Archive pour la catégorie 'TEMI'

Concerto in occasione del Sinodo, Benedetto XVI (tema: la musica – itazione 1Cor)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/october/documents/hf_ben-xvi_spe_20081013_concerto_it.html

CONCERTO OFFERTO DALLA FONDAZIONE PRO MUSICA E ARTE SACRA
IN OCCASIONE DEL SINODO DEI VESCOVI

PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Paolo Fuori le Mura
Lunedì, 13 ottobre 2008

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,

tra le varie iniziative in calendario per il giubileo speciale dellAnno Paolino si inserisce anche il concerto di questa sera, che si è svolto nella cornice suggestiva della Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove alcuni giorni fa è stata solennemente inaugurata lAssemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Il mio saluto e il mio cordiale ringraziamento va, come è naturale, a quanti hanno promosso e concretamente organizzato questa bella serata con un evento musicale di alto livello. In primo luogo mi corre lobbligo di ringraziare la Fondazione Pro Musica e Arte Sacra, ben nota per le sue molteplici iniziative. Saluto poi e ringrazio i componenti dei Wiener Philarmoniker, che ci hanno proposto una magistrale esecuzione della sesta sinfonia di Anton Bruckner, intrisa di religiosità e di profondo misticismo.

Mit dankbarer Freude begrüße ich die Wiener Philarmoniker, die – heute unter der Leitung von Christoph Eschenbach – bereits zum siebten Mal im Rahmen des Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra ihren Zuhörern eine besondere Freude bereiten. Liebe Freunde, mit Eurer Professionalität und Eurem künstlerischen Können gelingt es Euch immer wieder, die Herzen Eurer Zuhörer anzurühren und in ihnen im Hören der wundervollen Musik Bruckners alle Saiten des menschlichen Empfindens zum Schwingen zu bringen. Mit Eurem musikalischen Talent weist Ihr sie über das Menschliche hinaus auf das Göttliche hin. Dafür sage ich Euch allen ein herzliches Vergelts Gott!

[Con gioia piena di gratitudine saluto i Wiener Philharmoniker, che, oggi sotto la direzione di Christoph Eschenbach, per la settima volta nell’ambito del Festival internazionale di Musica e Arte Sacra infondono profonda letizia nei loro ascoltatori. Cari amici, con la vostra professionalità e la vostra capacità artistica riuscite sempre a toccare il cuore dei vostri ascoltatori e far vibrare tutte le corde dell’umano sentire facendo loro ascoltare la musica meravigliosa di Bruckner. Con il vostro talento musicale spostate l’attenzione dall’umano al divino. Per questo dico a voi tutti Vergelt’s Gott!]

Nella sesta sinfonia si traduce la fede del suo autore, capace di trasmettere con le sue composizioni una visione religiosa della vita e della storia. Anton Bruckner, attingendo al barocco austriaco e alla tradizione schubertiana del canto popolare, ha portato, potremmo dire, alle estreme conseguenze il processo romantico di interiorizzazione. Ascoltando questa celebre composizione nella Basilica dedicata a san Paolo, è spontaneo pensare ad un passaggio della Prima Lettera ai Corinzi in cui lApostolo, dopo aver parlato della diversità e dellunità dei carismi, paragona la Chiesa al corpo umano composto da membra tra loro molto diverse, ma tutte indispensabili per il suo buon funzionamento (cfr cap. 12). Anche lorchestra e il coro sono costituiti da strumenti e voci diverse, che accordandosi tra loro offrono unarmoniosa melodia, gradevole allorecchio e allo spirito. Cari fratelli e sorelle, raccogliamo questo insegnamento, che vediamo confermato nella splendida esecuzione musicale che abbiamo potuto ascoltare. Vi saluto tutti con affetto, rivolgendo un pensiero speciale ai Padri sinodali e alle altre personalità presenti. Un saluto fraterno, infine, indirizzo al Cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete di questa Basilica papale, che ci ha accolti ancora una volta con tanta cordialità: vorrei ringraziarlo, insieme ai suoi collaboratori, per le varie manifestazioni religiose e culturali programmate per lAnno Paolino in corso. Questa Basilica romana, dove si trovano custodite le spoglie mortali dellApostolo delle genti, sia veramente un fulcro di iniziative liturgiche, spirituali e artistiche, tese a riscoprirne lopera missionaria e il pensiero teologico. Invocando lintercessione di questo insigne Santo e la materna protezione di Maria, Regina degli Apostoli, imparto di cuore a tutti i presenti la Benedizione Apostolica, che volentieri estendo alle persone care.

dai lavori del Sinodo : La liturgia per S. Paolo: mettersi al servizio del progetto di Dio

dai lavori del Sinodo, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15744?l=italian

La liturgia per S. Paolo: mettersi al servizio del progetto di Dio

Afferma padre Carlos Gustavo Haas

di Alexandre Ribeiro

SAN PAOLO, lunedì, 13 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Per San Paolo, la liturgia che è realmente gradita a Dio è porci interamente al servizio del progetto divino, vissuto da Gesù, il Figlio di Dio, ha spiegato il responsabile per la liturgia della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB). In una conferenza durante la Settimana Teologica dell’Istituto di Teologia e Filosofia Santa Teresina della Diocesi di São José dos Campos (Brasile), due settimane fa, padre Carlos Gustavo Haas ha parlato dell’influenza della teologia paolina nella liturgia.

All’inizio del suo intervento, il sacerdote ha ricordato l’epistemologia del termine liturgia, derivante dal greco leitourgía, che può essere inteso come servizio pubblico, citando poi la definizione della costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, che afferma che la liturgia è considerata l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo.

Paolo usa la parola ‘liturgia’ per parlare di prestazione di servizio. Per questo, per lui, la parola liturgia implica impegno sociale, impegno con la vita, con la carità. In Gesù Cristo, ciò che vale è la fede che agisce per amore, ha spiegato il sacerdote.

Paolo afferma che Dio gli ha dato la grazia di essere liturgo o ministro di Gesù Cristo presso i pagani, prestando un servizio sacerdotale al Vangelo di Dio.Secondo padre Haas, oltre alle considerazioni sul significato della liturgia come servizio, San Paolo apporta un grande contributo a ci

ò che si intende per culto spirituale.

In Romani 12, egli afferma: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale.

Per Paolo, la liturgia che è realmente gradita a Dio è porci interamente al servizio del progetto divino, vissuto da Gesù, il Figlio di Dio, sottolinea.

E’ molto facile vivere una liturgia del tempio, una liturgia della Chiesa solo come tempio. Ma è molto difficile fare della nostra vita un’ostia viva, santa, gradita a Dio, ha ammesso.

Il responsabile della CNBB ha spiegato che il termine culto ha una radice latina che significa coltivare. Cosa significa dare culto a Dio?, ha chiesto. Significa coltivare quotidianamente, nella celebrazione e nella vita, ciò che Dio è Il culto spirituale come impegno, su esempio di Gesù”.

Molte Messe, battesimi e matrimoni sono stati e ancora sono opportunità più per giustificare gli schemi di questo mondo che per coltivare la volontà di Dio.

A volte si coltiva ciò che vogliamo, ciò che desideriamo, ciò che pensiamo, e non coltiviamo, non prestiamo il culto a Dio. Anziché servire Dio, ci serviamo di Dio. E’ questo l’avvertimento che San Paolo ci può lasciare, ha osservato. Per padre Haas, la liturgia deve portarci a fare proprio ciò che Paolo ha detto in Galati 4: far sì che Cristo si formi in noi, in me, in te, in noi.

L’Anno Liturgico è questo, un modo fantastico perché la gente coltivi i sentimenti di Gesù Cristo che vengono celebrati durante questo periodo.

La Chiesa non ha un calendario liturgico, ha l’Anno Liturgico, che è un itinerario che la gente segue domenica dopo domenica, settimana dopo settimana coltivando quella Parola, e questa penetra, trasforma la vita della gente.

Non è devozione; è coltivare, perché possiamo diventare ostie vive, sante, gradite a Dio; questo è la liturgia, non è ritualismo. C’è bisogno di rito, di una ritualità, ma non di ritualismo. Non è devozione, è celebrazione, ha sottolineato. Nel contesto del Sinodo sulla Parola di Dio, padre Haas ha affermato che è necessario ascoltare la Parola con il cuore.

Per questo, sostiene, abbiamo bisogno di silenzio. Non solo il silenzio della bocca, ma il silenzio degli occhi, delle orecchie, del cuore, del nostro corpo. Viviamo in un mondo molto rumoroso. Abbiamo Messe così rumorose….

Questa esperienza umana di accogliere, ascoltare, comprendere, obbedire alla Parola è fondamentale per tutti noi.

Padre Haas ha quindi sottolineato che la Parola non è un semplice messaggio. Ho sentito tante persone dire: ‘il messaggio del Vangelo di oggi…’. La Parola non è un messaggio, è la verità, è la vita, è Cristo. La Parola è un avvenimento.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans:temi - la liturgia |on 14 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

XXVIII SETTIMANA DEL T.O. – LUNEDÌ 13 OTTOBRE 2008

XXVIII SETTIMANA DEL T.O. – LUNEDÌ 13 OTTOBRE 2008

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 4,22-24. 26-27.31 – 5, 1
Fratelli, sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa. Ora, tali cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre. Sta scritto infatti: « Rallégrati, sterile, che non partorisci, grida nell’allegria tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito ». Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera. Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

UFFICIO DELLE LETTURE

(tema liturgico)

Seconda Lettura
Dal trattato «Contro Fabiano» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo
(Cap. 28, 16-19; CCL 91 A, 813-814)

La partecipazione al corpo e al sangue di Cristo ci santifica
Nell’offerta del sacrificio si compie ciò che prescrisse lo stesso Salvatore, come è testimoniato anche da Paolo. Ecco quanto dice l’Apostolo: «Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1 Cor 11, 23-26). Perciò il sacrificio viene offerto perché sia annunziata la morte del Signore e si faccia memoria di lui, che per noi ha dato la sua vita. Egli stesso poi dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Cristo è morto per noi. Perciò quando facciamo memoria della sua morte, durante il sacrificio, invochiamo la venuta dello Spirito Santo quale dono di amore. La nostra preghiera chiede quello stesso amore per cui Cristo si è degnato di essere crocifisso per noi. Anche noi, mediante la grazia dello Spirito Santo, possiamo essere crocifissi al mondo e il mondo a noi. Siamo invitati ad imitare Cristo. Egli per quanto riguarda la sua morte, morì al peccato una volta per tutte; ora invece, per il fatto che vive, vive per Dio. Così anche noi consideriamoci morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù (cfr. Rm 6, 10-11). «Camminiamo in una vita nuova» (Rm 6, 4) mediante il dono dell’amore. «Infatti l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Noi partecipiamo al corpo e al sangue del Signore, noi mangiamo il suo pane e ne beviamo il calice. Perciò dobbiamo morire al mondo e condurre una vita nascosta con Cristo in Dio e crocifiggere la nostra carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze (cfr. Col 3, 3; Gal 5, 24). Tutti i fedeli che amano Dio e il prossimo, anche se non bevono il calice della passione corporale, bevono tuttavia il calice dell’amore del Signore. Inebriati da esso, mortificano le loro membra e, avendo rivestito il Signore Gesù Cristo, non si danno pensiero dei desideri della carne e non fissano lo sguardo sulle cose che si vedono, ma su quelle che non si vedono. Così che beve al calice del Signore custodisce la santa carità, senza la quale nulla giova, neppure il dare il proprio corpo alle fiamme. Per il dono della carità poi ci viene dato di essere veramente quello che misticamente celebriamo in modo sacramentale nel sacrificio.

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 3, 12-13
Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come
è
il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

La liturgia della vita in san Paolo

dal sito: 

http://www.pddm.it/vita/vita_08/index_08.htm

LA VITA IN CRISTO E NELLA CHIESA

Mensile di formazione liturgica e Informazione

Mensile di formazione liturgica e Informazione

La liturgia della vita in san Paolo

San Paolo è ancora vivo oggi e continua a formare le generazioni cristiane, specialmente quando nella liturgia della Chiesa si leggono le sue lettere o i brani degli Atti degli Apostoli che lo riguardano. Dio infatti ha preparato l’apostolo per una missione speciale che ha oltrepassato la propria vicenda personale. Quando il giovane Saulo di Tarso, terminata la prima formazione, giungeva a Gerusalemme per seguire le lezioni di Gamaliele (cf At 22,3), il più dotto scriba fariseo del momento, si è trovato di fronte alla spianata del tempio consacrato a Dio dai suoi padri. Le lezioni dei rabbi erano infatti impartite sotto i portici o nelle sale degli edifici che occupavano la parte centrale della spianata. Il tempio, posto a oriente, era il cuore della città santa verso cui si volgeva il desiderio di ogni israelita. Saulo lo avrà certamente ammirato nell’imponenza della costruzione, delimitata da un duplice portico e suddivisa con un quadruplice ordine di cortili; il santuario, il cui tetto era ricoperto d’oro, occupava la parte centrale. Per le grandi feste annuali, i pellegrini, venuti da ogni direzione, coprivano le strade della Palestina e salivano al tempio cantando i salmi delle ascensioni (Salmi 120-134). Saulo vibrava a questo ritmo e partecipava alle splendide liturgie nel tempio. Egli imparava il valore delle pratiche cultuali del suo popolo, il riposo sabbatico, l’ufficio sinagogale, il digiuno del giorno dell’espiazione, le preghiere che accompagnavano gli atti quotidiani, l’uso dei filattèri e delle frange, i digiuni spontanei, le offerte e i voti. La fede in Dio e lo studio della Torah impregnano tutti i momenti e tutte le azioni della sua esistenza, seguendo lo schema rituale della separazione dalla realtà profana. Il Signore lo preparava, attraverso la pratica minuziosa di tutte le prescrizioni rituali, nella lunga esperienza di contatto con la liturgia del tempio di Gerusalemme, a incontrare Gesù Cristo, che è «più grande del tempio» e a interiorizzare la sua passione per Dio in una continua liturgia della vita. Con il Nuovo Testamento la funzione del tempio viene infatti trasferita alla persona di Gesù Cristo, morto e risorto. Il «nuovo tempio» è il suo corpo (cf Gv 2,21). Nella rivelazione della via di Damasco, Saulo ne resterà folgorato.

«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Statua marmorea dell’apostolo Paolo situata in Piazza San Pietro (Roma).

La «separazione» di Paolo I molti dettagli della conversione trasfigurante di Saulo, raccontata per tre volte nel libro degli Atti degli Apostoli (cf At 9; 22; 26), vengono confermati nelle lettere dell’apostolo ma con più sobrietà. Egli comprende che la sua vocazione è opera di Dio, una pura e immeritata grazia donata a un uomo che si autogiustificava con la pratica delle prescrizioni ma che in realtà era un «bestemmiatore, persecutore e violento» (1 Tm 1,13). Dio ha scelto e chiamato un persecutore per farne un apostolo. Questa chiamata è una libera decisione del Signore, per suo puro beneplacito. Non è un’improvvisazione perché l’amore di Dio per noi viene sempre da molto lontano (cf Rm 8,28-30). Nelle lettere paoline l’azione del «chiamare», in greco kalein, ha sempre come soggetto Dio stesso. Paolo parla della sua vocazione in termini teologici e cultuali: «Quando Colui che mi mise a parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque (eudokésen) di rivelare suo Figlio in me affinché lo annunziassi in mezzo alle nazioni, subito non consultai carne e sangue…» (Gal 1,15-16). Il verbo usato dall’apostolo «mettere a parte- separare» è significativo nella vocazione particolare di Paolo. Allo stesso modo si pre- senta all’inizio della lettera ai Romani: «Paolo, apostolo per vocazione, messo a parte per il Vangelo di Dio» (Rm 1,1). Dio si è riservato Paolo come nella liturgia del tempio si riservavano per lui le offerte e le primizie. Nell’Antico Testamento questo verbo ha spesso un senso cultuale e viene applicato sia alle vittime scelte per i sacrifici (cf Es 29,26-27) sia ai leviti, messi a parte per il servizio liturgico (cf Nm 8- 11), sia per tutto il popolo eletto: «Mi sarete consacrati perché io sono Santo, il Signore vostro Dio che vi ho messi a parte da tutte le nazioni per appartenere a me» (Lv 20,26). Paolo è stato sottratto a un modo comune di vivere per essere introdotto in una speciale relazione con Dio. Il contesto però fa comprendere che non si tratta di una segregazione perché l’elezione dell’apostolo porta con sé la missione di introdurre altri, specialmente tra i pagani, nella stessa relazione di alleanza con Dio, in Cristo Gesù. La vocazione di Paolo non si deve però concepire in chiave «amministrativa», come se Dio gli assegnasse una funzione per il bene di altri, ma si deve comprendere come una grazia personale, interna, la quale poi rende possibile una missione rivolta ad altre persone. È una testimonianza, una liturgia della vita che richiede l’impegno di tutta la persona e che scaturisce da un’esperienza di relazione personale e profonda con Cristo. Paolo ha ricevuto «in se stesso» la rivelazione del Figlio di Dio ed è stato introdotto in un rapporto intimo con lui, fino alla completa conformazione al suo mistero. Infatti egli afferma: «Dio che disse: dalle tenebre rifulga la luce, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Dio fece brillare la luce di Cristo nel cuore di Paolo, cioè in quel luogo che nell’antropologia biblica indica la sede dell’interiorità, della libertà e della scelta cosciente. Per questo vi è un rapporto profondo tra la rivelazione interna e la missione apostolica. La rivelazione del Figlio di Dio gli fu data, dice, «affinché lo evangelizzassi fra le nazioni » (Gal 1,16), cioè ne porti il lieto annunzio a tutti, in modo che tutti possano entrare nell’economia della nuova e definitiva alleanza e «partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, a essere partecipi della promessa» (Ef 3,6). Il rapporto vivo e dinamico con la persona del Figlio di Dio inaugura la liturgia della vita. Non si tratta più soltanto di una relazione «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Statua marmorea dell’apostolo Paolo situata in Piazza San Pietro (Roma). cultuale, come nel tempio di Gerusalemme, ma esistenziale che trasforma tutti i momenti della quotidianità. Si capovolge lo schema della sacralità tipica del tempio. Il contatto con Dio non avviene più per separazioni ma, in forza dell’Incarnazione, per immersione nel mistero di Cristo. Paolo si è sentito afferrato da Cristo Gesù (cf Fil 3,12) e la sua scala di valori, anche nell’ambito religioso, si è capovolta. «Le cose che per me erano vantaggi personali, le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della relazione con Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo…» (Fil 3,7-8). Per mantenersi unito a Cristo, Paolo si mette con tutte le sue forze al servizio del prossimo, nell’evangelizzazione. La carità di Cristo sperimentata lo sospinge a dare la vita per il Vangelo. Spostamento della terminologia cultuale

Attingendo dalla sua prolungata esperienza nel tempio, l’apostolo, divenuto cristiano, opera un radicale cambiamento di prospettiva. Egli usa la terminologia tipica, propria del culto, e la applica all’esperienza della vita cristiana. Paolo, per esempio, riferendosi forse al rituale dell’agnello sacrificato per l’espiazione dei peccati (cf Lv 4,24; Is 53,10) indica Cristo come «oblazione e sacrificio di soave odore» (Ef 5,2). La fragranza delle vittime sacrificali significava l’accoglienza dei sacrifici da parte di Dio. Cristo è la «nostra Pasqua» cioè «l’agnello pasquale» che offre una novità di vita per quanti sono chiamati a «celebrare» la Pasqua con «azzimi nuovi» e non con «lievito vecchio » (cf 1 Cor 5,7-8; Gal 5,9). Tutto ciò che è salvifico per il popolo, nella prima alleanza, si compie ora, nella persona di Gesù. Anche se Paolo scrive le sue lettere quando il tempio di Gerusalemme non era ancora stato distrutto (70 d.C.) egli definisce il corpo dei cristiani come «tempio di Dio» (cf 1 Cor 3,16-17; 6,18-20; 2 Cor 6,16; Ef 2,21). Il processo di personalizzazione del tempio si verifica, da una prospettiva cristologica, anche nella teologia giovannea (cf Gv 2,19-21). Per esprimere questa realtà l’apostolo opera uno spostamento di terminologia a volte sorprendente e molto ardito. Anche la prima lettera di Pietro è sulla stessa linea. Per Paolo la liturgia diventa il quadro «naturale » in cui si svolge la vita cristiana in tutta la sua sacralità. Egli applica questa prospettiva anzitutto a se stesso e descrive il suo apostolato con un linguaggio cultuale. A volte il verbo «servire» (douleuein), in determinati contesti, sembra richiamare il servizio liturgico (cf 1 Ts 1,9-10; Gal 4,8-11). Paolo liturgo di Cristo

Nell’evangelizzazione Paolo è «liturgo di Cristo» (cf Rm 15,16) che rende culto a Dio con la propria esistenza (cf Rm 1,9-10; 2 Tm 1,3). Anche se né Gesù Cristo, né Paolo hanno personalmente compiuto dei sacrifici nel tempio di Gerusalemme, la loro stessa esistenza viene descritta, nell’epistolario paolino, con linguaggio cultuale. L’apostolo ha caricato di senso liturgico la vita cristiana. Senza far distinzione tra azioni ministeriali e comuni, paragona la stessa conclusione della propria vita alla libagione sacrificale: il suo sangue «sta per esser offerto in libagione » (Fil 2,17; 2 Tm 4,6). Il suo ministero apostolico è un culto (latreuo) che egli presta «a Dio nello Spirito» (cf Rm 1,9). Egli si qualifica «protagonista di un’attività liturgica» (leitourgon: Rm 15,16) nel suo ministero tra i Gentili. La raccolta di fondi praticata nelle comunità greche a favore della Chiesa di Gerusalemme è chiamata «attività liturgica» (leitourgia: 2 Cor 9,12) ed Epafrodito, inviato dai Filippesi per assistere Paolo nei disagi della prigionia, prestandogli quegli umili servizi di cui l’apostolo in carcere aveva bisogno, viene designato come «protagonista di un’azione liturgica » (leitourgon: Fil 2,25). Il punto di partenza di tutta la vita cristiana, sia per quanto riguarda Paolo personalmente come i destinatari delle sue lettere, è il battesimo come immersione nella morte e nella risurrezione di Gesù (cf Rm 6,1-11).La vita cristiana come liturgia

La realtà battesimale pone il cristiano in una situazione completamente nuova che permette all’apostolo di trasferire tutti i termini propri del culto nel tempio di Gerusalemme alla vita cristiana. Questo spostamento di terminologia cultuale è evidente in Rm 12,1-2: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la bontà di Dio, a presentare i vostri corpi come un’offerta sacrificale (thysian) vivente in continuazione, santa, gradita a Dio: è il vostro culto (latreian) logico. Non conformatevi al mondo presente, ma trasformatevi in continuazione mediante un rinnovamento attivo della vostra mente, in modo da poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito [a Dio] e perfetto». Dopo aver spiegato nella prima parte della lettera ai Romani la situazione nuova della vita cristiana, Paolo conclude invitando i credenti, in nome di tutta la misericordia sperimentata, a presentare a Dio la loro vita, cioè i propri corpi (somata) nella concretezza relazionale della persona, in riferimento al tempo e allo spazio. Quest’offerta dovrà essere irreversibile, come la vittima sacrificale che veniva uccisa nel tempio, ma nello stesso tempo essere una vittima che vive, come l’agnello immolato e risorto dell’Apocalisse. Nel caso dei cristiani la radicalità dell’offerta costituisce, secondo Paolo, un culto vero e proprio (latreian) che dà senso alla vita. Questa spinta oblativa, vissuta nei particolari concreti della vita quotidiana, è una liturgia, secondo l’insegnamento dell’apostolo. Per attuare questa «liturgia della vita» è necessario però prendere le distanze dalla mentalità del mondo nei suoi aspetti inquinanti e peccaminosi. La partecipazione alla vitalità del Cristo risorto, con il dono dello Spirito, frutto del battesimo, spingerà il cristiano a una trasformazione continuata e progressiva nella linea dei valori di Cristo e a un rinnovamento costante dei suoi sistemi mentali per renderlo capace di un discernimento aperto alla volontà di Dio, nel dettaglio della vita quotidiana, senza seguire lo schema di questo mondo. Paolo attribuisce questa qualità liturgica a tutto quello che è, e a tutto quello che fa, ma trova anche momenti e spazi qualificanti di preghiera per se stesso e per le comunità cristiane, culminanti nell’Eucaristia (cf 1 Cor 11,23-34). L’epistolario paolino è disseminato di inni, dossologie, formule di fede, benedizioni e acclamazioni che evocano il contesto ecclesiale delle comunità a cui sono destinate le lettere e la loro vitalità liturgica. I frammenti liturgici sono usati da san Paolo in modo creativo e vivace e ogni lettera inizia con una benedizione introduttoria, adattata alle specifiche necessità delle comunità cristiane. La sacralità stupenda che era espressa nel rapporto con Dio nel tempio, le preghiere della sinagoga, il canto dei salmi, le feste del giudaismo e tutto il complesso rituale della prima alleanza, trova ora il suo compimento in Cristo Gesù. Per mezzo di lui e nella forza dello Spirito sale a Dio Padre il nostro amen, in una continua liturgia della vita. Regina Cesarato

Publié dans:temi - la liturgia |on 10 octobre, 2008 |2 Commentaires »

LA PAROLA « PACE » IN SAN PAOLO – HO FATTO UNA SEMPLICISSIMA RICERCA

LA PAROLA : « PACE » – HO FATTO UNA SEMPLICE RICERCA DELLA PAROLA PACE IN SAN PAOLO, POI COPIA E INCOLLA, LA RICERCA PERÒ SI PUÒ CONTINUARE, DAL SITO (non metto il colore perché temo che mi salti l’impostazione della pagina):

http://www.laparola.net/ricerca.php

Atti 15:33

Dopo un certo tempo furono congedati con auguri di pace dai fratelli, per tornare da quelli che li avevano inviati.

At 15:33 in tutte le versioni Mostra capitolo

Atti 16:36

Il carceriere annunziò a Paolo questo messaggio: «I magistrati hanno ordinato di lasciarvi andare! Potete dunque uscire e andarvene in pace».

At 16:36 in tutte le versioni Mostra capitolo

Atti 24:3

«La lunga pace di cui godiamo grazie a te e le riforme che ci sono state in favore di questo popolo grazie alla tua provvidenza, le accogliamo in tutto e per tutto, eccellentissimo Felice, con profonda gratitudine.

At 24:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 1:7

A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Ro 1:7 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 2:10

gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco,

Ro 2:10 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 3:17

e la via della pace non conoscono.

Ro 3:17 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 5:1

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo;

Ro 5:1 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 8:6

Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace.

Ro 8:6 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 12:18

Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti.

Ro 12:18 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 14:17

Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo:

Ro 14:17 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 14:19

Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole.

Ro 14:19 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 15:13

Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

Ro 15:13 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 15:32

sicché io possa venire da voi nella gioia, se così vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi. Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.

Ro 15:32 in tutte le versioni Mostra capitolo

Romani 16:20

Il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi.

Ro 16:20 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Corinzi 1:3

grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.

1Co 1:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Corinzi 7:15

Ma se il non credente vuol separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù; Dio vi ha chiamati alla pace!

1Co 7:15 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Corinzi 14:33

perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace.

1Co 14:33 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Corinzi 16:11

Nessuno dunque gli manchi di riguardo; al contrario, accomiatatelo in pace, perché ritorni presso di me: io lo aspetto con i fratelli.

1Co 16:11 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Corinzi 1:2

grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.

2Co 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Corinzi 2:13

non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia.

2Co 2:13 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Corinzi 13:11

Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.

2Co 13:11 in tutte le versioni Mostra capitolo

Galati 1:3

Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo,

Ga 1:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

Galati 5:22

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;

Ga 5:22 in tutte le versioni Mostra capitolo

Galati 6:16

E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

Ga 6:16 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 1:2

grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Ef 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 2:14

Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo,
cioè l’inimicizia,

Ef 2:14 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 2:15

annullando, per mezzo della sua carne,
la legge fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,

Ef 2:15 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 2:17

Egli è venuto perciò ad annunziare pace
a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.

Ef 2:17 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 4:3

cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Ef 4:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 6:15

e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace.

Ef 6:15 in tutte le versioni Mostra capitolo

Efesini 6:23

Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo.

Ef 6:23 in tutte le versioni Mostra capitolo

Filippesi 1:2

Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Fili 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

Filippesi 4:7

e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Fili 4:7 in tutte le versioni Mostra capitolo

Filippesi 4:9

Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

Fili 4:9 in tutte le versioni Mostra capitolo

Colossesi 1:2

ai santi e fedeli fratelli in Cristo dimoranti in Colossi grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro!

Col 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

Colossesi 3:15

E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!

Col 3:15 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Tessalonicesi 1:1

Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace!

1Te 1:1 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Tessalonicesi 4:11

e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato,

1Te 4:11 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Tessalonicesi 5:3

E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà.

1Te 5:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Tessalonicesi 5:13

trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi.

1Te 5:13 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Tessalonicesi 5:23

Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

1Te 5:23 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Tessalonicesi 1:2

grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo.

2Te 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Tessalonicesi 3:12

A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

2Te 3:12 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Tessalonicesi 3:16

Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi.

2Te 3:16 in tutte le versioni Mostra capitolo

1Timoteo 1:2

a Timòteo, mio vero figlio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.

1Ti 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Timoteo 1:2

al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.

2Ti 1:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

2Timoteo 2:22

Fuggi le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro.

2Ti 2:22 in tutte le versioni Mostra capitolo

Tito 1:4

a Tito, mio vero figlio nella fede comune: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore.

Tit 1:4 in tutte le versioni Mostra capitolo

Filemone 3

grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

File 1:3 in tutte le versioni Mostra capitolo

Ebrei 7:2

a lui Abramo diede la decima di ogni cosa; anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; è inoltre anche re di Salem, cioè re di pace.

Eb 7:2 in tutte le versioni Mostra capitolo

Ebrei 12:11

Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

Eb 12:11 in tutte le versioni Mostra capitolo

Ebrei 12:14

Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore,

Eb 12:14 in tutte le versioni Mostra capitolo

Ebrei 13:20

Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù,

Giovanni Paolo II: La contrapposizione tra carne e spirito e la “giustificazione” nella fede (7.1.1981)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1981/documents/hf_jp-ii_aud_19810107_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 gennaio 1981

La contrapposizione tra carne e spirito e la “giustificazione” nella fede

Carissimi fratelli nell’Episcopato, nel sacerdozio,
Fratelli e sorelle di vita religiosa, Carissimi fratelli e sorelle,

Dopo la pausa dovuta alle recenti festività ricominciamo oggi i nostri incontri del mercoledì portando ancora nel cuore la serena letizia del mistero della nascita del Cristo, che la liturgia della Chiesa in questo periodo ci ha fatto celebrare ed attualizzare nella nostra vita. Gesù di Nazaret, il Bimbo che vagisce nella mangiatoia di Betlemme, è il Verbo eterno di Dio che si è incarnato per amore dell’uomo (Gv 1,14). Questa è la grande verità alla quale il cristiano aderisce con profonda fede. Con la fede di Maria Santissima che, nella gloria della sua intatta verginità, concepì e generò il Figlio di Dio fatto uomo. Con la fede di San Giuseppe che lo custodì e lo protesse con immensa dedizione d’amore. Con la fede dei pastori che accorsero subito alla grotta della natività. Con la fede dei Magi che lo intravidero nel segno della stella e, dopo lunghe ricerche, poterono contemplarlo e adorarlo nelle braccia della Vergine Madre.

Che il nuovo anno sia vissuto da tutti sotto il segno di questa grande gioia interiore, frutto della certezza che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.

È l’augurio che rivolgo a tutti voi che siete presenti a questa prima udienza generale del 1981 ed a tutti i vostri cari.

1. Che cosa significa l’affermazione: « La carne… ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne »? (Gal 5,17) Questa domanda sembra importante, anzi fondamentale nel contesto delle nostre riflessioni sulla purezza di cuore, di cui parla il Vangelo. Tuttavia, l’Autore della lettera ai Galati apre davanti a noi, a questo riguardo, orizzonti ancor più vasti. In questa contrapposizione della « carne » allo Spirito (Spirito di Dio), e della vita « secondo la carne » alla vita « secondo lo Spirito » è contenuta la teologia paolina circa la giustificazione, cioè l’espressione della fede nel realismo antropologico ed etico della redenzione compiuta da Cristo, che Paolo, nel contesto a noi già noto, chiama anche « redenzione del corpo ». Secondo la Lettera ai Romani (Rm 8,23), la « redenzione del corpo » ha anche una dimensione « cosmica » (riferita a tutta la creazione), ma al centro di essa vi è l’uomo: l’uomo costituito nell’unità personale dello spirito e del corpo. E appunto in questo uomo, nel suo « cuore », e conseguentemente in tutto il suo comportamento, fruttifica la redenzione di Cristo, grazie a quelle forze dello Spirito che attuano la « giustificazione », cioè fanno sì che la giustizia « abbondi » nell’uomo come è inculcato nel discorso della montagna: Matteo (Mt 5,20), cioè « abbondi » nella misura che Dio stesso ha voluto e che Egli attende.

2. È significativo che Paolo, parlando delle « opere della carne » (cf. Gal 5,11-21), menziona non soltanto « fornicazione, impurità, libertinaggio… ubriachezza, orge » – quindi, tutto ciò che, secondo un modo di comprendere oggettivo, riveste il carattere dei « peccati carnali » e del godimento sensuale collegato con la carne – ma nomina anche altri peccati, ai quali non saremmo portati ad attribuire un carattere anche « carnale » e « sensuale »: « idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie… » (Gal 5,20-21). Secondo le nostre categorie antropologiche (ed etiche) noi saremmo propensi piuttosto a chiamare tutte le « opere » qui elencate « peccati dello spirito » umano, anziché peccati della « carne ». Non senza motivo avremmo potuto intravedere in esse piuttosto gli effetti della « concupiscenza degli occhi » o della « superbia della vita » che non gli effetti della « concupiscenza della carne ». Tuttavia, Paolo le qualifica tutte come « opere della carne ». Ciò s’intende esclusivamente sullo sfondo di quel significato più ampio (in certo senso metonimico), che nelle lettere paoline assume il termine « carne », contrapposto non soltanto e non tanto allo « spirito » umano quanto allo Spirito Santo che opera nell’anima (nello spirito) dell’uomo.

3. Esiste, dunque, una significativa analogia tra ciò che Paolo definisce come « opere della carne » e le parole con cui Cristo spiega ai suoi discepoli ciò che prima aveva detto ai farisei circa la « purezza » e l’ »impurità » rituale (cf. Mt 15,2-20). Secondo le parole di Cristo, la vera « purezza » (come anche l’ »impurità ») in senso morale sta nel « cuore » e proviene « dal cuore » umano. Come « opere impure » nello stesso senso, sono definiti non soltanto gli « adulteri » e le « prostituzioni », quindi i « peccati della carne » in senso stretto, ma anche i « propositi malvagi… i furti, le false testimonianze, le bestemmie ». Cristo, come abbiamo già potuto costatare, si serve qui del significato tanto generale quanto specifico dell’ »impurità » (e quindi indirettamente anche della « purezza »). San Paolo si esprime in maniera analoga: le opere « della carne » sono intese nel testo paolino in senso tanto generale quanto specifico. Tutti i peccati sono espressione della « vita secondo la carne », che è in contrasto con la « vita secondo lo Spirito ». Quello che, conformemente alla nostra convenzione linguistica (del resto parzialmente giustificata), viene considerato come « peccato della carne », nell’elenco paolino è una delle tante manifestazioni (o specie) di ciò che egli denomina « opere della carne », e, in questo senso, uno dei sintomi, cioè delle attualizzazioni della vita « secondo la carne » e non « secondo lo Spirito ».

4. Le parole di Paolo scritte ai Romani: « Così dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete » (Rm 8,12-13), c’introducono nuovamente nella ricca e differenziata sfera dei significati, che i termini « corpo » e « spirito » hanno per lui. Tuttavia, il significato definitivo di quell’enunciato è parenetico, esortativo, quindi valido per l’ethos evangelico. Paolo, quando parla della necessità di far morire le opere del corpo con l’aiuto dello Spirito, esprime appunto ciò di cui Cristo ha parlato nel Discorso della Montagna, facendo richiamo al cuore umano ed esortandolo al dominio dei desideri, anche di quelli che si esprimono nello « sguardo » dell’uomo rivolto verso la donna al fine di appagare la concupiscenza della carne. Tale superamento, ossia, come scrive Paolo, il « far morire le opere del corpo con l’aiuto dello Spirito », è condizione indispensabile della « vita secondo lo Spirito », cioè della « vita » che è antitesi della « morte » di cui si parla nello stesso contesto. La vita « secondo la carne » fruttifica infatti la « morte », cioè comporta come effetto la « morte » dello Spirito.

Dunque, il termine « morte » non significa soltanto morte corporale, ma anche il peccato, che la teologia morale chiamerà mortale. Nelle Lettere ai Romani e ai Galati l’Apostolo allarga continuamente l’orizzonte del « peccato-morte », sia verso il « principio » della storia dell’uomo, sia verso il suo termine. E perciò, dopo aver elencato le multiformi « opere della carne », afferma che « chi le compie non erediterà il regno di Dio » (Gal 5,21). Altrove scriverà con simile fermezza: « Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio » (Ef 5,5). Anche in questo caso, le opere che escludono dall’aver « parte al regno di Cristo e di Dio » – cioè le « opere della carne » – vengono elencate come esempio e con valore generale, sebbene al primo posto stiano qui i peccati contro la « purezza » nel senso specifico (cf. Ef 5,3-7).

5. Per completare il quadro della contrapposizione tra il « corpo » e il « frutto dello Spirito » bisogna osservare che in tutto ciò che è manifestazione della vita e del comportamento secondo lo Spirito, Paolo vede ad un tempo la manifestazione di quella libertà, per la quale Cristo « ci ha liberati » (Gal 5,1). Così egli scrive appunto: « Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso » (Gal 5,13-14). Come già in precedenza abbiamo rilevato, la contrapposizione « corpo-Spirito », vita « secondo la carne », vita « secondo lo Spirito », permea profondamente tutta la dottrina paolina sulla giustificazione. L’Apostolo delle Genti, con eccezionale forza di convinzione, proclama che la giustificazione dell’uomo si compie in Cristo e per Cristo. L’uomo consegue la giustificazione nella « fede che opera per mezzo della carità » (Gal 5,6), e non solo mediante l’osservanza delle singole prescrizioni della Legge anticotestamentaria (in particolare, della circoncisione). La giustificazione viene quindi « dallo Spirito » (di Dio) e non « dalla carne ». Egli esorta, perciò, i destinatari della sua lettera a liberarsi dalla erronea concezione « carnale » della giustificazione, per seguire quella vera, cioè, quella « spirituale », in questo senso li esorta a ritenersi liberi dalla Legge, e ancor più ad esser liberi della libertà, per la quale Cristo « ci ha liberati ».

Così, dunque, seguendo il pensiero dell’Apostolo, ci conviene considerare e soprattutto realizzare la purezza evangelica, cioè la purezza di cuore, secondo la misura di quella libertà per la quale Cristo « ci ha liberati ».

Le radici del pellegrinaggio (non solo, ma soprattutto San Paolo)

dal sito dell’Opera Romana Pellegrinaggi:

http://www.odpt.it/radici.htm

Le radici del pellegrinaggio

da: « PELLEGRINAGGIO »
Nostalgia e fascino del mistero – San Paolo, 1997
di Mons. Romeo Maggioni
 
introduzione:

Il pellegrinaggio nella vita dell’uomo viene da lontano: ha radici profonde nel suo essere e nella sua storia.

Ha radici nella sua dimensione psicologica ed esistenziale. L’uomo è in ricerca, è curioso di sapere e di conoscere: è pellegrino della verità e della felicità. Il quesito sulla sua identità, sul senso della vita e sul proprio destino lo rendono viator: ricercatore oltre gli stessi confini umani, aperto all’Assoluto, con la voglia di possederlo e divenire simile a Lui. Ma a questa ricerca – non sempre positiva e vera – un giorno ha voluto affiancarsi Dio stesso per guidare, purificare, elevare, indirizzare al punto giusto la ricerca dell’uomo verso il mistero. E’ la vicenda storica di Israele trasmessaci dalla Bibbia, dove si narra l’esporsi graduale di Dio nella vicenda umana, per manifestarsi e comunicarsi, fino a rendersi visibile fisicamente in Gesù di Nazaret, rivelazione piena di Dio e del progetto di uomo creato da Dio. E’ il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che precede e sollecita come risposta il pellegrinaggio della fede dell’uomo verso Dio. « Dio s’è fatto uno di noi per fare ognuno di noi uno di Lui » (sant’Ireneo). Da qui la terza radice del pellegrinaggio, quella teologica, che fonda il vero e puro anelito dell’uomo verso Dio. Scrive san Paolo: « Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). Creati, predestinati, strutturati quali figli di Dio come l’Unigenito, è iscritto in noi – necessariamente, naturalmente – il bisogno di Dio, impastati come siamo di divino, col destino e il desiderio profondo di divenirne eredi. Qui si fonda la sete di Dio, incancellabile, che arde in ogni uomo e che lo spinge alla sua ricerca e al suo possesso. Più precisamente parliamo di « nostalgia » perché è ritorno e scoperta di una sua radice lontana. Dio si è insediato nella storia; l’evento cristiano ne è il cuore e il culmine, ma per dilatarsi e raggiungere tutti. Come un fiume d’acqua viva, da quel punto storico, scorre la realtà visibile della Chiesa, mistero e – contemporaneamente – luogo di salvezza. Lì si incontra la memoria di quell’evento, ma una memoria efficace che per l’opera dello Spirito Santo attualizza per ognuno di noi atti e frutti di trasformazione e santificazione. Il pellegrinaggio verso Dio allora sfocia nella Chiesa e nel sacramento se vuol essere davvero approdo di salvezza. A questa precisa meta sacramentale deve giungere ogni pellegrinaggio a un santuario. Infine l’ultima radice o dimensione del pellegrinaggio è quella « escatologica », perché il nostro approdo al mistero cristiano è solo un inizio, una promessa: « Nella speranza noi siamo stati salvati… » (Rm 8,24). La nostra è una situazione del « già e non ancora »: siamo già salvati, ma in attesa del possesso pieno di una salvezza che ci sarà data come compimento, anche nel corpo, con il ritorno glorioso di Cristo. La Chiesa, nella sua indole, è « pellegrina » verso quel compimento che l’Apocalisse vede come un giorno di nozze, di totale e definitiva comunione dello sposo con la sposa, di ogni cristiano con Cristo, in Casa Trinità, dove Dio sarà tutto in tutti! Modello e primizia di questa peregrinazione e di questo compimento è Maria. Perciò ogni pellegrinaggio mariano è rievocazione e lettura della nostra stessa vicenda di uomini incamminati nella fede verso un destino di vita in cui Maria ci ha preceduti e di cui è segno e speranza.  
La radice esistenziale Camminare verso una meta è ciò che qualifica l’intima condizione dell’uomo viator, segnato già nella sua crescita fisica e psichica da una tensione verso una maturità. Così si può dire anche della sua aspirazione a una rilevanza sociale sempre più vasta. Ma l’itinerario della sua crescita è più interiore, assetato com’egli è di curiosità, di conoscenze, di possesso. Si potrebbe affermare che a ogni assaggio di bellezza si dilata in lui il senso e il gusto di una bellezza maggiore. Così è della verità. Una molla interiore lo spinge alla totalità, all’infinità, all’eternità perché non esistono limiti che riesca a sopportare, se non quelli sentiti come innaturali e costringenti la sua libertà che egli vuole e ipotizza come totale e assoluta. L’intima psicologia dell’uomo lo spinge verso un pellegrinaggio oltre ogni frontiera, uno scavalcamento costante di barriere per naufragare in un mare dagli spazi infiniti.
E qui che si colloca la radice di quel quesito esistenziale che fa dell’uomo il vero pellegrino verso l’assoluto e verso il mistero!
Essenzialmente sono tre le angosce che avvelenano l’esistenza dell’uomo: la paura della morte, l’incertezza sul senso della vita, il peso interiore del rimorso col bisogno urgente di perdono. Sono esigenze insopprimibili dell’anima, interrogativi e problemi di limite, là dove la ragione sfiora l’assurdo e il cuore teme la disperazione. Spinto da questi bisogni l’uomo parte alla ricerca di una soluzione, perché l’uomo vuol essere uomo!E l’uomo cerca nella cultura: miti, letteratura, arte, poesia. Valori umani certamente elevati, ma parziali. Qualcuno, infatti, s’accontenta ancora soltanto d’estetismo! L’uomo cerca nella scienza e nella tecnologia: è già arrivato fin sulla luna. Ma non ha risolto i guai della sua quotidianità. Questo della scienza e del progresso è un idolo ancora tenace. L’uomo cerca nella sua libertà. Si scatena al massimo del suo capriccio individuale: non gli mancano oggi né possibilità né stimoli. Ma la natura si ribella, la società diventa invivibile. C’è un vincolo comunque tra libertà e verità. L’uomo cerca nella solidarietà. L’amore però, anche il più fortunato, non sazia fino in fondo. O cerca nella rivoluzione; ma s’imbatte spesso in una dittatura di segno opposto. L’uomo infine cerca nel mistero, oltre se stesso. Asseconda il senso religioso e s’affida a un richiamo che viene dal profondo dell’essere, dal creato, dall’anima. Dentro l’uomo c’è un qualcosa che grida un bisogno di pienezza che travalica l’esperienza dei suoi limiti. L’uomo è una creatura aperta che invoca nella frammentarietà l’unità, nel tempo l’eterno, nel piccolo il tutto e l’infinito. Sono desti nell’uomo un anelito e una nostalgia di Dio. In fondo al cuore d’ognuno si erge un altare dedicato a un dio ancora ignoto, ma di cui siamo alla ricerca come a tentoni nel buio. L’uomo avverte un bisogno naturale, « creaturale » di Dio; sperimenta un vuoto che grida di essere riempito. Soffocare tale bisogno è chiudersi alla razionalità e condannarsi all’assurdo, rinunciare a essere uomini!

E nasce la religione.

Induismo, buddismo, islam… le grandi religioni storiche raccolgono questo anelito, lo cristallizzano in forme sociali e l’incanalano verso una certa visione di Dio e dell’uomo.
Va dato atto e stima a tale sforzo umano di ricerca, alle grandi costruzioni unitarie di sistemi morali e religiosi atti a pacificare il cuore dell’uomo sul tema soprattutto dell’aldilà. Penso a tutta la cultura dell’antico Egitto e al suo anelito alla sopravvivenza espresso in templi, tombe e piramidi. Il senso religioso allora è la prima radice del pellegrinaggio dell’uomo e la religione resta la strada di un esistenziale anelito verso la vita e la sua pienezza. Ma con quali risultati? Il bisogno di verità è bisogno di certezza, non di ipotesi; necessita di chiarezza, non di immagini nebulose e confuse. La vera pacificazione del cuore sta anche in una risposta razionale. Per questo, oggi, una religiosità che si frantuma in sètte irrazionali e alla moda non è una risposta degna dell’uomo!

E un pellegrinaggio che manca di traguardo rende schiavo l’uomo.
 
La radice biblica Un giorno Dio chiamò Abramo e gli disse: « Esci dalla tua terra e va’ nel paese che io ti indicherò » (Gn 12,1). E Abramo inizia il pellegrinaggio della sua vita guidato da Dio stesso. Dopo di lui Mosè è chiamato dal roveto ardente e inviato a condurre il suo popolo fuori dalla schiavitù d’Egitto. E’ il braccio potente di Dio a far passare Israele per le acque del Mar Rosso; è Dio a convocarlo al Sinai per offrirgli un’alleanza; è Lui a guidarlo e a metterlo alla prova nel deserto per 40 anni. Mosè ne avrà coscienza: « Se tu non cammini con noi, io non mi muoverò! » (Es 33,15).
Tutta la Bibbia è la storia di questo graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli sempre più il suo volto preciso, per comunicarsi a lui con una solidarietà che diviene salvezza, e invitarlo ad accogliere un’alleanza che mira a portare l’uomo a una partecipazione più piena al suo mistero. Il lungo pellegrinaggio dell’uomo verso il mistero della vita incrocia il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che viene incontro ai suoi passi incerti, per purificarne gli aneliti e dirigerlo verso esperienze che svelino una vicenda di Dio e dell’uomo che li accomuna. Più precisamente: l’esperienza dell’Esodo segna il paradigma dell’itinerario che Dio fa compiere all’uomo perché possa raggiungere la salvezza. L’iniziativa è di Dio che « ha compassione del suo popolo » e si muove a liberarlo da una schiavitù, di cui l’uomo a volte ha nostalgia! Per la mediazione di un suo inviato, Mosè, che agisce non per forza propria ma per poteri ricevuti, Dio libera il suo popolo per portarlo a un’esperienza e a una comunione con Lui: è il momento solenne dell’alleanza al Sinai. Ma il dono di Dio va stimato e fatto proprio, anche negli avvenimenti difficili della prova: il deserto rappresenta il momento educativo robusto di questo Dio che conduce alla fine il suo popolo nella terra promessa. Altra immagine emblematica del pellegrinaggio che Dio disegna con il suo popolo è la vicenda personale di Osea: parabola dell’alleanza che i profeti leggono in chiave sponsale. Quest’uomo, Osea, aveva sposato una donna cui voleva un gran bene e dalla quale aveva avuto tre bei bambini. Dopo dieci anni di matrimonio, questa donna abbandona marito e figli e se ne va con altri amanti. Osea rimane sconcertato. Dio interviene a dirgli: Va’ a fare il profeta a mio nome e racconta l’angoscia che ti ha preso, perché tale è anche il mio sconcerto e la mia angoscia; il mio popolo mi ha abbandonato e tradito con altri amanti, con altre divinità, e ha disprezzato tutte le tenerezze e le premure di sposo che io ho sempre avuto nei suoi confronti. E Dio si lamenta: « Che altro potevo fare di più alla mia vigna che io non abbia fatto? » (Is 5,4). Dio farà di tutto per richiamare il suo popolo alla fedeltà, anche con castighi. Ma alla fine dirà a Osea: « Ama la tua donna, anche se ti tradisce con un amante. Amala, come il Signore ama gli Israeliti anche se si rivolgono ad altre divinità » (Os 3,1). In questa coppia difficile, quando il partner umano viene meno, al partner divino non resta altra scelta che la misericordia e il perdono! E alla fine sarà proprio Dio a venire a rimetterci la pelle per riscattare l’uomo dai suoi mali più profondi: il peccato e la morte. L’incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo in Gesù di Nazaret segna la condivisione più piena di Dio con la vicenda umana, fino a divenirne cosí solidale da « portare lui il peccato di tutti noi, per le cui piaghe noi siamo stati guariti » (Is 53). E’ appunto lì che deve sfociare l’itinerario dell’uomo verso la propria salvezza e vita. Cristo è il culmine della storia umana, dove il Dio invisibile s’è reso accessibile e consanguineo all’uomo così da condividerne tutta la vicenda e portarla a pieno riscatto. Potremmo riassumere questo aspetto del pellegrinaggio dell’uomo nell’icona dei Magi. Li muove una ricerca, certamente quella di Dio. Una stella interviene e li guida. Il creato già dice molto su Dio! Ma quella stella li indirizza a Gerusalemme, dove Dio da tempo s’è reso vicino e dove le Scritture parlano di una sua imminente apparizione. E vengono indirizzati a Betlemme, dove il cielo ha toccato la terra, dove l’Assoluto ha preso volto di uomo e l’Eterno s’è fatto bambino! La Bibbia indirizza la ricerca verso il posto giusto fissato da Dio per l’incontro vero e definitivo tra umanità e divinità. I Magi, che cercavano sinceramente Dio, lo hanno trovato e adorato in quel bambino posto nella mangiatoia.
Il cristianesimo non è un’incantevole favola sentimentale, o una teoria filosofica, né una religione inventata da uomini saggi: è semplicemente un fatto, un evento – documentabile e certo dell’unico ed eterno Dio che s’è mescolato come uomo tra gli uomini per incontrare l’uomo che da sempre ne è in ricerca. Da allora non è più ipotizzabile un altro volto del mistero, di Dio. « In lui – dirà san Paolo di Gesù – abita la pienezza della divinità in un modo fisico » (Col 2,9). Questo in sostanza è l’unico sbocco salvifico del pellegrinaggio dell’uomo!
 
La radice teologica Ritorniamo indietro a scoprire le primissime fila di queste nostre radici.

Avvenne che un giorno, in Casa Trinità, si tenne consiglio di famiglia e si prese una prima sorprendente decisione. Viveva da sempre lì un Figlio profondamente in sintonia col Padre, era l’Unigenito, goccia del tutto simile a Lui, « della stessa sostanza del Padre ». Ebbene, si decise di allargare famiglia e di avere come figlio proprio un uomo: quel Figlio Unigenito avrebbe assunto anche una natura umana, diventando uomo-Dio, il Figlio di Dio che è anche uomo. E’ Gesù Cristo, inizio e fine di tutta la successiva creazione dell’uomo e delle cose. Così si esprime san Paolo: « Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui » (Col 1,15-17). Appunto « in vista di lui » si prese la seconda impensabile decisione: creare, cioè, ogni uomo su quel modello, quasi sua espansione e prolungamento, diventando Lui non il caso unico, ma « il primogenito di molti fratelli ». Lo afferma ancora san Paolo: « Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). Ogni uomo quindi è progettato, creato, strutturato, « stampato » secondo quel prototipo: cioè uomo-figlio di Dio, chiamato a diventare come l’Unigenito figlio proprio di Dio e suo erede: « Vedete come ci ha voluto bene il Padre? Egli ci ha chiamati a essere suoi figli. E noi lo siamo realmente » (1 Gv 3,1). Questo significa che dentro ogni uomo, impastato com’è di divino, è inscritto un bisogno assoluto di Dio; la sua più intima struttura tende a realizzare in pieno quella sua destinazione a essere « simile a Lui », a raggiungere quella intimità e quel possesso di Dio che l’Unigenito da sempre ha col Padre. Per usare un’immagine: ogni uomo è come nella condizione di un fidanzato promesso a un matrimonio grande e alto, quello con la divinità, nel cammino di una sua progressiva identificazione a quel Figlio di Dio incarnato sul quale è stato predestinato, fino a trasformarsi « in un uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef 4,13). E’ qui che si fonda in verità l’anelito dell’uomo verso Dio, il suo cercarlo senza sosta, in forme diverse, ma incessanti. E’ quello che propriamente qui si chiama « nostalgia » di Dio. Sant’Agostino ne ha colto in profondità tutta la ripercussione psicologica ripensando alla sua lunga e appassionata ricerca di Dio: « Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te ». Qui si fonda l’impulso profondo del pellegrinaggio: in una natura e quindi in un cuore assetato di Dio perché bramoso della riuscita della sua unica identità e del destino che gli è dato fin dall’atto creativo! La radice ecclesiale Nel pellegrinaggio di Dio verso l’uomo, in una prima tappa Egli ha come voluto scavalcare i cieli e rendersi presente sulla terra, nella nostra storia; è l’evento cristiano come fatto. Ma la fantasia di Dio è andata oltre: ha voluto valicare anche il tempo e rendersi contemporaneo a ogni uomo, entro le successive generazioni e dentro il cuore e la libertà di ognuno. E’ quello che noi chiamiamo il dono dello Spirito Santo. Sant’Ireneo dice che il Padre agisce con due mani: il Verbo e lo Spirito. Alla « missione » del Verbo succede ora la « missione » dello Spirito, che prolunga e porta a destinazione definitiva l’opera iniziata da Gesù. Cristo rimase fisicamente tra noi fino all’ascensione dopo essere risuscitato dai morti; ma poi cambia il suo tipo di presenza: da quella fisica (limitata nel tempo-spazio) a quella « pneumatica », mediante cioè il suo Spirito che invia continuamente nel mondo. E’ il suo nuovo modo di essere tra noi; l’aveva pur promesso: « Non vi lascerò orfani » (Gv 14,18); « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre » (Gv 14,16). E’ ciò che chiamiamo, in termine tecnico, l’evento cristiano come mistero, più precisamente come sacramento. Si tratta dell’agire dello Spirito nella storia mediante segni che fanno memoria dell’opera di Cristo e ne rendono presenti nella loro sostanza atti e frutti salvifici. Certo, lo Spirito – datoci da Gesù in croce (cfr. Gv 19,30) – è quale rugiada e acqua feconda che scende come pioggia su tutti gli uomini. Ma dal giorno di Pentecoste Gesù ha voluto che quest’acqua viva scorresse fino a noi, fino alla fine del mondo, come in un canale sicuro, quasi un frammento divino, non manipolabile, esterno, visibile, riferimento e indirizzo preciso cui ogni uomo potesse rivolgersi per attingere direttamente all’azione efficace di Dio. Si tratta della Chiesa, sacramento primordiale di salvezza; o meglio sacramento nel tempo di Cristo, che a sua volta è sacramento del Padre. E’ nella Chiesa allora l’approdo concreto di chi vuol incontrare efficacemente l’azione di Dio oggi. « Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre » (san Cipriano). La Chiesa è costituita essenzialmente da tre elementi, stabiliti da Gesù come « deposito del sacro » e strumenti efficaci di santificazione: la parola di Dio scritta, la grazia dei sacramenti e il ministero apostolico. E in particolare, come fonte e culmine di questa presenza/azione di Cristo in forma sacramentale, l’eucaristia. La divina liturgia è come il vestito entro il quale si cala e si comunica l’azione di Cristo che agisce interiormente mediante l’azione dello Spirito, che noi chiamiamo grazia santificante. Il sacramento allora è come l’ultima tappa raggiunta dal pellegrinaggio di Dio per incontrare l’uomo; ed è quindi lì la stazione di contatto in cui il pellegrinaggio dell’uomo in cerca di Dio deve approdare. Ogni pellegrinaggio che non voglia fallire il suo appuntamento non può non avere questa dimensione ecclesiale e sacramentale. Se l’incerto sentiero personale dell’uomo non sfocia in questa strada maestra stabilita da Dio succederà – come spesso capita – di incontrare un volto sbagliato di Dio, che invece di liberare rende più schiavo l’uomo e lo distrugge! E’ cronaca quotidiana in clima di inflazione di sètte!
 
La radice escatologica La speranza è il caso serio della vita. E’ la speranza a muovere l’uomo; è sempre l’ultima a morire.

La speranza è il presagio di un possesso. Ma spesso si rivela un miraggio, un’illusione. E il cuore si ostina, diventando così, la speranza, una bambina dagli occhi bendati. Cioè solo… fortuna. E siamo all’irrazionalità subumana! La speranza dev’essere un’attesa di ciò che è garantito, magari come caparra di un contratto stipulato. E’ questa l’unica speranza razionale, degna dell’uomo. Ed è la speranza cristiana. « Nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8,24). In che consiste dunque? Uno dei temi più classici del Nuovo Testamento è quello degli « ultimi tempi ». E cioè: con la morte e la risurrezione di Cristo il tempo è giunto al suo « colmo », al suo compimento; la vicenda umana è giunta al vertice, ha realizzato in pieno quei sogni di vittoria, di riuscita e di felicità che si attendeva. Un uomo, Gesù di Nazaret, ha vinto il peccato e la morte, ha raggiunto come uomo quel pieno possesso di Dio che è sempre stata aspirazione di tutti; siede ora alla destra del Padre, anche col suo corpo glorificato. Non solo è possibile vincere, ma di fatto uno di noi ha vinto, ha scavalcato la morte e già vive in pienezza una nuova e perenne vita in Dio. E, naturalmente, non come caso unico, ma con dichiarata promessa d’essere primizia e primogenito di altri risorti. Tutto il cristianesimo è incentrato in questa promessa. O, più precisamente, in questo anticipo che noi chiamiamo Spirito Santo, « che è Signore e dà la vita ». Lui, lo Spirito, un giorno « darà vita anche ai vostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,11). La speranza cristiana è un « già e non ancora »: « Già fin d’ora noi siamo figli di Dio; ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è » (1Gv 3,2). Qualcosa di nuovo e di definitivo è già avvenuto nel mondo con la risurrezione di Cristo; qualcosa di divino è già in noi col battesimo e la vita di grazia; qualcosa di eterno è già stato gettato nel tempo con la Chiesa, sposa di Cristo. E l’immagine della sposa è quella che sigla la Bibbia: « Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! – Sì, vengo presto! – Amen. Vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,17-20). E di ogni cristiano san Paolo dirà: « Io vi ho promesso in matrimonio a un solo sposo, a Cristo, e intendo presentarvi a lui come una vergine pura » (2Cor 11,2). Noi cristiani in questo mondo siamo « ospiti e pellegrini ».. incamminati verso una patria definitiva (cfr. Eb 19,14). In questo senso allora tutta la Chiesa è pellegrina verso la sua definitiva realizzazione e tiene viva in ogni credente questa fedele e vigilante attesa di « Cieli nuovi e terra nuova », e a essi li prepara. E’ il pellegrinaggio della fede, « fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1). Maria, primizia e modello della Chiesa, questa dimensione pellegrinante della fede l’ha vissuta fino in fondo, anche nelle prove del sabato santo! E non è rimasta delusa. Anche lei ha già ottenuto « la risurrezione della carne e la vita eterna ». E qui che trova spazio privilegiato ogni pellegrinaggio a un santuario mariano: lì la Madonna ci sta davanti come lettura autentica dell’esperienza umana di cammino, come certa speranza di un pellegrinaggio riuscito della vita, e nelle apparizioni ci squarcia quel lembo di cielo che lei, come madre, è andata avanti a preparare per noi!

Publié dans:temi - il pellegrinaggio |on 7 juillet, 2008 |Pas de commentaires »
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