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CHIESA COME CORPO E CHIESA COME SPOSA NELLE LETTERE DI PAOLO AI CORINZI (Pdf)

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CHIESA COME CORPO E CHIESA COME SPOSA NELLE LETTERE DI PAOLO AI CORINZI (Pdf)

Il tema della Chiesa corpo di Cristo secondo l’apostolo Paolo è stato abbondantemente studiato. Assai meno copiosa è la letteratura, sia esegetica che teologica, sulla Chiesa come sposa di Cristo secondo il medesimo apostolo. La simbolica1 del corpo e la simbolica della sposa non sono quasi mai, a mia conoscenza, state poste in relazione. Il mio proposito nella presente comunicazione è precisamente di indagare i rapporti che intercorrono, se davvero intercorrono, nel linguaggio di
Paolo tra le simboliche corporale e sponsale applicate alla realtà della Chiesa. La tesi che sto per esporre poggia essenzialmente sull’esegesi di un passo della prima lettera ai Corinzi: 1 Cor 6,12-20. Il passo è obiettivamente difficile, e la sua esegesi controversa, come spesso accade con le parole di Paolo, che tra tutti i carismi non possedeva quello della chiarezza. La mia esegesi non è che un tentativo, che mi auguro non appaia del tutto privo di fondamento.
Un’osservazione preliminare. Il fatto che i cristiani siano membra (e quindi collettivamente corpo) di Cristo è nella prima lettera ai Corinzi introdotto nel seguente modo:
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? (1 Cor 6,15)
La frase è un’interrogativa retorica di senso positivo: non sapete? = certamente sapete. L’apostolo fa dunque appello a qualcosa che i Corinzi conoscono già. L’idea della comunità come corpo di Cristo non era per loro una cosa nuova: Paolo ne aveva evidentemente parlato nel corso del suo primo soggiorno a Corinto, o eventualmente in qualche lettera successiva che non ci è stata conservata. Il tema era dunque per lui abbastanza importante perchè lo includesse nel suo insegnamento come fondatore di comunità. Non è un tema secondario od occasionale.
Altre due volte nella prima lettera ai Corinzi i cristiani sono detti costituire un corpo. La prima volta nel contesto di un’esortazione a fuggire l’idolatria: Paolo dichiara che i cristiani, poiché mangiano di un solo pane, sono un solo corpo pur essendo molti (cfr. 1 Cor 10,17). La seconda volta il contesto è quello dei vari carismi esistenti nella comunità di Corinto. Qui l’apostolo parla del corpo in quanto costituito da una molteplicità di membra tra di loro interdipendenti; analogamente la comunità è costituita da una molteplicità di persone che non svolgono tutte la medesima funzione, ma hanno tutte bisogno le une delle altre (cfr. 1 Cor 12,12-30). Nel primo caso l’accento cade sul fatto che le molte membra formano un’unità, nel secondo piuttosto sul fatto che la differenza di funzione delle parti non lede in alcun modo l’unità del tutto. Ciò che del fenomeno empirico noto come “corpo umano” è simbolicamente utilizzato è la relazione tra le membra che lo compongono.
tutte bisogno le une delle altre (cfr. 1 Cor 12,12-30). Nel primo caso l’accento cade sul fatto che le molte membra formano un’unità, nel secondo piuttosto sul fatto che la differenza di funzione delle parti non lede in alcun modo l’unità del tutto. Ciò che del fenomeno empirico noto come “corpo umano” è simbolicamente utilizzato è la relazione tra le membra che lo compongono.2 Di una sposa di Cristo l’apostolo Paolo parla non nella prima, ma nella seconda lettera ai Corinzi. Riporto il versetto come appare nella nuova Bibbia CEI: Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta. (2 Cor 11,2) Dal contesto si evince che Paolo è preoccupato che la comunità di Corinto presti orecchio a persone che predicano un Gesù diverso da quello che ha predicato lui. Di queste persone non fa il nome, tacciandoli di “falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo” (2 Cor 12,13). L’accettazione di un vangelo diverso dal suo è da lui rappresentata come un atto di violazione della fedeltà coniugale da parte di una figlia che il padre ha concesso in matrimonio ad un determinato uomo. L’obbligo di fedeltà non scattava infatti per le ragazze dal giorno delle nozze, ma dal giorno in cui erano date in matrimonio. Compito e responsabilità del padre era di consegnare la figlia al marito in stato di verginità.3 L’apostolo parla qui come un padre,4 geloso custode della castità della figlia e attivamente impegnato a tenere lontano da lei ogni altro pretendente. Il matrimonio è qui utilizzato come paradigma di appartenenza esclusiva. In tale funzione era già stato utilizzato dai profeti Osea, Geremia ed Ezechiele. Nel diritto dell’antico Israele, e non solo di Israele, il matrimonio comportava infatti l’obbligo per la moglie di riservare in esclusiva al marito l’uso del proprio corpo.5 Precisamente per questa sua caratteristica esso si prestava eccellentemente a rappresentare la relazione tra il Signore e il suo popolo, che secondo questi profeti comportava anch’essa l’obbligo di appartenenza esclusiva da parte del popolo, tale da permettere loro di bollare come adulterio il culto prestato ad altre divinità. Per l’apostolo Paolo pure la Chiesa è tenuta ad un’appartenenza assolutamente esclusiva a colui che ha verso di lei gli stessi diritti che il Signore ha nei confronti di Israele. E’ vero che i profeti rappresentano Israele come una moglie convivente con il marito, mentre l’apostolo rappresenta la Chiesa come una già sposata ma non ancora convivente: simbolicamente ciò non ha tuttavia importanza, dato che, come abbiamo detto, la donna era tenuta alla fedeltà da quando era stata concessa in matrimonio, senza attendere il momento del suo ingresso nella casa del marito. La simbolica sponsale, come è qui impiegata da Paolo, è infatti una simbolica essenzialmente giuridica, non certo sentimentale-affettiva. Da un altro punto di vista la differenza è invece importante, in quanto introduce l’elemento dell’attesa dell’evento dell’unione con Cristo, bollare come adulterio il culto prestato ad altre divinità. Per l’apostolo Paolo pure la Chiesa è tenuta ad un’appartenenza assolutamente esclusiva a colui che ha verso di lei gli stessi diritti che il Signore ha nei confronti di Israele. E’ vero che i profeti rappresentano Israele come una moglie convivente con il marito, mentre l’apostolo rappresenta la Chiesa come una già sposata ma non ancora convivente: simbolicamente ciò non ha tuttavia importanza, dato che, come abbiamo detto, la donna era tenuta alla fedeltà da quando era stata concessa in matrimonio, senza attendere il momento del suo ingresso nella casa del marito. La simbolica sponsale, come è qui impiegata da Paolo, è infatti una simbolica essenzialmente giuridica, non certo sentimentale-affettiva. Da un altro punto di vista la differenza è invece importante, in quanto introduce l’elemento dell’attesa dell’evento dell’unione con Cristo,6 rappresentata, come nel vangelo di Matteo, 7 come unione dello sposo con la sua sposa. L’intervallo di tempo che separa la stipulazione giuridica (gli sponsali) dall’inizio della convivenza (le nozze) si presta eccellentemente a rappresentare il tempo della Chiesa, già sposata ma non ancora dimorante in casa del suo Signore.
Alla luce di queste premesse passiamo ad esaminare 1 Cor 6,12-20. Il suo contenuto tematico di fondo è sinteticamente espresso dal comando con cui si apre il v. 18:
Fuggite la fornicazione. (1 Cor 6,18)
La nuova Bibbia CEI traduce: “state lontani dall’impurità”. Io preferisco usare il termine italiano “fornicazione”, semanticamente più vicino al greco porneía. La maggior parte dei commentatori ritiene che qui l’apostolo si riferisca alla frequentazione di prostitute.8 Vorrei però ricordare che nel capitolo precedente della stessa lettera Paolo aveva preso posizione in merito ad un caso che si era verificato nella comunità di Corinto, di uno che, presumibilmente dopo la morte del padre, aveva preso in moglie la sua matrigna;9 unione che l’apostolo aveva designato proprio con il termine
porneía (cfr. 1 Cor 5,1), decretando che questo tale10 fosse espulso dalla comunità, della quale non hanno diritto di fare parte i pórnoi, ovvero coloro che intrattengono una relazione matrimoniale contraria alla volontà di Dio. L’uso di questa terminologia ha intento manifestamente cacofemistico: il matrimonio è una realtà santa,11 l’unione con una donna che Dio ha proibito di sposare non è cosa diversa dall’unione con una prostituta, e merita di essere chiamata fornicazione.12 Di per sé è perfettamente plausibile che Paolo, dopo essere intervenuto sul caso dell’uomo che viveva con la matrigna, passi ad occuparsi di un altro abuso che si commetteva nella comunità di Corinto, vale a ire la frequentazione di prostitute, che in quella città sicuramente non mancavano. Io ritengo tuttavia più probabile che egli torni sull’argomento precedentemente trattato, quello dell’unione illegittima, per spiegare più compiutamente le ragioni biblico-teologiche della decisione disciplinare da lui imposta alla comunità. 13 In ogni caso, che la porneía di 1 Cor 6 indichi la medesima o una diversa azione che quella di 1 Cor 5, ciò che più conta è l’argomentazione che Paolo impiega per dissuadere i suoi fedeli dal
commetterla. Soffermiamoci su un’affermazione, di importanza capitale: I cibi sono per lo stomaco e lo stomaco per i cibi … Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore per il corpo. (1 Cor 6,13)
La nuova Bibbia CEI pone delle virgolette prima e dopo la frase sullo stomaco e i cibi, per fare intendere che si tratta di una citazione.intendere che si tratta di una citazione.14 Paolo riporterebbe qui una frase che veniva spesso ripetuta
a Corinto, a sostegno del principio che è lecito mangiare ogni genere di cibo, senza distinzioni. Paolo la citerebbe per ribattere che il corpo al contrario non è per ogni genere di rapporto sessuale, ma per il Signore. Ma che cosa vorrebbe precisamente dire “il Signore è per il corpo”? Secondo J. Murphy-O’Connor,15 questa frase ha “a purely formal function”, quella di fare da pendant alla precedente “il corpo è per il Signore”. La frase in sè stessa sarebbe dunque priva di senso, e non servirebbe ad altro che a bilanciare il parallelismo cibi-stomaco // corpo-Signore. Mi è difficile accettare l’idea che Paolo dica parole senza senso, unicamente per tenere in piedi una costruzione stilistica. Secondo me, Paolo vuole dire che il corpo e il Signore sono destinati l’uno all’altro come lo sono nel loro ordine i cibi e lo stomaco. I cibi sono fatti per essere mangiati, non per altro; lo stomaco è fatto per digerire i cibi, non per altro. La reciproca destinazione di due realtà periture
serve a illustrare analogicamente la reciproca destinazione di due realtà imperiture, una già risorta (il Signore) e l’altra (il corpo) in attesa di risorgere. Il problema è capire quale corpo. Se Paolo ha in mente soltanto il corpo del singolo individuo,
risulta effettivamente difficile trovare un senso all’affermazione “il Signore è per il corpo”. Paolo potrebbe però avere in mente anche un altro corpo, non individuale ma comunitario, quello di cui parla più avanti, nel versetto sopra citato: “non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?” (1 Cor 6,16). Chi dice membra dice corpo: “membra di Cristo” non è altro che una brachilogia per “membra del corpo di Cristo”. E’ a questo corpo che il Signore è destinato per volontà di Dio a
congiungersi. Non è individualmente che il corpo di un singolo cristiano appartiene al Signore, ma in quanto membro di un corpo più grande. Il senso in cui questo più grande corpo, che è la Chiesa, è “di Cristo” è bene spiegato da C.K. Barrett: “not the body which is Christ, of which Christ consists, but the body that belongs to Christ and over which he rules”.16
In che modo appartiene un corpo? Al tempo di Paolo i modi di appartenenza erano due. Uno è l’acquisto, l’altro la consacrazione sponsale. Il primo è evocato più avanti, alla fine della pericope: “voi non appartenete a voi stessi, infatti siete stati comprati a prezzo” (1 Cor 6,19-20). Comprati va senz’altro inteso nel senso di ricomprati, cioè riscattati. L’altro modo è la relazione matrimoniale, che l’apostolo concepiva come reciproco possesso: “la moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor 7,4). Ha ragione perciò G. Baldanza, quando scrive: “non è da escludere che Paolo già veda la relazione reciproca tra corpo e Signore e Signore e corpo sotto l’angolazione di un’appartenenza sponsale”.-20). Comprati va senz’altro inteso nel senso di ricomprati, cioè riscattati. L’altro modo è la relazione matrimoniale, che l’apostolo concepiva come reciproco possesso: “la moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor 7,4). Ha ragione perciò G. Baldanza, quando scrive: “non è da escludere che Paolo già veda la
relazione reciproca tra corpo e Signore e Signore e corpo sotto l’angolazione di un’appartenenza sponsale”.17 Non solo non è da escludere, ma è, secondo me, probabile. I cristiani formano tutti insieme un corpo unico, riservato in esclusiva a Cristo come il corpo della moglie è riservato in esclusiva al marito. Consideriamo in questa prospettiva l’ipotesi che Paolo formula e respinge con orrore: Dovrei forse prendere le membra di Cristo e farne membra di una prostituta? Non sia mai! (1 Cor 6,15)
Abbiamo qui la contrapposizione di due appartenenze, a Cristo e alla prostituta (= qualsiasi donna che non sia la moglie legittima), che secondo l’apostolo si escludono reciprocamente. O uno è unito a Cristo o è unito alla prostituta, tertium non datur. Perché mai? Perchè, spiega Paolo, chi si unisce alla prostituta diventa un solo corpo con lei, mentre chi si unisce con Cristo diventa un solo spirito con lui. Pessima argomentazione, verrebbe da rispondere: se una unione avviene a livello del corpo e l’altra a livello dello spirito, se ne evince che le due possono benissimo coesistere. Se Paolo non trae questa conclusione, vuol dire che per lui corpo e spirito non sono due realtà incomunicanti. Lo spirito di cui egli parla in 1 Cor 6,17 è lo spirito che rende vitale il corpo;18 unione corporale e unione spirituale si toccano, per così dire. Se uno è membro di un corpo che nella sua totalità è consacrato a Cristo, non può unirsi ad un corpo che è al di fuori di questo.19 Se lo fa, il suo corpo personale cessa ipso facto di essere membro del corpo di Cristo. Queste considerazioni mi conducono a suggerire, sia pure con molta esitazione, una nuova (almeno parzialmente) spiegazione di un altro versetto difficile di questa pericope: parzialmente) spiegazione di un altro versetto difficile di questa pericope: Qualsiasi peccato commetta un uomo è fuori dal corpo, colui che commette la fornicazione pecca contro il proprio corpo. (1 Cor 6,18) Gli esegeti hanno sempre trovato difficoltà a spiegare la prima frase: come si può dire che tutti i peccati ad eccezione della fornicazione sono fuori dal corpo? Il peccato di ubriachezza ad esempio, che Paolo menziona espressamente in questa stessa lettera (cfr. 1 Cor 5,11 e 6,10), non si commette anch’esso nel corpo? Una soluzione che è stata proposta è di pensare che l’apostolo non intenda l’eccezione in senso rigoroso:20 egli intenderebbe solo dire che la fornicazione coinvolge il corpo in misura incomparabilmente superiore a tutti gli altri peccati. Diversa la soluzione escogitata da J. Murphy O’Connor, il quale spiega21 la frase in questione come uno slogan dei Corinzi, che si situerebbe nella stessa linea di pensiero di quello sui cibi e lo stomaco: nessun peccato può essere commesso nel corpo. I cristiani di Corinto, o un gruppo di loro, sosterrebbe che le azioni commesse con il corpo, come il mangiare, bere e fare sesso con prostitute, sono moralmente indifferenti. A
loro Paolo ribatterebbe che colui che commette la fornicazione pecca contro il suo corpo. 22 Sulla spiegazione di Murphy-O’Connor emetterò la stessa riserva metodologica di principio del mio collega J.-B. Édart: “le recors à un élément extérieur au texte pour en expliquer une difficulté est toujours très délicat. En effet, construire une preuve conduit généralement à faire en sorte qu’elle soit cohérente avec l’hypothèse soutenue. Déduire de cette cohérence la validité de la solution est alors une tentation où l’on ne peut manquer de tomber”.23 Il rischio di circolarità argomentativa è in effetti forte. Che cosa sappiamo di ciò che pensavano e dicevano i cristiani di Corinto? Io personalmente sono convinto che l’esegesi della prima lettera ai Corinzi abbia sofferto della tendenza a ricostruire più o meno inventivamente le opinioni teologiche dei Corinzi per usarle come chiave interpretativa per comprendere le affermazioni di Paolo. Condivido ad esempio tutti i dubbi di M.D. Goulder sull’esistenza di libertini nella comunità di Corinto. 24 R. Kempthorne ha proposto di intendere il “proprio corpo” di 1 Cor 6,18 come un doppio senso: “he is committing a sin both against the Body of which he is a member, and against his own self by removing himself from the Body”.25 Kempthorne ammette che è difficile dare senso corporativo al “proprio corpo”, che in 1 Cor 7,4 designa inequivocabilmente il corpo individuale, ma fa notare che
nella lettera di papa Clemente ai Corinzi, scritta negli ultimi anni del primo secolo d.C., si incontra l’espressione “il proprio corpo” proprio con senso corporativo. Questo argomento ha molta forza ai miei occhi. La frase di papa Clemente infatti suona: Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e ci rivoltiamo contro il proprio corpo, giungendo a tanta
pazzia da dimenticare che siamo membra gli uni degli altri? (1 Clemente 46,7) Qui è evidente che il “proprio corpo” non è il corpo individuale di ogni cristiano, ma il corpo collettivo. Il fatto che nella stessa frase troviamo “le membra di Cristo” e “il proprio corpo” non può essere una coincidenza: Clemente ha in mente la prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi, e
precisamente la pericope 6,12-20. Abbiamo dunque una testimonianza del fatto che in epoca molto antica, circa cinquanta anni dopo la lettera dell’apostolo, “il proprio corpo” di 1 Cor 6,18 era compreso in senso ecclesiale-comunitario. Come dovremmo intendere allora la frase precedente sui peccati commessi fuori dal corpo? Ma siamo sicuri che sia detto proprio questo? Rileggiamo 1 Cor 6,18: abbiamo una frase relativa-indefinita (“qualsiasi peccato commetta un uomo”) e una frase reggente (“è fuori del corpo”). Qual è il soggetto di quest’ultima? Non è detto che sia “il peccato”; grammaticalmente potrebbe essere “un uomo”. La frase “un uomo è fuori dal corpo” appare però priva di senso in questo contesto.26
Ma se “corpo” avesse senso ecclesiale-comunitario? Il predicato “è” potrebbe avere il senso di “viene ad essere”, designando lo stato conseguente all’azione, come ai vv. 6 e 17. Chi commette un peccato si trova in stato di separazione dal corpo di Cristo. Naturalmente dovremmo pensare ad un peccato come quelli che Paolo elenca in 1 Cor 5,11 e 6,9-10, a poca distanza dunque dal brano che stiamo esaminando; peccati che situano coloro che li commettono fuori dalla comunità cristiana, e impediscono loro di ereditare il regno di Dio. Rileviamo che in ambedue questi elenchi compare la fornicazione, dalla quale infatti l’apostolo vuole che i Corinzi si tengano lontani. Paolo quindi non intenderebbe opporre tutti gli altri peccati alla fornicazione,27 ma piuttosto includere quest’ultima in una serie più vasta, quasi a difendersi dall’accusa di fare della fornicazione l’unico peccato capitale. Il fornicatore pecca nei confronti del proprio corpo, o meglio contro il proprio corpo. Se tale corpo fosse il corpo del fornicatore stesso, si tratterebbe in un peccato di autolesionismo;fosse il corpo del fornicatore stesso, si tratterebbe in un peccato di autolesionismo;28 se fosse invece il corpo di Cristo, in che modo il fornicatore peccherebbe contro di lui? La risposta a tale domanda mi sembra trovarsi nel v. 15, dove è detto che non deve assolutamente accadere che una delle membra di Cristo diventi membro di una prostituta. Tutti i peccati gravi hanno come effetto di situare chi li commette fuori dal corpo santo di Cristo, ma la fornicazione ne costituirebbe un’offesa più diretta.
Soffermiamoci infine sulla frase finale della pericope:
Glorificate Dio nel vostro corpo. (1 Cor 6,20)
Rileviamo innanzittutto che “glorificate” in greco è un imperativo aoristo, non un imperativo presente come il “fuggite” del v. 18. Non designa quindi propriamente un’azione continuata nel tempo, ma un’azione puntuale. Si tratta di un’iniziativa che i Corinzi devono prendere, non di un comportamento che devono continuare a tenere. Kempthorne29 ha ragione di porre in relazione questa frase con quella che conclude il capitolo precedente: “togliete30 il malvagio di mezzo a voi” (1 Cor 5,3).
“Nel vostro corpo” può intendersi come complemento di luogo o di mezzo. Se di luogo, è evidente il riferimento al versetto precedente, dove è detto che il corpo dei Corinzi è tempio dello Spirito Santo.31 Quale corpo è luogo della glorificazione di Dio? Il corpo personale di ogni singolo cristiano, o il corpo formato da tutti i membri della comunità? Penso si possa rispondere: tutti e due. La Chiesa è infatti un corpo di corpi. Abbiamo qui un’ecclesiologia corporale e sponsale allo stesso
tempo. Se in 1 Cor 10 e 12 la simbolica del corpo è utile all’apostolo per la sua capacità di illustrare efficacemente il legame vitale e l’interdipendenza delle membra, in 1 Cor 6 mi sembra sia impiegata in un’altra chiave. Qui la Chiesa è detta corpo perchè il corpo serve ad appartenere, come soprattutto la relazione coniugale mette in evidenza. La simbolica sponsale da parte sua evoca in primo luogo l’esclusività dell’appartenenza. In 1 Cor 7,2 Paolo raccomanda che “ognuno abbia sua moglie e ognuna suo marito”; non più di una moglie, e non più di un marito: uno e una. Il marito mette a disposizione della moglie il suo corpo, la moglie mette il suo a disposizione del marito: il corpo non è una proprietà privata, di cui uno fa quello che
vuole. Il corpo è strumento di appartenenza, ed è per questa ragione che è mezzo di santificazione. Santità non è infatti ultimamente altro che consacrazione, appartenenza esclusiva. La Chiesa è santa nella misura in cui si riserva in esclusività al suo unico marito, il Cristo, al quale è già sposata e del quale attende la venuta per unirsi a lui compiutamente. 7,2 Paolo raccomanda che “ognuno abbia sua moglie e ognuna suo marito”; non più di una moglie, e non più di un marito: uno e una. Il marito mette a disposizione della moglie il suo corpo, la moglie mette il suo a disposizione del marito: il corpo non è una proprietà privata, di cui uno fa quello che vuole. Il corpo è strumento di appartenenza, ed è per questa ragione che è mezzo di santificazione. Santità non è infatti ultimamente altro che consacrazione, appartenenza esclusiva. La Chiesa è santa
nella misura in cui si riserva in esclusività al suo unico marito, il Cristo, al quale è già sposata e del quale attende la venuta per unirsi a lui compiutamente. In quanto corpo e sposa di Cristo, la Chiesa è chiamata a mantenersi santa, e ciò non può farsi che attraverso la santità dei corpi che la costituiscono. La santità del corpo totale non può non essere pure santità dei singoli corpi che lo compongono. Il motivo ultimo per cui l’unione coniugale di due cristiani deve essere santa (= conforme alla volontà di Dio) è la santità dell’unione che lega Cristo alla Chiesa. Gesù aveva citato Gen 2,24 per insegnare che nessuno ha l’autorità di separare ciò che Dio ha unito; Paolo cita lo stesso passo per insegnare che un uomo non può unirsi con qualsiasi donna gli piaccia.32 Il matrimonio non è un affare privato di due persone, che vivono una storia affettiva più o meno riuscita. Nella visione di Paolo, e più ampiamente della Chiesa apostolica, il matrimonio è invece un affare quanto mai pubblico, o meglio ecclesiale. L’unione coniugale è luogo in cui si manifesta la santità della Chiesa, che è sposa tanto quanto è corpo. 33 Un’ultima osservazione. Per trovare un fondamento biblico alla sacramentalità del matrimonio, i teologi si rivolgono generalmente alla lettera agli Efesini, in particolare a Ef 5,31-32. Io ritengo che anche 1 Cor 6,12-20, se l’interpretazione qui proposta vale qualcosa, possa fornire una buona base biblica per sviluppare la teologia del matrimonio come sacramento.

NOTE
1 Uso il termine nel senso di “insieme di simboli”. 2 La stessa cosa si riscontra in Rm 12,3-8.
3 Si vedano le disposizioni in questa materia della legge deuteronomica (cfr. Dt 22,13-21). 4 Non come un pronubo, come non pochi invece opinano. Sulla paternità di Paolo, vorrei segnalare la tesi dottorale di C. Pellegrino: Paolo, servo di Cristo e padre dei Corinzi. Analisi retorico-letteraria di 1Cor 4, Roma 2006 (Tesi Gregoriana. Serie Teologica 139).
5 Si veda in proposito il fondamentale studio di A. Tosato: Il matrimonio israelitico. Una teoria generale, Roma 1982 (Analecta biblica 100).
6 Segnalo l’articolo di R. Infante: «Immagine nuziale e tensione escatologica nel Nuovo Testamento. Note a 2 Cor 11,2 e Eph 5,25-27», Rivista biblica 33 (1985), 46-61.
7 Nella parabola delle nozze del figlio del re (Mt 22,2-14) e delle vergini sagge e stolte (Mt 25,1-13). Mi permetto di segnalare il mio articolo: «El simbolismo nupcial en los evangelios», Reseña bíblica 57 (2008), 51-64.
8 C’è chi pensa alle prostitute che offrivano i loro servizi nei templi, come B. Rosner: cfr. «Temple Prostitution in 1 Corinthians 6:12-20», Novum Testamentum 40 (1988), 336-351; altri invece alle prostitute che si mettevano a disposizione degli invitati ai banchetti, come B. Winter: cfr. After Paul Left Corinth, Grand Rapids 2001, 86-88.
9 Oppure viveva con lei more uxorio. Dal fatto che Paolo parla solo di lui, alcuni deducono che lei non faceva parte della comunità.
10 Il cui nome è significativamente passato sotto silenzio, come di uomo non degno di essere nominato.
11 In lingua ebraica il matrimonio è denominato qiddušîn, santificazione o consacrazione.
12 Questo uso linguistico non è di conio paolino. Il matrimonio proibito è denominato zenût (l’equivalente ebraico di porneía) in un’ampia area letteraria (ad esempio nel Documento di Damasco, che si ricollega alla setta di Qumran). La porneía da cui gli apostoli decretarono che dovevano astenersi i pagani che si convertivano (cfr. At 15,20.29; 21,25)
non era verisimilmente la frequentazione di prostitute, ma il matrimonio proibito.
13 Un argomento a mio parere valido a favore di questa ipotesi è la citazione di Gen 2,24 al v. 16. Sappiamo che Gesù ha citato Gen 2,24 a sostegno della dottrina dell’indissolubilità dell’unione coniugale (cfr. Mc 10,8-9 e Mt 19,5-6); tutta la tradizione giudica comprendeva del resto quel versetto come attestante l’istituzione del matrimonio. Il divenire una
sola carne si comprende meglio come designazione di una convivenza stabile, come quella di un marito e di una moglie, piuttosto che di una congiunzione carnale occasionale, come quella che si ha con una prostituta. In questa prospettiva appare più naturale che la pórne
del v. 16 sia la moglie illegittima (come la propria matrigna), anzichè una qualsiasi prostituta.
4 Questa è peraltro l’opinione della maggioranza dei commentatori. Io preferisco l’interpretazione di R. Kirchoff (cfr. Die Sünde gegen den eigenen Leib. Studien zu pórne
und porneía in 1 Kor 6,12-20 und dem sozio-kulturellem Kontext der paulinischen Adressaten, Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga 1994, 109).
15 Cfr. «Corinthians Slogans in 1 Cor 6:12-20», Catholic Biblical Quarterly 40 (1978), 395.
16 Commentary on the First Letter to the Corinthians, Londra 1968, 292.
17 «L’uso della metafora sponsale in 1 Cor 6,12-20. Riflessi sull’ecclesiologia», Rivista biblica 46 (1998), 323.
18 Così come in Cor 5,5, dove salvezza dello spirito (= risurrezione) si contrappone a rovina della carne (= morte).
19 Sappiamo che in 1 Cor 7,14 Paolo dichiara che il coniuge non credente è reso santo dal coniuge credente. Non è quindi la mancanza di fede il fatto che rende peccaminosa l’unione coniugale, ma la non conformità all’ordine oggettivo stabilito da Dio. Io sono convinto, in forza della coerenza del pensiero paolino, che la condizione posta alla vedova di risposarsi “solo nel Signore” (1 Cor 7,39) non deve essere compresa come obbligo di sposare un altro membro della 17 «L’uso della metafora sponsale in 1 Cor 6,12-20. Riflessi sull’ecclesiologia», Rivista biblica 46 (1998), 323.
18 Così come in Cor 5,5, dove salvezza dello spirito (= risurrezione) si contrappone a rovina della carne (= morte).
19 Sappiamo che in 1 Cor 7,14 Paolo dichiara che il coniuge non credente è reso santo dal coniuge credente. Non è quindi la mancanza di fede il fatto che rende peccaminosa l’unione coniugale, ma la non conformità all’ordine oggettivo stabilito da Dio. Io sono convinto, in forza della coerenza del pensiero paolino, che la condizione posta alla vedova di risposarsi “solo nel Signore” (1 Cor 7,39) non deve essere compresa come obbligo di sposare un altro membro della comunità cristiana, ma di rispettare la volontà di Dio sul matrimonio, cioè i limiti da Dio posti alla libertà di scegliere il marito o la moglie.
20 Cfr. E.-B. Allo, Première épître aux Corinthiens, Parigi 1934 (Etudes bibliques), 148.
21 Nell’articolo precedentemente citato. J.E. Smith ha indagato le radici culturali di questo supposto slogan corinzio: «The Roots of a Libertine Slogan in 1 Corinthians 6:18», Journal of Theological Studies 59 (2008), 63-95.
22 Affermazione che non sarebbe altro che un “rhetorical flourish” secondo J. Murphy-O’Connor: «The Fornicator Sins Against His Own Body (1 Cor 6:18c)», Revue biblique 115 (2008), 101.
23 «Pécher contre son corps ou communio et corporéité», L’esperienza sorgiva. Studi offerti al prof. Stanislaw Grygiel, Città del Vaticano 2007, 188 nota.
24 Cfr. «Libertines? (1 Cor 5-6)», Novum Testamentum 41 (1999), 334-338.
25 «Incest and the Body of Christ: a Study of 1 Corinthians VI. 12-20», New Testament Studies14 (1968), 572.
26 Diversamente in 2 Cor 12,2, dove Paolo dice di non sapere se quando fu rapito fino al terzo cielo era nel corpo o fuori dal corpo.
27 La particella dè davanti al participio porneúon non ha necessariamente significato avversativo.
28 Questa è la tesi di B.N. Fisk, che si appoggia su vari paralleli tratti dall’Antico Testamento: cfr. «Porneúein as Body Violation. The Unique Nature of Sexual Sin in 1 Corinthians 6:18», New Testament Studies 42 (1996), 540-558. Per una diversa interpretazione, vedi il già citato contributo di J.-B. Édart.
29 Art. cit., 573.
30 Anche questo imperativo aoristo.
31 La metafora del tempio, già usata dall’apostolo in 1 Cor 3,16-17, avvalora l’ipotesi che il corpo del v. 18 e del v. 20 abbia senso comunitario, e non solo individuale.
32 L’autore della lettera agli Efesini lo citerà per insegnare che il marito deve amare la moglie come la sua stessa carne. Sono convinto che in questa sua visione egli abbia preso ispirazione dal Paolo di 1 Cor 6.
33 La trattazione della Chiesa come corpo di Cristo ignora generalmente l’aspetto sponsale. Una eccezione è la tesi dottorale di E. Best, One Body in Christ: A Study in the Relationship of the Church to Christ in the Epistles of the Apostle Paul, Londra 1955, che contiene un capitolo sulla Chiesa sposa.

 

SAN PAOLO A CORINTO – LA SAPIENZA DI DIO: SINCERITA’ E UNIONE ETERNA (Oratorio di Busseto)

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Settimana Vocazionale Adolescenti 2009

SAN PAOLO A CORINTO – LA SAPIENZA DI DIO: SINCERITA’ E UNIONE ETERNA (Oratorio di Busseto)

Questa sera continuiamo a stringere conoscenza con Paolo…il viaggio prosegue alla volta di Corinto, una città peraltro con un a brutta fama, infatti era un porto di mare: era una città di commerci, caotica, multietnica confusionaria, con tanto traffico di merci e di persone; era un po’ una Milano antica….E come si può accogliere il vangelo in mezzo a tutto questo casino?
Di certo Paolo non sarà stato entusiasta, ed infatti Egli ci rivela anche le sue preoccupazioni nell’andare in un luogo come Corinto, dove la gente è sempre di corsa, ha poco tempo per ascoltare…e chissà poi se ne ha voglia!Proviamo a considerare due aspetti che appaiono come totalmente incompatibili: da un lato la fretta della società nel commercio e nel lavoro, e dall’altro la pazienza l’amore e la meditazione richiesta dal Vangelo. Come possono stare assieme? Come può fare a conciliare le cose, senza che l’una escluda l’altra? Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d`intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: « Io sono di Paolo », « Io invece sono di Apollo », « E io di Cefa », « E io di Cristo! Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa
dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l`intelligenza degli intelligenti.(1Cor)

UNIONE COMUNIONE PREGHIERA
La prima cosa che ci ricorda Paolo è la sintesi del cristianesimo, l’unione della persone nella comunione con Dio quindi l’unità spirituale tra credenti. Questa sera noi adolescenti siamo riuniti nel nome di questa unione: incominciamo ad entrare nell’ottica del messaggio Paolino (che poi è quella del Vangelo), il nostro condividere la fede è la nostra comunione con i cristiani sono i passi fondamentali per la formazione della nostra fede. La catechesi, la preghiera la messa domenicale e tutti quei momenti fraterni di intensità, ma anche di semplice compagnia che hanno come sfondo la volontà di condividere qualcosa, di appassionarci ad altre persone magari diverse da noi e di volergli bene, nel nome del comandamento di Gesù sono concretamente (e sottolineo la concretezza) la dimostrazione di unità che ci chiede San Paolo. Quando a volte ci chiediamo che cos’è la nostra fede, facendo magari fatica a definirla o a realizzarla dentro di noi, non dobbiamo pensare a qualcosa di invisibile, ma molto più semplicemente pensiamo al nostro oratorio, alla nostra chiesa, al tempo che dedichiamo alla preghiere, al tempo che dedichiamo alle persone. Come ricordiamo spesso, non vogliamo essere una sorta di classisti o moralisti con le persone…del tipo “chi viene in oratorio è bravo e bello, mentre chi non viene non va bene..” Però consideriamo anche questo ,se uno dice di credere al vangelo, all’ora ascolta le parole di Gesù che ha fondato la Chiesa, ascolta San Paolo e capisce l’importanza che ha una comunità, quindi non se ne frega di quello che accade nella comunità, tra le persone, durante le proposte della comunità, non cerca di rimanere un osservatore esterno. Non dobbiamo ritenerci migliori di qualcuno a frequentare la nostra comunità, ma dobbiamo esortare gli altri, anche esterni, a farne parte.Per dirlo in termini un po’ Evangelici là dove, qualcuno si trovi nel nome di Cristo non solo compie un gesto altruista, ma rinuncia alle falsità del mondo, per abbracciare la via, la verità e la vita. Nel nome del Signore conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Se c`è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c`è conforto derivante dalla carità, se c`è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l`unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità
o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini.

SAPIENZE DIVINA
Dalla prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi,
Dov`è il sapiente? Dov`è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio
dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.
Paolo pone l’attenzione su una questione molto importante: chi è il Cristiano? Chi è l’uomo Cristiano? E cos’è nella fede la sapienza? Come viene vista? Queste sono probabilmente le domande da cui bisogna cominciare, forse possono sembrare un po’ generiche….ma vediamo di Contestualizzarle.Paolo infatti ripercorre, com’è nello stile cristiano, la vita vissuta da Gesù, con i suoi insegnamenti, se dovessimo rileggere i “fondamentali” del Cristianesimo, dovremmo sicuramente partire dal quel discorso così importante e bello che è quello “della montagna”.
E cosa ci propone paolo? Esattamente la stessa logica. Non si propone di adulare ciò che nasce dagli uomini come qualcosa di perfetto, ma intuisce che dall’uomo nascono cose buone, ma nascono anche malvagità e insidie, quindi la perfezione non può risiedere nell’uomo, ma solo nella salde fede verso Dio, quindi il sapiente di cui parla Paolo, non è il professore che sa spiegare tutto di tutto, ma è colui che crede in Dio, e sa di essere voluto e amato da Dio. E a Dio è piaciuto di salvare questa sapienza. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
A volte è proprio vero che ci mettiamo a correre per niente,(Qoelet direbbe ad “inseguire il vento”)
cerchiamo di concentrare le nostre energie, per qualcosa che poi alla fine non ci porta da nessuna parte..ed quello che facevano sia i Giudei che i greci di all’ora..Da una parte i tradizionalisti di origini ebraiche, che forse non si fidano troppo di Paolo, all’ora volevano vedere i miracoli…alla faccia della fede…mentre invece i greci, con una grande fama di filosofi, non erano alla ricerca di Cristo, ma ala ricerca di un concetto, un ragionamento, che potesse essere più intelligente della logica di Dio, così da poterne fare a meno. Cari Adolescenti, badate bene, perché questi atteggiamenti non sono solo di persone vissute quasi 2000 anni fa…proprio per niente, sono comportamenti che rimangono purtroppo tipici nell’uomo. Pensate alla vicenda di Adamo ed Eva (l’Uomo e la Donna): Che cosa succede in questa storia?Infidamente il serpente, la più astuta di tutte le creature suggerisce ai due di disubbidire al Signore, di non fidarsi di ciò che Dio gli aveva chiesto di non fare, cioè cibarsi dei frutti dell’albero della conoscenza, ovvero quei frutti che rappresentano il nostro volersi porre al posto di Dio. Con questo aneddoto la Bibbia ci da un grande insegnamento e ci mette in guardia, affinché non possiamo mai essere convinti di bastare a noi stessi rinunciando a Dio. Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. Alla fine cosa rimane? Dio nel vangelo si presenta a noi con delle scelte che ci disorientano e si contrappongono totalmente a quelle degli uomini, questo è quello che accade quando Gesù si presenta come liberatore ma non per liberare il suo popolo con la spada dall’oppressione, come invece gli uomini si aspettavano, ma con il suo sacrificio e con un tipo diverso di liberazione. Anche nel brano che abbiamo letto Paolo nella sua predicazione mette subito in luce come Dio non scelga gli uomini per la loro grandezza ma anzi tutto il contrario …Siamo capaci anche noi di vedere l’umiltà nelle persone che ci stanno accanto e di essere noi stessi umili
come ci insegna il vangelo invece di cercare sempre di prevalere e primeggiare sugli altri per dimostrare quanto siamo bravi? Sono capace di vedere i miei coetanei come dei compagni di viaggio da aiutare e sostenere e non da dominare all’interno della nostra comunità? Le parole chiave che possono farci apprendere a pieno il senso di questo incontro sono la fede la la franchezza.
Essere una persona sincera vuol dire saper essere persone di cuore, non assecondare sempre chi ci sta attorno, soprattutto i nostri amici, e non cercare sempre di farli felici ed essere con loro in accordo solo per “partito preso”, ma vuol dire anche saper far notare all’amico quando sbaglia, e con benevolenza accostarsi sempre a lui in tutti imomenti: importanti e non. Questo senza trattarlo male cercando di aver sempre l’ultima parola, ma costruendo un dialogo In questo modo si può istaurare un vero rapporto di amicizia che si deve basare anche sul saper accettare, da parte nostra, le critiche e le osservazioni lasciando da parte il nostro orgoglio e la nostra superbia.
Riesco a coltivare le miei amicizie in modo che il rapporto che si instaura sia basato sulla sincerità delle parole, quindi un rapporto di franchezza?Riesco a comprendere questo valore anche all’interno della mia comunità?
Come tu,

Padre,
sei in me e io in te,
siano anch`essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me,
io l`ho data a loro,
perché siano come noi una cosa sola.
Io in loro e tu in me,
perché siano perfetti nell`unità
e il mondo sappia che tu mi hai mandato
e li hai amati come hai amato me.
Padre,
voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io,
perché contemplino la mia gloria,
quella che mi hai dato;
poiché tu mi hai amato
prima della creazione del mondo.

S.PAOLO: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA (2 CORINZI 12,9) – Da: I.De La Potterie – S. Lyonnet

http://labibbiaelavita.blogspot.it/2013/01/spaolo-la-forza-nella-debolezza-2.html

S.PAOLO: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA (2 CORINZI 12,9)

Da I.De La Potterie – S. Lyonnet:  La vita secondo lo Spirito, condizione del Cristiano
AVE 1967 cap. X pp. 313-336

LA LEGGE FONDAMENTALE DELL’APOSTOLATO FORMULATA E VISSUTA DA S. PAOLO: FORZA NELLA DEBOLEZZA – (2 CORINZI 12,9) 1

Le circostanze nelle quali Paolo ha dettato i capitoli brucianti della 2Corinzi2, lo hanno spinto a spiegarsi lungamente su quel ch’era l’apostolato autentico. Le espressioni paoline sono valide anzitutto riguardo a coloro che Il Signore invia personalmente alla sua messe, tuttavia esse si applicano senza alcun dubbio anche ad ogni cristiano che, per Il fatto stesso che al battesimo ed alla confermazione ha ricevuto Il dono dello Spirito ed è stato quindi abIlitato ad essere «testimone del Cristo» (Atti 1,8), riceve da parte sua Il compito di lavorare alla propagazione del Regno di Dio. E tra i numerosi passi dove entra in questione l’apostolato, sembra che in uno, forse Il più confidenziale di tutti, l’Apostolo ci abbia rivelato Il segreto della propria spiritualità, e che insieme abbia formulato in termini particolarmente incisivi quel che potrebbe chiamarsi la magna charta dell’apostolato. Si tratta d’un passo di questo cap. 12, che la Chiesa romana ha scelto per la lettura dell’epistola di una delle sue più antiche liturgie in onore di s. Paolo, quella della Domenica di Sessagesima, in cui la sacra Stazione quaresimale ha luogo sulla tomba dell’Apostolo, nella basIlica di San Paolo fuori le mura.
Noi commenteremo in breve Il versetto in questione , e vedremo come le affermazioni dell’Apostolo si Illuminano alla luce di quel che sappiamo della sua vita, e come esse si inseriscano in una linea precisa di spiritualità biblica.
I- significato generale del passo
Siamo nell’anno 57 o 58 d.C.3. Paolo ha evocato delle grazie d’ordine mistico, «visioni e rivelazioni del Signore», ricevute, egli afferma, «quattordici anni or sono», dunque verso gli anni 43-44, ossia proprio quando inizia Il suo ministero apostolico, quando cioè Barnaba venne a cercarlo a Tarso per condurlo ad Antiochia, dove l’abbondanza delle conversioni richiedeva dei missionari (verso Il 43). Se dunque Paolo «fu rapito fino al terzo cielo» ed «ascoltò parole indicibIli, che ad un uomo non è consentito di ripetere» (vv. 3s), è verosimIle che nel pensiero di Dio queste grazie fossero destinate immediatamente a preparare l’Apostolo alla missione che gli stava per essere affidata.
Comunque sia, a questa prima confidenza egli ne aggiunge un altra, relativa ad una rivelazione d’altro genere, ma strettamente connessa alle precedenti4 e che per lui non fu di minore importanza: «E affinché l’eccellenza stessa di queste rivelazioni non mi insuperbisse, m’è stata posta una spina nella carne, un messaggero di Satana incaricato di fustigarmi perché io non mi insuperbissi!» (v. 7)5.
Quanto al termine misterioso di «spina nella carne», ci si è chiesto da sempre a che cosa alludesse Paolo. A motivo della falsa traduzione della Volgata, che parla di «spina della carne» con un genitivo carnis invece del dativo che presenta Il greco, ed a motivo del significato specifico che Il termine «carne» aveva assunto nel vocabolario teologico ed ascetico, numerosi commentatori latini hanno ritenuto che Paolo avesse inteso indicare delle tentazioni contro la castità, che Il Signore avrebbe permesso per umIliare Il suo apostolo. Tale interpretazione, del resto sconosciuta dai greci, non offre alcuna probabIlità d’essere esatta, ed oggi nessun esegeta la propone piú6. Gli esegeti invece ne propongono in maggioranza un’altra, che tuttavia potrebbe non essere affatto piú probabIle. Giustamente essi notano che questa «spina nella carne» viene designata al versetto successivo come una astheneia, debolezza, e che nell’epistola ai Galati lo stesso termine sembra che indichi una «malattia»: questa immobilizza Paolo in territori in cui egli non aveva previsto di soggiornare, e sarebbe stata per lui l’occasione di fondare delle Chiese «nel paese galata» (Galati 4,13). Tuttavia essi concludono, probabIlmente troppo in fretta, che Il termine presenta lo stesso significato in 1Corinzi 12,8 e perciò che Paolo ha dovuto soffrire d’un male cronico come la malaria, o qualche altra malattia del genere7
La natura di questa «spina nella carne» in realtà importa di meno del suo significato e prima d’invocare un passo in cui niente prova che sia parallelo al primo, è meglio chiedersi anzitutto se Il contesto immediato non potrebbe dare qualche luce. Ora al v.7 troviamo un indicazione preziosa: Paolo vede in questa «spina inserita nella sua carne» un « messaggero di Satana» (alla lettera: un «angelo di Satana»), cioè di colui che per Paolo come per la Bibbia, è per sua essenza «Il nemico del Regno di Dio» «nemico del genere umano», geloso della sua felicità originaria (Sapienza 2,24), colui che ad esempio impedisce all’Apostolo di venire a Tessalonica (1Tess. 2,18), o che «acceca lo spirito degli increduli affinché essi non vedano splendere Il Vangelo della gloria del Cristo» (2Cor 4,4), colui di cui Luca dice che «toglie la Parola dal cuore degli ascoltatori per Il timore che credano e cosí siano salvati» (Luca 8,12). Quale che sia la sua natura concreta, si tratta dunque in ogni caso d’una prova che Paolo considera anzitutto come un ostacolo al suo apostolato 8.
I vv. 9s lo confermano in pieno: essi generalizzano, parlano di «debolezze» al plurale, en astheneiais, ed aggiungono — quasi che Paolo volesse spiegare quel che intende dire con quel termine —: «le offese, le sofferenze, le persecuzioni, le angosce», insomma tutto quel che per Paolo costituiscono le prove consuete della vita apostolica, che egli già aveva enumerato almeno due volte nei precedenti capitoli (4,8ss; 6,4), e che vengono espressamente dette «affrontate in favore del Cristo» (12,10).
D’altra parte questo significato s’accorda in pieno con l’uso paolino del «vocabolario della debolezza»: nel resto del Nuovo Testamento sia Il sostantivo astheneia, sia Il verbo asthenein, sia l’aggettivo asthenes designano quasi sempre un’infermità corporale, una malattia; presso Paolo invece essi hanno quasi sempre un significato «religioso» e designano una debolezza di ordine spirituale, in specie la «debolezza carnale», la «limitazione dell’uomo che ha bisogno dell’aiuto dello spirito»9
Anche se si suppone che Paolo alluda ad una malattia, egli qui la menziona a motivo della condizione di debolezza o d’impotenza in cui viene posto, e quindi costituisce per lui una «spina nella carne».
Paolo rivela che ha chiesto ben tre volte al Signore perché rimuovesse da lui quell’ostacolo (v. 8). La stessa insistenza della preghiera, come quella del Cristo Gesú nell’orto del Getsemani, mostra che l’Apostolo annetteva molta im­portanza a che fosse esaudito. Ebbene, Il Signore gli risponde con un rifiuto. « Tuttavia egli mi ha dichiarato: la mia grazia ti basta» (v. 9), nello stesso senso in cui Paolo nella 1 Corinzi 15,10 aveva detto: « Io sono quel che sono per la grazia di Dio, e la sua grazia nei miei riguardi non è stata senza frutto. Anzi, io ho lavorato piú di tutti loro: oh!, non io, certo, ma la grazia di Dio ch’è in me ».
Il Signore invocato sembra dunque che respinga la preghiera del suo apostolo. In realtà, invece, egli non avrebbe potuto esaudirla piú pienamente. Paolo gli chiede di togliergli questa a spina nella carne», perché egli credeva di scorgervi un ostacolo che limitava l’esercizio della sua missione; Il Signore gli spiegherà che invece quella era una condizione la quale gli permetteva di adempiere senza limiti la sua missione: «Infatti — egli aggiunge — la potenza si díspiega nella debolezza» (v. 9b): la potenza di Dio, che agisce nel suo apostolo e mediante Il suo apostolo raggiunge Il suo «compiersi», la sua «consumazione», secondo Il significato del verbo greco qui usato, teleitai, nella debolezza dello strumento apostolico; questa potenza sembra quasi che abbia bisogno di questa debolezza perché possa esercitare tutte le sue virtualità, conseguire tutti i suoi effetti, insomma, «andare fino al limite di se stessa» 10
Quella che per Paolo era un motivo di dubbio, diventa allora un motivo di fiducia. Perciò si comprende come Paolo possa proseguire: «Di gran cuore dunque, io porrò tutta la mia suffcienza nelle mie debolezze, affinché stia su di me la potenza del Cristo» (v. 9c).
«Io porrò tutta la mia sufficienza»: questo precisamente e Il significato del verbo greco kauchasthai, cosí caro a Paolo; esso evoca molto meno, infatti, la vanteria e la vana gloria, che la suílicienza, quella ad esempio dell’«ebreo» che cerca la sua giustificazione nel compimento d’una legge mentre la nozione paolina di giustificazione mediante la fede lo esclude radica]mente (Romani 3,27) 11. La sola «sufficienza » legittima è quella che l’uomo ripone «nel Signore» (1Corinzi 1,30), oppure in equivalenza, in quel che costituisce la propria debolezza 12.
«Affinché su di me stia la potenza del Cristo»: Il verbo scelto da Paolo è quello stesso che nell’Antico Testamento esprimeva la presenza della gloria del Signore sopra l’Arca dell’Alleanza — per questo motivo chiamata la «Dimora» per eccellenza —, e poi sul Tempio di Gerusalemme, l’unico luogo dove Dio abitasse sulla terra 13; ed infine nel Nuovo Testamento la presenza incarnata della Parola di Dio, com’è detto nel Prologo di Giovanni 1,14: «Il Verbo s’è fatto carne ed ha abitato tra noi, eskenosen en hemin». L’apostolo cosciente della sua debolezza, e nella misura in cui lo è, diviene come un’incarnazione della potenza stessa del Cristo Gesú.
La conclusione è connaturale, e Paolo la tira al v. 10: «Perciò, io mi compiaccio nelle mie debolezze, nelle offese, negli affanni, nelle persecuzioni e nelle angosce, in favore del Cristo; poiché proprio quando sono debole, allora sono forte».
Questo è Il significato generale del passo. L’insegnamento che ne deriva è chiaro per natura. Tuttavia al fine di penetrarne tutta la profondità, non sarà inutIle ricollocarlo nel contesto della vita di Paolo. Questo ne darà un commento molto chiarificatore, come si vedrà.
II gli insuccessi di Paolo
Paolo infatti ha espresso questa legge dell’apostolato in una formula cosí penetrante, perché forse essa gli si rívelò attraverso la sua propria esperienza apostolica. Prima ancora di apprenderla dalla bocca del Signore, egli l’aveva vissuta: e cosí ne confida qualche aspetto in una lettera inviata ai Corinzi, forse perché aveva vissuto tale esperienza in modo speciale quando aveva fondato la loro Chiesa.
Per penetrare lo stato d’animo di Paolo in questo momento, è importante riambientare quella fondazione nella serie di avvenimenti in cui essa si inseriva, e specialmente di ricordare gl’insuccessi ripetuti che l’hanno preceduta.
Nel secondo «viaggio missionario», verso Il 50 d.C., proveniente dall’Asia Minore per accogliere l’invito del Macedone misterioso intravisto in sogno a Troade, Paolo ha finalmente posto Il piede per la prima volta sul suolo dell Europa. Egli predica a FIlippi, dove sfortunatamente guarisce una schiava a posseduta da uno spirito di pitonessa, «la quale a faceva guadagnare molto danaro ai suoi padroni col suo emettere oracoli» (Atti 16,16). Questi padroni a vedendo dIleguarsi la loro speranza di lucro, sequestrano Paolo e SIla » e li a deferiscono agli strateghi della città». Miracolosamente liberati dalla prigione dove erano stati rinchíusi, Paolo e SIla debbono però abbandonare la città (16,40). Arrivati a Tessalonica, «in cui gli ebrei avevano una sinagoga» (17,1), essi conseguono all’inizio un qualche successo, specie presso i proseliti, presso pagani non ancora raggiunti dalla propaganda ebraica, e presso «signore altolocate» (17,4). Ma «gli ebrei, colti da gelosia, radunano in piazza qualche pessimo soggetto, provocano dei disordini e diffondono Il tumulto nella città», e quindi, poiché non possono mettere mano su Paolo e su SIla, s’impadroniscono del loro ospite Giasone, e di qualche fratello, che «trascinano davanti i politarchi» (17,7). Paolo e SIla, vogliono evitare ai cristiani di Tessalonica nuovi incidenti, ed approfittano della notte per fuggire in segreto e raggiungere la vicina Berea, dove – tiene a notarlo Il testo degli Atti – «gli ebrei avevano piú nobIle animo di quelli di Tessalonica» (17,11). Infatti a essi «accolsero la parola con la piú grande premura e a molti di loro abbracciarono la fede, come anche fra i greci, cioè i pagani, delle signore altolocate e un discreto numero di uomini» (17,12). Ma appena gli ebrei di Tessalonica hanno notizia del successo di Paolo, corrono a Berea «per seminare nella massa agitazione e turbolenza» (v. 13). Scrivendo da Corinto alla comunità di Tessalonica, Paolo richiamerà «questa gente che ha messo a morte Il Signore Gesú ed i Profeti, che ci hanno perseguitato, che non piacciono a Dio, che sono nemici di tutti gli uomini, quando ci impediscono di predicare ai pagani per la loro salvezza» (1Tessalonicesi 2,15s). Comunque, per rispetto ai fratelli, Paolo ritiene di non insistere: egli parte di nuovo, e stavolta per Atene.
Paolo qui fa appello a tutte le risorse del suo genio, poiché conquistare al messaggio del Cristo Gesú la capitale intellettuale del mondo antico era una posta troppo importante. Il discorso dell’Areopago infatti è un modello di adattamento: Paolo sembra di non aver mai spinto cosí lontano la preoccupazione di conquistarsi la benevolenza dell’uditorio piú difficIle che vi fosse. Ogni cosa perciò viene considerata con un pregiudizio volutamente favorevole: gli ateniesi hanno eretto tante stele votive in onore di divinità cosí numerose e «sotto ogni aspetto sono i piú religiosi tra gli uomini» (At 17,22); costruendo un altare «al dio ignoto» essi senza ancora saperlo già adoravano colui che Paolo viene ad annunciare (v. 23); per una volta, Paolo rinuncia perfino ai suoi autori preferiti, quelli della Bibbia, ed invoca la testimonianza d’un poeta greco Epaminonda di Cnosso, rafforzato da una citazione di un altro poeta greco Arato (vv. 28s): per Paolo questo caso è unico, insieme alla citazione del medesimo Epaminonda in Tito 1,12. Ebbene, tutti questi sforzi in pratica restano vani e l’insuccesso è totale. Lo prova Il fatto che nonostante qualche conversione ricordata dagli Atti — «Dionigi l’Areopagita, una donna che si chiamava Damaris, ed ancora altre», (v. 34) — Paolo decide di abbandonare la città senza che peraltro vi sia minimamente costretto. Egli di certo ritiene che non v’è niente da fare: per un apostolo la resistenza aperta demoralizza meno dell’indifferenza.
Dunque egli «s’allontana» spontaneamente da Atene (18,1); segue la «via sacra» che passa per Elensi, dove egli naturalmente non si ferma, e raggiunge rapidamente Corinto. É nota la reputazione che nel mondo antico godeva questa città cosmopolita, arricchita dai traffici: korinthiazein, vivere alla corinzia, era passato in proverbio per indicare una condotta dissoluta, e Il quadro dei costumi pagani tracciato nell’epistola ai Romani, da Paolo redatta proprio a Corinto, doveva corrispondere abbastanza bene a quanto egli aveva sotto gli occhi; e d’altronde nella 1Corinzi non sono piú lusinghiere le allusioni sporadiche al passato dei fedeli 14. Restava però l’ambiente ebraico, Il quale tanto piú s’era gelosamente preservato dai contatti corruttori. L’Apostolo dunque fissa la sua residenza proprio là, dove anzi egli ha la buona fortuna di trovare una famiglia già cristiana 15, quella di AquIla e di PriscIlla, ch’erano stati espulsi da Roma in forza dell’editto emanato dall’imperatore Claudio verso Il 49 o 50 d.C. (18,2): «E poiché esercitavano Il medesimo mestiere, egli andò ad abitare con loro e lavorò con loro », impiegando la giornata del sabato a discutere in sinagoga coi frequentatori ebrei e proseliti» (vv. 2s). Quando poi SIla e Timoteo tornano dalla Macedonia con abbondanti elemosine, egli può anche «consacrarsi completamente alla parola, testimoniando agli ebrei che Gesú è Il Cristo» (v. 5).
Ma avvenne che sorse un’opposizione ancor piú forte che altrove, e dopo tanti insuccessi provocò in lui uno «choc». Gli Atti sono espliciti: «Di fronte alla loro opposizione ed alle loro parole bestemmiatrici, Paolo scosse le sue vesti e disse: Il vostro sangue vi ricada sulla testa! Quanto a me, io sono mondo, e da adesso in poi andrò dai pagani» (v. 6). É vero, Paolo aveva compiuto Il medesimo gesto in una occasione analoga prodottasi ad Antiochia (Atti 13,5), e poi lo ripeterà ad Efeso (Atti 20,26). Tuttavia Luca pone quell’imprecazione in bocca a Paolo unicamente nell’episodio di Corinto. E si può bene immaginare quel che significasse un tale grido, e da quale sconvolgimento nell’animo dell’Apostolo fosse provocato, se si pensa a quel che per lui rappresentò l’incredulità d’Israele, alla grande tristezza ed al dolore incessante che ne provava nel cuore, desiderando d’essere anatema egli stesso, separato dal Cristo in favore dei suoi fratelli, quelli della sua stirpe secondo la carne. (Romani 9,2s). Se gli ebrei rifiutavano di credere nel Cristo Gesú, che ragionevole speranza poteva aversi che si mostrasse piú docIle una popolazione pagana tanto poco preparata a ricevere Il messaggio dell’Evangelo? Cosí Paolo sembra deciso ad abbandonare Il campo. Ma gli Atti riferiscono a questo esatto momento16 una «visione del Signore» ch’è chiaramente indirizzata a fargli coraggio: «Una notte in visione il Signore disse a Paolo: Non aver paura. Continua a parlare, non smettere, poiché io sto con te e nessuno ti metterà la mano sopra per farti del male, poiché io in questa città possiedo un popolo numeroso» (vv. 9s).
Allora Paolo, ch’è privo d’ogni umana speranza ed è del tutto conscio della sua debolezza, ripone tutta la sua fiducia unicamente in Dio ed obbedisce alla voce del Signore. E cosí Corinto fu probabIlmente una delle piú fiorenti comunità che l’Apostolo abbia fondato. Il Signore non l’aveva ingannato: «Io in questa città possiedo un popolo numeroso» (v. 10).
E del resto sullo stato d’animo dell’Apostolo quando affrontò l’ambiente pagano di Corinto, lo stesso che poi ha dato in realtà la maggior parte dei membri della giovane Chiesa, abbiamo una confessione che Paolo ha fatto ai medesimi Corinzi. Nella prima epistola che scrisse, e che ci è stata conservata, egli evoca infatti i sentimenti che lo animavano in quel momento: «Quanto a me, fratelli, quando sono arrivato da voi, non sono venuto per annunciarvi la testimonianza di Dio mediante Il prestigio della parola e della sapienza 17 Non ho voluto avere tra voi altra scienza fuorché Gesú Cristo, e questo crocifisso [proprio quello di cui aveva detto poco prima che è un assurdo per i pagani ed uno scandalo per gli ebrei]1 . Io però mi sono presentato a voi debole, timoroso e tremante l9, e la mia parola ed Il mio messaggio niente avevano dei discorsi suadenti della sapienza; si trattava invece d’una dimostrazione dello Spirito e della potenza, affinché la vostra fede fosse basata sulla potenza di Dio, e non sulla sapienza degli uomini» (1Cotinzi 2,1-5).
E veramente Paolo sembra commentare per proprio conto le affermazioni di 2Corinzi 12,9: «La mia potenza si dispiega nella debolezza. Perciò con tutto Il cuore io porrò la mia sufficienza nelle mie debolezze, affínché su di me rimanga la potenza del Cristo».
III la legge della debolezza
nella storia della salvezza
Questa legge generale dell’apostolato tuttavia non si verifica soltanto in un episodio particolare della vita di Paolo; essa ha guidato tutta la «Storia della Salvezza», e tutti i grandi servi di Dio ne hanno avuto esperienza, tutti coloro di cui Dio s’è degnato di «servirsi» per attuare Il suo disegno salvifico.
La storia di Gedeone, nel libro dei « Giudici » cioè dei «liberatori » suscitati da Dio per salvare Il suo popolo, ne offre un esempio particolarmente istruttivo. La Bibbia non si limita a narrare Il fatto, ma ne ricava un insegnamento teologico.
Il Popolo di Dio è giunto finalmente alla Terra promessa. Però l’ha trovata occupata da altri. Esso quindi dovrà conquistarsela a ferro e fuoco. Ma poi le prime vittorie conseguite sembra siano state unicamente un mezzo per consegnare Il Popolo in potere dei suoi nemici. Per punire i suoi peccati infatti «Il Signore durante sette anni aveva consegnato Israele nelle mani dei Madianiti», tanto che per salvarsi da loro, Il Popolo doveva nascondersi «negli anfratti delle montagne, nelle caverne e nei nascondigli» (Giudici 6,ls). La situazione sembrava disperata, e «ridotti ormai ad un’immensa miseria, gli Israeliti gridarono verso Il Signore» (v. 6). Il Signore allora inviò anzitutto un Profeta, Il quale ricordò al Popolo le gesta meraviglio se che un tempo Dio aveva operato in suo favore, e poi lo esortò alla fedeltà (vv. 7-10). Poi l’angelo del Signore apparve a Gedeone mentre questi si accingeva a «trebbiare Il grano nel frantoio per sottrarlo a Madian» (v. 11).
Inizia cosí Il dialogo: «Il Signore è con te, valoroso guerriero! —Di grazia, signore mio, se Il Signore è con noi, da dove viene quel che ci sta succedendo? Dove sono finiti tutti quei portenti che ci hanno raccontato i nostri Padri quando dicevano: « Il Signore non ci ha fatto salire dall’Egitto? » Ed invece adesso Il Signore ci ha abbandonato, ci ha consegnato in potere di Madian!—Allora Il Signore si volse a lui e gli parlò cosí: Vai con la forza che ti anima e salverai Israele dalla mano di Madian! Io, Io ti invio! — Di grazia, riprese Gedeone, ma come salverò Israele? La mia casata è la piú debole di tutto Manasse, e io, poi, sono l’ultimo della casa di mio padre! — Ma Il Signore gli replicò: Io sarò con te, e tu sconfiggerai Madian come se fosse un uomo solo!» (Giudici 6,12-16).
Forte della promessa del Signore, la quale conferma un segno chiesto ed ottenuto, Gedeone si pone all’opera per radunare piú combattenti che può e per affrontare cosí Il nemico. Alla chiamata rispondono in grande numero: 32 mIla uomini! Veramente Dio è con lui. Un esercito simíle non costituisce già una promessa di vittoria? «Egli dunque si alzò di buon mattino insieme a tutto Il popolo che si trovava con lui, e venne a mettere Il campo a En-Harod; l’accampamento di Madian si trovava a settentrione del suo, nella valle ai piedi della collina del Morè» (7,1). Ma allora Il Signore interviene di nuovo «Egli parlò cosí a Gedeone: Il popolo che tu hai con te è troppo numeroso perché io consegni Madian nelle sue mani» (v. 2a). Proprio la potenza dell’esercito, nella quale Gedeone riteneva di avere le sue migliori possibIlità, in realtà costituiva davanti a Dio un ostacolo irrimediabIle. E i Signore ne indica Il motivo: «Israele si glorierebbe contro di me dícendo: Il mio valore mi ha salvato!» (v. 2b). Per attuare Il suo piano salvifico, Dio vuole «aver bisogno degli uomini», ma questi uomini sono unicamente deglí strumenti nella mano di Dio, e bisogna che tutti —cioè essi stessi e poi gli altri—lo sappiano bene. Come ricorderà Paolo, l’apostolato è un’opera integralmente divina: però «noi portiamo questo tesoro in vasi fragIli affinché si veda bene che questa potenza straordinaria appartiene a Dio, e non proviene da noi» (2 Corinzi 4,7)
Sappiamo dei successivi procedimenti di Gedeone per ridurre Il numero dei combattenti. Essi sono poco importanti «Proclama agli orecchi del Popolo: chiunque ha paura e trema, torni indietro! —Tornarono indietro 22 mIla e ne restano 10 mIla. —IL Signore disse a Gedeone: Questo popolo è ancora troppo numeroso…» (vv. 3s). E cosí di seguito, fino alla cifra derisoria di trecento combattenti. «allora Il Signore parlò a Gedeone così: «Con questi trecento uomini Io vi salverò e consegnerò Madian nelle tue mani!» (v. 7). La potenza dello strumento dunque opponeva un ostacolo al Signore; la sua debolezza invece permette al Signore di dispiegare in esso tutta la sua forza.
Il caso di Gedeone è tipico, ma per nulla isolato; esso infatti si rinnova ad ogni pagina della Bibbia e soprattutto nei momenti decisivi. Non parliamo d’Abramo, Il quale parte per un paese sconosciuto senza avere posterità né speranza umana di averne, e quindi si basa unicamente sulla parola di Dio, ed obbedisce a questo medesimo Dio quando gli ordina d’immolargli l’unico depositario delle promesse divine.
Tutto l’episodio di David e di Golia senza alcun dubbio ci impartisce la stessa lezione, come del resto David si preoccupa di formularla in termini molto espliciti: «Tu mi assali con la spada, con la lancia e col giavellotto, mentre io ti vengo contro nel nome di Jahveh Sabaot, Il Dio delle schiere d’Israele che tu hai sfidato. Oggi Il Signore ti consegnerà nelle mie mani… Tutta la terra saprà che esiste un Dio Unico in Israele, e tutta questa moltitudine saprà che Il Signore non dà la vittoria per mezzo della spada né per mezzo della lancia, poiché Il Signore è Il Signore della battaglia ed Egli vi consegna nelle nostre mani» (1Sam 17,45ss).
E piú ancora questa legge sovrintende alla nascita di Mosè e dunque all’avvenimento che domina tutta la storia d Israele. Il «1iberatore » è un fanciullo, condannato a morire prima ancora di nascere (Esodo 1,22), Il quale viene abbandonato in un cesto di vimini sulla corrente d’acqua del NIlo: «la figlia del Faraone scorse Il cesto, mandò la sua serva a raccoglierlo, lo aprí e guardò: era un bambino che piangeva!» (Esodo 2,5s). Come stupirsi allora che questa legge presieda alla nascita del secondo «liberatore», colui del quale Il primo non è altro che Il «tipo», e che Il segno che gli angeli danno ai pastori sia dello stesso ordine: «Troverete un bambino fasciato di pannolini e posto in una mangiatoia» (Luca 2,12)? E questo è nell’attesa del Calvario, dove la suprema debolezza incastonerà la suprema potenza (cfr. 1Corinzi 1,18-25).
Era dunque naturale che Il Cristo Gesú ricordasse questa medesima legge quando costituí i pescatori di GalIlea come «pescatori di uomini». Egli volle che una notte di totale insuccesso precedesse la «pesca miracolosa». Esperienza preziosa, che porrà gli Apostoli in grado di diventare nelle mani di Dio gli strumenti capaci d’operare dei portenti senza per nulla essere tentati di credersene gli autori: «Maestro, abbiamo faticato tutta una notte e non abbiamo preso niente, tuttavia sulla tua parola calerò le reti. Ed avendolo eseguito, essi presero un’enorme quantità di pesci e le loro reti quasi si rompevano…—Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore! — Ma ormai tu prenderai degli uomini—. Ed allora lasciarono tutto e lo seguirono» (Luca 5,5-11).
IV questa legge nella nostra vita
Se adesso cerchiamo di sapere come nella nostra vita concreta si applicherà in pratica questa legge fondamentale dell’apostolato secondo la quale «la potenza di Dio si dispiega nella debolezza», allora costateremo che Paolo ne scorge ormai una prima applicazione nella selezione che Il Cristo Gesú opera quando chiama i suoi apostoli, anzi nella stessa vocazione cristiana. Alla comunità di Corinto, abbagliata dall’abbondanza dei doni spirituali dai quali era stata gratificata20, Paolo ricorda «Il linguaggio della croce, follía — nel senso di assurdità, di realtà «insensata» — per quanti si perdono, ma per quanti si salvano, per noi, potenza di Dio» (1Corinzi 1,18), e per convincerla di questo egli invita la comunità a considerare se stessa: «Dunque, fratelli, esaminate la vostra chiamata. Non esistono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti di alta nascita. Ma quel ch’esiste di folle nel mondo, proprio questo Dio ha scelto per confondere i sapienti; quel ch’esiste di debole nel mondo, ecco che Dio lo ha scelto per confondere la forza; quel che nel mondo è di ignobili natali, e quel che viene disprezzato, ecco quel che Dio ha scelto; quel che non è, per annientare quel che è, affinché nessuna carne abbia a glorificarsi davanti a Dio» (1Cor 1,26-29).
Tale fu Il caso, lo abbiamo visto, di Gedeone, «della casata piú debole di Manasse», ed egli stesso «ultimo nella casa di suo padre» (Giudici 6,15); e inoltre tale fu Il caso di David, Il piú giovane dei figli di Jesse, colui al quale nessuno aveva potuto pensare, né Jesse né Samuele (1 Samuele 16,6-12). E poi in misura molto maggiore fu Il caso dei Dodici Apostoli, ed i Padri della Chiesa quando commentano questi versetti paolini si compiacciono di accentuarlo. Immaginiamo lo stato d’animo di questi pescatori di GalIlea senza alcuna cultura, quando si sentirono chiamati ad evangelizzare Il mondo pagano: «Andate dunque, e fate discepole tutte le genti…» (Matteo 29,19). Niente li preparava a tale missione, e men che mai Il loro appartenere al popolo ebraico disprezzato dai pagani! Perciò essi sull’istante non poterono comprendere, e furono necessarie numerose visioni successive per persuadere Pietro ad entrare nella casa d’un pagano, Il centurione Cornelio, ed a catechizzare la sua famiglia (Atti 10,28). E tuttavia si trattava di un «uomo pio e che temeva Il Signore, Il quale distribuiva larghe elemosine al popolo ebraico e pregava Dio senza interruzione» (Atti 10,2), «al quale tutta la stirpe ebraica rendeva una buona testimonianza» (v. 22). E soltanto la discesa visibIle dello Spirito Santo su questi «incirconcisi» poté spingere Pietro ad amministrare loro Il battesimo (vv. 44-48).
Però, si dirà, non fu cosí per Paolo, l’Apostolo per eccellenza! Sembra infatti difficIle trovare uno strumento umanamente meglio preparato a1 compito che gli era stato affidato: ai suoi doni naturali straordinari si aggiungeva una cultura insieme giudaica e greca, in virtú dell’educazione ricevuta a Tarso ed a Gerusalemme 21.
Senza alcun dubbio, molte qualità umane facevano di Paolo un apostolo nato del mondo pagano. Tuttavia si terrà presente che personalmente egli non si sentiva preparato a convertire i pagani, ma i suoi confratelli ebrei. Egli stesso ce lo rivela. Certo egli ha coscienza che la sua conversione fu insieme una vocazione all’apostolato, ed all’apostolato dei pagani; 22 ma di questo disegno di Dio su di lui egli s’è reso conto solo piú tardi, dopo un tentativo di predicazione agli ebrei di Gerusalemme: «Un giorno mentre pregavo nel Tempio – ci racconta – caddi in estasi; vidi cosi Il Signore che mi parlò: Affrettati, esci subito da Gerusalemme, poiché essi non accoglieranno la tua testimonianza su di me» (Atti 22,17s). A Paolo invece sembra che la sua nomea di persecutore dei cristiani dovrebbe conferire a tale testimonianza un valore singolare: «Signore, risposi, essi però sanno che andando da sinagoga in sinagoga io facevo gettare in carcere e battere con verghe coloro che credevano in te, e quando essi versavano Il sangue di Stefano Il tuo testimone, io ero là, anch’io, d’accordo con coloro che lo uccidevano e custodivo le loro vesti. Egli però mi disse: Vai, io voglio inviarti lontano verso i pagani» (Atti 22,19ss).
Ma soprattutto le qualità umane di Paolo, per manifesta disposizione divina si trovarono costantemente come inefficaci a causa di questa spina confitta nella sua carne, questi «affanni, persecuzioni, angosce», su cui in confidenza rivela qualche cosa ai Corinzi. Anzi sembra che proprio attraverso questi affanni egli sperimentò la sua « debolezza» radicale e dunque la sua «forza», questa «povertà» dello strumento, del resto cosí ricco, di cui Dio aveva bisogno per poter utIlizzarlo con pieno rendimento. Il capitolo che precede evoca precisamente queste «tribolazioni» inerenti alla sua vita apostolica: prove fisiche, certo, «affanni, carcerazioni, fustigazioni, naufragi, travagli e fatiche, veglie frequenti, fame e sete, digiuni ripetuti, freddo e novità »; ma molto di piú, le prove morali tra le quali egli tiene a ricordare esplicitamente l’ostIlità incontrata «da parte degli ebrei suoi compatrioti», che impedivano costantemente la sua predicazione ai pagani, come abbiamo visto 23, che piú volte complottarono contro la sua vita 24, e che riuscirono a farlo incarcerare a Gerusalemme (Atti 21,33); ostIlità, ancora, «da parte dei pagani» come Il procuratore Felice che lo tiene prigioniero a Cesarea per due anni sperando che «Paolo gli avrebbe versato del danaro: e perciò mandava spesso a cercarlo per parlare con lui» (Atti 24,26); ostIlità anche e soprattutto—perché fu la prova piú dolorosa per lui—da parte di coloro ch’egli chiama «i falsi fratelli», gli «amici» che avrebbero dovuto ragionevolmente aiutarlo perché lavoravano tutti con Il medesimo còmpito: cristiani «giudaizzanti», che non acconsentono a rinunciare a Mosè ed accusano Paolo di essere infedele verso le Scritture.
Dio permise infatti che da quando iniziò Il suo ministero e fino alla sua seconda prigionia a Roma, e finché visse, Paolo incontrasse sulla sua strada avversari simIli. Ad Antiochia di Siria, ad esempio, subito dopo Il suo primo viaggio missionario, i suoi nemici lo costringono a salire a Gerusalemme insieme a Barnaba per difendersi davanti gli Apostoli (Atti 15,1-4; Galati 2,1s). Paolo trionfa, non senza pena, e cosí Il principio della libertà cristiana è cosa acquisita almeno per i convertiti dal paganesimo; ma gli avversari non disarmano. Si trovano di nuovo nelle comunità della Galazia, che sono arrivati quasi a separare dal loro apostolo (Galati 1,ó; 4,16-20; 5,4): ed a tale scopo non hanno esitato a denigrare la sua persona, a presentarlo come un apostolo di secondo rango, che non ha conosciuto Il Cristo Gesú, e che in conseguenza ignora la sua vera dottrina, che cerca di «piacere agli uomini» e per farsi ben volere moltiplica le conversioni a scapito della verità dell’Evangelo (Galati 1,10; 2,6 ecc.). A Corinto verso la stessa epoca essi lo hanno accusato di leggerezza e di opportunismo (2 Corinzi 1,17), d’orgoglio e d’arroganza (2 Corinzi 1,24; 3,1), e coi loro sforzi hanno conseguito tale successo, cosí almeno ritiene Paolo, che questi non osa piú tornare nella Chiesa che ha fondato, poiché teme che non vi sarà ricevuto, e perciò manda in avanscoperta Tito perché s’informi della situazione (2Corinzi 7,5ss). A FIlippi, giudaizzanti numerosi e verosimIlmente influenti, sono attestati dalle incisive allusioni della lettera indirizzata a questa comunità (Filippesi 3,2, e molto probabIlmente vv. 18s). A Gerusalemme, presso la Chiesa Madre dove essi sono di casa, la loro presenza fa temere a Paolo ch’essi giungano fino a rifiutare le elemosine ch’egli porta loro: questi doni delle Chiese della gentIlità sono stati raccolti da lui con tanta piú cura in quanto erano per lui Il simbolo dell’unità della Chiesa; perciò un rifiuto avrebbe significato una rottura, che avrebbe potuto frustrare tutto Il suo apostolato 26; e allora egli supplica la comunità di Roma perché «lotti con lui nelle preghiere che essa rivolge a Dio», non soltanto «perché egli eviti gli increduli della Giudea», ma anche «perché l’aiuto ch’egli porta a Gerusalemme sia gradito dai santi» (Romani 15,31); e del resto la narrazione degli Atti dimostra che i timori di Paolo erano ben fondati: poiché appena arriva a Gerusalemme egli si sente rinfacciare la sua attitudine di fronte alla Legge, e deve dare garanzie del suo attaccamento a Mosè 27
A Roma infine,dove egli si trova prigioniero per la prima volta—se la lettera ai FIlippesi è scritta da Roma, come viene ritenuto generalmente, 28 – sappiamo che «la maggioranza dei fratelli, resi coraggiosi nel Signore per Il fatto stesso delle sue catene, osano con audacia di proclamare senza timore la Parola» (FIlippesi 1,14); ma egli aggiunge questa stupefacente notizia: «Certuni, è vero, lo fanno per invidia, in spirito di rivalità… annunciano Il Signore per spirito d’intrigo; le loro intenzioni non sono pure; essi ritengono cosí di aggravare Il peso delle mie catene» (vv. 15-17). E quel che sappiamo della seconda prigionia di Paolo, sempre a Roma, sembra mostrare abbastanza chiaramente che anche là i suoi nemici avevano lavorato con successo 29. Per convincersene, basta leggere la commovente lettera ch’egli, indirizzandosi a Timoteo, Il suo «figlio dIletto», dettò dalla sua prigione poco prima del suo martirio, e che è stata rettamente chiamata Il suo «testamento spirituale». Se egli ringrazia esplicitamente Onesiforo di averlo «spesso confortato», di «non aver arrossito delle sue catene»; se egli si congratula anche delle «attive indagini» svolte dal suo arrivo a Roma per «scoprire» Il luogo dove Paolo stava carcerato (2Timoteo 1,16s), è forse arbitrario concluderne che la comunità cristiana di Roma in quella circostanza non s’era molto preoccupata di colui che subito dopo venerò come suo «fondatore »? 30
Del resto Paolo non deplora soltanto la defezione dei suoi discepoli: «Tu lo sai, tutti quelli dell’Asia, tra cui Figello ed Ermogene, si sono staccati da me» (1,15)… «Dema mi ha abbandonato per amore del mondo… Alessandro Il fonditore mi ha arrecato molto danno… anche tu guardati da lui, perché è stato un nemico accanito della nostra predicazione» (4,10-15)32. E la lamentela che segue riguarda un avvenimento verificatosi poco prima a Roma stessa: «La prima volta che ho dovuto presentare la mia difesa, nessuno mi ha sostenuto, tutti mi hanno abbandonato! Ma ciò non sia imputato a loro colpa!» (v. 16). Strano abbandono, in realtà, e l’Apostolo sente Il bisogno di implorare Il perdono del Signore su chi lo ha operato32
Mai, probabIlmente, egli si è sentito cosí isolato e cosí impotente. Ma nel momento medesimo in cui tutti lo abbandonano, Il Signore gli presenta l’occasione insperata — in questo tribunale pagano in cui, quando si trattava del processo d’un cittadino romano, assistevano sovente i piú alti personaggi e talvolta persino l’imperatore 33— di dare una testimonianza piú solenne che mai sul Cristo Gesú. Infatti egli si affretta ad aggiungere: «Il Signore, invece, mi ha assistito e mi ha colmato di forza, affinché per mio mezzo Il messaggio fosse proclamato, e giungesse alle orecchie di tutti i pagani» (V. 17).
Un’ultima volta dunque, al termine della sua vita, Paolo doveva sperimentare fino a che punto «la potenza di Dio si dispiega nella debolezza». O piuttosto, una penultima volta. Poiché l’ultima avrà luogo qualche mese o qualche settimana piú tardi, quando la spada del boia, ch’egli aveva richiamato nella sua lettera ai Romani tra i segni dell’amore del Cristo Gesú verso di noi (Romani 8,35) 34, lo riunirà realmente e per sempre al suo Maestro, e attraverso Il suo martirio lo costituirà «fondatore», insieme a Pietro, della Chiesa di Roma 35.

Stanislas Lyonnet

NOTE (molte) sul sito

 

II CORINTI 2°- LETTURA MEDITATA 1, 12 –2, 12

http://www.sangiuseppespicello.it/catechesi-e-riflessioni/lectio-su-testi.html

II CORINTI 2°- LETTURA MEDITATA 1, 12 –2, 12

Sino al capo VIII la Bibbia di Gerusalemme intitola “Ritorno sugli incidenti passati”, che sono supposti. I versetti citati si possono intitolare “Malintesi da chiarire”.
Nelle relazioni umane ci sono sempre malintesi.
• A volte per colpa nostra. Non si bada a tutto, soprattutto se si hanno molte cose da fare, perciò gli altri possono sentirsi trascurati. Spesso una parola detta in un senso, è capita in un altro.
• A volte è colpa di altri, nei nostri confronti, per gli stessi motivi.
• Il più delle volte per colpa di nessuno. Solo per la complessità della vita, per notizie mal trasmesse, arrivate in ritardo o affatto, a causa di fatti fortuiti che creano sospetti da ogni parte.

Come Paolo reagisce ai malintesi
Forse era stato detto di lui di non essere sincero, di fare il doppio gioco, di agire per motivi umani, di dire una cosa e pensarne un’altra, di predicare bene ma razzolare male. Erano i pettegolezzi della comunità.
• Nei vv. 12-14 in altre parole vuol dire: “Guardate che io sono onesto. Non accetto che si dubiti della mia onestà. Non ci sono in me seconde intenzioni. Si dica quel che si dica, ma io spero che alla fine comprenderete che vi voglio bene, che sono con voi, che sono il vostro vanto”.
• Insegna a noi come comportarci nei malintesi. Si ritira, pur amareggiato, sereno dalle calunnie e offese, che lo toccano nell’intimo in quanto sono relative alla predicazione. Usa accortezza, segno di paternità. Insegna che si diventa veramente padri e madri generando nella sofferenza, nella pazienza, nella perseveranza.
• È, dunque, necessario passare attraverso le prove in genere, e anche dei malintesi, per maturarsi. Entrare in questa fatica senza darsi per vinti, senza cedere alla tentazione di chiudersi.

Entra in un particolare malinteso
È quello di un viaggio rimandato. Cosa che ha dato origine ad un mucchio di speculazioni, di calunnie, d’interpretazioni, di lotte tra diversi partiti, d’offese reciproche anche con espressioni di grave insulto per lui. La situazione ha creato sofferenze per tutti (fino a 2, 4).
• Paolo reagisce riaffermando la propria onestà di fondo. Se ha dovuto cambiare è stato per validi motivi, senza sottintesi.
• Porta, per difendersi, un argomento prettamente paolino (= “Cristo vive in me”) e si eleva ad una contemplazione cristologica. Il Cristo non fu “sì” e “no”.
• Il tutto trasforma in consolazione: “Amen”. Ed ecco, per la nostra riflessione, tre sottolineature.
? Non perdere la testa e la calma in tali situazioni. Non lasciarsi prendere da animosità. Ridurre il fatto ai contenuti essenziali cercando, per quanto possibile, di chiarirli. Aspettare che le cose si plachino, evitare di giudicarle subito. Al momento Paolo rinuncia alla visita pastorale e, solo dopo calmate le acque, scrive questa lettera. È un esempio di prudenza e saggezza.
? Trasformare tutto in occasione d’approfondimento e crescita della fede. Paolo l’approfondisce contemplando Cristo che è il “sì” di Dio, il solo “fedele”, l’unico su cui appoggiarsi. Ecco come la preghiera di Paolo, fatta nella sofferenza, si trasforma in consolazione. Siano, pertanto, benedette le nostre difficoltà, piccole e grandi, se ci portano a questi passi di fede!
? “Non intendiamo far da padroni sulla vostra fede” (v. 24). Indica di non pretendere, di non aver fretta nel vedere il risultato, d’essere pronti a rinunciare al proprio punto di vista. È necessario, prima, guadagnarsi la stima altrui.

Come n’esce Paolo (Capo II, 2-11).
Scrivendo una lettera: “Vi ho scritto…” (v. 4). È questa? (= vi sto scrivendo), è un’altra non conosciuta? (= molto probabilmente), è quella riportata al capitolo 10, di tono vigoroso e violento? (probabile). A noi interessa ricavare delle riflessioni.
? Lo sforzo di esprimersi nella sofferenza, di non restare nella propria amarezza, di non chiudersi in se stessi, scioglie a poco a poco la situazione difficile. È necessario attendere il momento giusto. È necessario il dialogo, senza ferire.
? Infatti, quando un malinteso è portato non a pura accusa o polemica, ma ad espressione umile, autentica, sofferta, nasce la possibilità di una nuova e profonda amicizia. Ecco perché Dio ha permesso incomprensioni e malintesi pure tra i santi.
? “Ritenni opportuno non venire…” (v.1). Siccome deve essere servo della gioia (I°, v. 24), preferisce non andare per niente, per non rattristare com’era avvenuto prima. Se anche Paolo cerca la gioia, dove la trova se non nella comunità? Vi ritornerà quando sarà riacquistata.
? Continua poi a difendersi ricordando lo svolgimento delle cose (la lettera per chiarire un fatto doloroso – la condanna della comunità verso il colpevole – il suo pentimento – il tempo di usare misericordia).

L’ultima risorsa è il perdono (vv. 10-11).
È il momento in cui, dopo essersi spiegati, rimane il perdono. E’ il segno più alto della divinità del cristianesimo. È gratuità assoluta senza alcuna contropartita, è cosa che appartiene solo a Cristo e ai suoi veri seguaci. Però è necessario riconoscere di aver sbagliato, per accogliere il perdono e “per non cadere in balia di Satana”.
Paolo rimane legato con affetto paterno alla comunità. Lo dimostra il fatto di avere atteso notizie da Tito, che aveva portato, probabilmente, la lettera “scritta fra le lacrime”. (vv. 12-13). Lo incontrerà in seguito (7, 5-16) con buone notizie.

II CORINTI 1° – INTRODUZIONE

http://www.sangiuseppespicello.it/catechesi-e-riflessioni/lectio-su-testi.html

II CORINTI 1° – INTRODUZIONE

Paolo evangelizza a Corinto negli anni 50/52. Ci tiene ad impiantarvi la fede perché è una città portuale, molto popolata e a contatto con tanta gente di passaggio. Si ripromette di raccogliere frutti a vantaggio di tutta la regione dell’Acaia (Grecia).
Vi nasce una buona comunità. Per il contatto con la cultura greca, nascono dubbi di fede e difficoltà che Paolo cerca di risolvere con le sue lettere.
- Non possediamo la prima lettera
- Abbiamo la seconda (attuale nostra I^) scritta con “entusiasmo umano”
- Non abbiamo la III^, scritta “tra molte lacrime” (II Cor 2, 3), e che produsse effetti salutari.
- La IV^ (attuale nostra II^) è scritta in relazione alla III^, ai fatti precedenti e agli effetti da essa prodotti. È scritta dopo venti anni di ministero, nel momento delle prove più dure che possiamo così riepilogare:

a) Si sente respinto dalla maggioranza dei fratelli Ebrei. Si era illuso che, nonostante le inevitabili difficoltà, avrebbero capito. Perché Dio permette che la Parola non è accolta proprio da coloro che sarebbero dovuti essere i primi?
b) Vede i contrasti interni delle comunità. Aveva sognato comunità unite, concordi, fraterne, piene d’entusiasmo. Invece, vede molte divisioni, non solo fra loro, ma anche nei propri confronti con malintesi e forme di diffidenza. La lettera è scritta proprio per chiarire i malintesi.
c) Esperimenta prove personali, interiori. Le accenna, ma non in modo chiaro. Pare che provengano dal suo temperamento emotivo: alti e bassi, vigore e stanchezza.
Sono anche le nostre prove. La lettera ci aiuta a superarle. Vediamo come le ha superate Paolo
a) Crede profondamente. Ha fiducia nella propria vocazione e missione, nel proprio carisma (= “non temete”). È quanto dirà “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8, 35).
b) Ha fiducia nonostante le circostanze. Sono modeste, oscure e penosissime. Poche persone e piccole comunità. Meschinità delle persone e tradimento degli amici. È circondato da sotterfugi.
c) Vive tutto con amore. Un amore irriducibile e invincibile per la sua comunità. A chi è ostile risponde con amore tenerissimo e costruttivo. Alla comunità che ha cercato di infangarlo ed emarginarlo si presente come padre amorevole per nulla sdegnato.
Nella lettera cogliamo la profonda sofferenza di Paolo, ma non una sola frase che possa dire chiusura.
Lettura meditata 1, 1-11

• “Alla Chiesa che è a Corinto” (= alla grande parrocchia cittadina)
•“Ai santi dell’intera Acaia” (= alle vicarie e a tutta la diocesi)
• “Ci consola in ogni tribolazione” (= sofferenze e gioie non sono realtà distinte tra le quali bisogna creare equilibrio). Sono inseparabili. Se le gioie non hanno per radice la sofferenza, sono effimere. La sofferenza diventa consolazione quando è portata su un piano soprannaturale.
- Non sono più le sofferenze di Paolo, vissute come destino personale senza scopo, ma sono le sofferenze di Cristo in lui.
- Sono nell’ambito del ministero che il Signore gli ha affidato, da viversi nel mistero di “morte/risurrezione” e nella fede del “se il chicco di grano…”, diventano mezzi di redenzione.
- Sul piano soprannaturale, se non si soffre con gioia, si può, però, nella consolazione. Se non siamo nella gioia siamo, però, nella pace.
Come riuscire ad avere consolazione
- Non basta entrare nelle prove fisicamente e neppure psicologicamente, mettendole a lato, emarginandole, rassegnandosi.
- Bisogna entrarci esistenzialmente. Guardarle in faccia, soprattutto in preghiera. Interiorizzarle, farle proprie, accettarle come “concime” necessario. Solo così scompare il malumore, la tristezza, l’irritazione.
- Molto importante è porre l’accento “sulle sofferenze di Cristo in noi”. Non si tratta di debolezze, insuccessi e sconfitte personali. È Cristo che soffre in noi e attraverso noi realizza la Redenzione. Dirà altrove Paolo: “Completo quello che manca ai suoi patimenti”, e questo dà, alla situazione, un altro aspetto.
• “è per la vostra consolazione” (v. 6). Le sofferenze e consolazioni hanno una dimensione apostolica. Non sono un fallimento, ma un ingrediente del ministero. Diventano un dono.
• “la nostra speranza è ben salda” (v. 7). Ci vuole una forte visione di fede per leggere e vedere come le fatiche e le incapacità della comunità (= blocchi, divisioni, pregiudizi), sono una sofferenza che scioglie. Bisogna imparare a fare (come persone, comunità o gruppo) questo tipo di lettura.
• “ci ha colpiti oltre misura… per imparare a non riporre la fiducia in noi stessi” (vv. 8-9). Esprimono una prova mortale che Paolo supera credendo nel carisma. Anche a noi viene da dire “ma, peggio di così?”. Se “Dio risuscita dai morti”, non può togliere noi da una situazione apparentemente senza uscita?
• “grazie alla vostra cooperazione nella preghiera” (vv. 10-11). C’è l’intervento in preghiera della comunità unita. È una preghiera potente.

“GLORIA” E “CRETA” UNO SPECCHIO PER LE CHIESE (SAN PAOLO)

http://www.teclise.it/riflessioni/Sito.Riflessioni.14.Gloria%20e%20creta.doc

“GLORIA” E “CRETA” UNO SPECCHIO PER LE CHIESE (SAN PAOLO)

Di TECLE VETRALI

Il rapporto fra il tesoro e la creta è un’immagine molto efficace per illustrare il rapporto fra ciò che vale e ciò che non vale, fra ciò che è centrale e ciò che è accessorio, fra ciò che permane e ciò che è perituro e, in definitiva, fra ciò che merita il nostro interesse e la nostra concentrazione e ciò che, invece, può solo sviare e ingannare. Paolo applica l’immagine nella difesa del suo apostolato, considerato come un tesoro glorioso, portato, però, nel vaso fragile e umile della natura umana, fatta di carne ed esposta a numerose debolezze. Questa debolezza umana, però, non deve trarre in inganno, né indurre a screditare il suo ministero apostolico, che rimane splendido in quanto trasmette la gloria di Dio. E’ proprio in questo contrasto fra la gloria che ha la sua origine in Dio e la debolezza di chi la trasmette che si manifesta l’autenticità del ministero. La gloria di Dio si è manifestata nella debolezza dell’incarnazione. Così nell’apostolo e nell’annunciatore del vangelo coesistono la potenza e la gloria di Dio e la debolezza del trasmettitore. Questa debolezza, anziché offuscare, mette in maggiore risalto la sublimità e la potenza della presenza della gloria di Dio. Con questo concetto e con questa immagine Paolo traccia l’identikit dell’opera di Cristo e del proprio ministero, ma anche della vita della chiesa e dell’esperienza cristiana.
Ci si può chiedere perché è stato scelto questo passo biblico come tema per la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani del 2002. Gli estensori del programma si esprimono chiaramente: “L’unità dei cristiani deve costituire il paradigma dell’unità del genere umano. I cristiani posseggono ‘un tesoro in vasi di creta’ (2 Cor 4,7) che è la gloria di Gesù Cristo, il Signore, vincitore sopra il peccato, la morte, la persecuzione e l’odio. Questo tesoro è, come dice Paolo in 2 Cor 4,5-6, la conoscenza della gloria di Dio che risplende in Gesù, poiché egli ha rivelato la profondità dell’amore di Dio e la misericordia per l’intera creazione, in special modo per i poveri della terra. Il testo 2 Cor 4,5-18 ci invita a riconoscere che disponiamo di un tesoro che non ci appartiene ma che è dono di Dio per rafforzarci nei momenti di angoscia e infonderci coraggio nella tristezza. Portiamo questo tesoro nella fragilità della nostra natura umana affinché sia chiaro che tale dono ha origine in Dio e non è opera nostra. Dio ci invita a dargli testimonianza tramite la nostra debolezza umana”. E’ opportunamente richiamato alla memoria un principio di grande portata e urgenza nel campo ecumenico: nessun dono ricevuto diventa proprietà del beneficiario, che permane nella sua debolezza e in tutti i suoi limiti.
Il tema richiama pure il titolo di un documento che la commissione teologica “Fede e Costituzione” ha presentato all’assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese ad Harare (Zimbabwe) nel 1998 dal titolo: A Treasure in Earthen Vessels. An Instrument for an ecumenical hermeneutics (Faith and Order Paper n. 182), WCC, Ginevra 1998; traduzione italiana: Un tesoro in vasi d’argilla, in Il Regno – Documenti 45 (2000) 3, 117-126. Nella prima parte il documento sottolinea come il mistero di Dio ci è stato trasmesso in una maniera molto fragile, le chiese devono riflettere insieme sulle varie espressioni di fede, poiché il vangelo viene annunciato in contesti diversi suscitando reazioni diverse. Emerge sempre la consapevolezza della inadeguatezza di ogni realizzazione umana, compresa la chiesa, ad esprimere tutta la pienezza e ricchezza del regno. Questa consapevolezza, oltre che fugare ogni orgoglio e pretesa di autosufficienza, porta all’ammirazione della grandezza dell’opera di Dio e, insieme, all’apertura e al dialogo fra tutti coloro ai quali si manifesta la gloria di Dio. Dall’ermeneutica o interpretazione che le singole chiese e i singoli cristiani fanno dell’unica opera di Dio nasce così, spontaneo, il riconoscimento dell’unica opera gloriosa di Dio. In questa maniera, la fragilità dei numerosi vasi non fa che mettere in risalto la sorgente della forza e della grandezza.

1. Qual è il tesoro delle chiese?
Paolo sottolinea con forza: “Noi portiamo in noi stessi questo tesoro come in vasi di creta, perché sia chiaro che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7). Di fronte alla forte affermazione di Paolo viene subito da porsi la domanda: qual è il tesoro delle chiese? Non è una domanda retorica perché, tradotta in termini concreti essa significa: che cosa devono desiderare e a che cosa aspirare? Quando si sentono soddisfatte e gioiose e quando frustrate e incomprese? Quando ricche e quando povere? Quando predomina l’ottimismo e quando il pessimismo? Quando si sentono investite dalla gloria di Cristo e quando se ne sentono prive?
E’ abituale scandire la storia in momenti gloriosi e in momenti bui. Naturalmente, momenti positivi sono considerati quelli nei quali le chiese sono riconosciute e onorate, quando esse sono reputate all’altezza delle esigenze degli uomini, quando con la loro voce possono dirigere o condizionare le vicende sociali o politiche: quando esse sono rivestite di gloria. Infatti, è troppo facile esporsi al rischio di confondere la gloria di Dio con quella delle chiese. Però, è una identificazione che si pone in palese contrasto con la visione offerta da Gesù e prospettata da Paolo: dalla loro prospettiva e secondo il loro metro i momenti gloriosi delle chiese sono quelli contrassegnati dalla testimonianza e dal martirio.
Il rischio continuo è quello di non tenere chiaramente distinti i due termini del binomio: tesoro – creta, dimenticando che a noi appartiene solo la creta. Invece, la tendenza è quella di impossessarsi anche del tesoro, facendolo proprio e identificandosi con esso. Ne esce, così, un’immagine falsata di chiesa. Si tende a rivestire di gloria propria e autonoma ogni forma concreta della propria esistenza, innegabilmente necessaria, perché la chiesa vive il suo mistero di incarnazione; si deve, però, ricordare sempre che il suo tesoro non è dato da queste forme o formule terrene.
Un’altra appropriazione possibile è nei confronti della verità, spesso assimilata a una sapienza umana, gestita come cosa propria, così lontana da quella sapienza della croce che è quel metodo di Dio che capovolge ogni logica naturale e che richiede un continuo cammino alle spalle di Colui che si reca al luogo della crocifissione.
L’attenzione delle chiese, quindi, deve essere rivolta a non rivestire di gloria propria le loro forme di esistenza e la comprensione della verità che è loro donata. Per questo esse si devono rispecchiare in Cristo il quale nella sua incarnazione ha manifestato il vero tesoro, che è il regno di Dio. Proprio nella povertà, nell’umiltà, nella fragilità, nel rifiuto, nell’impotenza dell’incarnazione abbiamo potuto contemplare il tesoro dell’amore e della misericordia di Dio.

2. Dov’è riposta la speranza?
L’esperienza della fragilità porta naturalmente all’aspirazione verso una situazione più stabile e sicura, alla ricerca di un riferimento rassicurante. Si muove così la speranza che ci concentra verso un punto sul quale confidiamo di appoggiarci per conseguire le nostre aspirazioni. Ed è proprio nella scelta di questo punto sul quale si concentra la speranza che si rivela la scelta fondamentale dei cristiani e delle chiese. Paolo afferma chiaramente: “Noi non fissiamo lo sguardo su ciò che vediamo, ma su ciò che non vediamo” (2 Cor 4,18). Solo questo sguardo acuto della fede permette di porre al centro della propria attenzione e della propria esistenza la realtà divina della salvezza, che non è intaccata da nessuna povertà o limitatezza umana, ma che, al contrario, brilla con maggiore evidenza nella precarietà della condizione esteriore. Il mistero pasquale, che vede la vita e la gloria della risurrezione nascere dalla morte, è la legge della vita di Cristo, ma anche del cristiano e della chiesa. Per questo, nessuna tribolazione o persecuzione o misconoscimento può portare alla disperazione o alla mancanza di fiducia.
Se la croce è lo specchio sul quale le chiese devono proiettare la propria immagine per riconoscere e verificare la loro identità e genuinità, esse dovrebbero porsi immediatamente una domanda: su che cosa o in chi ripongono la loro speranza? Una risposta teorica non è difficile da dare. La fede ci insegna che ogni nostra speranza è riposta in Dio. Ma se poi si penetra nel vissuto quotidiano si può constatare che molti punti di appoggio sono chiaramente terrestri. Sono molti i centri di potere ai quali ci si affida, senza mettere in discussione l’onestà e la rettitudine delle intenzioni: molte alleanze con poteri terreni non hanno nulla a che fare con l’alleanza stretta da Dio con gli uomini; la ricerca di una convincente visibilità esteriore non sempre è testimonianza di quella potenza e sapienza della croce di cui parla S. Paolo (1 Cor 1,17-25). La chiesa è nata dalla croce (At 20,28; Tit 2,14; Ef 2,14-16), che deve essere la sorgente e il fondamento della sua vita. Solo di fronte alla croce si comprende ciò che è veramente potente e sapiente (1 Cor 1,25). Solo da questa angolatura si possono giudicare le cose nel loro rapporto con il regno di Dio.
Si capisce, così, perché Paolo ricorre al discorso stoltezza/sapienza della croce quando è compromessa l’unità della chiesa: la sapienza e la potenza umane sono fonte di divisione, la sapienza e la potenza della croce sono principio di unità. La stoltezza della croce è un elemento portante e un punto di riferimento ineludibile per la vita della comunità cristiana. Ciò vale anche e soprattutto per l’evangelizzazione. Dove prevale la forza e la saggezza umana l’annuncio del regno rimane offuscato. La chiesa si presenta come la famiglia di Gesù Cristo quando in essa è visibile la croce, cioè quella debolezza umana che fa trasparire la potenza e la gloria di Dio.
Questo significa avere lo sguardo fisso su ciò che non si vede e riporre la fiducia nei valori del regno, anziché in quelli terreni. Ciò significa che le chiese non devono riporre la loro fiducia in se stesse e nelle loro forze. Neppure nei loro meriti indiscussi, nelle loro virtù e nei loro santi. La santità è una nota eccelsa e caratterizzante per la chiesa, ma i santi e gli stessi martiri non possono essere assunti come bandiere o stendardi per decorare le chiese e consolidarne la posizione nei loro confronti reciproci. E’ una funzione o strumentalizzazione alla quale gli stessi santi, se potessero, si ribellerebbero. La santità, invece, è quella porzione di regno invisibile che dovrebbe testimoniare la relatività delle realtà terrene visibili.

3. Le chiese vasi di creta
L’immagine del vaso di creta suggerisce un molteplice riferimento, e ciò in rapporto sia all’idea del vaso che a quella della creta.
L’immagine del vaso ci mette a contatto con uno strumento che esaurisce o caratterizza la sua esistenza nella funzione di contenere, raccogliere, accogliere, distinguendosi nettamente dal contenuto che, ordinariamente, è più prezioso di lui, anzi, è proprio il contenuto che giustifica l’esistenza del vaso contenitore. La finalità e la consistenza del vaso è stabilita dal vasaio: “Un vasaio, infatti, trattando terra molle con fatica, forma vasi, ciascuno per nostro uso; ma dallo stesso fango forma vasi per usi decenti e altri no, tutti in eguale maniera. Quale di ciascuno di questi sia l’uso, giudice è chi tratta l’argilla” (Sap 15,7). Il popolo di Dio è nelle mani del Signore come un vaso nelle mani del vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele” (Ger 18, 6). Dio ha gratuitamente scelto le chiese per riempirle gratuitamente della sua grazia e dei suoi doni. Essere vuoti di sé è condizione indispensabile per poter essere riempiti della presenza di Dio e dei suoi doni. Per questo Paolo invita i cristiani a mantenere il vaso del proprio corpo con santità e rispetto, in rapporto a Dio che dona il suo Spirito Santo (1 Tes 4,4.8). Paolo stesso è definito vaso di elezione, cioè strumento eletto per portare il nome di Dio a tutte le nazioni (At 9,15).
Essere vuoti di sé non significa assenza o povertà di contenuto, ma apertura a una pienezza che viene dal di fuori, cioè dalla presenza di Cristo. E’ questo contenuto che deve trasparire come prima evidenza e senza ambiguità e che, contemporaneamente, conferisce valore e nobiltà al vaso che lo contiene. Non è cosa facile, per il cristiano e per le chiese, vivere di questa trasparenza e sussidiarietà. Praticamente significa vivere di accoglienza.
Prima di tutto significa accogliere nella propria vita incarnata nel terrestre la realtà dell’incarnazione, con tutte le scelte concrete che l’hanno accompagnata. Per esigenze di trasparenza, quindi, si addicono alla chiesa la povertà e l’inospitalità di Betlemme, l’assenza di un rifugio dove posare il capo, e il cammino verso un’esaltazione che avverrà sulla croce.
Ma accogliere Cristo significa accogliere anche tutto ciò che gli appartiene e lo esprime. Ciò significa riconoscerne la presenza e valorizzarne i doni dovunque siano presenti. E’ chiara, quindi, l’esigenza non solo di aprirsi e di accogliere il bene chiaramente manifesto nelle altre chiese, ma anche quello di ricercarlo per una verifica della propria autenticità e per un arricchimento della propria esperienza di Dio. In questa maniera la sapienza e la potenza della croce si rivelano come via che porta all’unità.
L’accoglienza di Cristo porta all’accoglienza dello Spirito. Ciò significa disponibilità al continuo rinnovamento, superando il rischio di incrostazione e di irrigidimento al quale sono esposte tutte le strutture. Sono proprio le incrostazioni e gli irrigidimenti che spesso ostacolano l’accoglienza dell’azione dello Spirito Santo, al quale sono affidate le cose future e la loro lettura (cf. Gv 16,13) e la progressiva introduzione nel cuore della verità rivelata di Gesù (cf. Gv 14,26; 16,13). L’azione rinnovatrice dello Spirito farà sì che la vita delle chiese esprima la sua fedeltà a Cristo in forme e strutture sempre vive e significative, segnate dalla freschezza della novità, in una varietà che esprima la ricchezza della vita nuova instaurata dalla risurrezione di Gesù e che fa capire che nessuna forma o formula concreta esaurisce la ricchezza della vita rinnovata. La progressiva penetrazione nel cuore della verità, operata dallo Spirito, aiuterà a capire come l’unica parola di Gesù assuma toni e messaggi sempre nuovi, rapportati alla novità delle situazioni della storia, e quindi ha bisogno di una continua attenzione sia all’espressione originale delle parole di Gesù, sia alla nuova eco e comprensione operata dallo Spirito.
Tutta questa pienezza di presenza efficace di Cristo e dello Spirito attende di trovare uno spazio nella vita delle chiese, vasi aperti e accoglienti. Quanto spazio c’è in chi non è pieno di se stesso!
La ricchezza della pienezza risalta in maniera ancora più evidente se si tiene presente che il vaso è di creta, cioè fragile e senza consistenza o nobiltà autonoma. E di questo ogni cristiano e ogni chiesa deve essere consapevole. Se, alla luce della parola di Dio e dell’esperienza, questa fragilità è evidente, non sempre le chiese esprimono la consapevolezza di questa loro radicale realtà con altrettanta evidenza. Più che vasi contenenti un tesoro prezioso ricevuto gratuitamente in dono esse danno spesso l’impressione di essere realtà autonome, che si fregiano come ornamento del tesoro prezioso che esse contengono. La distinzione non è solo nominale o un gioco di parole, perché si traduce in rivendicazioni e atteggiamenti concreti che esprimono chi sta al centro e chi alla periferia, chi è al servizio di chi, chi è il tesoro e chi il vaso. La consapevolezza della propria fragilità e della propria inadeguatezza a far trasparire e a comunicare la pienezza della ricchezza del dono ricevuto è la via che mette in giusta luce il valore e la qualità del tesoro del regno di Dio. In questo contesto assumono significato e valore i ripetuti riconoscimenti della fragilità, degli errori e dei peccati commessi dalla chiesa nel corso della storia.

Conclusione
Possiamo dire che l’immagine paolina del tesoro racchiuso in vasi di creta può servire da specchio per riflettere la situazione attuale delle chiese. E’ un discorso ormai ritrito quello sulla crisi in cui versa l’ecumenismo. Ma crisi dell’ecumenismo significa crisi delle chiese. L’immagine di Paolo ci può guidare all’identificazione di una delle cause di questa crisi. L’accanito irrigidimento che manifestano alcune situazioni fa sospettare che le chiese abbiano identificato la gloria di Dio con la propria gloria e che si attendano che l’adesione a Dio delle altre chiese passi attraverso l’adesione alla loro chiesa. La loro attenzione e la loro speranza sembrano concentrate nel consolidamento e nel riconoscimento della loro concretezza e visibilità. Una maggiore consapevolezza di essere differenti vasi di creta dell’unico tesoro potrebbe spingere le chiese a un migliore discernimento fra il vaso e il tesoro, fra la gloria e la creta.
E qui non si può non fermare l’attenzione sul valore simbolico della realtà terrestre che noi viviamo. Parlare di valore simbolico di ciò che è terrestre e visibile non significa svuotarlo di contenuto positivo e salvifico, ma collegarne e scoprirne il senso in rapporto a una realtà che gli dà un vero contenuto. Il valore assoluto sta in questa realtà superiore e invisibile. Il limite delle chiese sta spesso nel considerare assolute molte o tutte le concretizzazioni storiche presenti nella propria o nell’altrui storia. Recepirle nel loro valore simbolico significa ricercare e concentrarsi sul loro senso profondo, che oltrepassa la modalità concreta. Così si prenderebbe coscienza della relatività di alcune modalità della propria struttura e del valore profondo che esprimono modalità diverse.
Ma forse c’è anche un altro elemento, sempre legato all’immagine di Paolo, che spiega la situazione ecumenica attuale. Sappiamo che il tesoro ha un valore commerciale, ma soprattutto un ruolo affettivo: “dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21; Lc 12,34). La sola valutazione intellettuale del tesoro ricevuto non condurrà mai le chiese a svuotarsi di se stesse per riempirsi di esso. Solo un movimento del cuore e un innamoramento nei confronti di quel tesoro potrà spingere ad osare qualunque cosa, a svuotare completamente se stesse e godersi della vista del tesoro, senza relegarlo in una cassaforte, tenendone aperta solo la registrazione. Come alla vita dei cristiani, così anche alle chiese manca spesso la passione amorosa, il bisogno di vedere e seguire la persona amata dappertutto dove essa è presente. Spesso si ha l’impressione che l’unità nell’unico regno di Dio più che un tesoro appassionante sia un’azione finanziaria che si cerca di gestire con accortezza.

Sommario
L’autore, partendo dall’immagine di San Paolo del tesoro portato in vasi di creta, ne cerca una verifica nell’attuale situazione di crisi dell’ecumenismo. Le chiese, per fare risplendere con evidenza la gloria del tesoro che hanno ricevuto da Dio, dovrebbero seguire la via della fragilità e dell’impotenza umana percorsa da Cristo nell’incarnazione e riporre la loro fiducia e speranza più nelle cose invisibili che in quelle visibili: è questa la via che conduce all’unità. Inoltre, per compiere veri passi verso l’unità, esse devono innamorarsi del tesoro ricevuto da Dio come dono.

«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla» – (2 Cor 4,7) – Chiara Lubich

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/parola_gen03.htm

«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla» – (2 Cor 4,7).

Chiara Lubich

I cristiani di Corinto mettevano a confronto l’apostolo Paolo con altri predicatori contemporanei che parlavano con maggiore eloquenza ed erudizione. A loro piacevano i bei discorsi, le speculazioni filosofiche, mentre Paolo si presentava con semplicità, senza grandi parole suggerite dalla sapienza umana , debole e provato nel fisico. Eppure a lui Gesù, sulla via di Damasco, si era pienamente rivelato, e da allora Dio aveva continuato a fargli brillare in cuore la luce del Figlio suo e lo aveva inviato a portare a tutti quella luce . Paolo era però il primo a rendersi conto della sproporzione tra la preziosità inestimabile della missione affidatagli e l’inadeguatezza della sua persona: un tesoro in un povero vaso di terracotta.
Quante volte anche noi avvertiamo la nostra povertà, i limiti, l’insufficienza davanti ai compiti che ci sono affidati, l’incapacità di rispondere pienamente alle esigenze della nostra vocazione, l’impotenza di fronte a situazioni che sono più grandi di noi. Percepiamo inoltre inclinazioni e attrattive che ci orientano più facilmente al male che al bene, alle quali facciamo fatica a resistere per la debolezza della nostra volontà. Anche noi come Paolo ci sentiamo vasi di creta.
Ci è facile riscontrare le stesse debolezze e fragilità anche nelle persone che ci stanno accanto, in famiglia, così come nella comunità o nel gruppo di cui facciamo parte.
E come non pensare a queste parole di Paolo in questo mese in cui si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani? Noi cristiani nei secoli non siamo riusciti, nonostante il tesoro che Dio ci ha dato, a vivere in unità.

«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla»
Se guardassimo soltanto al vaso d’argilla che siamo noi, ci sarebbe proprio da scoraggiarsi. Ciò che invece vale, e su cui dobbiamo volgere tutta l’attenzione, è il tesoro che portiamo dentro! Paolo sapeva che il suo vaso d’argilla era inabitato dalla luce di Cristo: era Cristo stesso a vivere in lui e questo gli dava l’audacia di tutto osare per la diffusione del suo Regno.
Anche noi possiamo sperimentare il tesoro infinito che, in quanto cristiani, portiamo dentro di noi: è la Trinità Santissima. Mi guardo dentro e scopro come una voragine d’amore, come un abisso, come l’immenso, come un sole divino dentro di me.
Mi guardo attorno e anche negli altri, al di là del loro vaso di creta, che subito mi appare davanti con evidenza, imparo a scorgere il tesoro che lì inabita. Non mi fermo all’apparenza esteriore. La luce della Trinità che abita in noi, ci ha ricordato Giovanni Paolo Il, « va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto » .

«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla»
Come vivere questa Parola di vita?
Essa è rivolta a noi. Un noi che non esclude nessuno. « I cristiani devono far conoscere insieme questo tesoro che risplende glorioso nel volto del Risorto. » Però, per diventare pienamente consapevoli del tesoro che abbiamo, occorrerà entrare in comunione con esso. Sì, possiamo imparare a convivere con la Santissima Trinità, fino a perderci in essa. Possiamo avere un rapporto personale con ognuna delle tre divine Persone, col Padre e col Figlio e con lo Spirito Santo, in modo che sia Dio stesso a vivere e ad agire in noi.
Abbiamo il Padre. Nel nostro vaso di creta è presente un Padre. Possiamo gettare ogni sollecitudine in lui, ogni preoccupazione, come ci suggerisce l’apostolo Pietro . Perché così si fa con un padre: ci si affida a lui, in tutto e per tutto, con piena fiducia. E questo è un padre: il sostegno, la certezza del figlio che, come un bambino, si butta spensierato fra le sue braccia.
C’è anche il Figlio dentro di noi: il Verbo che, incarnato, è Gesù. C’è Gesù dentro di noi. Abbiamo imparato ad amarlo profondamente nelle sue diverse presenze: nell’Eucaristia, nella Parola, quando siamo uniti nel Suo nome, nel povero, nell’autorità che lo rappresenta…, nel profondo del nostro cuore. Possiamo persino imparare ad amarlo nei limiti, nelle debolezze, nei fallimenti, perché Egli ha assunto la nostra debolezza e la nostra fragilità pur non essendo peccatore. Per questo Gesù, Verbo incarnato, avendo condiviso tutto di noi, può sostenerci in ogni prova della vita, suggerendoci come superarla, per ridarci e luce e pace e forza.
E lo Spirito Santo. Quello Spirito in cui, come ad altri noi stessi, ci confidiamo sicuri. Che sempre risponde quando lo invochiamo e ci suggerisce parole di sapienza. Che ci dà conforto, che ci sostiene, e ci ama come vero amico, dandoci la luce.
Che vogliamo di più? Un solo Amore ha preso stanza nel nostro cuore: è il nostro tesoro. Il vaso di argilla, il nostro come quello degli altri, non sarà più un ostacolo, non ci scoraggerà più. Ci ricorderà soltanto che la luce e la vita che Dio vuole sprigionare in noi e attorno a noi non è tanto frutto delle nostre capacità umane, ma effetto della sua presenza operosa in noi, riconosciuta ed amata.
Allora, come Paolo, anche noi potremo tutto osare per il Regno di Dio e con più forza tendere alla mèta della piena e visibile comunione tra i cristiani, perché come lui possiamo ripetere: « Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi » (2 Cor 4,7).

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