculturazione del Vangelo, dialogo interreligioso. Questo, però, vale per tutti i cristiani. San Paolo è il modello di riferimento, o paradigma, fondamentale.
L’Apostolo ci aiuta a riflettere sull’obiettivo e le motivazioni della missione che noi abbiamo. Si tratta di un’educazione al discernimento delle modalità dell’annuncio del Vangelo nell’attuale contesto delle religioni e delle culture. La Chiesa, ricordava mons. Rossano, consapevole dei limiti e delle imperfezioni che hanno offuscato nella storia l’efficacia della sua testimonianza, si sforza di presentare il messaggio evangelico in tutta la sua pienezza e nella sua potenza liberatrice. Per essere il più vicino possibile allo spirito di Cristo e alle esigenze dell’uomo contemporaneo, essa si trova sempre impegnata in un rinnovamento interiore.
Se il Concilio Vaticano II ha rappresentato il massimo sforzo compiuto dalla Chiesa nei tempi moderni per rendersi più adatta a svolgere la missione che Cristo le ha affidato per tutti gli uomini, l’anno paolino ha senza dubbio reso evidenti alcuni bisogni e desideri. Ad esempio il bisogno di ritrovare la piena unità con i cristiani separati dell’Oriente e dell’Occidente, il desiderio di avere uno sguardo d’amore e fiducia verso i non cristiani, per i quali la Chiesa sa di dover essere come il lievito e il sale.
Pochi mesi prima dell’apertura dell’anno paolino, il 3 dicembre 2007, la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, ha sollecitato i cristiani a una riflessione non scontata. La Nota induce a prendere consapevolezza di dove ci smarriamo nel nostro andare alle genti. Allo stesso tempo suggerisce che cosa possiamo migliorare, correggere, cambiare e ulteriormente fare nel nostro modo di annunciare (cioè vivere) il Vangelo. La Nota parla innanzitutto delle implicazioni antropologiche dell’evangelizzazione: è la dimensione del servizio, della carità vissuta nell’impegno per la giustizia e la pace, la salvaguardia del creato. Proseguendo, espone le implicazioni ecclesiologiche: ciò richiama la Chiesa a essere luogo di comunione, ovvero a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra i popoli e le culture; la comunità è luogo accogliente e riconciliante, attraente perché ci si sente amati e rispettati nella carità. Infine, richiama la dimensione ecumenica dell’evangelizzazione: c’è bisogno della testimonianza dei cristiani adulti nella vita secondo lo Spirito, pronti al dialogo e alla condivisione di doni che promuovono una più profonda conversione a Cristo; l’incontro tra le fedi, insomma.
Dall’incontro con san Paolo e raccogliendo le sollecitazioni della Nota possiamo capire che a nulla o a poco servono l’irrigidimento delle strutture ecclesiali o i discorsi sulla pastorale di tipo tattico-strategico, se si dimentica che il centro ispiratore di ogni azione è Gesù Cristo. Priva di grandi risorse umane, la Chiesa sa che deve contare unicamente sulla presenza di Cristo, il quale prima di congedarsi visibilmente dagli apostoli ha assicurato loro: «Ecco io sarò con voi fino alla fine dei secoli».

Il Cuore misericordioso di Gesù in San Paolo

dal sito:

http://www.piaunionedeltransito.org/Sacro_Cuore_e_San_Paolo.html

Il Cuore misericordioso di Gesù in San Paolo

 Pia Unione del Transito
 
Non è ovviamente possibile in poche righe parlare del Cuore di Cristo in San Paolo: tutta la sua riflessione è un’altissima meditazione sulla profondità del mistero racchiuso in Gesù, e una contemplazione di quel Nome che è al di sopra di ogni altro nome. In questo senso, vorrei solamente proporre alla vostra meditazione e alla vostra preghiera un’affermazione paolina che mi pare assolutamente centrale: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Gal 2, 20).

In questo troviamo il tema fondamentale della teologia di San Paolo: la “giustificazione”. Potremmo tradurla come “il giusto rapporto” con Dio, cioè l’essere fatti giusti da Lui; il giusto rapporto con Dio per Paolo non può essere dato dalle “opere”, cioè da quanto facciamo noi, perché quel che noi facciamo è sempre deficitario, è sempre troppo poco rispetto a quello che dovremmo fare. E del resto, tutti sperimentiamo non solo che non facciamo (tutto) quel che dovremmo, ma che disgraziatamente facciamo anche molte cose che non dovremmo (e forse neanche vorremmo) fare. Perciò secondo Paolo la “legge” (quella mosaica, ma il discorso vale per tutta la legge) non “giustifica”, ossia non mette nel giusto rapporto con Dio, e neanche può farlo: manifesta che siamo peccatori più che renderci giusti. La “giustizia”, ossia la giusta relazione con Dio, ci viene data dalla fede, ossia dalla fiducia personale in Gesù Cristo: come Giovanni, ma con parole sue, Paolo mostra che chi crede ha in sé il germe della vita nuova, cioè è passato dalla morte del peccato alla vita della grazia, compie cioè la Pasqua. E così capiamo l’affermazione che prima abbiamo riferito: “mi ha amato e ha dato se stesso per me”. La devozione al Cuore di Gesù è innanzi tutto questa dulcis Iesu memoria, questa dolce memoria di Gesù, e il segno del Suo cuore è per noi innalzato sulla croce: “Gesù confido in te”, ci fa ripetere suor Faustina, l’apostola della Divina Misericordia nel ventesimo secolo. La confidenza in Lui apre alla fiducia, scioglie l’angoscia, toglie la tristezza, trasforma il nostro modo di vedere noi stessi e anche gli altri, poiché ci rivela che tutti siamo stati amati e perdonati da Lui sulla croce, e quindi ci apre a ricevere questo amore, a testimoniarlo, e a vedere tutti come immersi in questo grande mistero. Così siamo liberati dai nostri rancori e dalle nostre divisioni, proprio perché Lui ha accolto tutti nel Suo cuore, nel colpo di lancia da Lui ricevuto: e se lui ci ha perdonato, impariamo così a perdonarci gli uni gli altri. E questo è il primo e principale frutto della devozione al cuore di Gesù.

Il secondo frutto, è la trasfigurazione di noi stessi nel cuore di Cristo, di modo che anche per noi diventi vita quel che di sé dice Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Gesù sulla croce fa a noi dono del Suo Spirito, e lo Spirito desidera scendere in ognuno e fare di noi “altri Cristi”, uomini e donne rivestiti degli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, cioè di misericordia, umiltà, mansuetudine e pazienza. Di più, desidera condurre ognuno di noi alla medesima intimità che il Figlio ha con il Padre, alla medesima preghiera, alla medesima fiducia, al medesimo abbandono. E per questo ogni mattina diciamo al Cuore di Gesù: “ti offro le preghiere, le azioni, le gioie e le sofferenze”, non perché siano un dono degno di Lui, ma perché Lui le riempia di sé stesso, siano cioè azioni degne di Lui, cioè sia il Suo agire in noi per gloria del Padre. E così le preghiere nostre siano la Sua preghiera, le nostre sofferenze siano un prolungamento delle Sue, sofferte nel medesimo abbandono e nella medesima fiducia, e perfino le gioie siano corroborate ed esaltate dalla Sua stessa purissima gioia.

Di conseguenza, poiché finché viviamo vivremo nella “carne”, cioè nell’umana debolezza che si manifesta in molti modi, non stanchiamoci mai di guardare a Colui che “mi ha amato e ha dato se stesso per me”: Lui è come il serpente di bronzo che fu innalzato nel deserto, e che gli Israeliti guardandolo guarivano dai morsi velenosi dei serpenti.

Lui è la sorgente di acqua viva, cioè dello Spirito, che sgorga dal Suo cuore trafitto dalla lancia come dalla roccia colpita dalla verga di Mosè uscì l’acqua che dissetò il popolo nel deserto.

E quest’acqua, irrigando le profondità del nostro spirito, non solo ci renderà simili a Lui, ma dal nostro stesso seno sgorgherà acqua viva per dissetare molti, come Lui stesso ci ha preannunziato. 

In missione con san Paolo

dal sito:

http://www.popoli.info/index.html

In missione con san Paolo

Si chiude il 29 giugno l’anno dedicato all’Apostolo delle genti. In queste pagine una riflessione sulla sua eredità per chi è impegnato nell’annuncio del Vangelo al mondo di oggi

Davide Magni S.I.
 
San Paolo apostolo (1975), olio su tavola di Mario Venzo, artista gesuita (1900-1989)
Fra i molti stimoli che l’Anno paolino ha offerto alla Chiesa, uno tra i più significativi è stato l’invito a riflettere sull’atteggiamento che i cristiani devono avere nella relazione con le varie religioni. Al termine dell’anno dedicato al bimillenario della nascita del santo vorremmo riproporre questo stimolo attraverso la proposta di un «esercizio missiologico» per incontrare il Paolo missionario e «missionologo».
Oggi tendiamo a dare per scontato che, poiché ogni religione presenta differenze e particolarità specifiche, il cristiano si debba riferire a ciascuna di esse in maniera differenziata. In realtà, il primo a rendersi conto di questo, e a maturare tale modalità di approccio, fu proprio san Paolo. Egli, partendo dall’esperienza di Cristo che aveva segnato la sua vita e la sua visione del mondo, legge le realtà che incontra ed elabora una riflessione teologica. Questa teologia non è una costruzione astratta, non preesiste alla sua attività missionaria, viceversa ne è il ripensamento. Egli è anzitutto un missionario e poi un teologo.
Uno degli studiosi che hanno riflettuto in maniera particolare sulle forme del dialogo e della missione nell’Apostolo delle genti è stato Pietro Rossano (1923-1991), teologo, responsabile del Segretariato per i non credenti (l’attuale Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso) e rettore dell’Università Lateranense. Rossano spiega bene come, fin dalla prima generazione cristiana, si sia manifestata una pluralità e varietà di espressioni. Dovunque arriva, il messaggio cristiano ha la capacità di innestarsi sul patrimonio spirituale preesistente: questo perché i valori religiosi e umani presenti in ogni popolo vengono assunti, liberati ed elevati in Cristo. Rossano identifica così cinque differenti modelli di evangelizzazione sperimentati da Paolo: agli ebrei della sinagoga di Antiochia di Pisidia (At 13,15-41); ai seguaci del politeismo cosmico di Listra (At 14,1-18); ai filosofi stoici ed epicurei di Atene (At 17,18-31); agli gnostici dell’Asia minore (Efesini e Colossesi) e ai culti politeisti di Corinto (1Cor 10,19-22). Un buon esercizio potrebbe consistere anzitutto nella lettura dei brani appena citati.
Rimanendo ai suggerimenti bibliografici, raccomandiamo un altro teologo prematuramente scomparso, il sudafricano David Bosch (1929-1992). Nel suo testo fondamentale, La trasformazione della missione. Mutamento di paradigma in missiologia (Queriniana, Brescia 2000), traccia una sintesi della missione in Paolo di grande limpidezza e acume. Estrapoliamo qui solo due aspetti di questa stimolante lettura che Bosch propone sulla teologia e la prassi missionaria di Paolo: le «motivazioni» e lo «scopo» della sua missione.

LE MOTIVAZIONI DI PAOLO

Nel più profondo della motivazione missionaria di Paolo c’è l’esperienza che egli ha fatto dell’amore di Dio in Cristo Gesù. Se va fino alle estremità della terra è perché è stato conquistato da Lui: «Il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). L’amore di Dio costituisce il vero movente della missione: «Avendo conosciuto (…) cerchiamo di convincere gli uomini» (5,11); «l’amore di Cristo ci spinge» (5,14).
Se, dunque, Paolo proclama il Vangelo a tutti, non è in primo luogo perché vuole salvare chi è perduto o perché ne sente l’obbligo. Il motivo di fondo è che ha coscienza che gli è stato fatto un privilegio: «ha ricevuto la grazia di essere apostolo» (Rm 1,5; 15,15). Privilegio, grazia, riconoscenza sono i concetti che Paolo usa quando parla del suo compito missionario. La coscienza di sapersi debitore si traduce immediatamente in un sentimento di riconoscenza. È facendosi missionario presso i giudei e i pagani, che Paolo esprime la sua riconoscenza per l’amore di Dio manifestato in Cristo. Un amore che «ci ha riconciliati con Dio mentre ancora gli eravamo nemici» (Rm 5,10): è questo amore incredibile e senza misura che Paolo e le sue comunità hanno scoperto e raccontano.
San Paolo ha una preoccupazione che lo spinge. Fuori di Cristo l’umanità perde assolutamente ogni speranza, è votata alla perdizione (1Cor 1,18; 2Cor 2,15). Essa ha un bisogno urgente di salvezza (Ef 2,12). Per tale ragione, deve essere proclamato a tutti che «Gesù ci libera dalla collera che viene». Si sente ambasciatore di Cristo: «In nome di Dio, ve ne supplichiamo, lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Tuttavia la sua grande motivazione non è predicare questa «collera che viene», ma il messaggio positivo: la salvezza che viene attraverso Cristo e il trionfo imminente di Dio. Il Vangelo è una buona notizia, rivolta a gente che ha peccato volontariamente, che è senza scuse e che merita il giudizio di Dio (Rm 1,20-25), ma a cui Dio, nella sua bontà, offre la possibilità di pentirsi (Rm 2,4). La salvezza, per Paolo, è l’esperienza di una liberazione immeritata, grazie all’incontro con il Dio unico, Padre di Gesù Cristo. Paolo ha la missione di condurre gli uomini alla salvezza in Cristo. Ma il suo obiettivo finale non è centrato sull’uomo: è preparare il mondo in vista della gloria di Dio che viene (1Tess 1,9) e per il giorno in cui tutto l’universo lo loderà, nella comunione piena di vita con lui.
Secondo Bosch, per cogliere come Paolo sentiva la responsabilità missionaria è utile richiamare quanto egli scrive a proposito del comportamento dei credenti verso «quelli di fuori»: devono anzitutto prendere coscienza di costituire una comunità di natura speciale, differente. Egli definisce i cristiani «scelti», «amati», «santi» (cioè, «messi da parte per»), conosciuti da Dio. Inoltre, ricorda continuamente che la testimonianza verso «quelli di fuori» esige una condotta esemplare: una condotta di rispetto (1Tess 4,11) e di amore concreto verso tutti (1Tess 3,12), una condotta che non solo attiri stima e ammirazione, ma addirittura inviti a entrare nella comunità.
In altre parole, la caratteristica delle prime comunità cristiane è il comportamento missionario. Esso si esprime non tanto con un’attività missionaria specifica, quanto con lo stile di vita «attrattivo» delle piccole comunità in cui le relazioni umane sono trasformate. Sono relazioni reciproche di attenzione, solidarietà, ospitalità, intense e ricche di emotività, di integrazione sociale tra ricchi e poveri: esse mostrano l’opera di riconciliazione realizzata da Cristo; sono «un segno precursore» dell’alba del mondo nuovo.

LO SCOPO DELLA MISSIONE

Sulla base di queste ragioni che lo spingono, qual è dunque il fine dell’andare alle genti? Nelle prime righe della Lettera ai Romani, Paolo riassume l’obiettivo del suo apostolato. È stato «scelto per annunciare il Vangelo» e incaricato di proclamare che Dio ha effettuato la riconciliazione del mondo con Lui e anche fra di noi. Per questo percorre tutta l’area mediterranea. Dove arriva, fonda Chiese: saranno, spera, manifestazioni della nuova creazione, capaci di resistere alle potenze di questo mondo.
La missione di Paolo si fonda non su promesse incerte, ma su un dato di fatto: la salvezza è già offerta da Dio all’umanità. In retrospettiva, cioè alla luce dell’esperienza dell’amore senza condizioni di Dio, Paolo ha immaginato come sarebbe stata la sua vita senza Cristo: egli ha potuto rendersi conto del terribile abisso in cui sarebbe caduto.
Tuttavia, quando confessa di essere stato salvato grazie a Cristo, non pronuncia un verdetto su quelli che non credono. Paolo non si sofferma sulla sorte dei non credenti, preferisce insistere sulla liberazione che è già stata data. Ha fatto l’esperienza del Vangelo, dell’amore senza condizioni: il suo scopo, lo scopo della sua missione, è di proclamare la salvezza compiuta da Dio. Il suo Vangelo è un messaggio positivo.

EDUCAZIONE AL DISCERNIMENTO

Dicevamo all’inizio che questa «lettura spirituale» dei testi di Paolo diventa un esercizio missiologico. L’anno scorso papa Benedetto XVI ha ricordato ai gesuiti riuniti per la 35ª Congregazione generale che la loro missione si articola in quattro dimensioni: servizio della fede, promozione della giustizia, inculturazione del Vangelo, dialogo interreligioso. Questo, però, vale per tutti i cristiani. San Paolo è il modello di riferimento, o paradigma, fondamentale.
L’Apostolo ci aiuta a riflettere sull’obiettivo e le motivazioni della missione che noi abbiamo. Si tratta di un’educazione al discernimento delle modalità dell’annuncio del Vangelo nell’attuale contesto delle religioni e delle culture. La Chiesa, ricordava mons. Rossano, consapevole dei limiti e delle imperfezioni che hanno offuscato nella storia l’efficacia della sua testimonianza, si sforza di presentare il messaggio evangelico in tutta la sua pienezza e nella sua potenza liberatrice. Per essere il più vicino possibile allo spirito di Cristo e alle esigenze dell’uomo contemporaneo, essa si trova sempre impegnata in un rinnovamento interiore.
Se il Concilio Vaticano II ha rappresentato il massimo sforzo compiuto dalla Chiesa nei tempi moderni per rendersi più adatta a svolgere la missione che Cristo le ha affidato per tutti gli uomini, l’anno paolino ha senza dubbio reso evidenti alcuni bisogni e desideri. Ad esempio il bisogno di ritrovare la piena unità con i cristiani separati dell’Oriente e dell’Occidente, il desiderio di avere uno sguardo d’amore e fiducia verso i non cristiani, per i quali la Chiesa sa di dover essere come il lievito e il sale.
Pochi mesi prima dell’apertura dell’anno paolino, il 3 dicembre 2007, la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, ha sollecitato i cristiani a una riflessione non scontata. La Nota induce a prendere consapevolezza di dove ci smarriamo nel nostro andare alle genti. Allo stesso tempo suggerisce che cosa possiamo migliorare, correggere, cambiare e ulteriormente fare nel nostro modo di annunciare (cioè vivere) il Vangelo. La Nota parla innanzitutto delle implicazioni antropologiche dell’evangelizzazione: è la dimensione del servizio, della carità vissuta nell’impegno per la giustizia e la pace, la salvaguardia del creato. Proseguendo, espone le implicazioni ecclesiologiche: ciò richiama la Chiesa a essere luogo di comunione, ovvero a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra i popoli e le culture; la comunità è luogo accogliente e riconciliante, attraente perché ci si sente amati e rispettati nella carità. Infine, richiama la dimensione ecumenica dell’evangelizzazione: c’è bisogno della testimonianza dei cristiani adulti nella vita secondo lo Spirito, pronti al dialogo e alla condivisione di doni che promuovono una più profonda conversione a Cristo; l’incontro tra le fedi, insomma.
Dall’incontro con san Paolo e raccogliendo le sollecitazioni della Nota possiamo capire che a nulla o a poco servono l’irrigidimento delle strutture ecclesiali o i discorsi sulla pastorale di tipo tattico-strategico, se si dimentica che il centro ispiratore di ogni azione è Gesù Cristo. Priva di grandi risorse umane, la Chiesa sa che deve contare unicamente sulla presenza di Cristo, il quale prima di congedarsi visibilmente dagli apostoli ha assicurato loro: «Ecco io sarò con voi fino alla fine dei secoli».

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