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PADRE FEDELE DA FANNA, UNA VITA DI SACRIFICI PER EDITARE L’OPERA OMNIA DI SAN BONAVENTURA

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PADRE FEDELE DA FANNA, UNA VITA DI SACRIFICI PER EDITARE L’OPERA OMNIA DI SAN BONAVENTURA

Relazione della prof. Barbara Faes in occasione dei 130 anni dalla morte del francescano

FANNA, venerdì, 13 luglio 2012 (ZENIT.org) – Qui di seguito riportiamo il testo integrale della relazione della prof. Barbara Faes del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tenuta, venerdì 22 giugno a Fanna (Pordenone), in occasione dei 130 anni dalla morte di padre Fedele da Fanna.
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In una sua corrispondenza da Madrid nel 1877, il francescano Fedele da Fanna (1838-1881) ricordava di aver “percorso quasi tutta l’Europa, rovistato quasi tutte le biblioteche, esaminato un’ingente quantità di codici manoscritti, e di altri documenti d’ogni specie e d’ogni tempo, sempre con l’intento o di scoprire l’occulto o di riformare giudizi erronei, o di chiarire cose dubbie e di pubblicare cose utili alla religione, alla scienza ed alla società”.
Le parole illustrano efficacemente il senso del lavoro itinerante che impegnò in condizioni durissime questo Francescano per ben 9 anni e mezzo della sua breve ma intensa vita (dal 1871 al 1880) alla scopo di preparare l’edizione critica delle opere di S. Bonaventura, che costituiscono il grande contributo scientifico che egli ci ha lasciato.
Nel 1877 Fedele ha ormai maturato pienamente la consapevolezza che la sua impresa, per la quale sta peregrinando per le biblioteche di tutta Europa, comporta non solo una promozione edificatoria dell’Ordine di cui fa parte, da raggiungere attraverso la conoscenza e divulgazione del pensiero di uno dei maggiori Francescani del passato, appunto Bonaventura, ma ha un respiro più vasto, universale, che travalica il progetto iniziale voluto da Bernardino da Portogruaro, suo superiore, consigliere e paterno amico per tutta la vita.
Il lavoro di Fedele riveste infatti una triplice finalità: religiosa, dunque più ampia di quella di un recinto francescano di appartenenza, quasi a dire che Bonaventura non è solo dei Francescani, ma patrimonio di tutta la cattolicità-romana, quella cattolicità che fino ad allora in piena neoscolastica si riconosceva soprattutto in Tommaso d’Aquino; scientifica, mentre il progetto iniziale di edizione delle opere di Bonaventura, come si vedrà, non rivestiva questo carattere; culturale, perché un’edizione critica, se condotta con i crismi della scientificità, è oggetto di interesse ed attenzione per tutto il mondo dei dotti, religiosi e laici.
Ma come era arrivato Fedele a queste considerazioni? L’ accidentata storia della sua impresa scientifica, patrocinata da Bernardino da Portogruaro, a quei tempi Generale dell’Ordine, è al riguardo particolarmente illuminante. Essa si svolge nella seconda metà dell’800, periodo travagliato della storia dell’Ordine, che al pari degli altri soffre delle radicali decimazioni economiche e psicologiche causate dalle soppressioni religiose, da uno forte decremento numerico e abbassamento culturale della formazione dei frati, da irrigidimenti da parte papale e da parte del nuovo stato italiano. Due figure diverse per età, formazione, censo e soprattutto per temperamento, ma complementari e accompagnate da un stesso ideale, si incontrano: Bernardino e appunto Fedele.
Il primo è il più anziano, proveniente da famiglia benestante, con alle spalle una buona formazione culturale, in contatto con N. Tommaseo e i notabili di Venezia, uomo delle istituzioni – prima infatti è provinciale dell’Ordine poi a lungo generale – fine mediatore e perspicace nell’individuare nell’ignoranza dei frati del tempo una delle cause della decadenza dell’Ordine e dunque nel cercare e trovare come correttivo adeguato un piano di studi più serio e formativo per la loro educazione spirituale ed intellettuale, basato tra l’altro su una lettura più diretta di testi filosofici e teologici medievali, ossia sostanzialmente su Tommaso e – questa è la novità maggiore – su Bonaventura.
Fedele, al secolo Giorgio Maddalena, viene da una povera famiglia di paese, Fanna, oggi in provincia di Pordenone. Assolta l’istruzione elementare, va a studiare a Venezia non al glorioso ed esclusivo liceo S. Caterina frequentato dagli abbienti come appunto Bernardino, ma – sovvenzionato da benefattori – privatamente, dove impara, lui di madrelingua friulana, forse meglio l’italiano, benissimo il latino e poi probabilmente già il francese e il tedesco. Entrato come novizio tra i Francescani Riformati di S. Michele in Isola, assume il nome di Fedele e nel 1858 pronuncia i voti solenni.
Terminati in convento brillantemente gli studi curricolari di teologia e precedentemente quelli di retorica, filosofia, belle lettere, è in grado di insegnare subito, in qualità di lettore ai suoi confratelli, cosa che farà per 7 anni commentando proprio il Breviloquio di Bonaventura. La sua sicura conoscenza delle opere di Bonaventura, le sue innegabili capacità logiche offriranno il destro ai suoi superiori e confratelli, per utilizzarle anche al di fuori della mura conventuali per motivi nobili e ufficiali, ma anche meno nobili e privati: così nel 1870 compone un opuscolo sul primato e l’infallibilità del Papa, estraendo a sostegno di questa tesi varie citazioni dagli scritti del Serafico per fornire una risposta alle forti riserve intorno a questo dogma in discussione durante il Concilio Vaticano I, riserve che tra l’altro sostenevano la mancanza in questo dogma di solide basi testuali perché non riscontrabili nelle opere di Tommaso e di Bonaventura.
Nel ‘71 dà alla stampe un minaccioso opuscolo, condotto però a fil di logica e di sillogismi, dal titolo battagliero Urgente escursione contro una mano di ausiliari massonici rivolto contro un gruppo di cattolici liberali vicentini pensosi e rispettosi dei valori della religione, ma che esercitavano l’arma del dubbio e della riflessione su pronunciamenti dogmatici, appunto l’infallibilità pontificia, avvertiti come coercitivi ed espressione non di un potere spirituale, ma piuttosto politico del papato e che privatamente per lettera avevano manifestato il loro dissenso.
L’impresa principale di Fedele da Fanna è comunque l’edizione dell’Opera omnia di Bonaventura. L’idea iniziale di essa è stata di Bernardino, l’attuazione pratica invece di Fedele, al quale si deve anche il mutamento in corso d’opera del progetto. Merito di Bernardino è l’aver individuato la persona giusta e averla sostenuta sino alla fine.
Con notevole fiuto psicologico capisce subito le eccezionali doti di chiarezza intellettuale, impegno e dedizione nel lavoro, ma anche le difficoltà caratteriali di quel giovane scorbutico, a volte lamentoso, di malferma salute, incapace di mezze misure, orgoglioso, spesso sospettoso dei confratelli (Bernardino per dissapori dovrà trasferirlo da S. Michele in Isola al convento degli osservanti di S. Francesco della Vigna e anche lì Fedele non si troverà bene), ma anche improvvisamente remissivo, di una candida semplicità, ma nel contempo abile nel fare i conti, organizzare gli aspetti materiali dell’impresa, capace all’occorrenza di intrattenere relazioni con diplomatici di tutto il mondo, di scrivere con franchezza senza ombra di piaggeria all’imperatore Francesco Giuseppe per ottenere sovvenzioni e aiuti pecuniari.
Bernardino è lungimirante, tollerante e protettivo verso questo figliolo ispido e testardo, ma di una lealtà e fedeltà assoluta a un ideale, che grazie a lui non resta velleitariamente sulla carta, ma pian piano a costo di difficoltà innumerevoli, prende corpo, si concretizza e cresce a dimisura fino a diventare una delle più grandi e ammirate imprese scientifiche di tutti i tempi, modello per quelle coeve e future.
La storia di questa impresa nelle sue linee generali è abbastanza semplice. In un primo tempo, mosso dai suoi intenti pedagogico-formativi e poi in vista del VI Centenario della morte di Bonaventura (1874) Bernardino commissiona al giovane friulano una ristampa degli scritti di Bonaventura con commenti e aggiunte esplicative, ritenendo sufficiente migliorare le vecchie edizioni. Fedele inizia, ma presto si accorge che un simile lavoro è un’operazione di pura facciata, inutile, perché privo di solide basi scientifiche.
Propone allora un altro progetto, che Bernardino approverà: un’edizione scientifica delle opere di Bonaventura, ossia di ricostruzione critica di esse. Edizione critica, significa, ieri come oggi, anzitutto stabilire l’autenticità di un testo, poi ricostruirlo filologicamente alla luce della sua tradizione manoscritta, documentarlo e valutarlo; ma ciò è possibile soltanto se prima si individuano, ed esaminano minuziosamente tutti i testimoni manoscritti di quel testo, che ai tempi di Fedele erano sepolti nelle più svariate biblioteche d’Italia e d’Europa, come egli ricordava nella sua lettera da Madrid.
Fedele incomincia suoi viaggi; il resoconto di essi si legge nella puntuale corrispondenza con Bernardino: prima in Italia, poi via via in Francia, Inghilterra, Irlanda, Belgio, Germania, Svizzera, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Olanda, Spagna, Portogallo.
Sono viaggi scomodi in terza classe su panche di legno, dove talvolta si tenta di dormire per risparmiare sui pernottamenti e guadagnare tempo; alcuni in paesi, come la Francia e la Germania potenzialmente inospitali per i religiosi, perché hanno governi repubblicani laici e popolazione non sempre ben disposta, ed ecco allora consigliabile una certa prudenza nel vestire: via il saio nei luoghi pubblici e al suo posto l’abito secolare che però va comperato e per un povero frate è costoso.
Ci si sposta da un luogo e da una biblioteca all’altra per cercare cataloghi, decifrare ms., verificare indicazioni spesso errate, trascrivere; il lavoro è estenuante, tutto a mano, richiede occhi buoni, attenzione, pazienza, fiuto, oltre naturalmente a sicure conoscenze di latino, di paleografia e di codicologia.
E’ un lavoro non solo faticoso, ma anche forsennato, perché il tempo a disposizione è poco e non sempre valutabile: si programma un giorno per una ricerca, ed ecco improvvise e nuove scoperte dilazionano i tempi, mandano all’aria i piani e, conseguentemente, comportano spese ulteriori. Le condizioni di lavoro, poi, non sono sempre agevoli, essendo il vitto spesso insufficiente e cattivo, la vita in alcuni paesi carissima (i frati sostanzialmente si mantengono con le messe), il clima ostile, il rumore della città assordante. L’Inghilterra è il paese dove Fedele, si trova più a disagio.
La povertà è il filo conduttore di questi viaggi e Fedele se ne lamenta spesso con il suo Generale. Il frate, soprattutto il Francescano, è sì povero per scelta, ma anche per imposizione, perché le dure circostanze glielo impongono: costano non solo il pur parco sostentamento e i trasferimenti da un luogo all’altro, ma anche altre spese indifferibili, come l’acquisto dei libri e delle edizioni antiche, strumenti che spesso Fedele trova solo all’estero e compera anche alle aste.
Ma c’è anche un’altra povertà ed è per lui la più angustiante: la povertà numerica dei suoi collaboratori, le resistenze dei Provinciali a cedere qualche loro frate, che ritengono assolutamente indispensabile e inamovibile dal lavoro in Provincia. E infine vi è la povertà mentale dei confratelli; di coloro che nel corso degli anni si avvicenderanno nell’impresa, pochi alla fine resisteranno, o perché inadatti a quel lavoro per ristrettezza d’ingegno o difficoltà di apprendimento, o perché ignavi, riottosi a una vita di simili sacrifici e insensibili al richiamo di forti idealità di cui non riescono a cogliere il senso.
Fedele è esigente, anzitutto con se stesso, poi con i suoi, non si risparmia, non lascia nulla di intentato ed anche per questo il lavoro procede con lentezza e l’edizione vera e propria è ogni volta procrastinata. Nel 1874 si festeggia il VIocentenario della morte di Bonaventura e di Tommaso: l’occasione è importante perché se Francesco è il cuore, la vita dell’Ordine, Bonaventura, è la sapienza di questo cuore; perché nel clima della neoscolastica imperante questi se non adeguatamente onorato potrebbe passare in secondo piano rispetto al più celebrato Tommaso; infine per dare nuova visibilità all’Ordine francescano, attraverso uno dei suoi maggiori esponenti.
L’edizione però del primo volume dell’Opera omnia è ancora in alto mare ed ecco che Fedele per l’occasione confeziona un opuscolo, la Ratio novae collectionis, che illustra le ragioni e il programma della nuova edizione, rende conto del lavoro fatto e delle nuove scoperte. Tra i dotti di tutta Europa esso avrà un enorme successo e ampi riconoscimenti.
Nel frattempo il lavoro cresce a dismisura con considerevoli spese di forze e di denaro; i collaboratori sono scontenti non vedendone la fine e per questo si lamentano con il loro Generale; le aspettative del mondo intero – specie dopo l’uscita della Ratio novae collectionis – sono grandi.
Bernardino finora si è sempre mostrato comprensivo e paziente, ma alla fine, portavoce anche dei malumori di chi lavora con Fedele, lo mette alle strette, non con durezza che sarebbe controproducente, ma facendo leva su un sentimento psicologicamente più sottile, lo scoramento, un certo avvilimento per tutti i continui rinvii e lo invita a non tardare più, a dare inizio all’edizione. Imperterrito Fedele non gli dà ascolto e continua i suoi viaggi per tutta Europa: in tutto visiterà 410 biblioteche!
Dopo molte ricerche, nel 1877 Bernardino, avvertito della necessità di acquisire una sede esclusivamente per gli editori delle opere in corso, riesce a comperare una malconcia villa nobiliare a Quaracchi (Firenze) per ospitare la costituenda biblioteca, i materiali, in un secondo tempo la tipografia, e naturalmente gli editori stessi. Qui, dopo opportuni restauri, si stabilirà il Collegio S. Bonaventura ossia il gruppo di religiosi, inizialmente soprattutto tedeschi, addetti ai lavori scientifici, inizialmente sotto la direzione di Fedele e alla sua morte di Ignatius Jeiler (+ 1904).
A Quaracchi – dove i Frati resteranno fino al 1971, per poi trasferirsi a Grottaferrata e da qualche anno a Roma (convento si S. Isidoro) – vedrà la luce, insieme ad altre importanti iniziative editoriali francescane, la sospirata edizione in 10 volumi delle opere di Bonaventura, il cui primo volume apparirà nel 1882, l’ultimo nel 1902 . Fedele non vedrà il risultato delle sue fatiche: morirà a Quaracchi a 42 anni sfinito dai viaggi, dalla stanchezza, dall’ansia di finire, dalla tisi.
Fedele muore, ma la sua opera resta, anche se pochi oggi, leggendo in originale un testo di Bonaventura, immaginano il lungo e sofferto lavoro editoriale a monte, e chi ne sia stato l’autore. Per Fedele lo studio è stata la vita stessa al servizio di un alto ideale, che ha testimoniato con l’impegno di un grande rigore e con l’austera nobiltà di una ricerca scientifica senza scorciatoie né compromessi. Il valore dello studio, dunque: una sfida grande per quei tempi, ma ancora più per oggi.

Sant’Antonio da Padova, Sermoni (sul Genesi)

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ANTONIO DI PADOVA

Sermoni

P R O L O G O

(sul Genesi)

1. Leggiamo nel primo libro dei Paralipomeni: “Davide diede [al figlio Salomone] oro finissimo, perché con esso venisse costruita una specie di quadriga di cherubini che, stendendo le ali, coprissero l’arca dell’alleanza del Signore” (1Par 28,18).
2. Dice la Genesi che nella terra di Hevilath “si trova l’oro, e l’oro di quella terra è purissimo” (Gn 2,12). Hevilath vuol dire “partoriente”, e raffigura la sacra Scrittura, che è “la terra che produce prima l’erba, quindi la spiga, e infine il chicco pieno nella spiga” (Mc 4,28).
Nell’erba è indicata l’allegoria (il senso allegorico), che edifica la fede: “La terra germogli erba verdeggiante”, comanda Dio nella Genesi (Gn 1,11). Nella spiga – il cui nome viene da spiculum, punta o freccia – è indicata l’applicazione morale, o l’insegna­mento morale, che forma i costumi e con la sua soavità penetra nello spirito. Nel chicco pieno è indicata l’anagogia (il senso mistico), che tratta della pienezza del gaudio e della beatitudine angelica.
Ecco dunque che nella terra di Hevilath si trova l’oro finissimo, perché dal testo della pagina divina scaturisce “la scienza sacra”. Come l’oro è superiore a tutti i metalli, così la scienza sacra è superiore a ogni altra scienza: non sa di lettere chi non conosce le “lettere sacre”. Dunque è della scienza sacra che si parla, quando dice: “Davide diede oro finissimo”.
Davide vuol dire “misericordioso”, oppure “di mano forte”, o anche “avvenente di aspetto”, ed è figura del Figlio di Dio, Gesù Cristo, il quale fu misericordioso nell’incar­nazione, forte e valoroso nella passione, e sarà di aspetto sommamente desiderabile per noi nella beatitudine eterna. Parimenti è misericordioso nell’infusione della grazia: e questo negli incipienti, per cui è detto miseri­cordioso, quasi a dire “che irriga il cuore misero” (misericors, miserum rigans cor).
Nell’Ecclesiastico infatti è detto: “Innaffierò il giardino delle piante e irrorerò il frutto del mio parto” (Eccli 24,42)1. Il giardino è l’anima nella quale Cristo, come un giardiniere, mette a dimora i misteri della fede, poi la irriga e la feconda con la grazia della compunzione; e dell’anima dice ancora: “e irrorerò il frutto del mio parto”: l’ani­ma nostra è detta “frutto del parto del Signore”, cioè del suo dolore, perché, come una donna partoriente, l’ha generata nei dolori della passione: “Offrendo – dice l’Apo­stolo – preghiere e suppliche con forti grida e lacrime” (Eb 5,7). E Isaia: “Io che faccio partorire gli altri, forse non partorirò?” (Is 66,9), dice il Signore?”. Irrora quindi il frutto del suo parto quando con la mirra e l’aloe della sua passione mortifica i piaceri della carne, affinché l’anima, come inebriata da questa irrora­zione, dimentichi le cose temporali: “Hai visitato la terra e l’hai inebriata” (Sal 64,10).
Parimenti è di mano forte quando fa avanzare di virtù in virtù, e opera questo nei proficienti. Dice infatti Isaia: “Io sono il Signore, Dio tuo, che ti prendo per mano e ti dico: Non temere, perché io ti ho aiutato” (Is 41,13). Come una madre amorosa prende con la sua mano la mano del bambino insicuro sulle gambe, perché possa salire con lei, così il Signore con la mano della sua misericordia prende la mano dell’umile penitente affinché possa salire per la scala della croce i gradini della perfezione (i perfetti), e sia fatto degno di contemplare colui che è avvenente di aspetto, “il re nella sua gloria” (Is 33,17), “colui nel quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12).
Il nostro Davide, il Figlio di Dio, il Signore benigno e misericordioso (Sal 110,4), che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare (Gc 1,5), ha dato l’oro, cioè la sacra intel­ligenza della divina Scrittura: “Aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45); ha dato l’oro purissimo, cioè perfettamente purificato da ogni immon­dezza e da ogni scoria di malvagità e di eresia.
4. “Affinché con esso fosse costruita una specie di quadriga di cherubini”: con questa espressione si intende la pienezza della scienza e vengono indicati l’Antico e il Nuovo Testamento, nei quali è la pienezza di tutta la scienza, la sola che sa insegnare, la sola che rende sapienti. Le sue massime (lat. auctoritates) sono come delle ali, che si distendono quando vengono spiegate nel triplice senso sopraddetto; e in questo modo velano l’arca dell’al­leanza del Signore. L’arca è così chiamata in quanto tiene lontano (lat. arcet) gli sguardi o il ladro. L’arca è l’anima fedele, che deve allontanare da sé lo sguardo della superbia, di cui è detto in Giobbe: “Tutte le cose alte disprezza” (Gb 41,25), e il ladro, così chiamato da “notte oscura” (lat. fur, ladro, e furva nox, notte oscura): il ladro che finge di essere santo, e che è chiamato: “il nemico che si aggira nelle tenebre” (Sal 90,6).
Quest’arca è detta “dell’alleanza del Signore”, perché nel battesimo l’anima fedele ha stabilito con il Signore un’alleanza eterna, quella cioè di rinunciare al diavolo e alle sue suggestioni, come è scritto: “Giurai e stabilii di osservare i tuoi precetti di giustizia (Sal 118,106). Quest’arca è velata dalle ali dei cherubini quando con la predicazione dell’Antico e del Nuovo Testamento viene protetta e difesa dalla fiamma della prosperità umana, dalla pioggia della concupiscenza carnale e dalla folgore delle suggestioni diaboliche.
5. Perciò a gloria di Dio e per l’edificazione delle anime, a consolazione del lettore e dell’ascol­tatore, con l’approfondimento del senso della sacra Scrittura e ricorrendo ai vari passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, abbiamo costruito una quadriga, affinché su di essa l’anima venga sollevata dalle cose terrene e portata, come il profeta Elia, in cielo per mezzo della frequentazione delle verità celesti (cf. 4Re 2,11).
E osserva che, come nella quadriga ci sono quattro ruote, così in questi sermoni vengono trattate quattro materie, vale a dire i vangeli domenicali, i racconti dell’Antico Testamento come vengono letti nella chiesa, gli introiti, e le epistole della messa domenicale. Quasi raccogliendo dietro ai mietitori le spighe dimen­ticate, come Rut la moabita nel campo di Booz (cf. Rt 2,3.7), con timore e trepidazione perché ìmpari a così sublime e arduo compito, ma vinto dalle preghiere e dall’amore dei fratelli che a ciò mi spingevano, ho riunito e concordato tra loro queste quattro materie, nella misura concessami dalla grazia divina e per quanto me lo consentiva il modesto ruscello della mia piccola scienza.
E perché la complessità della materia e la varietà dei riferimenti non producesse nella mente del lettore confu­sione o dimenticanze, abbiamo diviso i vangeli in parti, come Dio ci ispirava, e ad ogni parte abbiamo fatto corri­spondere le parti dei racconti dell’Antico Testamento e quelle delle epistole.
Abbiamo esposto un po’ più diffusamente i vangeli e i racconti della Bibbia, mentre siamo stati più brevi e sintetici nell’esposizione dell’introito e delle epistole, perché l’ec­cesso di parole non provocasse un dannoso fastidio. È veramente difficile riassumere in un discorso breve ed efficace una materia così vasta!
A tal punto è giunta la frivola mentalità dei lettori e degli uditori del nostro tempo, che se non incontrano in ciò che leggono o in ciò che ascoltano uno stile elegante, infiorettato di frasi ricercate e di parole rare e nuove, si annoiano di ciò che leggono e disprezzano ciò che sentono. Quindi, per evitare che la Parola di Dio avesse a suscitare noia o disprezzo a danno delle loro anime, all’inizio di ogni vangelo abbiamo posto un prologo appropriato, e abbiamo introdotto qua e là descrizioni di elementi naturali e di animali, ed etimologie di nomi, il tutto interpretato in senso morale.
Abbiamo anche riunito insieme gli inizi (gli incipit) di tutte le citazioni di questa opera, dalle quali in pratica è possibile dedurre il tema del sermone; e all’inizio abbiamo elencato tutti i passi del libro nei quali trovarle e a quale argomento ognuna di esse possa essere adattata.
Sia data dunque ogni lode, ogni gloria e ogni onore al Figlio di Dio, principio di tutta la creazione: in lui unicamente abbiamo riposto e da lui aspettiamo la ricompensa di questo lavoro. Egli è Dio benedetto, glorioso e beato per i secoli eterni.

E tutta la chiesa canti: Amen. Alleluia!

31 maggio: Visitazione della Beata vergine Maria – Dalle Omelie di san Carlo Borromeo.

http://www.certosini.info/lezion/Santi/31%20maggio%20visitazione%20della%20B%20V%20M.htm

31 MAGGIO – VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Dalle Omelie di san Carlo Borromeo.

Homilia 43. Mediolani 1747.t. 1,322-327.330-332.

Oggi la Vergine Maria valica i monti e arriva da Elisabetta per esserle di aiuto durante la gravidanza di lei. Infatti, appena la Vergine santissima fu piena di Dio, si dedicò con impegno totale alle opere di carità in esultante e fervida premura.
Talvolta anche noi siamo riempiti dallo Spirito Santo, quando egli ci ispira santi desideri che ci fanno concepire progetti di bene. Bisogna però correre subito a eseguirli, giacché sono tanti coloro che avvertono le mozioni dello Spirito Santo, ma per negligenza le lasciano illanguidire, sicché esse svaniscono del tutto.
Figli miei, veniamo subito ai fatti concreti finché il nostro cuore è infiammato e lo spirito ci arde di quel fuoco sacro, per tema che le preoccupazioni e i pensieri profani non spengano il fervore che lo Spirito di Dio ha suscitato nel nostro intimo.
Noi siamo a noi stessi il nostro peggior nemico, quando ci abbassiamo al punto da preferire di abitare nei bassifondi con bestie e serpenti, piuttosto che dimorare con Dio e gli angeli e salire sui monti con la santissima Vergine Madre di Dio. Perché sostiamo in questo infelice esilio terreno?
Perché indugiamo per via quando non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. 1 ( Eb 13,14 ) A che scopo Cristo è morto e ha istituito i santissimi sacramenti? Essi non sono forse i gradini che ci permettono di salire sulla montagna spirituale?
Contemplate, figlie. figlie carissimi, le profondità della chiamata divina e con ogni cura vigilate sul cuore.2 ( Pro 4,23 )
Non posso far a meno di ammirare, fratelli, la somma umiltà di Maria. La grandezza inconcepibile dell’onore che è fatto alla Vergine non la esalta minimamente, ma al contrario la sua nuova dignità la rende ancora più umile.
Ed è normale, perché Maria deve alla sua umiltà di essere quello che è: Dio ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.3 ( Lc 1,48 )
Maria era vergine, divenne Madre di Dio, signora del cielo e regina degli angeli, eppure non sdegna di andare da Elisabetta per servirla, benché lei stessa sia incinta. Addirittura saluta la cugina per prima e rimane con lei circa tre mesi.
Pensate, fratelli, a tutti gli atti di umiltà che la Vergine dovette fare durante quel soggiorno! Benché il vangelo non scenda in particolari a questo proposito, senz’altro Maria fece tutto quello che ci si poteva aspettare dalla più umile delle vergini.
Maria si mette rapidamente in viaggio per recarsi da Elisabetta, non soltanto perché vuole essere di aiuto alla cugina, ma perché nel suo grembo Dio la spinge ad affrettarsi.
Il Figlio di Dio scende in terra per debellare il peccato, per estirparlo fin dalla radice nell’intento di riscattare gli uomini. Spinge Maria a recarsi da Elisabetta, perché ancora prima di nascere gli preme di redimere l’anima di Giovanni, vuole purificarla dal peccato originale e investirla di una grazia tale che nessun peccato grave possa sfigurarla finché vivrà.
Il profeta Isaia aveva predetto quel viaggio affrettato. Infatti, dopo aver parlato della nascita del Cristo Signore, dicendo: Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, 4.( Is 7,14 ) soggiunge: In fretta il bottino! Rapida la preda! Poiché.. prima che il bambino sappia dire babbo e mamma, le ricchezze di Damasco e le spoglie di Samaria saranno portate davanti al re di Assiria.5.( Is 8,3 ) Questo fare un buon bottino simboleggia la vittoria di Cristo che strappa la preda dalle fauci del demonio.
La salvezza degli uomini è ardentemente bramata da colui che viene a salvarli. Perché stupirsi allora che la Vergine Maria si metta in cammino alla svelta sotto l’impulso del Figlio che porta in seno? Egli aspira a santificare il figlio di Elisabetta la sterile, a lavarlo dal peccato originale e a riempirlo dì Spirito Santo.
Questo episodio ci spinge a considerare l’immenso amore che Dio ci porta; non dobbiamo, infatti, mai perdere un’occasione per farne memoria, figli carissimi.
Il Signore, ancora racchiuso nel grembo della Vergine, si affretta per poter mostrare la sua misericordia a Giovanni.
In questo modo, che non deve stupirci, ci fa capire come Dio si connota per una misericordia sempre pronta a perdona re. Somma bontà per essenza, egli ha sommo desiderio di comunicarsi e diffondersi in ciascuno di noi.
Ancora nel grembo materno, Giovanni riconosce il Figlio di Dio che viene e lo santifica. Cristo comincia con l’illuminare la mente di lui, poi ne infiamma il volere con l’ardore della carità. Giovanni esulta allora di gioia in seno a Elisabetta.
Va sottolineato che il bambino manifesta il suo sentimento alla presenza della maestà divina non soltanto con la gioia del cuore, ma anche con un movimento del corpo. Infatti, l’amore con cui lo Spirito Santo lo infuoca, si estende pure alle potenze inferiori dell’anima e si comunica nella forma di una gioia fisica, tanto che Giovanni avrebbe potuto ripetere con il profeta: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.6.( Sal 83,3 )
L’esempio di Giovanni ci insegna a onorare Dio con una bontà ardente, che non sia soltanto interiore ma esteriore, giacché l’amore per Dio non può rimanere inoperoso. Il trasalimento del Precursore ci rammenta l’immensità dei beni che abbiamo ricevuto da Dio.
Giovanni è santificato prima di nascere nel seno materno, e il demonio non possederà mai la sua anima, perché il Battista non offenderà mai Dio con una colpa grave. Questo non è certo il nostro caso. Beati, tuttavia, quelli che si consacrano al culto di Dio fin dall’infanzia e cosi gli offrono, come sacrificio quanto mai gradito, il fiore della vita, primizia dei frutti che porteranno.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamo a gran voce: « Benedetta tu fra le donne,,  e benedetto il frutto del tuo grembo! ».7.( Lc 1,42 )
Tu sei benedetta fra tutte le donne, perché benedetto è colui che tu porti. Solitamente, la nobiltà del frutto proviene dalla nobiltà dell’albero, ma tu, o Maria, sei nobilitata dal frutto delle tue viscere. Eva aveva avvelenato l’universo a.causa di un frutto mortifero; tu invece arrechi la salvezza al mondo intero.
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 8 ( Lc 1,43.) e E’ mai possibile che la regina degli angeli e la Madre di Dio voglia visitare la sua serva meschina, questa donnetta?
Fate vostre a doppio titolo queste parole di Elisabetta, figli carissimi, e rivolgetele non alla Madre di Dio ma a Dio stesso, perché egli viene doppiamente a noi: viene per noi e viene grazie a noi, che siamo i suoi ministri e i suoi inviati.
Il Figlio glorioso di Dio, Cristo stesso, viene a noi nel santissimo sacramento dell’Eucaristia. Se sapessimo entrare in estasi davanti a tale mistero!
Quando Gesù si avvicinò a Pietro, questi gridò: Signore, allontanati da me che sono un peccatore. 9( Lc 5,8 ) Anche il centurione esclamò: Signore, io non son degno che tu entri sotto
il mio tetto. 10( Mt 8,8 ) Ciò nonostante, Cristo salì sulla barca dell’Apostolo ed entrò nella casa dell’ufficiale.
Che vi rimane da dire, figli miei, quando il Signore viene nella vostra anima e nel vostro corpo e si fa per voi banchetto spirituale? Senza dubbio esclamerete: A che debbo che venga a me?
Quale è il mio merito, dato che seppi soltanto fare il male e nulla di buono? Com’è possibile che tu venga a nutrire me povero peccatore, per unirmi a te? Perché tu vieni verso di me non soltanto per tramite dei tuoi ministri, non soltanto con la tua grazia, ma con il dono di tutto te stesso.
Com’è possibile che tu, Dio, Re del cielo e della terra, possa volerti unire a me, che sono cenere, polvere e indegno peccatore? lo, che ti offendo ogni giorno e ti provoco di continuo?
L’unica spiegazione sta nel tuo amore infinito. Fu l’amore a guidarti dal cielo in terra e ti spinse a soffrire e a morire per me.

Ascensione del Signore: Dai « Discorsi » di Guerrico d’Igny.

http://www.certosini.info/preghiera/lezion/b/tp_ascensione.htm

Tempo di Pasqua

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Solennità

Dai « Discorsi » di Guerrico d’Igny.

« Padre, quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato ». Gv 17,12. Il Signore pregò così alla vigilia della sua passione. Tuttavia, non è sbagliato applicare questa preghiera al giorno dell’Ascensione: infatti fu quello il momento in cui si separò dai discepoli che affidava al Padre.
Il Signore che in cielo istruisce e guida i cori angelici che ha creati, si era associato in terra un gruppetto di discepoli per istruirli con la sua presenza corporea fino al momento in cui i loro cuori si fossero dilatati e lo Spirito avesse potuto ormai guidarli. Così Cristo amava quei piccolissimi di un amore degno della propria grandezza. Li aveva distolti dall’amore del mondo e li aveva indotti a lascìar cadere ogni speranza terrena: ora li vedeva dipendere unicamente da lui. Ma finché restò tra loro con il corpo, non prodigò tanto facilmente le espressioni del suo affetto, dimostrandosi fermo più che tenero, proprio come si addice a un maestro e a un padre.
2
Quando però giunse il momento della separazione, Cristo fu quasi sopraffatto dalla tenerezza del suo amore per i discepoli e non poté più dissimulare l’intensità e la dolcezza dei suoi sentimenti fino allora celati. Per questo nel vangelo si legge: « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. » Gv 13,1. Allora fu come se effondesse per i suoi amici tutta la ricchezza del suo amore, prima ancora di riversare come acqua tutto sé stesso per i suoi nemici.
In quel momento consegnò loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ne istituì la celebrazione: non so se in questo dobbiamo ammirare dì più la potenza o l’amore di Gesù. Cristo aveva trovato così un nuovo modo di rimanere con i discepoli per consolarli della sua partenza: pur allontanandosi in apparenza col corpo, sarebbe rimasto non solo con loro, ma addirittura in loro, in virtù del sacramento. Allora quasi dimentico della propria maestà, come facendo ingiuria a sé stesso – anche se la gloria della carità consiste nell’umiliarsi per gli amici – il Signore con meravigliosa condiscendenza lavò i piedi agli apostoli; con un solo atto dette l’esempio dell’umiltà e il sacramento del perdono.
3
Sempre in quella circostanza, dopo averli a lungo incoraggiati, li affidò al Padre. Felici loro che avevano per avvocato lo stesso giudice! Per essi prega colui che si deve adorare, con lo stesso amore che ha colui che viene implorato: il Padre, con cui Cristo è un unico spirito, una sola volontà e una sola potestà, poiché Dio è uno. E’ naturale che tutto quello per cui Cristo prega si realizzi, perché la sua parola è atto e la sua volontà efficace. Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste. Cristo afferma: « Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io. » Gv 17,24. Quanta e quale sicurezza per i fedeli! Quanta fiducia per i credenti! Basta soltanto che cerchino di non perdere la grazia ricevuta. Questa sicurezza infatti non è offerta unicamente agli apostoli o ai loro condiscepoli, ma a tutti quelli che per la loro parola avrebbero creduto nel Verbo di Dio.
4
« Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me. » Gv 17,20. A voi fratelli, è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui: Fil 1,29 come quelli che la fede nella promessa di Cristo corona con assiduo martirio nella quotidiana lotta contro i vizi; li rende infatti non inoperosi per la sicurezza ma più ferventi nell’ardore. Martirio assiduo ma facile; facile ma sublime. Facile, perché non comanda nulla oltre le forze. Sublime, perché trionfa di tutta la potenza del nemico che è come un forte armato. Non è forse facile portare il soave giogo di Cristo e sublime l’esser coronati nel suo regno? Quale cosa più facile del portare le ali che portano colui che le porta? Quale cosa più sublime del volare al di sopra dei cieli ove è asceso Cristo? Sì, i santi, la cui giovinezza si rinnoverà come quella dell’aquila, prenderanno ali e voleranno. Dove? « Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi ». Lc 17,37 sentenzia il vangelo di Cristo.

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]: « Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna »

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

Martedì della II settimana di Pasqua

Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
Poesia « Heilige Nacht »
« Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna »

Mio Signore e mio Dio,
mi hai guidata su un cammino lungo, sassoso, oscuro e faticoso.
Sovente sembrava che le mie forze volessero abbandonarmi,
non speravo quasi più  di vedere un giorno la luce.
Il mio cuore stava pietrificandosi in una sofferenza profonda
quando il chiarore di una dolce stella sorse ai miei occhi.
Fedele, mi guidò ed io la seguii
con passo prima timido, poi più sicuro.
Giunsi alfine alla porta della Chiesa.
Si aprì. Chiesi di entrare.
La tua benedizione mi accoglie attraverso le parole del tuo sacerdote.
Dentro, le stelle si susseguono,
stelle di fiori rossi che mi indicano il cammino fino a te…
E la tua bontà permette che esse rischiarino il cammino verso di te.
Il mistero che dovevo tenere nascosto nell’intimo del mio cuore,
posso ormai annunciarlo ad alta voce:
Credo, confesso la mia fede!
Il sacerdote mi conduce ai gradini dell’altare,
chino la fronte,
l’acqua santa scorre sul mio capo.

Signore, come si può rinascere
Quando si è giunti alla metà della propria vita (Gv 3,4)?
Tu l’ hai detto, e questo è divenuto per me realtà.
Il peso della colpe e delle pene della mia lunga vita mi ha abbandonato.
In piedi, ho ricevuto il vestito bianco posto sulle mie spalle,
simbolo luminoso di purezza!
Ho portato in mano il cero la cui fiamma annuncia
che la tua vita santa arde in me.
Il mio cuore è ormai il presepio che attende la tua presenza.
Per poco tempo!
Maria, tua madre che è anche mia, mi ha dato il suo nome.
A mezzanotte depone nel mio cuore il suo bambino appena nato.
Oh! Nessun cuore umano può concepire
ciò che prepari per coloro che ti amano (1 Cor 2,9).
Ormai sei mio e non ti lascerò mai più.
Dovunque vada la strada della mia vita, sei accanto a me.
Nulla potrà mai separarmi dal tuo amore (Rm 8,39).

Publié dans:SANTI, Santi - scritti |on 17 avril, 2012 |Pas de commentaires »

Non ci sia per me altro vanto che nella croce del Signore Gesù Cristo, del Beato Guerrico, abate al dodicesimo secolo.

http://www.dellepiane.net/patristica%20B%20quar%20e%20pasqua.htm#MERSL 

« Discorsi », disc 2 sui Rami di Palme 1
    Ed. PIEMME – Casale Monferrato (Al)
(Adattato per la liturgia)

Non ci sia per me altro vanto che nella croce del Signore Gesù Cristo
del Beato Guerrico, abate al dodicesimo secolo.

          Nulla è più conveniente predicare che Gesù Cristo, e questi crocifisso. Che cosa distrugge i peccati, crocifigge i vizi, nutre e rinsalda le virtù, quanto il ricordo del Crocifisso ?
          L’apostolo Paolo parli pure tra i perfetti di una sapienza nascosta, misteriosa ; a me, anche imperfetto agli occhi degli uomini, parli invece di Cristo crocifisso, stoltezza per coloro che si perdono, ma potenza di Dio e sapienza di Dio per me e per coloro che si salvano (Cfr. 1 Cor 1, 23-24). Per me è altissima e purissima filosofia, grazie alla quale mi prendo gioco della presunta sapienza del mondo e della carne.
         Quanto mi riterrei perfetto ed esperto nella sapienza, se fossi trovato un autentico discepolo del Crocifisso, « il quale per opera di Dio è diventato per  noi » non solo « sapienza e giustizia », ma anche « santificazione e redenzione ! » (1 Cor 1, 30).
         Se dunque sei crocifisso con Cristo, allora sei sapiente, sei giusto, sei santo, sei libero. Non è sapiente chi, innalzato da terra con Cristo, cerca e gusta le cose di lassù ?
         Può non essere giusto, colui nel quale e stato distrutto il corpo del peccato perché non sia più servo del peccato ? Non è santo chi offre se stesso come ostia viva, santa, gradita a Dio ? O non è libero, colui che il Figlio di Dio ha liberato e che, per la libertà della sua coscienza, ha fiducia di poter fare sua quella libera affermazione del Figlio : « Viene il principe del mondo ; egli non ha nessun potere su di me » (Gv 14,30) ?
         Davvero presso il Crocifisso è la misericordia e grande la redenzione (Cfr. sal 129, 7) ; egli che ha redento Israele da tutte le sue colpe, meritando di fuggire, libero, le calunnie del principe di questo mondo. Dicano pertanto i riscattati del Signore, che egli liberò dalla mano del nemico e radunò da tutti i paesi, dicano – ripeto – con la voce e lo spirito del loro Maestro : « Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Gal 6, 14).

LA QUARESIMA: TEMPO DI CONVERSIONE (di Josemaría Escrivá de Balaguer)

http://www.zenit.org/article-29789?l=italian

LA QUARESIMA: TEMPO DI CONVERSIONE

Le riflessioni del fondatore dell’Opus Dei

di Josemaría Escrivá de Balaguer

ROMA, domenica, 4 marzo 2012 (ZENIT.org).- Quale miglior modo di cominciare la Quaresima?
Il rinnovamento della fede, della speranza e della carità è la fonte dello spirito di penitenza, che è desiderio di purificazione. La Quaresima non è solo un’occasione per intensificare le nostre pratiche esteriori di mortificazione: se pensassimo che è solo questo, ci sfuggirebbe il suo significato più profondo per la vita cristiana, perché quegli atti esterni – vi ripeto – sono frutto della fede, della speranza, dell’amore.
E’ Gesù che passa, 57
Un momento unico
Non possiamo considerare la Quaresima come un periodo qualsiasi, una ripetizione ciclica dell’anno liturgico. È un momento unico; è un aiuto divino che bisogna accogliere. Gesù passa accanto a noi e attende da noi – oggi, ora – un rinnovamento profondo.
E’ Gesù che passa, 59
La Quaresima ci pone davanti a degli interrogativi fondamentali: cresce la mia fedeltà a Cristo, il mio desiderio di santità? Cresce la generosità apostolica nella mia vita di ogni giorno, nel mio lavoro ordinario, fra i miei colleghi?
E’ Gesù che passa, 58
Amore con amor si paga
L’appello del Buon Pastore giunge sino a noi: « Ego vocavi te nomine tuo », ho chiamato te, per nome. Bisogna rispondere – amore con amor si paga – dicendo: « Ecce ego, quia vocasti me » (I Reg III, 5), mi hai chiamato, eccomi: sono deciso a non fare che il tempo di Quaresima passi come l’acqua sui sassi, senza lasciare traccia; mi lascerò penetrare, trasformare; mi convertirò, mi rivolgerò di nuovo al Signore, amandolo come Egli vuole essere amato.
E’ Gesù che passa, 59
Tempo di penitenza, quindi. Ma la penitenza, lo abbiamo già visto, non è un compito negativo. La Quaresima va vissuta in quello spirito di filiazione che Cristo ci ha comunicato e che palpita nella nostra anima. Il Signore ci chiama ad avvicinarci a Lui con il desiderio di essere come Lui: Fatevi imitatori di Dio quali figli suoi carissimi, collaborando umilmente ma con fervore al divino proposito di unire ciò che è diviso, di salvare ciò che è perduto, di ordinare ciò che il peccato dell’uomo ha sconvolto, di ricondurre al suo fine ciò che se ne è allontanato, di ristabilire la divina concordia di tutto il creato.
E’ Gesù che passa, 65
Ti stai risolvendo a formulare propositi sinceri?
Chiedi al Signore che ti aiuti a incomodarti per amor suo; a mettere in tutto, con naturalezza, il profumo della mortificazione che purifica; a spenderti al suo servizio senza spettacolo, silenziosamente, come si consuma la lampada che palpita accanto al Tabernacolo. E se per caso in questo momento non ti riesce di vedere come rispondere concretamente alle divine richieste che bussano al tuo cuore, ascoltami bene.
Amici di Dio, 138
Penitenza è…
Penitenza è osservare esattamente l’orario che ti sei prefisso, anche se il corpo oppone resistenza o la mente chiede di evadere in sogni chimerici. Penitenza è alzarsi all’ora giusta. E anche non rimandare, senza giustificato motivo, quella certa cosa che ti riesce più difficile o più pesante delle altre.
La penitenza è saper compaginare i tuoi doveri verso Dio, verso gli altri e verso te stesso, essendo esigente con te stesso per riuscire a trovare il tempo che occorre per ogni cosa. Sei penitente quando segui amorosamente il tuo piano di orazione, anche se sei stanco, svogliato o freddo.
Penitenza è trattare sempre con la massima carità il prossimo, a cominciare dai tuoi cari. È prendersi cura con la massima delicatezza di coloro che sono sofferenti, malati, afflitti. È rispondere pazientemente alle persone noiose e importune. È interrompere o modificare i nostri programmi quando le circostanze — gli interessi buoni e giusti degli altri, soprattutto — lo richiedono.
La penitenza consiste nel sopportare con buonumore le mille piccole contrarietà della giornata; nel non interrompere la tua occupazione anche se, in qualche momento, viene meno lo slancio con cui l’avevi incominciata; nel mangiare volentieri ciò che viene servito, senza importunare con capricci.
Penitenza, per i genitori e, in genere, per chi ha un compito di direzione o educativo, è correggere quando è necessario, secondo il tipo di errore e le condizioni di chi deve essere aiutato, passando sopra ai soggettivismi sciocchi e sentimentali.
Lo spirito di penitenza induce a non attaccarsi disordinatamente al monumentale abbozzo di progetti futuri, nel quale abbiamo già previsto quali saranno le nostre mosse e le nostre pennellate da maestro. Com’è contento il Signore quando sappiamo rinunciare ai nostri sgorbi e alle nostre macchie pseudomagistrali, e consentiamo a Lui di aggiungere i tratti e i colori che preferisce!
Amici di Dio, 138

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