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1 OTTOBRE: TERESA DEL BAMBINO GESU’ – DEL VOLTO SANTO

http://www.carmelosicilia.it/santa_teresina.htm

(qualcosa per la memoria di Santa Teresa, ho sicuramente già messo la biografia)

1 OTTOBRE: TERESA DEL BAMBINO GESU’ – DEL VOLTO SANTO

La Santa di Lisieux ha dato come esempio al mondo la propria totale conformazione a uno dei misteri più trascurati della vita di Cristo: quello della « infanzia di Gesù » che – dalla culla alla croce – ci ha mostrato come si diventa adulti restando sempre « figli », sempre bambini che si affidano alle braccia del loro Padre, sempre protesi a un amore obbediente.
È contemplando assieme, incessantemente, con un unico sguardo, il Bambino di Betlemme e il Volto Santo che Teresa ha compreso il mistero dell’adultezza cristiana.
 Fu a partire dal 10 gennaio 1889 che Teresa del Bambino Gesù (questo è il nome che ricevette in monastero) cominciò ad aggiungere al suo nome un nuovo « titolo »: « del Volto Santo ». Che cosa era accaduto? Perché legare l’infanzia di Gesù direttamente con la sua Passione, (tanto che ella scriveva i due « titoli » senza la congiunzione « e »)? Proprio in quel tempo il papà di Teresa cadeva in preda di una malattia che, a tratti, gli sconvolgeva la mente. Egli aveva offerto al Signore la sua vita, come le figlie, e accettava pazientemente quella umiliante malattia di cui aveva dolorosa coscienza. Nei momenti più tristi le figlie lo vedevano coprirsi il volto con un fazzoletto come se si vergognasse a farsi vedere in quello stato. Teresa – che aveva chiesto di poter partecipare alle sofferenze di Cristo – non aveva mai creduto che fosse possibile soffrire tanto, come quando vide il papà così ridotto. Ma ecco: il volto del papà era come quello che Gesù lasciò impresso nel velo della Veronica: un volto segnato dalla sofferenza e dall’umiliazione, dagli occhi abbassati, obbedienti. Allora Teresa capì che il mistero dell’infanzia di Gesù si estendeva fin sulla Croce: era là che giungeva al suo culmine l’obbedienza con cui Egli aveva accettato di farsi uomo per nostro Amore. Così, mentre Teresa si consacrava al mistero dell’infanzia di Gesù, il papà – che l’aveva condotta al Padre celeste – le dava l’ultimo insegnamento diventando anche lui, vecchio sofferente, il « bambino del buon Dio », ma anch’egli in croce.

I GRANDI PRINCIPI TEOLOGICI DI TERESA
All’inizio del 1895 (due anni e mezzo prima della morte di Teresa) Madre Agnese di Gesù (Paolina), sorella e priora della nostra Santa, le chiese «per obbedienza» di scrivere i suoi ricordi d’infanzia (il futuro «Manoscritto A»). Teresa obbedì e, introducendo la narrazione, si soffermò a precisare che avrebbe raccontato soprattutto i suoi pensieri sulla Misericordia di Dio. Senza volerlo, diede così uno splendido riassunto di quella « teologia della Misericordia » che ella avrebbe insegnato a tutta la Chiesa.
Ecco i suoi quattro grandi «principi»:

1. «La perfezione consiste nel fare la volontà di Dio: nell’essere ciò che Lui vuole che noi siamo».
2. «L’amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell’anima più semplice quanto nell’anima più sublime. E poiché è proprio dell’Amore abbassarsi misericordiosamente… quanto più il buon Dio discende fino alle anime più piccole, tanto più dimostra la sua grandezza infinita».
3. «Come il sole rischiara allo stesso tempo i grandi cedri e ogni piccolo fiore, come se ciascuno fosse solo sulla terra, così Nostro Signore si occupa in particolare di ciascuna anima, con tanto amore come se fosse unica al mondo».
4. « E come nella natura tutte le stagioni sono regolate in modo da far sbocciare nel momento stabilito anche la più umile pratolina, così tutto è regolato in modo da corrispondere al bene di ciascuna anima».
(Prologo del Manoscritto A)
 Il 25 agosto 1897 Teresa inviò al « fratello » missionario l’ultima immagine da lei dipinta nei mesi di maggio-giugno. Su di essa scrisse pochissime parole. Furono « la sua ultima lettera »:
«Io non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo… io l’amo!… perchè Egli è soltanto amore e misericordia! ».

OFFERTA COME VITTIMA DI OLOCAUSTO ALL’AMORE MISERICORDIOSO
 Mio Dio, Trinità beata, desidero amarvi e farvi amare, lavorare per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che sono nel purgatorio. Desidero compiere perfettamente la vostra volontà e arrivare al grado di gloria che m’avete preparato nel vostro regno. In una parola, desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e vi domando, o mio Dio, di essere voi stesso la mia Santità.
Poiché mi avete amata fino a darmi il vostro unico Figlio perché fosse il mio Salvatore e il mio Sposo, i tesori infiniti dei suoi meriti appartengono a me ed io ve li offro con gioia, supplicandovi di non guardare a me se non attraverso il Volto di Gesù e dentro il suo Cuore che brucia d’Amore.
Vi offro inoltre tutti i meriti dei Santi che sono in Cielo e sulla terra e degli Angeli; vi offro infine, o beata Trinità, l’amore e i meriti della santa Vergine, mia madre diletta. A lei abbandono la mia offerta e la prego di presentarvela.
Il suo Figlio divino, mio Sposo diletto, nei giorni della sua vita mortale, ci ha detto: « Tutto ciò che domanderete al Padre in nome mio, ve lo darà! ». Sono dunque certa che esaudirete i miei desideri. Lo so, mio Dio: più volete dare, più fate desiderare. Sento nel mio cuore desideri immensi e vi chiedo con tanta fiducia di venire a prendere possesso della mia anima.
Ah, non posso ricevere la santa comunione così spesso come vorrei, ma, Signore, non siete l’onnipotente? Restate in me come nel tabernacolo, non allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia.
Vorrei consolarvi dell’ingratitudine dei cattivi e vi supplico di togliermi la libertà di dispiacervi. Se qualche volta cado per la mia debolezza, il vostro sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni.
Vi ringrazio o mio Dio, di tutte le grazie che m’avete accordate, in particolare di avermi fatta passare attraverso il crogiolo della sofferenza.
Sarò felice di vedervi comparire, nel giorno finale, con lo scettro della Croce e spero di rassomigliare a voi nel Cielo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stimmate della vostra passione.
Dopo l’esilio della terra, spero di venire a godervi nella patria.
Ma non voglio ammassare dei meriti per il Cielo: voglio lavorare solo per il vostro amore, con l’unico scopo di farvi piacere e di salvare anime.
Alla sera di questa vita comparirò davanti a voi a mani vuote perché non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio perciò rivestirmi della vostra giustizia e ricevere dal vostro amore il possesso eterno di Voi stesso.
Ai vostri occhi il tempo è nulla. Un giorno solo è come mille anni e perciò potete prepararmi in un istante a comparire davanti a voi.
Per vivere in un atto di perfetto amore, mi offro come vittima d’olocausto al vostro amore misericordioso, supplicandovi di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti d’infinita tenerezza che sono racchiusi in Voi. Così potrò diventare martire del vostro amore, o mio Dio!
Che questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a Voi, mi faccia morire e la mia anima si slanci senza alcuna sosta verso l’eterno abbraccio del vostro amore misericordioso.
Voglio, o mio Diletto, ad ogni battito del cuore rinnovarvi questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirvi il mio amore in una faccia a faccia eterno! 

Dagli scritti…
  « Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami, noi correremo all’effluvio dei tuoi profumi». O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: Attirando me, attira le anime che amo. Questa semplice parola: «Attirami» basta. Signore, lo capisco, quando un’anima si è lasciata avvincere dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell’oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l’anima che si immerge nell’oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede…
Signore, tu lo sai, io non ho altri tesori se non le anime che ti è piaciuto unire alla mia; questi tesori, sei tu che me li hai affidati,…
Tu lo sai, o mio Dio, non ho mai desiderato altro che amarti, non ambisco altra gloria. Il tuo amore mi ha prevenuta fin dall’infanzia, è cresciuto con me, e ora è un abisso del quale non riesco a sondare la profondità. L’amore attira l’amore, perciò, mio Gesù, il mio si slancia verso di te, vorrebbe colmare l’abisso che l’attira, ma ahimè, non è neanche una goccia di rugiada perduta nell’oceano! Per amarti come mi ami tu, devo far mio il tuo stesso amore, solo allora trovo riposo. O mio Gesù, forse è un’illusione, ma mi sembra che tu non possa colmare un’anima con più amore di quello con cui hai colmato la mia; per questo oso domandarti di amare quelli che mi hai dato come hai amato me. Se un giorno, in Cielo, scoprirò che li ami più di me, ne sarò felicissima, riconoscendo fin da adesso che quelle anime meritano il tuo amore molto più della mia; ma quaggiù non riesco a concepire un’immensità di amore più grande di quella che ti sei compiaciuto di prodigarmi gratuitamente senza alcun merito da parte mia….
Madre mia, credo che sia necessario darle ancora qualche spiegazione sul brano del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo» perché quello che ho voluto dirne mi sembra poco comprensibile. «Nessuno può venire a me, ha detto Gesù, se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato». …. Dice inoltre che tutto quello che chiederemo al Padre suo nel suo nome Egli lo concederà. Certo è per questo che lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, dettò questa preghiera profetica: Attirami, noi correremo. Cos’è dunque chiedere di essere attirati, se non unirsi in modo intimo all’oggetto che avvince il cuore? ….
Madre amata, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: Attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me… correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro Amato…. » 
  »Ho sempre desiderato di essere una santa, ma, ahimé, ho sempre constatato quando mi sono confrontata con i Santi, che tra loro e me c’è la stessa differenza che esiste tra una montagna la cui vetta si perde nei cieli e il granello di sabbia, oscuro, calpestato dai piedi dei passanti. Invece di scoraggiarmi, mi sono detta:  il buon Dio non potrebbe ispirare desideri irrealizzabili; quindi, nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità. Farmi diversa da quel che sono, più grande, mi è impossibile: mi devo sopportare per quello che sono con tutte le mie imperfezioni; ma voglio cercare il modo di andare in Cielo per una piccola via bella diritta, molto corta, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo di invenzioni: oggi non vale più la pena di salire i gradini di una scala: nelle case dei ricchi un ascensore la sostituisce vantaggiosamente. Vorrei trovare anch’io un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione.
Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio e ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna: Se qualcuno è molto piccolo, venga a me. Così sono arrivata ad intuire che avevo trovato quello che cercavo. E volendo sapere, o mio Dio, che cosa faresti al molto piccolo che rispondesse alla tua chiamata, ho continuato le mie ricerche ed ecco quello che ho trovato: « Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò: vi porterò in braccio e vi cullerò sulle mie ginocchia! ». Ah, mai parole più tenere, più melodiose hanno rallegrato la mia anima! L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le tue braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, anzi bisogna che io resti piccola, che lo diventi sempre di più. O mio Dio, hai superato ogni mia aspettativa e io voglio cantare le tue misericordie ».
  »Come può un’anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell’Amore? O Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che io amo UNICAMENTE, dimmi che mistero è questo? Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che si librano nelle altezze?… Io mi considero invece un debole uccellino coperto solo da una leggera lanugine. Non sono un’aquila: dell’aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’Amore e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell’aquila. L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole brillante che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile sue sorelle che vede elevarsi fino al focolare divino della Santissima Trinità… Ahimé, tutto ciò che riesce a fare è sollevare le sue piccole ali! Ma alzarsi in volo, questo non è nelle sue piccole possibilità! Che ne sarà di lui? Morirà dal dispiacere vedendosi così impotente?… Oh, no! L’uccellino non si affliggerà nemmeno. Con un abbandono audace, vuole restare a fissare il suo Sole divino. Niente potrebbe spaventarlo: né il vento, né la pioggia. E se nubi oscure vengono a nascondere l’Astro dell’Amore, l’uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi  il suo Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi neanche un momento. Talvolta, è vero, il cuore dell’uccellino è assalito dalla tempesta: gli sembra di non credere che esista altro se non le nubi che lo avvolgono. E’ quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino. Che felicità per lui restare là ugualmente, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede!!!…
Gesù, fin qui capisco il tuo amore per l’uccellino, poiché egli non si allontana da te… Ma io lo so e anche tu lo sai: spesso l’imperfetta creaturina, pur restando al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia un po’ distrarre dalla sua unica occupazione. Prende un granellino a destra e a sinistra, corre dietro a un vermiciattolo; poi, quando incontra una piccola pozzanghera, si bagna le penne appena spuntate; vede un fiore che gli piace e il suo piccolo spirito si occupa di quel fiore. Insomma, non potendo librarsi come le aquile, il piccolo uccellino si occupa ancora delle piccolezze della terra. Eppure, dopo tutte queste birichinate, invece di andare a nascondersi in un angolo a piangere la sua miseria e morire di pentimento, l’uccellino si gira verso il suo amato Sole, presenta ai suoi raggi benefici le sue alucce bagnate, geme come la rondine e nel suo dolce canto egli ha fiducia, egli racconta una per una le sue infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare più potere, di attirare più pienamente l’amore di Colui  che non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori… Se l’Astro adorato resta sordo ai cinguetti lamentosi della sua creaturina, se resta velato, ebbene, la creaturina resta bagnata, accetta di essere intirizzita di freddo e si rallegra anche di questa sofferenza che comunque ha meritata!…
O Gesù, come è felice il tuo uccellino di essere debole e piccolo! Che ne sarebbe di lui se fosse grande? Mai avrebbe l’audacia di comparire alla tua presenza, di  sonnecchiare davanti a te!… Sì, anche questa è una debolezza  dell’uccellino quando vuole fissare il Sole divino e le nubi gli impediscono di vedere anche un solo raggio: suo malgrado gli si chiudono gli occhietti, la sua testolina si nasconde sotto l’aluccia e il povero esserino si addormenta, credendo di fissare sempre il suo Astro amato. Al suo risveglio, non si affligge, il suo cuoricino resta in pace, ricomincia il suo compito d’amore, invoca gli angeli e i santi che si innalzano come Aquile verso la Fornace divorante, oggetto del suo desiderio e le Aquile si muovono a pietà del loro fratellino, lo proteggono, lo difendono, mettono in fuga gli avvoltoi che vorrebbero divorarlo. Gli avvoltoi, immagine dei demoni, l’uccellino non li teme: non è affatto destinato a diventare loro preda, bensì preda dell’Aquila che egli contempla al centro del Sole dell’Amore.
O Verbo divino, sei tu l’Aquila adorata che amo e che mi attira; sei tu che, lanciandoti verso la terra d’esilio, hai voluto soffrire e morire per attirare le anime fino al seno dell’eterna Fornace della beata Trinità; sei tu che, risalendo verso la Luce inaccessibile che sarà ormai la tua dimora, resti ancora nella valle di lacrime, nascosto sotto l’apparenza di un’ostia bianca!… Aquila eterna, tu vuoi nutrire della tua sostanza divina proprio me, povero piccolo essere, che tornerei nel nulla se il tuo sguardo divino non mi donasse la vita in ogni istante!… O Gesù, lasciami nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva alla follia!… Come vuoi che, davanti a questa follia, il mio cuore non si slanci verso di te? Come potrebbe avere limiti la mia fiducia?… Ah, per te, lo so, anche i santi hanno fatto follie, hanno fatto grandi cose, perché erano aquile!…
Gesù, io sono troppo piccola per fare grandi cose! E la mia follia è di sperare che il tuo Amore mi accetti come vittima!… La mia follia consiste nel supplicare le aquile mie sorelle di concedermi la grazia di volare verso il Sole dell’Amore con le stesse ali dell’Aquila divina!…
Per tutto il tempo che vorrai, o mio Amato, il tuo uccellino resterà senza forze e senza ali, egli terrà sempre gli occhi fissi su di te: vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuole diventare la preda del tuo Amore!… Un giorno, ne ho la speranza, Aquila adorata, tu verrai a prendere il tuo uccellino e, risalendo con lui alla Fornace dell’Amore, lo immergerai per l’eternità nell’Abisso ardente di quell’Amore al quale si è offerto come vittima!… »

« Mi sono chiesta a lungo perché il Buon Dio facesse delle preferenze, perché tutte le anime non ricevessero un uguale grado di grazie; mi stupivo vedendolo elargire favori straordinari ai Santi che l’avevano offeso, come San Paolo e Sant’Agostino e che Egli costringeva, per così dire, a ricevere le sue grazie; o leggendo la vita dei Santi che Nostro Signore si è compiaciuto di coccolare dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino alcun ostacolo che impedisse loro di elevarsi verso di Lui, e prevenendo queste anime con favori tali che non potevano fare a meno di conservare immacolato lo splendore della loro veste battesimale.
Mi domandavo perché i poveri selvaggi, per esempio, morivano così numerosi prima di aver solo sentito pronunciare il nome di Dio…
Gesù si è degnato di istruirmi su questo mistero, ha messo davanti ai miei occhi il libro della natura, e ho capito che tutti i fiori che ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del Giglio non cancellano il profumo della piccola violetta o la semplicità incantevole della margheritina…
Ho capito che se tutti i fiorellini volessero essere delle rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fiorellini… anche la più umile margheritina, allo stesso modo tutto concorre al bene di ogni anima ».
Così accade nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù. Egli ha voluto creare i grandi Santi che possono essere paragonati al Giglio e alle rose, ma ne ha creati anche di piccoli, e questi devono accontentarsi di essere delle pratoline e delle violette, destinate a rallegrare lo sguardo del Buon Dio quando lo abbassa ai suoi piedi; la perfezione consiste nel fare la Sua volontà, nell’essere quello che Lui vuole…
Ho capito anche che l’amore di Nostro Signore si rivela tanto all’anima più semplice, che non oppone alcuna resistenza alla sua grazia, quanto all’anima più sublime; infatti, dato che il gesto più proprio dell’amore è di abbassarsi, se tutte le anime assomigliassero a quelle dei Santi dottori che hanno illuminato la Chiesa con lo splendore della loro dottrina, il Buon Dio non scenderebbe abbastanza in basso giungendo fino al loro cuore; ma Egli ha creato il bambino che non sa niente e fa sentire solo deboli grida, ha creato il povero selvaggio che è guidato solo dalla legge naturale ed è fino al loro cuore che Egli si degna di abbassarsi, sono proprio questi i suoi fiori di campo la cui semplicità lo rapisce…
Discendendo in questo mondo il Buon Dio mostra la sua grandezza infinita.
Come il sole rischiara sia i cedri sia ogni fiorellino, come se esso fosse l’unico sulla terra, così Nostro Signore si occupa in modo particolare di ogni anima con tanto amore, quasi fosse la sola a esistere »

«Che gioia passare per pazze agli occhi del mondo! Si giudicano gli altri secondo se stessi e siccome il mondo è insensato, pensa naturalmente che le insensate siamo noi! Ma dopo tutto, noi non siamo le prime. Il solo crimine che fu rimproverato a Gesù, da Erode, fu quello di essere pazzo, e io la penso come Erode! Sì, era pazzia cercare i poveri piccoli cuori dei mortali… Era pazzo il nostro Dio a venire sulla terra per cercare dei peccatori allo scopo di farne i suoi amici, i suoi intimi, i suoi simili.
E non siamo delle fannullone!
Gesù ci ha difese nella persona di Maria Maddalena. Egli era a tavola, Marta serviva, Lazzaro mangiava con Lui e i discepoli. Quanto a Maria, non pensava a prendere cibo, ma a far piacere a Colui che amava. Così prese un vaso colmo di un profumo di grande valore e, spezzando il vaso, lo sparse sul capo di Gesù… Allora tutta la casa fu invasa da quel profumo, ma gli APOSTOLI mormorarono contro Maddalena!…
E proprio come per noi: i cristiani più fervorosi, i sacerdoti trovano che siamo esagerate, che dovremmo servire con Marta invece che consacrare a Gesù i vasi delle nostre vite, con i profumi che vi sono racchiusi…
E tuttavia che importa che i nostri vasi siano spezzati se Gesù è consolato e il mondo, suo malgrado, è costretto a sentire i profumi che ne esalano e che servono a purificare l’aria avvelenata che esso continuamente respira?»
(Lettera 169, del 19 agosto 1894)

L’ABBANDONO
1 – Su questa terra c’è un albero meraviglioso; la cui radice o mistero! si trova in cielo. Sotto quell’ombre mai, nulla potrà ferire; e senza timor di tempesta vi si può riposare. Amore è il nome di quest’albero ineffabile; e il suo frutto dilettevole si chiama abbandono.
2 – Questo frutto mi dà felicità, nella vita; e l’odor suo divino mi rallegra l’anima. Se lo tocco, mi pare un tesoro; se l’assaggio, mi è anche più dolce. Mi da un oceano di pace in questo mondo; una profonda pace in cui sempre riposo.
3 – Soltanto l’abbandono mi cede alle tue braccia, Gesù; e mi fa vivere del pane dei tuoi eletti: divino Sposo, a te m’abbandono! E non bramo che il dolce tuo sguardo. Addormentandomi sul tuo cuore voglio sempre sorridere; e là, sempre ridire che t’amo, Signore!
4 – Anch’io, come la pratolina, schiudo il mio calice al sole…mio dolce sole di vita, amabile Re! L’ostia divina è piccola come me…ma la sua fiamma celeste, il luminoso suo raggio, mi fa nascer nell’anima il perfetto abbandono…
5 – Tutte le creature possono trascurarmi; vicino a te non ne trarrò un lamento. E se anche tu, o divino Tesoro, mi lasci, priva delle tue carezze voglio sorridere ancora: e attendere in pace, Gesù mio, il tuo ritorno, perpetuando il mio canto d’amore.
6 – Nulla mi inquieta, e nulla può turbarmi, la mia anima vola più alta dell’allodola…il cielo è sempre azzurro al di là delle nubi, presso le rive eterne dove regna il buon Dio! E in pace attendo la gioia delle stanze celesti, mentre qui nel ciborio trovo il dolce frutto dell’amore.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 1 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

30 SETTEMBRE: SAN GIROLAMO – BREVE BIOGRAFIA

http://www.sangirolamo.rimini.it/patrono/index.html#3

30 SETTEMBRE: SAN GIROLAMO – BREVE BIOGRAFIA

Padre e dottore della Chiesa latina, San Girolamo è nato a Stridone, in Dalmazia, da famiglia cristiana verso l’anno 347.
   Si procurò un eccellente erudizione a Roma che poi completò, lungo tutta la sua vita, anche attraverso numerosi viaggi durante i quali incontrò e strinse amicizia con alcuni fra i più famosi Padri della Chiesa.
   Fu consacrato sacerdote a 38 anni. La vasta e profonda cultura, le cinque lingue che parlava, l’amore a Cristo e alla Chiesa, hanno fatto di San Girolamo uno scrittore di primo piano, fra i Padri latini: di eccezionale contenuto morale e spirituale sono le sue lettere, il commento all’Antico e Nuovo Testamento, il trattato sulla Vergine.
   Ma il nome e la vita di San Girolamo sono legati alla Bibbia. Divenuto segretario di Papa Damaso, ebbe da questi l’incarico di tradurre la Bibbia in latino dai testi originali.
   Dopo la morte di Papa Damaso si ritirò in Terra Santa e qui trascorse gli ultimi 35 anni della sua vita.
   Prendendo parte molto attiva alle vicende e necessità della Chiesa, si dedicò in modo particolare, alla preghiera, alla penitenza, all’approfondimento dello studio delle Sacre Scritture e alla guida di cenacoli di vita ascetica e monastica.
   Morì a Betlemme nell’anno 419/420.

DALLA LETTERA 120 : LO SPIRITO SANTO

9. Il primo giorno della resurrezione (gli Apostoli) ricevettero la grazia dello Spirito Santo con cui potevano rimettere i peccati, battezzare, fare dei figli di Dio, e dare a quanti avrebbero cre­duto lo spirito di adozione, in quanto lo stesso Salvatore aveva detto: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e saranno ritenuti a chi li riterrete».
 Il giorno di Pentecoste, invece, la promessa fu più ampia: sarebbero stati battezzati nello Spirito Santo; si sarebbero rive­stiti della forza per poter predicare il Vangelo di Cristo a tutte le nazioni; avrebbero avuto il potere di operar miracoli e la gra­zia delle guarigioni; e dovendo essi predicare in molte nazioni, avrebbero ricevuto il dono delle lingue in modo che potessero sapere fin d’allora in quali nazioni ciascun Apostolo avrebbe dovuto portare il Vangelo…
Giovanni e Luca non sono affatto in disaccor­do per aver detto, il primo, che lo Spirito Santo fu dato il pri­mo giorno della resurrezione, e per aver notato, l’altro, che venne cinquanta giorni dopo.
Si tratta di una progressiva per­fezione che toccava gli Apostoli.
Costoro avevano ricevuto, dapprima, la grazia di rimettere i peccati, mentre la seconda volta avevano ricevuto il dono di far miracoli e tutte le altre di­versità di doni.

INNO DEDICATO ASAN GIROLAMO 

CON LA VELA TESA                    

1. Quando la mia mente
non trova ciò che vale,
vive di illusioni
e senza più sperare.
Si chiude in se stessa
e nelle sue paure,
ma sogna cose vere
e quelle più sicure.

Con la vela tesa
al soffio dello Spirito,
attraversa il mare
la barca della vita,
senza più paure
si lascia portare,
va verso l’infinito.

2. La fedeltà dei martiri,
come una vela tesa
al soffio dello Spirito,
fa crescere la Chiesa;
gli onori e le ricchezze
rallentano il suo passo,
la rendono più tiepida,
incline al compromesso.

Guarda le tempeste,
le lacrime e i dolori,
passano le cose
e passano gli onori,
ma una cosa è certa:
l’amore di Cristo
è l’unico che resta.

(finale)   L’amore di Cristo
    è l’unico che resta.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 30 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

S. MONICA (331-387) – MEMORIA IL 27 AGOSTO

http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=2122

S. MONICA (331-387) – MEMORIA IL 27 AGOSTO

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, ormai cristiano convinto profondamente, battezzato insieme a tutti i familiari. Poi Agostino decise di trasferirsi da Milano in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387.
Monica, madre di S. Agostino vescovo d’Ippona (Africa), nacque a Tagaste da pii genitori, nel 3.31, Quello che sappiamo della sua vita lo deduciamo dalle celebri Confessioni del figlio, il quale attribuisce la sua conversione alle preghiere e alle lacrime della sua genitrice, rigidamente educata. « Mia madre, scrive egli, lodava per questa sua formazione non tanto la diligenza di sua madre, quanto quella di una vecchia serva che aveva portato suo padre da bambino allo stesso modo che le fanciulle più grandicelle usano portare i bimbi sul dorso. Sia per questo, sia per l’età avanzata e i costumi venerandi era dai padroni trattata con molti riguardi e le avevano perciò affidata la sorveglianza delle loro figliuole; essa la esercitava con cura sapendo essere energica e quando occorreva santamente severa nel tenerle a freno… Infatti, fuori delle ore in casa pranzavano molto frugalmente alla mensa dei genitori, non lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se bruciassero dalla sete, per preservarle da una cattiva abitudine, e aggiungeva questa savia osservazione:  »Ora bevete l’acqua, perché non avete a disposizione il vino. Ma quando sarete maritate e sarete padrone della dispensa e della cantina, l’acqua più non vi piacerà e vi dominerà invece l’abitudine del vino ».
Nonostante tanta severità Monica si lasciò dominare dal vizio della gola. « Ordinariamente i genitori la mandavano, fanciulla sobria com’era, ad attingere il vino dalla botte ed essa, attinta la coppa dalla parte superiore, prima di versare il vino nella bottiglia, ne sorbiva poco poco con la punta delle labbra, perché non ne sopportava di più e le ripugnava al gusto… Poiché chi trascura il poco finisce per cadere, aveva ormai fatta l’abitudine di vuotare avidamente bicchieri di vino. Ed ora, dov’era la vecchia piena di saggezza, dov’era quella severa proibizione? Chi avrebbe potuto mai estirpare quella malattia latente, se tu con la tua medicina, o Signore, non vegliassi sopra di noi?… La schiava con la quale era solita recarsi al barile, come sovente accade, si bisticciò con la padroncina; le rinfacciò da sola a sola questa colpa e, con amarissima ingiuria, la chiamò beona. Ferita da ciò, si accorse della sua sconcezza e si affrettò a ripudiarla per liberarsene » (Confessioni, IX, 8).
« Educata pertanto nella castità e nella temperanza, resa sottomessa ai genitori… quando nella pienezza della giovinezza fu da marito, andò a nozze e servi lo sposo come padrone. Cercò di guadagnarlo a te (Dio) parlandogli di Te con l’eloquenza della sua vita morale, di cui tu la rendevi bella, degna di riverente amore, e d’ammirazione ai suoi occhi. Tollerò poi le infedeltà del marito con tanta rassegnazione da non venire mai a diverbio con lui per questo… egli era oltre ciò veramente affettuosissimo, ma altrettanto iracondo. Essa era capace di non fare resistenza al marito in collera, non solo a fatti, ma anche a parole. Quando poi, calmata Pira, tornava tranquillo, faceva al momento opportuno le giustificazioni del suo operato, se mai egli si fosse a torto inquietato Molte altre matrone, pur avendo mariti più mansueti, portavano i segni delle battiture persino sulla faccia sfigurata e, chiacchierando con le amiche, si lagnavano della vita dei loro uomini. Essa riprendeva la loro lingua… Quelle si meravigliavano perché sapevano che marito feroce ella dovesse sopportare e mai s’era sentito dire o s’era scoperto da qualche segno che Patrizio avesse battuto la moglie o che ci fosse stato, anche per un sol giorno, un dissenso domestico tra lei e lui…
« Anche la suocera, che da principio era irritata per i pettegolezzi contro di lei di schiave cattive, fu talmente vinta dal suo perseverante rispetto, dalla sua pazienza e mansuetudine che rivelò spontaneamente al figlio le cattive lingue frapposte tra lei e la nuora per turbare la pace domestica e chiese la punizione…
« E infine ella guadagnò a Te (Dio) anche il marito al termine della sua vita temporale; quando perciò divenne credente non dovette più piangere ciò che di lui sopportava quando non era ancora cristiano. Essa era anche la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, molto lodava, onorava e amava tè, poiché avvertiva la tua presenza nel suo cuore, attestata da una vita santa. Fu infatti sposa di un solo uomo; aveva reso il contraccambio ai propri genitori; aveva piamente governata la sua casa; aveva la testimonianza di opere buone. Aveva educato i suoi figli dandoli tante volte alla luce, quante ne vedeva da te deviare (IX, 9).
Quando le nacque Agostino ebbe cura di farlo iscrivere subito tra i catecumeni e di istruirlo nei primi rudimenti della fede. Assalito un giorno da fortissimi dolori di stomaco chiese con grande fede il battesimo. La madre già s’affrettava a farglielo amministrare quando si riebbe e il battesimo gli fu differito secondo l’usanza del tempo. Agostino crebbe nella fede cristiana della madre la quale lo affidò al Padre celeste e, resa forte dalla quotidiana preghiera, riuscì per un certo tempo almeno a sottrarlo all’influsso del padre pagano. Tuttavia, a sedici anni, Agostino fu sopraffatto dalla concupiscenza della carne che si destò in lui violentissima. « I rovi delle mie passioni, confessa egli stesso, sorpassarono la mia testa e non vi era mano alcuna che li potesse sradicare… E di chi erano se non tue, o Signore, quelle parole che facesti sentire alle mie orecchie per mezzo della madre mia, tua serva fedele? Desiderava, e ben ricordo come privatamente mi ammoniva al colmo della sollecitudine, che io non commettessi adulteri. Ma questi mi sembravano consigli femminili e mi vergognavo di metterli in pratica » (II, 3).
Patrizio, prima di morire (371) aveva ricevuto il battesimo, ma la grande consolazione spirituale di Monica fu presto offuscata dalla notizia che il figlio era caduto nell’eresia dei manichei durante i suoi studi a Cartagine. Pertanto allorché il giovane rientrò a Tagaste per aprirvi una scuola, ella non si sentì l’animo di ricevere in casa un eretico vivente in concubinato con una misera donna. In quel tempo ebbe un sogno che la riempì di gioia. Dio le aveva fatto capire che il suo figlio prodigo un giorno avrebbe abbracciato la fede. Lo riprese quindi con sé senza cessare dal pregare e dal piangere per colui che ancora per nove anni doveva avvoltolarsi nel fango del vizio.
Un nuovo dolore attendeva la povera vedova. Suo figlio, avvilito dell’indisciplina degli scolari che frequentavano le sue lezioni a Cartagine, aveva deciso di trasferirsi a Roma. Monica fece ogni sforzo per impedirglielo soprattutto per il timore che, lontano da lei, si ostinasse nell’errore. Quando Agostino si recò al porto, ella lo volle accompagnare e il figlio dovette ricorrere ad una bugia per potersi imbarcare. Invitandola a tornare a casa, le disse che voleva accompagnare sulla nave un amico e trattenersi con lui fino al momento della partenza. Poiché ella si rifiutava di ritornare da sola, le suggerì di attendere durante la notte in una chiesetta vicina, dedicata a S. Cipriano. Ella vi rimase a pregare e a sospirare mentre la nave, levatesi il vento favorevole, faceva vela verso l’Italia.
Se a Cartagine gli studenti erano indisciplinati, a Roma defraudavano i maestri del compenso pattuito. Indispettito, Agostino decise di recarsi a Milano (384) dopo che ebbe vinto il concorso per la cattedra di retorica. S. Ambrogio lo ricevette con umanità. Sovente egli predicava nella cattedrale e Agostino, appassionato dell’eloquenza e curioso di vedere se la fama dell’uomo « noto a tutto il mondo » rispondesse alla realtà, correva volentieri ad ascoltarlo. Le preghiere e le lacrime della madre stavano per fruttificare nell’animo del figlio. Monica lo raggiunse ben presto a Milano e fu contenta di apprendere dalla bocca di lui che, pur non essendo ancora credente, si era distaccato dalla setta dei manichei in seguito alle istruzioni domenicali di Ambrogio. Monica benedisse Dio di aver trovato finalmente un alleato nel santo arcivescovo, anche se la fece desistere da una consuetudine africana, che le era cara, di portare cibarie e vino ai sepolcri dei martiri. Ambrogio, però, non tardò ad apprezzare quella cristiana così semplice, così assidua alla chiesa, così fervente nelle opere buone, e sovente, vedendo Agostino, gli faceva grandi elogi della sua santa madre (VI, 1,2).
È rimasta famosa la scena di Agostino prostrato dalla grazia alla lettura di un brano delle Letture di S. Paolo dopo che ebbe udito da una casa vicina un canto, come d’un bimbo e d’una bambina che ripetevano a modo di cantilena: « Tolle lege, tolle lege! ». (Prendi e leggi), mentre stava disteso a terra sotto un fico e intensamente pregava e piangeva. Monica ne esultò e benedisse il Signore che l’aveva esaudita al di là delle sue preghiere e delle sue lacrime.
La conversione del figlio fu totale perché, oltre che a tutti gli ideali di questo mondo, rinunziò pure al matrimonio, fermo nella regola di fede in cui gliel’aveva mostrato, tanti anni prima, il sogno profetico. In quell’occasione Monica si sarà certamente ricordata anche delle parole rivoltele un giorno da un santo vescovo al quale si era raccomandata perché in colloqui privati riconducesse Agostino sulla buona via: « E’ impossibile che possa perire il figlio di tante lacrime ».
Durante le vacanze autunnali del 386 il figlio si ritirò con la madre nella villa dell’amico Verecondo a Cassiciaco, per riposarsi dalle fatiche, approfondire la filosofia e prepararsi al battesimo. Dopo alcuni mesi di vera pace e d’intensa preghiera Agostino fu rigenerato a Cristo, a Milano, per le mani di S. Ambrogio, la vigilia di Pasqua del 387. Avendo in mente un progetto di vita cenobitica, sul finire dell’estate egli partì per la sua Africa con la madre, l’amico Alipio, il fratello Navigio e il figlio suo Adeodato, che aveva ricevuto il battesimo con lui.
Giunta a Ostia, la comitiva sostò per rimettersi dalle fatiche del viaggio. Un giorno Monica e Agostino si trovarono soli a una finestra del loro appartamento che dava sul giardino. Dimentichi del passato ragionarono a lungo delle gioie del paradiso. « Mentre parlavamo pensando a quelle, confessa il figlio, lo raggiungemmo un poco con tutto l’impeto del cuore e sospirammo… Mia madre disse allora: « Figlio, quanto a me nessuna cosa più ha fascino in questa vita. Non so cosa faccio ancora qui, ne perché vi sia, compiute ormai le speranze di questo mondo. Unico era il motivo per cui desideravo restare ancora un poco in questa vita: vederti cristiano prima di morire. Dio me l’ha concesso con maggiore larghezza, facendomi vedere che disprezzi la felicità terrena e ti consacri al suo servizio » (IX, 10).
Dopo alcuni giorni si mise a letto con la febbre. Presagendo prossima la sua fine, disse ai due figli affranti: « Voi seppellirete qui vostra madre… Ponete questo mio corpo dove volete; non vi preoccupate di esso. Vi domando soltanto che di me vi ricordiate presso il Signore in qualsiasi parte vi troviate » (IX, 11). Morì dopo nove giorni di malattia e fu sepolta a Ostia.
Le sue presunte reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Sant’Agostino.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

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L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

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L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

DI FR. ALESSANDRO SALUCCI, OP

1. LA FONDAZIONE DELL’ORDINE
Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvava la Bolla di costituzione dell’Ordine dei Frati Predicatori, universalizzando un progetto di evangelizzazione che lo spagnolo Domenico di Guzman, aveva già iniziato nella diocesi di Tolosa. Stando alle prime biografie Domenico fu investito della missione di fondatore fin dal 1203, quando venne cooptato per una delicata missione dal suo vescovo Diego d’Acabes. Il futuro santo doveva fargli da compagno per un viaggio in Danimarca allo scopo di combinare un matrimonio per la figlia del re Alfonso VIII di Castiglia, missione poi fallita per la morte della principessa o, come altri storici sostengono, per la sua entrata in monastero. Quello che invece riuscì fu l’accendersi, nel vescovo Diego e nel sottopriore del capitolo di Osma Domenico, di un fervente desiderio missionario nato dal contatto che essi ebbero durante il loro viaggio con esponenti dell’eresia catara. Si racconta infatti, che in una delle tappe di andata Domenico passasse un’intera notte a discutere con l’oste di fede catara che li aveva albergati e che proprio in seguito a quella discussione Domenico iniziasse a comprendere quanto fosse urgente annunciare la vera dottrina evangelica. Unita a questa vi fu anche l’esperienza del contatto con lo zelo con cui il clero danese esercitava la sua attività missionaria tra i pagani delle regioni baltiche. Diego e Domenico ne rimasero talmente contagiati che al loro ritorno si diressero a Roma, dove Diego presentò le sue dimissioni da vescovo di Osma motivandole con l’intento di unirsi al clero danese per aiutarlo nella sua attività missionaria presso i popoli baltici. L’energico e arguto Innocenzo III, che allora governava la Chiesa impegnandola in un serio tentativo di riforma, rifiutò le dimissioni di Diego inviandolo invece missionario nelle terre francesi infestate dall’eresia degli albigesi, dove già per suo conto operavano alcuni membri dell’Ordine cistercense. Nel 1206 i due spagnoli ripresero la strada verso nord, ma lentamente in Domenico veniva a maturarsi la convinzione che la proibizione impostagli dal papa di andare verso i cumani e di dirigersi in alternativa verso i catari e gli albigesi, poteva trasformarsi in una specifica vocazione ecclesiale a cui dedicarsi con tutte le energie possibili. Quando su ordine del papa arrivarono a Montpellier, Diego e Domenico incontrarono degli scoraggiati legati pontifici che, malgrado i loro sforzi, non erano riusciti ad ottenere alcun successo nel combattere la perniciosa eresia.
Gli albigesi rappresentavano la versione francese del catarismo e derivavano il loro nome dalla città di Albi. Di forte ascendenza manichea già a partire dal 1160 essi avevano fatto della contea di Tolosa la loro roccaforte. Contro di loro a niente erano valse le spedizioni armate dei signorotti locali, quali quelle guidate da Simone di Monfort, e tanto meno le fulminanti scomuniche lanciate a più riprese da Innocenzo III. Forti della loro rigida struttura gerarchica, ma soprattutto della loro vita di perfetta povertà, gli albigesi godevano del credito appassionato del popolo. Era in loro evidente la convinzione che il diritto di predicare la dottrina ricevuta da Cristo spettasse soltanto a coloro che vivevano come gli apostoli, che cioè si spendevano in una vita di povertà e di itineranza. Uno stile che gli albigesi non vedevano realizzato né nel vescovo di Roma, né negli altri vescovi e tanto meno nelle diverse forme di vita canonicale allora variamente espanse nei territori della cristianità.1 Era stato Gesù stesso a tracciare le linee essenziali della figura dell’apostolo esemplare quando inviando in missione i suoi discepoli, ne aveva riassunto gli elementi essenziali (Mt 10, 5-16; Mc 6, 7-13; Lc 10, 1-6). Essi rimandavano a una vocazione che si concentrava nella missione dell’annuncio del Regno e a una pratica di vita ispirata all’assoluta povertà, sia personale che comunitaria. Per quanto riguarda l’itineranza essa indicava il continuo viaggiare dell’apostolo alla ricerca di ogni uomo di buona volontà, senza stare ad attendere il suo sopraggiungere. La conservazione di un minimo di vita comunitaria, almeno quanto bastasse per l’esercizio della carità fraterna, era l’ultima condizione richiesta a chi volesse imitare la vita degli apostoli.
Durante il loro periodo di azione missionaria nel sud della Francia, Diego e Domenico vennero continuamente a contatto con questi eretici che si presentavano come uomini austeri e colti, che conoscevano alla perfezione la Sacra Scrittura, ma che soprattutto vivevano con uno stile di vita perfettamente coerente al dato evangelico. E non v’è dubbio che «fu [proprio] in questo periodo che Domenico mutò il suo ideale da strettamente e personalmente missionario inter infideles, in comunitario e organico».3 A questa trasformazione contribuì non poco il modo con cui Diego assunse la sua missione episcopale. Rinviato dalla testimonianza di Diego al detto che ubi episcopus, ibi Christus, Domenico lentamente realizzava che l’episcopato non rappresenta il vertice di una carriera, ma semplicemente l’investitura piena da parte di Cristo della missione di annunciare la sua Parola. Lentamente si materializzavano nella mente del santo castigliano quelle caratteristiche che vorrà in seguito infondere al suo Ordine una volta costituito per farne un ordine di cenobiti, di dottori e di apostoli.4 Il Nartece della Cattedrale di Vézelay rendeva plastico all’uomo medioevale l’entusiasmo missionario dei dodici appena illuminati dalla grazia della Pentecoste e fu a questo entusiasmo che Domenico volle rimettere i suoi frati quando decise di dare vita al suo Ordine. La vita degli apostoli era il libro in cui imparare l’arte della vita perfetta in Cristo, era l’ideale concretizzato di una vita che valeva la pena di essere vissuta, perché era a loro che Cristo aveva concesso il titolo di amici: «Non vi chiamo più servi, ma amici, perché tutto quello che io conosco del Padre ve l’ho confidato» (Gv 15,15). Formati da Gesù stesso, essi erano col tempo diventati gli annunciatori della sua Parola e del suo Regno di beatitudini.
Concretizzatosi dapprima nella vita monastica e poi in quella canonicale, questo ideale apostolico nel XIII secolo cambiava ancora abito per rivestirsi di quello dei neonati Ordini mendicanti e su tutti quello domenicano. Quanto questo ideale avesse segnato le aspirazioni missionarie di Diego e Domenico lo rese noto nel 1211 Pietro de Vaux-de-Cernay, segretario dell’abate Arnauld di Citêaux legato della santa Sede per la missione contro gli Albigesi, che in una sua cronaca racconta che cinque anni prima che Diego uscisse dalla Curia, aveva incontrato il venerabile Arnauld, con fra Pietro di Castelnau e fra Raul. I tre legati cistercensi confidarono all’unisono al vescovo spagnolo di voler abbandonare la loro speciale missione, perché ormai irrimediabilmente senza frutto. Pietro ricorda che alle loro obiezioni Diego semplicemente rispose loro che continuassero nella predicazione con ancor maggior zelo di prima, poiché per chiudere la bocca agli avversari era necessario praticare e predicare (facere et docere) secondo l’esempio del Divino Maestro. Era altresì essenziale che essi si presentassero in tutta umiltà, camminando a piedi, senza oro né argento, senza alcun seguito o sfarzose cavalcature, insomma che imitassero in tutto l’agire degli apostoli.5 Stando poi al racconto del successore di san Domenico e primo biografo dell’Ordine, Giordano di Sassonia, i legati pontifici a cui Diego si era rivolto fecero propria la sua esortazione, congedando i loro servitori e trattenendo solo i libri e le altre cose strettamente necessarie.
Ma non furono solo i tre cistercensi a seguire i suggerimenti di Diego, anche Domenico volle fare propria in tutto la vita apostolica e per nove anni, a partire dal 1206, cercò di viverla e attuarla nei pressi di Tolosa. Il primo successo della sua predicazione che Domenico raccolse fu la conversione di un gruppo di donne dall’eresia albigese, per le quali fondò un monastero a Prouilhe, che era un luogo situato vicino a Fanjeaux, ossia il paese eletto a quartier generale della sua predicazione in Linguadoc. La storia domenicana assunse pertanto un inizio del tutto particolare, dal momento che la fondazione del secondo ordine precedette quella del primo. Ricerche storiche accurate hanno recentemente evidenziato come questa prima fondazione non avesse i presupposti di una comunità di vita contemplativa liberamente eletta, quanto fosse piuttosto un asilo per convertite le quali, per motivi legati alle condizioni sociali e culturali del tempo, erano indotte a ritirarsi in vita claustrale.7 Lasciando aperta la questione se sia stato Domenico o Diego a prendere l’iniziativa della fondazione di Prouilhe, nonostante che ricerche storiche recenti sembrino puntare sulla seconda ipotesi,8 due furono i compiti assegnati alle neonate monache domenicane. Offrire un’alternativa condivisibile a tutte le donne eretiche della zona, che Domenico identificava soprattutto nelle aristocratiche prive di mezzi che avevano abbracciato l’eresia non per scelta, ma per necessità. Accogliere, nutrire e probabilmente vestire i confratelli domenicani che, pur dediti alla missione apostolica dell’Ordine, fossero in quei primi anni ancora privi di un convento di appoggio.9 Quando poi Diego nel 1207 rientrò in Spagna per raccogliere fondi e procurarsi nuovi predicatori, affidò a Domenico il compito di essere la guida spirituale e il legislatore del monastero di Prouilhe, motivo per cui il santo castigliano da allora in poi ne assunse di fatto il governo. Il caro vescovo Diego d’Acabes infatti morì di lì a qualche mese. A questa sventura si unì quella dell’assassinio per mano degli albigesi del legato Pietro di Castelnau e allora Innocenzo III, profondamente esasperato, indisse una crociata contro gli eretici. Una volta scoppiata l’ostilità divenne estremamente difficile per Domenico e per quei suoi primi compagni che nel tempo si erano raccolti attorno a lui, continuare un apostolato pacifico. Il proposito tuttavia non mancò nonostante il tentativo di dissuasione che giungeva loro da più parti. Fu questa comunque l’occasione in cui «Domenico si rese conto che solo un Ordine religioso avrebbe potuto offrire alla Chiesa in continuità i predicatori adeguatamente preparati, di cui essa aveva bisogno».10
Gli eventi maturavano rapidamente e Domenico e i suoi frati discussero seriamente a Fanjeaux, negli anni tra il 1214 e il 1215, della possibilità e della necessità della fondazione di un Ordine che continuasse l’opera intrapresa. Nella primavera del 1215 i compagni di Domenico erano pronti nelle loro decisioni e il vescovo di Tolosa, Folco, lì costituì in fraternita di predicatori per la sua diocesi. Tommaso e Pietro Seilhan, due facoltosi cittadini di quella città, furono i primi ad emettere i loro voti nelle mani di Domenico. Pietro Seilhan donò quindi a Domenico alcune case di sua proprietà, la più grande delle quali diventò il primo convento dell’Ordine. Poco dopo il vescovo Folco concesse loro la chiesa tolosana di san Romano affinché la neonata comunità vi potesse recitare l’ufficio divino. Fedele alla sua formazione Domenico, ad appena sei mesi dalla costituzione di questa originaria fraternita, inviò sei frati ad ascoltare le lezioni che il maestro inglese Alessandro Stavensby teneva nella scuola cattedrale di Tolosa, ponendo così le basi di future scelte che lo vedranno inviare i suoi novizi a studiare nelle più prestigiose università d’Europa. Nato da una semplice approvazione episcopale, l’Ordine adesso aveva bisogno, a giudizio di Domenico, di ottenere dal papa l’approvazione ufficiale che ne certificasse l’eccesialità. L’occasione si presentò quando nel 1215 Folco dovette scendere a Roma assieme a Domenico, per assistere al Concilio Lateranense IV. Le motivazioni che avevano spinto Innocenzo III ad indire un Concilio erano essenzialmente quelle di dar modo alla Chiesa universale di risolvere alcune gravi questioni che non potevano essere più rimandate e che imponevano un radicale spirito riformatore. Ma quale era esattamente la situazione sociale, culturale, politica ed ecclesiale all’apertura del Laterano IV?
2. IL XIII SECOLO: CONTESTI STORICI
Il XIII secolo fu un secolo di rapidi mutamenti sociali, culturali e teologici. Fu il secolo in cui il forte spirito regionalista sì unificò a quello accentratore aiutando a disimpegnare una funzione civilizzatrice e aggregatrice. Fu infatti in questo periodo che Filippo Augusto e Luigi IX, Edoardo I e Federico II, Ferdinando III e Alfonso X si imposero come costruttori di Stati e organizzatori della società civile. Nel 1204 la conquista di Costantinopoli per opera dei Crociati intensificò i rapporti che da oltre un secolo esistevano tra il mondo latino e l’oriente bizantino. L’Islam finalmente indietreggiava dalle sponde del Mediterraneo, finora dominato dalle navi musulmane che ne avevano fatto il loro mare, che così tornava ad essere aperto alla navigazione favorendo lo scambio di merce e di cultura. L’apertura dell’Oriente ai mercanti di Venezia e delle altre repubbliche mercantili metteva ancora in contatto la fede cristiana con le antiche religioni gnostiche e manichee. Lo spirito religioso che allora pervadeva in profondità l’Occidente europeo non favoriva solo il fanatismo delle Crociate, ma chiamava in vita nuovi ordini che dai francescani ai domenicani, dai carmelitani ai Canonici di sant’Agostino, si diffonderanno in ogni dove. Le stesse eresie, così fiorenti in questo secolo, nascono proprio da questo stesso sentimento che, oltre ad ispirare il cammino dei pellegrini alle tombe degli apostoli, aspira ad una Chiesa maggiormente fedele ai dettati evangelici di povertà, umiltà ed itineranza. In prospettiva ecclesiale con Innocenzo III la teocrazia papale raggiunse il suo apice riescendo a penetrare nei recessi più interni della vita delle diocesi e delle abbazie. In modo sempre più ampio il controllo del papa si estendeva sulla vita civile di ogni fedele nonché dei regnanti, a cominciare dall’Imperatore. Sulla linea tracciata da Gregorio VII il Papato diventa sempre più agli occhi della cristianità un’autorità che governa sulla terra e obbliga gli uomini di Stato a riconoscere la funzione essenziale della Chiesa. Il papa diventava così l’arbitrio della condotta pubblica e privata, e la sua autorità diventa anzitutto un’autorità morale a cui nessuno potrà sottrarsi.
Il mondo seguito all’inconcludenza politica in cui era caduta la penisola italica al crollo dell’Impero romano e che aveva visto la cristianità governata dai suoi vescovi e dagli abati dei diversi monasteri benedettini, stava cambiando. All’orizzonte compariva l’epoca nuova dei Comuni, un germoglio annunciante una nuova primavera della cristianità, che purtroppo la maggior parte degli uomini di Chiesa non seppe interpretare. Essi di fatto non seppero capire che in questa inarrestabile trasformazione si celava il desiderio di farla finita con il dispotismo dei signori e del loro egoismo. Ma, sotto la guida dello Spirito santo, lo seppero capire Domenico e Francesco, i fondatori dei due maggiori ordini mendicanti. All’opulenza dei monasteri benedettini, essi opponevano in perfetto contrappunto, la cercata povertà della mendicità. I conventi di questi fratelli in Cristo, di questi uomini che sceglievano di vivere in comune per essere in tutto simili al Cristo povero tra i poveri, non sorgevano più ai confini del quotidiano ma erano scientemente inseriti nel tessuto urbano, proprio là dove il lavoro artigiano andava cambiando l’economia di mercato e la stessa trama sociale. Con il loro stile di vita, con la rigorosa applicazione della povertà mendicante, con la testimonianza fattiva di voler essere in mezzo al popolo e per il popolo, i frati domenicani e francescani seppero presentarsi agli abitanti della città, come testimoni credibili del vangelo. La creazione delle Università fu poi decisiva per la teologia che passava dalle scuole monastiche, legate al ritmo della contemplazione e del lavoro manuale, al controllo di un corpo di professori di professione legati in stretta cooperazione con la Facoltà delle Arti. L’università sottraeva la cultura, fino ad allora appannaggio delle scuole monastiche o cattedrali o palatine, al controllo di pochi per renderla patrimonio condiviso. Innocenzo III marcherà la notizia del contemptus mundi, ma cominciava a farsi spazio nella mentalità dell’uomo del XIII secolo la dignità del reale mondano. Il potere feudale aveva i giorni contanti alla fine del XII secolo e i mercanti con la loro abitudine al rischio diventarono i nuovi padroni. L’arte mercantile avrà soprattutto a Firenze un futuro assicurato, perché non sarà impossibile per lei il salto al sistema bancario pur con l’insieme dei rischi che esso avrebbe comportato.
Nell’insieme potremmo parlare di una nuova sorprendente scoperta, una novità che segnerà quanto ancora rimarrà del Medio Evo che proprio adesso viene a impalmare la sua gloria raggiungendo il suo apice. Questa nuova visione, sociologica e culturale al contempo, è la scoperta dell’altro. Il mondo europeo che, succeduto alla caduta dell’impero romano, era emerso dal groviglio delle invasioni barbariche aveva recepito il vissuto profondo di queste popolazioni senza un’idea di stato centrale. Il clan o la tribù erano le sole forme organizzate da loro conosciute. Al singolo era assegnata una parte preponderante e al re si prestava fedeltà come tali non come popolo. La stessa struttura monastica, modellata da san Benedetto sul diritto romano, favoriva la vita del singolo col suo parlare al “monaco”, ma poco alla comunità. Nonostante il tentativo di Gregorio VII e di Innocenzo III di imporre all’Europa l’idea di una papato forte e autorevole, dotato di un potere spirituale a cui anche l’Imperatore tedesco doveva assoggettarsi, le città si svincolarono, specialmente in Italia dal potere imperiale. Dalla Germania continuerà a calare il pretendente al trono d’Italia, che sceglierà di farsi incoronare a Pavia o Milano per poi andare a Roma a ricevere la corona d’Imperatore dalle mani del Pontefice, ma i Comuni otterranno nel contempo franchigia e avranno riconosciute le proprie autonomie. Firenze, fra tutte le città italiane, visse con orgogliosa originalità questo passaggio, forgiando lo sviluppo della classe mercantile, classe fatta di corporazioni e di mestieri che col loro progressivo monopolio e la loro tendenza all’autonomia furono il vero centro propulsore delle nascenti città. L’indipendenza sempre più ampia delle città italiane e tedesche fu accompagnata dal sorgere di una nuova classe sociale che veniva a sostituire quella dei nobili signorotti feudali, la borghesia. I mercanti vennero ad alimentare un patriziato urbano che sempre più rivaleggiava in ricchezza e cultura con quello di nobile lignaggio. La ricchezza feudale, essenzialmente terriera e costruita su un’economia basata sul baratto, non era più confacente a reggere la novità del commercio che avveniva in mercati europei posti a distanze ragguardevoli, anche al di là delle Alpi e che necessitava di denaro sonante, più che di beni deperibili. E non a caso fu proprio in questo periodo che Firenze impose la sua moneta, quel fiorino d’oro che, corrispondendo con esattezza ad una libbra d’argento, conquistò la fiducia dei mercati per la pregevolezza della sua fattura e per la garanzia del suo valore.
l XIII secolo fu un secolo che non conobbe né la povertà, né le grandi calamità dei secoli successivi. Fu un secolo di fioriture a cominciare da quelle artistiche. Non a caso fu il secolo che sentì la necessità di aprire le scuole monastiche e cattedrali alla nascente popolazione universitaria, fonte infinita di creatività intellettuale, religiosa e sociale. Conviene ricordare che all’origine delle eresie che si erano accavallate negli ultimi due secoli, non ultima quella catara, non vi era soltanto la protesta contro la ricchezza e la corruzione morale del clero, ma anche il fatto che la teologia cristiana forniva poche risposte alle domande che cominciavano, in quel secolo di risveglio, ad affollarsi alla mente degli uomini. L’intuito di Domenico seppe ben capirlo quando pensò di fondare un Ordine che avesse nella ricerca e nella testimonianza della verità il suo carisma. La fede dell’uomo medioevale era rimasta fino ad allora soddisfatta della risposta estatica e contemplativa che gli era stata riversata a piene mani, ma adesso esigeva argomenti che derivassero non dal sentimento ma dall’intelletto. La devozione popolare sentì in effetti il bisogno di costellare le vie per Santiago de Compostella di cattedrali che, erette secondo un nuovo stile, poi detto gotico, oltre ad essere mistiche espressioni della fede fossero anche veri e propri trattati di teologia in pietra. I romanzi, le novelle e i racconti furono la fucina dove si cominciavano a forgiare le lingue moderne indicanti anch’esse la novità dell’accadere col loro passaggio dall’antico latino ai nuovi usi linguistici, espressione anch’essi di nuove identità. Questa nuova lingua, la parlata usata dal popolo e dal mercante, col suo sostituirsi ad una lingua ormai solo diplomatica e liturgica, era lo specchio fedele delle idee, dei sentimenti e dei costumi che ormai stavano diffondendosi in questa rinnovata Europa. Fu questo e anche altro, ciò che caratterizzò il tempo in cui nella mente di san Domenico prese forma la sua idea di Ordine. La sua genialità tuttavia si manifestò non tanto nel capire e intuire il cambiamento, ma nel saper cogliere in questa radicale trasformazione ciò che avrebbe attraversato i secoli e che perciò avrebbe dovuto costituire le caratteristiche perenni dell’Ordine che andava costituendo per metterlo al servizio della Chiesa apostolica universale.
3. LA NASCITA DELL’ORDINE DOMENICANO
Arrivato con Folco a Roma, Domenico pregò il papa Innocenzo III di voler confermare il suo Ordine che, nei suoi intenti doveva essere, di nome di fatto, un ordine di predicatori. «Ma ascoltata la loro richiesta, il Romano Pontefice esortò fra Domenico a ritornare dai suoi Frati per scegliere di comune accordo, dopo aver con essi discusso della cosa, una delle regole già approvate. Il Vescovo avrebbe poi dovuto loro assegnare una chiesa e finalmente ciò fatto, fra Domenico avrebbe dovuto tornare dal Papa per ricevere la conferma di tutto».11 Il passaggio ora riportato dalla penna del beato Giordano è importante e va sottolineato. I canoni X e XI del Concilio Laterano IV insistevano che si organizzassero scuole e predicazione con quei termini che a Tolosa Folco stava già realizzando, ma al tempo stesso ribadivano che il vescovo era l’unico predicatore e maestro della sua diocesi. Ben più grave, riguardo alle intenzioni di Domenico, era però il canone XIII, il quale vietava esplicitamente che nella Chiesa si fondassero nuove società religiose imponendo, a chi volesse fondare una casa religiosa, di adottare una delle regole già esistenti. Nonostante questi obblighi il ritorno di Domenico verso Tolosa non deve essere stato un viaggio di afflizione, perché il papa aveva promesso che appena svolte le consuetudini richieste, il canonico castigliano avrebbe ottenuto la “conferma” del suo Ordine. La conferma e non l’approvazione, come fa giustamente notare il beato Giordano di Sassonia, perché al papa era stato solo chiesto di approvare quanto Folco aveva già concesso a Domenico e ai suoi frati per la Diocesi di Tolosa. Il papa aveva inoltre aggiunto un motivo di soddisfazione in più quando, col chiedere al vescovo Folco l’assegnazione ai frati di una chiesa, significava di renderli partecipi di un pulpito che non fosse soggetto agli umori dei parroci.12
Tornato a Tolosa, nella Pentecoste del 1216 Domenico convocò in Capitolo i frati per sottoporre ad approvazione le disposizioni richieste da Innocenzo III. Da allora in poi sarebbe invalsa la consuetudine, restata in atto fino al XIX secolo, di celebrare alla festa della Pentecoste i Capitoli generali dell’Ordine. In quel 1216 la solennità cadeva il 26 maggio e il Capitolo era principalmente chiamato a scegliere la Regola a cui affidarsi. Al tempo la regula per eccellenza era quella di San Benedetto, ma essa, soprattutto a partire dall’XI secolo, era stata via via sostituita nelle fondazioni canonicali e ospedaliere dalla regola di sant’Agostino. E fu a quest’ultima che anche il primo Capitolo dei Domenicani dette la preferenza, perché – dirà in seguito Umberto de Romans – Agostino nel comporla si era ispirato alla vita degli apostoli.13 Una semplice lettura della regola mostra con evidenza che l’intento primario del santo d’Ippona fosse quello di regolare la povertà comunitaria dei primi cristiani, ed in effetti in essa non si fanno riferimenti, se non altamente indiretti, alla mendicità e alla predicazione, invece così cari a Domenico.14 Il riferimento agli apostoli è comunque essenziale, ma ad esso Umberto de Romans ha cura di aggiungere che: «Istituendo il nuovo Ordine dei Predicatori, era necessario redigere norme che riguardanti lo studio, la povertà, e altre cose del genere, che avrebbero dovuto aggiungersi alla regola dell’Ordine. Fu perciò necessario scegliere una regola che non contenesse nulla in contrario con tali norme, una regola con la quale esse potessero convenientemente integrarsi. E tale è appunto la regola di sant’Agostino che contiene soltanto poche disposizioni per la vita spirituale e norme di buon senso che non si verificano in altre regole».15 La regola di sant’Agostino aveva in sostanza il pregio del buon senso, ma soprattutto era una regola ampia, una regola che non proibiva e anzi permetteva di essere completata con la Costituzioni proprie dell’Ordine, le quali avrebbero poi effettivamente guidato al condotta apostolica del nuovo Ordine. Buon senso, regola della dispensa, adattabilità alle esigenze del tempo, saranno in effetti alcune delle tante note caratteristiche che collegheranno la Regola di sant’Agostino alle Costituzioni dell’Ordine e che renderanno la vita domenicana così specifica rispetto a tanti altri Ordini.
Effettivamente, dopo aver scelto la regola di sant’Agostino i frati vollero immediatamente integrarla con degli statuti che ancora oggi fanno parte della Costituzione Fondamentale dell’Ordine. Il modello di riferimento fu la Regola dei Premostratensi, i quali erano riusciti a dare nuova vita e nuovo impulso alla regola di Agostino. Dalle loro leggi i nascenti domenicani accolsero tutto ciò che di «austero, bello e prudente» vi trovarono.16
Per quattro anni quei testi regolarono la vita dell’Ordine, volendo Domenico nella sua saggezza e prudenza, attendere di capire meglio cosa si sarebbe potuto legiferare una volta comprese le ulteriori esigenze di un Ordine per adesso solo in embrione. Domenico poteva comunque adesso fare ritorno a Roma e chiedere al papa la definitiva approvazione del suo Ordine. Aveva infatti scelto una Regola e il vescovo di Tolosa gli aveva concesso la chiesa di San Romano, erano in tal modo attuati in pienezza le condizioni di Innocenzo III, che però morì improvvisamente a luglio. I cardinali, consci dell’urgenza di dare continuità al processo riformatore messo in moto dal suo pontificato, dopo soli due giorni elessero al trono di Pietro il novantenne, ma energico Cencio Savelli che scelse il nome di Onorio III. La scelta fu delle migliori, perché il nuovo Pontefice non ebbe alcuna difficoltà a continuare la politica del suo predecessore, ragion per cui anche la rinnovata richiesta di conferma che gli fu posta da Domenico, quando fu ricevuto in udienza nel palazzo Vaticano, non ebbe difficoltà ad essere accolta. Fu così che il 22 dicembre 1216 in San Pietro, Domenico poté finalmente ricevere il documento di conferma tanto desiderato. Con la bolla di Onorio III Domenico riceveva non solo la conferma delle rendite assegnategli dal vescovo e dal conte di Tolosa, ma anche un certo numero di libertà e garanzie riguardanti l’accettazione dei frati, la loro professione religiosa, la forma delle lezioni e cose simili. Rimaneva però da confermare la predicazione e l’attribuzione ai frati del nome a cui il Fondatore tanto aspirava, ma qui sorgevano delle vere e proprie difficoltà. Come attribuire all’Ordine voluto da Domenico il nome di Predicatori senza che ciò apparisse come la fondazione di un Ordine del tutto nuovo, contravvenendo in tal modo alle norme imposte dal Concilio Lateranense IV?
Ma lo Spirito santo non restava inoperoso. La situazione della diocesi di Tolosa si faceva seria e il vescovo Folco presentò con l’occasione le sue dimissioni, sembrandogli la diocesi troppo vasta per le sue forze e il compito di combattere l’eresia troppo impegnativo per le sue possibilità. Onorio ebbe però la fortuna di avere accanto a sé un consigliere fidato e preparato come Domenico, il quale con prudenza e rispetto seppe ragguagliarlo sull’effettiva situazione dell’eresia nel sud della Francia. Guidato dai suoi suggerimenti il Pontefice fece redigere nel gennaio 1217 ben quattro bolle per i territori dell’Albigese. La prima serviva a nominare il cardinale legato della Provenza, la seconda era indirizzata al corpo dei maestri e degli studenti di Parigi affinché scendessero al sud per aprire cattedre per l’insegnamento. Questa bolla fu redatta quasi certamente su suggerimento di Domenico e a lui fu infatti affidata affinché la portasse con sé a Tolosa per consegnarla ai frati che dovevano partire per Parigi per fondarvi un convento. In tale bolla, riferendosi ai compagni che seguivano Domenico, si parlava di frati che predicano nel territorio di Tolosa, ma a questo punto non può affatto essere passato sotto silenzio «un aneddoto ritenuto leggendario, ma singolarmente confermato dall’analisi del testo originale»,17 che vuole che Onorio III abbia chiesto di correggere questa generica dicitura in “Frati Predicatori”. Era questa la conferma definitiva dell’Ordine dei Frati Predicatori. Era una lettera del pontefice che ne confermava il titolo e la missione, missione che in antecedenza soltanto il vescovo Folco aveva attribuito ai seguaci del canonico di Osma. Di fatto negli anni successivi, quando questo drappello di frati della chiesa tolosana di Saint-Romain si metteranno in viaggio per diffondere l’Ordine e predicare nelle chiese, essi potranno presentarsi col titolo di “predicatori” e per esplicita volontà del papa potranno esercitarne l’ufficio. Quanto qui confermato sarà in seguito rafforzato da altre bolle dello stesso Onorio e del suo immediato successore, Gregorio IX, le quali preciseranno che i frati di san Domenico sono totalmente deputati all’evangelizzazione della parola di Dio (1221) in precisa forza di un’autorità assegnatagli dalla santa Sede (1227) e in virtù della loro professione nell’Ordine (1231).18
4. LO SPECIFICO DELL’ORDINE DEI PREDICATORI
L’Ordine era dunque costituito, ma quale ne era la fisionomia? Una breve sintesi direbbe che i frati dell’Ordine dei Predicatori hanno come programma “la carità della verità”, che la loro condotta di vita si basa sul giusto equilibrio tra contemplazione e azione, che ripropongono nella comunione fraterna, nella preghiera, nello studio e nella predicazione, il modello di vita degli Apostoli.19 Ma è una sintesi che va motivata e sciolta. Domenico, che Giordano di Sassonia ricorda: «si manifestava ovunque evangelico nelle parole e nelle opere»,20 fu animato da un principio su tutti: l’amore della carità di Dio. Questa peculiare forma d’amore, da lui sentita fino alle lacrime, guidò tutta la sua vita e fu su di essa che volle modellare lo stile di vita dell’Ordine da lui fondato. Possiamo anche dire che il carisma proprio dell’Ordine dei frati Predicatori è quel sermo sapietiae, vale a dire quel linguaggio della sapienza, di cui parla l’Apostolo Paolo nella sua lettera ai fedeli di Corinto (1 Cor 12,8). Il risveglio intellettuale accaduto fra il XII e il XIII secolo, risveglio causato da un evidente progresso economico e dal generalizzato aumento della qualità della vita, trovò in effetti Domenico pronto a interpretarlo e a volgerlo alla gloria di Dio. Subito egli inviò i suoi frati nelle maggiori Università del tempo, da Parigi ad Oxford, da Montpellier a Bologna, perché qui si formassero, ma anche perché da qui essi attingessero nuove vocazioni. Egli non aveva infatti bisogno solo di cuori ferventi, ma anche di menti illuminate capaci di proclamare con sapienza la Parola affidataci da Cristo. La carità della verità, sembra intendere Domenico, è un modo tutto particolare di amare Dio, gli uomini e il mondo, ma essa ha bisogno per essere testimoniata di uomini preparati e capaci. A questo i frati di Domenico sono chiamati e su questo essi devono costruire la loro vita. Santa Caterina da Siena ricevette da Dio una perfetta sintesi del progetto di Domenico quando nel Dialogo le è ricordato che: «Il padre tuo Domenico [...] volle che i suoi frati attendessero solo all’onor mio e la salvezza delle anime, col lume della sapienza. Su questo lume volle porre il suo principio, non togliendo però la povertà vera e volontaria. [...]. Ma quale obbiettivo più specifico egli scelse il lume della scienza, per estirpare gli errori che in quei tempi si erano diffusi. Egli assunse dunque l’ufficio del Verbo unigenito mio figliolo. Addirittura un apostolo egli sembrava nel mondo, tanta era la verità e il lume con cui seminava la mia parola, levando le tenebre e donando luce».
Due sono le azioni che scaturiscono da questo amore della verità: la contemplazione e l’azione apostolica, che di questa contemplazione è frutto e sorgente. L’Ordine domenicano non intende infatti la contemplazione come la intende il monachesimo che privilegia una perfezione personale. La contemplazione dei misteri dell’amore di Dio porta piuttosto il domenicano all’azione apostolica, all’offrire con la testimonianza di una vita la Parola contemplata e studiata. Per il domenicano il contemplare è al contempo amore di Dio e amore del prossimo, è parlare con Dio nella contemplazione e parlare di Dio nell’annuncio testimoniato della sua Parola. Quando il vescovo di Tolosa Folco, nel luglio del 1215, istituisce Domenico e i suoi compagni come predicatori nella sua diocesi, anche se assegna loro il gravoso compito di «estirpare l’eresia, combattere i vizi, insegnare la regola della fede ed educare gli uomini ai buoni costumi», sa che può farlo perché essi «si propongono di praticare la povertà evangelica e di predicare la verità del Vangelo».22 Una scelta non facile per il singolo, che perciò richiede una comunità con cui condividere intenti, preghiera, studio e in cui trovare conforto e ristoro. Domenico lo sa bene, perché per primo lo ha sperimentato sulla sua pelle negli anni di apostolato solitario nelle terre albigesi. Per questo sarà sua cura imporre ai suoi frati una vita comunitaria e sarà altresì sua premura dotare le comunità da lui fondate di precise regole per una vita in tutto conforme alla vita degli apostoli. Dai tempi di Domenico ad oggi le Costituzioni dell’Ordine ribadiscono con fedele costanza che solo le osservanze regolari, come la vita comune, la celebrazione liturgica, lo studio, il ministero apostolico, l’osservanza dei voti, e le altre opere, rendono vera la vita domenicana.
Prima di accettarli nell’Ordine, Domenico domandava due cose ai novizi: l’obbedienza e l’impegno di una vita comunitaria. La regola di sant’Agostino accentua molto la vita in comune, perché lo stare insieme, il condividere tutto, dalla preghiera ai beni, era segno della primitiva unità apostolica. Ecco allora che volendo Domenico imitare in tutto la vita degli Apostoli, comprese che la vocazione domenicana non poteva realizzarsi se non nell’ambito di una vita comunitaria. Per lui tutto del domenicano, dallo studio alla preghiera liturgica, dalla vita contemplativa all’osservanza dei consigli evangelici, dalla vita regolare all’attività apostolica, ha il suo fondamento e il suo alimento nella vita comunitaria. Una comunità domenicana non è infatti solamente un associarsi fraterno di persone che si sono riunite per raggiungere un fine comune. È molto di più. È comunione nella carità, proprio come lo era quella degli apostoli, perché «formare una comunità, nella vita religiosa, significa non solo essere insieme, ma vivere insieme».23 La vita comunitaria è insomma là dove gli animi si esercitano alla carità, all’accettazione reciproca e alla concordia degli animi. Vivere la comunità è mettere tutto in comune, non solo i beni materiali frutto del proprio lavoro, ma anche tutto l’insieme dei suoi doni, delle doti e dei carismi ricevuti. La stessa attività apostolica che ogni singolo frate dell’Ordine realizza, non è mai un fatto privato ma un’opera della comunità. E lo è per la sua origine e per il suo svolgimento. Ogni azione apostolica, qualunque essa sia, dall’insegnamento alla vita missionaria, è sempre frutto di una scelta della comunità di appartenenza.
Una vita che, accanto allo stare in comune, ha nello studio assiduo della Parola e nella costante ricerca della verità uno dei suoi cardini. Umberto de Romans poteva infatti scrivere a tal proposito che: «se per gli altri Ordini lo studio è conveniente, per i frati predicatori è un dovere».24 La volontà così viva in Domenico di voler fondare «un ordine permanente di predicatori, la cui vita fosse realmente polarizzata sull’annuncio della Parola di Dio, esigeva di accordare un posto privilegiato allo studio».25 Uno studio che si rivolgesse non solo a scrutare minuziosamente la Parola di Dio, ma che servisse ad acquisire quanto di meglio la tradizione aveva assimilato e scoperto, che doveva volgere i suoi interessi a ogni disciplina utile a rendere certa la verità creduta. Semper studere, questa la raccomandazione che Domenico non ha smesso di rivolgere ai suoi frati e che volle addirittura incastonare nel cuore della vita comunitaria quando richiese che ogni convento prevedesse fra i suoi incarichi quello di “lettore conventuale”, di addetto cioè ad una continua animazione della vita di studio. Questa forte sensibilità del santo di Guzman verso lo studio spiega perché la maggior parte delle innovazioni che egli vorrà apportare alla regola dei Premostratensi riguardano proprio lo studio. La sua centralità è così evidente che le stesse esigenze della vita comunitaria gli sono talvolta subordinati, come lo sarà la stessa architettura conventuale che dovrà prevedere celle separate per ogni frate che così potrà godere di un ambiente comodo in cui ritirarsi per la contemplazione e lo studio. Uno studio che, calcando l’accezione latina di studium, si riveste per il domenicano del privilegio di uno studio sui libri, ma anche dello zelo con cui applicarsi ad esso. Domenico tiene tanto a questo aspetto che i primi testi legislativi prevedono che non si potesse fondare nessun convento senza che ad esso venga assegnato un “dottore”. Nelle intenzioni del Fondatore dunque ogni convento doveva essere una vera e propria scuola di teologia.26 E si comprende anche perché, fin dalla metà del XIII secolo la legislazione domenicana, sotto la crescente spinta di un disagio che nasceva dalla difficoltà di combinare gli orari comunitari e liturgici con altre incombenze, dovesse con periodicità ricordare l’obbligo dello studio per tutti i frati. Uno studio non inteso come fine a se stesso, ma del tutto preteso e orientato alla ricerca della verità. Quel grande teologo domenicano che fu san Tommaso d’Aquino, che a tutti gli effetti possiamo intendere come uno dei più fedeli discepoli di Domenico, significativamente porrà proprio la parola veritas già nella prima frase delle sue due opere maggiori: la Summa theologiae e la Summa contra Gentiles.

5. I Domenicani a Firenze e primi sviluppi di una presenza
I primi dodici domenicani giunsero a Firenze da Bologna nel 1219. Li guidava fr. Giovanni da Salerno a cui san Domenico aveva assegnato questo compito, visto che la città era infestata dall’eresia catara. Sul principio i frati presero ospitalità presso l’ospedale di San Gallo, ma ebbero ben presto la loro abitazione in una casa a Pian di Ripoli, officiando nell’oratorio di S. Jacopo.27 L’abitazione era però troppo lontana dal centro cittadino rendendo difficile il compito dell’apostolato, per cui in novembre si trasferirono a S. Paolo e a S. Pancrazio. Qui rimasero fino al 1221 anno in cui, essendosi recato il beato Giovani da Salerno al Capitolo generale tenutosi a Bologna, questi espose a san Domenico le precarie condizioni della loro presenza a Firenze. Nella prima metà di giugno di quell’anno san Domenico si recò a Venezia e conferì della questione del convento di Firenze con il card. Legato Ugolino d’Ostia. Questi, in data 14 giugno 1221, da Venezia datò una lettera con la quale ordinava, in forza della sua autorità, che a fr. Giovanni da Salerno e ai suoi compagni fosse ceduta la chiesa di san Piero in Schieraggio. Ma quando ad ottobre dello stesso anno il card. Ugolino venne a Firenze i suoi ordini non erano stati eseguiti, ed egli provvedette a rimettere ai frati di Domenico la chiesa di Santa Maria Novella, posta al di fuori delle mura. Con un atto del 12 novembre, atto tenuto nel coro della suddetta chiesa e alla presenza dei canonici del Duomo, il cardinale Legato investiva solennemente Giovanni da Salerno e l’Ordine domenicano del possesso della chiesa di S. Maria Novella con le sue case, il suo cimitero e sei staia di terra che verranno a formare un vero e proprio orto. Il 20 novembre 1221 i frati prendevano solenne possesso della nuova concessione.
La chiesa ricevuta era una piccola chiesetta che andava dalla Porta di Bascheria a via de’ Cenni (ora via Panciatichi), con l’entrata principale da quella che oggi è piazza dell’Unità Italiana e allora piazza Vecchia. Sembra che fin dal principio il primo nucleo del convento sia stato attorno all’attuale chiostrino dei morti. Le antiche regole dell’Ordine, al fine di preservare e testimoniare il voto di povertà, imponevano che le chiese dei conventi avessero muri che non oltrepassassero i 30 piedi di altezza, e che non avessero coperture a volta, eccettuati il coro e la sacrestia. Ciò comportava che i frati, fino a tutto il generalato di fr. Umberto de Romans, dovessero andare a predicare fuori dei loro conventi, facendo azione di predicazione nelle grandi chiese e nelle piazze di Firenze. Fu con il Maestro generale Giovanni da Vercelli che, a partire dal 1264, l’Ordine domenicano iniziò ovunque la costruzione di grandi chiese nei loro conventi. Nonostante la proibizione sappiamo comunque che fin dal 1246 i frati di Santa Maria Novella pensavano di ingrandire o costruire una grande chiesa. L’anno precedente San Pietro Martire aveva presentato un’apposita istanza alla Repubblica fiorentina che allo scopo aveva concesso l’ingrandimento della piazza posta davanti alla vecchia chiesa. Il 13 aprile 1246 lo stesso pontefice Innocenzo IV concedeva una specifica indulgenza a chi avesse aiutato i frati di Santa Maria Novella a costruire la chiesa nuova e gli altri edifici a loro utili per lo svolgimento della loro missione apostolica. Quali opere fossero state effettivamente intraprese è difficile da stabilire, ma è certo che in Santa Maria Novella nella Pentecoste del 1257 fu tenuto per la prima volta un Capitolo generale dell’Ordine. Se ne celebrò poi un altro nel 1272 e un terzo nel 1281. Ospitare un Capitolo generale voleva dire dare ospitalità a circa 150 frati, il che significherebbe che attorno al 1250 si deve far risalire la costruzione, o almeno l’inizio, del nuovo convento comprendente il piano terreno del lato settentrionale, che ora corrisponde al lato di Piazza della Stazione, e quello orientale, prospiciente il chiostrino dei morti.
Costruito il convento i frati si posero in opera per costruire anche la Chiesa. A tal proposito il 14 marzo 1277 il Card. Legato fr. Latino Malabranca Orsini dava facoltà ai frati di raccogliere offerte utili alla costruzione di una grande Chiesa. Nel frattempo fr. Aldobrandini de’ Cavalcanti, durante l’episcopato orvientano, aveva raccolto notevoli mezzi finanziari che avevano permesso di cominciare a far accumulare il materiale necessario per la suddetta costruzione, tanto che il 18 ottobre 1279, festa di san Luca evangelista, il Card. Legato Malabranca, poteva solennemente porre la prima pietra della nuova Chiesa che, nelle parole del Meersseman, costituì una vera e propria novità nella storia dell’architettura romana.28 Difficile sapere con che ritmo procedessero i lavori e quali ne furono le traversie che accompagnarono la costruzione, si sa però con certezza che nel 1287 venne fatta e donata al Convento la piazza nuova di Santa Maria Novella. È certo inoltre che nell’anno 1308 venne assegnata la costruzione della terza arcata della navata di levante, grazie alla munificenza della famiglia Minerbetti e inoltre che nel 1325 si lavorava alla facciata, completamente rivista più di un secolo dopo da Leon Battista Alberti.
Potremmo soffermarci a lungo nella descrizione delle tante opere artistiche che i frati di Santa Maria Novella commissionarono a personaggi di alta fama e talento, ma a ciò sono deputati altri studi che trascendono lo scopo di questa scheda. Quello che invece in conclusione vorrei porre a completamento sono ben altre opere e molto più importanti per un domenicano. È quindi giusto ricordare che in questo convento operarono insigni studiosi come fr. Remigio de’ Girolami, o predicatori del valore di fr. Jacopo Passavanti o fr. Leonardo Dati, o riformatori come il beato Giovanni Dominici. Se questo non bastasse aggiungiamo che lo zelo apostolico che animava i frati di Santa Maria Novella trova conferma nell’elenco delle tante Società o Confraternite di cui sarebbe lunghissimo l’elenco, ma di cui vale ricordare la cosiddetta Compagnia de’ Luadesi, alla cui scuola sembra avesse fatto capolino anche Dante Alighieri, che da qui, unitamente a Santa Croce, apprese i primi rudimenti di quella scienza che, forgiata alla scuola di Brunetto Latini, lo avrebbe reso immortale per la sua arte e la fede che esprime.

9 MAGGIO: SAN PACOMIO ABATE (mf)

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9 MAGGIO: SAN PACOMIO ABATE (mf)

BIOGRAFIA

È considerato, con S. Antonio abate, suo contemporaneo, il padre del cenobitismo egiziano. Fu il primo che ne fissò per scritto la regola. Pacomio nacque verso il 292 nella Tebaide superiore, nella diocesi di Latopoli dei Greci (Esneh), da genitori pagani. Fin dall’infanzia dimostrò di avere ricevuto da natura un temperamento dolce. I genitori lo educarono al culto degli idoli, ma egli provò sempre una grande avversione per le cerimonie profane.
Verso i vent’anni Pacomio fu costretto ad arruolarsi nell’esercito dell’imperatore Massimino Daia, che aveva bisogno di soldati per continuare la guerra contro Licinio e Costantino i quali, con l’editto di Milano (313), avevano ridato libertà alla Chiesa. Il giovane, con parecchie altre reclute, fu imbarcato di prepotenza sopra un vascello e trasportato a Diospoli, capitale della Tebaide. I cristiani che vi si trovavano, verso sera portarono ai soldati stanchi e affamati cibi e denari con la stessa sollecitudine con cui avrebbero soccorso i loro cari. Pacomio rimase profondamente impressionato nel sapere che essi trattavano così i prigionieri « per il Dio del cielo ». Durante la notte e in seguito così egli pregò il loro Dio: « Dio creatore del cielo e della terra, getta su di me uno sguardo di pietà; liberami dalle mie miserie; insegnami il modo di rendermi gradito ai tuoi occhi; tutti i miei desideri e tutti i miei sforzi saranno di servirti e di compiere la tua santa volontà ». Il giorno dopo fu costretto a rimettersi in viaggio. Il ricordo della carità dei cristiani e della risoluzione che aveva preso di essere utile in qualche modo al genere umano lo sostenne nella lotta contro una tentazione della carne che lo assalì mentre scendeva il Nilo.
Alla scomparsa di Massimino, in guerra contro Licinio nel Tauro (313), Pacomio, invece di ritornare alla casa dei genitori, stabilì la propria residenza presso la comunità cristiana di Senesit (l’attuale Kasr-es-Sayad). Prese alloggio in un piccolo tempio pagano abbandonato, si fece iscrivere tra i catecumeni e studiò le verità della fede con grande impegno. La notte dopo il battesimo, fece un sogno; vide la rugiada del cielo discendere sul suo capo, quindi scorrere sulla sua mano destra dove, prima di spandersi su tutta la superficie della terra, si condensava in miele. Era un presagio della sua futura missione che Iddio gli avrebbe manifestato a poco a poco. Cominciò subito a vivere da asceta, a pregare di più e ad esercitare la carità verso il prossimo, specialmente durante un’epidemia, ma non tardò ad accorgersi che gli era impossibile condurre nel villaggio la vita solitaria che desiderava. Decise perciò di farsi anacoreta mettendosi sotto la direzione di S. Paiamone, famoso monaco dei dintorni. Per sette anni ne condivise l’austerissimo genere di vita digiunando nell’estate quotidianamente e, a giorni alternati, nell’inverno; mangiando soltanto pane, sale e legumi, senza olio e senza vino; lavorando buona parte della giornata per il proprio sostentamento e il soccorso ai poveri; passando buona parte della notte in orazione. Durante le veglie, quando Paiamone vedeva il suo discepolo cascare dal sonno, lo invitava ad uscire con lui dalla cella per trasportare della sabbia da un posto all’altro e così poter continuare le loro orazioni senza correre il rischio di addormentarsi.
La vita anacoretica offriva possibilità di vita penitente e devota, ma rappresentava pure delle deficienze non essendo soggetta ad una vera regola e alla stretta ubbidienza ad un superiore. Nell’intento d’introdurre tra gli asceti la vita comune, sotto la guida di un unico superiore, con una regola uguale per tutti, Pacomio si separò da Paiamone e si stabilì a Tabennisi, villaggio abbandonato sulla riva destra del Nilo, nella diocesi di Tentiri. Un giorno, mentre pregava nella solitudine, gli giunse dal cielo una voce che gli disse: « Pacomio, Pacomio, lotta, installati qui e costruisci una dimora perché una folla di uomini verrà a te. Seguendoti essi si faranno monaci con profitto delle loro anime ». I primi venuti non si sottomisero alla vita comune nel monastero che aveva costruito per loro. Altri Iddio gliene mandò che si dichiararono disposti ad accettare la regola che aveva composto, a vivere assieme, ad adattarsi agli uffici e ai lavori che il superiore avrebbe loro affidato. In poco tempo il monastero di Tabennisi fu riempito da un centinaio di monaci così che Pacomio sentì il bisogno di fare costruire per essi una chiesa.
Quando il monastero divenne troppo piccolo per accogliere quanti chiedevano di vivere sotto la sua guida, ne fondò un altro poco distante a Pebu, presso Tebe, che divenne sede centrale della Congregazione. Intere colonie di anacoreti chiesero allora di fare parte della nuova istituzione. Tra il 320 ed il 346 essa contava già nove monasteri di uomini e due di donne, uno dei quali alle dipendenze della sorella del santo che lo aveva seguito nella solitudine insieme con il fratello maggiore, che poco dopo morì.
Pacomio visse quindici anni senza coricarsi, prendendo soltanto un po’ di riposo seduto sopra una pietra. A partire dal giorno della sua conversione, non fece mai un pasto completo. Ogni monaco indossava una tunica di lana bianca senza maniche, stretta ai fianchi da una cinghia, portava sulle spalle una pelle di capra conciata, chiamata melote, che gli scendeva fino alle ginocchia e sopra di essa si metteva una corta cocolla dotata di un cappuccio recante il segno del monastero e della casa alla quale ciascuno apparteneva. Infatti i monasteri, circondati da muretti, comprendevano fino a cinquanta case, con una trentina di celle ciascuna per i religiosi, la chiesa, il refettorio in cui tutti mangiavano in silenzio con il cappuccio in testa in modo da non vedere il vicino, la cucina, la dispensa, il guardaroba, l’infermeria, la biblioteca, le officine e il luogo di riunione per l’intera comunità. Ogni monastero aveva il suo superiore, nominato direttamente dal generale, assistito da un secondo. Anche le singole case del monastero avevano il proprio preposito con il secondo. I monaci erano assegnati all’una o all’altra casa conforme al mestiere che esercitavano, e avevano il proprio grado conforme all’anzianità di professione.
Il primo e l’ultimo giorno della settimana ogni monaco faceva la comunione. Pacomio non ammetteva i monaci agli ordini sacri. Ogni sabato essi si recavano ad ascoltare la Messa nella chiesa del villaggio e la domenica i preti del villaggio andavano a celebrare il divino sacrificio nella chiesa del monastero. Quando il santo cominciò ad accogliere tra i suoi monaci anche dei sacerdoti, è probabile che la Messa venisse celebrata tutte le volte nella chiesa della comunità. Per le pratiche di pietà c’era l’assemblea generale verso mezzanotte, presieduta generalmente dal superiore, in cui i monaci salmodiavano, leggevano la Sacra Scrittura e facevano alcune preghiere. Verso l’aurora e poi prima del pranzo, della cena e del riposo notturno, nelle singole case i monaci recitavano sei preghiere e alcun salmi.
La formazione ascetica dei monaci era curata dal superiore del convento il quale, tre volte la settimana, teneva loro convenienti istruzioni spirituali, e dai prepositi delle case i quali, due volte la settimana, facevano altrettanto con i loro sudditi. Ad esse si aggiungevano i frequenti colloqui dei sudditi con i superiori, le conferenze spirituali, le esortazioni occasionali e lo studio a tutti prescritto della Bibbia. Per questo Pacomio esigeva che i monaci imparassero a leggere. La regola che egli un po’ alla volta diede ai suoi discepoli, e che S. Girolamo tradusse dal latino nel 404, reca l’impronta della moderazione e della praticità. Benché fosse diretta a una comunità, lasciava uno spazio sufficiente all’iniziativa individuale, soprattutto in materia di ascetismo e di preghiera, non avendo la pretesa di regolamentare minuziosamente tutti gli atti che i monaci dovevano compiere.
A tutti i membri era imposto il digiuno il mercoledì e il venerdì, mentre negli altri giorni gli addetti alla cucina preparavano per la comunità due pasti frugali a base di pane, legumi, frutta, formaggio, ma sufficienti e tali da permettere ai monaci di mortificarsi volontariamente in qualche cosa.
Ad alcuni Pacomio permetteva speciali mortificazioni e digiuni, ma a condizione che non impedissero ad essi di attendere al proprio ufficio non volendo che ne soffrisse la regolare osservanza. Tutti i monaci, non escluso il superiore, dovevano attendere al lavoro manuale, che in principio veniva limitato alla tessitura di stuoie, corde e canestri con i giunchi del Nilo e le foglie di palma. In seguito, quando i monaci divennero diverse migliaia, per procurarsi le risorse necessarie al sostentamento esercitarono pure le professioni indispensabili alla vita, la cultura dei campi fuori del monastero e, al tempo dei raccolti, il servizio ai padroni in cambio di una quantità di derrate.
Nessun istante della giornata era lasciato all’oziosità. L’abate stesso curava i malati con grande sollecitudine. Il silenzio era rigorosamente osservato da tutti. Per avere quello di cui ognuno aveva bisogno si ricorreva ai segni. Trasferendosi da un posto all’altro i religiosi erano esortati a riflettere su qualche brano della Scrittura. Il lavoro era accompagnato dal canto dei salmi. Alla morte di ogni monaco veniva celebrata la Messa per il riposo eterno della sua anima. Pacomio visitava sovente i monasteri che aveva fondato per vigilare affinchè ovunque fosse osservata la regola.
Un giorno il cellerario (economo) aveva venduto al mercato qualche stuoia a un prezzo più elevato di quanto gli era stato fissato. Il santo ordinò di restituire i soldi agli acquirenti e lo castigò per la sua avarizia. Un’altra volta un monaco si applicò con tanto impegno nel lavoro da riuscire a tessere due stuoie invece di una. Avendo poi fatto in modo che Pacomio le vedesse, costui si limitò a dire: « Questo fratello si è affannato dal mattino alla sera per lasciare il suo lavoro in balia del demonio ». E per guarirlo dalla vanità gl’impose per penitenza di restare cinque mesi nella sua cella senz’altro cibo che un po’ di pane, sale e acqua.
I biografi attribuiscono al santo il dono delle lingue, la guarigione dei malati e la liberazione degli ossessi con l’uso dell’olio benedetto. Sovente diceva agli afflitti che le loro prove, in realtà, erano un tratto della divina bontà a loro riguardo; egli si contentava di pregare per ottenere ad essi forza e coraggio, dal momento che il male non poteva recare pregiudizio alle loro anime. Teodoro (†368), il suo più caro discepolo, che gli successe nel governo dei monasteri, soffriva costantemente di mal di testa. Pacomio rispose un giorno ai monaci che lo supplicavano di guarirlo: « L’astinenza e la preghiera sono sicuramente una sorgente di grandi meriti, ma la malattia sopportata con pazienza è sicuramente di un merito ancora maggiore ». Prima di tutto egli chiedeva a Dio la salute spirituale dei suoi discepoli, e non si lasciava sfuggire occasione alcuna per guarire le loro passioni, specialmente quella dell’orgoglio. Pacomio fu pure dotato dello spirito di profezia.
Annunciò difatti con rammarico ai suoi discepoli che l’Ordine da lui stabilito sarebbe in seguito decaduto dal primitivo fervore. Nel secolo XI scomparve addirittura dopo essere stato isolato geograficamente, psicologicamente e spiritualmente.
Pacomio nutrì una grande stima per i vescovi e in modo speciale per S. Atanasio (†373), patriarca di Alessandria d’Egitto, che non disdegnava di andare a visitare nella Tebaide i suoi monaci. I vescovi in genere conservarono amichevoli relazioni con il santo cenobita. Alcuni monasteri egli fondò in seguito alle istanze di alcuni di loro. Serapione, vescovo di Tentiri, lo esortò a costruire una chiesa in un villaggio per i poveri pastori. In essa il santo adempì l’ufficio di lettore. Operò pure numerose conversioni e si oppose vigorosamente agli errori degli ariani. Nonostante le insistenze del suo vescovo, non volle mai ricevere il sacerdozio. Poco prima di morire fu convocato a Latopoli, davanti ad un sinodo di presuli, perché fornisse spiegazioni sulle sue visioni e sui suoi doni.
Pacomio due volte all’anno radunava attorno a sé i superiori dei vari monasteri per mantenere in tutti, desta l’idea, che essi formavano una sola famiglia di cui egli si considerava non il dominatore, ma il servo. Dopo la riunione della Pasqua del 346 a Pebu scoppiò la peste che in poco tempo fece più di cento vittime. La più illustre di esse fu Pacomio stesso che morì il 9-5-346, dopo quaranta giorni di atroci sofferenze.
Temendo che sul luogo della sua sepoltura si costruisse un martyrion, come si usava per i martiri, si fece promettere da Teodoro che non avrebbe lasciato il suo corpo nel luogo in cui sarebbe stato sepolto. Il discepolo tenne fede alla promessa fatta. Nel Martirologio romano la festa di San Pacomio è segnata al 9 maggio. Nei libri liturgici bizantini è segnata al 7.

Sac. Guido Pettinati SSP,

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

http://www.carloacutis.com/pages/angeli/ANGES-W-Matha.html

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

Nacque a Faucon in Provenza – Francia – verso il 1154. Compì gli studi nell’università  di Parigi, dove poi insegnò teologia. Ordinato sacerdote, mentre celebrava la sua prima Messa, comprese che il Signore lo chiamava alla redenzione degli schiavi.  Infatti durante la Messa, Dio gli inviò un Angelo per fargli capire la sua volontà. L’Angelo apparve in una veste  candida e luminosa; sul petto aveva una croce di colore rosso-azzurro; ai lati appar- vero pure due schiavi: uno cristiano e l’altro maomettano. L’Angelo pose le mani sul capo dei due schiavi e poco dopo sparì. Per iniziare una Congregazione religiosa era però necessaria l’approvazione del Pontefice. Era allora Papa Innocenzo III. San Giovanni de Matha e Valerio si presenta- rono a lui; furono ben accolti; però il Papa voleva esaminare meglio la loro richiesta e di nuovo il Signore venne in loro soccorso per mezzo di un Angelo. Passarono degli anni e il Santo continuava a pregava per conoscere ancora meglio i disegni di Dio. Strinse amicizia con un certo Felice Valeria, che conduceva una vita eremitica. Un giorno, mentre conversa- vano tra di loro di cose celesti, apparve un cervo che portava fra le corna ramificate una croce di due colori: rosso ed azzurro. Valerio si meravigliò ed allora San Giovanni di Matha gli raccontò della visione dell’Angelo, avvenuta il giorno della sua prima Messa. Per tre notti tutti e due ebbero una celeste visione. Il Signore gli rivelaò che era suo  desiderio che si fondasse una Congregazione per la redenzione degli schiavi. Mentre il stava celebrando la S. Messa, nell’atto in cui sollevava l’Ostia Consacrata, vide apparire un Angelo, dalla veste bianca, con una croce bicolore sul petto e due schiavi ai lati. Comprese che Dio voleva la nuova Congregazione e l’approvò.  Finalmente nel 1194 fondò a Cerfroid, l’Ordine della Santissima Trinità, la cui Regola fu approvata dallo stesso Innocenzo III, il 17 dicembre 1198. Operò numerose redenzioni di schiavi e si dedicò indefessamente alle opere di misericordia, vi- vendo di Dio Trinità. Morì a Roma il 17 dicembre 1213, nella casa di San Tommaso in Formis al Celio. 

14 dicembre: San Giovanni della Croce: Dottore della Chiesa (1542-1591) – Credere e amare anche se è notte

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/11-Dicembre/04-S_Giovanni_della_Croce.html

14 dicembre: San Giovanni della Croce: Dottore della Chiesa (1542-1591)

CREDERE E AMARE ANCHE SE E’ NOTTE

Nell’immaginario collettivo la grandezza di un uomo viene misurata e ammirata non solo per come ha saputo vivere la propria avventura umana, ma anche per il modo in cui ha affrontato le ore del supremo transito dagli affanni della vita mortale “all’altra riva” quella di Dio.
Il momento della propria morte: quello delle scelte definitive, cioè della “crisi” finale, che fa paura a tutti. Giovanni della Croce sul letto di morte, ai suoi confratelli che gli leggevano le preghiere dei moribondi, chiese qualcosa di più “allegro”: domandò espressamente qualche versetto del Cantico dei Cantici, un bellissimo e travolgente poema d’amore dell’Antico Testamento (che lui ben conosceva). Non andava forse incontro all’Amore?
Allora ci voleva qualcosa di più appropriato. Dopo la lettura Giovanni finì il cammino terreno pregando le parole “Nelle tue mani, Signore, affido, il mio spirito”. Cioè nelle mani di Dio Amore, per il quale era vissuto, aveva lavorato e sofferto, per quel Dio che lui aveva amato, predicato e cantato. Alcuni anni prima aveva scritto la poesia “Rompi la tela ormai al dolce incontro”. Ecco che cosa era la morte per lui: un “dolce incontro” con Dio Amore. Aveva 49 anni tutti spesi per Dio.
Numerosi sono i riconoscimenti avuti dai posteri. Prima cosa, e non è poco, è un Santo. Ma non solo: è Dottore della Chiesa (Dottore Mistico), cioè Maestro riconosciuto nelle cose di Dio. È un grande maestro di spiritualità valido ancora oggi. Ha anche il merito di essere stato un valido collaboratore di Teresa d’Avila (anch’essa Santa e Dottore della Chiesa) nella Riforma Carmelitana. Ma non basta. Per le sue poesie si è guadagnato un posto nella letteratura spagnola. È stato riconosciuto come “il più santo dei poeti spagnoli, e il più poeta dei Santi”.
Giovanni nacque a Fontiveros non lontano da Avila nel 1542 in una famiglia ricca di amore ma povera di mezzi materiali. È interessante notare il perché di tutto questo. Il padre, Gonzalo de Yepes, apparteneva ad una nobile e ricca famiglia di Toledo. Nei suoi viaggi d’affari incontrò Caterina, una tessitrice, orfana, povera e bella. Innamoratosi di lei, la sposò, per amore e contro la dura volontà dei parenti, ricchi, che per questo lo diseredarono. Gonzalo così diventò poverissimo, tanto che è Caterina stessa ad accoglierlo nella sua casetta, e ad insegnargli il mestiere di tessitore. Il loro matrimonio d’amore fu allietato dalla nascita di tre figli.
L’amore tra loro era grande, ma anche la povertà. Giovanni, il terzogenito, rimase presto orfano: Caterina dopo aver ricevuto uno sdegnoso rifiuto di aiuto dai parenti del marito, cercò lavoro a Medina del Campo, importante centro commerciale. Qui Giovanni fece i suoi primi studi e nello stesso tempo accettò di fare dei piccoli lavori: fu così apprendista sarto, falegname, intagliatore e pittore. Fece anche l’infermiere, sempre amorevole con i malati: in questo modo si pagava gli studi che contemporaneamente faceva nel collegio dei Gesuiti. Terminati brillantemente questi, nel 1563 entrò nell’Ordine Carmelitano: era ormai Fra Giovanni di San Mattia.

L’incontro con Teresa
Proprio per la sua intelligenza e la serietà di vita, i superiori lo inviarono a Salamanca, nella famosa Università. Qui Giovanni non solo crebbe nella conoscenza della filosofia e teologia, ma intensificò anche la propria vita spirituale, fatta di preghiera, di lunghe ore di contemplazione davanti al tabernacolo e di ascesi pratica. Si sentiva portato alla vita contemplativa ed è per questo che stava meditando di cambiare Ordine ed entrare tra i Certosini.
Ma poco prima di essere ordinato sacerdote, ecco l’incontro provvidenziale con una affascinante monaca carmelitana di nome Teresa di Gesù, di quasi trent’anni più di lui. Questa era una donna dalla forte personalità arrivata ormai alla piena maturità spirituale. Vi era giunta attraverso un lungo travaglio vocazionale e spirituale e proprio in quegli anni stava lavorando con successo alla riforma delle Carmelitane. In quel periodo stava anche pensando di estendere la riforma al ramo maschile dell’Ordine. Questo era molto importante per Teresa, perché gli uomini potevano legare la contemplazione del mistero di Dio alla missione. Potevano lavorare cioè non solo alla propria santificazione nel chiuso del convento ma anche per quella degli altri. Teresa espose a Giovanni il proprio progetto di riforma e gli chiese nello stesso tempo di soprassedere alla decisione di cambiare ordine. E questi accettò.          
Nel 1568, Teresa finalmente riuscì a fondare il primo convento maschile, a Duruelo, presso Avila. Giovanni (che da questo momento si chiamerà Giovanni della Croce) iniziava così una forma di vita religiosa, condividendo con Teresa l’ideale di riforma della vita carmelitana. Anzi fu lei stessa a cucirgli il primo saio di lana grezza. Nascevano così i Carmelitani Scalzi.

In prigione a pane e acqua                                        
Nel 1572, Teresa venne nominata priora del grande convento di Avila (non riformato), con 130 monache, alcune delle quali erano poco sante e molto turbolente. E volle accanto a sé per la loro rieducazione spirituale proprio Giovanni della Croce: confessore e direttore spirituale delle monache. I risultati spirituali furono brillanti grazie all’opera congiunta dei due santi riformatori. Ma nello stesso tempo, erano cresciuti anche i rancori e l’opposizione di alcuni carmelitani non riformati. C’era chi con il diavolo, molto interessato al naufragio del progetto, remava contro questa riforma. E ben presto si fecero sentire. Duramente e dolorosamente. Per un tragico intreccio fatto di incomprensioni, di giochi di potere, di dispute sulla giurisdizione religiosa, di ambizioni personali mascherate da argomenti teologici e difficoltà di comunicazione (lettere in ritardo).
Ma mentre Teresa (che aveva protettori molto in alto, addirittura in Filippo II) non venne toccata, la cattiveria umana si scatenò contro il povero Giovanni. Per ordine superiore, sotto l’accusa di essere un frate ribelle e disobbediente, fu arrestato e incarcerato in un convento a Toledo. Gli lasciarono in mano solo il breviario. Fu maltrattato, umiliato e segregato in un’angusta prigione, con poca luce e molto freddo. Nove mesi di prigione: a pane e acqua (e qualche sardina), con una sola tonaca che gli marciva addosso, con il supplemento di sofferenza (flagellazione) ogni venerdì nel refettorio davanti a tutti.
Divorato dalla fame e dai pidocchi, consumato dalla febbre e dalla debolezza, dimenticato da tutti. Ma non da Teresa (che protestò vigorosamente anche in alto, ma invano) e tanto meno da Dio. Sì Dio non solo non lo aveva dimenticato, anzi era sempre stato con lui, con la sua grazia. Giovanni sapeva che anche nella notte della prigione Dio era nel suo cuore, presentissimo in ogni istante.
E il miracolo avvenne. In una situazione che per molti versi e per molte persone poteva essere di collasso psico fisico e di naufragio spirituale, Giovanni della Croce (possiamo immaginare per un “input” dall’alto) compose, con materiale biblico, le più calde e trascinanti poesie d’amore, ricche di sentimenti, di immagini e di simboli. Vivendo in Dio e di Dio anche in quelle circostanze, egli attingeva così a Lui, fonte perenne di ogni novità e creatività, “anche se attorno era notte”.

Maestro di vita spirituale
Alla vigilia dell’Assunta del 1578, fuggì coraggiosamente dal carcere, rischiando seriamente la vita, qualora fosse stato preso.
Le sofferenze inaudite di 9 mesi di carcere non furono vane. Infatti, due anni dopo, i Carmelitani Scalzi ottennero il riconoscimento da Roma, che significava autonomia. Giovanni della Croce era finalmente libero di espletare il suo ministero con tutte le sue qualità di cui era dotato, influendo positivamente tutti: confratelli e monache Carmelitane (e molti laici) che lo conobbero o che lo ebbero come superiore o come confessore e direttore spirituale, negli anni seguenti fino alla morte. Fu inviato anche al sud della Spagna, in Andalusia, dove il clima, la natura, l’assenza di contrasti e il successo della riforma di Teresa di Gesù (e sua) gli diedero il tempo e l’ispirazione per comporre la maggior parte delle opere di spiritualità, tanto da farne uno dei grandi maestri nella Chiesa.
Tra i suoi scritti ricordiamo, oltre il già citato Cantico Spirituale in poesia, la Salita al Monte Carmelo e la Notte Oscura. Pur avendo una solida formazione filosofica e teologica (il che lo aiutava certamente), ciò che Giovanni ha scritto non è tanto il risultato di sistematiche ricerche in biblioteca quanto il frutto della propria esperienza ascetica e spirituale.

Due tappe per crescere
È stato ed è un maestro di mistica perché fu lui stesso, nelle vicende gioiose e tristi della sua vita, un mistico. La fatica della salita del monte del Signore e la notte oscura delle difficoltà spirituali in questa aspra ascesa Giovanni le conosceva per esperienza. Ora, da essa arricchito e maturato, la proponeva agli altri, a noi.
Per Giovanni della Croce l’uomo è essenzialmente un essere in cammino, in perenne ricerca: di Dio naturalmente, essendo stato fatto da Lui e per Lui. Questo ritorno verso Dio egli lo immagina come la salita di una montagna, il Monte Carmelo, che rappresenta simbolicamente la vetta mistica, cioè Dio stesso nel suo amore e nella sua gloria. Per arrivare alla meta che è l’unione d’amore trasformante con Dio (o santità cristiana) l’uomo deve affrontare con coraggio e pazienza le due fasi o tappe, della educazione dei sensi (notte dei sensi) e del rinnovamento del proprio spirito (notte dello spirito) ambedue esperienze misteriose e dolorose di spoliazione interiore.
Con la notte dei sensi (attraverso un duro ed esigente impegno ascetico) l’anima si libera dall’attaccamento disordinato catturante e spiritualmente paralizzante delle cose sensibili, dal modo di giudicare e di scegliere basati sul proprio egoismo e sul proprio interesse immediato, sull’utilitarismo quotidiano nei rapporti interpersonali, sulle comodità di ogni genere e sull’abbondanza superba e gaudente. L’uomo dei sensi e quello totalmente prigioniero di un’unica prospettiva, quella terrena, difficilmente capirà le esigenze di Dio e del Vangelo.
Con la notte dello spirito invece ci si affranca dalle false certezze e dai falsi assoluti della propria intelligenza, affidandosi così totalmente e liberamente a Dio, attraverso l’esercizio delle virtù teologali, quali la fede e la speranza in Cristo, e la carità verso Dio e il prossimo. Si tratta del passaggio doloroso e lungo tanto che può durare tutta la vita dall’uomo “vecchio” all’uomo “nuovo”, da quello “terreno” a quello “spirituale”, da quello mosso dall’egoismo (la carne) a quello sospinto e motivato dallo Spirito, di cui parla San Paolo: un morire per rinascere in Cristo.

Farsi nulla per Dio per essere tutto in Lui                                         
Giovanni della Croce parla di rinunce, di lasciare tutto, di nulla (quali sono le cose rispetto a Dio), di salita, di notte oscura, tutta una terminologia che caratterizza la vita spirituale secondo lui come un lavoro (di auto correzione e autocontrollo nelle proprie azioni e decisioni), un impegno serio, una fatica dura, una ascesi costosa, graduale e continua… che non si può realizzare dall’oggi al domani. Giovanni della Croce non comprende (e scoraggia) quelli che “scalpitano tanto… che vorrebbero essere santi in un giorno”. Non è possibile. Allora come oggi. Egli afferma che se l’anima vuole il Tutto (Dio), deve impegnarsi a lasciare tutto e a voler essere niente:

“Per giungere dove non sei, devi passare per dove non sei. Per giungere a possedere tutto, non volere possedere niente. Per giungere ad essere tutto, non volere che essere niente”.              
Naturalmente per Giovanni la parola più importante in questo discorso spirituale non è rinuncia ma amore. Per lui non si tratta tanto di lasciare o rinunciare a qualcosa ma di amare Qualcuno. Egli invita a lasciare amori piccoli per un amore più grande anzi per l’Amore Totale che è Dio Trinità. Amore è la parola decisiva: amore di Dio per noi, amore della creatura per Dio, visto come risposta alla nostra ricerca di amore, fino a consumarsi nel Dio Amore (unione sponsale o mistica). E Giovanni della Croce si è consumato nell’amore per Dio Amore fino alla fine che arrivò il 14 dicembre 1591 in Andalusia, a Ubeda.

Ad una monaca che gli aveva scritto accennando alle difficoltà che egli aveva sofferto rispose:
“Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore”.

Un consiglio decisamente valido ancora oggi, per tutti.

MARIO SCUDU sdb ***

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 13 décembre, 2012 |Pas de commentaires »
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