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“Di gloria in gloria… trasformati dallo Spirito” (2Cor 3,1-12)

dal sito:

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/trasformati.doc

Laboratorio della fede

don Mario Russo

Paolo

25 maggio 2007

“Di gloria in gloria… trasformati dallo Spirito” (2Cor 3,1-12)

Introduzione
Chiediamoci questa sera, quale aspetto assume il volto di chi si lascia trasformare dallo Spirito?
E quando si conclude questo processo di trasformazione?
Nell’oggi della mia quotidianità… come posso attestare e riconoscere i cambiamenti interiori che il vangelo realizza nell’esistenza, senza lasciarmi vincere dallo scoraggiamento e dalla sofferenza umana?

Restiamo ancora in compagnia della comunità di Corinto e torniamo sulla seconda lettera, raggiungendo la conclusione del capitolo 3, in cui Paolo esprime la propria fiducia nella “metamorfosi” profonda dell’esistenza cristiana.

Lettura 2Cor 3,12-18

La letteratura mondiale conosce tre classici dedicati alla metamorfosi: quelli degli scrittori latini,Apuelio e Ovidio, che nella loro rispettiva opera, le metamorfosi, descrivono i mutamenti universali di corpi in altri corpi, in uomini in divinità e all’inverso, e quello di Franz Kafka, che in la metamorfosi affronta le diverse mutazioni dell’animo umano. Così l’autore praghese introduce la sua opera: “destandosi un mattino dai sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto”.
Nel paragrafo di 2Cor che abbiamo ascoltato, Paolo utilizza un verbo che in greco richiama il processo di trasformazione che lo Spirito realizza in noi: “Siamo trasformati (metamorphoumetha) nella stessa immagine…” (2Cor 3,18). La vita nello spirito segue un processo di metamorfosi, ma ben lontani da quelli descritti da Ovidio, Apuelio e Kafka. I credenti non sono trasformati nella divinità sino a confondersi con essa, come è tipico delle religioni misteriche, ma in Cristo che è l’icona vivente di Dio. Così specifica Paolo nei versi successivi: “E’ Dio che disse rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2Cor 4,6). Se nella creazione l’essere umano è creato a “immagine e somiglianza di Dio” … con la redenzione è destinato ad essere ricreato a “immagine” di Cristo.
Altrettanto diversa è la metamorfosi cristiana da quella Kafkiana: non si verifica in un batter d’occhio, ne assume l’aspetto di un grande insetto, che induce il protagonista alla disperazione… ma è progressiva, interiore e ha come meta la definitiva trasformazione in Cristo.

Cerchiamo allora di cogliere le connotazioni della trasformazione cristiana.
  È una metamorfosi interiore che inizia dal giorno in cui lo Spirito di Dio è stato effuso nei nostri cuori: con il Battesimo. Cristo vive in noi, dice Paolo, perché abbiamo ricevuto il “suo Spirito che grida in noi Abbà, Padre” (cfr. Gal 4,6)… il fatto che noi diciamo con la bocca “Abbà, Padre” (le stesse parole di Gesù durante l’agonia cfr Mc 14,36) si deve alla presenza dello Spirito in noi.
  È una metamorfosi progressiva, anche se si riscontrano momenti di pausa o di regresso… tuttavia Paolo a tale scopo ci esorta: “per questo non ci scoraggiamo, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16).
  È una metamorfosi positiva, giacché  ha  come orizzonte finale la ‘’conformazione all’immagine del figlio di Dio’’ ( cfr. Rm 8,29):una conformazione che appartiene al misterioso disegno che Dio ha progettato sin dalla creazione del mondo.
Dunque lo Spirito realizza in noi una profonda trasformazione della  quale molte volte, non ci rendiamo conto cadendo nell’errore di ritenere che nella vita interiore siamo sempre gli stessi: gli stessi difetti , peccati e  limiti; cambierebbe soltanto l’aspetto del corpo , mentre l’anima resterebbe immutabile e senza trasformazione. Contro una tale visione dualistica, affermiamo che siamo invece in continua e totale trasformazione che partendo dalla nostra interiorità, arriva a toccare anche l’aspetto esteriore. La metafora che bene descrive la trasformazione cristiana è quella del chicco di grano descritta dallo stesso Paolo, per spiegare la resurrezione dei corpi: “Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere” (1Cor 15, 36-37).
 Come riconoscere allora la metamorfosi che lo Spirito realizza nella vita interiore?

DI GLORIA IN GLORIA
Abbiamo già meditato sul fatto che la vita umana conosce due tipi di trasformazione… lo abbiamo fatto con il laboratorio della fede incentrato sulla lettera ai Galati 5,16-26!
Ci si abbrutisce con le “opere della carne”… ci si abbellisce col “Frutto della Spirito”.
La via della bellezza è espressa nei nostri versi con l’espressione “di gloria in gloria” ossia attraverso una gloria sempre più intensa.
 Nella Sacra Scrittura, la gloria è scelta come il simbolo della presenza di Dio. Un particolare ruolo è svolto da Mosè nella relazione tra il popolo e la gloria divina, che troviamo nelle prime pagine dell’Esodo: parlando della sua vocazione, infatti l’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto…”non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”… Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio… (Es 3,2-6).
La gloria del Signore suscita due reazioni contrastanti:
  Un’attrazione sempre maggiore;
  Il terrore di trovarsi di fronte alla sua presenza
È fascinosa e terribile la sua gloria!
L’esperienza più intensa di Mosè, della manifestazione della gloria divina è quella che si realizza in occasione del dono della legge (le dieci parole per la tradizione ebraica): allora il suo volto diventa raggiante e gli israeliti non possono fissare il suo volto, al punto che è costretto a usare un velo per non accecarli, sino a quando non si trova alla presenza del Signore e può parlargli faccia a faccia, senza più veli (cfr. Es 34, 29-35). Paolo richiama questo episodio dell’Esodo in 2Cor 3, per esprimere la superiorità del proprio ministero rispetto a quello di Mosè…
Non c’è più bisogno di velo sul volto, perché la gloria di Dio si manifesta prima di tutto sul volto di Cristo, per contagiare quella di quanti credono in lui. Così la gloria o la bellezza sul volto del credente è sempre più intensa, in quanto esprime la trasformazione in atto che si completerà nella partecipazione piena e definitiva della stessa bellezza di Lui, nella resurrezione dai morti.

DA CESARE DI FILIPPO AL TABOR…
Abbiamo iniziato proprio da Cesarea, il laboratorio della fede di quest’anno… allora ci siamo lasciati interrogare dalla domanda “Chi è Gesù per me?” (cfr. Mc 8, 27-30)… ora arriviamo alla seconda tappa di vitale importanza per il nostro cammino di discepolato. È Luca che ci racconta che: “Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con Lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”.
L’episodio ha un grande valore simbolico… ci ricorda che la trasfigurazione del volto di Gesù si realizza prima di tutto su un monte, come quello del Sinai che ha visto la trasfigurazione del volto di Mosè… tuttavia è una trasfigurazione transitoria o passeggera, che , come annota l’evangelista, anticipa quella definitiva della ascensione di Gesù a Gerusalemme, dopo la morte e resurrezione.
Ma è proprio questa transitorietà che spinge Paolo a parlare di trasformazione di gloria in gloria anche per i credenti Cristo.
Un grande teologo russo, della chiesa ortodossa, Paul Evdokimov, osa persino sostenere che quella del Tabor “era la trasfigurazione non del Signore ma degli Apostoli” (P.Evokimov, l’uomo icona di Cristo,Ancora, Milano 1982,p.45).
Il monte, dunque, è il luogo simbolico dell’incontro con la gloria di dio; e chi non osa… non ha il coraggio di restare con Gesù sul monte, non può contemplare alcuna trasfigurazione.
Naturalmente non sto affermando qui, di fare una gita… una escursione in montagna! L’ascesi al monte Tabor, si realizza nella preghiera… soltanto con i sensi della preghiera si realizza e si contempla, la trasfigurazione del volto di Cristo e quello dei credenti.
La presenza di Elia e Mosè sta a significare che tutta la scrittura è irradiata della gloria di Cristo.
Infine, la nube, come segno visibile della presenza di Dio, avvolge i presenti che in essa entrano con paura (cfr. Lc 9,34-35), perché si è posti davanti al fascino terribile della bellezza di Dio.
Non basta allora essere arrivati a Cesarea di Filippo con la professione di fede “Gesù Cristo mio Signore” per ritenere di aver concluso il proprio itinerario di maturazione nella fede… è necessario salire fino al tabor e da li intravedere l’ultima meta della trasfigurazione di Cristo e nostra; quella dl golgota e dell’ascensione, dove la gloria di Cristo diventa permanente e progressiva in noi, fino alla partecipazione della stessa gloria nell’incontro finale con lui. S.Ambrogio nel commento al vangelo di Luca 5,51 così dice:”Non con i passi del corpo, ma con le tue azioni elevate Sali questa montagna. Segui Cristo in modo che tu stesso possa divenire un monte”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi” scrive Antoine de Saint-Exupéry nella sua opera le petit prince: è quanto si può affermare di fronte alla trasformazione dell’esistenza cristiana, poiché è soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della parola di dio, che si riesce a percepire quanto sta oltre le apparenze: “Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” (2Cor 4,18). Stiamo parlando degli “occhi della fede”, come li definisce S.Giovanni Crisostomo: “Infatti come quelli del corpo possono vedere solo ciò che accade sotto i sensi, così al contrario gli occhi della fede non vedono nulla delle cose visibili, ma vedono le cose invisibili così come se stessero davanti ad essi”. Tuttavia per poter vedere come “anche il nostro uomo esteriore si rinnova di giorno in giorno” (cfr 2Cor 4,16) o “di gloria in gloria” sono necessarie due condizioni che si realizzano nella preghiera
  Bisogna liberarsi dal velo sul volto
  Aver il coraggio di specchiarsi in Gesù cristo che è l’icona vivente della gloria di Dio.
Togliere il velo dal nostro volto significa presentarsi con nudità davanti a Dio, con le virtù e i vizi, i pregi e i difetti che ci accompagnano. Solo così, nell’esercizio del servizio o del ministero per gli altri, diventa verificabile che “la straordinaria grandezza dell’essere cristiano viene dalla potenza di Dio e non da noi” (cfr. 2Cor 4,7b). Fino a quando non avremo il coraggio di presentarci come siamo di fronte allo specchio della vita interiore che riflette il volto di Cristo, continueremo a percepire una visione falsata di noi stessi… non ci sarà spazio per la grazia o per la bellezza della gloria di Dio sul nostro volto

La vita cristiana, molto più di quella umana, è un esilio, durante il quale bisogna attraversare il deserto, raggiungere il mare, salire sulle colline e imparare a scalare le montagne.
Tutto il nostro essere è in trasformazione: una metamorfosi che parte dal di dentro – dove possiamo contemplare la bellezza della gloria di Cristo -, per manifestarsi all’esterno, quando sappiamo porci di fronte ad uno specchio, senza maquillage o trucchi.
Efficace a riguardo, è l’immagine della tenda che è il nostro corpo, la nostra stessa persona: “Sappiamo infatti che quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è una tenda, riceveremo da Dio una abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna nei cieli” (2Cor 5,1)… siamo come una tenda di nomadi nel deserto: in cammino verso la patria, la dove soltanto potremo possedere fissa dimora, dove Cristo stesso è per noi dimora, gloria e bellezza senza fine.
Il cantore della bellezza, Agostino di Ippona, scriverà ricordando i momenti decisiva della propria conversione: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ecco, tu eri dentro di me e io stavo al di fuori: e qui ti cercavo, e deforme quele ero, mi buttavo su tutte queste cose belle che tu hai creato. Tu eri con me, e io non ero con te, tenuto lontano da te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in te. Mi chiamasti, gridasti e vincesti la mia sordità; folgorasti con il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità;esalasti il tuo profumo, lo aspirai e anelo a te; ti gustai e ora ho fame e sete; mi toccasti e ora brucio dal desiderio di conseguire la tua pace”. (Le confessioni 10,27).
Intanto, poiché dove c’è lo spirito c’è la libertà, lo stesso spirito ci libera, con discrezione, da qualsiasi velo o maschera che tentiamo di porre sul volto per non guardarci allo specchio con nudità e verità e per aiutarci a riconoscere quella trasformazione che egli realizza nella vita interiore, sino a quando sul nostro volto non si rifletterà, in modo definitivo, la gloria del volto di Cristo.
Ogni credente, è un alter Christus, perché porta in se l’immagine di Cristo in una progressione senza limiti, fino a quando non avremo bisogno neppure di specchi, ma lo contempleremo faccia a faccia: “Ora noi vediamo in modo confuso, come in uno specchi; allora invece vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente come anch’io sono conosciuto” (1Cor 13,12).

“CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE” (riferimento a: 2Cor 1,3-11, citazione di Rm, 8,26; Gal 4,19; Col 1,24)

dal sito:

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/consolazione.pdf

LABORATORIO DELLA FEDE
 
“CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE”

(riferimento a:  2Cor 1,3-11, citazione di Rm, 8,26; Gal 4,19; Col 1,24)
 
Venerdì 28 Marzo 2008 
 
 
Spesso Paolo si è soffermato a contemplare il mistero della sofferenza: quella dei credenti, la propria e quella della creazione, lasciandoci pagine di grande profondità come Rm 8,18-27, in cui con crescente intensità si assiste ai gemiti della creazione, a quelli dei credenti e persino a quelli dello  Spirito;  o  come  il  brano  che  introduce  la  2Cor  1,3-11  dove l’esperienza del pericolo di morte lo induce a benedire il Signore per la sua vicinanza nella consolazione. Ascoltiamo.
 
Lettura 2Cor. 1,3-11
 
Il dolore è inscritto nel DNA dell’esistenza umana… è dentro di noi… ogni giorno si muore un po’.  Il messaggio cristiano non pretende di risolvere il dolore né la tragicità del vivere, ma lo rende persino più evidente sino a concepire in esso il coinvolgimento  misterioso  dello  spirito  che  “  intercede  con  gemiti inesprimibili  ” (cfr. Rm 8,26). Quanti si avvicinano al messaggio cristiano con la richiesta-pretesa di risolvere o addolcire a buon mercato il senso
del dolore, sono destinati a restare delusi, perché questo non ne proclama la  liberazione  ma ne  illustra  l’attraversamento  con  percorsi  tortuosi  di coinvolgimento  e  condivisione.  Come  mai,  dunque,  color  che  sono  stati liberati dal peccato e dalla morte continuano a soffrire? (“non faccio il bene che voglio ma metto in pratica il male che non voglio” Rm. 7,19s). E perché la lotta contro il peccato, pur essendo in gran parte vinta a causa della  croce  di  Cristo  e  dell’azione  dello  Spirito,  prosegue  nella  loro esistenza? Ascoltiamo  la  risposta  di  Paolo  a  riguardo:  “  Ritengo  che  le  attuali sofferenze non contrastano con la gloria che dovrà essere rivelata in noi. L’attesa  della  creazione  è  in  ansia  per  la  rivelazione  dei  figli  di  Dio… sappiamo che tutta la creazione congeme e consoffre fino ad ora nelle doglie del parto. Non soltanto, ma anche noi che possediamo la primizia dello  Spirito  gemiamo  in  noi  stessi,  mentre  siamo  in  attesa  della figliolanza, della redenzione del nostro corpo  ” (Rm 8,15-23). I credenti danno voce alla sofferenza e al gemito della creazione per condividerli, nell’attesa della redenzione definitiva, con la loro esperienza del dolore. 
 
La prossimità di Dio
 
Nella benedizione che introduce la 2Cor, Paolo ringrazia il Signore per la sua prossimità in un momento di estremo pericolo: ricorda che poco prima, nella provincia romana dell’Asia (forse ad Efeso) ha rischiato di morire per una sentenza di morte che gli era stata comminata.  Diremo: non c’era più  nulla  da  fare!  Ma  il  Signore  lo  ha  liberato  da  tale  situazione
permettendogli di riprendere la corsa del proprio ministero a favore del Vangelo. Nel momento della sofferenza il Signore gli è stato vicino e lo ho consolato  con  la  sua  presenza  paterna:  si  è  chinato,  come  il  buon samaritano, e “  ha versato sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della  speranza  ”.  La  consolazione  che  Paolo  ha  ricevuto  ha  superato  la tribolazione che lo ha rafforzato ed esortato a riprendere il cammino con
rinnovata energia.  L’esperienza del dolore è terribile perché può indurre alla perdita della
dignità umana, ma in tali occasioni la vicinanza consolante di Dio diventa il punto  fermo  che  orienta  nel  tunnel  buio  del  dolore.  Il  cristianesimo diventa  così  non  la  religione  dei  vinti  o  di  chi  sconfitto  si  aggrappa  al sonno, ma un imparare ogni giorno a confidare in Lui per riconoscerlo come unica  certezza  nelle  tribolazioni.  Tuttavia  chi  non  si  educa
quotidianamente  a  riporre  in  Lui  la  propria  speranza,  soprattutto  nel tempo della gioia e della serenità, non sarà capace di riconoscerlo come il consolatore nel momento del dolore e della tristezza. Bisogna educarsi ogni  giorno  a  convivere  con  il  dolore  e  a  maturare  nella  fiducia  per  il Signore che consola pur nel silenzio più assordante della sua presenza.
 
Verso la condivisione della sofferenza
 
L’esperienza  del  dolore  trasforma  di  una  trasformazione  molto  più radicale di quanto sia quella prodotta dall’amore. Il credente sperimenta nel dolore una misteriosa condivisione alla croce di Cristo o per meglio dire partecipazione alle sue sofferenze. Per Paolo poi questa condivisione viene  percepita  come  una  delle  credenziali  più  importanti  e  reali  che
gratifica  il  suo  ministero  di  apostolo  di  Cristo.  È  di  fronte  al  suo lamentarsi la risposta di Cristo diventa per lui conferma: ”  ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si compie nella debolezza  ” (2Cor. 12,9). A motivo di tale garanzia altrove Paolo affermerà: “  siamo infatti tribolati da  ogni  parte,  ma  non  schiacciati;  siamo  sconvolti  ma  non  disperati;   
perseguitati ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la necrosi di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale” (2Cor 4,8-11).    La partecipazione alla morte –resurrezione di Cristo non si realizza in un momento né avviene fuori di noi, ma occupa lo spazio di tutta un’esistenza e  si  compie  nelle  profondità  del  nostro  vissuto.  Ecco  perché  Paolo  non parla  semplicemente  di  morte  di  Cristo  ma  di  necrosi  che  esprime  un progressivo  e  lento  morire  dell’essere.  Paolo  inoltre  motiverà  la
condivisione  della  necrosi  e  della  vita  di  Gesù:  ”  affinché  noi  possiamo consolare  coloro che  sono i  ogni  tribolazione  ”  (2Cor1,4).  La  sofferenza allora rende più fratelli e dona la capacità di farsi carico delle sofferenze altrui. Alla luce di tutto questo penso proprio che uno dei ministeri che abbiamo  bisogno  di  riscoprire  nelle  nostre  comunità  è  quello  della consolazione, citato d Paolo in Rm  12,8: non sappiamo più condividere le gioie e le sofferenze degli altri , reclinati come siamo su noi stessi. 

Maria modello di gestazione
 
Paolo rivolgendosi ai cristiani della Galazia dirà: “  figli miei che di nuovo genero  nel  dolore  finchè  non  sia  formato  in  voi  Cristo  ”  (Gal  4,19).  Il dolore  dei  credenti,  come  di  tutti  gli  esseri  umani,  appartiene all’imperscrutabile disegno divino; la finalità più alta di questo dolore si esprime  nell’aiutare  gli  altri  nel  corso  della  gestazione  di  Cristo  in  se stessi.  Esemplare  a  riguardo  è  il  percorso  della  gestazione  di  Maria, madre di Gesù, realizzato dallo Spirito. Sant’Agostino nel   De Verginitate 3,3   affermerà: “  il fatto di essere madre non sarebbe servito a nulla a Maria se non avesse portato Cristo più felicemente nel cuore che nella carne  ”.  Lo  stesso  Spirito  che  ha  adombrato  Maria  con  la  sua  potenza, adombra la vita della Chiesa e di ogni credente perché Cristo sia formato in noi: se Cristo non si forma in noi e non assumiamo la sua forma, non si realizza alcuna trasformazione cristiana, ma si verificano aborti continui. Non  a  caso  Sant’Ambrogio  conclude  la  propria  riflessione  sui  misteri scegliendo la madre di Gesù come modello esemplare di gestazione per Cristo: “se dunque lo Spirito Santo scendendo sopra una vergine operò il concepimento e compì la funzione generativa, non si deve certo dubitare che lo Spirito, scendendo sul fonte o su quelli che ottengono il Battesimo, operi la realtà della rigenerazione” (I misteri 59). 
Non è difficile partecipare alla vita della Chiesa quando siamo ben accolti o quando ci  è riservato lo spazio che si adatta alle nostre qualità umane, alle nostre attitudini o per meglio dire quando si adatta ai carismi ricevuti dallo  Spirito.  Diventa  quanto  mai  arduo  invece,  sentirsi  membra  della comunità quando non siamo abbastanza corrisposti o quando non lo siamo affatto! Proprio in questi frangenti diventa evangelico “  spendersi  ” per gli altri  (cfr.  2Cor  12,15)  con  tutte  le  incomprensioni  che  il  dono  di  sé comporta:  “  perciò  sono  lieto  delle  sofferenze  che  sopporto  per  voi  e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del  suo  corpo  che  è  la  Chiesa  ”  (Col.  1,24).  Al  culmine  di   addio  monti…Alessandro Manzoni scriverà che Dio “  non turba mai la gioia de’ suoi figli,
se non prepararne loro una più certa e più grande  ” (I promessi sposi 8).
 
Con  don  Tonino  Bello  facciamo  nostro  il  gemito  umano  di  chi  soffre  e
invoca Maria:
 
Santa Maria, vergine della notte,
noi ti preghiamo di starci vicino
quando incombe il dolore,
e irrompe la prova,
e sibila il vento della disperazione,
e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni,
o il freddo delle delusioni,
o l’ala severa della morte.
Liberaci dai brividi delle tenebre.
Nell’ora del nostro Calvario,
Tu, che hai sperimentato l’eclissi del sole,
stendi il tuo manto su di noi,
sicché, fasciati dal tuo respiro,
ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà.
Alleggerisci con carezze di madre
la sofferenza dei malati.
Riempi di presenze amiche e discrete
il tempo amaro di chi è solo.
Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure.
Anzi, se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi
e ci sussurrerai che anche Tu,
vergine dell’avvento,
stai aspettando la luce,
le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto.
E sveglieremo insieme l’aurora.
Così sia.
 

DOMENICA 14 MARZO 2010 – IV DI QUARESIMA ANNO C

DOMENICA 14 MARZO 2010 – IV DI QUARESIMA ANNO C

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresC/QuarC4Page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura  2 Cor 5,17-21
Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro del Levitico 8, 1-17; 9, 22-24

La consacrazione dei sacerdoti
Un giorno il Signore disse ancora a Mosè: «Prendi Aronne insieme ai suoi figli, le vesti, l’olio dell’unzione, il giovenco del sacrificio espiatorio, i due arieti e il cesto dei pani azzimi; convoca tutta la comunità all’ingresso della tenda del convegno». Mosè fece come il Signore gli aveva ordinato e la comunità fu convocata all’ingresso della tenda del convegno. Mosè disse alla comunità: «Questo il Signore ha ordinato di fare».
Mosè fece accostare Aronne e i suoi figli e li lavò con acqua. Poi rivestì Aronne della tunica, lo cinse della cintura, gli pose addosso il manto, gli mise l’efod e lo cinse con la cintura dell’efod, nel quale avvolse l’efod . Gli mise anche il pettorale, e nel pettorale pose gli Urim e i Tummin. Poi gli mise in capo il turbante e sul davanti del turbante pose la lamina d’oro, il sacro diadema, come il Signore aveva ordinato a Mosè. Poi Mosè prese l’olio dell’unzione, unse la Dimora e tutte le cose che vi si trovavano e così le consacrò. Fece sette volte l’aspersione sull’altare, unse l’altare con tutti i suoi accessori, la conca e la sua base, per consacrarli. Versò l’olio della unzione sul capo d’Aronne e unse Aronne, per consacrarlo. Poi Mosè fece avvicinare i figli d’Aronne, li vestì di tuniche, li cinse con le cinture e legò sul loro capo i turbanti, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Fece quindi accostare il giovenco del sacrificio espiatorio e Aronne e i suoi figli stesero le mani sulla testa del giovenco del sacrificio espiatorio. Mosè lo immolò, ne prese del sangue, bagnò con il dito i corni attorno all’altare e purificò l’altare; poi sparse il resto del sangue alla base dell’altare e lo consacrò per fare su di esso l’espiazione. Poi prese tutto il grasso aderente alle viscere, il lobo del fegato, i due reni con il loro grasso e Mosè bruciò tutto sull’altare. Ma il giovenco, la sua pelle, la sua carne e le feci, bruciò nel fuoco fuori dell’accampamento, come il Signore gli aveva ordinato.
Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse e, dopo aver fatto il sacrificio espiatorio, l’olocausto e i sacrifici di comunione, scese dall’altare. Mosè e Aronne entrarono nella tenda del convegno; poi uscirono e benedissero il popolo e la gloria del Signore si manifestò a tutto il popolo.
Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi; tutto il popolo vide, mandò grida d’esultanza e si prostrò con la faccia a terra.

Responsorio   Cfr. Eb 7, 23. 24; Sir 45, 6. 7
R. Nell’antica alleanza vi furono sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo; * Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta.
V. Dio innalzò Aronne e gli diede il sacerdozio tra il popolo; lo onorò con splendidi ornamenti.
R. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta.

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 34, 8-9; CCL 36, 315-316)

(San Paolo, citazioni)

Cristo è via alla luce, alla verità, alla vita
Il Signore in maniera concisa ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12), e con queste parole comanda una cosa e ne promette un’altra. Cerchiamo, dunque, di eseguire ciò che comanda, perché altrimenti saremmo impudenti e sfacciati nell’esigere quanto ha promesso, senza dire che, nel giudizio, ci sentiremmo rinfacciare: Hai fatto ciò che ti ho comandato, per poter ora chiedere ciò che ti ho promesso? Che cosa, dunque, hai comandato, o Signore nostro Dio? Ti risponderà: Che tu mi segua.
Hai domandato un consiglio di vita. Di quale vita, se non di quella di cui è stato detto: «E’ in te la sorgente della vita»? (Sal 35, 10).
Dunque mettiamoci subito all’opera, seguiamo il Signore: spezziamo le catene che ci impediscono di seguirlo. Ma chi potrà spezzare tali catene, se non ci aiuta colui al quale fu detto: «Hai spezzato le mie catene»? (Sal 115, 16). Di lui un altro salmo dice: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto»(Sal 145, 7. 8).
Che cosa seguono quelli che sono stati liberati e rialzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre»? (Gv 8, 12). Sì, perché il Signore illumina i ciechi. O fratelli, ora i nostri occhi sono curati con il collirio della fede. Prima, infatti, mescolò la sua saliva con la terra, per ungere colui che era nato cieco. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui. Egli mescolò la saliva con la terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era già stato predetto: «La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84, 12) ed egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).
Godremo della verità, quando la vedremo faccia a faccia, perché anche questo ci viene promesso. Chi oserebbe, infatti, sperare ciò che Dio non si fosse degnato o di promettere o di dare?
Vedremo a faccia a faccia. L’Apostolo dice: Ora conosciamo in modo imperfetto; ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia (cfr. 1 Core 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua lettera aggiunge: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2). Questa è la grande promessa.
Se lo ami, seguilo. Tu dici: Lo amo, ma per quale via devo seguirlo? Se il Signore tuo Dio ti avesse detto: Io sono la verità e la vita, tu, desiderando la verità e bramando la vita, cercheresti di sicuro la via per arrivare all’una e all’altra. Diresti a te stesso: gran cosa è la verità, gran bene è la vita: oh! se fosse possibile all’anima mia trovare il mezzo per arrivarci!
Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono», disse «la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via.
Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita; non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina!
Forse tu cerchi di camminare, ma non puoi perché ti dolgono i piedi. Per qual motivo ti dolgono? Perché hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dai tuoi tirannici egoismi? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi.
Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi.

da Chiesa di Milano: Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1515381/FPC_2008-2009_2Cor_2Consolazione.doc

Proposta di lettura spirituale per l’anno 2008-2009

MINISTRI DELLA NUOVA ALLEANZA E COLLABORATORI DELLA VOSTRA GIOIA

Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi
don Pierantonio Tremolada

(Chiesa di Milano)

La consolazione di Dio nelle prove del ministero

Seconda traccia di meditazione

La Seconda Lettera ai Corinzi è scritta da Paolo sull’onda di un sentimento di profonda consolazione. La vicenda dolorosa che lo aveva portato a scrivere la lettera « tra le lacrime » si conclude felicemente, con la conferma dei sentimenti di affetto e di stima da parte della comunità cristiana nei confronti del suo apostolo. Paolo ne è molto confortato e ritorna a meditare su quanto accaduto per trarne insegnamento. Prima di tutto, però, ringrazia Dio. Queste sono le sue parole proprio in apertura della nostra lettera:

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo (2Cor 1,3-6).

Mettendoci in ascolto di questo brano e ponendolo in rapporto con altri passaggi della lettera, potremo comprendere che cosa sia per Paolo la consolazione; più precisamente, quali siano le sue ragioni e soprattutto quale sia la sua sorgente. Due domande possono guidare la nostra lettura: a che cosa pensa Paolo quando parla di consolazione? In che modo egli ne ha fatto esperienza?

1. Anzitutto la consolazione è per Paolo opera di Dio. Lui, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo è « il Dio di ogni consolazione ». L’esperienza di Paolo conferma quella di altri giusti, che troviamo nel Salterio: « Tu Signore mi hai soccorso e consolato » (Sal 86,17); « Mi hai fatto provare molte angosce e sventure: mi darai ancora vita, mi farai risalire dagli abissi della terra, accrescerai la mia grandezza e tornerai a consolarmi » (Sal 71,20-21); « Questo mi consola nella miseria: la tua parola mi fa vivere » (Sal 119,50). La consolazione nella sua forma piena rientra nella promessa che Dio fa al suo popolo per gli ultimi tempi. Si legge nel libro di Geremia: « Allora si allieterà la vergine alla danza; i giovani e i vecchi gioiranno. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni (Ger 31,13). L’intera sezione di Ger 30-31 è in verità un unico straordinario canto di consolazione, che si apre con l’invito a guardare avanti, perché « verranno giorni – dice il Signore – nei quali cambierò la sorte del mio popolo » (Ger 30,3). Lo stesso si dica di Is 40, con il suo inizio struggente: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù… » (Is 40,1-2). Dio dunque è per definizione colui che consola. L’uomo ha bisogno di consolazione ma non è detto che la trovi da se stesso. Non abbiamo in noi stessi la sorgente della consolazione. Quando viviamo situazioni dolorose tentiamo di non pensarci o di pensare ad altro, cerchiamo di rimuovere, fuggiamo, ci stordiamo. Ma questo non risolve. La vera consolazione viene da Dio e dalla sua potenza di bene. Dio è « il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della misericordia e il Dio di ogni consolazione » (cf. 2Cor 1,3) – dice qui san Paolo. L’espressione « Padre della misericordia » andrebbe meglio tradotta dal greco con « Padre della compassione ». Dunque, la consolazione è per Paolo uno dei modi con cui Dio dimostra la sua compassione per noi. Per « compassione » si intende nel Nuovo Testamento un movimento travolgente del cuore che poi giunge all’azione pratica. Ricordiamo il samaritano della parabola (Lc 10,33-34.37)! La compassione parte dallo sguardo e subito si trasforma in opera di soccorso. Così è della consolazione del Padre: si tratta di una consolazione attiva, che vede e si prende cura. L’uomo la sperimenta concretamente quando entra nella prova.

2. Quest’ultima frase già ci introduce nella seconda caratteristica della consolazione: il suo stretto rapporto con la tribolazione. Paolo dice infatti che « Dio ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,4a): dunque « in ogni tribolazione », dentro di essa, in concomitanza con essa. La sottolineatura nel greco è ancora più forte: abbiamo infatti « su (= epí) ogni nostra tribolazione ». L’idea è che la consolazione giunge sopra la tribolazione, viene dall’alto e cala su di essa. Si tratta dunque di un’esperienza che diventa possibile proprio a causa della tribolazione, quando questa si apre all’azione che viene dall’alto: là dove c’è tribolazione ecco che si creano le condizioni per conoscere la consolazione di Dio. Non dunque una consolazione « nonostante » la tribolazione ma « in occasione » della tribolazione. Senza la prova tale consolazione non si dà e, in modo corrispondente, per chi crede, non si dà prova senza consolazione. Come questo sia possibile Paolo lo spiegherà tra poco, ma ora è importante prenderne atto: accettare la tribolazione, entrare in essa con coraggio, rimanervi con tenacia, lottare e resistere, perseverare con fiducia, tutto questo consente di sentirsi realmente consolati da Dio.

Per tribolazione (greco: thlípsis) Paolo intende diverse cose insieme: 1) la fatica della fede e del ministero, l’impegno duro, la lotta, la stanchezza, il peso, la sofferenza anche fisica; 2) la evidente percezione della propria pochezza e debolezza, del proprio limite e della propria fragilità; 3) il riconoscimento doloroso dell’insuccesso, dell’apparente inutilità del proprio lavoro, dell’esito a volte scoraggiante di un ministero generoso; 4) l’incomprensione, l’opposizione ingiusta, la maldicenza, l’offesa personale, la contestazione della propria autorità, la persecuzione.

3. Una terza caratteristica di questa consolazione è la sua valenza « apostolica ». Essa viene infatti sperimentata da Paolo in vista della consolazione altrui, per consentire cioè ad altri di sentirsi a loro volta consolati. Dio ci consola – scrive l’apostolo – « … perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2Cor 1,4b). Si intravede qui anche una regola importante del ministero: la prova che l’apostolo sostiene gli consente di dare testimonianza ai suoi fratelli nella fede, come vero servitore di Cristo. Non avrebbe nulla da dire di consolante a quanti sono nella tribolazione se lui stesso non l’avesse sperimentata con fede. Nella serena e tenace forza del pastore che affronta e sopporta la tribolazione il popolo trova grande conforto: pensiamo per esempio all’efficacia della testimonianza di Giovanni Paolo II o del Card. Ferrari nella loro malattia!

4. Infine, ma non da ultimo, la consolazione di cui parla san Paolo è una consolazione « cristiana », che cioè viene da Cristo, che si sperimenta per mezzo di lui e in lui. La dichiarazione di Paolo è chiara e ha la forma di una vera e propria motivazione di fondo: « Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione » (2Cor 1,5). Riconosciamo qui una visione potremmo dire « sacramentale » della sofferenza: i credenti in Cristo condividono la sua tribolazione e quindi in lui trovano consolazione. Di più: in questo loro soffrire è Cristo stesso che continua a soffrire per la redenzione del mondo. Vengono in mente altri passi dell’epistolario paolino: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1,24); « Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20). La chiave di lettura della consolazione è dunque per Paolo il mistero pasquale: in essa si rivela la potenza vittoriosa del Risorto sulla morte, potenza della sua amorevole donazione. L’abbondare della consolazione mentre abbondano le sofferenze – evidente paradosso – è possibile solo in rapporto al soffrire sacrificale del Crocifisso risorto. La natura ultima di questa consolazione ci sfugge e sempre ci sfuggirà: essa si dà per grazia e come grazia sarà sempre sperimentata.

Possiamo porre a questo punto la domanda che permette di passare dalla lectio alla meditatio del nostro testo: che cosa dice questo alla mia vita e al mio ministero? In che cosa consiste di fatto una simile consolazione apostolica e come la si sperimenta ancora oggi?

1. In primo luogo la consolazione si sperimenta come forza di sopportazione, che deriva dalla fiducia nella potenza della risurrezione di Cristo. « La vostra consolazione – dice Paolo – si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo » (cf. 2Cor 1,6). A quali sue sofferenze sta pensando qui l’apostolo? Certamente ai pericoli affrontati ad Efeso ma poi anche alle offese subite a Corinto. A riguardo dei primi scrive: « Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti (2Cor 1,8-11). Ecco dunque come il Padre ha avuto compassione di Paolo: gli si è fatto vicino con la potenza di vita che viene dalla risurrezione del suo Figlio Gesù Cristo, dandogli la forza necessaria per sostenere la paura di una morte imminente. Questa è dunque la consolazione di Dio: è capacità di reggere, di farcela, di non soccombere, di sostenere il peso delle situazioni difficili e pericolose. Lo stesso si dovrà dire per le ingiustizie patite da Paolo a Corinto: i malintesi, le insinuazioni, le offese dirette, insieme con la percezione evidente dei suoi limiti e della sua debolezza. Sentire che grazie a Cristo riusciamo a resistere, pur portando il peso di una situazione difficile e dolorosa!

2. Un secondo modo in cui la consolazione di Dio in Cristo si fa sentire è quello della tranquillità o serenità interiore, derivante dalla buona testimonianza della propria coscienza. È infatti « confortante » poter dire davanti a se stessi e soprattutto a Dio – come nel caso di Paolo – che la tribolazione in atto non trova giustificazione in qualcosa di ingiusto che abbiamo compiuto, perché tutto è stato fatto con sincerità e onestà. Allora la sofferenza che si patisce può davvero trasformarsi in offerta gradita a Dio, in sofferenza di Cristo in noi. Scrive Paolo: « Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio » (2Cor 1,12). Il vanto è certo qui una forma di consolazione interiore. Il poter dire: « Nulla motiva il male che ricevo, avendo io cercato di fare solo del bene », consente poi di aggiungere: « Dunque il male che ora mi addolora è a totale disposizione di Dio. Posso offrirlo a lui unendolo al sacrificio redentore del Cristo, nella potenza della sua risurrezione ».

3. Un terzo aspetto della consolazione è la possibilità che la sofferenza offre di vedere il pentimento, divenendo spettatori della « tristezza secondo Dio » in grado di salvare. Dalla vicenda della « lettera scritta tra le lacrime » Paolo ricava proprio questo: « E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte (2Cor 7,8-10). Vedere il pentimento è davvero consolante, quando non è appagamento del proprio orgoglio o una rivalsa. Il pentimento è infatti uno dei segni più belli della potenza della risurrezione, perché è vittoria su ciò che appunto tende a distruggere la comunione; è manifestazione effettiva della forza di Cristo; è redenzione in atto. Il soffrire ingiustamente consente di scoprire all’opera il Regno di Dio, di riconoscere, alla fine e magari dopo tanto tempo, che il bene vince sul male e si rafforza, poiché il pentimento rende onore alla verità, riconosce l’onestà di chi ha operato e produce gioia in chi ha saputo attendere senza astio e amarezza.

4.  Effetto del pentimento è il rafforzamento dell’amore reciproco: questo è un quarto aspetto della consolazione. Dalla sofferenza ingiusta accettata pazientemente, dal chiarimento dei malintesi, da offese anche gravi fraternamente segnalate si esce più forti e più uniti. « Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati » (2Cor 7,11-13a). Benedetti i malintesi e le incomprensioni quando permettono di sentire ancora di più il bene che ci si vuole, di percepire quanto si è cari gli uni agli altri.

5. Un ultimo aspetto merita di essere ricordato: la richiesta di preghiera che Paolo fa ai Corinzi per sostenerlo nella prova: « Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti » (2Cor 1,10-11). L’apostolo non ha paura a dire che ha bisogno del sostegno dei Corinzi, della loro « cooperazione » che avviene soprattutto nella preghiera. La consolazione spesso ci raggiunge attraverso persone che ci sono vicine e di cui a volte abbiamo proprio bisogno. È importante sentire che non siamo soli nella battaglia del ministero, nella prova della tribolazione. La preghiera e la vicinanza tra confratelli -del presbiterio – ma anche la preghiera e la vicinanza di fratelli e sorelle nella fede – della nostra gente – sono di grande conforto in certi momenti difficili.

MERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO 2010 – MERCOLEDÌ DELLE CENERI – INIZIO DELLA QUARESIMA

MERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO 2010 - MERCOLEDÌ DELLE CENERI - INIZIO DELLA QUARESIMA dans Lettera ai Corinti - seconda

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MERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO 2010 – MERCOLEDÌ DELLE CENERI – INIZIO DELLA QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/CeneriPage.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Cor 5,20-6,2
Riconciliatevi con Dio. Ecco il momento favorevole.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti:
«Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso».
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73. 77-78, 87)

Fate penitenza
Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui.
Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza.
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Dì ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate «Padre», ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera.
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicando di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9, 23-24; 1 Cor 1, 31, ecc.).
Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

Card. Tettamanzi – Omelia per i Vespri della Solennità di tutti i Santi (1999) – 2 Cor 6, 16b; 7, 1: Noi siamo il tempio del Dio vivente

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=455

Noi siamo il tempio del Dio vivente

Omelia per i Vespri della Solennità di tutti i Santi (1999) – 2 Cor 6, 16b; 7, 1

(dovrebbe trattarsi dei secondi vespri ossia: 2 Cor 6, 16b; 7, 1 « Noi siamo il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo (Lv 26, 11-12; Ez 37, 27). In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio. »)

Cattedrale,
1 novembre 1999

La breve lettura che abbiamo ora ascoltato, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Corinzi, ci invita a riflettere ancora una volta sulla santità, come nostra vocazione, nostra grazia, nostro compito e nostro destino nel tempo e nell’eternità.

1. Che significa essere santi? Non dobbiamo avere alcuna paura di fronte a questa domanda, perché essere santi non è un privilegio offerto a pochi ma è una consegna data a tutti. Proprio per questo non possiamo sfuggire all’interrogativo così semplice e decisivo: che significa essere santi?
Ci risponde l’apostolo Paolo, sollecitandoci a fissare il nostro sguardo non su noi stessi ma innanzi tutto su Dio e sul suo amore, sul disegno mirabile ch’egli ha voluto progettare per noi. E’ un disegno che viene indicato con le parole di una solenne promessa, che tante volte è stata fatta al popolo di Dio. Leggiamo nel libro del Levitico: « Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo » (Lev 26, 11-12). E nel libro del profeta Ezechiele: « In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo » (Ez 37, 27).
Dunque c’è una promessa da parte di Dio: nessuno di noi, allora, può dubitare. Siamo certi che Dio è assolutamente fedele alla sua parola: egli compie quanto dice! Il disegno che promette è una realtà viva per noi e in noi. Dio non solo abita in mezzo a noi, non solo cammina con noi: egli è in noi, nell’intimo del nostro essere e del nostro cuore. Come scrive l’apostolo Paolo: « Noi siamo il tempio del Dio vivente » (2 Cor 6, 16).
Santo è chi vive con il Signore, chi gode della sua presenza, di una presenza così silenziosa e soave ed insieme così eloquente e forte, quella di Dio uno e trino, del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Questa esperienza spirituale Dio la offre a tutti i cristiani che vivono in grazia, secondo la parola esplicita di Gesù: « Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14, 23).
E’ un’esperienza che tutti noi cristiani siamo chiamati a percepire nella fede e a vivere nell’amore in una maniera più intensa durante l’imminente Grande Giubileo del 2000, ordinato com’è alla glorificazione della santissima Trinità. Proprio in questa direzione ho inteso attirare l’attenzione di tutti con la Lettera pastorale « Nel cuore della Trinità ». Certo, non a tutti il Signore dà la grazia della contemplazione e della gioia dei mistici. A tutti però egli chiede di crescere nella vita di grazia e di santità, e dunque di essere più consapevoli della Trinità presente e operante nel nostro cuore. I grandi santi, con la loro testimonianza, possono ravvivare il nostro desiderio e intensificare il nostro impegno. Riascoltiamo, ad esempio, qualche risonanza della straordinaria esperienza di santa Caterina da Siena, che nella sua preghiera infuocata così si esprime: « Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, poù cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce… O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni fredezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Ti cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna! » (Dal « Dialogo della Divina Provvidenza »).

2. « Noi siamo il tempio del Dio vivente ». Questa realtà di grazia, che è dono e frutto della promessa divina che si compie, coinvolge la nostra libertà e impegna la nostra responsabilità: se Dio è il nostro Dio e noi siamo il suo popolo, la nostra vita concreta – ossia i nostri pensieri, sentimenti, desideri, propositi, scelte e azioni – deve svolgersi alla presenza di Dio, anzi deve realizzarsi in intima comunione di amore e di vita con Dio. Sempre, in ogni momento o di gioia o di sofferenza e in ogni attività, anche la più umile e faticosa, noi siamo il tempio del Dio vivente.
Di qui il compito preciso che ci viene affidato: non dobbiamo rovinare o sciupare la bellezza spirituale di questa fisionomia e dignità che Dio ha plasmato in noi. L’esperienza di Israele e di ciascuno di noi ci fa avvertiti della triste possibilità – che è anche per noi – di rifiutare l’amore di Dio o comunque di non corrispondere adeguatamente alla sua tenerezza di Padre e di Sposo. Possiamo svuotare di significato l’alleanza di Dio con noi. Possiamo romperla. Proprio per questo l’apostolo Paolo ci invita a percorrere ogni giorno la via della conversione: « purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio » (2 Cor 7, 1).

Non è forse questa la grande grazia che l’Anno Santo ci chiede di accogliere nel nostro cuore, come fonte di vita nuova?

X Dionigi Tettamanzi
Arcivescovo di Genova

LUNEDÌ 1 GENNAIO 2010 – IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 1 GENNAIO 2010 – IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, apostolo 2, 13 – 3, 13

L’affettuosa corrispondenza dei Tessalonicesi alle sollecitudini di Paolo
Fratelli, ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete. Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono nella Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei Giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo.
Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di rivedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo. Perciò abbiamo desiderato una volta, anzi due volte, proprio io Paolo, di venire da voi, ma satana ce lo ha impedito. Chi infatti, se non proprio voi, potrebbe essere la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui ci possiamo vantare, davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia.
Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene e abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste tribolazioni. Voi stessi, infatti, sapete che a questo siamo destinati; già quando eravamo tra voi, vi preannunziavamo che avremmo dovuto subire tribolazioni, come in realtà è accaduto e voi ben sapete. Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie sulla vostra fede, per timore che il tentatore vi avesse tentati e così diventasse vana la nostra fatica.
Ma ora che è tornato Timòteo, e ci ha portato il lieto annunzio della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci come noi lo siamo di vedere voi, ci sentiamo consolati, fratelli, a vostro riguardo, di tutta l’angoscia e tribolazione in cui eravamo per la vostra fede; ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore. Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede?
Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi! Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

Responsorio   Cfr. 1 Ts 3, 12. 13; 2 Ts 2, 16-17
R. Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore a vicenda e verso tutti, * vi renda saldi nella santità.
V. Lo stesso Signore nostro conforti i vostri cuori,
R. vi renda saldi nella santità.

Seconda Lettura (1 e 2 Cor)
Dai «Trattati sui salmi» di sant’Ilario di Poitiers, vescovo
(Sal. 132; PLS 1, 244-245)

Tutti i credenti avevano un cuor solo e un’anima sola
«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132, 1), perché quando vivono insieme, fraternamente, si riuniscono nell’assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere.
Leggiamo che agli albori della predicazione apostolica questo grande precetto era molto sentito e praticato. Si dice infatti: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola» (At 4, 32). In realtà ben si conviene al popolo di Dio sentirsi fratelli sotto un unico Padre, sentirsi una cosa sola in un medesimo Spirito, vivere concordi nella stessa casa ed essere membra vive di uno stesso corpo.
E’ davvero bello e soave abitare insieme come fratelli. Il profeta presenta il paragone di questa serena giocondità dicendo: «Come olio profumato sul capo, che scende sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste» (Sal 132, 2). L’unguento che servì per la consacrazione sacerdotale di Aronne fu preparato con vari profumi. Dio si compiacque che questa consacrazione fosse fatta anzitutto per il suo sacerdote e che anche nostro Signore fosse invisibilmente unto «a preferenza dei suoi eguali» (Sal 44, 8). Questa unzione non è terrena. Non fu consacrato come si ungevano i re con il corno pieno di olio profumato, ma «con olio di letizia» (Sal 44, 8). Perciò, dopo questa unzione, Aronne per legge fu chiamato «unto».
Orbene, come questo unguento, su chiunque venga infuso, scaccia dai cuori gli spiriti immondi, così mediante l’unzione della carità, noi emaniamo la concordia, cosa veramente soave a Dio, come afferma l’Apostolo: «Noi siamo il profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15). Come dunque questo unguento fu gradito a Dio nel primo sacerdote Aronne, così è bello e giocondo che i fratelli vivano insieme.
Ma l’unguento discende dal capo sulla barba e la barba è il decoro dell’età virile. E’ necessario perciò che noi siamo dei bambini in Cristo unicamente per quel tanto che fu detto, che siamo bambini cioè solo in quanto privi di malizia, ma adulti nell’intelligenza e nella sapienza.
L’Apostolo chiama bambini tutti gli infedeli, perché, non essendo capaci di cibo solido, hanno ancora bisogno di latte, proprio come dice lo stesso Apostolo: «Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci e neanche ora lo siete» (1 Cor 3, 2). Noi invece dobbiamo essere adulti.

Responsorio   Cfr. Rm 12, 5; Ef 4, 7; 1 Cor 12, 13
R. Sebbene molti, noi siamo un solo corpo in Cristo, e siamo membra gli uni degli altri. * A ciascuno è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo.
V. In un solo Spirito tutti siamo stati battezzati per formare un solo corpo; tutti abbiamo bevuto a un solo Spirito.
R. A ciascuno è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo.

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