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UNA COLONNA TRA IL CIELO E LA TERRA (Gli stiliti)

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(domani Dan Daniele stilita, mf, messa biografia su « Incammmino verso… »)

UNA COLONNA TRA IL CIELO E LA TERRA

(Gli stiliti)

di Monica Vanin                      

Chi erano i monaci stiliti? Cos’ha di particolare il monachesimo di Siria? Ecco una buona occasione per capire meglio il difficile cammino del cristianesimo (orientale e non), tra testimonianze eroiche e tradimenti del Vangelo.

San Simeone alle prime luci del giorno. A un cristiano, neanche le rovine di Palmira possono trasmettere un’emozione così forte. Già da lontano, le gigantesche rovine in cima alla montagna fanno impressione. Ma una volta saliti, la maestosità del luogo appare addirittura sconcertante: ben dodicimila metri quadrati di spazio sacro, a colloquio col cielo. Non solo la grande basilica dedicata al santo, ma anche una chiesa più piccola, per le celebrazioni ordinarie, e i resti di un grande convento, con tanto di cimitero dei monaci.
Vicino all’ingresso, c’è poi il bellissimo battistero riservato agli adulti, dove si entrava in fila, ancora pagani, e si usciva cristiani, pronti a percorrere emozionati i duecento metri dalla vasca alla grande basilica, per partecipare alla prima, solenne eucaristia.
Quante migliaia di pagani, comprese molte tribù arabe, si saranno convertite quassù?

IL SOGNO DI TCHALENKO
Nessun rumore, in quest’ora magica: solo il vento, tra i pini, gli olivi e i mandorli che sembrano qui da sempre, tanto sono in armonia con le pietre. Invece, li ha fatti piantare quasi cinquant’anni fa Georges Tchalenko, l’archeologo che ha speso gran parte della vita al sole e al vento del massiccio calcareo, la regione più intensamente cristianizzata della Siria.
Solo qui, tra Antiochia, Aleppo e Hama, sono stati contati quasi ottocento villaggi e città cristiane, molti dei quali abbandonati, e migliaia tra edifici sacri e varie tracce della presenza dei monaci.
Povero Tchalenko! Oltre ad aver studiato a fondo questa zona e ad aver diretto i restauri di san Simeone, si è anche dato la pena di numerare e allineare tutte le pietre ancora fuori posto, sognando il miracolo: un restauro completo, che nel 2001 non è stato ancora finanziato da nessuno. Troppo caro, dicono. «Troppi soldi, per quello che forse è il più grande e importante complesso paleocristiano del mondo!» fa eco, sconsolato, Abdallah Hadjar, l’archeologo di Aleppo che insieme ai francescani Peña, Castellana e Fernandez è oggi uno dei massimi esperti in materia.

COME CADUTA DAL CIELO
L’oggetto misterioso è là, nel bel mezzo della basilica. È una gran pietra bianca, alta un paio di metri. Pare un monolito appena piovuto dal cielo, invece è ciò che rimane della reliquia cristiana più grande che sia mai esistita: la colonna sulla quale è vissuto per circa quarant’anni Simeone il Grande, il primo degli oltre cento monaci stiliti (cioè “delle colonne”) che hanno reso celebre questa zona.
Secoli di scalpelli devoti, di terremoti e di intemperie hanno contribuito a ridurre a un liscio moncone una colonna che arrivava a sedici o diciotto metri di altezza, e che quindi era visibile anche da lontano. Da quel balcone, il suo inquilino (che certo non soffriva di vertigini) poteva ben sentirsi “a metà strada tra la terra e il cielo”, come scrisse lo storico antico Evagrio.

MUOVERE LE MONTAGNE
Che la colonna fosse così alta, lo si è capito non solo da testimonianze serie, come quella del vescovo Teodoreto di Cirro (contemporaneo e ammiratore di Simeone), ma anche dalle dimensioni di questa basilica senza precedenti, che è nata proprio per contenerla tutta. Mai prima di allora i cristiani avevano costruito una chiesa così alta, complessa e a forma di croce, oltretutto.
Per scaricare il gran peso della struttura dai pilastri, i siriani hanno dovuto inventare i contrafforti, ma non solo: hanno saputo spianare il monte, vincere le pendenze e ogni tipo di ostacolo naturale. «Gesù ha detto che la fede muove le montagne» ci dice convinto Elia Kajmini, animatore del Centro archeologico di Aleppo e versatile uomo di cultura. «Bene, è proprio quello che hanno fatto migliaia di persone, quassù. Hanno lavorato come uomini di fede, non solo per guadagnarsi da vivere».

UNA FESTA DI SIMBOLI
Ma la tecnica sarebbe nulla senza la bellezza, e qui a san Simeone ne è stata versata a piene mani. Cornici stupende, tipicamente siriache, profilano le finestre; fregi incantevoli ricamano ovunque la pietra; capitelli con le foglie d’acanto che sembrano mosse dal vento sormontano le colonne: cose che devono aver strappato grida di meraviglia ai pellegrini di ogni tempo.
Che ricchezza di simboli, sulle pietre dorate dal sole! Non solo grappoli d’uva e fogliame corinzio, ma anche tante croci diverse: da quella latina a quella di Malta, dalla croce greca antica al disco solare dei siriaci, immagine pagana che qui era molto diffusa ed è stata ripresa con un significato del tutto nuovo (è Gesù il sole che non tramonta).
E poi la croce bizantina, naturalmente, con le sue allusioni alla maestà di Cristo. Non poteva mancare, anche perché è il sigillo dello sponsor di questo capolavoro: l’imperatore bizantino Zenone, che dopo quasi quindici anni di “fabbrica”, deve aver fatto appena in tempo a vederlo finito, nell’anno 490 o 491.

LA DIFFICILE UNITÀ
Zenone ci teneva molto a rappresentare, sulle pietre di san Simeone, un impero cristiano unitario e pacificato. Ma la realtà era tutt’altra, e questa operazione rischia di apparire, ai nostri occhi, quasi come una spettacolare forzatura ideologica.
Nel 451, a Calcedonia, un grande Concilio dedicato al problema della natura di Cristo aveva seminato malumori e opposizioni, soprattutto in Egitto e in Siria. Quello che per noi ormai è un dato di fede (misterioso finché si vuole), e cioè la convivenza in Cristo di due nature distinte, l’umana e la divina, non era stato affatto accettato da tutti.
Per i siriani, in particolare, esse si erano fuse armoniosamente, in Gesù, a vantaggio della natura divina. Nemmeno il conciliante Editto di unità emanato proprio da Zenone aveva messo d’accordo i litiganti. Nasceva così il partito “monofisita” (cioè “dell’unica natura”), che è proprio un contrassegno della Chiesa d’Oriente.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI
Solo un bisticcio di parole, che sarebbe stato più o meno facile sbrogliare? Oggi è facile pensarla così, ma allora la posta in gioco era altissima. Dentro i confini dell’impero, i popoli di più antica tradizione premevano per guadagnare un’autonomia sempre maggiore. Le rivolte erano all’ordine del giorno. Il contrasto sugli articoli di fede corrispondeva pari pari a un contrasto politico. Così, dopo settant’anni di compromessi, gli imperatori bizantini (che avevano l’ultima parola anche in materia religiosa) decisero di imporre la tesi di Calcedonia con la forza.
Finito l’incubo dei circhi e dei leoni, insomma, i cristiani cominciarono a perseguitare i cristiani, tanto che i siriaci finirono per considerare prima i Persiani e poi le armate islamiche (nemici giurati di Costantinopoli) come dei liberatori. In un’atmosfera segnata dalla lotta contro le eresie, iniziò una catena di scismi interni, carica di conseguenze per il futuro del cristianesimo.

I MONACI, NUOVI PROFETI
Simeone è solo il “frutto” più celebre dell’esplosione di vita monastica avvenuta in Siria, soprattutto in questa zona e tra il IV e il VII secolo: fenomeno straordinario (anche rispetto all’esperienza dei monaci egiziani e palestinesi) e importantissimo segno dei tempi.
Finite le persecuzioni dell’impero romano, grazie agli editti di Costantino (nel 313 e 325), cresciuta l’importanza di Costantinopoli e messo il cristianesimo sotto la tutela e il controllo dell’impero, l’eroica religione messianica delle origini stava infatti diventando un fenomeno di massa, impregnato di cultura greca più che di giudaismo, ed esposto al rischio di compromettersi sempre di più con esigenze mondane e di potere.
L’esito tragico del dopo-Calcedonia lo avrebbe ampiamente dimostrato. Le anime più semplici e insieme più esigenti, non potevano accettare tutto questo. E la risposta non si fece attendere.

GLI ESTREMISTI DI DIO
Il monachesimo è particolarmente congeniale alla natura siriana (e agli orientali in genere). L’ardore affettivo e sensuale, in queste terre, è sempre pronto a rovesciarsi nel suo contrario: può diventare accesa disponibilità a mortificare il corpo e le passioni. L’amore per la preghiera e la contemplazione, poi, sono valori che questi uomini portano scritti dentro da sempre.
Qui sono sorte una miriade di comunità monastiche, che hanno rivestito il territorio di chiese e conventi, e soprattutto si sono moltiplicate le iniziative individuali (che magari facevano scuola e si trasformavano in tendenze), una più singolare e spettacolare dell’altra: anche questi caratteri, contraddistinguono l’anima siriana.
Alcuni monaci, i cosiddetti reclusi, corsero a segregarsi dentro torri e capanne, addirittura nelle tombe o in mezzo a rudimentali costruzioni di sassi.
Altri si rifugiavano nelle grotte di cui i monti erano pieni, e vivevano talvolta come animali selvatici.
Qualcuno si costringeva a restare immobile, seduto o in piedi, a volte legato a un palo; c’era chi quasi non chiudeva occhio per non interrompere la preghiera e chi viveva tra i rami di un albero, o nascosto dentro un tronco cavo.
Trascorrevano le giornate pregando e contemplando; qualcuno studiava o scriveva. Inutile dire che il mangiare e il bere erano la loro ultima preoccupazione.

I “CANDELABRI DELLA FEDE”
In realtà, però, questi campioni di ascetismo non si separavano del tutto dal mondo. Non sarebbe stato neppure possibile, perché queste zone erano molto popolate. E poi molti di loro non lo volevano neppure.
Gli stiliti, soprattutto, che per molti secoli seguirono l’esempio di Simeone il Grande, alzavano spesso le colonne a poca distanza dalle strade commerciali, alla portata dei viandanti e degli abitanti dei villaggi. Predicavano e dispensavano consigli, guidavano la gente nella preghiera. Erano perfettamente consapevoli di costituire un richiamo vivente, a vantaggio di tanti cristiani incerti e tiepidi.
Teodoreto li ha magnificamente definiti “candelabri della fede”: Gesù non aveva forse raccomandato di porre la luce della testimonianza cristiana sopra il lampadario, e non sotto? E i nostri asceti facevano una tale luce da essere consultati perfino dagli imperatori, conquistandosi, dopo le prime diffidenze, l’amore e la venerazione di tutti.

UN… CATTIVO ESEMPIO
Simeone era un povero pastore, nato a Nis, in Cilicia, intorno al 390. Da ragazzo, dopo avere ascoltato in chiesa le Beatitudini, si era sentito bruciare dentro il desiderio di una vita religiosa ardente e severa. Arrivò in un convento a Tel Ada (vicino alla montagna a cui era legato il suo destino) e visse per dieci anni in preghiera e in mortificazione assoluta, mangiando una volta alla settimana. Gli ottanta monaci del suo convento erano letteralmente sconcertati.
Quando arrivò a legarsi intorno al corpo un terribile cilicio in foglie di palma, che lo riempì di piaghe (e lui rifiutò di farle curare), il superiore lo invitò ad andare a far penitenza da un’altra parte, preoccupatissimo che il suo esempio potesse risultare deleterio per altri monaci meno robusti di lui.
Simeone obbedì e si spostò di poco, a Telanisso (oggi San Simeone), sul pendio del monte. Visse per tre anni sigillato in una minuscola cella, diventando un campione di digiuno. Si fece lasciare pane e acqua fuori dalla porta, e non toccò nulla per quaranta giorni, sfiorando la morte. Ma si riprese prestissimo. Da allora, le sue quarantene periodiche divennero una pratica abituale.

TORMENTO SULLA MONTAGNA
Anche qui, però, neanche a dirlo, venne messo alla porta. Si rassegnò allora a isolarsi sulla montagna, dietro un piccolo steccato, incatenato a un sasso per costringersi alla stanzialità. Evidentemente era già diventato celebre, perché ricevette la visita di un vescovo di Antiochia, che lo rimproverò. «Non è abbastanza severa la tua coscienza – gli disse – che hai bisogno di catene per sottomettere il tuo corpo?».
Colpito dall’osservazione, Simeone si sciolse dai ceppi, che già gli avevano inciso a fondo la carne e continuò a vivere sul monte, lodando Dio e pregando, tormentato dagli insetti, esposto alla pioggia, al sole e al vento.
Ma non erano solo questi i tormenti. Era anche perseguitato dalle donne con problemi di sterilità, che imploravano la sua intercessione per avere il sospirato figlio. Lui le teneva a distanza, si faceva riferire il problema da qualche parente e provvedeva puntualmente con la preghiera: con grande successo, a quanto pare.

FUGA SULLA COLONNA
Dopo qualche tempo, infatti, questi e altri miracoli non si contarono più. La sua resistenza soprannaturale a ogni genere di fatica (era anche capace di flettersi in adorazione più di mille volte di seguito senza fermarsi), costrinsero all’ammirazione perfino i vescovi più sospettosi verso questo incredibile esibizionista di Dio.
Ma la gente era diventata troppa e Simeone, per difendersene senza dover fuggire ancora, si fece costruire una colonna di un paio di metri, con sopra una piattaforma di legno protetta da una balaustra. Più la folla aumentava, più la colonna diventava alta: a un certo punto, per parlare direttamente al sant’uomo, era necessario arrampicarsi su un’alta scala a pioli, senza guardar troppo di sotto. Ogni tanto, un custode (in genere, un monaco novizio: il rapporto col convento non era mai venuto meno) gli portava qualche dattero e una ciotola d’acqua. Anche le modeste necessità fisiologiche di Simeone venivano sbrigate da un buco sulla sommità della colonna, scanalata all’interno. Queste, probabilmente, erano tutte le sue comodità.
E RIMASE LA COLONNA

Nonostante le privazioni, Simeone morì all’incirca settantenne, nel 459. Il vescovo di Antiochia, la più vicina “capitale” del cristianesimo, riuscì a portarsi via le sue spoglie, nonostante le proteste della gente del luogo. L’anno prima, la città era stata devastata da un terribile terremoto: forse il santo corpo avrebbe potuto proteggerla, in futuro.
Ma Antiochia fu solo una breve tappa, perché il monaco Daniele, amico di Simeone e anche dell’imperatore Leone, riuscì a farlo arrivare presto a Costantinopoli e a trasferirlo in un martyrion, una chiesa fatta apposta per accogliere le reliquie di un martire. Era la prima volta che capitava una cosa del genere, ma ce n’era motivo: Simeone si era davvero comportato con l’eroismo di un “martire vivente”.
Agli abitanti di Telanisso e dintorni restava solo lei, la colonna, e quindi furono ben felici di vederle sorgere intorno il grande ottagono centrale, sormontato da una cupola arditissima (che fu la prima vittima dei terremoti). Dall’ottagono si dipartivano quattro chiese, che completavano una originalissima pianta a croce, tanto originale da avere il “braccio” orientale non in asse con gli altri, ma un po’ inclinato verso nord. “Come la testa di Cristo crocifisso!” dice la tradizione. Ma forse l’orientamento di questa parte della chiesa, coronata da una splendida abside, è stato determinato da altri motivi simbolici, mentre la posizione delle altre è stata maggiormente condizionata dal terreno e dalla colonna stessa.

L’ULTIMO MIRACOLO
Il flusso dei fedeli, assiepati intorno all’altissima reliquia, impegnati a pregare, a chiedere grazie, a deporre offerte e prendere con sé gli eulogia (piccole immaginette-reliquia), dev’essere stato imponente per secoli. Ancora oggi si vedono i resti di un arco trionfale sull’antica Via Sacra percorsa dai pellegrini. Solo la dinastia islamica degli Hamdanidi, nel decimo secolo, riuscì a mettere la parola fine a questa devozione di massa. L’imponente santuario sarebbe ufficialmente diventato la fortezza di Simeone (Qalaat Samaan), una cittadella ben munita di torri, e poco più.
Ma il “candelabro della fede” non ha mai smesso di splendere, su questa montagna. Qui, nel 1991, per i 1.500 anni della basilica, si è raccolta una folla traboccante, almeno cinquemila persone: cattolici dei vari riti, ortodossi, protestanti, venuti anche da lontano; cinque grandi cori hanno fatto risuonare i loro canti in tante lingue diverse: uno spettacolo grandioso, indimenticabile per chi ha avuto la fortuna di partecipare.
Simeone veglia ancora sui cristiani, specialmente sugli orientali. Forse, l’intercessione per l’unità dei fratelli in Cristo e per il risveglio del coraggio evangelico dovremmo chiederla soprattutto a lui (oltre che a san Francesco, naturalmente). Alle richieste serie, fatte davvero col cuore, questo ruvido “atleta di Dio” non ha mai saputo dire di no.

24 luglio (mf): San Charbel Makhlouf

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24 luglio (mf): San Charbel Makhlouf

Non è semplice scrivere di San Charbel Makhlouf, un monaco appartenente all’Ordine Libanese Maronita, vissuto nel secolo scorso ed elevato alla Gloria degli altari da Paolo VI il 9 ottobre 1977, non tanto per i suoi miracoli o per i fatti prodigiosi o eclatanti avvenuti durante la sua vita e dopo la sua morte, quanto per le sue virtù eroiche che permettono a noi occidentali di conoscere meglio l’intensa spiritualità della Chiesa Orientale.
La vita di questo Santo merita di essere maggiormente conosciuta anche in occidente, specialmente fra le nuove generazioni che sono alla ricerca di una nuova e intensa spiritualità, come dimostrano l’aumento delle vocazioni negli Ordini monastici contemplativi. Se riusciremo a comprendere il messaggio che San Charbel ci ha lasciato siamo certi che questi potrà essere un valido aiuto per tutti i credenti.

La vita
Il nostro Santo nacque in Beqakafra, paese distante 140 Km. della capitale del Libano, Beirut, l’otto di maggio dell’anno 1828.
Quinto figlio di Antun Makhlouf e Brigitte Chidiac, una pia famiglia di contadini. Otto giorni dopo la sua nascita ricevette il battesimo nella chiesa di Nostra Signora del suo paese, dove i suoi genitori gli imposero il nome di Yusef (Giuseppe). I primi anni trascorsero in pace e tranquillità, circondato della sua famiglia e soprattutto dell’insigne devozione di sua madre, che per tutta la sua vita praticò con la parola e le opere la sua fede religiosa, dando esempio ai suoi figli che crebbero così nel santo timore di Dio.
A tre anni, il padre di Yusef fu arruolato dall’Esercito turco che combatteva in quel momento contro le truppe egizie. Suo padre muore ritornando a casa dalla guerra e sua madre, passato po’ di tempo, si risposa con un uomo devoto e perbene che successivamente riceverà il diaconato. Yusef aiutò sempre il suo patrigno in tutte le cerimonie religiose, rivelando fin dal principio un raro ascetismo ed una inclinazione alla vita di preghiera.

Infanzia
Yusef imparò le prime nozioni nella scuola parrocchiale del suo paese, in una piccola stanza adiacente alla chiesa. All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna; in questo periodo iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera: si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli e lì passava molte ore in meditazione, ricevendo spesso le burle degli altri ragazzi come lui pastori della zona. A parte il suo patrigno (diacono), Yusef ebbe due zii da parte di madre che erano eremiti appartenenti all’Ordine Libanese Maronita, e da essi accorreva con frequenza, trascorrendo molte ore in conversazioni, riguardanti la vocazione religiosa e il monachesimo.

La vocazione
All’età di 20 anni, Yusef è un uomo fatto, sostegno della casa, egli sa che presto dovrà contrarre matrimonio, tuttavia resiste all’idea e prende un periodo di attesa di tre anni, nei quali ascoltò la voce di Dio: « Lascia tutto, vieni e seguimi ». Si decide, e senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina del 1851 si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, soprattutto riguardo all’obbedienza. Qui Yusef prese l’abito di novizio e rinunziò al suo nome originale per scegliere quello di Charbel, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.

Studi da sacerdote
Passato qualche tempo lo trasferirono al convento di Annaya, dove professò i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo portò al monastero di San Cipriano di Kfifen, dove realizzò i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine. Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 da parte di Mons. Jose al Marid, sotto il patriarcato di Paulo Massad, nella residenza patriarcale di Bkerke. Ordinato da poco tempo, padre Charbel ritornò al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. Lì passò lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli nelle diverse attività che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, la cura delle anime ed il lavoro manuale.

L’eremita
Così trascorse la sua vita in comunità. Tuttavia, egli anelava ardentemente ad essere eremita, e per questo chiese l’autorizzazione al superiore, il quale vedendo che Dio era con lui redasse l’autorizzazione il 13 di febbraio del 1875. Charbel rimase eremita fino al giorno della sua morte avvenuta la vigilia di Natale dell’anno 1898.
Nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, il P. Charbel si dedicò al colloquio intimo con Dio, perfezionandosi nelle virtù, nella ascesi, nella santità eroica, nel lavoro manuale, nella coltivazione della terra, nella preghiera (Liturgia delle ore 7 volte al giorno), e nella mortificazione della carne, mangiando una volta al giorno e portando il cilicio. Padre Charbel raggiunse la fama dopo la sua morte, iniziando con il prodigio del suo corpo incorrotto che sudava sangue ed emanava una luce misteriosa. Fenomeni osservati e constatati non solo dai membri del suo Ordine, ma dal popolo che cominciò a venerarlo come Santo anche quando la gerarchia ed i superiori ne avevano proibito il culto, in attesa che la Chiesa pronunciasse il suo verdetto.

Beatificazione e canonizzazione
Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che avvenivano e del culto di cui era oggetto, il padre Superiore Generale, Ignacio Dagher, andò a Roma nel 1925 per sollecitare Papa Pio XI all’apertura del processo di beatificazione. Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 di dicembre di 1965, Papa Paolo VI, beatificò padre Charbel con le seguenti parole: « Un eremita della montagna libanese è iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio ».
Il 9 di ottobre di 1977 durante il sinodo mondiale di vescovi, lo stesso Papa canonizzò il Beato Charbel, elevandolo agli altari con il seguente formula: « In onore della Santa ed Unica Trinità per esaltazione della fede cattolica e promozione della vita cristiana, con l’autorità del Nostro Signore Gesù Cristo e dei venerabili Apostoli Pietro e Paolo, e nostra, dopo matura riflessione e implorando l’intenso aiuto divino… decretiamo e definiamo che il Beato Charbel Makhlouf è Santo, e lo iscriviamo nel Libro dei Santi, stabilendo che sia venerato come Santo con pietosa devozione in tutta la Chiesa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».
Innamorato dell’Eucaristia e del Santa Vergine Maria, San Charbel modello ed esempio di vita consacrata, è considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.
« Il giusto fiorirà, come una palma, si alzerà come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore » (Sal 91(92)13-14).

I miracoli
In vita San Charbel non ha compiuto numerosi miracoli, anche se era un uomo di grande fede e spiritualità e molte persone si recavano nel suo eremo per chiedere preghiere e grazie.
Charbel era un monaco orientale e un eremita, seguiva la tradizione dei Padri del deserto e come tale rifiutava il contatto con la gente per stare nella solitudine e quindi si potrebbe dire che non aveva, in pratica, l’occasione di compiere miracoli.
Tuttavia vogliamo, ricordare un episodio prodigioso del quale sono stati testimoni i suoi confratelli e avvenuto prima di ritirarsi nel suo eremo.
Una sera Charbel tardò a rientrare in convento e per questo non aveva fatto in tempo a farsi consegnare l’olio per la sua lampada; il frate dispensiere per punirlo di questa mancanza, si rifiutò di fare la consegna dopo l’orario prescritto.
Il Padre Charbel rientrò nella sua cella e casualmente il dispensiere notò che nonostante l’ora tarda la finestra era illuminata. Chiamò quindi il Superiore e con questi si recò dal Santo che con la lanterna accesa stava leggendo il breviario. Il Superiore rimproverò Charbel per l’infrazione alla Regola chiedendogli: « Perché tenete la lanterna accesa a quell’ora? Non avete fatto il voto di povertà? ». Padre Charbel si prostrò in ginocchio, chiese perdono al Superiore e rispose che durante la giornata non avuto tempo di leggere l’Uffizio e che quindi lo faceva ora.
A questo punto il dispensiere disse che lui non gli aveva dato l’olio e il Superiore interrogò Charbel in proposito per sapere dove si fosse procurato il combustibile. Questi dopo molte insistenze disse che vi aveva messo un po’ d’acqua.
Il Superiore che credeva soltanto ai propri occhi prese in mano la lanterna che immediatamente si spense. L’aprì, versò il contenuto sul pavimento, e alla luce di una candela constatò che era acqua! Il Superiore rimase interdetto e uscendo dalla cella fra lo sgomento gli disse: « Pregate per me ».
Contrariamente a quanto accade di solito, la fama di santità di Charbel si manifestò pienamente dopo la sua morte. La sua salma fu sepolta nel cimitero di Anaya, dove riposa tuttora e qui è stato anche edificato un santuario in suo onore. Alcune persone dalle case vicine cominciarono e vedere una luce che usciva dal luogo di sepoltura di San Charbel. La notizia iniziò a diffondersi e con essa le prime affermazioni della santità, finché il Superiore si recò di persona nelle case vicine al cimitero dove constatò l’esistenza di questa luce misteriosa.
A questo punto i frati decisero di aprire la tomba; trovarono il corpo di Charbel leggermente coperto di muffa ma sostanzialmente integro nonostante fossero trascorsi circa quattro mesi dalla morte e dallo stesso usciva una sostanza biancastra mista a sangue che nessun medico anche in epoche successive è riuscito a spiegare e a catalogare. Tale fenomeno è presente anche ai nostri giorni.
Poiché la fama di santità di Charbel si era notevolmente diffusa e anche per timore che il corpo potesse essere trafugato, cosa frequente a quell’epoca, i monaci decisero di trasferire la salma in un luogo più sicuro e segreto anche per evitare che fosse oggetto di devozione da parte dei fedeli.
È noto che per la Chiesa simili manifestazioni di per sé sono insufficienti a stabilire la santità, perché essa si basa sulle opere che il Santo ha fatto in vita e se queste possono essere un valido esempio per le generazioni future. Vista comunque la crescente fama di Santità di padre Charbel e i numerosi miracoli che gli venivano attribuiti, nel 1926 il Patriarca Maronita presentò a Roma la documentazione necessaria per iniziare una causa di beatificazione.
I miracoli validi per la beatificazione riguardano la guarigione prodigiosa di Suor Marie-Abel Kamari della congregazione del Sacro Cuore affetta da una gravissima forma di ulcera che guarì istantaneamente il 12 luglio 1950 mentre stava pregando sulla tomba del Santo e l’altro riguarda un certo Iskandar Nalm Obeid, de Baabdate che nel 1937 aveva perso l’uso di un occhio,e ora stava perdendo anche l’altro, riacquistò la vista mentre stava pregando a Anaya sulla tomba di Charbel.
Per la santificazione fu presentata la prodigiosa guarigione di Myriam Aouad, de Mammana affetta da un incurabile cancro alla gola fu guarita nel 1967. Numerosi sono i miracoli, le grazie e i fatti prodigiosi attribuiti all’intercessione di Charbel. Nell’apposito registro conservato nel convento di Annaya sono raccolti centinaia di racconti e le migliaia di lettere provenienti da tutto il mondo che testimoniano le grazie ricevute dai fedeli e non solo cristiani ma anche musulmani.
Di tutti questi ne vogliamo ricordare soltanto uno che ci sembra particolarmente significato perché « autenticato » dalla setta musulmana dei Drusi. Un ragazza, certa Hosn Mohair era nata con una gamba di 5 o 6 centimetri più corta dell’altra, questa imperfezione la faceva zoppicare vistosamente. Un giorno si recò ad Anaya e ritornò portando a casa dell’acqua benedetta e della terra che aveva raccolto presso la tomba del Santo e con questo impasto cominciò a massaggiare la gamba difettosa. I familiari, non vedendo per diversi giorni alcun esito da questa cura cercavano di dissuaderla, ma la ragazza spinta da una fede incrollabile continuò, finché la gamba difettosa raggiunse la stessa lunghezza dell’altra; cosa che gli permise di camminare normalmente. I notabili del villaggio, drusi, che la conoscevano personalmente, rilasciarono nel 1950 delle dichiarazioni giurate attestanti il fatto prodigioso.

Le virtù
In occidente l’apostolato viene fatto principalmente attraverso l’azione e i Santi si distinguono oltre che per la loro intensa spiritualità anche per mezzo delle opere di misericordia, come curare gli infermi, educare la gioventù, alleviare i bisogni della povera gente.
Diversa è la tradizione orientale dove si raggiunge la perfezione non con le opere, ma per mezzo di un continua e costante ricerca interiore di Dio seguendo il concetto che salvando la propria anima si salva il mondo.
Il monaco in oriente non ha doveri pastorali, ma dà il suo esempio con la vocazione, la vita ascetica, le preghiere, le penitenze e con la pratica eroica della virtù. Il monaco quindi deve restare accanto al popolo cristiano, non materialmente, bensì spiritualmente per insegnare il cammino verso la perfezione per mezzo della quale si può raggiungere il Padre Celeste.
Non è quindi l’asceta che va verso il mondo, ma sono gli uomini che vanno verso di lui per riceverne consigli, esempi, migliorarsi, edificarsi, per ottenere benefici materiali e spirituali grazie ai doni divini che possiede soltanto chi è veramente consacrato a Dio. L’ eremita vive completamente distaccato dal mondo perché le passioni, i peccati e le imperfezioni degli uomini possono intralciare l’asceta nella sua assoluta ricerca di perfezione. Quindi la solitudine diventa il mezzo attraverso il quale l’asceta in fuga dal mondo trova la pace interiore e la perfetta unione con Dio.
Ma nella sua vita Charbel non si è limitato a fare tutto questo, egli ha vissuto in modo eroico i voti che aveva pronunciato fin dal primo momento della sua ordinazione.
Certamente anche lui avrà sentito il richiamo dei sensi e avrà combattuto per conservare la sua purezza. I Padri del deserto dicevano a proposito dei pensieri impuri: « se non hai pensieri di tal natura sei un uomo senza speranza; infatti se non hai pensieri di tal natura è segno che tu compi delle azioni ».
Non possiamo certamente sapere se Charbel abbia subito delle violente tentazioni, ma sappiamo che egli faceva di tutto per evitarle. Si rifiutava di parlare con le donne e fra queste erano escluse anche i membri della sua famiglia e non solo evitava perfino di incontrarle sul cammino. Le donne che vivevano intorno al convento Annaya sapevano che il Santo non gradiva la loro presenza e anche loro collaboravano cercando di non incontrarlo oppure nascondendosi al suo apparire.
Anche nella povertà di Charbel era molto rigido, egli non possedeva assolutamente nulla e niente chiedeva, non voleva nemmeno toccare il denaro e quando qualcuno gli lasciava una elemosina, chiamava un suo confratello affinché prendesse i soldi e li consegnasse al Superiore. Si racconta che un giorno il Superiore vedendolo con il saio logoro e malandato gli disse di andare dal fratello sarto per farsene cucire uno nuovo, ma Charbel rispose che quell’abito per lui andava bene mentre era praticamente inservibile, e per far indossare a Charbel un nuovo vestito il Superiore fu costretto a ordinarglielo.
L’obbedienza fu certo la virtù eroica più eclatante del Santo, egli obbediva senza discutere a qualsiasi ordine ricevuto e non solo dai suoi superiori, ma anche dai confratelli e dagli stessi operai del monastero. Tutti potevano comandare padre Charbel. Egli anche quando era un monaco anziano, e poteva non svolgere determinate mansioni, non solo non chiedeva di essere dispensato, ma sceglieva i lavori più umili e fastidiosi. Quindi padre Charbel lavava i piatti, puliva i pavimenti, aiutava gli inservienti del monastero nei lavori meno gratificanti.
Tutto questo dimostra anche l’umiltà del Santo, che nonostante fosse una persona dotta e intelligente in molte occasioni aveva rifiutato importanti incarichi che il suo Ordine gli voleva conferire, dicendo sempre che esistevano persone migliori di Lui per svolgere tali mansioni.
Il Cardinale Paolo Pietro Méouchi, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente scrisse a Mons. Salvatore Garofano, Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana « De Propaganda Fide » e autore della biografia del Santo redatta in lingua italiana (« Il profumo del Libano » Roma 1977), questa lettera che sintetizza mirabilmente la spiritualità e le virtù del Santo:
Nel dramma dove, attraverso la storia, il mondo si dibatte, i Santi conservano i riflessi di Colui che è nominato « La luce del mondo », Gesù Cristo.
Nell’ultima decade del IXX secolo dove il vento del razionalismo soffia spesso, sul Libano, una sentinella, il monaco Charbel Makhlouf monta la guardia sulla Santa montagna, per affermare nella semplicità del credente e con la presenza di Dio di un anima innamorata che il dramma che scuote l’umanità, nel suo pellegrinaggio terrestre, non trova la sua soluzione che nel ritorno verso le regioni profonde dell’anima dove abita la Santissima Trinità.
Sempre, nella storia della spiritualità orientale si sono opposte la gnosi dei sapienti e la fede dei semplici. Gli gnostici che cercano di mettere Dio nei limiti della ragione trovano davanti a loro delle anime che preferiscono ritrovare il Creatore sulla via del cuore e dell’esperienza, la via, senza esclusione della dotta ignoranza, che si nutre alle grandi fonti della Sacra Scrittura, dei Padri del deserto e della teologia morale. Così faceva San Charbel Makhlouf.
In una spogliazione totale del mondo e soprattutto della propria mente, questo monaco semplice e generoso, ha preferito la pienezza di Dio all’illusione delle ricchezze del mondo. Egli ha messo in pratica che l’avere non è niente e che l’essere è tutto. Dio, la semplicità stessa, non ha niente, ma è l’Assoluto. Così nella fuga dal mondo – questa è d’altronde una delle caratteristiche della spiritualità orientale – Charbel ha voluto stabilire con i suoi prediletti il dialogo della fiducia, della presenza e dell’amore. Egli si sentiva costantemente chiamato dal Cristo Salvatore a ritirarsi nella profondità, e i suoi occhi che si chiudono al mondo, si aprono a delle ricchezze insondabili e divine, che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha sentito. (I Cor. 2,9).
Bisogna credere allora che il nostro monaco abbia vissuto la sua gioia crocefisso da un anima tesa costantemente a convertirsi e a fare penitenza in unione con la croce vittoriosa, nell’egoismo di colui che fissato sull’Assoluto, non ha più cura dei miserabili che vivono sulla terra le loro strane avventure? Ma no! Charbel ritrova la Chiesa nel suo pellegrinaggio spirituale. Che cosa hanno valso delle mortificazioni eroiche, incomprensibili a volte, talmente esse erano eccessive, se esse non erano per riparare se non dei peccati personali come dicevano i Padri della Chiesa, ma i peccati degli altri, di cui si è solidali per l’edificazione delle stesso ed unico Corpo Mistico di Gesù Cristo?
Questo bene, queste strade della profondità che ha praticato Charbel Makhlouf nella sua esistenza, dimentico del mondo, ma che Dio doveva glorificare con dei prodigi inauditi e senza nome, giacché i valori di questa terra si sono lacerati e la fede ha lasciato il posto alla visione.

23 LUGLIO: SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

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23 LUGLIO: SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

BIOGRAFIA

23 luglio (f): Santa Brigida di Svezia (1302-1373)

Bella come le principesse delle saghe nordiche, questa bionda donna svedese fu una bambina felice, una ragazza brillante e una padrona di casa oculata. Crebbe otto figli, tra cui una femmina che fu canonizzata; fondò un ordine monastico oggi diffuso in tre continenti; viaggiò moltissimo e, in particolare, fu «il Portavoce, l’Araldo di Dio» in una Chiesa ferita, in un secolo tormentato come il nostro, quello della Guerra dei Cent’anni. Colei che venne chiamata «la mistica del Nord», oggi conosciuta soprattutto grazie alle Quindici orazioni di Nostro Signore, fu celebre a suo tempo per le Rivelazioni celesti e per il ruolo di primo piano svolto presso papi e dirigenti politici svedesi ed europei in genere.

L’infanzia: 1302
Brigida nacque il 14 giugno 1302 nel Castello di Finsta, sulle sponde di un lago nella provincia di Uppland di cui il padre era siniscalco. Era la figlia maggiore nata dal secondo matrimonio fra Birger Persson, uno dei personaggi più importanti della Svezia, e Ingeborg Bengsdotter, imparentata con i re goti attraverso la famiglia regnante dei Folkung. Brigida crebbe in questo paese dove gli inverni sono lunghi, le primavere rapide e le notti estive miti, un paese molto poetico che risuona di leggende di foreste e laghi. Sebbene il nome Brigida significhi «altissima» in celtico e «brillante» in sassone, nei primi tre anni di vita la bambina non brillò affatto; era ritenuta muta, ma quando la lingua le si sciolse, la piccola parlò come un’adulta, segno di un carattere riflessivo e molto temprato. Leggere, scrivere, filare, ricamare, assistere alla messa mattutina nella cappella signorile, ascoltare i racconti della madre sui santi evangelizzatori della Svezia – in particolare Sant’Anskar di Piccardia -, correre nei boschi e sui prati, e raccogliersi fra le rocce di Finsta, nella «grotta della preghiera di Santa Brigida»: fu questa la vita della bambina fino alla morte della madre, avvenuta nel 1314. Ma Brigida non aveva ancora compiuto dieci anni quando, una notte, la Vergine le apparve tenendo in mano una corona e le chiese: «La vuoi?» Poi giunse la promessa celeste. La mamma di Brigida, venuta a conoscenza della cosa, favorì la devozione della bambina lasciando che ascoltasse delle belle prediche. Una di queste diede alla piccola una tale idea delle sofferenze di Cristo, che una sera Brigida non riuscì a prendere sonno; all’improvviso, Brigida ebbe una visione così vivida della croce su cui Gesù sembrava essere stato inchiodato da poco, avvolta da un immensa luce, che la bambina gridò: «Signore, chi ti ha fatto questo?». La risposta divina fu: «Chi disprezza e dimentica il mio amore!». Da allora la Passione di Gesù alimentò in Brigida un amore così profondo, che ella non poteva ricordarsene senza piangere. Non a caso la Croce sarà l’elemento centrale di tutte le sue meditazioni, e il giorno in cui Brigida manifesterà la grande vocazione che c’è in lei, seguirà le tracce del suo Salvatore. Alla morte della madre, Brigida ha dodici anni e viene affidata alla zia Caterina, castellana d’Aspenas, la quale una notte trova la nipote inginocchiata ai piedi del letto. Disobbedienza? Capriccio? La verga sollevata per punire la giovane si spezza. Allora, la donna spaventata domanda: «Cosa fai lì?». Brigida risponde: «Ringraziavo colui che mi aiuta sempre». «Chi è?». «L’uomo che ho visto in croce». La zia resta perplessa. Poco tempo dopo, Brigida, intenta a ricamare un disegno difficile nel salone del castello, invoca addolorata l’aiuto della Vergine Maria. Allora donna Caterina vede, china sul lavoro, una giovane donna dalla bellezza straordinaria, che scompare lasciando meravigliosi fiori e frutti disegnati e adorni di colori. Domande e stupore! Brigida non ha visto nessuno, ma questa volta la zia custodisce la reliquia. Dei miracoli per questa bambina!… Sempre a quel tempo, una visione del diavolo, creatura informe con un numero infinito di piedi e di mani, terrorizza la bambina. Brigida cerca rifugio nella sua camera, ai piedi del crocifisso, ed è confortata dalla certezza che sotto la protezione della croce non avrà mai nulla da temere. Così giovane, ha già il riflesso dei grandi combattenti spirituali.

Moglie, madre e consigliera di Corte: 131
(Brigida è ormai un’adolescente: bellezza nordica, intelligente, straordinariamente istruita per l’epoca, vivace, intraprendente, gentile con tutti e molto generosa. Perfetta? No: orgogliosa, indipendente, amante di un’esistenza piena di lussi, difetti di una natura piena di energia e di vita che Brigida, cosciente, combatte soprattutto con l’obbedienza. Nel 1316, il padre la dà in moglie a Ulf Gudmarson d’Ulfasa che ha cinque anni più di lei ed è figlio di un lagman della Vatergotland. Brigida, che preferirebbe cento volte la morte ma non desidera neppure il convento, si piega alla decisione paterna. Il matrimonio sarà benedetto e i due coniugi avranno quattro figli e quattro figlie: Màrta, la maggiore, si sposerà giovane e avrà una vita mondana e orgogliosa che preoccuperà la madre; Karl, un ragazzo bravo ma leggèro; Birger, che morirà durante una Crociata; Gudmar e Bengt, morti in tenera età; Caterina, la gioia di Brigida, che diventerà santa; Ingeborg, entrata nell’ordine cistercense e scomparsa giovane; e, infine, la piccola Cecilia, la quinta su otto a raggiungere l’età adulta. Ulf insegna alla sua Brigida l’obbedienza verso il marito e il senso di responsabilità. È molto cristiano ed è stato cresciuto presso i cistercensi d’Alvastra; Brigida è ancora più ardente di lui ed è animata da una devozione contemplativa, è ancora più attenta a tutti i suoi doveri ufficiali. Insieme pregano tre volte al giorno, si confessano e fanno la comunione ogni settimana. Prima di ogni pasto, Brigida serve dodici poveri, lava loro i piedi il giovedì e dà prova di una splendida ospitalità, mai rifiutata a nessun viandante, ricco o povero. La giovane castellana è allegra e incantevole: il tempo trascorre fra la caccia e la pesca e fra i canti e i balli al suono del liuto la sera. Questa felicità dura due anni. Quando Ulf parte per la guerra, la devozione di Brigida ha libero corso: un duro pagliericcio, digiuni, penitenze, come ai tempi dell’infanzia, scandiscono le giornate, e tornano le estasi in una profonda unione con Dio. Al rientro di Ulf, la vita attiva e caritatevole riprende più vigorosa che mai: i coniugi vanno insieme a cavallo o in barca, si occupano del dissodamento delle foreste, dello sfruttamento minerario, della coltivazione delle terre. Strada facendo, rendono giustizia e fanno l’elemosina. Poiché il numero dei figli cresce, viene ricostruita la dimora di Ulfase. Brigida studia i piani e dirige i lavori: ama comandare. Il castello viene arredato riccamente e una sera, davanti al suo letto sontuoso, Brigida sente la frase: «Sulla croce, la mia testa non aveva dove riposare». Da allora, commossa, la donna dormirà per terra ogni volta che potrà. Divenuta terziaria francescana con il marito, impara, non senza difficoltà per una donna indipendente e audace come lei, il costo dell’obbedienza, sottomettendosi con umiltà alle istruzioni dei superiori. I due sposi amano Dio, lo servono, si amano l’un l’altra, fanno del bene. Ma Dio chiede di più ai suoi amici. Ulf è diventato siniscalco e principe di Nericie. Il re ha regalato loro il bel castello di Vadstena; qui Brigida avrà la visione dell’Ordine che dovrà fondare, trasformando il palazzo in un monastero, affinché, secondo le parole stesse di Cristo «questa casa, costruita con il sudore dei poveri e per l’orgoglio dei ricchi, divenga l’abitazione degli indigenti che si serviranno degli oggetti, dei frutti dell’abbondanza e dell’orgoglio, unicamente per ricondurre gioiosamente i ricchi all’umiltà»; proprio come accadrà all’orgogliosa Brigida che dovrà rinunciare a tutti i suoi impegni. Vanitosa e attaccata alla ricchezza, lascerà il castello e i suoi beni. Nel 1335, il giovane re Magnus, sposatosi di recente con Bianca di Namur, invita a corte la siniscalca di Nericie, affinché diventi la gran dama di Palazzo. Dopo aver sistemato i figli, Brigida parte per Stoccolma, dove l’attendono due giovani sovrani frivoli. Affascina e stupisce la giovane regina e si guadagna l’amore e il rispetto di quanti la circondano… ma non ne ascoltano i saggi consigli. Su richiesta di Magnus, Brigida dà al re delle regole precise per regnare bene. Ma è una fatica inutile: il sovrano si imbarca in una guerra ingiusta e disastrosa, che lo obbliga a imporre pesanti tasse ai sudditi. Brigida, stanca, chiede di potersi allontanare per qualche tempo dalla corte e nel 1341 si reca in pellegrinaggio a Compostela con Ulf. Durante il viaggio attraverso l’Europa, i due visitano tutti i luoghi santi del tempo: Colonia, Aquisgrana, Tarascona, Sainte-Beaume. A Marsiglia si imbarcano per le coste spagnole dove, con l’aiuto di un bastone da viandanti, giungono a piedi a Compostela. Al ritorno attraversano la Francia messa a ferro e fuoco dalla guerra. Ad Arras, Ulf, gravemente ammalato, guarisce grazie alle preghiere della moglie e dopo aver fatto il voto di entrare in un ordine religioso qualora riveda la sua terra. Egli trascorre gli ultimi tre anni di vita ad Alvastra, presso i monaci cistercensi, dove muore nel 1344 in odore di santità. È menzionato nel menologio di Citeaux del 12 febbraio.

Sposa di Cristo
Nel 1339, cinque anni prima della morte del marito, Brigida visita la tomba di San Botvid, uno degli evangelizzatori della Svezia, che le appare in visione e le dice: «Io ed altri santi abbiamo ottenuto da Dio la grazia che tu possa udire, vedere e conoscere le cose dello spirito, e lo Spirito di Dio avvamperà nella tua anima». Pare sia giunto il tempo della profezia. Dolente, dopo la morte di Ulf, ma decisamente distaccata (si era tolta l’anello ricevuto dal marito sul letto di morte perché la legava come «una catena» al mondo), Brigida distribuisce i suoi beni agli eredi e ai poveri, e si trasferisce ad Alvastra dove conduce una vita austera e semplicissima, in una piccola casa a nord della cinta del monastero. Qui il Signore inizia le sue conversazioni con Brigida che desidera avere tutta per sé; inizialmente si tratta di incontri di formazione, poi arrivano le rivelazioni, sempre più precise e profonde, sulla sua missione di profetessa e predicatrice: «Sei mia, e per questo farò di te ciò che voglio. Non amare niente nel modo in cui ami me». Il sottopriore Petrus Olavi, che dubita di queste visioni, riceve una severa ramanzina divina che lo lascia paralizzato fin quando non decide di seguire l’appello divino, che lo vuole segretario, confessore e amico della Santa. E lui che, quando non lo fa Brigida, redige le Rivelazioni celesti e le traduce in latino. La Vergine Maria conduce Brigida da suo Figlio perché egli la riempia di grazie. Una notte di Natale, la donna avverte una gioia sublime e intensa, ed ha un sussulto al cuore, strano e diverso dai normali battiti, come se in lei vivesse un bambino. Maria le rivela che è stato così l’arrivo del Figlio nel suo seno, e Gesù le confermerà che lo Spirito Santo abita nel suo cuore e lo anima. In quest’occasione, la Vergine le insegna che ci sono due modi per raggiungere il cuore di Dio – l’umiltà e la vera contrizione e la contemplazione delle sofferenze del Figlio -’ e che questo non significa ripiegarsi su di sé, né comporta pietismo, bensì il superamento di se stessi all’ascolto di colui che le insegna: «Contempla la mia bellezza attraverso la bellezza degli elementi… Guardami. Sono il più bello sul Tabor, ma il più insultato sulla Croce, dove non avevo né forma né bellezza. Guardami e medita… Correggi i tuoi errori! Ascolta la voce con cui ti ho gridato ‘Ho sete di te!’». Brigida trascorre questi anni fra Alvastra, la corte svedese e Vadstena, che poco a poco si trasforma in convento. La regola che vige a Vadstena, dettata da Cristo stesso, inizia così: «Voglio istituire quest’Ordine in onore di mia Madre…»; seguono trenta capitoli sui tre voti di povertà, castità, obbedienza, sui precetti e sulle regole, la cui originalità ricorda quella dell’Abbazia di Fontevreau: la badessa ha autorità sulle monache di clausura, sessanta al massimo, tredici sacerdoti, quattro diaconi (come gli evangelisti) e otto laici, che aiuteranno i preti nelle attività quotidiane. Questo numero corrisponde ai dodici apostoli e ai settantadue discepoli. Monaci e monache di clausura hanno un loro recinto su entrambi i lati della chiesa dove si raccolgono a pregare. I compiti dei monaci sono unicamente di carattere spirituale. La badessa presenta il monastero di cui è sovrana alla Vergine Maria, Regina degli apostoli e dei discepoli dopo l’Ascensione. Tuttavia la Regola deve essere approvata da Roma e nel corso di un viaggio a cavallo fra Alvastra e Vadnesta, Brigida avrà una lunga visione raccontata nel Libro delle domande (cinquantotto rivelazioni) che la spingerà a partire. In un primo tempo infatti la sua benefica influenza a corte si traduce in diverse iniziative politiche per la pace fra i re di Francia e d’Inghilterra, e l’arbitrato in questa vicenda di papa Clemente VI, che a quei tempi risiede ad Avignone; ma in seguito Brigida diventa oggetto di critiche e scherno ogni giorno più palesi; nel 1348, inoltre, il Papa annuncia un «giubileo» per il 1350, affinché la preghiera fermi la guerra e la peste che sconvolge l’Europa. Tutto, dunque, sembra spingere Brigida a compiere il pellegrinaggio, tanto più che ella ha messo ordine nelle proprie faccende e si rende conto, non senza dover lottare, che la preghiera è la migliore protezione che ella possa dare ai suoi. La confortano le parole di Cristo: «Poiché dimentichi tutto per cercarmi, grazie anche alla tua carità, avrò cura di te e dei tuoi figli». Così Brigida lascia la Svezia che non rivedrà più, e giunge a Roma nel 1349, nella speranza di incontrarvi il Papa. Ma l’aspetta una grande delusione: né Clemente VI né il successore Innocenzo VI risponderanno ai suoi pressanti appelli e moriranno ad Avignone. Nel 1350, la raggiunge a Roma la figlia Caterina. Brigida, che all’età di quarantasette anni si è messa a studiare il latino, in modo da farsi capire e soccorrere gli infelici, fonda un ricovero per i poveri cui si dedicherà assieme alla figlia, moltiplicando i miracoli con la carità. A quest’epoca, sotto la dettatura di un angelo, compone L’inno dell’angelo o Sermo angelicus, per il futuro convento di Vadstena; si tratta di ventun Lettere, da leggere ogni giorno della settimana durante le messe mattutine, in onore della Vergine Maria. Quando Brigida non scrive le Lettere e le Rivelazioni, o non studia, visita con Caterina le catacombe e le chiese di Roma per pregare. Presso la chiesa di San Paolo fuori le mura va in estasi davanti a uno stupendo crocifisso, che si può ancora ammirare e venerare, e ha un dialogo appassionato, raccolto nelle quindici Orazioni della Passione, la cui devozione avrà grande diffusione. La sua sete di Dio la spinge negli altri santuari italiani e per due anni la Santa gira per la penisola, da Assisi a Napoli, passando per Montecassino. Vive con i poveri, pellegrina fra i pellegrini, senza disdegnare di fare la questua con loro. Di ritorno a Roma, dove l’ha preceduta la fama dei suoi scritti e dei suoi miracoli, Brigida si prodiga per la conversione dei principi con le sue lettere severe e le sue predizioni intimidatorie, che purtroppo si riveleranno fondate, e attende il ritorno del Papa a Roma, attesa che durerà diciotto anni. È solo nel 1367 infatti che si avvera la profezia, e Brigida vede entrare nella città eterna papa Urbano V, il quale, però, vi resta solo tre anni. Un decennio dopo, nel 1377, Santa Caterina da Siena riprenderà la lotta e riporterà definitivamente a Roma Gregorio XI successore di Urbano V. Tuttavia, prima di questo trionfo, Brigida, sull’orlo dello scoraggiamento e del dubbio, riceve dalla Vergine l’approvazione degli sforzi che sta compiendo: chi lavora all’evangelizzazione e alla conversione degli altri «anche se converte pochi o nessuno, riceverà una ricompensa pari alla conversione di tutti». La figlia Caterina, divenuta a sua volta vedova in seguito alla morte del giovane marito rimasto in Svezia, deve alla tenerezza e alla fermezza materna la forza di non cadere nella disperazione, e di continuare la sua opera. All’ombra di Brigida, cresce e matura in santità che, grazie all’umile abnegazione della ragazza e alla sua purezza, ne fanno una delle sante più affascinanti della Svezia. Nel 1370, la Regola del Santo Salvatore, assimilata a quella di Sant’Agostino, viene riconosciuta dalla Santa Sede, con l’esclusione però della presenza dei monaci nel monastero. Brigida è ormai settantenne. Spossata dai pellegrinaggi e dalle penitenze, continua a obbedire agli ordini di Cristo: «Preparati al viaggio in Palestina». Al momento di levare l’ancora a Ostia con tre dei suoi figli, Karl, Caterina e Birger, mormora: «Torneremo tutti tranne uno di voi che io amo moltissimo». In effetti, durante lo scalo a Napoli, la bella regina Giovanna si invaghisce di Karl, la cui moglie è rimasta in Svezia e, decisa a fare annullare il suo primo matrimonio, prepara nuove nozze. Brigida, straziata, prega e digiuna, come la Regina Bianca che dice a San Luigi: «Figlio mio, ti preferirei morto ai miei piedi piuttosto che vederti commettere anche un solo peccato mortale». Ed è quello che succede, poiché Karl si ammala gravemente e muore pentendosi dei propri peccati fra le braccia della madre e della sorella. Brigida riprende il mare e, dopo essersi fermata in Sicilia e a Cipro, dove compie molte opere di bene, sbarca in Terra Santa, non senza perdere l’imbarcazione con tutto il suo carico in prossimità delle coste palestinesi. «Rendo grazie a Dio», dice, «per essere giunta povera sulla terra dove il Salvatore ha vissuto in povertà». Percorrendo tutta la Terra Santa, ad ogni tappa Brigida riceve grazie straordinarie, e nelle sue visioni rivede tutta la vita della Vergine e del Salvatore. Il fedele Petrus ne annota i racconti in latino, portando avanti il Libro delle Rivelazioni. Un giorno Brigida, inginocchiata davanti alla tomba di Gesù, ha la rivelazione dell’ingresso in cielo di Karl. Una voce le dice: «Si chiamerà per tutta l’eternità figlio delle tue lacrime». Brigida riprende il mare in uno stato di grande debolezza e di malattia. Sbarca a Napoli, dove imperversa la peste, e qui viene supplicata affinché ponga fine all’epidemia. Così, dopo avere pregato, ella chiede nel nome del Signore che la gente faccia penitenza. La regina Giovanna, di cui ha toccato il cuore, non vuole più lasciarla partire, ma Brigida, sfinita, viene riportata a Roma, dove deperisce, soffrendo molto nell’anima e nel corpo. Ma, alla fine, viene a consolarla Cristo stesso, e i suoi ultimi giorni di vita si trasformano in un’estasi continua. Il 23 luglio del 1373, durante la messa mattutina celebrata nella camera di Brigida, quando il sacerdote solleva l’ostia per la consacrazione, Brigida si protende in avanti e dice: «Fra le tue mani, Signore, rimetto il mio spirito», e cade inerte. Tutta la città si reca a venerare il suo corpo rivestito con l’abito dei terziari francescani e in quell’occasione si compiono miracoli. Brigida venne inizialmente inumata nella basilica di San Lorenzo, poi Caterina la sposta a Vadstena, dove la madre aveva desiderato vivere e morire. Ovunque, lungo il viaggio di ritorno in Svezia, si moltiplicano i miracoli; sembra addirittura che una stella guidi gli svedesi attraverso gli scogli del Baltico, sparendo all’arrivo in patria. Brigida e Caterina tornano a casa dopo un assenza durata venticinque anni! Caterina è santa come la madre; come lei ha visioni e rivelazioni, ma, a differenza di Brigida, profetessa e portavoce di Dio, tace. È lei che realizza i progetti che il Signore ha sull’unico Ordine svédese esistente, e diventa badessa di Vadstena. Brigida viene canonizzata da Bonifacio IX nel 1391 e la veridicità delle sue rivelazioni viene riconosciuta dal Concilio di Costanza nel 1415. Nel 1482, anche Caterina assurge agli onori dell’altare. Brigida mette laboriosamente per iscritto ogni volontà divina. Ossessionata, al punto di provare dolore, dalla salvezza delle anime, rinnova gli appelli alla conversione; le sue rivelazioni più note raccontano le visioni avute sul Giudizio finale, sul purgatorio, sull’inferno e sulla Passione di Cristo. Attraverso la bocca dell’araldo divino, si intuisce l’insegnamento di Dio: fare uscire le anime dal loro torpore materialista; il purgatorio, l’inferno esistono, Brigida li ha visti, li ha descritti con particolari terrificanti. Questo salutare risveglio operato dal timore è destinato unicamente a spingere l’anima fra le braccia della Misericordia, inchiodate per lei sulla Croce. Per Brigida, la meditazione della Passione è la migliore scuola della santità, il libro più dotto del mondo, la consolazione di tutte le pene. Le anime sono attratte dalle parole di Cristo in croce: «Cos’è il pane che desidero, se non il perfezionamento delle anime e la contrizione del cuore, il sospiro del divino e l’umiltà che brucia d’amore?». Il messaggio di Brigida è contenuto in queste poche parole, che riassumono il desiderio accorato dell’Amore-Creatore per la sua creatura.
Brigitte Baudonnet

Brigida temeva che le parole dei suoi libri, frutto di rivelazioni divine, fossero infirmate e calunniate dagli invidiosi e dai malvagi. Nostro Signore le disse: «Ho due braccia: con uno abbraccio il cielo e tutto quello che contiene; con l’altro la terra e il mare. Apro il primo ai miei eletti, onorandoli e consolandoli in terra e in cielo. Stendo l’altro sulle cattiverie umane, sopportandole con misericordia e ponendo loro un freno affinché non compiano tutto il male desiderato. Dunque non abbiate timore, tanto più che nessuno potrà infirmare le mie parole; esse, anzi, raggiungeranno luoghi e nazioni a me graditi. Ma sappiate che tali parole sono come l’olio, e per questo devono essere meditate, considerate e spiegate, ora dagli invidiosi, ora da chi le vuole conoscere, ora da chi desidera che si prodighino il mio onore e la mia pazienza». Libro VI. 100

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 23 juillet, 2012 |2 Commentaires »

Papa Benedetto: San Bonaventura

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100303_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 3 marzo 2010

San Bonaventura

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlare di san Bonaventura da Bagnoregio. Vi confido che, nel proporvi questo argomento, avverto una certa nostalgia, perché ripenso alle ricerche che, da giovane studioso, ho condotto proprio su questo autore, a me particolarmente caro. La sua conoscenza ha inciso non poco nella mia formazione. Con molta gioia qualche mese fa mi sono recato in pellegrinaggio al suo luogo natio, Bagnoregio, una cittadina italiana, nel Lazio, che ne custodisce con venerazione la memoria.
Nato probabilmente nel 1217 e morto nel 1274, egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.
Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì.
La figura del Poverello di Assisi gli divenne ancora più familiare qualche anno dopo, quando si trovava a Parigi, dove si era recato per i suoi studi. Aveva ottenuto il diploma di Maestro d’Arti, che potremmo paragonare a quello di un prestigioso Liceo dei nostri tempi. A quel punto, come tanti giovani del passato e anche di oggi, Giovanni si pose una domanda cruciale: “Che cosa devo fare della mia vita?”. Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei Frati Minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del Convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di san Francesco. Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo. Scriveva così in una lettera indirizzata ad un altro frate: “Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo” (Epistula de tribus quaestionibus ad magistrum innominatum, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29).
Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura. Venne subito indirizzato agli studi, e frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università di Parigi, seguendo un insieme di corsi molto impegnativi. Conseguì i vari titoli richiesti dalla carriera accademica, quelli di “baccelliere biblico” e di “baccelliere sentenziario”. Così Bonaventura studiò a fondo la Sacra Scrittura, le Sentenze di Pietro Lombardo, il manuale di teologia di quel tempo, e i più importanti autori di teologia e, a contatto con i maestri e gli studenti che affluivano a Parigi da tutta l’Europa, maturò una propria riflessione personale e una sensibilità spirituale di grande valore che, nel corso degli anni successivi, seppe trasfondere nelle sue opere e nei suoi sermoni, diventando così uno dei teologi più importanti della storia della Chiesa. È significativo ricordare il titolo della tesi che egli difese per essere abilitato all’insegnamento della teologia, la licentia ubique docendi, come si diceva allora. La sua dissertazione aveva come titolo Questioni sulla conoscenza di Cristo. Questo argomento mostra il ruolo centrale che Cristo ebbe sempre nella vita e nell’insegnamento di Bonaventura. Possiamo dire senz’altro che tutto il suo pensiero fu profondamente cristocentrico.
In quegli anni a Parigi, la città di adozione di Bonaventura, divampava una violenta polemica contro i Frati Minori di san Francesco d’Assisi e i Frati Predicatori di san Domenico di Guzman. Si contestava il loro diritto di insegnare nell’Università, e si metteva in dubbio persino l’autenticità della loro vita consacrata. Certamente, i cambiamenti introdotti dagli Ordini Mendicanti nel modo di intendere la vita religiosa, di cui ho parlato nelle catechesi precedenti, erano talmente innovativi che non tutti riuscivano a comprenderli. Si aggiungevano poi, come qualche volta accade anche tra persone sinceramente religiose, motivi di debolezza umana, come l’invidia e la gelosia. Bonaventura, anche se circondato dall’opposizione degli altri maestri universitari, aveva già iniziato a insegnare presso la cattedra di teologia dei Francescani e, per rispondere a chi contestava gli Ordini Mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo scritto dimostra come gli Ordini Mendicanti, in specie i Frati Minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso. Al di là di queste circostanze storiche, l’insegnamento fornito da Bonaventura in questa sua opera e nella sua vita rimane sempre attuale: la Chiesa è resa più luminosa e bella dalla fedeltà alla vocazione di quei suoi figli e di quelle sue figlie che non solo mettono in pratica i precetti evangelici ma, per la grazia di Dio, sono chiamati ad osservarne i consigli e testimoniano così, con il loro stile di vita povero, casto e obbediente, che il Vangelo è sorgente di gioia e di perfezione.
Il conflitto fu acquietato, almeno per un certo tempo, e, per intervento personale del Papa Alessandro IV, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse Ministro generale.
Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi. Quando Bonaventura iniziò questo servizio, l’Ordine dei Frati Minori si era sviluppato in modo prodigioso: erano più di 30.000 i Frati sparsi in tutto l’Occidente con presenze missionarie nell’Africa del Nord, in Medio Oriente, e anche a Pechino. Occorreva consolidare questa espansione e soprattutto conferirle, in piena fedeltà al carisma di Francesco, unità di azione e di spirito. Infatti, tra i seguaci del santo di Assisi si registravano diversi modi di interpretarne il messaggio ed esisteva realmente il rischio di una frattura interna. Per evitare questo pericolo, il Capitolo generale dell’Ordine a Narbona, nel 1260, accettò e ratificò un testo proposto da Bonaventura, in cui si raccoglievano e si unificavano le norme che regolavano la vita quotidiana dei Frati minori. Bonaventura intuiva, tuttavia, che le disposizioni legislative, per quanto ispirate a saggezza e moderazione, non erano sufficienti ad assicurare la comunione dello spirito e dei cuori. Bisognava condividere gli stessi ideali e le stesse motivazioni. Per questo motivo, Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor. La parola latina, a differenza di quella italiana, non indica un frutto della fantasia, ma, al contrario, “Legenda” significa un testo autorevole, “da leggersi” ufficialmente. Infatti, il Capitolo generale dei Frati Minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e questa divenne, così, la biografia ufficiale del Santo.
Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Il punto essenziale: Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco. Questo ideale, valido per ogni cristiano, ieri, oggi, sempre, è stato indicato come programma anche per la Chiesa del Terzo Millennio dal mio Predecessore, il Venerabile Giovanni Paolo II. Tale programma, egli scriveva nella Lettera Novo Millennio ineunte, si incentra “in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (n. 29).
Nel 1273 la vita di san Bonaventura conobbe un altro cambiamento. Il Papa Gregorio X lo volle consacrare Vescovo e nominare Cardinale. Gli chiese anche di preparare un importantissimo evento ecclesiale: il II Concilio Ecumenico di Lione, che aveva come scopo il ristabilimento della comunione tra la Chiesa Latina e quella Greca. Egli si dedicò a questo compito con diligenza, ma non riuscì a vedere la conclusione di quell’assise ecumenica, perché morì durante il suo svolgimento. Un anonimo notaio pontificio compose un elogio di Bonaventura, che ci offre un ritratto conclusivo di questo grande santo ed eccellente teologo: “Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini… Dio infatti gli aveva donato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare” (cfr J.G. Bougerol, Bonaventura, in A. Vauchez (a cura), Storia dei santi e della santità cristiana. Vol. VI. L’epoca del rinnovamento evangelico, Milano 1991, p. 91).
Raccogliamo l’eredità di questo santo Dottore della Chiesa, che ci ricorda il senso della nostra vita con le seguenti parole: “Sulla terra… possiamo contemplare l’immensità divina mediante il ragionamento e l’ammirazione; nella patria celeste, invece, mediante la visione, quando saremo fatti simili a Dio, e mediante l’estasi … entreremo nel gaudio di Dio” (La conoscenza di Cristo, q. 6, conclusione, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 187).

San Benedetto da Norcia – la vita e i miracoli

http://www.ora-et-labora.net/Benedetto_da_Norcia.html

San BENEDETTO da NORCIA

La vita e i miracoli di S. Benedetto

(Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica ne celebra ufficialmente la festa l’11 luglio, da quando papa Paolo VI ha proclamato san Benedetto da Norcia patrono d’Europa il 24 ottobre 1964 in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino. La Chiesa ortodossa celebra la sua ricorrenza il 14 marzo. da Wikipedia)

Queste poche righe sono un piccolissimo riassunto del libro II° dei « Dialoghi » di S. Gregorio Magno, e vogliono solo essere un invito alla lettura del testo completo, edito da numerose Case editrici. Per leggere il testo integrale cliccare qui.
L’anno di nascita di s. Benedetto non è storicamente certo, ma la tradizione lo colloca nel 480 a Norcia. S.Benedetto appartiene ad una famiglia nobile, forse quella gens Anicia, che come molte, nel periodo di decadenza dell’Impero, aveva abbandonato Roma per la più tranquilla provincia.
Benedetto compie i primi studi a Norcia. Alla sua formazione contribuiscono gli esempi dei venerati asceti e della sorella Scolastica, consacrata alla vita religiosa fin dagli anni dell’infanzia. Mandato successivamente a Roma per seguire un indirizzo letterario e giuridico, conveniente alla sua condizione sociale, Benedetto conosce il degrado economico e sociale della città, determinato anche dalla contesa del supremo pontificato da parte di Simmaco e Lorenzo, nonostante la pace assicurata in quegli anni da Teodorico.
A 17 anni Benedetto, accompagnato dalla sua nutrice, fugge da Roma verso Tivoli e si ferma nel borgo di Enfide, l’odierna Affile, a circa 60 Km da Roma, per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa. Ma i primi eventi straordinari alimentano la devozione e la curiosità e suscitano intorno a lui una indesiderata popolarità. Benedetto prosegue il cammino verso i monti e raggiunge la vicina località di Subiaco, « sub lacus ». Qui incontra un monaco di nome Romano, il quale dimora in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato, al quale Benedetto confida il suo proposito di vita ascetica. Romano lo accompagna in una caverna nascosta in un luogo selvaggio, lo riveste dell’abito religioso, e si cura di portargli quotidianamente del pane, privandosi della sua porzione di cibo, calandolo dall’alto per mezzo di una fune. Romano è fedele alla consegna e custodisce il segreto del rifugio nel quale Benedetto, per tre anni, conduce una vita aspra e solitaria.
Venerato per la sua virtù, Benedetto, secondo la tradizione, viene invitato da una comunità di monaci di Vicovaro ad assumere il governo del monastero a seguito della morte dell’abate. I tentativi di Benedetto di creare i presupposti per una nuova vita spirituale si infrangono contro l’ostinata volontà dei monaci, che tentano di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato. Benedetto abbandona così Vicovaro e ritorna allo speco di Subiaco: ma sono ormai molti che vengono a lui e lo riconoscono come maestro di vita. Egli ben presto comprende la necessità di abbandonare definitivamente la vita ascetica per dedicarsi all’insegnamento. Fonda così dodici piccoli monasteri, con i rispettivi superiori, che fanno tutti capo a lui, riservando per sé il monastero dedicato alla formazione dei discepoli.
La fama di Benedetto si diffonde anche presso la nobiltà romana: due illustri cittadini, Equizio e il patrizio Tertullio, consegnano a Benedetto i propri figli Mauro e Placido, che saranno i primi componenti della grande famiglia benedettina. Ma la gelosia e l’avversione per il successo che Benedetto riscuote tra i giovani, spinge un monaco di nome Fiorenzo a tentare di ucciderlo con del pane avvelenato. Il piano non riesce. Tuttavia Fiorenzo istiga alla corruzione i discepoli conducendo sette giovani fanciulle nel giardino del monastero. Benedetto decide allora di abbandonare tanta malvagità e di trasferirsi in altro luogo, per edificare una nuova casa, espressione definitiva di quell’ideale di vita monastica che ha maturato nei lunghi anni di vita contemplativa. Assicurato un definitivo assetto alla comunità sublacense, Benedetto inizia il suo viaggio verso l’antica città di Cassino, dove vi approda tra il 525 e il 529. Qui, nonostante cinque secoli di predicazione cristiana, il paganesimo è ancora molto diffuso, anche in quei luoghi che sono stati sede del vescovo Severo, situati vicino ad Aquino, importante diocesi occupata in quegli anni da s. Costanzo. Benedetto abbatte gli altari pagani, recide il bosco sacro ad Apollo, volge al culto cristiano i templi, consacrandoli a s. Martino di Tours, il monaco apostolo delle Gallie, e a s. Giovanni Battista, padre dei monaci del Nuovo Testamento e precursore di Cristo. Adattando i vecchi edifici, ne eleva di nuovi per la dimora dei monaci. La costruzione di Montecassino vede Benedetto impegnato come architetto, ingegnere ed organizzatore del nuovo monastero, dove resterà per sempre, dedito alla definizione della sua Sancta Regula, sul modello eremitico orientale risalente a s. Pacomio e sulla base degli insegnamenti di s. Basilio, di Cassiano, di s. Cesario e della Regula Magistri, anonima.
La tradizione vuole che Benedetto muoia a Montecassino nel 547, il 21 di marzo. Sei giorni prima fa aprire il sepolcro e, sentendo vicino l’ora della dipartita, si fa accompagnare nell’oratorio ove, munito dei sacramenti e sostenuto dai discepoli, rende l’anima al Signore.

Alcuni dei miracoli di S. Benedetto dal racconto di S. Gregorio Magno
Miracolo del vaglio ricomposto. Durante la permanenza ad Affile, la nutrice di Benedetto chiese in prestito un setaccio, che accidentalmente si ruppe. Benedetto, viste le lacrime di dispiacere della donna, lo ricompose miracolosamente.
I monaci di Vicovaro, non acconsentendo alla severità della sua vita, cercarono di sbarazzarsi di s. Benedetto, servendogli una bevanda avvelenata. Il Santo tracciò il segno della croce sul calice, ed esso si spezzò  » come se fosse stato non già benedetto bensì colpito da un sasso ».
L’intervento miracoloso del corvo salva s. Benedetto dal pane avvelenato con cui il monaco Fiorenzo tentò di ucciderlo.
Un Goto, uomo semplice ed accanito lavoratore, occupato a liberare dai rovi un terreno sulla riva del lago, adopera con tanta forza la sua roncola che il ferro si stacca e cade nell’acqua profonda. Il Goto va da Mauro per accusarsi del suo errore. Mauro parla a s. Benedetto che avvicinandosi al lago prende il manico dell’utensile e lo avvicina all’acqua: la lama, per miracolo, si ricompone subito con il manico.
Un giorno il piccolo Placido, prendendo l’acqua dal lago, viene trascinato dalla corrente. Benedetto dalla sua cella assiste all’episodio ed ordina a Mauro di correre in aiuto del fanciullo. Una volta in salvo, Placido si rende conto del miracolo: nel venir trascinato fuori dall’acqua, egli vedeva, sul capo, la mantellina dell’abate ed « aveva l’impressione che fosse lui a tirarlo fuori ».
A Totila, re dei Goti, era giunta la notizia del dono della profezia di s. Benedetto e volle verificarla. Domandò di essere ricevuto da Benedetto. Ma venuto il giorno della visita mandò al suo posto lo scudiero Rigo, vestito di tutto punto dell’abbigliamento regale e attorniato da una scorta regale. Benedetto vedendo giungere Rigo, gli grida « Levati, figlio, levati quest’ abbigliamento che indossi senza che sia tuo ». Rigo riferisce tutto a Totila che si presenta di persona. S. Benedetto gli rimprovera la sua crudeltà e l’invita a rinunciarvi non prima di aver profetizzato: « Entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai per nove anni e nel decimo morrai ». Così, in seguito, avvenne.
Due monaci peccano contro la Regola mangiando al di fuori del monastero. Al loro rientro s. Benedetto elenca loro tutto ciò che hanno mangiato e presso chi l’hanno fatto.
In tempi di carestia s. Benedetto precisa « Perchè il vostro animo si affligge per la mancanza di pane? Oggi, è vero, ce n’è poco, ma domani ne avrete in abbondanza ». Il giorno seguente, furono trovati davanti alla porta del monastero 200 moggi di farina.

26 giugno: Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

http://www.santiebeati.it/dettaglio/59500

Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

26 giugno

† Roma, 26 giugno 362

I santi Giovanni e Paolo, vissuti nel IV secolo, furono fratelli di fede oltre che di fatto. Le informazioni su di loro sono discordanti e risalgono soprattutto ad una « Passio » in parte leggendaria: Essi sarebbero stati due cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, che Giuliano l’Apostata avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti sotto la loro abitazione. Sembra però che il martirio di Giovanni e Paolo potrebbe essere avvenuto almeno 50 anni prima, all’epoca di Diocleziano, perché le persecuzioni di Giuliano avvenendo in Oriente. Ad ogni modo, sotto la basilica Celimontana a loro dedicata sono stati ritrovati resti di una villa romana abitata da cristiani, con il piccolo vano della « confessio » che reca affreschi di scene di martirio, sotto cui c’è una fossa per il seppellimento di due corpi.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Paolo = picc

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma commemorazione dei santi Giovanni e Paolo, al cui nome è dedicata la basilica sul monte Celio lungo il clivo di Scauro nella proprietà del senatore Pammachio.

Sui due santi martiri romani, che è bene chiarire non sono gli omonimi apostoli, si è aperta da parte degli studiosi una controversia sulla data del loro martirio, effettivamente avvenuto a Roma. Giacché la questione è rimasta irrisolta, non resta altro da fare che seguire la “passio” antica, giunta fino a noi e poi alla fine segnalare le contraddizioni riscontrate da alcuni studiosi.
Giovanni e Paolo, fratelli di sangue e di fede cristiana, sono presentati in tre recensioni consecutive della ‘passio’, che risale al IV secolo, prima come maggiordomo e primicerio di Costantina, figlia di Costantino imperatore; poi come soldati del generale Gallicano, al quale suggerirono un voto, che ottenne la vittoria dell’esercito sugli Sciti infine sono citati come privati cittadini, nella loro casa al Celio, molto munifici di elemosine ed aiuti, con i beni ricevuti da Costantina.
Quando nel 361 salì al trono imperiale Giuliano, detto poi l’Apostata (331-363), questi avendo deciso di ripristinare il culto pagano, dopo aver rinnegato il cristianesimo, cercò di convincerli alle sue idee restauratrici, invitandoli a tornare a corte, per collaborare al progetto.
I due fratelli (che dovevano godere di molta considerazione a Roma) rifiutarono l’invito e Giuliano mandò loro il capo delle guardie Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove; persistendo il loro rifiuto, essi vennero sequestrati in casa per una decina di giorni, affinché riflettessero sulle conseguenze del loro rifiuto.
Continua la ‘passio’: il prete Crispo informato del fatto, si recò con due cristiani Crispiniano e Benedetta, a visitarli, portando loro la S. Comunione e il loro conforto. Trascorsi i dieci giorni, il comandante Terenziano, ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati; era il 26 giugno 362.
Il prete Crispo ed i suoi compagni Crispiniano e Benedetta, avvertiti da una visione si recarono sulla loro tomba a pregare, ma qui vennero sorpresi e uccisi anche loro. Dopo la loro morte il figlio di Terenziano, cadde in preda ad un’ossessione e urlava che Giovanni e Paolo lo tormentavano, il padre con grande preoccupazione, lo condusse sulla tomba dei due martiri, dove il ragazzo ottenne la guarigione.
Il prodigio fece si che si convertissero entrambi e poi vennero anch’essi in seguito martirizzati. Il successore di Giuliano l’Apostata, l’imperatore Gioviano (363-364), abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante, di ricercare i corpi dei due fratelli e una volta trovati, fece erigere dallo stesso senatore e dal figlio Pannachio, una basilica sopra la loro casa.
Fin qui il racconto della ‘passio’; sul sepolcro costituito da una tomba a “due piazze”, venne eretto il piccolo vano della ‘confessio’ che ancora conserva antichi affreschi narranti il martirio; il tutto conglobato in una basilica detta Celimontana, che si affaccia tra archi medioevali e contrafforti, sul famoso Clivio di Scauro.
Essa fu più volte ristrutturata e modificata e dove le reliquie nel 1588, furono traslate dalla primitiva sepoltura; nel 1677 esse furono collocate sotto l’altare maggiore e infine nel 1725 il cardinale Paolucci le fece racchiudere in un’urna di porfido, ricavata da un’antica vasca termale, che ancora oggi forma la base dell’altare.
Effettivamente sotto la chiesa si è scoperta nel 1887 una casa romana a due piani con affreschi e fregi; il loro culto antichissimo è testimoniato da innumerevoli citazioni in Canoni sia romani che ambrosiani; in vari ‘Martirologi’ e Sacramentari; orazioni e prefazi a loro dedicati; epigrafi marmoree; un monastero fondato da s. Gregorio I Magno (535-604) e intitolato ai due martiri; un’altra chiesa eretta sul Gianicolo era pure a loro dedicata; a Ravenna sono raffigurati nel mosaico di S. Apollinare Nuovo.
È indubbio il culto ufficiale che sempre ricevettero nei secoli; come pure, secondo il racconto della ‘passio’, si giustifica la presenza di un sepolcro in una casa al centro di Roma, quando i luoghi delle esecuzioni ed i cimiteri, erano posti alla periferia della città.
Le opposizioni degli studiosi si basano sul fatto storico che la persecuzione di Giuliano l’Apostata, non fece vittime a Roma, ma solo in Oriente dove risiedeva; quindi si è propensi a spostare la loro vicenda sotto l’impero di Diocleziano (243-313); a volte sono stati confusi con altri santi martiri come Gioventino e Massimino.
A conclusione si può comunque ipotizzare che l’antica ‘passio’, che è quasi contemporanea, non narri il falso, perché se è vero, che non vi furono vittime ufficiali romane, durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nulla toglie che qualche martire ci sia stato a Roma ma tenuto nascosto, come nel caso di Giovanni e Paolo, che furono sotterrati nella loro stessa casa, senza far sapere ai romani la loro sorte.
Non bisogna dimenticare che i cristiani con Costantino, avevano ottenuto libertà di culto, lo stesso Giuliano aveva inizialmente emanato un “Editto di tolleranza”, e quindi il popolo non era disposto a ritornare indietro sulla pace e libertà raggiunta.
I lavori archeologici effettuati e gli studi pubblicati, sugli scavi sotto la Basilica Celimontana dei santi Giovanni e Paolo, dal valente studioso ed archeologo il passionista padre Germano di S. Stanislao (Vincenzo Ruoppolo) morto nel 1909 e completati da altri studiosi, in effetti confermano il racconto della ‘passio’ con la scoperta della casa romana, di cui probabilmente i due fratelli martiri erano proprietari e sulla quale fu eretta la basilica posta nell’omonima piazza.

Autore: Antonio Borrelli

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21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

http://liturgia.silvestrini.org/santo/208.html

21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

BIOGRAFIA
Luigi, figlio del duca di Mantova, è stato descritto come eccessivamente mite e dotato di scarso temperamento, eppure basta uno sguardo alla sua vita per convincersi del contrario. Nato il 19 marzo del 1568, fin dall’infanzia il padre lo educò alle armi, tanto che a 5 anni già indossava mini – corazza ed elmo con pennacchio. Ma a 10, del paggio del granduca di Toscana a Firenze, Luigi già aveva deciso che la sua strada era un’altra: quella che attraverso l’umiltà, il voto di castità e una vita dedicata al prossimo l’avrebbe condotto a Dio. A 12 anni ricevette la prima comunione da san Carlo Borromeo e decise di entrare nella compagnia di Gesù, ma per riuscire dovette sostenere due anni di lotte contro il padre – deluso e combattivo – dimostrando appieno la forza e l’intensità della sua volontà. Libero ormai di seguire Cristo rinunciò al titolo e all’eredità e si dedicò agli umili e agli ammalati, distinguendosi soprattutto durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1590. In quell’occasione, trasportando sulle spalle un moribondo, rimase contagiato e morì, a soli 23 anni, nel 1591.

MARTIROLOGIO
Memoria di san Luigi Gonzaga, religioso, che, nato da stirpe di principi e a tutti noto per la sua purezza, lasciato al fratello il principato avito, si unì a Roma alla Compagnia di Gesù, ma, logorato nel fisico dall’assistenza da lui data agli appestati, andò ancor giovane incontro alla morte.

DAGLI SCRITTI…
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga.
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.

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