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di Marco Adinolfi: San Paolo e i valori umani (I)

SAN PAOLO E VALORI UMANI 

di Adinolfi Marco 

dagli appunti di studio del corso da me fatto di Letteratura giovannea e paolina 1993-1994 

Ha scritto Nietzsche: « Alla seguì immediatamente la peggiore  fra tutte: quella di Paolo. In Paolo si incarna il tipo antitetico alla « buona novella », il genio nell’odio, nella visione dell’odio, nella spietata logica dell’odio: Che cosa non ha sacrificato all’odio questo disevangelista? ». « Vivere in modo che non alcun senso alcuno vivere, questo diventa ora il « senso » della vita. 

È difficile condividere affermazioni così radicali. Eppure non è facile per molti sottrarsi alla sensazione che la spada, con cui San Paolo viene raffigurato fin dal secolo XIII, simboleggi non tanto la parola di Dio (Eb 4,12) quanto la rigida fermezza con cui l’apostolo ha mosso guerra a quello che chiama fortezze e baluardi delle risorse umane (cfr. 2Cor 10,3-5). 

Si tratta però di una mera sensazione, che una lettura meno veloce e più serena dell’epistolario paolino non può dimostrare infondata. non solo in chiave teologica, ma anche nei confronti dei valori umani, San Paolo è stato l’araldo di un messaggio lieto, di un ev-angélo. Apostolo dell’amore, ha ripudiato tutte quelle realtà che conducevano alla disumanizzazione dell’uomo anche se idolatrate dal mondo pagano del tempo. Da quel mondo peraltro ha assunto certi ideali che sono proprio dell’umanesimo integrale, a volte rettificandoli, sempre esaltandoli quando li ha integrati nell’etica cristiana. 

1. Eliminazioni 

Oriundo di Tarso, città universitario patria di non pochi filosofi stoici dopo essere stato conquistato da Cristo Paolo non è vissuto che per la sua missione di apostolo dei pagani (Gal 2,7) in quel composito mondo ellenistico incentrato spiritualmente  nello stoicismo. Facendosi tutto a tutti e in particolare gentile con i gentili, (1Cor 9,20-22) non poteva non essere attento agli ideali stoici volgarizzati dai numerosi predicatori ambulanti, argutamente definiti . Emblematici quindi risultano quindi alcuni suoi silenzi. Sulla impassibilità, per esempio. 

L’impassibilità (apàtheia) o assenza di passione, costituiva per gli stoici la suprema perfezione posseduta da Dio e bramata dagli uomini saggi. Sommamente disprezzata è ogni sorta di passione (pàthos), concepita come   come un’affezione che, venendo dall’esterno, altera l’equilibrio interiore dell’uomo limitando o annullando la libera autodeterminazione di quella ragione (lògos) cui spetta il dominio, la direzione e lo sviluppo della persona umana. 

Malattie dell’anima, le passioni sono anche peccato. Ovvio quindi il dovere di lottare contro di esse e di sopprimerle con l’antidoto della ragione.  Nessuna passione è lecita. Neppure la misericordia, che appartiene  a una delle quattro passioni principali (desiderio, timore, dolore, piacere) e cioè al dolore. E che consiste appunto in un dolore che ci prende nel vedere un individuo colpito, senza sua colpa,  da un male che temiamo possa quanto prima abbattersi anche su di noi. 

Non c’è chi non veda oggi l’assurdità e l’immoralità di un uomo talmente alieno da ogni emozione o turbamento, emozione e turbamento che, del resto, solo un oggetto cattivo può rendere peccaminosi. San Paolo, dotato lui stesso di una vivace esuberanza di sentimenti, non si vergogna di scrivere che dal suo cuore fa sgorgare lacrime nei riguardi di chi avversa la croce (Fil 3,18) e che sente nell’intimo compassione per chi è fragile e dolore per chi cade (2Cor 11,29). È per questo che non si stanca di esortare i cristiani al coinvolgimento e alla condivisione affettiva: (Rm 12,15). 

2. Rettifiche 

Per quanto concerne altri valori umani proposti dalla filosofia popolare ellenistica, San Paolo ne riprende la terminologia, ma ne modifica radicalmente la natura. È il caso, per esempio, dell’autosufficienza e della libertà. 

a) Il non aver bisogno di niente e di nessuno, il bastare a se stesso, l’autosufficienza (autàrkeia) insomma, costituisce l’aspirazione di tutta la filosofia greca già prima di Socrate. 

Per gli stoici l’autosufficienza, nota distintiva della virtù, è uno stato d’animo che . Il sapiente stoico è invincibile; ; nulla e nessuno può ostacolarlo o costringerlo, fosse pure la malattia o la morte. In ogni circostanza trova esclusivamente in se stesso le risorse sufficienti per comportarsi con onore, come un dio. Egli anzi è superiore a Dio, perché conquista con le sue sole forze ciò che dio ha per natura. >Ecco una cosa grande:

L’autosufficienza stoica – come, del resto, quella giudaica combattuta da Paolo – oltre alla comunione con i fratelli misconosce in pratica la creaturalità dell’uomo e la sua dipendenza da Dio. L’apostolo non si è stancato di stroncare il « vanto » dell’uomo insegnando: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?> (1Cor 4,7). « È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni> (Fil 2,13). Se dunque Paolo li accoglie nel suo vocabolario, non può non far subire ai termini e autosufficiente> una trasformazione radicale.  Così il necessario, il sufficiente (autàrkeia) di cui non mancano i corinzi, esortati alla generosità nella colletta in favore dei cristiani di Gerusalemme, è dono di Dio e permette ai fedeli dell’istmo di abbondare nelle opere buone a vantaggio dei fratelli (2Cor 9,8). Così pure, se nelle situazioni esistenziali più contrastanti di povertà  e di ricchezza, di sazietà e fame ha appreso a essere distaccato e autosufficiente (autàrkes), l’apostolo riconosce che tale sua capacità gli deriva solo da colui che lo rende forte (Fil 4,11-13). 

b)  Un’altra tematica a cui Paolo ha impresso una svolta a U è quella della libertà (eleutherìa). 

Per gli stoici la libertà dello spirito è un ideale etico che si raggiunge solo operando la distinzione tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, praticamente tra ciò che costituisce il nostro io e ciò che non lo costituisce. ostacoli alla libertà le passioni, di cui si è già detto, e il mondo. Si è liberi quando si sopprimono le passioni e si prendono le distanze dal mondo: In tal modo, chiudendosi in se stesso, rifugiandosi nella sua interiorità al sicuro da ogni sollecitudine esteriore, l’uomo è libero, vie come vuole seguendo la propria natura. La libertà stoica è dunque dalle passioni e dal mondo e libertà egoistica per se stesso. 

San Paolo, che usa ben ventotto volte i termini libertà, libero e liberare e insegna: dal male, cioè dal peccato. Come impegno dell’uomo è liberazione per il bene, cioè per il servizio nei fratelli in Cristo sotto la guida dello Spirito. 

3. Assunzioni 

a) Degna di rilievo l’insistenza di Paolo su valori umani particolarmente stimati dal mondo che fu il suo. 

Compiere anche dinanzi alla gente azioni lodevoli, belle (kakà)), che siano di gradimento agli uomini oltre naturalmente che a Dio, deve essere la sollecitudine dei cristiani (Rm 12,17) così come è la preoccupazione personale dell’apostolo (2Cor 8,21). Il quale indica il decoro, la nobiltà, l’onorabilità (sono alcune delle sfumature del termine euskemosyné) come ideale da perseguire nella vita pubblica verso quelli di fuori, i non cristiani (1 Tess 4,11), oltre che nella vita privata (Rm 13,3; 1Cor 7,35) e nelle assemblee liturgiche (1 cor 14,40). Sia universale il riconoscimento e l’ammirazione per l’epieikés dei credenti in Cristo (Fil 4,5), cioè per la loro moderazione, bontà, affabilità, dolcezza, grazia, generosità. 

b) Ma Paolo non si limita a raccomandare l’esecuzione del precetto evangelico secondo cui gli uomini possano vedere le opere buone dei discepoli di Gesù (Mt,5 16). Vuole che siano anche i discepoli di Gesù a gettare lo sguardo sulle opere degli altri e a valutarle con accuratezza per scartare quelle eticamente riprovevoli e imitare quelle oneste. 1Tess 5,21-22 è un invito al discernimento non solo dei veri e dei farsi carismi, ma anche del bene e del male morale: « Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (kalòn) astenetevi da ogni specie di male ». E questo perché anche i pagani, se docili all’indicazione del loro cuore, sono spinti naturalmente alla rettitudine di vita accetta a Dio (Rm 2,14-15) 

Il brano però, che più è meglio di ogni altro svela la illuminata, illimitata e coraggiosa apertura dell’apostolo ai valori umani, è senza dubbio Fil 4,8: « In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. 

Ci si trova dinnanzi ad un testo di cui, anche perché Paolo usa solo qui il termine « virtù (aretè) », (citazione da L. Lieder, testo tedesco). 

I cristiani hanno l’obbligo di prendere in attenta considerazione questi ideali etici pagani per tradurli nella loro esistenza. Adeguino la vita alla lealtà e alla verità. 

Improntino il comportamento a dignità e decoro. Osservino con scrupolosità i doveri verso gli altri. Si mantengano eticamente irreprensibili e incontaminati. Attirino su di sé benevolenza e affetto. Conseguano onore e buona reputazione. Pratichino ogni specie  di virtù morale. Non indietreggino dinanzi a quanto merita e suscita apprezzamento ed encomio.

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