Archive pour la catégorie 'Lettera ai Corinti – seconda'

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2 Cor. 12,7-10) – IN MEDITARE CON PAOLO DI STANISLAO LYONNET

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo1.htm

STANISLAO LYONNET

MEDITARE CON PAOLO

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2 Cor. 12,7-10)

Una delle espressioni che più profondamente e con più sicurezza consentono di penetrare nell’anima di San Paolo è quella che si usa chiamare la magna charta dell’apostolo: Virtus in infirmitate perficitur. Queste parole rappresentano il vertice dell’intera pericope di 2 Cor. 12,7-10, nella quale l’Apostolo passa in rassegna le difficoltà che gli si frappongono sulla strada del suo ministero.
7 Affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca. 8 Tre volte riguardo a questo pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. 9 Ora, egli mi ha risposto: Ti basta la mia grazia, poiché la (mia) potenza si mostra appieno nella debolezza! Molto volentieri, adunque, mi glorierò nelle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo. 10 Per questo mi compiaccio delle (mie) debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo; perché quando son debole è ben allora che sono forte.
Qui di seguito dapprima esporremo brevemente il passo, e poi vedremo come le affermazioni di San Paolo ricevano luce da quanto sappiamo della sua vita, e come si inseriscono in una precisa linea di spiritualità biblica.
Siamo verso il 56-57. Paolo evoca in questa pagina alcune grazie mistiche, ricevute, dice, «or sono quattordici anni», dunque verso il 42-43, cioè poco prima dell’inizio del suo ministero apostolico (la sua prima missione ebbe inizio nel 45), grazie che probabilmente erano destinate, nel pensiero di Dio, a prepararlo alla sua missione ormai prossima. Ora, in connessione immediata con queste grazie, Paolo confida ai fedeli di Corinto di averne ricevuta un’altra non meno importante.
v.7 «Perciò, affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo (messaggero) di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca».
Una spina (scolops, stimulus). A che cosa allude San Paolo? Partendo dalla versione della Volgata (datus est mihi stimulus carnis meae, col genitivo) (1), molti latini hanno pensato che Paolo intendesse parlare di tentazioni contro la castità. Ma questa interpretazione non ha alcuna possibilità di essere vera.
Molti moderni, invece, riferendosi a una possibile interpretazione del passo di Gal. 4,13: «Sapete che vi annunziai il Vangelo la prima volta in occasione di una mia malattia», vedono volentieri in questa «spina» una malattia, probabilmente cronica, forse febbri malariche.
Ma piuttosto che appoggiarsi a un tale testo, che non ha relazione certa con il nostro, è metodo migliore consultare prima il contesto immediato del passo. Esso infatti ci fornisce qualche preziosa indicazione.
San Paolo aggiunge nello stesso v. 7 che questa spina è un messaggero di Satana, cioè qualcosa che egli considera come un ostacolo al suo apostolato. Satana è difatti colui che «toglie la parola dal cuore degli uomini per impedire che, credendo, si salvino» (Lc. 8,12). Di lui parla anche 1Tess. 2,18: «Infatti per una o due volte abbiamo determinato di venire da voi, ma Satana ce l’ha impedito»; e ancora 2 Cor. 4,4: «Il dio di questo mondo ha accecato le menti degli infedeli, perché non rifulga ad essi lo splendore del vangelo della gloria di Cristo…».
Nel v. 10 poi, Paolo sembra dare ogni chiarimento necessario, parlando, in termini generali, di «debolezze, oltraggi, necessità, persecuzioni, angustie» (non di malattia!). Sono tutte le sofferenze, le tribolazioni inerenti alla vita apostolica, delle quali ha parlato, per es., nel capitolo precedente (11,23-27): «Di più poi nei travagli, di più nelle prigioni; oltremodo di più sotto le battiture… in pericoli tra i falsi fratelli…». Notiamo la menzione delle persecuzioni (2).
Il v. 8 contiene la preghiera di Paolo: «Tre volte, riguardo a questo, pregai il Signore, perché lo allontanasse da me». Preghiera insistente, ripetuta «tre volte», come ha fatto il Signore al Getsemani, che mostra quanto Paolo ne soffrisse e come considerasse questa «spina» un grande ostacolo per il suo apostolato.
Al v. 9 abbiamo la risposta di Gesù: «Ora egli mi ha risposto: ‘Ti basta la mia grazia…’». Il Signore, implorato, sembra respingere la domanda dell’Apostolo. Invece in realtà la esaudisce. Paolo chiedeva che si allontanasse da lui questa spina, perché vedeva in essa un ostacolo al suo apostolato; orbene, ciò che Paolo credeva un ostacolo era in realtà la condizione più favorevole perché l’apostolato potesse aver il suo perfetto compimento. «Poiché – aggiunge il Signore – la mia potenza si mostra appieno nella debolezza»: la potenza di Dio non può dispiegare le sue virtualità, raggiungere tutti i suoi effetti, se non nella debolezza dell’uomo, dello strumento apostolico. È un paradosso evangelico, un aspetto della dottrina della fede. Perciò Paolo nel v. 9 continua: «Ben volentieri, adunque, io mi glorierò nella mia debolezza, affinché abiti in me la potenza di Cristo».
Mi glorierò» kauchesomai, cioè «riporrò tutta la mia fiducia nella mia debolezza».
«Affinché abiti in me la potenza di Cristo»; il verbo usato qui da Paolo, episkenoo, è lo stesso che indica la presenza della «gloria di Jahvé» sull’arca e, nel N. T., la presenza del Verbo di Dio sulla nostra terra: «E il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi» (Io. 1,14). L’Apostolo, conscio della sua debolezza, diventa come un’incarnazione della potenza di Cristo!
Si capisce allora come Paolo possa così continuare ( v. 10): «Per questo io mi compiaccio delle mie debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo, perché quando son debole è ben allora che sono forte».
Questo è il significato generale delle parole di San Paolo. Ma per poter penetrarne tutta la profondità non sarà inutile inserirle nella sua vita, la quale ne costituisce un commento straordinariamente significativo.
Di fatto, se Paolo ha formulato questa legge dell’apostolato con espressioni così vivide, così chiare, è forse perché Dio l’ha rivelato al suo Apostolo attraverso l’esperienza concreta. Prima di formularla Paolo l’ha vissuta. E non c’è da meravigliarsi che ne abbia fatto confidenza in una lettera ai Corinti, perché l’ha vissuta in modo particolare, ci sembra, proprio a Corinto, nella fondazione stessa di questa chiesa. Basta ricordare brevemente le circostanze di tale fondazione, quali sono riferite da San Luca in quel breviario della vita apostolica che sono gli Atti (16,11-18,11).
L’arrivo di Paolo a Corinto fu preceduto da una serie di scacchi dolorosi. Siamo durante il secondo viaggio missionario, verso il 50. Paolo, venendo dall’Asia Minore, ha per la prima volta messo piede sul suolo dell’Europa. Passato da Troade in Macedonia, ha predicato a Filippi, dove ha guarito una giovane schiava posseduta da uno «spirito pitone» che procurava molto guadagno ai suoi padroni, facendo l’indovina (16,16). Incarcerato insieme a Sila, suo compagno, e poi liberato e pregato di lasciare la città (16,40), giunse a Tessalonica, dove i Giudei avevano una sinagoga (17,1). Tutto comincia bene: non poche conversioni di Giudei e soprattutto di proseliti e di gentili…(17,4). Ma i Giudei, mossi da invidia, dice il testo, «presero alcuni pessimi uomini del volgo e provocarono un tumulto e misero a rumore la città… Non avendo trovato Paolo e Sila nella casa di Giasone, dove alloggiavano, trascinarono Giasone stesso ed alcuni fratelli davanti ai capi della città…» (v. 5).
Paolo deve approfittare della notte per fuggire di nuovo e cosi evitare ai fratelli altri incidenti.
A Berea (17,10) trovarono i Giudei «animati da sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica… Molti fra essi credettero…». Ma i Giudei di Tessalonica, inteso che ebbero il successo di Paolo, «si portarono pure colà e andavano agitando e sollevando le folle». Nuova partenza (17,13 s.) e arrivo, questa volta, ad Atene (17,15 ss.). Qui Paolo supera se stesso nel celebre discorso dell’Areopago (17,22-32), nel quale mostra un’abilità umana eccezionale, potendo far leva anche su circostanze favorevoli. «Percorrendo la vostra città – egli può dire – ho trovato un altare con questa iscrizione: A un dio ignoto. Quello che voi venerate senza conoscerlo, io lo annunzio a voi! …», e riferisce – caso unico! – anche un verso dei loro poeti (v. 28). Tutto inutile. L’insuccesso è quasi totale. Malgrado l’una o l’altra conversione, Paolo capisce che non c’è niente da fare e, per la prima volta, lascia la città di sua spontanea iniziativa (18,1).
Prende la via sacra che passa per Eleusi, dove evidentemente non si ferma, e raggiunge la città di Corinto, ricca, dedita ai commerci, cosmopolita e di pessima fama (18,1-5). Prende alloggio nel quartiere giudaico e ha la buona fortuna di incontrare due sposi già cristiani, giunti da poco dall’Italia, cacciati come Giudei dall’imperatore Claudio: Aquila e Priscilla.
«Siccome esercitavano il suo stesso mestiere, andò a stare con loro e si misero a lavorare insieme». Ogni sabato Paolo disputa nella sinagoga con i Giudei. Anzi (18,3), quando Sila e Timoteo portano i soccorsi dalla Macedonia, si dedica tutto alla predicazione (18,5). Ma ancora una volta urta contro un’opposizione inattesa.
A questo punto la serie degli insuccessi provoca in lui uno «choc». Ecco il testo: «Facendo essi opposizione e scagliando ingiurie, Paolo scosse le sue vesti e disse loro: Il vostro sangue ricada sul vostro capo. Io sono puro. D’ora in poi mi rivolgerò ai gentili» (18,6). Il gesto di scuotere le vesti Paolo l’aveva già fatto ad Antiochia (13,51), e lo ripeterà poi ad Efeso (20,26) in circostanze simili. Ma qui soltanto aggiunge al gesto parole di imprecazione: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo! ». Per lui, che scriverà ai Romani di provare, davanti all’incredulità di Israele, «una grande tristezza e un continuo dolore nel… cuore», e vorrebbe essere lui stesso «anatema dal Cristo» per i suoi «fratelli secondo la carne…» (Rom. 9,2-3), un tale grido è espressione di un animo quasi disperato, sul punto di abbandonare tutto: se i Giudei di Corinto non volevano sentir parlare di Gesù, che cosa si poteva aspettare dai pagani della città? Ma proprio nel crollo di ogni prospettiva umana interviene la grazia a dare all’ Apostolo abbattuto nuovo vigore.
Gli Atti raccontano che in queste circostanze Paolo, durante la notte, ebbe una visione del Signore, cioè di Gesù risorto; e Gesù gli disse: «Non temere, ma parla, e non tacere, perché io sono con te e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; parla, perché ho un popolo grande in questa città!» (18,9-10). Paolo allora, senza alcuna speranza umana, forte unicamente della fiducia in Dio, come Abramo, obbedisce alla voce del Signore. E Corinto sarà una delle chiese più fiorenti da lui fondate. «Ho un popolo grande in questa città ».
A conferma del racconto degli Atti sta una confidenza fatta da Paolo stesso ai Corinti, quando, evocando gli inizi della predicazione ai membri della futura comunità, dice: «Fratelli miei, quando venni da voi, non mi presentai ad annunziare la testimonianza di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza… Io stesso mi trovai fra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione, e il mio parlare, come la mia predicazione, non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma su una dimostrazione di spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio» (1Cor. 2,1-5). Queste parole hanno il loro degno commento in quelle che già abbiamo lette, e che potrebbero chiamarsi la magna charta dell’apostolato: «La mia potenza si mostra appieno nella debolezza»; «quando sono debole, è ben allora che sono forte»; «molto volentieri mi glorierò delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo».

Magna charta dell’apostolato. Di fatto non ci troviamo davanti al caso singolare di un apostolo, sia pure il più grande, San Paolo. Si tratta, in realtà, di una legge generale, insegnata attraverso tutta la Bibbia, legge di cui tutti i grandi servi tori di Dio – cioè coloro dei quali Dio ha voluto servirsi per operare la salvezza del mondo – hanno fatto l’esperienza.
Un esempio particolarmente chiaro è quello di Gedeone, nel libro dei Giudici, ossia dei «liberatori» o «salvatori» d’Israele. Il popolo di Dio è arrivato, finalmente, nella terra promessa, ma questa terra è da conquistare, e sembra che gli Ebrei abbiano ottenuto da Dio le prime vittorie solo per esser più sicuramente preda dei loro nemici. Anzi in questo preciso momento essi sono in balia dei Madianiti, così che «dovevano scavarsi spelonche, antri e fortezze sui monti» (Giud. 6,2). Israele invoca il soccorso di Dio, che invia il suo angelo a Gedeone. Il dialogo fra il messo divino e Gedeone non manca di drammaticità. «Il Signore è con te, prode campione!… – Ahimè, Signore mio, se veramente il Signore è con noi, come mai siamo colpiti da tanti mali? dove sono tutti i suoi prodigi, che i nostri padri ci narrano? Ora, invece, ci ha abbandonati e dati nelle mani di Madian. Allora il Signore lo guardò e disse: Orsù, con la forza che ti comunico libera Israele dai Madianiti! – Rispose Gedeone: Di grazia, Signore, con che mezzo potrò io mai liberare Israele? Ecco, la mia famiglia è la infima di Manasse ed io il più piccolo della casa di mio padre! – … Io sarò con te e tu abbatterai Madian come se fosse un sol uomo» (Giud.6,12-I6). Gedeone obbedisce, percorre le tribù di Israele e raduna quanti più può. Un buon numero: 32 mila! Veramente il Signore era con lui. Pieno di fiducia, «levatosi di buon mattino con tutti i suoi uomini, pose gli accampamenti contro i Madianiti. Allora il Signore disse a Gedeone: Troppa gente è con te, perché io possa dare Madian in tuo potere. Israele si glorierebbe contro di me, dicendo: È stato il mio valore che mi ha salvato!» (Giud.7,2). Questo sfoggio di potenza è un ostacolo da eliminare. Ecco allora la progressiva e drastica riduzione del numero degli armati. «Da’ questo ordine: Chiunque è timoroso ed ha paura, si ritiri e torni indietro. Se ne ritirarono allora 22 mila e ne rimasero solo 10 mila… La gente è ancora troppa! …»(7,3-4). Di riduzione in riduzione, il numero scende a 300. «Con questi uomini, io vi libererò e darò Madian nelle tue mani…» (7,7). Se la potenza dell’esercito era un ostacolo, la debolezza umana è ora una condizione favorevole, anzi necessaria, per il buon successo.
La stessa legge si applica al caso di David, prima alla sua chiamata (1 Sam. 16,1.6.11), poi al combattimento con Golia, quando il giovanetto grida all’avversario: «Tu vieni a me armato di spada, di lancia e di giavellotto, io vengo a te nel nome del Signore, che tu hai sfidato» (1 Sam. 17,45). Gli esempi sono innumerevoli. Basta ricordare, nel vangelo, il racconto della vocazione degli Apostoli al tempo della pesca miracolosa: «Abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla» (Lc. 5,5), esclama Pietro. Ebbene, proprio adesso vi trovate nelle condizioni favorevoli di strumenti di Dio. D’ora innanzi sarete «pescatori d’uomini».
Di fatto, la prima applicazione che, scrivendo ai Corinti, San Paolo fa di questa legge della «potenza di Dio nella debolezza dell’uomo» è proprio alla vocazione stessa dei cristiani: «Quello che per il mondo è debole, Iddio lo scelse per confondere quello che è forte» (1 Cor. 1,27). Dio sceglie gli strumenti umanamente meno capaci o che si credono tali: Gedeone, David, coloro a cui gli uomini non pensavano. Cosi i dodici apostoli: tra i Giudei erano gli ultimi da scegliere per convertire dei compagni che detestavano e dai quali erano detestati! Perciò solo poco a poco riuscirono a capire di essere veramente mandati ai gentili (cfr. le esitazioni di Pietro in Atti 10).
Ma Paolo, lui, non era forse strumento perfettamente preparato anche sotto il profilo umano? Si. Però dobbiamo prima notare che si riteneva preparato per la conversione dei Giudei, non dei pagani. Lo mostra il fatto accaduto dopo la sua conversione, di cui egli stesso fa confidenza nel discorso ai Giudei di Gerusalemme: «Tornato a Gerusalemme, mentre stavo pregando nel tempio, fui rapito in estasi e vidi il Signore che mi diceva: Affrettati a partire da Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza a mio riguardo. E io risposi: Signore, loro stessi sanno che io facevo mettere in prigione e battere con verghe nelle sinagoghe quelli che credevano in te… Ma egli mi replicò: Va’, io ti invierò lontano, alle nazioni» (Atti 22, 17-21). Soprattutto le capacità umane di Paolo furono continuamente ostacolate da queste necessità, angustie, persecuzioni di cui parla cosi spesso. Sembra che egli abbia esperimentato la sua debolezza radicale, la sua impotenza, proprio attraverso questi ostacoli, suscitati sulla sua strada sin dall’inizio (cfr. 2 Cor. 11,24-27): ostacoli «da parte dei Giudei», che impedivano la sua predicazione ai gentili, come abbiamo visto, e che lo faranno arrestare a Gerusalemme; ostacoli, anche, «da parte dei pagani». Ricordiamo il procuratore Felice, che lo tiene due anni in carcere a Cesarea, nella speranza di averne del denaro: «perciò lo mandava spesso a chiamare» (Atti 24,26). Ostacoli, in modo particolare, da parte dei «fratelli», di coloro cioè che avrebbero dovuto aiutarlo. Sono i cristiani di origine giudaica, anzi «predicatori», che accusano Paolo di predicare un cristianesimo edulcorato, infedele alla rivelazione di Dio nell’Antico Testamento.
Il Signore permise che Paolo incontrasse questi avversari sin dagli inizi del suo ministero, ad Antiochia di Siria, donde deve salire a Gerusalemme per difendersi davanti agli Apostoli (Atti 15,1-2; cfr. Gal. 2,1.12), durante tutta la sua vita fino all’ultima tappa della seconda prigionia romana.
Così, per esempio, in Galazia è presentato come uno che cerca di piacere agli uomini e perciò annacqua il vangelo autentico, come un apostolo di secondo grado, che non aveva conosciuto il Cristo (Gal. 1,20; 2,6). A Corinto è accusato di dubbio versatilismo, arroganza e superbia (2 Cor. 1; 3,1); e i suoi avversari cristiani hanno talmente staccato la comunità dal suo Apostolo, che, non osando ritornarvi per paura di non essere ricevuto, manda avanti Tito per informarsi della situazione! A Gerusalemme teme che la comunità non accetti la colletta delle chiese della gentilità, raccolta con tanta cura e tanta fatica: perciò domanda ai Romani di pregare «affinché il soccorso che porta a Gerusalemme sia gradito ai santi» (Rom. 15,31). Ed il timore non era senza fondamento come prova l’accoglienza che riceve dalla comunità secondo la testimonianza stessa degli Atti: «Tu vedi, o fratello, le migliaia di Giudei che hanno creduto, e tutti sono zelanti della legge. Ora, sono venuti a sapere che tu insegni a tutti i Giudei che si trovano in mezzo ai gentili, di separarsi da Mosè, dicendo ad essi di non far circoncidere i loro figli e di non seguire le consuetudini. Che cosa, dunque, fare?» (Atti 21,20-21). Anzi la stessa opposizione lo segue a Roma – se, come si suppone generalmente, la lettera ai Filippesi è stata mandata da Roma: «Alcuni predicano il Vangelo per una certa invidia e per spirito di contesa… spinti da spirito di parte, per motivi non retti, immaginandosi di aggiungere sofferenze alle mie catene» (Fil. 1,15-17). In ogni caso, a Roma i suoi avversari hanno così ben lavorato, che, quando l’Apostolo vi fu per la seconda volta prigioniero, non sembra esser stato assistito quasi da nessun0 (3). Basta leggere la commovente 2Tim., scritta, forse, qualche settimana prima del suo martirio e a ragione chiamata «il testamento spirituale di San Paolo»: «Tu sai come tutti quelli che sono dell’Asia mi hanno abbandonato…» (1,15) «Affrettati a venire da me al più presto, perché Demas mi ha abbandonato per amore di questo mondo e se n’è andato a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Soltanto Luca è con me… Alessandro, il ramaio, mi ha fatto molto male… Guardati anche tu da lui, perché si è opposto molto vivamente alla nostra parola. Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito: che ciò non venga loro imputato! Mi ha però assistito il Signore e mi ha dato forza, affinché la predicazione per mezzo mio fosse compiuta e venisse ascoltata da tutti i gentili; ed io sono stato liberato dalle fauci del leone. Il Signore mi libererà da ogni opera cattiva e mi conserverà per il suo regno celeste. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen!» (4,9-18).
Mai, forse, nella sua vita 1′Apostolo si è sentito così isolato, così solo; mai, forse, ha esperimentato fino a questo punto il senso di debolezza, di impotenza. E il Signore gli permette di offrire, di fronte a tutti i gentili in questo tribunale romano, un’ultima, suprema e solenne testimonianza! Meglio, una penultima testimonianza, perché l’ultima, la suprema, sarà il suo martirio stesso, quando la spada del carnefice lo unirà per sempre al suo Signore (Cfr. Rom. 8, 35). Allora ancora una volta esperimenterà fino a qual punto «la potenza si mostra appieno nella debolezza».

[1]. Il testo greco ha invece il dativo te sarki senza l’aggettivo possessivo.
[2]. V. anche 1 Cor.4,9-13.
[3]. V. A. PENNA, Le due prigionie romane di San Paolo in «Rivista Biblica» 9 (1961) pp. 193-208 (specie p. 204).

«Da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,7.9.13-15) – di Enzo Bianchi

http://www.stpauls.it/vita00/0798vp/0798vp31.htm

«Da ricco che era, si è fatto povero»

(2Cor 8,7.9.13-15)

di ENZO BIANCHI

«Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi dalla sua povertà» (2 Corinzi 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: un Dio che si fa uomo, soffre e muore; ma Dio lo risuscita. Pure il cristiano non è di questo mondo, per cui non vuole possederlo, ma salvarlo.
L’Evangelo pone chiunque voglia diventare discepolo di Cristo di fronte alle esigenze radicali contenute nelle parole rivolte da Gesù alle folle: «Se qualcuno vuol venite dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Solo alla luce del primato di Cristo, dell’amore preferenziale per il Signore, la radicalità prende il suo senso, ed è all’interno di questa relazione di fede e di amore con il Signore Gesù che si impone al credente un giudizio sui beni del mondo e sul loro uso. Chi infatti, quale servo, vuole essere là dove si trova anche il suo Signore (cf Gv 12,26), non può esimersi dall’entrare nel regime della povertà che è dimensione cristologica: «Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Qui è la fonte dello « scandalo » ineludibile della povertà: nello « scandalo » stesso dell’incarnazione.
La povertà evangelica appare allora non un « consiglio » o un « valore », ma piuttosto uno « spazio », una « dimensione » della fede intesa come adesione al Signore Gesù: solo i poveri sanno infatti riconoscere il loro bisogno di salvezza e accogliere l’Evangelo come buona notizia. La povertà è dunque per il cristiano « luogo di salvezza », esigenza inscindibilmente connessa alla vocazione battesimale; nel battesimo infatti il credente « riveste » Cristo, rinunciando all’uomo vecchio e immergendosi totalmente nella spoliazione stessa vissuta dal suo Signore. Così inizia un cammino di sequela improntato all’agape, all’amore. Non a caso già l’antica esegesi giudaica aveva interpretato il comandamento di amare Dio «con tutte le forze» (cf Dt 6,5; Mc 12,30) nel senso di amarlo « con tutti i beni », cioè nella disponibilità ad abbandonare tutte le ricchezze.
Può sorprenderci, scandalizzarci appunto, l’insistenza con cui il NT mette in guardia contro l’ostacolo che la ricchezza rappresenta sulla via della sequela del Signore e dunque della salvezza. La ricchezza tende infatti a occupare il cuore dell’uomo e a divenire un idolo, e allora l’Evangelo è netto: siccome «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), di conseguenza «non potete servire a Dio e a Mammona» (Mt 6,24). È vero che mai l’Evangelo pone la rinuncia radicale a tutti i beni come condizione necessaria per la salvezza, ma se tanto insiste sul pericolo insito nelle ricchezze è perché esse finiscono per falsare la verità dell’uomo e del suo rapporto con Dio. La povertà che l’Evangelo richiede al cristiano non è dunque tanto un obbligo a lasciare una quantità considerevole di cose, quanto piuttosto un appello affinché l’uomo ritrovi il mistero della propria povertà radicale, ontologica, affinché riscopra in cosa consista la propria verità: l’uomo è povero, è bisognoso! È questo che ci scandalizza: la nostra dipendenza da Dio e l’interdipendenza nella compagnia umana.
Proprio l’ascolto della parola di Dio esige e plasma al tempo stesso una Chiesa povera e di poveri e non si risolve nell’assolutizzazione dell’imperativo etico dell’azione per i poveri, i lontani, gli ultimi, identificati con « gli altri » verso i quali ci si muove con un assistenzialismo paternalista. L’amore per il prossimo in cui si sintetizza tutta la Scrittura (cf Rm 13,8-10; Gal 5,14; Gc 2,8) non può dunque essere sganciato dalla percezione della propria radicale povertà e debolezza, dal proprio personale bisogno di salvezza illuminato da una lettura della Scrittura « in povertà di spirito ».
Così, al pari dello « scandalo » della croce, di un Dio che muore di una morte ignominiosa, lo scandalo della povertà di Cristo e dei suoi discepoli, riconosciuto, assunto e accettato su di sé può far cessare l’altro aspetto « scandaloso » della ripartizione delle ricchezze, il mancato perseguimento dell’ideale biblico: «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). L’istanza della povertà è allora esigenza evangelica che implica l’attivo coinvolgimento della responsabilità e della creatività obbediente dell’uomo. Essa si configura non come una legge, ma come un evento in cui compito dell’uomo è l’obbedienza alla parola di Dio e all’esempio di Gesù, il povero per eccellenza, e la docile sottomissione all’azione dello Spirito. Nell’incontro tra una libertà personale e il Signore emergerà la forma concreta della povertà, non prestabilita e sempre in divenire, che deve però riguardare tanto la vita del singolo quanto quella delle comunità, delle Chiese, e che deve conoscere l’apertura alla dinamica della condivisione e la disponibilità a un abbandono anche radicale dei beni.
Così il radicalismo dei testi evangelici che parlano della povertà come esigenza del discepolato («Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo», Lc 14,27), che narrano la comunione dei beni nella Chiesa primitiva («I credenti tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno», At 2,44; cf At 4,32.34-35), che prospettano la radicale precarietà e assenza di umana sicurezza della missione («Non prendete nulla per la via, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, e non dovete avere due tuniche», Lc 9,3), restano come una perenne fonte di ispirazione per i cristiani e le Chiese di tutti i tempi. Così come l’esigenza evangelica della povertà resta come pungolo per Chiese spesso ricche, come spina nella carne per cristiani pienamente partecipi dell’opulenza delle società in cui vivono.
C’è da chiedersi se non sia blasfemo, oltre che menzognero, parlare di « povertà » a partire da tali condizioni, che sono quelle del mondo occidentale in cui viviamo, in cui ogni bisogno può essere immediatamente soddisfatto. C’è da chiedersi se il nostro discorrere di povertà non cada sotto il giudizio dell’amara e tagliente immagine utilizzata da Kierkegaard: «Nella splendida chiesa del castello si presenta un pomposo predicatore di corte, l’eletto del pubblico colto, e davanti a una schiera di aristocratici e intellettuali, commenta con unzione queste parole dell’Apostolo: « Dio ha scelto le cose umili e spregevoli » (1 Cor 1,28). E a nessuno viene da ridere!».

Enzo Bianchi

PAPA BENEDETTO: « L’UNIONE CON DIO NON ALLONTANA DAL MONDO » (su Paolo 2Cor, la « spina nella carne »)

http://www.zenit.org/article-31184?l=italian

« L’UNIONE CON DIO NON ALLONTANA DAL MONDO »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 13 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta oggi da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina in piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
l’incontro quotidiano con il Signore e la frequenza ai Sacramenti permettono di aprire la nostra mente e il nostro cuore alla sua presenza, alle sue parole, alla sua azione. La preghiera non è solamente il respiro dell’anima, ma, per usare un’immagine, è anche l’oasi di pace in cui possiamo attingere l’acqua che alimenta la nostra vita spirituale e trasforma la nostra esistenza. E Dio ci attira verso di sé, ci fa salire il monte della santità, perché siamo sempre più vicini a Lui, offrendoci lungo il cammino luci e consolazioni. Questa è l’esperienza personale a cui san Paolo fa riferimento nel capitolo 12 della Seconda Lettera ai Corinzi, sul quale desidero soffermarmi oggi. Di fronte a chi contestava la legittimità del suo apostolato, egli non elenca tanto le comunità che ha fondato, i chilometri che ha percorso; non si limita a ricordare le difficoltà e le opposizioni che ha affrontato per annunciare il Vangelo, ma indica il suo rapporto con il Signore, un rapporto così intenso da essere caratterizzato anche da momenti di estasi, di contemplazione profonda (cfr 2 Cor 12,1); quindi non si vanta di ciò che ha fatto lui, della sua forza, delle sua attività e successi, ma si vanta dell’azione che ha fatto Dio in lui e tramite lui. Con grande pudore egli racconta, infatti, il momento in cui visse l’esperienza particolare di essere rapito sino al cielo di Dio. Egli ricorda che quattordici anni prima dall’invio della Lettera «fu rapito – così dice – fino al terzo cielo» (v. 2). Con il linguaggio e i modi di chi racconta ciò che non si può raccontare, san Paolo parla di quel fatto addirittura in terza persona; afferma che un uomo fu rapito nel «giardino» di Dio, in paradiso. La contemplazione è così profonda e intensa che l’Apostolo non ricorda neppure i contenuti della rivelazione ricevuta, ma ha ben presenti la data e le circostanze in cui il Signore lo ha afferrato in modo così totale, lo ha attirato a sé, come aveva fatto sulla strada di Damasco al momento della sua conversione (cfr Fil 3,12).
San Paolo continua dicendo che proprio per non montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni ricevute, egli porta in sé una «spina» (2 Cor 12,7), una sofferenza, e supplica con forza il Risorto di essere liberato dall’inviato del Maligno, da questa spina dolorosa nella carne. Per tre volte – riferisce – ha pregato insistentemente il Signore di allontanare questa prova. Ed è in questa situazione che, nella contemplazione profonda di Dio, durante la quale «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (v. 4), riceve risposta alla sua supplica. Il Risorto gli rivolge una parola chiara e rassicurante: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (v. 9).
Il commento di Paolo a queste parole può lasciare stupiti, ma rivela come egli abbia compreso che cosa significa essere veramente apostolo del Vangelo. Esclama, infatti così: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (vv. 9b-10), cioè non si vanta delle sue azioni, ma dell’attività di Cristo che agisce proprio nella sua debolezza. Soffermiamoci ancora un momento su questo fatto avvenuto durante gli anni in cui san Paolo visse in silenzio e in contemplazione, prima di iniziare a percorrere l’Occidente per annunciare Cristo, perché questo atteggiamento di profonda umiltà e fiducia di fronte al manifestarsi di Dio è fondamentale anche per la nostra preghiera e per la nostra vita, per la nostra relazione a Dio e alle nostre debolezze.
Anzitutto, di quali debolezze parla l’Apostolo? Che cosa è questa «spina» nella carne? Non lo sappiamo e non lo dice, ma il suo atteggiamento fa comprendere che ogni difficoltà nella sequela di Cristo e nella testimonianza del suo Vangelo può essere superata aprendosi con fiducia all’azione del Signore. San Paolo è ben consapevole di essere un «servo inutile» (Lc 17,10) – non è lui che ha fatto le cose grandi, è il Signore – , un «vaso di creta» (2 Cor 4,7), in cui Dio pone la ricchezza e la potenza della sua Grazia. In questo momento di intensa preghiera contemplativa, san Paolo comprende con chiarezza come affrontare e vivere ogni evento, soprattutto la sofferenza, la difficoltà, la persecuzione: nel momento in cui si sperimenta la propria debolezza, si manifesta la potenza di Dio, che non abbandona, non lascia soli, ma diventa sostegno e forza. Certo, Paolo avrebbe preferito essere liberato da questa «spina», da questa sofferenza; ma Dio dice: «No, questo è necessario per te. Avrai sufficiente grazia per resistere e per fare quanto deve essere fatto. Questo vale anche per noi. Il Signore non ci libera dai mali, ma ci aiuta a maturare nelle sofferenze, nelle difficoltà, nelle persecuzioni. La fede, quindi, ci dice che, se rimaniamo in Dio, «se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, ci sono tante difficoltà, quello interiore invece si rinnova, matura di giorno in giorno proprio nelle prove» (cfr v. 16). L’Apostolo comunica ai cristiani di Corinto e anche a noi che «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (v. 17) In realtà, umanamente parlando, non era leggero il peso delle difficoltà, era gravissimo; ma in confronto con l’amore di Dio, con la grandezza dell’essere amato da Dio, appare leggero, sapendo che la quantità della gloria sarà smisurata. Quindi, nella misura in cui cresce la nostra unione con il Signore e si fa intensa la nostra preghiera, anche noi andiamo all’essenziale e comprendiamo che non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre capacità che realizza il Regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza all’incarico. Dobbiamo, quindi, avere l’umiltà di non confidare semplicemente in noi stessi, ma di lavorare, con l’aiuto del Signore, nella vigna del Signore, affidandoci a Lui come fragili «vasi di creta».
San Paolo riferisce di due particolari rivelazioni che hanno cambiato radicalmente la sua vita. La prima – lo sappiamo – è la domanda sconvolgente sulla strada di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4), domanda che lo ha portato a scoprire e incontrare Cristo vivo e presente, e a sentire la sua chiamata ad essere apostolo del Vangelo. La seconda sono le parole che il Signore gli ha rivolto nell’esperienza di preghiera contemplativa su cui stiamo riflettendo: «Ti basta la mia grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Solo la fede, il confidare nell’azione di Dio, nella bontà di Dio che non ci abbandona, è la garanzia di non lavorare invano. Così la Grazia del Signore è stata la forza che ha accompagnato san Paolo nelle immani fatiche per diffondere il Vangelo e il suo cuore è entrato nel cuore di Cristo, diventando capace di condurre gli altri verso Colui che è morto ed è risorto per noi.
Nella preghiera noi apriamo, quindi, il nostro animo al Signore affinché Egli venga ad abitare la nostra debolezza, trasformandola in forza per il Vangelo. Ed è ricco di significato anche il verbo greco con cui Paolo descrive questo dimorare del Signore nella sua fragile umanità; usa episkenoo, che potremmo rendere con «porre la propria tenda». Il Signore continua a porre la sua tenda in noi, in mezzo a noi: è il Mistero dell’Incarnazione. Lo stesso Verbo divino, che è venuto a dimorare nella nostra umanità, vuole abitare in noi, piantare in noi la sua tenda, per illuminare e trasformare la nostra vita e il mondo.
L’intensa contemplazione di Dio sperimentata da san Paolo richiama quella dei discepoli sul monte Tabor, quando, vedendo Gesù trasfigurarsi e risplendere di luce, Pietro gli disse: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mc 9,5). «Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati» aggiunge san Marco (v. 6). Contemplare il Signore è, allo stesso tempo, affascinante e tremendo: affascinante perché Egli ci attira a sé e rapisce il nostro cuore verso l’alto, portandolo alla sua altezza dove sperimentiamo la pace, la bellezza del suo amore; tremendo perché mette a nudo la nostra debolezza umana, la nostra inadeguatezza, la fatica di vincere il Maligno che insidia la nostra vita, quella spina conficcata anche nella nostra carne. Nella preghiera, nella contemplazione quotidiana del Signore, noi riceviamo la forza dell’amore di Dio e sentiamo che sono vere le parole di san Paolo ai cristiani di Roma, dove ha scritto: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).
In un mondo in cui rischiamo di confidare solamente sull’efficienza e la potenza dei mezzi umani, in questo mondo siamo chiamati a riscoprire e testimoniare la potenza di Dio che si comunica nella preghiera, con la quale cresciamo ogni giorno nel conformare la nostra vita a quella di Cristo, il quale – come afferma – «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio» (2 Cor 13,4).
Cari amici, nel secolo scorso, Albert Schweitzer, teologo protestante e premio Nobel per la pace, affermava che «Paolo è un mistico e nient’altro che un mistico», cioè un uomo veramente innamorato di Cristo e così unito a Lui, da poter dire: Cristo vive in me. La mistica di san Paolo non si fonda soltanto sugli eventi eccezionali da lui vissuti, ma anche sul quotidiano e intenso rapporto con il Signore che lo ha sempre sostenuto con la sua Grazia. La mistica non lo ha allontanato dalla realtà, al contrario gli ha dato la forza di vivere ogni giorno per Cristo e di costruire la Chiesa fino alla fine del mondo di quel tempo. L’unione con Dio non allontana dal mondo, ma ci dà la forza di rimanere realmente nel modo, di fare quanto si deve fare nel mondo. Anche nella nostra vita di preghiera possiamo, quindi, avere momenti di particolare intensità, forse, in cui sentiamo più viva la presenza del Signore, ma è importante la costanza, la fedeltà del rapporto con Dio, soprattutto nelle situazioni di aridità, di difficoltà, di sofferenza, di apparente assenza di Dio. Soltanto se siamo afferrati dall’amore di Cristo, saremo in grado di affrontare ogni avversità come Paolo, convinti che tutto possiamo in Colui che ci dà la forza (cfr Fil 4,13). Quindi, quanto più diamo spazio alla preghiera, tanto più vedremo che la nostra vita si trasformerà e sarà animata dalla forza concreta dell’amore di Dio. Così avvenne, ad esempio, per la beata Madre Teresa di Calcutta, che nella contemplazione di Gesù e proprio anche in tempi di lunga aridità trovava la ragione ultima e la forza incredibile per riconoscerlo nei poveri e negli abbandonati, nonostante la sua fragile figura. La contemplazione di Cristo nella nostra vita non ci estranea – come ho già detto – dalla realtà, bensì ci rende ancora più partecipi delle vicende umane, perché il Signore, attirandoci a sé nella preghiera, ci permette di farci presenti e prossimi ad ogni fratello nel suo amore. Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo ora il mio saluto cordiale ai pellegrini di lingua italiana; in particolare, ai sacerdoti della Diocesi di Treviso, come pure a quelli della diocesi di Tortona che festeggiano il 40° anniversario di Ordinazione presbiterale e, mentre assicuro un particolare ricordo nella preghiera, auspico per ciascuno una rinnovata effusione di favori celesti, perché siano rafforzati i loro generosi propositi di fedeltà alla chiamata del Signore. Saluto i Legionari di Cristo che si apprestano a trascorrere un periodo di esperienza pastorale, ed incoraggio ciascuno a vivere questa tappa del cammino formativo come momento di grazia e di generosa disponibilità.
Saluto, infine, i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Cari giovani, per molti vostri coetanei sono già iniziate le vacanze, mentre per altri questo è tempo di esami. Vi aiuti il Signore a vivere questo periodo con serenità, sperimentando la sua costante protezione. Invito voi, cari ammalati, a trovare conforto nel Signore, che continua la sua opera di redenzione grazie anche alla vostra sofferenza. E voi, cari sposi novelli, possiate scoprire il mistero di Dio che si dona per la salvezza di tutti, affinché il vostro amore sia sempre più vero, duraturo ed accogliente.
[Al termine dell'Udienza, il Pontefice ha lanciato anche il seguente appello:]
Rivolgo ora il mio affettuoso pensiero e il mio benedicente saluto alla Chiesa in Irlanda, dove a Dublino, alla presenza del Cardinale Marc Oullet, mio Legato, si svolge il 50° Congresso Eucaristico Internazionale sul tema: «L’Eucaristia: Comunione con Cristo e tra di noi». Numerosi Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici provenienti dai diversi Continenti prendono parte a questo importante evento ecclesiale.
È una preziosa occasione per riaffermare la centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa. Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’Altare con il supremo Sacrificio di amore della Croce si dona a noi, si fa nostro cibo per assimilarci a Lui, per farci entrare in comunione con Lui. E attraverso questa comunione siamo uniti anche tra di noi, diventiamo una cosa sola in Lui, membra gli uni degli altri.
Vorrei invitarvi ad unirvi spiritualmente ai cristiani di Irlanda e del mondo, pregando per i lavori del Congresso, perché l’Eucaristia sia sempre il cuore pulsante della vita di tutta la Chiesa.

Commento alla seconda lettura: 2cor 1,19-20

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/4406.html

Omelia (10-06-2003)

Eremo San Biagio

Commento su 2cor 1,19-20

Dalla Parola del giorno
Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi io, Silvano e Timoteo, non fu « sì » e « no », ma in lui c’è stato il « sì ». E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute « sì ». Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro « Amen » per la sua gloria.

Come vivere questa Parola?
Paolo dice ai Corinzi che il suo rivolgersi a loro è stato in nome del Dio fedele, facendo loro conoscere quel Gesù in cui le promesse del Padre sono diventate un vivente « sì » di AMORE per l’uomo. Tutta la vita di Cristo infatti è un « sì », continuo e pieno, alla volontà del Padre: senza indugi, senza malumori, senza « giocare » a riprendere, nel « no » quello che risulta troppo costoso nel « sì ». Gesù ha dato l’esempio. È il « sì » per eccellenza. Il « sì » anche nella morte di croce. È il « sì » radioso nella risurrezione. In Lui, dunque, col sigillo della potenza del Padre, l’unzione (ricordi il fluire dolce dell’olio sulle ferite?) e la caparra dell’eredità da parte dello Spirito Santo, com’è bello pensare che anche la nostra vita può trasformarsi nel « canto fermo » dell’AMEN. Esso infatti è un « sì » senza reticenze a tutto il fluire dell’Amore di Dio nei nostri riguardi. AMEN-SÌ a ogni giorno che tu mi dai da vivere. AMEN-SÌ alle piccole o grandi gioie del mio quotidiano. AMEN-SÌ alla preghiera quando è facile e quando è arida. AMEN-SÌ alla relazionalità con fratelli e sorelle, familiari e amici. AMEN-SÌ quando questo ordito importantissimo di relazioni non presenta « nodi » e quando inciampo in durezze, in difficoltà, malintesi miei e degli altri. AMEN-SÌ allo Spirito Santo che mi coinvolge nel mistero pasquale di Gesù.

Oggi, nel mio rientro al cuore, chiedo allo Spirito Santo che sostenga e rinvigorisca in me il « sì » di Gesù al Padre. Che io lasci perdere i vari « no » che tentano di arrestarmi nel cammino spirituale.

O Spirito d’amore che abiti in me, irrobustisci la mia interiorità perché ogni mia energia d’amore, purificata dai « no » egoici, diventi il canto fermo del mio sì a Dio, fino alla vita eterna.

La voce del Santo Curato d’Ars
Se vogliamo testimoniare al buon Dio che lo amiamo, bisogna compiere la sua santa volontà.
Giovanni Maria Vianney

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 18 février, 2012 |Pas de commentaires »

19 FEBBRAIO 2012 – VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

19 FEBBRAIO 2012 – VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B07page.htm

Seconda Lettura  2 Cor 1, 18-22
Gesù non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.
È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Capitoli sulla carità» di san Massimo Confessore, abate
(Centuria 1, c. 1, 45. 16-17. 23-24. 26-28. 30-40; PG 90, 962-967)

Senza carità tutto è vanità delle vanità
La carità è la migliore disposizione dell’animo, che nulla preferisce alla conoscenza di Dio. Nessuno tuttavia potrebbe mai raggiungere tale disposizione di carità, se nel suo animo fosse esclusivamente legato alle cose terrene.
Chi ama Dio, antepone la conoscenza e la scienza di lui a tutte le cose create, e ricorre continuamente a lui con il desiderio e con l’amore dell’animo.
Tutte le cose che esistono hanno Dio per autore e fine ultimo. Dio è di gran lunga più nobile di quelle cose che egli stesso ha fatto come creatore. Perciò colui che abbandona Dio, l’Altissimo, e si lascia attirare dalle realtà create dimostra di stimare l’artefice di tutto molto meno delle cose stesse, che da lui sono fatte.
Chi mi ama, dice il Signore, osserverà i miei comandamenti (cfr. Gv 14, 15). E aggiunge «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15, 17). Perciò chi non ama il prossimo, non osserva i comandamenti di Dio, e chi non osserva i comandamenti non può neppure dire di amare il Signore.
Beato l’uomo che è capace di amare ugualmente ogni uomo. Chi ama Dio, ama totalmente anche il prossimo, e chi ha una tale disposizione non si affanna ad accumulare denaro, tutto per sé, ma pensa anche a coloro che ne hanno bisogno.
Ad imitazione di Dio fa elemosine al buono e al cattivo, al giusto e all’ingiusto. Davanti alle necessità degli altri non conosce discriminazione, ma distribuisce ugualmente a tutti secondo il bisogno. Né tuttavia si può dire che compie ingiustizia se a premio del bene antepone al malvagio colui che si distingue per virtù e operosità.
L’amore caritatevole non si manifesta solo nell’elargizione di denaro, ma anche, e molto di più, nell’insegnamento della divina dottrina e nel compimento delle opere di misericordia corporale.
Colui che, sordo ai richiami della vanità, si dedica con purezza di intenzione al servizio del prossimo, si libera da ogni passione e da ogni vizio e diventa partecipe dell’amore e della scienza divina.
Chi possiede dentro di sé l’amore divino, non si stanca e non viene mai meno nel seguire il Signore Dio suo, ma sopporta con animo forte ogni sacrificio e ingiuria e offesa, non augurando affatto il male a nessuno. Non dite, esclama il profeta Geremia, siamo tempio di Dio (cfr. Ger 7, 4). E neppure direte: La semplice e sola fede nel Signore nostro Gesù Cristo mi può procurare la salvezza. Questo infatti non può avvenire se non ti sarai procurato anche l’amore verso di lui per mezzo delle opere. Per quanto concerne infatti la sola fede: «Anche i demoni credono e tremano!» (Gc 2, 19).
Opera di carità è il fare cordialmente un favore, l’essere longanime e paziente verso il prossimo; e così pure usare rettamente e ordinatamente le cose create.

Altra lettura a scelta:

Dal «Trattato sulla prima lettera di san Giovanni» di sant’Agostino, vescovo   (VII, 1. 7. 9; PL 35, 2029. 2032. 2033. 2034)

Se non vuole morire bevete la carità
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d’Israele. Se ne andavano vagabondi alla ricerca della patria; ma non potevano smarrirsi perché erano sotto la guida di Dio.
La strada per loro fu il comando di Dio.
Furono raminghi per quarant’anni, ma il loro viaggio si sarebbe potuto compiere in pochissime tappe, tutti lo sappiamo. Veniva rallentata la loro marcia, perché erano messi alla prova, non perché fossero abbandonati.
Quello che Dio ci promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la Scrittura e come sovente udiste dalle nostre parole, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9; Is 64, 4).
Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle tentazioni della vita presente. Ma se non vogliamo morire assetati in questo deserto, beviamo la carità. E’ la sorgente che il Signore volle far sgorgare quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria.
«In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi» (1 Gv 4, 9).
Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per primo? Se fummo pigri nell’intraprendere l’amore, non siamo pigri nel ricambiare l’amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo amare noi stessi.
Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per guarirli.
«Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1 Gv 4, 8. 9).
Allo stesso modo il Signore disse: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu verificato l’amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi.
Ma l’amore del Padre verso di noi, in quale cosa ebbe la sua verifica? Nel fatto che mandò l’unico suo Figlio a morire per noi. L’Apostolo dice appunto: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 32).
«Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un sacrificio per i nostri peccati. Dove trovò l’offerta, dove trovò la vittima pura che voleva immolare? Non trovò altri all’infuori di sé, e si offerse.
«Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4, 11).
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci dall’identificarla con la pusillanimità o con un’inerte passività. Avere la carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non pensate che la carità possa esistere senza una certa bontà o addirittura senza alcuna bontà. La carità autentica non è certo questo.
Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza.
La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva. Non amare l’errore, ma l’uomo. L’uomo è da Dio, l’errore dall’uomo. Ama ciò che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l’uomo. Se ami veramente l’uomo lo correggi. Anche se talvolta devi mostrarti alquanto duro, fallo proprio per amore del maggior bene del prossimo.

PAOLO E IL VANGELO DELLA GRAZIA – parte prima

 http://oratoriotirano.wordpress.com/ritagli-dello-spirito/

PAOLO E IL VANGELO DELLA GRAZIA

Don Bruno Maggioni

1- Introduzione

La figura di Paolo, la sua attività, la sua predicazione, la sua robusta riflessione teologica e spirituale riempiono tutto l’orizzonte del primitivo cristianesimo. E’ risaputo che le sue lettere non sono sempre di facile lettura. E i motivi sono diversi: il contesto culturale e religioso nel quale Paolo pensa e scrive, per molti aspetti assai lontano dal nostro; i suoi metodi esegetici, che sono – ovviamente – quelli in uso nelle scuole rabbiniche del suo tempo; la stessa ricchezza della sua riflessione spirituale e teologica, riflessione in evoluzione, che non subito e non sempre trova le forme espressive più chiare e più adatte; infine, il suo stesso modo di procedere, vivacissimo, spontaneo, in nessun modo sistematico, impetuoso: afferra un pensiero, poi lo abbandona, poi vi ritorna.
Le lettere di Paolo sono per lo più interventi occasionali, in risposta agli interrogativi che man mano sorgevano nelle comunità. La teologia paolina si è formata sotto la spinta dei problemi che di volta in volta emergevano nella comunità. E’ teologia vissuta. Per questo non la si può capire se non si conoscono i problemi pastorali dell’apostolo. Il teologo e il pastore sono in Paolo una cosa sola.
Leggendo il Nuovo Testamento ci si imbatte – a proposito di Paolo – in una sorta di antinomia. Egli è riconosciuto ed esaltato, tanto che le sue lettere divennero « Scrittura ». Ma altrettanto certamente egli fu discusso e contrastato . La sua teologia e la sua pastorale suscitarono tensioni al limite con la rottura. Lo dice Paolo stesso nelle sue lettere: per esempio in 2 Cor 11,11-15. Ancora negli anni 80 Luca, scrivendo il libro degli Atti, sente il bisogno di difendere l’apostolo, mostrando che egli fu realmente chiamato, che fu accettato dalla Chiesa (Concilio di Gerusalemme) e che la sua missione fra i pagani fu volontà dello Spirito.
Almeno due testi del Nuovo Testamento testimoniano esplicitamente la stima e nel contempo la cautela di fronte al pensiero di Paolo: 2 Pt 3,15-16 e Gc 2,14-24. Lungo tutta la storia della Chiesa, poi, Paolo continuò ad essere esaltato, ma anche ignorato, non compreso, e il centro della sua lettura della Croce (la salvezza/grazia) fu diversamente accentuato.
Bastano queste poche annotazioni a convincerci che – prima di passare alla lettura e all’esegesi di alcune lettere – sono utili alcune osservazioni generali e un abbozzo di biografia teologico-spirituale di Paolo.
Attraverso questi molteplici approcci è possibile osservare Paolo nel vivo delle sue relazioni; ritengo che questo sia il modo migliore per individuare il centro profondo e fermo che sostiene la sua spiritualità, la sua teologia e la sua attività di instancabile evangelizzatore.
Pur avendo alle spalle una lunga tradizione anticotestamentaria, Paolo legge il volto di Dio nell’evento di Cristo. Qui scopre i tratti della novità che lo sorprende, lo affascina e gli cambia la vita.
Secondo Paolo lo spazio della novità di Dio è il Crocifisso risorto. Che il Crocifisso sia il Signore è la resurrezione che ce lo dice. Ma i tratti nuovi, sorprendenti, del volto del Signore si scoprono guardando al Crocifisso.

                                                           

QUANDO SONO DEBOLE È ALLORA CHE SONO FORTE

è un PDF, dal sito, :

www.cappellapoliba.it/index.php?option=com_docman

QUANDO SONO DEBOLE È ALLORA CHE SONO FORTE

LA GRANDEZZA DI OGNI STRADA PERCORSA È DATA DALLE LACRIME E DALLE SCONFITTE PATITE PER ARRIVARE AL TRAGUARDO.
PAOLO È UN UOMO CHE CI INSEGNA NELLA FORZA MA ANCOR PIÙ DI SCONVOLGE NELLA DEBOLEZZA E NELLA SCONFITTA.

Atti degli Apostoli 17,22-33
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all`Areòpago, disse: « Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un`ara con l`iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell`uomo né dalle mani dell`uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l`ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all`oro, all`argento e alla pietra, che porti l`impronta dell`arte e dell`immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell`ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti ». Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: « Ti sentiremo su questo un`altra volta ». Così Paolo uscì da quella
riunione.
Seconda Lettera ai Corinzi 12,7-10
Perchè non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me lapotenza di Cristo. perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte. (2Cor 12,7-10)

PAOLO: LA POTENZA DI DIO NELLA FRAGILITÀ (2COR 12,7-10)
Prendiamo in esame il brano di 2Cor 12,7-10. Ci confronteremo con una tra le piu’ intime confidenze di Paolo sulla sua vita spirituale. Il brano ci presenterà la debolezza come esperienza di fiducia, di amore, di amore, tenendo presente la Croce di Gesù. Nei vv. 1-6 Paolo sta facendo un’apologia di se stesso per legittimare il suo apostolato. E in questi versetti Paolo ha parlato di un uomo che fu rapito fino al cielo, in paradiso, dove è stato introdotto in una grande conoscenza del mistero di Dio: questo per dimostrare che egli valeva piu’ dei suoi rivali in apostolato (per le visioni e le rivelazioni del Signore). Di questo Paolo potrebbe vantarsi, ma invece si vanta delle sue debolezze. All’inizio Paolo descrive una situazione fortemente umiliante e deprimente che non lo fa montare in superbia: quanto male si adatta questa situazione difficile con invece la stima enorme che Paolo aveva della propria vocazione (cfr. 1Tm 1,11: “il Vangelo della gloria di Dio è stato affidato a me”. La situazione che Paolo subisce è descritta con espressioni un po’ misteriose: “la spina nella carne” e “schiaffeggiato ripetutamente (cosi’ la forma del verbo) da un inviato di Satana”. Non sappiamo bene cosa fosse questa spina nella carne. Fra gli studiosi c’è diversità di opinione: si parla di tormenti, di tentazioni sessuali, di senso di indegnità e inadeguatezza, di profondo dolore perl’incredulità dei fratelli ebrei, di malattia fisica o mentale (cfr. Ez 3,25-26), di depressione, di persecuzioni. L’inviato di satana è un’espressione che potrebbe indicare un oppositore dell’apostolato di Paolo, inviato appunto da satana: quindi, qualcuno che gli sta creando problemi nell’apostolato. In altri passi Paolo parla di oppositori come figli di satana (cfr. At 13). Il verbo schiaffeggiare è lo stesso usato per descrivere gli schiaffi subiti da Gesù durante la Passione. C’è un’altra interpretazione: secondo l’etimologia satana è il rivale: quindi, la sua spina potrebbe essere stata un progetto o un programma desiderabile e contrario a quello di Dio (cfr. Mt 16,23). Le due espressioni potrebbero essere interpretate in questo modo: si tratta di una sofferenza intima, conosciuta solo dall’apostolo. E’ una grande sofferenza (la spina): in Rm 9,2 Paolo dice di avere nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. E’ una prova mandata da satana. Di questo Paolo si vanta. Di fronte a questa situazione difficile, Paolo ricorre alla preghiera: è una preghiera insistente e perseverante ( tre volte”), come la preghiera di Gesù nel Getsemani. Per ben tre volte Paolo si è rivolto a Gesù, pregandolo di allontanare questo ostacolo. Ma la risposta non è stata quella che aspettava e desiderava. Il Signore non lo libera da questa prova cosi’ penosa e non gli spiega il motivo. Ma gli dice: “Ti basta la mia grazia”. La mia grazia ti è sufficiente per sopportare questo dolore. Nel Salmo 62 il salmista ci fa pregare: “la tua grazia vale piu’ della vita”. Cosa c’è di piu’ importante della vita? Eppure, dice, il salmista, “la tua grazia vale piu’ della vita”. Cos’è allora la grazia? Perché a Paolo basta la grazia di Dio. Nel NT la grazia è un termine tipicamente paolino. Per Paolo grazia sta ad indicare la volontà salvifica di Dio (la sua decisione di salvarci per sua libera scelta, per dono gratuito); l’evento della salvezza (Cristo, in cui si concretizza tale volontà); il bene della salvezza (grazie a questo dono il cristiano entra in comunione con Dio); la forza salvifica (la comunione con Dio diventa forza che agisce e vince il peccato). Nel nostro brano Paolo fa riferimento in particolare a questo ultimo aspetto della grazia: il bene della salvezza che consiste nell’essere in comunione con Dio diventa forza (subito dopo Paolo parlerà di potenza di Dio). Questa forza ha spinto Paolo nel sopportare la spina, e lo ha reso apostolo dei Gentili. Ma questo dono non è separabile dal donatore: grazia significa che Dio opera in modo salvifico con e per mezzo dell’uomo. “Ti basta la mia grazia: ti basta cioè la mia forza, la mia forza che agisce in te. Sono io che opero in te perché sei in comunione con me grazie alla mia redenzione. E l’essere in comunione con me è un mio dono d’amore. Riconoscere questo dono: questo ti basta”. Il Signore gli fa capire che la spina nella carne (l’afflizione) è parte di quella debolezza che rientra nel disegno mirabile di salvezza e permette alla potenza di Dio di manifestarsi pienamente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.

Ma cos’è la debolezza?
Astheneia indica una sorta di malattia, indebolimento, fiacchezza relativa sia al corpo che all’anima (cfr. i Vangeli). Paolo parla di astheneia in altri passi del suo epistolario, per indicare la precarietà dell’uomo: in Rm 8,26 è l’insufficienza dell’uomo di fronte Dio; in Rm 8,23 è l’incapacità dell’uomo di compiere il bene; in Rm 5,6 gli uomini deboli sono i peccatori. Quindi debolezza è l’incapacità dell’uomo di rapportarsi a Dio (preghiera arida, vuota, stanca; l’esperienza del peccato), è il sentirsi non all’altezza della situazione, le paure, le lentezze e le incoerenze, la depressione. Potremmo parlare di debolezze esistenziali.
E’ un messaggio formidabile e inimmaginabile: noi riteniamo che la debolezza sia un ostacolo da essere tolto (cosi’ Paolo), ma il Signore ci risponde che fa parte del suo piano di amore e di salvezza. Il vanto di Paolo è ora nella debolezza. Un vanto paradossale: come ci si può vantare delle proprie debolezze? Ma questo è possibile grazie all’accoglienza della misteriosa potenza di Gesù.
“Perciò mi compiaccio…per Cristo” (v 10): all’amore di Gesù che ci ha amati (cfr, Gal 2,20), Paolo risponde con un atteggiamento di amore: accetta tutto per Cristo. L’elenco qui delle debolezze non fa cenno a una male morale, ma si tratta esclusivamente di ostacoli incontrati, di sofferenze, di ingiustizie sofferte per Cristo, che però lo mettevano in situazioni umilianti. E’ la fatica dell’apostolato: sembra che la debolezza sia una caratteristica tipica dei ministri di Dio (cfr. 1Cor 2,3). Ci troveremmo cosi’ di fronte a un secondo aspetto della debolezza: quella del ministero,
dell’apostolato, e cioè le difficoltà dell’apostolato. Paolo capisce che la fecondità del suo apostolato da una parte aveva per condizione l’accettazione della contrarietà, delle sofferenze e delle umiliazioni (cfr. 2Cor 11,24ss.); dall’altra, non viene da mezzi umani, ma dall’accettazione dei limiti umani e dell’umiliazione delle situazioni sconfortanti. E’ negato quindi qualsiasi forma di apostolato trionfalistico. Paolo si vanta di tutto questo, delle sue debolezze, di fronte a una comunità che si lascia attrarre dai discorsi dei superapostoli (cfr. 2Cor 11,5). Ciò che legittima il suo apostolato non è l’avere visioni o rivelazioni, ma la debolezza, l’afflizione: qui si rivela meglio la potenza di Dio. Concludendo, come Cristo rivela nella Crocifissione la potenza e le gloria di Dio, cosi’ nella nostra povertà-debolezza-tribolazione (debolezza esistenziale e di apostolato) siamo uniti alla Croce di Cristo e possiamo confidare nella potenza di Dio che agisce liberamente e realmente attraverso la fragilità. “Prendere forza dalla debolezza”: ciascuno di noi non prende le forze da dove non ci sono, ma,
sottoposto alla debolezza, spinto da essa scopre un deposito di energia. Offriamo a Dio la debolezza riconosciuta, perché egli eserciti in essa la sua forza. La debolezza è morte, la forza è risurrezione.

1...56789...20

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01