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SUFFICIT TIBI GRATIA MEA – TI BASTI LA MIA GRAZIA (2Cor 12,9)

SUFFICIT TIBI GRATIA MEA – TI BASTI LA MIA GRAZIA (2Cor 12,9)

Ieri ho scritto qualcosa su questo passo che mi sta risuonando dentro da molto tempo, ho trovato questa « bellissima » interpretazione di tutto il brano, ossia 2Cor 12, 7-10:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo1.htm

STANISLAO LYONNET
Dieci meditazioni su San Paolo
PAIDEIA EDITRICE BRESCIA
Titolo originale dell’opera: lnitiatian à la Dactrine Spirituelle de Saint Paul Dix méditations sur le texte des Epitres
Traduzione italiana di Felice Montagnini – la edizione: dicembre 1965

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR


(il titolo è il verso di 2Cor 12,9, scrivo tutta la frase per intero: « et dixit [Dominum] mihi: « 

Una delle espressioni che più profondamente e con più sicurezza consentono di penetrare nell’anima di San Paolo è quella che si usa chiamare la magna charta dell’apostolo: Virtus in infirmitate perficitur. Queste parole rappresentano il vertice dell’intera pericope di 2 Cor. 12,7-10, nella quale l’Apostolo passa in rassegna le difficoltà che gli si frappongono sulla strada del suo ministero.
7 Affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca. 8 Tre volte riguardo a questo pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. 9 Ora, egli mi ha risposto: Ti basta la mia grazia, poiché la (mia) potenza si mostra appieno nella debolezza! Molto volentieri, adunque, mi glorierò nelle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo. 10 Per questo mi compiaccio delle (mie) debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo; perché quando son debole è ben allora che sono forte.
Qui di seguito dapprima esporremo brevemente il passo, e poi vedremo come le affermazioni di San Paolo ricevano luce da quanto sappiamo della sua vita, e come si inseriscono in una precisa linea di spiritualità biblica.
Siamo verso il 56-57. Paolo evoca in questa pagina alcune grazie mistiche, ricevute, dice, « or sono quattordici anni », dunque verso il 42-43, cioè poco prima dell’inizio del suo ministero apostolico (la sua prima missione ebbe inizio nel 45), grazie che probabilmente erano destinate, nel pensiero di Dio, a prepararlo alla sua missione ormai prossima. Ora, in connessione immediata con queste grazie, Paolo confida ai fedeli di Corinto di averne ricevuta un’altra non meno importante.
v.7 « Perciò, affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo (messaggero) di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca ».
Una spina (scolops, stimulus). A che cosa allude San Paolo? Partendo dalla versione della Volgata (datus est mihi stimulus carnis meae, col genitivo) (1), molti latini hanno pensato che Paolo intendesse parlare di tentazioni contro la castità. Ma questa interpretazione non ha alcuna possibilità di essere vera.
Molti moderni, invece, riferendosi a una possibile interpretazione del passo di Gal. 4,13: « Sapete che vi annunziai il Vangelo la prima volta in occasione di una mia malattia », vedono volentieri in questa « spina » una malattia, probabilmente cronica, forse febbri malariche.
Ma piuttosto che appoggiarsi a un tale testo, che non ha relazione certa con il nostro, è metodo migliore consultare prima il contesto immediato del passo. Esso infatti ci fornisce qualche preziosa indicazione.
San Paolo aggiunge nello stesso v. 7 che questa spina è un messaggero di Satana, cioè qualcosa che egli considera come un ostacolo al suo apostolato. Satana è difatti colui che « toglie la parola dal cuore degli uomini per impedire che, credendo, si salvino » (Lc. 8,12). Di lui parla anche 1Tess. 2,18: « Infatti per una o due volte abbiamo determinato di venire da voi, ma Satana ce l’ha impedito »; e ancora 2 Cor. 4,4: « Il dio di questo mondo ha accecato le menti degli infedeli, perché non rifulga ad essi lo splendore del vangelo della gloria di Cristo… ».
Nel v. 10 poi, Paolo sembra dare ogni chiarimento necessario, parlando, in termini generali, di « debolezze, oltraggi, necessità, persecuzioni, angustie » (non di malattia!). Sono tutte le sofferenze, le tribolazioni inerenti alla vita apostolica, delle quali ha parlato, per es., nel capitolo precedente (11,23-27): « Di più poi nei travagli, di più nelle prigioni; oltremodo di più sotto le battiture… in pericoli tra i falsi fratelli… ». Notiamo la menzione delle persecuzioni (2).
Il v. 8 contiene la preghiera di Paolo: « Tre volte, riguardo a questo, pregai il Signore, perché lo allontanasse da me ». Preghiera insistente, ripetuta « tre volte », come ha fatto il Signore al Getsemani, che mostra quanto Paolo ne soffrisse e come considerasse questa « spina » un grande ostacolo per il suo apostolato.
Al v. 9 abbiamo la risposta di Gesù: « Ora egli mi ha risposto: ‘Ti basta la mia grazia…’ ». Il Signore, implorato, sembra respingere la domanda dell’Apostolo. Invece in realtà la esaudisce. Paolo chiedeva che si allontanasse da lui questa spina, perché vedeva in essa un ostacolo al suo apostolato; orbene, ciò che Paolo credeva un ostacolo era in realtà la condizione più favorevole perché l’apostolato potesse aver il suo perfetto compimento. « Poiché – aggiunge il Signore – la mia potenza si mostra appieno nella debolezza »: la potenza di Dio non può dispiegare le sue virtualità, raggiungere tutti i suoi effetti, se non nella debolezza dell’uomo, dello strumento apostolico. È un paradosso evangelico, un aspetto della dottrina della fede. Perciò Paolo nel v. 9 continua: « Ben volentieri, adunque, io mi glorierò nella mia debolezza, affinché abiti in me la potenza di Cristo ».
Mi glorierò » kauchesomai, cioè « riporrò tutta la mia fiducia nella mia debolezza ».
« Affinché abiti in me la potenza di Cristo »; il verbo usato qui da Paolo, episkenoo, è lo stesso che indica la presenza della « gloria di Jahvé » sull’arca e, nel N. T., la presenza del Verbo di Dio sulla nostra terra: « E il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi » (Io. 1,14). L’Apostolo, conscio della sua debolezza, diventa come un’incarnazione della potenza di Cristo!
Si capisce allora come Paolo possa così continuare ( v. 10): « Per questo io mi compiaccio delle mie debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo, perché quando son debole è ben allora che sono forte ».
Questo è il significato generale delle parole di San Paolo. Ma per poter penetrarne tutta la profondità non sarà inutile inserirle nella sua vita, la quale ne costituisce un commento straordinariamente significativo.
Di fatto, se Paolo ha formulato questa legge dell’apostolato con espressioni così vivide, così chiare, è forse perché Dio l’ha rivelato al suo Apostolo attraverso l’esperienza concreta. Prima di formularla Paolo l’ha vissuta. E non c’è da meravigliarsi che ne abbia fatto confidenza in una lettera ai Corinti, perché l’ha vissuta in modo particolare, ci sembra, proprio a Corinto, nella fondazione stessa di questa chiesa. Basta ricordare brevemente le circostanze di tale fondazione, quali sono riferite da San Luca in quel breviario della vita apostolica che sono gli Atti (16,11-18,11).
L’arrivo di Paolo a Corinto fu preceduto da una serie di scacchi dolorosi. Siamo durante il secondo viaggio missionario, verso il 50. Paolo, venendo dall’Asia Minore, ha per la prima volta messo piede sul suolo dell’Europa. Passato da Troade in Macedonia, ha predicato a Filippi, dove ha guarito una giovane schiava posseduta da uno « spirito pitone » che procurava molto guadagno ai suoi padroni, facendo l’indovina (16,16). Incarcerato insieme a Sila, suo compagno, e poi liberato e pregato di lasciare la città (16,40), giunse a Tessalonica, dove i Giudei avevano una sinagoga (17,1). Tutto comincia bene: non poche conversioni di Giudei e soprattutto di proseliti e di gentili…(17,4). Ma i Giudei, mossi da invidia, dice il testo, « presero alcuni pessimi uomini del volgo e provocarono un tumulto e misero a rumore la città… Non avendo trovato Paolo e Sila nella casa di Giasone, dove alloggiavano, trascinarono Giasone stesso ed alcuni fratelli davanti ai capi della città… » (v. 5).
Paolo deve approfittare della notte per fuggire di nuovo e cosi evitare ai fratelli altri incidenti.
A Berea (17,10) trovarono i Giudei « animati da sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica… Molti fra essi credettero… ». Ma i Giudei di Tessalonica, inteso che ebbero il successo di Paolo, « si portarono pure colà e andavano agitando e sollevando le folle ». Nuova partenza (17,13 s.) e arrivo, questa volta, ad Atene (17,15 ss.). Qui Paolo supera se stesso nel celebre discorso dell’Areopago (17,22-32), nel quale mostra un’abilità umana eccezionale, potendo far leva anche su circostanze favorevoli. « Percorrendo la vostra città – egli può dire – ho trovato un altare con questa iscrizione: A un dio ignoto. Quello che voi venerate senza conoscerlo, io lo annunzio a voi! … », e riferisce – caso unico! – anche un verso dei loro poeti (v. 28). Tutto inutile. L’insuccesso è quasi totale. Malgrado l’una o l’altra conversione, Paolo capisce che non c’è niente da fare e, per la prima volta, lascia la città di sua spontanea iniziativa (18,1).
Prende la via sacra che passa per Eleusi, dove evidentemente non si ferma, e raggiunge la città di Corinto, ricca, dedita ai commerci, cosmopolita e di pessima fama (18,1-5). Prende alloggio nel quartiere giudaico e ha la buona fortuna di incontrare due sposi già cristiani, giunti da poco dall’Italia, cacciati come Giudei dall’imperatore Claudio: Aquila e Priscilla.
« Siccome esercitavano il suo stesso mestiere, andò a stare con loro e si misero a lavorare insieme ». Ogni sabato Paolo disputa nella sinagoga con i Giudei. Anzi (18,3), quando Sila e Timoteo portano i soccorsi dalla Macedonia, si dedica tutto alla predicazione (18,5). Ma ancora una volta urta contro un’opposizione inattesa.
A questo punto la serie degli insuccessi provoca in lui uno « choc ». Ecco il testo: « Facendo essi opposizione e scagliando ingiurie, Paolo scosse le sue vesti e disse loro: Il vostro sangue ricada sul vostro capo. Io sono puro. D’ora in poi mi rivolgerò ai gentili » (18,6). Il gesto di scuotere le vesti Paolo l’aveva già fatto ad Antiochia (13,51), e lo ripeterà poi ad Efeso (20,26) in circostanze simili. Ma qui soltanto aggiunge al gesto parole di imprecazione: « Il vostro sangue ricada sul vostro capo! « . Per lui, che scriverà ai Romani di provare, davanti all’incredulità di Israele, « una grande tristezza e un continuo dolore nel… cuore », e vorrebbe essere lui stesso « anatema dal Cristo » per i suoi « fratelli secondo la carne… » (Rom. 9,2-3), un tale grido è espressione di un animo quasi disperato, sul punto di abbandonare tutto: se i Giudei di Corinto non volevano sentir parlare di Gesù, che cosa si poteva aspettare dai pagani della città? Ma proprio nel crollo di ogni prospettiva umana interviene la grazia a dare all’ Apostolo abbattuto nuovo vigore.
Gli Atti raccontano che in queste circostanze Paolo, durante la notte, ebbe una visione del Signore, cioè di Gesù risorto; e Gesù gli disse: « Non temere, ma parla, e non tacere, perché io sono con te e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; parla, perché ho un popolo grande in questa città! » (18,9-10). Paolo allora, senza alcuna speranza umana, forte unicamente della fiducia in Dio, come Abramo, obbedisce alla voce del Signore. E Corinto sarà una delle chiese più fiorenti da lui fondate. « Ho un popolo grande in questa città « .
A conferma del racconto degli Atti sta una confidenza fatta da Paolo stesso ai Corinti, quando, evocando gli inizi della predicazione ai membri della futura comunità, dice: « Fratelli miei, quando venni da voi, non mi presentai ad annunziare la testimonianza di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza… Io stesso mi trovai fra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione, e il mio parlare, come la mia predicazione, non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma su una dimostrazione di spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio » (1Cor. 2,1-5). Queste parole hanno il loro degno commento in quelle che già abbiamo lette, e che potrebbero chiamarsi la magna charta dell’apostolato: « La mia potenza si mostra appieno nella debolezza »; « quando sono debole, è ben allora che sono forte »; « molto volentieri mi glorierò delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo ».
Magna charta dell’apostolato. Di fatto non ci troviamo davanti al caso singolare di un apostolo, sia pure il più grande, San Paolo. Si tratta, in realtà, di una legge generale, insegnata attraverso tutta la Bibbia, legge di cui tutti i grandi servi tori di Dio – cioè coloro dei quali Dio ha voluto servirsi per operare la salvezza del mondo – hanno fatto l’esperienza.
Un esempio particolarmente chiaro è quello di Gedeone, nel libro dei Giudici, ossia dei « liberatori » o « salvatori » d’Israele. Il popolo di Dio è arrivato, finalmente, nella terra promessa, ma questa terra è da conquistare, e sembra che gli Ebrei abbiano ottenuto da Dio le prime vittorie solo per esser più sicuramente preda dei loro nemici. Anzi in questo preciso momento essi sono in balia dei Madianiti, così che « dovevano scavarsi spelonche, antri e fortezze sui monti » (Giud. 6,2). Israele invoca il soccorso di Dio, che invia il suo angelo a Gedeone. Il dialogo fra il messo divino e Gedeone non manca di drammaticità. « Il Signore è con te, prode campione!… – Ahimè, Signore mio, se veramente il Signore è con noi, come mai siamo colpiti da tanti mali? dove sono tutti i suoi prodigi, che i nostri padri ci narrano? Ora, invece, ci ha abbandonati e dati nelle mani di Madian. Allora il Signore lo guardò e disse: Orsù, con la forza che ti comunico libera Israele dai Madianiti! – Rispose Gedeone: Di grazia, Signore, con che mezzo potrò io mai liberare Israele? Ecco, la mia famiglia è la infima di Manasse ed io il più piccolo della casa di mio padre! – … Io sarò con te e tu abbatterai Madian come se fosse un sol uomo » (Giud.6,12-I6). Gedeone obbedisce, percorre le tribù di Israele e raduna quanti più può. Un buon numero: 32 mila! Veramente il Signore era con lui. Pieno di fiducia, « levatosi di buon mattino con tutti i suoi uomini, pose gli accampamenti contro i Madianiti. Allora il Signore disse a Gedeone: Troppa gente è con te, perché io possa dare Madian in tuo potere. Israele si glorierebbe contro di me, dicendo: È stato il mio valore che mi ha salvato! » (Giud.7,2). Questo sfoggio di potenza è un ostacolo da eliminare. Ecco allora la progressiva e drastica riduzione del numero degli armati. « Da’ questo ordine: Chiunque è timoroso ed ha paura, si ritiri e torni indietro. Se ne ritirarono allora 22 mila e ne rimasero solo 10 mila… La gente è ancora troppa! … »(7,3-4). Di riduzione in riduzione, il numero scende a 300. « Con questi uomini, io vi libererò e darò Madian nelle tue mani… » (7,7). Se la potenza dell’esercito era un ostacolo, la debolezza umana è ora una condizione favorevole, anzi necessaria, per il buon successo.
La stessa legge si applica al caso di David, prima alla sua chiamata (1 Sam. 16,1.6.11), poi al combattimento con Golia, quando il giovanetto grida all’avversario: « Tu vieni a me armato di spada, di lancia e di giavellotto, io vengo a te nel nome del Signore, che tu hai sfidato » (1 Sam. 17,45). Gli esempi sono innumerevoli. Basta ricordare, nel vangelo, il racconto della vocazione degli Apostoli al tempo della pesca miracolosa: « Abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla » (Lc. 5,5), esclama Pietro. Ebbene, proprio adesso vi trovate nelle condizioni favorevoli di strumenti di Dio. D’ora innanzi sarete « pescatori d’uomini ».
Di fatto, la prima applicazione che, scrivendo ai Corinti, San Paolo fa di questa legge della « potenza di Dio nella debolezza dell’uomo » è proprio alla vocazione stessa dei cristiani: « Quello che per il mondo è debole, Iddio lo scelse per confondere quello che è forte » (1 Cor. 1,27). Dio sceglie gli strumenti umanamente meno capaci o che si credono tali: Gedeone, David, coloro a cui gli uomini non pensavano. Cosi i dodici apostoli: tra i Giudei erano gli ultimi da scegliere per convertire dei compagni che detestavano e dai quali erano detestati! Perciò solo poco a poco riuscirono a capire di essere veramente mandati ai gentili (cfr. le esitazioni di Pietro in Atti 10).
Ma Paolo, lui, non era forse strumento perfettamente preparato anche sotto il profilo umano? Si. Però dobbiamo prima notare che si riteneva preparato per la conversione dei Giudei, non dei pagani. Lo mostra il fatto accaduto dopo la sua conversione, di cui egli stesso fa confidenza nel discorso ai Giudei di Gerusalemme: « Tornato a Gerusalemme, mentre stavo pregando nel tempio, fui rapito in estasi e vidi il Signore che mi diceva: Affrettati a partire da Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza a mio riguardo. E io risposi: Signore, loro stessi sanno che io facevo mettere in prigione e battere con verghe nelle sinagoghe quelli che credevano in te… Ma egli mi replicò: Va’, io ti invierò lontano, alle nazioni » (Atti 22, 17-21). Soprattutto le capacità umane di Paolo furono continuamente ostacolate da queste necessità, angustie, persecuzioni di cui parla cosi spesso. Sembra che egli abbia esperimentato la sua debolezza radicale, la sua impotenza, proprio attraverso questi ostacoli, suscitati sulla sua strada sin dall’inizio (cfr. 2 Cor. 11,24-27): ostacoli « da parte dei Giudei », che impedivano la sua predicazione ai gentili, come abbiamo visto, e che lo faranno arrestare a Gerusalemme; ostacoli, anche, « da parte dei pagani ». Ricordiamo il procuratore Felice, che lo tiene due anni in carcere a Cesarea, nella speranza di averne del denaro: « perciò lo mandava spesso a chiamare » (Atti 24,26). Ostacoli, in modo particolare, da parte dei « fratelli », di coloro cioè che avrebbero dovuto aiutarlo. Sono i cristiani di origine giudaica, anzi « predicatori », che accusano Paolo di predicare un cristianesimo edulcorato, infedele alla rivelazione di Dio nell’Antico Testamento.
Il Signore permise che Paolo incontrasse questi avversari sin dagli inizi del suo ministero, ad Antiochia di Siria, donde deve salire a Gerusalemme per difendersi davanti agli Apostoli (Atti 15,1-2; cfr. Gal. 2,1.12), durante tutta la sua vita fino all’ultima tappa della seconda prigionia romana.
Così, per esempio, in Galazia è presentato come uno che cerca di piacere agli uomini e perciò annacqua il vangelo autentico, come un apostolo di secondo grado, che non aveva conosciuto il Cristo (Gal. 1,20; 2,6). A Corinto è accusato di dubbio versatilismo, arroganza e superbia (2 Cor. 1; 3,1); e i suoi avversari cristiani hanno talmente staccato la comunità dal suo Apostolo, che, non osando ritornarvi per paura di non essere ricevuto, manda avanti Tito per informarsi della situazione! A Gerusalemme teme che la comunità non accetti la colletta delle chiese della gentilità, raccolta con tanta cura e tanta fatica: perciò domanda ai Romani di pregare « affinché il soccorso che porta a Gerusalemme sia gradito ai santi » (Rom. 15,31). Ed il timore non era senza fondamento come prova l’accoglienza che riceve dalla comunità secondo la testimonianza stessa degli Atti: « Tu vedi, o fratello, le migliaia di Giudei che hanno creduto, e tutti sono zelanti della legge. Ora, sono venuti a sapere che tu insegni a tutti i Giudei che si trovano in mezzo ai gentili, di separarsi da Mosè, dicendo ad essi di non far circoncidere i loro figli e di non seguire le consuetudini. Che cosa, dunque, fare? » (Atti 21,20-21). Anzi la stessa opposizione lo segue a Roma – se, come si suppone generalmente, la lettera ai Filippesi è stata mandata da Roma: « Alcuni predicano il Vangelo per una certa invidia e per spirito di contesa… spinti da spirito di parte, per motivi non retti, immaginandosi di aggiungere sofferenze alle mie catene » (Fil. 1,15-17). In ogni caso, a Roma i suoi avversari hanno così ben lavorato, che, quando l’Apostolo vi fu per la seconda volta prigioniero, non sembra esser stato assistito quasi da nessun0 (3). Basta leggere la commovente 2Tim., scritta, forse, qualche settimana prima del suo martirio e a ragione chiamata « il testamento spirituale di San Paolo »: « Tu sai come tutti quelli che sono dell’Asia mi hanno abbandonato… » (1,15) « Affrettati a venire da me al più presto, perché Demas mi ha abbandonato per amore di questo mondo e se n’è andato a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Soltanto Luca è con me… Alessandro, il ramaio, mi ha fatto molto male… Guardati anche tu da lui, perché si è opposto molto vivamente alla nostra parola. Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito: che ciò non venga loro imputato! Mi ha però assistito il Signore e mi ha dato forza, affinché la predicazione per mezzo mio fosse compiuta e venisse ascoltata da tutti i gentili; ed io sono stato liberato dalle fauci del leone. Il Signore mi libererà da ogni opera cattiva e mi conserverà per il suo regno celeste. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen! » (4,9-18).
Mai, forse, nella sua vita 1′Apostolo si è sentito così isolato, così solo; mai, forse, ha esperimentato fino a questo punto il senso di debolezza, di impotenza. E il Signore gli permette di offrire, di fronte a tutti i gentili in questo tribunale romano, un’ultima, suprema e solenne testimonianza! Meglio, una penultima testimonianza, perché l’ultima, la suprema, sarà il suo martirio stesso, quando la spada del carnefice lo unirà per sempre al suo Signore (Cfr. Rom. 8, 35). Allora ancora una volta esperimenterà fino a qual punto « la potenza si mostra appieno nella debolezza ».
[1]. Il testo greco ha invece il dativo te sarki senza l’aggettivo possessivo.
[2]. V. anche 1 Cor.4,9-13.
[3]. V. A. PENNA, Le due prigionie romane di San Paolo in « Rivista Biblica » 9 (1961) pp. 193-208 (specie p. 204).

P. Marco Adinolfi: « Per voi diventò povero essendo ricco » (2Cor 8,) – post n. 2

« PER VOI DIVENTÒ POVERO ESSENDO RICCO » (2Cor 8, 9)

P. MARCO ADINOLFI

stralcio dal libro: L’incarnazione l’attualità di un messaggio, studio interdisciplinare a cura di Vincenzo Battaglia, Edizioni O.R. – Milano 1985;

la traslitterazione è quella del professore, ma non ho la possibilità di mettere gli accenti;

71-75

« 3.  

2Cor 8,9 è considerato comunemente molto vicino a Fil 2, 6-11, al punto che si è potuto chiamarlo il suo commento o un quasi suo parziale. Pur mostrando però con esso affinità sostanziali (natura divina – svuotamento esaltazione in Fil, ricchezza – impoverimento – arricchimento in 2Cor), il nostro passo se ne discosta per il timbro soteriologico. In Fil è in Cristo che alla catabasi dell’autospogliazione segue l’anabasi della glorificazione da parte di Dio Padre. In 2Cor invece l’autoimpoverimento di Cristo è intrapreso per gli uomini, così come l’arricchimento che ne segue non riguarda Cristo ma gli uomini. È quanto risulta anche dalla posizione preminente riservata al pronome voi:

(di’hymas)

diventò povero

essendo ricco

perché voi (hina hymeis)

con la sua povertà diventaste ricchi>

Come in altri casi, anche qui il dia con l’accusativo (di’hymas) oltre alla causa denota anche lo scopo: voi siete il movente e l’obiettivo dell’impoverimento di Cristo. Per cui non sembra che questo di’hymas sia hyper hymon soteriologici> il cui significato è invece e in .

4.

La povertà che diventa mezzo di ricchezza (ptocheiai è dativo strumentale): un paradosso come altri di stile paolino che presentano l’insondabile mistero della salvezza messianica recata da Cristo.

Alcuni esempi:

per noi (hyper hemon)

lo rese peccato

perché noi (hina hemeis)

diventassimo giustizia di Dio in lui> (2Cor 5,21).

ci ha riscattati

dalla maledizione della legge

divenendo lui stesso per noi

maledizione> (Gal 3,13)

nato da donna

nato sotto la legge

per riscattare

coloro che erano sotto la legge

perché ricevessimo

l’adozione filiale> (Gal 4, 4-5)

Secondo Paolo Cristo si carica del peccato degli uomini (si rende ) perché gli uomini diventino santi, accetti a Dio (siano ); si fa per liberarci dalla maledizione meritata come violatori della legge; si rende figlio di una creatura umana per farci figli adottivi di Dio, nasce sotto la legge per affrancarci dalla legge accusatrice dei suoi trasgressori. Si vorrebbe scorgere in questi tre brani e nel nostro lo stesso dramma che si svolge in tre tempi. 1° tempo: da una parte il Figlio di Dio infinitamente perfetto (, ), dall’altra gli uomini oppressi da ogni miseria (operatori di peccati, oggetto di maledizione, semplici mortali, schiavi della legge). 2° tempo: il figlio di Dio si incarna assumendo tutte le miserie umane ( , si fece e , nacque da una donna e sotto la legge). 3° tempo: gli uomini sono liberati dalle loro miserie (diventano ricchi e giusti, sono riscattati dalla maledizione e dalla legge, sono resi figli adottivi di Dio).

Dei tre brani citati, 2Cor 5, 21 è stilisticamente più vicino al nostro, sia per l’enfasi data ai destinatari della salvezza ( , , cfr. , ), sia per l’antitesi tra il Salvatore e i salvati (Cristo-peccato e uomini giustizia; cfr. Cristo povero e uomini ricchi). È possibile infatti al seguente sinossi:

2 Cor 8,9 2Cor 5,21

a) per voi c) colui che non conosceva peccato

b) diventò povero a) per noi

c) essendo ricco b) lo rese peccato

d) perché voi d) perché noi

e) con la sua povertà f) diventassimo giustizia.

f) diventaste ricchi.

C’è ancora da chiedersi: che cosa è la ricchezza di 2Cor 8,9 per cui gli uomini sono diventati ricchi? Nella sua omelia di commento al nostro passo San Giovanni Crisostomo affermava: . Più concisamente, la ricchezza di cui sono stati dotati gli uomini è l’opulenza dei beni messianici, la pienezza escatologica che Paolo chiama altrove salvezza, (soteria). Meditando per esempio sul rifiuto degli Israeliti di credere in Gesù Cristo, l’apostolo osserva che soteria) alle genti>, e subito dopo soggiunge che ploutos) del mondo> (Rm 11, 11.12).

5. (8,7)

Il valore inestimabile del quadro soteriologico di 2Cor 8,9 non deve far perdere di vista lo scopo specifico per cui è stato tracciato. Paolo ha inteso presentare il modello e la fonte della generosità che i Corinzi sono invitati a mostrare in favore della comunità madre di Gerusalemme. Non poche volte l’apostolo esorta i fedeli a riprodurre esistenzialmente l’esperienza concreta di Gesù per quanto riguarda, ad esempio, la sopportazione delle sofferenze a causa del vangelo (cfr. 1Ts 1,6; Rm 5, 1-3), il compiacimento del prossimo e non di se stessi (Fil 2,5ss), il perdono delle offese (Col 3,13). Semplificando, si può dire che per Paolo l’esemplarità di Gesù riguarda soprattutto l’abnegazione, la rinuncia a far prevalere se stesso e i propri diritti e interessi personali. Ciò che in « Cor 8,9 viene chiamato povertà, ptocheia. Ma riprodurre l’esperienza cristica dell’abnegazione, della povertà, non è questione di ascesi, intesa questa come sforzo puramente umano. È obbedienza al Signore Gesù che dà ai Corinzi il comando e insieme la grazia (charis), e dunque la capacità, di seguirlo per una strada che egli ha percorso per primo fino in fondo. Ai cristiani dell’Istmo non sarà dunque difficile essere generosi con i fedeli di Gerusalemme. essendo stati arricchiti da Cristo, non avranno che da riversare su quei bisognosi le infinite risorse, di cui sono stati colmati, per mezzo di aiuti economici. Da donatari sarà loro agevole trasformarsi in donatori. Così facendo, saranno ancora infinitamente distanti dal loro Signore che si è impoverito per arricchirli.

la vostra abbondanza

supplisca alla loro indigenza

perché anche la loro abbondanza

supplisca alla vostra indigenza.> (8,14).

I Corinzi non diventeranno poveri aiutando i fratelli gerosolimitani, ma si arricchiranno di più. In cambio dei beni materiali di cui si saranno privati, riceveranno dai loro assistiti beni spirituali.

* * *

Impoverirsi per arricchire. È una costante paradossale della storia della salvezza. Soltanto con l’autosvuotamento dell’abnegazione si può riempire il vuoto deplorevole degli altri. È quanto ha realizzato il Signore nostro Gesù Cristo secondo 2Cor 8,9. Pur conservando la in abdicabile natura divina (), ha assunto la natura umana con tutti i suoi limiti umilianti, assoggettandosi alla nascita e alla morte e finanche alla povertà economica ( ). Lo ha fatto per colmare l’abisso della nostra miseria con i tesori della sua grazia ( ). È quanto ha realizzato San Paolo. In difesa dell’autenticità del suo ministero apostolico, presenta la sua carta d’identità dichiarando tra l’altro: ptochoi) mentre arricchiamo (ploutizontes) molti>. (2Cor 6,10). Rinunziando generosamente a ogni risorsa umana, ha fatto spazio a Dio: (12,9). E il signore ha riempito quello spazio con la sua grazia che traboccava fino a raggiungere e irrorare copiosamente i molti conquistati del messaggio del vangelo. È quanto ha realizzato San Francesco d’Assisi e con lui tutti quelli – e sono legione nella storia della Chiesa – che si sono messi alla scuola di colui che si è autodefinito ‘anaw, povero, vocabolo che la traduzione greca, secondo una seducente interpretazione del P. Joüon, avrebbe poi sdoppiato ed esplicitato con l’espressione (Mt 11, 29).

P. Marco Adinolfi: « Per voi diventò povero essendo ricco » (2Cor 8, 9) – post n. 1

« PER VOI DIVENTÒ POVERO ESSENDO RICCO » (2Cor 8, 9)

di questo studio faccio due post;

P. MARCO ADINOLFI

stralcio dal libro: L’incarnazione l’attualità di un messaggio, studio interdisciplinare a cura di Vincenzo Battaglia, Edizioni O.R. – Milano 1985;

la traslitterazione è quella del professore, ma non ho la possibilità di mettere gli accenti;

pagg. 67-75

« 

Prima di Origene la risposta a questa dottrina platonica l’ha già data più volte San Paolo. In 2 Cor 8,9, per esempio, oggetto del presente studio: < Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: per voi diventò povero essendo ricco, perché voi con la sua povertà diventaste ricchi (Ginoskete gar ten charin tou kyriou hemon Iesou Christou, hoti di ‘hymas eptocheusen plousios on, hina hymeis tei eieinou ptocheiai ploutesete)>.

1

Il testo fa parte dei capitolo 8 e 9 della seconda lettera ai Corinzi, dedicati alla colletta da destinare ai (Rm 15,26).

È nota la sollecitudine che, anche in ossequio agli impegni assunti (Gal 2,10), Paolo mostra nello stimolare i fedeli provenienti dal paganesimo a inviare aiuti alla comunità della Chiesa madre. Per l’apostolo è un debito contratto dai gentili nei riguardi di coloro da cui è partito il vangelo di Gesù con tutte le sue infinite ricchezze. (Rm 15,27).

Per quanto concerne 2Cor 8-9, nulla riflette meglio il pensiero paolino dei termini con cui si accenna alla colletta ecumenica. È chiamata prodigalità (adrotes: (, 20), messa in comune (koinonia: 9,13) servizio (diakonia: 8,4; 9, 1.12.13), servizio sacro (leitourgia: 9,2), benedizione (elogia: 9, 5), grazia (charis: 8, 4.6.7.9).

Proprio intorno a charis sembra ruotare il pensiero di Paolo. Il quale ricorda prima la (8,1) concessa da Dio ai prodigali Macedoni che hanno dato anche oltre le loro possibilità. Si augura poi che i Corinzi eccedano nella (8, 7) così come si segnalano già per la fede, l’eloquenza, la scienza, lo zelo e l’amore. Evoca infine, come ben nota alla comunità dell’Istmo (), (8, 9).

Ci troviamo con 8, 9 di fronte a una solenne affermazione dottrinale classificata dal Dibelius come parenesi attuale o occasionale, in quanto esortazione etico-religiosa finalizzata a un azione specifica, l’invio appunto dei soccorsi a Gerusalemme. Si accenna a Gesù presentato secondo la titolatura completa che ne sottolinea la sovranità universale (Signore nostro), l’umanità (Gesù) e la messianicità (Cristo).

Di Gesù si rileva la charis, grazia vocabolo complesso che esprime fondamentalmente il dono del generoso e gratuito amore salvifico di Dio in Gesù Cristo. È questo amore divino che ispira e muove la generosità dell’amore umano, colorato di riconoscenza nei riguardi di Dio e di Cristo, e di disinteresse nei riguardi del prossimo. Paolo invita qui i Corinzi alla charis di Gesù, alla sua autoblazione spontanea e misericordiosamente magnanima.

2.

In che consiste la grazia di Cristo? .

Quanto alla ricchezza di Gesù, non merita considerazione la stravagante opinione di Buchnan, secondo cui Gesù sarebbe nato abbondantemente fornito di beni di fortuna che avrebbe poi donato a una setta. È chiaro che Paolo allude a Cristo preesistente e alla ricchezza infinita della sua divinità: al dire di Sant’Agostino,

È stato notato che la ricchezza diventa per l’apostolo . In realtà Paolo esalta spesso la ricchezza di Dio, ricchezza di gloria (Rm 9,23; Ef 3, 16) e di grazia (Ef 1, 7; 2,7), di bontà pazienza longanimità (Rm 2, 4) e misericordia (Ef 2,4). E di Cristo celebra la ricchezza (Ef 3,8), la ricchezza verso chi lo invoca (Rm 10, 12), i tesori di sapienza e di scienza (Col 2,3) e la pienezza della divinità (Col 2,9).

D’accordo generalmente sul Gesù ricco, gli esegeti si dividono in un ventaglio piuttosto ampio di opinioni per quanto concerne il Gesù impoveritosi.

Qualcuno, tanto per cominciare, traduce eptocheusen con . Secondo la massima parte degli autori, invece, ci si trova davanti a un aoristo ingressivo (aoristo forma passiva del verbo) che, nei verbi indicanti condizione o stato, esprime l’inizio della condizione o dello stato. per cui eptocheusen va tradotto con [nella Bibbia CEI: si è fatto povero].

E Cristo divenne povero anzitutto assumendo e vivendo la misera natura umana. Dopo essersi chiesto Sant’Agostino prosegue: .

Con San Paolo allude all’incarnzione. Divenendo vero uomo, Gesù si consegnò in preda alla morte oltre che ai limiti, rischi e scacchi di qualsiasi esistenza umana. .

Sulla scia di Sant’Ireneo Origene segnala la correlazione necessaria esistente tra la nascita di Gesù e la sua vita culminata nel mistero pasquale: . E conclude: . Nello stesso senso, parlando della povertà di 2Cor 8,9, San Giovanni Crisostomo si esprime così:

Gesù assumendo la condizione ordinaria dei semplici figli di Adamo. E dunque, per usare espressioni paoline (cfr. 1Cor 15, 42-43.53), scelse, oltre alla mortalità invece dell’immortalità, anche la corruzione invece dell’incorruttibilità, lo squallore e il disonore invece dello splendore e della gloria, la debolezza invece della potenza.

Risulta invece più concreto il se si tiene presente la dottrina di molti Padri della Chiesa sul mistero del Verbo incarnato. In forza della kenosi (cfr. Fil 2,7), Gesù non si è spogliato, rinunziandovi, della divinità: plousios on significa . Si è molto svuotato, abdicandovi, degli attributi e delle prerogative della divinità. Della onnipresenza, per esempio, della onnipotenza, della onniscienza.

Se l’impoverimento di Gesù si identifica, come si identifica, con l’incarnazione vista in tutta la sua concretezza, il discorso può proseguire.

Il contesto parla degli aiuti economici ai poveri della Chiesa madre di Gerusalemme, verso i quali i Macedoni hanno già mostrato la loro generosità e i Corinzi sono esortati a mostrarla. Non si corre il pericolo di andare oltre il pensiero paolino o di interpretarlo inadeguatamente se con molti esegeti si dà a e a anche un senso socio-economico.

Gesù avrebbe potuto scegliersi un’esistenza umana al riparo da ogni vulnerabilità, all’insegna della ricchezza o almeno dell’agiatezza e della tranquillità. Ha preferito invece privarsi di qualsiasi possibilità di sicurezza e di difesa. Ha optato per una vita peggiore di quella delle bestie del campo e dell’aria. Si è condannato a non avere dove posare il capo (Mt 8,20). Ha rinunciato a crearsi una famiglia propria. Si è votato all’incomprensione dei familiari (Gv 7,2-9) e al rifiuto dei concittadini (Lc 4, 16-30). Si è lasciato costringere, perseguitato e braccato, a trasferirsi da una località all’altra per sottrarsi alla prigione e alla morte prima che scoccasse l’ora fissata.

Un impoverimento così assoluto, se da una parte rivela l’abisso di abnegazione a cui è giunto Gesù Cristo, dall’altra mostra proprio l’infinita potenza della sua ricchezza. .

Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, (2Cor)

DOMENICA VI DI PASQUA

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo     (Cap. 5, 5 – 6; PG 74, 942-943)

Dio ci ha riconciliati per mezzo di Cristo 
e ci ha affidato il ministero della riconciliazione

Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, tiene come già presente ciò che aspetta e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d’ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne. Infatti, brillando a noi l’Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica. Quando regnava il peccato eravamo tutti vincolati dalle catene della morte. Ora che è subentrata al peccato la giustizia di Cristo, ci siamo liberati dall’antico stato di decadenza. 
Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l’altro, la particolare caducità propria dei corpi. Vi fa cenno san Paolo quando dice: «Infatti anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2 Cor 5, 16). In altre parole: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), e per la vita di noi tutti accettò la morte del corpo. La nostra fede prima ce lo fa conoscere morto, poi però non più morto, ma vivo; vivo con il corpo risuscitato al terzo giorno; vivo presso il Padre ormai in una condizione superiore a quella connaturale ai corpi che vivono sulla terra. Morto infatti una volta sola non muore più, la morte non ha più alcun potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (cfr. Rm 6, 8-9).
Pertanto se si trova in questo stato colui che si fece per noi antesignano di vita, è assolutamente necessario che anche noi, calcando le sue orme, ci riteniamo vivi della sua stessa vita, superiore alla vita naturale della persona umana. Perciò molto giustamente san Paolo scrive: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco ne sono nate di nuove!» (2 Cor 5, 17). Fummo infatti giustificati in Cristo per mezzo della fede, e la forza della maledizione è venuta meno. Poiché egli è risuscitato per noi, dopo essersi messo sotto i piedi la potenza della morte, noi conosciamo il vero Dio nella sua stessa natura, e a lui rendiamo culto in spirito e verità, con la mediazione del Figlio, il quale dona al mondo, da parte del Padre, le benedizioni celesti.
Perciò molto a proposito san Paolo scrive: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2 Cor 5, 18). In realtà il mistero dell’incarnazione e il conseguente rinnovamento non avvengono al di fuori della volontà del Padre. Senza dubbio per mezzo di Cristo abbiamo acquistato l’accesso al Padre, dal momento che nessuno viene al Padre, come egli stesso dice, se non per mezzo di lui. Perciò «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).

Dalle « Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi » di san Giovanni Crisostomo: Il nostro cuore si è aperto per voi (2Cor 6,11)

dal sito:

Dalle « Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi » di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 13,1-2; PG 61,491-492)
Il nostro cuore si è aperto per voi (2Cor 6,11)

« Il nostro cuore si è tutto aperto per voi » (2Cor 6,11). Come il calore, così la carità ha la prerogativa di dilatare, è, infatti, una virtù ardente e impetuosa. Essa apriva la bocca e dilatava il cuore di Paolo. E non vi era nessun cuore più grande del cuore di Paolo. Egli come ogni persona che ama, abbracciava con amore tanto profondo tutti i fedeli che nessuno ne era escluso o messo da parte. E non ci meravigli questo suo amore verso i credenti, dal momento che il suo amore si estendeva anche ai non credenti. Non disse infatti: « Amo soltanto con la bocca, ma anche il cuore canta all’unisono nell’amore con la bocca, perciò parlo con fiducia, con tutto il cuore e con tutta la mente ». Non dice: « vi amo », ma usa un’espressione assai più significativa: « La nostra bocca si è aperta e il nostro cuore si è dilatato » cioè vi porto tutti nell’intimo del cuore, in un abbraccio universale. Chi è amato, infatti, si muove a suo piacimento nell’intimo del cuore che lo ama. Per questo l’Apostolo afferma: « Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! » (2Cor 6,12-13). Nota il rimprovero, addolcito dall’amore, caratteristica delle persone che amano. Non dice loro che non lo amano, ma fa capire che non gli vogliono bene come lui a loro. Non vuole rimproverarli, se non dolcemente. Si scorge dappertutto, nelle singole lettere, la presenza di questo suo vivissimo amore per i fedeli. Scrive ai Romani: Bramo vedervi e spesso mi sono proposto di venire da voi. Spero di poter in qualche modo venir a trovarvi (cfr. Rm 1,10-11). Ai Galati manda a dire: « Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore » (Gal 4,19). Agli Efesini: « Per questo motivo, piego le ginocchia davanti al Padre per voi » (Ef 3,14). Ai Tessalonicesi aggiunge: Qual è la mia speranza o la mia gioia o la mia corona di gloria? Non siete forse voi? (cfr. 1Tt 2,19). Asserisce così di portarli in cuore anche se incatenato. Scrive inoltre ai Colossesi: Voglio che sappiate quale lotta io sostengo per voi, anche per coloro che non mi conoscono di vista, perché trovino consolazione i vostri cuori (cfr. Col 2,1), e ai Tessalonicesi: Come una nutrice, che cura i suoi bambini, così avremmo voluto, per il grande affetto per voi, darvi non solo il Vangelo, ma anche la vita (cfr. 1Ts 2,7-8). Non vuole che si angustino per lui. Però non desidera essere solo lui ad amare, ma anche essere riamato da loro, per attirare maggiormente i loro animi. E gioisce di questo loro atteggiamento. Assicura infatti: È venuto Tito e ci ha fatto conoscere il vostro desiderio, il vostro pianto, il vostro amore per me (cfr. 2Cor 7,7). 

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003): Silvano, Fratello fedele

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/082003.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003) 

Silvano, Fratello fedele (2Cor 1,19; Atti 15,22; Atti, 15,40; Atti 16; Atti 18, 5;) 

Nella nostra galleria di ritratti biblici abbiamo escluso i personaggi più celebri (Abramo, Davide, Salomone, Isaia, Pietro, Paolo, tanto per fare qualche esempio) e siamo andati alla ricerca finora di figure forse di secondo piano, anche se di notevole rilievo storico e religioso. Questa volta, invece, faremo emergere una figura decisamente minore che è anzi, persino presentata con due nomi in variazione. Nel brano che la liturgia di questa domenica ritaglia dalla seconda Lettera di Paolo ai Corinzi si legge: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è Stato il “SÌ”» (1,19).

Ecco, parleremo ora di questo collaboratore di san Paolo nella predicazione cristiana, Silvano, altre volte chiamato anche Sila (c’è chi pensa che “Silvano” sia il nome latino, Sila sarebbe la forma aramaica del nome ebreo Saul). Egli entra in scena per la prima volta negli Atti degli Apostoli in un momento particolarmente rilevante per la Chiesa delle origini. Il primo “concilio”, tenutosi a Gerusalemme per dirimere la questione dell’ammissione diretta dei pagani nel cristianesimo (senza transitare prima dal giudaismo), ha emesso un documento che dev’essere reso noto alla comunità cristiana che più sentiva questo problema, quella della città di Antiochia di Siria (ora è Antakia in Turchia).

«Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli» (Atti 15,22). Ecco, dunque, apparire sulla ribalta Sila-Silvano che poi fu scelto da Paolo come suo compagno di missione (15,40). Con l’Apostolo si inoltrerà in un viaggio avventuroso che lo condurrà in Macedonia, fino alla città di Filippi, allora divenuta una colonia romana. Là Sila conobbe anche il carcere perché il padrone di una giovane schiava dotata di poteri magici aveva denunciato Paolo che l’aveva convertita al cristianesimo, togliendo così una fonte di guadagno al suo padrone.

Il racconto vivacissimo dell’episodio, che comprende anche una reazione della folla contro Paolo e Sua, è da leggersi nel capitolo 16 degli Atti degli Apostoli. Gettati in carcere, i due trascorsero la notte in preghiera e in canti. All’improvviso, un terremoto scardinò le porte della prigione; il custode, impressionato da questo evento, si fece istruire nella fede in Gesù Cristo, curò le ferite che i due avevano subìto a causa della flagellazione ordinata dal magistrato, li rifocillò e si fece battezzare con tutta la sua famiglia.

Espulsi da Filippi, Paolo e Sila raggiunsero l’altra città maggiore della Macedonia, Tessalonica, e da lì — dopo varie vicende e un viaggio del solo Paolo ad Atene — si ritrovarono nella metropoli di Corinto. Qui, con Timoteo, Sua e Paolo si dedicarono alla predicazione del Vangelo (Atti 18,5). Ritorniamo, così, al testo da cui siamo partiti. Silvano è ricordato da Paolo in apertura alle sue due Lettere ai Tessalonicesi, perché avevano fondato insieme quella Chiesa. Ma, a sorpresa, Silvano fa capolino anche presso l’apostolo Pietro che nella finale della sua prima Lettera annota: «Vi ho scritto brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele…» (5,12)

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