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COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

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COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

Un lettore ci chiede cosa voglia dire San Paolo con l’espressione «vantarsi delle sue debolezze». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

02/05/2013

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!

Gino Galastri

Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.

Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).

Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).

Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).

La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).

Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi  11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).

E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse  allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).

Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27).

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE (2Cor)

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COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

UN LETTORE CI CHIEDE COSA VOGLIA DIRE SAN PAOLO CON L’ESPRESSIONE «VANTARSI DELLE SUE DEBOLEZZE».

Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!

Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.
Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).
Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).
Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).
La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).
Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi  11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).
E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse  allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).
Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27).

«LA LETTERA UCCIDE, LO SPIRITO VIVIFICA» : DI PADRE ALBERT VANHOYE, S.J.

http://www.spiritosanto.org/formazione/articoli/0051.html

«LA LETTERA UCCIDE, LO SPIRITO VIVIFICA»

DI PADRE ALBERT VANHOYE, S.J.

GIUGNO 2002

 Nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo esprime un forte contrasto tra la lettera (in greco gramma) e lo spirito (pneuma). «La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica» (2Cor 3,6). La lettera fa morire, mentre lo spirito fa vivere. Come succede spesso nella Bibbia, questa parola è suscettibile di diverse interpretazioni, la si può capire in modo più o meno profondo, a seconda del senso che si dà a spirito.
 Una prima interpretazione consiste nel distinguere in un dato testo lettera e spirito. La lettera designa le parole scritte, prese nel loro senso oggettivo, lo spirito invece designa la disposizione mentale con la quale sono state scritte, l’intenzione di fondo dell’autore. In molti casi, c’è corrispondenza tra lettera e spirito. L’amore si esprime con parole affettuose, l’odio con parole offensive. In alcuni casi, invece, il senso della lettera non è tanto chiaro. Potrebbe essere presa in cattiva parte o in buona parte. Per interpretarla correttamente, è necessario conoscere per altre vie la mente di chi l’ha scritta. La distinzione tra spirito e lettera riveste una importanza speciale, quando si tratta di testi giuridici. Per poter applicare correttamente una legge a un caso concreto, bisogna aver afferrato lo spirito della legge.
 Nei racconti dei vangeli, osserviamo a più riprese un netto contrasto tra due interpretazioni diverse di certi precetti della Legge di Mosè; da una parte vediamo l’interpretazione rigida dei Farisei che esigono l’osservanza stretta della lettera di questi precetti, in qualsiasi circostanza; dall’altra parte, ammiriamo l’interpretazione generosa di Gesù, che si preoccupa di corrispondere allo spirito della Legge e prende quindi una certa libertà con la lettera, quando le circostanze lo richiedono. Questo contrasto si manifesta specialmente a proposito dell’osservanza del sabato. Gli episodi sono numerosi in tutti e quattro i vangeli. Prendiamo nel vangelo secondo Marco, il caso dell’uomo «che aveva una mano inaridita» e che si trovava nella sinagoga dove Gesù era entrato un giorno di sabato (Mc 3,1-6). I farisei osservano Gesù «per vedere se lo curava in giorno di sabato per poi accusarlo». Curare (greco therapeuein, da cui deriva terapia) è il lavoro del medico. Il decalogo vieta di lavorare in giorno di sabato (Es 20,8-11; Dt 5,12-15). Si tratta di un divieto severissimo, sotto pena di morte (Es 31,15; 35,2; Nm 15,32-36). I farisei prendono alla lettera questo divieto e ritengono che, se Gesù cura allora l’infermo, si meriterà la pena di morte (cfr. Mc 3,6). Gesù, invece, vuol essere fedele allo spirito della legge e perciò chiede ai farisei: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o uccidere?». Gesù sa che lo spirito della Legge è uno spirito di misericordia; secondo il libro dell’Esodo, infatti, lo scopo dell’osservanza del sabato è che «possano goder quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero» (Es 23,12; cfr. anche Dt 5,14). Gesù ne conclude che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Egli, quindi, non esita a fare un’opera di misericordia un giorno di sabato; non vuole peccare per omissione, vuole «salvare una vita». Qui si vede bene che «la lettera uccide, mentre lo spirito fa vivere». Per fedeltà cieca alla lettera della legge, i farisei ostacolano la guarigione dell’infermo e quindi la sua piena vita e poi «tengono consiglio» contro Gesù «per farlo morire» (Mc 3,6). Gesù invece fa vivere pienamente l’infermo. Egli agisce similmente a favore del paralitico alla piscina di Betzata (Gv 5,8-9) e per la guarigione del cieco nato (Gv 9,14), suscitando ogni volta una reazione quanto mai ostile da parte dei farisei, attaccati alla lettera della legge.
 Bisogna però osservare che l’apostolo Paolo non è rimasto a questo livello d’interpretazione, quando ha scritto: «La lettera uccide, lo Spirito invece fa vivere» (2Cor 3,6). Non ha preso, cioè, la parola spirito in un senso generico, ma l’ha presa in un senso molto specifico, quello di «Spirito del Dio vivente», come dice in una frase precedente (2Cor 3,3). L’antitesi tra lettera e Spirito caratterizza, secondo Paolo, la «Nuova Alleanza», di cui gli Apostoli sono stati «resi ministri capaci», Alleanza «non di lettera, ma di Spirito». Effettivamente, gli oracoli profetici che annunciavano l’instaurazione di una Nuova Alleanza, la descrivevano come una relazione interiore con Dio stabilita dallo Spirito Santo. L’oracolo di Geremia sottolineava la differenza tra la Nuova Alleanza e l’Alleanza del Sinai, basata in un testo fatto di lettere scritte su due tavole di pietra. La Nuova non sarà così (Ger 31,32), ma sarà scritta sui cuori (31,33). Ezechiele precisa che Dio darà ai suoi fedeli «un cuore nuovo», nel quale verserà «uno spirito nuovo», che sarà, dice, «il mio Spirito» (Ez 36,26-27). Nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, san Paolo accenna a questi oracoli, a quello di Geremia, quando dice ai Corinzi che sono una «epistola di Cristo», scritta «non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori» (2Cor 3,3), poi all’oracolo di Ezechiele, quando dice che «questa epistola» è stata scritta «con lo Spirito del Dio vivente» (2Cor 3,3) e che la «Nuova Alleanza» non è «di lettera, ma di Spirito» (3,6). L’Apostolo mette in forte contrasto la «Disposizione Antica» (cfr. 2Cor 3,14), caratterizzata da una legge esterna, una lettera, e la «Disposizione Nuova» (3,6), caratterizzata dal dono interiore dello Spirito Santo, che «abita» nei cristiani (Rm 8,9.11; 1Cor 3,16; 2Tm 1,14).
 La legge esterna non fa vivere, perché non cambia il cuore delle persone, non comunica un dinamismo vitale. Quando il cuore è cattivo, l’effetto della legge esterna è quello di suscitare una voglia di trasgressione. Lungi dall’essere raffrenate dalla legge, «le passioni peccaminose» sono piuttosto stimolate da essa (cfr. Rm 7,5). «Non avrei conosciuto la concupiscenza, scrive Paolo, se la legge non avesse detto: Non avrai concupiscenza. Prendendo occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di concupiscenza» (Rm 7,7-8). La legge può soltanto vietare e poi condannare. Perciò Paolo chiama il sistema della legge «il ministero della condanna», anzi, «il ministero della morte» (2Cor 3,7.9), perché la lettera della legge condanna a morte le persone colpevoli di una trasgressione grave. Così «la lettera uccide» veramente. Al «ministero della condanna» e «della morte», Paolo contrappone «il ministero dello Spirito» e «della giustizia» (2Cor 3,8.9), cioè il ministero apostolico della Nuova Alleanza, che per mezzo della parola della fede in Cristo e per mezzo del battesimo comunica ai credenti lo Spirito Santo (cfr. Rm 15,16; 1Cor 6,11). L’azione dello Spirito non rimane esterna, come quella della legge; al contrario, penetra all’interno dei cuori e li purifica, li santifica, vi stabilisce una relazione interiore con Dio, un dinamismo di comunione vivificante. Il «ministero dello Spirito» viene chiamato da Paolo «il ministero della giustizia» in un senso che non ci è consueto, nel senso, cioè, che lo Spirito trasforma interiormente i peccatori e li rende giusti, conformi al progetto di Dio. Ai Corinzi, Paolo scrive: «siete stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11). Così «lo Spirito fa vivere» di una vita nuova, in comunione con Dio. Questa vita è feconda; produce «il frutto dello Spirito», che «è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23); essa si manifesta anche con una meravigliosa diversità di doni spirituali ossia carismi (cfr. 1Cor 12,4.7-11). La vita comunicata dallo Spirito rende facile ai credenti l’adempimento della legge, perché lo Spirito riversa l’amore divino nei cuori (Rm 5,5) e «tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14); «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,10). Non si tratta, però, di una osservanza rigida e minuziosa della lettera della legge; si tratta invece di una osservanza attenta all’essenziale e adattata alle circostanze, sull’esempio di Gesù. Lo sforzo principale del cristiano deve essere di accogliere sempre meglio nella sua esistenza quotidiana la presenza e l’azione del Santo Spirito, che lo fa vivere.

Opera dello Spirito Santo:www.spiritosanto.org

« NOI INVECE ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO » (2Cor, 12,15, ma il tema è il Crocifisso)

http://www.parrocchiapersiceto.it/parrocchia/eventi/decennale-crocefisso-2011/presentazione/

« NOI INVECE ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO »

(Articolo tratto dal numero speciale de « La Voce che chiama » dedicato alla Decennale del Crocefisso )

Alla luce di questa espressione forte di San Paolo ci siamo incamminati verso la Decennale del Crocifisso. E’ una tradizione antica a Persiceto che negli ultimi vent’anni non abbiamo avuto l’occasione di vivere. Ora l’occasione ci si presenta e non ci manca il desiderio di onorarla, nel tentativo di viverla in pienezza, cioè di celebrare i momenti di fede, di arte e di cultura (come leggerete nel programma) senza trascurare la contemplazione del Mistero di Cristo Crocifisso.
Contemplare Gesù crocifisso, per riflettere sulla sapiente stoltezza della croce, come unico criterio possibile del proprio stare nel mondo, facendo affidamento solo sulla potenza di Dio. Contemplare la più autentica e devastante debolezza per lasciarsi abbracciare dalla potenza della vita che sconfigge la morte.
Contemplare Gesù crocifisso per conoscere il vero volto di Dio, e il vero volto dell’uomo. Senza bellezza né splendore, anche se l’arte è eccelsa, mettersi in ginocchio davanti al Crocifisso per adorare la Verità. La Verità non ha né bellezza né splendore, la Verità non tollera attributi. Annunciamo Cristo crocifisso perché non c’è altra verità così eloquente eppure misteriosa. L’unico amore vero, difficilissimo eppure accessibile a tutti.
Noi che siamo abbagliati dalla potenza, attirati dalle infinite risorse della tecnologia, illusi dalle sconfinate possibilità della scienza, eppure sempre più poveri. Sedotti dalla grandezza per tutta la vita ma abbandonati quando ne avremmo più bisogno, quando il sipario si chiude e lo spettacolo della nostra vita ci appare in tutta la sua povertà, una illusione a termine, ecco che allora si rivela la debolezza di Dio come l’unica verità, la sua piccolezza così simile alla nostra da rendere la sua onnipotenza tutta per noi. E’ un gesto di verità adorare un crocifisso perché significa ammettere quanto noi rifiutiamo la debolezza e quanto Dio la faccia sua, è umano rifiutarla, ma divino assumerla. E’ inutile cercare Dio, vano tentare di conoscerlo escludendo la croce: solo essa ci rivela il volto di Dio. E solo alla luce di Cristo Crocifisso si illumina il volto dell’uomo. L’umanità ha bellezza e splendore solo ai piedi della croce, solo sotto lo sguardo di
Dio, di quel cuore trafitto da cui sgorga perdono , misericordia, amore, vita eterna. Solo Gesù Crocifisso dimostra che Dio è onnipotente: non esiste infatti amore più grande, né un Dio più potente nell’amare.
Contemplare il crocifisso è un grande gesto di verità, significa smascherare la nostra debolezza travestita da potenza e rivelare la vera potenza di Dio, cioè la sua grandezza nell’amore, smettendo di attribuirgli i tratti di una potenza che egli non ha mai voluto manifestare. Un Dio che si consegna agli uomini. Lasciare la parola alla croce. Al silenzio che solo rivela la Verità, chi è Lui e chi siamo noi.
Con questi sentimenti e quant’altri ancora il Signore ci vorrà donare in questo decennale ritrovato momento di Grazia, chiediamo la Grazia di saper contemplare Cristo Crocifisso per poi trovare in lui stesso la forza di annunciarlo a chi è Crocifisso dalla vita, ai malati nel corpo e nello spirito, a chi abbiamo vicino e porta grandi croci.
Chiediamo la Grazia di saperci incamminare dietro al Crocifisso sulla via maestra dell’Amore vero, che si adatta all’amato e non pretende, anche quando l’amato, cioè noi con la nostra cultura vuota e mortifera, sa trasformare la croce in un accessorio da stilisti di lusso o poco più.
Al Signore Crocifisso, che avremo la Grazia di celebrare e contemplare in abbondanza in questa Decennale, chiediamo di saperlo contemplare con coraggio, celebrare con fede e annunciare con gioia.
Don Marco Cristofori

CARLO MARIA MARTINI: TITOLO ORIGINALE: PAOLO NEL VIVO DEL MINISTERO (2Cor)

http://www.atma-o-jibon.org/english/martini_paul_ministry1.htm

(traduzione Google dall’inglese, è complicato tradurre dall’inglese! lascio a voi la traduzione di qualche parola… strana)

CARLO MARIA MARTINI

PAUL IN THE THICK OF HIS MINISTRY

ST PAUL PUBLICATIONS
TITOLO ORIGINALE: PAOLO NEL VIVO DEL MINISTERO, ANCORA, 1989
TRADOTTO DA QUELLO ITALIANO DA DINAH LIVINGSTONE

1. SOFFERENZA E COMFORT
In mezzo alla routine quotidiana
Risonanze della Seconda Lettera ai Corinzi
La lettura e la meditazione, il 2 Cor 1, :3-5
Comfort per le sofferenze
Metti alla prova  La lettura e la meditazione, il 2 Cor 1, :6-11
Comodità Apostolica
L’afflizione mortale
Un rapporto umano

PREFAZIONE
Il nucleo di queste riflessioni è lo studio di brani dalla Seconda Lettera ai Corinzi, in cui troviamo Paolo nel bel mezzo del suo ministero. « Qui troviamo Paolo nel duro slog del suo ministero. Dopo venti anni di esso, durante la quale ha passato attraverso tante prove, delusioni e difficoltà, parla come un servitore del Vangelo in mezzo alla routine quotidiana. » L’approccio crea collegamenti immediati con il suo pubblico, nel nostro caso erano giovani sacerdoti che lavorano in situazioni pastorali che richiedono un grande dispendio di energia per far fronte a tutti i tipi di problemi e difficoltà. Di qui le riflessioni del Cardinale sarà anche di interesse per chiunque altro lavora nel servizio del Vangelo e per questo abbiamo deciso di metterli a disposizione del pubblico.
Mentre andiamo più in profondità nel testo biblico ci viene mostrata la forza irrompente del Verbo. Questo è l’unico modo per descrivere l’approccio ad un passaggio che in un primo momento sembra trasmettere solo le sofferenze e le incomprensioni della vita dell’Apostolo, ma in realtà apre orizzonti inaspettati. Per esempio ci viene ricordato che per il servo del Vangelo disposti ad essere messa alla prova, il comfort viene dalla sofferenza. O in un altro paziente passo far fronte alle difficoltà di molte relazioni e varia dell’Apostolo dà origine a un’esperienza speciale e più maturo della paternità spirituale (vedi le meditazioni prima e la seconda).
A volte è il testo biblico in sé che suggerisce un orizzonte diverso. Parlando di un ministero « dello Spirito », che è superiore a quello della legge e descrivendolo come intrinsecamente un ministero di « riconciliazione », Paul introduce nuove prospettive. La devozione alla Parola che modella il nostro quotidiano servizio alla comunità offre il ministro con gli obiettivi precedentemente inimmaginabili al di là delle sue aspettative (meditazione terzo e quarto).
Infine, l’atmosfera familiare in cui le riunioni tra l’Arcivescovo ei sacerdoti giovani ha avuto luogo 100 a una forma ancora più immediato di comunicazione, negli ultimi due meditazioni. Il primo di questi riflette realisticamente su come consolidare i rapporti con coloro con i quali condividiamo l’opera di predicare il Vangelo in una comunità. La seconda è particolarmente preoccupato di come la vita frammentata di un pastore può ancora mantenere un rapporto profondo con Dio preghiera andare.
Così ci viene dato una buona immagine della vita del pastore servire il Vangelo nella comunità cristiana e aiutare a crescere nella fede. Ci viene mostrata la ricchezza e le possibilità in questa vita, anche se alcuni giorni può essere irto di « sofferenze » e « incomprensioni ».
Franco Brovelli
29 Giugno 1989
Festa dei Santi Pietro e Paolo

1 SOFFERENZA E COMFORT                                                   
« Donaci, Signore, per iniziare la nostra giornata ai tuoi occhi, per capire il vostro piano per noi. Donaci una visione ampia di ciò che chiamate a noi, in modo che possiamo cogliere ogni cosa che accade ai nostri giorni, nel contesto del mistero di amore per l’umanità.
Donaci, o Padre, per capire Cristo, centro della nostra vita e del lavoro pastorale « .

IN MEZZO ALLA ROUTINE QUOTIDIANA
Abbiamo preso Seconda lettera di Paolo ai Corinzi come testo di meditazione per il nostro ritiro. Ho riflettuto su di esso per molti anni e sono molto legato ad esso, perché ci mostra Paolo in mezzo del suo ministero. L’Apostolo non è sognare ad occhi aperti, lui non si fa illusioni, come ad esempio potremmo avere nei nostri anni di seminario, quando ci crea fantasie sul nostro futuro ministero. In questo testo troviamo Paolo nel duro slog del suo ministero. Dopo venti anni di esso, durante la quale ha passato attraverso tante prove, delusioni e difficoltà, parla come un servitore del Vangelo in mezzo alla routine quotidiana. Così ci sentiamo lui è molto dose a noi.
Mentre sta scrivendo la lettera di Paolo sta vivendo tre studi principali.
Il primo è sentirsi respinto dalla maggior parte dei suoi fratelli e sorelle ebrei. Pensava che prima intenzione di Gesù ‘è stato quello di dargli con la missione di predicare agli ebrei, come faceva quando andava di città in città predicazione nelle sinagoghe. Immaginò che, nonostante le difficoltà inevitabili, gli ebrei avrebbe capito, ma questo si è rivelato un’illusione e la sua missione a loro non è riuscito. Nella sua lettera ai Romani, datato a circa questo brina, troviamo che ha ancora qualche speranza, ma si sta rassegnarsi al fatto che una rottura è venuto, che lo porta dolore enorme. Nel nostro testo, è facile vedere che questa è stata la prima grande delusione del suo ministero: coloro a cui il Verbo è stato affrontato non rispondono. Per le sofferenze di Paolo si aggiungono le domande: Ma perché Dio ha permesso? Perché le cose accadono in questo modo? Perché la Parola ricevuta da coloro ai quali è stato direttamente e principalmente rivolta?
Questa prova mi ricorda l’angoscia espressa dal cardinale Montini alla alienazione del c1ass di lavoro, il golfo – lo chiamava – che si era creata tra la Chiesa e il mondo della gente comune, che avrebbero dovuto essere i primi ad avere il Vangelo predicato loro.
La seconda prova è sorta dalle dispute interne nelle comunità. L’Apostolo sognato di comunità unite, armoniose, entusiasta e unanime. Invece, la sua amara esperienza – già espresso nella sua prima lettera ai Corinzi, ma qui raggiunge il suo picco – è quello di trovare comunità in cui ci sono molti gravi spaccature. Non solo controversie interne, ma anche opinioni diverse su di lui.
Così la Seconda Lettera ai Corinzi è scritto per chiarire malintesi, mancanza di fiducia e pregiudizi su di lui nella comunità.
La terza prova è interno. Paolo si riferisce ad esso con discrezione, ma chiaramente. E ‘difficile capire che cosa queste sofferenze potrebbero essere. Tenendo conto temperamento di Paolo possiamo immaginare stati d’animo alto e basso, l’entusiasmo alternati a depressione, stanchezza, la noia con il superlavoro ministero,.
La Seconda Lettera ai Corinzi perché porta a noi questi tre studi l’Apostolo sta vivendo sembra più simile a noi e un testo utile per riflettere su durante una pausa nel nostro ministero. Il vostro ministero e la mia. Ognuno di noi ha problemi nella nostra vita ed è importante cercare il modo giusto di trattare con loro. Dire che Paolo è nel bel mezzo del suo ministero significa non solo nel bel mezzo di attività, ma anche di sofferenze.
Quando stavo pensando a questo incontro ho ascoltato di nuovo la lettera e certe cose emerse che io suggerisco a voi in due periodi di lettura della Bibbia. Suggerisco che nel tempo libero di leggere tutta questa lettera fino, al fine di cogliere l’intensità dei sentimenti Paul ‘s.

RISONANZE DELLA SECONDA LETTERA AI CORINZI
Tre stavano le cose quando ho letto tutta la lettera:
1. In primo luogo mi ha colpito l’estrema fiducia nel suo carisma espresso da Paolo in tutto.
In contrasto con le situazioni difficili che abbiamo citato, troviamo un uomo che è assolutamente certo che tutto intorno a lui può rompere, ma non il suo carisma. Anche quando dà sfogo alle sue sofferenze con più forza, emerge assolutamente certo del carisma che è stato dato a lui, la sua vocazione, la sua missione come un dono dello Spirito Santo. Alla luce di questo dono dello Spirito Santo, giudica tutto il resto e, in mezzo ai suoi studi il suo carisma diventa ancora più autentico e radiosa.
Questo è impressionante, perché i suoi guai avrebbe potuto fare lo indeboliscono e diventano paura. Avrebbero potuto si chiese: E ‘davvero questo il mio carisma? E ‘così forte? Devo affidati a l’ultimo?
Fede di Paolo nel suo carisma dà anche la forza per noi. Posso dire che ho spesso riacquistato la mia fede nel mio carisma, come sacerdote e vescovo, ruotando le parole di Paolo ‘s in questa lettera.
Tutto ciò che può fare a meno, ma il carisma rimane sicuro, come Paolo scrive nella Lettera ai Romani: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (Rm 8,35). Possiamo soffrire mali interni ed esterni, tante cose può fare a meno, ma niente può separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore, che mi ha scelto e mi ha chiamato.
2. Questa fede forte nella sua carisma persiste in umili, circostanze oscure e dolorose. Anche se ci sono circostanze, per confortare l’Apostolo, nel complesso la situazione è difficile. La sua missione è solo di arrivare a poche persone. Paul sperava di raggiungere un gran numero (almeno il popolo ebraico). Invece è solo raggiungere le comunità di piccole dimensioni con scarso effetto sull’opinione pubblica. Queste condizioni umili, oscuro e doloroso portare problemi quotidiani: malizia persone ‘s, incostanza, il tradimento degli amici, macchinazioni, decidendo che sono vere e che sono falsi apostoli, in un miscuglio di dottrine e rivendicazioni.
Tali circostanze, che normalmente hanno causato confusione, tristezza e sgomento, sono in contrasto con la sua forte fede nel suo carisma: tutto può fallire, ma non questa certezza.
3. Da molte pagine della lettera si nota che tutto questo sta accadendo, mentre al tempo stesso si sente un amore incrollabile per la sua comunità. Vediamo che le persone che sono piuttosto scortese e ostile a Paolo sono costantemente amato teneramente e in modo costruttivo. La comunità ha cercato di spingerlo fuori, di diffamare il suo nome, e lui sta lottando per presentarsi come un padre amorevole che non è né indignata, né amaro. Saluta la sua comunità con autorità e con affetto quasi violento.
C’è qualcosa di straordinario in amore Paul ‘s se si considera quanto sia facile si può chiudere se non sono i benvenuti, o solo da alcuni, mentre altri restano freddi, critica e riservato.
Nella lettera ci sentiamo sofferenza Paul ‘s, ma non troviamo una sola frase che può essere chiamato il ritiro. Infatti questa lettera è la medicina per l’apostolo nella sua difficoltà. È nutrimento, un tonico, perché le sue parole sono piene di forza. E per chi crede che provengono dallo Spirito Santo sono così apposita, ma anche ripristinare la nostra fiducia in noi stessi, il nostro ministero. Ci aiutano a mantenere una visione ampia in mezzo brutte piccole circostanze, e continuare ad amare nonostante tutto.
Si tratta di tre punti per lei a riflettere nella vostra rilettura o ri-audizione della lettera. Ho ascoltato di nuovo a chiedermi alla seguente domanda: come fa Paul affrontare le prove del suo ministero e come faccio a far fronte a situazioni come la sua? Questa domanda fa la lettera molto importante per noi.

LETTURA E LA MEDITAZIONE 2 COR 1:3-5
Con i punti di cui sopra in mente dobbiamo ora cominciare a leggere la prima pagina di questa lettera:
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo.
Alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia. [Quindi la lettera è scritta in una parrocchia, Corinto, una grande parrocchia urbana e anche a tutti coloro che non nella regione circostante.]
Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Benedetto sia il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione, con la consolazione con che noi stessi siamo consolati da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo, così per mezzo di Cristo che condividiamo abundant1y anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza, e se siamo consolati, è per il vostro comfort, che si verificano quando si pazientemente sopportare le medesime sofferenze che soffriamo. La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità.
Infatti, noi non vogliamo che tu sia ignorante, fratelli, di afflizione che abbiamo vissuto in Asia, perché eravamo così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa. Perché, ci siamo sentiti che avevamo ricevuto la sentenza di morte, ma che era per non farci affidamento su noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti, ci ha liberato da un pericolo così mortale, ed egli ci libererà, su di lui ci sono posto la nostra speranza che ci libererà ancora. È inoltre necessario aiutarci con la preghiera, in modo che molti ringraziare per nostro conto per le benedizioni che ci ha concesso in risposta alle molte preghiere.

COMFORT PER LE SOFFERENZE
Quindi, quale titolo possiamo dare a questa sezione nel suo complesso? L’edizione Bibbia che sto usando è un eccellente: Sofferenza e comfort. Questo titolo parla da sé, perché non dice: La sofferenza e la gioia, che è la nostra esperienza ordinaria della vita. Nella nostra vita sperimentiamo sofferenze e le gioie, e cercare di trovare un equilibrio tra i due, perché non possiamo immaginare la vita di essere altro che gioia e non abbiamo potuto resistere se fosse nient’altro che sofferenza.
L’atteggiamento di Paolo è molto diverso, non cerca un equilibrio tra la sofferenza e la gioia, ma sperimenta la sofferenza e la comodità e dalla sofferenza. Penso che questa sia una visione rara del suo: non sofferenza e gioia, come elementi costitutivi della vita umana, ma la sofferenza e il comfort che viene dalle prove che sta vivendo.
Lo vediamo chiaramente nel testo: « Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (cfr vv 3-4). Non è una gioia generale ma un comfort che è nella sofferenza. E viene da dentro di esso. E il verso successivo ci porta ulteriormente in questa relazione tra la sofferenza e la comodità: « W parti e in abbondanza nella sofferenza di Cristo ‘s ». Non sono più di Paolo sofferenze, ma di Cristo, e abbiamo capito che l’Apostolo vive istintivamente le sue sofferenze non come un destino solitario personale, ma come sofferenze di Cristo in lui, perché si verificano all’interno del ministero che il Signore Gesù ha affidato a lui. In questo modo la sua vita è unita a quella di Cristo. Egli li chiama le sofferenze di Cristo in se stesso, perché la loro causa è che egli è entrato il ministero per amore del Signore.
E come tali sofferenze abbondano – sono molti e frequenti, non pochi e sporadici – « così per mezzo di Cristo abbondano anche la nostra consolazione » (v. 5). Vi è una stretta connessione tra la sofferenza di Gesù ‘in lui e la comodità per mezzo di Gesù in lui. Paolo trova il mistero della morte e risurrezione nelle prove personali e comunitarie. Per entrare nel mistero della morte, egli condivide anche abbondantemente nel mistero della risurrezione di Cristo, conforto e consolazione.

METTI ALLA PROVA
Passando a meditare sui versetti 3-5, possiamo chiederci: qual è la connessione tra la sofferenza e la comodità nel lavoro pastorale, che permette la comodità di entrare e dalla sofferenza?
Ciò significa che il comfort viene da essere messo alla prova. Comfort non è qualcosa di accessorio, o una ricompensa per la sofferenza. Si tratta in realtà di essere messo alla prova.
Quando siamo messi alla prova, siamo in grado di andare in esso fisicamente, anche psicologicamente e tuttavia non esistenzialmente. In questo modo ci dose di fuori dalla comodità di Cristo. Se non gioco la nostra stessa esistenza, non godere di comfort all’interno di sofferenza.
Si tratta di un fenomeno molto interessante, mi sento che succede a me e cerco di spiegarlo. Le prove del ministero sono vari: esaurimento fisico e nervoso, cattivo umore, la routine quotidiana, stati di ripugnanza, stati negativi in cui si voglia respingere persone e situazioni. Questi stati ci riguardano fisicamente e psicologicamente, eppure ci si può trattenere da loro, perché non li guardi in faccia, li nega, li abbiamo messi da parte, forse perché abbiamo paura che non possiamo affrontare apertamente. In un modo o nell’altro li consideriamo come effetti collaterali della nostra vita, che non dovrebbe accadere, e che sono più ri-assimilato inconsciamente. Si inietta una sorta di anestetico psicologico in queste prove.
Penso che spesso ci priva della forza che può ottenere di entrare in sofferenze di Cristo, perché di fronte a loro tratteniamo il fiato, la dose i nostri occhi, andare avanti lo stesso. Noi non li affrontare in preghiera o in una conversazione con Cristo. Noi non li prende in noi stessi e quindi le nostre prove rimangono come corpi estranei, non sono integrate nella nostra esperienza e quindi non può essere trasformato in comfort.
Ho incontrato molti consigli pastorali parrocchiali e trovo che sperimentano un bel po ‘di questi problemi, forse piccole divisioni interne, difficoltà nel loro rapporto con il parroco, in particolare tensione e pericolo in loro solitudine nella comunità nel suo insieme (la comunità non conoscerci, non ci apprezza, non dà valore il nostro lavoro). Tutto ciò sembra richiedere uno spirito missionario. In realtà io credo che sopportare queste prove con una certa insofferenza istintiva e inconscia, malumore, anche irritazione con se stessi e gli altri. Loro non li sopportano come test di Cristo ‘s, la sofferenza che Cristo e il cristiano deve affrontare, entrando in loro, prendendoli su di sé e poi sentire la forza di Cristo in loro. Perché se sono accettati in questo modo è molto più facile parlare liberamente e coraggiosamente su di loro, quasi imparziale, con il fuoco e la vita del Vangelo tipico di tono Paul ‘s proprio nella seconda Lettera ai Corinzi. L’Apostolo non si la colpa, non recrimina, non si blocca, come comunità fanno molti che sono anche buono e generoso e voglia di servire Cristo. Non hanno ancora capito quello che costano gli apostoli stessi un sacco di fatica a capire: che solo entrando in sofferenza e la croce di Cristo, possiamo condividere la sua comodità. Queste comunità sembrano assumere l’atteggiamento di Pietro: « Dio non voglia, Signore! » (Cfr Mt 16,22). Come può accadere questo? Non dovrebbe accadere. Non hanno raggiunto la seconda fase di Marco ‘s Vangelo, accogliendo Cristo’ s prove, di essere confortato per loro da lui con il suo conforto forte, con la grazia del conforto dello Spirito, che è solo versato quando queste prove sono ha accolto con favore.
Fin dall’inizio della lettera troviamo istruzioni eccellenti per la nostra vita quotidiana e che delle nostre comunità. I versetti 4 e 5, ci hanno offerto un primo pensiero: il conforto delle sofferenze di Cristo in noi. E ‘molto significativo che parla delle sofferenze di Cristo in noi, perché non si tratta di mie debolezze, i miei fallimenti, la mia personale sconfitte (ho pensato che ero un buon predicatore del Vangelo, un apostolo buona, un leader, e in circostanze dei fatti hanno dimostrato il torto, anche se ho ancora un paio di gioie!). Si tratta della sofferenza di Cristo in me e questo rende le cose un aspetto diverso. Capisco che la sofferenza è un modo in cui Cristo opera in me, e che è lui stesso che soffre la mia debolezza nelle difficoltà del ministero e dei problemi a relazionarsi con le persone.

LETTURA E LA MEDITAZIONE 2 COR 1: 6-11
I VERSETTI 6 E 7 DELLO STRESS PRIMO CAPITOLO CHE QUESTO CONFORTO È PER GLI ALTRI.
COMODITÀ APOSTOLICA
Il comfort apostolica generato dallo Spirito nella fedele servitore del Vangelo, il che significa così tanto, non è per se stesso. Questi non sono gioie che potremmo pensare come ricompensa per la sofferenza. E ‘il comfort apostolico per gli altri.
« Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza, e se siamo confortati, è per la vostra consolazione » (v. 6).
Paolo vede questa sofferenza seguita da momenti luminosi come un aspetto del suo servizio. La sua afflizione è per gli altri, non è un incidente nel suo ministero, ma un ingrediente di esso. I fallimenti non sono semplicemente incidenti, ma gli ingredienti di istruzione, perché attraverso di loro, raggiungere Dio ‘s educazione e di lavoro d’amore.
Quindi, la comodità per gli altri. Nel versetto 7 ho letto qualcosa che mi ha fatto vergognare: « La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità. »
Penso a certi incontri che a volte mi irritano, quando la gente è meschina e gretta perché sono chiuse in se stesse. Incontri straziante con alcuni consigli pastorali, perché non riescono a vedere i segni del Vangelo, o molto pochi di loro. E ‘tutto pesante farlo, frustrazione. Quanto è difficile tutto! Che cosa si deve fare?
Confrontando la mia tentazione con le parole di Paolo ‘s mi rendo conto che non sarei in grado di dire istintivamente: « La nostra speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, sarà anche condividere la nostra comodità. » Ha bisogno di una forte fede per vedere problemi e difficoltà nella comunità – blocchi, divisioni, pregiudizi – come una sofferenza che porta la libertà. Come riesco a dire a un gruppo di giovani che mi dicono i loro problemi, la mancanza di spirito nel loro gruppo, i loro fallimenti: « In ogni caso la mia speranza per voi è incrollabile, perché sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze , potrete anche condividere il nostro comfort.  »
Stiamo cercando di aiutare una comunità, un gruppo di giovani e questo tipo di lettura ci aiuta a dire queste cose a loro.

L’AFFLIZIONE MORTALE
I versetti 8 e 9 possono essere sottotitolato L’afflizione mortale « Io non voglio che tu sia ignorante, fratelli, della sofferenza che abbiamo vissuto in Asia, perché eravamo così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa ‘(v. 8 ).
Paolo rivela una crepa nella sua forza, che in altre pagine sembra così inespugnabile.
Ho già detto che in questa lettera Paolo esprime una forte fede nel suo carisma. Qui egli confessa che il processo ha subito in Asia (probabilmente causata dalla persecuzione, litigi, profonda delusione nella comunità, forse guasti temporanei in forza psicologica) lo fece « così completamente, insopportabilmente schiacciato da giungere a disperare della vita stessa ‘.
A volte anche noi possiamo sentire insopportabile schiacciato, oltre le nostre forze. Ma quando facciamo una vera analisi della situazione ci rendiamo conto che potrebbe essere peggio e che il Signore ci ha ancora risparmiato.
Ma anche se non arriva al punto di dire che siamo « assolutamente, insopportabilmente schiacciato » ci sarebbe allora come l’Apostolo « dubitare anche della vita ‘:. Che è, le cose non possono andare avanti, siamo finiti » W e sentire che abbiamo ricevuto la sentenza di morte, ma che è per non farci affidamento su noi stessi, ma Dio che risuscita i morti « (v. 9) Vediamo come il mistero pasquale non è un’astrazione per Paolo Dio che risuscita.. i morti salva anche me da una situazione senza via d’uscita, un vicolo cieco.
Dovremmo meditare ancora e ancora su questi versi alla presenza di Dio ‘s: Signore, qual è il senso della forza del carisma che mi hai dato?
Carisma Paul ‘s è in me attraverso l’imposizione delle mani. Non è un carisma di quelli che si pensa di avere e quindi seguire un certo percorso. Il nostro è un sicuro carisma apostolico, assolutamente garantiti dal gesto fisico della imposizione delle mani, e ci unisce alla grazia che era in Paolo. Grazia di Paul ‘s proprio è venuto a me attraverso l’imposizione delle mani apostoliche.

UN RAPPORTO UMANO
Il tema di versi 10 e 11 è la condivisione della comunità. Paolo dice: (se) ho superato questo momento che, lo confesso, era molto molto difficile (è) anche grazie a voi e le vostre preghiere. Continuate a pregare per me e ringrazio Dio per me.
Mi chiedo: ho mai avuto un rapporto di fiducia con la comunità? Avere uno mai arrivato al punto di dire: Pregate per me, perché mi trovo in una situazione molto difficile? Guarda, 1 era in una situazione molto difficile e l’ho superato grazie alla vostra preghiera e il sostegno?
Quando riusciamo ad avere questo tipo di rapporto, la comunità reagisce molto forte e scuote la loro idea del ministero in cui il ministro è o irraggiungibile e infallibile o criticato come infedele e incompetenti.
La comunità viene ripristinato un rapporto più umano. Il ministro ordinato, il servo di Dio, ha la sua grazia, ma anche la sua debolezza e il bisogno della preghiera. Ha bisogno di sentire che le persone sono unite nella sua lotta e gli sforzi.
Naturalmente è difficile trovare le parole giuste, soprattutto perché la comunità non è abituato a tale confessione e può essere scandalizzati. Ma perché? Non dovremmo essere confortato e rassicurato dal vescovo e il sacerdote? Immagine People ‘s del vescovo o il sacerdote è di qualcuno che mai vacilla mai, non dubita mai, ha problemi, che dovrebbero rassicurare gli altri. Se ha problemi, deve rivolgersi a Dio.
Naturalmente l’immagine opposta è anche sbagliato di un uomo che mostra debolezza ed esigente pietà. Quello di destra si trova da qualche parte tra i due: che la comunità dovrebbe condividere sofferenze del prete, così come il sacerdote partecipa in propria comunità l’.
Leggendo le parole di Paolo ci sono sbalordita per la sua apertura. « Egli ci ha liberato da un pericolo così letale e ci libererà, su di lui abbiamo posto la nostra speranza che ci libererà ancora » (v. 10).
Forse avrete notato che tutto diventa più facile quando questa situazione di sofferenza mortale assume la forma di sofferenza fisica, perché poi si riesce a parlare al riguardo e si ottenere immediatamente la simpatia della comunità. In effetti ci sono comunità che riconciliarsi con il loro pastore, quando diventa gravemente o addirittura mortalmente malato. Le persone si trasformano e la relazione diventa più umano.
Ricordo con commozione un esempio di grave sofferenza fisica in un Vescovo, che è morto recent1y: Filippo Franceschi, vescovo di Padova. Quando la comunità diocesana sentito sul suo stato di salute e ha chiesto di ricevere l’unzione degli infermi pubblicamente, davanti ai sacerdoti, una grande folla raccolte durante le celebrazioni Giovedì Santo, perché le persone erano molto al corrente dello stato loro pastore ‘s debole di salute e la sua sofferenza nella malattia. Si sentivano coinvolti con il loro vescovo. Il loro atteggiamento per lui è diventato più umano e più genuina, hanno smesso di criticare lui e chiedere tutto da lui.
Questo accade spesso. Naturalmente non dobbiamo lo accada, ma è un simbolo di quel rapporto più umano e genuino Paolo sta parlando qui. Ora dobbiamo riflettere su di esso in silenzio davanti a Dio chiedendo:
Signore, come faccio a reagire alle prove Paul ha avuto esperienza? Non riesco a dire lo stesso di lui. Mi sento lo stesso di lui? Quanto io sono di questo atteggiamento? Signore, dammi il conforto del tuo Spirito!

LA DOTTRINA DEL CUORE DI GESÙ – «Caritas Christi urget nos» (II Cor. 3,14)

http://www.haerentanimo.org/modules.php?name=News&file=article&sid=99 

LA DOTTRINA DEL CUORE DI GESÙ

26 GENNAIO 2008                                                                             

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)

RITIRO SACERDOTALE

Adveniat Regnum tuum!

LA DOTTRINA DEL CUORE DI GESÙ
«Caritas Christi urget nos» (II Cor. 3,14)

Nessuna dottrina è più indicata per realizzare il duplice ideale del sacerdote, di essere un santo e un apostolo, che quella del Cuore di Gesù, quando essa è veramente compresa secondo lo spirito e gli insegnamenti della Chiesa. È pertanto giusto che durante il Ritiro questo bel Cenacolo di sacerdoti e di missionari prenda parte al banchetto di una dottrina così alta e forte, per impregnarne la loro vita e farne l’anima di tutto il loro apostolato.
Oh, quanti grandi santi di epoche anteriori avrebbero esultato al conoscere quello che noi conosciamo al giorno d’oggi sopra il Cuore di Gesù!… E come essi avrebbero bevuto a larghi sorsi «de fontibus Salvatoris», alla ferita del S. Costato del salvatore!…
Più fortunati di loro, noi che viviamo in questo pieno giorno e nel pieno splendore del sole divino del Cuore di Gesù, sappiamo almeno trarne grandissimo profitto di luci e di fiamme, che sparge a torrenti questo Cuore adorabile sulla Chiesa e sulle anime.
Madre del bell’Amore, Regina del Cenacolo, svelate dinanzi ai nostri occhi di sacerdoti e di apostoli il divino Santuario del Cuore di Gesù.
E poiché quella Porta Santa del Sacro Costato è rimasta aperta fin dai tempo del Calvario, fateci entrare in questo abisso della divina carità, per ricevere là un amore bruciante che ci santifichi, e una fiamma di Pentecoste che ci faccia diventare i veri araldi del Regno del Sacro Cuore, nelle anime, nelle famiglie e nella società…                                                                                                                                                                                                 
In questo momento, con una gioia pari alla sorpresa, cerchiamo di misurare secondo l’espressione di S. Paolo, «l’altezza e la profondità, la lunghezza e la sublimità dell’abisso della carità di Dio», manifestata al mondo dall’Amore di Gesù Cristo (Eph. 3,18). E adorando a due ginocchi, penetriamo nel «Sancta Sanctorum» del suo Cuore trapassato a causa dei nostri peccati, ma trapassato altresì per amore, per salvarci.
Teologicamente, che cosa significa il Sacro Cuore di Gesù? Voi lo sapete meglio di me. Egli non significa nè solamente, nè principalmente il suo Cuoce di carne, adorabile come l’intera sua persona divina. Sotto questo bel simbolo del Cuore materiale, la Chiesa ci presenta una sublime affermazione trascendentale. Quella precisamente che S. Giovanni Evangelista ci dà come definizione di Dio: «Deus caritas est», Dio è amore!
(I Jo. 2,16).
E ancora ci dice la Chiesa che Gesù Cristo, essendo l’Uomo-Dio, è la rivelazione dell’infinito Amore che è Dio, il Padre: «in caritate perpetua dilexit nos Deus.» (cfr. Jer. 31,3).
Ancor più, nella stessa maniera che tutte le relazioni di Dio con la sua creatura, cominciano e si compiono nell’amore, così in contraccambio tutte le nostre relazioni di creature con il Creatore, attraverso Gesù Cristo, devono avere il loro punto di partenza e il loro compimento nella carità e nell’amore.
Osservate come questo Dio – Carità, mentre si dona, ci dà solamente amore. Osservate come questo Dio – carità, mentre reclama i suoi diritti, non domanda in sostanza alla sua creatura che amore. È questo il motivo che fa esclamare a S. Paolo: «Plenitudo legis, dilectio» (Rom. 13,10). Compimento di tutta la legge di perfezione e di salvezza è l’amore. «Qui diligit, legem implevit» (Rom. 13,8). Colui che veramente ama, ha compiuto senz’altro la legge.
Per confermare e accentuare questa legge che comprende e abbraccia tutta l’economia delle reciproche relazioni fra il Cielo e la terra, l’incomparabile Apostolo S. Paolo fa una dichiarazione che è delle più sorprendenti e sublimi di quante si possono incontrare in tutte le sue famose Lettere: «Si linguis hominum loquar et Angelorum, caritatem autem non habeam, factus sum velut aes sonans, aut cymbalum tinniens. Et si habuero prophetiam, et noverim mysteria omnia et omnem sopentiam: et si habuero omnem fidem ita ut montes transferam, caritatem autem non haibuero, nihil sum. Et si distribuero in cibos pauperum omnes facultates meas et si tradidero corpus meum ita ut ardeam, caritatem autem non habuero, nihil mihi prodest» {I. Cor. 13).
Parlando, dunque, questo linguaggio alto e profondo e il solo dottrinale, «Cor Jesu» non è una semplice devozione, nel senso popolare corrente della parola, ma una sintesi di tutto il dogma cattolico. Non è nemmeno solamente una bella manifestazione della pietà cristiana; né soltanto una forma di culto molto lodevole, un inno di adorazione, bellissimo fra tutti gli altri, alla gloria del Signore. «Cor Jesu» è ben tutto questo, si, ma anche assai più di questo, se io mi attengo al Vangelo e agli insegnamenti formali dei sommi Pontefici e della Chiesa.                                                                         
Permettete che ve lo spieghi, esponendovi in tre punti quello che io oserei chiamare il Vangelo del Sacro Cuore.
Ecco il primo punto: mosso per una carità incomprensibile, infinita, Dio vuole riscattare il mondo colpevole. Avrebbe potuto farlo in mille maniere, tutte gloriose e degne della sua Maestà infinita. Ma, oh mistero! Egli scelse l’umiliazione, l’abbassamento, «et Verbum caro factum est» (Jo. 1,14).
Orbene, se un semplice neofito o un Dottore geniale domandassero il come e il perchè di questo mistero, noi non troveremmo che una sola risposta, la sola di una dottrina solida e luminosa, quella data da Dio medesimo: «sic Deus dilexit mundum»: l’amore! (Jo. 3,16).
Voltiamo La pagina al secondo capitolo. L’Incarnazione era più che sufficiente per salvare mille mondi, ma Dio ha voluto fare di più. Egli avrebbe potuto non incarnarsi, e vedetelo là fatto uomo. Compiuto questo prodigio ineffabile, avrebbe potuto non morire, essendo Dio, ma egli ha voluto discendere fino alla regione dei morti.
Ed eccolo là, «Crucifixus, mortuus et sepultus» Dio e cadavere!…
- Come e perchè? – si sono domandati gli Angeli. Per essi come per noi, la risposta di Dio è netta e identica: «Sic Deus .dilexit mundum».
L’Amore! La follia della Croce non si spiega che per l’eccesso e la follia di un amore divino.
Apriamo adesso e leggiamo il terzo capitolo. Dovendo morire e ritornare nel seno di suo Padre, Gesù non si decide ad abbandonarci e lasciarci orfani.
E il Giovedì Santo Egli sorpassa ogni misura: l’Uomo-Dio dell’Incarnazione e della Croce si dà, si darà fino alla consumazione dei secoli per il Santo Sacrificio della Messa e nel Sacramento dell’Eucaristia.
Prima che voi vi domandiate il come e il perché dell’altare e del Ciborio, io vi prevengo con le parole del Discepolo che ci dà la chiave del mistero: «Cum dilexisset suos qui erant in mundo, in finem dilexit eos… Sic Deus dilexit mundum!» (Jo. 13, 1 e 16).
L’amore infinito di un Dio, nient’altro che l’amore infinito di un Dio, può essere la spiegazione adeguata di questo dono per eccellenza.
Ma, quale di questi tre capitoli meravigliosi contiene la vera dottrina del sacro Cuore? Il primo quello dell’Incarnazione? Il secondo quello della Croce? Il terzo quello della Eucaristia?
È evidente che ciascuno di noi, secondo la sua inclinazione personale, può preferire la meditazione, e pertanto la predicazione, dell’uno e dell’altro di questi tre misteri ineffabili, «Spiritus ubi vult spirat» (Jo. 3,8).
È così che negli annali della Chiesa noi incontriamo una falange di santi che hanno fatto la loro delizia principale del Mistero dell’Incarnazione: fra mille altri e più recentemente, S. Teresa del Bambino Gesù.
Poi abbiamo l’armata innumerevole dei Santi che si lasciarono prendere dalla bellezza della Croce: fra essi S. Francesco d’Assisi e S. Paolo della Croce ne sono degli ammirevoli esempi.
Infine, noi conosciamo dei Santi me sono vissuti della Santa Eucaristia, come Pasquale Baylon, Giulilana Falconieri e il Padre Eymard.
Per conseguenza, ciascuno di noi può seguire l’ispirazione dello Spirito Santo e la propria vocazione.
Ma dal momento alle si deve parlare dottrinalmente del Cuore di Gesù, allora non sarà più l’uno o l’altro dei capitoli che abbiamo presentato, ma i tre insieme, che costituiranno l’Evangelo integrale dell’Amore di Dio, manifestato per l’Incarnazione del Verbo, per la sua Passione e Morte e per il dono incomparabile di se stesso nella Divina Eucaristia.
Non è dunque un capitolo più che un altro, che scegliamo in questo momento, ma i tre capitoli, rilegati e fusi in uno solo che riassume la somma teologica condensata da S. Giovanni in queste parole: «Deus caritas est» (I Jo. 2,16). Dio è Amore.
Ed è pure la dottrina che S. Paolo sintetizza in questa frase: «Qui dilexit me et tradidit semetipsum pro me» (Gal. 2,20), parlando dell’amore di Dio verso gli uomini, e «plenitudo legis, dilectio», parlando dell’amore degli uomini verso Dio.
Se io adesso dovessi riprodurre questa tesi su di una tela, se io volessi nella misura del possibile sviluppare la definizione del Cuore di Gesù e renderla sensibile e plastica, ecco il trittico che io presenterei: davanti al SS. sacramento esposto sopra l’Altare metterei S. Tommaso d’Aquino che canta il suo meraviglioso Tantum Ergo e adora a due ginocchi.
A dritta, Teresa del Bambino Gesù che stringe al suo cuore il divino Bambino di Betlemme.
A sinistra, S. Francesco d’Assisi nel momento in cui Gesù Crocifisso distacca dalla Croce un braccio per serrarlo sul suo petto.
Ma ecco che a questo momento i tre santi Personaggi, come se una voce misteriosa li chiamasse, alzano gli occhi e contemplano estasiati la
visione di Paray-le-Monial: nella ferita del Sacro Costato, appare in mezzo alle fiamme il Cuore trapassato di Gesù.
Allora, S. Margherita Maria fa vedere a tutti e tre, o meglio fa osservare che in questo «Cuore che ha tanto amato gli uomini», essi trovano i tre misteri che vivono in quel momento nella loro mente, l’abbassamento dell’Incarnazione, la forma della Croce, l’annientamento dell’Eucaristia. E la Santa ripete: «Ecco il Cuore che ha tanto amato!»…
Unendo la mia debole voce alla sua, io aggiungerei: «Sic nos amantem quis non redamaret?» In cambio del suo Cuore, i nostri cuori: «Praebe, fili mi, cor tuum mihi». (Prov. 23,24).
Nella misura in cui le idee astratte e sublimi possono essere rese sensibili su di una tela, io credo che questo trittico condensi in una maniera assai precisa e giusta tutta la teologia del Sacro Cuore. Ragionando su questo tono, mettendo armoniosamente insieme dottrina e fiamme, tesi e vita, io trovo il Cuore di Gesù, voglio dire il suo Amore, in tutta La sua Persona adorabile:
Nella sua Testa coronata di spine per amore.
Nei suoi Occhi che hanno pianto per amore.
Nella sua Bocca che ebbe sete e che non ha parlato che d’amore.
Nelle sue Mani forate per amore.
Nei suoi Piedi trapassati per amore.
Nel suo Costato aperto per amore.
Tutto il suo Corpo è divenuto una piaga vivaper amore.
Io direi, dunque, volentieri con il Card. Pie: «tutto Gesù Cristo non è che un Cuore infinito»!
E come tutta la sua divina Persona, così tutte le sue opere, tutte predicano il suo Amore e reclamano il nostro.
La Creazione: Egli mi ha amato, perchè io l’ami.
La Redenzione: Egli mi ha amato, perchè io lo ami.
Il Sacerdozio, il Santo sacrificio, il Tabernacolo, sempre Egli mi ha amato, perché io lo
ami.
L’economia della grazia, la Comunione dei Santi, la santa Vergine: Egli mi ha amato, perché io lo ami.
Inoltre disse Gesù: tutta la legge si riassume in due grandi precetti. Ma il secondo di questi presuppone assolutamente il primo: «Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde et ex tota anima et ex tota mente tua…» (Mc. 12,30).
«Cor Jesu»è, dunque, il centro da dove si diparte, come da una fornace di carità, tutta la azione divina e verso la quale converge tutto il piano divino.
Logicamente, pertanto, «Cor Jesu» non è un solo capitolo, un trattato, ma tutta la somma della Verità Eterna.
Ciò che faceva dire giustamente al Card. Pie: «Io riassumo tutta la teologia in due parole… il mio dogma: Sic Deus dilexit mundum… dilexit me… La mia morale: «Diliges».
Niente di nuovo, per conseguenza, quanto alla sostanza di tale dottrina; questa si trova tutta intera nelle pagine del Vangelo.
Ma quanto ‘alla forma, ossia al culto esteriore con il quale onoriamo il Sacro Cuore di Gesù, vi ha una novità dopo la rivelazione di Paray-le-Monial.
Un semplice esempio di quello che io chiamo novità nel culto o nella forma è la festa solenne del Sacro Cuore, elevata da S. S. Pio XI al Rito di Prima Classe e celebrata il venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini, secondo la domanda esplicita di Nostro Signore alla sua confidente Margherita Maria.
Ma non si deve dimenticare che la dottrina del Sacro Cuore è in sostanza lo stesso dogma dell’amore del Salvatore divino, tale, che noi possiamo affermare che per predicare il Sacro Cuore non avremmo neanche avuto bisogno dell’avvenimento di Paray-le-Monial, né di S. Margherita Maria: ci basta il Vangelo e la nostra Teologia.
Perciò, se io amo ed ammiro con la Chiesa il grande fatto di Paray, è perchè io lo trovo in perfetto accordo con il Vangelo nelle sue domande, nel suo spirito, nelle sue promesse.
Rimarcate per esempio questo: il Maestro Adorabile appare a Paray assolutamente con lo stesso fine e disegno che gli avevano fatto percorrere le tappe di Betlemme, del Calvario e dell’Altare, cioè donare il suo amore e farsi amare, conquistare ed attirare dei cuori per il suo Cuore. In Palestina come a Paray, è la stessa sete che lo fa gemere, sete di amore. Poichè non è disceso venti secoli or sono a Betlemme e non è ritornato in seguito a Paray-le-Monial che per portare un sacro fuoco sulla terra: «Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?» (Luc. 12,49).
Si, riportandomi alla interpretazione che la Chiesa ha dato al fatto di Paray-le-Monial, dico che questo non ha altro fine che di dilatare la conoscenza e lo spirito della adozione filiale divina, accentuando nelle nostre relazioni con Dio, attraverso Gesù Mediatore, il principio di un amore «fortis ut mors», e mettendo alla base della vita delle anime, della loro ascensione verso il Padre e la Trinità, la regina di tutte le virtù, la carità.
Ecco che cosa significa, in fondo, questa frase divenuta classica e indirizzata dal Salvatore a S. Margherita Maria: «Io voglio regnare per mezzo del mio Cuore»! Egli vuol conquistare, trionfare, essere Re per la carità, per l’amore.
Un’ultima parola sul «nova et vetera» della dottrina del Sacro Cuore. S. Francesco di Sales ce la dice con i più bei colori che egli seppe trovare sulla sua tavola. «Se avessero fatto con il cadavere del Salvatore ciò che fanno con il cadavere dei re, l’autopsia, avrebbero potuto constatare che la ferita del Cuore di Gesù non data dal colpo di Lancia del Calvario, ma dalla Incarnazione, ossia che Gesù era nato ferito al Cuore, ferito d’amore!»
Paray-le-Monial ha attirato l’attenzione sul Costato trapassato per permetterci di penetrarvi e di constatarvi per mezzo della meditazione e della preghiera quello che ha detto il santo Dottore di Ginevra. Se la apertura praticata dalla lancia non data che da ieri, la lancia non ha fatto altro che rompere la cortina per mostrarci nell’interiore del Cuore Divino la ferita di un amore eterno. Dio ci ha amato da tutta l’eternità e il suo Verbo non è venuto in questa terra se non per farcelo conoscere. Questo Verbo è quindi ritornato a Paray-le-Monial per ricordarcelo e per reclamare l’adorazione dei nostri cuori. Oh! raccogliete dal fiore delizioso e sanguinante della ferita del Sacro Costato, il miele di questa sublime dottrina e nutritevene.
Sì, nutritevene a sazietà, è interesse vostro ed è ugualmente l’interesse della vostra missione apostolica. Infatti io vi ricordo qui due promesse, per mio conto le più grandi e le più meravigliose che sono state fatte a Paray-le-Monial. La prima riguarda la chiamata alla santità di ogni cristiano e a più forte ragione di ogni sacerdote: «le anime ferventi si eleveranno rapidamente a una grande perfezione».
«Fidelis est Deus», in tutto e sempre, ma Egli dovrà esserlo particolarmente quando si tratta di una causa alla quale il suo Cuore tiene più che a tutto.
La seconda promessa riguarda il nostro apostolato per le anime: «io donerò ai sacerdoti la grazia di commuovere i cuori anche più induriti».
Se voi, pertanto, volete possedere il vero segreto per attirare le anime le più refrattarie, se voi volete far fiorire il deserto per la gloria del Maestro della Messe, prendete il labaro trionfante del Cuore di Gesù, fatelo Re d’amore delle anime, dei focolari, delle vostre opere, delle vostre parrocchie. Fate di questo Re tutto amabile il centro di tutti i cuori, siate tutti i predicatori del suo amore, i missionari del Cuore di Gesù. Non solamente la vostra fede, ma anche la vostra esperienza vi dimostrerà un giorno come è grande la sua fedeltà a mantenere le sue promesse ed anche a superarle in favore dei sacerdoti divenuti come S. Giovanni i confidenti e gli apostoli del suo Amore negletto.
Sacerdoti e Missionari, domandate alla Madre del Bell’Amore di ottenervi la scienza dei Santi per eccellenza, quella che abbraccia tutte le scienze e senza la quale tutte sarebbero vane: «Scientia caritatis Christi» (sfr. Eph. 3,19). Poiché Gesù stesso ha detto: «Se voi mi amate, anche il Padre mio vi amerà e farà la sua dimora in voi» (cfr. Jo 14,23).
Sacerdoti e Missionari, conservatevi nel suo amore, poiché «plenitudo legis, dilectio» (Rom. 13,10). «Diliges, hoc est maximum et primum mandatum… Praebe, fili mi, cor tuum, mihi!… (Mth. 22,38 e Prov. 23,26).

RISOLUZIONI PRATICHE: Amate, amate di una fiamma che divori la vostra anima sacerdotale, amate l’Amore, il Cuore di quel Dio che vi ha tanto amato!
Oltre la confidenza, il Sacrificio e l’Apostolato, che sono grandi e magnifiche testimonianze del vostro amore, fate della Divina Eucaristia, della vostra Messa quotidiana, il focolare ardente per eccellenza di questo fuoco sacro, di questa carità che dovrà essere il segreto della vostra santificazione personale e della vostra fecondità apostolica. Amate!
A questo scopo, prendete la solida dottrina del Cuore di Gesù come un elemento di primo valore per stabilire tra Gesù e voi quella amicizia forte e intima, quel cuore a cuore che Lui desidera tanto con i suoi sacerdoti.
Non è certo invano che il Signore ha esplicitamente promesso «di elevare a un’alta perfezione i discepoli fedeli del Suo Cuore adorabile». Ecco un beneficio incomparabile al quale un degno sacerdote non può rinunziare. Prendete, dunque, con sollecitudine il posto scelto da S. Giovanni: esso appartiene di pieno diritto a voi missionari privilegiati di Gesù, a voi suoi sacerdoti. Infatti, è su questo Cuore di Re e di Amico che si sono sempre formati i santi, gli apostoli, i martiri !
Poiché non si tratta qui in nessuna maniera di una devozione buona e bella nel senso corrente della parola, ma di una vita di carità, di un’anima pervasa da questa virtù che è la regina delle virtù, che le riunisce tutte: «scientia caritatis Christi».
Entrate a fondo in questo movimento, vero soffio dello Spirito Santo che inonda del suo fuoco e della sua luce la Santa Chiesa e che diventa di più in più e l’ispirazione e il motore dell’apostolato moderno, al grido di: «Cor Jesu Sacratissimum, adveniat Regnum tuum!»
Proponetevi, per il vostro profitto spirituale e per quello delle anime, di far meglio conoscere e meglio amare questo Amore così poco conosciuto anche in mezzo degli stessi buoni.
Sì, date alle anime il gran dono della fede, ma date pure ad esse il gran dono inseparabile della fede di amare, voglio dire, fate ben conoscere ai vostri popoli il Cuore dolcissimo di Gesù, se non volete avere soltanto dei cristiani anemici, mancanti di una fiamma eucaristica, di spirito di sacrificio, e per conseguenza di zelo, di spirito d’apostolato.
Ahimé! Sono dappertutto numerosi i cristiani che credono, sì, ma che non amano se non molto freddamente o anche semplicemente che non amano. Meditate a questo riguardo il lamento così amaro con il quale il Salvatore dichiara di essere stato ferito dai suoi amici per mancanza di amore. È questo lamento doloroso che ha ravvivato nella Chiesa (come l’ha detto Pio XI in una ammirabile Enciclica) lo spirito di riparazione e che ha dato origine all’esercizio dell’Ora Santa, alla Comunione riparatrice dei Primi Venerdì e alla splendida festa del Sacro Cuore.
Credere è una cosa, amare è un’altra!
Ma Dio vuole essere amato poiché lo vuole la Chiesa. Predicate, parlando con un immensa convinzione, questa sintesi dottrinale meravigliosa del Dogma Cattolico, la «plenitudo legis, dilectio», la «charitas Christi urget nos» di S. Paolo. Dottrina tanto semplice quanto solida, e così opportuna per i bisogni della nostra epoca, secondo le affermazioni di Leone XIII e di Pio XI. Dottrina fondamentalmente cattolica, universale, perché allo stesso tempo me essa riassume, rende vivente e vissuto il Primo e il più grande dei Comandamenti: «Diliges!» Ama!
Conveniamo che osservare questo Comandamento non è una semplice devozione, ma una legge e una vita!
Facciamo con generosità quello che il Cuore di Gesù ci domanda in una maniera così commovente, e che la Chiesa applaude e incoraggia. Noi sapremo un giorno, per una fortunata esperienza, come Gesù è realmente fedele alle sue ineffabili promesse.

Veni Sancte Spiritus!
Adveniat Regnum tuum!

testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 152-169.

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2Cor 12, 7-10)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo1.htm

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2Cor 12, 7-10)

Una delle espressioni che più profondamente e con più sicurezza consentono di penetrare nell’anima di San Paolo è quella che si usa chiamare la magna charta dell’apostolo: Virtus in infirmitate perficitur. Queste parole rappresentano il vertice dell’intera pericope di 2 Cor. 12,7-10, nella quale l’Apostolo passa in rassegna le difficoltà che gli si frappongono sulla strada del suo ministero.

7 Affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca. 8 Tre volte riguardo a questo pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. 9 Ora, egli mi ha risposto: Ti basta la mia grazia, poiché la (mia) potenza si mostra appieno nella debolezza! Molto volentieri, adunque, mi glorierò nelle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo. 10 Per questo mi compiaccio delle (mie) debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo; perché quando son debole è ben allora che sono forte.

Qui di seguito dapprima esporremo brevemente il passo, e poi vedremo come le affermazioni di San Paolo ricevano luce da quanto sappiamo della sua vita, e come si inseriscono in una precisa linea di spiritualità biblica.
Siamo verso il 56-57. Paolo evoca in questa pagina alcune grazie mistiche, ricevute, dice, «or sono quattordici anni», dunque verso il 42-43, cioè poco prima dell’inizio del suo ministero apostolico (la sua prima missione ebbe inizio nel 45), grazie che probabilmente erano destinate, nel pensiero di Dio, a prepararlo alla sua missione ormai prossima. Ora, in connessione immediata con queste grazie, Paolo confida ai fedeli di Corinto di averne ricevuta un’altra non meno importante.
v.7 «Perciò, affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo (messaggero) di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca».
Una spina (scolops, stimulus). A che cosa allude San Paolo? Partendo dalla versione della Volgata (datus est mihi stimulus carnis meae, col genitivo) (1), molti latini hanno pensato che Paolo intendesse parlare di tentazioni contro la castità. Ma questa interpretazione non ha alcuna possibilità di essere vera.
Molti moderni, invece, riferendosi a una possibile interpretazione del passo di Gal. 4,13: «Sapete che vi annunziai il Vangelo la prima volta in occasione di una mia malattia», vedono volentieri in questa «spina» una malattia, probabilmente cronica, forse febbri malariche.
Ma piuttosto che appoggiarsi a un tale testo, che non ha relazione certa con il nostro, è metodo migliore consultare prima il contesto immediato del passo. Esso infatti ci fornisce qualche preziosa indicazione.
San Paolo aggiunge nello stesso v. 7 che questa spina è un messaggero di Satana, cioè qualcosa che egli considera come un ostacolo al suo apostolato. Satana è difatti colui che «toglie la parola dal cuore degli uomini per impedire che, credendo, si salvino» (Lc. 8,12). Di lui parla anche 1Tess. 2,18: «Infatti per una o due volte abbiamo determinato di venire da voi, ma Satana ce l’ha impedito»; e ancora 2 Cor. 4,4: «Il dio di questo mondo ha accecato le menti degli infedeli, perché non rifulga ad essi lo splendore del vangelo della gloria di Cristo…».
Nel v. 10 poi, Paolo sembra dare ogni chiarimento necessario, parlando, in termini generali, di «debolezze, oltraggi, necessità, persecuzioni, angustie» (non di malattia!). Sono tutte le sofferenze, le tribolazioni inerenti alla vita apostolica, delle quali ha parlato, per es., nel capitolo precedente (11,23-27): «Di più poi nei travagli, di più nelle prigioni; oltremodo di più sotto le battiture… in pericoli tra i falsi fratelli…». Notiamo la menzione delle persecuzioni (2).
Il v. 8 contiene la preghiera di Paolo: «Tre volte, riguardo a questo, pregai il Signore, perché lo allontanasse da me». Preghiera insistente, ripetuta «tre volte», come ha fatto il Signore al Getsemani, che mostra quanto Paolo ne soffrisse e come considerasse questa «spina» un grande ostacolo per il suo apostolato.
Al v. 9 abbiamo la risposta di Gesù: «Ora egli mi ha risposto: ‘Ti basta la mia grazia…’». Il Signore, implorato, sembra respingere la domanda dell’Apostolo. Invece in realtà la esaudisce. Paolo chiedeva che si allontanasse da lui questa spina, perché vedeva in essa un ostacolo al suo apostolato; orbene, ciò che Paolo credeva un ostacolo era in realtà la condizione più favorevole perché l’apostolato potesse aver il suo perfetto compimento. «Poiché – aggiunge il Signore – la mia potenza si mostra appieno nella debolezza»: la potenza di Dio non può dispiegare le sue virtualità, raggiungere tutti i suoi effetti, se non nella debolezza dell’uomo, dello strumento apostolico. È un paradosso evangelico, un aspetto della dottrina della fede. Perciò Paolo nel v. 9 continua: «Ben volentieri, adunque, io mi glorierò nella mia debolezza, affinché abiti in me la potenza di Cristo».
Mi glorierò» kauchesomai, cioè «riporrò tutta la mia fiducia nella mia debolezza».
«Affinché abiti in me la potenza di Cristo»; il verbo usato qui da Paolo, episkenoo, è lo stesso che indica la presenza della «gloria di Jahvé» sull’arca e, nel N. T., la presenza del Verbo di Dio sulla nostra terra: «E il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi» (Io. 1,14). L’Apostolo, conscio della sua debolezza, diventa come un’incarnazione della potenza di Cristo!
Si capisce allora come Paolo possa così continuare ( v. 10): «Per questo io mi compiaccio delle mie debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo, perché quando son debole è ben allora che sono forte».
Questo è il significato generale delle parole di San Paolo. Ma per poter penetrarne tutta la profondità non sarà inutile inserirle nella sua vita, la quale ne costituisce un commento straordinariamente significativo.
Di fatto, se Paolo ha formulato questa legge dell’apostolato con espressioni così vivide, così chiare, è forse perché Dio l’ha rivelato al suo Apostolo attraverso l’esperienza concreta. Prima di formularla Paolo l’ha vissuta. E non c’è da meravigliarsi che ne abbia fatto confidenza in una lettera ai Corinti, perché l’ha vissuta in modo particolare, ci sembra, proprio a Corinto, nella fondazione stessa di questa chiesa. Basta ricordare brevemente le circostanze di tale fondazione, quali sono riferite da San Luca in quel breviario della vita apostolica che sono gli Atti (16,11-18,11).
L’arrivo di Paolo a Corinto fu preceduto da una serie di scacchi dolorosi. Siamo durante il secondo viaggio missionario, verso il 50. Paolo, venendo dall’Asia Minore, ha per la prima volta messo piede sul suolo dell’Europa. Passato da Troade in Macedonia, ha predicato a Filippi, dove ha guarito una giovane schiava posseduta da uno «spirito pitone» che procurava molto guadagno ai suoi padroni, facendo l’indovina (16,16). Incarcerato insieme a Sila, suo compagno, e poi liberato e pregato di lasciare la città (16,40), giunse a Tessalonica, dove i Giudei avevano una sinagoga (17,1). Tutto comincia bene: non poche conversioni di Giudei e soprattutto di proseliti e di gentili…(17,4). Ma i Giudei, mossi da invidia, dice il testo, «presero alcuni pessimi uomini del volgo e provocarono un tumulto e misero a rumore la città… Non avendo trovato Paolo e Sila nella casa di Giasone, dove alloggiavano, trascinarono Giasone stesso ed alcuni fratelli davanti ai capi della città…» (v. 5).
Paolo deve approfittare della notte per fuggire di nuovo e cosi evitare ai fratelli altri incidenti.
A Berea (17,10) trovarono i Giudei «animati da sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica… Molti fra essi credettero…». Ma i Giudei di Tessalonica, inteso che ebbero il successo di Paolo, «si portarono pure colà e andavano agitando e sollevando le folle». Nuova partenza (17,13 s.) e arrivo, questa volta, ad Atene (17,15 ss.). Qui Paolo supera se stesso nel celebre discorso dell’Areopago (17,22-32), nel quale mostra un’abilità umana eccezionale, potendo far leva anche su circostanze favorevoli. «Percorrendo la vostra città – egli può dire – ho trovato un altare con questa iscrizione: A un dio ignoto. Quello che voi venerate senza conoscerlo, io lo annunzio a voi! …», e riferisce – caso unico! – anche un verso dei loro poeti (v. 28). Tutto inutile. L’insuccesso è quasi totale. Malgrado l’una o l’altra conversione, Paolo capisce che non c’è niente da fare e, per la prima volta, lascia la città di sua spontanea iniziativa (18,1).
Prende la via sacra che passa per Eleusi, dove evidentemente non si ferma, e raggiunge la città di Corinto, ricca, dedita ai commerci, cosmopolita e di pessima fama (18,1-5). Prende alloggio nel quartiere giudaico e ha la buona fortuna di incontrare due sposi già cristiani, giunti da poco dall’Italia, cacciati come Giudei dall’imperatore Claudio: Aquila e Priscilla.
«Siccome esercitavano il suo stesso mestiere, andò a stare con loro e si misero a lavorare insieme». Ogni sabato Paolo disputa nella sinagoga con i Giudei. Anzi (18,3), quando Sila e Timoteo portano i soccorsi dalla Macedonia, si dedica tutto alla predicazione (18,5). Ma ancora una volta urta contro un’opposizione inattesa.
A questo punto la serie degli insuccessi provoca in lui uno «choc». Ecco il testo: «Facendo essi opposizione e scagliando ingiurie, Paolo scosse le sue vesti e disse loro: Il vostro sangue ricada sul vostro capo. Io sono puro. D’ora in poi mi rivolgerò ai gentili» (18,6). Il gesto di scuotere le vesti Paolo l’aveva già fatto ad Antiochia (13,51), e lo ripeterà poi ad Efeso (20,26) in circostanze simili. Ma qui soltanto aggiunge al gesto parole di imprecazione: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo! ». Per lui, che scriverà ai Romani di provare, davanti all’incredulità di Israele, «una grande tristezza e un continuo dolore nel… cuore», e vorrebbe essere lui stesso «anatema dal Cristo» per i suoi «fratelli secondo la carne…» (Rom. 9,2-3), un tale grido è espressione di un animo quasi disperato, sul punto di abbandonare tutto: se i Giudei di Corinto non volevano sentir parlare di Gesù, che cosa si poteva aspettare dai pagani della città? Ma proprio nel crollo di ogni prospettiva umana interviene la grazia a dare all’ Apostolo abbattuto nuovo vigore.
Gli Atti raccontano che in queste circostanze Paolo, durante la notte, ebbe una visione del Signore, cioè di Gesù risorto; e Gesù gli disse: «Non temere, ma parla, e non tacere, perché io sono con te e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; parla, perché ho un popolo grande in questa città!» (18,9-10). Paolo allora, senza alcuna speranza umana, forte unicamente della fiducia in Dio, come Abramo, obbedisce alla voce del Signore. E Corinto sarà una delle chiese più fiorenti da lui fondate. «Ho un popolo grande in questa città ».
A conferma del racconto degli Atti sta una confidenza fatta da Paolo stesso ai Corinti, quando, evocando gli inizi della predicazione ai membri della futura comunità, dice: «Fratelli miei, quando venni da voi, non mi presentai ad annunziare la testimonianza di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza… Io stesso mi trovai fra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione, e il mio parlare, come la mia predicazione, non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma su una dimostrazione di spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio» (1Cor. 2,1-5). Queste parole hanno il loro degno commento in quelle che già abbiamo lette, e che potrebbero chiamarsi la magna charta dell’apostolato: «La mia potenza si mostra appieno nella debolezza»; «quando sono debole, è ben allora che sono forte»; «molto volentieri mi glorierò delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo».

Magna charta dell’apostolato. Di fatto non ci troviamo davanti al caso singolare di un apostolo, sia pure il più grande, San Paolo. Si tratta, in realtà, di una legge generale, insegnata attraverso tutta la Bibbia, legge di cui tutti i grandi servi tori di Dio – cioè coloro dei quali Dio ha voluto servirsi per operare la salvezza del mondo – hanno fatto l’esperienza.
Un esempio particolarmente chiaro è quello di Gedeone, nel libro dei Giudici, ossia dei «liberatori» o «salvatori» d’Israele. Il popolo di Dio è arrivato, finalmente, nella terra promessa, ma questa terra è da conquistare, e sembra che gli Ebrei abbiano ottenuto da Dio le prime vittorie solo per esser più sicuramente preda dei loro nemici. Anzi in questo preciso momento essi sono in balia dei Madianiti, così che «dovevano scavarsi spelonche, antri e fortezze sui monti» (Giud. 6,2). Israele invoca il soccorso di Dio, che invia il suo angelo a Gedeone. Il dialogo fra il messo divino e Gedeone non manca di drammaticità. «Il Signore è con te, prode campione!… – Ahimè, Signore mio, se veramente il Signore è con noi, come mai siamo colpiti da tanti mali? dove sono tutti i suoi prodigi, che i nostri padri ci narrano? Ora, invece, ci ha abbandonati e dati nelle mani di Madian. Allora il Signore lo guardò e disse: Orsù, con la forza che ti comunico libera Israele dai Madianiti! – Rispose Gedeone: Di grazia, Signore, con che mezzo potrò io mai liberare Israele? Ecco, la mia famiglia è la infima di Manasse ed io il più piccolo della casa di mio padre! – … Io sarò con te e tu abbatterai Madian come se fosse un sol uomo» (Giud.6,12-I6). Gedeone obbedisce, percorre le tribù di Israele e raduna quanti più può. Un buon numero: 32 mila! Veramente il Signore era con lui. Pieno di fiducia, «levatosi di buon mattino con tutti i suoi uomini, pose gli accampamenti contro i Madianiti. Allora il Signore disse a Gedeone: Troppa gente è con te, perché io possa dare Madian in tuo potere. Israele si glorierebbe contro di me, dicendo: È stato il mio valore che mi ha salvato!» (Giud.7,2). Questo sfoggio di potenza è un ostacolo da eliminare. Ecco allora la progressiva e drastica riduzione del numero degli armati. «Da’ questo ordine: Chiunque è timoroso ed ha paura, si ritiri e torni indietro. Se ne ritirarono allora 22 mila e ne rimasero solo 10 mila… La gente è ancora troppa! …»(7,3-4). Di riduzione in riduzione, il numero scende a 300. «Con questi uomini, io vi libererò e darò Madian nelle tue mani…» (7,7). Se la potenza dell’esercito era un ostacolo, la debolezza umana è ora una condizione favorevole, anzi necessaria, per il buon successo.
La stessa legge si applica al caso di David, prima alla sua chiamata (1 Sam. 16,1.6.11), poi al combattimento con Golia, quando il giovanetto grida all’avversario: «Tu vieni a me armato di spada, di lancia e di giavellotto, io vengo a te nel nome del Signore, che tu hai sfidato» (1 Sam. 17,45). Gli esempi sono innumerevoli. Basta ricordare, nel vangelo, il racconto della vocazione degli Apostoli al tempo della pesca miracolosa: «Abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla» (Lc. 5,5), esclama Pietro. Ebbene, proprio adesso vi trovate nelle condizioni favorevoli di strumenti di Dio. D’ora innanzi sarete «pescatori d’uomini».

Di fatto, la prima applicazione che, scrivendo ai Corinti, San Paolo fa di questa legge della «potenza di Dio nella debolezza dell’uomo» è proprio alla vocazione stessa dei cristiani: «Quello che per il mondo è debole, Iddio lo scelse per confondere quello che è forte» (1 Cor. 1,27). Dio sceglie gli strumenti umanamente meno capaci o che si credono tali: Gedeone, David, coloro a cui gli uomini non pensavano. Cosi i dodici apostoli: tra i Giudei erano gli ultimi da scegliere per convertire dei compagni che detestavano e dai quali erano detestati! Perciò solo poco a poco riuscirono a capire di essere veramente mandati ai gentili (cfr. le esitazioni di Pietro in Atti 10).
Ma Paolo, lui, non era forse strumento perfettamente preparato anche sotto il profilo umano? Si. Però dobbiamo prima notare che si riteneva preparato per la conversione dei Giudei, non dei pagani. Lo mostra il fatto accaduto dopo la sua conversione, di cui egli stesso fa confidenza nel discorso ai Giudei di Gerusalemme: «Tornato a Gerusalemme, mentre stavo pregando nel tempio, fui rapito in estasi e vidi il Signore che mi diceva: Affrettati a partire da Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza a mio riguardo. E io risposi: Signore, loro stessi sanno che io facevo mettere in prigione e battere con verghe nelle sinagoghe quelli che credevano in te… Ma egli mi replicò: Va’, io ti invierò lontano, alle nazioni» (Atti 22, 17-21). Soprattutto le capacità umane di Paolo furono continuamente ostacolate da queste necessità, angustie, persecuzioni di cui parla cosi spesso. Sembra che egli abbia esperimentato la sua debolezza radicale, la sua impotenza, proprio attraverso questi ostacoli, suscitati sulla sua strada sin dall’inizio (cfr. 2 Cor. 11,24-27): ostacoli «da parte dei Giudei», che impedivano la sua predicazione ai gentili, come abbiamo visto, e che lo faranno arrestare a Gerusalemme; ostacoli, anche, «da parte dei pagani». Ricordiamo il procuratore Felice, che lo tiene due anni in carcere a Cesarea, nella speranza di averne del denaro: «perciò lo mandava spesso a chiamare» (Atti 24,26). Ostacoli, in modo particolare, da parte dei «fratelli», di coloro cioè che avrebbero dovuto aiutarlo. Sono i cristiani di origine giudaica, anzi «predicatori», che accusano Paolo di predicare un cristianesimo edulcorato, infedele alla rivelazione di Dio nell’Antico Testamento.
Il Signore permise che Paolo incontrasse questi avversari sin dagli inizi del suo ministero, ad Antiochia di Siria, donde deve salire a Gerusalemme per difendersi davanti agli Apostoli (Atti 15,1-2; cfr. Gal. 2,1.12), durante tutta la sua vita fino all’ultima tappa della seconda prigionia romana.
Così, per esempio, in Galazia è presentato come uno che cerca di piacere agli uomini e perciò annacqua il vangelo autentico, come un apostolo di secondo grado, che non aveva conosciuto il Cristo (Gal. 1,20; 2,6). A Corinto è accusato di dubbio versatilismo, arroganza e superbia (2 Cor. 1; 3,1); e i suoi avversari cristiani hanno talmente staccato la comunità dal suo Apostolo, che, non osando ritornarvi per paura di non essere ricevuto, manda avanti Tito per informarsi della situazione! A Gerusalemme teme che la comunità non accetti la colletta delle chiese della gentilità, raccolta con tanta cura e tanta fatica: perciò domanda ai Romani di pregare «affinché il soccorso che porta a Gerusalemme sia gradito ai santi» (Rom. 15,31). Ed il timore non era senza fondamento come prova l’accoglienza che riceve dalla comunità secondo la testimonianza stessa degli Atti: «Tu vedi, o fratello, le migliaia di Giudei che hanno creduto, e tutti sono zelanti della legge. Ora, sono venuti a sapere che tu insegni a tutti i Giudei che si trovano in mezzo ai gentili, di separarsi da Mosè, dicendo ad essi di non far circoncidere i loro figli e di non seguire le consuetudini. Che cosa, dunque, fare?» (Atti 21,20-21). Anzi la stessa opposizione lo segue a Roma – se, come si suppone generalmente, la lettera ai Filippesi è stata mandata da Roma: «Alcuni predicano il Vangelo per una certa invidia e per spirito di contesa… spinti da spirito di parte, per motivi non retti, immaginandosi di aggiungere sofferenze alle mie catene» (Fil. 1,15-17). In ogni caso, a Roma i suoi avversari hanno così ben lavorato, che, quando l’Apostolo vi fu per la seconda volta prigioniero, non sembra esser stato assistito quasi da nessun0 (3). Basta leggere la commovente 2Tim., scritta, forse, qualche settimana prima del suo martirio e a ragione chiamata «il testamento spirituale di San Paolo»: «Tu sai come tutti quelli che sono dell’Asia mi hanno abbandonato…» (1,15) «Affrettati a venire da me al più presto, perché Demas mi ha abbandonato per amore di questo mondo e se n’è andato a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Soltanto Luca è con me… Alessandro, il ramaio, mi ha fatto molto male… Guardati anche tu da lui, perché si è opposto molto vivamente alla nostra parola. Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito: che ciò non venga loro imputato! Mi ha però assistito il Signore e mi ha dato forza, affinché la predicazione per mezzo mio fosse compiuta e venisse ascoltata da tutti i gentili; ed io sono stato liberato dalle fauci del leone. Il Signore mi libererà da ogni opera cattiva e mi conserverà per il suo regno celeste. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen!» (4,9-18).

Mai, forse, nella sua vita 1′Apostolo si è sentito così isolato, così solo; mai, forse, ha esperimentato fino a questo punto il senso di debolezza, di impotenza. E il Signore gli permette di offrire, di fronte a tutti i gentili in questo tribunale romano, un’ultima, suprema e solenne testimonianza! Meglio, una penultima testimonianza, perché l’ultima, la suprema, sarà il suo martirio stesso, quando la spada del carnefice lo unirà per sempre al suo Signore (Cfr. Rom. 8, 35). Allora ancora una volta esperimenterà fino a qual punto «la potenza si mostra appieno nella debolezza».

[1]. Il testo greco ha invece il dativo te sarki senza l’aggettivo possessivo.
[2]. V. anche 1 Cor.4,9-13.
[3]. V. A. PENNA, Le due prigionie romane di San Paolo in «Rivista Biblica» 9 (1961) pp. 193-208 (specie p. 204).

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 4 octobre, 2012 |Pas de commentaires »
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