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Paolo e le donne (1): (1 Cor 11,2-16; 14,33-36)

dal sito:

http://www.cappellauniss.org/Paolo/corinzi6.htm

Paolo e le donne (1)

(1 Cor 11,2-16; 14,33-36)

Veniamo ora ad un argomento delicato: il pensiero di Paolo nei confronti della donna cristiana che affronta in questa lettera in due passi: 1Cor 11,2-16 e 14,33b-36.

1. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Cor 11,2-16

La circostanza a proposito della quale Paolo interviene è quella delle assemblee di preghiera e di profezia: «L’uomo che prega o profetizza… La donna che prega o profetizza» (vv. 4.5). Quindi a Corinto la donna conduceva anche la preghiera e/o profetizzava.
a) Onore, disonore, vergogna
Per molti interpreti nei vv. 4-5 Paolo vieterebbe all’uomo di coprire la sua testa con una qualche forma di copricapo ed esigerebbe dalla donna di coprirsi con un velo. Ma in realtà al v. 15 fa capire che per “velo” intende la chioma della donna. Paolo vede nella chioma lunga un onore per la donna stessa (v. 15); un disonore e vergogna, al contrario, tagliarsi i capelli (vv. 4-6). E’ un’affermazione che Paolo fa anzitutto in modo molto istintivo, mosso da interdizioni tabuistiche e non da argomenti razionali. Lo confermano gli imperativi di indignazione: «E allora si rapi a zero! – E allora si copra!» (v. 6). Poi però Paolo prova a razionalizzare.
b) Paolo razionalizza traendo una prova dalla Scrittura (vv. 7-10)
Mettendosi alla ricerca di argomenti razionali, Paolo dice che l’uomo non ha bisogno di coprire la testa perché è «icona e gloria di Dio» (due titoli, in riferimento a Dio), mentre la donna ha bisogno di coprirsi perché è «gloria dell’uomo» (un solo titolo, non in riferimento a Dio ma all’uomo). Tutto questo ha la sua ragione nel fatto che «non l’uomo fu creato attraverso la donna, ma viceversa». Paolo trae dunque i differenti titoli per uomo e donna dal diverso atto creativo da cui hanno avuto origine, perché l’uomo viene direttamente da Dio e la donna invece viene dalla costola dall’uomo.
Tutto questo è finalizzato a dire che nelle riunioni di preghiera l’«originato» deve manifestare la sua relazione con il suo «originante»: l’uomo deve manifestare la sua origine da Dio e la donna deve manifestare la sua origine dalla costola dell’uomo. L’uno e l’altra lo devono fare nella loro testa, che più di ogni altra parte del corpo rivela l’identità della persona. È evidente l’inadeguatezza della prova biblica, ma Paolo è alla disperata ricerca di argomenti.
c) Contro argomento per equilibrare tutto il discorso (vv. 11-12)
L’argomento che segue è un contro argomento perché introdotto con un «e tuttavia»: «E tuttavia né la donna senza l’uomo, né l’uomo senza la donna» (v. 11). Aiuta a capire meglio l’affermazione il versetto seguente che dice: «Come infatti la donna [venne] dall’uomo [nella creazione], così l’uomo [viene] attraverso la donna [nel parto]». In altre parole, se l’uomo è in vantaggio sulla donna a motivo di ciò che è detto in Gn 2, la donna è in vantaggio invece a motivo della legge della procreazione. E l’una e l’altra superiorità vengono da Dio, aggiunge Paolo (v. 12b). In tal modo la Scrittura che è a favore del maschio è equilibrata dalle leggi della procreazione che sono a favore della donna.
Le due superiorità o diversità introdotte dall’«e tuttavia» sembrano voler rettificare un’affermazione di esasperata uguaglianza tra uomo e donna, come se Paolo dicesse: «[Avete ragione a dire che tra uomo e donna c’è uguaglianza e parità,] e tuttavia in qualche cosa l’uomo è superiore alla donna, e in qualcos’altro la donna è superiore all’uomo».
d) Argomenti dal buon senso e dall’uso delle chiese (vv. 13-14.16)
In un terzo argomento o gruppo di argomenti Paolo si appella al buon senso dei corinzi («Giudicate da voi stessi», v. 13a), al comune sentire («Forse che è conveniente per una donna, ecc.?»), e infine al dato di fatto della differenziazione sessuale («Non è la natura stessa a insegnare che…, ecc.?»). Paolo fa qui di nuovo riferimento a onore e disonore, e cioè ai divieti istintivi che pensa ci siano in loro come sono in lui. A Corinto, sembra dire Paolo, anche i non credenti vogliono vedere la donna con la bella chioma che la natura le ha dato, e con quell’acconciatura non vogliono invece vedere l’uomo. Paolo infine cerca un consenso fuori Corinto, nella consuetudine delle «chiese di Dio» (v. 16), e cioè tutte le altre chiese o, forse, le chiese-madri della Giudea.
e) Il «potere» della donna (v. 10)
«Per questo la donna deve portare (exousian echein) sulla sua testa un segno di dipendenza, a motivo degli angeli». Ma il termine exousia non è da intendere in senso passivo, come fa la versione CEI, perché esso non ha mai valore passivo (= potere da subire) né nelle altre nove ricorrenze di 1Cor, né nel Nuovo Testamento, né in tutta la lingua greca. Ha invece sempre senso attivo (= potere da esercitare). L’espressione del v. 10 potrebbe allora significare: «La donna deve avere (un segno del)la propria autorità (da esercitare per esempio nella guida della preghiera o nell’esercizio del carisma profetico)» o, in alternativa: «Deve controllare la sua capigliatura (acconciandola in modo proprio)».
Circa l’espressione «a motivo degli angeli», è probabile che Paolo si riferisca ad una concezione presente anche nella letteratura intertestamentaria e nell’Apocalisse: qui sarebbero a salvaguardia della differenziazione sessuale tra maschio e femmina.
f) Come interpretare il v. 3?
Del v. 11,3 per tre volte Paolo usa il termine kephalé (testa): il primo in rapporto a Cristo, all’uomo e a Dio. In sostanza afferma:
- l’uomo è testa-kephal della donna: lo è perché nella creazione l’uomo fu «originante / principio d’origine» della donna quando essa fu tratta dalla sua costola;
- Dio è testa-kephal del Cristo», cioè in qualche modo è «originante / principio d’origine» del Cristo: lo ha (man)dato al mondo (Gv 3,16) e lo ha fatto risorgere (1Ts 1,10);
- Di ogni aner la testa è il Cristo. L’interpretazione più diffusa suona: «Di ogni uomo il capo è Cristo». Ma si oppongono a questa traduzione-interpretazione due gravi difficoltà. Una prima difficoltà, assolutamente insormontabile, è che, traducendo: «Di ogni maschio il “principio originante” è il Cristo», si farebbe un’affermazione inaudita. In tutto il Nuovo Testamento e in tutta la bimillenaria storia dell’ortodossia cristiana non ha alcun senso dire che il Cristo è capo dell’uomo, inteso come maschio(2)
Una seconda difficoltà sta nel fatto che la traduzione di aner con «maschio» non si integra nel contesto. L’affermazione secondo cui il Cristo è capo del maschio non ha il minimo sviluppo in 1Cor 11,2-16. Ci sembra invece molto più corretto tradurre aner con «essere umano», come suggerisce Ef 5,23-24 secondo cui «il Cristo è capo della chiesa», e cioè sia degli uomini che delle donne. Dopotutto, anche altrove aner significa «essere umano»(3).
A questo punto vale la pena di osservare come la traduzione di aner con «ogni essere umano» porti al centro della fede neotestamentaria, mentre la traduzione con «maschio» porta nella terra di nessuno, a un’affermazione maschilista inaudita per la fede cristiana bimillenaria.
g) La posizione dei corinzi (v. 3a) e la posizione di Paolo (vv. 3b.c)
Paolo dunque esordisce concedendo ai corinzi che essi dicono una cosa giusta («capo di ogni aner è Cristo»), ma aggiunge che la loro affermazione dev’essere precisata almeno su due linee di pensiero. In altre parole, i corinzi affermavano che il Cristo aveva reso ogni essere umano uguale (v. 3a). Non dimentichiamo che Paolo aveva annunciato la parità dei credenti in Cristo con formule come quella (battesimale) di Gal 3,28: «…non c’è più uomo o donna»; ma è chiaro che si tratta di un altro tipo di “parità”. Inoltre la componente femminile della comunità di Corinto o parte di essa ricavava da quel messaggio di liberazione motivi per sbarazzarsi dei simboli tradizionali della sessualità femminile che fino ad allora aveva significato e comportato inferiorità e sottomissione; in particolare le femministe corinzie si mascolinizzavano l’acconciatura dei capelli.
A ciò Paolo replica dicendo che: (a) la redenzione non annulla la creazione (v. 3b), e che (b) l’opera del Cristo non può non integrarsi nel piano di Dio (v. 3c) dal quale vengono sia la creazione che la redenzione. In tal modo la parafrasi interpretativa di 1Cor 11,3 può essere così formulata: «Avete ragione a dire che nella redenzione di ogni essere umano il Cristo è principio salvifico, ma resta pur sempre vero che in base alla creazione il maschio è principio di origine per la donna, e che nella redenzione Dio è principio d’origine del Cristo». In somma, Paolo non fa altro che ribadire l’imprescindibilità della differenziazione dei sessi anche nell’economia della redenzione. Se le cose stanno così, allora l’Apostolo sta facendo affermazioni di un equilibrio sorprendente, oltre che prezioso e fecondo anche per il nostro tempo.

2. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Cor 14,33b-36

a) I tre comandi circa il silenzio della donna nella chiesa (vv. 33b-35)
Il testo di 1Cor 14,33b-35 contiene tre comandi secchi che impongono alla donna il silenzio nelle assemblee. Il primo imperativo («Nelle assemblee le donne tacciano») è impartito in base alla consuetudine delle chiese, probabilmente quelle della Giudea («Come in tutte le chiese dei santi»), il secondo («Non è permesso loro di parlare, ma stiano sottomesse») in base alla legge («…come anche la legge dice»), e il terzo («Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i propri uomini a casa») in base al senso di vergogna («…è vergognoso infatti che la donna parli in assemblea»).
Ora mentre il testo oscuro di 1Cor 11 alla fin fine risulta comprensibile, sorprendentemente non si riesce a trovare un’interpretazione che sia al riparo da contro argomenti per questo testo che a prima vista sembra invece chiarissimo. La difficoltà principale da superare sta ne fatto che «le donne nelle assemblee tacciano» è in frontale contraddizione con 1Cor 11,5 secondo cui, come s’è visto, a Corinto la donna guidava la preghiera e pronunciava oracoli profetici in assoluto piede di parità con l’uomo purché lo facesse con un’acconciatura appropriata.
Alcuni esegeti hanno ipotizzato che il testo non sia paolino, e sarebbe stato scritto da uno scriba maschilista. A sfavore di questa ipotesi c’è il fatto che dopotutto quei versetti non manchino in alcun manoscritto.
Altri hanno avanzato un’ipotesi più illuminante. E’ vero, rimane un’ipotesi, ma ha un certo fondamento: nel v. 36 Paolo contrasterebbe uno slogan maschilista dei corinzi (4). Infatti a più riprese nella lettera Paolo risponde a slogan corinzi, talvolta introducendoli con una formula («Qualcuno di voi dice: “Io sono di Paolo”…») e a volte, come sarebbe qui, senza introduzione (come fa anche in 1Cor 6,12 e 10,23bis: «Tutto mi è lecito», ecc.). Si noti anche che nel v. 36 c’è un accusativo maschile plurale che rimanda a interlocutori maschi, per cui il senso dell’espressione sarebbe: «Forse che la parola profetica giunge solo a voi (e non anche alle donne)?».
Quest’ipotesi toglierebbe ogni difficoltà ma nel testo di 1Cor 14 non c’è traccia del «voi dite» (che in verità manca anche davanti ad altri slogan, così che quella dello slogan maschilista combattuto da Paolo resta un’ipotesi.

3. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Tim 2,11-15

La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.
Anche qui si pone il problema: è possibile che Paolo imponga il silenzio alla donna nelle assemblee e in esse rimanga sempre passiva? Di fatto Paolo sembra presentare una motivazione teologica.
Anzitutto bisogna tener conto che questa lettera, insieme a 2Tm e Tt, per alcuni studiosi che l’hanno sottoposta a una analisi letteraria storica e teologica non sarebbe autentica, ma composta dalla “scuola paolina”. Se, comunque, in linea con quanto afferma la tradizione vogliamo ritenere autentica questa lettera, non possiamo fare a meno di riscontrare nel testo un certo contrasto. Poco prima, infatti, Paolo, dopo aver indicato agli uomini come pregare («in ogni luogo, innalzando al cielo mani pure, senza collera e spirito di contesa»: v. 8), ammette che le donne facciano altrettanto («alla stessa maniera»: v. 9); quindi che anche le donne abbiano il diritto di pregare durante il culto cristiano.
Perché allora al v. 11 dice: «la donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione»? Se il testo è di Paolo, il motivo sarebbe teologico: il maschio ha la priorità perché è stato creato per primo e, poiché in Gn 3,13 «l’essere ingannata» è ascritto in modo esplicito alla donna e non all’uomo, allora è più probabile che la donna venga fuorviata, e di conseguenza non dovrebbe insegnare (cfr. anche Sir 25,24). Ma questa visione contrasta con ciò che Paolo, in una lettera sicuramente autentica, dice in Rm 5,12-21 (cf. anche 1Cor 15,45-49) dove attribuisce la responsabilità della caduta all’uomo-Adamo, che è stato salvato dal Cristo-Adamo.
C’è poi un’ultima difficoltà: per la donna la prima «opera» per salvarsi – pur parlando anche della sua fede, carità e tensione alla santità – sarebbe il «partorire figli». E’ un pensiero che può lasciarci perplessi se non viene contestualizzato. Va infatti letto alla luce di 1Tm 4,3-56: i falsi dottori proibiscono il matrimonio, ma la vera fede insiste sulla bontà della sessualità umana in quanto è stata creata da Dio. Infatti, direbbe Paolo, le donne saranno salvate anche in virtù di ciò che i falsi dottori respingono; di ciò poi, che è per eccellenza una prerogativa della donna nella relazione con la sua creatura, che da genitrice diviene (o è chiamata a diventare) madre.

4. Punti più o meno fermi circa l’(anti)femminismo di Paolo

– Il testo di 1Cor 11 non è quindi in alcun modo ostile né sfavorevole alle donne. Se anche dice che la donna è inferiore all’uomo perché creata dalla costola di lui, Paolo poi subito contrappone a questa l’affermazione della superiorità della donna sull’uomo che si ricava dalle leggi della procreazione e del parto.
– In realtà in nessuna di quelle due affermazioni Paolo vuol parlare di superiorità ma piuttosto di diversità. Mentre accetta che si affermi l’uguale dignità in Cristo, Paolo replica che uomo e donna furono da Dio creati diversi, e diversi restano anche nell’economia della redenzione, a cominciare dalla fisiologia fino (alla psicologia e) all’acconciatura dei capelli.
– Paolo richiama il valore permanente della differenziazione sessuale per contrastare un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione attraverso mascolinizzazione (cosa che in Europa non è avvenuta anche di recente in certi movimenti femministi?).
– In tal modo Paolo prende posizione circa ogni processo emancipazionista, egalitarista e femminista, dicendo che basilare e imprescindibile per ognuno di quei discorsi è la salvaguardia della differenziazione sessuale.
– Quanto a 1Cor 14, l’esegesi tradizionale secondo cui una volta per sempre Paolo ha messo a tacere la donna nella chiesa, è stata posta sotto critica battente. Anche l’autenticità di 1Tim 2,11-15 (meglio: dell’intera lettera) è dubbia.
– Se poi l’ipotesi relativa ad una risposta di Paolo ad uno slogan maschilista dei corinzi è corretta, allora in questo testo Paolo si farebbe addirittura acceso difensore del diritto di parola per le donne. Ma a questa interpretazione manca sempre il suggello della prova inconfutabile, mancando il «voi dite».
- Quello che allora si può dire in alternativa è che nel mulieres taceant di 1Cor 14 e nell’«impari in silenzio, con tutta sottomissione» di 1Tim 2 non si può sostituire il nome delle collaboratrici di Paolo – Febe (cf. Rm 16,1-2), Prisca (cf. Rm 16,3; 1Cor 16,19) e, forse Giunia (cfr. Rm 16,7) – al più generico «le donne». Non è pensabile che queste collaboratrici fossero dallo stesso Paolo costrette a tacere nelle assemblee e a interrogare poi i propri uomini a casa. Basti dire che quattro volte su sei nel NT (Rm 16,3; At 18,18.26 e 2Tm 4,19) Prisca-Priscialla è nominata prima del marito Akylas.
- Se davvero in 1Cor 14 e di 1Tim 2 mette a tacere le donne, lo fa per una circostanza particolare e limitata che il testo non permette di ricostruire. E allora non saremmo di fronte a una legge «canonica» e valida universalmente.

Cosa dice Paolo in Ef 5,21-26 sul rapporto uomo-donna nel matrimonio

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne ai loro mariti come al Signore, perché è l’uomo il capo della donna, come anche Cristo è il capo della Chiesa, egli il salvatore del suo corpo. Dunque, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto.
Voi, uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e per essa ha dato se stesso, per santificarla purificandola con lavacro dell’acqua nella parola per farsela comparire innanzi, la Chiesa, gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, perché invece sia santa e irreprensibile.
L’esortazione «Siate sottomessi… » conclude grammaticalmente la sezione precedente, che così si strutturava: “siate ripieni di Spirito Santo… intrattenetevi tra di voi… cantando… ringraziando…”. Ebbene Paolo, passando dalle funzioni religiose alla vita quotidiana della famiglia, vuol dirci chiaramente che la vita cristiana è indivisibile, che non ci possono essere due campi distinti, chiesa e casa, domenica e giorni feriali, liturgia e vita. I due campi appartengono l’un l’altro e devono scambievolmente compenetrarsi: dal culto divino nasce per la vita quotidiana una comprensione sempre nuova della volontà di Dio, e con essa anche la forza di compierla; e viceversa, la vita vissuta di ogni giorno, gioie e dolori, successi e insuccessi, speranze e preoccupazioni, è ciò che il cristiano porta con sé quando si presenta a Dio nella liturgia assieme ai fratelli.
E’ in questo contesto che Paolo afferma che le donne devono essere sottomesse ai loro uomini come al Signore. Nella nostra lingua, il “come” ha un valore piuttosto comparativo; la parola greca, invece, assomma in sé i due significati ed ha qui soprattutto il valore causale, è l’applicazione dell’affermazione precedente «nel timore di Cristo». Il matrimonio è dunque chiamato a riprodurre il rapporto di Cristo con la sua Chiesa, e come Cristo è il capo della Chiesa, tale deve essere l’uomo per la donna. La parola “capo” esprime soprattutto la posizione di signore e padrone: naturalmente Cristo, come capo della Chiesa, è per lei molto di più di ciò, è fonte della sua vita, motivo e fine della sua crescita – ciò che non può certo dirsi dell’uomo nei confronti della donna. Fin dal principio Paolo vuol togliere ogni duro autoritarismo dalla posizione di comando dell’uomo, ed escludere ogni possibile inflessibilità o abuso egoistico. Ecco perché aggiunge la frase, qui piuttosto sorprendente, “Cristo, il salvatore del suo corpo”: la posizione di comando dell’uomo deve essere tutta indirizzata alla “salvezza” della moglie, come fa Cristo nei confronti della Chiesa. Così vede Paolo il rapporto dalla parte dell’uomo; ripete poi lo stesso pensiero visto dalla parte della donna: «Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto». Formulando il principio sotto i due aspetti, viene escluso senz’altro ogni malinteso: all’uomo l’apostolo assegna la parte direttiva e di guida del matrimonio, alla donna quella subordinata; e ciò vale “in tutto”, cioè nello svolgersi di tutta la vita.
Di fronte a queste affermazioni è vero che Paolo – che ha di fronte a sé l’immagine dei rapporti tra gli sposi che era quella del suo tempo, dove la posizione di inferiorità di solito assegnata alla donna – non sembra cambiare l’ordine esistente, ma introduce un atteggiamento profondamente diverso del marito verso la moglie. Si tratta di esercitare un’autorità che acquista il suo valore solo nel servizio; quindi un’autorità che non può che essere attenta ai bisogni, alle esigenze della moglie, al suo bene spirituale, alle sue idee e proposte per il bene dei coniugi e della famiglia…
Scrive Cantalamessa: «in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, [questa visione di Paolo] sembra inaccettabile. Infatti è vero. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dalla mentalità del suo tempo. Tuttavia la soluzione non sta nell’eliminare dai rapporta tra marito e moglie la parola “sottomissione”, ma semmai nel renderla reciproca, come reciproco deve essere anche l’amore. In altre parole, non solo il marito deve amare la moglie, ma anche la moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito, ma anche il marito alla moglie. Amore reciproco e sottomissione reciproca. Ma, a guardare bene, è proprio l’esortazione con cui comincia il nostro testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. La sottomissione non è allora che un aspetto e un’esigenza dell’amore. Per chi ama, sottomettersi all’oggetto del proprio amore non umilia, ma rende anzi felici. Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del coniuge, del suo parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma, ricordarsi che si è diventati “coniugi”, cioè, alla lettera, persone che sono sotto “lo stesso giogo” liberamente accolto»(5).
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1 Cf. G. Biguzzi, Paolo, un apostolo contro le donne?, in «Credere oggi» 143 (2004); M.Zerwick s.j., Lettera agli Efesini, Città Nuova, Roma, 1971; AaVv., Nuovo grande commentario biblico, Queriniana 1997.
2 Si noti che anche in Ef 5,23-24 dov’è detto: «…l’uomo è capo-kephal della donna come il Cristo è capo-kephal_ della chiesa, lui salvatore del corpo. E come la chiesa è sottomessa al Cristo, così anche le donne lo siano ai loro mariti in tutto, ecc.» non si dice in nessun modo che il Cristo è capo del maschio. Anzi, dopo l’affermazione secondo cui l’uomo è capo della donna, ci si aspetterebbe che l’autore di Ef designi il Cristo come capo dell’uomo, e invece dice che è capo della chiesa. Ora, per l’autore di Ef, per Paolo e per tutto il Nuovo Testamento, la chiesa è fatta di uomini e di donne, così che il Cristo è capo dell’uomo allo stesso modo che lo è della donna.
3 In Gn 14,21 Melchisedec dice ad Abramo: «Dammi le persone (tous andras). Gli animali prendili tu». Quel tous andras include le donne, come si ricava dal v. 14,16 dov’era detto: «[Abramo] ricuperò tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne (tas gynaikas) e il popolo…». Allo stesso modo, secondo Gn 17,23 la circoncisione del clan di Abramo riguardò «pan arsen ton andron» dove il senso dell’espressione non può essere: «ogni maschio dei maschi». Non per nulla la versione CEI del 1971 rende tutto l’episodio con: «Allora Abramo prese tutti i maschi (pan arsen) appartenenti al personale della casa (ton andron) di Abramo, e circoncise la carne del loro membro in quello stesso giorno, ecc.».
Nel Nuovo Testamento basti citare At 17,34 dove, per parlare del risultato del discorso di Paolo all’Areopago, Luca elenca una donna fra gli andres: «Alcuni andres aderirono a lui e credettero: tra questi Dionigi… e una donna (kai gyne) di nome Damaris».
4 Nel 1924 una traduttrice del testo biblico, H. Barrett Montgomery, antepose agli imperativi del silenzio delle donne un: «Voi dite», con cui quelle parole vengono messe sulle labbra a un gruppo di uomini corinzi. La stessa integrazione è stata riproposta più volte: nel 1981 (Flanagan e Hunter Snyder), nel 1983 (e 1987, Odell Scott), nel 1984 (Manus), nel 1987 (Talbert), nel 1988 (Allison), nel 1995 (Gourgues) e nel 1999 (Collins).
5 R. Cantalamessa, Amare la chiesa. Meditazioni sulla Lettera agli Efesini, Milano, Ancora, 2003, pp. 92-97

sul tema: La Fortezza (1Cor; 2Cor; Fil; Ef;)

questo pomeriggio, leggendo, un po’ a caso, le lettere di Paolo, ho trovato questo passo: <«Le lettere - si dice - sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2Cor 10, 10).> le parole di Paolo mi hanno colpito, ho sentito una emozione fino alle lacrime leggendo quello che scrive Paolo, ho trovato questo commento, dal sito:

http://www.upcm.it/caritasbondanello/documenti/la_fortezza.pdf

LA FORTEZZA

Paolo, quando parla di fortezza, ha in mente, prima di tutto una convinzione che gli deriva dall’Antico Testamento: il Forte per ccellenza è il Signore (cf. 2Ts 1, 9; Ef 1, 19; Col 1, 11). Egli, poi, comunica il suo Spirito di fortezza all’uomo, ma non nel modo in cui egli si aspetterebbe. La forza che Dio comunica passa attraverso l’esperienza umana della debolezza. Paolo presenta il tema della fortezza soprattutto in 1Cor, in connessione con la sua teologia della croce:

La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. […] E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù.

(1Cor 1, 18. 22-30a)

La croce, nella sua debolezza, si dimostra più forte della potenza umana. Paolo fa osservare ai destinatari della sua lettera che questo vale non solo in relazione al Signore Gesù, ma anche all’interno della stessa comunità ecclesiale. L’elezione e la chiamata da parte di Dio, da un punto di vista umano, non possono essere considerate altro che « stoltezza », dal momento che non sono ancorate sulle « cose che sono ». Eppure, proprio per questa ragione, vanno ad invalidare e ad annullare questa logica, per il fatto che la debolezza dei membri della comunità cristiana confonde i presunti « forti » del mondo. I primi ad essere deboli, secondo la logica del mondo sono proprio gli apostoli. Paolo, in una lettera riporta una voce circolante nei suoi riguardi: «Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2Cor 10, 10). Egli non si dimostra risentito per questa diceria, ma la accentua e vi ironizza sopra: gli apostoli sono deboli, mentre è la comunità cristiana ad essere forte (cf. 1Cor 10, 22)! Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.

(2Cor 4, 9-13)

Paolo, proprio perché conosce la sua debolezza, può constatare quello che la grazia ha operato in lui. La forza che lo ha animato e ancora lo anima non è una sua dote naturale, ma è un dono dello Spirito:

Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.

(Fil 4, 11-13)

La fortezza, che è dono dello Spirito, ha soprattutto un effetto: la fede che opera per mezzo della carità (cf. Gal 5, 6). Il credente, raggiunto da questo dono, è anche invitato a coltivarlo, mediante alcuni atteggiamenti concreti:

Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. […] Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi.

(Ef 6, 10-11. 13-18)

I morti e i vivi al momento della venuta del Signore (1Ts 4,13-18) (sulla speranza cristiana)

dal sito:

http://www.cappellauniss.org/Paolo/tess2.htm

I morti e i vivi al momento della venuta del Signore

(Arcidiocesi di Sassari,  Cappellanìa universitaria Santa Caterina)

(1Ts 4,13-18)

   Il brano è tipico e ben si presta a sostenere la speranza cristiana, se viene letto nella Liturgia della Parola  in occasione di un funerale.

4,13 :“Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli…”. S. Paolo inizia con una frase tipica ed è sua ferma intenzione spiegare la sua dottrina escatologica affinché i destinatari la capiscano a fondo. Forse non hanno capito o hanno dubbi o lui ha detto qualcosa ed ora deve aggiungere altro.

“Fratelli” significa figli dello stesso utero perché Paolo e gli abitanti di Tessalonica sono legati da un nuovo rapporto: Dio è Padre di Gesù e Padre di coloro che credono in Cristo: dunque chi crede sono fratelli  e sorelle. Abbiamo un’ecclesiologia implicita: la Chiesa è comunità fraterna e i credenti sono figli di Dio e coeredi di Cristo. I cristiani sono figli di Dio.

“Circa quelli che sono morti” cioè “riguardo ai dormienti”. Forse Paolo risponde alle domande dei Tessalonicesi ed usa un linguaggio metaforico per parlare dei defunti. Il verbo greco usato è originale non tanto per la scelta quanto invece per l’indicazione durativa del participio: essi stanno soltanto dormendo. E’ la speranza della Resurrezione e il dormire è morte solo apparente e presuppone il concetto di risveglio alla luce della Resurrezione. I cristiani si sono addormentati nella speranza di risorgere (koimenon).

“Perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”, cioè “Affinché non siate tristi come i restanti che non hanno la speranza”. “Affinché”  (ina) introduce lo scopo del discorso di Paolo, del suo insegnamento ed è parola chiave: Paolo esorta a non avere dolore come i pagani che non credono in Cristo. La differenza tra credenti e non è che questi non hanno speranza nella vita risorta. Per Paolo la speranza (elpis) è un concetto importante nella morale cristiana perché da ai cristiani la fiducia a vivere il presente e i problemi con pazienza, perseveranza, gioia, sperando nel ritorno del Signore.    

4,14: “Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato”, cioè “se noi infatti crediamo che Gesù morì e resuscitò”. Si tratta di una costruzione ipotetica con due proposizioni collegate logicamente: “se questo allora quello” con valore dichiarativo: “noi crediamo che…”. Cosa? Gesù morì e resuscitò: c’è tutto il nucleo della nostra fede nei due verbi. La base della nostra fede è l’evento Cristo e Paolo accorda la prima proposizione con l’insegnamento dei defunti in Cristo, formula del Credo primitivo che i cristiani hanno professato fin da principio.

Ciò che segue si collega alla formula precedente: ciò che Dio fa al Figlio, lo farà ai defunti in Gesù: “Così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con Lui”, cioè “Dio per mezzo di Gesù condurrà con lui quelli che si sono addormentati con lui”. Si specifica la mediazione di Gesù (“di Gesù” e “con lui”). Ecco come interpretare “con lui”: 1)teologica. Dio per mezzo di Gesù conduce i defunti con lui, cioè con Dio stesso. Dio è il soggetto del verbo, autore principale di ogni azione salvifica. Gesù è mediatore di Dio che mette in luce il ruolo di Dio. 2) cristologica. Dio è sempre l’autore ma la mediazione di Gesù è sempre sottolineata: lui è mediatore di Dio e anche dei credenti e tale interpretazione è più corretta sintatticamente: “Dio per mezzo di Gesù condurrà i defunti con lui, cioè con Gesù stesso”. “Con lui” mette in relazione Dio con Gesù ed i cristiani. I destinatari perciò sono costretti a riflettere per capire chi è questo “lui” e quale sia il rapporto tra Dio e Gesù e tra Gesù e i credenti. La duplice natura di Gesù, uomo e Dio,  qui viene esplicitata: Gesù sfuma in Dio e Dio sfuma in Lui. Paolo esprime in modo sublime un concetto difficile: la divinità di Gesù: Dio guiderà tutti a sé  con Gesù. Gesù e i defunti sono compagni di viaggio nell’esperienza della comunione, sottolineata dai termini in greco che indicano questa ricchezza. 

4,15: “Questo vi diciamo sulla Parola del Signore”, cioè “Ciò infatti vi diciamo sulla Parola del Signore”. Cosa significa e a cosa si riferisce “questo”, “ciò”? Alcuni dicono si riferisca a ciò che precede, mentre altri a ciò che seguirà. Il termine greco usato fa da collegamento, in ogni caso, con ciò che precede e da transizione con ciò che seguirà. Inoltre, c’è una altro verbo greco, “diciamo” (legomen) che tecnicamente viene definito un hapax, cioè lo troviamo presente solo in questo testo relativamente al Nuovo Testamento. “Sulla Parola”, viene composto con un preposizione greca che ha valore temporale, strumentale, modale (en), ed è ricca di significati, perché in unione con il dativo del termine “parola”, mette in moto potenzialità inaspettate. Si vuole alludere alla Parola di Dio che gli evangelisti chiamano Verbo. La dottrina di Paolo perciò si basa su Gesù e su tutta la sua autorità.

“Noi che viviamo”, cioè “noi i rimanenti”. Nel testo greco, viene usata una congiunzione ad inizio proposizione, che si collega con la frase precedente e introduce quella successiva. Si amplia il soggetto della prima persona plurale: noi, i viventi, i rimanenti. Paolo vuole trasmettere un concetto base legato alla Resurrezione dei morti in Cristo. Il participio “viventi” ha un significato più profondo del senso fisico, ed anche metaforico, che ci proietta in un’altra dimensione: chi condivide la vita di Dio, per mezzo di Gesù. Ciò ha un senso fisico ed anche teologico, perché significa anche “coloro che sopravvivono e scampano alla morte eterna, i rimanenti, che tramite Gesù, con il Battesimo, hanno accesso alla Vita Eterna. Il soggetto, “i viventi” abbraccia tutti i cristiani e non solo i Tessalonicesi e risuona come affermazione globale riferita a tutta la Chiesa. Vengono usati due participi in greco, preceduti dal medesimo articolo plurale, per indicare i viventi, i rimanenti, estendendo così il campo semantico, e l’idea dell’eternità è raddoppiata.       

“Per la venuta del Signore” cioè “fino alla venuta del Signore”. Il testo è suggestivo e trasmette il dramma presente nell’uomo: cosa succede dopo la morte? Paolo fuga le incertezze e le angosce, aprendo prospettive di speranza, gioia, felicità: è la venuta del Signore alla fine dei tempi.

“Non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti”. Per Paolo i vivi non hanno nessun vantaggio sui defunti. Il suo linguaggio pone tutti in condizioni di parità, essendo consapevole di rivolgersi non solo ai Tessalonicesi ma, in qualità di apostolo sa che la buona notizia oltrepassa i confini di tempo e spazio: il vangelo è per tutti gli uomini.

4,16: “Perché il Signore stesso”. Il pronome greco “stesso” (autos) ha valore rafforzativo e sottolinea il ruolo del Signore nel suo atto salvifico. Paolo sottolinea il nome “Cristo Signore” per diversificare la sua dottrina da quella giudaica: a Damasco ha visto il Risorto e il Signore è già venuto, perché Gesù è il Signore, il Messia.

“A un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio”. C’è una preposizione greca che si ripete per tre volte, che traduciamo con “a” (en), che è riferita al Signore stesso e descrive i segni del suo ritorno in maniera apocalittica, descrivendo circostanze concomitanti con azioni apocalittiche, secondo il linguaggio apocalittico tipico della letteratura ebraica. Ma chi impartisce l’ordine? Dio o Gesù? E’ l’incrocio in Paolo tra teologia e cristologia. Visto il soggetto, il Signore si riferisce a Dio, ma i cristiani hanno dato il titolo a Gesù. Sarebbe meglio interpretare l’azione di Gesù in questi tre segni, senza però escludere Dio.

“A un  ordine” è un sostantivo che non troviamo altrove (hapax). Nel greco classico ci si vuole riferire a un ordine nel linguaggio tecnico-militare, riferito alla battaglia. C’è di fatto una guerra tra Dio e i nemici, tra cui vi è la morte. Ma il sostantivo può anche esprimere un ordine divino degli dei greci o un grido. E’ un ordine del Signore celeste che sottolinea l’autorità del comando nella battaglia.     

“Alla voce di un arcangelo”: è la spiegazione del secondo segno apocalittico (Isaia 6: la voce degli angeli fa scuotere il tempio divino), che altro non è che la voce del Signore. Si tratta di un segnale per tutti, vivi e defunti.

“Al suono della tromba di Dio”: è un segno che si pone in continuità con la vecchia Alleanza. Nella letteratura classica la tromba veniva usata per annunciare una battaglia, mentre nel giudaismo riceve una connotazione religiosa perché descrive teofanie, cioè manifestazioni di Dio, come in Es 19,10, relativo all’Alleanza tra il Signore e Mosé: “Il Signore scenderà”. Nel nostro testo c’è un legame tra la teofania e la tromba che annuncia l’arrivo del Signore ed è il segno dell’ultimo giorno per eccellenza, quello del giudizio. La tromba è tromba di Dio e pertanto l’arcangelo agisce con autorità divina. Si sottolinea l’arrivo del Signore e della fine dei tempi. Anche in Nm 10,4-segg. si sottolinea l’uso delle trombe, poiché ha un suo linguaggio per impartire ordini; anche in Gs 6,1-segg  viene menzionato il suo uso. La tromba ha la sua importanza dal punto di vista archeologico: nell’arco di Tito, sui bassorilievi spicca il candelabro a sette braccia con le trombe d’argento del tempio di Gerusalemme, segno di conquista dei romani, insieme alle tavole della legge. Sembra che Paolo descriva una scena istantanea smontandola in tre dimensioni: la simultaneità dell’obbedienza ottenuta a un cenno di comando. L’ordine è seguito da un intervento vocale dell’arcangelo ed infine la tromba carica di potenza energica auditiva: il suono viene udito ma si vedono anche i colori dell’argento metallico della tromba e il suono va in tutte le direzioni. Si potrebbe trattare di tante trombe che annunciano la venuta del Signore, le quali sono talmente in armonia che sembra una sola e l’effetto musicale e avvolgente e coinvolgente per le creature spettatrici e partecipi. Nel 50-51 d.C. il tempio accoglieva il sommo sacerdote facendo squillare la tromba come per l’arrivo del Signore: è un legame con la liturgia degli ebrei.

“Discenderà dal cielo”: è il ruolo unico di Gesù nel suo ritorno ed il verbo usato ricorre per indicare in genere la discesa nell’altro mondo. Nell’Antico Testamento il discendere indica un ispezionare e giudicare e ciò vale anche per Gesù che scenderà come giudice.

“E prima risorgeranno i morti in Cristo” cioè “E come condizione primaria risorgeranno i morti in Cristo”: Paolo usa un  pronome che ha funzione di avverbio: ”prima” (panton), che indica una priorità ordinata di condizioni necessarie: condizione prima è la Resurrezione dai morti. Solo così i credenti vanno incontro al Signore. Paolo sottolinea che i morti non saranno più tali ma resuscitando si pongono nelle giusta direzione di incontrare il Signore che è la vita e il Risorto. Sarà il trionfo della vita sulla morte: Dio vincerà l’ultima battaglia. La scena è emozionante non solo per l’intervento divino dall’alto in basso, ma anche per l’elevazione degli uomini all’ordine del capo: dal basso all’alto. Ricordiamo Ez 37,1-segg. con l’episodio delle ossa aride e pensiamo alla valle di Giosafat che in ebraico significa “Dio ha giudicato” ed è la valle del giudizio. Anche in Gl 4,1-segg. si dice: “Signore fa scendere i tuoi eroi”: è il momento del giudizio.

4,17: “Quindi noi, i vivi, i superstiti” cioè “Poi noi, i viventi, i rimasti”: il versetto si aggancia al v. 15 per sottolineare che nel giorno del Signore i vivi non hanno vantaggio rispetto ai morti: sono tutti pronti e tutti uguali. C’è un avverbio greco ad inizio versetto (epeita) per indicare ciò che segue come condizione: i morti non saranno più tali.

“Saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole” cioè “Insieme con loro saremo rapiti sulle nubi”: Paolo vuole evidenziare la simultaneità dell’azione e le stretta unione con un avverbio particolare (ama sun), per dire che come i morti obbediscono  al comando, così tutti, con i vivi, saremo attirati dall’alto come razzi e frecce. Un verbo al futuro, in greco, (arpaghezometa) vuole indicare che i morti devono essere purificati prima di essere rapiti in cielo.

“Per andare incontro al Signore nell’aria”: lo scopo di Paolo è l’incontro col Signore nell’aria, elemento tra terra e cielo, spazio intermedio tra umano e divino, in cui il Signore, intermediario tra Dio e gli uomini, incontra i suoi. Il termine greco usato da Paolo (aera) fa pensare anche allo Spirito.

“E così saremo sempre con il Signore” cioè “E tutti staremo col Signore”: è la conclusione per cui staremo tutti con il Signore. L’avverbio usato (pantote), significa per ogni tempo, per sempre, in senso totalizzante.

4,18: “Confortatevi” cioè “Consolatevi”: tale versetto conclude ed è il punto essenziale e la consolazione vicendevole dei fratelli. Il verbo “consolatevi” appare molte volte ed è ugualmente usato in Isaia 40,1-segg. per consolare Israele in Babilonia.

“Dunque a vicenda con queste parole”: in Isaia 40,1-segg. si dice: “… allora si rivelerà la Gloria del Signore e ognuno la vedrà”. Ora Paolo conforta il suo popolo nel momento di persecuzione, lutto e sofferenza. Il pronome greco che conclude il versetto (tutois) fa da inclusione con il pronome all’inizio del vers. 15 (tuto) chiudendo all’interno il percorso sviluppato da Paolo attorno ai termini “diciamo”, “parole”, “Parola”. Ciò che Paolo dice, lo dice a nome degli apostoli e i Tessalonicesi conoscono le parole degli apostoli e quindi del Signore.  

Note finali

Al v. 14 Gesù è indicato due volte come uomo uguale agli altri, mentre al v. 16 viene definito come Cristo, l’unto di Dio, il Messia scelto: è un titolo del Signore. Cosa fa? Salva il suo popolo.

Paolo ci parla di Dio (teologia), di Gesù il Cristo (cristologia), dell’ultimo giorno del Signore (escatologia) quando i morti non saranno più tali; di pienezza della salvezza attraverso il nostro corpo mortale, per cui attendiamo la Resurrezione (soteriologia) in quanto non siamo nella pienezza della salvezza; dell’uomo mortale che condivide la Vita Divina (antropologia); della consolazione vicendevole in attesa del Signore (teologia morale); di cielo, terra, aria (cosmologia).  

Papa Bendetto, Ospedale Romano, 1 domenica di Avvento 2007 – tema della speranza

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20071202_ospedale-smom_it.html

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALL’OSPEDALE ROMANO « SAN GIOVANNI BATTISTA »
DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

I Domenica di Avvento, 2 dicembre 2007

Cari fratelli e sorelle!

« Andiamo con gioia incontro al Signore ». Queste parole, che abbiamo ripetuto nel ritornello del Salmo responsoriale, interpretano bene i sentimenti che occupano il nostro cuore quest’oggi, prima domenica di Avvento. La ragione per cui possiamo andare avanti con gioia, come ci ha esortato a fare l’apostolo Paolo, sta nel fatto che è ormai vicina la nostra salvezza. Il Signore viene! Con questa consapevolezza intraprendiamo l’itinerario dell’Avvento, preparandoci a celebrare con fede l’evento straordinario del Natale del Signore. Durante le prossime settimane, giorno dopo giorno, la liturgia offrirà alla nostra riflessione testi dell’Antico Testamento, che richiamano quel vivo e costante desiderio che tenne desta nel popolo ebraico l’attesa della venuta del Messia. Vigili nella preghiera, cerchiamo anche noi di preparare il nostro cuore ad accogliere il Salvatore che verrà a mostrarci la sua misericordia e a donarci la sua salvezza.

Proprio perché tempo di attesa, l’Avvento è tempo di speranza ed alla speranza cristiana ho voluto dedicare la mia seconda Enciclica presentata l’altro ieri ufficialmente: essa inizia con le parole rivolte da san Paolo ai cristiani di Roma: « Spe salvi facti sumus – nella speranza siamo stati salvati » (8,24). Nell’Enciclica scrivo tra l’altro che « noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere » (n. 31). La certezza che solo Dio può essere la nostra salda speranza animi tutti noi, raccolti stamane in questa casa nella quale si lotta contro la malattia, sorretti dalla solidarietà. E vorrei profittare della mia visita al vostro ospedale, gestito dall’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta, per consegnare idealmente l’Enciclica alla comunità cristiana di Roma e, in particolare, a coloro che, come voi, sono a diretto contatto con la sofferenza e la malattia. È un testo che vi invito ad approfondire, per trovarvi le ragioni di quella « speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: … anche un presente faticoso » (n. 1).

Cari fratelli e sorelle, « il Dio della speranza che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi! ». Con quest’augurio che il sacerdote rivolge all’assemblea all’inizio della Santa Messa, vi saluto cordialmente. Saluto, in primo luogo, il Cardinale Vicario Camillo Ruini e il Cardinale Pio Laghi, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, i Presuli e i sacerdoti presenti, i cappellani e le suore che qui prestano il loro servizio. Saluto con deferenza Sua Altezza Eminentissima Frà Andrew Bertie, Principe e Gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, che ringrazio per i sentimenti espressi a nome della Direzione, del personale amministrativo, sanitario e infermieristico e di quanti prestano in diversi modi la loro opera nell’ospedale. Estendo il mio saluto alle distinte Autorità, con un particolare pensiero per il Dirigente sanitario, come anche per il Rappresentante dei malati, ai quali va il mio ringraziamento per le parole che mi hanno rivolto all’inizio della Celebrazione.

Ma il saluto più affettuoso è per voi, cari malati e per i vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Il Papa vi è spiritualmente vicino e vi assicura la sua quotidiana preghiera; vi invita a trovare in Gesù sostegno e conforto e a non perdere mai la fiducia. La liturgia dell’Avvento ci ripeterà lungo le prossime settimane di non stancarci d’invocarlo; ci esorterà ad andargli incontro, sapendo che Egli stesso costantemente viene a visitarci. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore. Gli ospedali e le case di cura, proprio perché abitati da persone provate dal dolore, possono diventare luoghi privilegiati dove testimoniare l’amore cristiano che alimenta la speranza e suscita propositi di fraterna solidarietà. Nella Colletta abbiamo così pregato: « O Dio, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene ». Sì! Apriamo il cuore ad ogni persona, specialmente se in difficoltà, perché facendo del bene a quanti sono nel bisogno ci disponiamo ad accogliere Gesù che in essi viene a visitarci.

E’ quanto voi, cari fratelli e sorelle, cercate di fare in quest’ospedale dove al centro delle preoccupazioni di tutti sta l’accoglienza amorevole e qualificata dei pazienti, la tutela della loro dignità e l’impegno a migliorarne la qualità della vita. La Chiesa, attraverso i secoli, si è resa particolarmente « prossima » a coloro che soffrono. Di questo spirito s’è fatto partecipe il vostro benemerito Sovrano Militare Ordine di Malta, che fin dagli inizi si è dedicato all’assistenza dei pellegrini in Terra Santa mediante un Ospizio-Infermeria. Mentre perseguiva il fine della difesa della cristianità, il Sovrano Ordine di Malta si prodigava nel curare i malati, specialmente quelli poveri ed emarginati. Testimonianza di quest’amore fraterno è anche quest’ospedale che, sorto intorno agli anni 70 del secolo scorso, è diventato oggi un presidio di alto livello tecnologico e una casa di solidarietà, dove accanto al personale sanitario operano con generosa dedizione numerosi volontari.

Cari Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta, cari medici, infermieri e quanti qui lavorate, voi tutti siete chiamati a rendere un importante servizio agli ammalati e alla società, un servizio che esige abnegazione e spirito di sacrificio. In ogni malato, chiunque esso sia, sappiate riconoscere e servire Cristo stesso; fategli percepire, con i vostri gesti e le vostre parole, i segni del suo amore misericordioso. Per compiere bene questa « missione », cercate, come ci ricorda san Paolo nella seconda Lettura, di « indossare le armi della luce » (Rm 13, 12), che sono la Parola di Dio, i doni dello Spirito, la grazia dei Sacramenti, le virtù teologali e cardinali; lottate contro il male ed abbandonate il peccato che rende tenebrosa la nostra esistenza. All’inizio di un nuovo anno liturgico, rinnoviamo i nostri buoni propositi di vita evangelica. « E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno » (Rm 13,11), esorta l’Apostolo; è tempo cioè di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato, per disporsi fiduciosi ad accogliere « il Signore che viene ». Per questo, l’Avvento è tempo di preghiera e di vigile attesa.

Alla « vigilanza », che tra l’altro è la parola chiave di tutto questo periodo liturgico, ci esorta la pagina evangelica proclamata poco fa: « Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà » (Mt 24,42). Gesù, che nel Natale è venuto tra noi e tornerà glorioso alla fine dei tempi, non si stanca di visitarci continuamente, negli eventi di ogni giorno. Ci chiede e ci avverte di attenderlo vegliando, poiché la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa e imprevedibile. Solo chi è desto non è colto alla sprovvista. Che non vi succeda, Egli avverte, quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente, e furono colti impreparati dal diluvio (cfr Mt 24,37-38). Che cosa il Signore vuole farci comprendere con questo ammonimento, se non che non dobbiamo lasciarci assorbire dalle realtà e preoccupazioni materiali sino al punto da restarne irretiti?

« Vegliate dunque… ». Ascoltiamo l’invito di Gesù nel Vangelo e prepariamoci a rivivere con fede il mistero della nascita del Redentore, che ha riempito l’universo di gioia; prepariamoci ad accogliere il Signore nel suo incessante venirci incontro negli eventi della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; prepariamoci ad incontrarlo nell’ultima sua definitiva venuta. Il suo passaggio è sempre fonte di pace e, se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, con l’avvento del Salvatore « la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode » (Enc. Spe salvi, 37). Confortati da questa parola, proseguiamo la Celebrazione eucaristica, invocando sui malati, sui familiari e su quanti lavorano in quest’ospedale e sull’intero Ordine dei Cavalieri di Malta la materna protezione di Maria, Vergine dell’attesa e della speranza. 

Figure delle realtà ultime nell’Antico Testamento

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=131

Figure delle realtà ultime nell’Antico Testamento

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris

Verbania Pallanza, 19 dicembre 1998

Gli ebrei fino al secondo secolo a.C., al tempo dei martiri a causa della fede, non si interessarono molto dell’aldilà, oltre la morte. Il futuro, tanto del singolo individuo che dell’intera umanità e del mondo, non va oltre la storia.
La speranza di un futuro ultimo si fa strada su un terreno fecondato da elementi religiosi e culturali che occorre prendere in considerazione.
Innanzitutto la fede in Dio creatore del mondo e signore della storia favorirà il formarsi della prospettiva di una nuova creazione e la fede in un Dio fedele agli impegni dell’alleanza farà sorgere l’idea di resurrezione per chi è ucciso a causa della fede. Così pure favorirà la speranza in futuro oltre la storia la fede in un Dio giusto e l’esperienza di persone che non hanno avuto giustizia in questo mondo.
La cultura dell’antico medio oriente poi, in particolare quella mesopotamica e egiziana, fornirà materiali per l’elaborazione della speranza ebraica nell’aldilà.

1. La speranza escatologica
Momento fondamentale è l’esperienza traumatica dell’esilio, epoca nella quale sorge una nuova coscienza individuale, prima assorbita in quella collettiva.
Nei profeti, anzitutto, l’azione salvifica di Dio, il vivente, è garanzia di vita e di resurrezione. In particolare Osea nel 7° secolo (« al terzo giorno ci farà rialzare noi vivremo alla sua presenza ») e Ezechiele nel 6° secolo preparano il linguaggio della resurrezione sia individuale che collettiva, anche se impiegano un linguaggio metaforico per annunciare il ritorno nella terra o per scongiurare la minaccia dell’invasione.
Nei libri sapienziali emerge il problema di coniugare la fedeltà del Dio vivente e il destino dell’essere umano, che per Giobbe è totalmente circoscritto entro la vita presente. Giobbe vuole avere giustizia in questa vita e spera in un Dio riscattatore, salvatore
Nel 2 Maccabei si giunge a enunciare il tema della resurrezione non più come metafora, ma come realtà, come risposta alla morte del resistente, conseguenza della fedeltà a Dio. La madre e i suoi sette figli martiri esprimono la speranza in un futuro oltre la morte. La resurrezione viene vista come un nuovo atto creatore di Dio. Il Nuovo Testamento non aggiungerà nulla di nuovo, se non la resurrezione di Gesù, all’idea di resurrezione come nuova creazione da parte di Dio. Non c’è attesa di un giudizio finale, ma passaggio immediato alla nuova vita. La resurrezione è vista come reintegrazione di tutto l’essere umano.
Nel libro della Sapienza si parla di anime dei giusti, di immortalità. Il linguaggio platonico utilizzato (immortalità, incorrutibilità) deve essere letto, a differenza di quanto solitamente si fa, secondo la prospettiva della cultura ebraica: l’immortalità non è una qualità dell’anima rispetto al corpo mortale. L’essere umano muore e la potenza di Dio creatore lo fa vivere nella sua interezza.

2. Giudizio di Dio e giorno del Signore
Giudizio di Dio e giorno del Signore sono categorie fondamentali riguardanti la realtà ultima.
Anzitutto è bene sottolineare che il giudizio di Dio è l’azione a difesa dell’indifeso, del povero, del debole, di chi non ha giustizia. I Profeti utilizzano la categoria del giudizio per denunciare l’infedeltà del popolo all’alleanza. Il giudizio di condanna è la conseguenza del rifiuto alla conversione.
« Il giorno del Signore » è una espressione impiegata per parlare del giudizio di Dio. Anche l’ira di Dio è legata al giudizio: indica la dimensione affettiva, emotiva, passionale del rapporto tra Dio e il suo popolo. Dio si adira come un padre, o una madre o uno sposo di fronte al tradimento. Restiamo talvolta scandalizzati di fronte ad un Dio che non corrisponde al Dio aristotelico impassibile o al modello dell’uomo che controlla e gela le proprie emozioni. L’esperienza religiosa deve coinvolgere integralmente l’essere umano, anche con le sue passioni.
La categoria del giudizio appare già con Amos, in cui il giorno del Signore appare come giorno di tenebre e di oscurità, immagine ripresa dai profeti successivi, fino ai vangeli sinottici quando parlano dell’oscurità che avvolge la terra nel momento della morte di Gesù, giorno decisivo del giudizio.
Anche Isaia (2,10-22) presenta il giorno del Signore come giorno del giudizio, come intervento di Dio nei confronti di Israele che ha abbandonato il rapporto di fedeltà all’alleanza e ha riposto la propria fiducia nei prodotti delle proprie mani, negli idoli o nelle potenza politica e militare. L’intervento di Dio, presentato con l’immagine del terremoto, porta allo scoperto il male per eliminarlo.
Per Sofonia il giorno del Signore (Dies irae) è un giorno di strage, con lo scopo ultimo di salvare il giusto che si affida a Dio. Per Gioele (2,1-2.10-11) il giorno del Signore è vicino, è incombente come una invasione straniera, come una distruzione che minaccia la città. Questo modo di parlare sarà ripreso nel Nuovo Testamento. Non si tratta di incutere terrore o paura, ma di invitare alla conversione.
Rimane il problema di una insufficiente distinzione tra male e persone che commette il male.

3. Testi apocalittici
In Isaia (24-27) si parla di resurrezione, ma in termini metaforici, indicando il ritorno nella terra al popolo deportato.
Ezechiele (38-39) parla della guerra escatologica: Dio farà giustizia contro le nazioni prepotenti, contro Gog re di Magog. Il testo fornirà materiale all’unico testo interamente apocalittico della Bibbia: l’Apocalisse.

Conclusioni
Quello che conta, al di là del linguaggio utilizzato, è la fedeltà di Dio, del Dio della creazione, dell’esodo, dell’alleanza. L’intervento efficace di Dio porterà alla piena rivelazione delle sua fedeltà e nello stesso tempo fa appello alla fedeltà del giusto: l’alleanza implica una duplice fedeltà.
Tutta la terra e il cosmo sono sconvolti dall’intervento di Dio. Nel momento finale si ha lo stesso respiro universale ed ecumenico del momento iniziale, quello della creazione. La storia di Israele è parabola rappresentativa della storia dell’intera umanità.
La fede nel Dio creatore consente di pensare alla fine non come distruzione, ma come salvezza, come creazione di « cieli e terra nuova ».

Omelia (08-11-2009) : Un criterio missionario: dare dalla nostra povertà

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16578.html

Omelia (08-11-2009) 

padre Romeo Ballan
Un criterio missionario: dare dalla nostra povertà

Riflessioni
Nella selva del Brasile, un missionario chiese un giorno a un indio della etnia Yanomami: « Chi è buono? » E l’indio gli rispose: « Buono è colui che condivide ». Una risposta in sintonia con il Vangelo di Gesù! Ne danno testimonianza le due donne, vedove e povere, ambedue esperte nella fatica per vivere, protagoniste del messaggio biblico e missionario di questa domenica.

In terra di pagani, a nord della Palestina, la vedova di Sarepta (I lettura), nonostante la scarsità di viveri in epoca di siccità, condivide l’acqua e il pane con il profeta Elia, che sta fuggendo dalla persecuzione del re Acab e della regina Gezabele. Quella vedova, ormai stremata (v. 12), si è fidata della parola dell’uomo di Dio, e Dio non le fece mancare il necessario per vivere lei, suo figlio e altri familiari (v. 15-16). A dispetto della malvagità della coppia reale, la protezione di Dio si manifesta a favore del suo inviato (Elia) e dei poveri.

La scena si ripete sulla spianata del tempio di Gerusalemme, luogo ufficiale del culto, dove Marco (Vangelo) presenta due scene contrastanti. Da un lato, gli scribi: i presunti sapienti della legge, gonfi di vanità fino all’ostentazione (fanno sfoggio di vestiti lussuosi, cercano i saluti e i primi posti), presuntuosi fino a manipolare Dio con lunghe preghiere, e persino voraci divoratori delle case delle vedove (v. 40). Dall’altro lato, Gesù mette in evidenza il gesto furtivo di una vedova povera che, con la massima discrezione, senza farsi notare, getta nel tesoro del tempio due monetine, che era « tutto quanto aveva per vivere » (v. 44). Sono pochi centesimi, di valore immenso. Lei non dà molte cose, come i ricchi, ma dà molto, tutto, come dice il testo greco: « tutta la sua vita ».

Il profitto e la gratuità sono messi a confronto. Gli scribi ostentano una religiosità per profitto personale: anche nel fare opere buone cercano il loro interesse, sono vittime della cultura dell’apparire. Gesù, al contrario, esalta nella vedova la gratuità, umiltà e distacco: essa si fida di Dio e a Lui si abbandona. Ritorna qui l’insegnamento radicale del Vangelo di Marco nelle domeniche precedenti: il vero discepolo di Gesù vende tutto, lo da ai poveri, offre la vita come ha fatto il Maestro in riscatto per tutti (II lettura, v. 26), ama Dio e il prossimo con tutto il cuore. Per lei, questo duplice amore è più importante della sua stessa sopravvivenza (*).

Per il Regno di Dio non è importante dare molto o poco; l’importante è dare tutto. Già il Papa S. Gregorio Magno affermava: « Il Regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede ». Bastano anche due spiccioli, o « anche un solo bicchiere d’acqua fresca » (Mt 10,42). Il dono offerto dalla propria povertà è espressione di fede, di amore, di missione.

Così si sono espressi i vescovi della Chiesa latinoamericana nella Conferenza di Puebla (Messico, 1979), parlando dell’impegno per la missione universale: « Finalmente è arrivata l’ora, per l’America Latina, di… proiettarsi al di là delle proprie frontiere, ad gentes. È vero che noi stessi abbiamo bisogno di missionari; ma dobbiamo dare dalla nostra povertà » (Puebla n. 368). L’impegno per la missione, dentro e fuori del proprio Paese, è concreto ed esigente: occorrono mezzi materiali e spirituali, ma soprattutto persone disponibili a partire e ad offrire la propria vita. Per il Regno di Dio!

La povera di Sarepta e la vedova del Vangelo ripropongono oggi la sfida di una missione vissuta con scelte di povertà, nell’uso di mezzi poveri, fondata sulla forza della Parola, libera dai condizionamenti del potere, in mezzo agli ultimi della terra, in situazioni di fragilità, nella debolezza propria e dei collaboratori, nella solitudine, nell’ostilità… Paolo, Saverio, Comboni, Teresa di Calcutta e tanti altri missionari, hanno vissuto la loro vocazione all’insegna della Croce, affrontando sofferenze, ostacoli e incomprensioni, nella convinzione che « le opere di Dio devono nascere e crescere ai piedi del Calvario » (Daniele Comboni). Il missionario pone al centro della sua vita il Signore crocifisso, risorto e vivente, perché ritiene che la potenza di Cristo e del Vangelo si rivela nella debolezza dell’apostolo e nella precarietà dei mezzi umani (cf Paolo). Nelle situazioni di povertà, abbandono e morte, il missionario scopre in Cristo crocifisso la presenza efficace del Dio della Vita e una moltitudine di fratelli da amare e da valorizzare, portando loro il Vangelo, messaggio di vita e di speranza.

Parola del Papa
(*) « Fedele all’invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà di assicurare all’intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare «gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società». Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l’assioma secondo cui combattere la povertà è costruire la pace ».
Benedetto XVI
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2009, n. 15

Sui passi dei Missionari
- 8/11: (II domenica di novembre o altra data): « Giornata del Ringraziamento » a Dio per i frutti della terra. – Giornata del creato.
- 9/11: Dedicazione della Basilica di S. Giovanni in Laterano, cattedrale del Papa, in quanto vescovo di Roma: chiesa « madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’orbe ».
- 9/11: Ricordo della caduta del « Muro di Berlino » (1989), avvenimento simbolo di rapporti nuovi fra i popoli.
- 10/11: S. Leone Magno, papa e dottore della Chiesa (+461), salvò Roma e l’Italia dalle invasioni degli Unni e dei Vandali.
- 11/11: S. Martino di Tours (+397), fondatore di monasteri ed evangelizzatore della Francia rurale, con fama di taumaturgo; fu il primo Santo non martire venerato nella Chiesa latina.
- 11/11: B. Vincenzo Eugenio Bossilkov (Bulgaria, 1900-1952), religioso passionista e vescovo di Nicopoli, ucciso in carcere a Sofia per la sua ferma comunione con la Chiesa di Roma. Due giorni dopo (il 13/11) altri tre sacerdoti agostiniani dell’Assunzione furono martirizzati in carcere a Sofia.
- 12/11: S. Giosafat Kuncewicz (1580-1623), vescovo di Vitebsk e di Polock in Polonia-Bielorussia, protomartire dell’unione dei greco-russi con la Chiesa cattolica di Roma. 

La speranza nella Bibbia (4 punti tra i quali uno su Paolo)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=5

La speranza nella Bibbia

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 28 febbraio-1 marzo 1981

Nella relazione ci si sofferma su quattro filoni:
1) sulla fede di Abramo che è speranza;
2) sulla speranza come pianticella esile, ma anche rigogliosa, che cresce lungo i fiumi di Babilonia: l’esperienza dell’esilio per il popolo di Israele;
3) sulla speranza in alcuni testi di Paolo;
4) la speranza di Gesù.

1. la fede di Abramo che è speranza

Il capitolo 15 della Genesi contiene la riflessione del redattore sulla vicenda di Abramo quale fu rivissuta da Israele in tempi molto lontani dall’esistenza di Abramo stesso.
« Abramo credette e gli fu computato a giustizia ».
Nella tradizione biblica, credere significa stare appoggiato. Abramo credette: stette saldamente appoggiato alla Parola di Dio, visse ancorato alla promessa di Dio. La promessa di Dio è promessa di una terra e promessa di una numerosa discendenza. Ma la promessa di una terra è contraddittoria, perché i possessori di questa terra sono altri (i Cananei); anche la promessa di una numerosa discendenza è contraddittoria, perché Abramo non ha discendenti. E’ una promessa in un contesto di deserto di vita. La promessa di Dio si pone perciò in termini alternativi alla storia, alle condizioni obiettive.
Abramo credette, superò la contraddizione tra promessa e realtà attuale e si ancorò alla promessa. La sua fede gli permise di occupare la giusta collocazione nei confronti di Dio. L’appoggiarsi di Abramo alla promessa di Dio (alternativa, contraddittoria rispetto alla situazione attuale) è la speranza.
Scrive Paolo nella lettera ai Romani (4,18): « Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza ». Credette in un Dio « che rende vita ai morti e chiama all’essere le cose che ancora non sono » (versetto 17). La riflessione di Paolo è in chiave cristologica, perché Paolo ha presente la resurrezione di Cristo. Come Dio resuscitò dalla sterilità di Sara e dall’anzianità di Abramo il figlio Isacco, così Dio resuscitò da morte suo figlio Gesù. Dice Paolo: come ad Abramo fu computato a giustizia, così anche per noi. Abramo è il prototipo di colui che crede contro ogni speranza umana.
Alcune riflessioni:
- Questa speranza è speranza in un Dio che resuscita e che chiama all’essere ciò che non esiste; è speranza contro ogni speranza umana. La speranza di Abramo (che rappresenta il tipo di ogni credente) non va confusa con il facile ottimismo. Non è un ottimismo che si basa sull’evoluzione positiva delle situazioni, ma è una speranza che si coniuga in termini di sfida alla situazione attuale. È una speranza nonostante. Questo deve far riflettere noi, che siamo i figli delle speranze facili, ottimistiche, a basso prezzo (quali le speranze del ’68: sembrava che i cambiamenti fossero dietro l’angolo). La speranza di Abramo (e perciò dei credenti) è ad altissimo prezzo.
- La speranza di Abramo è speranza in possibilità prodigiose, le quali sono promesse di vita, di resurrezione (in senso molto vasto). Prendiamo i discorsi sui miracoli della Bibbia: non vanno interpretati secondo la nostra sensibilità positivista. Il metro della realtà è il metro del prodigio, del miracolo, della possibilità di vita dove regna la morte, della resurrezione nella nostra storia nonostante tutto. La speranza è sotto il segno della contraddizione, si lega al prodigio, che è promessa.
- La promessa di Dio (promessa di vita dove c’è morte, di resurrezione, promessa di una terra ad Abramo mentre ci sono altri possessori, di una discendenza dove non ci sono figli), che sfida lo status quo, non va interpretata in chiave trascendentalistica; al contrario, essa è incarnata nella promessa umana, si colloca in un orizzonte in cui giocano le promesse umane. La promessa di Dio, il dono di Dio, lo Spirito di Dio non sono una realtà che ci coglie direttamente: sono mediati (a cominciare da Cristo, che è il solo mediatore). Troviamo la promessa di Dio nelle promesse che ci scambiamo. Essa è lo sfondo della promessa di vita e resurrezione tra noi, la profondità escatologica finale delle promesse tra noi. Le promesse che ci scambiamo sono vere nella misura in cui riflettono la logica della promessa di Dio, che è promessa di vita dove c’è morte, di resurrezione dove c’è cimitero.
- La speranza è affidarsi alla promessa, è appoggiarsi. Ma questo affidarsi alla promessa di Dio, questa fiducia, non vanno interpretate in termini di pigrizia storica. Abramo non si è affidato alla promessa di Dio in termini contemplativi: si è mosso, ha agito, è venuto nella terra che era sua per promessa, ma dei Cananei per titolo storico, giuridico. Affidarsi alla promessa significa uscire dalla situazione, dal passato e dal presente, che possediamo, e camminare verso. E’ un processo di sradicamento. Abramo è stato sradicato dalla sua situazione di possesso (« Esci dalla tua terra, dalla tua famiglia, dalla tua parentela ») per un nuovo radicamento: nella terra promessa.
- La speranza di Abramo è speranza di nomade, di chi perde ciò che possiede. Abramo, ancorandosi alla promessa di Dio, ha abbandonato quello che possedeva. Venendo in Canaan, non ha ancora quello che avrà. La speranza di Abramo è la speranza dei poveri, di quelli senza alcun titolo di possesso, perché sono usciti dalla sicurezza, dal possesso, e non hanno ancora quello che è stato promesso. Possiedono solo la parola promissoria di Dio. In base ad essa si sono mossi, camminano. Il camminare, il muoversi ha valore simbolico. Nella lettera agli Ebrei (cap. 13, versetto 14) si parla dei credenti come di coloro che non hanno qui la loro città, stabile, ma sono in cerca di quella futura. Abramo è in cerca della terra futura.

2. la speranza durante l’esperienza dell’esilio del popolo di Israele
Nel 586 a.C. Nabucodonosor, re di Babilonia, conquista Gerusalemme e la rade al suolo. Alcune migliaia di abitanti del regno di Giuda (gli strati più elevati) vengono deportati lungo i fiumi di Babilonia. Il salmo 137 è il canto nostalgico degli esuli che, lontani dalla loro patria, hanno appeso le cetre ai salici: non possono cantare un cantico del Signore in terra straniera. « Se io mi dimenticherò di te, o Gerusalemme, sia messa in oblio la mia destra. Si attacchi la mia lingua alle mie fauci, se io non avrò memoria di te, se io non metterò Gerusalemme al di sopra di ogni mia allegrezza ».
C’è una grande nostalgia in questi esuli, anche perché Gerusalemme contava tutto per loro. Su una sponda del fiume di Babilonia cresce la pianta della rassegnazione, del disfattismo, della disperazione, poiché questi esuli sono coscienti di aver perduto tutto: terra, re, tempio, sacerdozio. Pensano che il progetto di Dio su di loro, popolo di Dio, sia finito, che sia la fine della storia dell’Alleanza. Dicono: siamo morti, come ossa aride, sparse nella valle tra i due fiumi; o si considerano dei cadaveri chiusi ermeticamente nei sepolcri. Sull’altra sponda del fiume di Babilonia si fa udire la voce profetica di Geremia e Ezechiele, in contraddizione con il disfattismo degli esuli.
Geremia abitava a Gerusalemme, ma seguiva da vicino gli esuli, col cuore era con loro, ritenendo che la rinascita del popolo di Israele partisse da loro. Quando a Gerusalemme la svalutazione delle proprietà terriere era al culmine, Geremia fece un gesto in contraddizione rispetto al processo inflazionistico, che spingeva tutti a vendere: comprò un campo e pubblicamente stese un atto notarile di compravendita (i profeti annunciavano la Parola di Dio non solo vocalmente, ma anche con azioni simboliche). Davanti alla meraviglia di tutti di fronte al suo gesto, Geremia disse: « Verrà quel giorno in cui si compreranno campi in questo paese, di cui voi dite: « È una desolazione, senza uomini e senza bestiame, abbandonato in potere dei Caldei. Si compreranno campi con denaro, si stenderanno dei contratti e si sigilleranno… » (32-43-44). Geremia annuncia la speranza in un momento di desolazione.
Ezechiele viveva con gli esuli, perché faceva parte della classe sacerdotale di Gerusalemme. La sua parola però risuonava in esilio. Ha una visione di una valle piena di ossa aride; da Dio riceve l’ordine di profetizzare su quelle ossa, cioè di dire la Parola di Dio. Sotto l’effetto della Parola di Dio pronunciata dal profeta, il popolo si rialza, ma non può ancora camminare. Allora Dio dà ad Ezechiele il secondo ordine, di dire a quelle ossa aride: « Io mando il mio Spirito che è soffio di vita ». La parola profetica di Ezechiele annuncia la rianimazione delle ossa aride e lo scoprimento dei sepolcri. Su questa sponda del fiume di Babilonia nasce la pianticella di speranza per bocca di Geremia ed Ezechiele.
Alcune riflessioni:
- Questa speranza è speranza contro ogni motivo di disfattismo, di disperazione. Ancora una volta è una speranza contraddittoria rispetto allo status quo; è speranza di resurrezione di un popolo.
- Mentre la storia di Abramo è la storia di un credente (anche se il prototipo di tutti i credenti) la parola di Geremia ed Ezechiele presenta una speranza comunitaria, di popolo.
- È una speranza sostenuta sia dalla Parola di Dio (che rimette in piedi, ma non fa muovere), sia, in un secondo momento, dallo Spirito di Dio (che è il principio creativo). La speranza presentata dai profeti non equivale ad un programma per il futuro, da realizzare più o meno volontaristicamente, ma nasce in un campo di lotta tra forze di rassegnazione e forze vivificanti, dello Spirito. Speranza, nella bibbia, è sinonimo di dinamismo, di creazione, di movimento. La speranza è una bandiera puntata sul campo di lotta che in noi e intorno a noi. Le forze vivificanti sono forze donate da Dio, che è lo Spirito: perciò sono forze di vita, di resurrezione. La speranza si gioca nella lotta. Non è attendere comodamente che piova la manna dal cielo: è la speranza dei combattenti che si appoggiano alla forza della Parola di Dio. Questa è forza che produce fiducia, che fa passare alla speranza; è energia, è come una pioggia, che risale al cielo non senza aver fecondato il campo; è creatrice, suscitatrice di essere dove non c’è essere. Parola e Spirito di Dio nella bibbia sono sempre coniugate come forze operative, creatrici. Giovanni: la Parola è energia creatrice solo se animata dallo Spirito.
- La speranza, in quanto si appoggia allo Spirito di Dio, alle forze creatrici, è una forza creatrice del nuovo. La storia del popolo di Dio, così come viene interpretata dai profeti, è storia contraddittoria, perché da una parte c’è la speranza di Dio e dall’altra parte c’è la delusione, poiché la storia non realizza mai i grandi sogni di speranza. Tuttavia dalla delusione non nasce la rassegnazione, ma un rilancio di speranza. Poi subentrerà una nuova delusione, ma il rilancio di speranza continua. Isaia, in una situazione di delusione, rilancia la speranza. Promette in nome di Dio la creazione di qualcosa di nuovo. « Non abbiate nostalgia del passato: Io, Dio, sto per creare cose nuove ». Scrive Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (1, 20): « Tutte le promesse di Dio in Lui sono diventate ‘sì’ « . Il rilancio della speranza dopo Cristo è un rilancio della speranza per coloro che solidarizzano con Cristo.
- Lo Spirito di Dio sostiene questa speranza che è forza creazionistica. Lo Spirito di Dio non va inteso in termini trascendentalistici: al contrario, è una realtà che ci è donata, che è in noi, che è operante in noi. Dio promette: Io darò il mio Spirito al popolo. La speranza assume il volto della disponibilità allo Spirito, del fare spazio all’azione dello Spirito che è in noi.

3. Paolo fa della speranza il tema specifico della sua teologia

Prima lettera ai Tessalonicesi (4, 14-18)
Paolo risponde ai quesiti che gli pone la comunità di Tessalonica (che noi dobbiamo ricostruire sulla base della risposta di Paolo). È convinzione comune tra i cristiani, in questi primi anni dalla morte di Gesù (neanche vent’anni dopo la sua morte), che Cristo ritornerà a brevissima distanza di tempo a chiudere la storia. Il suo ritorno provocherà il rapimento dei credenti nel cielo. Questi non passeranno attraverso la morte perché, essendo risorto Cristo, non c’è più morte, si pensa, ma solo un passaggio da questo all’altro mondo. Accade che a Tessalonica avvengano alcuni decessi: si crede allora che queste persone morte siano ormai perdute, non possano essere più salvate. La comunità giace nella desolazione, nell’abbattimento, che nasce appunto dalla perdita di speranza nel destino dei morti. Ma i cristiani di Tessalonica sono nella desolazione anche per se stessi. Si chiedono infatti: « Se morissi anch’io prima del ritorno di Cristo? Anch’io avrei questo destino di perdizione. » Paolo dice loro che si comportano « come coloro che non hanno speranza », cioè come i pagani. Questa è la sua prima risposta: « Come crediamo che Gesù è morto e resuscitato, così anche quelli che si sono addormentati in Gesù, Dio li radunerà con Lui » (versetto 14). Paolo si appella alla fede cristiana nella resurrezione di Cristo: Dio ha resuscitato Cristo, cioè ha vinto la morte a favore di Cristo, ne consegue la speranza nella comunione nostra con Cristo. La speranza, cioè, nasce dalla fede nella resurrezione di Cristo, nell’intervento di Dio che ha vinto la morte in Cristo. È una speranza che poggia sulla solidarietà nostra con Cristo. È Cristo risorto il motivo della nostra speranza. In questo solidarizziamo con Lui nella fede, possiamo sperare. Non più abbattimento, ma consolazione, o meglio incoraggiamento. Paolo entra poi nel problema di quelli che sono morti e di quelli che sono ancora vivi: « … noi, i vivi, non saremo avvantaggiati su quelli che si sono addormentati. Perché il Signore stesso, a un cenno, alla voce di arcangelo e alla tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i rimasti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole… »
Alcune riflessioni:
- Esiste un legame molto stretto tra fede e speranza. La speranza è una possibilità che nasce dalla fede, non da una visione ottimistica delle cose; la speranza cristiana si fonda sull’adesione al Cristo risorto, non su una concezione filosofica o antropologica della realtà. Ciò vuol dire che la speranza cristiana ha una dimensione cristologica, è speranza in Cristo come fonte di aggregazione (Cristo risorto che aggrega a sé i credenti nella resurrezione). La speranza cristiana è quel movimento per cui scopriamo, nella fede, la dimensione di promessa che ha l’Evento (la resurrezione di Cristo). È evento avvenuto, per Cristo e promessa di realizzazione per noi. La speranza scaturisce da un Evento, si compie unicamente nella fede.
- I contenuti obiettivi della speranza (in cosa speriamo). Paolo conclude: « e così saremo sempre con il Signore ». Questo è il contenuto: la comunione con il Signore. La speranza dona a questa comunione il carattere di indefettibilità: sarà comunione per sempre, totale. L’oggetto della speranza è una realtà interpersonale (Gesù). Il soggetto è il noi della comunità cristiana: noi saremo sempre con il Signore.
Prima lettera ai Corinzi (cap. 15).
A Corinto c’era una vivace minoranza di credenti, che interpretava la salvezza di Cristo in termini di attualismo e di spiritualismo. Non credeva nella resurrezione futura e corporea: la resurrezione è già avvenuta (attualismo) e riguarda l’io interiore (spiritualismo). Il legame con la storia, con il mondo, con il tempo, c’è ancora, ma esso non è determinante. Davanti a quest’interpretazione massimalistica, di « fuga in avanti », Paolo dice:
1) la salvezza, la resurrezione, non sono attuali, ma future. Non siamo ancora risorti.
2) la resurrezione che attendiamo è corporea.
Paolo fonda la resurrezione futura e corporea rifacendosi a Cristo: Cristo è risorto (lo crediamo e lo predichiamo), perciò i credenti resusciteranno. Pone un rapporto tra evento e promessa. Se i morti in Cristo non resuscitano, allora neppure Cristo è risuscitato. Perché questo legame tra Cristo e la resurrezione futura dei credenti? Perché Cristo è resuscitato non come caso sporadico ed eccezionale, ma come primizia; come primo, non come unico. Ci sono i secondi, e siamo noi i secondi. Ma l’immagine della primizia fa pensare ad una successione cronologica: al contrario, il legame tra Cristo e noi è più profondo di una successione cronologica. Infatti a questa immagine segue quella del Cristo risorto come nuovo Adamo. Adamo rappresenta un individuo e insieme il genere umano. Tre sono i rapporti tra Cristo (l’Evento) e l’evento promesso per noi:
- prima lui, poi noi;
- come lui, così noi (a sua immagine)
- noi in forza di lui (lui è il resuscitato che resuscita noi).
Cristo è risorto come primizia, immagine esemplare per noi, principio di resurrezione per noi, per cui l’evento della resurrezione di Cristo comporta la promessa di resurrezione per noi. La speranza nasce da questa solidarietà tra Cristo e noi. Da ciò comprendiamo come Cristo sia la nostra salvezza. Cristo è un individuo singolo, ma occupa nella storia della salvezza un posto unico: quella di avere una funzione per gli altri uomini. Cristo è il principio di una nuova umanità. Cristo, il nuovo Adamo, per l’umanità significa speranza. L’evento di Cristo è promessa per noi.
Da questa lettera di Paolo emerge anche il tema della resurrezione corporea. Per corpo qui si intende non la parte materiale contrapposta allo spirito, ma tutto l’uomo in quanto si apre, si relaziona a Dio, agli altri, al mondo. La resurrezione dei corpi interessa l’uomo come soggetto relazionale, comunicativo, in rapporto agli altri, a Dio, al mondo. Paolo declina i contenuti della speranza in chiave personalistica. La speranza riguarda l’uomo come persona, nella sua comunicatività, relazionalità. La solidarietà dell’uomo è il suo rapporto con gli altri, la sua mondanità è il suo rapporto nel mondo.
La speranza cristiana di Paolo è in antitesi con la speranza del mondo greco. Questa si basa sull’abbandono del mondo, sull’esilio dal mondo. In Paolo la mondanità è intensificata, è oggetto di speranza, nel senso della sua piena realizzazione. Dice Paolo che i corpi resuscitati saranno corpi spirituali: è la corporeità invasa e pervasa dallo Spirito di Dio, il principio della creatività. L’uomo spiritualizzato non è l’uomo tolto dalla storicità, ma è l’uomo in cui la mondanità raggiunge la sua pienezza e purezza in forza dello Spirito. L’uomo vive in questo mondo, è persona a questo mondo.
Lettera ai Romani (8, 18-25)
Al presente, l’intero mondo creato è in attesa del riscatto, della redenzione. Al presente, geme nella sofferenza « e soffre nelle doglie del parto »: sono i dolori che preparano una nuova nascita, dolori pieni di vita, di una nuova vita, anche se a caro prezzo. Anche noi credenti gemiamo come il mondo: i cristiani non rappresentano il piccolo numero degli arrivati, ma sono integrati perfettamente nel gemito. Gemono nell’attesa del riscatto della loro corporeità, mondanità. In questo testo c’è la negazione del tentativo di fare della comunità cristiana un luogo a parte, di privilegiati, di esseri in stato di possesso, mentre il resto dell’umanità è in stato di ricerca. I credenti sono solidali con il mondo nel gemito, nella sofferenza, nel dubbio, nella disperazione. Ma sono i dolori della nuova nascita. Allora speranza vuol dire « attendere con costanza ». La « upomoné » (pazienza) significa stare sotto senza piegare le ginocchia, sopportare un peso, ma senza arrendersi. Esige perciò la costanza, il tener duro, il non arrendersi nella lotta delle doglie. La speranza è un tener duro in un contesto di gemiti, di doglie del parto. La costanza è l’agire in condizioni difficilissime, senza cedere, è la resistenza. I credenti che sono quelli che sperano, in opposizione ai pagani, sono i resistenti nella storia, coloro che non si arrendono. Questa è la speranza. La speranza non è semplice: le pianticelle cresciute senza sforzo si rivelano speranze con frutti non buoni. L’unica speranza è la speranza dei crocefissi, la speranza che nasce all’ombra della croce.

4. la speranza di Gesù

a) nella sua vita, nella sua missione
Un dato certo è che Gesù ha incentrato la sua missione profetica nell’annuncio imminente del Regno di Dio. « Regno di Dio » è un’espressione peculiare della tradizione giudaica per dire che Dio si fa re. Il Regno di Dio è la regalità di Dio, non il territorio in cui Dio regna. L’antico Israele, come altri popoli, aveva una particolare ideologia regale: il re è anche l’istanza suprema di difesa, di giustizia nei confronti di coloro che non ne hanno nella società. La giustizia del re (da distinguere da quella della magistratura) è partigiana, sempre a favore dell’oppresso, del povero, dell’indifeso. La monarchia di Israele non soddisfece le attese dei poveri, perciò essi proiettarono la loro speranza in Dio re, nel Regno di Dio. Gesù si innesta in questo filone di attese dei poveri che Dio si faccia re e ne annuncia l’imminenza. Non è più un’attesa a lunga scadenza, ma ormai Dio bussa alla porta della storia. Gesù ha avuto coscienza di rappresentare nella storia questo momento in cui Dio re sta per entrare nella storia a rendere giustizia. Ma Gesù non si limita a proclamare quest’imminenza: egli proclama beati i beneficiari di Dio re.
« Beati gli umili, perché di loro è il Regno dei Cieli » (Matteo 5, 3). « Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno dei Cieli » (Luca, 6,20). La beatitudine è una proclamazione di felicità: fortunati voi. In questa proclamazione, Gesù si felicita con i poveri. È paradossale che Gesù si feliciti con i poveri, cioè con quelli che non hanno potere nella storia, gli emarginati, i disperati. Per quale motivo? Non perché gli emarginati sono i più disponibili al suo annuncio, al Regno di Dio, ma perché Dio sta per diventare re a loro favore. Sta per venire il giorno in cui i poveri non saranno più tali, perché Dio farà giustizia. Dio è a loro favore con la sua giustizia partigiana. Gesù si congratula per questo, c’è la sua partecipazione.
Ma Gesù non si limita a congratularsi, opera per la venuta del Regno, apre la porta attraverso la quale Dio entra nella storia come re. Nella missione di Gesù, una delle caratteristiche peculiari, è la guarigione degli indemoniati. Gli indemoniati erano persone con malattie psichiche, nella cultura di allora attribuite ad un possesso demoniaco, non potendo dare di esse una spiegazione scientifica. Gli avversari di Gesù attribuivano la sua attività sdemonizzatrice in senso malevolo, demoniaco. Rispondeva Gesù: « Ma se io scaccio i demoni per mezzo dello Spirito di Dio, allora il Regno di Dio è già venuto fra voi » (Matteo 12, 28). La versione di Luca è più primitiva: « Ma se io scaccio i demoni col dito di Dio, è dunque venuto tra voi il Regno di Dio ». Il Regno di Dio comincia realmente a germinare nella storia attraverso l’azione di Gesù. Dio si fa re nella storia, è Lui che viene a rendere giustizia, ma non interviene immediatamente, bensì mediante l’azione di un uomo. Il Regno di Dio è una svolta rivoluzionaria come appare nelle parabole di Gesù cosiddette della crisi (le parabole del seminatore, della zizzania, del grano di senape), raccontate da Gesù in un momento in cui la gente, dopo un grande entusiasmo iniziale, iniziò a dubitare della venuta del Regno, non vedendo quel cambiamento in cui aveva sperato. Gesù, con queste parabole, voleva recuperare credibilità nei suoi ascoltatori. La parabola del seminatore ci dice che la missione di Gesù è esposta allo scacco, alla frustrazione, ma alla fine un quarto del suo annuncio porta frutto. Il piccolissimo granello di senape rappresenta il Regno che comincia a germinare nella storia, mentre l’albero derivato da quel granello è il Regno nella sua esplosione ultima.
La speranza di Gesù è operativa. È una speranza che lo fa mediatore di questo anticipo reale, anche se parziale. La speranza di Gesù è una speranza riposta in Dio re. Se Dio è re, Gesù non è ancora quello che sarà, perché non è ancora diventato re, lo sarà alla fine, ma comincia ad essere nella storia quello che sarà rendendo giustizia. La speranza è speranza nella pienezza dell’essere degli uomini, correlativa alla speranza nella pienezza dell’essere di Dio. Speriamo di essere nella pienezza e speriamo che Dio sia anch’egli nella pienezza come re.
La missione di Cristo si prolunga nella missione della comunità dei discepoli di Cristo. La speranza di Dio divenuto re a favore dei poveri dipende da questa mediazione storica. Dio si è legato a Cristo per diventare Lui re a beneficio dei poveri. La speranza è finalizzata alla piena realizzazione della realtà finale, però questa realtà escatologica è connessa con la sua validità per la storia. La speranza nella sua profondità escatologica diventa credibile solo se riesce ad anticipare realmente questa esplosione ultima nella storia, se pure solo parzialmente. È proprio per questa anticipazione che si può sperare nella realtà finale. Bisogna far germinare il Regno, portare nella storia i segni del Regno.

b) nella sua morte in croce.
Gesù si accorse che lo stavano condannando a morte. Pensò anche che il suo destino fosse simile a quello del servo di Dio (Isaia, capitoli 52 e 53), che subisce passione e morte violenta e attraverso essa rende riscatto al popolo e che sarà glorificato da Dio nella morte. Gesù andò incontro alla morte nella speranza che Dio gli avrebbe reso giustizia. Si affidò a Dio (« Nelle tue mani consegno la mia vita »). Gesù morì in croce con la speranza in Dio.
La speranza cristiana è la speranza dei crocifissi, che nasce all’ombra della croce, nascosta nei fori dei chiodi che trafissero Gesù. La speranza dei crocifissi è una speranza nell’impotenza, nella frustrazione estrema. Ma la speranza all’ombra della croce non è la speranza di chi si dimette dai suoi compiti, di chi si rassegna nella storia, di chi si abbandona a Dio. La croce, al contrario, significa lotta, azione nella storia, ma lotta da poveri, da crocifissi. Gesù è morto in piedi sulla croce. Non è sceso a compromessi, ma si è battuto bene, fino alla fine; però si è battuto da povero, da uomo qualunque, non da forte, perché questa sarebbe stata una speranza satanica. Gesù non è venuto meno nel suo battersi, nel senso che è morto in piedi contestando le forze che lo stavano schiacciando. Non scendendo a compromesso, non gettando le armi, ha tolto la maschera a queste forze: sono forze violenti, più forti di Gesù, ma non onnipotenti, perché non riescono a firmare l’atto di resa. Finché ci sono i resistenti, le forze della morte sono battibili, la lotta va avanti. E’ una lotta tra forze non onnipotenti. La speranza è la lotta che continua, è il risorgere della lotta.
La Croce significa morte dei sogni di onnipotenza dell’uomo. Essa annulla la pretesa dell’uomo di giocare nella storia da superuomo. Chi più di Gesù poteva giocare da Figlio di Dio nella storia? C’è un modo demoniaco di confessare Gesù Figlio di Dio: quello che esce dalla bocca dei demoni. Al contrario il centurione confessa questo guardando la Croce. È l’ombra della Croce che rende vera la figliolanza di Dio. Guardando la Croce, non c’è più l’equivoco di costituirsi come comunità messianica potente nella storia. La speranza di Gesù è speranza in un Dio che non risparmia la morte a suo figlio e quindi a noi, suoi figli. È speranza in un Dio neppure Lui onnipotente nella storia. Non è stato potente a liberare Gesù dai suoi nemici. Dio non ha liberato Gesù perché non ha potuto, non perché non ha voluto: sarebbe un Dio malvagio se, potendo liberare suo figlio, non lo facesse.
Gli uomini hanno sempre sognato l’onnipotenza; ma, di fronte alle frustrazioni, ammettono realisticamente di non essere onnipotenti. Tuttavia trasferiscono in Dio questo loro sogno di onnipotenza. « Se non sono io onnipotente, lo sia almeno Dio. Io lo prego e ho a disposizione un Dio onnipotente ». Il Dio di Gesù sconvolge questa immagine di Dio: sulla Croce di Gesù, con il Figlio di Dio che muore crocifisso, muore quest’immagine di Dio onnipotente. Dio si è battuto accanto a suo figlio, non da onnipotente, ma standogli accanto, morendo con Lui. Allo stesso modo, Dio si batte con noi nella storia, ma non ci rende più forti.
Ogni discorso su Dio parte da Gesù. In Gesù leggiamo il volto di Dio. Gesù è crocifisso: allora Dio è crocifisso. Se Dio non ha risparmiato la morte, ciò significa che è incapace di risparmiare la morte ai suoi. Dio è colui che resuscita, non colui che risparmia ai suoi, né colui che fa ai suoi sconti generosi di travaglio storico. La speranza di Gesù è speranza in un Dio che resuscita. Non ha risparmiato la morte a Gesù, ma lo ha resuscitato. Questo Dio che resuscita è il modo di Dio di essere presente nella storia oggi. Dio non è vincente, perché se Cristo è battuto, Dio è battuto in Cristo. Ma Cristo resuscita, Dio resuscita in Cristo: cioè, la sconfitta non è definitiva, non è ultima. La lotta continua. Cristo resuscita, si batte di nuovo, esce vivo, più vivo di prima, anche se la vitalità di Dio nella storia è ancora debole. Quando l’ultimo nemico sarà vinto e anche la morte sarà vinta, allora Gesù sarà diventato re, anche lui si assoggetterà a Dio e Dio sarà il re. Davanti ai fallimenti storici diciamo: questo fallimento è una lotta perduta, ma non perduta totalmente, perché la lotta rinasce di nuovo. Le resurrezioni storiche sono la lotta che non cessa. Finché ci si rialza, nella storia questa è la resurrezione. La speranza nasce dal disfacimento. La vita che si crea nella storia è resurrezione, nasce dalla morte con resurrezione. È una vita a caro prezzo, una vita che scaturisce dalle doglie. I dolori del parto producono vita; ma, in quanto dolori, sono dolori. Cristo ha dato la sua vita perché noi abbiamo la vita. La vita scaturisce da questo dare la vita, non nel senso materiale del morire. Lottare fino all’estremo produce germi di resurrezione. Il Dio di Gesù benedisse « il maledetto » resuscitandolo. Quando gli apostoli si accorsero che Dio aveva resuscitato Gesù, dissero: il Dio di Gesù Cristo è colui che benedice i crocifissi, è il Dio che sale il Golgota insieme con i crocifissi. Dio è il custode, l’alleato dell’uomo, è colui che cammina con l’uomo, non rendendolo per questo più forte, ma stando accanto a lui. L’uomo, cosciente di avere Dio accanto, si batte e Dio si batte con l’uomo. I grandi sogni del ’68, le grandi speranze troppo facili coltivate in certe comunità cristiane, cedono il posto alla speranza all’ombra della Croce, che sta nei fori lasciati dai chiodi di Gesù. Questa speranza lascia un vuoto, ma è proprio in questo vuoto che si annida la speranza. Le altre speranze sono più comode, esaltanti. Il Cristo risorto porta i segni del crocifisso: non è trionfante; sarà vincente alla fine, ma allo stato attuale si batte con i suoi e la lotta si trova nei fori dei chiodi della Croce. 

Publié dans:temi - la speranza |on 29 octobre, 2009 |Pas de commentaires »
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