Archive pour la catégorie 'Lettera ai Corinti – seconda'

CRISTO È RISORTO PER LIBERARCI DALLA MORTE (1Cor; 2Cor; Col; Gal)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#«

CRISTO È RISORTO PER LIBERARCI DALLA MORTE

      Sant’Ambrogio *

Ambrogio nacque a Treviri verso il 330 e morì nel 397. Dopo aver studiato a Roma, fu promosso governatore della Liguria, con residenza a Milano. Era ancora catecumeno, quando il popolo all’unanimità – lo elesse vescovo di questa città. Da questo momento si fece tutto a tutti, secondo la testimonianza di Sant’Agostino. La sua predicazione, ispirata ai Padri greci e in particolare ad Origene, è caratterizzata da un orientamento pratico e pastorale. In ogni circostanza, si sforza di mettere la Parola di Dio alla portata dei suoi fedeli.
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Perché Cristo sarebbe morto, se non avesse avuto un motivo per risorgere? Dio infatti non poteva morire, la sapienza non poteva morire. E poiché ciò che non era morto non poteva risuscitare, egli ha assunto una carne, capace secondo la sua natura – di subire la morte. E allora veramente quello che era morto poté risorgere. La risurrezione dunque non poteva avvenire se non attraverso un uomo, perché se per un uomo venne la morte, per un uomo c’è anche la risurrezione dei morti (I Cor. 15,21).
L’uomo è risuscitato perché è l’uomo che è morto. E’ risuscitato, ma chi lo fa risorgere è Dio. Prima era uomo secondo la carne, ora è Dio in tutto: adesso infatti non conosciamo più Cristo secondo la carne (cfr. 2 Cor. 5,16), ma siamo in possesso della grazia della sua incarnazione, e lo riconosciamo come primizia di quelli che si sono addormentati (I Cor. 15,20) e come primogenito dei morti (Col. 1,18). Le primizie sono esattamente della stessa specie e della stessa natura dei frutti che verranno: sono i primi doni presentati a Dio in vista di un raccolto più abbondante, sono un’offerta sacra che contiene in sé tutto il resto, sono una sorta di sacrificio della natura rinnovata. Cristo è dunque la primizia di quelli che si sono addormentati. Ma lo è soltanto di quelli che si sono addormentati in lui, di quelli cioè che, quasi esenti dalla morte, sono immersi in un sonno tranquillo, o anche di tutti i morti? La Scrittura ci risponde: Come tutti muoiono in Adamo, così tutti vivranno di nuovo in Cristo (I Cor. 15,22). Mentre in Adamo sono le primizie della morte, le primizie della risurrezione sono in Cristo…
Se noi non risorgiamo, Cristo è morto invano (Gal. 2, 21), e Cristo non è risuscitato (I Cor. 15,13). E se non è risuscitato per noi, non è risorto affatto, dal momento che non aveva nessun motivo di risorgere per se stesso. In lui è risuscitato il mondo, in lui è risuscitato il cielo, in lui la terra è risuscitata: ci sarà infatti un cielo nuovo e una nuova terra (Ap. 21,1). Ma per lui, per lui che non poteva essere trattenuto dai legami della morte, che bisogno c’era della risurrezione? E infatti, benché morto in quanto uomo, egli si è dimostrato libero perfino nell’inferno. Volete comprendere quanto fosse libero? Sono diventato come un uomo senza più soccorso, libero tra i morti (Sal. 87,5-6 Vulg.). Tanto libero da poter risuscitare se stesso, come dice la Scrittura: Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo ricostruirò (Gv. 2,19). Tanto libero, che è disceso tra i morti per redimere gli altri.
E’ divenuto uomo, non però in apparenza, ma secondo una forma reale: Egli è uomo, e chi lo conoscerà? (Ger. 17, 9; LXX). Infatti è divenuto simile agli uomini ed essendosi comportato come un uomo, si è umiliato ancora di più, facendosi obbediente fino alla morte (Fil. 2,7-8), perché, grazie alla sua obbedienza, noi potessimo contemplare la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, come dice san Giovanni (Gv. 1, 14). La Scrittura ci presenta dunque questa costante testimonianza: in Cristo coesistono veramente la gloria dell’unigenito ed una natura di uomo perfetto.

* De excessu Fratris, II, 90-91, 102-103: CSEL 73, pp. 298-299, 305-306.

DOMENICA 15 MARZO 2009 – III DI QUARESIMA

DOMENICA 15 MARZO 2009 - III DI QUARESIMA dans BIBLE SERVICE (sito francese) 17%20REMBRANDT%201654%20JESUS%20CHASSANT%20LES%20VENDEURS

REMBRANDT 1654 JESUS CHASSANT LES VENDEURS

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-21,12_Money_Changers_Marchands_du_temple/index3.html

DOMENICA 15 MARZO 2009 – III DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO

LINK AL SITO MARANATHA PER TUTTE LE LETTURE DELLA MESSA:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB3Page.htm

Seconda Lettura  1Cor 1,22-25
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

DAL SITO BIBLE SERVICE:

http://www.bible-service.net/site/376.html

1 Corinthiens 1,22-25 

Les chemins de Dieu surprennent nos attentes. À ceux qui le cherchent dans la raison et la beauté, il se révèle sous les traits défigurés du Crucifié. À ceux qui attendent des miracles, il montre un homme condamné. Pour les uns et les autres, le Christ est un scandale. Tel est bien pourtant le visage du Dieu sauveur : sa seule puissance, c’est la folie de la croix.
 
1Corinzi 1, 22-25

I cammini di Dio  sorprendono le nostre aspettative. A quelli che lo cercano nella ragione e nella bellezza, egli si rivela sotto i tratti sfigurati del Crocifisso. A quelli che attendono i miracoli, egli si mostra come un uomo condannato. Per gli uni e per gli altri il Cristo è uno scandalo. Tale è tuttavia il viso del Dio Salvatore: il suo solo potere (potenza) è la follia della croce.

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/1997/documents/hf_jp-ii_ang_19970302_it.html

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica, 2 marzo 1997 (anno B, vangelo di Gv 2, 13-15) 

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Nel Vangelo di questa terza domenica di Quaresima, san Giovanni racconta che Gesù, trovando nel tempio di Gerusalemme venditori e cambiavalute, fece una sferza di cordicelle e prese a scacciarli con parole di fuoco: « Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato! » (Gv 2, 16).
L’atteggiamento « severo » del Signore sembrerebbe in contrasto con l’abituale mitezza, con cui Egli avvicina i peccatori, guarisce i malati, accoglie i piccoli e i deboli. A ben vedere, però, mitezza e severità sono espressioni dello stesso amore che sa essere, a seconda del bisogno, tenero ed esigente. L’amore autentico si accompagna sempre alla verità.
Lo zelo e l’amore di Gesù per la casa del Padre non si ferma certo a un tempio di pietra. E’ il mondo intero che appartiene a Dio, e non va profanato. Con il gesto profetico che ci riferisce l’odierno testo evangelico, Cristo ci mette in guardia dalla tentazione di « mercanteggiare » persino la religione, piegandola ad interessi mondani o comunque ad essa estranei.
La voce di Cristo si leva forte anche contro i « mercanti del tempio » della nostra epoca, contro quanti cioè fanno del mercato la loro « religione », fino a calpestare, in nome del « dio-potere, del dio-denaro », la dignità della persona umana con abusi di ogni genere. Pensiamo, ad esempio, al mancato rispetto della vita, fatta oggetto talora di pericolose sperimentazioni; pensiamo all’inquinamento ecologico, alla mercificazione del sesso, allo spaccio della droga, allo sfruttamento dei poveri e dei bambini.
2. La pagina evangelica ha anche un significato più specifico, che rimanda al mistero di Cristo ed annuncia la gioia della Pasqua. Rispondendo a coloro che Gli chiedevano di accreditare con un « segno » la sua profezia, Gesù lancia una sorta di sfida: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (Gv 2, 19). Lo stesso evangelista annota che parlava del suo corpo, alludendo alla futura Risurrezione. L’umanità di Cristo si presenta così come il vero « tempio », la casa vivente di Dio. Essa sarà « distrutta » sul Golgota, ma subito « riedificata » nella gloria, per essere spirituale dimora di quanti accolgono il messaggio evangelico e si lasciano plasmare dallo Spirito di Dio.
3. Ci aiuti la Vergine ad accogliere le parole del suo divin Figlio. La missione di Maria è appunto quella di portarci a Lui, ripetendoci l’invito che fece ai servi a Cana: « Fate quello che egli vi dirà » (Gv 2, 5). Ascoltiamo la sua voce materna! Maria sa bene che le esigenze del Vangelo, anche quando sono pesanti e severe, costituiscono il segreto della vera libertà e della nostra autentica gioia.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   2 Cor 6, 1-4a
Fratelli, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso (Is 49, 8). Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!
Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio.

VESPRI

Lettura Breve   1 Cor 9, 24-25
Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile.

LE SOFFERENZE DI UN APOSTOLO (2COR 1,12-2,17)

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2002/articolo5_17.asp

LE SOFFERENZE DI UN APOSTOLO (2COR 1,12-2,17)
 
Rota Scalabrini P.

Dopo l’introduzione con il saluto e la benedizione, la lettura della seconda lettera ai Corinzi ci fa addentrare in alcuni passaggi di non agevole comprensione ed esegeticamente assai controversi, nei quali Paolo affronta i problemi sorti tra lui e la comunità di Corinto e acuitisi a causa della promessa non mantenuta di una sua visita alla comunità stessa, impegno a cui egli non aveva potuto (o meglio voluto) dare seguito. Leggendo questi passi della lettera, si è costretti inevitabilmente a muoversi tra congetture e ipotesi non sempre suffragate da dati certi. È necessario allora cercare di riordinare i fatti e le interpretazioni che sembrano all’origine delle gravi incomprensioni nate tra l’apostolo e la comunità di Corinto, per chiarire il senso delle spiegazioni date da Paolo ai propri interlocutori per via epistolare.

1. Incomprensioni (1,12-14)

In 1Cor 16,5-7 Paolo aveva espresso l’intenzione di fare una visita ai corinzi con una lunga permanenza nella loro comunità: «Verrò da voi dopo aver attraversato la Macedonia, poiché la Macedonia intendo solo attraversarla; ma forse mi fermerò da voi o anche passerò l’inverno, perché siate voi a predisporre il necessario per dove andrò. Non voglio vedervi solo di passaggio, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore lo permetterà».
Il progetto venne attuato però soltanto in parte poiché, al principio dell’estate, Paolo riuscì a visitare i corinzi solo per un tempo limitato (cf. 2Cor 2,1); a tale visita intermedia sembra fare riferimento anche 2Cor 12,14; 13,1-2. Ebbene, in quell’occasione egli avrebbe promesso di ritornare da loro per un periodo più prolungato (2Cor 1,16). Ma, durante il breve soggiorno a Corinto, erano sopravvenute, nei rapporti con la comunità, difficoltà che verosimilmente avevano indotto Paolo a non ritornare nuovamente nella città, sostituendo la visita programmata con l’invio di una «lettera nelle lacrime»(2Cor 2,4). Questo non deve essere bastato ai corinzi, anzi deve aver alimentato i malumori contro l’apostolo, che con il cosiddetto «fronte corinzio» aveva ampiamente polemizzato e discusso.
Proprio il fatto di non aver mantenuto quel progetto diventò il pretesto per critiche malevoli da parte di membri della comunità, che adducevano tale comportamento quale prova del carattere volubile, ondivago dell’apostolo. E non si limitavano a muovergli critiche nell’ambito riguardante la sfera psicologica e quindi, in definitiva, coinvolgente soltanto il piano delle simpatie e delle idiosincrasie, ma portavano l’attacco a Paolo ben oltre, fino a mettere in discussione la stessa credibilità del suo operato apostolico. I suoi detrattori, partendo dall’episodio della mancata visita, avevano inferito sulla scarsa affidabilità di Paolo quale annunciatore del Vangelo, ed erano giunti addirittura a prospettare un’inattendibilità del suo ministero, compromesso da una debolezza di carattere che lo voleva compiacente verso le attese immediate dei suoi ascoltatori. In questo senso Paolo si sarebbe palesato come un «sì e no», cioè quale persona indecisa, insicura, instabile.
È inoltre verosimile che a tale critica si associasse anche un confronto con i superapostoli, a tutto scapito dell’apostolo Paolo. Si intuisce come nella problematica dell’affidabilità dell’apostolosia in gioco anche la problematica del vero apostolo con il vero vangelo: sull’orizzonte si profila il rischio non solo di mostrare ingratitudine e disistima verso il fondatore della comunità, ma in definitiva quello di passare a un altro Gesù o a un altro Spirito (cf. 2Cor 11,4), espressione sul cui significato possiamo sottoscrivere la conclusione di J.-N. Aletti: «Con “un Gesù diverso” bisogna senza dubbio intendere un Gesù di cui si tacerebbe la morte scandalosa».[1]
Del resto, tale accusa di debolezza di carattere rivolta a Paolo da parte di alcuni membri della comunità di Corinto, coesisteva con una così grande considerazione e venerazione verso ministri dotati di pretesi doni carismatici e di tratti marcati di leaderismo, che essi giungevano al punto permettere loro di tutto, perfino il ricorso a comportamenti «violenti»: «Voi sopportate chi vi riduce in servitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia» (2Cor 11,20).
Ecco, dunque, quanto ora preoccupa maggiormente l’apostolo: non tanto la mancanza di stima umana verso di lui quanto il fatto che, mossi da questa sfiducia nei suoi riguardi, i detrattori giungano a screditare persino l’evangelo da lui annunziato. Di fronte a tutto ciò, Paolo ritiene di dover argomentare su vari piani, da quello più umano, nel quale chiarisce il motivo della sua mancata visita a Corinto, fino al piano più teologico, in riferimento alla natura del proprio ministero e del proprio annunzio.

2. Chiarimenti personali (2Cor 1,15-17.23-24; 2,1-2)

Nella sua risposta Paolo afferma anzitutto che intende scrivere in modo chiaro e comprensibile e chiede, a sua volta, attenzione e comprensione nella lettura della missiva: «Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine» (2Cor 1,13). In altre parole, i corinzi dovranno cercare di capire in profondità le motivazioni di Paolo senza sovrapporre interpretazioni personali, che risulterebbero essere dei pregiudizi, fonte cioè di ulteriori incomprensioni.
L’apostolo fa allora appello innanzitutto alla testimonianza della propria coscienza, la quale non ha nulla da rimproverargli (2Cor 1,12): «Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio». Si potrebbe obiettare che tale appello alla propria coscienza si presta a diventare un frettoloso e comodo alibi dietro cui giustificarsi: riservare questo compito di giudizio alla propria coscienza potrebbe essere in definitiva un atto d’orgoglio, di sovrastima di se stesso. Ebbene, Paolo fa capire subito come il tribunale ultimo ed esclusivo a cui egli si riferisce non sia l’attestazione della sua coscienza, ma piuttosto il giudizio di Dio. È quanto s’intuisce già al v. 12, allorché egli afferma di essersi comportato verso i corinzi con la «generosità e la sincerità di Dio» e risulta parallelo a quanto scriveva già in 1Cor 4,4 quando anteponeva al tribunale della propria coscienza, che potrebbe anche essere distorta, il giudizio del Signore: «Perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!».
La sua coscienza è serena e limpida, perciò non si rivela fonte di rimorsi, ma piuttosto di un legittimo vanto nel Signore, il cui senso è proprio il frutto del suo faticoso lavoro apostolico e coincide con l’esistenza della comunità di Corinto; corrispettivamente, per i corinzi sarà motivo di giusto vanto proprio l’avere avuto Paolo come annunciatore del vangelo e come fondatore della comunità. Tale vanto diverrà manifesto nella sua piena verità nel giorno escatologico, nel «giorno del Signore Gesù Cristo».
Tuttavia, anche se la sua coscienza con tutta rettitudine non gli rimprovera nulla, egli deve spiegare la ragione per cui ha rinunciato alla programmata visita alla comunità dell’Istmo. All’inizio egli, infatti, pensava di poter ripetere la visita alla comunità, al ritorno dalla Macedonia, perché era convinto della reciprocità di affetti esistente tra lui e i corinzi. Purtroppo, al ritorno Paolo non è passato per Corinto non per leggerezza o volubilità di carattere (il che equivarrebbe a un «ragionamento carnale»), ma piuttosto per un’attenzione caritatevole verso i corinzi stessi.

3. Una visita tramite lettera (2Cor 2,2-4)

La ragione del cambiamento di piani è seria e viene esplicitata al v. 23: «Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto».
Paolo afferma qui che non intende ritornare a Corinto poiché vuole evitare di ripetere la precedente esperienza, dolorosa per sé e per i corinzi. Ma di quale esperienza si tratta? Per capire questa vicenda, che coincide con la cosiddetta «visita intermedia», bisogna subito riconoscere che un’accurata ricostruzione storica dei fatti risulta particolarmente difficoltosa, anche perché tale visita intermedia non viene affatto menzionata negli Atti e le nostre conoscenze si devono perciò limitare ai pochi accenni di 2Cor 1,23; 2,5-11; 7,8-12. Da questi passi e dai vari accenni alla cosiddetta«lettera nelle lacrime» dobbiamo dedurre che la «visita intermedia» di Paolo deve essere stata piuttosto burrascosa.
A causa di quanto avvenne in quell’occasione, subito dopo tale visita Paolo ha probabilmente spedito la «lettera di lacrime»e anche ora preferisce continuare a intrattenere con i corinzi un rapporto limitato alla via epistolare. Non è qui il caso di entrare nella questione se la lettera scritta tra molte lacrime sia conservata in 2Cor 10-13. Osservando con cura i pochi indizi presenti in 2Cor, si può concordare con quegli esegeti che hanno dedotto che Paolo è stato probabilmente insultato da uno o più individui durante una riunione della comunità. Non c’è dato però di sapere la natura delle contestazioni rivolte a Paolo, e le proposte degli esegeti restano comunque congetture, sia che si pensi alla contestazione della sua autorità personale, o addirittura alle accuse di una ricerca di profitto economico nel ministero. Tuttavia, ciò che presumibilmente ha fatto maggiormente soffrire Paolo non sembra sia stata l’aggressività di alcuni nei suoi confronti, quanto la mancanza di un’immediata presa di posizione in suo favore da parte della maggioranza dell’assemblea dei corinzi.
Ecco perché l’apostolo deve essersi rapidamente allontanato da Corinto, scrivendo però subito alla comunità una lettera, nella quale esprimeva la sua delusione, aggravata dal fatto che egli nutriva un affetto quasi genitoriale verso i corinzi, che per lui erano come dei figli (1Cor 4,14-15). La «lettera di lacrime» forse è tale proprio perché viene scritta dall’apostolo con grande dolore e perché, a sua volta, essa è causa di dolore per i corinzi. Eppure anche in questa missiva Paolo non aveva affatto voluto dare sfogo alla propria collera, ma aveva tentato di esprimere il profondo affetto che lo legava alla comunità; lo scopo doveva essere dunque quello di sgombrare il campo da equivoci e di confermare i corinzi nella consapevolezza dell’amore grandissimo che Paolo aveva per loro.
La situazione dei rapporti tra Paolo e la comunità corinzia era pertanto gravemente compromessa e l’apostolo ha certamente pensato che l’attuazione della programmata visita alla medesima Chiesa avrebbe comportato anche la replica della dolorosa esperienza subita. Non era tanto la prospettiva del proprio dolore personale che lo preoccupava, quanto il pensiero di quello che avrebbe arrecato ai corinzi.
È dunque il desiderio di risparmiare una sofferenza ai fratelli di Corinto il motivo profondo del cambiamento di programma da parte di Paolo. A ciò si aggiungono altre ragioni di carattere teologico e cioè il fatto che l’apostolo, colui che li ha portati alla fede, non è comunque il padrone dispotico della loro fede, ma soltanto un aiuto per la loro gioia: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi» (v. 25).
Ebbene proprio questo compito di confermare i suoi fratelli nella gioia della vita in Cristo induce Paolo a ritenere che una visita a Corinto, con i prevedibili rimproveri e reprimende verso la comunità, contribuirebbe paradossalmente non a suscitare la gioia, ma a rendere difficile lo scambio necessario ad alimentare quella gioia evangelica, di cui hanno tanto bisogno sia l’apostolo che i corinzi, a motivo delle pesanti prove in cui essi si trovano (2Cor 2,1-2).

4. Il fondamento della fiducia di Paolo (1Cor 1,18-22)

Come dunque appare da questa sezione della 2Cor, i problemi tra Paolo e i corinzi non si sono appianati né con la prima lettera alla comunità, né con la seconda visita, né con la «lettera delle lacrime», anzi si sono acuiti ulteriormente fino al profilarsi di un’opposizione decisa al suo stesso apostolato. Egli non è dunque preoccupato soltanto di difendere se stesso, ma molto più di evitare che le accuse mossegli si traducano in fattori compromettenti lo stesso cammino di fede dei corinzi.
Nonostante questa grave minaccia, Paolo nutre fiducia nella possibilità di perseveranza e di crescita della comunità, fiducia che non è basata tanto sulla sua capacità di chiarire loro le proprie intenzioni e le proprie scelte, quanto su un ben più solido fondamento. Ecco perché l’apostolo chiama a testimone della propria sincerità e attendibilità non soltanto la coscienza, ma il Dio fedele, la cui credibilità si è manifestata proprio in Gesù crocifisso, di cui Paolo è l’annunciatore. Gesù è l’Amen di Dio, in lui c’è stato il «sì»di Dio all’umanità. Ed è un «sì» il cui effetto dura integro tuttora, come indica il perfetto greco geghonen («c’è stato»). In lui si compiono tutte le promesse di Dio nella storia e anche l’assenso di fede della comunità che vive in lui, appunto il suo «Amen».
È la fedeltà di Cristo che nella fede viene partecipata all’apostolo e alla comunità, e che permette a Paolo di guardare con fiducia il futuro del cammino di fede dei corinzi, nonostante il momento travagliato nei loro rapporti. La fedeltà di Cristo li ha «cristificati» (così sarebbe da rendere il gioco verbale del greco), cioè ha conferito loro l’unzione. I credenti in quanto «unti» dalla fede sono perciò degli altri Cristi (cf. 2Cor 4,10). Al tema dell’unzione si accompagna quello del sigillo e della caparra (cf. Ef 1,14 e Rm 8,23), cioè la promessa, già in parte realizzata, del futuro compimento.
Bisogna notare la connessione di queste affermazioni con una chiara asserzione trinitaria. È il Padre che «unge» i credenti e li rende altri Cristi, li inserisce donando loro lo Spirito e li introduce nella dimensione escatologica. Ormai gli angusti limiti della controversia che vede contrapposti Paolo e la comunità di Corinto sono trascesi, poiché lo sguardo va all’azione della grazia che opera nella comunità dei credenti, confermandola nella fede battesimale e nella sua adesione a Cristo e sostenendo l’apostolo nel suo impegno missionario. Al di là delle difficoltà contingenti e delle incomprensioni, la costante decisiva è sempre la fedeltà divina rivelatasi nel mistero pasquale di Cristo!

5. L’eccedenza del perdono

Quando è ormai assodata l’intenzione benevola dell’apostolo che, non attuando il piano previsto, ha voluto semplicemente risparmiare alla comunità un altro momento di conflitto e di dolore, Paolo può permettersi una fugace retrospettiva sulla sua precedente visita burrascosa e, ancor più, una considerazione sulle modalità pastorali necessarie per superarne le conseguenze, essendo ormai divenuto chiaro che quanto era accaduto nella comunità aveva costituito un motivo di dolore non soltanto per l’apostolo, ma anche per moltissimi fratelli di Corinto.
Paolo si mostra preoccupato dalle conseguenze dei provvedimenti presi da coloro (o colui) che l’avevano offeso. Gli preme infatti che le decisioni dalla maggioranza della comunità non si risolvano in grave danno per i colpevoli. Qui Paolo mostra ancora una volta il suo profondo animo di pastore, al quale interessa di trovare nella comunità vie di riconciliazione, apportatrici di beneficio allo stesso colpevole. Già il non menzionare i colpevoli per nome appare un segno di delicatezza verso costoro; ma ciò che più importa è rivolgere un appello accorato ai corinzi perché perdonino quei fratelli e non cessino di mostrare amore verso di loro. Se la punizione diventasse eccessiva, perderebbe il carattere medicinale e potrebbe indurre i colpevoli ad allontanarsi dalla comunità e quindi, in definitiva, a estraniarsi dall’esperienza della vita in Cristo.
Paolo propone allora un paradossale antidoto: l’eccesso del perdono, che diventa capacità di farsi prossimi, portatori di conforto per i colpevoli. Ecco dunque in quale modo l’apostolo vuole che la comunità manifesti obbedienza piena (2Cor 2,8) alla sua autorità apostolica: non con un rispetto formale, ma piuttosto con la prontezza nel perdono e con la disponibilità a imitare lo stesso esempio di Paolo che per primo ha perdonato, davanti a Cristo, coloro che lo hanno offeso. Di questa disponibilità di Paolo al perdono è indizio significativo anche il fatto che egli non afferma categoricamente di essere stato offeso, ma si limita a parlarne quasi ipoteticamente («Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto…», v. 5). In definitiva, il criterio che dovrà regnare nei rapporti comunitari è la carità. In effetti ciò che maggiormente interessa l’apostolo è l’atteggiamento della comunità, lo stile della carità che deve guidare le relazioni. Ne è prova il fatto che è qui assente ogni cenno alla verifica dell’effettivo pentimento dei colpevoli.
Il venir meno nella carità esporrebbe invece la comunità agli assalti di satana, facendola soccombere sotto le sue macchinazioni diaboliche. La mancanza di perdono genera infatti divisione, alimenta sospetti, rende problematico il cammino di fede e così la comunità diventa vulnerabile agli assalti ostili delle forze del nemico di Dio (v. 11).

6. Un ministero sofferto, ma autentico (2,14-17)

Il secondo capitolo di 2Cor si conclude con alcuni versetti (vv. 14-17) il cui legame con quanto precede non è agevolmente percepibile, se si ignora il fatto che Paolo non procede sempre per nessi logici, ma spesso anche per associazioni di pensieri. La menzione della Macedonia richiama forse alla mente dell’apostolo il suo ministero che era all’origine delle comunità macedoni (Filippi e Tessalonica). Ministero fecondo, perché inserito nell’azione escatologica di Dio in Cristo, la quale fa dell’avvenimento della diffusione del vangelo un evento di significato universale. In esso si manifesta il trionfo di Dio in Cristo, in cui Paolo stesso è ben lieto di essere trascinato come suo prigioniero (più che un esservi associato come trionfatore, come rende invece la trazione CEI). L’altra immagine con cui descrive il senso del proprio ministero è tratta dal linguaggio sacrificale. L’odore del sacrificio consumato sull’altare attestava ai sacrificanti l’avvenuta offerta; così l’apostolato di Paolo fa conoscere il sacrificio della croce di Cristo e pone le persone nella situazione di poterne accettare o rifiutare il significato salvifico, decidendo così di camminare sulla via della salvezza o della perdizione.
L’apostolato è, dunque, un altissimo e terribile compito che trascende – e Paolo ne è pienamente cosciente! – le capacità umane e che richiede all’apostolo di non essere un kápelos, cioè come un oste di infimo livello che offre vino adulterato. Al contrario, egli è davvero autentico apostolo, che non opera alcuna contraffazione della parola di Dio perché mosso da sincerità, da parte di Dio e che sempre agisce alla presenza divina, in comunione costante con Cristo (v. 17). Qui si radica la fecondità del suo ministero, il suo spandere dappertutto il buon profumo della conoscenza di Cristo
.

Papa Benedetto, messa del crisma 2007 (Galati, Efesini, 2Corinzi)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070405_messa-crismale_it.html

SANTA MESSA DEL CRISMA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Giovedì Santo, 5 aprile 2007
 

Cari fratelli e sorelle,

lo scrittore russo Leone Tolstoi narra in un piccolo racconto di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo. I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti e dei sapienti. Il re apprese da lui che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio. Allora, però, egli volle almeno sapere che cosa Dio faceva. « Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti ». Con esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità per l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora arrivare la risposta: « Questo è ciò che Dio fa ». Di fatto, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero – ha lasciato il suo splendore divino: « …spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce » (cfr Fil 2,6ss). Dio ha – come dicono i Padri – compiuto il sacrum commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Dio.

San Paolo, per quanto accade nel Battesimo, usa esplicitamente l’immagine del vestito: « Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (Gal 3,27). Ecco ciò che si compie nel Battesimo: noi ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una cosa esterna. Significa che entriamo in una comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » – così Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,2) descrive l’avvenimento del suo battesimo. Cristo ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie fino alla morte. E ha dato a noi i suoi « vestiti ». Ciò che nella Lettera ai Galati espone come semplice « fatto » del battesimo – il dono del nuovo essere – Paolo ce lo presenta nella Lettera agli Efesini come un compito permanente: « Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima! … [Dovete] rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira, non peccate… » (Ef 4,22-26).

Questa teologia del Battesimo ritorna in modo nuovo e con una nuova insistenza nell’Ordinazione sacerdotale. Come nel Battesimo viene donato uno « scambio dei vestiti », uno scambio del destino, una nuova comunione esistenziale con Cristo, così anche nel sacerdozio si ha uno scambio: nell’amministrazione dei Sacramenti, il sacerdote agisce e parla ora « in persona Christi ». Nei sacri misteri egli non rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma parla per l’Altro – per Cristo. Così nei Sacramenti si rende visibile in modo drammatico ciò che l’essere sacerdote significa in generale; ciò che abbiamo espresso con il nostro « Adsum – sono pronto » durante la consacrazione sacerdotale: io sono qui perché tu possa disporre di me. Ci mettiamo a disposizione di Colui « che è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi… » (2Cor 5,15). Metterci a disposizione di Cristo significa che ci lasciamo attirare dentro il suo « per tutti »: essendo con Lui possiamo esserci davvero « per tutti ».

In persona Christi – nel momento dell’Ordinazione sacerdotale, la Chiesa ci ha reso visibile ed afferrabile questa realtà dei « vestiti nuovi » anche esternamente mediante l’essere stati rivestiti con i paramenti liturgici. In questo gesto esterno essa vuole renderci evidente l’evento interiore e il compito che da esso ci viene: rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si è donato a noi. Questo evento, il « rivestirsi di Cristo », viene rappresentato sempre di nuovo in ogni Santa Messa mediante il rivestirci dei paramenti liturgici. Indossarli deve essere per noi più di un fatto esterno: è l’entrare sempre di nuovo nel « sì » del nostro incarico – in quel « non più io » del battesimo che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al contempo ci chiede. Il fatto che stiamo all’altare, vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere chiaramente visibile ai presenti e a noi stessi che stiamo lì « in persona di un Altro ». Gli indumenti sacerdotali, così come nel corso del tempo si sono sviluppati, sono una profonda espressione simbolica di ciò che il sacerdozio significa. Vorrei pertanto, cari confratelli, spiegare in questo Giovedì Santo l’essenza del ministero sacerdotale interpretando i paramenti liturgici che, appunto, da parte loro vogliono illustrare che cosa significhi « rivestirsi di Cristo », parlare ed agire in persona Christi.

L’indossare le vesti sacerdotali era una volta accompagnato da preghiere che ci aiutano a capire meglio i singoli elementi del ministero sacerdotale. Cominciamo con l’amitto. In passato – e negli ordini monastici ancora oggi – esso veniva posto prima sulla testa, come una specie di cappuccio, diventando così un simbolo della disciplina dei sensi e del pensiero necessaria per una giusta celebrazione della Santa Messa. I pensieri non devono vagare qua e là dietro le preoccupazioni e le attese del mio quotidiano; i sensi non devono essere attirati da ciò che lì, all’interno della chiesa, casualmente vorrebbe sequestrare gli occhi e gli orecchi. Il mio cuore deve docilmente aprirsi alla parola di Dio ed essere raccolto nella preghiera della Chiesa, affinché il mio pensiero riceva il suo orientamento dalle parole dell’annuncio e della preghiera. E lo sguardo del mio cuore deve essere rivolto verso il Signore che è in mezzo a noi: ecco cosa significa ars celebrandi – il giusto modo del celebrare. Se io sono col Signore, allora con il mio ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente dentro la comunione con Lui.

I testi della preghiera che interpretano il camice e la stola vanno ambedue nella stessa direzione. Evocano il vestito festivo che il padre donò al figlio prodigo tornato a casa cencioso e sporco. Quando ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella nostra vita. Egli solo può donarci il vestito festivo, renderci degni di presiedere alla sua mensa, di stare al suo servizio. Così le preghiere ricordano anche la parola dell’Apocalisse secondo cui i vestiti dei 144.000 eletti non per merito loro erano degni di Dio. L’Apocalisse commenta che essi avevano lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello e che in questo modo esse erano diventate candide come la luce (cfr Ap 7,14). Già da piccolo mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel sangue, non diventa certo bianca! La risposta è: il « sangue dell’Agnello » è l’amore del Cristo crocifisso. È questo amore che rende candide le nostre vesti sporche; che rende verace ed illuminato il nostro spirito oscurato; che, nonostante tutte le nostre tenebre, trasforma noi stessi in « luce nel Signore ». Indossando il camice dovremmo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me. E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone della sua luce.

Ma con il vestito di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo e, in modo nuovo, nell’Ordinazione sacerdotale, possiamo pensare anche al vestito nuziale, di cui Egli ci parla nella parabola del banchetto di Dio. Nelle omelie di san Gregorio Magno ho trovato a questo riguardo una riflessione degna di nota. Gregorio distingue tra la versione di Luca della parabola e quella di Matteo. Egli è convinto che la parabola lucana parli del banchetto nuziale escatologico, mentre – secondo lui – la versione tramandata da Matteo tratterebbe dall’anticipazione di questo banchetto nuziale nella liturgia e nella vita della Chiesa. In Matteo – e solo in Matteo – infatti il re viene nella sala affollata per vedere i suoi ospiti. Ed ecco che in questa moltitudine trova anche un ospite senza abito nuziale, che viene poi buttato fuori nelle tenebre. Allora Gregorio si domanda: « Ma che specie di abito è quello che gli mancava? Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto l’abito nuovo del battesimo e della fede; altrimenti non sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora? Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto? » Il Papa risponde: « Il vestito dell’amore ». E purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re trova alcuni che non portano il vestito color porpora del duplice amore verso Dio e verso il prossimo. « In quale condizione vogliamo accostarci alla festa del cielo, se non indossiamo l’abito nuziale – cioè l’amore, che solo può renderci belli? », domanda il Papa. Una persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso della cecità interna del cuore (cfr Hom. 38, 8-13).

Ora che ci apprestiamo alla celebrazione della Santa Messa, dovremmo domandarci se portiamo questo abito dell’amore. Chiediamo al Signore di allontanare ogni ostilità dal nostro intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza e di rivestirci veramente con la veste dell’amore, affinché siamo persone luminose e non appartenenti alle tenebre.

Infine ancora una breve parola riguardo alla casula. La preghiera tradizionale quando si riveste la casula vede rappresentato in essa il giogo del Signore che a noi come sacerdoti è stato imposto. E ricorda la parola di Gesù che ci invita a portare il suo giogo e a imparare da Lui, che è « mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Portare il giogo del Signore significa innanzitutto: imparare da Lui. Essere sempre disposti ad andare a scuola da Lui. Da Lui dobbiamo imparare la mitezza e l’umiltà – l’umiltà di Dio che si mostra nel suo essere uomo. San Gregorio Nazianzeno una volta si è chiesto perché Dio abbia voluto farsi uomo. La parte più importante e per me più toccante della sua risposta è: « Dio voleva rendersi conto di che cosa significa per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base alla propria sofferenza, questa invenzione del suo amore per noi. In questo modo, Egli può conoscere direttamente su se stesso ciò che noi sperimentiamo – quanto è richiesto da noi, quanta indulgenza meritiamo – calcolando in base alla sua sofferenza la nostra debolezza » (Discorso 30; Disc. teol. IV,6). A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto – che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante.

Preghiamolo di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano, per sperimentare così sempre di più quanto è bello portare il suo giogo. Amen.

MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009 – MERCOLEDì DELLE CENERI 2009

MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009 – MERCOLEDì DELLE CENERI 2009

per tutte le letture della messa:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/CeneriPage.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Cor 5,20-6,2
Fratelli, noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. 
E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: « Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso ». 
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73. 77-78, 87)

Fate penitenza
Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui.
Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza.
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Dì ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate «Padre», ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera.
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicando di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9, 23-24; 1 Cor 1, 31, ecc.).
Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

VESPRI

Lettura Breve   Fil 2, 12b-15
Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009 – VII SETTIMANA DEL T.O.

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009 - VII SETTIMANA DEL T.O. dans BIBLE SERVICE (sito francese)

http://santiebeati.it/

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009 – VII SETTIMANA DEL T.O.

Seconda Lettura  2 Cor 1, 18-22
Gesù non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.
È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

DAL SITO BIBLE SERVICE:

2 Corinthiens 1,18-22
La force de ce texte est à la mesure de l’enjeu dramatique qui est engagé. Il s’agit de savoir si nous disons  » oui  » ou  » non  » à Dieu qui, une fois de plus, propose son alliance dans l’eucharistie d’aujourd’hui.

 » Le Fils de Dieu, le Christ Jésus… n’a pas été à la fois « oui » et « non » ; il n’a jamais été que « oui ».  » La vie spirituelle de chacun d’entre nous, mais aussi l’avenir de l’humanité dépend de la réponse. En vérité, la réponse est déjà engagée : nous avons déjà dit  » oui « , nous sommes déjà  » consacrés  » et  » marqués  » par le baptême et la confirmation réactualisés en chaque sacrement, mais le  » oui  » de maintenant a aussi une fécondité infinie, et c’est maintenant qu’il faut encore dire  » oui « .


2Cor 1, 18-22

La forza di questo testo si trova nel gioco drammatico in cui è coinvolto. La questione è di sapere se noi diciamo « si » o « no » a Dio che, ancora una volta, offre la sua alleanza nell’eucarestia di oggi.

« Il Figlio di Dio, Gesù Cristo…non è stato nello stesso tempo « si » e « no »; egli è stato sempre « si ».  La vita spirituale di ciascuno di noi, ma anche il futuro dell’umanità, dipende dalla risposta. In verità, la risposta è già intrapresa: abbiamo già detto ‘sì’, noi siamo già « consacrati » e « segnati » dal battesimo che la cresima attualizza di nuovo in ogni sacramento, ma « sì » di ora ha ancora una fecondità infinità, ed è per questo che di deve dire ancora, sempre « si ».

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Eb 13, 20-21
Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna (cfr. Zc 9, 11 gr.; Is 55, 3), il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA A SCELTA

Dal «Trattato sulla prima lettera di san Giovanni» di sant’Agostino, vescovo   (VII, 1. 7. 9; PL 35, 2029. 2032. 2033. 2034)

Se non vuole morire bevete la carità
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d’Israele. Se ne andavano vagabondi alla ricerca della patria; ma non potevano smarrirsi perché erano sotto la guida di Dio.
La strada per loro fu il comando di Dio.
Furono raminghi per quarant’anni, ma il loro viaggio si sarebbe potuto compiere in pochissime tappe, tutti lo sappiamo. Veniva rallentata la loro marcia, perché erano messi alla prova, non perché fossero abbandonati.
Quello che Dio ci promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la Scrittura e come sovente udiste dalle nostre parole, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9; Is 64, 4).
Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle tentazioni della vita presente. Ma se non vogliamo morire assetati in questo deserto, beviamo la carità. E’ la sorgente che il Signore volle far sgorgare quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria.
«In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi» (1 Gv 4, 9).
Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per primo? Se fummo pigri nell’intraprendere l’amore, non siamo pigri nel ricambiare l’amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo amare noi stessi.
Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per guarirli.
«Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1 Gv 4, 8. 9).
Allo stesso modo il Signore disse: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu verificato l’amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi.
Ma l’amore del Padre verso di noi, in quale cosa ebbe la sua verifica? Nel fatto che mandò l’unico suo Figlio a morire per noi. L’Apostolo dice appunto: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 32).

«Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un sacrificio per i nostri peccati. Dove trovò l’offerta, dove trovò la vittima pura che voleva immolare? Non trovò altri all’infuori di sé, e si offerse.
«Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4, 11).
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci dall’identificarla con la pusillanimità o con un’inerte passività. Avere la carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non pensate che la carità possa esistere senza una certa bontà o addirittura senza alcuna bontà. La carità autentica non è certo questo.
Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza.
La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva. Non amare l’errore, ma l’uomo. L’uomo è da Dio, l’errore dall’uomo. Ama ciò che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l’uomo. Se ami veramente l’uomo lo correggi. Anche se talvolta devi mostrarti alquanto duro, fallo proprio per amore del maggior bene del prossimo.

Sant’Ambrogio: Portiamo sempre e dovunque la morte di Cristo (Gal; 2Cor

dal sito:

http://cristolucedelmondo.blogspot.com/2008/11/dal-trattato-sul-bene-della-morte-di.html

Dal Trattato «Sul bene della morte» di sant’Ambrogio, vescovo

Portiamo sempre e dovunque la morte di Cristo

Dice l’Apostolo: «Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14). Inoltre, perché sappiamo che anche vivendo possiamo avere una morte, ma buona però, ci esorta a portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché colui che avrà avuto in sé la morte di Gesù, avrà nel suo corpo anche la vita del Signore Gesù (cfr. 2 Cor 4, 10).
Allora operi pure in noi la morte, perché compia la sua opera anche la vita. Venga una buona vita dopo la morte, cioè, una buona vita dopo la vittoria, una buona vita al termine della battaglia. La legge della carne non sia più in grado di opporsi alla legge dello spirito, e non vi sia più nessuna lotta con il corpo mortale, ma nel corpo mortale regni la vittoria. E non saprei dire io stesso se questa morte non abbia maggiore potenza della vita.
Certo mi sento spinto dall’autorità dell’Apostolo che dice: «In noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 12). La morte di uno solo, a quanti popoli portò la vita! Perciò insegna che noi, posti in questa vita, dobbiamo desiderare questa morte, perché la morte di Cristo risplenda nel nostro corpo, quella morte beata per mezzo della quale l’uomo esteriore si va disfacendo perché quello interiore si rinnovi di giorno in giorno (cfr. 2 Cor 4, 16) e la nostra abitazione terrestre venga disfatta (cfr. 2 Cor 5, 1) e così ci si apra la dimora celeste.
Pertanto imita la morte colui che si sottrae alla complicità di questa carne e si scioglie da quelle catene di cui parla il Signore per mezzo di Isaia: «Sciogli le catene inique, togli i legami del giogo, rimanda liberi gli oppressi e spezza ogni giogo» (Is 58, 6).
Perciò il Signore permise che sottentrasse la morte perché cessasse il peccato. Ma perché a sua volta la morte non segnasse la fine della natura, fu data la risurrezione dei morti. Così per mezzo della morte veniva a cessare la colpa e per mezzo della risurrezione la natura restava per sempre.
Questa morte dunque è il passaggio obbligato per tutti. Bisogna che la tua vita sia un passaggio continuo, che tu compia un passaggio dalla corruzione all’incorruzione, dalla mortalità all’immortalità, dai turbamenti alla quiete. Non ti disgusti perciò il nome della morte; ti allietino, invece, i benefici di un transito felice. In realtà che cosa è la morte se non la sepoltura dei vizi e la risurrezione delle virtù? Per cui anche Balaam ha
detto: «Possa io morire della morte dei giusti» (Nm 23, 10), vale a dire: che io sia sepolto in modo da deporre i vizi e da rivestire la grazia dei giusti, i quali portano sempre e dappertutto nel loro corpo e nella loro anima la morte di Cristo.

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