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NEL MITE GIUSEPPE IL VERO COLPO DI SCENA (di GIANFRANCO RAVASI)

http://digilander.libero.it/joseph_custos/ravasi.htm

Dallo sposo di Maria riverberi sulla nostra vita

NEL MITE GIUSEPPE IL VERO COLPO DI SCENA

di GIANFRANCO RAVASI

Anni fa, mentre ero in viaggio verso Montréal in Canada, rimasi stupito vedendo in lontananza ergersi ai bordi della città un’enorme mole bianca su un colle: seppi poi che si trattava del santuario di s. Giuseppe, eretto nel 1904 da fratel André (frate laico della Congregazione della S. Croce) e divenuto una sorta di tempio nazionale cattolico canadese. Era la testimonianza di una devozione derivata, certo, dall’Europa, ma ormai ramificata in tutti i continenti (sono un’ottantina le congregazioni religiose che hanno s. Giuseppe nel loro titolo). Ebbene, nel giorno dedicato a questo santo così popolare – il cui nome è il più diffuso (coi vari diminutivi e vezzeggiativi) in Italia – vorremmo evocare qualche tratto del suo volto che Luca con una pennellata dipinge come «uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe, fidanzato di Maria» (1,27).
In verità, a raffigurare maggiormente questo personaggio, tanto caro alla tradizione cristiana (la voce a lui riservata nella Bibliotheca Sanctorum occupa quaranta grandi colonne) e alla storia dell’arte, è Matteo che s’incrocia con Luca nel dichiarare innanzitutto la sua discendenza davidica. Entrambi gli evangelisti ribadiscono che era «figlio di Davide» (Matteo 1,20), ossia «della casa e della famiglia di Davide» (Luca 2,4), e confermano questo dato, in modo indiretto, attraverso la nascita di Gesù a Betlemme, patria del celebre re ebraico, e in modo diretto attraverso le due genealogie di Gesù che essi offrono. Sono note le discrepanze tra questi due elenchi (Matteo 1 e Luca 3), persino sul nome del padre di Giuseppe, Giacobbe per Matteo ed Eli per Luca. Lo scopo però di quelle liste nell’antico Vicino Oriente non era storiografico bensì celebrativo: si voleva, così, mostrare che Gesù – oltre che figlio di Adamo, cioè vero uomo – era partecipe della stirpe ebraica attraverso Abramo ed era inserito nella linea davidica che in sé conteneva la promessa messianica.
Giuseppe è, perciò, attraverso un phylum generazionale, il tramite della messianicità di Cristo, « incarnata » nella vicenda della « casa di Davide ». Il ritratto più accurato – come si diceva – ci è, però, offerto da Matteo in quella sua pagina che è stata definita « l’annunciazione a Giuseppe », parallela all’analoga di Luca che vede Maria come protagonista (Matteo 1, 18-25). Non è questo il luogo, in cui affrontare un simile testo, così pieno di colpi di scena ma anche di difficoltà interpretative. Certo è che, dalle pagine di Matteo e di Luca, emerge nitidamente la funzione di Giuseppe: egli sarà il padre legale di Gesù. Sarà lui, perciò, a recarsi con Maria incinta a Betlemme per la nascita, sarà lui a imporgli il nome durante la circoncisione, sarà lui a dirigere la piccola famiglia nei primi drammatici eventi, sarà ancora lui a partecipare alla vicenda collegata alla maggior età di Gesù, a dodici anni nel tempio di Gerusalemme («Tuo padre e io angosciati ti cercavamo», dirà Maria) e sarà lui con la sua sposa a guidare il giovane figlio («stava loro sottomesso»).
Ma a quel punto Giuseppe si ritira dalla ribalta della vita di Cristo. Vi affiorerà indirettamente solo nelle occasioni in cui si ironizzerà su Gesù e sulle sue origini da parte dei suoi avversari. Ne vogliamo citare solo una, ambientata proprio a Nazaret, allorché i suoi concittadini, un po’ sprezzantemente, dicono di Gesù: «Non è egli forse il figlio del tékton?» (Matteo 13,55). Abbiamo lasciato la parola greca – che tra l’altro in Marco (6, 3) è applicata allo stesso Gesù – perché su di essa si è aperto un piccolo dibattito. Non è mancato, infatti, qualche studioso, come G.W. Buchanan, che ha immaginato che quel vocabolo potesse applicarsi anche a un piccolo imprenditore o a un amministratore commerciale di impresa di costruzioni (il titolo del saggio era in inglese significativo: Jesus and the upper class!).
In realtà il termine greco indica di per sé chi lavora materiale duro come legno, pietra, corno, avorio, forse anche il ferro (pur se il vocabolo meno s’ada tta all’idea di « fabbro »). La resa « carpentiere » o, quella più tradizionale, di « falegname » è quindi corretta. Si è cercato di elevare questa attività ricorrendo al vocabolo aramaico equivalente, aggara’, che vuol dire sia « carpentiere » o « artigiano » ma anche « artista », « mastro ». Sta di fatto che Giuseppe non può essere collocato in una sorta di middle class, come ha voluto qualche esegeta, perché la struttura sociale della Galilea – accuratamente vagliata dallo studioso americano S. Freyne – comprendeva solo due classi: da un lato, i latifondisti, i notabili, i mercanti, gli ufficiali e i sovrintendenti fiscali (ad esempio, Zaccheo) e dall’altro, una classe modesta di artigiani, agricoltori, pescatori, braccianti e pubblicani (ossia piccoli impiegati). Oltre queste due fasce, c’era solo la povertà assoluta e l’emarginazione.
Giuseppe e Gesù, quindi, si ritrovano in questa seconda fascia, certo fluida, non riducibile alla povertà ma non comparabile alla nostra piccola o media borghesia, tant’è vero che i contemporanei di Cristo ironizzavano proprio sul contrasto tra la modestia delle sue origini e le « pretese » delle sue parole e opere. E’, dunque, nel lavoro semplice e quotidiano che Giuseppe ha condotto la sua vita e ha educato quel figlio che aveva accolto come dono assicurandogli la sua paternità legale.
Null’altro di lui sappiamo: saranno gli apocrifi a intessere sul silenzio evangelico le loro dolci creazioni, fino a quell’estremo trapasso, tanto caro all’arte cristiana. L’apocrifa « Storia di Giuseppe il falegname », scoperta nel 1722 dallo svedese G. Wallin, mette sulle labbra dell’agonizzante Giuseppe questa suggestiva invocazione: «O Gesù nazareno, o Gesù mio consolatore, Gesù liberatore della mia anima, Gesù mio protettore, Gesù nome soavissimo sulla mia bocca e su quella di tutti coloro che l’amano!».

“AVVENIRE” – 19 marzo 2004

Publié dans:Santi: San Giuseppe |on 18 mars, 2012 |Pas de commentaires »

19 marzo 1969 – Solennità di San Giuseppe: Omelia di Papa Paolo VI

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1969/documents/hf_p-vi_hom_19690319_it.html

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 19 marzo 1969

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.
È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.
Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . .
Se osservate con attenzione questa vita tanto modesta, ci apparirà più grande e più avventurata ed avventurosa di quanto il tenue profilo della sua figura evangelica non offra alla nostra frettolosa visione. S. Giuseppe, il Vangelo lo definisce giusto (Matth. 1, 19); e lode più densa di virtù e più alta di merito non potrebbe essere attribuita ad un uomo di umile condizione sociale ed evidentemente alieno dal compiere grandi gesti. Un uomo povero, onesto, laborioso, timido forse, ma che ha una sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta, per offrire così, con sacrificio totale, l’intera esistenza alle imponderabili esigenze della sorprendente venuta del Messia, a cui egli porrà il nome per sempre beatissimo di Gesù (Matth. 1, 21), e che egli riconoscerà frutto dello Spirito Santo, e solo agli effetti giuridici e domestici suo figlio. Un uomo perciò, S. Giuseppe, «impegnato», come ora si dice, per Maria, l’eletta fra tutte le donne della terra e della storia, sempre sua vergine sposa, non già fisicamente sua moglie, e per Gesù, in virtù di discendenza legale, non naturale, sua prole. A lui i pesi, le responsabilità, i rischi, gli affanni della piccola e singolare sacra famiglia. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato.
È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande (ricordiamo l’effusione di Gesù, al capo undecimo di San Matteo: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose – le cose del regno messianico! – ai sapienti ed ai dotti, che hai rivelate ai piccoli»); qui ciò ch’è misero diventa degno della condizione sociale del Figlio di Dio fattosi Figlio dell’uomo; qui ciò ch’è elementare risultato d’un faticoso e rudimentale lavoro artigiano serve ad addestrare all’opera umana l’operatore del cosmo e del mondo (cfr. Io. 1, 3 ; 5, 17), e a dare umile pane alla mensa di Colui che definirà Se stesso «il Pane della vita» (Io. 6, 48). Qui ciò ch’è perduto per amore di Cristo, è ritrovato (cfr. Matth. 10, 39), e chi sacrifica per lui la propria vita di questo mondo, la conserva per la vita eterna (cfr. Io. 12, 25). San Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro, annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche.
E qui la meditazione sposta lo sguardo, dall’umile Santo al quadro delle nostre condizioni personali, come avviene di solito nella disciplina dell’orazione mentale; e stabilisce un accostamento, un confronto tra lui e noi; un confronto dal quale non abbiamo da gloriarci, certamente; ma dal quale possiamo trarre qualche buono incitamento; all’imitazione, come nelle nostre rispettive circostanze è possibile; alla sequela, nello spirito e nella pratica concreta di quelle virtù che nel Santo troviamo così rigorosamente delineate. Di una specialmente, della quale oggi tanto si parla, della povertà. E non ci lasceremo turbare per le difficoltà, che essa oggi, in un mondo tutto rivolto alla conquista della ricchezza economica, a noi presenta, quasi fosse contraddittoria alla linea di progresso ch’è obbligo perseguire, e paradossale e irreale in una società del benessere e del consumo. Noi ripenseremo, con S. Giuseppe povero e laborioso, e lui stesso tutto impegnato a guadagnar qualche cosa per vivere, come i beni economici siano pur degni del nostro interesse cristiano, a condizione che non siano fini a se stessi, ma mezzi per sostentare la vita rivolta ad altri beni superiori; a condizione che i beni economici non siano oggetto di avaro egoismo, bensì mezzo e fonte di provvida carità; a condizione, ancora, che essi non siano usati per esonerarci dal peso d’un personale lavoro e per autorizzarci a facile e molle godimento dei così detti piaceri della vita, ma siano invece impiegati per l’onesto e largo interesse del bene comune. La povertà laboriosa e dignitosa di questo Santo evangelico ci può essere ancora oggi ottima guida per rintracciare nel nostro mondo moderno il sentiero dei passi di Cristo, ed insieme eloquente maestra di positivo e onesto benessere, per non smarrire quel sentiero nel complicato e vertiginoso mondo economico, senza deviare, da un lato, nella conquista ambiziosa e tentatrice della ricchezza temporale, e nemmeno, dall’altro, nell’impiego ideologico e strumentale della povertà come forza d’odio sociale e di sistematica sovversione.
Esempio dunque per noi, San Giuseppe. Cercheremo d’imitarlo; e quale protettore lo invocheremo, come la Chiesa, in questi ultimi tempi, è solita a fare, per sé, innanzi tutto, con una spontanea riflessione teologica sul connubio dell’azione divina con l’azione umana nella grande economia della Redenzione, nel quale la prima, quella divina, è tutta a sé sufficiente, ma la seconda, quella umana, la nostra, sebbene di nulla capace (cfr. Io. 15, 5), non è mai dispensata da un’umile, ma condizionale e nobilitante collaborazione. Inoltre protettore la Chiesa lo invoca per un profondo e attualsimo desiderio di rinverdire la sua secolare esistenza di veraci virtù evangeliche, quali in S. Giuseppe rifulgono; ed infine protettore lo vuole la Chiesa per l’incrollabile fiducia che colui, al quale Cristo volle affidata la protezione della sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal Cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del Corpo mistico di Cristo medesimo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante.
E poi per il mondo invocheremo S. Giuseppe, sicuri che nel, cuore, ora beato d’incommensurabile sapienza e potestà, dell’umile operaio di Nazareth si alberghi ancora e sempre una singolare e preziosa simpatia e benevolenza per l’intera umanità. Così sia.                                      

S. Giuseppe, S. Paolo, Paolo VI e il Vescovo dell’Eucaristia

dal sito:

http://www.madredelleucaristia.it/ita/art39it.htm

S. Giuseppe, S. Paolo, Paolo VI e il Vescovo dell’Eucaristia

Veglia per la festa del sacerdozio del 13 marzo 2004

Nessuno può amare pienamente Dio e i fratelli se non è attaccato a Gesù Eucaristia. Chiunque rinnega se stesso e prende la sua croce assomiglia sempre di più a Cristo e vola ad altezze spirituali inimmaginabili. Il Vescovo ordinato da Dio ama profondamente l’Eucaristia e ne ha fatto la ragione principale del suo ministero sacerdotale. Chi vive in grazia e si nutre alla Fonte della vita ha le stesse qualità del Cristo e percorre lo stesso cammino, ostacolato alcune volte dalle cattiverie degli uomini che non comprendono i disegni di Dio. L’intensa vita spirituale e le virtù del nostro Vescovo sono presenti in tre grandi santi che hanno posto al centro della loro vita l’Eucaristia, difendendola e proteggendola dai nemici di Dio. È sorprendente vedere la somiglianza, i punti di contatto e lo stesso amore per Dio e il prossimo che accomunano il nostro Vescovo a S. Giuseppe, a san Paolo e a Papa Paolo VI.
Mons. Claudio Gatti ama profondamente questi tre grandi uomini perché, prima di lui, hanno protetto e amato il tesoro più prezioso: l’Eucaristia.

IL RAPPORTO CON L’EUCARISTIA

S. Giuseppe – S. Giuseppe è il santo più grande dopo la Madre dell’Eucaristia: Dio lo ha collocato così in alto e gli ha dato il titolo di « Santo Custode dell’Eucaristia », poiché è stato particolarmente premuroso e attento nel custodire e adorare Gesù durante la sua vita terrena. Nella lettera di Dio del 2 marzo 2002 la Madre dell’Eucaristia ci ha rivelato un fatto mai conosciuto in duemila anni di storia della Chiesa: « Quando Gesù è morto, il mio amato sposo era accanto a me, spiritualmente parlando, e mi aiutava con le sue dolci parole come aveva sempre fatto durante la vita ». E il 3 marzo ha continuato: « Ieri, ho iniziato a parlarvi del mio amato sposo Giuseppe e vi ho detto che lui era presente durante la passione, la morte e la risurrezione di Gesù; era accanto a me e mi aiutava e mi sorreggeva ». S. Giuseppe è rimasto sempre vicino a Gesù.

S. Paolo – Lo stesso amore per l’Eucaristia è stato al centro della vita di S. Paolo. Egli affermava che ci deve essere unione tra i servi di Dio, essi devono costruire l’edificio del Signore senza antagonismi. L’edificio si fonda sull’Eucaristia, unico vero fondamento, e Paolo ammoniva i costruttori ad edificarlo correttamente, cioè rimanendo perfettamente fedeli agli insegnamenti di Cristo. Paolo viveva intensamente la celebrazione della S. Messa ed era cosciente di non poter far nulla senza l’aiuto dell’Eucaristia: « Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi » (II Cor 4,7).

Paolo VI – Nella vita di Paolo VI domina l’Eucaristia. Per Papa Montini in Essa « è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa ». Nell’Enciclica « Mysterium Fidei » definisce l’Eucaristia la « Medicina dell’immortalità ».
Paolo VI, durante il suo pontificato, aveva avuto il sentore che qualcosa si stava insinuando nella Chiesa e andava ad intaccare il bene più prezioso di un cristiano: l’Eucaristia. « Il fumo di satana è entrato nel tempio di Dio », disse in un discorso. L’obiettivo dell’Enciclica Mysterum Fidei, infatti, era di smentire in modo fermo e deciso le opinioni di alcuni che mettevano in dubbio la centralità dell’Eucaristia nella Chiesa. Paolo VI sottolinea che nell’Eucaristia, per la transustanziazione, Gesù è realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie del pane e del vino e che la presenza reale perdura anche al di fuori della S. Messa, per cui l’Eucaristia deve essere conservata in modo dignitoso e deve esserle reso il culto dovuto con l’adorazione.
Monsignor Pasquale Macchi, suo segretario particolare, scrive: « Desidero rivelare che mai si privò della celebrazione della S. Messa, neanche nei giorni di malattia, eccetto in occasione dell’intervento chirurgico del 1967. Il Papa seguì anche l’ultima S. Messa della sua vita con intensa devozione e al momento della Comunione egli si protese verso l’Eucaristia « come la cerva anela alle sorgenti delle acque ». Paolo VI abolì il latino dalla liturgia della S. Messa proprio per farla seguire ed amare di più dai fedeli e li esortò a partecipare quotidianamente al sacrificio eucaristico.

Vescovo dell’Eucaristia – Il Vescovo Mons. Gatti ha fatto dell’Eucaristia il centro della propria vita pastorale, riuscendo a raggiungere alte vette spirituali e a dare tutto se stesso alle anime. Egli parla dell’Eucaristia con un tale trasporto che le sue parole arrivano al cuore di chi le ascolta. Il Vescovo, come dovrebbe fare ogni sacerdote della Chiesa, ha basato la sua vita sulla S. Messa che è la forma più grande di preghiera che ci avvicina al Signore, ed ha cercato di portare un rinnovamento, un maggiore amore e una fede più ardente nei riguardi dell’Eucaristia.
Il Vescovo ha fatto dell’Eucaristia la sua ragione di vita ed ha pagato in prima persona per difenderla dagli attacchi dei nemici di Dio.

L’ANSIA APOSTOLICA E LA PREDICAZIONE

S. Paolo – Per S. Paolo la centralità della predicazione è Cristo. Leggiamo nella seconda lettera ai Corinzi: « Noi, infatti, non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù » (II Cor. 4; 5). L’amore grande che ha avuto S. Paolo verso Gesù, lo ha spinto a predicare il S. Vangelo affrontando persecuzioni, sofferenze e fatiche. L’ansia della predicazione della Parola di Dio traspare dall’incisività delle sue parole. Suo unico desiderio è annunciare Cristo con coerenza e chiarezza e non vuole abbagliare con parole forbite i suoi fedeli per trovarne il plauso o per far emergere la propria persona: « Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai se non predicassi il vangelo! » (I Cor 9,16).
L’efficacia e la forza della predicazione di Paolo, che ha portato alla Chiesa grandi frutti spirituali, derivano dalla sua profonda unione con Cristo, dalla presenza della grazia di Dio che ha sostenuto la sua missione d’evangelizzazione: « Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza » (II Cor 3,5).

Paolo VI – La stessa ansia apostolica è stata sempre presente in Paolo VI. Papa Montini ha avuto il difficile compito di portare avanti tre delle quattro sessioni del Concilio Vaticano II ed è stato costretto a prendere decisioni importanti che ha cercato di imporre, mosso dal suo grande amore per la Chiesa e dalla consapevolezza che qualcosa andava cambiato. Tutto ciò lo ha portato ad essere amato e odiato allo stesso tempo. A tale proposito nell’enciclica Ecclesiam suam si denota la preoccupazione di Paolo VI di far sì che la Chiesa si adatti alle circostanze storiche e sociali in cui svolge la propria missione. Essa deve cercare una forma di dialogo e d’apertura verso la civiltà contemporanea per raggiungere più facilmente il cuore di chi è lontano da Cristo, ma questo non deve tradursi in un’attenuazione o in una diminuzione della Verità; l’apostolato non può arrivare ad un compromesso rispetto ai principi di pensiero propri della professione cristiana. Solo rimanendo sempre fedeli alla dottrina di Cristo si può esercitare l’apostolato con forza e vigore.

Vescovo dell’Eucaristia – Il gran desiderio che ebbero S. Paolo e Paolo VI di annunciare Cristo agli uomini è lo stesso che tutti noi abbiamo riscontrato nel nostro Vescovo. La diffusione della conoscenza e dell’amore verso l’Eucaristia, la predicazione della Parola di Dio sono impegni che Mons. Claudio ha sempre cercato di portare avanti, con la forza e l’autorità che gli competono. È stata sempre sua ferma convinzione che avvicinare i fratelli lontani da Cristo non vuol dire scendere a compromessi, ma spiegare alle anime l’importanza della vita di grazia, una vita che comporta sacrifici ed un notevole impegno.
Troviamo nelle parole del Vescovo la sua grande ansia apostolica: « Quando la Madonna ci comunica che anche in altre parti si fanno gli incontri biblici, io provo una grande gioia perché l’ansia del vero sacerdote è che Cristo sia conosciuto, perché quando è conosciuto, è talmente forte, simpatico e vivo che non si può non amare. Si ama il Cristo che si conosce, non si ama il Cristo che non si conosce. Il sacerdote deve cercare di portare avanti quest’ansia e trasfonderla negli incontri biblici che devono essere desiderati, preparati, alimentati dalla meditazione e dalla preghiera e devono essere accompagnati dalla presenza dell’Eucaristia, che, sola, può renderli vivi e vitali, per questo non si può scindere la Parola di Dio dall’Eucaristia ».
Spesso la Madonna ci ha ripetuto: « Avete conosciuto fino in fondo Gesù Eucaristia, questa conoscenza è frutto dell’amore del vostro Vescovo, il Vescovo dell’Eucaristia, il Vescovo del Vangelo; di ogni rigo del S. Vangelo ne fa un poema » (Lettera di Dio, 1 gennaio 2000).

L’UMILTÀ

S. Giuseppe – S. Giuseppe è un autentico esempio di umiltà. Quando la Sacra Famiglia appare alla nostra sorella Marisa, lei ci racconta che S. Giuseppe si colloca sempre un passo indietro rispetto a Gesù e alla sua sposa, ed è sempre la Madre dell’Eucaristia che lo invita a fare un passo in avanti per mettersi al suo fianco. Giuseppe è stato chiamato da Dio a custodire Gesù durante la vita terrena e a questo compito ha risposto con un amore immenso. Ha vissuto il ruolo di sposo e di padre putativo con maturità e responsabilità, perché si è preparato con profonda umiltà a vivere i compiti che Dio gli ha affidato.
L’amore di S. Giuseppe è stato alimentato dall’umiltà, egli ha raggiunto le più alte vette spirituali perché ha vinto il proprio io, ha dominato l’orgoglio ed è vissuto sereno e fiducioso nel nascondimento. Ha riservato il primo posto a Dio, collocando il prossimo immediatamente dopo e tenendo per sé l’ultimo posto.

S. Paolo – S. Giovanni Battista diceva: « Cristo deve crescere e io diminuire ». S. Paolo ha applicato alla lettera questo insegnamento in tutta la sua vita. L’umiltà è anche sincerità e verità, l’apostolo dichiarava apertamente di essere stato chiamato da Dio e di avere dei doni, ma ammetteva prontamente che questi gli venivano da Dio e non da lui. Infatti, nella prima lettera ai Corinzi S. Paolo scrive: « Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio » (I Cor 2,3-5).

Paolo VI – Fra le molte qualità di Paolo VI c’erano sicuramente l’umiltà e la semplicità. Nel Natale del 1957 donò per la costruzione di nuove chiese ciò che di più caro conservava della sua consacrazione episcopale: una stupenda croce pettorale d’oro massiccio con gemme e un anello pastorale con un grosso brillante, dono della nobiltà romana. All’arcivescovo di Milano, futuro Pontefice, piacevano le cose semplici, abolì tutto ciò che non serviva a dare gloria a Dio, ma solo agli uomini, compresa la sedia gestatoria. Sotto il suo pontificato i paramenti liturgici, infatti, persero i ricchi pizzi e tutto ciò che era ridondante e superfluo, affinché si raggiungesse una religiosa sobrietà. Ai vescovi del Concilio Vaticano II donò un anello episcopale molto semplice e privo di pietre preziose: questo gesto inaugurò un nuovo stile. Nel suo testamento scrisse: « I miei funerali siano pii e semplici. La tomba amerei che fosse nella vera terra, con umile segno che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me ».

Vescovo dell’Eucaristia – Essere umili, come ci ha insegnato il nostro Vescovo, non vuol dire rinnegare le proprie qualità. L’umile è colui che riconosce la grandezza dei doni che riceve dal Signore e li mette al servizio del prossimo. Il Vescovo ha sempre affermato che senza l’aiuto di Dio non sarebbe mai riuscito ad andare avanti nella grande missione, non ha mai confidato in se stesso, ma nella forza che scaturisce dall’Eucaristia. Egli ci ha invitato a ringraziare Dio per gli insegnamenti profondi che ci trasmette, perché è il Signore che lo ispira. Il Vescovo ci ha sempre insegnato che Dio deve trionfare, non gli uomini, per questo ha scelto delle insegne episcopali dignitose, ma semplici, evitando tutto ciò che può servire solo ad alimentare la vanità umana.

LA PUREZZA

S. Giuseppe – Il giglio è un fiore che descrive il candore e la bellezza dell’anima di S. Giuseppe che ha offerto la sua purezza a Dio.
I puri ricordano la condizione definitiva e finale dell’uomo, ad un mondo che si immerge sempre più nei piaceri disordinati della carne: « Sarete come angeli di Dio nel cielo » (Mt 22,30).
La purezza permette all’uomo di vivere con Dio una relazione più intima e di dedicarsi in modo generoso al servizio dei fratelli, distaccandosi dalle inclinazioni negative. S. Giuseppe è stato pronto e felice di offrire a Dio il giglio della sua purezza, lo stesso giglio che poi con Maria ha offerto di nuovo durante gli anni della vita coniugale.

S. Paolo – « Tutto è puro per i puri, ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro » (Tt 1,15). S. Paolo ha sempre esortato i suoi figli spirituali e le comunità a vivere in maniera casta rispettando e amando il proprio corpo. « Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto non come oggetto di passioni e libidine » (I Ts 4,3). « Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio e che non appartiene a voi stessi? » (I Cor 6,18-20).

Paolo VI – L’importanza della purezza per Paolo VI emerge chiaramente dall’enciclica, « Sacerdotalis Caelibatus », nella quale parlando del celibato dei sacerdoti, afferma che tale è la condizione che noi tutti avremo in Paradiso: « Il prezioso dono divino della perfetta continenza per il Regno dei Cieli costituisce un segno particolare dei beni celesti, annunzia la presenza sulla Terra degli ultimi tempi della salvezza con l’avvento di un mondo nuovo e anticipa in qualche modo la consumazione del regno, affermandone i valori supremi che un giorno rifulgeranno in tutti i figli di Dio. È perciò una testimonianza della necessaria tensione del popolo di Dio verso l’ultima meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare lo sguardo alle cose superne ».

Vescovo dell’Eucaristia – Per il Vescovo la purezza ha sempre rappresentato uno dei cardini della sua vita di uomo e sacerdote. Spesso ha evidenziato l’importanza di vivere la purezza dell’anima e del corpo per brillare immacolati come astri nel cielo, presentandoci con una veste candida di fronte agli occhi di Dio.

LA CARITÀ E L’AMORE

S. Giuseppe – L’amore di S. Giuseppe nei confronti della sua casta sposa Maria e verso suo Figlio Gesù emerge in ogni sua azione. Ci racconta la Madonna: « Giuseppe era felice di offrire i suoi sacrifici a Dio. Lo amava in modo straordinario. Il mio sposo era pieno di tenerezza e di amore ». La carità di Giuseppe ha raggiunto altezze vertiginose; quando ha lasciato Maria, che era ospite nella casa di Zaccaria ed Elisabetta, per fare ritorno a Nazaret, era lacerato perché sentiva la sofferenza del distacco dalla sua sposa, ma era felice, perché sapeva che la permanenza di Maria era un gesto di carità nei confronti della cugina Elisabetta, anche se nessuno comprese quel gesto. Il grande amore per Dio e la carità provocano invidie, gelosie, incomprensioni e calunnie da parte di chi non è unito al Signore.

S. Paolo – L’inno alla carità riassume il fervente amore che ha caratterizzato tutta la vita di S. Paolo: « Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ». (I Cor 13,1-7).

Paolo VI – Leggiamo nella biografia di Paolo VI: « Il desiderio primo era di servire e accontentare ogni persona che si rivolgesse a lui. Ricevendo sacerdoti e laici, la sua attenzione era tutta per loro, come se ciascuno fosse l’unico; così il tempo delle udienze si protraeva ben al di là del mezzogiorno, e spesso la preparazione di discorsi e omelie lo teneva impegnato per ore dopo la mezzanotte ». Tutta la vita di Paolo VI è stata caratterizzata dalla carità. Paolo VI faceva del bene ma non lo faceva sapere agli altri. Il suo segretario particolare ricorda: « L’arcivescovo di Milano ogni venerdì pomeriggio si recava in forma del tutto privata a far visita a infermi o poveri o handicappati: era l’incontro con Gesù nella persona umiliata e sofferente. Nessuno ne era al corrente: con l’autista io lo accompagnavo in poverissime case, talora in veri tuguri o in piccole baracche ».

Vescovo dell’Eucaristia – Il nostro Vescovo non si è mai risparmiato con nessuno e come il grande S. Paolo « si è fatto tutto a tutti per salvare a tutti i costi qualcuno », nonostante alcune volte la stanchezza e la sofferenza pesassero gravemente sul suo fisico molto provato. Egli non ha mai chiuso la porta a chi ha chiesto con sincerità il suo aiuto e si è fatto mangiare dalle anime come un buon pastore. La carità del Vescovo verso i sofferenti e gli ammalati è una perla incastonata nella sua vita di uomo e sacerdote: ha assistito sempre con amore la nostra sorella Marisa e la nonna Iolanda e ama in maniera particolare gli anziani perché sono « le perle di Dio », come li chiama la Madre dell’Eucaristia. I suoi anni di sacerdozio sono stati quarantuno anni di carità e amore verso tutti.

LA FIGURA DEL PADRE

S. Paolo – S. Paolo è stato un autentico padre spirituale per tutti i suoi figli che ha amato ed istruito per condurli alla santità e alla vita eterna: « Ben lo sapete, come fa un padre per i suoi figli, abbiamo esortato, incoraggiato e scongiurato ciascuno di voi a condurre una vita degna di Dio che vi ha chiamati al suo regno e alla sua gloria » (I Ts 2,11-12). Un compito importante di ogni pastore che vuole aiutare le anime a lui affidate è la correzione fraterna, che se fatta con amore e accettata con umiltà porta ad una vera crescita spirituale. « Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza ». (II Cor 7,10). S. Paolo corregge le sue comunità quando si allontanano dai suoi insegnamenti, con l’autorità e l’amore di un padre. Egli soffre a causa delle mancanze dei suoi figli e teme che non accolgano la correzione e si allontanino dalla sua guida e quindi da Cristo; quando, però, si rende conto che il dolore dei suoi figli è fertile, perché li porta alla conversione, allora il suo cuore esplode di gioia per i frutti spirituali ottenuti e dimentica le sue sofferenze.

Paolo VI – Paolo VI, nell’enciclica « Sacerdotalis Caelibatus », ha evidenziato la figura del pastore come padre per i suoi figli spirituali: « Prima di essere superiori e giudici siate per i vostri sacerdoti maestri, padri, amici e fratelli buoni e misericordiosi, pronti a comprendere, a compatire, ad aiutare. Incoraggiate in tutti i modi i vostri sacerdoti a un’amicizia personale e a un’apertura confidente con voi, che non sopprima ma superi nella carità pastorale il rapporto di obbedienza giuridica, affinché la stessa obbedienza sia più volenterosa, leale e sicura.
Andate in cerca con ansia ed amore della pecorella smarrita per riportarla al caldo dell’ovile e tentate come Cristo, fino all’ultimo di richiamare l’amico infedele ».

Vescovo dell’Eucaristia – Queste parole ci richiamano alla mente quelle che il nostro Vescovo ha usato in uno degli incontri biblici: »Il sacerdote autentico che in se stesso si sforza di riproporre i sentimenti del Cristo è colui che si lascia completamente mangiare dalle anime che gli sono affidate. La responsabilità paterna non deve mai cessare, il vero educatore, colui che è il pastore, il padre della comunità che il Signore gli ha affidato deve, nella sua catechesi, negli incontri biblici, negli incontri privati, far sentire la forza dell’esortazione, dell’incoraggiamento, della spinta e dell’accompagnamento. Il padre accompagna i figli; il vero sacerdote, il vero vescovo accompagna le anime che gli sono affidate, le mette in guardia, fa l’impossibile perché queste non compiano determinati errori o ricadano in errori già commessi, ha l’ansia di impedire alle anime che segue di fare del male ».
Il Vescovo dell’Eucaristia è sempre stato un buon padre verso tutte le anime che gli sono state affidate; non ha esitato mai un attimo a cercare di riportare all’ovile le pecorelle smarrite e a fare la correzione fraterna quando è stato necessario. La sua paternità rifulge e brilla nel suo animo di uomo e sacerdote perché non si dà pace, finché anche uno solo dei suoi figli non è tornato alla casa del Padre.

L’ABBANDONO E LA SOFFERENZA

S. Giuseppe – S. Giuseppe si è abbandonato sempre a Dio anche quando si è sentito lacerato nell’anima e negli affetti e ha vissuto situazioni umanamente incomprensibili o drammatiche: la maternità di Maria, la fuga in Egitto e lo smarrimento di Gesù Bambino.
L’abbandono di S. Giuseppe a Dio è stato perfetto e convincente ed ha sempre tenuto presente le parole di Isaia: « Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri » (Is 55,8-9). Abbandonarsi a Dio provoca una profonda lacerazione interiore alleviata però dalla consapevolezza di fare la Sua volontà. Abbandonarsi a Dio significa dirgli « Sì » con il cuore e la volontà, anche se è forte la tentazione di dire « No ».

S. Paolo – Cristo, dopo essere asceso al Cielo, ha ordinato vescovo Paolo. L’apostolo ha accettato la missione alla quale il Signore l’ha chiamato e per fare la volontà di Dio si è trovato in situazioni difficili. Egli, infatti, ha dovuto affrontare l’ostilità di coloro che non si aprivano all’annuncio evangelico e cercavano di osteggiarlo nella sua predicazione. S. Paolo ha rivendicato con forza la propria qualifica di apostolo e a volte ha sentito prepotenti la depressione e lo scoraggiamento, ma si è sempre abbandonato a Dio, fino a donare la propria vita, purché i disegni divini si realizzassero. Consapevole della sua debolezza umana, ha ricevuto forza e vigore dalla grazia del Signore: « Mi vanterò quindi delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte ». (II Cor 12,10)

Vescovo dell’Eucaristia – Il nostro Vescovo, come S. Paolo, ha ricevuto l’ordinazione episcopale direttamente dal Signore: Dio ha detto: « Ti ordino vescovo » (Lettera di Dio, 27 giugno 1999) e ha posto il suo sigillo su questa ordinazione con il miracolo eucaristico dell’11 giugno 2000. Il Vescovo non è stato libero di accettare o rifiutare la pienezza del sacerdozio, ma si è abbandonato completamente ai disegni di Dio. Egli ha gioito per l’immenso dono ricevuto, ma ha anche tremato, prevedendo ulteriori calunnie ed ostilità che avrebbe dovuto affrontare. Ha scelto di seguire Dio con decisione e coraggio, ha abbracciato la croce e ha accettato il difficile compito di portare avanti la sua dura missione insieme con Marisa.
« Tutto posso in Colui che mi dà forza » questo hanno ripetuto insieme il Vescovo dell’Eucaristia e la vittima d’amore, senza perdere mai fiducia nella potenza di Dio.

LE LETTERE DI DIO: GLI INCORAGGIAMENTI AL VESCOVO DELL’EUCARISTIA

S. Giuseppe: « Mio caro vescovo, sono il tuo Giuseppe. Sono stato incaricato di dirti che dai tanta gioia a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo con l’amore e con la tua sofferenza. A volte è difficile far comprendere alle persone ciò che dici, ma loro sanno che Gesù parla attraverso te. Mi dà gioia sapere che mi ami; io ti aiuto dall’alto del Cielo così come posso. Anch’io, come te, mi sono sentito l’ultimo, ma Dio mi ha collocato in alto, dopo Gesù e Maria ». (Lettera di Dio, 10 marzo 2002)

Madonna: « Ogni incontro biblico è grande; quello di giovedì scorso è stato grandissimo, bellissimo. Ciò che avete ascoltato non proveniva solo da Paolo, ma anche da Claudio, dal vostro vescovo. Paolo e Claudio. Di ogni parola della Sacra Scrittura ne ha fatto un poema. Il vescovo cerca di fare penetrare nel vostro cuore ciò che dice. Paolo è grande, ma anche il vostro Vescovo è grande ». (Lettera di Dio, 24 febbraio 2002)

Paolo VI: « Io sono il grande Paolo VI e amo S.E. Mons. Claudio Gatti per le parole che ha detto nei miei riguardi. Molti mi hanno calunniato, ma da quando il mio e vostro vescovo ha parlato di me: come sono, quanto ho sofferto e quanto bene ho fatto, oggi parlano bene di me e mi chiamano il Papa gigante. No, sono piccolo, ma sono vicino alla Madre dell’Eucaristia. Grazie, Eccellenza, per la parole dette, non lasciarti andare: tu non sai quante persone vicine mi hanno calunniato e diffamato ed ero Papa. Non abbandonare, sii forte e porta avanti questa missione. Nessun santo e nessun uomo della Terra ha sofferto come te, non lasciarti andare, non abbandonare, fa’ come dicono Gesù e la Madre dell’Eucaristia. Se ti lasci andare, tua sorella crolla e chi ti vuole bene crolla. Sono il Papa che ami tanto e ti aiuto e prego per te. Non c’è bisogno di essere dichiarati santi dalla Chiesa, per Dio e per la Madre dell’Eucaristia sono santo. (Lettera di Dio, 6 agosto 2003)

CONCLUSIONE

Gli insegnamenti del nostro Vescovo ordinato da Dio sono in perfetta sintonia con quelli di S. Paolo e di Paolo VI, egli si è sempre ispirato a loro e allo stile di vita del grande S. Giuseppe.
La figura di S. Giuseppe e quella del grande Papa Paolo VI sono state riscoperte oggi nella Chiesa grazie alle lettere di Dio e alle catechesi del nostro Vescovo.
Il Vescovo Claudio Gatti, nei suoi quarantuno anni di sacerdozio, ha sempre obbedito a Dio ed ha continuato a portare avanti il compito affidatogli dal Signore. La missione del Vescovo e della veggente ha dato molti buoni frutti, ma l’ultimo tratto di strada che deve essere ancora percorso è il più duro e difficile.
A noi, come comunità, viene chiesto molto, perché molto ci è stato dato. Impariamo innanzitutto ad amare dopodiché viene la preghiera, ma soprattutto, come ha detto il nostro Vescovo in un incontro biblico, dobbiamo diventare una santa comunità se vogliamo partecipare attivamente alla missione.
Coraggio, Eccellenza, per noi sei il Vescovo Ordinato da Dio, Vescovo dell’Eucaristia, il Vescovo dell’Amore.

San Giuseppe

San Giuseppe dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Inno a San Giuseppe: «Te, Joseph, celebrent»

dal sito:

http://www.marsica.net/forum/viewtopic.php?p=20452&sid=994ee3c6b1552276c394ec9ad9a5f945

INNO A SAN GIUSPPE

«Te, Joseph, celebrent»

Inno attribuito a Gersone (+ 1429) grande apostolo della direzione a S. Giuseppe – a Clemente X che l’inserirà nel breviario – al Card. Bona – e – quasi certamente del P. Giovanni della Concezione carmelitano spagnolo (1665). Per interessamento di Suor Chiara (Vittoria Colonna), Carmelitana, fu introdotto nel Breviario (1671). Analisi: Sposalizio (Str. 1) – rivelazione del mistero dell’Incarnazione (Str. 2) – Natale, Fuga, Smarrimento (Str. 3) – Gioie di Nazareth (Str. 4). Metro: Str. Asclepiadea.

TESTO LATINO

Te, Joseph, celebrent

Te, Joseph, celebrent agmina cælitum
Te cuncti résonent christíadum chori
Qui clarus meritis junctus et inclytæ
Casto fúdere Virgini.

Almo cum tumidam germine conjugem
Admirans, dubio tangeris anxius
Afflatu superi flaminis angelus
Conceptum puerum docet.

Tu natum Dominum stringis, ad exteras
Aegypti profugum tu séqueris plagas;
Amissum Solymis quæris, et invenis,
Miscens gaudia fletibus.

Post mortem reliquos sors pia consecrat,
Palmanque emeritos gloria suscipit:
Tu vivens, superis par, frùeris Deo
Mira sorte beatior.

Nobis, summa Trias, parce precantibus
Da Joseph meritis sidera scandere:
Ut tandem liceat, nos tibi perpetim
Gratum pròmere canticum. Amen.

TRADUZIONE ITALIANA

Ti lodino, o Giuseppe

Te, o Giuseppe, lodino le celesti schiere,
tutti i cori del fedeli inneggino a te che,
illustre per meriti, sei unito
con caste nozze all’inclita Vergine.

Quando scorgi la sposa feconda di germe divino,
sei oppresso da doloroso dubbio,
ma ecco che l’Angelo ti svela che
il fanciullo è concepito di Spirito Santo.

Il nato Signore stringi al seno,
ma profugo lo segui nelle straniere regioni dell’ Egitto.
Lo cerchi smarrito in Gerusalemme,
ma lo ritrovi, alternando la gioia al pianto.

Una santa morte beatifica gli altri santi
e la gloria accoglie chi meritò la palma,
tu, invece, più beato, ancor vivente al par dei Santi
godi di Dio per meravigliosa sorte.

O Augusta Trinità, a noi supplici perdona
e, per i meriti di Giuseppe, concedici di salire alle stelle,
affinché ci sia finalmente concesso di scioglierti
per tutti i secoli un degno inno. Amen

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