Archive pour la catégorie 'SPIRITUALITÃ'

QUARESIMA TEMPO “SPIRITUALE”

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4093

QUARESIMA TEMPO “SPIRITUALE”

La quaresima è un tempo per “guardare avanti” e per lasciarsi trasformare continuamente dallo Spirito del Cristo risorto. Vivere questo periodo come un “catecumenato spirituale” mediante il quale riportare Cristo al centro. Un tempo di “disciplina spirituale” nel primato dell’amore e della carità.
Nel libro del Siracide è scritto che «un uomo si conosce veramente alla fine» (11,28). La conclusione illumina tutto ciò che precede, la meta rivela la validità del percorso effettuato, il fine spiega i passaggi intermedi. La prospettiva della quaresima è la pasqua, intesa come piena conformazione a Gesù. Nell’attuale cultura fluida, incapace di pazienza e in continua ricerca di emozioni forti, si è tentati di prendere soluzioni rapide, invece di stare a lungo in silenzio davanti al Signore o ci si preoccupa di adottare una “tecnica spirituale” più che di ritrovare la fiducia in Dio.
Gesù non è venuto solo per liberarci dai lacci del peccato e della morte, ma anche per farci entrare nell’intimità della sua vita divina e per innalzarci fino alla comunione d’amore con il Padre. Per Gesù la “vita spirituale” significa essere nel mondo senza essere del mondo. La conversione è lasciarsi trasformare completamente dallo Spirito, anche se tutto pare rimanere come prima.

Quaresima, periodo di “catecumenato spirituale”
Il primo gradino della scala verso la pasqua è diventare liberi dalle costrizioni del mondo e fissare il cuore sull’unica cosa necessaria: sperimentare situazioni e rapporti come una varietà di modi con cui Dio fa conoscere la sua presenza. In Dio, amato senza condizionamenti e senza riserve, viene ricuperato il resto. La conversione non è apatia, indifferenza o presa di distanza, ma è trovare in Dio il significato di ogni realtà. Il vero discepolo vede, ascolta e comprende, sintonizzandosi con gli occhi, con le orecchie e con il cuore a Dio. La persona, la famiglia e la comunità convertite sono dove è Dio, e lì tutto è importante.
La quaresima prepara i catecumeni al battesimo e aiuta i battezzati a vivere questo sacramento, che è morte e risurrezione, rinascita e trasformazione in una vita “nuova”. Il papa, al convegno di Verona, affermava: con il battesimo «il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo».
Non la competizione, ma l’amore che, ricevuto da Dio, fa dire con s. Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). L’unione col Padre in Cristo per mezzo dello Spirito genera nuove relazioni, toglie paure e avidità, libera dalla competitività vicendevole, introduce nella condivisione e genera gioia e gratitudine. Non si tratta più di essere logorati dall’“inseguire” i risultati, col pericolo di cadere nella depressione e nella frustrazione, ma di partecipare alla vita della Trinità, che è un totale “darsi” e “riceversi” nell’amore. L’uomo cerca la gloria “salendo”, Dio rivela la sua gloria “discendendo”. È questa la strada per la vita.[1]

Rimettere Cristo al “centro”
La quaresima stimola ad una rinnovata curiosità per la ricchezza nascosta nell’esperienza cristiana. Proprio in un’epoca di cristianesimo “quantitativamente ridotto” è urgente ricominciare con un’adesione più consapevole al Credo. Senza conversioni di massa o inversioni di tendenza, ci sono segnali di una nuova vitalità per la fede, pur in comunità di modeste dimensioni e apparentemente ininfluenti.[2] La chiesa può essere “moderna” opponendosi a ciò che dicono tutti: nel coraggio della verità sta la sua forza.
L’odierna cultura parla spesso di Cristo ma, se si guarda all’ambito della fede, si nota un’inquietante assenza, se non addirittura il rifiuto della sua persona. Eppure, la fede che salva è la fede in Gesù Cristo e nel suo mistero pasquale di morte e di risurrezione. Benedetto XVI a Verona ha identificato la vocazione cristiana nel «cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col battesimo: siamo chiamati a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo».
Oggi è importante accentuare il momento “iniziale” della fede, perché non regge più il regime di cristianità, che privilegia la completezza e l’ortodossia dei contenuti della fede stessa. Poiché i cristiani di oggi non sono passati attraverso il catecumenato, occorre proporre loro l’annuncio fondamentale, nitido e scarno, semplice ed efficace («Gesù è il Signore!»), che li metta in diretto contatto con Cristo e faccia loro sperimentare la potenza del suo Spirito.[3]
Non mancano gli “ostacoli”: le divisioni, la troppa fiducia nelle risorse umane, l’appesantimento dei messaggeri del Vangelo, la ricerca della propria gloria, la burocrazia, il clericalismo, il linguaggio astruso e incomprensibile, le troppe “prudenze” umane e le controtestimonianze. La vera domanda è: «Che posto occupa Cristo nella mia vita?», per vivere per lui e fare penetrare il Vangelo in tutto ciò che facciamo.
Il cristianesimo non comincia con quello che l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. Nell’esperienza cristiana è Dio che tende la sua mano all’uomo peccatore: il dono precede l’impegno. Nell’Exultet si inneggia al redentore a partire dalla colpa di Adamo, ritenuta “felice”, anzi “necessaria”. Dio permette il peccato perché si eviti il peccato. La croce di Gesù – ha detto il papa a Verona – «non è la negazione della vita, da cui per essere felici occorrerebbe sbarazzarsi. È invece il “sì” estremo di Dio, l’espressione suprema del suo amore e la scaturigine della vita piena e perfetta: contiene, dunque, l’invito più convincente a seguire Cristo sulla via del dono di sé». Egli ha aggiunto che la vera forza del cristiano è nutrirsi della Parola e del corpo di Cristo.
Prima di Gesù, “convertirsi” significava sempre “tornare indietro”, mediante una rinnovata osservanza della legge. Con Gesù, “convertirsi” equivale ad “andare avanti”, entrando nella nuova alleanza. Convertirsi a Dio consiste nel credere in Cristo: «Convertiti e credi al vangelo», ripete a ciascuno la chiesa il giorno in cui impone le ceneri sul capo dei fedeli che iniziano il percorso quaresimale. L’opera della fede è partecipare alla vittoria di Cristo. Per questo il papa a Verona ha ribadito che, «all’inizio dell’essere cristiano, non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la persona di Gesù Cristo, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Quaresima, tempo di “disciplina spirituale”
Per don Mazzolari, il primo atto della conversione è «ritornare in noi stessi, restituirci a uomini, diventare uomini, incominciare a ragionare con la nostra testa, col nostro cuore e con la nostra coscienza. È inutile parlare di Dio dove c’è alienazione. Quando uno non è più padrone di sé, non è in condizione di ascoltare».[4] Per cambiare qualcosa fuori di noi, non c’è altra via che cambiare noi stessi. È finito il tempo di fare gli spettatori, sotto il pretesto che si è onesti e cristiani. Forse troppi hanno le mani pulite perché non hanno mai fatto niente. Talvolta si è malati di indecisione per la paura di sbagliare: Sören Kierkegaard affermava che, secondo il Nuovo Testamento, il cristianesimo è inquietudine, mentre nella cristianità si presenta il cristianesimo come un “calmante”.
Allora è facile chiamare rassegnazione la nostra ignavia, prudenza la nostra paura, sacrificio la nostra avidità di godimento, diritti le nostre concupiscenze, desiderio di pace la nostra viltà. Chi non ha la grazia di credere è travagliato dall’incertezza, dalla paura e dal vuoto; chi ha la grazia di credere è travagliato dalla verità e dalla luce. La fede, infatti, rende giudici “implacabili” di noi stessi.
Susanna Tamaro afferma che «un cielo senza Dio è pronto a popolarsi di idoli». E tra un “senza Dio” e un “idolatra” – diceva don Mazzolari – non è facile discernere chi è più lontano dal Regno. La quaresima è il tempo privilegiato per purificare il cuore, che oggi riceve ogni genere di spazzatura e la accumula, vivendo in una condizione di povertà assoluta. Il percorso verso la pasqua tende a riportare l’uomo alla centralità del cuore, “luogo” non di cose frivole, ma “luogo” di apertura a Dio, che opera in ciascuno e con ciascuno.
Ogni giorno l’uomo si sveglia “schiavo” per addormentarsi la sera un po’ più “figlio” sul guanciale della divina paternità. La persona umana è una creatura che cade, la si incontra più spesso a terra che in piedi: un abisso di miseria e di grandezza. Cristo cade sotto il peso della croce e sa attendere quanti sono chini sotto la propria debolezza. Cristo non è come il sacerdote e il levita della parabola che, data un’occhiata al caduto, tirano diritto verso i loro traguardi ideali. L’infinita pazienza del Signore può irritare soltanto coloro che preferiscono il giudizio alla misericordia, la lettera allo spirito e il trionfo della verità all’esaltazione della carità. Ogni parola del Vangelo è “dura”, ma c’è una “durezza” disumana e c’è una “durezza” che modella come persone. Il mondo conosce la prima, Cristo offre la seconda. Il vero rischio è di “svuotare” il Vangelo, di levigarlo a tal punto da non farlo più essere “pietra di scandalo”. In Cristo, Dio ci ama come siamo, per farci diventare come ci vuole. Cristo non comanda niente, ma attrae. Credere all’amore di Cristo rende possibile credere anche negli altri “amori”, perché allenta il legame con le cose, scioglie dall’ambizione, dai desideri di successo e dalla suscettibilità: si frantuma la corazza che ognuno si costruisce addosso e si aprono nuovi spiragli di luce e di risurrezione.[5]
È il tema della “disciplina spirituale”, che è dono dello Spirito, ma esige il proprio sforzo. Una “vita spirituale” senza disciplina è impossibile, perché non consente di ascoltare Dio. Il termine “obbedire” ha in sé la radice dell’audire, dell’ascoltare, in solitudine e mediante il digiuno. La “disciplina spirituale” impedisce al mondo di riempire le nostre vite così che non resti più posto per ascoltare e seguire Gesù. La solitudine è la fornace della trasformazione del falso io.
Il termine “mortificazione” significa “fare morte”, cioè scoprire la parte mortale di ogni persona e realtà, così da apprezzarne il valore senza attaccarvisi come fosse un possesso duraturo. Di qui il senso di gratuità da acquisire come stile di vita. La Parola e i ritiri spirituali, la preghiera e il digiuno, la direzione spirituale e la celebrazione penitenziale, il distacco dalla tv e da internet, le opere di carità… servono ad entrare nel Rinuncio e nel Credo la notte di pasqua.

Quaresima, tempo del “primato dell’amore”
A Verona Benedetto XVI ha precisato che la cifra del mistero della salvezza è «l’amore, e solo nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso. La risurrezione di Gesù Cristo è stata un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte». La quaresima serve a prepararsi al primato di questo amore, che vince i due grandi nemici della vita spirituale, la collera e la cupidigia, frutti acidi della dipendenza dal mondo.
Preghiera e azione si richiamano a vicenda. Se la preghiera guida a una più profonda unità con il Cristo della compassione, non mancherà di provocare azioni concrete di servizio e solidarietà ai poveri (vecchi e nuovi) e la loro presenza genererà la preghiera, che consente di essere vicino a ciascun tribolato.
La Parola, la via crucis e l’eucaristia portano ad una totale autodonazione per un amore radicale e completo che trova nella liturgia del giovedì santo il modello permanente. Cristo vuole che ci chiniamo a terra e purifichiamo le parti che hanno bisogno di essere lavate, dicendoci gli uni gli altri: «Mangia di me, bevi di me». Dove manca l’amore, anche la verità diminuisce. La carità non esalta solo la giustizia, ma anche la verità: chi ha poca carità vede pochi poveri e l’occhio della carità è l’unico che vede giusto. A un anno dalla pubblicazione, l’enciclica Deus caritas est offre tanti spunti per leggere nel Crocifisso il testamento dell’amore (n. 26-39). Il peccato è un modo sbagliato di procurarsi amore e le infedeltà dell’amore vengono perdonate moltiplicando l’amore.

Per il discernimento comunitario può servire la seguente griglia, da presentare nella liturgia del mercoledì delle Ceneri: quale formazione la comunità cristiana sta offrendo ai laici (ragazzi, giovani, adulti) per prepararli alle sfide dell’odierna società? (prima domenica); quale rilevanza è data alla preghiera per trasformare il quotidiano in una testimonianza solida e gioiosa della fede? (seconda domenica); come fare del Vangelo la chiave interpretativa dell’esperienza umana, coniugando correttamente il credere e l’agire per portare frutti buoni? (terza settimana); come aiutare i giovani a ritrovare la gioia di vivere, in un contesto in cui si guarda al futuro più con paura che con speranza? (quarta domenica); come aiutare genitori e figli a reagire ad uno stile di vita fortemente individualista, frutto di un relativismo che rende tutto provvisorio e discutibile e trasforma in norma la trasgressione? (quinta domenica).

Al convegno di Verona il card. Tettamanzi ha premesso che la risposta propria della testimonianza cristiana è «la coerenza con la grazia e la responsabilità che ci vengono dall’incontro vivo e personale con Gesù Cristo morto e risorto, dall’obbedienza alla sua Parola, dalla sequela del suo stile di vita, di missione e di destino». Questo impedisce di affrontare la quaresima con abitudine o con attivismo, con frammentarietà o con affanno, con mediocrità e nel “fai-da-te”. Con il consiglio pastorale va preparato tale evento, ispirandosi allo stile sobrio, orante e sinodale di Verona, per accedere ad un “cibo solido” (1Cor 3,2) e superare il “complesso di Peter Pan”, cioè tendere personalmente e “in rete” alla maturità della pasqua.

——————————————————————————–

[1] Nowen H., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di quaresima, Queriniana, Brescia 2003, pp. 47-49.
[2] Ratzinger J., Il sale della terra, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2005, pp. 17-20, 251, 272, 301.
[3] Vari spunti sono ispirati a Cantalamessa R., La fede che vince il mondo, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2006.
[4] Barra G. (a cura), Don Primo Mazzolari. Perdersi: il solo guadagno, Gribaudi, Torino 1975, pp. 98-99.
[5] Grün A., La gioia del rilassamento, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2006.

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-significa-che-dobbiamo-vantarci-delle-nostre-debolezze

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

Un lettore ci chiede cosa voglia dire San Paolo con l’espressione «vantarsi delle sue debolezze». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA – 02/05/2013- (TOSCANA OGGI)

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!

Gino Galastri

Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.
Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).
Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).
Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).
La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).
Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi 11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).
E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).
Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27)

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://web.tiscalinet.it/sangregoriovii/2tre_ord/spirit/spir01.htm

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

INTRODUZIONE

Il Tau è una lettera dell’alfabeto ebraico e di quello greco. Essa corrisponde alla lettera T del nostro alfabeto. Questa lettera come ha potuto diventare il supporto di una mistica e l’espressione della devozione per san Francesco? Per rispondere a questa domanda, bisogna studiare il comportamento di san Francesco, le influenze da lui subite ed il contenuto che per lui ha questo simbolo.

1. IL COMPORTAMENTO DI SAN FRANCESCO

C’è un fatto: Francesco utilizzava con frequenza a scopo di devozione il Tau: lo scriveva sui muri sulle lettere su se stesso. « Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle (3 Cel 3 :828) Con tale sigillo san Francesco firmava le sue lettere, ogniqualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel 159:980). « Venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare; con esso dava inizio alle sue azioni e lo scriveva di propria mano sotto quei bigliettini che inviava per motivo di carità » (Legm 2,9:1347).
L’affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall’archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
Che san Francesco abbia segnato con il Tau le sue lettere, ne abbiamo due conferme scritte. La prima è costituita dalla Lettera a tutti i chierici. L’originale è andato perduto, ma se n’è scoperta una copia in un messale del monastero benedettino di Subiaco. Questo documento, trascritto tra il 1229 e il 1238, riproduce scrupolosamente alla fine il Tau con il quale san Francesco aveva segnato la sua lettera. La seconda conferma è l’autografo originale della benedizione per frate Leone, conservato nel Sacro Convento. Il destinatario ha avuto cura di precisare: « Fece lui di sua mano il segno del Tau con la sua base ». E la seconda considerazione sulle Stimmate narra in quali circostanze Leone abbia ricevuto questa carta (Fior: 1907).
Su se stesso infine Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Un tale senso ha la visione di fra Pacifico: « Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore » (3 Cel 3 :828). Tale anche il senso dato a questa visione di liturgia dell’ufficio della festa delle stimmate di san Francesco (17 settembre, II Vesp.).

2. BIBBIA E VANGELO
Quale origine ha questa devozione al Tau in san Francesco? Prima di tutto dalla Bibbia e principalmente dal celebre testo di Ezechiele (9,4): « Va’ attraverso la città, va’ attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono ». Questo passo era ben conosciuto dai fedeli: tutti i Padri della Chiesa l’avevano commentato ed era sviluppato dalla predicazione medievale. Francesco non poteva non esserne colpito. San Bonaventura mette espressamente in relazione il testo di Ezechiele con la missione di Francesco che consisteva, « secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono, convertendosi sinceramente a Cristo » (LegM 4-9:1079).
Che san Francesco abbia adottato il Tau come distintivo per se stesso, lo si deve alla forma stessa di questa lettera: la grafia del Tau è quella di una croce. Nessun simbolo era di poco conto o ridicolo agli occhi di Francesco per ricordare il suo benamato Cristo; dal momento stesso che egli rispettava il verme della terra e proteggeva gli agnelli, cosi egli venerava il Tau che gli richiamava l’amore del Crocifisso. Per tal motivo egli voleva anche ricordarci che noi dobbiamo « realizzare quelle parole dell’Apostolo: coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze, e portare nel proprio corpo l’armatura della croce » (LegM 5,1:1086). Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era meritevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell’opera redentrice di Dio.

3. ANTONIANI E CONCILIO
Può darsi che l’attenzione di Francesco per il Tau sia stata attirata dai suoi rapporti con gli Antoniani. Egli aveva iniziato la sua conversione mediante la cura ai lebbrosi (2 Test 2:110); egli desiderava che i suoi frati « abitassero nei lazzaretti a servizio dei lebbrosi… ai postulanti… si diceva che era necessario servire ai lebbrosi e stabilirsi nei lazzaretti » (Legp 102:1658). Ora a Roma esisteva un lazzaretto nel quale san Francesco ospitava e soggiornava più di qualche volta: l’ospedale di Sant’Antonio (LegM3,9: 1063). Questo ospedale era tenuto dagli Antoniani, cioè dai frati ospedalieri di Sant’Antonio eremita, i quali portavano come distintivo il Tau. Essi portavano in mano un bastone al quale si sovrapponeva un Tau ed avevano pure un grande Tau cucito sopra il loro abito. Il Tau degli Antoniani, che servivano ai lebbrosi, richiamava a Francesco amante dei simboli, « l’amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato 1ebbroso » (Fior 25 :1857).
Se non si deve ampliare l’influsso degli Antoniani, tuttavia c’è un altro influsso che non corre il pericolo di essere esagerato: quello del IV Concilio Lateranense del 1215. Francesco ha assistito a questo concilio durante il quale il papa approvò la Regola del suo Ordine (Legp 7:1618). Ora il papa Innocenzo III l’11 novembre di quell’anno apriva il concilio con un discorso di un’ampiezza ammirevole che suscitò una grande eco. La seconda parte di questo discorso è un commento al capitolo IX di Ezechiele. Il papa fa proprie le parole di Dio al profeta ed egli pure si rivolge a ciascun membro del concilio: « Segna con un Tau la fronte degli uomini. Poi egli aggiunge: « Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ed ha la forma di una croce, tale quale si presentava la croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau, se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati; si porta il Tau se si afferma: di nient’altro mi voglio gloriare se non della croce di nostro Signore Gesù Cristo…Chi porterà il Tau troverà misericordia, segno di una vita penitente e rinnovata nel Cristo…Siate dunque campioni del Tau e della Croce! ».
Questo è l’appello, inteso da Francesco e che influenzò profondamente la sua spiritualità: appello per una mobilitazione generale della cristianità, per una crociata di conversione e di penitenza. Egli volle dunque per obbedire al papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza; egli volle, segnando i suoi frati, richiamare loro le esigenze della loro vocazione; egli volle con ciò segnare tutti i cristiani: la penitenza si fa maggiormente il tema favorito della sua predicazione, fatto questo consultabile nella Regola del 1221 (Rnb 21,3.7.8:55) e nella Lettera a tutti i fedeli (Lf 48:200; 63:203).

4. CONTEMPORANEI
Il simbolismo del Tau era conosciuto molto prima di san Francesco: la cabala giudaica ed i Padri della Chiesa l’avevano largamente diffuso. La devozione al Tau era praticata molto prima di san Francesco; essa potrebbe essere paragonata a quella che sarà suscitata più tardi dal JHS di san Bernardino da Siena. Il fervore popolare vedeva in essa un mezzo magico e miracoloso per essere preservati dalla peste e da ogni potenza diabolica. Lo si portava come anello al dito o come amuleto al collo; lo si disegnava su pergamene contro la peste, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte. Nell’anno 546, in occasione di una peste, il vescovo di Clermont in Francia organizzò una processione solenne. Lo storico Gregorio di Tours (contemporaneo dell’avvenimento) dice che subito apparve sui muri di tutte le case e di tutte le chiese « un segno che i cittadini riconobbero essere il Tau », e cosi cessò l’epidemia.
Nel 1212, tre anni prima del Concilio Lateranense, al tempo di san Francesco, il Tau fu il simbolo scelto per la crociata dei bambini: prova questa del valore affettivo di questa bandiera e del suo potere ammaliatore.
Anche san Francesco adottò questo simbolo come « stemma ». Anche lui attraverso questo segno fece dei miracoli « Nella città di Cori, nella diocesi di Ostia, un uomo aveva perduto completamente l’uso di una gamba. . Il santo apparve all’uomo che non poteva dormire. Toccò la parte sofferente con un bastoncino, che recava su di sé il segno del Tau. Subito si ruppe l’ascesso e, ricuperata la salute, fino ad oggi è rimasto impressa in quella parte il segno del Tau » (3Cell59;980) .Ma in san Francesco la spiritualità del Tau è molto più ricca e molto più profonda.

5. SPIRITUALITÀ DEL TAU
Analizzando il contenuto spirituale del Tau in san Francesco, se ne ottengono quattro grandi temi essenziali per la sua fede e per la sua mistica.
a) Il Tau è salvezza
Nessuno può essere salvato se non è segnato con il Tau. Quando Francesco vedeva questo segno, riceveva una nuova certezza de la sua salvezza. Il giorno nel quale egli s’accorge che frate Leone è assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegna la lettera Tau e gli restituisce la speranza. L’autore del Sacrum Commeraum ha colto molto bene quest’aspetto della prospettiva francescana quando fa dire a madonna Povertà: « Quando Gesù salì al cielo, a te lasciò il sigillo del regno dei cieli (il Tau) per segnare gli eletti… perché nessuno può entrare nel regno, se non porta impresso il tuo sigillo » (SCom 21:1979).
b) Il è Tau salvezza attraverso la Croce
Per essere salvato, è necessario essere battezzato nel sangue di Cristo sparso sulla Croce. Tale è il mistero che ogni croce e ogni segno del Tau richiamano per san Francesco e per i suoi compagni. Per questo essi recitavano la preghiera: « Ti adoriamo o Cristo… e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo ». La stessa cosa facevano « dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce per terra, sulle pareti tra gli alberi, nelle siepi » (1 Cei 45:399.401). La spiritualità del Tau, dunque, altro non è che la spiritualità della croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla croce. Il libro dell’Esodo richiamava a Francesco l’agnello pasquale il cui sangue designava un Tau salvatore sugli stipiti delle case ed per questo che egli stesso segnava i muri delle celle dei frati.
c) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Se la croce ci ha acquistato salvezza una volta per tutte, noi dobbiamo rinnovare in noi quotidianamente questo mistero; noi dobbiamo « portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Am 4, 8 :154). Questa è la crociata del Tau predicata da san Francesco, crociata composta non di soldati armati per conquistare Gerusalemme, ma crociata di uomini penitenti, venuti d’Assisi per predicare a tutti: « Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza! » (Rnb 21,3:55; 2 Lf 25:190). E qui la spiritualità del Tau raggiunge la spiritualità della sequela Christi. Gesù aveva detto: « Chi vuole seguirmi deve portare la croce »; san Francesco capisce: « Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di croce ». Egli avrebbe voluto arrivare fino al martirio pur di essere segnato con un Tau di sangue. Egli lo sarà con le stimmate.
d) Il Tau è segno di vita e di vittoria
Egli è dunque sorgente di gioia. Ecco il segreto profondo della gloria di Francesco. La liturgia del suo tempo attribuiva alla lettera Tau i medesimi attributi che venivano dati alla croce: « Est Tau vivifico insignitus…Crucifixi servulus ».
Questa strofa potrebbe essere applicata a Francesco. La predicazione del suo tempo parlava anche del Tau come di un labarum, segno di vittoria. Con San Paolo san Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia d’essere stato salvato: « Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore » (Fior 8:1836).

6. L’APOCALISSE
C’è un libro del Nuovo Testamento che parla del Tau senza pronunciarne il nome: il libro dell’Apocalisse che presenta gli eletti come coloro che sono segnati sulla fronte dal sigillo dell’Agnello (7,2; 14, 1-7). Questo sigillo viene impresso da un angelo che viene dall’Oriente.
San Francesco è stato colpito da questi testi? Ha egli scoperto delle luci per la sua missione, per la sua crociata del Tau e della penitenza? È possibile che ciò non possa essere provato da fonti scritte. Non lo si può dedurre dall’uso che ne fanno san Giovanni e San Francesco – 22 volte nelle sole Ammonizioni – dell’espressione « servitori di Dio » per indicare da una parte i penitenti segnati del Tau, dall’altra i frati minori.
Ciò che certo, in ogni caso, che questo testo è stato spesso applicato, e talvolta in modo abusivo, a san Francesco, come se san Giovanni avesse avuto in mente di parlare personalmente di san Francesco, mentre parlava dell’angelo che viene dall’Oriente. Una tale interpretazione riscuoteva il pieno favore nella cerchia dei gioachimiti. Accontentiamoci qui di accennare all’allusione (dove si trova più che un gioco di parole tra Assisi e Oriente) che si trova nella Divina Commedia per alludere a san Francesco nell’Angelo che viene dall’Oriente:
« … chi d’esso loco fa parole / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente, se proprio dir vuole » (Dante, Par. XI, 52-54 :2 101).

CONCLUSIONE
L’iconografia del Tau è abbondantissima. Innanzitutto non si può passare sotto silenzio la rappresentazione più preziosa e commovente, quella di Greccio: nella grotta in cui Francesco ha celebrato la natività del Signore, un artista ha perpetuato la memoria di questo avvenimento. Sulla casula del sacerdote ha dipinto un bel Tau grande. E il celebrante era probabilmente frate Leone, quel frate Leone al quale San Francesco aveva indirizzato la sua benedizione, contrassegnata dal Tau. È anche interessante ricordare (a motivo del suo rapporto con la vita di San Francesco) l’unica provincia dell’Ordine che ha per sigillo il Tau: la Corsica. Lo storico Gonzaga si fa portavoce di una tradizione immemorabile secondo la quale san Francesco, tornando dal Marocco attraverso la Spagna, prese la strada del mare e fece il primo scalo in Corsica; ivi egli lanciò alcuni frati; l’ex generale Giovanni Parenti vi giunse nel 1233. Da questo tempo daterebbe l’adozione del Tau come sigillo del convento di Calvi e di tutta Ia provincia della Corsica.
Anche ad Assisi il ricordo del Tau non si perduto. Lo Si può vedere ancora e non solamente nel Sacro Convento e nella « Schola Davidica « , ma anche su diversi muri attorno alla basilica in un blasone con l’iscrizione Immunitas, che delimitava probabilmente un territorio che aveva il diritto di asilo. Lo si può vedere scolpito, soprattutto, a piene lettere sulla porta dell’Oratorio Sei pellegrini, dove vengono a raccogliersi anche oggi tutti quelli che vengono ad Assisi per ritrovare dietro san Francesco la gioia di essere salvati.

Damien Vorreux

TESTIMONIANZA DI UN’INTENSA SPIRITUALITÀ – LE COMUNITÀ CRISTIANE IN TURCHIA SOPRAVVIVONO A CAUSA DELLA LORO PROFONDA RADICE CULTURALE

http://www.ewtn.com/library/CHRIST/ORTURKEY.HTM

(traduzione Gadget di Google Chrome)

TESTIMONIANZA DI UN’INTENSA SPIRITUALITÀ

EGIDIO PICUCCI

LE COMUNITÀ CRISTIANE IN TURCHIA SOPRAVVIVONO A CAUSA DELLA LORO PROFONDA RADICE CULTURALE

Alcuni anni fa il turismo di massa hanno fatto una scoperta inaspettata in Turchia: tra i minareti in aumento lungo tutte le frontiere con l’Iran, l’Iraq e la Siria, circa 1.000 anni, Christian campanili sono stati scoperti. Ciò ha causato grande stupore, ma non è stato possibile condurre una corretta indagine perché la guerriglia scoppiata tra il governo turco e separatisti curdi fece una rapida ritirata verso altre mete consigliabili.
La domanda rimane: che cosa è la spiegazione per questi campanili?
La risposta può esseRe trovata nella tradizione che sostiene che subito dopo la Pentecoste il discepolo Addai (Taddeo) arrivò a Nisibi ed Edessa, dove sono state fondate università successivi nei quali sant’Efrem anche insegnato e dove 800 studenti trascritta Sacra Scrittura in aramaico, la lingua ancora oggi parlata in forma di dialetto Turoyo nella zona di Tur Abdin (Montagna di Adorazione), un altopiano ventoso in Alta Mesopotamia, situata tra le città di Diarbakir (Amida), Urfa (Edessa) e Nusaybin (Nisibi), tagliato fuori a nord e ad est dalle acque turbolente del Tigri.
Racchiusa nel suo verde isolamento geografico, che è stato anche rispettata anche dalle grandi rotte commerciali, l’altopiano non era nemmeno marginalmente influenzata dalla cultura ellenistica. Ciò ha reso possibile la sopravvivenza delle comunità e il gran numero di monasteri che erano sorti all’ombra delle università, così come un monachesimo fiorente nelle diverse forme di vita eremitica (stilita, clausura o cenobitica) che sono ancora caratteristico del la Chiesa ortodossa siro – ricordare i santi stilita! – E attira l’attenzione di tutte le altre Chiese.
Oggi popolazione della Turchia di 60 milioni di euro, il 99 per cento dei quali è musulmano, include alcune minoranze il cui numero, per vari motivi, sono in costante diminuzione. Il gruppo più numeroso è costituito da armeni (40.000-50.000), seguita da siriani (15.000-20.000), Caldei (15.000) e greci (2000-3000) tutti culturalmente e linguisticamente diverso dai turchi. A queste quattro comunità dovrebbe essere aggiunto il 15.000-20.000 cattolici di sei confessioni (latino, armeno, caldeo, siro, bizantina e maronita), circa 20.000 ebrei e alcune migliaia di protestanti.
Mentre gli armeni e greci, quasi tutti concentrati a Istanbul dal 1923, godono di benefici previsti dal Trattato di Losanna (la quale, peraltro, il rispetto sanzionato per tutte le minoranze), così come l’aiuto da un paese straniero e la presenza di un prestigioso Patriarcato, siro-ortodossi hanno alcun sostegno. Non essendo stata riconosciuta come nazione sotto l’impero ottomano, e non avendo avuto un rappresentante nella Grande Assemblea Nazionale, nei primi anni della repubblica, che ora si trovano in una situazione particolare, che è molto grave per chi vive in Turchia border-iraniano, dove la guerriglia è peggiore.
Questo ha costretto su di loro una emigrazione lento ma continuo. Iniziata nel 1915, si è gradualmente aumentato con il tempo e ancora continua, soprattutto a Istanbul. Da qui, una volta che il visto è stato ottenuto, continua a Scandinavia, Germania, Francia, Paesi Bassi e in America.
Dei 20.000 siro-ortodossi, rimasto ancora in Turchia (dove sono meglio conosciuti come siro-Kadim, cioè, vecchi o antichi, a fronte di una separazione in seguito), alcuni ancora vivo nella parte orientale del paese, in particolare nel triangolo formato da le tre città di cui sopra, un altro gruppo di gran lunga più piccola abita nei dintorni di Tur Abdin, e l’ultimo, il gruppo più numeroso, vive a Istanbul e si compone di istruiti e determinata giovani. Molti, infatti, sono diventati autorevolmente si occupano del commercio del Grand Bazaar, e hanno creato posizioni invidiabili per se stessi.
Il centro spirituale della Chiesa siro-Kadim è Tur Abdin, un’area immersa in un panorama favorevole alla contemplazione e pieno di leggenda. Infatti si dice che l’arca di Noè si è arenata sulle cime rocciose di questa terra, e che hanno assistito Elia di essere assunto in cielo, e anche che hanno fornito ombra per le tende dei Magi nel loro cammino verso Betlemme.
Ma Tur Abdin, anche chiamata « la Montagna dei Servi di Dio » o « Monte Athos dei siro-ortodossi », è soprattutto famosa per la presenza di monasteri che potrebbero essere confusi con speroni rocciosi sono stati non contraddistinti da uno stile architettonico che è più vicino a assiri babilonesi templi di basiliche cristiane. Questo fatto conferma come il cristianesimo di questa regione, anche nella sua architettura, ha conservato il suo legame con le più antiche tradizioni locali. Fino al 1970, i monasteri numerati 40, oggi si possono contare sulle dita di una mano.
Incapace di prosperare in una tale situazione di pericolo, i cristiani hanno scelto di emigrare. L’esodo ha quasi raggiunto proporzioni bibliche, tanto che solo 40 famiglie sono rimaste a Mardin, non più di 10 a 15 in Diarbakir e Midyat. Nel complesso, il numero dei cristiani che sono rimasti non può essere superiore a circa 2.500. Alcuni monaci sono fuggiti e si sono stabiliti nei Paesi Bassi, dove hanno fondato un monastero. Lasciano dietro di sé l’immagine di un monachesimo che si differenzia da altre esperienze simili in quanto è caratterizzata da forme peculiari ed estremamente grave. Sembra infatti che la encratismo del secondo secolo, con le sue esigenze di continenza perfetta e l’astinenza dal vino e carne, è stato applicato qui più che altrove, al punto che il Battesimo è stato combinato con l’impegno di una vita di assoluta povertà e castità . Questo gravità eccezionale comunque testimoniato una vita radicalmente evangelica, e ha provocato grande prestigio per i monaci in modo che le comunità cristiane hanno scelto i loro Vescovi di mezzo a loro, certo che sarebbero degni della loro missione.
Con loro una cultura che risale agli albori del cristianesimo è anche scomparendo. Possiamo ancora ammirare alcuni scorci di essa in alcune delle opere gelosamente conservato nei singoli monasteri e soprattutto nella Kirklar Kilisesi (Chiesa dei Quaranta Martiri) a Mardin. Fino a pochi anni fa, questo era la sede patriarcale e oggi è detenuto da un Abuna, che insegna l’aramaico a poche persone giovani, che sono riluttanti a vedere la cultura dei loro antenati scomparire. Tra i vari volumi preziosi l’Abuna conserva la famosa Bibbia di Mardin. Questo è un lavoro del 12 ° secolo, rilegato in pelle di qualità superiore gazzella e illuminato con miniature di Dioscoro Teodoro di Amman.
Un tempo, cioè dalla fine del IV secolo, l’arrivo degli Arabi, quando c’erano migliaia di monasteri che sono stati tutti affollati, i monaci sono stati coinvolti in opere di educazione e di assistenza caritativa, grazie alle donazioni del imperatori che hanno esercitato una certa autorità su di loro. Sul superamento di una difficoltà iniziale, dovuta alla predicazione di un monaco inviato dall’imperatrice Teodora a predicare monofisismo (che divenne ben radicata ed è ancora oggi professa), una certa Jakub, dal cui nome sembra che i cristiani di Tur Abdin preso in prestito il il nome di giacobiti, i monasteri fiorì di nuovo per un periodo che durò fino al tempo delle Crociate. Poi incursioni dei soldati, guerra civile, la diffusione di eresie, l’ondata di orde mongole, triste e forse irreversibile declino della annunciata oggi, infatti, lo storico Jean Pierre Valogne ha scritto: « La Turchia, che alla fine del secolo scorso ha avuto la più alta percentuale di cattolici tra le nazioni che componevano l’impero ottomano, sarà probabilmente il primo paese del Medio Oriente a testimoniare la loro scomparsa « .
Oggi ci sono cinque monasteri aperti a Tur Abdin, per la precisione: Mar Gabriel, El Zafran, Mar Mekel, Meryemana, Mar Yakup. Nella prima, c’è una comunità di tre monaci che vivono con circa 30 giovani aspiranti che frequentano le scuole secondarie e delle scuole superiori. Tredici suore che sono responsabili per la cottura e la pulizia vivono in un’altra parte dell’edificio.
L’unico monastero accessibile ai turisti è El Zafran, lo zafferano, così chiamata per il colore giallastro della sua pietra, una peculiarità che alcuni trovano stridente di vista ambientale, ma che, al contrario, ringiovanisce un’area offuscata da secoli. Tre camere importanti del VI secolo può essere visto all’interno del monastero: sono Chiesa di Santa Maria con bei pavimenti a mosaico; Chiesa di S. Anania ‘, che l’imperatore Anastasio aveva costruito sopra la tomba di 12.000 martiri, e la cappella funeraria.
Altri monasteri sono anche interessanti, ad esempio quella di Mar Yakup, nei pressi del villaggio di Salah, che ha una chiesa del IV secolo (con i lavori di ricostruzione che risale al 1300), di particolare importanza per la sua decorazione architettonica e scultorea. Due monasteri adiacenti, Mar Augen e Mar Yohanna, che un tempo ospitava più di 100 monaci, sono in rovina. Nelle vicinanze, la tomba di Noè è venerato, rispettato da cristiani e musulmani. E ‘estremamente grande (lunga circa otto metri) « perché », dicono, « il profeta è stato grande » troppo.
Tuttavia, il monastero più importante è quello di Mar Gabriel, situato a 120 km, da Mardin, al di là di Midyat. Fondata nel 15 ° secolo dal monaco Samuel, con l’aiuto di operai inviati dall’imperatore Anastasio I, ha ospitato fino a 500 religiosi e fu sempre rispettata anche dai musulmani, che hanno attribuito ad esso una sorta di immunità.
Oggi tre monaci vivono lì, i custodi rassegnati della tomba di Mons. Gabriele e di un edificio ancora molto solido che contiene i particolari cosiddetti « monaci egiziani » ‘cappella che l’imperatrice Teodora aveva costruito. La cappella è ricca di splendidi mosaici bizantini, molto importante perché, secondo gli esperti, rappresentano una fase intermedia tra il bizantino e il primo periodo di mosaici islamici.
Oggi Tur Abdin vive sui suoi ricordi, ma questi non può garantire la sua sopravvivenza. Salvaguardare belle chiese e molto preziose pergamene illuminate può essere una ricchezza invidiabile, ma il pericolo che potrebbe finire tutto in un modo indesiderato in un momento imprevisto suscita ansia comprensibile. Inoltre, mentre le piccole comunità sono liberi di praticare la loro fede, sono costretti a compiere notevoli sacrifici, come non insegnare siriaco e dei suoi usi esterni celebrazioni liturgiche. Anche catechesi deve essere effettuata nella lingua nazionale. Chi ha trasgredito questa regola è stata proibita o di continuare l’insegnamento o, in alcuni casi, costretto a trasferire altrove, pertanto a serio repentaglio la sopravvivenza del monastero e le comunità assistite.
Eppure la lingua siriaca ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura greca e araba: il corpus scientifico greco è stato tradotto (dal settimo al 10 ° secolo), in arabo attraverso traduzioni intermedie in siriaco. I traduttori, come il famoso Isa Ibn Ishaq, erano siriani che erano perfettamente fluente in greco e in arabo, e che ha lavorato non solo in ambiente monastico, ma anche al servizio dei califfi Abbasidi. Inoltre, ha tramandato molte fonti orientali, come il Kalilah wa Dismnah, favole indiane noto come il Panchatantra.
Questo è il motivo per cui i monaci di Tur Abdin e dei Siro-Kadim che sono emigrati dalla propria regione sono determinati a non lasciarlo morire fuori. Infatti mentre fanno il loro meglio per garantire che le poche persone giovani che sono rimasti con loro imparare, altri insegnano che ogni Domenica, dopo la Messa, prendendo la briga di vedere che è parlata correttamente e con decoro. Due giornali sono stampati in siriaco per adulti emigrati all’estero, uno in Olanda e l’altro in Svezia.
Per salvare questo grande patrimonio sul punto di scomparire, gli « Amici del Tur Abdin » associazione è stata fondata a Milano ed a Linz, Austria. Con mostre, opuscoli e vari altri materiali si sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica a questi tesori, che sono a rischio, e sulla situazione precaria dei monasteri semivuote.

Tratto da:
L’Osservatore Romano
Edizione settimanale in lingua inglese
13/20 agosto 1997 pagina 9

LA SPIRITUALITÀ DI SAN. ANTONIO DI PADOVA

http://www.ewtn.com/library/MARY/ANTHSPIR.HTM

LA SPIRITUALITÀ DI SAN. ANTONIO DI PADOVA

(traduzione Google dall’inglese, in italiano tutto quello che riguarda il santo, sul web, è copright, tranne la catechesi di Papa bendetto del 10 febbraio 2012 che posto su: In cammino verso Gesù Cristo e il, sempre ottimo sito di Don Bosco Torino, in inglese ed in francese, invece, ci sono diversi testi disponibili)

In sostanza, secondo San Tommaso d’Aquino, la perfezione della vita cristiana consiste nella carità, prima di tutto nell’amore di Dio, nell’amore del prossimo. Nel dare risposta all’avvocato che aveva chiesto al Signore che cosa deve fare per ottenere la vita eterna, Cristo ha dato la risposta più semplice: <? « Che cosa dice la legge »> L’avvocato, senza esitazione ha ricordato il testo del Deuteronomio: < » Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua anima e con tutta la tua forza e con tutta la mente tua,. ed il tuo prossimo come te stesso « > In tutta la sua vita, S. Antonio di Padova è stata completamente innamorato di Dio, e si spese completamente nel servizio temporale e spirituale dei suoi simili. Egli adempì queste due grandi leggi della carità e praticato in grado eroico le virtù teologali e cardinali e meticolosamente evitato, per quanto umanamente possibile, ogni ombra di peccato, il che comporterebbe la violazione di queste virtù. In questo senso, ne consegue necessariamente che S. Antonio era giunto a un grado molto elevato di spiritualità. Si dovesse indagare sulla vita del nostro santo per scoprire una particolare virtù per la quale si sarebbe differenziato da ogni altro santo francescano o altrimenti, si sarebbe, temo, trovare se stesso ad una perdita completa, per il complesso antoniano santità somiglia piuttosto a bel mazzo di fiori (un florilegio), in cui l’unità di intenti e la molteplicità di espressione sono così del tutto armonizzato da rivelare la bellezza della sua anima angelica.
Per la molteplicità di queste virtù Dio nella sua bontà ha aggiunto, come per le anime dotati della Chiesa primitiva, i carismi della profezia, bilocazione e miracoli. Nel bellissimo giardino della grande anima di questo santo si trova la viola dell’umiltà, il giglio della purezza, e la rosa per l’amore di Dio e dell’uomo. Centrato intorno a queste virtù, potremo facilmente rilevare tutti gli altri della perfezione cristiana.

L’umiltà, la mortificazione, amore per la solitudine

Profonda umiltà del santo, il fondamento di tutte le altre virtù, è stata forse la prima virtù che si manifestava più poco dopo era entrato nell’ordine francescano. Sconosciuto dopo il Capitolo generale di Assisi nel 1221, che ha avuto il privilegio di partecipare, è stato inviato dal tipo Provinciale di Bologna, che aveva preso la compassione per l’ex portoghese Augustianian, per un po ‘di luogo conosciuto come Montepaolo, il suo primo incarico nel Ordine dei Frati Minori, di leggere la Messa per i fratelli laici dell’eremo lì situati. Anthony ha detto nulla dei suoi studi prolungati della Sacra Scrittura, della sua conoscenza dei Padri, dei suoi successi oratorie. Celato e nascosto come una gemma nella terra, ha trascorso il suo tempo in preghiera, la meditazione, e la conquista di sé. La sua mortificazione austero che lo indusse a vivere a pane e acqua e altre penitenze portato la polpa a completa sottomissione allo spirito. Come St. Paul avrebbe potuto dire: < ».. Ho castigo il mio corpo per timore forse quando avrò aver predicato agli altri, io stesso dovrei diventare riprovato »> (1 Cor 09:27)..
Nella solitudine dei boschi e il silenzio delle rocce, ha fortificato la sua anima contro le tentazioni, comunione con Dio e ha trovato la pace del cuore e l’anima. Con San Bernardo che potesse poi dire: « O beata solitudo, o sola beatitudo ».

Jean Rigauld, OFM, nella sua <Life di San Anthony> descrive l’umiltà del santo:
« L’umiltà, il custode e la perfezione di ogni virtù, così completamente posseduto l’uomo di Dio che anche tra i Frati Minori ha voluto apparire il più spregevole, il più vile e il più basso di tutti. Sapendo che colui che porta il tesoro apertamente su vie pubbliche si espone a essere derubato, ha nascosto con la massima cura le virtù ei doni che Dio gli ha concesso. Anche se pieno di spirito di sapienza, ha mantenuto il suo apprendimento in modo completamente nascosto dai frati che potevano percepire alcun segno di si salva in un paio di lezioni rari e molto breve date da lui. Poiche ‘la conoscenza gonfia’ troppo spesso, avrebbe preferito passare tra gli uomini come ignoranti e incolti che essere gonfiato con orgoglio o trasportare dalla vanagloria., ma l’umiltà è dimostrato da umile azioni,., e nessuno deve rappresentare se stesso umile che cerca di evitare umili impieghi Pertanto, beato Antonio come il più umile degli uomini ha cercato le occupazioni più umili « .

Lo spirito e la pratica della povertà
Essendo un vero seguace del Fondatore Serafico, il Poverello di Assisi, Antonio che ammirevole uomo povero, con messa a terra dalla prima alla scuola di povertà e nello spirito di povertà, abbondavano sempre di più nel suo amore per la povertà più esaltato. Ha provato con tutta la potenza della sua anima per diventare conforme a questa povertà sublime e spesso ricordato per la sua mente la miseria di Cristo e della Madonna.
Quando predicando ai frati, e anche le persone, sulla povertà, si ripete spesso queste parole del Vangelo: < »Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dei nidi d’aria, ma il Figlio dell’uomo ha nessun dove posare il capo . « > O ancora, come si può vedere nella prima del suo Operis Dominicalis, che la parola del Siracide 10,10: < » Non è una cosa più malvagia che amare il denaro « > Quindi ha preso nulla con sé quando si viaggia. , ma deliziando in povertà, ha attraversato i paesi e le province nella miseria più completa di un pellegrino e forestiero sulla terra. Con l’Apostolo, che sapeva anche come soffrire desiderare, e sapeva anche come gloria nella povertà più abietta. Egli non ignorava la verità che il Signore < »ode la preghiera dei poveri »,> che Egli <«dà il giudizio al povero, »> e per i poveri di spirito che ha promesso il Regno dei Cieli.

Castità, Purezza, Verginità
Dal controllo completo su di sé, la pratica di umiltà e l’osservanza francescana di Altissima paupertas (povertà più alto), ci spuntavano fuori come da una radice cupo e buio ramoscello la gara gemma del giglio immacolato della castità, la purezza e la verginità. Così, durante tutto il tempo che egli dimorò con i frati, Sant’Antonio si formò nella pratica della povertà, castità e obbedienza secondo la Regola dei Frati Minori. Qualunque cosa ha sentito fece rinchiudere nel piccolo stanzino del suo cuore che egli potrebbe mai dimenticare che, come una nuova nave, beveva in abbondanza il rugiade di insegnamento divino con cui era, a suo tempo, per aggiornare le anime assetate.

Zelo per le anime nella predicazione e nell’insegnamento Apostolato
La profonda conoscenza della Sacra Scrittura, che egli aveva ottenuto attraverso la lettura prolungata, ha proseguito lo studio e la memorizzazione esatta del testo sacro a Coimbra e Monte Paoli, lui preparato per il sermone memorabile a Forlì dove, in occasione dell’ordinazione del sacro sacerdozio di alcuni domenicani e francescani, si meritò per se stesso la chiamata all’apostolato insegnamento. « Mi fa piacere », ha scritto S. Francesco a lui, « che insegni sacra teologia ai frati, purché » nelle parole della Regola « non estinguere lo Spirito di orazione e devozione, con studio di questo tipo.  » In quel giorno il motto della Scuola francescana <Nella doctrina et sanctitate> fu scolpita da un Francesco d’Assisi e impressa nell’anima ricettivo di un Antonio di Padova. Eppure, l’insegnamento e la predicazione non lo gonfiano. Anthony è diventato in aula e sul pulpito né un « cembalo squillante né un rame risonante », ma piuttosto un altro insegnamento di Cristo dalla barca di Pietro. Dio benedisse i suoi sforzi, per Anthony, nonostante tutto il suo successo, era sempre umile. Egli predicò Cristo, non se stesso, diffusa dottrina cristiana, la filosofia non mondana.
Dimentico del tutto di sé, Anthony diventò infiammato con lo zelo per le anime. E ‘stato questo il desiderio e l’amore per le anime che hanno ispirato Anthony a chiedere il permesso di lasciare il Agostiniani e unirsi ai francescani. Questo è stato avviato dalla vista delle reliquie dei Protomartiri Cinque dell’Ordine Francescano mentre venivano riportati in Europa dal Marocco attraverso il Portogallo. Anche Anthony sarebbe unito questa nobile schiera di missionari stranieri e saturare il terreno usurpato da Mohammed da Cristo con il suo sangue. Ma Dio aveva altri piani per la nobile gioventù. Si inchinò alla volontà dell’Onnipotente che ha mostrato a lui attraverso le tempeste impetuose e onde impetuose del mare lo impediscono di raggiungere l’Africa, ma lo guida fino alle coste della Sicilia. Dopo quel sermone memorabile a Forlì, Anthony divenne il grande predicatore francescano e la casa missionaria. Su e giù per la lunghezza d ‘Italia, in tutta l’ampiezza del sud della Francia e in tutte le parti della penisola iberica, è andato Anthony in cerca di anime per Cristo. E ‘diventato uno dei più celebri oratori pulpito dell’Europa occidentale. ha predicato gli oratori pulpito dell’Europa occidentale. Ha predicato il Vangelo di Cristo ai fedeli, eretici combattuti, non credenti confusi.
Egli era ben preparato per la sua missione. La sua conoscenza delle Sacre Scritture che meritavano per lui dalla bocca del Papa Gregorio IX il titolo Arca Testamenti. Il suo amore per Cristo che incessantemente lo spingeva in avanti come un altro Paul < »Caritas Christi urget nos »> (l’amore di Cristo ci spinge), la sua disposizione affabile, le capacità oratorie, le sue doti soprannaturali, le sue incessanti preghiere al Santo Spirito per la grazia della conversione presto guadagnato tante anime a Cristo che Anthony non poteva che gioire. Anthony avrebbe strappare le anime dal sull’orlo dell’inferno e le fauci di Satana. Il sermone sopra, Anthony si sedeva per ore confessioni, suscitando lacrime di contrizione e suggerendo mezzi di emendamento. Le anime così in salvo lo avrebbe offerto al Cuore di Gesù per essere ulteriormente purificato nel Sangue dell’Agnello.
I suoi sermoni, assaporando del sale di unzione celeste e clamoroso dalle corde della sua gola come da un’arpa celeste, ha toccato i cuori e le anime di tutti coloro che ebbero il privilegio di ascoltarlo, non importa quale sia la loro condizione, stato o età. Non era riguardo alla qualità delle persone; cercava favori; temeva alcun male. La forza dello Spirito Santo, la carità di Cristo, e l’amore di Dio lo ha spinto in avanti fino a quando la sua forza fisica non poteva più sostenere il suo corpo stanco e membri indeboliti.
Questo documento fa parte della Home Page di San Francesco d’Assisi, gestito dai Frati Francescani dell’Immacolata, come parte del loro apostolato Internet « La Home Page del all’Immacolata Vergine Madre di Dio ».
Questa è una breve introduzione al pensiero, la fede, e la santità di Sant’Antonio da Padova. Questo articolo è apparso nel Herald dell’Immacolata, una pubblicazione Internet gratuito dei Frati Francescani dell’Immacolata. Se si desidera iscriversi a questa pubblicazione si prega di scrivere.
I Frati Francescani dell’Immacolata sono un cattolico Religiosa Istituto Romano di voti solenni con sede a Benevento, Italia. La loro pagina è mantenuta dal convento mariano di Nostra Signora Regina dell’Ordine Serafico, New Bedford, MA.

Publié dans:SANTI, SPIRITUALITÃ |on 12 juin, 2013 |Pas de commentaires »

13 GIUGNO – S. ANTONIO DA PADOVA, DOTTORE DELLA CHIESA: CHIEDETE DIO A DIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/06-Giugno/Sant_Antonio_da_Padova.html

13 GIUGNO – S. ANTONIO DA PADOVA, DOTTORE DELLA CHIESA:

CHIEDETE DIO A DIO

Qualcuno penserà che parlare di Sant’Antonio da Padova è quasi come portare acqua al mare, tanto è universalmente noto, visitato e pregato. Nella hit parade delle classifiche mondiali dei santi è tra i più richiesti e invocati (non so se anche ascoltato e imitato), in quella nostrana è addirittura al secondo posto (preceduto da San Francesco e seguito da San Giovanni Bosco). Come qualche squadra di calcio ricca, blasonata e famosa conta tifosi un po’ dappertutto, così Sant’Antonio.
I suoi tifosi (pardon devoti) sono universali, senza frontiere di politica, di nazione, di lingua e di religione. Sì, di religione. Ho letto infatti che il Nostro è anche invocato e pregato da pii musulmani, asceti induisti e devoti buddisti. Non c’è male. Potrebbe essere proclamato, con San Francesco (altro santo transnazionale e trasversale a tutti gli “schieramenti” politico-religiosi) patrono e protettore dell’ONU (ne ha proprio bisogno). Nel Veneto e dintorni si parla semplicemente del Santo, e basta. E tutti capiscono.
Nell’immaginario popolare, Antonio è il santo soprattutto dei miracoli sonanti e quasi esagerati (non si dice infatti “Troppa grazia Sant’Antonio” per definire una grazia al di là delle aspettative e della fede del richiedente, esaltando così la potenza di intercessione del Richiesto?). Al di là di questa fama taumaturgica temo che molti devoti non sappiano molto di lui. Non tutti sanno per esempio che si chiama Antonio da Padova, ma non è di Padova. È infatti di Lisbona, un vero portoghese doc, quindi. In tanta iconografia Sant’Antonio è mostrato con aspetto delicato, giovanile, dolce, remissivo e paziente. Non tutti sanno però che Antonio aveva un lineamento deciso ed una faccia apparentemente da duro. Un fisico che rispecchiava il carattere.
Deciso e coraggioso. Antonio non era dolce e paziente di natura, lo divenne con l’impegno ascetico. Non era mansueto naturaliter, lo diventò. Sapeva controllare se stesso, ma all’occorrenza sapeva mostrare le unghie e graffiava forte, molto forte, per difendere i deboli e gli sfruttati e per riaffermare la verità del Vangelo. Forse molti pensano che Sant’Antonio era un umile fraticello, tutto preghiera, umiltà e… santa ignoranza. Non tutti sanno che Antonio fu anche oltre che grande predicatore, professore di teologia a Bologna, a Montpellier, a Tolosa. E da ultimo, come vera ciliegina sulla sua carriera, ricordo che è stato anche dichiarato Dottore della Chiesa nel 1946.

La tempesta siciliana
Il suo nome originario era Fernando Martins e nacque nel 1195 da famiglia agiata. Bambino intelligente, studiò nella scuola della cattedrale: qui apprese a leggere e scrivere, imparò il salterio a memoria, e studiò anche la grammatica, la retorica, la musica e l’aritmetica. Poiché le lezioni erano in latino, imparò anche questa lingua. A 15 anni entrò nell’ordine religioso degli Agostiniani. Poté così progredire negli studi che amava tanto. Poi per sfuggire alle visite troppo asfissianti e invadenti (e per lui distraenti) dei parenti si fece trasferire a Coimbra, a 175 km da Lisbona. Qui l’unica difficoltà era costituita dalla comunità che non era un modello di convivenza e di osservanza evangelica. Di questo Fernando ne soffriva, tuttavia terminò gli studi con grande profitto. Intanto in città conobbe una comunità di frati francescani: di essi ammirava la povertà e l’umiltà.
La spinta decisiva a fare il salto e diventare un seguace di Frate Francesco di Assisi fu quando arrivarono a Coimbra le salme di alcuni frati martirizzati dai musulmani in Marocco. Si consigliò con il priore e questi gli diede il permesso di diventare francescano: era diventato fra Antonio, e portava in dote nella nuova famiglia religiosa un ricco bagaglio di conoscenze sia bibliche che patristiche, non presente nei primi francescani. E anche un grande entusiasmo apostolico, una “merce” sempre preziosissima. E partì per le missioni. Per il Marocco precisamente, disposto anche al martirio. Ma ben presto fu colpito da malattia e fu rimpatriato.
Ma la nave invece che a Lisbona, causa la tempesta, arrivò in Sicilia. Risalì l’Italia meridionale e arrivò fino ad Assisi, dove ebbe la fortuna di conoscere Francesco e di prendere parte al famoso “capitolo delle stuoie”. Alla fine frate Francesco diede le obbedienze ai suoi frati. Ma che fare di quel semplice fraticello straniero? Sapeva solo il latino quindi niente predicazione al popolo italiano. Essendo però sacerdote fu preso da fra Graziano di Romagna per assicurare almeno l’Eucarestia ai frati della comunità. E già che c’era poteva fare anche da cuoco, tanto erano tutti di poche esigenze (per forza e… per scelta volontaria).

Un cuoco che mastica teologia
Nel settembre 1222 arrivò la svolta decisiva dovuta a un fatto curioso o provvidenziale, scegliete voi. C’era l’ordinazione sacerdotale di alcuni frati… tutto bello, tutto era pronto eccetto… il predicatore. Disperato o quasi, fra Graziano si rivolse al… cuoco, a fra Antonio. Con sorpresa di tutti. Era un input dall’alto o ne conosceva già il talento? Comunque il risultato fu travolgente. Il cuoco non solo cucinava ma parlava anche, e con che eloquenza e cultura teologica e con che conoscenza dei Padri della Chiesa! Fu una rivelazione per tutti.
La notizia arrivò fino ad Assisi, a San Francesco, a cui si chiedeva l’autorizzazione per Antonio di insegnare teologia e di predicare il Vangelo. Arrivò la risposta: “A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco, salute. Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in tale occupazione, tu non estingua lo spirito della santa orazione e devozione, come è scritto nella regola. Stai bene”.
Lo chiamava “vescovo” perché allora solo i vescovi erano capaci, per definizione (non sempre in realtà) di predicare il Vangelo. E Francesco concedeva questa prerogativa ad Antonio, anche perché gli riconosceva non solo la scienza teologica, ma anche la sapienza evangelica, cioè la santità di vita. Un grande doppio complimento, da santo a santo. Iniziava così la carriera di predicatore del Vangelo e di professore di teologia (fu anche superiore dei francescani del Nord Italia). È rimasto famoso come predicatore, carismatico e travolgente, semplice e profondo, brillante ed umile.
Il popolo vedeva in lui un maestro, una guida spirituale, un testimone, un santo, e si convertiva sinceramente.
Questo era il vero miracolo di Antonio, oltre a tutti gli altri che si raccontano, storici o leggendari. Rimasta famosa anche nella iconografia, la sua predicazione a Rimini. Questa città era infestata da eretici, che naturalmente non avevano tempo di sentire quel frate straniero. Allora, così si narra, Antonio in polemica con quei riminesi dal cuore ostinato se ne andò in riva al mare a predicare ai pesci… I quali mostrarono di apprezzare la novità di un predicatore che si occupava anche di loro parlando del Creatore di tutto, cioè anche del mare dove abitavano. “Fratelli pesci” iniziò fra Antonio e concluse dicendo: “Adorate e ringraziate Dio il vostro creatore”. I ‘fratelli pesci’ accorsi in massa, con la bocca spalancata annuivano felici e soddisfatti. Con conseguente umiliazione dei riminesi eretici.

Un predicatore efficace
Come professore di teologia egli insisteva soprattutto sulla Bibbia, sui santi Padri della Chiesa che egli conosceva molto bene, annunciando sempre l’amore di Dio per tutte le creature. Di questo amore la prova suprema era la rivelazione del Figlio, attraverso l’Incarnazione nel seno di Maria Vergine.
Era anche preoccupato della riforma della Chiesa e specialmente del clero, che non marciava sempre sulla strada evangelica. Contro questi Antonio fu duro, sarcastico, molto plastico nelle immagini. Diceva infatti di alcuni ecclesiastici: “Tutti i giorno gridano nelle chiese e urlano come cani, ma senza capirsi perché il corpo è nel coro e l’anima in piazza (…). Essi che hanno l’anello d’oro della scienza e dell’eloquenza non si vergognano da veri porci di lasciarlo cadere nello sterco del lusso e dell’avarizia”. Parole dure, ahimè, ma la storia dice che ce n’era bisogno.
Gli ultimi tre anni della vita (1229-1231) li passò nel Veneto, predicando, pacificando gli animi e difendendo i deboli. Per la verità storica, nonostante il suo carisma, non sempre ci riuscì. Fu però particolarmente efficace a Padova la sua battaglia contro la mala pianta dell’usura e degli usurai, che riuscivano, a norma di legge, anche a imprigionare gli insolventi. La sua predicazione fu così convincente che la città di Padova emanò nel 1231 la legge che metteva al bando quella piaga sociale.
Nel maggio dello stesso anno Antonio si trasferì nell’eremo di Camposampiero, presso Padova, ospite di un amico. Ammalatosi morì il 13 giugno dello stesso anno.
Un particolare importante che dà la misura e la fama di santità del Nostro. Il popolo al quale aveva predicato con tanto amore e abilità lo scelse come suo patrono, e lo volle subito santo. Sappiamo che vox populi, vox Dei e infatti, il Papa Gregorio IX lo proclamò santo l’anno seguente. Ed in seguito, nel luogo dove era stato sepolto fu costruita una Basilica, ancora oggi frequentatissima meta di pellegrini e devoti.

  MARIO SCUDU sdb

Publié dans:MEDITAZIONI, SANTI, SPIRITUALITÃ |on 12 juin, 2013 |Pas de commentaires »

DELLA SPIRITUALITÀ, OSSIA IL MISTERO DI CRISTO E LA VITA DEL CRISTIANO – PARTE PRIMA

http://www.sanfrancescodipaola-palermo.it/format/spiri.pdf

(Paolo è presente in molte parti del testo; è un PDF l’ho dovuto trasformare in Txt e stringere, se c’è qualche errore scusate)

DELLA SPIRITUALITÀ, OSSIA IL MISTERO DI CRISTO E LA VITA DEL CRISTIANO – PARTE PRIMA

DON MASSIMO NARO

 «Un giorno rabbì Nahum entrò all’improvviso nella scuola del Talmud e trovò gli studenti che giocavano a dama. Quando questi videro entrare il maestro, si confusero e smisero di giocare; ma il maestro scosse benevolmente la testa e chiese: « Conoscete le regole del gioco della dama? ». E siccome gli allievi non aprivano bocca per la vergogna, Nahum si rispose da sé: « Vi dirò io le regole del gioco della dama. Primo, non è permesso fare due passi alla volta. Secondo, è permesso andare solo in avanti ma non tornare indietro. Terzo, quando si è arrivati in alto, beh, allora si può andare dove si vuole »».  Questa breve e simpatica lezione «rabbinica» è tratta dall’opera del filosofo ebreo Martin Buber, intitolata I racconti dei Chassidim (Milano 1979). Rabbì Nahum, senza umiliare i suoi giovani allievi, più inclini a giocare a dama che a studiare il Talmud, coglie l’occasione per dar loro un importante insegnamento sulla vita del credente, servendosi — secondo lo stile che fu già di Gesù — del gioco della dama a mo’ di parabola. La lezione è trasparente e immediata: il gioco della vita si evolve secondo regole ben precise, procedendo gradualmente verso il suo pieno sviluppo; ma, allorché si raggiunge la maturità interiore, si conquista allora la libertà dello spirito.  La parabola di Nahum può servire per introdurci nella riflessione di oggi, che ho preferito intitolare Il mistero di Cristo e la vita del cristiano, in quanto — per noi credenti in Cristo Gesù — la piena realizzazione della nostra vita avviene quando raggiungiamo «la statura» (per usare una parola di san Paolo) del nostro Maestro e Redentore, grazie al dono del suo stesso Spirito che opera in noi.  Lo schema, che dovreste avere in mano, prevede tre punti, su cui ci fermeremo un po’ a riflettere:  a) «nella foresta dei vocaboli»: cercheremo di chiarire il significato di alcune parole che spesso sentiamo pronunciare e usiamo noi stessi, in riferimento alla vita cristiana;
 b) «la spiritualità cristiana»: identificando la vita cristiana con la vita
spirituale, tenteremo di comprendere in cosa questa consiste;
 c) «una mistica dell’azione e per l’azione»: tenuto conto che la vita cristiana è
vivere nel mistero di Cristo, vedremo in che senso essa può e deve coincidere con la nostra
esperienza quotidiana, sino ad assimilarla tutta quanta in sé.
 NELLA FORESTA DEI VOCABOLI
 Innanzitutto tentiamo di districarci nella «foresta dei vocaboli», ossia di capire, almeno per sommi capi, di cosa parliamo quando usiamo certe parole come vita cristiana, mistero di Cristo, attività apostolica, contemplazione, ascetica e mistica.  La nozione di vita cristianadovrebbe essere scontata per tutti noi, che ormai da un certo tempo, più o meno lungo, abbiamo intrapreso un rapporto di amicizia con Cristo Gesù. Già questa semplicissima affer-mazione: «intraprendere un rapporto d’amicizia con Gesù», dovrebbe bastarci per comprendere nella sua essenza più intima la vita cristiana. Tuttavia può tornare utile ricordare che nella Bibbia, come pure negli scritti dei Padri della Chiesa, la parola «vita», accompagnata e qualificata dall’aggettivo «cristiana», ha un significato particolare e per niente ovvio. Nella traduzione greca dell’A.T., e poi anche nel N.T. e negli scritti cristiani dei primi secoli — anch’essi redatti prevalentemente in greco –, si incontrano due termini diversi per dire «vita»: bìos e zoé.  Il termine bìos sta ad indicare la vita biologica, quella che il Creatore pone in essere allorché crea dal nulla il cosmo, e in esso la terra, e in essa tutti gli esseri viventi, che 2popolano il cielo, il mare, la terraferma; è il principio biologico di cui anche Adamo usufruisce da Dio quando questi gli alita nelle narici il suo soffio vitale. In quanto tale bìos è una prerogativa creaturale: appartiene a tutti gli esseri viventi creati da Dio; essa è destinata a terminare il suo ciclo vitale, ad estinguersi, a cedere il posto alla morte, a ritornare presso il Creatore, da cui era scaturita in forma di alito vivificatore.  Il termine zoé, invece, sta ad indicare, nel linguaggio biblico, la completezza della vita. Completezza intesa in senso antropologico, poiché zoé è la vita dell’essere esistente razionale, dell’uomo, che ha un cuore e una mente che lo innalzano su un gradino superiore rispetto a tutte le altre creature terrestri. Completezza, inoltre, intesa anche e soprattutto in senso teologico, in quanto zoé è la vita che rimanda inequivocabilmente al suo divino datore, a Colui che la dona gratuitamente all’uomo, offrendogliela in segno della sua predilezione fra tutte le altre creature, e che la preserva da mille pericoli facendosene il garante fedele e provvidente. In questa prospettiva, zoé è un concetto più vasto e più ricco di significato rispetto a bìos; zoé risulta essere una vita più intensa e più piena, che include anche la dimensione della vita biologica, ma che, al contempo, la trascende. Zoé, insomma, è l’esistenza stessa dell’uomo che si identifica col suo fondamento: il rapporto di comunione, di intima vicinanza, di amicizia, di alleanza indefettibile con Dio Creatore e Liberatore. Nel N.T. — specialmente nelle lettere paoline e, ancor più, negli scritti giovannei –, zoé comincia a indicare la partecipazione dell’uomo, reso solidale al Cristo crocifisso-risorto, alla Vitadel Dio uni-trino che Gesù è venuto a rivelare. Secondo san Paolo, l’uomo, liberato dal peccato, riassurge alla sua originaria dignità di creatura prediletta di Dio, arricchito però della dignità che gli deriva ora dalla figliolanza adottiva ottenutaci dal e nel Figlio. Secondo san Giovanni, l’uomo, visitato dal Verbo di Dio, diventa discepolo e testimone del Cristo. In tal senso, se bìos rimane una prerogativa creaturale e in quanto tale appartiene all’uomo creato, zoé diventa invece una prerogativa salvifica e in quanto tale compete esclusivamente all’uomo redento, all’uomo ri-creato, che accetta di rinascere nella vita nuova del Crocifisso-Risorto e di farsi suo discepolo, assurgendo così alla nuova condizione di figlio del Padre nell’Unigenito Figlio. Zoé diventa il principio vitale del cristiano, che avverte in sé e proclama davanti a tutti gli altri uomini la vocazione a vivere con Dio e di Dio, partecipe della vita divina in solidarietà col Figlio incarnato e redentore. La vita cristiana, dunque, risulta essere una conseguenza e una continuazione del mistero di Cristo, della sua morte e resurrezione intese a rivelare l’Amore del Padre e a salvare gli uomini, e di tutto ciò che tale mistero comporta per gli uomini. La vita cristiana è vita del cristiano, che gli appartiene del tutto e per sempre, ma che tuttavia egli ha ricevuto come un dono gratuito, una sorta di «talento» (per usare l’immagine evangelica), che deve essere trafficato secondo delle «regole» (per tornare alla lezione di rabbì Nahum) ben precise: la sequela e l’imitazione di Cristo Gesù, realizzate con quella dedizione totalitaria che Gesù stesso richiede ai suoi discepoli nel vangelo: «Chi mette mano all’aratro ma poi si volge indietro, non è degno di me». E l’inserimento nel mistero di Cristo, cioè nella sua pasqua di morte e resurrezione, — inserimento che inizia col battesimo e si fa sempre più profondo man mano che si cresce nella fede, nella speranza e nella carità –, costituisce come il «cordone ombelicale», per mezzo del quale il cristiano riceve il dono della vita divina. Ripeto: «vita divina», perché, in realtà, la vita del cristiano, in quanto zoé, si caratterizza anche teologicamente, e non solo antropologicamente: è vita che proviene dal Dio uni-trino, vita che scaturisce dal seno del Padre, e tramite il Cristo e per la potenza dello Spirito Santo, si attenda in mezzo all’umanità, nel cuore dell’uomo redento, mentre — allo stesso tempo — innesta l’umanità nel cuore di Dio.  La vita del cristiano, cioè la vita di colui che entra per Grazia di Dio nel mistero di Cristo, diventando discepolo e amico di Gesù, si caratterizza comunemente come «apostolato». Coloro che Gesù di Nazareth chiamò a sé, divennero gli apostoli del suo vangelo. Ciò avviene, in un certo qual modo, anche oggi: tutti noi siamo, in un certo senso, «apostoli», perché testimoniamo il vangelo di Cristo nella comunità ecclesiale e nel mondo. Il termine «apostolato», in questo senso, indica il modo più comune di vivere la sequela di Cristo. Esso fa pensare all’attività dell’evangelizzatore: di colui che predica il vangelo, ma anche di chi opera la carità tra i fratelli. E’ apostolato quello che svolgono gli operatori pastorali (per esempio: i catechisti). Ma è apostolato anche quello che ciascun cristiano, nella sua vita d’ogni giorno, svolge nel proprio ambiente di lavoro, nella famiglia, nella società, nella misura in cui si mantiene coerente allo stile di vita che col battesimo ha intrapreso. Si tratta, comunque, di una vita di tipo «attivo», in cui il cristiano si apre sì, passivamente, alla Grazia, lasciandosi da essa condurre e rinfrancare, ma collabora, nel contempo, con essa prestando il proprio impegno in una serie di «attività» apostoliche.  Per quanto riguarda la contemplazione, se stiamo al significato etimologico della parola, essa altro non è che fissare lo sguardo su una realtà che attira fortemente l’attenzione e il desiderio di chi guarda. Si contempla la bellezza dei paesaggi naturali, del mare, dei monti, del cielo d’estate. Nell’ambito della vita cristiana, l’oggetto della contemplazione è Dio uni-trino: il mistero del Padre che crea e salva gli uomini, del Cristo che ce lo rivela, dello Spirito che ce lo fa conoscere e comprendere. E’, insomma, il mistero trinitario, che si realizza in mezzo a noi nel mistero pasquale di Cristo Gesù e che illumina, includendolo in sé, il nostro stesso mistero, il mistero dell’uomo redento. Contemplare, in questo orizzonte, significa affondare gli occhi della fede, della speranza e dell’amore in questo mistero. Contemplare significa sapere, a prescindere dalle nostre umane conoscenze e dalle nostre umane capacità di conoscere, che un tale mistero esiste e si realizza per noi. Contemplare è un sapere tale mistero; sapere nel senso originario di «sàpere», ossia di «gustare», «assaporare» il mistero, più che di scandagliarlo o di anatomizzarlo. E’ chiaro, comunque, che la contemplazione più autentica e più «pura» non è, di fatto, appannaggio di tutti i cristiani, anche se tutti i cristiani possono approdarvi: non tutti i cristiani sono dei contemplativi nel senso proprio del termine, benché la storia del cristianesimo ne conosca moltissimi; ma tutti i cristiani possono giungere a contemplare il mistero di Dio. Questo perché, in verità, colui che giunge alla contemplazione non vi riesce per suo merito personale, ma perché gli viene concesso in dono da Dio stesso. In questo senso, coglieva nel segno san Francesco d’Assisi, che fu vero contemplativo, quando augurava a tutti coloro che incontrava sulla sua strada: «Il Signore faccia splendere su di te il suo viso, ti mostri la sua faccia, volga a te il suo sguardo e ti dia pace!». Un’altra parola che spesso si sente pronunciare, o che noi stessi pronunciamo, parlando della vita cristiana, è il termine «ascetica». L’ascetica, lo dice la parola stessa, indica la «salita» che l’uomo religioso compie per trascendere, in un certo qual modo, la propria situazione «terrena», anelando ad attingere Dio stesso, dopo essersi perfezionato dalle proprie mancanze e difetti umani. Insomma, mentre il contemplativo attinge Dio perché questi si china su di lui, lasciandosi quasi vedere dagli occhi della fede, l’asceta dal canto suo tenta di attingere Dio, innalzandosi da sé e percorrendo gli irti sentieri che portano, dalla condizione umana alla presenza dell’Altissimo. Per riuscire in tale scopo, l’asceta disciplina la propria vita, sottoponendosi volontariamente a una serie di «esercizi». Si tratta, ovviamente, principalmente di esercizi di tipo spirituale, ma, tante volte, anche di esercizi corporali, ossia di pratiche di autoperfezionamento che implicano la partecipazione di tutto l’essere dell’asceta, anche del suo corpo. E’ chiaro, del resto, che in questo orizzonte l’asceta può anche non essere cristiano: basti pensare ai mitici «fachiri» indiani e ai santoni indù. Esiste, però, certamente un’autentica ascesi cristiana: l’asceta cristiano sa bene che il proprio perfezionamento è solo un riflesso della divina perfezione; l’asceta cristiano, soprattutto, sa che l’«esercizio» che deve compiere è quello di portare, insieme a Cristo, la sua stessa croce. L’ascesi cristiana esige che si accolga la croce di Cristo, come dei novelli «cirenei». Si capisce, però, in questo caso, che l’ascesi cristiana non è uno sforzo semplicemente e solamente umano, che l’uomo compie per conto suo tendendo alla perfezione in quanto tale o comunque a una non meglio definita perfezione divina. Sappiamo bene, infatti, che nel caso cristiano è in realtà la croce di Cristo che porta e sostiene l’asceta, che gli dà la forza e il desiderio necessari per continuare con perseveranza nel cammino della perfezione. Non si tratta, cioè, di un conato soltanto umano; si tratta, ancora una volta, di un dono che viene dall’alto e che mette l’asceta cristiano nelle condizioni di conformarsi in maniera particolarissima al Cristo crocifisso e di partecipare alle sue sofferenze. Tuttavia, a questo dono dall’alto — che è, poi, pur sempre la Grazia — l’asceta cristiano si sforza eroicamente di collaborare.  Più difficile risulta definire, e persino descrivere, che cosa è la mistica; anche gli studiosi specialisti in questo campo non sono del tutto d’accordo sul significato da attribuire al termine «mistica». Secondo don Divo Barsotti la mistica consiste nel fatto che «Dio Padre genera il Figlio suo nel cuore dell’uomo, così che l’uomo partecipi in qualche modo a una divina « maternità ». Dio si comunica all’uomo prolungando, in qualche modo, all’uomo la generazione del Verbo». La mistica, allora, sarebbe, in tal senso, la generazione del Verbo in noi da parte di Dio Padre, per la potenza dello Spirito Santo. Altri autori preferiscono sottolineare l’aspetto «sponsale» della mistica: l’anima del credente celebra le «nozze» col suo amato Sposo Cristo Gesù. A noi può bastare, innanzitutto, distinguere ancora tra una mistica genericamente religiosa o misteriosofica e la mistica propriamente cristiana: la mistica misteriosofica è stata e continua ad essere, presso le religioni non cristiane, il proiettarsi da parte di alcuni eletti dentro il mistero, o i misteri, che circondano l’uomo,ma che rimangono inaccessibili ai più. La mistica cristiana, invece, rimanda sì al mistero, ma al mistero cristiano così come lo si intende sin dai tempi neotestamentari, secondo la lezione di san Paolo, cioè il mistero di Dio, per secoli rimasto nascosto nel seno del Padre, ma che poi si è manifestato agli uomini in Cristo Gesù e che tra gli uomini continua a realizzarsi per la potenza dello Spirito Santo. In questo orizzonte, il mistero non è più considerato come l’«arcano» invisibile,inconoscibile e inaccessibile, bensì come la realtà di Dio-Amore, che si è fatta manifesta e si è messa alla portata di tutti in Cristo Gesù, di «tutti», nessuno escluso. In tal senso, la mistica diventa alla portata del cristiano, di ciascun cristiano, già al momento del battesimo, che nel nome della Trinità inserisce l’uomo nel mistero di Dio, facendolo «mistericamente» (non semplicemente «misteriosamente»!) morire insieme a Cristo e risorgere insieme con Lui. E tale inserimento nel mistero continua e si approfondisce man mano che il credente progredisce nella vita cristiana in seno alla Chiesa, ricevendo in mezzo ai fratelli l’unzione del crisma e realizzando con i fratelli il vincolo della comunione eucaristica. In questa prospettiva, già i sacramenti — e in modo eminente il sacramento dell’iniziazione cristiana — sono «eventi» mistici per tutti e per ciascun cristiano. Che esistano, poi, anche dei «fenomeni» mistici, come l’estasi e le stimmate, non contraddice alla veritàche la mistica cristiana non è un fatto elitario, per pochi eletti, ma un fatto che interessa da vicino tutti i cristiani. Spesso i fenomeni mistici si pongono al culmine di un rapporto d’amicizia particolarmente intenso con Gesù, a coronamento di un determinato cammino di santità; ma altre volte può avvenire che un fenomeno mistico sia il primo passo nell’itinerario della santità cristiana, basti pensare all’esperienza di san Paolo sulla via di Damasco. Sperimentare — ancora una volta per Grazia di Dio — i fenomeni mistici, come è avvenuto a san Francesco d’Assisi e a santa Caterina da Siena (tanto per citare due santi italiani), significa partecipare al mistero di Cristo in modo particolare, ma non per forza in modo più eccelso. Prova di ciò che sto affermando è il fatto che la santità cristiana, che in un certo senso è proprio la mistica, non è realizzata solo dai grandi mistici.  La chiamata alla santità, insegna il Vat. II nel n. 40 della Lumen Gentium, è rivolta dal Padre, in Cristo, a tutti i cristiani, nessuno escluso. La santità è l’orizzonte che attende tutti i cristiani. L’attività apostolica, la contemplazione, l’ascesi e la mistica, sono modalità diverse, spesso tra di esse complementari, dell’unica santità cristiana in cui deve maturare e culminare la vita di ciascun cristiano.  Se così stanno le cose, forse è proprio il caso di sfatare la preminenza di una semplice modalità della santità sulle altre, e di riconoscere, invece, il primato a Dio che realizza in ciascuno la santità e a ciascuno dà una particolare vocazione di santità. Solo nella consapevolezza che la santità non è una conquista umana, bensì un dono e una chiamata — una chiamata rivolta atutti! — ogni cristiano può giungere a fare della propria vita il teatro in cui si realizza l’esperienza di Dio. Si badi bene: diciamo «esperienza di Dio», nel senso che è Dio che agisce principalmente nell’esistenza dell’uomo. La preposizione «di» (esperienza di Dio) regge un genitivo soggettivo, non oggettivo: l’esperienza di Dio è l’esperienza che Dio fa nei confronti dell’uomo e non l’esperienza che fa l’uomo captando o impossessandosi o mettendo alla prova Dio. Nella Bibbia — ricordiamolo – è sempre Dio che mette alla prova i suoi fedeli, è Dio che saggia l’amore del suo popolo, la fedeltà dei patriarchi (Noé, Abramo, Mosé), la giustizia dei giudici e dei re (Jefte, Davide), il coraggio e l’abnegazione dei profeti (Isaia, Geremia, Giona, Osea), la pazienza dei santi d’Israele (Giobbe). E’ sempre Dio che si china gratuitamente sugli uomini e li rende suoi interlocutori, è Dio che si pone graziosamente alla portata del loro cuore e della loro mente, delle loro orecchie e dei loro occhi, sino al punto che, in Gesù di Nazareth, si consegna persino nelle loro mani. Agli uomini non resta che accogliere con gratitudine il Dio che si fa loro vicino, accettarne la presenza nella loro storia; e nella misura in cui lo fanno, riescono, a loro volta, a «sperimentare» l’amore di Dio: è Dio che entra nella loro esistenza e poi li accoglie nell’intimo del suo mistero, non gli uomini che lo afferrano e ne scandagliano le profondità.

1234

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01