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BENEDETTO XVI : La contemplazione e la forza della preghiera (2Cor 12, 1-10)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120613.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI Mercoledì, 13 Giugno 2012 

La contemplazione e la forza della preghiera (2Cor 12, 1-10)

Cari fratelli e sorelle,

l’incontro quotidiano con il Signore e la frequenza ai Sacramenti permettono di aprire la nostra mente e il nostro cuore alla sua presenza, alle sue parole, alla sua azione. La preghiera non è solamente il respiro dell’anima, ma, per usare un’immagine, è anche l’oasi di pace in cui possiamo attingere l’acqua che alimenta la nostra vita spirituale e trasforma la nostra esistenza. E Dio ci attira verso di sé, ci fa salire il monte della santità, perché siamo sempre più vicini a Lui, offrendoci lungo il cammino luci e consolazioni. Questa è l’esperienza personale a cui san Paolo fa riferimento nel capitolo 12 della Seconda Lettera ai Corinzi, sul quale desidero soffermarmi oggi. Di fronte a chi contestava la legittimità del suo apostolato, egli non elenca tanto le comunità che ha fondato, i chilometri che ha percorso; non si limita a ricordare le difficoltà e le opposizioni che ha affrontato per annunciare il Vangelo, ma indica il suo rapporto con il Signore, un rapporto così intenso da essere caratterizzato anche da momenti di estasi, di contemplazione profonda (cfr 2 Cor 12,1); quindi non si vanta di ciò che ha fatto lui, della sua forza, delle sua attività e successi, ma si vanta dell’azione che ha fatto Dio in lui e tramite lui. Con grande pudore egli racconta, infatti, il momento in cui visse l’esperienza particolare di essere rapito sino al cielo di Dio. Egli ricorda che quattordici anni prima dall’invio della Lettera «fu rapito – così dice – fino al terzo cielo» (v. 2). Con il linguaggio e i modi di chi racconta ciò che non si può raccontare, san Paolo parla di quel fatto addirittura in terza persona; afferma che un uomo fu rapito nel «giardino» di Dio, in paradiso. La contemplazione è così profonda e intensa che l’Apostolo non ricorda neppure i contenuti della rivelazione ricevuta, ma ha ben presenti la data e le circostanze in cui il Signore lo ha afferrato in modo così totale, lo ha attirato a sé, come aveva fatto sulla strada di Damasco al momento della sua conversione (cfr Fil 3,12).

San Paolo continua dicendo che proprio per non montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni ricevute, egli porta in sé una «spina» (2 Cor 12,7), una sofferenza, e supplica con forza il Risorto di essere liberato dall’inviato del Maligno, da questa spina dolorosa nella carne. Per tre volte – riferisce – ha pregato insistentemente il Signore di allontanare questa prova. Ed è in questa situazione che, nella contemplazione profonda di Dio, durante la quale «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (v. 4), riceve risposta alla sua supplica. Il Risorto gli rivolge una parola chiara e rassicurante: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (v. 9).

Il commento di Paolo a queste parole può lasciare stupiti, ma rivela come egli abbia compreso che cosa significa essere veramente apostolo del Vangelo. Esclama, infatti così: «Mi vanterò quindi ben volentieri  delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (vv. 9b-10), cioè non si vanta delle sue azioni, ma dell’attività di Cristo che agisce proprio nella sua debolezza. Soffermiamoci ancora un momento su questo fatto avvenuto durante gli anni in cui san Paolo visse in silenzio e in contemplazione, prima di iniziare a percorrere l’Occidente per annunciare Cristo, perché questo atteggiamento di profonda umiltà e fiducia di fronte al manifestarsi di Dio è fondamentale anche per la nostra preghiera e per la nostra vita, per la nostra relazione a Dio e alle nostre debolezze.

Anzitutto, di quali debolezze parla l’Apostolo? Che cosa è questa «spina» nella carne? Non lo sappiamo e non lo dice, ma il suo atteggiamento fa comprendere che ogni difficoltà nella sequela di Cristo e nella testimonianza del suo Vangelo può essere superata aprendosi con fiducia all’azione del Signore. San Paolo è ben consapevole di essere un «servo inutile» (Lc 17,10) – non è lui che ha fatto le cose grandi, è il Signore – , un «vaso di creta» (2 Cor 4,7), in cui Dio pone la ricchezza e la potenza della sua Grazia. In questo momento di intensa preghiera contemplativa, san Paolo comprende con chiarezza come affrontare e vivere ogni evento, soprattutto la sofferenza, la difficoltà, la persecuzione: nel momento in cui si sperimenta la propria debolezza, si manifesta la potenza di Dio, che non abbandona, non lascia soli, ma diventa sostegno e forza. Certo, Paolo avrebbe preferito essere liberato da questa «spina», da questa sofferenza; ma Dio dice: «No, questo è necessario per te. Avrai sufficiente grazia per resistere e per fare quanto deve essere fatto. Questo vale anche per noi. Il Signore non ci libera dai mali, ma ci aiuta a maturare nelle sofferenze, nelle difficoltà, nelle persecuzioni. La fede, quindi, ci dice che, se rimaniamo in Dio, «se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, ci sono tante difficoltà, quello interiore invece si rinnova, matura di giorno in giorno proprio nelle prove» (cfr v. 16). L’Apostolo comunica ai cristiani di Corinto e anche a noi che «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (v. 17) In realtà, umanamente parlando, non era leggero il peso delle difficoltà, era gravissimo; ma in confronto con l’amore di Dio, con la grandezza dell’essere amato da Dio, appare leggero, sapendo che la quantità della gloria sarà smisurata.  Quindi, nella misura in cui cresce la nostra unione con il Signore e si fa intensa la nostra preghiera, anche noi andiamo all’essenziale e comprendiamo che non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre capacità che realizza il Regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza all’incarico. Dobbiamo, quindi, avere l’umiltà di non confidare semplicemente in noi stessi, ma di lavorare, con l’aiuto del Signore, nella vigna del Signore, affidandoci a Lui come fragili «vasi di creta».

San Paolo riferisce di due particolari rivelazioni che hanno cambiato radicalmente la sua vita. La prima – lo sappiamo – è la domanda sconvolgente sulla strada di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4), domanda che lo ha portato a scoprire e incontrare Cristo vivo e presente, e a sentire la sua chiamata ad essere apostolo del Vangelo. La seconda sono le parole che il Signore gli ha rivolto nell’esperienza di preghiera contemplativa su cui stiamo riflettendo: «Ti basta la mia grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Solo la fede, il confidare nell’azione di Dio, nella bontà di Dio che non ci abbandona, è la garanzia di non lavorare invano. Così la Grazia del Signore è stata la forza che ha accompagnato san Paolo nelle immani fatiche per diffondere il Vangelo e il suo cuore è entrato nel cuore di Cristo, diventando capace di condurre gli altri verso Colui che è morto ed è risorto per noi.

Nella preghiera noi apriamo, quindi, il nostro animo al Signore affinché Egli venga ad abitare la nostra debolezza, trasformandola in forza per il Vangelo. Ed è ricco di significato anche il verbo greco con cui Paolo descrive questo dimorare del Signore nella sua fragile umanità; usa episkenoo, che potremmo rendere con «porre la propria tenda». Il Signore continua a porre la sua tenda in noi, in mezzo a noi: è il Mistero dell’Incarnazione. Lo stesso Verbo divino, che è venuto a dimorare nella nostra umanità, vuole abitare in noi, piantare in noi la sua tenda, per illuminare e trasformare la nostra vita e il mondo.

L’intensa contemplazione di Dio sperimentata da san Paolo richiama quella dei discepoli sul monte Tabor, quando, vedendo Gesù trasfigurarsi e risplendere di luce, Pietro gli disse: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mc 9,5). «Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati» aggiunge san Marco (v. 6). Contemplare il Signore è, allo stesso tempo, affascinante e tremendo: affascinante perché Egli ci attira a sé e rapisce il nostro cuore verso l’alto, portandolo alla sua altezza dove sperimentiamo la pace, la bellezza del suo amore; tremendo perché mette a nudo la nostra debolezza umana, la nostra inadeguatezza, la fatica di vincere il Maligno che insidia la nostra vita, quella spina conficcata anche nella nostra carne. Nella preghiera, nella contemplazione quotidiana del Signore, noi riceviamo la forza dell’amore di Dio e sentiamo che sono vere le parole di san Paolo ai cristiani di Roma, dove ha scritto: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente né avvenire,né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

In un mondo in cui rischiamo di confidare solamente sull’efficienza e la potenza dei mezzi umani, in questo mondo siamo chiamati a riscoprire e testimoniare la potenza di Dio che si comunica nella preghiera, con la quale cresciamo ogni giorno nel conformare la nostra vita a quella di Cristo, il quale – come afferma Paolo – «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio» (2 Cor 13,4).

Cari amici, nel secolo scorso, Albert Schweitzer, teologo protestante e premio Nobel per la pace, affermava che «Paolo è un mistico e nient’altro che un mistico», cioè un uomo veramente innamorato di Cristo e così unito a Lui, da poter dire: Cristo vive in me. La mistica di san Paolo non si fonda soltanto sugli eventi eccezionali da lui vissuti, ma anche sul quotidiano e intenso rapporto con il Signore che lo ha sempre sostenuto con la sua Grazia. La mistica non lo ha allontanato dalla realtà, al contrario gli ha dato la forza di vivere ogni giorno per Cristo e di costruire la Chiesa fino alla fine del mondo di quel tempo. L’unione con Dio non allontana dal mondo, ma ci dà la forza di rimanere realmente nel modo, di fare quanto si deve fare nel mondo. Anche nella nostra vita di preghiera possiamo, quindi, avere momenti di particolare intensità, forse, in cui sentiamo più viva la presenza del Signore, ma è importante la costanza, la fedeltà del rapporto con Dio, soprattutto nelle situazioni di aridità, di difficoltà, di sofferenza, di apparente assenza di Dio. Soltanto se siamo afferrati dall’amore di Cristo, saremo in grado di affrontare ogni avversità come Paolo, convinti che tutto possiamo in Colui che ci dà la forza (cfr Fil 4,13). Quindi, quanto più diamo spazio alla preghiera, tanto più vedremo che la nostra vita si trasformerà e sarà animata dalla forza concreta dell’amore di Dio. Così avvenne, ad esempio, per la beata Madre Teresa di Calcutta, che nella contemplazione di Gesù e proprio anche in tempi di lunga aridità trovava la ragione ultima e la forza incredibile per riconoscerlo nei poveri e negli abbandonati, nonostante la sua fragile figura. La contemplazione di Cristo nella nostra vita non ci estranea – come ho già detto – dalla realtà, bensì ci rende ancora più partecipi delle vicende umane, perché il Signore, attirandoci a sé nella preghiera, ci permette di farci presenti e prossimi ad ogni fratello nel suo amore. Grazie.

2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Corinzi%205,18-21;%206,1-2

2CORINZI 5,17-21 – COMMENTO

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. 18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

COMMENTO
2 Corinzi 5,18-21; 6,1-2

Il ministero della riconciliazione
All’interno della prima parte della lettera (cc. 1-7), nella quale Paolo ricorda le incomprensioni che avevano offuscato il suo rapporto con la comunità e la riconciliazione avvenuta, si situa una prima sezione apologetica (2Cor 2,14-7,4). In essa si possono distinguere quattro parti: 1) il ministero della nuova alleanza (2,14-4,6); 2) tribolazioni e speranze dell’apostolo (4,7-5,10); 3) l’annunzio della riconciliazione (5,11-6,10); 4) conclusione (6,11-7,4). Nella terza parte di questa sezione Paolo si presenta come apostolo spinto dall’amore di Cristo a compiere la sua opera di evangelizzazione (5,11-17); poi prosegue mettendo in luce la sua opera a favore della riconciliazione (5,18-6,2) e infine descrive il suo comportamento apostolico (6,3-10). Il testo liturgico riporta il brano centrale di questa parte della sezione. In essa Paolo si presenta anzitutto come ministro della riconciliazione offerta da Dio (5,18-20), spiega poi il ruolo di Cristo (5,21) e infine invita i suoi lettori ad accogliere il dono di Dio (6,1-2).

La riconciliazione (5,18-20)
L’amore di Cristo che spinge Paolo nell’opera dell’evangelizzazione (cfr. v. 14) fa parte di un grande processo di riconciliazione: «Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (v. 18). Il soggetto di questa frase è il pronome indefinito «tutto questo» (ta panta tutte le cose). Esso si riferisce al contesto letterario precedente (vv. 14-17), in cui Paolo ha evocato sinteticamente la morte e la risurrezione di Cristo, definendo gli effetti salvifici universali di tale evento in termini di « nuova creazione » (cfr. v. 17). Tutta l’opera salvifica di Dio viene presentata come una riconciliazione, di cui il protagonista non è Paolo, ma Dio stesso. Paolo è solo un intermediario, al quale è stato affidato il «ministero» (diakonia) della riconciliazione, cioè il compito di rendere attuale ed efficace questo dono divino per i suoi ascoltatori.
L’origine divina della riconciliazione viene ribadita nel versetto successivo: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (v. 19). Normalmente è il colpevole che prende l’iniziativa di riconciliarsi con chi ha offeso; qui invece è l’offeso che fa il primo passo per riconciliare a sé colui che ha sbagliato. Egli lo fa per mezzo di Cristo «non imputando (logizô) agli uomini le loro colpe (paraptômata)» In un altro contesto Paolo parla della tolleranza e pazienza di Dio (Rm 2,4), che si è esercitata precisamente nei confronti dei peccati passati (3,25-26). In altre parole Dio non ha punito le colpe degli uomini perché intendeva perdonarli per mezzo di Cristo. Perciò ha affidato a Paolo la «parola» (logon) della riconciliazione: è con la parola dunque che egli svolge il suo servizio all’opera divina della riconciliazione. Egli riprende questo concetto sottolineando: «Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). L’apostolo è un ambasciatore, un porta parola, attraverso il quale è Dio stesso che esorta. Il suo compito consiste esclusivamente nel far sì che i suoi ascoltatori si lascino riconciliare (katallagête, all’aoristo passivo) con Dio: ad essi dunque non spetta prendere l’iniziativa, ma si richiede che accettino il dono di Dio, affinché porti frutto in loro: è questo il ruolo per eccellenza della fede.

Il ruolo di Cristo (v. 21)
Nei versetti precedenti Paolo aveva accennato al ruolo di Cristo in quanto primo intermediario della riconciliazione offerta da Dio. Ora spiega come egli ha assolto il suo compito: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (v. 21). La salvezza si è dunque verificata mediante uno scambio. Dio «fece peccato» (hamartian epoiesen) precisamente il Cristo, il quale «non conobbe peccato», cioè non fece mai l’esperienza del male morale. Ma agendo così nei suoi confronti, Dio è intervenuto a favore degli uomini (hyper hêmôn, per noi, a nostro favore), come Paolo spesso ripete nel suo epistolario; è così che gli esseri umani hanno ricevuto in dono la possibilità di diventare giusti davanti a Dio. Certamente Cristo non commise alcun peccato.
Cristo dunque è diventato «peccato» perché, avendo assunto integralmente la condizione umana, ha sperimentato in sé non solo la fragilità, le prove, le tentazioni di ogni uomo, ma anche le conseguenze negative del peccato umano. In Rm 8,3 Paolo preciserà che Dio ha inviato il Figlio non con la «carne di peccato» né con il «peccato» in quanto tale, ma «in somiglianza di carne di peccato» (en homoiômati sarkos hamartias). Di conseguenza la giustizia di Dio passa agli uomini non solo «per mezzo di Cristo» (dia Christou, 5,18b), ma anche «in lui» (en autôi, v. 21c; cfr. v. 19a: en Christôi). È «in» Cristo, diventato solidale con i peccatori, che si attua la salvezza divina, che conseguentemente si estende a tutti coloro che credono in lui. Paolo non intende quindi l’intervento salvifico di Dio mediante Cristo nei termini di una «espiazione vicaria», in forza della quale egli prenderebbe su di sé la pena dovuta ai peccatori, ma come una solidarietà che Dio instaura con Cristo e per mezzo suo estende ai peccatori.

Esortazione (6,1-2)
Dopo aver messo in luce l’opera di Dio in Cristo, di cui egli è l’araldo, Paolo attua il suo compito direttamente con i destinatari della sua lettera: «E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (v. 1). Proprio in quanto collaboratore di Dio Paolo esorta i corinzi di far sì che il dono divino non cada su una terra sterile che non produce alcun frutto. Certo l’iniziativa è di Dio, ma la parte dell’uomo è insostituibile: neppure Dio può scavalcare la libertà umana. A sostegno di questo invito l’apostolo fa ricorso alle Scritture: «Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (v. 2). Il testo biblico di cui egli si serve è ricavato dal Deuteroisaia, che in appendice al secondo carme del Servo di JHWH, dice che Dio lo ha ascoltato e lo ha aiutato nel tempo della misericordia e della salvezza, cioè gli ha dato la possibilità di impegnarsi fino in fondo per la liberazione degli esuli che si trovano in Mesopotamia, guidandoli efficacemente sulla via della conversione e del ritorno nella loro terra (Is 49,8). Paolo commenta quindi che il momento favorevole nel quale si attua la salvezza è proprio questo, contrassegnato dalla morte di Cristo per noi.

Linee interpretative
La salvezza è vista da Paolo come una grande opera di riconciliazione che coinvolge tutta l’umanità peccatrice. Il soggetto dei diversi aspetti dell’azione salvifica è Dio Padre (ho Theos), anche se Egli non è sempre il soggetto grammaticale di ogni frase di questa unità letteraria. Infatti nel v. 18a si dice che l’intervento salvifico viene interamente da Dio (ek tou Theou, da Dio). Nel v. 20a il verbo principale presbeuomen («fungiamo da ambasciatori») ha per soggetto gli apostoli, ma il soggetto divino è ripreso nella frase subordinata immediatamente successiva: «Come se Dio esortasse per mezzo di noi » (v. 20b). Infine, nel v. 20bc («(Vi) preghiamo per Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!»), l’imperativo aoristo passivo katallagête indica che i protagonisti della riconciliazione non sono i corinzi (soggetto grammaticale), perché, in realtà, è sempre Dio che interviene attraverso gli apostoli per consentire la riconciliazione degli uomini con sé. Costoro, comunque, non rimangono meramente passivi di fronte all’azione divina, come lascia intendere il carattere esortativo della frase: « Lasciatevi riconciliare con Dio! ».
Dio ha offerto agli uomini la possibilità di riconciliarsi con sé «per mezzo di Cristo» (v. 18b). Più precisamente, la riconciliazione con Dio è avvenuta grazie alla morte di Cristo, menzionata in modo esplicito nei vv. 14-15 ed evocata in maniera implicita nel v. 18b. Cristo è morto solidale con tutti gli uomini e a loro favore (cfr. 2Cor 5,14-15a). Perciò, Cristo ora «vive per (la) potenza» (13,4b) del « Dio che risuscita i morti » (1,9c). È questo il primo passo della riconciliazione, in quanto Gesù ha vissuto fino in fondo il suo dono d’amore al Padre, partecipando pienamente all’esistenza umana, e lottando per la liberazione da tutti i mali che, separando gli uomini tra di loro, li separano anche da Dio. Nell’umanità di Gesù Cristo si è realizzato quindi un processo che dal peccato ha fatto sgorgare la giustizia, e il primo a beneficiarne è stato Gesù stesso. La sua umanità è trasformata in un’umanità gloriosa e spirituale, che, attraverso il suo Spirito, continua ad agire nella storia umana e, in particolare, nella Chiesa. In questo senso, «il Signore è lo Spirito» (3,17a), che dona la vita a tutti i credenti (cfr. 1Cor 15,45), avendoli resi giusti «in» se stesso (2Cor 5,21c). Di conseguenza, ne beneficiano anche gli altri esseri umani che aderiscono a lui nella fede, attuata nel battesimo.
Nulla dunque è più estraneo alla mentalità di Paolo dell’immagine di un Dio arbitrario e ingiusto, che, per salvare dei peccatori, ha sacrificato un giusto, il quale, per di più, è il Figlio suo. Al contrario Dio ha gradito fino in fondo il cammino di solidarietà di Cristo, il giusto per eccellenza, con tutta l’umanità, e gli ha conferito il compito di trasformare in creature nuove tutti coloro che aderiscono a lui. Lui solo è capace, con il suo esempio, di smuovere un’umanità corrotta e divisa. Perciò la riconciliazione con Dio, che Paolo mette qui in primo piano, comporta inevitabilmente anche una riconciliazione tra persone che in Cristo trovano la loro unità. Anzi è proprio questa unità che manifesta la riconciliazione con Dio e ne mostra lr potenzialità nella storia umana.

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2007/Riv0807/Riv0807_05.htm

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4)
(seguito)
3.1.2 – Galati 1,13-17

Il testo fondamentale in cui Paolo descrive l’incontro di Damasco è la lettera ai Galati:
« Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » (Gal 1,13-17).
L’esperienza della svolta di Damasco è vergata con poche ed incisive pennellate, che ci introducono nella consapevolezza che Paolo ha di questo evento, dopo quasi una ventina di anni dal suo accadere storico.
Paolo non ha pudore di ripresentarsi ai Galati come quel persecutore della Chiesa di Dio, che imperversava fieramente sui cristiani, convinto come era della sua giustizia derivante dall’osservanza della Torah (cfr. Gal 1,13-14).
« Ma »9 Paolo piega le ginocchia del suo cuore, entrando nuovamente in quella «dimensione contemplativa della vita», che gli permette di sentire e gustare la elezione e la scelta divina nella sua esistenza.
Dio ha usato il suo «bâhar» (= scegliere) e Paolo lo riconosce e lo sperimenta fin dai primi momenti della vita biologica, nel seno di sua madre: è stato conquistato da Gesù Cristo, sedotto, ghermito da Gesù Cristo. Si sente ed è, come Geremia10, realmente e, quasi ontologicamente, violentato, appagato e sublimato dall’amore amico e seducente di Gesù: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).
Paolo non potrebbe essere quello che è , se non fosse oggetto-soggetto di questo reciproco amore « passionale »? non solamente emotivo, e quindi necessariamente fugace e destinato a volatilizzarsi ? ma di un amore, che vuole come coprotagonisti due cuori, due « Io profondo », che trovano nell’essere oblativamente l’uno nell’altro l’unica ragione di vita e di sussistenza.
È la logica dell’Amore, cantato e celebrato dal Cantico dei Cantici, è la logica dell’amore di sempre del Dio fedele, che in tutta la storia della salvezza assume i connotati e la valenza di un amore sponsale11, seducente e tenero, verso ogni uomo, maschio e femmina, chiamato dall’eternità ad essere un unico ed irripetibile partner del Dio Trinità, Amore esuberante e centrifugo, perché centripeto.
La chiamata di Dio è un dono gratuito – Paolo lo sottolinea: «diά th̃V cάritoV» – che lo porta ad essere l’oggetto di una vera e propria rivelazione e di un compiacimento del Padre12. Questa rivelazione permette a Paolo di approfondire e discernere meglio il suo «mistero»: il Figlio del Padre in lui, come una realtà personale in perenne e progressivo stato evolutivo di crescita, che porta l’Apostolo delle genti alla propria pienezza attraverso la capacità di riconoscimento del significato profondo dell’evento di Damasco per la salvezza degli uomini e del mondo (« perché lo annunziassi ai pagani »At 1,17).
Il racconto dell’episodio di Damasco, così come Paolo lo rievoca e lo dona ai Galati, ci fa edotti di come il pellegrinaggio formativo al discernimento delle vie di Dio ha sicuramente avuto un notevole incremento dal profondo sconvolgimento apportato dalla luce di Damasco sulla vita ed i pensieri del «fiero persecutore della Chiesa». Sicuramente in questa pericope di Galati Paolo vuole fare riferimento al momento che ha reso il cittadino di Tarso un’altra persona. Questa rivelazione sperimentata da Paolo vicino Damasco ha fatto di lui un uomo nuovo e differente: egli diviene da un non-credente un credente, diviene, cioè, una persona nuova. La sequela di Paolo fu, in realtà così, una continua e sempre più approfondita comprensione di Cristo, a partire da questo suo originale, immediato e straordinario cambiamento.
3.1.3 – 1° Lettera ai Corinti 9,1-2
Nella prima lettera ai Corinti c’è un brevissimo accenno alla sua vocazione:
« Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore » (1Cor 9,1-2)
Paolo parla di sé, delle sue scelte, della sua esistenza, tutto orientato alla causa del vangelo, come servitore del messaggio cristiano. E questo non per sua iniziativa, ma perché afferrato e sequestrato da una forza irresistibile e travolgente. Paolo è libero da tutto e da tutti, è apostolo a tutti gli effetti13 perché il Signore gli è apparso e perché la stessa comunità di Corinto è frutto della sua predicazione e quindi il Signore stesso, presente nella nascita e crescita della comunità corinzia, è il garante della sua apostolicità14.
3.1.4 – Filippesi 3,3-9
Nella lettera ai Filippesi, Paolo non parla chiaramente dell’evento di Damasco, ma descrive il modo in cui l’ha vissuto interiormente
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3,3-9).
Nella prima parte di questa accorata e confidenziale descrizione autobiografica, fondamento strutturante l’esperienza del suo «hic et nunc», Paolo con trasparenza descrive le sue origini 15.
Paolo viene incontrato, ed incontra la luce del Risorto in una situazione personale, intrisa di Tradizione, impegno personale e giustizia, che lo rendono convinto e certo nel discernimento, che viene dall’economia della Legge, di poter interloquire « alla pari », « faccia a faccia », con il suo Dio ma « cade » dalle sue convinzioni e a causa di questo incontro con il Cristo Risorto rifiuta tutti gli antichi privilegi, i titoli tradizionali, stimandoli un inganno, una rovina. Tutto ciò che è apparente guadagno, « fumo e non sostanza », Paolo ha imparato e continua ad imparare che è « perdita ». Si verifica una radicale trasformazione dei valori nella logica del discernere ciò che è buono e portarlo ad un livello migliore. La Luce–Persona della strada di Damasco diviene il Pedagogo per il personale discernimento e la decisione di Paolo « per Cristo ».
Paolo reputa, giudica, considera tutto una perdita di fronte alla sublime conoscenza di Cristo, e queste cose sono, addirittura, ritenute skύbala16 (spazzatura). Tutto è « perdita » e « sterco » di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo. Conoscere Cristo, come siamo da lui conosciuti, per giungere a valutare e discernere le cose del mondo interiore ed esteriore come Gesù.
La fede nel Signore, incontrato sulla via di Damasco, ed il battesimo, come « vera circoncisione di Cristo » (Col 2,11), immersione nel mistero di morte e di risurrezione di Cristo, lo conducono a questa « sovraeminente » conoscenza, che è scienza non solamente razionale e teorica, ma vitale ed esperienziale: è conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti ( cfr. Fil 3,10-11)17.
Conoscere Cristo, sperimentare e penetrare nel mistero della Sua Persona, secondo la propria peculiarità, ancora non basta al cammino contemplativo e formativo di Paolo. C’è ancora un altro elemento di qualità da ottenere. « Essere trovato in Lui ». Un’espressione concisa, breve ma che vuole comunicarci l’essenzialità vitale dello « stare con lui ». È permettere a Dio, in Cristo, di donare al cristiano oltre al processo conoscitivo, intellettivo e volitivo, il tutto di Dio.
Siamo ad un livello che lambisce la realtà mistica. Paolo vuole dire che questo pellegrinaggio formativo per essere nel discernimento di Cristo è rispondere all’Amore di un Amico, che chiama a sé, che svela chi è, che dice il suo nome, che dona il suo cuore, che immola e mette nelle mani dell’uomo il suo essere, la sua vita, che garantisce la sua presenza amica, la sua attenzione di Risorto ed il suo affetto eterno: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1 Cor 4,16; 11,1).
Paolo si propone come modello da imitare perché ha sperimentato l’Amore Misericordioso di Dio che lo ha tratto dal fango del peccato e della superbia perché possa raggiungere la mèta dimenticando il suo passato. Egli non si sente arrivato, ma è ancora in corsa e invita i suoi a partecipare e a impiegare tutte le proprie energie perché vincitore non è solamente chi arriva per primo, ma chiunque porta a termine la corsa18 (Cfr. Fil 3,13-14).
(segue)

9 Incontriamo una congiunzione avversativa di notevole importanza qualitativa, ben oltre il tenore avversativo dell’indole di questa congiunzione.
10 L’affinità semantica e terminologica tra katalambάnein, all’aoristo passivo in Fil 3,12, ed il verbo pâtah di Ger 20, 7a, ci appare almeno verosimile. «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre…». La vicinanza esperienziale tra Geremia e Paolo è ancora più suggestiva nell’ottica della nostra ricerca. Infatti nel libro di Geremia troviamo 6 volte il verbo bâhan (=esaminare, provare), che è reso nella versione della LXX con il verbo «dokimάzein», che sarà il protagonista, quasi assoluto, del nostro studio circa l’insegnamento al discernimento cristiano in Paolo: Ger 6,27; 9,7; 11,20; 12,3; 17,10; 20,12. (Cf. G. THERRIEN Le discernement dans les écrits pauliniens, Paris 1973, nota 5, p.18 e pp.23-24.
11 Cfr. per esempio, alcune splendide pagine dell’allegoria matrimoniale nel libro del profeta Osea: Os 1-3.
12 Cfr. Il compiacimento del Padre su Gesù durante il Battesimo e la Trasfigurazione: Mt 3, 13-17 e 17,1-9.
13 Paolo e Luca hanno una diversa concezione della figura dell’apostolo e, di conseguenza, una diversa comprensione del suo compito e della sua missione. Mentre Paolo rivendica con forza il titolo di apostolo per la sua persona e la sua missione, Luca vede negli apostoli i garanti della continuità tra il Gesù terreno e il Kurios Risorto. Per Luca, gli apostoli sono i testimoni autorevoli della vita pubblica di Gesù e delle sue apparizioni fino all’Ascensione e, tra loro, non vi è Paolo; per lui, Paolo è il grande missionario dei gentili, scelto da Dio stesso per quest’opera. Nelle sue lettere Paolo ragiona diversamente. Presumibilmente, la scelta di Luca è una reinterpretazione di una tradizione paolina motivata da ragioni teologiche: il diffondersi delle prime eresie spinge a rimarcare l’identità del Risorto con il Gesù storico e Luca vi riconduce la stessa nozione di « apostolo » rendendola sinonimo della categoria evangelica dei « dodici ». A partire da Luca, ma diversamente da Paolo, si parlerà dei dodici apostoli. G. COLZANI, Convertirsi a Dio. Opera della grazia, scelta della persona, sfida per le chiese, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2004, 127.
14 Cfr. G. BARBAGLIO, Le lettere di Paolo, Borla, Roma 1980,I, 400-403.
15 «Circonciso l’ottavo giorno». Così come prescritto da Lev 12,3, portando nella sua carne il riverbero attualizzante della berit donata da Dio ad Abramo.
«Della stirpe di Israele». La qualificazione religiosa con la quale afferma la sua appartenenza al popolo eletto nella radice e nella continuità della lotta di Giacobbe con il suo Dio, che gli aveva appunto cambiato il nome in Israele (cf. Gen 32,23-33).
«Della tribù di Beniamino». Beniamino, il figlio più giovane di Giacobbe e Rachele e fratello di Giuseppe.Paolo sembra dirci che ha la gioiosa consapevolezza di avere e gustare anche una discendenza biologica e genetica con il figlio caro a Giacobbe insieme a Giuseppe.
«Ebreo da Ebrei». A livello culturale, e non solo religioso, figlio di ebrei e non semplicemente un giudeo ellenista.
«Fariseo quanto alla Legge». Appartenente al gruppo più osservante, a livello di rigore morale della Torah. Lo spirito del fariseismo portava i componenti di questa fazione a rappresentare in modo intransigente il baluardo dello jahvismo, non venendo a nessun tipo di compromesso di fronte alle richieste di novità, che derivavano dal confronto con l’ellenismo e la presenza del mondo romano.
«Quanto a zelo persecutore della Chiesa». La logica conseguenza del suo essere, visceralmente, compromesso con la Torah da non poter tollerare il sorgere di una realtà che, solo minimamente, potesse minare la stabilità monolitica della rivelazione e della tradizione jahvista.
«Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge». Paolo si dichiara e si riconosce intriso di questa tensione spirituale, che lo vede coinvolto completamente in quella serie di minuziosi comandamenti, di prescrizioni e di rituali che lo rendono giusto in quanto osservante scrupoloso ed attento.
16 Il sostantivo “skύbalon” è un hapax legomenon paolino. Il suo significato forte ed incisivo sta ad indicare tutto ciò che è il risultato ed il frutto del processo metabolico e fisiologico, ottenuto durante le peristalsi gastriche ed enteriche insieme al processo di assorbimento dei villi intestinali negli esseri viventi. Lo Zerwick lo traduce insieme alla Vulgata con « stercus ». (Analysis Philologica Novi Testamenti Graeci, 4a ed., Romae 1984, 443 : = ZERWICK).
17 Per Paolo non c’è conoscenza di Gesù se non nell’immedesimarsi al suo mistero di croce. Per lui è fondamentale il suo sperimentare anche ‘fisicamente’ la vicinanza di Gesù, sentire nella ‘sua pelle’ e nel profondo del suo intimo la portata amicale del darsi liberamente da parte di Cristo per la sua vita… perché lui possa vivere. Paolo conosce solo « Gesù e questi crocifisso » (1 Cor 2,2), non ha altro vanto (Gal 6,14), altro onore se non quello di completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore della sua chiesa (Col 1,24), e di chiedere che nessuno, d’ora in poi, gli provochi fastidi perché porta le stigmate di Gesù nel suo corpo (Gal 6,17 ).
18 Paolo sembra qui incarnare e rispecchiare l’esperienza di Gv 20, 2-9: la corsa del discepolo, amico del Verbo della vita, che vede e crede, e che qualche tempo dopo, potrà, nella sua tradizione, giungere ad esortare a «non prestare fede ad ogni ispirazione, ma a metterle alla prova per saggiare (= «dokimάzein») se veramente vengono da Dio» (1 Gv 4,1). Una corsa discernente, come quella di Ct 3, 1-4, verso il passaggio dell’amato del cuore, sapendolo cogliere risorto ed interpellante nella propria esistenza, e che invita sempre ad andare oltre i propri schemi, oltre le precomprensioni, oltre i piccoli orizzonti di una « tomba vuota », il passato, verso quell’ Infinito, il già e il non ancora, in cui il « si » di ogni persona deve incontrare il suo « si » per essere sempre più originale ed armonica « sinfonia della salvezza ».

COMMENTO A 2COR 5, 6-10 -

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COMMENTO A 2COR 5, 6-10 – DAL SITO TEMPO DI RIFORMA

Siamo sempre pieni di fiducia

« 6 Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché camminiamo per fede e non per visione); 8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. 9 Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10 Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male » (2 Corinzi 5:6-10).

La prospettiva cristiana sulla vita e sulla morte influisce sul vostro vivere quotidiano? In che modo? La conoscenza del fatto (rivelato da Dio) che egli possedesse una dimora eterna in Cielo, permetteva all’Apostolo di avere un atteggiamento positivo verso le avversità presenti della vita, sia quelle che riguardavano il logoramento e la morte del suo corpo, che le difficoltà del suo ministero cristiano. Paolo, nonostante tutto, poteva dire: « Siamo sempre pieni di fiducia » (6a, 8a), l’opposto di « non ci scoraggiamo » (4:16). Non solo, quindi, quando le cose gli andavano bene, ma sempre.
La tranquillità e la forza dell’Apostolo sorgono in parte dal sapere che: « mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore » (6b). Alcuni greci di quei tempi traevano coraggio di fronte alla morte in forza della persuasione di possedere un’anima immortale. Altri, privi di speranze, confessavano la loro tristezza per la vanità della vita (1 Tessalonicesi 4:13). Paolo, invece, di fronte alla morte era sereno, anzi, se ne rallegrava, perché la dipartita da questo mondo non significa per lui altro che andare ad « abitare con il Signore » (8b) come chi può finalmente tornarsene a casa con i suoi cari. Questo mondo è, per così dire, per il cristiano, la città dove lavora, la città dove temporaneamente vive e lavora. Lì deve sicuramente impegnarsi, ma non è veramente « casa sua », là dov’è il suo cuore. Dov’è il vostro cuore? Dove si trova meglio « a casa »? In questo mondo, oppure anelate essere con la persona che più amate, cioè Cristo? Ecco perché Gesù stesso dice: « …fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore » (Matteo 6:20-21). Questo mondo è là dove, per così dire, siamo « emigrati ». La nostra « patria », però, è un’altra. Dei martiri della fede, la lettera agli ebrei dice: « Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. Infatti, chi dice così dimostra di cercare una patria » (Ebrei 11:13-14). Un modo dualistico di pensare, una divisione fra « anima » e « corpo »? No, due « collocazioni » diverse, sia per l’anima che per il corpo, l’anima sì, ma un giorno con un corpo glorificato, come Cristo.
Che significa, però, essere « assenti dal Signore »? Per evitare equivoci Paolo aggiunge: « poiché camminiamo per fede e non per visione » (v. 7). « Camminare » è il percorso della vita cristiana e l’ambito, « il luogo » di questo cammino è la fede. In esso, infatti, ancora non vediamo chiaramente, non abbiamo che le primizie di che cosa ci è stato promesso. Le contraddizioni ed incertezze della vita cristiana non ci dissuadono dal procedere perché guardiamo non tanto al presente, quanto all’obiettivo finale. « …poiché camminiamo per fede e non per visione » (Ebrei 11:1). « Assenti dal Signore » qui è inteso non in termini relazionali, come se non fosse possibile qui la comunione con il Signore, ma spaziali. Oggi è come « uno scambio di lettere d’amore ». Un giorno saremo riuniti a Colui che ci ama e che noi amiamo. La morte fisica ci proietterà direttamente nella dimensione della presenza immediata del Signore, per questo Paolo può dire: « Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno » (Filippesi 1:21).
Mentre « camminiamo quaggiù » procedendo nella vita cristiana, i cristiani « si sforzano di essergli graditi » (v. 9), o meglio, aspirano a compiacere il Signore, si studiano di compiacergli in ogni maniera (« ci studiamo » Diodati e ND), sia in vita (attraverso la loro fiduciosa ubbidienza) che in morte (testimoniando fede e dignità). Questo non vuol dire cercare di guadagnarci il Suo favore (e quindi la salvezza) con il nostro comportamento, ma dimostrando con i fatti il nostro amore e la nostra gratitudine verso Colui che ci ha amato fino a dare per la nostra salvezza, la Sua vita per noi. Come? Osservando i Suoi comandamenti! « Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui » (Giovanni 14:21).
La seconda ragione per la quale l’Apostolo si studia di compiacere Cristo è la prospettiva di comparire al giudizio di Dio: « Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo ». Anche in questo caso non si tratta di « salvezza per opere », ma del fatto che l’impegno e la qualità dell’opera del cristiano sarà vagliata dal suo Signore, non perché se fallisce la prova sia respinto e perduto, ma perché il cristiano è chiamato all’eccellenza di quel che fa per la gloria di Dio. « Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l’opera di ognuno sarà messa in luce … se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco » (1 Corinzi 3:12-15). Il « noi tutti » sono i cristiani, coloro che si studiano di dimostrare la loro riconoscenza verso Dio, e il giudizio non è quello universale, infatti Gesù dice: « In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita » (Giovanni 5:24). Sarà l’incontro con il nostro Signore, « …allora ciascuno avrà la sua lode da Dio » (1 Corinzi 4:5). Ciò che facciamo intanto che siamo qui con il corpo è significativo, di esso siamo responsabili perché il nostro corpo ora è in volonteroso servizio di Dio: « Perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione » (Romani 6:19).
Infine, un ultima questione: quando moriremo, vi sarà un periodo temporaneo per noi di esistenza priva del corpo, dato che la nuova creazione sarà ancora da venire? Una sorta di « sonno dell’anima », come qualcuno si esprime? No: al momento della morte usciremo dall’attuale dimensione temporale per entrare nell’eternità di Dio in cui tutto è presente. Per quelli sulla terra il nuovo cielo e la nuova terra è nel loro futuro, ma per chi muore nel Signore, Egli stesso lo accoglie nell’eternità, là dove tutte le promesse di Dio si sono già realizzate. Chi muore in Cristo abita con il Signore, il Signore Gesù lo accoglie. Al ladrone sulla croce che Gesù salva, Egli dice: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43).

LA MISTICA DI SAN PAOLO CONTRO LA CULTURA DEL DIAVOLO (2Cor 12)

http://www.cesnur.org/2012/mistica.htm

LA MISTICA DI SAN PAOLO CONTRO LA CULTURA DEL DIAVOLO

DI MASSIMO INTROVIGNE

All’udienza generale del 13 giugno 2012, continuando nella sua «scuola della preghiera» dedicata a san Paolo, Benedetto XVI ha commentato l’esperienza narrata nel capitolo 12 della Seconda Lettera ai Corinzi, una delle due esperienze fondamentali che segnano tutta la vita dell’Apostolo insieme a quella del primo incontro con il Signore sulla via di Damasco.
Si tratta dell’esperienza sconvogemente del rapimento in Cielo. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, «di fronte a chi contestava la legittimità del suo apostolato, egli non elenca tanto le comunità che ha fondato, i chilometri che ha percorso; non si limita a ricordare le difficoltà e le opposizioni che ha affrontato per annunciare il Vangelo, ma indica il suo rapporto con il Signore, un rapporto così intenso da essere caratterizzato anche da momenti di estasi». San Paolo dunque ricorda che, quattordici anni prima dall’invio della Lettera, «fu rapito – così dice – fino al terzo cielo» (v. 2), fino al «giardino» stesso di Dio.
«Con il linguaggio e i modi di chi racconta ciò che non si può raccontare», san Paolo afferma che l’evento è stato talmente sconvolgente che egli «non ricorda neppure i contenuti della rivelazione ricevuta, ma ha ben presenti la data e le circostanze in cui il Signore lo ha afferrato in modo così totale, lo ha attirato a sé, come aveva fatto sulla strada di Damasco al momento della sua conversione».
Il Papa ha dedicato la sua catechesi soprattutto a un dettaglio del racconto. San Paolo avrebbe potuto insuperbirsi dopo una tale esperienza. Perché questo non accada, egli porta nella sua carne una «spina» (2 Cor 12,7), e per tre volte ha supplicato il Signore di esserne liberato. Alla fine, in una contemplazione nella quale «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (v. 4), il Signore si è manifestato e ha risposto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (v. 9).
Con un commento che, nota il Pontefice, «può lasciare stupiti», nel riferire questo episodio ai Corinzi l’Apostolo aggiunge: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (vv. 9b-10).
Qui vi è qualcosa di «fondamentale anche per la nostra preghiera e per la nostra vita, per la nostra relazione a Dio e alle nostre debolezze». Benché si siano fatte varie speculazioni, che cosa fosse davvero questa «spina» nella carne noi «non lo sappiamo e [san Paolo] non lo dice». Quello che invece sappiamo con certezza è che «ogni difficoltà nella sequela di Cristo e nella testimonianza del suo Vangelo può essere superata aprendosi con fiducia all’azione del Signore». Non superata attraverso una nostra presunta forza. Al contrario, «nel momento in cui si sperimenta la propria debolezza, si manifesta la potenza di Dio, che non abbandona, non lascia soli, ma diventa sostegno e forza». Certo, «Paolo avrebbe preferito essere liberato da questa « spina », da questa sofferenza; ma Dio dice: « No, questo è necessario per te. Avrai sufficiente grazia per resistere e per fare quanto deve essere fatto »». E «questo vale anche per noi. Il Signore non ci libera dai mali, ma ci aiuta a maturare nelle sofferenze, nelle difficoltà, nelle persecuzioni». Come spiega lo stesso testo della Seconda Lettera ai Corinzi, quando ci affidiamo a Dio, «se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, ci sono tante difficoltà, quello interiore invece si rinnova, matura di giorno in giorno proprio nelle prove» (cfr v. 16). L’Apostolo ci assicura che «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (v. 17).
Non dobbiamo però credere che si trattasse solo di piccole difficoltà: «umanamente parlando, non era leggero il peso delle difficoltà, era gravissimo; ma in confronto con l’amore di Dio, con la grandezza dell’essere amato da Dio, appare leggero». È l’umiltà la chiave di tutto: «non è la potenza dei nostri mezzi, delle nostre virtù, delle nostre capacità che realizza il Regno di Dio, ma è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza, la nostra inadeguatezza all’incarico. Dobbiamo, quindi, avere l’umiltà di non confidare semplicemente in noi stessi, ma di lavorare, con l’aiuto del Signore, nella vigna del Signore, affidandoci a Lui come fragili « vasi di creta »».
Questo episodio relativo a san Paolo sembra riguardare solo lui – chi infatti potrebbe essere rapito fino al Terzo Cielo? -, ma invece riguarda tutti noi e trova il suo posto logico in una «scuola della preghiera» come quella che il Papa sta proponendo. «Nella preghiera noi apriamo, quindi, il nostro animo al Signore affinché Egli venga ad abitare la nostra debolezza, trasformandola in forza per il Vangelo». San Paolo, per indicare la presenza di Dio in lui, usa il vero greco «episkenoo», letteralmente «porre la propria tenda». Sì, «il Signore continua a porre la sua tenda in noi, in mezzo a noi: è il Mistero dell’Incarnazione. Lo stesso Verbo divino, che è venuto a dimorare nella nostra umanità, vuole abitare in noi, piantare in noi la sua tenda, per illuminare e trasformare la nostra vita e il mondo».
L’esperienza di San Paolo, parallela a quella degli Apostoli nella Trasfigurazione, c mostra che «contemplare il Signore è, allo stesso tempo, affascinante e tremendo: affascinante perché Egli ci attira a sé e rapisce il nostro cuore verso l’alto, portandolo alla sua altezza dove sperimentiamo la pace, la bellezza del suo amore; tremendo perché mette a nudo la nostra debolezza umana, la nostra inadeguatezza, la fatica di vincere il Maligno che insidia la nostra vita, quella spina conficcata anche nella nostra carne».
Il richiamo del Pontefice alla presenza del Maligno richiama quello, parallelo, nella «lectio divina» sul Battesimo dello scorso 11 giugno in San Giovanni in Laterano, per il Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma. Qui il Papa aveva detto che i riferimenti nel rito del Battesimo a Satana non sono semplici metafore. Alludono a «una certa creatura che è dominante e si impone come se fosse questo il mondo, e come se fosse questo il modo di vivere che si impone». C’è una vera e propria cultura del Diavolo, una «cultura del male», spesso «dominante», una «cultura alla quale diciamo « no ». Essere battezzati significa proprio sostanzialmente un emanciparsi, un liberarsi da questa cultura. Conosciamo anche oggi un tipo di cultura in cui non conta la verità; anche se apparentemente si vuol fare apparire tutta la verità, conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e di distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, in cui la menzogna si presenta nella veste della verità e dell’informazione, contro questa cultura che cerca solo il benessere materiale e nega Dio, diciamo « no »».
Ma nella preghiera, ha spiegato all’udienza del 13 giugno, sconfiggere questa «cultura del male» diventa possibile. «In un mondo in cui rischiamo di confidare solamente sull’efficienza e la potenza dei mezzi umani, in questo mondo siamo chiamati a riscoprire e testimoniare la potenza di Dio che si comunica nella preghiera».
Benedetto XVI ha voluto ricordare le parole del celebre teologo e missionario protestante Albert Schweitzer (1875-1965), secondo cui «Paolo è un mistico e nient’altro che un mistico». San Paolo è l’uomo che è stato rapito fino al giardino stesso di Dio. Ma nello stesso tempo «la mistica non lo ha allontanato dalla realtà, al contrario gli ha dato la forza di vivere ogni giorno per Cristo e di costruire la Chiesa fino alla fine del mondo di quel tempo. L’unione con Dio non allontana dal mondo, ma ci dà la forza di rimanere realmente nel modo, di fare quanto si deve fare nel mondo». Questo vale anche nei momenti di aridità spirituale, e qui il Papa ha richiamato la beata Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), che «nella contemplazione di Gesù e proprio anche in tempi di lunga aridità trovava la ragione ultima e la forza incredibile per riconoscerlo nei poveri e negli abbandonati, nonostante la sua fragile figura. La contemplazione di Cristo nella nostra vita non ci estranea – come ho già detto – dalla realtà, bensì ci rende ancora più partecipi delle vicende umane, perché il Signore, attirandoci a sé nella preghiera, ci permette di farci presenti e prossimi ad ogni fratello nel suo amore».

DON DIVO BARSOTTI, C.F.D.: LA DOTTRINA E LA PRATICA: LA GLORIA DEL SIGNORE – 2Cor 3:18

http://www.umilta.net/gloria.html

DON DIVO BARSOTTI, C.F.D.

LA DOTTRINA E LA PRATICA: LA GLORIA DEL SIGNORE – 2Cor 3:18

(Divo Barsotti lo leggevo, e meditavo i suoi scritti, più negli anni passati, ora le mie ricerche sono più « bibliche », ma per la Trasfigurazione del Signore il passaggio della « Cor 3,18 è più volte citato, ve lo propongo…per questo)

Uno dei testi più grandi di San Paolo è il capitolo dell’Ora di sesta, alla festa della Trasfigurazione: ‘Noi tutti a faccia scoperta contemplando la gloria del Signore siamo trasformati nella stessa immagine di chiarezza in chiarezza come dallo Spirito del Signore’. È uno dei testi più belli di tutto il Nuovo Testamento, è uno dei testi più densi di dottrina, e uno dei testi soprattutto più importanti per il cristiano. In questo testo di fatto vi è tutto il programma della sua vita, se la vita cristiana è vita di fede, è vita di preghiera e di contemplazione. E la contemplazione, nel Cristianesimo, è transformante.
Per questo, nella misura che noi contempliamo la luce ci trasformiamo nella luce, di gloria in gloria, in un processo che per la potenza dello Spirito sempre più ci assimila a Cristo e in Cristo a Dio.
Il testo richiama due volte la gloria: l’uomo contempla la gloria per irraggiarla da sè.
Prima di tutto l’anima vive nella presenza di Dio, vive nella sua luce, ma contemplando la gloria ineffabile di Dio diviene essa stessa luce, così, come un cristallo, illuminato dal sole, deviene egli stesso sorgente di luce.
Il primo dovere è quello di vivere in questa presenza, di vivere in questo visione, di contemplare Dio, di essere illuminati dalla luce del Signore.
Il secondo dovere che deriva necessariamente dal primo, è essere segno per gli altri: nella misura che contempliamo, noi stessi siamo illuminati, ed essendo illuminati diveniamo per li altri il segno della gloria.
Ogni cristiano deve essere rivelatore del Padre, come Cristo; segno di una presenza, come Gesù. Egli si è reso invisibile agli uomini, Lui che ha detto a Filippo: ‘Chi vede Me, vede il Padre’, perchè vuol rendersi visibile in ciascuno di noi. Il Cristo deve farsi presente nelle sue membre, in noi stessi.
Noi ci siamo chiesti quale rapporto hanno la festa dell’Epifania e la festa della Trasfigurazione in quanto feste della gloria?
La risposta a questa domanda implica una qualche nozione della gloria. Come si manifesta la gloria? Quale rapporto vi è fra la manifestazione delle gloria nell’Epifania e nella Trasfigurazione di Cristo?
Accenniamo che cosa dobbiamo intendere per la ‘gloria’.
Credo che lo intuiamo senza poterlo definire chiaramente, come avviene sempre nel Cristianesimo in cui la verità è posseduta prima di esser formulata. Ogni elaborazione teologica non è che la traduzione concettuale di una realtà vissuta, di un mistero presente al quale il fedele partecipa. Quello che un teologo insegna non è mai totalmente nuovo per coloro che ascoltano. Anche se coloro che ascoltano fino a quel momento non avrebbero mai saputo esprimere quanto il teologo insegna. All’infallibilità del magistero della Chiesa risponde l’infallibilità del popolo cristiano, il quale può assentire all’insegnamento proposto in quanto ‘sente’ in quello che gli è proposto la traduzione di quanto già confusamente possedeva. Egli infatti nel dono dello Spirito già confusamente possedeva. Egli infatti nel dono dello Spirito già aderisce misteriosamente ‘a tutta la verità’.
Definire che cos’è la gloria, in realtà è ben difficile. Intanto dobbiamo ricordare che quando si parlar di ‘gloria’ ci si riferisce a ‘qualcosa’ che appartiene esclusivamente al dominio della Rivelazione. Per i greci non esiste la realtà che questa parola esprime: ‘doxa’ in greco vuol dire opinione, e nella lingua del nuovo testamento ‘doxa’ vuol dire gloria. Il Cristianesimo e prima ancora l’Ebraismo, ha dato un contenuto nuovo a dei termini vecchi. Se per gloria, come dice San Tommaso, noi intendiamo soltanto ‘una chiara notizia’, lo splendore che porta con sè la bellezza, la potenza, la vita, questo concetto forse si potrebbe trovare anche nella lingua greca, ma non è esattamente questo il contenuto del termine biblico.
Nella rivelazione ebraico-cristiana ‘gloria’ ha prima di tutto un significato oggetivo: è il peso dell’essere, è l’essere trascendente di Dio che non ha alcuna proporzione con l’essere creato e che nella sua manifestazione, si direbbe, dissolve tutte le cose. Le creature non sopportano il peso di Dio.
La gloria è in rapporto col peso. Anche San Paolo nella lettera ai Corinzi parla del ‘pondus gloriae’. ‘Non vi è paragone, – egli dice, – fra le sofference del tempo presente e il peso di gloria che ci aspetta nella vita futura’.
La gloria è un ‘peso’. È la presenza di un Essere che pesa, che schiaccia. Dio ha tale forza, tale grandezza che nella sua presenza vien meno la creazione intera. La gloria di Dio, prima di tutto, si direbbe che uccide e distrugge tale è la sproporzione tra l’essere creato e il Creatore. La creazione stessa si dissolve come fumo alla presenza di Dio.
‘Nessuno può vedermi e vivere’, dice Dio stesso nell’Antico Testamento. Com’è possibile allora che questa gloria si manifesti, se la sua manifestazione di fatto distrugge le cose?
Il peso di Dio, in Sè medesimo, non è ancora la gloria. La gloria di Dio è ‘questo Essere divino’ che, facendosi presente dà alla creatura il senso della Sua pienezza, della Sua forza, della Sua trascendenza, del Suo peso. Distrugge la creatura ma perchè la trasforma.
La gloria di Dio implica una visione, una comunicazione di Dio….: la gloria è Dio che si dona ma proprio perchè il dono è reale e non vi è proporzione tra l’essere creato e Dio, l’essere creato non può sopportare il peso di Dio, non può accoglierlo che venendo meno in qualche modo a se stesso.
La creatura vien meno, per risorgere in Dio. Per la gloria la creazione entra nel mistero di Dio: Dio è incomunicabile, ma nella sua gloria Egli si comunica al mondo. E il mondo che entra in rapporto con Dio per la gloria, tanto più partecipa alla gloria di Dio quanto più entra nel suo mistero.
Proprio perchè DIO è un’altra Realtà nei confronti della realtà creata, nella misura che Dio si manifesta, coloro a cui si manifesta, entrano nella invisibilità di Dio, entrano nel segreto di Dio, scendono nel silenzio, precipitano e spariscono nella luce divina, affondano in Dio e sono sommersi.
Vi è un rapporto di continuità fra la grazia e la gloria – così tu, pur essendo già in Dio, continui a vivere anche quaggiù la grazia già ti trasferisce nel seno di Dio ma non totalmente; così tu, pur essendo già in Dio, continui a vivere quaggiù in una condizione ei esilio, di lontananza, di estraneità al mondo divino.
Ma già la grazia è la comunicazione che Dio fa di Se stesso, comunicazione per la quale Egli trae le creature, che aveva solevato dal nulla, nel suo stesso mistero. Dio l’ha stabilita nell’essere, ma per Iddio l’averla creata è soltanto condizione per poi trarla nel suo segreto, nel suo mistero, nel suo intimo Seno.
Questo processo onde la creature è tratta nel segreto di Dio è il cammino della vita religiosa, è il cammino stesso della rivelazione divina, il cammino perciò della gloria.
Questo processo termina con la morte, perciò con la morte l’uomo esce definitivemente da questa realtà creata e precipita nella Realtà divina: questo è l’ultimo atto di una comunicazione che Dio mi fa di Se stesso, comunicazione che esige precisamente la fine della condizione di vita che è propria della creatura come tale.
All’inizio Dio si rivela, si direbbe, nel modo più clamoroso. La trascendenza di Dio si svela agli uomini nei fenomeni più straordinari, negli avvenimenti cosmici, nella creazione intera.
Avanti di Abramo e anche dopo nelle religioni che non hanno acceduto alla rivelazione profetica, Dio è conosciuto attraverso i grandi avvenimenti del cosmo: le stagioni, l’uragano, il terramoto, l’immensità dei mari… sono manifestazioni di Dio. Dio esce nella sua gloria dal suo segreto: e attraverso questi avvenimenti l’uomo è chiamato a percipire un’altra Realtà, a rendersi conto del peso di un altro mistero di cui questi avvenimenti sono il segno soltanto.
Nella religione cosmica il rapporto con Dio si stabilisce attraverso questi avvenimenti straordinari di una imponenza magnifica che schiacciano l’uomo, lo atteriscono, tuttavia principalmente sul piano fisico. L’uomo si sente minacciato e sgomento. Dio non si fa vicino all’uomo che suscitando lo sgomento della morte.
Quando Dio si fa più vicino, la rivelazione si fa meno impressionante sul piano esterno e l’uomo è sollecitato ad entrare finalmente nel mistero di Dio.
Mentre nella rivelazione cosmica Dio rimane lontano, nella rivelazione profetica Egli si fa vicino all’uomo, entra nella sua storia. La manifestazione della gloria di Dio non ha più un legame soltanto con gli avvenimenti del cosmo, ha un legame con la storia dell’uomo. Dio si è fatto più vicino all’uomo e l’uomo Lo scopre, ora, nella sua medesima vita, nella sua medesima storia.
Ma la rivelazione ultima è quella del Cristo: Dio non soltanto si fa vicino ma veramente si dona e si comunica nell’umiltà più profonda di una vita comune.
Via via che Dio si avvicina all’uomo e la rivelazione divina si fa più piena, ma anche più intima all’uomo, anche l’uomo procede in un cammino di libertà e di responsabilità. All’inizio quando Dio gli parlava attraverso la natura era difficile e quasi impossibile per l’uomo poter sottrarsi alla sua luce, allora l’umanità poteva essere idolatra, ma era religiosa; oggi, al contrario, ci si domanda se è possibile che permanga la fede senza la religione. Sembra che l’umanità proceda verso una età che non avra più religione. Forse è esagerato, anzi forse è del tutto impossibile che l’umanità si incammini verso questa età. Tuttavia è vero che il processo della rivelazione divina terminando nel Cristo non riconosce più nella natura il ‘segno’ più alto di Dio. Il ‘segno’ più alto di Dio è l’uomo. Ma l’uomo può negarsi ad essere segno. Di qui il carattere di maggiore discontinuità che ha il fenomeno religioso per il mondo di oggi. La fede che l’uomo presta a Dio diviene sempre più un atto libero – non si fonda più sul rapporto necessario che l’uomo ha con una natura ancora sacra e rivelatrice di Dio. In questo cammino se Dio dunque si fa più intimo all’uomo, anche più si nasconde. La ‘secolarità’ del mondo moderno di cui spesso si parla, è ambigua – può essere la testimonianza più alta di un’esperienza di Dio non pero ‘altro’ dall’uomo ma divenuto veramente uno con lui nel primo fulgore della rivelazione cristiana, ma può essere anche l’essenza vera di Dio, può essere per l’uomo ‘la morte di Dio’.
È estremamente difficile vivere il Cristianesimo: noi siamo ancora dei primitivi, nella nostra religione ancora si avverte più Dio nel terremoto o nell’immensità del mare, di quanto non si avverta nel Cristo, di quanto non si avverta e non si comunichi con Lui nel Mistero eucaristico.
Siamo estranei ancora al mistero di Dio. In realtà la gloria più alta di cui l’uomo abbia mai avuto esperienza quaggiù è stata ed è la rivelazione che Dio ci ha fatto di Sè, nell’umiltà di Gesù. La rivelazione della gloria nell’umiltà di Gesù è veramente per l’uomo un discendere, un entrare proprio nell’intimo seno della divinità. In Cristo infatti veramente la natura umana è stata assunta da Dio. La gloria di Dio non più come nella rivelazione cosmica manifesta Dio nel peso di uno sgomento di morte, la gloria ha invece il peso di un amore che l’uomo non riesce a concepire e a contenere in sè. La creatura non saprà mai credere pienamente a questo amore.
Anche per i Santi la cosa più difficile è credere all’amore di Dio nel Cristo. Credere cioè che l’Infinito, l’Immenso in tal modo ci abbia amato da farsi davvero nostro fratello, da divenire veramente figlio dll’uomo così che l’uomo lo possa portare sulle braccia, lo possa stringere al cuore.
Altro il peso della grandezza divina che ti minaccia di morte nel terremoto, altra la rivelazione dell’amore di Dio nell’umiltà di Gesù! L’umiltà, la debolezza dell’infanzia del Cristo è qualche cosa che non ha proporzione assolutamente nè con tutta la creazione nè con tutta la storia del mondo. È un abisso, una immensità infinitamente più vasta di ogni tuo spirito. Come non vi è proporzione fra la materia e lo spirito, così non vi è proporzione fra una gloria che si manifesta nella potenza degli avvenimenti del cosmo e la rivelazione della gloria che si manifesta invece nella delicatezza, nell’umiltà di un amore che si spoglia di tutto per tutto donarsi.
La rivelazione suprema di Dio è questo ‘sparire’ di Dio nella umiltà del Cristo. E questo ‘sparire’ di Dio nell’umiltà del Cristo accenna e prepara il totale sparire di Dio come ‘altro da te’ nella vita futura. Nella vita futura la gloria è semplicemente il superamento della dualità: Dio non è più ‘altro da te’, rimane la distinzione della creatura da Dio, ma la distinzione sussiste nella unità: tu non dici che Dio, tu non sei più che Dio, tu sei la sua santità, la sua vita. Non puoi cercare al di fuori di te una visione di Dio: la visione beatifica si identifica al possesso di Dio, si identifica alla tua ‘Unità’ con Lui alla tua trasformazione in Dio stesso. Rimane la distinzione ma nella unità. In questa unità non è soltanto l’uomo che sparisce come altro da Dio, è anche Dio che ‘sparisce’ come altro dall’uomo. Sparisce come ‘altro’ da te.
Il cammino della gloria è precisamente un cammino di umiltà. È il cammino infatti onde l’uomo entra sempre più nell’abisso di Dio e sparisce e non rimane più che la luce divina. Dio si comunica in tal modo all’uomo che l’uomo non lo può trovare più al di fuori di sè. Prima lo vedeva nel cosmo, poi lo riconosceva nella sua medesima storia, poi Dio entrava nella sua medesima vita finchè Egli diveniva Uomo diveniva lui stesso. Di fatto, nella misura che Dio rimane ‘altro’ dall’uomo l’uomo è nell’inferno. L’inferno è la divisione. (Non la distinzione perchè la distinzione rimane eterna, ma la divisione).
È per noi estremamente difficile vivere la festa della gloria nel seno del Cristianesimo. Per noi Dio sembra manifestarsi di più nella luce di un tramonto o nella solennità del silenzio dei monti, che nella nostra umile vita, che nei nostri poveri sentimenti umani. Di fatto tuttavia, l’atto supremo di una comunicazione di Dio nella vita presente è la semplicità di una Comunione Eucaristica. L’atto supremo della gloria quaggiù è perciò una comunione onde Dio si dona a te ed entra in te e tu Lo possiedi nella umiltà di un suo nascondimento totale, che implica anche un tuo nascondimento in Lui. In tanto Egli di fatto si manifesta nel suo nascondimento e tu Lo ricevi in quanto tu stesso entri nel suo occultamento divino.
La rivelazione suprema della gloria non potrà mai avvenire, comunque, nella vita presente, ma avviene con la morte, perchè è precisamente con la morte che l’uomo precipita definitivamente nel silenzio di Dio. Così la gloria d’identifica al silenzio e alla morte.
Ma è nel Cristo ora che Dio si rivela (e non è detto che anche domani non debba essere il Cristo, ma domani in quanto in Lui io sono già trasformato, oggi in quanto il Cristo ancora mi parla come fosse altro da me) ‘Filippo chi vede me, vede il Padre’.
Proprio per questo la gloria di Dio è sollecitata oggi dell’uomo nel mistero della Epifania e della Trasfigurazione.
Nell’Epifania è Dio che si rivela al ‘mondo’. L’accento vien posto su Dio. Nella Trasfigurazione è l’uomo ‘il mondo di quiaggiù’, che sia pur furtivamente, entra nella gloria divina. L’accento vien posto sull’uomo.
È la medesima gloria, ma noi la contempliamo in due misteri distinti: nell’atto onde Dio si rivela agli uomini, nell’atto onde gli uomini entrano in questa gloria. Nella prima festa la Chiesa celebra l’Epifania di Dio nella debolezza e nella impotenza di Gesù Bambino, nella seconda, al contrario, celebra la Trasfigurazione dell’Uomo Gesù investito della gloria di Dio.
La gloria di Dio si manifesta nella debolezza dell’infanzia perchè questa debolezza non suppone alcuna collaborazione dell’Umanità di Gesù alla manifestazione della gloria: nella sua debolezza, nella sua impotenza Egli è la Gloria. Il Vangelo insiste in modo particolarissimo nel farci riconoscere nei misteri dell’infanzia la manifestazione della gloria. Il Verbo non ha bisogno di particolari atti compiuti dalla sua Umanità per riverlarsi al mondo: nel suo stato di debolezza, di umana impotenza, di umiltà, Egli è la Gloria. ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli’, hanno cantato gli Angeli sopra la grotta di Betlem.
Da adulto la gloria si rivela in Cristo attraverso una collaborazione della sua Umanità all’azione di Dio che si comunica al mondo. Così il mistero della Trasfigurazione è legato, nei Vangeli sinottici, alla Passione. Nella Trasfigurazione è veramente l’Umanità che entra nella gloria ed è trasfigurata da Dio, ma vi entra attraverso una partecipazione, una collaborazione, consapevole, libera e piena di amore.
Nella misura che l’uomo è quello che è, povero, debole, impotente, Dio già lo fa segno della sua presenza, perchè Egli l’ha assunto e ne ha fatto lo strumento e il sacramento della sua gloria immensa.
Ma l’uomo deve anche entrare progressivamente in questa luce collaborando all’azione stessa di Dio. Così il mistero dell’Epifania e quello della Trasfigurazione sono celebrati proprio perchè la celebrazione è anche partecipazione al mistero.
Ognuno di noi è segno già di una presenza di Dio, lo è non nella misura che è grande, che è potente, ma nella misura della sua impotenza, della sua debolezza, della sua umiltà. Dio che ha assunto la natura umana in Cristo per rivelarsi in questa natura, in atto primo ha assunto anche ogni uomo.
E tu devi riconoscere il segno di Dio nella umiliazione dell’uomo, nella sua povertà. Così insegna giustamente la spiritualità ortodossa e specialmente russa. Ecco come noi dovremmo avvicinarci (perchè altrimenti non sapremmo riconoscere in Gesù bambino il Figlio di Dio) ai poveri, ai sofferenti, agli umili; a questi uomini che sembrano non valere, non essere nulla agli occhi del mondo: essi sono il segno di Dio.
Dio non si rivela più tanto negli avvenimenti cosmici e nemmeno negli avvenimenti storici, ma nella debolezza di un Bambino che non sa parlare, si rivela nell’impotenza di un Bambino che ha bisogno di difesa, si revala null’umiltà di un Bambino deposto su una mangiatoia. La gloria di Dio non si rivela nei miracoli del Cristo come si rivela in questa sua debolezza ed impotenza.
Proprio nella misura che Dio si fa presente, riduce l’apparato della sua grandezza. E ogni uomo participa del mistero della gloria di Dio che si rivela nell’impotenza, nell’umiltà di Gesù bambino, nella misura che ogni uomo è povero, debole come Lui, nella misura che è quello che è, una povera creature. Non potremo avere una rivelazione più alta della gloria divina che di saperci, di sentirci il termine di un Amore immenso.
E la nostra povertà che potrebbe sembrarci un ostacolo insuperabile è il segno precisamente della più meravigliosa rivelazione dell’amore divino; proprio perchè siamo poveri si manifesta più grande l’amore di Dio in noi. Noi non possiamo che aprirci a uno stupore senza fine nel saperci amati, nel sentirci amati per nulla.
È proprio la povertà dell’uomo che dice l’incommensurabilità dell’amore divino; è proprio la nostra debolezza che dice l’insondabile ricchezza della misericordia infinita. Dio si rivela precisamente in questo come Dio, per il fatto che ci ama, per il fatto che si dona a noi, per il fatto che Egli ha voluto esser una cosa sola con noi, non scegliendo la grandezza umana, ma scegliendo la nature umana spoglia di qualsiasi valore che non fosse la sua debolezza e la povertà di creatura.
Realizzare tutto questo vuol dire vivere veramente il nostro cristianesimo nel senso più pieno e più vero.
Per il mistero della Trasfigurazione l’uomo partecipa alla gloria attraverso una sua collaborazione umana. Ma la collaborazione è sempre ben povera cosa.
Se l’atto supremo onde l’uomo entra nella gloria è la morte, il sottrarsi definitivo dell’uomo alla vita presente, tuttavia la morte non può mai che essere accettata dall’uomo. La collaborazione che Dio chiede all’uomo non sarà che l’impegno di una volontà che si libera, si scioglie da ogni legame e si offre puramente a Dio. Non si vuole appartenere più, si lascia investire da Dio, si lascia possedere da Lui, si strappa a se stessa per abbandonarsi all’amore di Dio come alla morte.

* * *
Per noi cristiani, la gloria di Dio dunque non è più (anche se non è esclusa) la rivelazione che Dio fa di Se stesso attraverso la creazione e non nemmeno più la rivelazione che Dio fa di Se stesso attraverso una storia in cui Egli stesso interviene: è l’uomo che Egli ha assunto in unità di persona.
A una prima visione sembrerebbe che la gloria di Dio, nella sua manifestazione, vada diminuendo. Da una manifestazione di avvenimenti cosmici a una manifestazione di umiltà; da una manifestazione di potenza ad una manifestazione che si riduce quasi al nulla. In realtà se noi siamo scandalizzati da questo processo, lo siamo perchè noi rimaniamo estranei al processo stesso, non abbiamo cioè camminato con Dio.
Se tu rimani estraneo a Dio, Dio, per te, si occulta sempre di più. Se invece ti lasci prendere da Lui, tu stesso entri nel segreto divino, tu stesso entri in Dio.
L’occultamento di Dio allora è il to stesso occultamento in Lui. Non è perchè Egli ti è estraneo che rimane nascosto, è al contrario perchè tu stesso ti assimili a Lui e quasi in Lui stesso ti perdi.
Per chi rimane al di fuori di Dio, certo, il Bambino Gesù non sembra più nulla. Mentre nessuno può rimanere indifferente a uno sconvolgimento cosmico, molti possono rimanere indifferenti di fronte al sorriso di un bambino. Se noi non rimaniamo indifferenti ad una rivelazione che ci colpisce dall’esterno (appunto perchè viviamo all’esterno) possiamo rimanere invece indifferenti ad un rivelazione che si fa soltanto nell’intimo.
Proprio perchè Dio si è comunicato più intensamente, più personalmente, questa comunicazione di Dio non avviene più in tal modo da colpirti dall’esterno: deve invece realizzarsi nel più intimo del cuore. Se tu rimani fuori di te, nessuna rivelazione si compie per te: Dio si fa vicino ma tu non ti incontri con Lui. È proprio avvicinandosi all’uomo che Dio gli diviene sempre più estraneo se l’uomo non entra in se stesso, non lo cerca nel suo intimo cuore.
La maggior parte, anche degli uomini sente ancora la presenza di Dio più dinanzi all’immensità dei mari che in una piccola cappella odorante di incenso.
Così avenne anche fra i popoli in mezzo ai quali viveva Israele: Israele sapeva riconoscere Dio nella sua storia, gli altri popoli no. Ma soprattutto, così è avvenuto per la maggior parte degli uomini quando Dio si è fatto uomo: pochissimi seppero riconoscerlo. Perfino agli Apostoli, che erano vissuti con Lui per tanto tempo, Gesù deve dire: ‘Filippo, da tanto tempo io sono con voi e ancora non me avete conosciuto. Filippo, chi vede me, vede il Padre’.
L rivelazione suprema implica l’occultamento più grande. Quanto più la nostra vita religiosa diviene profonda, tanto più, non solo diviene segreta, ma divience semplice, perde ogni apparato esterno, si spoglia, si fa pura come la luce. Non è’ così la vita di Maria SS? Forse la stessa Annunciazione si è compiuta in una ispirazione interiore (e san Luca, forse, ha dovuto descriverla in termini di visione, perchè altrimenti noi non avremmo capito): Maria SS. che viveva nell’intimità più profonda sapeva discernere la venuta di Dio, anzi viveva più grandemente la visione della gloria quanto più la visione era intima e segreta.
Veramente quanto più Dio si comunica all’uomo e l’uomo entra nella gloria divina, tanto più rimane nascosto da questa medesima luce. La realtà dello spirito è più proporzionata a Dio della realtà fisica. È questa realtà che perciò è maggiormente significativa di Dio. La visione della gloria è più pura e più grande quanto più è spirituale. Più che nei grandi avvenimenti, è nel piano personale di una comunione di amore che si manifesta la gloria di Dio.
La suprema manifestazione della gloria è l’amore di un Dio che muore per l’uomo. È il dono dello Spirito onde Dio si fa intimo all’uomo. Mai nessuna filosofia, nessuna religione avrebbe potuto immaginare una cosa simile. La fede cristiana veramente sconcerta, scandalizza e sgomenta. E se noi non siamo sgomenti e sconcertati è perchè noi ripetiamo sì le formule del catechismo, ma non ci preoccupiamo di realizzare quello che esse vogliono dire per noi.
Vorrei dirvi quello che ho provato ieri, per due minuti, forse anche meno, durante la mia adorazione della sera: sentivo che il mio atto era tutta la vita, tutta la realtà: Dio si comunicava a me nella umiltà di quella mia esperienza umana, di quel mio vivere l’istante: Cristo era in me. E non esisteva più nulla al di fuori di me. Come potrei di fatto ricevere il Cristo, come potrebbe il Cristo communicarsi a me, se io non vivessi in quell’atto tutta la vita? Non è il Cristo tutto Dio e tutto l’uomo? Così al di fuori di quell’atto non c’era più nulla, e io vivevo in quell’atto la mia comunione col Cristo.
Eppure com’è difficile per noi vivere questo! Come pochi sono sensibili a Dio nella rivelazione cristiana! La rivelazione suprema di Dio si realizza per l’uomo quando egli si sottrae a tutto il visibile e precipita per sempre nella luce infinita: la morte. Allora davvero non rimane più che Dio. Dio si è comunicato finalmente all’uomo, così da divenire per l’uomo tutta la vita e tutta la realtà, così da non esistere più per l’uomo che Dio.
Parliamo con un linguaggio più semplice e più diretto: in che modo noi viviamo il nostro rapporto con Dio? sappiamo riconoscere Dio nella nostra umile vita, nella nostra esistenza reale? Come viviamo la nostra comunione con Lui?
Dobbiamo essere sensibili ad una divina presenza, ad una presenza che dà al minimo atto dell’uomo una grandezza che ha le misure stesse di Dio, perchè nell’atto dell’uomo, se l’uomo ha fede, confluisce nell’istante tutto il bene divino.
S’impone per me, non soltanto vivere nella presenza di Dio, come comunemente s’intende, quasi nel sentimento di una infinità nella quale sono sommerso, si tratta di vivere l’imensità di un amore che ha per termine me! che ha per termine questo mio istante di vita sul quale pesa l’immenso peso di gloria e di amore: Dio che mi ama!
La testimonianze che sembrano anche le più alte di una mistica religiosa non cristiana, sono ben povera cosa nei confronti di una vita cristiana. Fuori del Cristianesimo non è mai realizzata da impazzire di gioia se noi veramente vivessimo questa esperienza: Dio, cioè, che si comunica a ciascuno e tanto più si manifesta quanto più si manifesta come Amore che ha per termine nessun altro che l’uomo, ogni uomo cui totalmente Egli si dona.
Ma noi siamo come ciechi, viviamo immersi in questa luce, siamo l’oggetto di questa tenerezza infinita e ne rimaniamo come estranei, come estranei erano alla presenza del Cristo coloro che vivevano con Lui, i suoi ‘fratelli’; i suoi discepoli stessi durante la sua vita mortale.
A noi, ora, si dona anche di più di quando Egli viveva nella sua vita mortale. Nel dono del suo Spirito ora Egli è veramente presente a ciascuno, ora veramente Egli si è fatto cibo dell’uomo per vivere in lui e per assumerlo in Sè. Veramente nel dono del suo Spirito Dio si comunica intimamente agli uomini e fa sì che gli uomini che lo ricevono, oggi e qui, possano vivere una vita divina!
È proprio per questo che il mistero dell’Epifania non è soltanto il mistero di una manifestazione della gloria di Dio nell’umanità di Gesù. È anche il mistero della manifestazione della presenza di Dio nell’umiltà del Cristo. E Cristo siamo tutti noi che siamo le sue membra. E Dio si rivela proprio nelle nostra povertà, e Dio vuole veramente esser presente e vive nella nostra umiltà; si rivela ed è presente, non a noi ma in noi e per noi al mondo.
Ognuno di noi, se è cristiano, è epifania del Signore. Essere cristiani vuol dire così essere della famiglia di Dio, vuol dire esser già entrati nel segreto di Dio, perchè, se Dio ci ha donato il suo Spirito, Dio in qualche modo ma realmente non è più senza di noi nè noi siamo senza di Lui. E noi siamo nella gloria; non vediamo semplicemente la gloria, in questa gloria già siamo in qualche modo trasformati.
Di qui nasce l’obbligo fondamentale della vita cristiana: la glorificazione di Dio. È il dovere che praticamente riassume tutta la legge del cristiano: essere la lode, essere la gloria di Dio.
E vuol dire lasciarsi investire, lasciarsi possedere da Dio. Altra gloria non puoi dare a Lui che quella di manifestarLo in te, che quella onde Lo riveli.
Il Verbo di Dio è la gloria sostanziale del Padre precisamente perchè il Padre tutto si comunica al Figlio e, nel Figlio, tutto Egli possiede. Così il cristiano tanto glorifica Dio quanto si lascia investire da Dio finchè egli non riveli più se non Dio solo. La glorificazione dell’uomo non è l’atto dell’uomo ma di Dio, è come un essere consumati dal fuoco della Divinità, così che nell’uomo non viva più che la Sua luce, non si faccia presente che la sua volontà. Certo, l’uomo rimane, ma rimane per attestare Dio. L’uomo rimane ma non dice più che Lui.
La vocazione dell’uomo è quella di essere Dio. L’uomo realizza se stesso soltanto se muore a una sua indipendenza, a una sua autonomoia nei confronti del Creatore e, lasciandosi investire dalla sua presenza, fa sì che Dio vive attraverso di lui, Dio si esprima, Dio si manifesti, Dio si riveli, Dio dica Se stesso attrverso l’essere creato.
Questo avviene nel Cristo.
La natura umana in tal modo è stata assunta dal Verbo che il Verbo ora ‘si esprime’ attraverso questa natura creata che è l’uomo.
L’uomo singolo che nacque dalla Vergine e tuttavia ogni uomo in cui in qualche modo si estende l’incarnazione divina. Quello che è avvenuto nell’uomo Gesù, questo deve avvenire così in ciascuno di noi. È vero che noi siamo persone distinte dalla Persona del Verbo, ma è anche vero che noi viviamo la nostra vocazione personale in quanto ci doniamo al Cristo e siamo posseduti da Lui sì da divenire con Lui un solo corpo, uno spirito solo.
Che cosa vuol dire glorificare Dio? Vuol dire lasciarsi investire da questa presenza in tal modo che tutto quello che in noi è ‘proprio’ sia consumato come ruggine dal fuoco e non rimanga che l’amore onde Egli ci ama e ci fa suoi.
Questa è la gloria che l’uomo deve dare a Dio: un lasciarsi possedere, investire, trasformare da Lui così che al termine Lui solo rimanga.
Ricordo che un amico mi fece leggere alcune pagine di un romanzo di cui non ricordo più il titolo. L’autore americano, Huxley mi sembra, imposta il suo romanzo a Firenze. Il suo protagonista è un libertino che, quando muore precipita nella Realtà. L’autore ci descrive l’esperienze di quest’anima che vuole difendersi dall’invasione della luce divina. Quest’anima sfugge a questa luce, ma pian piano questa luce (l’autore pensa che l’inferno non c’è) nonostante la resistenza dell’uomo, lo invade, lo trasforma e lo assimila a sè. Secondo l’autore la vita del cielo è questa luce pura, senza ombra alla quale domani ogni anima si dovrà identificare. Non possiamo dire che ogni anima si identifica a Dio, questa identificazione sarebbe un processo che dovrebbe escludere la responsabilità personale dell’uomo ed escluderebbe anche l’amore personale di Dio. Una concezione come quella di Huxley più che cristiana è gnostica. Tuttavia c’è qualcosa di vero in quello che egli dice. Mantenendo fermo che l’amore dell’uomo a Dio è un amore personale, libero, che implica una nostra responsibilità (Dio aspetta da noi una risposta); mantenendo fermo che l’amore di Dio ugualmente è un amore personale e non è una necessità di natura, possiamo accettarlo veramente: non vi è possibilità di un incontro fra l’uomo e Dio che se cessa il senso della dualità: Dio è l’Unico.
L »Advaita’ degli indù non è ancora per sè il monismo assoluto: la ‘non dualità’ non è ancora l’unità in qui scompare ogni distinzione di Dio e della creatura ma è il riconoscimento dell’unità nella loro distinzione eterna.
Dio non più comunicarsi a te e divenire una ‘tua’ richezza, una ‘tua’ vita (sarebbe un negare Dio che Egli possa essere qualcosa e non tutto, possa essere qualcosa e non l’unico). Se Dio è Egli è tutto. Tu non puoi riceverlo che in quanto in Lui ti trasformi.
Qual è la gloria che tu puoi dare a Dio? Lasciarti possedere da Lui. Che Lui sia.
Che Dio sia Dio. In queste parole è la nostra risposta.
Che Dio sia Dio, è già ora la nostra preghiera. Perchè questo avvenga, si direbbe, che Dio nell’avvicinarsi all’uomo debba in qualche modo sparire, perchè anche l’uomo sparisca in Dio. È veramente un processo di amore. Nell’amore ognuno che ama vuole l’altro prima di sè. Dio, che ama, tanto più si avvicina tanto più si fa povero, diviene quasi nulla: il Dio creatore ‘diviene’ il Dio creature, il Dio Bambino. Ma anche l’uomo, nella misura che ama, l’uomo peccatore, che contro la volontà di Dio difende una sua libertà e vuole affermare se stesso anche contro Dio, rinunzia a ogni ‘suo’ volere, a ogni ‘sua proprietà’ per abbandonarsi come la Vergine Maria e si lascia possedere e non vive più una sua vita finchè non vive più che la sua morte. Non vivendo più che l’amore non vive più di fatto che la morte, perchè l’amore è la morte, è la morte di sè.
Tanto da una parte che dall’altra è un processo di umiltà e di morte. Ma Dio muore per vivere in te, e tu muori per vivere in Lui. Ed ecco che Dio, ora, non è più in Se stesso ma in te e tu, non vivi più in te stesso ma in Lui. Così come il Padre vive nel Figlio e il Figlio vive nel Padre. Non cercare più Dio fuori di te, Egli ora è soltanto in te, perchè Egli ti ama. Se fosse al di fuori di te non sarebbe l’Amore. Ma anche tu, se tu ami, non puoi trovarti più in te stesso, non ti ritrovi più che in Dio, non vivi più che in Lui solo.

 

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 27 février, 2015 |Pas de commentaires »

VASI DI TERRA E POTENZA DI DIO (2Cor 4,7)

http://www.ilritorno.it/rifl_pillole/47_vasi%20di%20terra.htm

VASI DI TERRA E POTENZA DI DIO

(inviataci da Claudia Guiati )

«Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.» 2 Corinzi 4:7

Hai mai visto un vaso di coccio? Nelle regioni del Sud, ed in tutto il Mediterraneo, viene ancora oggi usato nelle campagne per tenere in fresco l’acqua d’estate, oppure per l’olio e il vino. Oppure lo puoi vedere più spesso sui balconi per contenere i gerani.
Il coccio è molto fragile, forse ancor più del vetro, perché si può sbreccare o spaccare molto facilmente. Ha poco valore in sé stesso, perché spesso non ha decorazioni particolari, ma è semplicemente argilla che è stata impastata e modellata dal vasaio, e poi cotta o fatta asciugare al sole.
La Bibbia usa più volte l’immagine del vaso di coccio per rappresentare l’essere umano.
La Parola afferma che come il coccio, anche noi siamo tratti dalla terra, dalla polvere «Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente.» (Genesi 2:7)
«Dice il Signore: «Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia.» (Geremia 18:6)
Siamo vasi di terra in mano a Dio: Egli ha formato il primo uomo prendendo un po’ di polvere, e donandogli quell’alito di vita che solo Lui poteva donare. Ci ha fatto a Sua immagine e somiglianza, e tuttavia abbiamo in noi la fragilità della polvere, perché siamo esseri tratti “dalla terra”, esseri terreni e non celesti.
Questa origine così bassa ci dimostra tutta la nostra impotenza e fragilità. Noi che pensiamo di fare tutto ciò che vogliamo, di poter fare della nostra vita ciò che ci passa nella testa, dovremmo riflettere più spesso su questa fragilità! Dovremmo più spesso visitare un ospedale infantile, un asilo per anziani, una casa per disabili, perché così riusciremmo a ridimensionare l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Basta un virus invisibile, uno squilibrio chimico nel nostro cervello, un’alterazione del DNA in una cellula per cambiare improvvisamente tutta la nostra vita da un giorno all’altro: e ci ritroviamo in un letto d’ospedale, per un ciclo di chemioterapia o per una dialisi che ci rende invalidi per sempre.
Paolo ha imparato bene la lezione dei vasi di terra: la sua vita è stata trasformata, capovolta, dalla mano di Dio, che ha fatto di lui ciò che voleva. L’incontro con Gesù Cristo sulla via di Damasco l’ha reso invalido per sempre perché ha provocato in lui un problema alla vista duraturo: questa menomazione fisica ha ridimensionato il suo orgoglio e l’ha obbligato a dipendere da altri.
« Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. » Dio si è servito delle vicende avverse della vita di Paolo, per obbligarlo a concentrarsi sulla potenza di Dio e non sulla sua. Egli ha imparato a mettere da parte l’orgoglio che gli derivava dai suoi natali, dalle scuole elevate che aveva frequentato, dalle proprie convinzioni religiose, ecc…
Ma torniamo a noi … per trarre una lezione importante dall’esperienza di Paolo.
Anche tu ed io abbiamo dei punti deboli, delle fragilità, dei difetti, degli squilibri caratteriali; poco importa l’immagine di perbenismo e di perfezione che cerchiamo di offrire al nostro prossimo! Noi ci conosciamo bene e Dio ci conosce ancora meglio!
Pensiamo di poter nascondere le nostre imperfezioni, i nostri difetti e i nostri peccati, per raggiungere il successo? Pensiamo proprio di poter riuscire a dimostrare a tutti che siamo i migliori, basandoci sulla nostra autosufficienza?
Come cristiani, abbiamo già compreso che è Dio che cambia la nostra vita, che ci trasforma; tuttavia, molto spesso, ce lo scordiamo e ricadiamo nei nostri inutili tentativi di dimostrare che siamo delle persone eccellenti. Crediamo di dover dimostrare al mondo che siamo dei buoni cristiani e questo ci fa indossare delle maschere ridicole: chi ci vive vicino sa benissimo che tutta questa parata di perbenismo nasconde un’umanità molto imperfetta.
Se avvengono dei cambiamenti in noi non è certo per merito nostro: qualsiasi cosa cambierà nel nostro comportamento o nelle nostre situazioni, sarà solo per merito di Dio, che utilizzerà la nostra debolezza per dimostrare la Sua potenza. Allora riusciremo a dire come Paolo: «Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica» (Filippesi 4:13)
Ricorda: “… affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.” Il vanto del nostro cambiamento non può essere attribuito a noi, perché la gloria del cristiano deve essere solo Dio!
Ora ti chiederai: “Come devo fare?” Considera la tua debolezza, quella che ti fa soffrire di più, perché ti fa sentire inadeguato e carente, considerala come un peccato da condannare e da giudicare. Poi prega il Signore, il tuo potente vasaio, di modellare questa tua debolezza a Suo piacimento, per dimostrare la Sua potenza e la Sua volontà.
Ci vorrà probabilmente molto tempo, perché i cambiamenti non sono mai troppo repentini; ma un giorno, guardando al passato, sarai stupito di constatare che sei cambiato molto … e in meglio!
Ti renderai conto che Dio ha compiuto un’opera che tu non saresti mai stato in grado di compiere; e, nel frattempo, avrai imparato a dipendere solo da Dio.
“E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.” (Filippesi 1:6)

Claudia

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