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Qual è la sorgente della speranza cristiana? (San Paolo diversi passi)

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article1198.html

LA SPERANZA

Qual è la sorgente della speranza cristiana?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.

Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nelloggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perch

é chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce unalleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dellalleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.

Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono lattesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.Nella Bibbia, questa speranza

è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso lavvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.Questo radicamento nel presente diventa ancora pi

ù forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).

Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché lamore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dallessere un semplice augurio per lavvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dellamore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana?

La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie allidentità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.Cos

ì pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura Voi mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).

Sotto limpulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con lumanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).Sperare,

è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.

Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era lesistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

Publié dans:TEMI, temi - le virtù teologali |on 15 juin, 2008 |Pas de commentaires »

San Josemaria Éscriva – Anno liturgico, Cristo nel tempo

dal sito:

http://www.it.josemariaescriva.info/index.php?id_cat=776&id_scat=773

Anno liturgico, Cristo nel tempo

« Nel regalarti quella “Storia di Gesù”, scrissi come dedica: “Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”. — Sono tre tappe chiarissime. Hai tentato di vivere, almeno, la prima?» (San Josemaría, Cammino, 382).

La storia umana è e sarà sempre la « storia della salvezza »: ciò che la Chiesa celebra nel corso dell’anno liturgico. Le feste e i tempi non sono « anniversari », una mera ripetizione di alcuni momenti storici della vita del Signore; sono la celebrazione della sua presenza, rendono attuale la salvezza che il Padre, attraverso Gesù
, ci comunica nello Spirito Santo.

La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II presenta l’anno liturgico con queste parole: «La santa madre Chiesa considera suo dovere celebrare l’opera salvifica del suo sposo divino mediante una commemorazione sacra, in giorni determinati nel corso dell’anno» (Sacrosanctum Concilium, 102). Ogni anno liturgico è, quindi, una nuova opportunità di grazia e di presenza del Signore della storia nella nostra personale storia quotidiana, negli avvenimenti – anche i più insignificanti – di ogni giornata. Colui che era, è e sarà, ci viene incontro nel tempo, qui e ora, per vivere il presente, quello di ciascuno, con noi, gli uomini suoi fratelli.L’anno liturgico è ripieno della presenza salvifica del Signore perché in ogni tempo liturgico – con le sue caratteristiche specifiche – noi cristiani possiamo identificarci sempre di più con Lui, non solo nel senso morale di imitarlo, di cambiare i costumi e di migliorare la nostra condotta, ma di vera e immediata identificazione sacramentale con la vita di Cristo. Così

, la nostra vita quotidiana diventa un culto gradito al Padre per mezzo dello Spirito (cfr. Rm 12, 1-2).

Fin dai primi secoli, la Chiesa ha unito alla celebrazione dei misteri di Cristo, la festività della Madonna e i giorni del transito alla casa del Padre dei martiri e dei santi. Con la loro vita hanno saputo dare testimonianza della vita di Cristo, e in modo eminente della Passione, Morte, Risurrezione e dell’Ascensione gloriosa al cielo. Per questo durante l’anno liturgico sono proposti ai fedeli cristiani come esempio di amore a Dio.

“Spesso il Signore ci parla del premio che ci ha guadagnato con la sua Morte e la sua Risurrezione. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io (Gv 14, 2-3). Il cielo è la meta del nostro cammino terreno. Gesù ci ha preceduti e là, in compagnia della Vergine e di san Giuseppe — che io tanto venero —, degli Angeli e dei Santi, è in attesa del nostro arrivo.” (San Josemaría, Amici di Dio, 220).

Publié dans:temi - la liturgia |on 26 mai, 2008 |Pas de commentaires »

CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO NELLA LITURGIA DELLE ORE

sto cercando di presentare San Paolo nella liturgia e mi rendo conto con quanta inadeguatezza lo faccio, con questo stralcio cerco di presentare meglio – e soprattutto di capirla meglio io – la liturgia delle ore, i passi biblici; credo che sarà possibile trovare una sorta di presentazione del « corpo paolino » nella liturgia, per il momento ho trovato un sito francese, molto interessante, che presenterà San Paolo nella liturgia, hanno messo l’avviso che lo apriranno il 15 di giugno, io mi sono iscritta, spero di imparare qualcosa di più, per il momento presento questo stralcio sul cantici e le letture;

 

CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO NELLA LITURGIA DELLE ORE

 

stralcio da: Paternoster M., « Erano assidui nella preghiera », Riflessioni sulla liturgia delle ore, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990, Capitolo IV: La Celebrazione della LH: struttura e articolazione, 4. Gli elementi costitutivi della LH, PAG 244-:

 

« 4 GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA LITURGIA DELLE ORE

4.B. CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO

b. In riferimento ai cantici del Nuovo Testamento, presenti nella celebrazione dei Vespri, l’IGLH (Istitutio Generalis Liturgia Horarum, link al testo italiano) fa rilevare quanto segue:

Dom. Ap 19,1b.2a.4b.5b.7.8a

Lun. Ef 1,3-10

Mar. Ap 4,11.5,9-10.12

Mer. Col 1,12-20

Gio. Ap 11, 17-18.12,10b.12a

Ven. Ap. 15,3-4

Sab. Fil 2,6-11

c. A proposito degli altri cantici del Nuovo Testamento, che si trovano dopo il responsorio che segue la lettura biblica delle Lodi, dei Vespri e di Compieta, L’IGLH si esprime in questi termini: Benedictus, Magnificat, Nunc dimittis abbiano il medesimo onore, la medesima dignità e solennità di cui si è soliti circondare il vangelo, quando si ascolta (IGLH 138). Pur essendo anch’essi cantici del Nuovo Testamento, si pongono però su un piano teologico e celebrativo diverso da quelli che concludono la salmodia dei Vespri, perché sono tratti dal vangelo. Rappresentano infatti una vera e propria proclamazione gioiosa del vangelo che è lo strumento di salvezza di tutti i popoli. Perciò la LH li ha sempre circondati di una particolare venerazione. Naturalmente la presenza di tanti cantici dell’Antico e del Nuovo Testamento non deve passare inosservata nella LH, ma deve trovare una precisa traduzione celebrativa. Essi, infatti, costituiscono delle vere e proprie : rappresentano quindi un genere letterario poetico ed epico nelle stesso tempo. Non si adattano bene alla recitazione. Bisognerebbe pensare un ritmo celebrativo diverso, perché il loro genere letterario sia maggiormente rispettato; nemmeno l’IGLH offre delle indicazioni di ordine celebrativo per favorire la comprensione di un elemento così originale della LH.

4.C. LE LETTURE BIBLICHE

Per quanto riguarda le letture bibliche, che caratterizza in modo particolare l’Ufficio delle letture della preghiera liturgica della Chiesa, la SC aveva già offerto delle interessanti indicazioni di riforma. Il merito della IGLH sta nell’aver esteso la sua attuazione anche alle letture bibliche brevi delle altre parti della LH. Bisogna però riconoscere che l’attenzione della Riforma si è concentrata soprattutto sulle letture bibliche dell’Ufficio delle letture che avevano maggiormente bisogno di revisione e di rinnovamento: (IGLH 140). Nei primi tempi della Chiesa, la lettura della Paola di Dio occupava un posto di assoluto rilievo nell’ambito della preghiera liturgica della comunità cristiana. Successivamente nei monasteri era norma comune che la Bibbia fosse letta interamente nel corso dell’anno. Simile usanza si mantenne a lungo specialmente nei monasteri cluniacensi. Fu solo nei secoli XII-XIII, quando la preghiera personale dei monaci andò progressivamente separandosi dalla recita corale della LH, che le letture bibliche furono notevolmente accorciate e ridotte di numero per dare la possibilità ai monaci di attendere alle loro devozioni private. Una simile lacuna fu già avvertita dai riformatori del Rinascimento, tanto che il cardinale Quiñonez, nella sua riforma del Breviario, aveva concesso uno spazio maggiore alle letture della Sacra Scrittura e specialmente a quelle del Nuovo Testamento. In tale senso si incamminò anche la riforma tridentina di San Pio V, che ridusse le letture agiografiche, spesso leggendarie ed apocrife, a tutto vantaggio di quelle bibliche. Ma la sua riforma non portò i frutti sperati, perché le letture agiografiche presero nuovamente il sopravvento sulla Parola di Dio. Prima della riforma liturgica del concilio Vaticano II, le pericopi bibliche apparivano a tutti troppo brevi e non sempre di facile comprensione. Perciò il Concilio, nello stabilire una lettura più ampia della Parola di Dio, non ha fatto altro che riprendere un’esigenza avvertita da tutta la Chiesa.

a. La nuova LH, oltre che presentare una più ampia serie di testi biblici, si è preoccupata di approfondire le motivazioni teologiche che hanno determinato una simile realtà. La ricchezza biblica della attuale preghiera liturgica della Chiesa è, in gran parte, riconducibile alla necessità di approfondire il mistero di Cristo, vertice sia della fede che della celebrazione cristiana, alla luce della Parola di Dio. La Sacra Scrittura, infatti,

b. L?IGLH, inoltre, si dimostra particolarmente attenta anche a sottolineare il rapporto di dipendenza che deve esserci fra la Parola di Dio e la preghiera cristiana: (IGLH 140). È un aspetto fortemente sentito dalla spiritualità della Chiesa d’oggi, che ha riscoperto la preghiera e la Parola di Dio come elementi fondamentali del profondo dinamismo che caratterizza il vivere nello Spirito l’intera esistenza umana, diversamente esposta a tutte le contaminazioni di un tipo di vita che non affonda le sue radici in Dio.

c. C’è poi da rilevare anche una altro importante aspetto: le letture bibliche della LH non devono essere considerate come un fatto a sé stante. Esse infatti sono state elaborate in stretta relazione con le letture che si fanno durante la celebrazione dell’eucarestia: (IGLH 146). Da ciò si deduce la necessità di utilizzare i due cicli di letture bibliche senza cadere in sterili ripetizioni. Infatti, anche l’attuale LH consta di un duplice ciclo di letture bibliche:

d. Quando si parla di letture bibliche nell’ambito della preghiera liturgica della Chiesa, non si deve fare riferimento solo a quelle presenti nell’Ufficio delle letture. Nelle LH, infatti, ci sono anche le letture bibliche brevi alle quali non si può riservare un ruolo marginale. Hanno la loro importanza e la loro dignità liturgica e costituiscono un prezioso elemento della LH. Il loro valore liturgico è chiaramente affermato dalla IGLH: (IGLH 45). Sono precisazioni molto importanti, perché restituiscono piena dignità liturgica e teologica a brani biblici molto brevi, ma non per questo meno efficaci ai fini di una vera proclamazione della Parola di Dio, dato che servono a porre in rilievo una sentenza o un’esortazione biblica di particolare efficacia spirituale. »

Publié dans:temi - la liturgia |on 26 mai, 2008 |Pas de commentaires »

sulla sapienza, dalla « Fides et Ratio » Lettera Enciclica, Giovanni Paolo II – 1998

sulla sapienza, stralcio dal libretto che ho a casa:

LETTERA ENCICLICA
FIDES ET RATIO
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
CIRCA I RAPPORTI
TRA FEDE E RAGIONE

CAPITOLO II

CREDO UT INTELLEGAM

« Acquista la sapienza, acquista l’intelligenza » (Pro 4, 5) 21-23 San Paolo

21. La conoscenza, per l’Antico Testamento, non si fonda soltanto su una attenta osservazione dell’uomo, del mondo e della storia, ma suppone anche un indispensabile rapporto con la fede e con i contenuti della Rivelazione. Qui si trovano le sfide che il popolo eletto ha dovuto affrontare e a cui ha dato risposta. Riflettendo su questa sua condizione, l’uomo biblico ha scoperto di non potersi comprendere se non come « essere in relazione »: con se stesso, con il popolo, con il mondo e con Dio. Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla Rivelazione, è stata alla fine per lui la fonte di una vera conoscenza, che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi di infinito, ricevendone possibilità di comprensione fino allora insperate. Lo sforzo della ricerca non era esente, per l’Autore sacro, dalla fatica derivante dallo scontro con i limiti della ragione. Lo si avverte, ad esempio, nelle parole con cui il Libro dei Proverbi denuncia la stanchezza dovuta al tentativo di comprendere i misteriosi disegni di Dio (cfr 30, 1-6). Tuttavia, malgrado la fatica, il credente non si arrende. La forza per continuare il suo cammino verso la verità gli viene dalla certezza che Dio lo ha creato come un « esploratore » (cfr Qo 1, 13), la cui missione è di non lasciare nulla di intentato nonostante il continuo ricatto del dubbio. Poggiando su Dio, egli resta proteso, sempre e dovunque, verso ciò che è bello, buono e vero.

22. San Paolo, nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, ci aiuta a meglio apprezzare quanto penetrante sia la riflessione dei Libri Sapienziali. Sviluppando un’argomentazione filosofica con linguaggio popolare, l’Apostolo esprime una profonda verità: attraverso il creato gli « occhi della mente » possono arrivare a conoscere Dio. Egli, infatti, mediante le creature fa intuire alla ragione la sua « potenza » e la sua « divinità » (cfr Rm 1, 20). Alla ragione dell’uomo, quindi, viene riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo. Secondo l’Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l’origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l’uomo scelse di porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno. Il Libro della Genesi descrive in maniera plastica questa condizione dell’uomo, quando narra che Dio lo pose nel giardino dell’Eden, al cui centro era situato « l’albero della conoscenza del bene e del male » (2, 17). Il simbolo è chiaro: l’uomo non era in grado di discernere e decidere da sé ciò che era bene e ciò che era male, ma doveva richiamarsi a un principio superiore. La cecità dell’orgoglio illuse i nostri progenitori di essere sovrani e autonomi, e di poter prescindere dalla conoscenza derivante da Dio. Nella loro originaria disobbedienza essi coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di conoscere la verità era offuscata dall’avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. E ancora l’Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del peccato, fossero diventati « vani » e i ragionamenti distorti e orientati al falso (cfr Rm 1, 21-22). Gli occhi della mente non erano ormai più capaci di vedere con chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta prigioniera di se stessa. La venuta di Cristo è stata l’evento di salvezza che ha redento la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa stessa s’era imprigionata.

23. Il rapporto del cristiano con la filosofia, pertanto, richiede un discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento, soprattutto nelle Lettere di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza: la contrapposizione tra « la sapienza di questo mondo » e quella di Dio rivelata in Gesù Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di esprimerla in maniera adeguata. L’inizio della prima Lettera ai Corinzi pone con radicalità questo dilemma. Il Figlio di Dio crocifisso è l’evento storico contro cui s’infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell’esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento. « Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? » (1 Cor 1, 20), si domanda con enfasi l’Apostolo. Per ciò che Dio vuole realizzare non è più possibile la sola sapienza dell’uomo saggio, ma è richiesto un passaggio decisivo verso l’accoglienza di una novità radicale: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 1, 27-28). La sapienza dell’uomo rifiuta di vedere nella propria debolezza il presupposto della sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 10). L’uomo non riesce a comprendere come la morte possa essere fonte di vita e di amore, ma Dio ha scelto per rivelare il mistero del suo disegno di salvezza proprio ciò che la ragione considera « follia » e « scandalo ». Parlando il linguaggio dei filosofi suoi contemporanei, Paolo raggiunge il culmine del suo insegnamento e del paradosso che vuole esprimere: « Dio ha scelto ciò che nel mondo [...] è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 1, 28). Per esprimere la natura della gratuità dell’amore rivelato nella croce di Cristo, l’Apostolo non ha timore di usare il linguaggio più radicale che i filosofi impiegavano nelle loro riflessioni su Dio. La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio di verità e, insieme, di salvezza. La sapienza della Croce, dunque, supera ogni limite culturale che le si voglia imporre e obbliga ad aprirsi all’universalità della verità di cui è portatrice. Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende! La filosofia, che già da sé è in grado di riconoscere l’incessante trascendersi dell’uomo verso la verità, aiutata dalla fede può aprirsi ad accogliere nella « follia » della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità, imbrigliandola nelle secche di un loro sistema. Il rapporto fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell’oceano sconfinato della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare.

dom Prosper Guéranger

dal sito: 

http://www.unavoce-ve.it/pg-29giu.htm

dom Prosper Guéranger

29 GIUGNO

SAN PIETRO E SAN PAOLO, APOSTOLI

La risposta dell’amore.

« Simone, figlio di Giona, mi ami tu? ». Ecco l’ora in cui si fa sentire la risposta che il Figlio dell’Uomo esigeva dal pescatore di Galilea. Pietro non teme la triplice domanda del Signore. Dalla notte in cui il gallo fu meno pronto a cantare che non il primo fra gli Apostoli a rinnegare il suo Maestro, lacrime senza fine hanno segnato due solchi sulle sue guance; ma è spuntato il giorno in cui cesseranno i pianti. Dal patibolo sul quale l’umile discepolo ha voluto essere inchiodato con il capo in giù, il suo cuore traboccante ripete infine senza timore la protesta che, dalla scena sulle rive del lago di Tiberiade, ha silenziosamente consumato la sua vita: « Sì, o Signore, tu sai che io ti amo! » (Gv 21,17).

L’amore, segno del nuovo sacerdozio.

L’amore è il segno che distingue dal ministero della legge di servitù il sacerdozio dei tempi nuovi. Impotente, immerso nel timore, il sacerdote ebreo non sapeva far altro che irrorare l’altare figurativo del sangue di vittime che sostituivano lui stesso. Sacerdote e vittima insieme, Gesù chiede di più a coloro che chiama a partecipare alla prerogativa che lo fa pontefice in eterno secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109,4). « Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quel che fa il padrone. Ma vi ho chiamati amici perché vi ho comunicato tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv 15,15). « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nell’amor mio » (ivi, 9).

Ora, per il sacerdote ammesso in tal modo nella comunità del Pontefice eterno, l’amore è completo solo se si estende all’umanità riscattata nel grande Sacrificio. E, si noti bene: in ciò vi è per lui qualcosa di più dell’obbligo comune a tutti i cristiani di amarsi a vicenda come membra di uno stesso Capo; poiché, con il suo sacerdozio, egli fa parte del Capo, e per questo motivo la carità deve prendere in lui qualcosa del carattere e delle profondità dell’amore che questo Capo ha per le sue membra. Che cosa accadrebbe se, al potere che possiede di immolare Cristo stesso, al dovere di offrirsi insieme con lui nel segreto dei Misteri, la pienezza del pontificato venisse ad aggiungere la missione pubblica di dare alla Chiesa l’appoggio di cui ha bisogno, la fecondità che lo Sposo celeste si aspetta da essa? È allora che, secondo la dottrina espressa fin dalle più remote antichità dai Papi, dai Concili e dai Padri, lo Spirito Santo lo rende atto alla sua sublime missione identificando completamente il suo amore a quello dello Sposo di cui soddisfa gli obblighi e di cui esercita i diritti.

L’amore di san Pietro.

Affidando a Simone figlio di Giona l’umanità rigenerata, la prima cura dell’Uomo-Dio era stata quella di assicurarsi che egli sarebbe stato veramente il vicario del suo amore (Sant’Ambrogio, Comm. su san Luca, 10); che, avendo ricevuto più degli altri, avrebbe amato più di tutti (Lc 7,47; Gv 21,15); che, erede dell’amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo li avrebbe amati al pari di lui sino alla fine (Gv 13,1). Per questo la costituzione di Pietro al vertice della sacra gerarchia, concorda nel Vangelo con l’annuncio del suo martirio (ivi 21,18): pontefice supremo, doveva seguire fino alla Croce il supremo gerarca (ivi 19,22).

Ora, la santità della creatura, e nello stesso tempo la gloria del Dio creatore e salvatore, non trovano la loro piena espressione che nel Sacrificio che abbraccia pastore e gregge in uno stesso olocausto.

Per questo fine supremo di ogni pontificato e di ogni gerarchia, dall’Ascensione di Gesù in poi Pietro aveva percorso la terra. A Joppe, quando era ancora agli inizi del suo itinerario apostolico, una misteriosa fame si era impadronita di lui: « Alzati, Pietro, uccidi e mangia », aveva detto lo Spirito; e, nello stesso tempo, una visione simbolica presentava riuniti ai suoi occhi gli animali della terra e gli uccelli del cielo (At 10,9-16). Era la gentilità che egli doveva congiungere, alla tavola del divino banchetto, ai resti d’Israele. Vicario del Verbo, condivideva la sua immensa fame; la sua carità, come un fuoco divoratore, si sarebbe assimilati i popoli; realizzando il suo attributo di capo, sarebbe venuto il giorno i cui, vero capo del mondo, avrebbe fatto di quella umanità offerta in preda alla sua avidità il corpo di Cristo nella sua stessa persona. Allora, nuovo Isacco, o piuttosto vero Cristo, avrebbe visto anche lui innalzarsi davanti a sé il monte dove Dio guarda, aspettando l’offerta (Gen 22,14).

Il martirio di san Pietro.

Guardiamo anche noi, poiché quel futuro è divenuto presente, e, come nel grande Venerdì, prendiamo anche noi parte allo spogliamento che si annuncia. Parte beata, tutta di trionfo: qui almeno, il deicidio non unisce la sua lugubre nota all’omaggio del mondo e il profumo d’immolazione che già si eleva dalla terra riempie i cieli della sua soave letizia. Divinizzata dalla virtù dell’adorabile ostia del Calvario, si direbbe infatti che la terra oggi basti a se stessa. Semplice figlio di Adamo per natura, e tuttavia vero pontefice supremo, Pietro avanza portando il mondo: il suo sacrificio completerà quello dell’Uomo-Dio che lo investì della sua grandezza (Col 1,24); inseparabile dal suo capo visibile, anche la Chiesa lo riveste della sua gloria (1Cor 11,7). Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l’Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest’ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.

Il martirio di san Paolo.

Essendo dunque tale il significato di questo giorno, non ci si stupirà che l’eterna Sapienza abbia voluto renderlo ancora più sublime, unendo l’immolazione dell’apostolo Paolo al Sacrificio di Simon Pietro. Più di ogni altro, Paolo aveva portato avanti, con le sue predicazioni, l’edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12); se oggi la santa Chiesa è giunta a quel pieno sviluppo che le consente di offrirsi nel suo capo come un’ostia di soavissimo odore, chi meglio di lui potrebbe dunque meritare di completare l’offerta? (Col 1,24; 2Cor 12,15). Essendo giunta l’età perfetta della Sposa (Ef 4,13), anche la sua opera è terminata (2Cor 11,2). Inseparabile da Pietro nelle sue fatiche in ragione della fede e dell’amore, lo accompagna parimenti nella morte (Antifona dell’Ufficio); entrambi lasciano la terra nel gaudio delle nozze divine sigillate con il sangue, e salgono insieme all’eterna dimora dove l’unione è perfetta (2Cor 5).

VITA DI SAN PIETRO – Dopo la Pentecoste, san Pietro organizzò con gli altri Apostoli la chiesa di Gerusalemme, quindi le chiese di Giudea e di Samaria, e infine ricevette nella Chiesa il centurione Cornelio, il primo pagano convertito. Sfuggito miracolosamente alla morte che gli riservava il re Erode Agrippa, lasciò la Palestina e si recò a Roma dove fondò, forse fin dall’anno 42, la Chiesa che doveva essere il centro della Cattolicità. Da Roma intraprese parecchi viaggi apostolici. Verso il 50 è a Gerusalemme per il Concilio che decretò l’ammissione dei Gentili convertiti nella Chiesa, senza obbligarli alle osservanze della legge mosaica. Passò ad Antiochia, nel Ponto, in Galazia, in Cappadocia, in Bitinia e nella provincia dell’Asia. Avendo un incendio distrutto la città di Roma nel 64, si accusarono i cristiani di essere gli autori della catastrofe e Nerone li fece arrestare in massa. Parecchie centinaia, forse anche parecchie migliaia furono condannati a morte mediante vari supplizi: alcuni furono crocifissi, altri bruciati vivi, altri dati in pasto alle belve nell’anfiteatro, altri infine decapitati. San Pietro, dapprima incarcerato secondo una antica tradizione nel carcere Mamertino, fu crocifisso con la testa in giù, negli orti di Nerone, sul colle Vaticano. Qui fu seppellito. La data esatta del suo supplizio è il 29 giugno del 67.

La festa del 29 giugno.

Dopo le grandi solennità dell’Anno Liturgico e la festa di san Giovanni Battista, non ve n’è alcun’altra più antica o più universale nella Chiesa di quella dei due Principi degli Apostoli. Molto presto Roma celebrò il loro trionfo nella data stessa del 29 giugno che li vide elevarsi dalla terra al cielo. La sua usanza prevalse subito su quella di alcune regioni, dove si era dapprima deciso di fissare la festa degli Apostoli agli ultimi giorni di dicembre. Certamente, era un nobile pensiero quello di presentare i padri del popolo cristiano al seguito dell’Emmanuele nel suo ingresso nel mondo. Ma come abbiamo visto, gli insegnamenti di questo giorno hanno, per se stessi, una importanza preponderante nell’economia del dogma cristiano; essi formano il complemento dell’intera opera del Figlio di Dio; la croce di Pietro costituisce la Chiesa nella sua stabilità, e assegna al divino Spirito l’immutabile centro delle sue operazioni. Roma era dunque ben ispirata quando, riservando al discepolo prediletto l’onore di vegliare per i suoi fratelli presso la culla del Dio-Bambino, conservava la solenne commemorazione dei Principi dell’apostolato nel giorno scelto da Dio per porre termine alle loro fatiche e coronare, insieme con la loro vita, l’intero ciclo dei misteri.

Il ricordo dei dodici Apostoli.

Ma era giusto non dimenticare, in un giorno così solenne, quegli altri messaggeri del padre di famiglia che irrorarono anch’essi dei loro sudori e del loro sangue tutte le strade del mondo, per accelerare il trionfo e radunare gli invitati del banchetto nuziale (Mt 22,8-10). Grazie appunto ad essi, la legge di grazia è ora definitivamente promulgata in mezzo alle genti e la buona novella ha risuonato in tutte le lingue e su tutte le sponde (Sal 18,4-5). Cosicché la festa di san Pietro, particolarmente completata dal ricordo di Paolo che gli fu compagno nella morte, fu tuttavia considerata, fin dai tempi più remoti, come quella dell’intero Collegio Apostolico. Non si sarebbe potuto pensare, nei primi tempi di poter separare dal glorioso capo alcuno di quelli che il Signore aveva riavvicinati così intimamente, nella solidarietà della comune opera. In seguito tuttavia furono consacrate successivamente particolari solennità a ciascuno di essi, e la festa del 29 giugno rimase attribuita più esclusivamente ai due principi il cui martirio aveva reso illustre questo giorno. Avvenne anche presto che la Chiesa romana, non credendo di poterli onorare convenientemente entrambi in uno stesso giorno, rimandò all’indomani la lode più esplicita del Dottore delle genti.

MESSA

EPISTOLA (At 12,1-11). – In quei giorni, il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa. Fece morir di spada Giacomo, fratello di Giovanni; e, vedendo che ciò era accetto ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano i giorni degli azzimi. E, presolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione, ma dalla Chiesa si faceva continua orazione per lui. Or quando Erode stava per presentarlo al popolo, proprio la notte avanti, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, stretto con doppia catena, e le sentinelle, alla porta, custodivano il carcere. Ed ecco presentarsi l’Angelo del Signore, e splendere una luce nella cella. E l’Angelo, percosso il fianco di Pietro, lo svegliò dicendo: Presto, levati. E le catene gli caddero dalle mani. L’Angelo gli disse: Cingiti e legati i sandali. E lo fece. E gli aggiunse: Buttati addosso il mantello e seguimi. E Pietro, uscendo, lo seguiva, e non sapeva essere realtà quel che era fatto dall’Angelo, ma credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale si aprì loro da se medesima. E usciti fuori, si inoltrarono per una strada e d’improvviso l’Angelo sparì da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e m’ha liberato dalle mani di Erode e dall’attesa del popolo dei Giudei.

La partenza verso Roma.

È difficile tornare con maggior insistenza di quanto faccia la Liturgia di questo giorno sull’episodio della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Parecchie Antifone e tutti i Capitoli dell’Ufficio sono tratti da esso; l’Introito lo cantava or ora; ed ecco che l’Epistola ci offre nella sua integrità il racconto che sembra interessare in modo tanto particolare oggi la Chiesa di Dio. Il segreto di tale preferenza è facile a scoprirsi. Questa festa è quella in cui la morte di Pietro conferma la Chiesa nelle sue auguste prerogative di Regina, di Madre e di Sposa; ma quale fu il punto di partenza di tali grandezze, se non il momento solenne fra tutti, in cui il Vicario dell’Uomo-Dio, scuotendo su Gerusalemme la polvere dei suoi calzari (Lc 10,11), volse la faccia verso l’Occidente, e trasferì in Roma i diritti della sinagoga ripudiata? Ora è appunto nell’uscire dalla prigione di Erode, che questo sublime episodio ebbe luogo. E uscendo dalla città se ne andò - dicono gli Atti – in un altro luogo (At 12,17). Questo altro luogo, secondo la testimonianza della storia e di tutta la tradizione, era la città chiamata a diventare la nuova Sion; era Roma, dove qualche settimana dopo giungeva Simon Pietro. Cosicché, riprendendo le parole dell’angelo in uno dei Responsori dell’Ufficio del Mattutino, la gentilità cantava questa notte: « Alzati, Pietro, e indossa i tuoi vestiti: cingiti di forza, per salvare le genti; poiché le catene sono cadute dalle tue mani ».

Il sonno di Pietro.

Come un giorno Gesù nella barca vicina ad affondare, Pietro dormiva tranquillamente alla vigilia del giorno in cui doveva morire. La tempesta, i pericoli d’ogni sorta, non saranno risparmiati nel corso dei secoli ai successori di Pietro. Ma non si vedrà più, sulla barca della Chiesa, il panico che si era impadronito dei compagni del Signore nel battello sollevato dall’uragano. Mancava allora ai discepoli la fede, ed era appunto la sua assenza a cagionare il loro spavento (Mc 4,40). Ma dalla discesa dello Spirito divino, quella fede preziosa da cui derivano tutti i doni non può far difetto alla Chiesa. Essa dà ai capi la serenità del Maestro; mantiene nel cuore del popolo fedele la preghiera ininterrotta, la cui umile fiducia vince silenziosamente il mondo, gli elementi e Dio stesso. Se accade che la barca di Pietro rasenti qualche abisso e il pilota sembri addormentato, la Chiesa non imiterà i discepoli nella tempesta del lago di Genezareth. Non si farà giudice del tempo e dei metodi della Provvidenza, né crederà lecito riprendere colui che deve vegliare per noi: ricordando che, per sciogliere senza tumulto le situazioni più difficili, possiede un mezzo migliore e più sicuro; non ignorando che, se non fa difetto l’intercessione, l’angelo del Signore verrà lui stesso a tempo opportuno a ridestare Pietro e a spezzare le sue catene.

Potere della preghiera.

Oh, come le poche anime che sanno pregare sono più potenti, nella loro ignorata semplicità, della politica e dei soldati di tutti gli Erodi del mondo! La piccola comunità raccolta nella casa di Maria, madre di Marco (At 12,12) era ben poco numerosa; ma da essa giorno e notte s’innalzava la preghiera. Fortunatamente, non vi si conosceva il fatale naturalismo che, sotto lo specioso pretesto di non tentare Dio, rifiuta di chiedergli l’impossibile quando sono in gioco gli interessi della sua Chiesa. Certo, le precauzioni di Erode Agrippa per non lasciar sfuggire il suo prigioniero facevano onore alla sua prudenza, e certo la Chiesa chiedeva l’impossibile esigendo la liberazione di Pietro: tanto è vero che quelli stessi che allora pregavano, una volta esauditi non riuscivano a credere ai propri occhi. Ma la loro forza era stata appunto quella di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18) ciò che essi stessi consideravano come follia (At 12,14-15), di sottomettere nella loro preghiera il giudizio della ragione alle sole vedute della fede.

VANGELO (Mt 16,13-19). – In quei giorni: Venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente che dice mai che sia il Figlio dell’uomo? Ed essi risposero: Chi Giovanni Battista; chi Elia; chi Geremia, od uno dei profeti. Dice loro Gesù: Ma voi chi dite ch’io sia? Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. E Gesù gli replicò: Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l’ha rivelato; ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.

Confessione di san Pietro.

La grata letizia porta Roma a ricordare l’istante beato in cui, per la prima volta, lo Sposo fu salutato col suo divino appellativo dall’umanità: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo! L’amore e la fede costituiscono in questo momento Pietro suprema e antichissima sommità dei teologi, come lo chiama san Dionigi nel libro dei Nomi divini. Per primo, infatti, nell’ordine del tempo come per la pienezza del dogma egli risolse il problema la cui formula senza soluzione era stato il supremo sforzo della teologia dei secoli profetici.

Dignità di san Pietro.

Sei tu dunque, o Pietro, più sapiente di Salomone? E quanto lo Spirito Santo dichiarava al di sopra di ogni scienza, potrà essere il segreto di un povero pescatore? È così. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Mt 11,27); ma il Padre stesso ha rivelato a Simone il mistero del Figlio, e le parole che ne fanno fede non sono soggette a critica. Esse infatti non sono una giunta menzognera ai dogmi divini: oracolo dei cieli che passa attraverso una bocca umana, elevano il loro beato interprete al disopra della carne e del sangue. Al pari di Cristo di cui per esse diviene Vicario, egli avrà come unica missione di essere un’eco fedele del cielo quaggiù (Gv 15,15), dando agli uomini ciò che riceve (ivi 17,18): le parole del padre (ivi 14). È tutto il mistero della Chiesa, della terra e del cielo insieme, contro la quale l’inferno non prevarrà.

Il fondamento della Chiesa.

O Pietro, noi salutiamo la gloriosa tomba in cui sei disceso! Soprattutto a noi, infatti, figli di quell’Occidente che tu hai voluto scegliere, spetta celebrare nell’amore e nella fede le glorie di questo giorno. È su te che dobbiamo costruire, poiché vogliamo essere gli abitanti della città santa. Seguiremo il consiglio del Signore (Mt 7,24-27), costruendo sulla roccia le nostre case di quaggiù, perché resistano alla tempesta e possano diventare una dimora eterna. O come più viva è la nostra riconoscenza per te, che ti degni di sostenerci così, in questo secolo insensato che, pretendendo di costruire nuovamente l’edificio sociale, volle stabilirlo sulla mobile sabbia delle opinioni umane, e che ha saputo moltiplicare soltanto i crolli e le rovine! La pietra che i moderni architetti hanno rigettata, è forse meno perciò la pietra angolare? E la sua virtù non appare forse appunto nel fatto che, rigettandola, è contro di essa che urtano e s’infrangono? (1Pt 2,6-8).

Devozione verso san Pietro.

Ora dunque che l’eterna Sapienza eleva su di te, o Pietro, la sua casa, dove potremmo trovarla altrove? Da parte di Gesù risalito al cielo, non sei forse tu che possiedi ormai le parole di vita eterna? (Gv 6,69). La nostra religione, il nostro amore verso l’Emmanuele sono quindi incompleti, se non arrivano fino a te. E avendo tu stesso raggiunto il Figlio dell’uomo alla destra del Padre, il culto che ti rendiamo per le tue divine prerogative si estende al Pontefice tuo successore, nel quale continui a vivere mediante esse: culto reale che si rivolge a Cristo nel suo Vicario e che, pertanto, non potrebbe accontentarsi della troppo sottile distinzione fra la Sede di Pietro e colui che la occupa. Nel Romano Pontefice tu sei sempre, o Pietro, l’unico pastore e il sostegno del mondo. Se il Signore ha detto: « Nessuno va al Padre se non per me » (ivi 14,6), sappiamo pure che nessuno arriva al Signore se non per tuo mezzo. Come potrebbero i diritti del Figlio di Dio, pastore e vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), subire un detrimento in questi omaggi della terra riconoscente? Non possiamo celebrare le tue grandezze senza che, subito facendoci fissare i pensieri in Colui del quale sei come il segno sensibile, come un augusto sacramento, tu non ci dica, come dicesti ai padri nostri, mediante l’iscrizione posta sulla tua antica statua: Contemplate il Dio Verbo, la pietra divinamente tagliata nell’oro, sulla quale stabilito, io non sono crollato.

PREGHIAMO

O Dio, che hai santificato questo giorno col martirio degli apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l’insegnamento di questi due fondatori della nostra religione.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 798-807

Veni Creator Spiritus (latino-italiano)

VENI CREATOR SPIRITUS

 

Veni creator spiritus

Veni, creátor Spíritus,

mentes tuórum vísita,

imple supérna grátia,

quæ tu creásti péctora.

Qui díceris Paráclitus,

donum Dei, Altíssimi,

fons vivus, ignis, cáritas,

et spiritális únctio.

Tu septifórmis múnere,

dextræ Dei tu dígitus,

tu rite promíssum Patris,

sermóne ditans gúttura.

Accénde lumen sénsibus:

infúnde amórem córdibus:

infírma nostri córporis

virtúte firmans pérpeti.

Hostem repéllas lóngius,

pacémque dones prótinus:

ductóre sic te prævio

vitémus omne nóxium.

Per te sciámus da Patrem,

noscámus atque Fílium,

te utriúsque Spíritum

credámus omni témpore.

Deo Patri sit gloria,

Et Filio, qui a mortuis

Surrexit, ac paraclito,

In sæculorum sæcula.

Amen.

Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia

i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,

dono del Padre altissimo,

acqua viva, fuoco, amore,

santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,

promesso dal Salvatore

irradia i tuoi sette doni,

suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,

fiamma ardente nel cuore;

sana le nostre ferite

col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,

reca in dono la pace,

la tua guida invincibile

ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,

svelaci il grande mistero

di Dio Padre e del Figlio uniti

in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,

al Figlio, che è risorto dai morti

e allo Spirito Santo

per tutti i secoli.

Amen.

Publié dans:temi - la liturgia |on 10 mai, 2008 |Pas de commentaires »

TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DEL TEMPO PASQUALE

TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DEL TEMPO PASQUALE

« alcune linee emergenti »

stralcio dal libro: Jesús Castellano Cervera, L’anno liturgico, Centro di Cultura Mariana Madre della Chiesa », Roma, 1991

pagg. 123-125

« 1. Tempo di Cristo Risorto

Il tempo pasquale celebra la presenza di Cristo in mezzo ai discepoli, la sua dinamica manifestazione nei segni che diventeranno dopo la sua Ascensione il prolungamento del suo corpo glorioso: la parola, i sacramenti, L’Eucarestia.

Cristo vive nella Chiesa. È sempre presente (SC 7): La luce del cero pasquale è segno visibile della sua presenza luminosa e perenne. Ma ci sono altri segni della sua presenza: L’altare, il fonte battesimale, la croce gloriosa, il libro della divina parola che è come un tabernacolo della sua presenza di Maestro, l’Ambone da dove il Risorto parla sempre spiegando le Scritture. Segno di questa presenza è specialmente l’assemblea. Solo nella prospettiva della Pasqua si avvera la promessa di Gesù (Mt 18,20). Presenza culminante è quella dell’Eucarestia dove il Risorto invita, spezza il pane, dona se stesso, offre il sacrificio pasquale.

2. Tempo dello Spirito

Come viene indicato da Gv 20, 19.23, lo stesso giorno di Pasqua è già giorno dell’effusione dello Spirito Santo perché è già giorno della glorificazione di Gesù e della salvezza escatologica per la Chiesa che nasce.

In questa prospettiva la Chiesa legge gli Atti che sono il Vangelo dello Spirito Santo, durante tutto il tempo di Pasqua; è lo Spirito Santo che agisce già nei battezzati per completare nella vita, come espressione di condotta e di culto battesimale, quanto e stato ricevuto nella fede.

Il tempo finale con il suo progredire verso la pentecoste sottolinea – più nella liturgia delle ore, meno nella celebrazione eucaristica – questo aspetto pneumatologico, collegato con il mistero della Chiesa manifestata dallo Spirito alla Pentecoste.

Nell’attuale interesse per la pneumatologia bisogna recuperare tutta la ricchezza liturgica di questo aspetto, così messo in risalto dalla liturgia eucaristica ed eucologica di Oriente e di Occidente.

3. Tempo della Chiesa come nuova umanità

La liturgia pasquale sottolinea la novità battesimale della vita cristiana, al continuità con la novità del Risorto, la vita come culto spirituale con la potenza dei doni e frutti dello Spirito.

C’è una antropologia delle risurrezione che rivela il cristiano e la comunità ecclesiale come presenza e prolungamento del Cristo Risorto. Sono le opere della Risurrezione, la testimonianza della vita contro l’istinto della morte, l’irradiazione della vita in un cultura che afferma la possibilità, fin da quaggiù, di una umanità nuova e rinnovata dal dinamismo dello Spirito.

4 Tempo dell’attesa escatologica

Nella prospettiva del Risurrezione e dell’attesa del Risorto, nella visione pasquale della Parusia, come indicata dagli angeli all’Ascensione, è questo il tempo escatologico per eccellenza, più che il tempo di Avvento. Tempo quindi di anticipazione della vita nuova e di attesa del compimento definitivo in Cristo, come suggerisce la lettura dell’Apocalisse in questo tempo liturgico.

Publié dans:temi - la liturgia |on 27 avril, 2008 |Pas de commentaires »
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