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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

di d.Andrea Lonardo

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale. Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare . 1 Corinzi 4,18 – 21: Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza? Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?” Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11: Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi… Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega: Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta. Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza. Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”. Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime: Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati. Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio. Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi. Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti: Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.  In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene. Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa. E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa. Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta. Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice: Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo. Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti. La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa. Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero.

 

LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

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Esercizi per sacerdoti

LA SECONDA LETTERA AI CORINZI – LA GLORIA DEL MINISTERO

SESTA MEDITAZIONE

10 Novembre 2004

(…) e davanti agli occhi del nostro cuore l’immagine gloriosa del tuo Figlio, perché in Lui possiamo riconoscere il tuo amore e la tua misericordia. E plasma i nostri cuori con la forza dello Spirito, perché possiamo conoscere quello che tu vuoi, desiderare quello che ci chiedi, compiere nella obbedienza della fede il tuo disegno di amore per tutti gli uomini. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.– I – Paolo è ministro del Vangelo Siamo così arrivati al cap. 4 della seconda Lettera ai Corinzi, sempre all’interno di quella apologia del ministero che Paolo deve fare per evitare le accuse di avversari che se la prendono con lui, ma prendendosela con lui mettono una ipoteca anche sul Vangelo che Paolo ha annunciato, e quindi sul cammino di fede che la comunità di Corinto ha percorso. Paolo dice così: «[1]Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; [2]al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. [3]E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, [4]ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. [5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. [6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 1-6). 1. Se Paolo è ministro del Vangelo lo è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Dunque, se Paolo è ministro del Vangelo – ministro (come abbiamo sentito) della Nuova Alleanza – non è certamente per un merito suo, per doti particolari umane di cui lui sia portatore, ma è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio. Questo discorso Paolo lo rifà frequentemente, anche perché ritornando sulla sua esperienza è costretto a riconoscere, e lo fa con gioia, che la sua vocazione non era preparata certamente da lui: è stato chiamato quando era persecutore della Chiesa, quindi in un atteggiamento che non meritava niente davanti a Dio. Se rileggete il cap. 1, 11-16 della Lettera ai Galati, ritrovate questa dimensione chiarissima di consapevolezza di Paolo, il quale può solo rispondere alla chiamata di Dio con la disponibilità della sua chiamata: il «non ci perdiamo d’animo». Dove, il “non ci perdiamo d’animo”, intendetelo non tanto dal punto di vista psicologico – “non siamo depressi psicologicamente”, ma dal punto di vista concreto; cioè non smettiamo di fare il nostro dovere di apostolo; siamo stati chiamati dal Signore per questo, comunque vada, che vada bene o male, che ci sia un ritorno o un rifiuto, che ci siano tribolazioni o gioie, in ogni modo non smettiamo di predicare il Vangelo: «non ci perdiamo d’animo». 2. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo. E di fronte alle critiche, Paolo può solo appellarsi alla schiettezza di un comportamento che non ha dei sottointesi, che non ha dei doppi fini. Lo abbiamo già visto nella Seconda Meditazione e quindi non ci torniamo sopra nei particolari. Ma il versetto 2 lo riprende e in modo bellissimo: «rifiutando le dissimulazioni vergognose», quindi senza nascondere niente del Vangelo, neanche quello che può fare difficoltà. «(…) senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio», quindi nessuna tattica per ottenere il consenso o per fare pressioni psicologiche sugli ascoltatori: «ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio». L’annuncio del Vangelo è così: “È sotto lo sguardo di Dio”, perché è parola di Dio quella che deve essere annunciata e niente altro. È «davanti a ogni coscienza», perché in fondo la coscienza è solo lei che può dire il sì o il no alla Parola che viene annunciata. Noi presentiamo alle coscienze la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo, e chi ascolta deve ritornare alla sua coscienza e vedere che cosa gli dice la coscienza a proposito di quell’Annuncio e di quella Parola. 3. L’annuncio del Vangelo diventa “velato”, non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché la paura e la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. Ma alla predicazione di Paolo viene fatta una obiezione, e cioè che il suo Vangelo sembra rimanere «velato». E “velato” perché la presentazione non è forte, non è solenne, non è capace di incidere come dovrebbe essere. «[16] (…) Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1, 16). Quando uno annuncia il Vangelo deve avere una energia, una forza immensa; e Paolo invece si presenta con debolezza, la sua predicazione non è così efficace o bella come quella di Apollo; è confrontato con altri predicatori e da quel punto di vista sembra che, almeno per quanto riguarda la retorica, Paolo ci rimetta nel confronto. E quindi criticano Paolo dicendo che alla fine la sua predicazione è debole: “Il Vangelo che Paolo annuncia rimane velato, non manifesta tutta la sua energia, tutta la sua verità”. Ma Paolo risponde: “Può essere vero che a volte il Vangelo che Paolo predica rimane velato, ma non rimane velato perché è predicato male, perché quel Vangelo che viene annunciato non ha tutta l’energia che proviene da Dio: al contrario la forza ce l’ha e tutta!”. Quando rimane velato è per quelle persone «[4]alle quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio». Ora, «il dio di questo mondo» è quel dio, che è il mondo in quanto tale, quando viene percepito come potenza minacciosa o seducente. Era il discorso che abbiamo fatto anche nella Quinta Meditazione, portate pazienza se lo esplicito un po’. Con la parola “mondo” s’intende la realtà: la realtà materiale, la realtà sociale, la realtà culturale… e tutti questi elementi che fanno parte dell’esperienza dell’uomo. Solo che il mondo, l’uomo lo può percepire in modo diverso: lo percepisce dalla sua individualità, dalla sua coscienza. E a volte il mondo – invece che la creazione di Dio da usare nella prospettiva dell’obbedienza a Dio – viene percepito come una potenza dalla quale ci viene la vita e dalla quale ci viene la minaccia della morte. Il mondo è antico e non è stato fatto sulla mia misura, e a volte con questo mondo io mi scontro come di fronte a qualche cosa che è opaco e non riesco a vedere bene, che è rigido e non riesco a plasmare secondo i miei desideri; il mondo mi tocca adattarmi e subirlo, e verrà un momento in cui questo mondo mi schiaccerà e verrà quella volta che dovrò crepare, ma il mondo continuerà a vivere, mentre a me mi toglierà la vita. Il mondo mi può dare la vita: mi dà le 2500 calorie di cui ho bisogno per stare in piedi, e mi darà la morte, mi toglierà la vita. Il mondo inteso così – ed è inevitabile che ci sia questa dimensione – tende a diventare una potenza; cioè una “potenza”, vuole dire: una forza, una specie di destino, alla quale sono costretto a sottomettermi come quello che chiede l’elemosina della vita al mondo, ed è quindi quello che cerca di difendersi dalle minacce del mondo e della morte. Quando succede questo, il mondo è fondamentalmente un idolo, è diventato il mio dio; e quanto questo succede non c’è dubbio che l’“annuncio del Vangelo diventa velato”: non si riesce a vedere lo splendore che c’è nell’Annuncio dell’amore di Dio per noi, perché il mondo cancella tutto, la paura del mondo cancella tutto, la seduzione del mondo cancella tutto, e il Vangelo perde la sua energia. 4. Il Vangelo è potente quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Il Vangelo è potente quando si incontra con una coscienza libera o quando incontrando la coscienza riesce a liberarla dalla presa del mondo, delle cose, e quindi riesce a immetterla dentro al dinamismo dell’amore, della gratuità. Non so se sono riuscito a spiegarmi. Provo a prendere due versetti di Giovanni per dire qualche cosa del genere, di sintesi. Uno è al cap. 5 nel discorso con i Giudei. Gesù ricorda le testimonianze che ha a suo favore, quelle del Padre, quelle della Legge, ecc., e dice: «[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44). Ora, quando il mondo diventa quel luogo dal quale cerco la mia gloria – cioè il senso della mia vita lo cerco nell’applauso, nel riconoscimento degli altri – evidentemente diventa impossibile la fede; perché la fede è invece accogliere il senso della mia vita come dono da parte di Dio del Padre. Ma fino a che io sono attaccato alla lode degli altri, come quello che dà sostanza alla mia vita – per cui la devo trovare a tutti i costi, debbo pagare qualunque prezzo pur di averla perché è quella che mi fa vivere –, allora la fede diventa impossibile. Un altro versetto Gv 3, 19-20: «[19]E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. [20]Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere». Che, tradotto vuole dire: è impossibile credere fino a che le opere dell’uomo sono opere malvagie – siccome la fede è fede nell’amore di Dio e nella santità che viene da Dio – non posso credere. Il che non vuole dire evidentemente che io sia predeterminato, ma vuole dire che quando il Vangelo è annunciato o io riconosco il mio peccato e mi converto, o altrimenti sono costretto a rifiutare il Vangelo. Sono costretto a dire di no al Vangelo, perché il Vangelo mi chiede la conversione, il Vangelo illumina la mia vita e fa venire a galla tutto il mio egoismo: quindi o lo riconosco come egoismo e lo combatto – ed è quindi il cammino di conversione; oppure se non voglio riconoscere il mio egoismo l’unica possibilità che mi resta è togliere il Vangelo. 5. Quando il Vangelo non è accettato è perché il mondo è diventato dio per l’uomo, ed è il non potere arrivare alla fede. Detto con una immagine (un po’ stupida ma dopo la potete dimenticare). Se ho la faccia sporca e si accende la luce i casi sono due: o mi lavo la faccia e allora posso stare alla luce, o spengo la luce per potere tenere la faccia sporca. Nel momento in cui il Vangelo, che è rivelazione dell’amore di Dio, illumina la vita dell’uomo: o l’uomo cambia pelle e quindi si lascia rinnovare da quella luce riconoscendo il suo errore e facendo il cammino della conversione; o altrimenti inevitabilmente cancellerà la luce, dirà che quella non è luce, che è falsità, è ipocrisia… Allora è questo che sta dietro al discorso di Paolo, perché dice: quando il Vangelo non è accettato, (poi dopo ci sarebbe da ragionare e discutere in lungo su questo, e fare tutte le distinzioni che volete), è perché «il dio di questo mondo» – cioè questo mondo diventato dio per l’uomo – ha accecato la mente incredula, perché l’uomo non possa vedere lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» – non possa vedere che Cristo è bello della bellezza di Dio, è splendente dello splendore di Dio, è vero della verità di Dio, è santo della santità di Dio –; non vedere questo è evidentemente non potere arrivare alla fede, ad accogliere il Vangelo. Ma «il dio di questo mondo», nasconde la gloria di Gesù, la bellezza di Gesù. 6. È a Cristo che deve essere sottomessa la gente, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. Questo porta ad una stupenda definizione del ministero (e questa è ancora da imparare a memoria): «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Quindi la predicazione non è predicazione di se stessi – Paolo non è un leader non ha bisogno di consensi –, ma l’unica cosa che gli interessa è la gioia di Cristo, la gloria del Signore, cioè quello che annuncia il Vangelo. Quindi dirigendo l’attenzione degli uomini non su di sé, per ottenere un riconoscimento di qualunque genere, ma un diritto all’attenzione su Gesù per condurre alla fede e all’amore in Lui. «(…) non predichiamo noi stessi», non ci interessa essere grandi a motivo della fede degli ascoltatori. “Predichiamo Cristo Gesù Signore”. “Signore”, vuole dire che noi gli siamo sottomessi, e che noi vogliamo sottomettere a Gesù la gente, e non a noi… ci mancherebbe altro che la gente fosse sottomessa a noi! È a Cristo che deve essere sottomessa, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. «(…) quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù». Ci interessa solo la vostra vita, il vostro cammino di fede. 7. Il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede: “Vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”. «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Ricordate il primo giorno della Creazione, quando in mezzo al caos dell’origine, Dio pronuncia quella parola: «[3]Sia la luce! E la luce fu. [4]Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre» (Gen 1, 3-4). E quel momento è l’inizio dell’ordinamento del mondo, il caos incomincia a prendere forma, e ci si comincia a vedere, quello che era tenebra è mandato indietro dalla creazione della luce; il primo giorno della creazione, immenso come avvenimento. Ebbene, a Paolo è capitato qualche cosa del genere (cfr. At 26, 9-18), perché quando stava andando a Damasco all’improvviso una luce lo ha accecato, e da quel momento lì in poi Paolo ha visto le cose in tutt’altro modo. Di Gesù Cristo ne aveva sentito parlare anche prima, e se ne era fatto una idea, della chiesa e del credente aveva una sua visione. Ma in quel momento sulla via di Damasco è cambiato tutto, è stato per lui come il primo giorno della creazione, come quel momento in cui Dio ha detto «Sia la luce», e le tenebre che ricoprivano gli occhi di Paolo si sono dileguate, e Paolo ha potuto vedere. E che cosa ha visto? «La gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo», ha visto Cristo glorioso, lo ha visto risplendente della luce di Dio, e quella visione non si è più cancellata dalla memoria del cuore di Paolo. E credo che alla fine sempre l’atto di fede è qualche cosa del genere. Attenzione, s’intende non così splendente come quella di Paolo sulla via di Damasco, ci mancherebbe altro. Ma l’atto di fede è sempre “vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”: è il mettersi davanti a Dio con la coscienza e dire con la coscienza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo giusto di pensare e di vivere e di morire è il Suo; è dire, come dice Pietro: «[68] Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69]noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69). È dire una parola di questo genere, è una illuminazione: «(…) né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17). Dicevo, il primo giorno della creazione si ritrova dentro l’esperienza di ogni uomo che giunga alla fede. «[9] Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche Zaccheo era figlio di Abramo» (Lc 19, 9). L’incontro con Gesù comporta o realizza esattamente questo: «[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo». – II – Abbiamo il tesoro in vasi di argilla «[7]Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. [8]Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, [10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 7-12). 1. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. Ebbene, è un po’ che ci sentiamo dire da Paolo la “gloria del ministero”, la “gloria della Nuova Alleanza”, la “gloria del credente”, la “gloria di Cristo che rifulge sopra di noi”… Di tutte queste cose sembra che siamo in un contesto di luminosità, di pienezza, di vittoria. Allora bisogna essere molto precisi, molto concreti: “abbiamo questo tesoro in vasi di argilla”. E “vaso d’argilla” non è solo il corpo. No, vaso d’argilla è la nostra persona umana; vaso d’argilla è l’Apostolo con la sua intelligenza e la sua volontà, è un povero uomo. E tutta questa gloria di cui abbiamo parlato è contenuta in un recipiente di pochissimo valore, anzi è giusto, è necessario che sia così: «[7] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi». C’è un commento stupendo ebraico al Libro del Deuteronomio che dice: “Come il vino non può essere conservato in recipienti d’oro o d’argento ma solo in quello che è il minimo valore tra i recipienti, cioè in vaso d’argilla, così anche le parole della Torah possono essere conservate solo da uno che si umilia…”. “Solo da uno che si umilia”, perché se uno è arrogante è insopportabile! Che una persona arrogante porti un tesoro come il Vangelo è assolutamente insopportabile, diventa oppressivo per chiunque. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo. Quindi il “vaso d’argilla” è necessario! È necessario perché l’uomo non si faccia grande, e perché chi ascolta non si senta oppresso dall’uomo, perché possa riconoscere che è la potenza di Dio ad agire. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo. 2. Paolo conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. Allora, per questo Paolo, descrivendo la sua esperienza di Apostolo, fa l’elenco delle afflizioni. Non è l’unica volta, se le volete ritrovare potete leggere: nella prima Lettera ai Corinzi il cap. 4, 9-13; nella seconda Lettera ai Corinzi cap. 6, 4-5; al cap. 11, 23-29; 12, 10; la Lettera Romani 8, 35; quindi ci ritorna sopra molte volte. Qui lo fa in un modo caratteristico, perché descrive una condizione di debolezza, di abbattimento ma che non porta mai ad andare fuori gioco a perdere la partita; per cui dice: «[8]Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; [9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi». Dice un commentatore americano che “siamo sempre knock down, ma non ci capita mai di essere knock out”. “Non sono mai in ko, al tappeto, al tappeto fin che volete ma l’arbitro non riesce a contare fino a dieci”: al nove si rialza e riparte e combatte e ricomincia daccapo. L’immagine a cui Paolo fa riferimento dovrebbe essere quella del lottatore, di un lottatore che le prende, che è contorto, viene lacerato, ma non cede mai. E “non cede mai” non per una sua forza intrinseca, ma per la liberazione di Dio. Questo discorso del “non cede mai” uno potrebbe anche prenderlo in una prospettiva storica. Seneca, testimone dello stoicismo, dice che “la persona retta sta forte e diritta sotto qualsiasi peso, perché conosce le sue forze, sa quello di cui è capace”. Ma Paolo non sa quello di cui è capace, e non sono le sue forze che lo fanno rialzare in piedi ma è la forza del Signore: conosce Dio, conosce la forza di Dio, e diventa nella sua esperienza una immagine vivente del Vangelo. 3. L’esperienza di Paolo è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere ed essere fecondo E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi. La sua unione con Gesù si esprime in questa partecipazione alle Sue sofferenze. «[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12). La cosa interessante è che quando qui si parla di “morte”, Paolo non usa il termine normale zantos che è la morte, ma usa il termine nekrôsis. E nekrôsis, vuole dire: il processo di morte, il morire quotidianamente, ogni giorno un pezzo di lui muore; le sofferenza a cui egli si sottomette ogni giorno per il ministero lo uccidono un poco la volta. C’è questo processo che Paolo sperimenta in sé, ma nello stesso tempo quel processo è semplicemente parte del mistero Pasquale, del mistero di morte e di vita, di vita perduta e di risurrezione. E quella vita nuova che scaturisce dalla adesione a Cristo si manifesta sempre più intensamente in Paolo; insomma, la sua esperienza è quella del “chicco di grano” che muore per potere vivere, per potere essere fecondo (cfr. Gv 12, 24). E di fatto la vita e la morte di Paolo sono vita e morte per la vita dei Corinzi: «[12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita». Fa impressione questa affermazione, si può dire che in qualche modo il dinamismo della morte di Gesù – Gesù muore perché noi possiamo vivere, “il mio corpo che è dato per voi perché voi viviate, e il mio sangue che è versato per voi perché il mondo viva” –, questo dinamismo di morte che fa vivere, è partecipato anche dall’Apostolo. Chiaramente la Redenzione la fa solo Gesù Cristo, non c’è dubbio, però quella Redenzione che Gesù Cristo ha operato assorbe in sé anche l’esperienza dell’Apostolo. L’Apostolo ci sta dentro, è in Cristo, vive in Cristo, e quindi le sue sofferenze sono le sofferenze di Cristo, e in quanto sono le sofferenze di Cristo sono sofferenze feconde per la vita dei Corinzi, per la vita degli uomini, dei credenti. Insomma, la sua unione con Gesù si esprime qui, anche qui in questa partecipazione alle Sue sofferenze. – III – La predicazione di Paolo 1. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. Nasce inevitabilmente l’interrogativo: se stando così le cose valga davvero la pena a fare l’Apostolo? Perché sembra che le sofferenze siano tante, e le gratificazioni poche. Vale la pena nonostante questo continuare ad essere Apostolo? «[13]Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, [14]convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi» (2 Cor 4, 13-14). Ricordate che nella prima Lettera ai Corinzi san Paolo al cap. 9, parlando della sua predicazione apostolica, ne parlava come di qualche cosa di cui non si può sottrarre: «(…) guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9, 16); non è possibile sottrarsi, c’è una obbedienza che non può essere messa in dubbio in nessun modo. Qui fa un altro tipo di ragionamento, dice: “È vero che l’esperienza dell’Apostolo è segnata dalla sofferenza, ma la sofferenza non è l’ultima parola, è solo la penultima; l’ultima è la risurrezione, l’ultima è la vita”. Quello che spinge a predicare non è un vantaggio, né il vantaggio economico, ma nemmeno il vantaggio psicologico o sociale o quello di riconoscimento o di sentirsi bravi o cose di questo genere. Quello che spinge a predicare è lo Spirito della fede, lo Spirito che suscita il dinamismo della fede. La fede non può tacere, la fede deve diventare testimonianza. E non è fede, non riesce ad essere contenta e tranquilla fino a che non parla, fino a che non rende testimonianza. E siccome è fede nella risurrezione, inevitabilmente supera, spinge a superare, l’ostacolo delle tribolazioni. L’Apostolo crede quello che predica: predica che Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti; e crede che Dio risusciterà anche lui, l’Apostolo, con Gesù Cristo, e risusciterà i Corinzi insieme con l’Apostolo. È questa prospettiva che permette di accettare la debolezza attuale: la fede nella risurrezione. E infondo per il Nuovo Testamento non ne esiste un altro: la fede è sempre fede nella risurrezione. Se Dio non ha risuscitato Cristo dai morti non c’è possibilità di avere fede; la morte rimane come potenza invincibile e quindi non è possibile fidarsi di qualche cosa d’altro. Solo la risurrezione di Cristo dai morti è fondamento della fede piena. Tanto che, addirittura per san Paolo, Abramo ha creduto nella risurrezione, perché non si può immaginare una fede che non sia quella, che non sia credere a Dio che chiama le cose che non sono come se fossero, che fa esistere quello che non esiste ancora (cfr. Rm 4, 17). – IV – La Grazia di Dio 1. La Grazia è l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo. Tutto questo è per i Corinzi: per i Corinzi è la tribolazione di Paolo, e per i Corinzi è anche la consolazione. Se Paolo viene consolato non è solo per la sua consolazione privata, ma è per ché possa consolare i Corinzi; lo leggevamo al cap. 1, 3-11. Tutto quindi diventa utile dentro l’azione di Dio, anzi tutto questo si trasforma in gloria di Dio. E qui, portate pazienza, facciamo una piccola riflessione; dice san Paolo: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio» (2 Cor 4, 15). E qui trovate quel termine fondamentale della teologia paolina che è il termine “Grazia”, che vuole dire: l’atto di amore di Dio che si piega verso l’uomo; dirà san Paolo: «[9]Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Questa è la Grazia: “da ricco si fa povero”. 2. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. E con questo atto di amore condiscendente riempie di vita, di dono, il cristiano. Ora, la grazia è dono. Ma il dono per sua natura mette in moto un dinamismo di risposta che di per sé tende ad allargarsi all’infinito. E provo a spiegare meglio se ci riesco. Noi siamo soliti frequentemente parlare del dono come di un gesto gratuito, che non ha ritorno, che non cerca ritorno. Il che per certi aspetti è vero, ma per certi aspetti è falsissimo. In tutta la ricerca etnografica, etnologica, vieni fuori l’idea che il dono esige una risposta, la esige; ma è una risposta di un certo tipo, non è la risposta commerciale che è il do ut des alla pari: ti do una merce e tu mi dai l’equivalente in denaro, questa è una transazione commerciale, mercantile. Ed è una transazione alla pari, fatta la quale ciascuno è libero, non ci sono più impegni di uno nei confronti dell’altro; quindi l’impegno è solo nel momento del passaggio della merce. Il dono no, il dono vuole creare un impegno: ti faccio un dono e tu diventi debitore, verrà il momento in cui dovrai restituirmi il dono, non equivalente. Perché quello che tu mi restituirai sarà un rilanciare la dinamica del dono: mi darai qualche cosa non per pareggiare il conto, ma per stabilire anche in me un debito nei tuoi confronti. E questo dinamismo nel dono tende andare all’infinito, tende a non terminare mai, perché lo scopo del dono non è la transazione commerciale (scopo della transazione commerciale è avere la merce di cui ho bisogno). Lo scopo del dono è stabilire un legame tra le persone: io ti faccio un dono perché tu ti senta legato con me, io ti offro la mia amicizia nel dono, e se tu mi accetti il dono allora accetti la mia amicizia, quindi accetti il legame. E se accetti la mia amicizia, la dovrai esprimere prima o poi l’amicizia, in un modo o nell’altro con un tuo dono. Non importa il valore commerciale, importa che tu esprima l’amicizia. E quando esprimerai l’amicizia, e io accoglierò il tuo dono, si ristabilirà il rapporto e andrà all’infinito. La dinamica del dono non è quella della gratuità, anzi per certi aspetti il dono vuole stabilire dei legami, vuole legare indissolubilmente le persone. 3. È importante il discorso della “Grazia” che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Ebbene, la grazia di Dio è dono. La grazia di Dio vuole suscitare nell’uomo un dinamismo di risposta; a Dio?… A Dio che cosa posso dare? Evidentemente la lode. Ma il dinamismo di risposta si esprime nel dono fraterno, nel trasmettere quello che ho ricevuto da Dio agli altri, in modo che l’altro ricevendo il dono da me – da Dio attraverso di me – diventi a sua volta stimolato a fare lo stesso. Per cui l’amore che viene da Dio attraverso Gesù Cristo e che raggiunge me, attraverso me deve raggiungere il fratello e attraverso il fratello l’altro fratello e attraverso l’altro il terzo, il quarto… all’infinito. Il dono vuole non finire mai, vuole non terminare mai il suo cammino, il suo dinamismo; vuole coinvolgere in fondo l’umanità intera in un legame di fraternità, di coinvolgimento, in modo che ciascuno è legato con gli altri, in modo che non ci sono delle persone sciolte da vincoli, ma ciascuna riconosce e vive il vincolo con le altre attraverso la trasmissione del dono. Allora capite quanto è importante quel discorso della “Grazia”, della grazia che viene da Dio, che è grazia che entra nella mia esistenza ma vuole dare alla mia esistenza la forma della grazia, perché la mia vita diventi grazia per gli altri, perché la mia vita diventi dono per gli altri. Allora in questo senso il dinamismo è un dinamismo che si moltiplica; dice così: «[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero (…)» (2 Cor 4, 15). La grazia di Dio è arrivata a Paolo, Paolo lo ha comunicata ai Corinzi, nei Corinzi si deve dilatare per raggiungere «un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio», perché ci sia un inno corale e universale di lode. – V – L’uomo interiore 1. La vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. Finiamo brevemente: «[16]Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. [17]Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, [18]perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 16-18). Allora, il cammino dell’Apostolo è questa strana tensione, per cui da una parte l’uomo esteriore si disfa: con il passare del tempo, diventando vecchietti, anziani, pian piano le forze vengono meno, le energie si illanguidiscono… tutte queste cose. Però, mentre «l’uomo esteriore» – cioè l’uomo che appartiene al mondo – invecchia e decade, l’«uomo interiore» si rigenera. “L’uomo interiore” è quello che appartiene a Dio, è quello che vive della grazia di Dio, è quello che si apre alla speranza della risurrezione, è quello che può dire: «[20] (…) e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne» – = l’uomo esteriore – io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» – = questo è l’uomo interiore (Gal 2, 20). Per cui posso dire che: «[21]Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Lo ricordate, sono espressioni della Lettera ai Galati e della Lettera ai Filippesi. Quella vita nuova, interiore, che mi è stata donata con il Battesimo è una vita che si rinnova ogni giorno a contatto con la grazia di Cristo. E questo rinnovarsi sostiene, senza paura senza timore, il peso della fatica e del decadimento fisico; e per certi aspetti anche un po’ mentale, almeno la memoria non è così vivace (è difficile imparare una poesia alla nostra età, si fa una grande fatica, mentre da ragazzi ci riuscivamo facilissimamente). Questo cammino è un cammino che noi sperimentiamo; tanto che le tribolazioni, dice Paolo, appaiono addirittura leggere. Non perché siano leggere, ma perché se vengono confrontate con quello che è l’oggetto della nostra speranza non c’è proporzione; il peso della fatica quotidiana è assolutamente poco rilevante, dice Paolo: rispetto a quella gloria che sta davanti a noi come promessa di Dio e come fondamento della nostra speranza. L’esercizio da fare Il compito da fare, è molto semplicemente questo. Innanzitutto il verificare davanti a questa descrizione del ministero il nostro atteggiamento, il nostro modo di vivere il ministero in quella logica che dice al versetto 5: «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5). Seconda cosa, verificare l’esperienza della fede come esperienza di luce, di riconoscimento della gloria di Dio sul volto di Cristo. È chiaro, qui non si tratta di fare un riconoscimento dogmatico. Che Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatto uomo, questo è verissimo, non c’è problema, questo lo condividiamo. Il problema è quello dell’interrogare la coscienza, e del mettere la nostra coscienza di fronte a Gesù Cristo. E chiedere alla nostra coscienza che cosa vede e che cosa capisce e che cosa sente di quel Gesù Cristo che le sta davanti: se può davvero riconoscere che in Lui, in quel Gesù, c’è la bellezza di Dio, la gloria di Dio, e quindi lo splendore della pienezza dell’uomo, del compimento della vita dell’uomo. * Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e in una forma didattica e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 10 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE

http://www.gliscritti.it/approf/areopago/spina_carne.htm

Brani di difficile interpretazione nella Bibbia,

2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE”

Con questa breve nota vogliamo inaugurare una serie di chiarificazioni che aiutino a comprendere alcuni brani biblici importanti che, ad una prima lettura, possono apparire difficili o addirittura incomprensibili. Essi, invece, grazie alla luce della grande Tradizione della Chiesa ed a quella degli studi recenti degli esegeti, si svelano nella ricchezza del loro sensi. Le brevi note appariranno con il medesimo titolo – “Brani di difficile interpretazione nella Bibbia” – seguito dal numero ordinale della pubblicazione on-line sul sito (I, II, III, ecc.), poi dai versetti e dal tema del brano in questione. L’Areopago

Paolo parla della spina nella carne. E’ un brano importante per capire l’apostolato di Paolo e come Paolo realizza la sua vocazione apostolica. E’ in polemica con chi non lo considera un vero apostolo. Paolo dice: Mi costringete a dire delle cose che non vorrei dire! Se volete saper tutto ve lo dico! Io ho avuto 14 anni fa un contatto con la trascendenza; sono stato al terzo cielo, quasi faccia a faccia con Dio e lì ho avuto delle esperienze, che non posso poi esprimere con la stessa chiarezza e con la stessa vivezza con cui questa esperienza l’ho vissuta. E’ possibile che delle esperienze profonde avute con Dio non si possano poi esprimere! Certe cose non le posso ripetere, però la mia predicazione si basa su questo faccia a faccia con Dio, su queste rivelazioni che ho avuto come dono diretto da Dio. Perché questo essere al terzo cielo non mi desse alla testa, perché non scambiassi questo dono puro di Dio con qualcosa di mio Dio mi ha mandato un contrappeso. Paolo parla di un angelo di satana che lo schiaffeggi, di una spina, di un fascio di spine conficcate nella carne – che mi fanno sentire tutta la mia debolezza. Che cos’è questa metafora che Paolo usa “la spina nella carne”? Secondo tutti gli esegeti moderni – e fondatamente – non è una tentazione di sessualità, come ha interpretato S. Agostino e come a volte viene interpretato, specialmente sulla linea della Vulgata, che traduceva questa espressione: “una spinosità che punge la carne” (stimulus carnis meae), che fa pensare subito alla sessualità. Nel testo greco non c’è l’idea di stimolo. Ovviamente delle spine conficcate nella carne si fanno sentire, ma questo è un fatto che viene dopo; non è la spina stessa. Se la spina sta tranquillamente dove sta non è uno stimolo, diventa uno stimolo, quando la spina viene conficcata nella carne, quando si fa sentire… Cos’è questa spinosità nella carne? Da tutto l’insieme risulta che sono le difficoltà che Paolo trova nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti… e difficoltà interne, personali. Quasi certamente collegate con uno stato fisico che impediva l’apostolato che pure Dio gli chiedeva di fare. E quindi probabilmente era o una malattia o una debolezza di tipo fisico. E’ quella situazione di conti che non tornano in questo senso: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali – la sua salute – non gli permettevano di realizzarli. I conti allora non gli tornavano! E allora reagisce secondo il suo carattere, pregando, pregando e pregando. Si rivolge al Signore e gli dice: Toglimi questa spina! Cioè: spianami la strada! Vuoi che faccia l’apostolo? Vuoi che annunci il Vangelo? Dammi la possibilità di annunciare il Vangelo! Non mi mettere questi blocchi sulla strada che tu vuoi che io percorra. “Pregai e ad un certo punto mi disse” (non è una visione, ma una presa di coscienza che pian piano matura in Paolo); la risposta del Signore non è quella di spianargli la strada. Gli rimangono tutte le sue difficoltà; ma la risposta è questa: Ti basta il mio amore, la mia benevolenza! (più che la mia grazia). Non è: ti basta quella grazia corroborante che io ti do. Questa è un’interpretazione che rischia di quantizzare il rapporto: quella grazia che ti do, ti sarà sufficiente! Per Paolo il problema è più a monte. Gesù ti dice: io ti amo! Basta! Non ti preoccupare di altro! Quando Paolo riesce a capire questo, si è affidato all’assoluto dell’amore: voglio che tu sia apostolo! Ci sono queste difficoltà che ti impediscono di realizzare quei piani che io stesso ti ho fatto venire in mente! Va bene! C’è anche questo qua, come fare? Pensa a me, pensa al mio amore: l’assoluto è nel mio amore! Il mio amore che si manifesta nel mistero della morte e della risurrezione, nel mistero della debolezza e della forza di Dio. Una volta che Paolo riesce a capire questo… Ti basta di essere amato da me! Ti basta questo coinvolgimento nella debolezza e nella forza del mistero pasquale! Siamo insieme! Più debolezze ci sono e meglio è; non perché le debolezze siano simpatiche, ma perché Paolo vede nelle debolezze, malattie, difficoltà, quella partecipazione alla debolezza di Dio della crocifissione. E poi attraverso questo sa che connessa con questa c’è la risurrezione. Paolo ci dice: di fronte a qualunque difficoltà, la risposta che lui ritiene persuasiva nel suo apostolato è questo affidamento totale del suo apostolato a un Cristo, non solo che provvede, ma che ama e la sua provvidenza è frutto di quest’amore che per Paolo è un qualcosa di assoluto. Allora, quando Paolo si sente davvero così amato da Cristo, sa di essere accanto a lui, di essere nello stesso giro di Cristo, di poter completare nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo, come dirà poi nella lettera ai Colossesi. Questo è un punto importante per capire la vocazione di Paolo, per capire la nostra vocazione, per capire ogni vocazione cristiana. Nella nostra vocazione Dio ci dice di farci tutto a tutti. Dobbiamo fare anche i nostri progetti; però il vero realizzatore del nostro apostolato, il vero attualizzatore di noi come dono agli altri nell’apostolato è sempre lui; è un segreto del suo amore verso di noi e verso gli altri. Allora Dio ci dice: lasciatemi fare! Fidatevi pienamente del mio amore! Fate tutto quello che potete, ma guardate a me, fidatevi pienamente del mio amore e io farò. Quando Paolo riesce a capire questo – c’ha messo del tempo! Pregai il Signore tre volte! Vuol dire: pregai il Signore a lungo, con intensità crescente, con tutte le mie forze – alla fine acquista luce.

(Dalla relazione “Dalla vocazione alla giustificazione” di P. Ugo Vanni tenuta al settore Sud della Diocesi di Roma il 20 febbraio 2003. Il testo non è stato rivisto dall’autore)

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2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE”

http://www.gliscritti.it/approf/areopago/spina_carne.htm

Brani di difficile interpretazione nella Bibbia,

2 COR 12, 7 “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE” (TPFS*)

Con questa breve nota vogliamo inaugurare una serie di chiarificazioni che aiutino a comprendere alcuni brani biblici importanti che, ad una prima lettura, possono apparire difficili o addirittura incomprensibili. Essi, invece, grazie alla luce della grande Tradizione della Chiesa ed a quella degli studi recenti degli esegeti, si svelano nella ricchezza del loro sensi. Le brevi note appariranno con il medesimo titolo – “Brani di difficile interpretazione nella Bibbia” – seguito dal numero ordinale della pubblicazione on-line sul sito (I, II, III, ecc.), poi dai versetti e dal tema del brano in questione.
L’Areopago

Paolo parla della spina nella carne. E’ un brano importante per capire l’apostolato di Paolo e come Paolo realizza la sua vocazione apostolica. E’ in polemica con chi non lo considera un vero apostolo. Paolo dice: Mi costringete a dire delle cose che non vorrei dire! Se volete saper tutto ve lo dico! Io ho avuto 14 anni fa un contatto con la trascendenza; sono stato al terzo cielo, quasi faccia a faccia con Dio e lì ho avuto delle esperienze, che non posso poi esprimere con la stessa chiarezza e con la stessa vivezza con cui questa esperienza l’ho vissuta. E’ possibile che delle esperienze profonde avute con Dio non si possano poi esprimere! Certe cose non le posso ripetere, però la mia predicazione si basa su questo faccia a faccia con Dio, su queste rivelazioni che ho avuto come dono diretto da Dio. Perché questo essere al terzo cielo non mi desse alla testa, perché non scambiassi questo dono puro di Dio con qualcosa di mio Dio mi ha mandato un contrappeso. Paolo parla di un angelo di satana che lo schiaffeggi, di una spina, di un fascio di spine conficcate nella carne – che mi fanno sentire tutta la mia debolezza.
Che cos’è questa metafora che Paolo usa “la spina nella carne”? Secondo tutti gli esegeti moderni – e fondatamente – non è una tentazione di sessualità, come ha interpretato S. Agostino e come a volte viene interpretato, specialmente sulla linea della Vulgata, che traduceva questa espressione: “una spinosità che punge la carne” (stimulus carnis meae), che fa pensare subito alla sessualità. Nel testo greco non c’è l’idea di stimolo. Ovviamente delle spine conficcate nella carne si fanno sentire, ma questo è un fatto che viene dopo; non è la spina stessa. Se la spina sta tranquillamente dove sta non è uno stimolo, diventa uno stimolo, quando la spina viene conficcata nella carne, quando si fa sentire… Cos’è questa spinosità nella carne? Da tutto l’insieme risulta che sono le difficoltà che Paolo trova nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti… e difficoltà interne, personali. Quasi certamente collegate con uno stato fisico che impediva l’apostolato che pure Dio gli chiedeva di fare. E quindi probabilmente era o una malattia o una debolezza di tipo fisico. E’ quella situazione di conti che non tornano in questo senso: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali – la sua salute – non gli permettevano di realizzarli. I conti allora non gli tornavano! E allora reagisce secondo il suo carattere, pregando, pregando e pregando. Si rivolge al Signore e gli dice: Toglimi questa spina! Cioè: spianami la strada! Vuoi che faccia l’apostolo? Vuoi che annunci il Vangelo? Dammi la possibilità di annunciare il Vangelo! Non mi mettere questi blocchi sulla strada che tu vuoi che io percorra.
“Pregai e ad un certo punto mi disse” (non è una visione, ma una presa di coscienza che pian piano matura in Paolo); la risposta del Signore non è quella di spianargli la strada. Gli rimangono tutte le sue difficoltà; ma la risposta è questa: Ti basta il mio amore, la mia benevolenza! (più che la mia grazia). Non è: ti basta quella grazia corroborante che io ti do. Questa è un’interpretazione che rischia di quantizzare il rapporto: quella grazia che ti do, ti sarà sufficiente! Per Paolo il problema è più a monte. Gesù ti dice: io ti amo! Basta! Non ti preoccupare di altro! Quando Paolo riesce a capire questo, si è affidato all’assoluto dell’amore: voglio che tu sia apostolo! Ci sono queste difficoltà che ti impediscono di realizzare quei piani che io stesso ti ho fatto venire in mente! Va bene! C’è anche questo qua, come fare? Pensa a me, pensa al mio amore: l’assoluto è nel mio amore! Il mio amore che si manifesta nel mistero della morte e della risurrezione, nel mistero della debolezza e della forza di Dio. Una volta che Paolo riesce a capire questo… Ti basta di essere amato da me! Ti basta questo coinvolgimento nella debolezza e nella forza del mistero pasquale! Siamo insieme! Più debolezze ci sono e meglio è; non perché le debolezze siano simpatiche, ma perché Paolo vede nelle debolezze, malattie, difficoltà, quella partecipazione alla debolezza di Dio della crocifissione. E poi attraverso questo sa che connessa con questa c’è la risurrezione. Paolo ci dice: di fronte a qualunque difficoltà, la risposta che lui ritiene persuasiva nel suo apostolato è questo affidamento totale del suo apostolato a un Cristo, non solo che provvede, ma che ama e la sua provvidenza è frutto di quest’amore che per Paolo è un qualcosa di assoluto. Allora, quando Paolo si sente davvero così amato da Cristo, sa di essere accanto a lui, di essere nello stesso giro di Cristo, di poter completare nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo, come dirà poi nella lettera ai Colossesi. Questo è un punto importante per capire la vocazione di Paolo, per capire la nostra vocazione, per capire ogni vocazione cristiana. Nella nostra vocazione Dio ci dice di farci tutto a tutti. Dobbiamo fare anche i nostri progetti; però il vero realizzatore del nostro apostolato, il vero attualizzatore di noi come dono agli altri nell’apostolato è sempre lui; è un segreto del suo amore verso di noi e verso gli altri. Allora Dio ci dice: lasciatemi fare! Fidatevi pienamente del mio amore! Fate tutto quello che potete, ma guardate a me, fidatevi pienamente del mio amore e io farò. Quando Paolo riesce a capire questo – c’ha messo del tempo! Pregai il Signore tre volte! Vuol dire: pregai il Signore a lungo, con intensità crescente, con tutte le mie forze – alla fine acquista luce.

(Dalla relazione “Dalla vocazione alla giustificazione” di P. Ugo Vanni tenuta al settore Sud della Diocesi di Roma il 20 febbraio 2003. Il testo non è stato rivisto dall’autore)

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Benedetto XVI: – [Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6, 1-2)]

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100217.html

Benedetto XVI: – [Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6, 1-2)]

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 17 febbraio 2010

Mercoledì delle Ceneri

Cari fratelli e sorelle!

iniziamo oggi, Mercoledì delle Ceneri, il cammino quaresimale: un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. In questo itinerario spirituale non siamo soli, perché la Chiesa ci accompagna e ci sostiene sin dall’inizio con la Parola di Dio, che racchiude un programma di vita spirituale e di impegno penitenziale, e con la grazia dei Sacramenti.
Sono le parole dell’apostolo Paolo ad offrirci una precisa consegna: “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio…Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2Cor 6,1-2). In verità, nella visione cristiana della vita ogni momento deve dirsi favorevole e ogni giorno deve dirsi giorno di salvezza, ma la liturgia della Chiesa riferisce queste parole in un modo del tutto particolare al tempo della Quaresima. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell’appello che l’austero rito dell’imposizione delle ceneri ci rivolge e che si esprime, nella liturgia, con due formule: “Convertitevi e credete al vangelo!”, “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.
Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).
Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. Nel recente Messaggio per la Quaresima ho voluto ricordare che “Occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’amore di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare” (L’Oss. Rom. 5 febbraio 2010, p. 8).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.
Cari amici! Mentre ci apprestiamo ad intraprendere l’austero cammino quaresimale, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l’aiuto della Vergine Maria. Sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci in questi quaranta giorni di intensa preghiera e di sincera penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e completamente rinnovati nella mente e nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.

LA SPERANZA PER SAN PAOLO – 2Cor 4,18

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/bibbia/fede-che-cammina.zip/Fede_che_cammina_Speranza_Speranza_paolina.doc.

C) LA SPERANZA PER SAN PAOLO

Seconda lettera ai Corinzi 4, 18
Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

Questo brevissimo testo esprime tutta la speranza e la gioia presente nell’opera di San Paolo, e ci aiuta anche a comprendere la direzione verso cui anche noi possiamo incamminarci.
Ogni credente sta davanti a Dio, e ne contempla la Gloria. É la gloria che mai uomo immaginò, e che ha voluto rendersi manifesta nel nostro tempo, ai nostri giorni, per sua esclusiva scelta. Ha voluto rendersi disponibile, perchè è venuta a cercare l’umanità, è venuta a cercare noi – me. Standogli di fronte, noi non solo riflettiamo quella gloria, non solo ce ne carichiamo e la lasciamo trasparire dalle nostre azioni, ma un po’ alla volta, in maniera progressiva, un giorno dopo l’altro, veniamo anche noi trasformati ad immagine di quello che contempliamo. In pratica, più si ha la forza di stare davanti alla gloria di Dio più si assomiglia a quella gloria, più le nostre azioni saranno sempre più simili alle azioni di Cristo Signore. L’identificazione con la Gloria di Dio, cioè la sua Parola divenuta carne, il Suo Figlio divenuto visibile, è possibile a chi sa stare davanti a Lui…non si tratta di passare 24 ore al giorno in chiesa, perchè è necessario lavorare e vivere; ma se la nostra vita, le nostre azioni, le compiamo sempre nel nome del Signore, se ciò che facciamo lo facciamo sempre come se fossimo davanti a Lui, la trasformazione è continua. Ciò significa che Santi non si nasce ma lo si diventa, e lo diventa chiunque, basta desiderarlo al punto da mettere la Sua Gloria al di sopra di tutta la propria gioia.

Dalla lettera ai Romani 5, 1 – 11
Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione producc pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

É questo un testo molto importante, denso di significati teologici, che però vale la pena cercare di leggere assieme per aiutarci a comprendere alcuni concetti basilari della nostra fede e della dottrina cristiana sulla giustificazione. Noi eravamo peccatori: incapaci di fare il bene, traviati e smarriti. Quando noi eravamo perduti, quando tutta l’umanità era perduta, quando di Dio l’umanità sapeva solo quello che si era inventato (la Legge ebraica è – tutt’ora – sempre più riflessione umana e sempre meno lettura reale del testo biblico così com’è), Cristo è morto per tutti i peccatori. Qui avvertiamo il peso delle parole abituali, che devono essere ripulite per tornare ad essere eloquenti: proviamo ad immaginarci un uomo che, sostituendolo, muore al posto di un condannato a morte, il quale viene quindi liberato da qualsiasi accusa e condanna. L’attuale situazione del condannato non si può nemmeno lontanamente confrontare con quella precedente: ora è libero, ora è salvo, ora può tornare a vivere. Di conseguenza, qualsiasi situazione si venga a creare, per quanto pesante, non è mai come quella da cui si è usciti non certo per merito, ma solo per regalo, in latino “gratis”. Siamo salvati “gratis”: siamo liberati dall’ira (cioè dall’accusa per tutti i nostri peccati) dalla misericordia di Dio che ha fatto morire suo Figlio al posto nostro. Dio questo ha fatto per noi: e se quindi ha fatto questo per noi quando eravamo peccatori e lo ignoravamo, ora che non siamo più peccatori come prima e lo conosciamo verremo trattati anche meglio. Prima infatti eravamo peggiori di adesso, e per noi ha fatto morire Suo Figlio; che farà allora adesso per noi? Sicuramente non vuole farci morire, sicuramente vuole che impariamo a ricordare quanto ha fatto per noi e quindi imparare a non aver mai paura, perchè Lui sta dalla nostra parte.
Guai a noi se non crediamo alla verità della salvezza, guai a noi se non crediamo fino in fondo che sulla Croce c’è salito qualcuno al posto nostro.

Prima lettera ai Tessalonicesi 5, 1 – 11
Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore.
E quando si dirà: « Pace e sicurezza », allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà.
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.
Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte.
Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza.
Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.
Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come già fate.

San Paolo invita i cristiani di Salonicco a cercare una stabilità diversa da quella proposta dal mondo, fondata non su calcoli umani ma solo sulla Provvidenza divina. Mai l’uomo ha mai saputo prevedere esattamente il futuro (basta leggere i vari articoli prima di un Conclave – di solito l’unico che non viene previsto da nessuno di quei sapientoni è quello che poi viene eletto).
E allora: impariamoa guardare la nostra vita restando sempre svegli, senza farsi addormentare da nessun sonnifero. Dio ci ha destinato alla salvezza, e epr questo ha fatto morire per noi Suo Figlio:essere cristiani allora è la nostrarisposta all’amore grande di Dio, il buon cristiano quindi non ha paura di Dio ma si lascia accompagnare ed educare e sostenere ed istruire dalla sua mano potente, fidandosi pienamente della sua misericordia. Dio vuole che impariamo a saper leggere la nostra vita in questa prospettiva liberante e carica di gioia, gioia che il peccato cerca di trasformare in paura.
Adamo dopo il peccato si nasconde a Dio, noi quando siamo peccatori pensiamo che Dio sia arrabbiato con noi, e voglia farcela pagare. Impariamo invece ad affrontare la vita con elmo e corazza , impariamo a raccontare a tutti la speranza che abbiamo nel cuore.

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-significa-che-dobbiamo-vantarci-delle-nostre-debolezze

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

Un lettore ci chiede cosa voglia dire San Paolo con l’espressione «vantarsi delle sue debolezze». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
02/05/2013

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!
Gino Galastri

Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.
Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).
Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).
Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).
La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).
Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi 11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).
E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).
Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27).

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