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LA PREGHIERA AL SANTO SPIRITO NELLA CHIESA ORTODOSSA

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LA PREGHIERA AL SANTO SPIRITO NELLA CHIESA ORTODOSSA

del padre Sergej Boulgakov

Una differenza fondamentale separa la preghiera al Santo Spirito e la preghiera fatta al Padre o al Figlio. Quando preghiamo il Padre ci volgiamo sempre direttamente verso lui: “Padre nostro”, o “Abbà, Padre!”. Nella preghiera fatta al Figlio, lo invochiamo ugualmente direttamente: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio!”. Mentre esiste un grande numero di preghiere ecclesiali indirizzate al Padre ed al Figlio, solo in circostanze molto particolari e speciali ci rivolgiamo direttamente allo Santo Spirito. È così che lo invochiamo, ad esempio, nella preghiera “Re celeste, Consolatore” (ne daremo un’analisi più avanti). Ma allo stesso tempo, possiamo constatare che invochiamo soprattutto il Padre ed il Figlio per ricevere il dono del Santo Spirito.
Ne consegue che in generale, nelle nostre preghiere ci rivolgiamo al Santo Spirito in persona, meno che quando facciamo preghiere SUL Santo Spirito, perché scenda in noi. Un esempio particolarmente impressionante di quest’orientamento sarebbe quello della preghiera liturgica dell’epiclesi nella Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Il sacerdote comincia con questa preghiera segreta: Ancora ti offriamo questo culto spirituale e incruento e t’invochiamo, ti preghiamo e ti supplichiamo: Invia il tuo Santo Spirito su noi e sui doni qui presenti. Quindi recita a tre riprese questo tropario dell’Ora Terza: Signore, che alla terza ora hai inviato il tuo Santissimo Spirito sui tuoi apostoli, non ce Lo ritrarre nella tua bontà, ma rinnovacelo, ora che ti imploriamo. Quindi, si passa ad una benedizione distinta del pane e del vino, alla quale si aggiunge una benedizione in comune in queste parole: cambiandoli con il tuo Santo Spirito. Nell’ectenia [= preghiera litanica] che segue immediatamente la consacrazione dei Santi Doni, chiediamo: Affinché il nostro Dio, amico degli uomini, che li ha ricevuti al suo santo altare, celeste ed invisibile, come un profumo di soavità spirituale, ci invii in cambio la grazia divina ed il dono del Santo Spirito, preghiamo il Signore.
A quest’assenza di preghiere particolari direttamente indirizzate al Santo Spirito, nonostante la ricchezza liturgica generale della Chiesa d’Oriente e l’abbondanza delle preghiere di richiesta di ricevere il dono del Santo Spirito, si aggiunge ancora questo notevole fatto liturgico: La Chiesa Ortodossa, diversamente dalla Chiesa di Roma, chiama il secondo giorno di Pentecoste Festa del Santo Spirito. Nella Chiesa di Roma, il corrispondente a questa festa si chiama Festa della Santa Trinità, che è celebrata soltanto la domenica successiva. Questo giorno è in, infatti, il solo che sia dedicato alla terza ipostasi; rappresenta in un certo qual modo un’estensione della Pentecoste. Ma questa festa del Santo Spirito non è comunque sottolineata da un rito particolare, eccetto quello del canone speciale letto al Vespro. Non vediamo qui che una ripetizione dell’ufficio di Pentecoste, senza preghiera speciale al Santo Spirito[1].
Da quest’ufficio emerge un’altra particolare caratteristica, detta della genuflessione. Al vespro il giorno della Pentecoste, sono lette tre lunghe preghiere mentre tutti si inginocchiano, senza che una o l’altra fra esse celi un’invocazione diretta al Santo Spirito, ma soltanto a Dio Padre ed a Dio il Figlio. Questa discrezione espressiva praticata dalla Chiesa testimonia chiaramente che in questa età, nel Regno della Grazia, il volto ipostatico personale del Santo Spirito non ci è ancora rivelato, ma che lo sarà nel Regno della Gloria, che è ancora da venire. E quando preghiamo Dio, la nostra preghiera rappresenta l’attività del Santo Spirito in noi; poiché infatti: “…Iddio mandò lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori il quale grida: «Abbà, padre!»” (Galati 4, 6).
Quest’assenza di ogni invocazione diretta di devozione al Santo Spirito dà allora peso ancora maggiore nell’Ortodossia a una preghiera particolare, il “Re Celeste”. Quest’importanza è duplice; innanzitutto, c’è il fatto che questa preghiera è onnipresente nel ciclo liturgico; in seguito, occorre vedere il suo contenuto dogmatico. In primo luogo, quanto alla sua onnipresenza, diciamo che questa preghiera, ad eccezione del “Padre nostro”, è la più usata e quindi la più importante di tutte le preghiere ortodosse. Si potrebbe anche aggiungere che l’assenza di altre preghiere al Santo Spirito la mette in un contesto molto particolare, cosa che inquadra ancor di più la sua portata[2]. Questa preghiera è inclusa nell’ordo delle preghiere iniziali della mattina e della sera, e di una serie di uffici – le piccole ore, vespri e mattutini, senza dimenticare gli uffici speciali, ecc.
Il “Re Celeste” fa anche parte dell’ufficio celebrato alla Fraternità di Saint-Alban e di Saint-Serge. Sembra ispirare, con la mediazione del Santo Spirito, ogni tipo di devozione e di preghiera. Si attribuisce ancora ulteriore importanza a questa preghiera quando è il sacerdote, in segreto, che la recita prima dell’inizio della Divina Liturgia, quando si invoca il Santo Spirito per la celebrazione del sacramento del Corpo e del Sangue del Signore. In realtà, quest’invocazione costituisce in un certo qual modo un’epiclesi anticipata, anche se l’epiclesi di fatto, nella sua forma interamente sviluppata, si produce dopo la recita delle parole d’istituzione alla Liturgia dei fedeli.
Del resto, l’importanza particolare di questa preghiera è confermata indirettamente non soltanto dal suo uso ma, nello stesso spirito, dalla sua esclusione dal ciclo usuale delle preghiere della Chiesa in momenti precisi, in particolare in occasione della Settimana di Pasqua e nel corso delle settimane che conducono alla Pentecoste. La Chiesa omette allora di indirizzare questa preghiera al Santo Spirito; il tipikòn liturgico la sostituisce con il tropario di Pasqua “Cristo è risorto dai morti…”, tanto in occasione delle preghiere iniziali dei diversi uffici che alla Divina Liturgia. Ovviamente, questa sostituzione conferisce in un certo qual modo un’equivalenza tra l’inno di Pasqua e la preghiera al Santo Spirito, prova evidente del fatto che nel corso della settimana di Pasqua e dei giorni successivi, cioè dopo la Resurrezione di Cristo, siamo, di fatto, passati dal Regno della Grazia al Regno della Gloria, al centro del quale tutto si bagna intrinsecamente nel Santo Spirito, ciò implica che allora non è più necessario fare qualche invocazione speciale al Santo Spirito, perché Dio è tutto, in tutto.
L’assenza di questa preghiera nel corso dei dieci giorni che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste ha per parte sua un significato molto diverso. La si omette in questo periodo come privazione, un tipo di digiuno di preghiera, digiuno necessario come preparazione per la discesa del Santo Spirito alla Pentecoste. Così, quando si intona il “Re Celeste” al mattutino ed ai vespri del giorno di Pentecoste, si riveste di una solennità e di un entusiasmo molto speciale. E, a partire dalla Pentecoste la preghiera del “Re Celeste” riprende, nuovamente, il suo posto abituale nell’espressione liturgica della Chiesa.
È ora tempo di osservare questa preghiera nel suo insieme: “Re celeste, Consolatore, Spirito della Verità, che sei ovunque presente e tutto ricolmi, Scrigno dei beni e Dispensatore di vita, vieni, e dimora in noi, e purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le nostre anime”.
La prima parte della preghiera, ossia l’invocazione “Re Celeste, Consolatore, Spirito della Verità…” racchiude un insegnamento dogmatico sulla Terza Ipostasi come Dio vero (“Re Celeste”). Il Consolatore, nella prospettiva del suo amore ipostatico tra il Padre ed il Figlio[3], il Santo Spirito grazie al quale si raggiunge e si rivela la spiritualità dello Spirito divino tri-ipostatico, è da parte sua lo Spirito di Verità nella sua relazione con la Seconda Ipostasi, che è il Verbo e la Verità. Ma contemporaneamente tutte queste definizioni che riguardano in primo luogo la Santa Trinità in sé, si applicano anche al mondo, poiché per il mondo anche il Santo Spirito è Dio, il Re Celeste, il Consolatore e lo Spirito di verità inviato dal Padre con la mediazione del Figlio.
La seconda parte della preghiera, “…che sei ovunque presente e tutto ricolmi, Scrigno dei beni e Dispensatore di vita”, testimonia in particolare l’attività del Santo Spirito nel mondo. Innanzitutto, la sua onnipresenza: Dio è onnipresente ma ciascuna delle sue ipostasi divine possiede un’immagine speciale di questa presenza iperspaziale. Il Padre è il potere fondamentale della volontà nella creazione del mondo; il Figlio è la sua base o il suo fondamento ideale (“senza di lui nulla è stato fatto”); il Santo Spirito è la forza attiva, che penetra in tutto e che “compie tutto”. È anche Datore di vita; e pertanto il Dio trino stesso è la vita eterna, il Creatore ed il Datore di vita. Mentre la terza Ipostasi, Colui che compie tutto, è la vita della vita nel seno della Santa Trinità, ugualmente è anche la potenza speciale di vita di ogni creatura. Un inno della Chiesa ricorda che “È con il Santo Spirito che ogni anima vive” (Anavathmì del 4° tono). Ogni realtà che accompagna ciascuna di queste vite appartiene al Santo Spirito, poiché è la potenza reale. Se la vita come tale è la più grande benedizione, è il “Tesoro inesauribile di tutti i beni”, cosa che include non soltanto il dono naturale della vita, ma anche i doni della grazia che ci è data dal Santo Spirito e che rappresenta la potenza della vita.
Questa parte della preghiera descrive, si potrebbe dire, l’attività oggettiva del Santo Spirito nel mondo e la presenza in seno al mondo, mentre l’ultima parte della preghiera tratta del settore del soggettivo, in particolare della reazione degli uomini e la loro accettazione del Santo Spirito, per richiedergli la salvezza personale (“vieni, e dimora in noi, e purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le nostre anime…”). Se la vita cristiana consiste nell’acquisizione del Santo Spirito, secondo le parole di san Serafim di Sarov, e se allo stesso tempo la grazia non forza mai nessuno, allora il desiderio e lo sforzo degli uomini sono egualmente necessari per giungere ad accettare questa grazia e ciò deve riflettersi in primo luogo nella preghiera. Dire “Vieni, e dimora in noi” espone una preghiera in vista di una risposta attiva del Santo Spirito ed un’invocazione del Santo Spirito per l’ottenimento dell’ispirazione che porta frutto nella creatività umana. Il fuoco del Santo Spirito brucia la nostra natura peccatrice e ci purifica da qualsiasi peccato. Quindi la domanda dell’inabitazione del Santo Spirito in noi include anche quest’altra domanda, “purificaci da ogni macchia”, affinché siamo purificati dai nostri peccati. Così, tale inabitazione del Santo Spirito in noi è la nostra salvezza. Questa domanda è l’ultima della preghiera. È inclusiva ed, infatti, rappresenta un riassunto di tutta la preghiera.
Allo stesso modo, questa preghiera al Santo Spirito racchiude un contenuto tanto dogmatico che religioso e pratico. Si mette di solito questa preghiera all’inizio di ogni cosa buona che intraprendiamo, particolarmente gli studi, le relazioni, le riunioni pubbliche ecc. Tuttavia ribadiamo ancora una volta che è soltanto in questa sola preghiera eccezionale che invochiamo direttamente il Santo Spirito, mentre di solito preghiamo il Padre ed il Figlio, chiedendo loro di conferirci l’azione del Santo Spirito. La sola presenza di questa preghiera che si rivolge al Padre ed al Figlio ci costituisce una manifestazione del Santo Spirito, che compie in noi la sua ispirazione divina e che, simultaneamente, rileva la nostra ispirazione umana a livello “divino-umano”.

Sobornost (Fellowship of Saint Alban and Saint Serge), 24 giugno 1934.

Traduzione a cura di Tradizione Cristiana

[1] L’ufficio di Pentecoste in sé non contiene alcuna preghiera né inno particolare che invoca direttamente il Santo Spirito, ma soltanto degli inni indirizzati alla Santa Trinità che, tuttavia, contengono, tra l’altro, un’invocazione del Santo Spirito. Ecco un esempio: “Venite, popoli tutti, adoriamo in Tre persone l’unico Dio, nel Padre, il Figlio con il Santo Spirito, poiché il Padre genera il Figlio fuori del tempo, condividendo lo stesso trono e la stessa eternità, e il Santo Spirito è nel Padre, glorificato con il Figlio, una sola potenza, una sola divinità, un solo essere davanti al quale noi tutti, i fedeli, ci prosterniamo dicendo: Dio santo che tutto hai creato dal Figlio con l’assistenza del Santo Spirito, Dio santo e forte dal quale il Padre ci fu rivelato e dal quale il Santo Spirito è venuto in questo mondo, Dio santo ed immortale, Spirito consolatore che procede dal Padre e riposa nel Figlio, Trinità santa, gloria a te” (Lucernale dei vespri di Pentecoste).
[2] È in questo spirito che si può osservare una grande differenza tra questa preghiera ortodossa, “Re celeste”, e l’inno cattolico corrispondente, Veni Creator Spiritus, che ne è l’analogo. L’inno cattolico è certamente usato in modo limitato nella Chiesa: per la festa di Pentecoste, per la Cresima ed in occasione dell’Ordinazione dei sacerdoti e dei vescovi (gli Anglicani hanno anche conservato quest’ultimo uso). Ma quest’inno è assente dalle preghiere quotidiane ad eccezione del piccolo inno utilizzato nell’Ora Terza “Nunc sancte nobis Spiritus”. Tuttavia, mentre il “Re celeste” è ripetuto diverse volte al giorno, il “Nunc sante nobis Spiritus” viene fatto una volta sola. Questo indica accentuazioni differenti: per l’Ortodossia la presenza dello Spirito è da celebrarsi sempre, in quanto attuale, per il mondo latino, tende ad essere un momento ben preciso da riferirsi strettamente all’Ora di Terza.
[3] L’espressione è chiaramente mutuata dalla teologia agostiniana, tuttavia in questo articolo il padre Boulgakov tende a sfumare (si veda poco più avanti) le sue note posizioni teologiche filo-occidentali, che, sebbene non ne furono la causa principale, contribuirono circa un anno dopo alla duplice condanna del suo pensiero (nota a cura di Tradizione Cristiana).

domenica di Pentecoste – 27 maggio 2012

http://www.monasterodibose.it/content/view/4449/52/1/1/lang,it/

domenica di Pentecoste – 27 maggio 2012

Anno B

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15
La Pentecoste è la pienezza della Pasqua: essa celebra il dono dello Spirito, celebra ciò che Dio ha già operato in Gesù di Nazaret e invoca ciò che non ancora è, ovvero l’estensione universale e cosmica delle energie di vita e salvezza dispiegate da Dio nella resurrezione di Gesù. La Pentecoste è simultaneamente celebrazione e invocazione.
La prima lettura mostra lo Spirito nel suo aspetto di dono dall’alto che rende i discepoli capaci di comunicare le grandi azioni di Dio nelle lingue degli uomini tutti: lo Spirito è capacità di comunicazione che abilita la chiesa a raggiungere l’altro nelle sue capacità di ascolto e di ricezione, nella sua cultura e nei suoi linguaggi. Non dunque l’imposizione del proprio linguaggio a cui l’altro si deve piegare, ma l’apertura ai linguaggi e alle capacità comunicative dell’altro: lo Spirito è così all’origine di una missione che sia al contempo di inculturazione (per raggiungere l’altro là dove egli è) e di corrispettiva deculturazione (per non annunciare come vangelo ciò che è semplicemente cultura). La seconda lettura presenta i frutti dello Spirito: l’invisibile Spirito è riconoscibile dai frutti che produce nell’uomo che se ne lascia abitare. Lo Spirito opera il passaggio dell’uomo dall’essere una individualità biologica chiusa e autoreferenziale (a questo allude la “carne” di cui parla Paolo) all’apertura alla relazione con gli altri e con Dio. Così lo Spirito plasma il volto del credente a immagine del volto di Cristo guidandolo sulla strada della santità: frutto dello Spirito è l’uomo santo. Il vangelo rivela lo Spirito quale ispiratore della testimonianza dei cristiani nel mondo e quale “memoria” di Cristo nella storia.
Lo Spirito suscita la testimonianza cristiana in quanto memoria del Christus totus. Non solo delle sue parole, ma anche del suo non-detto: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per ora non siete in grado di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annunzierà le cose future” (Gv 16,12-13). C’è un non-detto, un silenzio di Cristo di cui si fa interprete nella storia lo Spirito. Che dunque è “memoria” di Cristo non in senso psicologico, ma rivelativo: lo Spirito rende presente e attualizza Cristo, cioè la pienezza della rivelazione di Dio che è parola e silenzio. Lo Spirito poi rende la chiesa capace di tradurre il vangelo nella storia. La vera riforma della chiesa non può che essere frutto dell’azione dello Spirito. E lo Spirito è all’origine di una riforma che non è biblicismo e adesione alla lettera della Scrittura, né astorico ritorno a forme, regole e norme di vita cristiana (e vita religiosa) giudicate più “pure”, più “rigorose”, ma fedeltà creativa al vangelo.
Lo Spirito, che articola e ordina nella chiesa comunità e persona, “tutti” e “ciascuno”, i doni e le funzioni che sorreggono e arricchiscono la chiesa stessa, ordina anche obbedienza e creatività, fedeltà e innovazione. E il principio della fedeltà non è nella ripetizione di forme del passato, ma nel futuro, nel Regno escatologico: “Egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Lo Spirito è ermeneuta del Cristo che è venuto e che verrà, è anticipazione del Regno futuro.
In quanto Paraclito (“Consolatore” recita la traduzione italiana), lo Spirito è consolazione, assistenza nella lotta che il credente deve affrontare nel mondo, difesa nel processo che il mondo stesso (la mondanità idolatrica) intenta contro di lui. Ma è anche la forza che consente al credente di portare il peso della parola di Dio nella storia: quelle parole di cui i discepoli non possono “per ora” portare il peso (Gv 16,12), potranno essere portate, dunque vissute e testimoniate, grazie allo Spirito santo che le renderà giogo non schiacciante, ma soave e leggero. Principio di profezia, lo Spirito rende sopportabile il peso delle esigenze della Parola a cui il profeta e la chiesa (ministra e serva della Parola, dunque chiamata a essere profetica), sono sottomessi per primi.

LUCIANO MANICARDI

Comunità di Bose

Benedetto XVI: Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori (2006)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061115_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 novembre 2006

Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.
Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiotità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio.  Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.
Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se  volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!
Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! -; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.
C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).

Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

Papa Giovanni Paolo II: (sullo Spirito Santo negli scritti paolini)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19901010_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 ottobre 1990

(sullo Spirito Santo negli scritti paolini)

1. Abbiamo visto nella catechesi precedente che la rivelazione dello Spirito Santo come Persona nell’unità trinitaria col Padre e col Figlio trova negli scritti paolini espressioni molto belle e suggestive. Continuiamo oggi ad attingere dalle Lettere di san Paolo altre variazioni su quest’unico motivo fondamentale. Esso ritorna spesso nei testi dell’apostolo, permeati di una fede viva e vivificante nell’azione dello Spirito Santo e nelle proprietà della sua Persona che, mediante l’azione, si rendono manifeste.
2. Una delle espressioni più elevate e più attraenti di questa fede, che sotto la penna di Paolo diventa comunicazione alla Chiesa di una verità rivelata, è quella della “inabitazione” dello Spirito Santo nei credenti, che sono il suo tempio. “Non sapete – egli apostrofa i Corinzi – che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3, 16). “Abitare” si dice normalmente di persone. Qui si tratta dell’“inabitazione” di una persona divina in persone umane. È un fatto di natura spirituale, un mistero di grazia e di amore eterno, che proprio per questo viene attribuito allo Spirito Santo. Tale inabitazione interiore influenza l’uomo intero, così com’è nella concretezza e nella totalità del suo essere, che l’apostolo più volte denomina “corpo”. Difatti anche in questo scritto, poco più oltre il passo citato, sembra incalzare i destinatari della sua Lettera con la stessa domanda: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6, 19). In questo testo il riferimento al “corpo” è quanto mai significativo circa il concetto paolino dell’azione dello Spirito Santo in tutto l’uomo!
Si spiega così e si capisce meglio l’altro testo della Lettera ai Romani sulla “vita secondo lo Spirito”. Leggiamo infatti: “Non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”. “E se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 9. 11).
Dunque l’irradiazione dell’inabitazione divina nell’uomo è estesa a tutto il suo essere, a tutta la sua vita, che si colloca in tutti i suoi elementi costitutivi e in tutte le sue esplicazioni operative sotto l’azione dello Spirito Santo: dello Spirito del Padre e del Figlio, e quindi anche di Cristo, Verbo incarnato. Questo Spirito, vivente nella Trinità, è presente in virtù della redenzione operata da Cristo in tutto l’uomo che si lascia “abitare” da lui, in tutta l’umanità che lo riconosce e lo accoglie.
3. Un’altra proprietà attribuita da san Paolo alla persona dello Spirito Santo è lo “scrutare” tutto, come scrive ai Corinzi: “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” (1 Cor 2, 10. 11).
Questo “scrutare” significa l’acutezza e la profondità della conoscenza che è propria della Divinità, nella quale lo Spirito Santo vive col Verbo-Figlio nell’unità della Trinità. Per questo è uno Spirito di luce, che è per l’uomo maestro di verità, come l’ha promesso Gesù Cristo (cf. Gv 14, 26).
4. Il suo “insegnamento” riguarda prima di tutto la realtà divina, il mistero di Dio in se stesso, ma anche le sue parole e i suoi doni all’uomo. Come scrive san Paolo: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2, 12). È una visione divina del mondo, della vita, della storia, quella che lo Spirito Santo dà ai credenti; un’“intelligenza di fede” che fa innalzare lo sguardo interiore ben al di sopra della dimensione umana e cosmica della realtà, per scoprire in tutto la proiezione dell’azione divina, l’attuazione del disegno della Provvidenza, il riflesso della gloria della Trinità.
Per questo la liturgia nell’antica sequenza della Messa per la festa della Pentecoste ci fa invocare: “Veni, Sancte Spiritus, et emitte coelitus lucis tuae radium . . . Vieni, Spirito Santo, e donaci un raggio della tua luce di cielo. Vieni, padre dei poveri, elargitore di doni, vieni, luce dei cuori . . .”.
5. Questo Spirito di luce dà anche agli uomini – specialmente agli apostoli e alla Chiesa – la capacità di insegnare le cose di Dio, come per un’espansione della sua stessa luce. “Di queste cose noi parliamo, – scrive Paolo – non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali”. È il discorso dell’apostolo, il discorso della Chiesa primitiva e della Chiesa di tutti i tempi, il discorso dei veri teologi e catechisti, che parlano di una sapienza che non è di questo mondo, di “una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 13. 6-7).
Una tale sapienza è un dono dello Spirito Santo, che occorre invocare per i maestri e predicatori di tutti i tempi: il dono di cui parla san Paolo nella stessa Lettera ai Corinzi: “A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza” (1 Cor 12, 8). Scienza, sapienza, forza della parola che penetra nelle intelligenze e nelle coscienze, luce interiore che mediante l’annuncio della verità divina irradia nell’uomo docile e attento la gloria della Trinità: tutto è dono dello Spirito Santo.
6. Lo Spirito, che “scruta anche le profondità di Dio” e “insegna” la sapienza divina, è anche Colui che “guida”. Leggiamo nella Lettera ai Romani: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”. Qui si tratta della “guida” interiore, che va alle radici stesse della “nuova creazione”: lo Spirito Santo fa sì che gli uomini vivano la vita dei figli della divina adozione. Per vivere in questo modo, lo spirito umano ha bisogno della consapevolezza della divina figliolanza. Ed ecco, “lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8, 14. 16). La testimonianza personale dello Spirito Santo è indispensabile perché l’uomo possa personalizzare nella sua vita il mistero innestato in lui da Dio stesso.
7. In questo modo lo Spirito Santo “viene in aiuto” alla nostra debolezza. Secondo l’apostolo, ciò avviene in modo particolare nella preghiera. Egli scrive infatti: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). Per Paolo, dunque, lo Spirito è l’artefice interiore dell’autentica preghiera. Egli, mediante il suo divino influsso, penetra dall’interno la preghiera umana, e la introduce nelle profondità di Dio.
Un’ultima espressione paolina in un certo modo comprende e sintetizza tutto ciò che abbiamo attinto finora da lui su questo tema. Eccola: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm 5, 5). Lo Spirito Santo è dunque Colui che “riversa” l’amore di Dio nei cuori umani in modo sovrabbondante, e fa sì che possiamo prendere parte a questo amore.
Da tutte queste espressioni, così frequenti e coerenti col linguaggio dell’apostolo delle Genti, ci è dato di conoscere meglio l’azione dello Spirito Santo e la persona stessa di Colui che agisce nell’uomo in modo divino. 

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