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Buscemi M., Il senso dell’evento di Damasco

Il senso dell« evento di Damasco »

stralcio dal libro: Buscemi M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996

pagg. 44-47

(non metto le citazioni, alcune si riferiscono ad altri testi, alcune sono a carattere strettamente esegetico)

Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad unaltra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad unaltra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad unesistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: Dalle tenebre lampeggi la luce (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né lessere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessunaltra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessunaltra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dellamore (Gal 5,14). È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di questesperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « levento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo lha afferrato e lha fatto suo per sempre (Fil 3,12). Liniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: limperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nellamore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « levento di Damasco », quellevento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore. Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest« evento » non si distaccano molto dallinterpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, lopera lucana presenta « lesperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale lapostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto questaspetto, mi sembra evidente: una visione e linvestitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, lautore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che lapostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all« evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « levento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare lattendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell« evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come lesatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè.

LA SECONDA LETTERA DI SAN PAOLO AI TESSALONICESI (PROF. BUSCEMI)

LA SECONDA LETTERA DI SAN PAOLO AI TESSALONICESI

 

qualche considerazione preliminare:

la 2 Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi è una di quelle sulle quali si dubita della autenticità;

se è di Paolo dovrebbe essere scritta nel 50/51, se non è di Paolo nell’80/90; queste sono le datazione proposte da Buscemi;

ho studiato, sia pure nei limiti consentiti dall’enorme materiale scritto in proposito, sul problema dell’autenticità in vista di una presentazione preliminare della lettera; devo dire che i pareri sono divergenti e che non mi sembra che ce ne sia uno definitivo; ho considerato i problemi posti da un biblista – stavo quasi per proporre quella lettura – ma poi non mi sono sembrati definitivi e, direi, forse, neppure del tutto coerenti; ho ripreso in mano il testo del Prof Buscemi, l’introduzione al Nuovo Testamento già utilizzata di Wikenhauser A. – Schmid J, e l’introduzione delle lettere della Bibbia Cei;

I motivi per i quali il testo del Wikenhauser-Schmid propendo per la non autenticià sono fondamentalmente:

1. Paolo non fa riferimento alla prima lettera se vuole integrarla;

2. Nella prima lettera Paolo usa i termine Dio dove nella seconda utilizza il termine « Signore »;

3. Accanto alla teologia paolina che un autore successivo poteva conoscere, vi sono contenuti teologici « scoloriti » dal linguaggio didascalico;

4. utilizzo della teologia apocalittica (Buscemi e CEI ed Harnack – affermano che l’apocalittica era già nell’A,T. di qui un’apocalittica di colore vetero-testamentario); anche per quello che capisco io – certo poco – l’apocalittica è presente ampiamente nell’Antico Testamento, nella scrittura che Paolo doveva consoce più che bene (io però sono un po’ di parte, seguo Buscemi)

Il Prof Buscemi propende per l’autenticità della lettera e, quindi, propongo la sua presentazione, non molto lunga, con le sue motivazioni; io devo dire che, non essendo una biblista, devo appoggiarmi a qualcosa: preferisco dare credito al mio ex professore Buscemi e alla introduzione della CEI;

aggiungo qualcosa: molti testi su San Paolo sono strettamente esegetici, naturalmente lavori importantissimi, tuttavia San Paolo per me va « compreso » come persona, so che non è facile, io credo che l’amore per l’apostolo possa far superare mote difficoltà; io in genere scelgo quei testi che mi sembrano scritti con competenza, certo, ma anche con amore; a volte trovo delle interpretazioni che mi sembrano – a me personalmente – come sezioni di una cavia da laboratorio, queste io non le metto; accolgo quindi tutto quello che è autorevole, ma anche scritto con la passione per la persona di Paolo, perché, a me sembra che non si possa leggere o studiare a lungo l’apostolo – come anche altri santi – senza alla fine innamorarsene;

metto tutte le note escluse quelle che rimandano ad altri studi; sono infatti troppi; forse con l’aiuto del professore mi sarà possibile fare una breve bibliografia di quanto può essere veramente utile;

 

stralcio dal libro: Buscemi A. M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996, capitolo VII, pagg. 146-148

4. Seconda Lettera ai Tessalonicesi

 

La seconda lettera ai Tessalonicesi NOTA 1, scritta alcuni mesi dopo NOTA 2., non differisce molto dalla prima; anzi va considerata come una postilla esplicativa della lettera precedente circa il problema della Parusia. Infatti, qualche membro della Chiesa di Tessalonica della lettera precedente circa il problema della Parusia. Infatti, qualche membro della Chiesa di Tessalonica molto probabilmente aveva portato notizie della comunità: le persecuzioni continuavano a minacciare la giovane Chiesa, ma i Tessalonicesi resistevano saldi nella fede, nella speranza e nell’amore fraterno (1,3-10); i soliti falsi profeti apocalittici non solo continuavano ad annunziare imminente la parusia, ma speculavano anche su certe affermazioni di Paolo (2,1-3); infine, il disfattismo e l’ipercriticismo degli oziosi seguitava a gettare discredito sul buon nome della comunità e a turbare la pace (3,11).

L’apostolo di nuovo rispose con prontezza, mettendo in risalto la costanza e pazienza dei Tessalonicesi: « Dobbiamo ringraziare continuamente Iddio per voi, fratelli, come è doveroso. La vostra fede infatti cresce e abbonda la carità di ognuno di voi tutti verso gli altri, di modo che noi stessi ci gloriamo di voi nelle Chiesa di Dio, per la vostra pazienza e fede in tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate » (1,3-4). La loro « pazienza » è un buon inizio che li rende degni del Regno di Dio e nello stesso tempo manifesta Dio come giusto Giudice contro coloro che continuano a tribolarli con la persecuzione: essi subiranno come pena una rovina eterna (1,5-10)NOTA 3.

Dopo ciò Paolo invita i Tessalonicesi a non vivere con timore l’attesa del Signore e a non dar credito a quei fanatici che, servendosi dei carismi della profezia e della glossolalia NOTA 4 o di false lettere attribuite a Paolo, vanno predicando l’imminenza della venuta del Signore. Oltre al fatto che « il giorno del Signore viene come un ladro » (cfr 1Ts 5,2), i tessalonicesi devono tener conto dei « segni premonitori ». La parusia, infatti, sarà preceduta dall’ « apostasia » e dall’uomo del peccato, il « figlio della perdizione », « colui che avversa e si innalza sopra ogni essere che viene chiamato Dio, o che è culto, fino a sedersi lui stesso nel tempio di Dio, volendo mostrare se stesso come fosse Dio (2,3-4). Non si tratta di due « segni », ma di un solo segno premonitore, dato che l’ « apostasia » o la definizione religiosa generale sarà prodotta dalle seduzioni dell’ « uomo dell’iniquità », dall’ « Anticristo », come spesso viene chiamato NOTA 4.

i Tessalonicesi conoscono per esperienza il suo « potere seducente ». Quando egli sarà tolto di mezzo, allora ci sarà prima la « manifestazione dell’iniquo », dopo la Parusia del Signore Gesù che ucciderà l’iniquo ed eliminerà le sue seduzioni. I cristiani non debbono temere, ma perseverare, stare saldi nelle tradizioni ricevute e nella chiamata alla santità per acquistare la gloria del Signore nostro Gesù Cristo (2,1-17).

Anzi se i Tessalonicesi intendono manifestare concretamente la loro fede nella venuta del Signore, debbono comportarsi disciplinatamente e laboriosamente. Lavorare in pace, oltre che eliminare l’ozio e la detrazione, è un andare incontro al Signore con la lampada accesa e ben fornita dall’olio della carità (3,1-15). In questo atteggiamento di sana laboriosità, il Signore li confermerà nella fede, li custodirà dal Maligno (3,3) e dirigerà i loro cuori nell’amore e nella pazienza del Cristo (3,5).

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NOTE:

1. (195 del testo) Se l’autenticità della 1Tess è accettata da tutti quella di 2 Tess è negata da molti esegeti che la considerano pseudonima o come un doppione per correggere certe idee sulla parusia. Ma né l’una né l’altra ipotesi può essere dimostrata. In realtà, non vi è una vera contraddizione tra l’escatologia della 1Tess e quella della 2Tess. Anche la cronologia delle due lettere è contestata: alcuni pensano che Paolo prima abbia scritto la 2Tess, perché in essa la dottrina sulla parusia è appena abbozzata, mentre nella 1 Tess è più sviluppata. Ma può essere vero anche il contrario: la 2Tess non intende svolgere tutta la problematica della parusia, ma solo chiarire un dettaglio sulla parusia. Io credo che fondamentalmente si può mantenere l’ordine cronologico tradizionale delle due lettere (cfr soprattutto Spinetoli Lettere ai Tessalonicesi, Roma 1971). (segue la nota proponendo dei testi)

2. (196 del testo) Fra le due lettere non si può ammettere una lunga distanza temporale: l massimo 2-3 mesi di differenza (cfr Cipriani, Lettere, 85).

3. (197 del testo) Sulla fede della comunità di Tessalonica come punto di partenza pe comprendere il resto della catechesi paolina sulla parusia cfr. Giblin, The Threat to Faith, 111-152.

4. (202 del testo) L’identificazione di questi eventi e personaggi escatologici è molto complessa e quindi rimandiamo ai commentari ed opere specifiche (testi…il docente nomina di nuovo Giblin e il libro citato nella nota precedente) Dopo aver presentato le diverse soluzioni (Giblin) date al problema: storico-politica e simbolica, egli crede che la migliore via sia quella apostolica. 2Tess 2 sarebbe una catechesi sulla fede, per mezzo della quale Paolo mette in guardia i fedeli di Tessalonica dal lasciarsi « afferrare » da correnti apocalittiche-carismatiche che tentano di turbarli e di traviare la loro attesa del Signore Gesù che viene (cfr. altri testi).

professor Buscemi, stralcio dal libro: San Paolo…sulla « redenzione » e « giustificazione

stralcio dal libro: Buscemi A. M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996 

LETTERA AI ROMANI 

sulla « redenzione » e « giustificazione » 

pagg.  190-193 

Il professore ha cominciato a parlare della lettera ai Romani nella pagina precedente l’inizio di questo stralcio, scrive dell’esordio molto solenne della lettera, del desiderio di Paolo di visitare la Chiesa di Roma, fino a che non avrà anche a loro annunciato il vangelo che è salvezza di chiunque crede, di questa salvezza hanno bisogno tutti i popoli – scrive ancora – pagani e giudei, tutta l’umanità è soggetta al peccato ed è bisognosa di giustificazione (Rm 3,1-20), (pag 190), di qui inizia lo stralcio che si vuole riportare e che riguarda la redenzione dell’uomo e la « giustificazione »: 

« La redenzione non viene dall’uomo, ma è data gratuitamente da Dio, che nella sua grazia misericordiosa  ha costituito Cristo « quale propiziatorio » (Rm 3,25) nel suo proprio sangue, in modo che egli fosse espiazione perfetta e totale dei peccati i tutti gli uomini alla sola condizione di credere in lui (Rm 3,21-31). Infatti come Abramo fu giustificato per la fede, così tutti gli uomini vengono giustificati non in virtù delle opere che compiono, ma solo in virtù della fede. Le parole: « Abramo credette e gli fu computato a giustizia » (Gen 15,6) non furono scritte soltanto per lui, ma anche per noi che crediamo in Colui che risuscitò dai morti Gesù Cristo Signore nostro, il quale fu dato alla morte per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,1-25). 

Tale giustificazione è pegno di salvezza eterna per tutti noi « perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5,5). Lo prova il fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). La sua morte ci ha procurato la giustizia e ci ha ristabilito nel piano salvifico di Dio, violato dalla disobbedienza di Adamo, a causa del quale è entrato nel mondo il peccato e la morte. Ma dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia, per mezzo di Gesù Cristo che ci ha meritato giustizia e vita (Rm 5, 1-21). 

Morti con lui al peccato e risorti alla giustizia di Dio, dobbiamo camminare in novità di vita. Questo passaggio dalla morte alla vita è avvenuto nel battesimo, che ci ha immerso in uno stato permanente di grazia e di amore. È morto l’uomo vecchio, è nato l’uomo nuovo, vivente per Dio nella giustizia e santità e destinato nel Cristo Gesù alla vita eterna (Rm 6,1-23). 

La liberazione del cristiano dal peccato non potrà essere completa se non diviene anche liberazione dalla legge, che è lo strumento che attualizza il potere del peccato sull’uomo. Non la legge sia di per sé cattiva, essa è santa, giusta e buona, ma è il peccato che, per manifestarsi, l’ha trasformata in strumento di schiavitù e di morte. La legge è spirituale, ma il dramma di chi la segue sta nel fatto che essa non riesce a liberarlo dalla forza vincolante del peccato. Così l’uomo, a causa della legge, si trova diviso nel suo intimo: da una parte, per quanto riguarda la ragione, sente il precetto di Dio, ma dall’altra, per ciò che riguarda la carne, lo respinge e serve alla legge del peccato (Rm 7,1-25). Solo Cristo ci ha liberato da questo lacerante dramma interiore, perché ci ha donato lo Spirito della vita che è libertà dalla legge del peccato e della morte. Questo Spirito abita in noi, ci conduce verso la pienezza della vita, ci testimonia continuamente di essere figli di Dio: Lasciandosi guidare da lui, il cristiano non vive più da debitore della carne, ma da figlio di Dio, che attende insieme a tutta la creazione la redenzione del corpo e la rivelazione piena della gloria di Dio, per essere conforme all’immagine del Figlio suo e vivere nel suo amore, dal quale nessuna cosa ci può separare, perché la sua vita è divenuta la nostra vita (Rm 8, 1-39. » 

PROF. ALFIO MARCELLO BUSCEMI: LA FEDE IN S. PAOLO

PROF. ALFIO MARCELLO BUSCEMI: 

LA FEDE IN S. PAOLO

DAL: CORSO BIBLICO- TEOLOGICO DEDICATO A SAN PAOLO – SBF DI  GERUSALEMME – 25-28 MARZO 2008 – PROGRAMMA, TRE GIORNI DI STUDIO ED UN’ESCURSIONE BIBLICA – PRIMO GIORNO 

http://www.custodia.org/spip.php?article2300&lang=it

1) PREMESSE 

Nell’affrontare un tema paolino così importante, in vista di un approfondimento della nostra fede cristiana, ritengo che una premessa sia necessaria. Essa si articola su tre punti fondamentali: 

1º) nel trattare della fede in S. Paolo bisogna assolutamente liberarsi da alcuni presupposti di tipo polemico, che spesso hanno contrapposto i cristiani ai giudei, i cattolici ai protestanti: intendiamo pertanto trattare della fede in S. Paolo seguendo un’interpretazione esegetica piana, il più possibile aderente ai testi, in modo da favorire l’approfondimento spirituale. 

2º) In base a ciò credo che il tema della fede non sia una questione teorico-astratta, di cui si possa farne a meno o a cui possiamo dare o non dare la nostra adesione, ma un messaggio esistenziale-religioso che investe la vita di ogni uomo, non un messaggio di altri tempi elaborato da Paolo, ma la testimonianza di un messaggio sempre vivo, sempre attuale che ci tocca personalmente, ci interpella, ci sollecita, ci coinvolge per una decisione essenziale per la nostra vita di credenti e per la vita delle nostre comunità ecclesiali a cui apparteniamo. 

3°) Infine, bisogna sottolineare che la fede, nonostante la grande importanza che riveste nel pensiero di Paolo, non è il “cuore”, il “centro” portante della sua teologia e della sua spiritualità; il “centro” è e rimane sempre Cristo: la fede è orientata a lui e fondata su lui, e l’espressione della fede trova la sua completezza e la sua perfezione “nel Cristo Gesù”. Raramente Paolo parla di “fede in Dio” (1Tes 1,8), di “credere in Dio” (Rm 4,8.17: riferiti ad Abramo; 4,24; Gal 3,6: riferito ad Abramo; Col 2,12), di “fede nell’evangelo” (Fil 1,27; 1Tes 2,4), “fede nella verità” (2Tes 2,12-13). Anche queste espressioni hanno senso pieno solo alla luce di Cristo. Paolo pensa tutto, compresa la fede, solo e sempre nella luce di Gesù Cristo, perché “lui Dio ha posto quale espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Rom 3,25). La fede cristiana, pertanto, è fede nell’opera salvifica di Dio compiuta “nel Cristo Gesù” e quindi solo chi crede in lui è salvo. 

2) “CREDERE IN CRISTO” 

Tale espressione paolina è densa di significato e ci induce ad una serie di riflessioni  stimolanti per la nostra vita cristiana: 

a) Il dinamismo della fede 

Il vocabolario paolino della fede, come del resto anche quello neotestamentario, è estremamen-te dinamico. Ciò è già evidente nel termine “credere”, dato che il verbo in se stesso indica l’azione di una persona che presta fede ad un altro, gli dà il suo assenso, si abbandona a lui e in lui. La stessa cosa avviene per il termine greco “pistis”, che noi traduciamo con “fede”. Esso è nella lingua greca un sostantivo astratto di azione e quindi non indica uno stato o una situazione in cui ci si viene a trovare e in cui si rimane fermi o immobili, ma un movimento interno della persona verso qualcuno, una risposta a chi per primo ci ha interpellato, una relazione vitale con qualcuno. Una fede statica è inconcepibile per Paolo, un controsenso. Per lui la fede è movimento, avvenimento salvifico, relazione con qualcuno, vita; un “correre per afferrare Cristo, che prima l’ha afferrato” (Fil 3,12), un “correre verso la meta, per conseguire il premio di quella superna vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3, 14), “un vivere nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), un cominciare per mezzo dello Spirito per arrivare alla perfezione del Cristo Signore (Gal 3,3; Ef 4,13). In breve: per Paolo la fede è vita, e “la mia vita è Cristo” (Fil 1,21). 

b) Il rapporto personale di fede 

La formula “in Cristo Gesù”, unita a “credere” e a “fede”, è stata interpretata spesso dagli esegeti come esprimente “l’oggetto della nostra fede”. Tale interpretazione è ambigua, dato che si parla di una persona, del Cristo Gesù, fondamento unico, realtà intima, vita stessa della nostra fede, nostra vita. D’altra parte, anche se possono sembrare quisquilie e ricercatezze da esegeta, non sta scritto “io credo Cristo”, che al massimo indicherebbe il riconoscimento della sua esistenza, e neppure: “io credo a Cristo” (comunque cfr. 2Tm 1,12) che indica il ritenere per vero ciò che egli dice e il fidarsi di lui, ma sta scritto: “io credo in Cristo”, in cui la preposizione greca eis indica sempre un movimento verso qualcuno o qualcosa, cioè un entrare in rapporto vitale e personale con il Cristo. “Credere in Cristo Gesù” significa considerare lui come il testimone verace della fede, il fondamento della fede e in conseguenza il seguire lui e le sue vie, l’essere partecipi di lui e del suo cammino verso Dio, e infine essere partecipi della sua vita divina: “Voi conoscete bene la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, il quale si fece povero per voi, pur essendo ricco, per arricchire voi con la sua povertà” (2Cor 8,9). Di più: “credere in Cristo” significa che lo riconosco talmente esistente da entrare in rapporto di intimità e di amicizia con lui, da lasciare che lui operi in me pienamente con la sua potenza salvifica, che “Cristo viva in me e io in lui” (Gal. 2, 20). Agostino l’ha detto con la solita incisività: “Che significa dunque «credere in lui». Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e incorporarsi nelle sue membra” (Comm. a Giov., 29,6). 

c) La professione del Kerygma di fede 

Tale incontro personale con il Cristo, tale “credere in Cristo Gesù” non è, però, da intendere in senso psicologico o intimistico, ma in senso storico-teologico, precisamente come accettazione di ciò che Gesù è e rappresenta per la fede cristiana, per me che ho creduto in lui e credendo sono entrato in comunione con lui. È accettazione del mistero della sua persona divino-umana: “io credo nel Figlio di Dio, nato da donna, nato sotto la legge (Gal. 4,4), che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 1,4; 2,20), “che annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo e diventando simile agli uomini, e umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di Croce” (Fil 2, 6-11). È accettazione della sua missione di “Cristo” con cui Dio ha riconciliato a sé il mondo (2Cor 5,19) e ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (Ef 1,9). È accettazione soprattutto della sua morte e resurrezione, con cui egli è divenuto Signore dei morti e dei vivi (Rom 14,9; Fil 2,11): “noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato” (1Tes 4,14). La fede diviene professione del Kerygma fondamentale dell’esistenza cristiana: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rom 10,9), sarai unito al mistero di Cristo: “Se dunque siamo morti con Cristo, noi crediamo che vivremo pure con lui …Pensate che siete morti al peccato e che dovete vivere per Dio in Gesù Cristo” (Rom 6,8-11). La morte e la resurrezione di Gesù sono il mistero centrale della fede: sono il nostro incontro con Cristo morto e risorto per noi, l’incontro determinante e decisivo della nostra esistenza (1Cor 15,14-17). Proprio per questo, esso va proclamato con la  bocca e con il cuore (Rom. 10,9), anzi urlato con coraggio dinanzi a tutti: “io credo in Gesù Cristo morto e risorto per me”. 

d) Aprirsi al futuro di Dio 

Nella visione dinamica della fede che Paolo ci propone, tale confessione del “Cristo morto e risorto per me” investe e determina tutta l’esistenza del cristiano: il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo futuro. La fede investe la totalità del nostro essere personale: Cristo ha salvato tutto l’uomo e tutte le dimensioni spazio-temporali della sua esistenza. Per questo, quando il cristiano professa: “io credo in Gesù Cristo”, egli esprime in primo luogo una convinzione di fede sul suo passato di schiavitù al peccato, alla carne, al mondo, alla morte. Egli grida a tutti: io credo in Cristo che mi ha liberato dal peccato, da questa potenza oscura (Col 1,13), perversa e demoniaca, che afferra le profondità dell’animo umano, rendendolo schiavo dell’egoismo, della cattiveria, dell’impurità, dell’empietà (Rom 7,7-8,4; Gal 5,19-20); dalla carne e dai suoi desideri contrari agli impulsi dello Spirito (Rom 8,3-17; Gal 5,16-26); dalla legge intesa come potenza (1Cor. 15,56) che attualizza e fa regnare il peccato nella carne (Rom 7,7-8; 8,2-3), commina la maledizione (Gal 3, 13), conduce alla morte (Rom 8,2); dal “mondo che sovrasta malvagio” (Gal 1,4; 6,14); dalla morte, l’ultimo nemico (1Cor 15,26). Cristo ci ha liberato, “per vivere per Dio” (Gal 2,19) e perché “la vita regni nei nostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in noi” (Rom 8,2.9-11). In tal modo, il mio presente viene investito dalla fede, divenendo determinazione del mio agire (Col 3,17.23), del mio pensare (Fil 2,1-5; 4,2; Rom 12,16), del mio sentire (Fil 2,5), del mio soffrire (Fil 1,29; Col 1,24; 2Cor 12,10), del mio gioire (Rom 15,13; Gal 5, 22; Fil 3,1; 4,4-7; 1Tes 1,6), del mio gloriarmi (1Cor 1,30; 2Cor 12,5-10), in una parola del mio vivere ed esperimentare la storia e il mondo (1Cor 3,22-23). Nella fede il mio presente ha un senso e si apre ad un compimento più grande. L’essere umano si apre al futuro di Dio: la vita diviene possibilità (Fil 1,20b), impegno (2Cor 11,22-29), superamento incessante fino a che comparirà Cristo, vita nostra, per farci partecipi della sua gloria (Col 2,4) e “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28). 

3) FEDE E VANGELO

 Si può affermare, in base a quanto si è detto, che per Paolo le fede non è altro che l’incontrarsi con il Cristo risorto da morte e il testimoniarlo nella propria vita di ogni giorno. In una parola, la fede cristiana si manifesta come accettazione profonda ed esistenziale della resurrezione di Cristo, a tal punto che Paolo può scrivere: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione, vana anche la nostra fede. Noi risultiamo essere falsi testimoni di Dio, perché abbiamo testimoniato di Dio che egli ha risuscitato Cristo, che invece non è risuscitato, se realmente i morti non risuscitano. Infatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato. Se Cristo non è risuscitato, non vale la vostra fede e così voi siete nei vostri peccati” (1Cor 15,14). Il testo è molto ricco di contenuti: Paolo sottolinea che, se cade la professione di fede “nel Cristo morto e risorto per noi”, non cade semplicemente un articolo qualsiasi della nostra fede, ma cade tutta la nostra fede, perché viene meno il fondamento su cui essa poggia; senza “Cristo morto e risorto per noi” la fede sarebbe priva di senso, perché la salvezza non sarebbe avvenuta, anzi sarebbe un’illusione, una immaginazione fuorviante, un equivoco, un mito tra tanti: “saremo i più miserabili di tutti gli uomini” (1Cor 15,19); non solo la fede cadrebbe, ma anche la predicazione, ad essa strettamente connessa, risulterebbe vana e menzognera, in quanto essa è fondamentalmente annuncio del Vangelo di salvezza: “Cristo è morto e risorto per i nostri peccati”. Tale realtà è molto importante nell’approfondimento spirituale della nostra fede, in quanto ci introduce in alcuni suoi aspetti essenziali: a) La fede nasce dall’ascolto È un’idea su cui Paolo ritorna continuamente nel suo epistolario ed essa ha la stessa risonanza teologica dell’espressione deuteronomistica: “Ascolta, Israele”, che introduce l’antica alleanza tra Dio e il suo popolo per la mediazione di Mosè e dei profeti. In 1Cor 15,11-12, parlando del Kerigma fondamentale della fede (1Cor 15,3-8), Paolo scrive: “È questo che, tanto io che quelli, predichiamo e che voi avete creduto. Se si predica che Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono che non esiste la resurrezione da morte?”. In Gal 3,2.5: “Questo vorrei sapere da voi: lo Spirito l’avete ricevuto in virtù delle opere della Legge o in virtù dell’ascolto di fede?” e ancor più chiaramente in Rom 10,14b: “E in che modo crederanno in Colui, del quale non hanno sentito parlare? E in che modo ne sentiranno parlare, se non c’è chi predica?’ Esiste, per Paolo, un legame stretto tra predicazione e fede, tra “tradizione” che comunica il Vangelo di Gesù Cristo e la fede che nell’ascolto accoglie tale Vangelo di salvezza. Di tale legame Paolo è convintissimo. Per lui, nella parola dell’Apostolo è il Signore stesso che parla, chiama, ammaestra, introduce nel mistero salvifico di Dio, opera la salvezza (cfr 2Cor 13,3; 1Tes 4,2): “non oserei parlare se non di quello che Cristo operò per mezzo mio, allo scopo di trarre i gentili all’obbedienza, sia con la parola che con le opere mediante la potenza dei miracoli e dei prodigi, in virtù dello Spirito di Dio” (Rom 15,18-19); e ai Tessalonicesi scrive: “Rendiamo continue grazie a Dio, perché avendo ricevuto da noi la Parola di Dio nella predicazione, l’accoglieste non come parola di uomini ma, come è veramente, quale Parola di Dio, che anche al presente opera in mezzo a voi che credete” (1Tess 2,13); e ai Galati, difendendo il suo apostolato: “Vi dichiaro apertamente, fratelli, che il Vangelo da me predicato non viene dall’uomo, perché io non l’ho affatto ricevuto né imparato da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1,11). Soltanto la fede può percepire e percepisce di fatto la parola di Dio nella parola dell’uomo. La fede ode e comprende che la parola di salvezza annunciata non è dell’apostolo che la comunica, ma di Dio che la pronuncia per la salvezza di tutti mediante gli intermediari umani, gli ambasciatori del suo amore: “Per Cristo dunque noi fungiamo da ambasciatori, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Per Cristo vi supplichiamo: riconciliatevi con Dio” (2Cor 5,20). La parola dell’apostolo è, pertanto, la parola di Dio, la parola di Cristo, che chiama tutti gli uomini di tutti i tempi alla salvezza (cfr Ef 1,13-14). 

b) La fede è accoglienza del Vangelo di salvezza 

La conseguenza è chiara: chi accoglie la parola dell’apostolo, accoglie la parola di Dio, la parola di Cristo, il Vangelo di salvezza. E il Vangelo non è un insegnamento: è Gesù che parla e ammaestra l’uomo in vista del Regno di Dio, della comunione intima con il Padre. Il Vangelo non è un’etica: è Gesù che conduce l’uomo per mezzo del suo Spirito, che produce l’amore, coronamento di ogni altra virtù (Gal 5,22-23). Il Vangelo non è una salvezza misterica: è Gesù che libera, redime, salva l’uomo dalla schiavitù del peccato e in conseguenza da ogni altra schiavitù. Nel Vangelo si è manifestata e si manifesta ‘la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16); si disvela la giustizia di Dio, cioè l’azione salvifica di Dio in Gesù Cristo: “ora si è manifestata la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono” (Rom 3,21). La fede, pertanto, è orientata essenzialmente al Vangelo di salvezza; è accoglienza dell’opera salvatrice, liberatrice e giustificante di Dio compiuta in Gesù Cristo; è accettare Gesù salvatore e lasciarlo operare profondamente ed esistenzialmente in noi. Nella fede Dio chiama l’uomo, lo giustifica e per mezzo di Cristo gli concede la sua grazia e lo rende da peccatore giusto e da schiavo figlio di Dio (Gal 4,3-5): “Coloro che ha chiamati, questi ha pure giustificati, coloro poi che ha giustificati, questi pure ha glorificati” (Rom 8,30). 

c) La fede è obbedienza al vangelo 

Ma la fede non è un semplice ascolto o un’accoglienza qualsiasi, è soprattutto obbedienza (Rom 1,5; 1,8; 16,19.26; 2Cor 10,5-6 ecc.). In italiano non si può rendere il collegamento della lingua greca tra “fede che ascolta” (akoé) e “fede che obbedisce” (hupakoé), ma il senso è chiaro: la fede è un ascolto accentuato, deciso, che comporta una sottomissione (hupo), una decisione e un impegno per Dio. La fede è una vera conversione dalla disobbedienza alla obbedienza totale e radicale per Dio. In ciò avviene un’assimilazione perfetta a Cristo, una partecipazione non solo al suo essere Figlio, ma anche ai suoi sentimenti più profondi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo, il quale umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce” (Fil 2,5.8). Nell’obbedienza, il cristiano si spoglia di ogni sua sicurezza e di ogni altro riferimento alle possibilità umane, e si affida totalmente a Dio. Il cristiano diviene imitatore perfetto di Gesù, seguace ben disposto ad accettare la follia della croce, “sapienza e potenza di Dio” per coloro che nella fede sono stati chiamati alla salvezza  (1Cor 1,17.24-25). Gesù è il suo fondamento, la croce di Gesù la sua gloria (1Cor 1,31; Gal 6,14), la sua imitazione un’accettazione convinta di Gesù e della sua radicale obbedienza amorosa: di fronte al Crocifisso, testimone verace della fede, l’affidarsi a Dio nell’obbedienza acquista un senso di totalità e di definitività. Nella fede, infatti, “portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù sia manifestata nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo esposti alla morte per Gesù, affinché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale … Avendo lo stesso spirito di fede secondo che è scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, sapendo che Colui il quale risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù… Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,11-18). 

4) LA FEDE, FONDAMENTO DELLA VITA CRISTIANA

 L’affermazione paolina: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” è un’ulteriore sottolineatura del carattere dinamico della fede. Essa non è solo un atto istantaneo che introduce il credente nella vita cristiana, ma insieme l’inizio e lo sviluppo progressivo (cfr Fil 1,25), “di fede in fede” (Rom 1, 17), del vivere continuamente sotto l’azione efficace e salvifica di Dio che giustifica, del nostro “essere e vivere in Cristo”, del nostro “camminare nello Spirito” lasciandoci plasmare dalla sua azione di grazia, in modo da esistere in risposta e come risposta alla sua chiamata. La fede orienta e determina tutta l’esistenza del cristiano nel suo procedere storico, tanto che non c’è alcuna dimensione del suo essere che non sia informata dalla fede, cioè dall’obbedienza a Dio e dall’affidarsi totalmente alla sua grazia. La fede è così il fondamento e “la misura” (Rom 12,3) del vivere, nel continuo confronto con le varie situazioni concrete, in modo da realizzare in essa la nostra vera umanità e il nostro essere figli di Dio. 

a) Il coraggio della fede 

Pascal, riflettendo proprio sulla fede, l’ha definita “un salto nel buio”, una “scommessa” per Dio. Decidersi per qualcosa o per qualcuno richiede coraggio. Ma ciò può considerarsi valido per gli inizi della fede, quando l’uomo, superata una certa resistenza mentale ed esistenziale, decide di affrontare la meravigliosa avventura con Dio. Parlare, invece, di “coraggio della fede” per chi ha già scelto di “vivere » nell’obbedienza della fede” può sembrare fuori luogo. Eppure non è così: per vivere ogni giorno la propria fede in Dio, in Cristo ci vuole coraggio. Esso è richiesto dalla stessa struttura dinamica della fede, in quanto per il credente ogni momento della sua vita è una “decisione per Dio”. Una decisione dell’intelligenza, della volontà, del cuore, costantemente diretti e orientati verso Dio come l’ago della bussola verso il Nord. Per Paolo, tale orientamento è possibile, solo se il cristiano si lascia penetrare e guidare dallo Spirito, la forza meravigliosa e prodigiosa donata al credente (cfr Gal 3,2.5) come fonte della nuova vita e come norma costante e dinamica del suo camminare: “Quanti infatti si lasciano condurre dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rom 8,14). “Quelli che sono secondo lo Spirito, aspirano alle cose dello Spirito … e ciò a cui tende lo Spirito è vita e pace … è vita per la giustizia” (Rom 8,5-9). Lo Spirito Santo è pertanto il coraggio della decisione del credente, in quanto lo spinge all’intelligenza della fede nel suo vivere quotidiano: “Noi non abbiamo ricevuto lo Spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che Dio ci ha gratuitamente largite; e di queste parliamo, non con parole suggerite dalla sapienza umana, ma con quelle insegnate dallo Spirito, adattando a uomini spirituali dottrine spirituali” (1Cor 2,12-13); spinge la volontà del credente a camminare in maniera degna di Cristo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e concupiscenze. Se viviamo per opera dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5, 24-25), per produrre “il frutto dello Spirito, l’amore” (Gal 5,22-23); spinge il suo cuore ad elevare il grido della sua figliolanza divina: “Ora, poiché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori per gridare: Abba! Padre!” (Gal 4,6). In tale visione, lo Spirito Santo non è soltanto un eccellente maestro di vita, ma anche un operatore e un donatore di vita: è il coraggio della nostra fede, la scintilla vitale e potente che fa scattare la nostra decisione per Dio e per Cristo. Grazie allo Spirito, il credente nasce, cresce e arriva all’uomo perfetto, alla misura della pienezza della maturità di Cristo” (Ef 4,13). 

b) Fede, sacramenti e comunità 

La nascita e la crescita del credente per Paolo avvengono nei sacramenti, in particolar modo nel battesimo e nella Eucaristia, sacramenti che presuppongono già “l’accoglienza della parola”, della fede (cfr 1Cor 10,1-4). Fede e sacramenti sono così intimamente legati: essi significano, annunciano e operano la piena affermazione della fede, cioè l’annuncio e l’accoglienza della morte e resurrezione di Cristo in vista del nostro “vivere per Dio”. Ciò è evidente nel battesimo, per mezzo del quale il credente entra con Cristo nella sua morte, per morire definitivamente al peccato, e partecipa alla vita del Risorto: “Forse ignorate che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, nella morte di lui siamo stati battezzati? Per mezzo del battesimo siamo stati dunque seppelliti con lui nella morte, affinché, come Cristo risuscitò dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita” (Rom 6,3-4; cfr anche Rom 6,5-11). Si noti, in questo ricchissimo testo, l’insistenza di Paolo sulla morte e resurrezione di Cristo, nucleo centrale della nostra fede, e alla luce di esso l’insistenza ancora sulla conseguenza, sempre connessa con la fede, del “morire e vivere con Cristo”, del “camminare in Cristo”, del “vivere per Dio in Cristo”. Nel battesimo, infatti, il credente “si riveste di Cristo” e diviene “uno in Cristo” (Gal 3,27-28) per vivere da “figlio di Dio” (cfr Gal 3,26-4,7). Una possibilità nuova nasce per il cristiano: muore all’esistenza schiava del peccato, vive nella fede la vita di libertà dei figli di Dio in Cristo e nello Spirito. E non basta: proprio perché ogni credente diviene “uno nel Cristo” in virtù dello Spirito Santo, egli è inserito nel “corpo di Cristo” che è la Chiesa (Col 1,18): “un solo Corpo e un solo Spirito, così come anche siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. Uno solo il Signore, una la fede, uno il battesimo” (Ef 4,4-6). Un cristiano che vive isolato nella propria fede è inconcepibile per Paolo, sarebbe la negazione dell’“essere e vivere in Cristo”: “In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Cor 12,13). Simile a quello descritto è il rapporto dell’Eucaristia, sacramento della crescita del credente, con la fede. In 1Cor 8 11,23-26, Paolo trasmette un “insegnamento del Signore”, che suscita e alimenta la fede, attraverso la parola dell’apostolo: “Io infatti ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho trasmesso, cioè che il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese del pane e, avendo reso grazie, lo spezzò e disse: «questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, tutte le volte che ne berrete, in memoria di me». Tutte le volte infatti che mangerete di questo pane e berrete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore fino a che egli ritorni” (1Cor 11,23-26). Tre osservazioni importanti per ciò che concerne il nostro tema: 1º) l’eucaristia è “annuncio della morte del Signore fino a che egli ritorni”, in altri termini del Kerygma fondamentale della nostra fede, cioè della morte, resurrezione, ritorno del Signore esaltato e glorioso; 2º) è partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo, cioè alla sua vita di Signore, morto, risorto ed esaltato per noi a gloria di Dio; 3º) è celebrato “in memoria di Gesù”, che non è una semplice evocazione del mistero della sua morte e resurrezione, ma una memoria creatrice e vivificante, che ci fa crescere in lui nell’esistenza quotidiana, in attesa della sua venuta, per renderci partecipi pienamente della sua vita divina. D’altra parte, in 1Cor 10,16-17, anche l’eucaristia non stabilisce solo un rapporto individuale tra il credente e Cristo, ma anche un rapporto tra i credenti fra loro quale membra dell’unico Corpo di Cristo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse una comunione al sangue di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,1617). Così nella fede il Cristo, che si fa nostro cibo e nostra bevanda, ci assorbe in sé, rendendoci “uno in lui”, e ci associa ai fratelli, formando di noi un solo corpo, la Chiesa, comunione di credenti. 

c) Fede e morale 

Si è fatto spesso cenno al rapporto intimo che intercorre tra fede e agire credente. Se riprendiamo il discorso non è per ripetere quanto già si è detto, ma per sottolineare qualche nuovo aspetto che emerge da tale rapporto e che può essere utile per l’intelligenza spirituale della fede. In primo luogo, Paolo caratterizza il rapporto “fede-morale” come un “rimanere saldi nella fede, nel Signore” (cfr 1Cor 16,13; Gal 5,1; Fil 1,27; 4,1; 1Tes 3,8). Tale espressione paolina non deve indurci a pensare ad una concezione statica della fede. La fede, per Paolo, è e rimane una realtà decisamente dinamica. Proprio per questo, il “rimanere saldi nella fede” trova un’esemplificazione pratica e dottrinale nell’esempio di Abramo. Egli rimane fedele a Dio nel suo essere e nel suo operare e Dio glielo computa a giustizia (Rom 4,3; Gal 3,6). Egli “rimane saldo in Dio” nella concretezza della sua vita. In tal modo, il “rimanere saldo” non è una semplice attesa della “speranza della giustificazione” (Gal 5,5), anche se in virtù della fede, ma una concreta e attiva realizzazione di questa giustificazione accettando nella propria vita il piano salvifico della promessa di Dio in Cristo, in una fede agente per mezzo della carità (Gal 5,6), in un cammino di fede amorosa che produce gioia, pace, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza e temperanza (Gal 5,22-23), in un progressivo e deciso morire alle esigenze della carne (Gal 5,17.24-25) per vivere per Dio nello Spirito. Pertanto, il “rimanere saldi nella fede” si può definire come un’esistenza fondata sulla fede in Cristo, vissuta nella speranza dell’adempimento della promessa di Dio per mezzo dello Spirito, attuata nell’amore secondo la radicalità di Dio espressa nella “legge di Cristo” (Gal 6,2).  Con tale espressione Paolo non vuole affatto ristabilire la legge o la giustificazione in virtù delle opere della legge. La giustificazione, la salvezza, la libertà vengono concesse da Dio solo in virtù della fede in Cristo Gesù, ma tale fede non è mai disincarnata dalla realtà. Essa opera (1Tes 1,3; 2Tes 1,11) e spinge il credente ad operare nella carità, unica legge del cristiano. Questi non è individuo senza legge, un fuorilegge, ma uno che ha accettato e lascia operare in sé “la legge di Cristo”, meglio: la legge che è Cristo”. Non un principio esterno di moralità, ma una persona vivente che lo rende “conforme a sé” (cfr 1Cor 9,21) per mezzo della “legge dello Spirito di vita nel Cristo Gesù”. Non si tratta, pertanto, di rimpiazzare una legge con un’altra, né di compiere questa o quell’altra opera per avere la salvezza, ma di vivere con radicalità, dietro l’esempio di Cristo e sotto la guida dello Spirito, la legge dell’amore, “la legge di Cristo”, che per primo “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20). “L’opera della fede” (1Tes 1,3; 2Tes 1,11) è l’amore che la anima. Paolo lo afferma chiaramente in Gal 5,6: “ciò che conta è la fede operante/se opera per mezzo della carità”. Il principio essenziale della vita cristiana non cambia: è la fede. Ma non una fede qualsiasi o una fede astratta, ma la fede che qualifica se stessa operando per mezzo dell’amore. Così, fede e amore, anche se non si debbono confondere tra loro, non possono essere separate: la fede fonda la nostra esistenza in Cristo, l’amore la rende viva per la potenza dello Spirito santo, sotto la cui guida diveniamo fecondi di ogni opera buona e attendiamo la pienezza della giustificazione di Dio

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